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									Storia del giornalismo:
i fatti accaduti nel 2010
(a cura di Franco Abruzzo).

Washington Times: abolita l’edizione del sabato, chiude anche la domenica
Dopo aver tagliato il 40% della redazione e abolito il numero del sabato, il secondo quotidiano
della capitale Usa, che in un anno è passato da 80 a 67.000 copie giornaliere, riduce la
foliazione, elimina lo sport e rinuncia anche al numero domenicale - I risparmi verranno
investiti sul sito web, alla ricerca di un modello economico sostenibile - Un articolo dell'
Osservatorio europeo di giornalismo.
di ww.lsdi.it
Eliminare due uscite settimanali, diventando un quotidiano con la settimana corta, e investire i
risparmi sull' edizione online. E' la strada imboccata dal Washington Times che, dopo aver già
tagliato il 40% della redazione e aver abolito il numero del sabato (nel 2008), ha deciso ora di
eliminare anche l' edizione domenicale, riducendo nello stesso tempo la foliazione, eliminando le
pagine dello sport e focalizzandosi prevalentemente su temi di politica, economia e giornalismo
investigativo. L' intenzione - spiega Piero Macri su European Journalism Observatory - ''è di far
convergere maggiori investimenti su washingtontimes.com, la versione online: una strategia
editoriale che vuole essere una risposta alla recessione economica e, nello stesso tempo, un segnale
forte per una transizione a uno scenario multimediale coerente con i dati tendenziali espressi
nell'ultimo anno''. La diffusione del quotidiano USA è passata nell'ultimo a anno da 80 mila a 67
mila copie giornaliere mentre il sito vanta una media di 1 milione e 763 mila visitatori unici (dati
novembre 2009) ed è in continua espansione.Il caso del Washington Times - giornale, nato nel
1982, la cui proprietà è legata a un movimento religioso, la Unification Church del reverendo
coreano Sun Myung Moon - mette in luce, secondo Macri, come ''la logica del contenuto generalista
sia ormai superata, e valida solo per pochi e grandi gruppi in grado di sostenere un ingente sforzo
finanziario'', mentre ''evidenzia come sempre più giornali tendano a focalizzarsi su un'informazione
basata su alcuni elementi informativi che possono rappresentare i punti di forza della testata''.Va da
sé - osserva ancora Macrì - che la riduzione del 40% dello staff redazionale, pur avendo eliminato
completamente la redazione sportiva, influenza negativamente la possibilità di produzione di
contenuti originali: una maggiore disposizione e focalizzazione sulla versione online dovrà
necessariamente fare i conti con una struttura editoriale più snella e flessibile, diversa da quella
prevista sulla carta, e incrociare nuove forme di produzione delle notizie. Ma il caso del
Washington Times è un esperimento che potrebbe diventare un modello per molti degli editori che
operano attualmente attraverso una fornula di produzione ibrida offline-online. La notizia negativa è
che la ricerca di un modello sostenibile implica una riduzione sostanziale del
numero di giornalisti occupati. (5 gennaio 2010)

Editoria USA. Los Angeles Times taglierà 80 posti
New York, 8 gennaio 2009. Il Los Angeles Times di Tribune ha annunciato che chiuderà le sue
operazioni di stampa a Orange County, California, e come conseguenza taglierà 80 posti di lavoro,
nell'ambito di un pacchetto di misure per ridurre i costi.Il giornale cita il suo editore Eddy
Hartenstein, che in un memo spiega che tutte le operazioni genereranno "risparmi sostanziali"
consolidando le operazioni di stampa in una sola struttura. Oltre misure salva-soldi includono
l'eliminazione della sezione business del lunedì e la riduzione delle dimensioni del quotidiano da 48
a 44 pollici. I tagli al LA Times seguono l'eliminazione di centinaia di posti di lavoro e
pensionamenti nel 2009 nel mondo dell'editoria Usa, inclusi Forbes, Time di Time Warner,
Associated Press, BusinessWeek, The Washington Post e The New York Times. (Reuters)
Il Sole 24 Ore12/1/2009
M&A. Lo ha confessato ieri Gerald Levin, allora alla guida del colosso dei media. «Aol-Time
Warner deal peggiore del secolo». Dieci anni fa la catastrofica fusione da 350 miliardi.
di Marco Valsania
NEW TORK. È passata alla storia come l'operazione peggiore del secolo, se non di tutti i tempi. A
confessarlo, allo scoccare del decimo anniversario domenica scorsa, è stato uno degli stessi
protagonisti della fusione tra Aol e Time Warner: Gerald Levin, allora alla guida del colosso dei
vecchi media. «Mi scuso profondamente – ha detto in un'intervista alla Cnbc – per tutto il dolore e
le perdite causate».
La prostrazione pubblica di Levin è in sintonia con la sua nuova identità. Adesso veste i panni di
guru salutista, gestendo un centro olistico in California, il Moonview Sanctuary. Ma il suo giudizio
di business è inoppugnabile: la parabola del merger dà ragione al pentimento. Quello che il 10
gennaio 2000 era stato presentato con grande fanfara come un evento storico, un deal dal valore
complessivo di 350 miliardi di dollari, si trasformò ben presto in una catastrofe; simbolo, anzichè
della new economy, degli eccessi speculativi su Internet e dei traumi in agguato nell'integrare
culture diverse.
Il costo della fusione fallita è evidente ancora oggi: Aol è stata appena scorporata definitivamente
da Time Warner, impegnata a reinventarsi quale fornitore di contenuti. La capitalizzazione di
mercato sommata di entrambe le società è solo un settimo rispetto al momento della fusione. E nel
frattempo la crisi del gruppo ha travolto posti di lavoro e risparmi pensionistici a non finire. Non
sono mancati neppure gli scandali: inchieste della Sec e del Dipartimento della Giustizia su conti
truccati a Aol per gonfiare entrate pubblicitarie.
Alla ferita tutt'ora aperta il New York Times ha dedicato una collezione di interviste con gli
executive di allora. Si ritrova l'ottimismo sfrenato degli albori: quando Steve Case e Robert Pittman
di Aol, a caccia di acquisizioni per sfruttare il potere d'acquisto del loro titolo in corsa sfrenata,
corteggiarono Levin, che cercava partner per un futuro digitale. Un corteggiamento cominciato sul
finire del '99 in luoghi inaspettati: le celebrazioni per il 50esimo anniversario della Repubblica
popolare cinese a Pechino. E conclusosi, senza che filtrassero indiscrezioni, a casa di Case in
Virginia.
I dissapori, però, non tardarano a gettare ombre sull'operazione: alti dirigenti di entrambe le aziende
si opposero anche se senza esito. E l'esplosione della bolla delle azioni Internet in Borsa fu di pochi
mesi dopo. Il nuovo gigante faticò inoltre a tenere il passo con l'innovazione: l'avvento delle
connessioni online ad alta velocità scosse il dominio del servizio dial-up di Aol. Fioccarono accuse
di errori e arroganza. E gli investitori denunciarono le crescenti perdite: Ted Turner, il fondatore di
Cnn ai tempi il principale azionista individuale del gruppo, vide evaporare l'80% della sua fortuna,
circa otto miliardi.
Il bilancio del matrimonio e divorzio tra Aol e Time Warner non è un esercizio accademico sul
passato. Ancora aperto è il dibattito sulla lezione del merger dei disastri. Errori di esecuzione nel
merger, conflitti di management e abitudini aziendali? O piuttosto un peccato originale, di scarse
sinergie e incapacità di sviluppare nuove strategie per combinare vecchi e nuovi mezzi di
informazione e comunicazione? L'ultima incognita, quella strastegica, è forse l'eredità oggi più
attuale della saga: alla sua soluzione lavorano ancora i mass media americani e internazionali.

GOOGLE: SCONTRO SU LIBERTÀ DI ESPRESSIONE CON PECHINO. COLOSSO
MINACCIA CHIUSURE PER CENSURA. USA: INTERNET SIA LIBERO.
Pechino: sì ad attività internet, se conformi a legge. Per il secondo giorno il motore di ricerca
funziona senza filtri.Il direttore dell'ufficio stampa del Consiglio di Stato (il governo cinese)
Wang Chen, in una nota, ha messo in guardia contro le «voci», gli «attacchi dei pirati
cibernetici» e la pornografia, senza mai nominare Google ma senza mai dare l' impressione
che Pechino sia pronta ad arretrare. «Il governo e i media - ha sostenuto - hanno la
responsabilità di plasmare l' opinione pubblica». CINA: SONO 384 MILIONI GLI
‘INTERNAUTI’

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di Beniamino Natale-ANSA
Pechino, 13 gennaio 2010. La minaccia di Google - basta con la censura o ce ne andiamo - ha
rafforzato gli attriti tra Stati Uniti e Cina, con Washington che ha chiesto a Pechino di fornire
spiegazioni e ha confermato il proprio appoggio ad «un internet libero». Denunciando una serie di
attacchi di pirati informatici cinesi che hanno preso di mira i dissidenti cinesi e gli attivisti per i
diritti umani, il motore di ricerca su internet americano ha affermato che sta considerando la
possibilità di chiudere il proprio sito in cinese Google.cn e tutti i suoi uffici in Cina, nei quali
lavorano circa 700 persone. È la prima volta che una compagnia straniera si oppone in modo così
esplicito alle autorità cinesi, che non accettano limiti alla loro possibilità di controllare quali
informazioni siano accessibili ai cittadini. Il segretario di stato americano Hillary Clinton ha detto
«di aspettarsi una spiegazione» dal governo cinese. «La possibilità di operare con fiducia nel
ciberspazio è di importanza cruciale in una società ed in un' economia moderne», ha aggiunto.
Inoltre il portavoce del presidente Barack Obama, Robert Gibbs, ha indicato che «il presidente e
questa amministrazione sono convinti sostenitori della libertà per internet». Gibbs ha ricordato che
lo stesso Obama aveva affrontato il tema con le autorità cinesi durante il suo viaggio a Pechino
l'anno scorso. Il governo cinese non ha finora risposto chiaramente alla presa di posizione di
Google. Un funzionario dell' ufficio informazioni governativo ha detto all' agenzia Nuova Cina che
le autorità «stanno cercando di ottenere maggiori informazioni» sulle intenzioni della compagnia
americana. «È ancora difficile - ha aggiunto - dire se Google lascerà o no la Cina. Nessuno lo sa».
Secondo il New York Times, che cita «fonti vicine all' indagine» condotta da Google, gli attacchi
sono stati condotti la scorsa settimana contro 34 «compagnie o entità» che si trovano nella Silicon
Valley in California, sede dei server di Google usati da molti cinesi che vogliono sfuggire alla
censura. Il «grande muro di fuoco» dei controllori cinesi impedisce l' accesso non solo ai siti politici
ma anche a popolari piattaforme sociali come Youtube, Facebook e Twitter. Rebecca MacKinnon,
esperta di Internet in Cina, afferma che «Google ha subito negli ultimi mesi ripetute prepotenze e
rischia di non poter garantire agli utenti la sicurezza delle sue operazioni». Google, che è la
principale concorrente del più popolare motore di ricerca cinese, Baidu.com., è stata messa sotto
accusa in Cina per motivi che vanno dalla «diffusione di materiale pornografico», all' uso senza
autorizzazione dei testi di autori cinesi. La compagnia ha affermato che al momento attuale la sua
permanenza o meno nel Paese è «irrilevante» dal punto di vista finanziario ma in prospettiva la
rinuncia ad un mercato di 300milioni di utenti - tanti sono gli internauti cinesi - potrebbe costarle
cara. Un dipendente locale di Google ha affermato di essere pessimista sul futuro: «se nessuna delle
due parti cede - ha detto - sarà difficile arrivare ad un accordo». Il vicepresidente di Google David
Drummond ha chiarito che «...nelle prossime settimane discuteremo col governo cinese della base
sulla quale potremmo gestire un motore di ricerca senza filtri in accordo con la legge, se questo è
possibile». Per ora, da Google.com sono accessibili tutti i siti «vietati» da Pechino, come quelli
degli esuli delle minoranze etniche tibetana e uighura, compreso quello personale del Dalai Lama, il
leader tibetano che vive in esilio ed è fortemente critico verso Pechino. Sui blog e i siti di
discussione cinesi molti interventi sono critici verso Google ma sono numerosi anche coloro che si
schierano dalla parte del sito web e contro la censura. Il noto artista Ai Wei Wei ha definito in una
conversazione telefonica con l'ANSA, «comprensibile e necessaria l' azione intrapresa da Google».
(ANSA).
GOOGLE. PECHINO: INTERNET APERTA PER CHI RISPETTA La LEGGE. PER IL
SECONDO GIORNO IL MOTORE DI RICERCA FUNZIONA SENZA FILTRI
di Beniamino Natale-ANSA
Pechino, 14 gennio 2010. Il governo cinese ha riaffermato oggi il suo diritto a controllare
strettamente Internet, respingendo di fatto l'ultimatum del motore di ricerca americano Google, che
ha annunciato che manterrà le sue attività in Cina solo se sarà libero dalla censura. Ma la portavoce
del ministero degli esteri Jiang Yu, in una delle regolari conferenze stampa bisettimanali, ha detto
che in Cina «Internet è aperta» e che le compagnie straniere «sono le benvenute» su Internet se
«agiscono in accordo con la legge», lasciando aperto uno spiraglio a trattative che potrebbero essere

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in corso. Il direttore dell'ufficio stampa del Consiglio di Stato (il governo cinese) Wang Chen, in
una nota, ha messo in guardia contro le «voci», gli «attacchi dei pirati cibernetici» e la pornografia,
senza mai nominare Google ma senza mai dare l' impressione che Pechino sia pronta ad arretrare.
«Il governo e i media - ha sostenuto - hanno la responsabilità di plasmare l' opinione pubblica».
Anche la compagnia americana ha proseguito sulla strada intrapresa ieri, lasciando i suoi siti - sia
Google.com che la sua versione locale Google.cn - liberi dai filtri richiesti dalla legge cinese e gli
internauti hanno avuto accesso ai siti «proibiti» come quello del Dalai Lama, il leader tibetano in
esilio inviso a Pechino, e quelli dei dissidenti che denunciano il massacro del 1989 di piazza
Tiananmen. Oltre ai siti politici e ad alcuni siti pornografici, la «Grande Muraglia di Fuoco» della
censura cinese impedisce l'uso dei più popolari siti di comunicazione sociale come Youtube,
Facebook e Twitter. Il vicepresidente di Google David Drummond, annunciando ieri la decisione
della compagnia, ha denunciato una serie di attacchi di «pirati informatici» provenienti dalla Cina
che hanno preso di mira i dissidenti e gli attivisti dei gruppi umanitari che usano le piattaforme di
Google. Drummond ha aggiunto che Google è pronta a discutere col governo cinese “della base
sulla quale potremmo gestire un motore di ricerca senza filtri in accordo con la legge, se questo è
possibile”. La disputa sulla libertà di espressione rischia di riflettersi negativamente sui rapporti tra
Cina e Usa, già tesi a causa dei problemi commerciali e delle divergenze sulla lotta di cambiamenti
del clima. Dopo il segretario di stato americano Hillary Clinton, che ieri ha affermato di attendere
spiegazioni« dal governo cinese, oggi è stato il segretario al tesoro Gary Locke a chiedere alla Cina
di garantire alle compagnie americane la sicurezza« delle loro operazioni in Cina. Gli internauti
cinesi appaiono divisi sulla vicenda. Mentre i blogger si sono schierati in maggioranza con Google e
contro la censura, inscenando anche delle manifestazioni di solidarietà davanti agli uffici di Google
a Pechino, sui siti dei grandi giornali sono comparse dichiarazioni improntate al nazionalismo
antiamericano. Un cittadino ha scritto “Google, metti i tuoi soldi dove hai messo la tua bocca e
vattene fuori dalla Cina” sul sito del Global Times. Il blogger Qinjian ha invece affermato che “...il
peccato di Google è quello di darti le informazioni che cerchi, così come quello di Youtube è quello
di darti l' opportunità di dimostrare quello che vuoi dimostrare”. (ANSA).
INTERNET. CINA: SONO 384 MILIONI GLI ‘INTERNAUTI’
Pechino, 15 gennaio 2010. Sono 384 milioni i cinesi che usano Internet, secondo un rapporto
diffuso oggi da un istituto governativo addetto allo studio di Internet in Cina. La rilevazione dell’
istituto, chiamato China Internet Network Information Centre, viene a pochi giorni dalla clamorosa
iniziativa del motore di ricerca americano Google, che ha minacciato di abbandonare la Cina a
causa dei controlli della censura che, ha sostenuto, gli impediscono di garantire la sicurezza agli
utenti dei suoi servizi. L’ istituto afferma che nel 2009 il numero degli utenti della Rete è cresciuto
di 86 milioni - quasi una volta e mezza la popolazione dell’ Italia - con una crescita percentuale del
28,9 per cento rispetto al 2008. Il ritmo della crescita è rallentato rispetto all’ anno precedente,
quando era stato del 41,9 per cento. “Anche se il tasso di partecipazione continua a crescere -
sottolinea il rapporto - esso rimane basso se paragonato a quelli dei Paesi sviluppati”. In Cina solo il
29 per cento degli 1,3 miliardi di cittadini usa Internet, mentre la stessa percentuale è del 74 per
cento negli Usa e del 77 per cento nella Corea del Sud. (ANSA).

Free press: chiuse 33 testate nel 2009. come nel 2008.
La diffusione totale dei giornali gratuiti è scesa del 12%, calando dai 43 milioni di copie della fine
del 2008 ai 37 milioni di copie di quest’ anno
di www.lsdi.it
Trentatrè giornali gratuiti sono stati chiusi nel corso del 2009, 22 dei quali stampati in Europa. Lo
annuncia l’ultima Newsletter (5 gennaio) di Piet Bakker, lo studioso olandese considerato il
maggiore esperto di free press, precisando che l’ ultimo quotidiano a chiudere è stato Il Manchester
Evening News. Nel 2008, precisa Bakker, erano state chiuse altre 33 testate gratuite, ma il risultato
del 2009 potrebbe peggiorare perché qualche altra testata potrebbe non tornare in edicola in questi
primi giorni del nuovo anno.

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Le testate più importanti chiuse in Europa, riporta Bakker, sono:
- Metro (Spagna)
- Compact Bucharest
- Gaste Istanbul
- CASH, Le Matin Bleu, News and .ch (Svizzera)
- 24 Minuti (Italia)
- 15min (Lituania, 3 giorni alla settimana)
- thelondonpaper, London Lite, Record PM & MEN (UK)
- Puls Kieva (Ukraina)
- Novinite dnes (Bulgaria, diventato a pagamento)
- Meia Hora (Portugal)
- Handelsblatt am Abend, Süddeutsche Zeitung Primetime (Germany)
La diffusione totale della free press è diminuita del 12%, scendendo dai 43 milioni di copie della
fine del 2008 ai 37 milioni di copie di quest’ anno.
In Europa il calo è stato del 18%, mentre in Asia e in America la diminuzione è stata solo del 3%.
FONTE: http://www.lsdi.it/2010/01/05/free-press-chiuse-33-testate-nel-2009/

Testo in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=4929
Occupazione in bilico.
I 6 più recenti punti di crisi
sono a Milano, Roma,
Parma, Venezia, Napoli
e Reggio Emilia.
In coda l’analisi di Enrico Ferri.
I giornalisti in Cigs a fine 2008 ammontavano a 680 (erano 248 nel 2007), mentre i giornalisti
che incassano l’assegno di disoccupazione erano 1.590 (1.662 nel 2007): anche questi numeri
danno un affresco sulle dimensioni della crisi dell’editoria italiana.

INTERNET. NIELSEN:
SEMPRE PIÙ ITALIANI
LEGGONO NEWS ONLINE
Roma, 20 gennaio 2010. Dopo la frenata del 2008, nel 2009 gli italiani sono tornati a mostrare
un interesse crescente per i siti di news online. Il dato emerge da un'indagine Nielsen, secondo
cui lo scorso dicembre 13,2 milioni di persone hanno visitato i siti di informazione. Il dato
segna una crescita del 20% rispetto allo stesso mese del 2008. Tra i principali siti di
informazioni online «le crescite più rilevanti le registrano Corriere della Sera, Repubblica,
Ansa e La Stampa», afferma Ombretta Capodaglio, marketing manager della divisione
Online di Nielsen, sottolineando che «la forte ripresa dei siti di news online è particolarmente
rilevante se si considera che avviene dopo un 2008 in cui il rallentamento nei trend di crescita
fece supporre che questi siti potessero cedere il passo all'informazione orizzontale tipica di
blog e social media». (ANSA).

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Testo in: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5021
Diffusione dei quotidiani
nel dicembre 2009
rispetto al dicembre 2008:
tracollo del Corsera
e del Sole 24 Ore,
avanza Repubblica,

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Feltri fa boom,
mentre Belpietro va male.
…
         Dic.2009 Dic.2008 var.%
E-Polis 499.500, 497.160, 0%
Corriere della Sera 485.203, 578.879, -16,2
la Repubblica 479.805, 460.574, + 4,2
La Stampa 291.000, 297.400, -2,2
Gazzetta dello Sport 289.481, 329.263, -12,1
Il Sole 24 Ore 263.803, 324.221, -18,6
Il Messaggero 186.800, 190.000, -1,7
Il Giornale 186.655, 167.791, 11,2
Avvenire 105.405, 103.315, 2,0
Libero 102.866, 115.908, -11,3
Il Secolo XIX 85.184, 91.956, -7,4
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Testo in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5028
PUBBLICITA' NIELSEN:
-14.4% gli INVESTIMENTI
dal gennaio al novembre 2009.
TELEVISIONE: - 11,1%
QUOTIDIANI: - 17,3%
PERIODICI: - 29,1%
RADIO: -10,1%
INTERNET: + 4,6%
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EDITORIA: VERDELLI
LASCIA GAZZETTA,
ARRIVA ANDREA MONTI.
UMBERTO BRINDANI
ALLA DIREZIONE DI OGGI.
Roma, 2 febbraio 2010. Carlo Verdelli, dopo 4 anni, lascia la direzione della Gazzetta dello Sport.
Al suo posto, a quanto si apprende, arriva da Oggi Andrea Monti. Mentre al vertice di Oggi sale
Umberto Brindani, che ne era vicedirettore. Carlo Verdelli torna in Condé Nast (dove aveva
diretto Vanity Fair) con un incarico da direttore editoriale con responsabilità europea. (fonti: ANSA
e affaritaliani.it).
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TV. BBC chiude due stazioni radio. Produzione di notizie: - 50%. Internet:
organici ridotti del 25%.
di Mattia Bernardo Bagnoli-ANSA
Londra, 26 febbraio 2010. Chiusura di due stazioni radio, tagli pesanti all'acquisto di
programmi americani e riduzione del 50% nella produzione di notizie per il sito internet. Alla BBC,
il servizio radiotelevisivo pubblico britannico, è suonata l'ora della ritirata. L'azienda, sembra
ammettere il direttore generale Mark Thompson, è diventata troppo grande. E per concentrarsi sulla
qualità - oltre che lasciare spazio ai concorrenti - deve diminuire il suo peso specifico nel panorama
dei media del Regno Unito. Ad anticipare le mosse della «vecchia zia» - come viene
affettuosamente soprannominata dai britannici la BBC - è il Times che in prima pagina dedica un
ampio servizio al piano di ristrutturazione dell'emittente. Sul fronte radio, a chiudere bottega a
quanto pare saranno le stazioni digitali 6 Music e Asian Network. Poi verrà introdotto un limite
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dell'8,5% rispetto ai denari raccolti dal canone - in tutto 3,6 miliardi di sterline annue - sulle
trasmissione degli eventi sportivi. Inoltre anche i canali BBC Switch e Blast! verranno «spenti». Il
colpo più duro, ad ogni modo, verrà portato alla sezione internet. Che vedrà ridotti i suoi organici
del 25%. Stessa sorte anche al budget attuale - 112 milioni di sterline all'anno. Il piano è al
momento allo studio del BBC Trust, l'organo di governo del servizio pubblico britannico, e
dovrebbe essere presentato al pubblico il mese prossimo. Elaborato da John Tate, «stratega»
dell'azienda ed ex consulente del partito Conservatore, il progetto di riforma della BBC - nota il
quotidiano britannico - potrebbe essere visto come un tentativo di mostrare a un ipotetico governo
Tory che l'azienda comprende lo stato di difficoltà in cui versano i concorrenti del settore privato -
piagati dal crollo dei profitti pubblicitari. Tema su cui i conservatori si sono dimostrati più volte
sensibili. Le linee guida della riorganizzazione, ad ogni modo, sembrano seguire il motto «meno e
meglio». Tanto è vero che, se le anticipazioni verranno confermate, al secondo canale TV della
BBC sarà chiesto di ricalibrare la sua programmazione verso un segmento di ascolto «più alto»,
ricevendo in cambio un incremento del budget pari a 25 milioni di sterline l'anno. Che saranno
ottenuti grazie a un'equivalente riduzione nelle risorse destinate all'acquisto di serial di successo
come Mad Men e Heroes. In generale saranno ben 600 i milioni di sterline dedicati all'incremento
della qualità del servizio pubblico. E tutto senza ritoccare il canone, congelato ai livelli attuali sino
al 2013. (ANSA).

INFORMAZIONE USA: INTERNET PIU' CONSULTATO dei QUOTIDIANI.
PEW RESEARCH CENTER:WEB TERZO DOPO TV LOCALI E NAZIONALI
Roma, 1 marzo 2010. Internet batte la 'carta' negli Usa per quanto riguarda l'informazione ed è il
terzo media più diffuso, per leggere e approfondire news, dopo le tv locali e i network televisivi
nazionali. Ad affermarlo è l'ultima ricerca pubblicata dal Pew Research Center, secondo il quale il
61% degli intervistati ha affermato di informarsi on line quotidianamente, mentre il 78% apprende
news dai canali d'informazione locali e il 71% dalle tv nazionali, come Nbc, Cnn o Fox News. I
dati indicano inoltre che Oltreoceano Internet non è diventato soltanto un nuovo e importante mezzo
di informazione, ma ha anche cambiato le abitudini dei cittadini che solitamente si informano.
Intanto emerge che piu' del 90% degli intervistati usa piu' di una fonte per sapere cosa succede nel
mondo, vicino e lontano, e il 57% consulta in modo fisso dai due ai cinque siti web. I due terzi
leggono news sia da fonti on line, sia da fonti tradizionali, solo il 7% si informa da un unico media,
internet o tv locale. Cresce anche l'utilizzo dei terminali mobili, cellulari e smartphone in testa, per
informarsi: il 33% di chi possiede un telefonino lo utilizza per collegarsi alla rete e cercare notizie.
Il 28% degli internauti ha personalizzato la propria schermata di apertura del browser in modo da
avere subito notizie di argomenti e settori specifici di interesse. Il 37% utilizza le funzioni sociali
del web per condividere le notizie: lascia commenti su social network o blog, suggerisce articoli via
mail oppure attraverso Twitter e Facebook. I lettori abituali di quotidiani, sia locali, sia nazionali,
sono scesi al 50% degli interpellati. Dato che conferma le difficolta' finanziarie in cui versano molti
giornali cartacei statunitensi: il Seattle Post-Intelligencer, per citarne uno, è stato tra quelli che
l'anno passato hanno chiuso i battenti; mentre il Chigaco Tribune e il San Francisco Chronicle
hanno drasticamente tagliato la forza lavoro.(ANSA).

EDITORIA. USA. “THE MACHINE”: ecco il ROBOT GIORNALISTA.
Università vicino Chicago ha messo a punto il programma capace di scrivere
articoli sportivi sul baseball (e non soltanto).
L'idea spiegano i responsabili dell'Ateneo dell'Illinois, non è di sostituire i giornalisti, ma di aiutarli,
facendo al loro posto le operazioni più ripetitive, lasciando loro più spazio per il giornalismo
investigativo
di Emanuele Riccardi-ANSA
New York, 9 marzo 2010. The Machine. Ecco il giornalista robot, al momento cronista di baseball,
sogno di tanti editori, direttori e redattori capo: niente stipendio, niente orari e, soprattutto, mai
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lamentele. Il sogno è diventato realtà ad Evanston, nei pressi di Chicago, dove Infolab, il laboratorio
di intelligenza artificiale della Northwestern University, ha messo a punto un programma, Stats
Monkey, in grado di scrivere articoli sportivi sul baseball firmandosi The Machine. Stats Monkey è
stato creato da due professori specialisti dell'intelligenza artificiale, Larry Birnbaum e Kris
Hammond, e quindi elaborato da un giovane giornalista di 27 anni, John Templon, e da un ancora
più giovane ingegnere informatico, Nick Allen, 25 anni. Sul sito web del laboratorio di intelligenza
artificiale dell'Ateneo (http://infolab.northwestern.edu/projects/) , i progetti sono diversi, accanto a
Stats Monkey. C'è per esempio Beyond Broadcast, una sorta di matrimonio tra tv e web, che punta
ad indovinare le informazioni supplementari cui punta il telespettatore. Oppure So You Say, che
sfrutta il servizio di microblogging Twitter per trovare tutto quello che è stato scritto su un dato
argomento. Per costruire una notizia su una partita di baseball, con un linguaggio paragonabile a
quello di una agenzia di stampa, a Stats Monkey bastano informazioni online di base, come il
risultato, le principali fasi di gioco e i protagonisti. Accanto al testo il sistema è in grado di fornire
anche la foto del miglior giocatore in campo, oltre a offrire un titolo ad hoc che riassume la partita.
Come spiegano gli autori del programma, il sistema è basato su una doppia tecnologia: primo, si
parte dai modelli statistici propri al baseball per capire quali sono le novità. Secondo, analizzando
ogni volta quali sono le novità il programma riesce ad identificare con successo fasi principali e
protagonisti. In futuro Stats Monkey (che potrà occuparsi anche di altri sport e perché no anche di
Borsa) sarà addirittura in grado di imitare lo stile di un dato giornalista. La versione commerciale
del programma avrà come obiettivo la stampa locale o online, offrendo in particolare la copertura di
eventi sportivi, spesso di secondo piano, che i giornalisti non seguono. L'idea, spiegano i
responsabili dell'Ateneo dell'Illinois, non è di sostituire i giornalisti, ma di aiutarli, facendo al loro
posto le operazioni più ripetitive, lasciando loro più spazio per il giornalism

EDITORIA USA. TOM ROSENSTIEL: SI AGGRAVA la CRISI dei MEDIA
TRADIZIONALI.
RAPPORTO DEL PEW RESEARCH CENTER'S PROJECT FOR
EXCELLENCE IN JOURNALISM
Washington, 16 marzo 2010. La crisi dei mass media tradizionali negli Usa si è aggravata nell'ultimo anno
e i quotidiani sono stati costretti a tagliare le spese, mentre gli introiti derivanti dalla pubblicità sono
drasticamente crollati. È quanto sostiene un rapporto del Pew Research Center's Project for Excellence in
Journalism, un gruppo di ricerca sui media con sede a Washington. Secondo il rapporto, le perdite subite dai
media tradizionali nell'ultimo anno sono «talmente pesanti» da aver superato le recenti innovazioni in campo
mediatico e giornalistico. «Lo scorso anno è stato decisamente più duro per l'industria dei media perfino
rispetto al 2008 e il rapporto prevede ulteriori tagli nel 2010, anche con un'economia in crescita», ha
dichiarato il direttore del centro, Tom Rosenstiel. «Mentre si parla sempre più di vie alternative per
finanziare i media, concretamente non sono stati fatti molti progressi», ha aggiunto. Secondo il rapporto, dal
titolo 'State of the News Media 2010', nel corso del 2009 gli introiti dei giornali derivanti dalla pubblicità
sono crollati del 26 per cento, quelli sui canali televisivi locali del 22 per cento e quelli sulle reti televisive
nazionali dell'8 per cento.
Alcuni tra i più noti quotidiani e riviste statunitensi, tra cui 'The New York Times' e 'The Boston Globè, sono
stati costretti a tagliare le spese e i posti di lavoro. Il rapporto sostiene che nel 2009 i giornali hanno fatto
tagli alle spese per la produzione e l'editing per circa 1,6 miliardi di dollari. Anche l'audience della rete
televisiva nazionale ha segnato un calo di centinaia di milioni di spettatori, dopo i picchi degli anni '80 del
secolo scorso. Per il terzo anno consecutivo, l'unico indice di crescita registrato nel campo della produzione
mediatica è quello delle reti via cavo, in particolare la Fox. Nel campo in continua espansione di internet, i
consumatori di news online affermano di poter identificare almeno un sito di notizie «favorito», ma il 79 per
cento dei fruitori di notizie sul web sostengono di non aver mai cliccato su una pubblicità online, o di averlo
fatto solo raramente. I media tradizionali sono alla ricerca di un più vasto pubblico attraverso i blog, visto
che i quotidiani e le reti televisive forniscono l'80 per cento delle notizie che compaiono sui blog.
(Adnkronos)


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E’ un “febbraio nero” per
i quotidiani: crolla ancora
la diffusione (Sole - 19,6;
Corsera -18,5; Repubblica
-10,5; Qn – 8,6; Gazzetta dello
Sport -9,2; Libero – 3,4%).
Crescono soltanto
Giornale (6%) e Avvenire (0,3).

Milano, 17 marzo 2010. “Febbraio nero” per i quotidiani: precipita ancora la diffusione
rispetto ai dati del febbraio 2009: Sole 24 Ore - 19,6 (258.405 copie rispetto alle 321.428 di un
anno prima); Corriere della Sera -18,5 (470.941 contro 578.047); la Repubblica -10,5 /(452.424
contro 505.259); Gazzetta dello Sport -9,2 (305.099 contro 336.180); Qn (-8,6%,331.181 contro
362.353), Il Secolo XIX – 7,9 (87.593 contro 95.071); Libero – 3,4% (100.253 contro
103.781);.La Stampa – 1,9 (299.400 contro 305.300; Il Messaggero – 1,7 (189.150 contro
192.500). Crescono il Giornale +6% (176.714 contro 166.771) e Avvenire + 0,3 ( 111.621
contro 111.311)).
Si conferma il Corriere della Sera il quotidiano più letto dagli italiani durante il mese di febbraio
2010, nonostante una flessione delle diffusioni pari al 18,5%. Il dato si deve a una distribuzione di
470.971 copie rispetto alle 578.047 copie dello stesso mese dello scorso anno e, stando a quanto
comunicato da Rcs, agli effetti della razionalizzazione distributiva degli ultimi mesi. In edicola, la
testata di via Solferino - rende noto l'editore - ha fatto registrare una sostanziale tenuta. Situazione
leggermente migliore per Repubblica: 452.424 copie distribuite a febbraio 2010 e 505.259 a
febbraio 2009 (-10%). In edicola il quotidiano del gruppo Espresso ha venduto 1'1% in più dello
scorso anno. Si distinguono positivamente anche a febbraio Il Giornale e Avvenire. la testata diretta
da Vrttorio Feltri è passata dalle 166.771 copie del 2009 alle 176.714 del 2010 (+6%), mentre il
foglio che fa capo a Marco Tarquinio è cresciuto dello 03,% (111.311 copie nel 2009 e 111.621 nel
2010) nonostante l'aumento del prezzo. Il rialzo del cartellino, invece, è coinciso con una flessione
della distribuzione del 7,5% per il Secolo XIX (95.000 copie nel 2009 e 87.000 nel 2010). Segno
meno anche per Libero (- 3,4%,100.253 copie nel 2010 e 103.781 nel 2009), La Stampa (-1,9%,
299.400 e 305.300), Qn (-8,6%,331.181 e 362.353), Messaggero (-1.7%, 189.150, 192500) e
Gazzetta dello Sport (-9,2%, 305.099 e 336.180). Il Sole 24 Ore_ha riportato un passivo del 19,6%,
in virtù della diffusione di 258.405 copie rispetto alle 321.428 copie risalenti a febbraio 2009 e a
causa - sottolinea l'editore - dell'annullamento delle operazioni promozionali iniziato ad
aprile 2009. (fonti: M.P. per Today e Daily Media)

Testo in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5392
Rcs Quotidiani:
Marchetti presidente,
Bazoli e Geronzi
entrano nel Cda.
Il gruppo chiude il 2009 con un rosso di 129,7 milioni. Nel board anche
Tronchetti Provera e Montezemolo. Ad Andrea Della Valle un'opzione sul
9,99% di Poligrafici
Milano, 18 marzo 2010. Piergaetano Marchetti è stato confermato presidente di Rcs Quotidiani per
il prossimo triennio. Lo si legge in una nota del gruppo. Nel consiglio di amministrazione entrano
poi alcuni nomi di primo piano, in rappresentanza diretta degli azionisti: Giovanni Bazoli, Cesare
Geronzi (Mediobanca), Luca Cordero di Montezemolo (Fiat), Marco Tronchetti Provera (Pirelli),
Diego Della Valle (Dorint) e Giampiero Pesenti (Italcementi). Anche l'ad della capogruppo Rcs


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Mediagroup, Antonello Perricone, entra nel board, come indicato dal cda della stesa Rcs
Mediagroup.
I CONTI DEL 2009 - Rcs Mediagroup ha chiuso il 2009, secondo la nota del gruppo, con perdite
nette per 129,7 milioni di euro, rispetto all'utile di 38,3 milioni di euro dell'esercizio precedente. Il
2009 si è chiuso con ricavi in calo del 17% a 2,2 miliardi rispetto al 2008, ricavi pubblicitari in calo
a 709,7 milioni (942,1 milioni nel 2008), ebitda pre oneri e proventi non ricorrenti a 133 milioni
(270,6 mln) che diventa di 35,7 mln (247,3 mln) post oneri e proventi non ricorrenti. Realizzati
benefici per 158,7 milioni dal piano interventi approntato per la riduzione dei costi.
LA QUOTA IN POLIGRAFICI - Il consiglio di amministrazione di Rcs ha approvato un'offerta
presentata da Andrea Della Valle per la concessione di un'opzione per l'acquisto della
partecipazione del 9,99% in Poligrafici (editore tra l'altro de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del
Carlino). L'opzione ha durata di 30 giorni. Il prezzo di cessione è fissato in 9,5 milioni di euro, con
una plusvalenza di 4,5 milioni di euro per il gruppo. Alla discussione e alla votazione su questo
punto non ha partecipato Diego Della Valle, membro del cda e fratello di Andrea. La maggioranza
in Poligrafici è detenuta da Maria Luisa Monti Riffeser con il 61,7% del capitale. (www.corriere.it)

IL SOLE 24 ORE 18/3/2010 Media. Il quotidiano cambia veste grafica e
contenuti – Obiettivo: 150mila copie
Soldi russi per rilanciare France Soir
IL NUOVO PROPRIETARIO - Aleksandr Pugachev, 25 anni, è figlio di un
oligarca vicino al Cremlino che già possiede la catena di alta gastronomia
Hédiard
PARIGI. Dal nostro corrispondente Attilio Geroni
Non solo l'ha salvato dall'estinzione, ma in poco meno di un anno ha posto le
basi per rilanciarlo in grande stile: nuova sede - gli Champs Elysées - nuova
veste grafica e nuova redazione, tanti soldi investiti, non meno di cinquanta
milioni inclusa la campagna promozionale. Ad appena 25 anni Aleksandr
Pugachev, figlio dell'oligarca russo Serghej, ha concesso a France Soir la sua
grande occasione. Forse l'ultima.
Uno dei quotidiani più tormentati di Francia, passato negli ultimi anni tra
innumerevoli cambi di proprietà, inclusa la Poligrafici Editoriale, e sceso a una
diffusione minima di 22mila copie, è da ieri in edicola in una veste
completamente aggiornata, tanto nella grafica quanto nei contenuti. Il sogno (o
miraggio, sostengono gli scettici) è quello di fare un tabloid di qualità: non
correre troppo dietro al gossip ma ai problemi della vita quotidiana con
inchieste e scoop. Senza che nessuno lo dica il modello è Bild Zeitung,
difficilissimo da imitare e declinare altrove, se non sempre attraverso la casa
madre, Axel Springer, che infatti alcuni anni fa lo replicò con successo in
Polonia (Fakt).
Il giovane non ha badato a spese nemmeno martedì, quando ha organizzato la
serata di presentazione del nuovo giornale, che entro l'estate punta a
raggiungere una diffusione media di 150mila copie. Sul terrazzo del Centre
Pompidou, al ristorante Georges, un collega della redazione racconta di aver
visto «le più belle cameriere e il più bel panorama di Parigi». Lo champagne
scorreva a fiumi e tra gli invitati c'era una fetta consistente del mondo dei media
e della politica francese: Franck Louvrier, consigliere del presidente Sarkozy

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per la comunicazione, Roger Karoutchi e tra gli altri l'ex mezzobusto di TF1,
Patrick Poivre d'Arvor, che tra l'altro collaborerà con la testata.
La domanda che tutti si sono posti davanti allo scintillio della serata e ai mezzi
messi a disposizione per far ripartire il giornale è naturale, scontata: come mai
scommettere su un settore in crisi profonda, dove l'erosione di copie vendute è
inesorabile da qualche anno? Il giovanissimo Pugachev, che gode anche di un
passaporto francese, dice che secondo lui c'è spazio, che la formula è innovativa
e non ha eguali in Francia. E Le Parisien, quotidiano popolare di buona fattura
e non privo di originalità? Non è esattamente la stessa cosa, dicono i suoi
collaboratori. In più France Soir sarà venduto a 50 centesimi, almeno durante la
fase promozionale. Gli altri interrogativi planano sull'origine delle risorse
finanziarie. Il padre, Serghej Pugachev, è uno degli uomini più ricchi e potenti di
Russia, attivo soprattutto nella finanza e nell'immobiliare, definito come «il
banchiere di Putin». Aleksandr dal gennaio 2009 controlla l'85% del nuovo
gruppo editoriale francese attraverso una holding con sede in Lussemburgo,
Sablon International. Si dice che la sua famiglia voglia fare affari sempre più
importanti in Francia (ha già acquistato la catena di negozi d'alta gastronomia
Hédiard, la catena Luxe TV, possiede diverse ville e residenze in Costa Azzurra)
e che con questa operazione di salvataggio abbia voluto mettersi in luce agli
occhi della politica. Sempre che il salvataggio riesca.

Google dice basta alla censura in Cina e dirotta il traffico su Hong Kong
aggirando così i paletti di Pechino (che condanna con durezza Mountain View).
La Cina accusa Google: ha «violato una promessa scritta» e ha «totalmente
sbagliato» a mettere fine alla censura. La CASA BIANCA delusa dalla mancanza di
un accordo.
New York, 23 marzo 2010. Google dice basta alla censura in Cina per i servizi di Google Search, Google
News e Google Images. E lo fa via Hong Kong aggirando così i paletti di Pechino: i navigatori cinesi di
Google.cn verranno da subito dirottati sul sito Google di Hong Kong (google.com.hk) che offrirà loro
risultati non filtrati. Pechino però condanna Mountain View: ha «violato una promessa scritta» e ha
«totalmente sbagliato» a mettere fine alla censura. La Cina - riporta l'agenzia Xinhua - si oppone alla
«politicizzazione» dei temi commerciali ed esprime «indignaizone e scontento» per le accuse «irragionevoli»
mosse nei suoi confronti. La Casa Bianca, tramite il portavoce Michale Hammer, si dichiara invece delusa
dalla mancanza di un accordo fra Pechino e Google in grado di consentire al motore di ricerca di restare in
Cina a operare. «Google ha preso questa decisione sulla base di quello che considerava essere il suo
interesse», osserva la Casa Bianca, ribadendo il proprio impegno in favore di un Internet libero e
opponendosi alla censura. «Riteniamo che la libertà d'espressione e un accesso senza restrizioni
all'informazione sia un diritto riconosciuto sulla scena internazionale» aggiunge Hammer. L'annuncio di
Google arriva al termine di un periodo di forte incertezza sulla strategia di Mountain View in Cina dopo aver
subito una serie di cyber-attacchi dietro i quali si sospetta ci fosse la mano del governo di Pechino. Google
comunque non intende lasciare la Cina 'tout court': la società prevede infatti di mantenervi le proprie attività
di ricerca e sviluppo e delle vendite così da poter approfittare della crescita del mercato cinese. È una
soluzione «ragionevole» e perfettamente «legale» che «aumenterà significativamente l'accesso alle
informazioni dei cinesi», si legge in una nota diffusa attraverso il blog di Google. «Ci auguriamo che il
governo cinesi rispetti le nostre decisioni, anche se siamo ben consapevoli che in ogni momento l'accesso ai
nostri servizi potrebbe essere bloccato. Monitoreremo attentamente gli accessi e abbiamo creato una nuova
pagina web, che sarà aggiornata regolarmente ogni giorno, in modo che tutti possano vedere quali servizi
Google sono disponibili in Cina», si afferma. Attraverso Google.com.hk i navigatori cinesi potranno ottenere
informazioni non censurate in un «linguaggio semplice» specificatamente messo a punto per loro. «I clienti

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di Hong Kong continueranno a ricevere informazioni e risultati di ricerca non filtrati - . In vista dell'aumento
del traffico sui server di Hong Kong e della complicata natura degli scambi, gli utilizzatori dei nostri servizi
potrebbero incontrare dei rallentamenti o riscontrare l'inaccessibilità di alcuni prodotti almeno
temporaneamente». «Intendiamo continuare le nostre attività di ricerca e sviluppo in Cina e mantenere la
nostra presenaza in termini di vendite, anche se - aggiunge Google - la dimensione della nostra squadra per le
vendite ovviamente dipenderà almeno in parte dalla capacità dei cinesi di accedere a google.com.hk.
Vogliamo chiarire che tutte queste decisioni sono state messe a punto dai nostri manager negli Stati Uniti e
nessuno dei nostri dipendenti in Cina può o deve essere ritenuto responsabile.». (ANSA).
CINA, ATTIVISTI DIRITTI UMANI PLAUDONO A DECISIONE.
Washington, 23 marzo 2010. È stata accolta con soddisfazione dagli attivisti per i diritti umani la decisione
di Google di non più censurare il suo motore di ricerca in Cina e altri operatori sono stati anzi invitati a
seguire l'esempio del colosso di Mountain View. «Deve essere un esempio anche per altre società, questo
dimostra che ci sono altre soluzioni oltre a quella di restare in Cina praticando la censura o di rinunciare e
andarsene», ha detto Sharon Hom, direttrice dell'associazione americana 'Human Rights in China. Wei
Jingsheng, padre del dissenso cinese esule negli Usa dopo 20 anni di carcere nel suo paese, ha detto di non
essere rimasto sorpreso dal fallimento delle trattative tra Pechino e Google. «Sapevamo che il governo cinese
non avrebbe fatto marcia indietro, che non c'era spazio per il compromesso - ha detto - la nostra
preoccupazione è che altri provider possano essere ora sottoposti a ulteriori pressioni». 'Reporters Sans
Frontieres', organizzazione che si batte per la libertà di informazione nel mondo, ha «deplorato» il fatto che il
maggiore motore di ricerca al mondo sia stato costretto, di fatto, a lasciare la Cina ed ha chiesto agli altri
operatori presenti nella Repubblica popolare «a seguire l'esempio rifiutandosi di sottostare alla censura». «Se
si crea un fronte comune, il governo cinese non avrà altra scelta che quella di aprire l'accesso a una rete più
libera», afferma Rsf in un comunicato. (ANSA-AFP).
GOOGLE: PORTAVOCE MINISTERO ESTERI PECHINO, ATTO ISOLATO.
Pechino, 23 marzo 2010. Il caso di Google, la società informatica americana che ha chiuso il suo
sito web in cinese in polemica con la censura, verrà trattato «secondo la legge». Lo ha sostenuto il
portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang in una conferenza stampa oggi a Pechino. Si tratta di
un «atto isolato di una compagnia commerciale» che non avrà alcun effetto sulle relazioni tra Cina e
Stati Uniti «a meno che non venga politicizzato», ha aggiunto il portavoce. In una prima e più
rabbiosa reazione alla decisione annunciata da Google ieri negli Usa, un portavoce del governo
aveva accusato la compagnia americana di aver «violato gli impegni» che aveva preso al momento
del suo ingresso in Cina, accettando di fatto l'esistenza della censura. (ANSA).
GOOGLE: CINA; ANCORA INACCESSIBILI I SITI PROIBITI
Pechino, 23 marzo 2010. I siti web vietati dal governo cinese sono come sempre inaccessibili oggi
dalla Cina, anche per coloro che usano il motore di ricerca di Google, la società informatica
americana che ieri ha ridiretto tutto il suo traffico sul suo sito di Hong Kong in polemica con la
censura di Pechino. Cliccando il sito in cinese Google.cn e Google.com, si viene automaticamente
indirizzati sul sito di Google di Hong Kong (Google.com.hk), che è bilingue. Tentativi di internauti
basati a Pechino di aprire i siti che fanno riferimento al Dalai Lama, al movimento religioso
fuorilegge del Falungong o al massacro del 1989 di piazza Tiananmen sono falliti, usando sia il
cinese che l'inglese. La compagnia americana ha annunciato ieri, dopo due mesi di polemiche, che
tutto il suo traffico in provenienza dalla Cina verrà dirottato sul suo sito di Hong Kong. L'ex-colonia
britannica è una Regione amministrativa della Cina dove non funziona la «Grande Muraglia di
Fuoco», cioè il sistema di filtri del governo cinese che impedisce l'accesso ai siti sgraditi a Pechino.
(ANSA).

MONDADORI: PUNTA A E-BOOK CON MILLE TITOLI, CALA UTILE. NO
DIVIDENDO. VERSO canale digitale terrestre. I conti 2009 hanno segnato un
calo del fatturato del 9% a 1.540,1 milioni di euro e dell'utile del 64% a 34,3
milioni. Costa si è detto aperto alla possibilità di acquisizioni nel settore
radiofonico.


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Milano, 23 marzo 2010. L'annus horribilis dell'editoria è alle spalle anche se la pubblicità riparte a
fatica, il core business rimane lo stesso con un taglio di costi e progressiva riduzione del personale,
per il futuro si punta soprattutto sul digitale, a partire dagli e-book. Questa la Mondadori disegnata
il giorno della presentazione dei conti 2009, che hanno segnato un calo del fatturato del 9% a
1.540,1 milioni di euro e dell'utile del 64% a 34,3 milioni, con nessun dividendo. La Borsa di
Milano, dove Mondadori è appena uscita dal paniere principale, è rimasta piuttosto insensibile ai
dati: il titolo è sceso dello 0,35% a 2,86 euro tra scambi poco superiori alla media in una seduta di
leggero rialzo per il settore dei media in Europa. Così l'amministratore delegato del gruppo di
Segrate agli analisti finanziari ha potuto parlare soprattutto del futuro, a partire dallo sbarco nel
mondo dell'e-book. «Vogliamo entrare nel modo giusto - spiega Maurizio Costa - in un mercato che
comincia a dare risultati e prospettive di crescita: l'investimento sarà importante». Quello
tecnologico sarà di un milione di euro, limitato dal fatto che il gruppo dispone di molti titoli già in
formato digitale, mentre quello per il lancio pubblicitario e di marketing non viene per ora
quantificato, ma sarà certamente superiore.
Lo sbarco di Mondadori nell'e-book avverrà in autunno per precedere la stagione natalizia, con oltre
mille titoli disponibili, dei quali oltre 300 novità, gli altri soprattutto 'best seller'. L'offerta e-book di
Mondadori sarà disponibile per tutte le piattaforme elettroniche, dall'esistente I-pad fino ai supporti
di prossima uscita di Samsung e Sony, «compresa l'idea di Telecom Italia annunciata da Bernabè»,
sottolinea Costa. «Negli Stati Uniti gli e-book hanno l'obiettivo di raggiungere il 20% del mercato
librario totale in 4-5 anni, in Italia puntiamo per ora al 10%». «A regime» il costo sarà prossimo a
un libro tascabile, qualcosa meno di 10 euro, ma con il lancio promozionale sarà verosimilmente
inferiore. Intanto però si guardano i conti dell'anno scorso e le prospettive per i prossimi mesi.
Nel 2009 l'indebitamento netto è migliorato di 117 milioni portandosi a quota 372, anche grazie alla
cessione delle attività di stampa, che ha ottenuto anche una netta riduzione del personale: dai 5.586
dipendenti precedenti alla cessione agli attuali 3.750, con un calo di 175 unità nel 2009, che
diventeranno 800 in meno nel 2011. Il margine operativo lordo consolidato è di 106 milioni di euro
(-57,4% rispetto al 2008), quello normalizzato ha contenuto il calo al 34,3%. La raccolta
pubblicitaria dei periodici in Italia nel primo trimestre 2010 è ancora negativa del 3-4% rispetto al
2009, mentre quella dell'intero gruppo è in linea con l'anno scorso. «In marzo si vede già qualcosa
di più sereno e aprile prevediamo non sarà negativo», aggiunge il direttore finanziario di Mondadori
Carlo Maria Vismara. «Le nebbie si stanno diradando», conferma Costa, che annuncia novità al di
fuori del settore tradizionale di business. Entro due mesi saranno pronte le applicazioni per l'I-pad
di alcune delle testate principali e sono possibili acquisizioni nel settore delle radio. Ma il gruppo di
Segrate sta anche studiando un canale televisivo per il digitale terrestre «sui temi fashion e moda»,
che sarà pronto entro la fine dell'anno. Alla domanda se entrerà nel 'bouquet' di Mediaset premium,
Costa sorride e non risponde. (ANSA).
MONDADORI. COSTA: ENTRO L'ANNO POSSIBILE l’INGRESSO IN TV DIGITALE
TERRESTRE. L'a.d: «Allo studio canale dedicato a moda e fashion». Costa si è detto aperto
alla possibilità di acquisizioni nel settore radiofonico.
Segrate, 23 marzo 2010. Mondadori studia l'ingresso nella tv digitale terrestre con il lancio di un
canale dedicato alla moda che potrebbe concretizzarsi entro fine anno. Lo ha spiegato il ceo
Maurizio Costa a margine dell'incontro con la comunità finanziaria per la presentazione dei conti
2009. «Stiamo studiando seriamente la cosa e entro l'anno potrebbe vedere la luce» ha detto Costa
precisando che l'ingresso avverrebbe con un canale dedicato a «moda e fashion» e che mancano
«ancora da vedere alcuni dettagli». Guardando agli altri business del gruppo editoriale Costa si è
detto aperto alla possibilità di acquisizioni nel settore radiofonico.
Parlando delle strategie nel business dei periodici, il manager ha sottolineato che «in Italia è in
programma un costante rinnovamento dei prodotti tra maggio, giugno e luglio con la riproposizione
di tre testate core cioè le nuove edizioni di Panorama, Tu Style e Chi», mentre «nell'international, il
2010 sarà l'anno di consolidamento di testate importanti come la Germania e la Cina». Per quanto
riguarda Grazia France, Costa ha espresso soddisfazione sul 2009 chiuso con un fatturato di 72

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milioni: «Siamo molto soddisfatti perchèabbiamo consolidato 180mila copie vissute con un
fatturato di 72 milioni: in una valle di lacrime a cui sembrava che il mondo dei periodici fosse
destinato al disastro in Francia dopo di noi Marie Claire e Lagardere hanno lanciato due
settimanali». Per Grazie France «è troppo presto per il break even nel 2010: ci sarà ancora una
perdita rispetto ai 12 milioni di questo anno ma sarà notevolmente inferiore come peraltro era già
prevista a piano». Costa si è poi soffermato sull'editoria scolastica, business visto in una fase
cruciale di possibile consolidamento. «Non abbiamo dossier in esame concretamente» ha precisato
per poi illustrare gli scenari possibili del mercato: «Può darsi - ha concluso - che uno dei cinque big
player possa decidere di concentrarsi sul core business e cedere la scolastica; la seconda via è
crescere per piccole acquisizioni ma la vedo come una cosa molto faticosa; la terza è di una
selezione della specie dopo quello che l'editoria ha vissuto nel 2008 e 2009 e gli investimenti che
deve fare nel prossimo biennio: questo aprirebbe lo spazio per una crescita organica a fronte di una
debolezza altrui. (RADIOCOR)

MEDIASET: UTILE 2009 CALA A 272,4 MLN, DIVIDENDO A 0,22 EURO. Pubblicità in
ripresa quest’anno.
Roma, 23 marzo 2010. Mediaset ha registrato nel 2009 un utile netto di 272,4 milioni di euro,
rispetto ai 459 milioni del 2008, con ricavi netti in flessione del 7,5% a 4.199,5 milioni. Il consiglio
di amministrazione proporrà all'assemblea degli azionisti di distribuire un dividendo di 0,22 euro
per azione (da 0,38 euro del 2008). Lo annuncia una nota.
I risultati dell'esercizio 2009 di Mediaset, spiega la società, hanno risentito, soprattutto in Spagna,
della profonda fase recessiva che ha investito l'economia mondiale, con una sensibile contrazione
degli investimenti pubblicitari nei due mercati geografici di riferimento. In tale contesto, il gruppo
in Italia ha comunque contenuto la flessione della raccolta pubblicitaria aumentando le proprie
quote di mercato. Quanto agli ascolti televisivi, si conferma la leadership d'ascolto delle tre reti
Mediaset in tutte le fasce orarie tra il pubblico 15-64 anni. Canale 5 è poi la prima rete italiana nel
target commerciale su tutte le fasce orarie. Il controllo dei costi tv e un andamento di Mediaset
Premium, che viene definito «ottimo» dalla società, hanno consentito poi di migliorare, soprattutto
in Italia, i margini economici ridotti a causa dei minori ricavi pubblicitari. Nel dettaglio, i ricavi
netti consolidati in Italia sono saliti dello 0,3% a 3.228,8 milioni, con i ricavi Mediaset Premium
saliti del 38,9% a 560,6 milioni. In Spagna i ricavi netti consolidati sono scesi del 33,2% a 656,3
milioni. L'indebitamento netto di gruppo è passato dai 1.371,7 milioni di euro di fine 2008 a 1.552,0
milioni di euro. Nel periodo la generazione di cassa è stata di 354,1 milioni di euro. Mediaset
proporrà all'assemblea dei soci il rinnovo della delega per l'acquisto di azioni proprie per disporre di
azioni da cedere ai partecipanti ai piani di stock option; effettuare operazioni di negoziazione e
copertura; effettuare operazioni d'investimento di liquidità. Ad oggi le azioni proprie in possesso
della società sono pari al 3,79% del capitale sociale.(ANSA).
MEDIASET: VEDE RICAVI PUBBLICITARI IN RIPRESA NEL 2010.
Roma, 23 marzo 2010. Mediaset prevede per il 2010 «una ripresa dei ricavi pubblicitari di gruppo,
che sarà resa ancora più efficace dal mantenimento, anche nel corso del 2010, di una rigorosa
politica di controllo dei costi televisivi». Lo afferma la società in una nota.(ANSA).

CALTAGIRONE EDITORE: 39,2 MLN la PERDITA 2009. LA CEDOLA RESTA
INVARIATA. Nel 2009 esodo di 108 dipendenti.
Roma, 23 marzo 2010. - Ricavi in calo nel 2009 per la Caltagirone editore (a 256,9 milioni contro i
294 del 2008) che distribuirà un dividendo invariato (0,05 euro per azione) rispetto all'anno
precedente. Questi i dati principali del progetto di bilancio del 2009 che ha ricevuto il via libera del
Cda. Per quanto riguarda il risultato netto si registra una perdita per 39,2 milioni rispetto agli 11
milioni del 2008. Il margine operativo lordo si attesta a 6,1 milioni (30,9 l'anno prima). I risultati -
spiega un comunicato - «risentono fortemente del perdurare della congiuntura economica negativa
che ha colpito l'economia mondiale. La recessione ha causato una forte contrazione dei consumi e,

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conseguentemente, una riduzione degli investimenti pubblicitari su tutti i mezzi di comunicazione».
Il calo della raccolta pubblicitaria su tutti i media del gruppo è stata infatti nel corso dell'anno del
17,5% mentre i ricavi da vendita dei quotidiani si sono contratti del 4,5%. La nota informa anche
che è stato definito l'esodo di 108 dipendenti «nella maggior parte eseguito nel corso del 2009» e
tra i fatti di rilievo successivi alla chiusura dell'esercizio si segnala che «nei primi mesi del 2010 la
società controllata Finced srl ha acquistato 500.000 azioni di Assicurazioni Generali Spa per un
controvalore complessivo di 8,4 milioni». Per il futuro si attendono ancora segnali di ripresa: «le
attività operative dei primi mesi del 2010 non evidenziano un trend differente da quello registrato
negli ultimi mesi del 2009. L'andamento generale dell'economia e dei consumi non consente di
ipotizzare una ripresa significativa della raccolta pubblicitaria nel breve periodo». (ANSA).

MEDIASET: CRISI ALLE
SPALLE. Nel 2010
RIPARTE PUBBLICITA’.
CONFALONIERI: NO
A SKY SUL DIGITALE,
È GIÀ STRADOMINANTE.
Cologno Monzese, 24 marzo 2010. Riparte con decisione la raccolta pubblicitaria di Mediaset. Le
tre reti del gruppo in Italia si avviano a chiudere il trimestre con una crescita del 5%, mentre in
Spagna Telecinco segna un balzo a febbraio del 40%. Con il pareggio di Premium atteso quest'anno
risulteranno in utile anche tutte le altre attività del gruppo. Così il vice presidente Pier Silvio
Berlusconi si dice «sicuro» su una buona crescita dei risultati a fine anno. Il gruppo del Biscione ha
presentato agli analisti finanziari i risultati del 2009, diffusi ieri a mercati chiusi. L' utile è sceso a
272,4 milioni di euro, con un dividendo limato a 0,22 (da 0,38). Ma le prospettive per il 2010 sono
più che positive e anche grazie all'andamento della raccolta in avvio d'esercizio, il titolo ha segnato
un netto rialzo a Piazza Affari, con un progresso del 5,54% a 6,28 euro. Vivace anche Telecinco,
salita del 3,01% a 11,99 euro. «Nell'anno peggiore per l'economia abbiamo centrato due obiettivi -
ha detto Pier Silvio Berlusconi -. Il primo è quello di registrare un utile importante e grazie anche al
lavoro di efficienza potremo distribuire dividendi ai nostri azionisti», il secondo è che «anche
quest'anno abbiamo continuato a investire nel nostro sviluppo». «Con il nostro orgoglio, con la
caparbietà e la concretezza di chi vive di fatti tangibili e di sacro rispetto dei risultati e degli
obiettivi», ha detto il presidente Fedele Confalonieri «abbiamo in sostanza superato la crisi». «È alle
spalle la 'tempesta perfettà». La raccolta pubblicitaria delle tre reti Mediaset segnerà nel primo
trimestre una crescita del 5%, ha spiegato nel dettaglio l'amministratore delegato Giuliano Adreani.
A gennaio il gruppo è cresciuto «tre volte il mercato». «Chiuderemo il primo trimestre a +5%
soltanto con le nostre reti storiche. Stiamo recuperando, e il fatturato del digitale si somma alla
crescita della televisione generalista, con una crescita attesa del 60%». Dopo l'accordo con la
spagnola Prisa per acquistare la tivù Cuatro, l'analisi dei bilanci (due diligence) della società è
appena stata completata. «Ci aspettiamo di poter chiudere l'operazione nel corso del terzo trimestre
di quest'anno», ha detto Confalonieri. La concorrenza con Sky si fa sentire anche in un'occasione
strettamente finanziaria come l'incontro della società con gli analisti. Confalonieri ha sottolineato di
non vedere alcun motivo perchè alla controllata di Rupert Murdoch si aprano le porte del digitale
terrestre. «Non ci sono cambiamenti tali sul mercato che consentano al monopolista satellitare (si
riferisce a Sky, ndr) di acquisire le scarse frequenze di trasmissione, già insufficienti per gli
operatori attuali». Mediaset assieme a Dahlia Tv (Ti Media), ha sottolineato, è oggi «l'unica
alternativa alla posizione stradominante di Sky nella Pay tivù». Quanto al ritorno degli spot di Sky
sulle reti Mediaset, sul quale l'emittente satellitare ha aperto un contenzioso legale, solo un tribunale
potrebbe far cambiare idea a Cologno Monzese. «Siamo concorrenti diretti, ma come facciamo?»
chiede anche l'Ad Giuliano Adreani. Già a breve, ha annunciato intanto il vice presidente, verrà
lanciata La5, il nuovo canale sul digitale terrestre interamente dedicato al giovane pubblico
femminile, che vedrà dunque la luce prima delle altre iniziative attese, Italia 2 e del canale 'all

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news'. Per La5 Pier Silvio Berlusconi ha escluso rischi di «cannibalizzazione» con Canale 5
spiegando che c'è un obiettivo di ascolti dell'1%.(ANSA).

RCS QUOTIDIANI: NOMINATO NUOVO CDA. LATTANZI DG per l’area QUOTIDIANI.
Del nuovo Cda, per gli esercizi 2010-2012, fanno parte Giovanni Bazoli, Luca Cordero di
Montezemolo, Diego Della Valle, Cesare Geronzi, Piergaetano Marchetti (presidente),
Antonello Perricone, Giampiero Pesenti e Marco Tronchetti Provera. Bazoli: “L'ingresso di
alcuni soci nel Cda della Quotidiani significa in un certo senso un impegno maggiore e diretto
nella gestione”.
Milano, 25 marzo 2010. L’assemblea ordinaria di RCS Quotidiani ha approvato il bilancio 2009 e
nominato il nuovo Cda, per gli esercizi 2010-2012, i cui componenti sono Giovanni Bazoli, Luca
Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle, Cesare Geronzi, Piergaetano Marchetti (presidente),
Antonello Perricone, Giampiero Pesenti e Marco Tronchetti Provera.
Riunitosi successivamente all’assemblea, sotto la presidenza di Piergaetano Marchetti, il Cda ha
nominato con decorrenza 1 aprile prossimo Giulio Lattanzi - già amministratore delegato di RCS
Libri - direttore generale per l’area Quotidiani Italia. Il direttore generale riportera’
all’amministratore delegato di RCS MediaGroup, Antonello Perricone, pure investito degli
opportuni poteri per le altre aree di RCS Quotidiani.Il Consiglio ha rivolto a Giorgio Valerio - che
con decorrenza 31 marzo lascera’ il Gruppo - il piu’ vivo apprezzamento e ringraziamento per
l’intensa opera svolta in diverse aree del Gruppo in oltre un decennio di attività. (ITALPRESS).
RCS. BAZOLI: SOCI IN CDA SIGNIFICA IMPEGNO NELLA GESTIONE.
Milano, 25 marzo 2010. L'ingresso di alcuni rappresentanti dei soci di Rcs MediaGroup nel Cda
della Quotidiani «significa in un certo senso un impegno maggiore e diretto nella gestione». Lo ha
detto il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa SanPaolo, Giovanni Bazoli, a margine
della presentazione di un libro sugli affreschi di Chiaravalle. (ANSA).

EDITORIA USA: Murdoch
SFIDA NYT PER LANCIO
EDIZIONE NY di WSJ.
PUBBLICITÀ A PREZZI
STRACCIATI, SCONTI
80% PER UNA PAGINA

New York, 9 aprile 2010. È ormai guerra aperta tra Rupert Murdoch e New York Times per il
predominio nei media: in vista del lancio dell'edizione newyorchese del Wall Street Journal, la
News Corp ha annunciato una politica dei prezzi stracciati per le pubblicità che compariranno sul
quotidiano dell'alta finanza e sul tabloid New York Post. L'iniziativa fa parte «di un aggressivo
attacco al New York Times», riporta oggi il Financial Times. Il lancio dell'edizione newyorchese
del Wall Street Journal è in programma il 26 aprile. In buona sostanza la News Corp darà via quasi
gratis i suoi spazi pubblicitari: gli sconti previsti, secondo Il Financial Times (News Corp non ha
confermato), sono compresi tra il 79 e l'83 per cento per una inserzione di una intera pagina. La
strategia ricorda la guerra dei prezzi usata dallo stesso Murdoch a metà anni Novanta in Gran
Bretagna tagliando il costo del Times e del Sun e più in generale le tattiche spregiudicate usate dal
tycoon australiano per allargare il suo impero mediatico da Sydney a Londra e da Londra a New
York. Secondo un esperto americano quelli offerti in questi giorni sono «gli sconti più grossi visti
quest'anno»: in una proposta vista dal Financial Times News Corp offrirà una inserzione di una
pagina sul Wall Street Journal più una sul New York Post a 19 mila dollari, quando il costo normale
sarebbe di quasi centomila. L'iniziativa è rivelatrice di quanto serie siano le intenzioni di Murdoch
quando parla di voler far fuori la concorrenza e soprattutto il New York Times, un quotidiano da
oltre un secolo e mezzo è nelle mani della famiglia Sulzberger. È un progetto per cui il miliardario
australiano non bada a spese: Murdoch ha messo in bilancio 30 milioni di dollari in questo e nel

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prossimo anno fiscale per finanziare l'edizione di New York del Wall Street Journal. La nuova
sezione, in media di 12 pagine, debutterà con uno staff di 35 persone e includerà articoli di cultura,
spettacoli, sport e sul settore immobiliare. La sezione metropolitana è l'ultima nella svolta del Wall
Street Journal da testata esclusivamente finanziaria a normale quotidiano: durante la gestione
Murdoch la 'bibbià di Wall Street, acquistata tre anni fa dalla famiglia Bancroft, ha introdotto una
pagina sportiva quotidiana e un magazine patinato bisettimanale, oltre a rafforzare la copertura
all'estero e della politica di Washington. (ANSA).

EDITORIA USA:
avremo GIORNALISTI
anche programmatori.
QUESTO È IL FUTURO
DELLA PROFESSIONE..

La Columbia University lancia dal 2011 un corso di laurea che ha l'ambizione di abbattere la
barriera tra redattori e professionisti delle tecnologie.
di Titti Santamato-ANSA
Roma, 8 aprile 2010. Il termine multimedialità non basta più. Le redazioni del futuro puntano a
cronisti interdisciplinari in grado di padroneggiare con la stessa abilità giornalismo e informatica
spinta: a raccogliere questa sfida, per prima, è la Columbia University che lancia dal 2011 un corso
di laurea che ha l'ambizione di abbattere la barriera tra redattori e professionisti delle tecnologie. «Il
Dipartimento di Information Technology mette a punto software che i giornalisti non usano, i
giornalisti chiedono software non realizzabili dal punto di vista informatico. Vogliamo formare una
nuova generazione di professionisti in grado di capire entrambi i settori», ha spiegato a Wired.com.
Julia Hirschberg, professore di informatica presso la Columbia Fu Foundation School di Ingegneria
e Scienze applicate. La prima tornata di candidature verrà accettata a partire da questo autunno,
saranno 15 i partecipanti ammessi a questo corso che si spinge decisamente più in là rispetto a
quelli di giornalismo multimediale e social media, con cui oramai scuole e università hanno
sintonizzato i loro programmi alla realtà costantemente online in cui siamo immersi. Questo
programma interdisciplinare prevede due semestri presso la Scuola di Giornalismo della Columbia e
tre alla Scuola di Ingegneria e Scienze Applicate, sempre dell'università newyorkese. Tra i moduli
di ricerca in cui si cimenteranno professori e studenti, c'è quello che riguarda il giornalismo
automatizzato (individuare attività di routine da affidare alle tecnologie per liberare tempo utile ad
approfondimento, interviste e scrittura); ma anche la 'visualizzazione dei datì, con cui si raccontano
le notizie soprattutto in tv (schermi sempre più grandi e processori più veloci). C'è pure il modulo
'analisi approfondita dei datì, sepolti in rete e nei database (per sintetizzare «i dati grezzi ma
rilevanti» presenti anche su Twitter). C'è poi un corso che cercherà di individuare una nuova
architettura di trasferimento notizie ai dispositivi mobili come i cellulari; un altro che mira, grazie
all'invenzione di un software, a 'fiutarè notizie come epidemie e catastrofi a volte tenute
volutamente basse; un altro ancora, 'digital trust', aiuta a distinguere nel marasma del web, sempre
con l'uso delle tecnologie, le notizie più accurate. «Alcuni studenti che escono dalle scuole superiori
o dalle università hanno delle abilità tecniche, ma il loro raggio d'azione si ferma alla capacità di
utilizzare Wikipedia, Facebook, Gmail o alimentare siti web», ha sottolineato il professor Bill
Grueskin, decano della Columbia School of Journalism a Wired online. «Ci auguriamo e ci
aspettiamo - ha aggiunto - che i laureati di questo corso siano in grado di innovare di più e creare
soluzioni di business così disperatamente urgenti nel settore dell'editoria». (ANSA).

Editoria Usa: IREPORTERS
APRONO 30 UFFICI NEL
MONDO MOLTI NEI PVS.
ALLVOICES UTILIZZA

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300MILA CITTADINI
COME GIORNALISTI
iReporters sono gli occasionali cittadini giornalisti muniti di telefonino. Si vuole privilegiare la
copertura delle aree dimenticate dai grandi media internazionali.
.New York, 9 aprile 2010. Non solo la Cnn, che utilizza oltre 477mila iReporters, gli occasionali
cittadini giornalisti muniti di telefonino. Un sito americano, Allvoices.com, che vanta circa 300mila
'citizen journalists' in tutto il mondo, ha oggi aperto 30 uffici in tutti i continenti, dove i
professionisti affiancheranno i non professionisti. La scelta è mirata, spiega il responsabile per il
marketing, Aki Ashmi, si vuole privilegiare la copertura delle aree dimenticate dai grandi media
internazionali. «Solo il 50% degli eventi mondiali sono coperti dai principali organi di informazione
- spiega Ashmi al sito specializzato Webnewser -. E di questo 50%, l'80% riguarda l'Occidente, il
mondo sviluppato. Allvoices si impegna a cambiare tutto ciò ed i nostri nuovi uffici hanno come
obiettivo di prendere la palla al balzo e riempire questo vuoto». Oltre a grandi capitali come
Pechino, Londra, ed una copertura a tappeto degli Stati Uniti, AllVoices ha aperto uffici a Colombo
(Sri Lanka), Islamabad (Pakistan), Dubai (Eau), Ierevan (Armenia) e Manila (Filippine). I
responsabili degli uffici di corrispondenza, salvo poche eccezioni, sono giornalisti professionisti, ai
quali fanno capo i cittadini giornalisti, che hanno la libertà di scrivere quello che vogliono, oltre ai
pezzi chiesti dal capo ufficio. Il principio di AllVoices è molto semplice: chiunque può aderire al
sito e scrivere un articolo. Finirà, dopo una serie di controlli, nella sezione 'contributors reports', che
affianca quella dei professionisti, 'Mainstream News', scritte anche con l'aiuto delle agenzie Reuters
e France Presse. Allvoices sta andando bene, almeno dal punto di vista della diffusione, e ha
recentemente ricevuto finanziamenti per 3 milioni di dollari (andati ad aggiungersi ad una capitale
di partenza di 6 milioni). I contatti individuali sono circa 5 milioni al mese. Il sito è stato lanciato
nel 2008 da Amra Tareen, una ex dipendente della Sevin Rosen (una società di venture capital) che
ha vissuto in Australia ed in Pakistan prima di installarsi negli Stati Uniti dopo avere ottenuto un
Mba. La Tareen dirige una piccola squadra di esperti legati ad università americane come quella di
Stanford in California, o la Northwestern University di Chicago, in Illinois. (ANSA).

E’ in atto il rapido declino
della CNN, aggredita
da destra e da sinistra
dall' informazione schierata

La CNN non è riuscita ad adattarsi alle tendenze di un giornalismo nettamente partigiano, che FOX
ha creato e MSNBC ha abbracciato - Questa l' opinione che Mark Greenbaum, scrittore e avvocato
a Washington, illustra su HuffingtonPost spiegando come Fox abbia non solo costruito una fedele e
agguerrita audience di telespettatori conservatori, ma anche ridefinito come l' informazione viene
diffusa negli Usa - Che piaccia o no, secondo Geenbaum, Fox ha trasformato la copertura delle
notizie in un brutale sport da corpo a corpo - E, dall'altro fronte, MSNBC ha adottato lo stesso
approccio, piazzandosi al secondo posto e costringendo la CNN a rivedere la sua strategia

di www.lsdi.it del 9/4/2010
La guerra delle reti all-news via cavo vede Fox sempre più forte: FoxNews è detentore di un' ampia
fetta di telespettatori rispetto ai suoi rivali. Ma negli ultimi mesi è una prepotente MSNBC a
registrare una sorprendente crescita. L' emittente ha infatti sorpassato il numero dei fedeli
sostenitori di CNN, già a sua volta superato da FOX. La crescita di MSNBC, unita alla forza del
canale news di Fox, insieme al calo precipitoso della CNN, spiegano bene le tendenze
predominanti nel mondo delle reti all news e le sfide che i media stanno affrontando per cercare di
rimanere a galla, in un mondo fortemente aggressivo e dominato dalle opinioni. Nella sua corsa al
successo Fox News stacca nettamente le concorrenti. Grazie agli interventi di ospiti incendiari,
come Bill O'Reilly, Sean Hannity e Glenn Beck, Fox non ha solo costruito una fedele e agguerrita

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audience di telespettatori conservatori, ma ha anche ridefinito come l' informazione viene diffusa in
questo paese. Che piaccia o no Fox, guidata dal magnate Rupert Murdoch e dall'amministratore
delegato Roger Ailes, ha trasformato la copertura delle notizie da parte dei media in un brutale sport
da corpo a corpo.Esprimere opinioni chiare è un dovere, particolarmente nella programmazione del
primetime, ma, molto più importante, la diffusione delle notizie su Fox è visceralmente e
incessantemente tagliente, con un tono maliziosamente e marcatamente di destra. Questo modello,
una volta inaccettabile, è adesso lo standard e ha giocato un ruolo chiave nel rimodellamento dell'
attuale scenario nazionale dei media.MSNBC ha tentato di imitare l' approccio di Fox, anche se dall'
opposta direzione politica. Con conduttori dichiaratamente liberal, come Keith Olberman, Rachel
Maddow e Ed Schultz, MSNBC sta cercando di rispondere al modello di Fox e questa manovra ha
già dato frutti: nel 2009, MSNBC ha largamente superato lo share nel primetime e nel primo
quadrimestre del 2010 ha ulteriormente solidificato la sua posizione come rete numero due all-
news, mentre CNN è collassata.La crescita di Fox e in minor parte di MSNBC, hanno influito su
CNN imponendo la necessità che essa riveda radicalmente i suoi obbiettivi.
Anche se i suoi critici la possono pensare diversamente, la CNN è caratterizzata da una
programmazione e da uno stile marcatamente distaccato, particolarmente in politica e affari interni.
I suoi grandi nomi fra cui Wolf Blitzer, Campbell Brown, Anderson Cooper e Larry King trattano
argomenti aridi come le questioni economiche e i loro show sono più sonnolenti di quelli dei
concorrenti e francamente un po' noiosi.
E i telespettatori sembrano concordare: il New York Times scrive che i conduttori di CNN hanno
perso approssimativamente metà del loro pubblico nell' ultimo anno, e la CNN si trova ora in
svantaggio rispetto ai suoi concorrenti nel primetime - dove la pubblicità è molto più redditizia. Da
parte loro Cooper e King hanno perso più del 40% dell'audience nel primo trimestre del 2010. E
CNN è addirittura minacciata dai piccoli network tradizionali come HLN e CNBC.
CNN non è riuscita ad adattarsi alle tendenze di un giornalismo schierato che FOX ha creato e
MSNBC ha abbracciato. Il recente acquisto da parte di CNN di Erik Erickson, graffiante blogger
dell' area di destra, potrebbe costituire un segnale di cambiamento in questo senso ma la dirigenza
di CNN è ancora dichiaratamente ferma nel suo impegno di avere conduttori di primetime che
forniscano materiale giornalistico libero da punti di vista schierati.
Questo è il più grande errore. Attualmente il punto di forza di FOX e MSNBC è dovuto in grande
parte alla creazione di una nicchia di audience fedele: la destra per FOX e la sinistra a MSNBC,
mentre nel mezzo cerca di barcamenarsi la CNN, che non sembra in grado di prendere una
posizione e di aggiudicarsi quella parte cruciale dello share.
Ma questa è solo una faccia della medaglia. Nel mondo di oggi, i toni contano tanto quanto conta la
sostanza o persino la posizione politica, e proprio qui sta la sfida per la CNN: assumere un
approccio più incisivo e diretto rispetto a FOX e MSNBC, come del resto hanno già fatto molte
piattaforme internet, che hanno scelto questa strada con decisione.
La CNN è stata comunque colpita al cuore dai suoi concorrenti altrettanto quanto i quotidiani,
intrappolati in una collettiva incapacità di cambiare. Ancora, mentre molte testate sono state
fortemente colpite, e in molti casi mortalmente, da un marcato rifiuto ad un più rapido sviluppo
tecnologico e ad un miglior uso di internet, la carta stampata è stata paralizzata da tradizionale
modello storico dei quotidiani americani che vogliono essere scrupolosamente bilanciati e
imparziali nel loro approccio. Come CNN, i quotidiani rischiano di rendersi completamente
irrilevanti se falliscono nel comprendere la richiesta di una più precisa e addirittura più schierata
opinione politica.
Non è un caso che Rupert Murdoch venga dall' esterno e che abbia avuto tanto successo come
tycoon mediatico in Gran Bretagna. Qui, carta stampata e media si stanno profondamente
ridefinendo e sono, da tempo, chiaramente schierati politicamente. Per esempio, i lettore del
Guardian sono consapevoli di leggere un giornale di sinistra, mentre quelli del Times, quotidiano di
Murdoch, sanno che il loro giornale ha punti di vista di destra. Il canale Fox News ha intrapreso lo


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stesso approccio: puoi anche non essere d' accordo con loro, ma tutto viene detto chiaro e tondo,
nessuna sfumatura è concessa.
Indiscutibilmente, il pubblico americano si è avvicinato al modello britannico nei gusti, come
conferma la crescente popolarità di Fox News e MSNBC. E, poiché molti cittadini si informano
solo attraverso i notiziari dei canali via cavo, testate come CNN e molti quotidiani potrebbero
sparire se non riusciranno ad adattarsi al nuovo trend mediatico sia nella sostanza che nel tono
LE MONDE ANNUNCIA la RICAPITALIZZAZIONE ENTRO GIUGNO. GRUPPO
INDEBITATO CERCA PARTNER, IN FORSE ESPRESSO E PRISA.
Parigi, 12 aprile 2010. I giornalisti del quotidiano francese Le Monde rischiano di perdere il
controllo del giornale che detengono dalla sua creazione nel 1945 a causa di un processo di
ricapitalizzazione del gruppo che sembrerebbe prossimo, entro giugno, e «inevitabile». La
direzione di Le Monde, contattata dall'ANSA, non ha voluto commentare le «voci che
circolano» riguardo i nomi dei possibili partner del gruppo in questo processo di
ricapitalizzazione per «rispettare la discrezione dei delicati negoziati in corso». In ballo infatti
c'è l'avvenire di Le Monde. Diversi titoli della stampa d'oltralpe (La Tribune, Liberation, La
Correspondance de la presse) parlano oggi di «una svolta epocale» che minerebbe
l'indipendenza del giornale e alludono a contatti con il gruppo Prisa, editore del quotidiano
spagnolo El Pais - recentemente passato sotto il controllo di un fondo pensioni americano -
associato a un importante investitore finanziario, e con il Gruppo Espresso. La
ricapitalizzazione, che è «indispensabile per rinforzare i fondi propri del gruppò, secondo il
Consiglio di sorveglianza che si è riunito venerdì scorso, avrebbe come conseguenza »la
diluizione degli azionisti storici (tra cui i giornalisti, ndr.) che diventerebbero minoritari«.
Oggi il gruppo è controllato al 60% dalla holding Le Monde partenaires et associes (Lmpa), e
da azionisti esterni come il gruppo Lagardere (17,2%), Prisa (15%) La Stampa (3%) e Le
Nouvel Observateur (1,8%). Il gruppo ha debiti per 100 milioni di euro e entro il 2011 deve
restituire un prestito di 25 milioni di euro concesso dalla banca Bnp-Paribas. Infine deve
onorare entro il 2012 e il 2014, 67 milioni di euro di Ora (obbligazioni rimborsabili in azioni).
Senza la ricapitalizzazione, che secondo il Consiglio di sorveglianza verrà “finalizzata nelle
prossime settimane per essere sottomessa al voto degli azionisti entro giugno”, il gruppo
rischia, secondo La Tribune, di dovere chiedere l'amministrazione controllata. (ANSA).

EDITORIA USA: DIFFUSIONE dei QUOTIDIANI IN CALO. WSJ RIMANE AL
PRIMO POSTO.
New York, 26 aprile 2010. Nei sei mesi terminati a marzo la diffusione dei maggiori quotidiani
americani è diminuita, costringendo la carta stampata a fare i conti con il protrarsi del calo
pubblicitario e con la sempre più serrata concorrenza delle testate digitali. La diffusione media
settimanale per 602 quotidiani è scesa dell'8,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente,
con circa dieci delle maggiori 25 testate che hanno segnato un calo pari o superiore al 10 per cento.
Tra i giornali più grandi i ribassi più sostenuti sono stati quelli del San Diego Union-Tribune (-
23%) e del Dallas Morning News (-21%), mentre il quotidiano più diffuso rimane il Wall Street
Journal (+0,5% a 2,09 milioni di copie), che aveva superato già l'anno scorso Usa Today dopo che
questo era stato per un decennio il quotidiano americano più diffuso (nei sei mesi finiti a marzo, -
14% a 1,8 milioni). (RADIOCOR)

EDITORIA USA: WSJ DEBUTTA CON EDIZIONE di NY. SFIDA al NYTIMES
TERRORISMO, RATTI E BASEBALL PER RUBARE LETTORI
E PUBBLICITÀ
di Alessandra Baldini-ANSA
New York, 26 aprile 2010. Rupert Murdoch contro Arthur Sulzberger, e stavolta con cannonate
pesanti: dopo aver pubblicato una foto del mento dell'editore del New York Times per illustrare sul
Wall Street Journal un articolo sulle donne che preferiscono uomini effeminati, il tycoon australiano

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ha sferrato oggi il vero assalto alla fortezza New York Times con l'edizione 'Greater New York' del
suo gioiello della corona, la bibbia dell'alta finanza. Un pizzico di economia, ma anche terrorismo,
ratti a Manhattan e tanto baseball sono il menù della prima pagina dell'edizione metropolitana che i
lettori del Wall Street Journal nella Grande Mela si sono trovati oggi allegati al giornale finanziario.
Assediato sul fronte dei lettori e della pubblicità, che Murdoch in occasione del lancio ha offerto
agli inserzionisti a prezzi stracciati, il New York Times a parole ha reagito con il sarcasmo: «Dopo
120 anni di esistenza si sono accorti che esiste qualcosa a nord di Wall Street', ha scritto oggi
Sulzberger in un memorandum ai giornalisti: Possiamo ricordargli che Idlewild si chiama ora JFK,
Soho sta per South of Houston e Cats ha chiuso a Broadway?”. La 'Vecchia Signora in Grigiò ha
montato anche una controffensiva concreta avviando contatti con testate locali per lanciare edizioni
regionali in almeno cinque mercati. “L'obiettivo è di arrivare a dieci quindici mercati, non di più
dato il clima economico globale per il mercato della carta stampata”, ha annunciato al Financial
Times Scott Heekin Canedy, presidente del New York Times Media Group. Il Times ha già edizioni
locali a San Francisco e a Chicago con due pagine di contenuti locali due volte alla settimana.
L'edizione metropolitana Greater New York del Wall Street Journal, a cui lavora un pool di 35
giornalisti, ha 16 pagine per una buona metà tappezzate di inserzioni tra cui cinque pubblicità a tutta
pagina. Due pagine sono dedicate agli avvenimenti culturali e due allo sport. Completano il menù
servizi sul mercato immobiliare e sui ristoranti e, quasi inedito per il quotidiano del»alta finanza, fa
capolino la cronaca nera. La pubblicità è stata ottenuta vendendo le inserzioni praticamente gratis.
«Erano gli sconti più grossi visti quest'anno», aveva detto un esperto americano di 'advertising'.
L'iniziativa è rivelatrice di quanto serie siano le intenzioni di Murdoch di far fuori il quotidiano
rivale: il New York Times, da quasi un secolo e mezzo nelle mani degli eredi Sulzberger, è uno dei
pochi gruppi editoriali ancora proprietà di una famiglia. Lo è il Washington Post e lo era il Wall
Street Journal prima che Murdoch lo acquistasse per cinque miliardi di dollari tre anni fa
scardinando l'unità della famiglia Bancroft. (ANSA).

EDITORIA. GIAPPONE. BOOM di QUOTIDIANI: LETTI DA 9 PERSONE SU 10
Tokyo, 9 giugno 2010. I giapponesi si confermano tra i lettori di quotidiani più avidi e
affezionati al mondo, anche nell'era digitale del tutto gratis su Internet, con oltre 9 persone su
10 che nel 2009 hanno dichiarato di leggere regolarmente i giornali. Secondo i dati pubblicati
a Tokyo dall'associazione nazionale editori e distributori di quotidiani, che tra ottobre e
novembre 2009 ha condotto un sondaggio su un campione di 3.700 persone tra i 15 e i 69 anni
di età, i giornali nel formato cartaceo sono secondi solo alla tv come mezzo di informazione
più usato su base regolare. Il sondaggio, che ha posto quesiti in merito alla fruizione dei
cinque principali tipi di media - tv, quotidiani, riviste, radio e Internet -, ha visto prevalere
come di consueto il mezzo televisivo, che gli intervistati hanno dichiarato di usare «in qualche
modo» per il 99% (in lieve calo rispetto al 99,1% del 2007) o «tutti i giorni» (89,8%). I
quotidiani vengono letti abitualmente dal 91,3% (almeno 5 volte a settimana) degli intervistati
(contro il 92,3% del sondaggio precedente), con una quota del 62,7% che ha dichiarato invece
l'uso giornaliero. In crescita invece gli altri media: l'utilizzo regolare di riviste, Internet e
radio si è attestato rispettivamente al 77,4% (+2,9%), 66,7% (+3,4%) e 57,1% (+1,3%). Tra
tutte le scelte, i quotidiani sono stati giudicati il mezzo di comunicazione più importante, in
quanto permettono meglio degli altri media di «comprendere il territorio e la comunità in cui
si vive» (52,6%) e sono una «indispensabile fonte di informazione» (50,2%). Secondo gli ultimi
dati forniti dell'associazione, inoltre, nel 2009 sono state oltre 50 milioni le copie complessive
di giornali (generalisti e sportivi) vendute quotidianamente, con una media record di 0,95
abbonamenti per famiglia. Da primato sono anche i numeri delle due testate più diffuse del
Sol Levante (e al mondo), lo Yomiuri e l'Asahi, che distribuiscono rispettivamente 10 e 8
milioni di copie soltanto nell'edizione del mattino. (ANSA).



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FRANCIA:LE MONDE. REDATTORI: OK A CORDATA SGRADITA al presidente
SARKOZY
Parigi, 25 giugno 2010. La Società dei redattori di Le Monde (Srm), azionista di riferimento del
gruppo editore del noto quotidiano parigino, ha votato oggi in favore dell’offerta di
ricapitalizzazione presentata dalla cordata dei tre uomini d’affari francesi Pierre Bergé, Xavier Niel
e Matthieu Pigasse. In corsa per il controllo di Le Monde c’é un’altra offerta, presentata dalla
cordata franco-spagnola guidata dal gruppo Sfa, editore del settimanale Nouvel Observateur, in
partnership con la spagnola Prisa e l’operatore tlc France Telecom. Nelle scorse settimane, il
presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy avrebbe fatto sapere al direttore di Le Monde,
Eric Fottorino, di non gradire un eventuale acquisizione del giornale da parte della cordata Bergé-
Niel-Pigasse. (ANSA)
LE MONDE: SFA NON RITIRA OFFERTA RICAPITALIZZAZIONE, ma la SOCIETÀ dei
REDATTORI HA DATO la PREFERENZA A CORDATA CONCORRENTE
Parigu, 26 giugno 2010. Nonostante il voto nettamente contrario della Società dei redattori di Le
Monde (azionista di riferimento del noto quotidiano parigino) e delle altre rappresentanze dei
dipendenti del giornale, il patron del gruppo editoriale Sfa Claude Perdriel non intende ritirare la
sua offerta di ricapitalizzazione. L'uomo d'affari, scrive la società in una nota, «prende atto del voto
dei dipendenti di Le Monde a favore dell'offerta della cordata Niel-Bergè-Pigasse. Come ha sempre
sostenuto, accetta tale decisione». Analoga decisione da parte dei due alleati di Perdriel, l'azienda
editoriale spagnola Prisa e il gruppo francese di Tlc France Telecom, che in un comunicato ha
voluto ribadire «la pertinenza del suo progetto industriale» per la società editrice di Le Monde,
proprietaria anche dei settimanali Telerama e Courrier International. Dal canto loro, Pierre Bergè,
Xavier Niel e Matthieu Pigasse hanno tenuto a inviare ringraziamenti «molto calorosi» alla Società
dei redattori di Le Monde e agli altri azionisti per il consenso plebiscitario, tra l'80% e il 95%, alla
loro offerta. La decisione finale sul futuro di Le Monde spetta ora al consiglio di sorveglianza del
gruppo, che si riunirà lunedì pomeriggio per emettere il proprio verdetto. Il vincitore dovrà a quel
punto versare in anticipo 10 milioni di euro, per garantirsi trattative esclusive sulla
ricapitalizzazione. (ANSA).
FRANCIA.LE MONDE. LUNEDI’ 28 SI DECIDE ILFUTURO DEL GRUPPO.
REDATTORI E DIPENDENTI SCHIERATI per cordata anti-SARKOZY
di Chiara Rancati-ANSA
Parigi, 27 giugno 2010. Dopo il rinvio all'ultimo momento di due settimane fa, il consiglio di
sorveglianza della società editrice di Le Monde emetterà domani il suo verdetto sulle offerte
presentate per la sua ricapitalizzazione. Sulla scelta non potrà non pesare la netta preferenza
espressa venerdì alla quasi unanimità (90,84%) dalla Società dei redattori di Le Monde (Srm),
primo azionista del gruppo, per l'offerta presentata dalla cordata francese formata dall'uomo
d'affari Pierre Bergè, noto anche per essere stato il compagno del defunto stilista Yves Saint-
Laurent, dal patron del provider Free Xavier Niel e dal banchiere Matthieu Pigasse, numero
uno di Lazard Europe e proprietario del magazine musicale 'Les Inrock'. Una presa di
posizione netta da parte dei giornalisti dello storico quotidiano parigino, a cui sono seguite
quelle analoghe, e altrettanto plebiscitarie, di dipendenti (100% dei voti a favore) e dirigenti
(94,9%) di Le Monde, e dei redattori dei periodici editi dal gruppo, Telerama, Courrier
International e alcune testate minori (tra 80 e 92,6%). L'offerta dei tre finanzieri francesi,
scrivono in un editoriale i redattori di Le Monde, «sembra fornire una proposta più coerente
di quella concorrente», e dà «allo stesso modo garanzie forti sulla sopravvivenza durevole
dell'azienda». Solo questa cordata, aggiungono, «potrà incarnare domani la continuità e lo
spirito d'indipendenza dei giornali del gruppo». Giudizio che, secondo alcuni, vuol anche
essere una risposta al presidente francese Nicolas Sarkozy, che qualche settimana fa aveva
convocato all'Eliseo il direttore di Le Monde, Eric Fottorino, informandolo del suo scarso
gradimento per l'offerta presentata dal trio di uomini d'affari transalpini, tutti di note
simpatie socialiste. Il netto rifiuto della Società dei redattori non ha comunque fatto desistere

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il capofila della cordata concorrente Claude Perdriel, patron del gruppo editoriale Sfa, che
pubblica tra gli altri il settimanale progressista Nouvel Observateur. La sua offerta,
presentata in alleanza con l'editore spagnolo Prisa e con l'operatore di telecomunicazioni
France Telecom, secondo una nota diffusa nella tarda serata di venerdì resterà valida,
nonostante l'uomo d'affari si fosse più volte detto pronto a ritirarla in caso di mancato
sostegno da parte della Srm. Decisa ad insistere anche France Telecom, che in un comunicato
«ribadisce la pertinenza del suo progetto industriale» per il gruppo Le Monde, ma allo stesso
tempo si riserva di esaminare «al termine del consiglio di sorveglianza, il modo in cui dare
seguito alle propria mossa». (ANSA)

TRE BUSINESSMEN DI SINISTRA alla GUIDA di LE MONDE. OK A OFFERTA
BERGÈ, NIEL, PIGASSE. È SVOLTA STORICA
di Aurora Bergamini-ANSA
Parigi, 28 giugno 2010. È una svolta epocale per il quotidiano Le Monde: la società editrice dello
storico giornale francese fondato nel dicembre 1944 da Hubert Beuve-Mery, passa nelle mani di tre
uomini d'affari, per di più simpatizzanti di sinistra. Il Consiglio di sorveglianza si è infatti
pronunciato, con 11 voti su 20, il minimo indispensabile, a favore dell'offerta per la
ricapitalizzazione del gruppo proposta dalla cordata francese formata dall'industriale Pierre Bergè,
noto per essere stato il compagno di Yves Saint Laurent, dal patron del provider Free, Xavier Niel, e
dal banchiere Matthieu Pigasse, numero uno di Lazard Europa e proprietario del magazine musicale
Les Inrock. Così «un capitolo di storia si chiude», come ha spiegato il direttore di Le Monde, Eric
Fottorino. Fin dalla nascita, il quotidiano e la società che lo pubblica, sono stati controllati dagli
stessi giornalisti attraverso la Società dei redattori di Le Monde (Srm). L'ingresso con una grossa
quota di un nuovo investitore porterà inevitabilmente alla diluzione della quota di capitale detenuto
dalla Società, oggi azionista di maggioranza con il 60% attraverso la holding Le Monde partenaires
et associes (Lmpa), che non potrà quindi più operare le scelte editoriali in totale autonomia. Ma
Fottorino assicura: «il nuovo partner non interverrà sui contenuti». Delle potenziali candidature, tra
cui quella del gruppo italiano L'Espresso, a presentare offerte concrete sono state infine solo due
cordate francesi. La prima, poi sconfitta, era guidata da Claude Perdriel del gruppo editoriale Sfa,
che pubblica il settimanale progressista Le Nouvel Observateur, alleato con l'editore spagnolo Prisa
e con l'operatore di telecomunicazioni France Telecom (detenuto per il 26% dallo Stato). Perdriel
aveva già annunciato in mattinata il ritiro della sua proposta, indipendentemente dalla scelta del
Consiglio di sorveglianza: «Non imporremo una proposta contro il parere dei giornalisti», che
venerdì si erano espressi alla quasi unanimità in favore dei rivali, aveva spiegato un portavoce. La
seconda, quella prescelta, è venuta dal trio Bergè-Niel-Pigasse, già soprannominato dalla stampa
transalpina come 'BNP', preferito dalla Srm ma sgradito al presidente della Repubblica francese
Nicolas Sarkozy, che lo avrebbe espressamente comunicato a Fottorino durante un colloquio
privato, scatenando una polemica da parte dell'opposizione e dei giornalisti sulla sua ingerenza nei
media in Francia. Free è un concorrente di Bouygues Telecom, impresa dell'amico del capo dello
stato, Martin Bouygues, mentre Bergè e Pigasse sono di note simpatie socialiste: l'uno ha finanziato
la campagna di Segolene Royal, ex candidata del Ps all'elezione presidenziale, ed era vicino all'ex
presidente socialista Francois Mitterrand; l'altro ha cominciato la sua carriera presso i socialisti
Dominique Strauss-Kahn e Laurent Fabius, per poi riconvertirsi nel settore privato. Le Monde ha
debiti tra gli 80 e i 120 milioni di euro: entro il 2011 deve restituire un prestito di 25 milioni di euro
concesso dalla banca Bnp-Paribas, e entro il 2012 e il 2014 deve ripagare 69 milioni di euro di Ora
(obbligazioni rimborsabili in azioni). Il nuovo proprietario del gruppo dovrà sborsare subito 10
milioni di euro per alleviare le difficoltà di liquidità e avviare trattative esclusive sulla
ricapitalizzazione. (ANSA).

Leggi in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5925
EDITORIA: SARÀ

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BRUNO MANFELLOTTO IL NUOVO DIRETTORE
del settimanale L'ESPRESSO.
Daniela Hamaui dal 2 agosto assumerà, sotto la direzione di Ezio Mauro, il ruolo
di Direttore Editoriale dei Periodici di Repubblica Il Venerdì, D, XL e Velvet. Si
occuperà inoltre della supervisione editoriale dei mensili National Geographic
Italia, Le Scienze e Mente e Cervello nonché dello sviluppo di nuovi progetti.
Direttore Editoriale dei Quotidiani Locali, in sostituzione di Bruno Manfellotto,
verrà nominato Luigi Vicinanza,
Roma, 15 luglio 2010. Bruno Manfellott sarà il nuovo direttore de L'Espresso. A comunicarlo in
una nota è lo stesso settimanale, che dà conto anche degli altri cambiamenti in vista. Daniela
Hamaui, Direttore de L'espresso dal marzo 2002, dal 2 agosto «assumerà, sotto la direzione di Ezio
Mauro, il ruolo di Direttore Editoriale dei Periodici di Repubblica Il Venerdì, D, XL e Velvet. Si
occuperà inoltre della supervisione editoriale dei mensili National Geographic Italia, Le Scienze e
Mente e Cervello nonché dello sviluppo di nuovi progetti. Daniela Hamaui ha ideato e lanciato il
supplemento femminile di Repubblica D, ancora oggi uno dei più grandi successi editoriali del
settore. Ha successivamente diretto per otto anni L'Espresso, consolidandone prestigio e
autorevolezza». Come nuovo Direttore de L'espresso «sarà proposta al consiglio di
amministrazione, che si riunirà il 20 luglio, la nomina di Bruno Manfellotto, attualmente Direttore
Editoriale dei Quotidiani Locali. Manfellotto assume il nuovo incarico forte di un'ampia e
qualificata esperienza: è stato vicedirettore de L'espresso e successivamente ha diretto con successo
La Gazzetta di Mantova e Il Tirreno».
Direttore Editoriale dei Quotidiani Locali, in sostituzione di Bruno Manfellotto «verrà nominato
Luigi Vicinanza, attualmente Direttore del quotidiano Il Centro. Vicinanza ha lavorato per molti
anni a Repubblica dove è anche stato caporedattore della redazione di Napoli. In seguito è stato
Direttore della Città di Salerno e attualmente dirige Il Centro di Pescara». Di origini napoletane,
Manfellotto ha curato ad inizio carriera temi economici per il quotidiano pomeridiano Paese Sera.
Negli anni 1980 è passato al settimanale Panorama, ove trattava temi economici e politici. Di questa
testata ha diretto prima la redazione di Roma e poi quella centrale. È stato successivamente, come
già evidenziato, vicedirettore de l'Espresso (dal 1992 per cinque anni) e direttore della Gazzetta di
Mantova. Da alcuni anni è il direttore responsabile del quotidiano Il Tirreno. Nel 2003 ha
pubblicato il saggio S-profondo nord: viaggio nella Padania che non ti aspetti (Milano, Sperling &
Kupfer), un'indagine sugli aspetti negativi e poco noti del nord Italia. (Adnkronos)

EDITORIA. IL FATTO
FESTEGGIA UN ANNO
CON 76.000 COPIE.
PADELLARO E TRAVAGLIO:
“I LETTORI PREMIANO
la NOSTRA INDIPENDENZA”.

Bisogna aggiungere i 12mila abbonamenti postali e i 30mila sottoscritti on line, mentre il sito -
curato da Peter Gomez - riceve 150 mila visitatori unici al giorno, secondo Google analytics. Il
bilancio, al 31 dicembre 2009 ha chiuso con un utile lordo di 3.200.000 euro pari a oltre due
milioni di euro utile netto, dopo aver stanziato a un fondo imposte quasi 1,1 milioni di euro. A
settembre arriva Vittorio Malagutti, firma dell'Espresso.

di Daniela Simonetti (ANSA)
Roma, 21 agosto 2010. Un agosto di fuoco per la politica italiana con l’affaire Fini-Tulliani e un
mese con un saldo positivo per il Fatto Quotidiano che ha venduto 76.427.000 copie (71.552.000 a
                                                                                                  24
luglio): la premiata ditta Padellaro e Travaglio è al giro di boa del primo anno di vita del giornale
che ha visto la luce a settembre del 2009. Un progetto adeguato ai tempi: costi, organico e
foliazione contenuti, attenzione a non allentare i cordoni della borsa, bilancio in attivo grazie al
rigore del presidente dell'editoriale Il Fatto spa Giorgio Poidomani. Il bilancio, al 31 dicembre
2009 - spiega Poidomani - ha chiuso con un utile lordo di 3.200.000 euro pari a oltre due
milioni di euro utile netto, dopo aver stanziato a un fondo imposte quasi 1,1 milioni di euro.
Oltre 108 mila euro, il cinque per cento richiesto dallo statuto, sono accantonati come riserva
legale. Altri 756 mila euro confluiscono come dividendi agli azionisti: l'Editoriale il Fatto è
infatti una società per azioni e non una cooperativa. La residua parte dell'utile viene messa a
riserva straordinaria. Parte di questa viene trasformata in aumento di capitale. I conti incoraggianti
permettono quindi di fare progetti: a settembre arriva Vittorio Malagutti, firma dell'Espresso, e la
redazione cambia casa. La sede di via Orazio a Roma è diventata troppo piccola per un giornale in
crescita. In dodici mesi, il Fatto si è mantenuto sempre al di sopra delle 60.000 copie dopo il botto
iniziale di 120 mila (settembre 2009) e di 85.659 a ottobre. Il mese peggiore è stato gennaio 2010
con 58.116 copie, ottimo marzo con 72.292, picchi a luglio con 71.552 mila copie e ad agosto con
76.427.000. Le giornate clou sono state - a parte quelle del debutto - l'8 ottobre 2009 - quando la
Consulta ha bocciato il lodo Alfano - con 147 mila copie vendute; il 5 dicembre 2009 - in
coincidenza del No B day - con 75 mila; il 13 marzo 2010 (caso Santoro-Agcom) con 94.000 copie
vendute. A questi dati bisogna aggiungere i 12mila abbonamenti postali e i 30mila sottoscritti
on line, mentre il sito - curato da Peter Gomez - riceve 150 mila visitatori unici al giorno,
secondo Google analytics. “I nostri principali timori - spiega il direttore Padellaro - riguardavano
agosto, un mese particolarmente difficile per i giornali politici e di opinione. Noi, in
controtendenza, abbiamo registrato un boom imprevisto. Non posso dire con certezza le ragioni di
questa sostanziale crescita rispetto al mese di luglio. È probabile anche che si sia avvicinata a noi
una fetta di lettori che sostengono Fini. Abbiamo dato spazio alla vicenda del presidente della
Camera senza mai rinunciare all'autonomia e libertà”. “I lettori - aggiunge - hanno colto questa
assoluta indipendenza, proclamata sin dall'inizio della avventura del Fatto e alla quale siamo rimasti
fedeli”. Intollerabili - secondo Padellaro - i giornali a tesi: “Si può essere faziosi o strillati, ma mai
procedere per tesi. È un errore che abbiamo scansato. Il pubblico che ci segue lo ha capito e ha
premiato la coerenza del Fatto”. Marco Travaglio, grande animatore del giornale, è ovviamente
d'accordo con Padellaro e sottolinea come il Fatto sia all'interno del dibattito politico, precisando:
“Chi pensava di schiacciarci nel recinto della sinistra radicale, si sbagliava di grosso. È un
giornale totalmente libero che dà le notizie tenute nascoste dagli altri media, tv e
giornali”.(ANSA).

Leggi tutto in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5624
TV. GB: i grandi editori
SONO UNITI PER
BLOCCARE L’ASCESA
DI RUPERT MURDOCH
nella società Sky-Regno Unito.
“Murdoch diventerà il Berlusconi della Gran Bretagna?”, si chiede il Guardian.
Gli editori sostengono infatti che le sinergie realizzate tra TV e carta stampata
ucciderebbero “la pluralità del sistema”.
Londra, 12 ottobre 2010. I grandi editori britannici si sono coalizzati, in una mossa più unica che
rara, per chiedere al governo britannico, nella persona di Vince Cable, ministro per le Attività
Produttive, di bloccare l’offerta d’acquisto delle quote restanti di BSkyB, la società che possiede
Sky-Regno Unito, da parte di Rupert Murdoch, il magnate dei media di origine
australiana. Gli editori sostengono infatti che le sinergie realizzate tra

                                                                                                       25
TV e carta stampata ucciderebbero “la pluralità del sistema”. “Murdoch
diventerà il Berlusconi della Gran Bretagna?”, si chiede il Guardian. Il
quotidiano liberal, infatti, dedica alla questione un’inchiesta di due
pagine. “Si potrebbe addirittura dire - scrive il giornale - che il dominio
di Silvio Berlusconi dei mezzi d’informazione sia meno esteso”. Il punto è
che se News Corporation otterrà il via libera ad acquistare il 61% di BSkyB
- al momento detenuto da fondi pensione americani e britannici - il
fatturato aggregato delle società di Murdoch nel Regno Unito schizzerà a 7,5
miliardi di sterline. Molti di più dei 4,8 fatti segnare dal colosso BBC.
Denaro che potrebbe essere investito in operazioni di ‘bundling’: fusioni di
contenuto tra il video (Sky) e la carta (Sun, Times, Sunday Times, News of
the World). La prospettiva è talmente preoccupante che gruppi con posizioni
molto diverse tra loro - da una parte il Daily Telegraph e il Daily Mail, di
area Tory, e dall’altra il Guardian e il Daily Mirror, vicini invece ai
laburisti - hanno spedito oggi una petizione a Cable per indurlo a bloccare
l’acquisto di quelle quote - per le quali Murdoch è disposto a sborsare 8
miliardi di sterline. (ANSA).
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PUBBLICITÀ. RAPPORTO
NIELSEN: +3%
INVESTIMENTI NEL 2010.
NEL 2011 ATTESO +2%,.
INTERNET SUPERERÀ
QUOTIDIANI E PERIODICI.

Roma, 28 ottobre 2010. Dopo la contrazione dovuta alla crisi economica, nel 2010 e 2011 gli
investimenti pubblicitari torneranno a crescere a livello globale. In Italia per quest'anno si stima una
crescita superiore al +3%, mentre nel prossimo la variazione si attesterà intorno al +2%. Questo in
sintesi il giudizio sul mercato pubblicitario contenuto nell'ultima edizione del rapporto semestrale
Nielsen Economic and Media Outlook, secondo il quale l'anno prossimo Internet supererà sia i
quotidiani che i periodici in termini di raccolta di pubblicità commerciale nazionale. In Italia per
quest'anno - si legge nel rapporto - si attendeva un semplice rimbalzo del mercato, invece la crescita
sarà forte, costante nel corso dell'anno, ben distribuita tra mezzi e settori e potrà beneficiare di un
numero di aziende inserzioniste in aumento. L'ultimo trimestre sarà leggermente meno brillante,
anche in conseguenza del confronto con il periodo migliore del 2009. Tv e internet - secondo
Nielsen - guideranno il mercato in questi due anni, ma anche la radio e il direct mail daranno un
buon contributo. Per i quotidiani chiusura sostanzialmente in pareggio, ma rimane in calo la raccolta
della commerciale locale. Nel 2011 - prosegue il rapporto - il mercato pubblicitario continuerà a
crescere ma con un ritmo leggermente inferiore rispetto al 2010. Considerando la mancanza di
grandi eventi mediatici, la ripresa economica ancora incerta e il confronto con un anno positivo
come quello in corso si tratterebbe comunque di un risultato particolarmente positivo. I mezzi
trainanti saranno ancora tv e internet, continueranno a crescere radio e direct mail e tornerà il segno
positivo per i quotidiani. Per quanto riguarda i settori si attende una ripresa di quelli legati ai servizi,
proseguirà il trend positivo del largo consumo, mentre saranno le aziende del comparto beni durevoli
a diminuire gli investimenti. Secondo Paolo Duranti, Managing Director di Nielsen Media, «non sarà
facile tornare velocemente ai livelli del 2008, ma oggi il mondo dei media è molto dinamico e gode
di buona salute. Quest'anno stiamo rilevando una modifica consistente del media mix di comparti
importanti come automobili e abbigliamento, che cercano di ottimizzare i propri investimenti
sperimentando media diversi». Secondo il rapporto, in assenza di un aumento della diffusione delle
connessione ad alta velocità in Italia, i business legati al web, incluso l'advertising, potrebbero non
riuscire a garantire nei prossimi anni gli attuali tassi di crescita. (ANSA).

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EDITORIA: IN ITALIA
giornali di carta morti
nel 2027. Ross Dawson
(guru dei media) prevede
il sorpasso di internet
paese per paese: dal 2040
fuga generalizzata dalle
edicole in tutto il mondo.

di Mattia Bernardo Bagnoli-ANSA
Londra, 1 novembre 2010. 2027, fuga dall'edicola. Quello infatti sarà l'anno in cui, anche in
Italia, il glorioso quanto esangue giornale di carta andrà finalmente in pensione. Al suo posto
smartphone, tablet, e-reader e quant'altro. A morire insomma non è il giornalismo in sè, ma solo un
modello distributivo, che fra meno di 10 anni inizierà a sparire un pò in tutto il mondo. I primi a
dire addio al quotidiano così come lo conosciamo saranno gli Usa nel 2017, seguiti da Gran
Bretagna e Islanda nel 2019. Se, infatti, la migrazione sul wifi è un trend inarrestabile e globale, la
sua applicazione pratica dipende da fattori nazionali come sviluppo economico, regolamentazioni,
sostegno pubblico all'editoria. Sono le previsioni di Ross Dawson, guru australiano dei media,
imprenditore e autore di numerosi libri sulla comunicazione. Dawson ha pubblicato il risultato
dello studio, chiamato 'Newspaper Extinction Timelinè, sul suo blog - venendo così ripreso da
diversi media come The Australian, The Guardian, Editor & Publisher. «Nel 2022 - scrive - i
giornali come sono fatti oggi diventeranno irrilevanti in Australia. I profitti nel mondo dei media
cresceranno enormemente ma saranno diversamente distribuiti». Il punto chiave, valido in
Australia e altrove, è il fatto che l'industria dell'informazione sta virando verso una realtà dominata
dal contenuto e dalle connessioni sociali. Una rivoluzione potenzialmente positiva a patto che «i
media tradizionali sappiano reinventarsi e partecipare a questa fase di crescita». I successori
dell'iPad - «riconosciuto come il precursore» - saranno allora i mezzi principali di accesso alle
informazioni. I modelli base (nel 2020) costeranno appena 10 dollari e spesso e volentieri verranno
offerti gratuitamente - magari con l'abbonamento a un periodico. Quelli più sofisticati saranno
invece «piegabili o arrotolabili» e «interattivi». Detto questo, il giornalismo non cambierà solo
nella forma ma anche, per certi versi, nella sostanza. «Percentuali sostanziali d'inchieste, servizi e
notizie saranno 'dragatè da orde di dilettanti supervisionati dai professionisti», dice ancora Dawson.
In opposizione al 'citizen journalism' vi saranno però una serie di esperti di settore e firme
importanti che, «grazie alla loro reputazione», faranno da guida al pubblico. Reputazione che, una
volta perduta, sarà però molto difficile da recuperare. Prima dell'Italia, nella tabella dell'estinzione
dei quotidiani, figurano il Canada e la Norvegia (2020), la Nuova Zelanda, la Spagna, la repubblica
Ceca, Taiwan (2024), la Sud Corea, la Russia urbana, il Belgio (2026). Dopo l'Italia verranno
invece paesi come la Francia (2029), la Germania (2030), il Giappone (2031), la Mongolia (2038)
e l'Argentina (2039). Dal 2040 in poi sarà la volta del resto del mondo. È internet, bellezza.
(ANSA).

Murdoch. NEWS CORP: 100MILA PAGANO PER TIMES ONLINE
Londra, 2 novembre 2010. News Corp. ha annunciato oggi che ha attirato 100 mila clienti a
pagamento per le versioni digitali del Times e del Sunday Times da quando in giugno ha
cominciato a far pagare l’accesso web ai due giornali. Metà di questi lettori erano già registrati
sulle versioni online delle due testate o sulle application su Ipad e Kindle mentre gli altri sono
acquirenti occasionali. Altri centomila lettori hanno attivato la registrazione gratuita che permette
di accedere a chi è già abbonato alle edizioni su carta. Altri giornali come il New York Times
stanno studiando formule per innalzare ‘pay walls’ che impongono per accedere ai contenuti un
pagamento necessario a compensare i proventi della pubblicità online che non si sono rivelati

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all’altezza delle speranze. “Queste cifre mostrano che molte persone sono pronte a pagare per un
giornalismo di qualità in formato digitale”, ha detto Rebekah Brooks di News International, il
braccio londinese di News Corp che pubblica il Times e il suo domenicale. Il gruppo di Murdoch
fa già pagare l’accesso al Wall Street Journal e di recente in Gran Bretagna ha alzato un ‘pay wall’
per entrare nel suo domenicale tabloid News of the World. I dati del Times sono interessanti perché
finora e” stata convinzione diffusa che è difficile far pagare l’accesso alle notizie online dal
momento che esistono tante notizie gratuite sul web. E’ più facile avere successo con i ‘pay walls’
per giornali specializzati come il Financial Times che ha attirato 189 mila clienti a pagamento al
suo sito web usando un modello a tassametro che permette la lettura gratuita di un numero limitato
di articoli, consumati i quali scatta il pagamento. Il New York Times sta studiando un approccio
analogo quando comincerà a far pagare il suo sito dopo Capodanno. A News Corp. i paywall sono
vere e proprie muraglie: richiedono ai lettori di pagare per tutto quello che non entra nelle ‘home
pages’. Il Times e il Sunday Times chiedono una sterlina al giorno oppure due alla settimana.
L’application per l’iPad costa 9,99 sterline al mese.(ANSA).

Leggi tutto in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5716
EDITORIA: OK A
ricapitalizzazione
di Le Monde. Si apre
nuova era. Il trio
Berge’, Niel e Pigasse
avrà circa il 60%
del Gruppo editoriale

Parigi, 2 novembre 2010. Si apre una nuova era per lo storico quotidiano francese Le Monde.
L’assemblea generale degli azionisti si è riunita oggi a Parigi con lo scopo di chiudere la procedura
di ricapitalizzazione dando il proprio via libera al trio di investitori costituito da Pierre Bergé,
Xavier Niel e Matthieu Pigasse, che si sono impegnati ad assicurare la sopravvivenza di tutti i titoli
del gruppo transalpino. Il trio ‘BNP’ conquista circa il 60% del capitale, contribuendo al rilancio
delle testate - fortemente indebitate - con 110 milioni di euro. Ma non l’indipendenza della
redazione, che resta nelle mani di una minoranza di blocco costituita dal ‘Pole Independance e da
‘Le Monde Partenaires et Associes’, che vede riuniti gli azionisti ’storici’. Tra cui lo spagnolo
Prisa, che in questi ultimi giorni ha creato non pochi problemi, prima del raggiungimento finale
dell’accordo. Alla fine della settimana scorsa, il gruppo spagnolo (che prima dell’operazione di
BNP aveva il 15% e oggi si ritrova con il 5%) aveva infatti fatto sapere di voler diventare azionista
di ‘Le Monde Libre’ (LML), la nuova struttura che associa Bergé, Niel, e Pigasse. Nel suo
negoziato per entrarvi, Prisa rivendicava diritti giudicati esorbitanti dalla redazione, a cui alla fine
ha rinunciato, come il veto sulla nomina del direttore del giornale, una funzione editoriale sulla
quale solo SRM, la società dei redattori, azionista di riferimento, può pronunciarsi. Tutto ciò ha
ritardato oggi lo svolgimento delle assemblee generali (7 in totale) che sono cominciate versi le
16:00. Da parte sua, il gruppo Lagardere cederà il suo 17,27% per 3,8 milioni di euro, mentre
resterà azionista del 33% del sito internet Le Monde.fr. L’accordo sulla ricapitalizzazione del
gruppo doveva essere concluso categoricamente entro oggi, altrimenti la giustizia francese avrebbe
dovuto aprire una procedura di salvaguardia che avrebbe rimesso in discussione l’intera
operazione. (ANSA).
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INTERNET. IAB FORUM:
PUBBLICITÀ DIGITALE
VALE 1 MLD EURO.
MERCATO IN RITARDO

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DI 4 ANNI RISPETTO USA
Milano, 4 novembre 2010. Anche se in Italia la dieta mediatica è ancora soprattutto a base di
televisione e se la penetrazione della banda larga è solo vicina al 20% della popolazione e inferiore
a quella di Paesi come Germania e Gran Bretagna, i consumatori multimediali sono ormai circa 20
milioni, secondo stime del 2009, con una crescita tra l'altro della navigazione in mobilità e su
smartphone. È a questi utenti che si rivolge il comparto digitale del mercato pubblicitario italiano,
che l'anno scorso è cresciuto del 6,4% e che in base alle previsioni chiuderà il 2010 con un +15%,
per un valore superiore al miliardo di euro. È il quadro tratteggiato dall'Osservatorio Iab
Italia/Accenture, il cui rapporto annuale è stato presentato questa mattina a Fieramilanocity
nell'ambito dello Iab Forum, due giorni congressuale dedicata alla comunicazione digitale che si
concluderà oggi pomeriggio. Nonostante la crisi, dunque, il settore continua a crescere. Tuttavia gli
elementi frenanti citati, oltre ad aspetti interni al mercato come la mancata standardizzazione dei
formati pubblicitari digitali, mantengono il mercato al di sotto delle sue potenzialità, secondo gli
autori del rapporto. In base ad un'analisi comparativa effettuata da Accenture con mercati più
maturi come quello nord americano, infatti, emerge per l'Italia un ritardo di circa 4 anni, con una
potenzialità di crescita inespressa che potrebbe raggiungere i 3,2 miliardi di euro. (ANSA).

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LE MONDE: EX DIRETTORE COLOMBANI REPLICA
AD ACCUSE dell’ATTUALE RESPONSABILE FOTTORINO.
SOTTO ACCUSA LA VECCHIA GESTIONE.
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Parigi, 4 novembre 2010. Dura polemica in casa Le Monde, fra l'attuale responsabile della testata,
Eric Fottorino, e l'ex direttore Jean-Marie Colombani, apertamente criticato per la sua gestione del
giornale dal 1994 al 2007. Chiudendo la parentesi del riassetto della proprietà, Fottorino aveva
proposto ieri una riflessione critica sulle scelte editoriali di Le Monde negli ultimi anni: «senza
andare troppo lontano - ha scritto Fottorino - Le Monde degli anni 1980 fu duramente sanzionato
dai lettori per il suo incondizionato sostegno al governo e alle idee dell'unione della sinistra. La
forte simpatia di Le Monde per Edouard Balladur nel 1995 gli fu molto dannosa. Come i suoi scritti
esageratamente favorevoli a Nicolas Sarkozy all'inizio degli anni 2000, prima di prendere posizione
per Segolene Royal». L'autocritica di Fottorino si spingeva ancora più avanti: «un giornale che un
tempo si diede come missione di far tremare la Borsa, che ha talvolta agitato il sospetto nei
confronti dei poteri politico ed economico, non poteva che pagare un prezzo. Quante lezioni da
dare! Quante personalità ingiustamente maltrattate, bastonate, o giudicate dalle nostre colonne!
L'errore fu spesso di prendere i nostri eccessi per espressione di indipendenza, quando erano
soltanto mancanza di significato. Il giornalismo, quello che i nostri lettori si aspettano, è fatto di
perizia e apertura mentale, di analisi precise e di livello dello sguardo, di sfumature, di
discernimento. La rivelazione deve essere vera, la critica fondata. Da quegli smarrimenti abbiamo
tratto lezione. Una reputazione è difficile da costruire, rapida da distruggere. il nostro giornale deve
essere giusto, non erigersi a giustiziere. Un giornalista non è nè un magistrato nè un ausiliario di
polizia. Indagare, sì. Indagare a carico, accettare di essere lo strumento manipolato e manipolatore
di interessi oscuri: mai». Dura la replica, oggi, di Colombani: «trovo davvero triste - dice in
un'intervista a L'Express on line - che un direttore di Le Monde si abbassi ad utilizzare in questo
modo i trucchi più consumati della piccola politica politicante e stravolgere il dibattito gettando la
responsabilità sul suo predecessore. Eric Fottorino regna da tre anni e mezzo sul quotidiano. Tre
anni e mezzo, è in generale sufficiente per tracciare un bilancio, come fa un presidente americano a
metà mandato. Ora, questo ha un nome: fallimento! Perchè, cosa ne sarebbe stato di Le Monde se
non fosse stato ripreso dal trio Niel-Bergè-Pigasse (i tre imprenditori ora proprietari, ndr)? È il
tribunale del commercio che se ne sarebbe occupato e la strategia - o l'assenza di strategia - di Erico
Fottorino, sarebbe stata duramente sanzionata». Colombani afferma di «rivendicare l'orgoglio»
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della sua testata, rivendica «di aver salvato il giornale da un fallimento editoriale ed economico
annunciato, nel 1994», il lancio di Le Monde.fr e «la costituzione di un gruppo che ha permesso di
arricchire e valorizzare Le Monde stesso. Gruppo senza il quale questo quotidiano sarebbe morto».
(ANSA). GIT

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MONDADORI: UTILE
di 9 MESI +13, 3%
A 30, 7 MLN. VEDE
2010 IN CRESCITA
Milano, 11 novembre 2010. Utile in crescita per Mondadori nei primi nove mesi del 2010: il
gruppo presenta un risultato netto pari a 30,7 milioni di euro, in crescita del 13,3% rispetto ai 27,1
milioni dello stesso periodo del 2009. Migliora - si legge nella nota diffusa al termine del cda anche
il fatturato consolidato, pari a 1,13 miliardi di euro (+1,4%).Il margine operativo lordo del periodo
si attesta a 103,1 milioni di euro (+51,2%); migliora l'indebitamento, che passa a 369 milioni di
euro dai 372,9 milioni al 31 dicembre 2009.Per l'intero 2010, Mondadori prevede una "significativa
crescita" tanto del risultato operativo quanto dell'utile netto: le performance di fatturato nel terzo
trimestre dell'esercizio - si legge nella nota - sono risultate "migliori rispetto al trend di mercato" in
tutti i business, sostanziandosi in un "forte recupero di redditivita' che - prosegue la nota - stimiamo
possa proseguire negli ultimi mesi dell'anno, consentendo alla societa' di incrementare
significativamente il risultato operativo di esercizio 2010".Anche per quanto riguarda la stima di
risultato netto dell'esercizio, "il miglioramento delle performance operative"
consentira' di realizzare "un significativo incremento rispetto al passato esercizio".Entrano infine in
cda tre nuovi membri: Roberto Briglia, Angelo Renoldi e Carlo Sangalli, questi ultimi come
amministratori indipendenti. (AGI)

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CAMBIO al VERTICE
di LE MONDE, PRESTO
NUOVO DIRETTORE.
FOTTORINO PERDE
PRESIDENZA CDG,
IN POLEMICA
CON PROPRIETARI
di Chiara Rancati-ANSA
Parigi, 15 dicembre 2010. Cambio al vertice per lo storico quotidiano parigino Le Monde. Il
direttore Eric Fottorino è stato destituito dalla carica di presidente del consiglio di gestione, e
nei primi mesi del 2011 sarà definitivamente sostituito. Al suo posto, a capo del cdg, è stato
nominato Louis Dreyfus, consigliere di fiducia di uno dei nuovi azionisti di maggioranza del
giornale, il banchiere d'affari Matthieu Pigasse. Di norma, nella stampa francese, il ruolo di
direttore di un quotidiano e di presidente del consiglio di direzione, figura equivalente al
direttore editoriale in Italia, sono affidati alla stessa persona. Le Monde ha invece deciso,
seppure in via transitoria, di scinderle, lasciando temporaneamente a Fottorino la direzione
giornalistica e affidando a Dreyfus quella amministrativa e gestionale. Il nuovo direttore,
precisa la società in un comunicato, «sarà proposto nelle prime settimane del 2011, al termine
di un processo messo in atto con la Società dei redattori di Le Monde». Il deterioramento dei
rapporti tra la direzione del quotidiano e i nuovi azionisti di maggioranza, la cordata
composta dall'uomo d'affari Pierre Bergè, dal patron del provider Internet Free Xavier Niel e
dal già citato Matthieu Pigasse, era evidente ormai da tempo. Nei giorni scorsi, Fottorino
aveva addirittura scritto una lettera a Dreyfus e ai rappresentanti dell'azionariato,
denunciando atteggiamenti «percepiti come una persecuzione morale» da parte dei nuovi

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proprietari della testata, e accusando questi ultimi di non aver mantenuto gli impegni presi in
occasione dell'ingresso nel capitale della società editrice del giornale. «Questa persecuzione
che mostra il proprio viso ma non dice il proprio nome è intollerabile», scriveva Fottorino,
secondo il testo del messaggio riportato dal sito Mediapart. «Devo concludere - aggiungeva -
che lo scopo di tutto ciò sia disgustare i dirigenti al punto di spingerli a lasciare l'azienda,
evitando così di dover pagare loro delle indennità di licenziamento?». L'attenzione si sposta
ora sulla ricerca di un nuovo direttore per il prestigioso quotidiano. Finora, secondo quanto
riportano le indiscrezioni raccolte dai media transalpini, non sembra sia stato trovato un
nome capace di raccogliere il consenso necessario, e soprattutto l'approvazione del 60% dei
rappresentanti della Società dei redattori richiesta dallo statuto del giornale per ottenere la
carica (ANSA)

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INCROCI STAMPA-TV, GOVERNO APRE A
PROROGA DIVIETO. MISURA NEL
MILLEPROROGHE DOPO SOLLECITI AGCOM. PD-UDC APPROVANO
di Michele Cassano-ANSA
Roma, 15 dicembre 2010. Il timore che serpeggiava tra i banchi dell'opposizione era che l'impero
mediatico di Silvio Berlusconi potesse espandersi anche ad un grande quotidiano, sull'altro fronte
non si era mai spento il sospetto che il patron di Sky, Rupert Murdoch, potesse affacciarsi sul
mercato editoriale italiano. L'annuncio di oggi del ministro Paolo Romani sembra porre un freno a
ogni tipo di speculazione: il divieto di incroci tra stampa e tv, previsto dalla legge Gasparri e in
scadenza a fine anno, sarà prorogato. La misura dovrebbe essere inserita con ogni probabilità nel
decreto milleproroghe, che sarà approvato entro fine anno. Il ministro dello Sviluppo Economico ha
fatto sapere che i nuovi limiti avranno scadenza temporanea. La durata del divieto - a quanto si
apprende - non sarà nell'ordine di mesi, ma probabilmente annuale o superiore. Secondo la norma, i
soggetti che esercitano l'attività televisiva in ambito nazionale attraverso più di una rete non
possono acquisire partecipazioni in imprese editrici di quotidiani o partecipare alla costituzione di
nuove imprese editrici di quotidiani. A sollecitare la proroga del divieto era stata l'Autorità per le
garanzie nelle Comunicazioni, che il 24 novembre scorso aveva inviato al ministro una
comunicazione con l'invito a valutare un intervento legislativo in merito. «La scadenza del divieto
in questione - scriveva il presidente dell'Agcom, Corrado Calabrò - risulta di particolare rilevanza ai
fini del pluralismo, in considerazione del fatto che la televisione risulta il mezzo principale di
informazione, seguita dai quotidiani, che rappresentano la seconda fonte di informazione utilizzata
in Italia». Il divieto di incroci entrò in vigore con la legge Mammì del 1990 e proprio in base a
quella legge Silvio Berlusconi fu costretto a cedere la maggioranza delle azioni de 'Il Giornalè al
fratello Paolo Berlusconi. Nel 2004 la norma, grazie a un emendamento dell'Udc e del
centrosinistra, fu ripresa e aggiornata nella legge Gasparri, con la previsione di un limite. Lo scorso
aprile l'opposizione ha presentato un disegno di legge in materia nel quale si prevedeva anche lo
spostamento in avanti del divieto. Tra i firmatari il deputato dell'Udc, Roberto Rao, il quale ora
auspica che «la proroga promessa dal ministro sia congrua nei tempi per consentire il varo di una
legge di sistema su questo argomento». «Aspetto di vedere il testo del decreto, ma intanto prendo
atto dell'impegno del ministro Romani», dichiara invece il responsabile del Forum Comunicazioni
del Partito Democratico, Paolo Gentiloni, aggiungendo che «la scadenza del divieto costituisce una
potenziale minaccia all'autonomia della carta stampata, vista l'abnorme concentrazione televisiva
che, d'altra parte, si accompagna al conflitto di interessi». (ANSA).

DIVIETO INCROCI,COSA PREVEDE LA GASPARRI
Partecipazioni in quotidiani vietate per chi ha più di una rete prima del 31 dicembre 2010.
Il divieto di incroci tra il settore della stampa e quello della televisione, che il governo ha
annunciato di voler prorogare, scade il 31 dicembre prossimo in base a quanto previsto dalla

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legge Gasparri. La proroga del divieto, con un intervento legislativo, era stata sollecitata in
una comunicazione del 24 novembre 2010, inviata dall'Agcom al sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Gianni Letta e al ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani.
Secondo l'Autorità ''il mantenimento della normativa sui limiti antitrust incrociati stampa-tv
può a pieno titolo rientrare tra gli interventi consentiti al legislatore per il mantenimento della
concorrenzialità e del pluralismo del sistema dell'informazione, anche alla luce del confronto
con i principali Paesi europei''. L'originaria disposizione sul divieto, contenuta nella legge
Mammì del 1990, era stata modificata dalla Gasparri, approvata il 3 maggio 2004. Secondo la
norma, i soggetti che esercitano l'attività televisiva in ambito nazionale attraverso più di una
rete non possono, prima del 31 dicembre 2010, acquisire partecipazioni in imprese editrici di
giornali quotidiani o partecipare alla costituzione di nuove imprese editrici di giornali
quotidiani. Tale divieto si applica anche alle imprese controllate, controllanti o collegate ai
sensi dell'articolo 2359 del codice civile. La norma è confluita, in sede di riordino e
coordinamento della legislazione in materia radiotelevisiva, nel Testo unico della
radiotelevisione del 2005, il quale è stato di recente modificato dal Testo unico dei servizi di
media audiovisivi e radiofonici del 15 marzo 2010, che ha mantenuto inalterata la disposizione
sugli incroci di stampa e tv. L'Agcom, nel suo ultimo intervento, aveva ricordato che ''la
disposizione in materia di limiti antitrust è stata sin dall'inizio concepita dal legislatore a
tutela del pluralismo dei mezzi di comunicazione e di informazione, sulla base delle
indicazioni date dalla Corte Costituzionale''. ''La scadenza del divieto in questione - scriveva
ancora l'Autorità - risulta di particolare rilevanza ai fini del pluralismo, in considerazione del
fatto che la televisione risulta il mezzo principale di informazione, seguita dai quotidiani, che
rappresentano la seconda fonte di informazione utilizzata in Italia''. (ANSA, 15/12/2010)

PUBBLICITÀ. NIELSEN:
+3,8% NEL PERIODO GENNAIO-OTTOBRE
(fatturato di 7 mld).
NEL MESE DI OTTOBRELEGGERA CRESCITA
(+1%) RISPETTO AL 2009.
La televisione, considerando sia i canali generalisti che quelli satellitari (marchi
Sky e Fox), chiude i primi dieci mesi dell'anno con una crescita del +6,3%. Il
piccolo schermo con 3,8 miliardi di euro raccoglie il 54% del totale advertising
Roma, 16 dicembre 2010. L'ultimo trimestre del 2010 comincia con un dato positivo per il mercato
pubblicitario. Secondo i dati Nielsen, la variazione di ottobre 2010 rispetto allo stesso mese del
2009 è di poco inferiore al +1% e - rileva la stessa società - «alla luce delle previsioni molto caute
per il trimestre in corso, questo risultato può essere accolto come un segnale di fiducia verso la
comunicazione da parte delle aziende, nonostante il contesto economico ancora così difficile». Nel
periodo gennaio-ottobre 2010, con un fatturato complessivo che sfiora i 7 miliardi di euro, la
crescita rispetto al 2009 è del +3,8% considerando tutte le tipologie pubblicitarie. Considerando la
sola pubblicità commerciale nazionale l'aumento rispetto ai primi dieci mesi dello scorso anno è
addirittura del +4,7%. La televisione, considerando sia i canali generalisti che quelli satellitari
(marchi Sky e Fox), chiude i primi dieci mesi dell'anno con una crescita del +6,3%. Il piccolo
schermo con 3,8 miliardi di euro raccoglie il 54% del totale advertising. In termini di crescita
percentuale rispetto al 2009 internet rimane ampiamente il primo media: fino a questo punto
dell'anno la variazione rispetto al 2009 è del +17,7%. Sempre nel periodo gennaio-ottobre la
radio (+10,2%) e il direct mail (+7,0%) si confermano tra i media più dinamici in un anno positivo
per l'advertising nel suo complesso. Buono l'andamento anche per quanto riguarda cinema (+7,3%)
e affissione (+3,1%). Rimane negativo l'andamento per la stampa, in particolare per la periodica (-
6,7%), anche se negli ultimi due mesi è stato rilevato un leggero miglioramento, e per la free press
(-18,8%). Per i quotidiani a pagamento cresce la pubblicità commerciale nazionale (+1,0%) ma si

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confermano in calo quella locale e le altre tipologie minori, pertanto la variazione rispetto al 2009 è
negativa (-1,5%). In leggero decremento anche gli investimenti su cards e transit. Quasi tutti i
settori principali del mercato pubblicitario hanno aumentato gli investimenti pubblicitari. In
particolare sono le aziende del largo consumo che aumentano maggiormente, mentre tra quelle dei
servizi crescita a due cifre per il settore distribuzione (+14,0%) e più contenuta per i player del
mondo delle telecomunicazioni (+2,8%) e di finanza/assicurazioni (+2,7%). Nei primi dieci mesi
del 2010 sono state rilevate 108 aziende inserzioniste in più rispetto al 2009. Considerando il
numero di inserzionisti il cinema ha registrato l'aumento più rilevante in termini percentuali
(+27,8%) mentre su internet (+24,4%) hanno investito 600 aziende in più rispetto al 2009. (ANSA).

EDITORIA. LIBERO: FELTRI E BELPIETRO DIVENTANO EDITORI.
Vittorio Feltri dal 21 dicembre lascerà la direzione editoriale del Giornale per
assumere analogo incarico presso il quotidiano di viale Majno.
Roma, 17 dicembre 2010. Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro diventano editori. I due
direttori, il primo del Giornale, il secondo di Libero, diventano azionisti di Libero, di cui
saranno anche editori incaricati, ovvero con la responsabilità piena della conduzione del
quotidiano milanese. Ne dà notizia l'Editoriale Libero, precisando che l'accordo con i due
direttori è stato raggiunto nei giorni scorsi. Feltri, 67 anni, già direttore dell'Europeo,
dell'Indipendente e del Giornale oltre che fondatore di Libero, dal 21 dicembre lascerà
dunque la direzione editoriale del Giornale per assumere analogo incarico presso il
quotidiano di viale Majno. Belpietro, 52 anni, già direttore del Tempo, del Giornale e di
Panorama, continuerà a ricoprire l'incarico di direttore responsabile. I due giornalisti hanno
lavorato in passato insieme per un lungo periodo: ora la coppia si ricompone. (Adnkronos)
EDITORIA. ANGELUCCI: PROPRIETARI SOLO DI TESTATA “LIBERO”.
Roma, 16 dicembre 2010. Il gruppo Angelucci non è l'editore di Libero, ma è esclusivamente
proprietario della testata del quotidiano. Lo precisa in una nota la Tosinvest, finanziaria del
gruppo, in merito ad alcune indiscrezioni di stampa secondo le quali Vittorio Feltri, direttore
editoriale del Giornale, sarebbe interessato ad acquisire un pacchetto di azioni di Libero
insieme con il direttore del quotidiano, Maurizio Belpietro. «Con riferimento alle
ricostruzioni riportate oggi sui quotidiani 'Il Corriere della Sera ed 'Il Sole 24Ore, ambedue
riguardanti l'eventuale acquisizione, da parte del dottor Vittorio Feltri e del dottor. Maurizio
Belpietro, di quote della Società Editoriale Libero, la famiglia Angelucci ribadisce, ancora una
volta - spiega la Tosinvest - di non avere alcuna partecipazione nella suddetta Società, ma di
essere esclusivamente proprietaria della testata Libero, attraverso Finanziaria Tosinvest
Spa». (ANSA).
LIBERO: NUOVA SCOMMESSA DI FELTRI E BELPIETRO. MARTEDÌ LA FIRMA. AI
DUE GIORNALISTA IL 20% DEL CAPITALE
di Michele Cassano-ANSA
Roma, 17 dicembre 2010. Rieccoli di nuovo assieme i due direttori più in vista del centrodestra
italiano. E questa volta non solo in redazione, ma anche nella stanza dei bottoni. Vittorio Feltri e
Maurizio Belpietro diventano editori di 'Libero con un accordo raggiunto nei giorni scorsi e ora
ufficializzato: i due giornalisti, ai quali andrà il 20% della società editoriale attualmente detenuta al
100% dalla Fondazione San Raffaele, grazie ad un patto parasociale saranno editori incaricati ed
avranno la responsabilità piena della conduzione del quotidiano. Giornalisti, editori, ma soprattutto
padroni in casa loro. «Chi avrà qualcosa da dire dovrà venire da noi - spiega Feltri - E questa è
un'assoluta novità nel panorama italiano». La firma è attesa per martedì prossimo, mentre il giorno
dopo ci sarà la presentazione. «La proposta è arrivata parlando con gli Angelucci - aggiunge il
direttore editoriale del Giornale -. Io sono sempre stato amico di Maurizio, e la cosa si è
concretizzata in breve tempo». Belpietro resterà direttore, mentre Feltri sarà editore e tornerà a
scrivere quando finirà la sospensione decisa dall'ordine per il caso Boffo. Due carriere intrecciate
quelle di Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro. Bergamasco e del '43 il primo. Bresciano e del '58, il

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secondo. Si conoscono nella redazione di 'Bergamo oggì all'inizio degli anni '80. Poi Feltri diventa
direttore dell'Europeo e chiama Belpietro alla sua corte. Sono ancora insieme all'Indipendente e al
Giornale, prima della separazione quando Feltri passa al Quotidiano Nazionale. Poi nel 2000 fonda
Libero. «Ero editore anche allora - spiega Feltri - ma non avevo la liquidità necessaria per
mantenere un giornale. Questa volta sarà diverso». Il quotidiano in pochi anni passa da una tiratura
di 70.000 copie a 220.000. Ottiene i contributi statali grazie all'incorporazione di un foglio
monarchico, poi diviene proprietà di una fondazione per continuare a percepire i finanziamenti.
Feltri lascia Libero il 30 luglio 2009, per passare a il Giornale. Alla direzione arriva Belpietro.
«Nell'ultimo periodo abbiamo dovuto abbattere i costi, ma ora il bilancio è buono, le uniche
difficoltà sono legate alla mancata erogazione dei contributi», spiega Belpietro che comunque spera
nel contributo di quei lettori che Feltri dovrebbe portare in dote. «Portar via copie a Sallusti non
sarà facile, e poi speriamo che la gente non si stanchi di vedermi fare avanti e indietro», aggiunge
Feltri. Il nuovo 'Libero sarà un foglio snello, ricco di esclusive e, non da ultimo, rivolto a Internet,
un settore sul quale sono previsti investimenti. E sarà ovviamente schierato. «Non cambiamo testa,
questo è ovvio, ma ce ne sarà per tutti, centrodestra e centrosinistra», assicurano in coro i due
direttori. (ANSA).


Feltri e Belpietro editori immaginari
I due giornalisti sono diventati azionisti di Libero a prezzi di
saldo: hanno sborsato solo 22mila euro per il 20 per cento di
un giornale con un giro d'affari di 40 milioni, ma che rischia il
crac se si chiude il paracadute dei contributi pubblici.
Venditore la Fondazione San Raffaele, che resta proprietaria
dell'80 per cento

di Vittorio Malagutti per Il FATTO quotidiano 10/5/2011
Il primo annuncio risale al dicembre scorso, giusto pochi giorni prima di Natale. Maurizio
Belpietro e Vittorio Feltri diventano editori, annunciarono i diretti interessati con tanto di
conferenza stampa. I gemelli del gol del giornalismo di destra tornano a lavorare insieme e si
comprano il 20 per cento dell’Editoriale Libero, che pubblica l’omonimo quotidiano. I
dettagli dell’operazione rimasero però nel vago, a cominciare dal prezzo d’acquisto delle
quote, il 10 per cento ciascuno, rilevate dai due giornalisti.
C’è voluto qualche mese, ma alla fine il contratto è stato depositato. E così si scopre che
Belpietro e Feltri se la sono cavata davvero con poco. Per diventare azionisti di Libero hanno
sborsato ciascuno 11 mila euro. Poca cosa davvero, almeno a prima vista. Solo 22 mila euro in
tutto per assicurarsi il 20 per cento di un giornale che dichiara una diffusione di oltre 100 mila
copie e vanta un giro d’affari superiore a 40 milioni di euro. Possibile?
Nel contratto siglato il 28 febbraio scorso e da pochi giorni disponibile nelle banche dati della
Camera di commercio compare nel ruolo di venditore la Fondazione San Raffaele, che resta
proprietaria dell’80 per cento. A conti fatti, quindi, l’intera società editoriale dovrebbe valere
non più di 220 mila euro e le azioni sono passate di mano al valore nominale. Nessuna
transazione milionaria, quindi. Libero vale quanto un bilocale nel centro di una grande città e
i due direttori-editori si sono ricavati giusto un paio di stanzette gentilmente messe a
disposizione dal padrone di casa. Già, ma chi è il proprietario di Libero?
A libro soci, come detto, compare come azionista di controllo la Fondazione San Raffaele.
Quest’ultima sarebbe un ente senza scopo di lucro “impegnata – si legge nei documenti
ufficiali – nella ricerca e gestione sanitaria nonché nella diffusione della cultura e
dell’informazione”. L’Editoriale Libero, controllata dalla Fondazione San Raffaele, si limita a

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pubblicare il giornale. La testata, cioè in sostanza il marchio del gruppo, è invece di proprietà
della Finanziaria Tosinvest, di proprietà della famiglia Angelucci, che lo cede in affitto
all’editore.
Questo schema complicato non nasce per caso. Secondo l’Autorità garante delle
comunicazioni (Agcom) la complessa struttura proprietaria è stata ideata apposta per
consentire agli Angelucci di incassare, senza averne diritto, milioni di contributi pubblici per i
loro giornali. Una lunga indagine dell’Agcom, conclusa a febbraio, è arrivata alla conclusione
che il giornale diretto da Belpietro con Feltri direttore editoriale è controllato in realtà da
Antonio Angelucci, l’imprenditore della sanità laziale, nonché deputato del Pdl, a cui fa
riferimento anche il Riformista.
L’Autorità di controllo ha quindi condannato Angelucci a pagare una sanzione di 103 mila
euro perché servendosi di vari schermi societari ha cercato di nascondere il suo ruolo di
editore di entrambi i giornali. In questo modo sia Libero sia il Riformista negli anni scorsi
hanno potuto accedere ai finanziamenti pubblici per l’editoria, che invece, in base alla legge,
non possono andare a due testate collegate tra loro. Risultato: quei soldi incassati senza
averne diritto dovranno essere restituiti. In particolare, Libero dovrà rinunciare a 12 milioni
di contributi messi bilancio nel 2009 come crediti per contributi e ad almeno altri 6 milioni
per il 2010.
Particolare importante: senza quei contributi i conti di Libero sono destinati a sprofondare
travolti dalle perdite. Nonostante i generosi aiuti di Stato, nel 2008 così come nel 2009 il
bilancio si è chiuso praticamente in pareggio, con profitti di poche migliaia di euro. Non si
conoscono ancora i dati del 2010, ma è difficile che la situazione sia cambiata di molto.
Il ritorno di Feltri, fondatore e a lungo direttore di Libero prima di andarsene al Giornale, è
stato interpretato come una sorta di ultima spiaggia per salvare una testata in declino. Adesso
però, se davvero si chiude il paracadute dei soldi pubblici, il quotidiano berlusconiano rischia
davvero il crac. A meno che gli Angelucci non si decidano a mettere mano al portafoglio per
chiudere le falle del conto economico.
A questo punto, bilanci alla mano, forse è più facile spiegare il modico prezzo pagato dalla
nuova coppia di vertice per comprarsi una fetta della società editrice. L’Editoriale Libero è
una fabbrica di perdite, coperte fin qui solo grazie ai contributi pubblici. E allora quei 22 mila
euro versati dalla coppia Belpietro-Feltri sono una sorta di scommessa sul futuro del giornale.
Se il verdetto dell’Agcom fosse in qualche modo riformato allora nessun problema. Se invece
la sentenza dovesse diventare esecutiva, la società sarà costretta a batter cassa per molti
milioni di euro. A quel punto i due giornalisti editori dovranno decidere se fare la loro parte
sborsando, questa volta, qualche milione, oppure sfilarsi dall’impresa.

PROTESTA GIORNALISTI
DHALIA SPORT,
programmi in forma ridotta.
150 i giornalisti e i tecnici
che rischiano il posto di lavoro.
Roma, 18 dicembre 2010. I giornalisti di Dahlia Sport comunicano agli abbonati che 'a causa della
situazione di difficoltà in cui versa Dahlia Tv, la programmazione e la produzione di tutto il
palinsesto andranno in onda in forma ridotta a partire dalla mezzanotte di oggi fino a data da
destinarsi'.Dahlia TV, nata nel marzo 2009, in un anno e mezzo ha avuto 850 mila abbonati, ma
necessita di un aumento di capitale. 'I giornalisti - si legge in una nota - pur non proclamando
ancora lo stato di agitazione nel rispetto dei telespettatori abbonati, auspicano l'immediata
risoluzione di una vicenda che inevitabilmente si riflette sulle aziende e il personale dell'indotto di
Dahlia Tv e che ad oggi non consente il mantenimento dello standard qualitativo finora garantito



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dal corpo redazionale'. Sono circa 150 i giornalisti e tecnici a rischio posto di lavoro, nel silenzio
generale di giornali, politica e sindacati. (fonti: ANSA e dagospia)
TV: GIORNALISTI DAHLIA SPORT, DA OGGI PRODUZIONE RIDOTTA.
Roma, 18 dicembre 2010. «I giornalisti che prestano servizio per Dahlia Sport comunicano agli
abbonati che, a causa della situazione di difficoltà in cui versa Dahlia Tv, la programmazione e la
produzione di tutto il palinsesto andranno in onda in forma ridotta a partire dalla mezzanotte di
venerdi e fino a data da destinarsi». È quanto si legge in un comunicato sindacale. «I giornalisti pur
non proclamando ancora lo stato di agitazione nel rispetto dei telespettatori abbonati -si legge nella
nota- auspicano l'immediata risoluzione di una vicenda che inevitabilmente si riflette sulle aziende e
il personale dell'indotto di Dahlia Tv e che ad oggi non consente il mantenimento dello standard
qualitativo finora garantito dal corpo redazionale». (Adnkronos)
Biscione imperat! - Dopo il rimbalzo di Mediaset in borsa per il flop di Fini, il
Banana mette a segno un altro colpo pro-portafoglio-suo: Dahlia tv, il
concorrente di Mediaset nel digitale terrestre, è sull’orlo della chiusura (nel
silenzio generale di giornali e sindacati) - Da domani programmazione in forma
ridotta, ma con la ripresa dei campionati dopo le feste potrebbe arrivare la
serrata definitiva - Oltre 150 dipendenti a rischio. Gli svedesi, ostacolati dalla
morsa Governo-Lega Calcio (Galliani), non hanno le spalle larghe come
Murdoch…
1- DAGOREPORT
Si chiude come meglio non potrebbe la settimana ridens del Cavaliere, che gioisce non solo
per aver salvato la pelle dall'offensiva di Fini, ma anche per i colpi messi a segni nel settore
che gli sta più a cuore, quello del patrimonio di famiglia. La mancata sfiducia tentata dai
futuristi ha portato al rimbalzo immediato delle azioni Mediaset in borsa e ora arriva un'altra
notizia molto attesa dalle parti del Biscione: Dahlia tv, l'unico concorrente sullo sport a
pagamento nel digitale terrestre, è sull'orlo della chiusura.
Digitale Terrestre
I dipendenti hanno annunciato l'avvio della programmazione in forma ridotta a partire dalla
giornata calcistica di domani, ma sembra che superate le Feste per Dahlia potrebbe arrivare il
colpo di grazia: chiusura totale.
Digitale Terrestre
Pare che gli svedesi di Air Plus, che non hanno le spalle larghe come Murdoch per contrastare
la tenaglia berlusconiana Governo + Lega Calcio (Galliani), abbiano tirato in remi in barca:
risoluzione dei primi contratti con i collaboratori e rischio di non rispettare gli accordi con le
squadre di Serie A e B per la messa in onda delle partite fino a fine campionato. I programmi
quotidiani sul canale Dahlia Sport, che comprendevano notiziari sportivi e approfondimenti
giornalistici, sono già stati interrotti.
Sono circa 150 i giornalisti e tecnici a rischio posto di lavoro, nel silenzio generale di giornali,
politica e sindacati.
(www.dagospia.com – 18/12/2010)


Leggi tutto in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5941
Rcs quotidiani e Cdr del
Corriere della Sera:
“E’ rottura”. La direzione
aziendale: ”Ci riserviamo,
sentita la Direzione, di
decidere come procedere”.
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Lunedì l’assemblea di
redazione del quotidiano
risponderà ai “progetti”
di Antonio Perricone, che,
mentre annuncia 75 milioni
di dividenti, non esclude
“altri piani di prepensionamento”
con cacciata di redattori. La
“Gazzetta dello Sport trattata
come un parente povero
e lasciata senza investimenti.

Il Cdr del Corriere ha sollecitato da parte dell’azienda un impegno “a non
richiedere per i prossimi cinque anni nuovi stati di crisi per i giornalisti del
Corriere della Sera”.
L’accusa della Rcs al CdR: “…dopo quasi tre mesi dì incontri, siamo rimasti
sorpresi dal comunicato odierno in cui considerate le vostre posizioni sui punti
della trattativa come "principi irrinunciabili” e quindi indisponibili a qualunque
trattativa. Dobbiamo dunque registrare come con il comunicato di oggi abbiate
chiuso ogni spazio alla possibilità di una negoziazione positiva per entrambe le
parti, nell'interesse unico dello sviluppo del giornale, Di conseguenza a questo
punto ci riserviamo, sentita la Direzione, di decidere come procedere”.
La risposta del CdR: “Alla luce delle informazioni emerse dal piano industriale, il
Comitato, che anche nel testo pubblicato oggi sul giornale ha confermato di
essere al tavolo pur con delle posizioni, ha invece proposto di procedere con la
trattativa partendo da un documento con il quale l'Azienda si impegni a non
richiedere per i prossimi cinque anni nuovi stati di crisi per i giornalisti del
Corriere della Sera”.
La critica amara del CdR della Gazzetta dello Sport: “Mentre per il Corriere della
Sera si annunciano investimenti mirati e continuativi, per il quotidiano al quale
dedichiamo il nostro lavoro, fornendo da sempre la massima disponibilità per
svilupparne tutte le potenzialità senza alcuna preclusione, non solo non si
annuncia l’intenzione di investire per metterci nelle condizioni di
incrementarne, ulteriormente e doverosamente, contenuti e qualità”.
Pubblichiamo i 4 documenti al centro dello scontro:
1. Nota del Cdr alla redazione del Corriere della Sera – 17/12/2010.
Cari colleghi, come programmato, oggi pomeriggio, e dopo il Cda di Rcs Mediagroup, il Cdr ha
incontrato l'Azienda. Dal Cda sono uscite diverse notizie (come le non meglio identificate
"dismissioni in tutto o in parte di attività o cespiti ritenuti, anche in relazione all'andamento di
mercato, non strategici"). Fra tutte, però, ciò che più preoccupa è la dichiarazione dell'Ad
Antonello Perricone su eventuali nuovi stati di crisi: «Sono in corso piani di prepensionamento
concordati con i sindacati, ma non possiamo prevedere di escludere eventuali altri piani». E
questo un attimo dopo aver garantito agli azionisti che nel piano industriale "è compresa la
distribuzione di dividendi per gli anni 2011 e 2012 per un importo complessivo di 75 milioni".


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Il Cdr ha posto alla delegazione aziendale molte domande relative al piano industriale e alle voci di
stampa sulla possibile fusione tra alcuni periodici e parti del Corriere, senza però ottenere altre
risposte che "non possiamo aggiungere nulla al comunicato di ufficiale di Rcs Mediagroup",
oppure "andate alla conferenza stampa a porre questi quesiti" (la conferenza stampa con i vertici
aziendali era in corso mentre si svolgeva la riunione).
Il Direttore generale di Rcs Quotidiani, Giulio Lattanzi, ha poi chiesto al Cdr di ritrattare il
comunicato pubblicato oggi sul giornale e di presentare invece ("in dieci minuti") delle proposte sui
temi: eliminazione delle tutele sulla mobilità, assunzioni depotenziate e multimedialità. Materie
sulle quali l'Azienda non ha mai abbandonato le sue posizioni iniziali. Il Cdr ha respinto la richiesta
di una sorta di smentita del nostro comunicato.
Alla luce delle informazioni emerse dal piano industriale, il Comitato, che anche nel testo
pubblicato oggi sul giornale ha confermato di essere al tavolo pur con delle posizioni, ha invece
proposto di procedere con la trattativa partendo da un documento con il quale l'Azienda si impegni
a non richiedere per i prossimi cinque anni nuovi stati di crisi per i giornalisti del Corriere della
Sera.
L'Azienda ha poi consegnato al Cdr la lettera che trovate qui sotto in allegato, ma
contemporaneamente Perricone dichiarava alle agenzie di essere ottimista sull'esito delle nostre
trattative. E' convocata un'assemblea lunedì prossimo alle 16. Cari saluti
Il Cdr
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2. Comunicazione Rcs quotidiani a Cdr Corriere della Sera – 17/12/2010.
Il 30 settembre il Direttore ha inviato una lettera al CdR e aUa redazione esprimendo la sua
posizione, che noi condividiamo, sulle condizioni necessarie a "investire dj più nel giornale e
nellaqualità".
Sono stati condotti incontri tra editore e (dR per due mesi fino a quando, lo scorso primo dicembre,
é stata consegnata la bozza programmanca con le posizioni dell'azienda per garantire lo sviluppo del
giornale ed è stato concordato un calendario di incontri questa settimana, Il primo dei Quali slittato
su richiesta deU'assemblea a oggi, per trovare un accordo complessivo e unitario sui tre punti
qualificanti: multimedialità, nuove regole e mobilità.
A seguito del comunicato, pubblicato in data odierna sul Corriere, che illustra la vostra visione della
posizion.e dell'editore e della direzione ci sembra doveroso precisare - e sottolineiamo che per parte
nostra lo facciamo direttamente a voi e non sulle colonne del giornale - che
1) Lo stato di crisi non è stato causato da "investimenti aziendali sbagllati', ma dall'andamento
economico della stampa on Italia come testimoniato dal fatto che lo stesso provvedimento è stato
richiesto da molti altri editori italiani.
2) L'editore non ha chiesto alcun "ulteriore sacrificio economico" sul tema della multimedialità ma
l'applicazione del CNLG.
3} Sulla mobilità l'editore ha chiesto di applicare le regole che si applicano in tutti gli altri giornali
dove la libertà di stampa è senz'altro un valore.
4} Infine editore e direzione hanno pubblicamente detto che se si vuole investire sul prodotto non lo
si può fare alle condizioni economiche di un mercato che non esiste più, ma applicando a tutti i
nuovi assunti quanto previsto dal vigente CNl.G: non riteniamo questo "un attentato al princjpio di
eguaglianza e di equità ", ma offrire un'opportunità a nuovi colleghi,
Tutto ciò premesso, dopo quasi tre mesi dì incontri, siamo rimasti sorpresi dal comunicato odierno
in cui considerate le vostre posizioni sui punti della trattativa come "principi irrinunciabili” e
quindi indisponibili a qualunque trattativa.
Dobbiamo dunque registrare come con il comunicato di oggi abbiate chiuso ogni spazio alla
possibilità di una negoziazione positiva per entrambe le parti, nell'interesse unico dello sviluppo del
giornale,
Di conseguenza a questo punto ci riserviamo, sentita la Direzione, di decidere come procedere.
La Direzione RCSQUOTIDIANI - Milano 17 dicembre 2010

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3. Le sei note critiche del Cdr del Corriere della Sera
(documento pubblicato il 17/12/2010)
Oggi pomeriggio (16/12/2010, ndr) la Rcs Mediagroup presenterà il suo Piano
strategico 2011-2013. In vista di questo importante appuntamento, i giornalisti del
Corriere della Sera sottolineano quanto segue:
1) Da novembre 2009 la redazione sta pagando le pesanti conseguenze di uno stato
di crisi causato prevalentemente da investimenti aziendali sbagliati. Nell’aprile 2007
Rcs Mediagroup acquistò Recoletos, oltre a Namesco, Digicast, il 49% di Blei e il
12,86 del Gruppo Finelco. Fino a quel momento l’indebitamento del gruppo era
stato contenuto: la posizione finanziaria nel 2006 era positiva per 5,7 milioni di
euro, dopo l’operazione spagnola nel 2007 sprofondò a un indebitamento di
1.076,6 milioni, con oneri finanziari per 22,5 milioni. Al settembre 2010
l’indebitamento resta elevato: a 1.035,3 milioni, con oneri finanziari per 21,6 milioni.
Intanto l’area dei quotidiani spagnoli ha visto crollare il proprio risultato operativo a
-26,5 milioni nel 2009 per poi risalire faticosamente a 0,8 milioni nel 2010, rispetto
al risultato positivo per 65,7 registrato nel settembre scorso dai Quotidiani italiani.
Quindi, anche in un periodo di recessione, il Corriere della Sera (insieme con la
Gazzetta dello Sport) si conferma la gallina dalle uova d'oro di tutto il gruppo.
Mentre le perdite causate dall’operazione Recoletos appaiono ormai ad un livello
tale da richiedere alla proprietà un aumento di capitale e/o ingenti dismissioni.
2)      La ristrutturazione ha comportato la perdita di posti di lavoro, con il
conseguente forte aumento dei carichi lavorativi per chi è rimasto, e un
considerevole taglio delle retribuzioni dei redattori.
3) Due mesi e mezzo fa, Azienda e Direzione hanno tentato di imporre alla redazione
ulteriori sacrifici economici associati alla richiesta di un nuovo incremento
“produttivo” legato alla multimedialità (una materia sulla quale da quattro anni i
giornalisti del Corriere chiedono, invano, investimenti e impulsi). Insomma: ancora
più lavoro, in cambio di ancora meno denaro, senza neppure un preciso piano
editoriale.
4) Come non bastasse, Azienda e Direzione hanno tentato di imporre la
cancellazione dell’importante tutela contro i trasferimenti coatti dei giornalisti: arma
fondamentale contro possibili azioni di mobbing; ma anche strumento
indispensabile alla professionalità e alla libertà di espressione e di stampa; oltre che
evidente caposaldo della credibilità e della qualità dell’informazione del Corriere
della Sera.
5) Infine, ma non per ordine di importanza, Azienda e Direzione hanno tentato di
imporre che la redazione concordasse sull’applicazione di contratti “discriminati”
(niente integrativi, niente premio di produzione) per i nuovi assunti, cioè per quei
“giovani” che pubblicamente si annuncia di voler aiutare. Una sorta di “attentato” al
principio di eguaglianza e di equità, volto solo ad ottenere un brutale abbattimento
contabile.
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6) Dopo due giorni di sciopero a ottobre scorso, i giornalisti del Corriere della Sera si
sono impegnati in una difficilissima trattativa sui temi sopra elencati. Una battaglia
non per presunti privilegi, ma per la conferma di principi irrinunciabili se si vogliono
mantenere qualità e libertà di informazione: indipendenza dei giornalisti anche
attraverso la tutela da pressioni e mobbing; equità normativa e retributiva tra
colleghi; retribuzione del lavoro.
I giornalisti del Corriere della Sera, che sempre hanno continuato con più lavoro, più
impegno e più sacrifici a produrre un quotidiano competitivo (oltre che utili),
restano al tavolo della trattativa fermi su questi presupposti e non più disponibili a
pagare per responsabilità che non hanno.
Il Cdr del Corriere della Sera
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4. CdR della Gazzetta: “Noi, i parenti poveri”
Milano, 17 dicembre 2010
All’Amministratore Delegato e Direttore Generale Antonello Perricone
Al Presidente Piergaetano Marchetti
Al Direttore Generale Quotidiani Giulio Lattanzi
E p.c. al Responsabile Personale Vito Ribaudo
Il cdr della Gazzetta dello Sport, letti i contenuti del comunicato stampa diffuso da Rcs Mediagroup
a riguardo del piano triennale approvato dal Consiglio di Amministrazione, esprime profonda
delusione e profonda insoddisfazione per i riferimenti alla nostra testata in esso contenuti.
Al di là delle indicazioni estremamente generiche riguardanti le direttrici strategiche generali,
parzialmente contraddette da quella che è invece, al momento, la nostra esperienza “sul campo”, nel
dettaglio alla Gazzetta dello Sport è dedicata poco più di una sola riga. Vi si pone come obiettivi del
triennio “l’ulteriore sviluppo di ricavi non editoriali”, oltre al consolidamento di una leadership che
nei decenni non è peraltro mai stata in discussione.
Mentre per il Corriere della Sera si annunciano investimenti mirati e continuativi, per il quotidiano
al quale dedichiamo il nostro lavoro, fornendo da sempre la massima disponibilità per svilupparne
tutte le potenzialità senza alcuna preclusione, non solo non si annuncia l’intenzione di investire per
metterci nelle condizioni di incrementarne, ulteriormente e doverosamente, contenuti e qualità, ma
addirittura si esplicita che ciò che si vuole è ottenere ricavi non dal giornale stesso, quanto piuttosto
dalla sua capacità di farsi veicolo per promuovere “altro”. Cosa che, come abbiamo dimostrato nei
fatti, non disprezziamo e che anzi sappiamo bene essere divenuta parte integrante dell’equilibrio
economico della testata. Ma che si regge proprio ed esclusivamente sulla capacità del giornale di
essere sempre il meglio che un lettore può trovare in edicola o on line.
Soltanto ponendo sempre al centro dell’attenzione, e quindi anche degli investimenti, la qualità del
nostro quotidiano, si potranno garantire nel tempo risultati economici all’intero mondo legato alla
Gazzetta dello Sport.
Distinti saluti

                                                          Il cdr della Gazzetta dello Sport
                                                          Nicola Berardino
                                                          Francesco Ceniti
                                                          Mirko Graziano
                                                          Alessandro Filippini
                                                          Domenico Malfitano
                                                                                                      40
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Rcs Media Group: il CdA dà l’ok al piano triennale.

ANTONIO PERRICONE:
“Non possiamo oggi
prevedere di escludere
eventuali altri piani di crisi”.
Sei note critiche del CdR.
CdR Gazzetta dello Sport:
"Noi, i parenti poveri".

Perricone ha aggiunto: “Rcs MediaGroup su chiaro mandato del consiglio di
amministrazione odierno, cercherà una forte e inequivocabile inversione di
tendenza» nelle testate con marginalità negativa già dal 2011 e se questo non fosse
possibile «è impensabile che si continui cosi”. I ricavi da attività digitali e
multimediali in aumento del 20,8%. RICAVI NEL 2013 A 2,45 MILIARDI. Ebitda in
miglioramento: 296 milioni. Cooptati in cda Giuseppe Rotelli e Roland Berger. Il
nuovo piano triennale conferma “l’orientamento di addivenire a dismissioni in tutto
o in parte di attività o cespiti ritenuti, anche in relazione all’andamento di mercato,
non strategici” e anche eventuali “altre forme di valorizzazione degli stessi”, pur
senza indicare date.
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Leggi tutto in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5955
UNGHERIA:
APPROVATA
‘LEGGE
BAVAGLIO’
SULLA STAMPA.
La normativa prevede la soppressione delle redazioni di news alla tv e alla radio,
che confluirebbero in un unico centro di notizie presso l’agenzia di stampa
nazionale, Mti, volto ad assicurare una confezione uniforme delle notizie per
tutti i media pubblici. I giornalisti investigativi saranno inoltre tenuti a rilevare
le loro fonti e i telegiornali dovranno rispettare un tetto del 20% per notizie di
cronaca nera.
Budapest, 20 dicembre 2010. Con i voti della coalizione di governo conservatrice, il
Parlamento ungherese ha approvato oggi con una maggioranza dei due terzi l’ultimo
tassello della cosiddetta “legge bavaglio”, una riforma dei media che consente
all’esecutivo di Viktor Orban ampio controllo su tutti gli organi di informazione:
radio, televisione, giornali, e anche internet. In base alla legge, l’Autorità nazionale
delle telecomunicazioni, nominata unicamente dal partito di maggioranza del premier
Viktor Orban (Fidesz), potrà sanzionare con multe salate tutti i media in casi di non
meglio precisate “violazioni dell’interesse pubblico”.
La controversa legge prevede inoltre la soppressione delle redazioni di news alla tv e
alla radio, che confluirebbero in un unico centro di notizie presso l’agenzia di stampa
nazionale, Mti, volto ad assicurare una confezione uniforme delle notizie per tutti i
media pubblici. I giornalisti investigativi saranno inoltre tenuti a rilevare le loro fonti
e i telegiornali dovranno rispettare un tetto del 20% per notizie di cronaca nera e il

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40% della musica mandata in onda dovrà essere di provenienza ungherese. Gli
organi liberali e di sinistra temono che le multe previste per i trasgressori possano
soffocare le testate economicamente deboli. Il capo dell’Autorità, nominato dal
premier Orban con un mandato di nove anni, avrà facoltà di emanare decreti. “D’ora
in poi, giornalisti e redattori dovranno essere molto cauti su cosa pubblicheranno”,
ha messo in guardia il direttore del Nepszabadsag, il maggiore quotidiano
indipendente, di stampo liberal. La testata ha annunciato ricorso alla Corte
costituzionale contro la legge. Csaba Belenessy, direttore generale dell’agenzia Mti,
che dirigerà la nuovo centrale di notizie, aveva di recente detto che i giornalisti nel
suo servizio dovranno essere leali al governo. Le news della centrale saranno
gratuite per gli utenti e l’agenzia sarà finanziata unicamente dal bilancio statale. Per
dissipare timori e preoccupazioni, il premier Orban, in visite a Vienna e Londra, ha
detto che le nuove norme per i media sono in tutto conformi alle norme europee. Una
delegazione dell’Ipi (istituto internazionale della stampa), che la settimana scorsa si
è informata a Budapest, ha espresso preoccupazioni per la situazione della stampa in
Ungheria. Critiche severe sono state formulate anche nell’ultimo rapporto del
garante per la libertà di stampa dell’Osce (organizzazione per la sicurezza e la
cooperazione in Europa). (ANSA).

Mediaset: con Cuatro gruppo diventa primo operatore tv in Spagna
Milano, 28 dicembre 2010. Il gruppo Mediaset raggiunge le dimensioni di primo operatore
televisivo in Spagna”. Così la società di Cologno Monzese commenta in una nota il
perfezionamento dell’operazione Cuatro-Digital Plus da parte della controllata iberica Telecinco.
“L’operazione chiusa oggi - prosegue la nota - contribuisce all’affermazione dell’industria italiana
in Europa, rappresenta la volontà di investire delle aziende italiane anche in un momento
economico non brillante e rafforza il ruolo centrale della tv generalista anche per il futuro”. Nella
nota si ricorda che Telecinco, soddisfatte le condizioni sospensive cui era soggetta, ha acquisito il
22% di Dts Distribuidora de Television Digital SA (Digital+) e il 100% del capitale azionario di
Four Television SAU (Sogecuatro), titolare, tra gli altri, del canale free tv Cuatro. In particolare
Telecinco ha acquisito il 22% di ‘Digital+’ per un prezzo in contanti di 487.988.380 euro. Inoltre,
Prisa ha apportato il 100% del capitale sociale di Sogecuatro ottenendo in cambio 73.401.870 di
nuove azioni Telecinco, che rappresentano il 18,041% del capitale sociale. Dopo gli aggiustamenti
di prezzo previsti nell’accordo quadro Telecinco/Prisa il numero di azioni Telecinco detenute da
Prisa sarà ridotto a un totale di 70.534.898, pari al 17,336% del capitale di Telecinco. (MF-DJ)
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Polito se ne va. Cappellini
nuovo direttore. Futuro
incerto. Arriva Macaluso?

EDITORIA. VELARDI:
“RIFORMISTA ADDIO,
CERCAVAMO
LEADER CHE NON C'È”
Roma, 30 dicembre 2010. Il «progetto politico» del 'Riformista è «miseramente
fallito perché noi il leader riformista lo abbiamo cercato con la lanterna come
Diogene. Ma in Italia non esiste». Lo dice Claudio Velardi, ideatore del 'Riformistà, in
una intervista al 'Fatto. «Il vero problema in Italia è l'egemonia massimalista che
abbiamo combattuto», dice Velardi spiegando che per il quotidiano arancione «il
primo errore è stato portarlo a 32 pagine, provando a fare un quotidiano
generalista». Tornando alla questione dei leader, Velardi fa i nomi: «D'Alema troppo
pesante e vecchio. Veltroni troppo leggero e nuovista». Su Franceschini «mai
scommesso un nichelino». Casini «non ho ancora capito se vuole giocare a destra o

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a sinistra. Fini mi pare che sia quasi morto con la sconfitta rovinosa del 14
dicembre». Fassino «poveraccio: è riformista, sobrio, marchionniano. Ma a Torino
temo l'effetto Rutelli». Saviano è un «ragazzo intelligente, travolto da cose più
grandi di lui». De Benedetti «il peggiore di tutti. Il partito di 'Repubblicà, dal 1976,
ammazza i riformisti». E il Pd «oggi è l'accozzaglia dei rimasugli della Dc e del Pci».
(Adnkronos)
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ll giornalista è tornato direttore nel 2008 dopo una parentesi in politica
Polito, un altro addio al Riformista
Rumors sul web: lascia per la seconda volta il quotidiano arancione dal futuro
sempre più incerto

di www.corriere.it
Milano, 29 dicembre 2010. Antonio Polito lascia il Riformista. Per la seconda
volta. Il primo addio alla redazione romana avvenne nel 2006, quando Polito
lasciò la direzione del quotidiano arancione, fondato con Claudio Velardi, per
uno scranno al Senato sotto le insegne della Margherita. Stando al tam tam sul
web, la seconda dipartita dal vertice del giornale dovrebbe invece diventare
effettiva all'inizio del 2011, quindi a brevissimo. La scelta del giornalista
napoletano, 58 anni, potrebbe coincidere con un profondo cambiamento della
testata come i lettori l'hanno conosciuta finora. Non sono infatti chiarissime le
intenzioni dell'editore - la famiglia Angelucci -, deluso dal mezzo flop del rilancio
di due anni fa (il passaggio da foglio politico di poche pagine al formato tabloid
semigeneralista non è stato premiato dal mercato).
CORDATA MACALUSO? - «La cordata di Emanuele Macaluso e Gianni
Cervetti (Cooperativa edizioni riformiste, ndr) è l'unica speranza per i
giornalisti rimasti in redazione, circa otto» scrive il sito d'informazione
Lettera43.it. «Ma sulla decisione degli ex esponenti del Pci pesa la decisione
dell'Agom sui contributi statali alla stampa». E la destinazione di Polito?
Incerta. Possibile anche un suo ritorno in politica, scavalcando il Pd per
avvicinarsi alle sponde ultracentrista dell'Api rutelliana.
Al. Ch.
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RIFORMISTA ADDIO POLITO SE NE VA: Stefano Cappellini
nuovo direttore (per ora) A rischio i finanziamenti pubblici...

di Beatrice Borromeo (Il Fatto Quotidiano, 29/12/2010)
Antonio Polito lascia il Riformista, il giornale che ha fondato sette anni fa. É il
secondo addio, dopo quello del 2006 quando la Margherita lo candidò al Senato,
ma questo è definitivo. Il nuovo direttore sarà Stefano Cappellini, che finora era
vice con delega alla politica, l’unico altro numero due di Polito sopravvissuto
assieme a Ubaldo Casotto, dopo l’uscita dal giornale arancione di Marco
Ferrante e Massimiliano Gallo, passato alla nuova testata on line L’Inkiesta.


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RILANCIO FLOP. La notizia arriva un po’ a sorpresa sul sito web
"Lettera43.it", con il quale collabora il giornalista del Riformista Fabrizio
d’Esposito. In redazione, però, se l’aspettavano da tempo. Almeno da quando
una mail dell’avvocato di Polito sulla trattativa per la buonuscita era finita per
sbaglio alla rubrica delle lettere del giornale. Argomento delicato, visto che
Paolo Franchi, direttore mentre Polito era in Parlamento, se n’è andato con una
liquidazione faraonica, 800mila euro per un anno e mezzo di lavoro. La fine
dell’era Polito coincide con la fine dell’era Angelucci: gli imprenditori della
sanità, editori anche di Libero, da mesi stanno cercando di liberarsi del giornale
che avevano rilevato dal suo inventore, il dalemiano Claudio Velardi. Gli
Angelucci sono formalmente proprietari della testata che poi, per ottenere i
contributi pubblici (oltre 2,5 milioni all’anno), affittano a una cooperativa. Ma
dietro ci sono sempre loro, proprietari anche dello storico palazzo di via delle
Botteghe Oscure (già sede del Pci) in cui il giornale ha sede da quasi due anni.
Gianpaolo Angelucci che, abitando di fronte alla redazione andava spesso a
curiosare nelle stanze del giornale, credeva molto nel progetto di rilancio avviato
nell’autunno 2008. L’investimento pare fosse di almeno cinque milioni di euro:
addio al vecchio formato lenzuolo senza foto copiato dal Foglio di Giuliano
Ferrara e passaggio al tabloid, 32 pagine e grandi firme a cominciare da
Gianpaolo Pansa (ma anche Andrea Romano, Guia Soncini, Francesco Bonami,
Peppino Caldarola). Le cose non hanno funzionato. Dal bilancio 2009, stando ai
ricavi da edicola, i lettori del quotidiano sono rimasti quelli di prima, addetti ai
lavori che ce l’hanno nelle mazzette (vende meno di duemila copie). Il progetto
di farne un Libero di sinistra (“Incazzati...? Il Riformista vi spiega perché” era
lo slogan) non era coerente con la linea moderata di Antonio Polito che, nel 2008,
ha perfino consegnato il premio di politico dell’anno a Silvio Berlusconi. Le
pagine sono diventate quasi subito 24 e ora 16, mantenendo però il prezzo
record di 1,5 euro. Oggi Pansa è una firma di Libero, Romano è al Sole 24 Ore,
Guia Soncini scrive per Rcs e Gruppo Espresso. A cinque giornalisti precari,
arrivati nel 2008 per il rilancio, non è stato rinnovato il contratto in autunno.
MILIONI IN DUBBIO. A tutto questo si è aggiunta la grana dei contributi
pubblici, congelati dall’Agcom che sta verificando se la cooperativa Edizioni
Riformiste ne abbia diritto o se ci sia un controllo de facto degli Angelucci, cosa
che metterebbe il giornale fuori dalla lista dei beneficiari. Un’incognita non da
poco, che vale cinque milioni di euro di contributi messi a bilancio ma poi non
erogati. Gli Angelucci, che per un certo periodo coltivavano il progetto di
comprare l’Unità da Renato Soru affidandola a Polito, non volevano accollarsi il
rischio, anticipando i soldi per vendere la testata libera da oneri (anche perché
così avrebbero certificato il controllo diretto). E quindi il giornalista e
organizzatore di eventi Enrico Cisnetto, l’unico vero compratore di cui si è fatto
il nome, pare non se la sia sentita di accollarsi giornale e incognite. La testata,
quindi, dovrebbe finire all’ex dirigente del Pci Emanuele Macaluso, 86 anni,
direttore delle Nuove Ragioni del Socialismo grazie alle quali, con una complessa
partita di giro, è il vero garante del finanziamento pubblico al Riformista.
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L’operazione non è ancora formalizzata, sempre per l’incognita dei fondi
bloccati, ma è data quasi per certa a gennaio. Macaluso sarà un editore molto
attivo, ma difficilmente potrà occuparsi della gestione quotidiana che rimarrà
nelle mani di Cappellini e Casotto.
IL FUTURO. E Polito...? Bisogna aspettare l’articolo di addio con cui saluterà i
lettori (e i giornalisti, molto incerti sul proprio destino) per trovare qualche
indizio sul suo futuro. L’ex vicedirettore di Repubblica, a 58 anni, con un
rapporto ormai incrinato con gli Angelucci (che però hanno riabbracciato anche
Vittorio Feltri, dopo un addio burrascoso nel 2009), è fuori dalla politica, pur
avendo con il Pd di Pier Luigi Bersani un rapporto migliore che con quello di
Walter Veltroni a cui fece la guerra. L’ipotesi Unità non è percorribile e quindi,
almeno nell’immediato, potrebbe fare soltanto l’editorialista. Quando era
parlamentare, teneva una rubrica “Neo-Dem” sul Foglio di Ferrara. C’è chi dice
però che la politica potrebbe offrirgli una seconda possibilità, dal lato dell’Api di
Francesco Rutelli...
(Testo in: http://masaghepensu.splinder.com/post/23800678/riformista-addio-
polito-se-ne-va-stefano-cappellini-nuovo-direttore-per-ora-a-rischio-i-
finanziamenti-pubblici)

Editoria/ Macaluso direttore Riformista, Del Bosco vice
Nominato da Cda Edizioni riformiste, 1 maggio editoriale
Roma, 28 aprile 2011. Si è riunito oggi il nuovo Consiglio di Amministrazione di
'Edizioni Riformiste Società cooperativa' (editore del quotidiano "Il
Riformista") che ha eletto Presidente Gianni Cervetti. Il Cda, informa una nota,
ha nominato direttore de Riformista Emanuele Macaluso, 87 anni,                e
condirettore Marcello Del Bosco. Sul numero del 1 maggio apparirà l'editoriale
di Emanuele Macaluso. La nuova direzione incontrerà i giornalisti per un
brindisi di saluto martedì 3 maggio alle h. 11,30 presso la sede della redazione
del Riformista Via dell'Ara Coeli, 15.

Il riformismo in questo Primo Maggio
di Emanuele Macaluso
Scrivo il mio primo editoriale da direttore del Riformista il primo maggio, una
data che...

Scrivo il mio primo editoriale da direttore del Riformista il primo maggio, una data che dà un
senso anche alla nostra testata. E lo dà non solo se penso a un passato, in cui anch’io sono
stato coinvolto negli anni in cui ho diretto la Cgil in Sicilia, ma pensando al difficile domani
delle nuove generazioni. E ho pensato molto anche al primo maggio del 1982 quando dedicai
l’editoriale sull’Unità a Pio La Torre ucciso il 30 aprile. Oggi, la parola riformismo è
deprezzata, svalutata: tutti si definiscono riformisti, pure a destra, e ogni legge o leggina
sfornata dal Parlamento viene indicata come “riforma”. Anche chi vuole stravolgere la
Costituzione e il ruolo che essa assegna al lavoro nella società, parla di “riforme. Nel
centrosinistra manca una forza con una identità tale da ricordare la storia di quel riformismo
che richiama il socialismo democratico italiano ed europeo, le sue conquiste sociali, politiche e

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civili. Una forza che richiami anche le grandi innovazioni politico-culturali che in Europa
hanno compiuto quei partiti, segnati da sconfitte e da vittorie, i quali, però, sono sempre la
sola forza alternativa alla destra e alla conservazione. Il “Riformista” non ha partiti potentati
di riferimento, ma sappiamo che la democrazia italiana può superare le sue difficoltà solo se
sarà sostenuta da grandi partiti alternativi, al governo o all’opposizione.
In questo quadro, con le nostre modeste forze, vogliamo contribuire alla costruzione di un
grande partito della sinistra, attraverso un’informazione corretta e puntuale, il dialogo e una
lotta politica con le forze che oggi confluiscono nel centrosinistra.
In questo primo maggio il sindacato è più debole perché più diviso: le confederazioni, come
negli anni cinquanta, appaiono agganciate al governo o all’opposizione. I problemi nuovi e per
molti versi drammatici che la globalizzazione pone al mondo del lavoro esigono invece un
sindacato unito. La vertenza Fiat ci dice che è stato sconfitto chi non ha firmato gli “accordi”,
ma anche chi ha firmato, a pagare sono i lavoratori. Non solo, si rende così più difficile un
assetto sociale, diverso dal passato, ma più giusto di quel che vediamo e più condiviso.
Tuttavia, va ricordato che nel sindacato, nel movimento cooperativo, che si sta unificando,
nelle associazioni imprenditoriali, nel volontariato, si ritrovano milioni di persone motivate
non solo dai loro interessi più immediati, ma dall’esigenza di pesare nelle scelte politiche. La
democrazia italiana ha retto anche per la consistenza di questo associazionismo, dato che la
politica è in crisi e sempre meno credibile. E per uscire da questa crisi occorre ripartire
proprio dai problemi del paese che il complesso di questo associazionismo pone, per fare
emergere con un forte impegno politico culturale un riformismo moderno in grado di
promuovere sviluppo e giustizia in una società in cui le divaricazioni sociali si allargano
anziché restringersi. Il berlusconismo è fallito su questo terreno. E si può uscire dal tunnel
non con la sentenza di un tribunale, che può anche avere rilevanza politica, ma con una
alternativa che metta al centro il domani di questo paese. Su questo terreno vogliamo dare il
nostro contributo.
Cosa sarà questo giornale che forse ha una storia breve ma significativa segnata dalla sua
nascita dall’opera di Antonio Polito, che seppe affermarlo nel difficile panorama editoriale, e
dalle direzioni di Paolo Franchi e poi ancora Polito e anche la crisi di cui tanto si è parlato. La
breve direzione di Stefano Cappellini ha dimostrato che nei giovani della redazione ci sono
energie che possono assicurare un avvenire al Riformista.
Con loro, io e Marcello Del Bosco (che ha una grande esperienza di direzione nella carta
stampata e nelle Radio e Tv) lavoreremo per fare di questo giornale una voce autonoma e
possibilmente ascoltata.
Ringrazio tutti, sono molti, compagni, amici, colleghi giornalisti, parlamentari di schieramenti
diversi che hanno voluto fare gli auguri a me e al giornale.
Non sono sciocco da non capire che a 87 anni non si dovrebbe assumere la direzione di un
giornale. Ma in questa prima fase, come hanno deciso i compagni e gli amici che con me
condividono questa avventura, forse era necessario, anche perché la mia storia politica e
giornalistica vuole indicare in concreto un indirizzo editoriale e un metodo nei rapporti
politici.
Ringrazio particolarmente il Presidente Napolitano per i suoi auguri che sono anche
affettuosi. Qualche giornale ha scritto che, con me direttore, il Riformista sarà il “giornale del
Presidente”. Sciocchezze di chi non conosce bene né me, né Napolitano. Il quale assolve il suo
ruolo con autorevolezza e autonomia. Con minore autorevolezza ma con totale autonomia
dirigerò questo quotidiano. A ciascuno il suo.
Buon lavoro a tutti.




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