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					LA0430. Corso monografico di Letteratura cristiana antica latina I
(2cr nel II sem)
Argomenti: La cristologia di Anobio il Vecchio nel II libro dell’ Adversus Nationes.
Testi:
Dispense del Professore; B.AMATA, Arnobio, Difesa della vera religione (Roma, Città Nuova
Editrice 2000); B.AMATA, Problemi di antropologia arnobiana (Roma, LAS 1984).



(Arnobio e la magia)

Magia è pretesa di sostituirsi a Dio"

Magia deriva dal greco "magheia", che significa scienza, saggezza; magi erano gli
antichi sacerdoti persiani. Anche il Nuovo Testamento parla di maghi e magia: i Magi
che secondo il racconto di Matteo (2,1-12), si recano alla ricerca del Bambino Gesù
guidati dalla stella, non sono però maghi nell’accezione moderna del termine, ma
piuttosto scienziati o sapienti.

Per approfondire: Massimo Donà, Magia e filosofia, Bompiani, Milano 2004

Arnobio rigetta il concetto di filosofia, come scienza rigorosa, ratio absoluta, luce che dissolve le
tenebre della superstizione, della tradizione e del dogma religioso. Ma certamente egli non
ridefinisce i rapporti tra la filosofia e la sfera dell'«irrazionale».

Per Massimo Donà magia e filosofia non sono opposti, ma complementari e cooperanti, in quanto la
più genuina tradizione filosofica identifica nella stessa figura il mago e il filosofo.

Il successo della ragione scientifica nella spiegazione dei fenomeni naturali, nel corso dei secoli,
non ha mai dissolto il mistero che continua ad essere, nonostante tutto, il mondo in cui siamo
venuti.

Nemmeno oggi, in un'epoca di razionalismo, è stridente il conflitto tra i successi settoriali della
scienza e della tecnica e il carattere enigmatico, inesplicabile della realtà, a partire dal fatto che
qualcosa accada precisamente nel modo in cui accade.

Il miracolo più grande – dice S. Agostino - appare la realtà stessa, il fatto che le cose esistono come
esistono. Misteriosa, meravigliosa, magica è la realtà che ci circonda, nonostante le spiegazioni
sempre più raffinate che la scienza ci fornisce dei fenomeni: «spiegazioni sempre parziali, che
riconducono i fenomeni a cause determinate, ma che, procedendo di causa in causa, mai potranno
rendere davvero ragione di una catena necessariamente infinita di connessioni, se non definendo il
loro vero e proprio inizio assoluto».

La filosofia è amore di saggezza che si completa nella magia, che è saggezza e sapienza: «la
filosofia si completa, per così dire, nella magia. Se quella si applica alla conoscenza della realtà,
questa si avvale di tale conoscenza per vivere in armonia con la realtà». Magia e filosofia sono
sempre state parte del medesimo orizzonte, nello sforzo di realizzare un progetto di salvezza che ha
impegnato le menti e i cuori di uomini i quali, di epoca in epoca, sono stati tanto filosofi quanto
maghi.

La tradizione magica è antichissima.
Mago originariamente è colui che sa far operare la divinità secondo il suo volere, che quindi è
investito di un potere sulla divinità, conosce il nome segreto degli dèi.

Il mago è il primo sapiente e il sapiente è un mago. «Mago, spiega Donà, è essenzialmente colui per
il quale tutte le cose e tutti gli esseri viventi sono uniti da un unico legame; per cui tutto subisce
l'influenza di tutto: qualsiasi mutamento particolare in una singola parte dell'universo ha per ciò
stesso effetti in ogni altra parte.

Alla base delle azioni del mago sta dunque l'idea radicata di una vera e propria "simpatia" cosmica.
Micro e macro cosmo vibrano ai suoi occhi di un medesimo spirito; una è l'anima mundi con cui si
rapporta il mago-sapiente.

Solo la pratica teurgica (che supera la comprensione puramente umana o razionale) costellata di
simbolismi misteriosi e segreti noti solo agli dèi, poteva condurre il mago (spesso
inconsapevolmente) a ottenere determinati effetti».

Il mago è colui che possiede una conoscenza efficace che gli permette di agire sul mondo, mentre il
filosofo di per sé è depositario di un sapere contemplativo e razionale, costruito mediante l'esercizio
della critica e dell'osservazione empirica.

Anticamente il mago era anche medico, la magia era medicina.

Le pratiche magico-teurgiche degli antichi babilonesi si servono di strumenti e modalità che poi
rimarranno nel corso dei secoli e si ritroveranno sia nelle pratiche della magia «filosofico-
spirituale», sia in quelle della magia da ciarlatani: cerchio magico, bacchetta, rituale compiuto per
analogia (ad esempio allontanare il male accendendo e spegnendo una torcia perché il male svanisce
come la torcia è stata spenta, ecc.

L'intento comune a tutte le pratiche magico-iniziatiche è infatti la volontà di sconfiggere il male, la
morte, il dolore attraverso rituali che permettano il compiersi della vittoria della vita, e la
realizzazione del bene e della felicità.

Il mago è impegnato in un agone tremendo per sconfiggere le forze avverse, egli deve operare
visibilmente ed efficacemente per compiere con successo l'operazione che lo contraddistingue come
operatore di salvezza attraverso prodigi e miracoli.

Apollonio di Tiana è un esempio di questa figura di mago-filosofo che opera per liberare la città di
Efeso dal miasma attraverso la lapidazione di un vecchio mendicante che si trova lì per caso.
Apollonio di Tiana riesce nell'intento perché conosce bene il meccanismo vittimario, sa quanto sia
efficace il transfert su una vittima della violenza da espellere.

Il mago è del tutto immerso nel mito, nel pensiero sacrificale. Molti, se non tutti i suoi rituali,
evocano o realizzano spargimenti di sangue di qualche vittima, umana o animale.

I sacerdoti delle religioni primitive erano anche maghi, essi potevano liberare dal male solo
attraverso l'espulsione di una vittima, solo spargendo sangue secondo un rituale oppure, come nel
caso di Apollonio di Tiana, istigando la folla a compiere un vero e proprio linciaggio.

Il rito del capro espiatorio è sempre presente.
Il mago è un vero e proprio mediatore dell'odio, giacché egli deve dare forma e individualità
concreta al male incombente da cui promette di liberare l'intera città.

Il passaggio dal tutti contro tutti al tutti contro uno) è un atto magico, espressione della volontà che
perisca uno solo piuttosto che l'intera comunità.

L'azione magica è imitativa, analogica e simbolica proprio in ragione del rito sacrificale su cui essa
si fonda. In qualità di mediatore dell'odio il mago insegna ai persecutori quale esercizio di
sostituzione e di soppressione vittimaria essi debbano operare per realizzare un risultato tanto
prodigioso quanto atteso: la salvezza della comunità.

Ma questo potere magico non potrebbe esercitarsi se non come evocazione di un rito sacrificale
cruento, il quale a sua volta ha effetto solo in quanto ripetizione di un linciaggio originario. La
potenza del mago è tutta nella sconcertante potenza del mimetismo e del transfert nei rapporti tra gli
uomini. La rivalità mimetica può staccarsi da un individuo particolare e, mimeticamente,
agganciarsi con accresciuta energia conflittuale e accanimento morboso a un unico individuo,
divenuto magicamente il nemico mortale di tutti.

Questa è la magia fondamentale, questo è il processo che il mago conosce perfettamente e sfrutta in
tutte le manifestazioni della sua potenza e della sua forza. Far vivere e far morire: far vivere i
persecutori facendo morire il nemico che essi considerano la causa del male che li affligge, ecco
riassunta l'azione del mago in ogni epoca e latitudine. Il sapere magico è di tipo tecnologico,
procede mediante connessioni non causali in senso scientifico, ma in grado di assicurare il successo
delle sue formule. La ragione profonda di tale successo non è però nel sapere codificato del mago,
bensì nel funzionamento pressoché automatico, indipendente, di meccanismi la cui potenza
trascende l'orizzonte temporale e determina in ultima analisi la natura umana come non-natura e
non determinata. Il mago sfrutta la conoscenza del carattere mimetico del comportamento degli
esseri umani. Il mago agisce come se l'uomo fosse quel luogo del desiderio secondo l'altro che
l'antropologia mimetica ha illustrato in varie forme e occasioni.

La magia possiede dunque un carattere sacrificale. Ogni mago guaritore esercita il suo potere
secondo questa logica. Anche Gesù è stato considerato un mago da alcuni maestri del Talmud e le
tentazioni da lui affrontate nel deserto sono interpretate da alcuni come tentativi di indurlo a
diventare mago, ma questo dovrebbe valere a confermare la ritrosia di Gesù per il miracolo e il suo
rifiuto di esporsi in dimostrazioni di potenza magica a richiesta. Gesù, infatti, con il suo
insegnamento a non opporsi al male, ad amare i nemici e i persecutori, si pone immediatamente e
originariamente come l'anti-mago per eccellenza, colui che viene sì a salvare la comunità dalla
rovina che incombe, ma secondo una procedura antitetica rispetto a quella del mago. Gesù salva
non attraverso l'individuazione di una vittima e la sua espulsione, come Apollonio di Tiana, ma
rinunciando esplicitamente a ogni violenza, opponendosi a ogni persecuzione, liberandosi da ogni
impulso di vendetta, anche a costo di diventare lui stesso vittima di una persecuzione che, infine, è
smascherata in tutta la sua atroce assurdità, denudata nella sua stupidità di parodia indecente.

La salvezza che Gesù assicura non è quella del mago, non è quella di una vittima uccisa, non è
quella che obbedisce alla logica sacrificale, ma è quella dell'amore del Dio delle vittime per
l'umanità. Non è la salvezza dell'umanità attraverso il sacrificio, ma la liberazione dell'umanità dal
sacrificio. Quindi la ragione profonda della condanna della magia da parte dell'Ebraismo e della
Chiesa consiste nell'orientamento antisacrificale della Bibbia ebraica e nella rivelazione
antivittimaria dei vangeli.
Il mago compie prodigi che presuppongono l'adesione alla logica sacrificale, che si fondano in
ultima istanza sull'uccisione di una vittima.

Il potere che tutti i maghi filosofi lungo i secoli cercano di conquistare con tutti i mezzi disponibili
rivela la natura della loro aspirazione profonda.

Il mediatore dell'odio ha bisogno di successi immediati, deve stupire, perché solo accrescendo o
mantenendo il suo prestigio, per quanto fittizio, egli può sperare di avere dei seguaci nel momento
in cui decide di farsi mediatore dell'odio per un'operazione sacrificale. Perciò i prodigi e tutte le
cose strabilianti operate dai maghi hanno questa funzione ausiliaria di preparare il terreno, di
assicurare il presupposto per la sola vera grande opera del mago: il linciaggio di una vittima o la sua
ripetizione nel sacrificio.

Il mago-sacerdote-filosofo deve apparire autorevole e intangibile, superiore ai comuni mortali, così
che quando verrà il momento opportuno egli sappia ottenere l'obbedienza mimetica che
vorticosamente trascina la folla all'entusiasmo, all'invasamento della crudeltà contro un innocente
odiato all'unanimità grazie al suo «misterioso» potere di mago. Le capacità che il mago dimostra di
possedere nei prodigi (che di per sé possono anche risultare giochi di prestigio) servono per deviare
l'attenzione, si tratta di spostamenti dal luogo effettivo in cui davvero la sua azione si svolge con
effetti concreti e devastanti, per quanto secondo una modalità all'apparenza «miracolosa». Il
meccanismo vittimario, dunque, spiega quel legame tra filosofia e magia su cui Donà,
doverosamente, attira l'attenzione.

Ma Gesù, l'anti-mago, è venuto proprio per scardinare quel meccanismo, a smascherare l'odiosa
menzogna di una potenza spuria e diabolica, che troppo a lungo ha mantenuto l'umanità nella
schiavitù del peccato, nell'oscurità irrazionale del mito in cui ogni vittima è colpevole unicamente in
virtù della persecuzione che la condanna.

				
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posted:11/21/2012
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