ANNAMARIA OLIVA - GERALDINI.COM

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					                                               ANNAMARIA OLIVA

                                    Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma


                          ALESSANDRO GERALDINI, PRIMO VESCOVO
                        RESIDENTE DELLA DIOCESI DI SANTO DOMINGO1



   Alessandro Geraldini fu il primo vescovo residente della diocesi di Santo Domingo primate
d’America ed autore dell’Itinerarium ad regiones sub aequinoctiali Plaga constitutas, cronaca del
viaggio che lo daveva portare alle regioni equinoziali2. La figura di questo vescovo e la sua opera,
stampata solo nel 1631 più di cento anni dopo la morte dell’autore e mai più ripubblicata, sono state
per lungo tempo trascurate dagli storici italiani e stranieri 3. Solo recentemente è nato un certo
interesse da parte della “Comisiòn Permanente para la Celebraciòn del Quinto Centenario del
Descubrimiento y Evangelizaciòn de América” ed è nell’ambito di tale iniziativa che nel 1987 il
padre Roberto M.Tisnés J. C.M.F. ha pubblicato una biografia del Geraldini4.
   Dell’opera del nostro vescovo “Itinerarium”esiste un codice alla Biblioteca Vaticana5ed un altro,
meno noto, conservato presso l’Archivio Segreto Vaticano che in appendice riporta un epistolario
notevolmente più ricco ed interessante di quello riportato nell’opera a stampa6.


1
    Questo lavoro riprende, in forma più ampia ed approfondita, il nostro intervento al “2° Convegno sui problemi della
Scoperta Colombiana. Storiografia e nuove prospettive di ricerca”. Cagliari, aprile 1988. Avevo già consegnato il
dattiloscritto per la stampa quando il prof. Brugnoli presentò nell’autunno 1989 alla Società Geografica Italiana una
relazione sul “Paradiso terrestre di Alessandro Geraldini”; non ho quindi potuto tener conto in questa sede delle sue
preziose considerazioni che mi saranno utilissime nell’edizione critica dell’Itinerarium che sto attualmente curando.
2
    L’opera “Itinerarium ad regiones sub aequinoctiali plaga constitutas Alexandri Geraldini Amerini episcopi civitatis
S.Dominici apud Indios Occidentales, apostolicis Imperialibus et Regis Legationibus suncti” venne pubblicata a Roma
nel 1631 a cura di un pronipote di Alessandro, Onofrio Geraldino de Catenacii, che la dedicò al cardinale Francesco
Barberini. Una copia di questa edizione è conservata presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. In appendice
all’opera vennero pubblicate anche dieci lettere indirizzate dal nostro vescovo al Pontefice, all’Imperatore e a diversi
prelati. Cinque di queste epistole, pur con notevoli e significative differenze, sono conservate anche nel codice 215 del
Fondo Borghese dell’Archivio Segreto Vaticano di cui alla nota 6; le rimanenti cinque invece compaiono solo
nell’opera a stampa.
3
    Il primo autore a sottolineare l’importanza di questo personaggio fu, in occasione del IV Centenario della Scoperta
dell’America, B.Geraldini con il saggio “Cristoforo Colombo ed il primo vescovo di S.Domingo Mons.Alessandro
Geraldini”, Amelia 1892. Sul vescovato di questo illustre italiano si è poi soffermato agli inizi del secolo Don Carlos
NOUEL, Historia Eclesiástica de la Arquidiócesis de Santo Domingo primada de America, Roma 1911, ristampa Santo
Domingo 1979. L’opera del Geraldini viene infine brevemente annoverata tra le fonti minori dallo storico
P.E.TAVIANI, La genesi della grande scoperta, Novara 1974, vol. II, p. 14.
4
    Nel 1987 è stata pubblicata, ad opera della Comisiòn Permanente para la Celebraciòn del Quinto Centenario del
Descubrimiento y Evangelizaciòn de America, una biografia del vascovo Geraldini scritta dal padre latino-americano
R.M. TISNES J. C.M.F., Alejandro Geraldini Primer Obispo Residente de Santo Domingo en la Española amigo y
defensor de Colón, in “Collección Catedral Primada Series Estudios 1”, Santo Domingo 1987.
5 BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA, Fondo Ottoboniano, Ott. Lat., 2198, citato da L. PASZTOR, Guida
delle fonti per la storia dell’America Latina negli Archivi della Santa Sede e negli Archivi ecclesiastici d’Italia, in
“Collectanea Archivi Vaticani”, 2, Città del Vaticano 1970, p.603.
6
   ARCHIVIO SEGRETO VATICANO (in seguito abbreviato A.S.V.), Fondo Borghese, serie II, num. 215.
G. PALMIERI che per primo esaminò il codice, Doglianze di Alessandro Geraldini contro Caterina d’Inghilterra, in
“Il Muratori: Raccolta di documenti storici inediti o rari tratti dagli archivi italiani pubblici o privati”, 1892-94, voll. I,
II, lo ritenne giustamente del XVI sec., coevo quindi o di poco posteriore all’autore. L’epistolario riportato in
appendice, di mano diversa dall’Itinerarium, risulta essere ugualmente del XVI sec. Consta di ben diciannove lettere
indirizzate al Pontefice, all’Imperatore e ad alti prelati. Di queste, dieci risultano essere completamente inedite, cinque
furono pubblicate dal Palmieri e le rimanenti quattro più una quinta, già edita dal Palmieri, pur con notevoli differenze
nella intitulatio e soprattutto nella datatio topica e cronica, compaiono anche nell’opera a stampa.
    La figura di Alessandro Geraldini quale emerge dall’analisi di tatta la documentazione edita ed
inedita appare molto complessa e suscettibile di molteplici prospettive di ricerca. Fu uomo dalla vita
molto intensa, durante la quale svolse in Italia e in Europa, prima ancora che in America, una
attività diplomatica e politica di primissimo piano che lo portò presso le più prestigiose corti del
tempo sino alla lontana Russia7.
    In questa sede intendiamo però soffermarci, sulla base dell’epistolario inedito da noi reperito
presso l’Archivio Segreto Vaticano, sull’attività svolta dal Nostro in favore della sua diocesi
americana negli anni tra il 1516 ed il 1524, sui rapporti instaurati tra il vescovo e le autorità di
Hispaniola, sulle difficoltà incontrate dal Nostro nel suo difficile compito di evangelizzazione del
Nuovo Mondo ed infine sulle relazioni intercorse tra l’imperatore Carlo V ed il Geraldini e tra
questi e Leone X.
    Il grande interesse per questo tipo di ricostruzione deriva dal fatto che il Geraldini fu il primo
vescovo residente di Santo Domingo e che la sua esperienza, quindi, fu del tutto nuova ed originale
rispetto all’attività in quegli anni già molto avviata, di alcuni ordini religiosi quali i Francescani e i
Domenicani di cui abbiamo interessanti relazioni8, che potranno ora essere utilmente integrate da
quanto lo stesso vescovo ci riferisce nel suo epistolario.
    Alessandro Geraldini nacque ad Amelia, in Umbria, nel 14559, ricevuta una istruzione
umanistica dall’erudito Grifone, seguì ben presto, alla corte di Spagna, il fratello Antonio umanista,
poeta e legato dei re Cattolici10. Lì operava un altro illustre membro della famiglia, zio del Nostro,
Angelo, al quale in più di una occasione vennero affidati difficili e delicati incarichi diplomatici da
parte di sovrani e pontefici11.
    Alla corte spagnola il Geraldini ebbe modo di incontrare e di intrecciare rapporti d’amicizia con
illustri personaggi quali Pietro Martire d’Anghiera e Cristoforo Colombo12.
    Dopo la morte del fratello Antonio, avvenuta nel 1489, Alessandro rimase alla Corte dei re
Cattolici ove svolse importanti incarichi. Dal 1493, infatti, fu maestro delle infanti Maria e Caterina.
In seguito venne nominato cappellano maggiore della principessa del Galles ed infine
“maestresala” della stessa regina Isabella13.
    Dal 1496 ricoprì la carica di vescovo di Volturaria Irpina e di Monte Corvino. In quegli anni
svolse una intensa attività diplomatica presso il pontefice Alessandro VI, l’imperatore
Massimiliano, la repubblica di Venezia ed il ducato di Milano, alla corte di Enrico VIII, presso
Leone X, in Romania, in Ungheria e da Ivan III di Russia14.
    Di questi anni si conosce, anche se non in modo molto approfondito, l’attività politico-
diplomatica del Nostro ma, quasi tutto, si ignora delle sue vicende umane che in un personaggio
come lui non furono mai private.



7
     In occasione della sua missione diplomatica presso la corte del re di Russia Ivan III, il Geraldini scrisse una
orazione: “Oratio Alexandri Geraldini Episcopi coram Rege Russiae habita”, conservata presso la Biblioteca Angelica
di Roma e mai pubblicata. Ora è stata però ampiamente esaminatada padre R.M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., pp.
193-195.
8
    M. DE CASTRO O.F.M., Misiones Franciscanas en Cumaná, in “Boletin de la Academia Nacional de la Historia”,
XLV (gennaio-marzo 1962) n. 177, pp. 73-75; C.NOUEL, Historia Eclesiástica cit., pp. 55 e ss.
9
    C. NOUEL, Historia Eclesiástica cit., p. 91; F. UGHELLI, Italia Sacra sive de episcopis Italiae et insularum
adiacentium, Venezia 1721, vol. VIII, coll. 392-395.
10
    A. GERALDINI, Itinerarium cit., pp. 230-231; R.M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., pp. 81 e ss.
11
    R.M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., pp. 68-80; A. FERNANDEZ JUSTO, Legaciones y nunciaturas en España
de 1466 a 1521, Roma 1963, pp. 415-455, docc. Nn. 199, 200, 210, 212, 213, 214, 215, 220, 221, 229, 245.
12
    R.M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., pp. 135-143; A: GERALDINI, Itinerarium cit., pp. 202-220, 230-231.
13
     Cfr. A. DE LA TORRE,Maestros delos hijos de los Reyes Católicos, in “Hispania”, XVI, 1956, pp. 256-266; D.
CLEMENCIN, Illustraciones sobre varios asuntos del reginado de Doña Isabel la Catolica, in “Memorias de la Real
Academia de la Historia”, VI, p. 397. Si ringrazia vivamente la dott.ssa Maria Mercédes Costa, già direttrice
dell’Archivio de la Corona de Aragón de Barcelona, per averci gentilmente fornito tali indicazioni.
14
    A. GERALDINI, Itinerarium cit., p. 231.
    L’epistolario in gran parte inedito da noi reperito presso l’Archivio Vaticano ci ha permesso di
ricostruire alcune vicende importanti degli anni immediatamente precedenti la sua elezione a
vescovo di Santo Domingo.
    Nel febbraio 1515, infatti, dopo che per ben due anni aveva invano inviato suppliche ad Enrico
VIII marito dell’infanta Caterina, egli si recò in Inghilterra, non come ha ritenuto recentemente il
Tisnés15 per una ennesima missione diplomatica ma per richiedere ad Enrico VIII quanto gli era
dovuto per l’attività svolta durante ventidue anni, quale tutore della regina Caterina16.
    In un’altra lettera sempre indirizzata al sovrano Enroco VIII, il Geraldini presentava nuovamente
ed in tono molto accorato le sue lamentele ricordando il lungo lavoro svolto e supplicando:
“supplex oro pro labore meo antiquo, pro fide ubique probata pro contubernio ad multa lustra
habito, aliquam senectute meae quietem, aliquid ultimae aetati levamen” e conclude: “oro supplex
et humilis aliquod dari domicilium senectae meae. Oro debitum mihi sepulchrum in patria tua”.17
    Non avendo ricevuto alcun aiuto, anzi un netto diniego “aperte denegavit”18, Geraldini, affranto
dall’età e dall’indigenza, alla fine di quell’anno (1515) si recò in Germania alla corte del Re Carlo
ove chiese asilo ed appoggio a Margherita d’Austria in ricordo degli antichi servigi prestati quale
suo ambasciatore.
    Margherita e Carlo si dimostrarono riconoscenti e nei primi mesi del 1516, essendo vacante la
sede episcopale di Santo Domingo per la morte del vescovo Garzua de Padilla, lo favorirono
presentandolo al Pontefice19.
    Il trenta giugno di quello stesso anno, dalla Germania Geraldini chiedeva a Leone X la conferma
di quella nomina e l’autorizzazione a trasferirsi nella sua nuova sede episcopale presso gli
“indios”20.
    Come egli vedesse la sua nuova sede e quali sentimenti gli ispirasse è descritto molto bene nelle
fonti21: “quae sedes ab omni Europae, Asiae et Africae limite semota; nullum cum aliqua natione
Orbis nostra commercium habet”. Egli ne era estremamente attratto, quasi per dimenticare
l’amarezza delle vicende degli ultimi anni e l’irriconoscenza delle sue antiche allieve: “ cupto sub
sydere nulla aetate cognito vivere ubi Regi Regum causa operam dando fidem sanctam
propagando”.
    I popoli presso cui sarebbe andato, affermava, adoravano un dio dall’effige orribile, adoravano,
con animo atterrito, mostri umani, tuttavia, per fuggire il mondo civile che lo aveva disgustato
pregava: “permitte plane et aperte vitam ducere cum gente mundi nullo saecula audita”.
    Geraldini era convinto di ritrovare tra quelle popolaziono lo slancio mistico ed apostolico che in
Europa egli sentiva ormai spento. Sperava di riuscire a parlare ai cuori di quegli uomini “qui more
belvarum vivunt”, nella convinzione di poterli conquistare con la predicazione e la dottrina.
    Il Tisnés nel suo recente studio su A. Geraldini ipotizza quelli che possono essere stati i motivi
di una scelta così drastica e radicale ed, a ragion veduta, sottolinea l’amarezza e la delusione che
traspare dalla lettera del nostro al pontefice Leone X22. La sua intenzione trova ora ampia conferma
dalla lettura dell’interessante epistolario da noi individuato presso l’Archivio Vaticano dal quale si


15
    R.M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., p. 231.
16
     G. PALMIERI, Doglianze cit., vol. I, pp. 179-180, “Alexander Geraldinus Episcopus Henrico Anglorum Regi
S.P.D.”
17
     G. PALMIERI, Doglianze cit., vol. I, pp. 259-263; vol. II, pp. 103-109, “Henrico Anglorum Regi Alexander
S.P.D.”.
18
    G. PALMIERI, Doglianze cit., vol. I, p. 219, “Alexander Geraldinus episcopus Cardinali Dertusensi”.
19
    C. EUBEL, Hierarchia Catholica Medii Aevi, Monasterii 1910, vol. 3, p. 203.
20
    L’ambita nomina venne confermata al Geraldini prima dell’ottobre 1516, data in cui egli si impegnò a pagare i diritti
della Camera; cfr. S. MENDEZ ARCEO, Primer siglo del episcopado de la América española y de las islas Filippinas
(1504-1557) a la luz de los documentos del Archivio Vaticano y de la Embajada de España ante la S. Sede (manos.),
Roma 1938, p. 71.
21
     A. GERALDINI, Itinerarium cit., pp. 250-252, “Leoni X Summo Christianorum Pontifici Alexander Geraldinus
episcopus vulturariensis S.P.D.”.
22
    R. M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., pp. 158-159.
può ricavare un’immagine molto umana ed a volte patetica del grande diplomatico e si può infine
comprendere tutta la sua profonda amarezza ed il suo disperato desiderio di “fuggire”.
    In veste di vescovo di Santo Domingo, primo ed ultimo vescovo americano, Geraldini partecipò
al V Concilio Lateranense23. Tra i programmi politici voluti ed attuati dal papa Leone X, subito
dopo la conclusione del Concilio, vi fu una campagna europea per una crociata 24. Artefice di tutti i
rapporti politici intercorsi tra i vari sovrani europei compresa una missione diplomatica presso lo
zar di Russia, fu il nostro Geraldini, come egli stesso riferisce in una lettera del settembre 1517
inviata ai “Reverendis Et Religiosiss. Patribus qui in urbe S. Dominici sunt S.P.D.”25. Egli
sottolineava l’importanza che quell’alto incarico rivestiva per lui e soprattutto parlava del suo
profondo desiderio di unirsi al loro Collegio e vivere per sempre con loro. Se non lo aveva ancora
fatto, precisa Geraldini, era perché “nisi publica Leonis X P.M. et publici Christianorum Pastoris
mandato me impedissent iam pridem ad Episcopatum ego meum adnavigassem et vestro collegio
aggregasse”, e proseguiva: “infausta seculi nostri tempora me invitum retinuere Selimo enim
Turcarum imperatore tota pene Asie potito et republica populi Christiani in manifesto periculo
agente”.
   Queste scuse e queste precisazioni non sono dovute ad un puro atto di cortesia ma si giustificano
raccordandole alla difficile situazione nella quale versava il vescovado dominicano in quegli anni.
    Questa diocesi, creata da papa Giulio II nel 151126, venne formalmente eretta dal suo primo
vescovo designato Garzia de Padilla nel 1512, il quale ne stabilì le dignità ecclesiastiche, i
canonicati, le prebende delineando funzioni, competenze e stipendi.
    Padilla non si recò mai a Santo Domingo ove inviò, invece, quale suo vicario, padre don Carlo
de Aragón, il quale però, per il suo indegno operato, la sua cupudigia e il suo mal governo, venne
denunziato davanti al Tribunale del Santo Uffizio ed allontanato27.
    In quegli anni, in cui l’organizzazione ecclesiastica dell’isola era così carente, l’evangelizzazione
era quasi esclusivamente nelle mani dei Francescani e dei Domenicani. La presenza di questi due
ordini era così essenziale per l’evangelizzazione di Hispaniola che il sovrano Ferdinando il
Cattolico nel 1513 rivolse l’istanza al Pontefice perché i missionari potessero sostituire, ove
necessario, i vescovi28.
    Erano questi anni molto difficili per le colonie americane, anni di ristrutturazioni politico-
amministrative, di progetti di riforme che vedevano come oggetto principale gli schiavi e lo
sfruttamento di nuove terre. Artefice di tali progetti fu, in un primo tempo, il cardinale Jimenes
Cisneros, reggente di Castiglia. Nello stesso periodo operava Bartolomeo Las Casas, apostolo delle
Indie, accusatore coraggioso delle crudeltà e degli eccessi dei Conquistatores29.
    In relazione a tali problemi, alla fine del 1516, quando Geraldini venne eletto vescovo di Santo
Domingo, il cardinale Cisneros inviò ad Hispaniola una commissione composta di tre Padri
Geronimiti, con compiti più amministrativi che evangelici.
    Questa commissione però, per motivi che non è qui il caso di esaminare, non riuscì né a risolvere
i gravi problemi connessi con le encomiendas né a moderare gli eccessi dei Conquistatores30.
    Nel gennaio 1517, la commissione inviò una prima relazione al cardinale Cisneros sulla
situazione dell’isola nella quale accusava, anche se indirettamente, il nostro vescovo di essere

23
    J. HERGENROETHER, Histoire des conciles, New York 1973, p. 253 nt. 1.
24
    L. PASTOR, Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo, Roma 1908, vol. IV, parte I: Leone X; R. AUBENAS e R.
RICARD, Storia della Chiesa, vol. XV: La Chiesa e il Rinascimento 1449-1517, Torino 1972.
25
     A. GERALDINI, Itinerarium cit., pp. 282-284, “Alexander Geraldinus Episcopus S. Dominici Reverendis et
Religiosiss, Patribus qui in urbe S. Dominici sunt S.P.D.”.
26
    C. NOUEL, Historia cit., pp. 36 e ss. Cfr. anche F. FITA, Primeros años del episcopado en América, in “Boletín de
la Real Academia de la Historia”, XX (1892), pp. 295 e ss.
27
    C. NOUEL, Historia cit., pp. 44-45; 48-49.
28
    M. DE CASTRO, Missiones cit., p. 75.
29
    Cfr. H. GIMENEZ FERNANDEZ, Bartolomé de Las Casas,voll. II, Siviglia 1953-1960; H. GIMENEZ
FERNANDEZ, Política inicial de Carlos I en las Indias, Madrid 1984.
30
    L. AVONTO, Mercurino Arborio di Gattinara e l’America, Vercelli 1981, pp. 18-20.
indifferente al mandato pastorale e di lasciare in deprecabile abbandono il proprio gregge. I Padri
Geronimiti, infatti, anche per l’esempio del predecessore del Geraldini, che aveva inviato quale
vicario una persona senza scrupoli, lamentavano l’assenza del Nostro, circostanza questa che a loro
avviso arrecava gravi danni sia ai laici che agli ecclesiastici: “molti Indios”, riferivano i
commissari, “muoiono senza aver ricevuto i sacramenti anche perché molti non sono ancora
istruiti e non possono quindi essere battezzati”31.
    La lettera del nostro vescovo del settembre 1517, di cui dianzi abbiamo parlato, indirizzata ai
Reverendi Padri di Santo Domingo costituisce, a nostro avviso, una precisa risposta del Geraldini a
quell’inchiesta.
    Egli infatti tranquillizzava i Padri di Hispaniola assicurando il proprio affetto ed interesse per
quella diocesi. Spiegava inoltre chiaramente i motivi che lo avevano trattenuto dall’insediarsi nel
suo nuovo vescovato e li informava che nelle more del suo arrivo avrebbe inviato, quali suoi vicari
e procuratori, Onofrio e Diego Geraldini, suoi parenti, che raccomandava ed affidava alle cure dei
Prelati32.
    Mentre i suoi vicari sbarcavano a Hispaniola, Geraldini, in Europa, continuava ad intrecciare
rapporti diplomatici per conto del pontefice in relazione al pericolo dei Turchi33.
    In quello stesso periodo, comunque, egli non cessava di preoccuparsi della propria situazione
economica e del mancato compenso per i ventidue anni di lavoro. Nel febbraio 1518, ancora
impegnato dalla lunga e delicata missione diplomatica, relativa alla crociata contro i Turchi,
affidatagli dal Pontefice, egli scriveva al cardinale Adriano di Utrecht, maestro di Carlo V e futuro
Adriano VI34, al quale esponeva sia la situazione personale, estremamente critica a suo dire per il
mancato pagamento di quanto dovutogli dalla regina d’Inghilterra, sia quella personale di
diplomatico portata avanti, come egli riferiva, con estremo successo: “Verum… negotia aliena bene
curavi,… negotia vero mea, detestabili Reginae ingratitudine, omnino perdidi”.
    Le sue precarie condizioni economiche – aveva addirittura contratto de debiti in Italia ed in
Inghilterra – condizionavano, a suo dire, anche la validità dei diplomi pontifici. Evidentemente egli
non era in grado di pagare i diritti della Camera Apostolica e ritirare quindi la bolla di nomina.
Chiese pertanto aiuto all’alto prelato affinchè sottoponesse a Carlo un memoriale che allegava.
    Nel settembre dello stesso anno, trattenuto ancora da impegni diplomatici, scriveva nuovamente
ai Padri Domenicani per ringraziarli dell’accoglienza riservata ai propri vicari ai quali erano stati
oltretutto affidati alcuni incarichi nell’ambito dei Canonicati35.
    Alla fine del 1518, Geraldini cominciò ad avviare i preparativi per la partenza alla volta della
propria diocesi americana.
    Da una lettera inedita, di natura privata, da lui indirizzata al re Carlo nel dicembre 1518
apprendiamo, infatti, che il nostro si trovava a Siviglia in attesa di partire36: “ut non solum ad
aequinoctialem plagam debeam adnavigare sed ad ipsos Antipodes et ad incognitas ferre.”
   La mancata riscossione del proprio compenso era, anche in quella occasione, un motivo
ricorrente di amarezza e di rimpianto.
    Più volte egli recriminava con il sovrano su questo punto arrivando ad affermare: “non ego eo
agerem labore quo ago, et amplissima in urbe ornamenta recepissem”.


31
    C. NOUEL, Historia cit., pp. 85-87, 90; L. LOPETEGUI, F. ZUBILLAGA, Historia de la Iglesia en la América
Española, Biblioteca Autori Cristiani, n. 238, Madrid 1965, p. 259.
32
     Secondo lo storico L. LOPETEGUI, Historia cit., Onofrio e Diego Geraldini vicari e rappresentanti il nostro
vescovo nella sede ultramarina, si appropriarono dei beni del vescovado. Il giudice che istruì la causa Lucas Vásquez de
Ayllón, alcade di Española didchiarò nella istruttoria che i due canonici erano ricchi e ben pagati e propose di verificare
i conti della diocesi. Lo stesso Ayllón sottolineava, in quella circostanza, che sarebbe stato opportuno dividere i soldi
parte per i vescovi e parte per la chiesa.
33
    R. M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., pp. 183 e ss.
34
    G. PALMIERI, Doglianze cit., vol. I, pp. 218-220, “Alexander Geraldinus episcopus Cardinali Dertusensi”.
35
    A. GERALDINI, Itinerarium cit., pp. 280-281, “Alexander Geraldinus Episcopus R. Capitulo S. Dominici S.P.D.”
36
    A.S.V., Fondo Borghese cit., ff. 120r-121r, “Carolo Regi Alexander Geraldinus Episcopus S.P.D.”.
    Si dimostrava invece estremamente riconoscente verso Carlo per averlo favorito e, nel riproporsi
di operare in suo nome, gli chiedeva di essere liberato dai gravi debiti contratti, per non doversi
portare, anche nella nuova diocesi, quel triste fardello.
    Il Geraldini, pur non essendo ancora giunto nella nuova sede appariva molto ben informato sulle
reali condizioni in cui questa versava. Verosimilmente egli doveva ricevere tali informazioni
direttamente dai due vicari inviati ad Hispaniola con i quali è plausibile ritenere che avesse un
intenso rapporto epistolare. Le richieste del nostro vescovo appaiono, quindi, precise, dirette e
circostanziate.
    Sulla base di tali informazioni, preso atto di numerosi problemi che affliggevano la sua Chiesa, il
Geraldini, sempre sul finire del 151837, inviò al Consiglio regio un dettagliato promemoria con il
quale avanzava numerose richieste.
    Denunziava lo sfruttamento cui erano sottoposti gli Indios da parte dei Conquistadores e
chiedeva che le divisioni degli schiavi cristiani, che a suo dire si svolgevano con inaudita crudeltà,
senza alcun rispetto della religione cristiana, venissero affidate, per maggiore garanzia,
all’episcopato. Informava inoltre il Consiglio della corruzione dei precettori deputati dal sovrano
all’educazione dei figli dei cacicchi di antica e nobile stirpe ed ora ridotti in miserrime condizioni.
    Ricordando come tale servizio fosse di competenza dell’episcopato, chiedeva di essere
autorizzato a svolgere azione di controllo, rimuovendo dall’incarico gli indigeni, provvedendo alle
nuove nomine e garantendo personalmente sull’integrità morale dei candidati. Tornava anche a
parlare in questa sede dei debiti contratti in Europa, del mancato compenso per la propria opera di
precettore, sottolineando come tutto ciò gli impedisse di pagare i diplomi pontifici e di poter quindi
disporre degli emolumenti congelati dalla morte dell’episcopo Garzia. Inoltre auspicava che venisse
concesso al proprio vicario o alguacil il “baculum”, simbolo onorifico della giurisdizione
episcopale, affinchè la sua diocesi non fosse da meno delle altre. Ed ancora chiedeva che venissero
versate in suo favore da tutti i fedeli che risiedevano in quell’isola le decime. Ed ancora, convinto
che la grande lontananza di quella terra dal resto del mondo conosciuto rendesse più difficile e
senza dubbio meno efficace l’azione di governo del sovrano spagnolo, sollecitava che gli venisse
concessa la facoltà di conferire nomine e dgnità nell’ambito del proprio episcopato.
    Infine chiedeva di essere nominato Presidente del Cosiglio della città di Santo Domingo,
garantendo la propria integrità e correttezza tanto con i ricchi che con i poveri, vero baluardo alle:
“deterrime illuviones pessimarum hominum” cioè verosimilmente agli sbarchi in massa dei
Conquistadores.
    Per alcune di queste richieste conosciamo, attraverso le cedole regie, le decisioni del sovrano in
merito.
    Sappiamo infatti che nel 1519 venne concesso al vicario del vescovo, per la diocesi di Santo
Domingo, l’uso del “baculum” e vennero assegnate al Geraldini le decime dell’albero del brazil. Per
quanto riguarda poi la richiesta relativa al controllo da esercitare, ad opera del vescovo, sui
precettori dei figli dei cacicchi, anche questa venne accolta dal sovrano tanto che per un biennio
venne assegnata al Geraldini con ampio mandato di responsabilità dell’educazione dei figli dei
cacicchi38.
    L’interesse del Geraldini all’aspetto educativo è più che comprensibile se si tien conto che egli
stesso era stato precettore per ventidue anni e doveva quindi saper valutare sino in fondo
l’importanza del ruolo dell’educatore che nel Nuovo Mondo avrebbe oltretutto costituito un
insostituibile anello di congiunzione tra la cultura degli Indios e la civiltà occidentale strumento
insostituibile quindi di evangelizzazione, colonizzazione ed integrazione.
    Geraldini trascorse a Siviglia quasi tutto il 1519, occupato nei preparativi della partenza, che
cosistevano, prima di tutto, in una serie di contatti epistolari intrecciati tra il nostro vescovo e le due

37
    A.S.V., Fondo Borghese cit., ff. 132r-133v, “Alexander Geraldinus Episcopus Concilio Caroli Cesaris”. La lettera
inedita è senza data ma riteniamo possa essere stata scritta alla fine del 1518 dal momento che le cedole reali di risposta
ad alcuni dei quesiti posti sono del gennaio 1519. Cfr. R. M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., p. 254 nt. 19.
38
   R. M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., p. 254.
massime autorità del tempo: il pontefice Leone X e l’imperatore Carlo V, nonché eminenti cardinali
legati alla Santa Sede quali Lorenzo Pucci39, relatore per la Chiesa delle Indie nel Concistoro ed
Antonio Ciocchi da Monte Sansavino40cardinale della Santa Croce e prelato di spicco della Curia
romana ed altri legati invece alla corte imperiale quali il cardinale Adriano di Utrecht41, futuro
Adriano VI ed il cardinale Egidio Canino42nunzio apostolico in Germania e alla corte spagnola. A
tutti indistintamente il Nostro si rivolse chiedendo aiuti materiali e morale-spirituali per dotare la
propria diocesi oltremarina di tutti quegli strumenti ritenuti indispensabili per una profonda e
duratura evangelizzazione del Nuovo Mondo.
    I primi contatti presi furono con la corte imperiale e con i cardinali che operavano a stretto
contatto con CarloV. Geraldini sapeva infatti molto bene, e lo sottolineava anche in una delle sue
lettere, che in virtù del Regio Patronato sulla Chiesa delle Indie, concesso dal Pontefice ai re di
Spagna, a questi ultimi competevano tutti gli interventi ritenuti necessari per dotare adeguatamente
le nuove diocesi “Carolo qui omnia patroni Iura in eo templo habet”43.
    Nel marzo 151944, quindi, il Geraldini faceva presente al cardinale Egidio Canino di non avere
nella nuova sede alcun domicilio, mentre il re Carlo ne disponeva di ben due, uno dei quali era
inutilizzato e confinato con il tempio. Chiedeva quindi, tramite l’alto prelato, al sovrano che tale
edificio venisse concesso a lui e ai suoi successori.
    Passando poi ad esaminare le condizioni materiali della propria Chiesa, egli faceva presente che
il tempio esistente era costruito con soli rami d’albero, di palme e di legno. Lo stesso Santissimo
Sacramento, proseguiva, non era sicuro: “a sicarijs a sacrilegis a sceleratis a igne”. Chiedeva
pertanto che gli ottomila ducati d’oro stanziati dal re Ferdinando II per la costruzione della
cattedrale dominicana e raccolti dal questore provinciale Pasamone venissero definitivamente
destinati, dal re Carlo, all’edificazione del tempio.
    In questo anno di preparativi il nostro vescovo non trascurò, comunque, di mantenere stretti
contatti anche con il Santo Padre e con gli altri prelati a lui vicini.
    Per la sua intensa attività diplomatica Geraldini aveva avuto frequenti rapporti con il Pontefice a
cui, del resto, dedicò la propria opera “Itinerarium”.
    Quindi, sebbene la Chiesa delle Indie dipendesse dai sovrani spagnoli, egli tenne sempre in
grande considerazione l’appoggio non solo spirituale del Santo Padre attribuendo grande
importanza al ruolo della Santa Sede nel Nuovo Mondo.



39
     Lorenzo Pucci, fiorentino di nascita, giunse a Roma durante il pontificato di Giulio II. In seguito venne nominato da
Leone X datario e segretario particolare. Nel 1513 venne nominato cardinale dei S.S. Quattro e vescovo di Melfi.
Presso Giulio II, Leone X e Clemente VII svolse compiti di alta responsabilità e seguì le cause più importanti della
Curia romana. Morì a Roma nel 1531. Cfr. G. MORONO ROMANO, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica,
Venezia MDCCCLII, vool. 55-56, pp. 80-81; S. MENDEZ ARCEO, Primer siglo, cit., p. 30.
40
      Nelle fonti da noi esaminate viene citato solo come “D. cardinali S. Crucis” ma riteniamo di poterlo identificare
con Antonio Ciocchi da Monte Sansavino, cardinale di Santa Croce, eminente prelato della Curia romana, molto vicino
ad Adriano VI. Nel 1523, dopo la morte del Pontefice, fu uno dei candidati alla tiara, cfr. L. PASTOR, Storia dei Papi
cit., vol. IV, tomo II, p. 80.
41
     Nelle epistole esaminate viene sempre citato come “cardinali Dertusensi” cardinale di Tolosa, titolo che Adriano di
Utrecht ottenne su proposta di Ferdinando II presso cui era stato inviato quale ambasciatore dell’imperatore
Massimiliano, cfr. G. MORONI ROMANO, Dizionario cit., voll. 1-2, pp. 104-107.
42
     Citato nelle fonti solo come”Reverendissimo D. Aegidio cardinali” viene da noi identificato con il cardinale Egidio
Canino, vicario dell’Ordine di S. Agostino, nunzio a Venezia, Napoli ed in Germania per conto dei pontefici Giulio II e
Leone X. Nel 1518 fu legato pontificio in Spagna alla corte dere Carlo, cfr. G. MORONI ROMANO, Dizionario cit.,
vol. VII, pp. 214-215.
43
     A.S.V., Fondo Borghese cit., f. 131v, “Alexander Geraldinus Episcopus Cardinali Dertusensi S.P.D.”
44
      A. GERALDINI, Itinerarium cit., pp. 269-271, “Reverendimo D. Aegidio Cardinali S.P.D. Alexander Geraldinus
episcopus S. Dominici”. Questa lettera è stata collazionata con la copia conservata presso l’A.S.V., Fondo Borghese
cit., ff. 125r-125r, Alexander Geraldinus episcopus Egidio Cardinali S.P.D.”. Non sono emerse differenze nel testo,
unico elemento interessante la presenza, nella copia dell’Archivio, delle date topica e cronica “Hispali V Idus Martij
MDXIX” che mancano invece del tutto nella stampa.
    In una lettera dell’aprile 1519, indirizzata al cardinale Lorenzo Pucci 45,egli rinnovava la
richiesta, per altro già contenuta in un suo memoriale inviato presumibilmente al Pontefice, che gli
venissero concesse reliquie di Santi ed indulgenze per la propria Chiesa. Il Geraldini riteneva
evidentemente tali strumenti indispensabili per poter condurre felicemente in porto una profonda
opera di evangelizzazione. Affermava infatti: “supplex peto ad hunc novum Orbem Europa et Asia
maiorem sub iura Christi deducendum”.
    Come si può notare le sue richieste non erano destinate solo alla propria diocesi ma si ponevano
come traguardo l’evangelizzazione di tutto il Nuovo Mondo. Il Geraldini, evidentemente, si rendeva
conto perfettamente che recandosi nelle Indie quale primo vescovo residente sarebbe stato chiamato
a svolgere un compito ben più ampio, profondo ed importante del proprio semplice mandato. Quale
poi, a suo avviso, dovesse essere il ruolo della Chiesa in quelle lontane terre, il prelato l’anticipava
fin d’allora prima ancora d’aver raggiunto la propria sede. Egli, infatti, faceva riferimento non alla
diffusione della Fede o della parola di Cristo ma: “ad deducendum sub iura Christi”. Tale
affermazione anticipava, in un certo senso, la linea politica che il Geraldini avrebbe perseguito poi
nella sua nuova sede. Egli infatti, pur dimostrando sempre la propria gratitudine verso l’imperatore
che lo aveva proposto per la sede domenicana predilesse gli interessi della Chiesa nel Nuovo
Mondo ritenendoli prioritari a quelli dell’impero, nonostante il dettato del “Patronato delle Indie”
sottoponesse la nuova Chiesa al diretto controllo dei re di Spagna.
    In quell’occasione inviava al cardinale Pucci alcuni doni provenienti, appunto, da quelle lontane
terre: dei pappagalli più rari e pregiati di quelli che i Romani portarono dall’Oriente; una gallina
bianca ed un pavone di cui il Nostro descriveva con stupefatta ammirazione la cromaticità delle
piume e la danza del corteggiamento. Inviava inoltre le statue di alcune divinità adorate dagli Indios
come oracoli e che, a suo dire, avevano smesso di parlare da quando era giunto in quelle lontane
terre il Sacramento dell’Eucaristia.46
    Nel luglio 1519, infine, otto giorni prima del grande viaggio, egli scriveva al Pontefice
annunziandogli la sua partenza, rimandata a suo dire fini a quel momento nella speranza di
recuperare quanto gli doveva la regina d’Inghilterra. Prometteva inoltre al Santo Padre che una
volta giunto ad Hispaniola gli avrebbe inviato Diego Geraldini, uno dei suoi vicari, per prestargli il
dovuto omaggio. In quell’occasione gli avrebbe fatto pervenire un segno tangibile della propria
devozione “deos immanes et aliqua barbaricarum gentium monumenta”47.
    L’ultima lettera prima di partire da Siviglia fu alla fine di luglio del 1519 per il re Carlo 48a cui,
ancora una volta, riproponendo le richieste avanzate all’inizio dell’anno al cardinale Egidio Canino,


45
      A.GERALDINI, Itinerarium cit., pp. 271-274, “Lucio Puccio Cardinali S.S. Quatuor Coronatorum Alexander
Episcopus S. Dominici S.P.D.”. Questa epistola è stata collazionata con l’edizione del Palmieri, tratta dall’A.S.V. Cfr:
G. PALMIERI, Doglianze cit., pp. 215-217, “Alexander Geraldinus Episcopus Cardinali Sanctorum Quattuor S.P.D.”.
La copia conservata all’A.S.V., correttamente pubblicata dal Palmieri, riporta una data topica completamente diversa da
quella indicata nel testo a stampa del ‘600 ed una data cronica che invece manca del tutto in quella edizione. La fonte
archivistica riporta infatti “Hispali tertio Idus Aprilis MDXVIV” mentre la stampa riporta genericamente “ex urbe S.
Dominici”. L’analisi del contenuto dell’epistola, dati sicuri e precisi riscontri ricavati dalla lettura di altre lettere inedite
del Nostro, ci fanno ritenere che la data riportata nella fonte vaticana, pur se espressa in modo errato, si riferisca al 1519
e che il Geraldini quindi abbia scritto quella lettera nell’aprile di quell’anno a Siviglia diversi mesi prima di trasferirsi a
S. Domingo.
46 La disponibilità di oggetti ed animali provenienti dal Nuovo Mondo di cui il Geraldini fa mostra a Siviglia prima
della partenza, può essere spiegata prima di tutto dalla presenza a Santo Domingo dei due vicari del vescovo che
presumibilmente erano nelle condizioni di inviargli tali oggetti. Tali scambi erano tanto più facilitati dal fatto che il
Geraldini si trovava a Siviglia, che con la sua Casa de Contracción esercitava il monopolio del commercio con le Indie,
cfr. P. CHAUNU, Séville et l’Atlantique (1504-1650), voll. 12, Parigi 1955-1960.
47
       A.S.V., Fondo Borghese cit., ff. 125r-125v, “Leoni Decimo Pont. Maximo Alexander Geraldinus Episcopus
Servus”.
48
    A. GERALDINI, Itinerarium cit., pp. 266-268, “Alexander Geraldinus episcopus S. Dominici, Carolo Regi S.P.D.”.
Questa lettera è stata collazionata con la copia conservata presso l’A.S.V., Fondo Borghese cit., ff. 128r-129v, “Carolo
Maximo Regi Alexander Geraldinus episcopus”. Non si sono rivelate sensibili differenze nel testo tranne qualche
correzione di carattere puramente formale. Unico elemento interessante di distinzione la presenza, nella copia
chiese una delle due abitazioni di cui il sovrano disponeva a Santo Domingo lamentandosi:
“quoniam ego episcopus nullum tugurium, nullum tegumen habeo” e ribadendo inoltre che il suo
tempio non era fatto d’altro che di paglia, rami e fango, affatto sicuro da “furibus a latronibus a
magis a negromantibus ab auruspicibus a pithonis a phanaticis a scelleratorum igne”.
    Ricordava inoltre al sovrano gli ottomila ducati d’oro stanziati da Ferdinando II a favore della
cattedrale di cui egli chiedeva la disponibilità.
    Nei primi giorni di agosto 1519 il Geraldini salpò alla volta della sua nuova diocesi49, e
nell’ottobre di quell’anno, infatti, il Geraldini, da poco giunto ad Hispaniola, “ego paulo ante in
hanc urbem descendi nec e longa adeo navigatione adhuc convalui” 50 si rivolgeva al neo eletto
imperatore Carlo congratulandosi con lui per l’alta onorificenza ricevuta e, da quel grande
conoscitore dei problemi politici della vecchia Europa qual era, lo esortava a combattere il pericolo
turco per liberare Gerusalemme e il Santo Sepolcro, risollevando così le sorti dei regni cristiani.
    Al momento del suo arrivo nell’isola di Hispaniola, la situazione politica, sociale e religiosa
doveva essere molto difficile. Molti memoriali e relazioni erano stati inviati in quel periodo al
sovrano ed al suo consiglio da varie autorità laiche ed ecclesiastiche per informarli circa le
ripartizioni degli Indios, le crudeltà commesse dagli spagnoli, lo spopolamento dell’isola etc 51.
    La commissione dei Padri Geronomiti inviata dal Cardinale Cisneros non era riuscita a risolvere
i gravi problemi connessi con gli abusi dei Conquistadores e lo sfruttamento degli Indios, pertanto,
quasi in coincidenza con l’arrivo di Geraldini, aveva fatto rientro in Spagna. Rientrati in Spagna i
religiosi avevano invano chiesto udienza al sovrano, per esporre la grave situazione di Hispaniola,
ma non erano stati ricevuti e quindi, di conseguenza, non venne preso alcun provvedimento di
risanamento52.
    In concomitanza con la partenza dei Padri Geronimiti giunse ad Hispaniola, in qualità di nuovo
governatore, il Licenziato Rodriguo de Figueroa.
    E’ questa una figura complessa e problematica che suscita indubbiamente un certo interesse. Le
fonti che parlano di lui ce lo presentano come un personaggio molto discusso: malvisto dagli



dell’Archivio, delle date topica e cronica “Hispali Pridie Kalendas Augusti MDXIX” che non compaiono invece nella
copia a stampa.
49
     Il TISNES indica il 4 agosto 1519 come data della partenza per Hispaniola senza per altro fornire la fonte di tale
notizia. Egli, inoltre, colloca prima di tale data, sempre però nell’arco del 1519, il viaggio di Geraldini in Etiopia, di cui
i primi undici libri del suo Itinerarium sarebbero la relazione. Non abbiamo alcun documento probante per questo
ennesimo viaggio. Inoltre l’epistolario da noi reperito ci fa ritenere, con sufficiente credibilità, che il Geraldini abbia
trascorso parte del 1519 a Siviglia, impegnato nei preparativi per il suo viaggio verso le Indie. Si confronti invece a tale
proposito la lettera, inedita, inviata dal Geraldini a re Carlo nel dicembre 1518 in cui l’autore riferisce che, dopo la sua
partenza dall’Inghilterra, a lungo aveva navigato per il grande oceano, che una tempesta lo aveva fatto sbarcare a
Cadice e che da lì era poi passato a Siviglia:”cum incredibili tempestate portum Gaditanum intravi cum per spaciosa
Oceani profunda qee ullo sine fine videbantur cum summo periculo diu oberassem”. A questo periodo si può forse far
risalire l’eventuale viaggio non tanto in Etiopia quanto piuttosto lungo le coste oceaniche dell’Africa. Cfr.
A.S.V.,Fondo Borghese cit., ff. 120r-121r. “Carolo Regi Alexander Geraldinus Episcopus S.P.D.”. Cfr. altresì R. M.
TISNES, Alejandro Geraldini cit., p. 236.
50
     A. GERALDINI, Itinerarium cit., pp. 263-265, “Epistole Karolo Caesari S.P.D.”. Questa copia è stata collazionata
con quella conservata presso l’Archivio Segreto Vaticano, Fondo Borghese cit., ff. 129v-130v, “Carolo Cesari
Alexander Geraldinus Episcopus Servus S.P.D.”. Non sono state riscontrate differenze sostanziali nel testo ma è emersa
una notevole discrepanza per quanto riguarda la data cronica. Quella topica, invece, identica per le due fonti detta “ex
Urbe Sancti Dominici”. Per quanto riguarda la data cronica, la copia a stampa riporta “Idibus Maij 1522”,
completamente diversa invece la data cronica indicata nella copia dell’A.S.V. Secondo questa fonte, infatti, la lettera
sarebbe sta scritta sì a Santo Domingo ma “pridie Nonas Octobris MDXIX. Confrontando tale fonte con tutte le altre
epistole del Geraldini relative alla sua permanenza a Santo Domingo riteniamo più verosimile la data della fonte
vaticana (ottobre 1519) che non il 1522 riportato nella stampa. Sulla base di elementi storici precisi, infatti, facciamo
risalire al 1520 la prima orazione pronunziata dal Geraldini al Clero e popolo dominicano. Cfr. nota 58.
51
     E. SCHÄFER, Indice de la Colección de documentos ineditos de Indias, Madrid 1947, vol. II, p. 139 num. 1005, p.
154 num. 1113.
52
     C. NOUEL, Historia cit., pp. 120 e ss.; L. AVONTO, Mercurino cit., pp. 20 e ss.
europei residenti nella colonia, aspramente contestato dagli Indios, criticato dagli stessi ufficiali regi
di Hispaniola e dal Capitolo della città di S. Domingo53.
    Per quanto riguarda, infine, i suoi rapporti con le autorità religiose sappiamo che non furono
buoni e che in più di una occasione egli espresse pesanti critiche nei confronti dei vescovi che
operavano nel suo distretto54.
    Rodrigo de Figueroa venne nominato giudice di “residencia” per Hispaniola nell’agosto 1518
ma la sua nomina venne resa pubblica solo nel dicembre di quell’anno. Le sue attribuzioni, dopo il
fallimento della commissione dei Padri Geronomiti e di fronte ai gravi problemi che affliggevano
l’isola, in relazione allo “status giuridicoe religioso”, degli Indios, furono molto ampie. Gli venne
infatti conferita l’amministrazione della giustizia civile e criminale ed inoltre l’autorità di nominare
alcadi e alguaciles ed, infine, di esercitare azione di controllo sull’operato dei funzionari.
    Il suo ampio mandato aveva come principale motivazione la situazione degli Indios per i quali il
sovrano auspicava: un buon trattamento, equiparazione ai cristiani spagnoli e per chi ne avesse fatto
richista anche la libertà di autogovernarsi in piccoli villaggi55.
    Il Figueroa, però, non sembrava condividere la fiducia del sovrano e di quanti credevano nela
autodeterminazione degli Indios, sostenendo al contrario, che costoro erano incapaci di
autogovernarsi e che una volta liberi si sarebbero limitati solo a lavorare per nutrirsi e basta.
    Egli riferiva, in varie relazioni al sovrano, circa la situazione nell’isola sottolineando la dfficoltà
di far accettare una tale politica di apertura verso gli Indios agli europei residenti a Santo Domingo
che, a suo dire, si opponevano drasticamente a tali provvedimenti, tanto che egli stesso faceva fatica
a farsi rispettare ed era da costoro mal visto.
    I rapporti intercorsi tra il licenziato Rodrigo de Figueroa e le autorità religiose non furono buoni
ed in più di una occasione egli ebbe a lamentarsene con il sovrano.
    Tali contrasti vanno però inseriti, per essere correttamente valutati, nel quadro generale dei
rapporti intercorsi tra autorità laiche, cioè funzionari regi ed autorità religiose, ordini religiosi prima
e vescovi poi. Afferma infatti a tale proposito lo Ybot che lo spirito di Ferdinando II, riflesso poi nei
suoi funzionari era sì di cooperazione sincera alla diffusione della fede, mantenendo però il
completo controllo del clero soggetto alla autorità dello stato; in tal senso si era chiaramente
espresso anche il tesoriere regio di Hispaniola Pasamonte che già nel 1515 metteva in guardia il
sovrano contro i pericoli che sarebbero potuti derivare dalla presenza di un unico vescovo nell’isola:
chi è vescovo di tutta l’isola, riferiva Pasamonte, ne è il signore assoluto e ciò, ovviamente
concludiamo noi, con grave danno per la Corona56.
    A proposito dei difficili rapporti tra autorità laiche ed ecclesiastiche, il Figueroa, in una sua
lettera al sovrano riferiva di incontrare grosse difficoltà nell’esercizio della giurisdizione reale per le
scomuniche ingiustificate operate dagli ufficiali della chise cattedrale che, a suo dire, si ribellavano
a qualunque autorità. Il Figueroa suggeriva allora che l’Arcivescovo di Siviglia, da cui dipendeva la
Chiesa di Hispaniola, inviasse nella colonia un ufficiale a cui ricorrere in caso di controversia57.
    Di questo difficile periodo e soprattutto dei rapporti intercorsi tra il governatore Figueroa ed il
vescovo Geraldini sino ad oggi si sapeva ben poco. La documentazione inedita reperita ci consente
invece, ora, di individuare alcuni problemi che affliggevano Hispaniola e di delineare un po’ più
approfonditamente le figure dei due uomini.
    Appena giunto nella sede Geraldini pronunciava, probabilmente già nei primi mesi del 1520, una
orazione “Coram Clero et populos Sancti Dominici”58, nella quale, dopo aver fatto un dettagliato

53
   E. SCHÄFER, Indice de la Colección cit., vol. II, p. 157 num. 1133, p. 158 num. 1141, p. 159 num. 1146.
54
    L. YBOT, La Inglesia y los eclesiasticos españoles en la empresa de Indias, voll. II, Barcellona-Madrid-B. Aires
1954-1963, vol.II, p. 43.
55
   L. YBOT, La Iglesia cit., vol. II, pp. 43-44.
56
   L. LOPETEGUI, Historia cit., p. 275.
57
   L: YBOT, La Iglesia cit., vol. 2, pp. 43-44.
58
    A.S.V., Fondo Borghese cit., ff. 104r-109r, “Oratio Alexandri Geraldini episcopi coram Clero et Populos Sancti
Dominici habita”. Questa orazione è senza data ma, da un riferimento preciso fornito dallo stesso Geraldini, circa la sua
nomina a vescovo di Santo Domingo, riteniamo di poter affermare che sia stata pronunziata nel 1520. Il tenore stesso
resoconto della propria vita, della propria attività diplomatica e della situazione politica
dell’Europa, passava a commentare l’alto incarico ricevuto e ne delineava i compiti istituzionali.
   Memore forse di precedenti casi di disonestà, si vedano i vicari del vescovo de Padilla, e
soprattutto, alla luce di quanto detto in precedenza, essendo al corrente di frequenti e gravi casi di
interferenza dell’autorità laica nell’operato della gerarchia ecclesiastica, egli esprimeva in modo
determinato le sue idee in proposito, quasi a delineare un programma politico: i vescovi”enim
Episcopi qui omni studio elaborare debent, ut gregem sibi commissum per alta coeli atria, cum
grandi studio deducant illum derelinquunt, nisi pro publico principum bono, vel pro communi
populi sui commodo”. Se così non fosse, proseguiva, costoro dovrebbero: “non solum privari,
verum gravi deberent pene puniri”59.
   Appena giunto nelle Indie, quindi, egli aveva già idee ben precise in merito al governo della
Chiesa, al ruolo della gerarchia ecclesiastica, ai rapporti con l’autorità imperiale, in una parola una
sua idea del “Patronato” che, come vedremo, si scontrerà violentemente con quella degli alti
funzionari dell’amministrazione spagnola preposti al governo dell’isola.
   Geraldini proseguiva nella sua orazione assicurando i Padri ed il clero domenicani delle sue
buone intenzioni che rifuggivano da qualsiasi idea di sfruttamento e di prevaricazione. Tuttavia,
temendo che il suo arrivo potesse essere mal visto perché veniva a rompere equilibri precostituiti
precisava: “nemo fratres et filii de meo adventu timere”. Chiedeva infine, nell’esercizio delle sue
funzioni, il loro aiuto e consiglio in un clima di fraterna e costruttiva collaborazione.
   Il nuovo vescovo fu, prima di tutto, costretto difendere se stesso e i propri vicari dalle accuse di
peculato che ingiustamente gli venivano rivolte60. Scriveva quindi a Ferdinando de La Vega61, uno
dei commissari del Consiglio regio che seguivano più da vicino i problemi delle Indie 62per pregarlo
di voler confermare, con decreto ufficiale, a suo nipote Onofrio il canonicato già da tre anni
assegnatogli dalla commissione dei Geronimiti che aveva operato in precedenza. Nomina questa,
precisava il Geraldini, concessa a sua insaputa.
   Fin dai primi momenti, né d’altra parte dati i presupposti poteva essere diversamente, i rapporti
intercorsi tra il nostro vescovo ed il governatore di Hispaniola, rappresentante quindi l’autorità
imperiale, Rodrigo de Figueroa non furono dei migliori.
   In più di una occasione abbiamo visto che il Figueroa si scontrò pesantemente con le autorità
ecclesiastiche lamentandosene con il sovrano e chidendo l’intervento dell’arcivescovo do Siviglia.
Egli stesso, quasi a prevenire le mosse dei suopi avversari preannunciò al sovrano possibili
lamentele nei suoi confronti: “no dudo se quejeran de mi”63.
   Infatti nel maggio 1520 Geraldini scriveva al cardinale Adriano Valentino presentandogli,
potremmo dire, una durissima requisitoria e condanna contro lo stesso Figueroa come uomo, come
governatore, come cristiano64.
   Questa fonte ci permette di fare un po’ di luce su quel periodo tormentato della storia
dominicana. Non si deve dimenticare infatti che in quello stesso arco di tempo l’isola, già spopolata




dell’orazione: consuntiva sull’attività svolta in Europa e programmatica per quanto riguarda il Nuovo Mondo ci fa
ritenere la prolusione come la prima pronunziata al clero dominicano dal Geraldini dopo il suo arrivo.
59
     A.S.V., Fondo Borghese cit., f. 108r.
60
     L. LOPETEGUI, Historia cit., p. 275.
61
     A.S.V. Fondo Borghese cit., ff. 130v-131r, “Alexander Geraldinus Episcopus Ferdinando à Vega Commendatori
Maiori S.P.D.”. Questa lettera non è datata ma, per i riferimenti contenuti nel testo, riteniamo di poter affermare che sia
stata scritta nel 1520. L’autore infatti ci fornisce alcuni elementi cronologici affermando “Fratres Sanctissimi
Hieronomi, qui paulo ante in urbe Sancti Dominici erant” e noi sappiamo che la commissione dei Padri Geronimiti
aveva lasciato l’isola nel 1519. Inoltre il nostro vescovo aggiunge che il nipote, il cui operato veniva inquisito “triennio
exacto rite et iure agentem” ed è noto che i vicari del Geraldini si recarono ad Hispaniola alla fine del 1517.
62
     L. AVONTO, Mercurino cit., pp. 54-55.
63
     L. YBOT, La Iglesia cit., vol. 2, p. 44.
64
     A.S.V. Fondo Borghese cit., ff. 126r-128r, “Alexander Cardinali Valentino S.P.D.”.
dagli abusi dei Conquistadores, era colpita da una tremenda epidemia di vaiolo 65e che in
concomitanza vi fu la violenta rivolta del cacicco Enriquillo, uno dei capi degli Indios dell’isola66.
    Riferiva quindi Geraldini che mentre si dedicava alla costruzione della propria cattedrale aveva
visto il governatore Figueroa uomo empio e disumano depredare le popolazioni, spogliandole di
ogni bene e costringendo molti a fuggire tanto che le città dell’isola si andavano spopolando.
    Il suo atteggiamento, proseguiva il vescovo, era così dispotico che gli stessi giureconsulti e
funzionari non osavano ribellarsi e denunziarlo. La grave situazione che ne derivava metteva, a suo
dire, in difficoltà lo stesso Diego Colombo vicerè dell’isola ed il licenziato Lebrone 67uomo
integerrimo, ed aveva costretto i Padri Geronimiti ad abbandonare l’Hispaniola.
    Il Figueroa “homo impius”, continuava il Geraldini, si era accanito anche contro i Francescani
che nelle loro prediche condannavano i suoi latrocini, e parte li aveva fatto trucidare parte
condannare all’esilio e molti li aveva estromessi dai propri privilegi.
   Proseguiva quindi la sua denunzia narrando una aggressione avvenuta ad opera di alcuni profani,
cioè “indios”, probabilmente nell’ambito della rivolta del cacicco Enriquillo.
    Da come il Geraldini ricostruisce quelle vicende e le presenta al proprio interlocutore
sembrerebbe che il Figueroa per nascondere i propri crimini avesse strumentalizzato ai propri fini la
rivolta, probabilmente già da tempo latente, degli Indios, che portò ad una grande persecuzione del
clero.
    Concludendo la sua interessantissima relazione egli stigmatizzava nuovamente le responsabilità
dei funzionari regi e del governatore che a suo dire con i loro abusi e con la loro prevaricazione
tiranneggiavano la Chiesa. Proseguiva quindi il Geraldini nell’accusare con molto coraggio e
fermezza i funzionari regi e primo fra tutti il Figueroa: “ipsi presides, non ad publicum patriae
bonum huc se conferunt sed ad privatum commodum, sed ad publicam veluti predam qua expleti
multo aure ditem posteritatem reddant et felicia postea tempora in Hispania ducant”.
    Si rivolgeva quindi al Card. Valentino pregandolo di: “moveatur ut hanc patriam a toto orbe
summotam et plane pereuntem iuvet, ut ecclesiam dei sub testatissima Tyrannide agentem liberet.
Respice queso hunc alterum orbem Figaroe labente”68.
    Egli imputava infatti al governatore l’imposizione di nuove e pesanti tasse per la città che
causavano l’abbandono dell’isola; di nuove associazioni per i servi con le quali il Figueroa, a suo
dire, si arricchiva, nonché la promulgazione di nuove ed eccezionali leggi con le quali venivano
concessi a quest’ultimo tutti i poteri.
    L’accusa di cupidigia e bramosia di ricchezze verrà poi ripresa nell’agosto 1520 dagli ufficiali di
Hispaniola che se ne lamenteranno direttamente con il sovrano69.
    Quali fossero le reazioni dell’imperatore alle notizie che riceveva dalle Indie non è dato di
sapere. Conosciamo però come il Figueroa cercasse di precostituirsi un alibi agli occhi del sovrano,
descrivendogli il vescovo come un inetto, una persona inutile per l’incarico che ricopriva, un
incapace ed un irresponsabile. Nel giugno 1520 infatti il Figueroa si lamentava con l’imperatore del


65
     L. AVONTO, Mercurini cit., pp. 25-26.
66
     C. NOUEL, Historia cit., p. 121.
67
     Il licenziato Cristobal Lebrone venne nominato da Diego Colombo giudice di “residencia” nel giugno 1515. Egli
esercitò in quel periodo anche l’ufficio di Governatore. Cfr. E. TEJERA, Gobernadores de la Isla de Santo Domingo
siglo XVI-XVII, in “Boletin del Archivo General de la Nación”, anno IV, ottobre 1941, n. 18, p. 361. Indirizzata a
“Lebroni Preside in urbr S. Dominici” abbiamo una lettera inedita dell’episcopus Geraldinus nella quale il nostro
vescovo chiedeva la concessione di alcuni schiavi per Elisabetta, sua nipote “ex fratre meo”, precisava, che egli aveva
condotto con sé a Santo Domingo. Questa Elisabetta Geraldini, insieme con il marito “homine nobile” aveva deciso di
trasferirsi definitivamente nella nuova sede vescovile dello zio: “qui ambo perpetui cives in hac urbe cunm tota
posteritate futuri sunt”. Per questa sua parente quindi il Geraldini si rivolgeva al Preside di Santo Domingo Lebroni
perché gli venissero concessi alcuni servi “indios” che il Nostro aveva però difficoltà a definire: “qui vero non nomine
Indi vocantur, cum Indi in Asia nati sint”, in A.S.V., Fondo Borghese cit., ff. 131r-131v, “Alexander Geraldinus
Episcopus Lebroni Presidi in urbe S. Dominici.”
68
     A.S.V., Fondo Borghese cit., ff. 127v-128r, “Alexander Geraldinus Episcopus Adriano Cardinali Valentini S.P.D.”
69
     E. SCHÄPER, Indice cit., vol. II, p. 158 num. 1141.
nostro vescovo definendolo: “este obispo Geraldino es de todo punto inutil: no tiene mas
entendimiento que un niño. Necesita de coadjutor”70.
    Egli sperava forse in questo mododi rendere meno attendibili le pesanti denunce mossegli dallo
stasso prelato. In definitiva comunque l’imperatore dovette dare più credito al suo governatore da
momento che questi superò senza problemi il giudizio di “residencia”: - l’inchiesta che
normalmente veniva istruita a fine mandato – ed ottenne il trasferimento a Cuba71.
    In quel periodo il Geraldini non trascurava comunque neanche i problemi più direttamente
connessi con il proprio episcopato. Chiese infatti al Pontefice, per la propria diocesi e per la
cattedrale dedicata all’Annunciazione di Maria, di poter organizzare un Giubileo in occasione del
quale il Santo Padre avrebbe dovuto concedere molte indulgenze72. Geraldini accarezzava questa
idea del Giubileo che avrebbe visto per la prima volta uniti i popoli di Hispaniola, di Cuba, di S.
Giovanni ed in definitiva “Americae magnae insulae incolae”.
    Durante il proprio episcopato egli, nonostante il “Patronato” concesso dai pontefici ai sovrani
spagnoli, sentì sempre molto forte il legame personale, spirituale e gerarchico con Leone X al quale
chiese alcune reliquie di Santi e di Martiri per la sua cattedrale, che avrebbe potuto ricevere tramite
il nipote Lucio Geraldini. Chiese inoltre alcune indulgenze per un ospedale che, su suo cosiglio, i
magistrati di Santo Domingo avevano fondato per i malati di Hispaniola e di tutte le isole vicine. In
questa epistola a Leone X egli affrontava anche il problema della schiavitù facendo sua una tesi
abbastanza diffusa in quel tempo: era preferibile che un infedele venisse venduto ed una volta
convertito vivesse come schiavo nella comunità cristiana piuttosto che vivesse libero ma da infedele
soggetto alla sola legge della natura.
    Il legame e la devozione che univano il vescovo al Papa erano tanto forti che lo spinsero a
chidergli di essere creato Legato Pontificio per il Nuovo Mondo così come in Inghilterra lo erano il
vescovo di Chanterbury e quello di York. Egli sosteneva e supportava queste sue richieste con
precise e chiare motivazioni di natura politica oltre che apostolica.
    Le motivazioni di carattere ecclesiastico ed evangelico erano esposte in modo molto lucido dal
Geraldini: egli chideva infatti di essere nominato “Legatum Natum” per poter, in virtù dell’autorità
conferitagli, ottenere un qualche risultato degno di memoria a favore della Sede di Roma, in una
terra quale Hispaniola così lontana dal resto del mondo. Solo in questo modo, egli affermava,
avrebbe potuto porre solide basi per la diffusione della fede cristiana. Il Geraldini, inoltre,
supportava queste richieste con precise e chiare motivazioni di natura politica: sosteneva infatti che
il potere e l’autorità dello stesso imperatore Carlo sarebbero state insicure in quelle lontane regioni
se i vescovi non avessero potuto operare, forti di quel mandato concesso dal Santo Padre e così
levarsi contro “profanam late gentem”. Quidi, concludeva il Geraldini, “propublico altissimi solij
tui honore per publica Caroli Augusti quiete precor, hoc munus mihi concedet” e proseguendo
sottolineava con vigore “haec patria tua est, ab Alexandro enim sexto Pontifex Max. Regibus
Ispanis attributa est”73.
    Il Tisnés, nell’esaminare tale passo, ha sottolineato come la dipendenza del Geraldini dalla Corte
di Spagna potesse aver influito negativamente sulla concessione di tale incarico. Egli ritiene infatti
che i sovrani spagnoli, a cui con il Patronato era stata delegata l’evangalizzazione del Nuovo
Mondo, non avrebbero tollerato una tale intromissione della Chiesa74.
    Su tale affermazione non ci sentiamo di concordare pienamente. A nostro avviso, infatti,
soprattutto nei primi anni, l’evangelizzazione e la gerarchia ecclesiastica furono strumenti della
conquista. Anzi la presenza dei vescovi, nelle sedi assegnate ed una loro preparazione culturale e
spirituale adeguate al mandato furono più volte sollecitate dal sovrano al pontefice.

70
     M. SERRANO SANZ, Orígines de la domínacíon española en América, Madrid 1918, tomo I, p. DLVI, doc. XXX,
nt. 1.
71
     R. M. TISNES, Alejandro Geraldini cit. pp. 231-232, nt. 6.
72
     A. GERALDINI, Itinerarium cit., p. 253-262.
73
     A. GERALDINI, Itinerarium cit., p. 260.
74
     R. M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., p. 166.
    Il re di Spagna si rendeva quindi conto che la propria autorità e la stabilità stessa del proprio
potere passavano anche attraverso la gerarchia ecclesiastica. Sappiamo infatti che in alcuni casi la
gerarchia ecclesiastica, su richiesta di Ferdinando II, precedette quella civile75.
    Riteniamo, pertanto, che il Geraldini avesse individuato appieno le profonde correlazioni
esistenti in quegli anni, tra potere laico e potere ecclesiastico, nel Nuovo Mondo e giustamente
ritenesse , una volta nominato “legato pontificio”, di poter operare nell’interesse della Chiesa ma
anche della Corona. Cocludeva quindi questa sua supplica aggiungendo: “non ad meum privatum
sed ad publicum gregis tui commodum non ad aliquam mihi fortunam comparandam sed ad
immortale Sedis Romanae columen et ad sempiternam Beatitudinis tuae gloriam petantur”76.
    Gli anni trascorrevano e le difficoltà dell’evangelizzazione e della guida della diocesi non
accennavano a diminuire. I contrasti con il Figueroa poi, da cui non era verosimilmente uscito
vincitore, dovevano averlo amareggiato non poco. Geraldini, ormai molto avanti negli anni, si
sentiva stanco ed affranto tanto che nel 1523 scriveva al cardinale della S. Croce da noi identificato
con Antonio Ciocchi da Monte Sansavino77. Nella lettera il Nostro confidava al suo interlocutore il
desiserio di rientrare in Italia e di porsi sotto la sua alta tutela, non prima, però, di aver sistemato i
gravi problemi che ancora affliggevano la sua diocesi. Il Geraldini sperava di trovare a Roma,
centro della fede, la pace eterna, e si augurava che le sue ossa potessero riposare accanto a quelle di
sconosciuti martiri.
    Il suo desiderio di ritirarsi contrastava, però, con la sua richiesta, rivolta sempre al cardinale
della S. Croce, di seguire e di favorire il proprio nipote Lucio Geraldini 78 che si trovava presso la
Curia romana per tutelare gli interessi della diocesi dominicana..
    Il Geraldini chiedeva infatti la protezione dell’alto prelato per il buon esito di tutto il suo
programma politico-ecclesiastico: ottenere reliquie dei Martiri per la cattedrale, la nomina a legato e
l’autorizzazione per il Giubileo. Tali richieste, precisava, non erano dettata dal proprio interesse ma
erano per il bene della Chiesa: “non enim res mea privata agitur, sed latissimum in tota patria
Antipodum in tota gente Aequinoctialii Imperium sedi Romanae comparantur”.
    In quella stessa lettera egli annunciava al suo relatore la felice conclusione dell’impresa di
Cortes, governatore dell’isola di Cuba, il quale: “adnavigans felicissimam patriam detexit in qua
admiranda oppida erant, inter caetera urbem intravit in medio lacu ad centesimum lapidem
constructa, miro ordine tuttium, pinnarum et propugnaculorum in qua regie aedes et templa cum
summo culto condita sunt”79. Ci troviamo di fronte ad uno dei primi resoconti della conquista
dell’impero messicano.
    Alessandro Geraldini non riuscì però a rientrare a Roma, come avrebbe desiderato, per essere
sepolto tra le miriadi di martiri sconosciuti, trattenuto forse dai gravi problemi del suo episcopato o
dalle condizioni fisiche che probabilmente non gli consentivano, ormai settantenne, di affrontare i
disagi del lungo viaggio di ritorno. Morì infatti, secondo quanto si legge nella lapide apposta sulla
sua tomba, nel marzo del 152480. Venne sepolto ad Hispaniola in una cappella di quella cattedrale


75
     S. MENDEZ ARCEO, Primer siglo cit., p.2.
76  A. GERALDINI, Itinerarium cit., p. 261.
77
    A. GERALDINI, Itinerarium cit., pp. 275-278, “Reverendissimo D. Cardinali S. Crucis Alexander Geraldinus
Episcopus S.P.D.”.
78
    Lucio Geraldini, nipote del nostro vescovo, rientrò in Europa per ordine dello zio proprio al fine di seguire le
questioni relative alla diocesi dominicana, pendenti presso la corte imperiale e la curia romana. Tali notizie ci vengono
fornite dallo stesso Alessandro in un’altra lettera da lui inviata al “Magno Burgundiae Cancellario”, che noi riteniamo
possa essere Merurino Arborio di Gattinara gran cancelliere dell’Imperatore. In questo scritto Alessandro
preannnunciava l’arrivo del nipote alla Corte: “pro rebus Episcopatus mei” e supplicava il Gattinara di proteggere il
nipote dovendo egli trattare: de re pia et equa agitur de Ecclesia a Tyrannide evelluda”, in A. GERALDINI,
Itinerarium cit., pp. 279-280, “Magno Burgundiae Cancellario S.P.D. Alexander Episcopus Geraldinus.
79
    A. GERALDINI, Itinerarium cit., p. 277. Su Cortes si veda tra gli altri Hernànn Cortés. Cartas de Relación, ed. a
cura di M. V. Calvi, Milano 1988, in “Letterature e Culture dell’America Latina”, vol. 15 e la bibliografia essenziale
riportata in appendice.
80
    R. M. TISNES, Alejandro Geraldini cit., p. 256.
che tanto aveva desiderato per il popolo del nuovo mondo ed alla cui edificazione tanto aveva
contribuito.

				
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