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Il senso della vita

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Il senso della vita Powered By Docstoc
					                                       AVVISO IMPORTANTE

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della-vita/
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                                           INTRODUZIONE

Mi chiamo Nicola D’Alfonso e sono uno scienziato che svolge da decenni ricerche rigorose e
all’avanguardia sulla mente, sulle scienze e sulla realtà.
In questo report rispondo brevemente all’interrogativo su quale sia il senso della vita per noi esseri
umani, e lo faccio in modo sintetico attraverso quindici punti, accompagnati da veloci commenti.
Ciò premesso, intendo subito sottolineare come quanto segue non vada assolutamente considerato
alla stregua di una verità rivelata, ma piuttosto come una serie di ipotesi prese direttamente dai miei
studi, e formulate sulla base di analisi rigorose e razionali di fenomeni osservabili e ripetibili
afferenti il nostro universo.


                                            PRIMO PUNTO

   1. Il senso della vita è quello di sperimentare tutte le gioie possibili e comprendere dalla loro
      caducità che l’unico stato che garantisce la felicità è quello di riunione con Dio al di là del
      tempo e dello spazio.

La vita non serve quindi per trovare una felicità completa e definitiva, la quale non può appartenere
ad un piano materiale dove le risorse a nostra disposizione sono finite e deperibili.
Se ci è dato di sperimentare la felicità qui ed ora è solo per ricordarci che esistiamo per uno scopo, e
questo scopo è appunto conoscere una gioia che non abbia condizioni né limiti.


                                          SECONDO PUNTO

   2. La nostra individualità è costituita dal modo peculiare di essere che ci è proprio, e che Dio
      associa ad un’anima, a cui spetta il compito di farci sperimentare più vite distinte.

Come il colore rosso è rosso e non può che essere descritto pienamente se non come tale, la nostra
vera essenza non può essere spiegata per mezzo di nulla e non ha parti, ma è essenzialmente
un’espressione atomica e immutabile di noi.
La nostra essenza va quindi distinta dall’anima che invece ha parti, si muove, è in grado di
conservarsi e serve per animare i corpi attraverso i quali sperimentiamo la vita.
La nostra vera essenza è quindi una parte di Dio che lui associa ad un’anima in modo che attraverso
quest’anima possa sperimentare vari piaceri possibili, e comprendere come l’unico vero piacere
definitivo sia l’essere parte di lui.
                                          TERZO PUNTO

   3. Il sistema nervoso di un corpo attrae l’anima al suo interno immagazzinandola nel cervello,
      e sospingendola verso ogni attività sensoriale che si verifica momento dopo momento, in
      modo da farle sperimentare le corrispondenti percezioni.

L’anima non è altro che quello che noi identifichiamo con il termine attenzione. È cioè un’energia
che sperimentiamo soprattutto a livello del nostro cervello, e che muovendosi all’interno del sistema
nervoso ci permette di conoscere la vita attraverso il formarsi delle varie percezioni.
A portare l’attenzione a contatto con i vari punti del sistema nervoso sono le attività che vengono a
prodursi in loco. La percezione che si sviluppa a seguito di detto contatto sarà tattile se richiamata
da attività che afferiscono il senso del tatto, olfattiva se richiamata da attività che afferiscono il
senso dell’olfatto e via discorrendo.


                                         QUARTO PUNTO

   4. Noi non agiamo veramente, ma osserviamo la vita che viene a prodursi all’interno del corpo
      dentro al quale siamo finiti. Siamo come uno spettatore che osserva il film da dentro il film
      stesso, o come un lettore che legge un libro da dentro il libro stesso.

La nostra essenza osserva le percezioni che le arrivano grazie all’interazione dell’anima con il
sistema nervoso. Siamo quindi totalmente passivi, perché anche le nostre elaborazioni interiori quali
volontà, pensieri e azioni non sono altro che attività che produce il sistema nervoso in risposta a
degli stimoli, e che noi percepiamo a seguito del loro contatto con la nostra attenzione.
Il libero arbitrio quindi non esiste, in piena coerenza con il fatto che tutto quello che si verifica
avviene come precisa espressione di Dio, esistendo in realtà lui solo, e noi come una sua parte.
L’essere spettatori della vita non va però visto in termini negativi, come si evince dal fatto che
anche quando guardiamo un film o leggiamo un libro possiamo essere avvinti dalla storia, anche se
non possiamo cambiarla.


                                          QUINTO PUNTO

   5. Tutto quello che accade a deciderlo è sempre e comunque Dio, secondo leggi di equivalenza
      tra le azioni e le reazioni. Ogni cosa è quindi giusta e corretta anche perché ad essere oggetto
      di tale equivalenza è la stessa creazione e quindi ogni avvenimento deve essere considerato
      come il passaggio inevitabile per tornare in Dio.

Come in fisica c’è la legge di azione e reazione che porta un oggetto che subisce una forza da parte
di un’altro a restituirgliela uguale contraria, così vi è una legge che bilancia ogni cosa si verifichi
nelle nostre vite.
Ciò che togliamo ci verrà tolto e ciò che diamo ci verrà dato, per tutto l’arco delle vite che siamo
destinati a sperimentare, prima di tornare ad essere quello che siamo da sempre: ovvero parte di
Dio.
Il fatto poi che tutto quello che avviene è necessario perché tutto ritorni in Dio, nel suo stato di
completezza al di là del tempo e dello spazio, ci fornisce la spiegazione del perché ogni evento
appaia ai suoi occhi come perfetto e massimamente positivo.
                                          SESTO PUNTO

   6. Per comprendere che il nostro ricongiungimento con Dio sia l’unico obiettivo che ci possa
      rendere realmente felici, dobbiamo sperimentare tutti i piaceri possibili e le diverse modalità
      di accedervi, e constatare come nient’altro sia in grado di riempirci veramente e in modo
      duraturo.

Per non avere alcun dubbio su cosa ci possa o non ci possa appagare in eterno, non può essere
sufficiente una sola esistenza e neppure il solo tipo di esistenza che sperimentiamo nel piano
terreno.
Le possibilità non colte, le esperienze non fatte, lascerebbero in noi molte incognite e di fatto ci
impedirebbero di capire perché nulla se non Dio sia l’eterno appagamento di tutto.


                                         SETTIMO PUNTO

   7. I tipi di piaceri che sperimentiamo riflettono il piano di esistenza nel quale soggiorniamo.
      Nel piano materiale sperimentiamo piaceri legati ad oggetti concreti e deperibili che vanno
      conquistati e protetti. Nel piano astrale sperimentiamo piaceri legati ad oggetti non
      deperibili che possiamo materializzare direttamente con la nostra volontà. E infine nel piano
      causale sperimentiamo la possibilità di ideare direttamente il tipo di piacere di cui vogliamo
      godere.

Se facciamo un’analisi di ciò che rende qualcosa un piacere, dovremo annoverare al suo interno il
riuscire a realizzare un’azione, concretizzare un obiettivo, riuscire in un’impresa. Sono i tipici
piaceri che sperimentiamo in una realtà materiale come la nostra, dove abbiamo bisogno di risorse
esterne per sopravvivere.
Ma lottare per conquistare qualcosa è spesso stressante e faticoso, e ci induce a pensare che se
potessimo ottenere ogni cosa per semplice atto di volontà saremmo certamente più felici. Siamo
quindi attratti dalla possibilità di concretizzare istantaneamente ogni desiderio, che è proprio quello
che saremo chiamati a sperimentare nel piano astrale.
Nel caso anche i piaceri che ottenessimo per atto di volontà alla fine ci stancassero, ci troveremmo
certamente a pensare di poter godere di piaceri migliori, se solo potessimo inventarli. La possibilità
di dare vita a nuovi tipi di piaceri attraverso nuove idee rappresenta quindi l’ultimo passaggio che
dovremo affrontare per renderci conto che non può esserci nulla che regga il confronto con Dio.
                                         OTTAVO PUNTO

   8. Il viaggio dell’anima da un corpo all’altro inizia quando il sistema nervoso cessa di
      funzionare, perdendo la capacità di trattenerla al proprio interno. L’anima a quel punto si
      stacca dal corpo, sperimentando uno stato di sonno profondo e sogni, che rifletterà il tipo di
      esistenza vissuta fino a quel momento.

Essendo l’anima una forma di energia è perfettamente in grado di abbandonare il corpo e
conservarsi integra in sé stessa.
Una volta fuoriuscita dal corpo e liberatasi dalla prigionia delle attività del sistema nervoso l’anima
cade in un sonno profondo, popolato da sogni, un po’ come ci succede durante la notte quando
l’attenzione di ritira e noi dormiamo.
In questo senso come ciò che ci turba o ci appaga durante il giorno ci consegna ad una notte dolce e
piena di bei sogni oppure opprimente e popolata da incubi, il modo con cui abbiamo vissuto
determinerà il tipo di esperienze che proveremo nella fase di passaggio da un corpo all’altro.
Se vivere una vita semplice e tranquilla è foriero di una transizione simile ad un riposo paradisiaco,
l’aver conosciuto una vita complessa e tormentata ci farà sperimentare un riposo infernale.


                                           NONO PUNTO

   9. L’anima rimane sospesa in assenza di corpo finché giunta in un ambiente a lei affine non
      trova un nuovo sistema nervoso che formandosi nel grembo materno si dimostra in grado di
      attrarla.

Durante la fase di transizione tra corpi successivi, l’anima abituata all’attrazione esercitata dalle
specifiche percezioni che le sono state più consone la vita precedente, tenderà a posizionarsi nelle
vicinanze di persone che stanno avendo esperienze simili. In questo senso a farci incarnare in un
ambiente piuttosto che un altro saranno proprio i pensieri, le volontà e le azioni che avremo
maggiormente coltivato in questa vita.
Sviluppare pensieri di odio o amore verso qualcosa, significa pertanto abituare la nostra anima a
quel qualcosa, e tendere a incarnarsi proprio dove potremo trovarlo. È così molto più saggio
coltivare pensieri, volontà e azioni positive in modo da poterci ritrovare successivamente tra
persone che coltivano quegli stessi pensieri, volontà e azioni.


                                         DECIMO PUNTO

   10. Ogni anima ha una capacità di mantenersi integra che riflette l’intensità con cui è stata
       legata al sistema nervoso nella sua ultima esperienza terrena. Una vita particolarmente
       distaccata rispetto alle percezioni sensoriali comporta la possibilità che l’anima,
       sufficientemente indebolita, si disgreghi al momento della morte del corpo, lasciando campo
       libero all’involucro energetico che si trova al suo interno.

L’energia non aumenta né diminuisce ma può disgregarsi e disperdersi, e questo è ciò che capita
all’anima, o meglio al suo involucro più esterno, quando il suo soggiorno all’interno di un sistema
nervoso si sia rivelato particolarmente blando.
In sostanza la chiave per evolvere spiritualmente sta proprio nello sperimentare una vita “ascetica”
che eserciti su di noi poca attrattiva e quindi ci dia emozioni molto tenui, spingendo la nostra natura
ad evolversi in nuove direzioni.
                                      UNDICESIMO PUNTO

   11. L’anima a cui Dio ha legato la nostra individualità è costituita tra tre involucri energetici,
       ciascuno dei quali interagisce con un preciso piano di esistenza, e serve per farci reincarnare
       al suo interno finché non saremo pronti a passare a quello successivo una volta superato
       l’attaccamento ai particolari piaceri in esso contenuti.

Quando l’anima abbandona un corpo, a seconda di quello che è in quel momento il suo involucro
più esterno, si trova a rispondere a particolari attrazioni.
L’involucro “materiale” risponde alle attrazioni esercitate dal sistema nervoso dei corpi terreni,
l’involucro “astrale” a quelle esercitate dal sistema nervoso dei corpi astrali e infine l’ultimo
involucro “causale” a quelle esercitare dal sistema nervoso dei corpi causali.
Il nostro destino è quindi quello di essere catturati dai corpi presenti nei tre piani di esistenza
preposti da Dio finché a furia di sperimentare i loro piaceri finiremo per stufarcene, riconoscendo in
lui l’unica cosa capace di appagarci in modo definitivo.


                                      DODICESIMO PUNTO

   12. Se al momento della morte l’anima ha superato l’attrazione per la vita materiale, il suo
       involucro materiale si disgrega decretando il nostro passaggio al piano astrale.

Per superare il piano materiale dobbiamo renderci conto che tutti gli oggetti che desideriamo fare
nostri non ci appartengono veramente e non sono in grado di renderci felici. Dobbiamo in un certo
senso perdere interesse per le dinamiche della vita materiale, preferendo una vita contemplativa che
abbia per oggetto il nostro ricongiungimento con Dio.
La pratica della meditazione permettendoci di sperimentare uno stato di continua assenza di
percezioni è il metodo più diretto per indebolire l’involucro materiale dell’anima e determinare la
fine dei cicli di reincarnazione al suo interno.


                                     TREDICESIMO PUNTO

   13. Se al momento della morte l’anima ha superato l’attrazione per la vita astrale, il suo
       involucro astrale si disgrega decretando il nostro passaggio al piano causale.

Per superare il piano astrale dobbiamo renderci conto che pur potendo godere a volontà di ogni
possibile piacere non riusciamo comunque a placare la nostra sete interiore di gioia. Dobbiamo in
un certo senso perdere interesse per le dinamiche della vita astrale, preferendo una vita
contemplativa che abbia per oggetto il nostro ricongiungimento con Dio.
La pratica della meditazione permettendoci di sperimentare uno stato di continua assenza di
percezioni è il metodo più diretto per indebolire l’involucro astrale dell’anima e determinare la fine
dei cicli di reincarnazione al suo interno.
                                   QUATTORDICESIMO PUNTO

   14. Se al momento della morte l’anima ha superato l’attrazione per la vita causale, il suo
       involucro causale si disgrega decretando il passaggio della nostra individualità alla sua
       condizione naturale di parte di Dio.

Per superare il piano causale dobbiamo renderci conto che ogni piacere concepibile non sarà mai in
grado di rispondere in modo completo al nostro bisogno di gioia. Dobbiamo in un certo senso
perdere interesse per le dinamiche della vita causale, preferendo una vita contemplativa che abbia
per oggetto il nostro ricongiungimento con Dio.
La pratica della meditazione permettendoci di sperimentare uno stato di continua assenza di
percezioni è il metodo più diretto per indebolire l’involucro causale dell’anima e determinare la fine
dei cicli di reincarnazione al suo interno.


                                      QUINDICESIMO PUNTO

   15. Una volta che la nostra individualità abbandona il contatto con l’anima non è più soggetta
       alle percezioni dei diversi piani di esistenza e torna libera di sperimentare la propria
       corrispondenza con Dio, in eterno (nel senso di fuori dal tempo) e in ogni luogo (nel senso
       di fuori dallo spazio).

La condizione della nostra individualità nell’essere parte di Dio può essere considerata come la
massima espressione di una gioia sempre nuova, perché cessando ogni possibile separazione di
spazio e di tempo sperimenteremo una completezza che niente potrà confinare né contenere.



                                       AVVISO IMPORTANTE

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