06Itinerari

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					     6. Itinerari didattici
     Il rispetto per le persone comincia
     almeno da questo: non passare sopra
     alle loro parole
     Elias Canetti




     Premessa
     di Milena Cossetto
     Solo negli ultimi decenni del XX secolo il mondo degli Zingari, variegato e complesso, ha
trovato spazio, parola e dignità storico-culturale nella cultura dei gagé.
     La tradizione orale, da sempre, ha avuto scarso spazio nella storiografia e nella letteratura
europea, tranne per aspetti prettamente folklorici o anedottici. Con questi materiali per le scuole,
proponiamo quindi agli insegnanti, alle ragazze e ai ragazzi, di assumere due diversi punti di vista:
da un lato guardare dall'interno i frammenti di storia e cultura tradizionale zingara, nel rispetto
della sua complessità, grazie a testimonianze e a leggende tradizionali, per imparare a guardare il
mondo anche con il punto di vista dell'altro.
     In secondo luogo invitiamo a leggere e a decodificare l'immagine della vita nomade degli
Zingari, affascinante e temuta, che il mondo occidentale propone attraverso i suoi poeti e i letterati,
per scoprire insieme l'origine e i meccanismi che contribuiscono a costruire i pregiudizi, gli
stereotipi culturali, che talvolta si irrigidiscono fino a rasentare vere e proprie forme di razzismo e di
xenofobia.
     I materiali per le scuole attingono sia a documenti storici che a materiali letterari, dando un
ruolo importante anche a tutto l'apparato iconografico, che non ha solo un ruolo di supporto, ma
può essere utilizzato come un itinerario a sé stante per stimolare le bambine e i bambini ad
osservare, a confrontare, a collocare nel tempo e nello spazio fatti ed idee, immagini e valori, per
imparare a costruire inferenze e a trarre informazioni nuove dallo stesso linguaggio delle immagini.
    Per le scuole elementari proponiamo uno studio d'ambiente, che si muove nel tempo e nello
spazio, utilizzando come fonti le testimonianze dirette, le fiabe tradizionali dei Rom e dei Sinti e un
apparato iconografico che si muove dalla rappresentazione grafica alla fotografia.
      Per le scuole medie tema centrale sono i mestieri tradizionali degli Zingari, il loro ruolo
nell'economia preindustriale europea e le rapide trasformazioni subite nell'ultimo secolo con lo
sviluppo e la diffusione delle tecnologie industriali e la progressiva scomparsa dell'artigianato
tradizionale. Anche per questa sezione le scelte iconografiche, le fotografie dei mestieri artigianali
degli Zingari nel mondo, ci permettono di cogliere permanenze e mutamenti nel tempo, ma anche
nello spazio, là dove i tempi dei mutamenti economico-sociali sono molto rallentati.
     Per le scuole superiori, ma non solo, presentiamo un itinerario attraverso i principali testi
narrativi e poetici degli intellettuali europei che hanno descritto la vita, la cultura e i sentimenti degli
Zingari, facendone i protagonisti delle loro opere; il mondo degli Zingari, dei Gitani, dei Rom e dei
Sinti talvolta è descritto come mondo della passione e dei sentimenti autentici, a volte invece come
spettro dell'inciviltà e dell'asocialità, guardato ora con occhio romantico, ora con disprezzo. Non ci
siamo limitati alle forme di letteratura colta, ma abbiamo voluto affrontare un filone nuovo e, forse,
più vicino ai gusti e agli interessi immediati delle nuove generazioni: le canzonette.
     Infine un percorso a sé é quello che affronta il tema della persecuzione e sterminio degli
Zingari da parte del regime nazista, deportati e assassinati nei Lager di Auschwitz, Dachau,
Buchenwald, Ravensbrück, Mauthausen. » stato possibile ricostruire, anche se ancora in modo
frammentario, il dramma della persecuzione nazista degli Zingari anche alla luce della nuova
storiografia e dei movimenti zingari per i diritti civili, che hanno cominciato a far sentire la loro voce
a partire dalla seconda metà del Novecento. Anche per questa parte del lavoro abbiamo utilizzato
testi letterari, testimonianze dirette e immagini dell'epoca, a cui si può attingere dal sito web:
www.emscuola.org/labdocstoria.
      Utile strumento può essere Sulla strada del tempo, una cronologia in cui si intrecciano vicende
relative al lungo viaggio degli Zingari in Europa e alcuni concetti essenziali della storia politico-
istituzionale dell'Europa.
     Una bibliografia essenziale, una filmografia aggiornata, una selezione di risorse web mirata e
un elenco accurato delle fonti iconografiche concludono la proposta didattica, che ogni insegnante
avrà modo di adattare alla sensibilità, alle competenze, alle specificità delle alunne, degli alunni e
delle classi.
      La nostra speranza è che questo lavoro possa far rimanere sempre viva, nella nostra mente di
insegnanti, educatori e cittadini, la raccomandazione di Elias Canetti, che ha ispirato questo lavoro:
Il rispetto per le persone comincia almeno da questo: non passare sopra alle loro parole,
soprattutto quando le parole non sono scritte e sono figlie del vento.
    Milena Cossetto
    Coordinatrice del Lab*doc storia/Geschichte
    della Sovrintendenza Scolastica di Bolzano
    a. L’ambiente raccontato
    di Milena Cossetto
    "Ho camminato a lungo
    per lunghissime strade"
    Jarko Jovanovic



    Q   uando ero bambina vivevo in un paese piuttosto piccolo, tra le montagne; d'inverno ci si
sentiva fuori dal mondo, perché la neve rendeva le strade impraticabili. Noi, ragazzine e ragazzini,
ci divertivamo molto con la neve d'inverno, ma d'estate ogni giornata sembrava prometterci
avventure straordinarie. Avevamo un nostro speciale calendario: per noi l'estate non cominciava
quando la scuola chiudeva e le nostre cartelle riposavano abbandonate su una sedia; l'estate vera
cominciava quando arrivavano i carrozzoni, le giostre e i giostrai e il grande, favoloso carro del Tic
Tac Pum, il tirassegno con i suoi premi straordinari.
     Stavamo ore ed ore a guardare a bocca aperta montare le giostre e ripulire cavallini, carrozze,
automobiline, lucidare e collegare i fili, provare il volume degli altoparlanti e l'accensione delle luci.
Quando la festa cominciava, la musica aveva già percorso in lungo e in largo tutto il paese ed
anche la gente più diffidente aveva trovato il modo di passare inosservata davanti a quelle
scintillanti magie, per lanciare un'occhiata incuriosita. Poi c'erano le lunghe, estenuanti trattative
con i genitori, perchÈ ci lasciassero provare, ci lasciassero montare su una giostra o giocare al tiro
a segno. Quando le giostre se ne andavano, era un po' come se fosse finita l'estate: ben presto i
primi acquazzoni d'agosto avrebbero annunciato l'avvicinarsi dell'autunno.
       L'ultima volta che i carrozzoni sono passati dal mio paese era l'estate del 1968, l'altoparlante
aveva suonato per ore e ore "Azzurro" di Celentano; poi non si sono visti più. Alla fine tutti in paese
avevano trovato altri divertimenti: la Tv, i videogiochi, il ping pong, i roller, le discoteche. Il magico
mondo delle giostre era svanito insieme alla nostra infanzia; ho visto rivivere quel mondo leggendo
il libro di Annibale Niemen che ci narra la sua storia, la vita di un giostraio zingaro, del circo, delle
giostre e dei suoi spettacoli di burattini e la storia di Gnugo De Bar, saltimbanco sinto.
    Il circo di nonno Giovanni1
    Racconta Giacomo (Gnugo) De Bar: questa è una piccola storia, per molti da poco, ma è una
storia vera. Parte di questa mi è stata raccontata dai miei nonni e dai miei genitori; parte l’ho
vissuta. Io la racconto perché è importante ricordare. (…)
      Mio nonno era Jean De Bar, un sinto valcio, che in lingua nostra vuol dire “francese”. Scese in
Italia a piedi nel 1900. Lasciò i genitori in Francia e venne a tentare la fortuna, senza niente, a
quindici anni, solo con qualche costume da saltimbanco. Era uno dei più bravi contorsionisti del
mondo, ma era bravo anche a fare i salti di scimmia, in altre parole i salti mortali al tappeto: ne
faceva sei, sette o anche otto. I De Bar sono una famiglia di saltimbanchi da sempre. Anche mio
nonno aveva imparato a guadagnarsi la vita così. Lui posteggiava, che nella nostra lingua significa
proprio fare i numeri di saltimbanco all’aperto, davanti alle chiese, nei mercati e nelle fiere.
    Sarà stato il 1905 che posteggiando in giro per l’Italia incontrò nel ferrarese anche i capostipiti
Paolo Orfei e i fratelli Nandino e Teta Togni e per un breve periodo lavorarono anche insieme, ma
soprattutto fecero amicizia perché, nonostante il nonno fosse francese, erano lo stesso tutti Sinti.
     (…). Poi il nonno riprese a lavorare da solo, e fu allora che conobbe (…) la nonna Ida. Lei era
un’artista che posteggiava con la sua famiglia e faceva il numero del filo. Il numero del filo è quel
numero d’equilibrismo tipico femminile che consiste nel camminare su un cavo d’acciaio sollevato
di un paio di metri da terra.
     La nonna Ida era molto brava: sapeva tenersi in equilibrio su un piede solo, fare capriole, fare
finta di bere il caffè e mantenere le tazzine sulla sua stessa corda. (…) Verso la fine degli anni
venti incontrarono di nuovo Teta Togni che nel frattempo aveva costruito un postone, cioè un
“Circo rena”, uno dei primi – se non il primo in assoluto – presente in Italia. Il nonno e la nonna si
unirono a quel circo per qualche anno e lavorarono insieme a Paolo Orfei.


    Nonna indovina          2



    Mi chiamo Annibale Niemen, zingaro sinto. Sono nato in gennaio, nel 1944, da Niemen Nello
e Dubois Margherita. (…)
     Mio padre proviene da una delle più antiche famiglie di artisti d’Italia. Mio nonno paterno
gestiva un circo, lasciatogli da mio bisnonno. Gli artisti erano la sua famiglia: mia nonna Lucia e i
suoi figli Guido, Ferruccio, Nello, Emma, Renato e Imperia. (…)
     Molto spesso mia nonna Lucia si improvvisava indovina, come tutte le donne anziane e
sfruttava il fatto che le donne di paese volevano conoscere il futuro.
    Nella loro ingenuità, senza rendersene conto, dicevano quello che era successo loro e quello
che volevano sapere. Le indovine, ripetendo con diverse parole, davano la risposta.
      Le paesane andavano via soddisfatte e davano in cambio qualche soldo e il più delle volte
contraccambiavano in natura con polli, conigli, verdura, salami, patate. Tutto questo era un reato
(…), così le nostre nonne stavano molto attente a non farsi scoprire e chiedevano alle loro
interlocutrici di non parlare con nessuno, altrimenti la profezia non si sarebbe avverata, anzi
avrebbero avuto una disgrazia…
    I cortili delle osterie3
    I cortili delle osterie erano anche luoghi in cui si facevano gli spettacoli sia con le marionette
che quelli cantati. La scelta era un po’ a caso, se per esempio ci si doveva fermare perché il
viaggio era lungo e il tragitto richiedeva le tappe.
    Quindi, dopo un giorno, per non sfiancare i cavalli, si sostava nei paesi che si incontravano.
     Ricordo di una volta che ci fermammo ad Acquatico, piccolo paese in provincia di Imperia. Mio
padre e i miei zii chiesero subito al padrone dell’Osteria se nel suo cortile, che era anche il campo
di bocce, si poteva fare uno spettacolo di teatro. L’oste disse di sì e il giorno dopo montammo tutto.
Alla sera il cortile era pieno di gente, il pubblico si divertì molto e chiesero a mio padre di fare un
altro spettacolo. In quel paese non c’era nessun divertimento e il giorno dopo ci sarebbe stato
ancora più pubblico, perché sarebbero scesi anche i montanari.


    Le marionette4
    Io   all’età di sette anni ho dovuto smettere di studiare, perché o si studiava o si mangiava; i
casi erano solo questi due. Quindi ho cominciato ad andare con mio padre nei paesi. Si andava in
bicicletta e si caricava il teatrino delle marionette, tutto costruito da noi, smontabile e rimontabile in
pochi minuti. è stato un periodo molto bello, perché dove si andava si lavorava.
     Sotto la pioggia, il sole, nelle montagne, nelle colline. A volte si facevano 70 o 80 chilometri
per fare una serata, tutti e due in bicicletta, più il teatrino. Allora mi divertivo, perché a sette anni
per me era un’avventura. A volte i paesi erano di 1000 o 5000 persone, a volte solo di 50 o 60. In
quegli anni l’entrata era di 10 o 20 lire. (…)
    Allora si andava a cavallo. Noi avevamo due cavalli uno per il carro e uno per la carovana.
Mia madre guidava quello del carro; io e mio padre quello della carovana. Mi ricordo un grande
cavallo maremmano che era mio amico, Topolino.
     La carovana è un carrozzone con quattro ruote ed era la nostra casa; c’era la camera da letto,
la cucina. In cucina si ricavavano le cuccette. Adesso usiamo le roulottes. Il carro aveva quattro
ruote e un piano sopra, senza la sua struttura serviva per i trasporti.
    Qualche giorno prima dello spettacolo si scrivevano i manifesti a mano e si attaccavano sui
muri, soprattutto nelle osterie. Io ho imparato a leggere e a scrivere a cinque anni, scrivendo quei
manifesti. Ci presentavamo così: siamo una famiglia di burattinai, vogliamo portare lo spettacolo in
questo paese. Facciamo storie del Medioevo, del settecento e dell’ottocento. Usiamo come
marionette comiche Gianduia, Brighella, Pantalone, Giuppin (…). Poi Arlecchino e tutta la
Commedia dell’Arte.


    La stalla5
    Le storie fanno parte della realtà. Laddove ci si fermava si prendevano gli spunti per i testi da
scrivere.
     C’era un’abitudine tra la gente. Quando andavamo nei paesi oppure nelle frazioni dove non
c’era una vera piazza, si andava quasi sempre vicino a una cascina e alla sera, per ricambiare
l’ospitalità, si andava nella stalla per dipanare il granturco. Erano abitudini invernali. D’inverno c’era
più contatto con le persone e tra un bicchiere di vino e una fetta di polenta i nostri vecchi
raccontavano delle storie.
    Noi eravamo grandi narratori. Si raccontava “Il fornaretto di Venezia”, “Pia de’ Tolomei”, “Le
due orfanelle”, le grandi tragedie. Era l’occasione per poter sostare in inverno e avere un po’ di
legna e nello stesso tempo era l’occasione la sera, preparando un po’ di grano, di avere il
sostentamento che serviva.
    La gente, quindi, ci raccontava a sua volta le storie del posto, quel che succedeva allora e noi
prendevamo spunto. Dal racconto locale si componeva una storia. Si inseriva una marionetta
comica e al posto del più grande proprietario terriero, ad esempio, si metteva il conte, anche per
camuffare un po’. (…)
    Le serate erano molto belle, perché la gente della borgata si radunava nella stalla.
     La stalla era allora un luogo di vita, perché era calda, illuminata e nello stesso tempo si
lavorava. Noi abbiamo preso molta cultura contadina. Tutto questo accadeva fino agli anni ’60, poi
si è perso. A me questo dispiace molto perché era un’occasione diversa.
     In quegli anni nelle campagne si guadagnava più che nelle città perché o si faceva il fabbro o
si costruivano le selle e i finimenti dei cavalli oppure si prendevano gli strumenti e si facevano le
serate musicali. Oggi si chiamano così ma allora erano l’occasione per bere un bicchiere di vino,
mangiare un piatto di polenta, il pane bianco e fare tutti insieme bagna cauda, un piatto
piemontese.


    I Rom e i Sinti6
    Gli Zingari si dividono in Rom e Sinti.
     Preciso che Rom e Sinti non sono uguali, anche se l’origine è la stessa con qualche
differenza. I Sinti sono originari del Rajastan, India del Nord, mentre i Rom sono del Centro.
     I Rom considerano i Sinti gagè, cioè forestieri, perché il nostro sistema di vita è improntato sul
lavoro, sul viaggiare e sullo spostarsi continuamente, mentre i rom sono più sedentari.
    I Sinti sono cattolici, i Rom sono di religione varie. (…)
    La lingua, “il Romanès” è la stessa (…).
   I Sinti hanno inserito nella lingua frasi e modi di dire europei, tedeschi, inglesi e francesi. I
Rom, invece i dialetti delle regioni dell’Est.
    Tutti e due i gruppi non hanno difficoltà a comunicare tra di loro, perché parlano il Valcio, il
Teich, il Manush e il Kalò che sarebbe sempre il Romanès, parlato rispettivamente nella Francia
Centrale; in Germania, Alsazia Lorena e Inghilterra; in Piemonte, Savoia, Ungheria, Romania,
Bulgaria; in Spagna e Portogallo.


    Gli anziani7
    Noi abbiamo un profondo rispetto per gli anziani, per qualunque divergenza all’interno del
gruppo ci rivolgiamo a loro, a loro chiediamo un parere equo e riconosciamo la loro saggezza.
     E’ nostra abitudine rivolgerci alle persone più anziane che non siano i genitori, i nonni o i
fratelli, chiamandoli zio o zia e non per nome come facciamo con i giovani, in questo modo
rispettiamo la loro anzianità.


     Fiabe e storie degli Zingari.8
     E'  proprio attraverso la memoria degli anziani, attraverso i racconti la sera accanto al fuoco,
che la tradizione millenaria degli zingari si riaccende e si tramanda di generazione in generazione.
Molti hanno raccolto queste storie e le hanno trascritte. Dietro ogni vicenda c'è un mondo che si
svela a noi, c'è un universo costellato di aspetti tragici e comici della vita.
   Leggere quelle fiabe o leggende è un po' come scoprire un tesoro, entrare in punta di piedi nel
mondo magico dei gitani per svelarne i misteri.
      Ogni fiaba e ogni leggenda intrecciano l'esperienza del narratore sedentario, del contadino
che non si è mai mosso dalla sua terra, con quella del viaggiatore, del marinaio e del mercante,
dell'artigiano e del pellegrino sempre per la strada, in cammino.
    Le fiabe contengono le due antiche saggezze dell'umanità, quella della terra e quella del
mare: le hanno intrecciate insieme indissolubilmente; come in un cesto di vimini o in un pizzo,
come in un tessuto, tanto prezioso proprio perché contiene le oltre seimila lingue vive del mondo.
     Attraverso questa breve antologia di fiabe zingare, tratta dalle principali raccolte edite in
Europa, vogliamo indicarvi un sentiero. A volte sembra un po' troppo faticoso, ma ci fa scoprire
paesaggi sconosciuti e meravigliosi: sono le storie che popoli diversi si sono raccontate, che
nascondono modi diversi di vedere la vita, il mondo, la natura e le relazioni tra gli esseri umani. Ci
permettono di sorridere e di piangere senza avere troppa paura. Ci fanno capire quanto l'incontro
tra mondi e persone diverse sia una ricchezza per tutti, se si impara a rispettare e apprezzare ciò
che non ci è né consueto, né abituale.


     La creazione9 (Nuova Zelanda)
     Al tempo della creazione Dio pensò che gli sarebbe piaciuto creare gli esseri umani a sua
immagine. Così prese un bel po’ di farina e di acqua e li impastò insieme fino a formare dei piccoli
uomini. Li mise a cuocere nel forno celeste ma, sfortunatamente, fu distratto da qualcos’altro e se
ne dimenticò.
     Quando li tirò fuori dal forno erano tutti bruciati e fu così che furono creati i neri.
      Allora impastò dell’altra farina con dell’altra acqua, modellò l’impasto e di nuovo mise tutti gli
omini nel forno. Ma stavolta era un po’ preoccupato che non gli bruciassero di nuovo, così finì per
tirarli fuori in anticipo. E questi diventarono i bianchi.
    Quando riprovò per la terza volta, tanto per essere sicuro di non sbagliare i tempi di cottura,
creò prima il tempo e l’orologio.
    E infatti quando tolse gli uomini dal forno, erano cotti proprio al punto giusto, appena appena
bruniti. E questi erano gli zingari.
     Questa fiaba È stata raccontata da R. A. W. (Ron) Barnes. Egli racconta della sua infanzia: "La mia vita è iniziata
molto poveramente sul drom, sulla strada, fino a quando non ho compiuto otto anni. Poi, quando la grande depressione
arrivò in Inghilterra e non si trovavano più lavori occasionali, la mia famiglia si trasferÌ a Londra". A 14 anni lascia la
scuola, comincia a lavorare alle poste, poi diventa un dirigente delle telecomunicazioni. Durante la Seconda Guerra
Mondiale si arruola nell'esercito inglese e nel 1948, finita la guerra, si trasferisce in Australia. Nel 1950 va in Nuova
Zelanda. Ha creato il centro sanitario "Opre Roma" (Sorgete zingari) e ora insegna nei centri sanitari di tutto il mondo.
Questa fiaba e conosciuta e raccontata anche in Alsazia e in Cile.



     Le origini degli Zingari.10 (Spagna)
     Il Signore quando stava per tornare in paradiso, chiamò a raccolta nella Grande Plaza tutti i
popoli del mondo e disse loro: “Domani vado in paradiso, ma prima di partire assegnerò il suo
posto nella vita a chi si presenterà qui: chi arriverà troppo tardi si arrangerà”.
     Così, prima di andarsene assegnò ad ognuno una posizione: chi divenne maestro, chi dottore
e così via. C’erano anche due zingari molto pigri e uno disse all’altro:”Guarda, cugino. Il Signore va
via oggi. Se ne va in cielo e tutti sono andati a farsi dare il proprio destino. Arriveremo tardi.”
     Si misero a correre verso la Grande Plaza e quando arrivarono trovarono il Signore che stava
già partendo, dato che erano stati così pigri. Allora lo chiamarono: “Ma padre, hai assegnato un
destino a tutti gli uomini al mondo. Vuoi proprio andartene lasciando gli zingari senza un posto
assegnato?”.
     Il Signore allora disse: “Andrete avanti come potrete”. E così se ne andò, lasciandoci senza
un posto definito e che ci arrangiassimo un po’ come potevamo. Ora questa leggenda è mia, però
è la verità. Gli zingari vivono d’espedienti e mangiano come possono. A loro non è stato assegnato
un posto preciso nel mondo.
     Questa storia È stata raccontata da Isabel Fajardo Maya, una gitana del Sacro Monte, sorella dei famosi ballerini di
flamenco La Golondrina e Joaquin Fajardo Maya. E' stata raccolta e registrata da Berta Quintana nel 1971.



     Perché gli zingari sono sparpagliati sulla terra11 (Russia)
     Questo fatto accadde molto tempo fa.
      Uno zingaro era in viaggio con la sua famiglia. Il suo cavallo era magro e malfermo sulle
gambe, e più la famiglia dello zingaro cresceva, più al cavallo riusciva difficile tirare avanti il suo
pesantissimo carro. Ben presto, d’altronde, il carro fu talmente pieno di ragazzetti che saltavano
uno sull’altro che il povero cavallo poteva a malapena trascinarsi lungo la pista sconnessa. Mentre
il carro procedeva faticosamente, inclinandosi prima a sinistra, poi piegandosi a destra, pentole e
padelle finivano per rotolare fuori e, di tanto in tanto, anche qualche bambino veniva scagliato a
capofitto sulla strada.
     Certo, non era poi così terribile di giorno, quando potevi sempre fermarti a raccogliere da terra
pentolame e marmocchi, ma di notte poteva cadere qualsiasi cosa e neppure te ne saresti accorto.
E in ogni caso, chi mai sarebbe riuscito a tenere conto di una tribù simile? E intanto il ronzino
continuava per la sua strada.
    Lo zingaro continuò a viaggiare per il mondo e, dovunque andasse, si lasciava dietro un figlio
e un altro, e un altro ancora.
     E così, vedete, accadde che gli zingari si sparpagliarono in tutto il mondo.
     Raccolta in Russia da Yefim Druts, figlio di un rabbino di Mosca, e dal poeta Alexei Gressler
      Perché gli zingari non hanno un alfabeto12 (Grecia)
      C’era    una volta un re che aveva l’alfabeto degli zingari. Dato che a quel tempo non
esistevano ancora gli scaffali e le librerie, lo avvolse in certe foglie di cavolo e si mise a dormire
vicino a una fonte. Passò di lì un somaro, bevve un po’ d’acqua e, già che c’era, si mangiò anche
le foglie di cavolo. Ed ecco perché noi zingari non abbiamo un alfabeto.
      Questa storia È stata raccontata da Anastasia Dimou nel 1985 ad Atene. Oggi a Salonicco alcuni studenti zingari
delle scuole superiori stanno progettando un'ortografia del romanès, la lingua degli zingari, che meglio dell'alfabeto greco
si adatti alla loro lingua.



      Le lingue13 (Argentina)
      U  n giorno Dio, prima di lasciare l’umanità, disse: “Là dove vado io voi non potete seguirmi. E
non provateci neppure” e, detto questo, se ne andò in cielo. Gli uomini però non gli diedero ascolto
e si misero a costruire una grande montagna (ma qualcuno dice che fosse una torre). Lavorarono
senza mai fermarsi e infatti arrivarono vicino al cielo. Quando Dio comprese che gli uomini non gli
avevano obbedito disse loro: “Mischierò le vostre lingue”. Così fece e nessuno fu più in grado di
finire la torre perché a chi chiedeva un martello veniva dato un chiodo e a chi chiedeva una sega
davano un martello e così via. Ed ecco perché parliamo lingue diverse.
      Questa versione della storia della Torre di Babele È conosciuta tra gli zingari dell'Honduras, del Brasile e
d'Argentina originari della Russia.



      Il violino Tzigano14 (Svezia)
      Ai tempi in cui gli zingari non avevano violini da suonare, viveva una splendida ragazza che
era un po’ strega. (…)
    La ragazza faceva ogni tipo di sciocchezze e per questo nessuno la voleva sposare. La
ragazza si era innamorata di un giovanotto (…). Il ragazzo era bello, forte e gran lavoratore, ma
non voleva avere nulla a che fare con lei. (…). Per questo la ragazza era molto infelice.
    … Mentre camminava nel bosco si trovò davanti il diavolo in persona, nei panni di un giovane
uomo tutto vestito di verde, dai capelli neri e con gli occhi fiammeggianti: dai capelli spuntavano
due cornetti e un piede aveva lo zoccolo di un capro…
     “Ti ho vista piangere” disse alla ragazza. “Sei innamorata del figlio del tuo vicino ma lui non ti
ama. Eppure, se tu volessi fare per me una piccola cosa che ora ti dirò, quel ragazzo ti amerebbe
più della sua stessa vita e prestissimo ti sposerebbe”.
      “Farò qualsiasi cosa al mondo purché lui mi ami”, rispose la ragazza.
    “Allora fammi dono di tua madre e di tuo padre e dei tuoi quattro fratelli e io tornerò per donarti
uno strumento e insegnarti a suonarlo. Quando il tuo uomo te lo sentirà suonare, ti amerà di un
amore senza fine e farà per te qualunque cosa”.
     E quella sventata rispose: “Potrai avere mio padre e mia madre, i miei fratelli e tutto ciò che
vorrai purché il mio amore mi sposi”.
    Il piede-di-capro tramutò il padre della ragazza in un violino, la madre in un archetto che
aveva per corde i suoi bianchi capelli. Infine mutò i quattro fratelli nelle corde del violino. Si sedette
poi accanto alla ragazza e le insegnò a suonare quello strumento. Ben presto la ragazza imparò a
suonare così dolcemente che gli insetti smettevano di volare per ascoltarla e i rami degli alberi
iniziavano a dimenarsi e a danzare. Era una musica che andava dritta al cuore e faceva venire la
lacrime agli occhi. Mai era stata suonata una musica simile. Quando il giovane la sentì dimenticò la
casa, il focolare, il lavoro e il ballo. Non fece altro che sposarla e così vissero felici insieme per
molti anni. La tristezza non entrava mai nella loro casa poiché la musica argentina del violino
creava una magia che scacciava tutta la tristezza, proprio come fa anche adesso. (…)
     …Poi un giorno i due smarrirono il violino nel bosco, il Diavolo lo nascose ai loro occhi e li
portò via con sé sul carro trainato da quattro cavalli neri…
    Per anni il violino rimase lì, abbandonato tra gli alberi, nascosto sotto il muschio e il fogliame.
Per quanto tempo poi vi sia rimasto non saprei proprio dirvelo.
     Un giorno certi zingari si accamparono in quella foresta.
     Uno dei ragazzi zingari, uscito dall’accampamento in cerca di legna per il fuoco, capitò proprio
nel posto dove era il violino e per caso colpì una delle corde con un pezzo di legno. Ne uscì il
suono più bello che avesse mai udito, ma lui si spaventò e corse via. Poi però non potendo
dimenticare quel suono magico, tornò sui suoi passi e tirò fuori il violino e l’archetto dal muschio e
dal fogliame. Non appena iniziò a muovere l’archetto sulle corde, sgorgarono i suoni più ricchi e
commoventi. Continuò allora a muovere l’archetto sulle corde e ne tirò fuori una musica, come
fanno gli zingari ancora oggi. Gli uccelli smisero di cantare e il vento smise di soffiare solo per
ascoltarlo. Il ragazzo corse allora all’accampamento e suonò il violino per la sua tribù. Nessuno
aveva ascoltato prima di allora una melodia simile, e ciò agiva come un incantesimo su di loro:
quando la musica era triste anch’essi erano tristi, e quando la musica era forte e selvaggia, anche
essi si sentivano forti e selvaggi.
      Ben presto anche gli altri zingari impararono a suonare il violino, costruirono altri violini e
insegnarono ad altri zingari ancora a suonarlo. Così oggi quasi tutti gli zingari sanno suonare il
violino e suonano le melodie più celestiali al mondo. Perché quello strumento sa suonare solo
queste melodie.
     Questa fiaba sull'origine dei violinisti zingari, la cui musica scaccia la tristezza e acquieta gli animi, È stata narrata
da Milos Taikon.



     Come si sta nel Paradiso degli Zingari15 (Jugoslavia)
     Il figlio della santa Alta,
                           la madre di tutti gli zingari, disse: “Che tu possa raggiungere la
vecchiezza, mammina, ma dimmi: come si sta nel nostro paradiso zingaro?”
     La madre di tutti raccolse i suoi pensieri finché nella sua anima non si sentì pronta a
rispondere. Allora rispose con tutto il cuore: “Nel nostro paradiso zingaro, nel nostro
superparadiso, è tutto bello, bellissimo. Se solo sapessi che gran gioia attende noi zingari! I campi
sono vasti e larghi, i cavalli galoppano, ci sono salici, c’è ombra e tutte quelle buone cose di cui
abbiamo bisogno. E in mezzo ci sono grandi manzi che arrostiscono sugli spiedi mentre sulla
brace tutt’intorno cuociono le trote. In tutta questa carne bella e grassa e ben arrostita sono infilzati
dei coltelli d’oro.
    ‘Venite, fratelli, su, sedetevi e mangiate quanto il vostro stomaco riesce a reggere! Tagliate e
mangiate quanto potete! Chiunque voglia può tagliare e mangiare quanto desidera il suo cuore.
Bevete e mangiate tutto quello che volete!’ O uon Dio, devi essere stato anche tu uno zingaro per
darci tutte queste ricchezze. In questo nostro paradiso zingaro tutti i nostri figli zingari si incontrano
per contarsela e bere alla propria salute. I figli dei gagè, invece, se ne stanno fuori a tremare di
fame e di freddo e a elemosinare un po’ di cibo dai nostri figli. Ma i nostri fortunati figli zingari
ridono, ridono di loro. Li prendono in giro e mangiano, mangiano ma non danno loroneanche un
boccone….
     Questa fiaba, che dà voce alla fantasia degli zingari di Bosnia, È stata raccolta da Rade Uhlik e pubblicata nel
1944 dal "Journal of the Gypsy Lore Society" a cura di Frederick Gorge Ackerley.



     La famiglia zingara16
     Un inverno, una famiglia zingara si scaldava accanto al fuoco. La padrona disse: “Ah, se
avessimo del burro e anche della farina! Potremmo prendere una teglia in prestito, nel villaggio
vicino, e fare una pita da signori.”
     Uno zingarello allora disse: “Io la porterei al forno per cuocerla”.
   L’altro muovendo la mano come se portasse qualcosa alla bocca disse: “Io, mamma, la
mangerei così”. Vedendolo, il padre colp" il bambino sul braccio, dicendo: “E vacci piano! La vuoi
mangiare tutta da solo?”


     Ninna nanna Rom17

     Ninna nanna dormirà                                          Nani nani ka sovól
     Lele lele crescerà                                           lele lele ka baról
     Ninna nanna bambino mio                                      nani nani mo cavó
     Fortunato della mamma                                        e nanako bachtaló
     La pioggia cadrà                                             o buršun ka dol
     E ti laverà                                                  tut ka najaról
     Il vento soffierà                                            i balval ka purdól
     E ti asciugherà.                                             tut ka šucarol.


     Ninna nanna crescerà                                         Nani nani ka baról
     Lele lele dormirà                                            Lele lele ka sovól
     Gli agnelli passeranno                                       E bakré ka nacén
     Con la lana ti copriranno                                    pe pošomasa
     Le capre passeranno                                          tut k’ucarén
     Con il latte ti nutriranno                                   e buzná ka nacen
     Non piangere                                                 tut cuci ka den
     Bambino mio                                                  ma rov mo cavó
            Non piangere                                                   ma rov.
        Per saperne di più:
        AWOSUSI A.(a cura di), Zigeunerbilder in der Kinder- und Jugendliteratur, Heidelberg 2000.

        CAPORALI R., Fiabe zingare, Firenze 1980.

        CERCEN¿ V., GIUSTI M., TASSINARI G., MORI T., ABMETOVIÈ L., Cici Daci Dom. Incontro con i bambini Rom, Firenze
1994.

        DE BAR G., Strada, patria sinta. Cento anni di storia nel racconto di un saltimbanco sinto, Firenze 1998.

        DERDAK F., Zigeuner? Nein: Roma und Sinti, Wien 1994.

        FICOWSKI J., Il rametto dell'albero del sole, Roma 1985.

        Fra i Rom: vita e storie zingare, Brescia 1978.

        I quattro fratelli (fiaba zingara), Torino 1993.

        KARPATI M., I figli del vento. Gli zingari, Brescia 1978.

        LAZZARATO F., ONGINI V., Il vampiro riconoscente. Fiabe, leggende e miti della tradizione zingara, Milano 1993.

        MARCOLUNGO E., KARPATI M., Chi sono gli zingari?, Torino 1985.

        MELIS A., Fiabe zingare, Cagliari 2000.

        MODE H., HÜBSCHMANNOVÀ M. (a cura di), Zigeunermärchen aus aller Welt, Leipzig 1983- 85.

        MOREAU R., Kinder des Windes, Bern 1999.

        NIEMEN A., La casa con le ruote. O ker kun le penjà, Viterbo 2000.

        Sukur A., Fiabe dei Balcani, Torino 2000.



        Note:

        1   DE BAR G., Strada, patria sinta. Cento anni di storia nel racconto di un saltimbanco sinto, Firenze 1998, pp. 1-5.

        2   NIEMEN A., La casa con le ruote. O ker kun le penjà, Viterbo 2000, pp. 12-16.

        3   Ivi, p. 42.

        4   Ivi, p. 50.

        5   Ivi, p. 56.

        6   Ivi, p. 66.

        7   Ivi, p. 84.

        9   TONG D. (a cura di), Storie e fiabe degli zingari, Milano 1997, pp. 192-193.

        10   Ivi, p. 234.

        11   Ivi, p. 57.

        12   Ivi, p. 223.

        13   Ivi, p. 243.

        14   Ivi, pp. 71-73.
     15   Ivi, pp. 216-218.

     16   Sukur A., Fiabe dei Balcani, Torino 2000, p. 248.

     17   CERCENÀ V., GIUSTI M., TASSINARI G., MORI T., ABMETOVIÈ L., Cici Daci Dom. Incontro con i bambini Rom, Firenze
1994, pp. 22-23.
     b. Mestieri
     di Elena Farruggia

     Come tutte le popolazioni nomadi, gli Zingari sviluppano nel tempo una grandissima abilità
tecnica che consente loro non solo una relativa autosufficienza economica, ma anche la possibilità
di proficui scambi commerciali con i sedentari con cui vengono in contatto.
      E' necessario inoltre riflettere sull'importanza in ogni attività economica, sia commerciale che
produttiva, dell'intreccio tra le varie culture ed esperienze: girando tra l'Asia, l'Africa, l'Europa
dell'est e Europa occidentale, nel tempo essi acquisiscono e perfezionano tecniche, conoscenze,
abilità, (oltre a prodotti o addirittura costumi) sconosciute in altri luoghi, che fanno proprie, che si
tramandano da gruppo a gruppo e che diffondono nei loro spostamenti.
     Risultano così nell'Europa preindustriale un tramite importantissimo di commercio e di
scambio culturale, specie nel mondo rurale: pur rimanendo spesso ai margini dei villaggi (e pur con
esempi di diffidenza nei loro confronti) il loro arrivo come fabbri, calderai, falegnami, commercianti,
"veterinari" e venditori di "rimedi" contro i mali del corpo e dell'anima, oltre che suonatori, giocolieri,
circensi e ammaestratori di animali, è atteso dalla popolazione e risulta fondamentale per molte
delle esigenze materiali dei villaggi stessi o delle case isolate nelle campagne.
    "Secondo l'epoca e il paese, gli Zingari si adattano ai bisogni locali. Riempiono i vuoti. Là dove
la massa dei contadini è priva di artigianato vi portano il loro ed esercitano dei veri e propri
monopoli: nei paesi dove trovano al loro arrivo un artigianato che corrisponde sufficientemente ai
bisogni della popolazione, cercano altre risorse."1
      Inoltre proprio le abilità tecniche e l'estrema specializzazione in alcuni campi (come la
lavorazione del metallo o l'allevamento dei cavalli) saranno in alcuni casi lo strumento di
inserimento nel tessuto sociale e di parziale - o totale - sedentarizzazione di alcuni gruppi di
Zingari: è quanto avviene per l'allevamento dei cavalli in Ungheria, o per i fabbri e i calderai
nell'isola di Corfù (già documentati dal XIV secolo), per i fabbri nell'Italia meridionale: in Puglia ad
esempio alcuni Zingari colpiti da decreto di espulsione nel 1635 non vennero infine cacciati proprio
perché si appurò che lavoravano tutti come fabbri pagando regolarmente le tasse allo stato:
tengono le loro famiglie, e case in due Città, e Terre, dove fanno l'incolato, e sono nati, e vivono
con le loro mogli, e figli, e portano li pesi conforme tutti l'altri cittadini con pagarne li pagamenti
fiscali, alloggiamenti; ed ogn'altra contribuzione, e non sono inquisiti de delitto nessuno, vivendo
con loro arte de forgiare, e di seminare, ed altri loro esercizi."2


     La lavorazione del metallo, del legno e del vimini
     La tradizione zingara nel lavorare il metallo affonda nella notte dei tempi: si narra addirittura
che siano stati loro a introdurre il bronzo in Occidente.
     Leggende a parte, l'abilità nelle lavorazioni del ferro e dei metalli in genere è, come abbiamo
visto, storicamente documentata a partire dal XIV secolo e così fortemente collegata al mondo
zingaro che in alcune zone (come ad esempio la Sicilia) l'appellativo "zingaro" è stato usato per
indicare chiunque lavorasse il metallo.
    La vita nomade, i continui spostamenti richiedono che la grande specializzazione tecnica sia
supportata da attrezzature semplici e facili da trasportare.
     Per lo più gli attrezzi consistevano dunque in una incudine (a volte sostituita da un semplice
sasso), due soffietti di solito in pelle di capra, un paio di pinze, un martello, una morsa, una lima,
un piccolo fornello o una mola conica.
     Con questa strumentazione essenziale lo Zingaro lavorava nell'accampamento, di solito
seduto all'aperto (ma anche sotto una tenda quando la stagione era particolarmente inclemente),
aiutato dalla moglie o dai figli che manovravano il mantice.
     Il suo lavoro era indispensabile soprattutto per le comunità isolate, che potevano così
acquistare ogni oggetto in metallo indispensabile per il lavoro nei campi o nella casa (falci, falcetti,
vomeri di aratro, chiodi, punteruoli, aghi, coltelli, spiedi, paletti, tripodi, pentole, paioliÖ) o farsi
riparare quelli rotti o usurati, caldaie comprese.
      Gli Zingari erano ottimi gioiellieri in grado di soddisfare nel loro commercio ambulante anche
le richieste più economiche; oltre a lavorare l'oro e l'argento, infatti, sapevano produrre mirabili
collane, orecchini, bracciali utilizzando il semplice stagno o il rame argentato.
     Gli Zingari erano anche abili falegnami e tornitori: producevano casse per riporre i vestiti e la
biancheria, oltre a vassoi, piatti e cucchiai in legno, che vendevano "al minuto" ma anche agli
stessi mercanti. La produzione di oggetti in legno era soprattutto praticata nei paesi balcanici e
dell'Europa centrale. Ad essa spesso si affiancava la abilità nel lavorare il vimini; in Francia fino a
tutto il XIX secolo spesso i venditori di cesti di vimini erano Zingari.3


    Il commercio dei cavalli
    P  er renderci conto di quanto e quanto a lungo sia stato importante il mestiere di
commerciante di cavalli dobbiamo riflettere su come sia breve, in un'immaginaria linea del tempo,
la spazio in cui l'uomo ha fatto uso dei sistemi di locomozione che a noi oggi sembrano quasi
essere sempre esistiti: automobili, treni, aerei; fino al XIX secolo in assoluto, e ancora per tutto il
XX in alcune zone del mondo, invece, il cavallo, il mulo, l'asino erano gli animali più usati per gli
spostamenti di uomini e merci.
     Dalla loro comparsa in Europa fino a tutto il XX secolo, il commercio dei cavalli È stata la
professione principale o accessoria di numerosi Zingari: una formula di ringraziamento molto in
uso è: "Ti auguro che i tuoi cavalli vivano a lungo".4
     La conoscenza dei cavalli, l'arte di curarli e di accudirli, l'amore per le cavalcature erano
requisiti fondamentali per la loro vita nomade: nei loro spostamenti i cavalli servivano a una parte
degli uomini, a qualche donna e ai bambini piccoli; altri utilizzati come animali da soma erano
carichi di materiali e provviste; altri ancora erano attaccati ai carretti.
      Ma gli Zingari non tenevano i cavalli solo per proprio uso: li compravano, li vendevano, li
scambiavano; proprio grazie alla fama che li contraddistingueva, alle loro frequentazioni dei più
importanti luoghi di mercato degli animali, alla conoscenza delle strade, per lungo tempo (e in
alcuni paesi ancora oggi) furono considerati i migliori mediatori o comunque esperti da consultare
per l'acquisto di una buona cavalcatura.
    Allo stesso modo l'arte di guarire i propri cavalli ne faceva anche degli abili veterinari, chiamati
spesso dai contadini per curare il bestiame ammalato. In alcune zone d'Europa, in particolare in
Francia e in Spagna, gli Zingari praticavano anche il commercio di muli e di asini; tra i Gitani di
Spagna inoltre numerosi erano i tosatori di muli, che spesso nel loro lavoro ambulante si
spostavano fino in Francia.
    Le elemosine, la buona ventura, l'arte del guarire
    Nel loro continuo spostarsi da un luogo all'altro, fin dalla loro comparsa in Europa i gruppi
Zingari affidarono alle donne (e ai bambini) un particolare compito di sostentamento, praticato
ancor oggi: la raccolta delle elemosine.
    Le donne zingare eccellevano nell'arte di impietosire i sedentari e farsi dare non solo denaro
ma ogni sorta di provvigioni (cibo, vestiario, utensili) a volte esercitando semplicemente una
notevole capacità di persuasione, a volte facendo leva sul timore, il pregiudizio, la paura.
     Spesso accompagnavano questa attività con la lettura della buona ventura, tanto che
chiromante e zingara divengono presto quasi sinonimi: fin dal Cinquecento sia nell'arte sia in
letteratura la rappresentazione più tipica della Zingara è quella che la raffigura nell'atto di leggere
la mano.
     Attribuire agli Zingari poteri straordinari che consentono di leggere il futuro significa anche,
specie in epoche in cui medicina e magia sono ancora strettamente collegate, riporre fiducia nelle
loro capacità di guarire; per questa ragione (e per la loro effettiva conoscenza di erbe e sostanze
medicinali, e addirittura delle tecniche chirurgiche)) il ricorso alle cure degli Zingari non era
praticato solo negli ambienti popolari, ma diffuso talvolta anche tra l'aristocrazia: in un curioso
disegno del XVI secolo, incluso nella Raccolta di Arras, in cui è raffigurata a mezzo busto una
Zingara, la didascalia recita: l'Egiziana che rese salute mediante arte di medicina al re di Scozia
abbandonato dai medici.5
     La loro competenza chirurgica era inoltre così riconosciuta che i chirurghi olandesi nel XVII
secolo facevano a volte il tirocinio presso gli Zingari.6
    Il mestiere delle armi
    Per quanto possa sembrare curioso numerosi Zingari, soprattutto nel XVII e XVIII secolo
servivano negli eserciti. Erano ricercati per la loro resistenza, la forza fisica, la conoscenza dei
luoghi e in particolare di sentieri segreti e nascondigli, per la loro abilità nelle sorprese e nelle
imboscate; ma anche e soprattutto perché il mestiere delle armi era fortemente legato alla loro
tradizione.
     Infatti al loro apparire in Europa nel XV secolo, gli Zingari si presentavano frequentemente in
bande armate: la "grande banda" di Sindel, la banda del Duca Andrea etc. "Le tappezzerie di
Tournai, dell'inizio del XVI secolo, mostrano Zingari con un bastone in mano o sulle spalle, una
daga alla cintura, una spada dritta o una sciabola curva. I pedoni e i cavalieri Zingari, rappresentati
su quattro incisioni di Callot, sono simili a uomini di guerra, abbigliati con grandi cappelli dai lunghi
pennacchi o penne, stivali a imbuto; al fianco sinistro hanno la spada e a quello destro la daga ad
anello, l'archibugio a ruota o la pistola lunga ad armacollo, la mezza picca in mano o il moschetto
sulla spalla."7
    A volte si arruolavano individualmente, a volte intere bande zingare si univano alle truppe in
guerra.
    Anche le donne (mogli o figlie di soldati), seguivano gli spostamenti dei reggimenti in cui
prestavano servizio i loro uomini, spesso con il ruolo di vivandiere o di lavandaie della guarnigione.
    Durante la guerra dei Trent'anni, lo scrittore (e soldato) tedesco Grimmelshausen scrisse un
romanzo picaresco, La vagabonda Courage, che ha per protagonista, appunto, una vivandiera
moglie di un luogotenente Zingaro assoldato nell'esercito; il personaggio, in tutta la sua tragicità,
sarà ripreso nel Novecento da Bertolt Brecht nel testo teatrale Madre Courage.
    Tra gli Zingari francesi era spesso praticata anche la professione di maestro d'armi.8
    Animali ammaestrati, circo, luna-park
    Mi chiamo Annibale Niemen, zingaro sinto. Sono nato in gennaio, nel 1944, da Niemen Nello
e Dubois Margherita. [..] Mio padre proviene da una delle più antiche famiglie di artisti d’Italia. Mio
nonno paterno gestiva un circo, lasciatogli da mio bisnonno[…]
      Mia nonna, a sua volta, apparteneva ad un’altra grande famiglia di artisti, molto antica, la
famiglia De Bianchi. La loro unione diede vita al più grande circo che girasse l’Italia in quei tempi,
«il Circo degli Angeli volanti». A loro volta le due famiglie erano imparentate con un’altra grande
famiglia di circensi, la famiglia Gerardi, che erano noti con il nome di «I Diavoli del Trapezio». Il
circo, quindi, era a conduzione familiare e gli spettacoli erano maestosi. Erano in tutto una
settantina di persone, quasi tutte giovani. Allora, come oggi, ai bambini dai tre anni in su si
insegnavano i numeri del circo, dall’acrobatica, che comprende tutti i numeri a terra, ai numeri
volanti. Imparavano l’arte dei giocolieri (joungleur), dei domatori e addestratori di cavalli, via via
fino alla musica, secondo le loro attitudini.
    Mio zio Guido era il comico. Oggi si chiama il clown; per noi è Toni, lo scemo. [..]
     Nei periodi invernali, quando la neve non permetteva che si alzassero i teloni, ci si divideva in
squadre. Alcuni andavano nei paesi limitrofi e improvvisavano spettacolini nelle osterie, altri si
recavano con il «carro di Tespi» nelle fattorie e portavano in scena storie importanti come «I
Promessi Sposi», «Il Fornaretto di Venezia», «Pia de’Tolomei» e, nel periodo di Pasqua, «La
Passione di Cristo». Altri ancora, con le marionette, facevano spettacoli nelle sale parrocchiali,
oppure nei pochissimi teatri comunali («le serate») o giravano paese per paese, fattoria per
fattoria, suonando i propri strumenti in veri e propri incontri musicali.”9
    G   irare per i paesi, le città, proponendo spettacoli di vario genere è un'attività praticata ancor
oggi ma che affonda le radici nella più antica tradizione zingara. Fin dal Cinquecento nelle fiere,
nelle piazze, gli Zingari proponevano spettacoli di acrobazia, di giochi di prestigio, di marionette.
     In un mondo privo delle forme di comunicazione e divertimento che oggi conosciamo (giornali,
cinema, televisione, discoteche), le fiere, le sagre, le piazze erano i luoghi deputati al divertimento
ma anche in cui si scambiavano informazioni, si veniva a conoscenza delle opere (o di parte di
esse) rappresentate nei veri teatri, si rimaneva strabiliati di fronte a costumi e rappresentazioni
esotiche.
    Tutto questo genere di esperienze veniva spesso portato dagli Zingari.
    Uno degli aspetti più stupefacenti, che destava maggiore curiosità e ammirazione, era la loro
grande abilità nell'ammaestrare gli animali.
     "Alla fine del XVIII secolo il capo zingaro Marcinkiewicz, per rendere visita in gran pompa al
suo sovrano, principe Radziwill, arrivò al palazzo in una carrozza tirata da sei orsi; sulla schiena
degli orsi, scimmie vestite da postiglioni. Questo ingresso ottenne un vivo successo presso il
principe, la sua corte e la gente del vicinato."10
     Ma erano soprattutto gli orsi danzanti a divertire il pubblico. Furono per primi gli Zingari dei
Carpazi a ammaestrare gli orsi alla danza, ma dall'Europa Orientale alcuni ammaestratori d'orsi
raggiunsero già nel Settecento la Spagna, la Francia, l'Italia, dove fino ad allora erano tradizionali
gli spettacoli di danza o acrobazie di scimmie e di cani ammaestrati.
      Nel corso dell'Ottocento e del Novecento accanto a queste forme di spettacolo (che si
"formalizzarono" nei circhi), gli Zingari aggiunsero alle loro attrazioni le giostre, la lanterna magica
e il cinema ambulante.


    Musica, canto e danza
    Come gli zingari sono diventati musicisti
     Una volta Iddio mise un violino sulle spalle di san Pietro. Senza saperlo, san Pietro andò in
una locanda piena di gente allegra.
     Quando videro san Pietro con un violino, gli gridarono: “Suona, suona!” Ma lui si spaventò alle
loro grida e si mise a scappare.
     Sulla porta, però, il violino gli cadde dalle spalle. Lo tirò su e andò dritto da Dio per chiedergli:
“Dio, che cosa significa questo?”
     “L’ho fatto per te” gli rispose il Signore. “Così potrai suonare per la gente quand’è vivace,
tenerli di buon umore e evitare che si mettano a litigare.”
     “Se è questo che vuoi, allora fai che ci siano più musicisti.”
      “Ma chi potrebbe fare il musicista?” chiese Iddio “Potrebbero farlo gli zingari” rispose san
Pietro. “Fai che divertano la gente così che non si sparga mai sangue quando si beve e si fa festa”.
“Così sia” disse Dio. E così fu.11


    E   infatti la musica zingara ottenne, e ottiene ancora, l'ascolto fedele e appassionato negli
ambienti sociali più disparati.
    Già alla fine del XV secolo la corte del re Mattia Corvino e della regina d'Aragona accoglieva
Zingari suonatori di liuto; nel 1525 alcuni zingari suonarono la cetra per Luigi II di Polonia, re di
Boemia e di Ungheria.12
      In Europa orientale nel corso dei secoli XVII, XVIII e XIX la loro presenza appariva
indispensabile nei balli, nelle feste pubbliche o private, nelle fiere, nelle nozze paesane, nelle
osterie dei villaggi come nei palazzi aristocratici; suonavano il cimbalo non pizzicando le corde con
le dita secondo l'uso comune, ma servendosi di un bastoncino di legno; il tamburino, il violino, la
"cobza" (specie di mandolino a nove corde), il "naiu" (flauto di Pan). Gli "ursari", cioè gli
ammaestratori di orsi, si accompagnavano con i tamburelli.13
    Nell'Italia meridionale gli Zingari erano così abili a suonare e fabbricare lo "scacciapensieri"
che questo semplice strumento ancora oggi, in Calabria, viene chiamato "tromba degli Zingari".14
    In Francia la musica zingara non ebbe tanto uno sviluppo autonomo, ma strettamente
connesso all'accompagnamento della danza: le Zingare ritmavano le loro danze facendo tintinnare
campanelli o schioccare nacchere, o percuotendo un tamburello basco.15
     Per la loro abilità di suonatori, spesso gli Zingari venivano arruolati nelle bande militari
francesi; nel corso della Rivoluzione vi fu un reggimento che addirittura reclutò una banda
interamente zingara.16
    In Spagna per molto tempo, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, salvo alcune
eccezioni la musica gitana rimase per lo più ignorata dai "payos" spagnoli (appellativo con cui i
Gitani definiscono i "non Gitani") fino alla fine del Settecento; erano soprattutto i viaggiatori
stranieri che lodavano musiche e canti gitani. Nella prima metà dell'Ottocento, invece, i cantanti e i
musicisti gitani, girando nelle città e nei paesi, nelle piazze e nelle osterie in occasione di feste
locali e di pellegrinaggi attiravano un pubblico estremamente vasto e variegato che andava dalla
"gente di malaffare" ai pellegrini, ai viaggiatori, ai signori borghesi, all'aristocrazia (lo stesso re
Ferdinando VII frequentava in incognito osterie dove si esibivano musicisti gitani).17
    E' comunque da tener presente che la musica gitana È quasi sempre in stretta correlazione
con la danza, che è stata, fin dalla loro comparsa in Europa, una delle attività zingare più
apprezzate tanto a livello popolare quanto dalle aristocrazie europee.
     Immagini di danze zingare figurano negli arazzi di Tournai del XVI secolo; gli Zingari ballavano
nelle piazze e nelle strade di città e villaggi, ma anche nei palazzi reali e nelle dimore principesche
tanto che numerosa è la documentazione (soprattutto per il XVII secolo) di danzatori Zingari
ingaggiati (e ospitati) delle famiglie aristocratiche.
    L'abilità nel ballo non si limitava a dare spettacoli: nei luoghi dove si fermavano gli Zingari (ma
soprattutto le Zingare) davano anche lezioni di danza, spesso senza altro ausilio musicale che il
tamburello o addirittura il battito delle mani e dei piedi.
     Note:

     1   VAUX DE FOLETIER F., Mille anni di storia degli Zingari, Milano 1998, p. 177.

     2   VIAGGIO G., Storia degli Zingari in Italia, Roma 1997, p. 56.

     3   VAUX DE FOLETIER F., op. cit., p. 184.

     4   Ibidem, p. 177.

     5   Ibidem, p. 171.

     6   Ibidem, p. 172.

     7   Ibidem, p. 131.

     8   Ibidem, p. 132.

     9   NIEMEN A., O ker kun le penijà -- la casa con le ruote, Roma 2000, pp. 11-12.

     10   VAUX DE FOLETIER F., op. cit., p. 179.

     11   TONG D. (a cura di), Storie e fiabe degli zingari, Milano 1997, pp. 141-142.

     12   VAUX DE FOLETIER F., op. cit., p. 141.

     13   Ibidem, p. 145.

     14   Ibidem, p. 146.

     15   Ibidem, p. 147.

     16   Ibidem, pp. 147-148.

     17   Ibidem, p. 148.

     Per saperne di più:

     ARCA (a cura di), La mano allo zingaro. Magia di una cultura, Milano 1978.

     BLOCK M., Die Zigeuner : ihr Leben und ihre Seele - dargestellt auf Grund eigener Reisen und Forschungen,
Frankfurt am Main, 1997.
     COLOCCI A., Gli Zingari. Storia di un popolo errante, Torino 1889.

     GILSENBACH R., Weltchronik der Zigeuner: 2000 Ereignisse aus der Geschichte der Roma und Sinti, der Gypsies
und Gitanos und aller anderen Minderheiten, die "Zigeuner" genannt werden, Frankfurt am Main 1998.

     SOEST   VON   G.,   Zigeuner zwischen      Verfolgung    und    Integration:   Geschichte,   Lebensbedingungen   und
Eingliederungsversuche, Weinheim 1979.

     VAUX DE FOLETIER F., Mille anni di storia degli Zingari, Milano 1998.

     VIAGGIO G., Storia degli Zingari in Italia, Roma 1997.
c. Fascino e paura del diverso
Un percorso attraverso i testi letterari.
di Milena Cossetto
Alois Weber

     La diversità, di genere, di sensibilità, quella fisica, culturale, psicologica, linguistica è stata da
sempre uno degli ingredienti essenziali della letteratura europea: ha affascinato tutte le
generazioni, ha colpito la fantasia degli autori e dei lettori, ha offerto occasioni per una scrittura
d'intrattenimento o educativa, poetica o satirica, comica o moralistica, ha dato l'opportunità di
ridurre le distanze nello spazio e nel tempo, per favorire nuovi contatti, immaginari eppure così
reali da sembrare veri, tra mondi irrimediabilmente lontani. Da questi contatti, da questi scambi, da
queste contaminazioni sono nate straordinarie opere poetiche e narrative.
      L'avventura dell'incontro con la diversità ha fatto della lettura e dell'ascolto lo snodo
essenziale per la formazione delle nuove generazioni, a cui spesso gli autori affidavano il sogno di
una vita diversa e di un mondo migliore. Sconfinare in territori nuovi, fatti di sensibilità, di lingue,
tradizioni, modi di vivere e di percepire il mondo e le relazioni tra gli esseri umani diverse,
affascinava e faceva paura allo stesso tempo. La gioia nasce proprio dallo sconfinamento,
dall'incontro, dalla scoperta e dalle immagini che, dopo, riemergono alla memoria come diari di
viaggio, schegge colorate della polifonia della vita. In questo cammino, attraverso i sentieri letterari
dell'incontro con la diversità, gli Zingari hanno un ruolo fondamentale: sono stati descritti come un
mondo orribile, rozzo, violento, privo di valori, incompatibile con la civiltà e quindi da temere e
tenere rigorosamente a distanza. Ma sono stati narrati anche come un ambiente umano autentico
e vitale, anticonformista e creativo, fatto di danze, musiche, sentimenti forti e fragilità vissute con
dignità e speranza. Il loro mondo colorato e sonoro ci permette sconfinamenti che non ci lasciano
smarriti, ma affascinati e curiosi, pronti a nuovi incontri e nuovi scambi sulle strade delle diverse
lingue e culture dell'umanità.
      Lo spazio, in questa pubblicazione, non permette una rassegna esaustiva di tutti i testi
letterari più significativi che, in diverso modo, hanno rappresentato la figura dello Zingaro e della
Zingara nella letteratura colta e popolare europea. Proponiamo quindi un breve percorso tra
frammenti di testi, tessere di un mosaico più grande e policromo, dal quale, però, emergono i
principali modelli culturali che hanno fatto degli Zingari un ingrediente essenziale degli intrecci
narrativi tra il XVI e il XX secolo. In particolare i testi poetici di Puskin e di Baudelaire, a cui
andrebbero affiancati alcuni versi tratti dal Romancero Gitano di Federico Garcia Lorca1 , danno
voce all'immagine positiva del mondo Zingaro, assunto a simbolo della immediatezza e della
istintività della vita, in armonia con la natura.
     Abbiamo scelto alcune pagine de La zingarella di Cervantes, che per primo dà ruolo da
protagonista ad una fanciulla rapita che vive tra i gitani e con la sua danza e il suo canto tutti
affascina e seduce; poi alcuni frammenti de Quelli del colera di Giovanni Verga in cui la furia del
popolo senza freni, come nella novella Libertà, uccide e devasta spinta da un istinto primordiale,
accecata dalla ricerca di un capro espiatorio, di qualcuno a cui attribuire la responsabilità della
diffusione del colera, analogamente a come Manzoni ne I promessi sposi o ne La colonna infame
parla degli untori e della costruzione del pregiudizio.
      Grazia Deledda, unica donna nella rassegna di autori che offrono spazio all'immagine degli
Zingari, dà la parola a Madlen, una bimba zingara, che scopre oltre il dolore, la miseria e la
malattia il vero tesoro degli Zingari. Canetti e Hrabal, in tempi e luoghi diversi, fanno del mondo
degli Zingari un'esperienza personale; Sgorlon, infine, propone lo Zingaro eroe, come aradigma
dell'impegno sociale e della tolleranza in un'Europa trafitta dalla guerra e dalle persecuzioni
razziali.
      Poi i testi delle canzonette di Jannacci, Dalla, De Gregori, De André ripropongono a livello di
cultura di massa l'immagine romantica degli Zingari, ma anche intravedono la condizione nomade
dell'esistenza umana come paradigma della sua caducità.
     Apriamo con un testo del filosofo Lévinas sul rapporto con l'Altro e la cultura del Novecento.


                                                                                       Emmanuel Lévinas2
                                                                       Fraternità e volto dell'altro (1961)
     Il povero, lo straniero si presenta come eguale. (...) La sua uguaglianza in questa povertà
essenziale consiste nel riferirsi al terzo, così presente all'incontro e che, nella sua miseria, è già
servito da Altri.(...)
     Egli si unisce a me. (...)
    Ogni relazione sociale, al pari di una derivata, risale alla presentazione dell'Altro al Medesimo,
senza nessuna mediazione di immagini o di segni, ma grazie alla sola espressione del volto. (...)
     Il fatto che tutti gli uomini siano fratelli non è spiegato dalla loro somiglianza, né da una causa
comune di cui sarebbero l'effetto come succede per le medaglie che rinviano allo stesso conio che
le ha battute. (...)
     La paternità non si riconduce ad una causalità cui gli individui parteciperebbero
misteriosamente e che determinerebbe, in base ad un effetto non meno misterioso, un fenomeno
di solidarietà.(...)
     Il fatto originario della fraternità É costituito dalla mia responsabilità di fronte ad un volto che
mi guarda come assolutamente estraneo, e l'epifania del volto coincide con questi due momenti. O
l'uguaglianza si produce là dove l'Altro comanda il Medesimo e gli si rivela nella responsabilità; o
l'uguaglianza non che un'idea astratta e una parola.


                                                                                    Miguel de Cervantes 3
                                                                                       La Zingarella (1612)
      Sembra proprio che gitani e gitane siano venuti al mondo solo per rubare: nascono da genitori
ladri, sono allevati tra ladri, studiano da ladri e alla fine ne escono ladri fatti e finiti, perfetti per ogni
occasione; la voglia di rubare e il rubare, in loro, sono caratteri congeniti, che si tolgono solo con la
morte. V'era dunque, in questa razza, una vecchia gitana, che poteva dirsi laureata nella scienza
di Caco4, la quale allevò come fosse la propria nipote una ragazza, a cui mise il nome di Preciosa
e a cui insegnò tutte le sue gitanerie, i modi per raggirare e l'arte del rubare. Questa Preciosa ne
riuscì la danzatrice più straordinaria che si potesse trovare in tutto il mondo gitano e la più bella e
assennata che si potesse incontrare non solo tra i gitani, ma anche in confronto alle tante belle e
assennate che la fama avesse proclamato tali. Né i soli, né i venti e neppure le tante inclemenze
del cielo, alle quali i gitani sono esposti più delle altre genti, riuscirono a deturpare il suo volto o a
scurirle le mani; e pure l'educazione rozza con cui era stata educata mostrava in lei origini ben più
elevate di quelle gitane, giacché era estremamente gentile e accorta. Nondimeno era assai
disinvolta, ma non in modo da manifestare una qualche disonestà, anzi, pur essendo sagace, era
così piena di ritegno, che in sua presenza nessuna, né vecchia né giovane, osava cantare canti
lascivi né dire parole men che oneste. Fu così che un bel giorno la nonna, resasi conto di quale
tesoro avesse trovato nella nipote, da quella vecchia aquila che era, decise di far volare il suo
aquilotto e di insegnarle a vivere grazie ai propri artigli.
     Preciosa ne venne fuori ricca di ogni sorta di villanelle, strofette, seghidiglie e sarabande,
nonché di altri versi ancora, soprattutto romances5 che cantava con speciale garbo. La nonna
sorniona aveva infatti ben inteso che tali giochetti e grazie, per i pochi anni e la bellezza della
nipote, potevano essere attrazioni più che gradite e incentivi per incrementare il suo capitale; tant'è
che cercò e procurò ballate con tutti i mezzi che conosceva, e non mancò poeta che le offrisse,
perché ci sono anche poeti che se l'intendono coi gitani e vendono loro le proprie opere, come ci
sono quelli dei ciechi, che s'inventano per loro dei miracoli per dividerne i profitti. C'è di tutto nel
mondo e la fame spinge talvolta gli ingegni a fare cose che non stanno né in cielo né in terra.
Preciosa crebbe in diversi luoghi della Castiglia e, quando ebbe quindici anni, la nonna putativa la
ricondusse alla capitale, nel vecchio accampamento, dove generalmente si attendono i gitani, nei
campi di Santa Barbara, perché pensava di vendere quella mercanzia nella capitale, dove tutto si
compra e si vende. Il debutto di Preciosa a Madrid avvenne il giorno di Sant'Anna, patrona
intermediaria della città, con una danza in cui figuravano otto gitane, quattro anziane e quattro
ragazze, e un gitano, gran ballerino, che le guidava. E benché fossero tutte pulite e ben
agghindate, lo splendore di Preciosa era tale che faceva via via innamorare gli occhi di quanti la
guardavano. Tra il suono del tamburello, le nacchere e il vortice della danza, prese a levarsi un
brusio che benediceva la bellezza e la grazia della piccola gitana. I ragazzi accorrevano per
vederla e gli uomini per ammirarla. E quando poi la udirono cantare, giacché era una danza
cantata, allora sì che successe di tutto! Allora sicché si diede voce alla fama della piccola gitana e,
con il consenso unanime dei deputati alla festa, le conferirono senz'altro il riconoscimento e il
premio per la danza migliore.
                                               Aleksandr Sergeeviè Puskin6
                                                   Gli zingari (1823-25)
Gli zingari in chiassosa folla                                Zemfira non è giunta, e si raffredda

Vagano per la Bessarabia,                                     La povera cena del vecchio.

Oggi sul fiume

Nelle lacere tende pernottano,                                Ma eccola. Al suo seguito

Come la libertà è giocondo il loro giaciglio                  S'affretta per la steppa un giovane;

E il pacifico sonno sotto il cielo,                           Allo zingaro egli è del tutto ignoto,

Tra le ruote dei carri                                        "Padre mio, - dice la fanciulla --

Coperti a mezzo da tappeti,                                   Porto un ospite: oltre il tumulo

Arde il fuoco; la famiglia intorno                            Nel deserto l'ho trovato

Prepara la cena; nell'aperta campagna                         E l'ho invitato per la notte al campo.

Pascono i cavalli; dietro la tenda                            Vuol essere zingaro come noi;

L'orso addomesticato giace in libertà.                        La legge lo perseguita

Tutto è vivo in mezzo alle steppe:                            Ma io gli sarò amica.

Le calme occupazioni delle famiglie                           Si chiama Aleko;

Pronte di bel mattino al non lungo cammino,                   E' pronto a seguirmi dovunque"

E i canti delle donne e il grido dei bambini                  VECCHIO

E il suono dell'incudine portatile.                           Son contento. Rimani fino al mattino

Ma ecco sul nomade campo                                      All'ombra della nostra tenda,

Scende silenzio di sonno                                      O sta' con noi anche più a lungo,

E s'ode nella quiete della steppa                             Come vorrai. Son pronto

Solo abbaiar di cani, nitrire di cavalli.                     A dividere teco pane e tetto.

I fuochi sono ovunque spenti,                                 Sii dei nostri, avvezzati alla nostra sorte,

Tutto è tranquillo, la luna brilla                            Alla errante povertà e libertà;

Solitaria dalla celeste altezza                               E domani coll'aurora

E il calmo accampamento schiara.                              Nello stesso carro partiremo;

In una sola tenda un vecchio non dorme;                       Scegli il mestiere che ti piace;

Siede davanti alle bragi,                                     Batti il ferro o canta canzoni

Scaldato dal loro ultimo ardore,                              E gira i villaggi coll'orso

E guarda la lontana campagna                                  ALEKO

Velata dal notturno vapore.                                   Resto.

La sua figliuola giovinetta                                   ZEMFIRA

E' andata a passeggiare nella campagna deserta.               Sarà mio;

Ella s'è avvezza a libertà vivace,                            Chi mai potrà allontanarlo da me?

Verrà; ma ecco ormai la notte                                 Ma è tardiö la giovane luna

E presto ormai la luna avrà lasciato                          E' tramontata; i campi son coperti di tenebra,

Le nubi del remoto cielo;                                     E m'invade involontario sonno ö
                                           Nicolaus Lenau7
                                           I tre zingari (1830)
Vidi un giorno tre zingari                            A lungo guardai i tre zingari
che stavano su un prato,                              mentre la carrozza si allontanava,
mentre la mia carrozza strisciava                     guardai i loro volti abbronzati,
faticosamente per la landa sabbiosa.                  i capelli ricci e neri.


Il primo teneva in mano
un violino, solo per sé,
e nella luce del tramonto suonava                          Charles Baudelaire8
un canto appassionato.                                     Zingari in viaggio (1857-1861)
                                                      probabilmente ispirata ad un'incisione di Jacques Callot

Il secondo aveva in bocca una pipa†
e ne seguiva il fumo con lo sguardo,                  Ieri s'è messa in viaggio la tribù profetica
contento, come se del mondo intero†                   Dalle pupille ardenti, i piccoli in spalla,
nulla gli servisse per esser più felice.              o abbandonando ai loro fieri appetiti
                                                      il tesoro sempre pronto delle mammelle
                                                      pendule.
Il terzo dormiva beato,
la sua cetra appesa a un ramo;
                                                      Gli uomini vanno a piedi sotto armi lucenti
tra le corde passava il vento†
                                                      Lungo i carrozzoni dove sono rannicchiati i
e nel suo cuore un sogno.
                                                      loro cari,
                                                      scorrendo il cielo con gli occhi appesantiti
Gli abiti dei tre eran pieni
                                                      dal mesto rimpianto di assenti chimere.
di buchi, rammendi e toppe,
eppure, testardi e liberi,
                                                      Dal fondo della sabbiosa tana il grillo,
si facevan beffe del mondo.
                                                      vedendoli passare, raddoppia il suo canto;
                                                      Cibele, che li ama, rende più vive le piante,
Tre volte mi hanno mostrato
                                                      crea zampilli dalla roccia e fiori nel deserto
come si affronta la vita che ci sfugge
                                                      davanti a quei viaggiatori per i quali è aperto
fumando, dormendo e suonando,
                                                      l'impero    familiare     delle    tenebre      future.
la si disprezza tre volte.
                                                                                                   Giovanni Verga9
                                                                                         Quelli del colera (1887)
      Il colera mieteva la povera gente colla falce, a Regalbuto, a Leonforte, a San Filippo, a Centurie, per
tutto il contado – e anche dei ricchi [...].

      Cose da far rizzare i capelli in testa! Avvelenata persino la fontana delle Quattro Vie; [...]. Ciascuno
badava quindi ai casi propri, collo schioppo in mano, appiattato dietro l'uscio, accanto la siepe, bocconi nel
fossatello, per le fattorie, nei casolari, da per tutto. Quelli di San Martino s'erano anche armati, uomini e
donne. Volevano morir piuttosto di una schioppettata, o d'altra morte che manda Dio. Ma il colera, no, non lo
volevano! [...] La domenica mattina, spuntava appena l'alba, si vide una cosa nuova nel Prato della Fiera,
appena fuori del villaggio. Era come una casa di legno, su quattro ruote, con certe figuracce brutte dipinte
sopra, e lì vicino un vecchio carponi, che andava cogliendo erbe selvatiche. [...]

      Sul finestrino del carrozzone era passata una figura scarna di donna, coi capelli scarmigliati; poi s'erano
uditi strilli di ragazzi e pianti soffocati. Dalla strada principale giungevano il farmacista, il Capo Urbano, le
guardie, col giglio sul berretto e grossi randelli in mano. La folla dietro, come un torrente, mormorando,
uomini torvi, donne col lattante al petto. Da lontano, verso San Rocco, la campana sonava sempre a distesa.
Don Ramando, colle mani e colla voce, andava dicendo alla folla: - Largo, largo, signori miei! Lasciatemi
vedere di che si tratta -. [...]

      - Niente! Niente! Son poveri commedianti che vanno intorno per buscarsi il pane. Poveri diavoli morti di
fame -. [...]

      La folla cominciò a diradarsi. Alcuni andarono a casa a contar la notizia [...]. Qualcheduno, più ostinato,
ritornò verso il Prato della Fiera. Quei poveri diavoli di comici, che si tiravano dietro la loro casa al par della
lumaca, passato il temporale, tornarono a mettere fuori le corna ad uno ad uno, appunto come fa la lumaca.
Il vecchio aveva sciorinato all'uscio un gran cartellone dipinto. La moglie, con un tamburo al collo, chiamava
gente; i ragazzi, camuffati da pagliacci, facevano mille buffonerie, e la giovinetta, colle gambe magre nella
maglie color carne fresca, un fiore di carta nei capelli, il gonnellino più gonfio di una bolla di sapone, le
braccia e le spalle nere fuori dal corpetto di seta stinta, soffiava nella tromba col poco fiato del suo petto
scarno. Pure era una novità pel paese, e i giovinastri correvano a vedere, spingendosi col gomito. Inoltre i
comici avevano altri richiami per il pubblico: un cardellino che dava i numeri del lotto; il ronzino che contava
le ore e indovinava gli anni degli spettatori colla zampa; un ragazzo che camminava sulle mani, portando in
giro, stretto fra i denti, il piattello per raccogliere la buona grazia. Quando si era fatta un po' di gente,
calavano il tendone un'altra volta, e rientravano tutti a rappresentare la commedia coi burattini, la donna col
tamburone al collo, gridando sempre dalla piattaforma: - Avanti, signori! Avanti, che comincia! -. [...] Nessuno
pensava più al castigo di Dio che avevano addosso.

      [Durante la notte il colera si diffonde e tutti accusano gli zingari di essere gli untori]

      Allora la folla, quasi fosse corsa una parola d'ordine, si mosse tutta come una fiumana, gridando e
minacciando. […]

      Quelli del baraccone stavano facendo cuocere quattro fave, a ridosso del muricciolo, seduti sulle
calcagna, per covar la pentola cogli occhi, tutta la famiglia. A un tratto udirono gridare: -

      Dàlli! Dàlli! -- e videro la folla inferocita che correva per sbranarli. – Signori miei! Siamo poveri diavoli,
poveri commedianti che andiamo intorno per buscarci il pane! – Il vecchio annaspava colle mani, per fare
intendere le sue ragioni; la donna copriva i figlioletti colle ali, come una chioccia; la giovinetta colle braccia in
aria. Arrivò la prima sassata, che fece colare il sangue. Poi un parapiglia, la gente in mucchio
accapigliandosi, gli strilli delle vittime, che si udivano più forte. – No! No! Non li ammazzate ancora! Vediamo
prima se sono innocenti!

     Vediamo prima se portano il colèra! […]

     Dove avevano saputo fare le cose per bene era stato a Miraglia, un paesetto mangiato dal colera e
dalla fame, il giorno in cui s'erano viste pure lì certe facce nuove per la via dove da un mese non passava un
cane, e l a povera gente, senza pane e senza lavoro, aspettava il colera colle mani in mano. Anche costoro
mostravano di essere dei viandanti rifiniti dal lungo viaggio, come una famigliola di zingari: l'uomo che si
dava per calderaio, la moglie che diceva la buona ventura, la figlia, una bella bruna, la quale doveva averne
fatte molte, così giovane com'era, e portava attaccato al petto cascante un bambino affamato e macilento.
Dei suoi diciotto anni non le erano rimasti che due grandi occhi neri, degli occhi scomunicati che vi
mangiavano vivo. Anch'essi si portavano dietro tutta la loro casa in un carretto sconquassato, coperto da
una tenda a brandelli, che veniva avanti traballando, tirato da un somarello sfinito.Siccome la popolazione si
era commossa al loro apparire, e minacciava, il sindaco accorse anche qui colle guardie, armate sino ai
denti, gridando da lontano: -Via! Via! – come si fa ai lupi. Loro a ripeter la commedia che venivano da
lontano, che li avevano scacciati da ogni dove, che erano affamati, e preferivano li uccidessero a
schioppettate. Allora, per non saper che fare, temendo di accostarsi per paura del colera, li lasciarono lì,
fuori del paese, guardati a vista come bestie pericolose. Nessuno chiuse occhio, quella notte, la vigilia di
San Giovanni, che c'era un chiaro di luna come di giorno. Tutt'a un tratto, coloro che stavano a guardia,
nascosti dietro il muro, videro lo zingaro che s'era avventurato carponi sino alle prime case, razzolando in un
mondezzaio. Colà l'uccisero di una schioppettata, senza dirgli neppure: - guardati! -. Dopo gli trovarono un
torsolo di cavolo che ci aveva ancora in pugno, e il petto della camicia tutto gonfio di bucce e frutta marcia.
Al rumore, alle grida che si udivano da lontano, tutto il paese fu in piedi subito, e la caccia incominciò. La
vecchia fu raggiunta all'argine del fossatello, barcollando sulle gambe stecchite. La giovane dinanzi al
carretto, che voleva difendere la sua creatura, come succede anche alle bestie, con certi occhi che facevano
paura, e cercava di afferrare le scuri per aria, colle mani insanguinate. Dopo, frugando fra i cenci della
carretta, si disse che avevano scovato le pillole del colera e ogni cosa. Ma quegli occhi più d'uno non poté
dimenticarli. E ancora, dopo cinquant'anni, Vito Sgarra, che aveva menato il primo colpo, vede in sogno
quelle mani nere e sanguinose che brancicano nel buio.

     Però, se erano davvero innocenti, perché la vecchia, che diceva la buona ventura, non aveva previsto
come andava a finire?



                                                                                             Grazia Deledda10
                                                                                       Il tesoro degli Zingari
     La notizia del tesoro ritrovato dagli zingari arrivò anche alla piccola Madlen, che da settimane giaceva
malata nella prima tenda del loro accampamento; e non l'avrebbe distolta troppo dal suo soffrire senza i
particolari misteriosi coi quali la sorella maggiore l'accompagnava.

     - Pare sia stata la vecchia a sognarselo. Sentiva come un rumore d'acqua, sotto la testa, mentre
dormiva; e vedeva una grande luce. Allora hanno scavato, lei e il figlio, e hanno subito trovato un vuoto,
perché pare che qui sotto esistano grotte profonde, dove si nascondevano i cristiani e vi seppellivano i loro
morti. Il tesoro É, dicono, dentro un vaso di oro: non si sa di preciso in che consista, forse in monete, forse in
diamanti. A guardarci dentro, nel vaso, viene una barbaglio che acceca. La vecchia piange e ride; pare
divenuta matta, mentre quel barbone del figlio è più nero che mai: non parla con nessuno e non si allontana
più dalla loro tenda.
         – Essi sono i padroni – mormorò Madlen, volgendosi verso la parete di tela. Pareva infastidita; eppure
da quel momento il pensiero del tesoro le alleggerì il mal di testa e il dolore alle reni che la stroncavano tutta.
Il tesoro, infine, apparteneva a tutti; perché tutto, nella tribù, era della comunità. Dunque apparteneva anche
a lei, e lei doveva rallegrarsene, o almeno interessarsene. Non che le premesse il valore delle cose
contenute dal vaso: ma il mistero della cose stesse, e quella luce che emanavano.

         Che cosa sarà? Qualche cosa più fulgida degli zecchini, delle sterline, delle perle false e delle patacche
rilucenti che brillan sui corsetti delle sue parenti e compagne: qualche cosa che non si può fissare, come il
sole. Ma il sole lei era buona a fissarlo, quando stava bene, e dentro il vaso d'oro lei sola, forse, É capace di
guardarci a lungo come dentro un pozzo senza fondo.

         Prima che la vecchia e il figlio lo lascino vedere ci vorrà del tempo, però. Loro sono i capi della tribù:

         veramente il capo dovrebbe essere il figlio, ma É talmente attaccato e ligio alla madre, che la vera
padrona di tutti è lei. Lei tiene la cassa della comunità, lei impartisce ordini, da lei dipende lo stare in un
posto o nell'Altro: lei presiede ai lavori degli zingari magnani e ramai; infine É lei che adocchia se c'é qualche
cosa da prendere nei dintorni e comanda sia presa, o se la prende lei senza far chiacchiere.

         – Adesso possono anche far venire il dottore a visitarmi – pensava Madlen, rivoltandosi con dolore nel
suo giaciglio. – Io sono stanca, stanca, stanca.

         E più che stanca si sentiva infinitamente triste: il pensiero che la morte poteva dar fine al suo male non
le passava neppure in mente: la sua mente, anzi, era piena di immagini di vita, e questo continuo imponente
fantasticare accresceva la sua stanchezza.

         Dall'apertura della tende intravedeva l'officina primordiale dove gli zingari, coi calzoni di velluto nero e la
camicia gialla o turchina, lavoravano il rame. I bei paioli dalle cupole splendenti, le teglie rotonde che
luccicavano al sole, le padelle fuori d'oro e dentro d'argento, le richiamavano continuamente al pensiero il
misterioso vaso ritrovato dai capi della tribù.

         Eccola lì, la vecchia, con le mani sui fianchi, alta e dura come una regina. Dall'ampia sottana
pieghettata si slancia la vita sottile circondata da una cintura di perline: un fazzoletto verde e viola le stringe
la testa serpentina, e dalle orecchie le scendono, coi lunghi pendenti, due treccioline bianche con due uncini
in fondo. Anche il viso pare tinto con la terra gialla e il bistro; gli occhi dorati, il naso, le dita adunche,
ricordano un qualche uccello da preda. Va di qua, va di là, osservando tutto [...].

         Madlen la segue con uno sguardo fra di ammirazione e di odio. Di lei ha una grande stima, mista a
terrore, perché oltre il resto la sa brava a fare i sortilegi: ma dal giorno della notizia del tesoro sente anche di
odiarla. Il tesoro appartiene a tutti, perché dunque non lo lascia vedere, almeno vedere se non toccare? E
perché non spende una delle monete ritrovate, per chiamare il medico?

         - Io sono stanca, stanca, stanca – ripete fra sé Madlen; e chiude gli occhi per sentire meglio la sua
infinita stanchezza. [...]

         Di solito era la vecchia, che curava i malati; nella sua tenda esisteva un piccolo reparto farmaceutico, e
lei distribuiva continuamente il chinino agli zingari, e preparava unguenti contro le malattie della pelle: per
questo aveva fama di fare stregonerie.

         Fu chiamata presso Madlen: il suo solo entrare maestoso e luminoso nella capanna fece bene alla
fanciulla. Le parve che il sole stesso, coi suoi zecchini scintillanti e il rosso il giallo il viola dei suoi raggi
guardati ad occhi socchiusi, si affacciasse all'apertura del suo triste covo. E quando le dita sottili della
vecchia, dure e rossastre come i pampini secchi, le toccarono il polso e le sollevarono le palpebre, rabbrividì
tutta.
     – Adesso le domando che mi faccia vedere il tesoro. Adesso le dico che è di tutti; che deve farlo vedere
a tutti - pensava con audacia. Ma non osava neppure guardarla in viso ed anzi aveva paura che quella
indovinasse i suoi pensieri.

     Dopo aver bevuto un bicchierino d'acquavite offertole dalla madre della piccola malata, la vecchia andò
sull'apertura della tenda e sputò fuori.

     – La bimba non ha niente – disse, senza voltarsi. – Piuttosto dovreste metterla un po' fuori, al sole.
Oggi è davvero una giornata di primavera. [...]

     Questa cura le giovò meglio che se avessero chiamato il più famoso dei dottori. Già al terzo giorno
poté, sorretta dalla madre, fare qualche passo fino alla siepe dell'accampamento; vide gli orti già tutti fioriti,
le canne che rinascevano, i carciofi che parevano, sugli alti gambi argentei, grandi bocciuoli di rose. Un
odore di giaggioli e di glicine portato dal venticello d'aprile dava l'idea, a Madlen, che una bella signora
passasse dietro la siepe lasciando nell'aria il suo profumo. Era la signora primavera. [...]

     Stesa sulla pelle dell'orso il cui pelo e l'odore si confondevano con quelli dell'erba, pensava al tesoro
della vecchia e al modo di poterlo vedere.

     Oh, ci arriverà certo: fra un anno, fra dieci, quando anche lei avrà venti anni e leggerà la sorte sulla
palma liscia dei bei ragazzi che vengono nell'accampamento per vedere le zingare belle, e sarà furba e forte
anche lei, arriverà a vederlo, il tesoro. E poi è di tutti, è della comunità, e la vecchia dovrà bene tirarlo fuori.

     – E’ di tutti, come il sole – mormorava Madlen; e per farsi un'idea del misterioso splendore che sgorga
dal vaso d'oro, trae lo specchietto rotondo e lo contrappone al sole. Lo specchietto brilla e vuole davvero
follemente parere un piccolo sole. Madlen lo fissa, ma non è soddisfatta: altra luce è quella che splende
dentro il vaso d'oro. Allora dopo essersi divertita a giocare un po' col sole, agitando lo specchietto e
facendone balzare il riverbero intorno sull'erba e la siepe, pensa che forse il tesoro si vedrà meglio nel sole
stesso.

     Si butta supina e poiché gli occhi non vogliono stare aperti si tira in su le palpebre con le dita: un
grande barbaglio la investe tutta: le lagrime che le velano gli occhi lo accrescono: le pare di essere sotto una
pioggia di perle, di monete, di gioielli e di stelle. E finalmente ha davvero l'impressione di quello che É il
tesoro della comunità degli uomini tutti, la gioia di vivere.



                                                                                                   Elias Canetti 11
                                                                                                Gli zingari (1977)
     Ogni venerdì arrivavano gli zingari. Il venerdì nelle case ebraiche era dedicato ai preparativi per il
sabato. La casa veniva ripulita da cima a fondo, le ragazzine bulgare correvano avanti e indietro come razzi,
in cucina tutti si davano un gran daffare e nessuno aveva il tempo di occuparsi di me. Così ero
completamente solo e aspettavo gli zingari, la faccia premuta contro la vetrata che dal grande salone dava
sul giardino. Vivevo in un terrore panico degli zingari. Suppongo che fossero state le ragazze a raccontarmi
di loro nelle lunghe serate che passavamo al buio sul sofà. Io pensavo che rubassero i bambini ed ero
convinto che avessero messo gli occhi su di me.

      Ma nonostante questa tremenda paura, mai mi sarei lasciato sfuggire lo spettacolo della loro
visita, che era davvero splendido. Il cancello veniva spalancato, perché loro avevano bisogno di
spazio. Arrivavano come una vera tribù, nel mezzo, a testa alta, il patriarca cieco, il bisnonno, mi fu
detto, un bellissimo vecchio dai capelli candidi che camminava molto lentamente sostenuto a
destra e a sinistra da due nipoti adulte, vestite di stracci multicolori. Intorno a lui, pigiandosi gli uni
contro gli altri, zingari di ogni età, pochissimi uomini, quasi tutte donne e innumerevoli bambini, i
più piccini in braccio alle madri, altri che saltavano intorno senza però allontanarsi molto da quel
superbo vegliardo che restava sempre al centro del gruppo. Il corteo folto e denso com'era aveva
qualcosa di inquietante, tanta gente che avanzava compatta tutta insieme non l'avevo mai vista da
nessuna parte: ed era davvero lo spettacolo più variopinto che si potesse osservare in quella città,
pur così variopinta. I pezzi di stracci di cui era fatto il loro vestiario erano smaglianti di mille colori,
ma sopra ogni altro era sempre il rosso che spiccava. Dalle spalle di molti di loro pendevano dei
sacchi, ed io, guardandoli, non riuscivo a fare a meno di immaginare che contenessero bambini
rubati.
     A me quegli zingari sembravano ancora un'infinità, ma se ora cerco di farmi un'idea del loro numero in
base all'immagine che me ne É rimasta, sono propenso a credere che non fossero più di trenta o quaranta
persone. D'altro canto, tante persone tutte insieme nel nostro grande cortile non le avevo mai viste, e poiché
a causa del vegliardo venivano avanti con grande lentezza, il cortile rimaneva pieno per un tempo che a me
pareva infinitamente lungo. Ma non si fermavano nel cortile, giravano intorno alla casa fino a raggiungere il
cortiletto della cucina in cui era accatastata la legna e poi si mettevano a sedere.

     Io ero solito aspettare il momento in cui comparivano davanti al cancello e, non appena avvistato il
vecchio cieco, mi mettevo a correre urlando con voce stridula "Ziganas! Ziganas!" per tutto il lungo salone e
l'ancor più lungo corridoio che lo collegava con la cucina, nella parte posteriore della casa. Là c'era la
mamma che dava istruzioni su quel che bisognava cucinare per il sabato [...]. Ma invece di rimanere accanto
a lei, ritornavo indietro di corsa, gettavo un'occhiata dalla finestra all'avanzare degli zingari, che nel frattempo
erano già un po' più vicini, e subito andavo a dare la notizia in cucina. Li volevo vedere, ero preso dalla
smania di vederli, ma non appena li avvistavo, subito mi riprendeva la paura che avessero messo gli occhi
su di me e urlando me ne scappavo via. [...]

     Non appena erano arrivati alla meta, davanti alla cucina, il vecchio si metteva a sedere e gli altri si
raggruppavano intorno a lui; venivano aperti i sacchi e le donne, senza bisticciarsi, prendevano i doni. Dalla
catasta di legna venivano loro offerti grossi ceppi, ai quali parevano tenere in maniera particolare; e il cibo
che ricevevano era vario e abbondante. Avevano la loro parte di tutto quello che stavano preparando in
cucina, non venivano certo nutriti con gli avanzi. Io provavo un gran sollievo quando vedevo che nei sacchi
non avevano bambini e, sotto la protezione della mamma, passavo in mezzo a loro, me li guardavo ben
bene, stando attendo però a non avvicinarmi troppo alle donne che mi volevano accarezzare. Il vecchio
cieco mangiava lentamente dalla sua ciotola, si riposava, se la prendeva comoda. Gli altri invece non
toccavano cibo, tutto quello che ricevevano scompariva nei grandi sacchi, e solo i bambini avevano il
permesso di sgranocchiare i dolciumi che gli erano stati regalati. Io ero stupito di quanto fossero affettuosi
con i loro bambini, non avevano per nulla l'aria di rapitori di bambini. Questo però non serviva a mitigare il
terrore che mi incutevano. Dopo un certo tempo, che mi pareva lunghissimo, si rimettevano in moto [...]. Io li
stavo a guardare dalla finestra mentre scomparivano oltre il cancello. Poi correvo un'ultima volta in cucina e
annunciavo: "Gli zingari se ne sono andati!"; il nostro servitore mi prendeva allora per mano, mi conduceva
fino al cancello e richiudendolo diceva: "Adesso non torneranno": Di solito il cancello rimaneva aperto di
giorno, ma in quei venerdì lo si chiudeva, così se un'altra carovana di zingari arrivava a seguito della prima,
capiva che la loro gente era già stata lì, e procedeva oltre.
                                                                                               Carlo Sgorlon12
                                                                                               Calderas (1988)
     Il vecchio si chiamava Vissalòm. Era nato in Valacchia13 tanti anni prima, ma non sapeva con
precisione quanti anni fossero. Aveva sempre girato per tutti i territori dell'Impero, dalla Boemia fino dove
cominciavano le terre dei turchi. Adesso aveva un solo pensiero, fuggire lontano, dove la notizia della moria
non potesse neppure arrivare. I cavalli corsero al trotto per ore, e lui cominciò a sentirsi più tranquillo.
Vissalòm tendeva ad allargare sopra tutte le cose il mantello pacato della saggezza. Sapeva che il mondo
era pieno di fatti scuri e sconvolgenti, e lui, di fronte ad essi, chinava il capo e li accettava con tranquillità.
Aveva pensato checerti casi rivelano a prima vista il volere misterioso di Devél. Cercare d'intenderli era
come voler entrare nei suoi enigmatici territori, forzando i cancelli e i confini. No, non era una cosa per
Vissalòm.

     I cavalli si misero al passo. La luna illuminava debolmente la strada. Il bambino dormiva, rilasciato sullo
schienale. Era una cosa anomala per uno zingaro andare così nella notte perché le ombre e le tenebre non
appartenevano a Devél, ma piuttosto a Beng, il suo nemico. Non si poteva mai sapere cosa contenevano, e
di esse Vissalom diffidava, provando una segreta ripugnanza. Di notte si era sempre fermato, per
accamparsi alla periferia di un villaggio, staccando i cavalli dal vecchio wurdon scolorito.15 Ma quella era
una notte speciale. Era la notte che veniva subito dopo la strage assurda e senza spiegazioni. Via, via, il più
lontano possibile da quell'evento pauroso. "Dormi, dormi, bambino. Dormi Sindel (gli aveva detto di
chiamarsi così) e dimentica nel sonno tutto quello che hai visto" pensò. Lui stesso aveva voglia di fermarsi,
di entrare nel wurdon e di scivolare nel sonno, o almeno di riposare. Era combattuto tra il desiderio di
accamparsi e quello di allontanarsi il più possibile dal villaggio della morte…

     Fermò i cavalli in mezzo alla campagna. L'aria fresca gli portava alle nari il vago sentore di un
acquitrino. I suoi occhi abituati all'oscurità riuscirono a distinguere due villaggi non lontani, uno di qua e uno
di là. Vide distintamente la chiesa con il campanile a cipolla di lamiera. Sollevò Sindel tra le braccia e lo
portò all'interno del carrozzone, su un giaciglio di paglia pulita e odorosa.

     Poi sospirò, scosso da un brivido di malinconia improvvisa. Sarebbe stato in grado lui, anziano e senza
donne, di allevare da solo il bambino? Sua moglie, Runa, era morta da tempo, e i tre figli l'avevano lasciato
per andare a lavorare in un circo. Sarebbe vissuto abbastanza per insegnare a Sindel i mestieri degli zingari
e a guidare il wurdon da solo? Scosse la testa e alzò le spalle. Non voleva pensarci e non gli interessava. Gli
parevano problemi più remoti delle pianure ungheresi o rumene. [...]

     "Non devi piangere" disse Vissalòm.

     "Non lo faccio apposta" fece Sindel

     "Gli zingari non piangono mai, neanche quando hanno un grosso motivo per essere tristi. Gli zingari
suonano e ballano. Prova a cantare".

     Vissalòm gli insegnò delle canzoni, nel loro linguaggio che aveva qualcosa di indiano, ma anche di
tedesco, di slavo, di rumeno, anzi di tutti i linguaggi che si parlavano nei territori dell'Impero e in tutti i
Balcani. Sindel qualche filastrocca la sapeva già. E quando Vissalòm gli cantò una melodia conosciuta, lui
fece gli occhi dell'allegria, per il piacere di riconoscere qualcosa che aveva fatto parte del suo mondo prima
di Novigora, quando stava con i suoi.

    "Ora suono il mio violino" disse il vecchio. E attaccò con musiche che nascevano da lui,
inventate lì per lì, sonate che avevano qualche rapporto con le canzoni popolari rumene,
conosciute in gioventù. Vissalòm intuiva che così stavano le cose con la musica, ma non sapeva
bene perché, e non ci pensava neppure. Quando suonava tutta la sua persona diventava
nient'altro che la fontana delle note che stava inventando. La musica gli faceva brillare gli occhi.
Era una rivelazione che nasceva chissà come, e usciva così vivace dal suo strumento che chi la
sentiva non poteva trattenersi dal battere aritmicamente le mani o i piedi.
     Da dove veniva? Vissalòm non lo sapeva. Gli sembrava che non nascesse da lui ma da molto più
lontano. Forse veniva da suo padre, Spiridon, o da suo nonno, Grigore, che suonavano come lui, inventando
e inserendo nelle proprie invenzioni le canzoni popolari di Moldavia, Valacchia e Transilvania. Ma a loro da
chi veniva? Forse da un ignoto spirito folletto, oppure da Devèl…Una cosa era certa, ossia che quando
Vissalòm suonava, aveva la sensazione di non sapere più dove cominciasse e dove finisse la sua persona.
Capiva che lui era se stesso, ma era anche nello stesso tempo tutti gli zingari, di ogni stirpe, che l'avevano
preceduto nei secoli. Quella musica non aveva né un prima né un poi. Un attimo avanti che nascesse dalla
cassa del suo violino lui non sapeva nemmeno che andamento avrebbe preso, e un attimo dopo spariva
nell'aria e gli pareva di non ricordarla nemmeno. Così era la musica degli zingari. Soltanto quella dei gagè
veniva scritta sui fogli di carta rigata, e i loro musicisti ed esecutori sapevano rifarla tale e quale. La loro
musica aveva una durata e si conservava nel tempo. Ma per gli zingari era una cosa diversissima. Per loro
essa era estro, libertà, improvvisazione.

     Era una cosa che correva nella mente e nel sangue, un'ispirazione, uno stato di grazia, come l'amore o
il desiderio di ballare e di cantare. Era un momento in cui si era in contatto con lo spirito del mondo, o con
Devél stesso. Un momento unico.




                                                                                            Bohumil Hrabal 16
                                                                  Una solitudine troppo rumorosa (1979)
     Così lanciammo ancora alcune volte l'aquilone ai cieli, la zingara s'era fatta coraggio e reggeva i fili e
tremava tutta proprio come me, tremava come tremava anche l'aquilone sotto i colpi del vento, reggeva il filo
col ditolino e gridava per l'entusiasmo… Una volta a sera tornai a casa, la zingara non mi aspettava, accesi
la luce, uscii e riuscii fino al mattino davanti alla casa, ma la zingara non venne, non venne neanche il giorno
dopo, non venne mai più. La cercai, ma non la vidi mai più, la zingara bambinella piccolina, semplice come
un legno non sgrossato, la zingara come respiro dello Spirito divino, la zingara che non voleva niente più che
accendere la stufa con la legna che portava sulle spalle, quei pali e tavole pesanti dei cantieri di
demolizione, legni grandi come una croce, davvero non voleva più che cucinare gulasch di patate con
salame di cavallo, aggiungere carbone nella stufa e in autunno lanciare l'aquilone ai cieli. Soltanto dopo
venni a sapere che l'aveva presa la Gestapo con gli altri zingari e l'aveva portata in un lager dal quale non
tornò più, la bruciarono da qualche parte a Majdanek o Osvétim nei forni crematori. I cieli non sono umani
eppure io quella volta ero ancora umano. Dopo la guerra, quando non venne, bruciai nel cortile l'aquilone
con tutti i fili, la lunga coda la cui colombella aveva fatta la zingara piccolina il cui nome ho ormai
dimenticato. Quando fin" la guerra, ancora negli anni cinquanta avevo il magazzino pieno di letteratura
nazista, pressavo con enorme gusto, alla luce della leggiadra sonata della mia piccola zingara, quintali di
quegli opuscoli e libretti sempre sullo stesso tema, pressavo centinaia di migliaia di pagine con le fotografie
di uomini e donne e bambini esultanti, vecchi esultanti, operai esultanti, contadini esultanti, SS esultanti,
soldati dell'esercito esultanti, nel tino della mia pressa meccanica gettavo di gusto Hitler e il suo seguito che
entrava in Danzica liberata, Hitler che entrava in Varsavia liberata, Hitler che entrava in Praga liberata, Hitler
che entrava in Vienna liberata, Hitler che entrava in Parigi liberata, Hitler nel suo appartamento privato, Hitler
alla festa del raccolto, Hitler col suo fedele cane lupo, Hitler coi suoi soldati al fronte, Hitler che passava in
rassegna il vallo atlantico, Hitler in partenza per le città conquistate all'Est e all'Ovest, Hitler chino sulle
mappe militari, e quanto più pressavo le donne e gli uomini e i bambini esultanti, tanto più pensavo alla mia
zingara, che non esultava mai, che non voleva niente altro che aggiungere carbone nella stufa e cucinare
gulasch di patate con salame di cavallo e andare a prendere la birra dalla brocca grande, non voleva altro
che spezzare il pane come l'ostia santa e poi guardare attraverso lo sportellino aperto della stufa le fiamme e
i raggi, lo scoppiettio melodioso del fuoco, il canto del fuoco che lei conosceva dall'infanzia e che era
sacralmente unito con la sua razza, il fuoco la cui luce lascia sotto di sé ogni dolore e evoca in viso il sorriso
malinconico che era il riflesso dell'idea che aveva la zingara della perfetta felicità….



                                        La persecuzione nazista degli Zingari.
                                                                                     Sara Nomberg-Przytyk17
                                                                                            Il piccolo zingaro


     I dottori tedeschi venivano di solito verso le dodici. Ispezionavano i malati che erano entrati in ospedale
la matttina e dopo firmavano la cosiddetta Beffkarte, che equivaleva al permesso di rimanere lì per un
giorno. Dopo restavamo sole. Pulivamo e preparavamo il necessario per la sera quando il kommando
ritornava dal lavoro. In quei momenti ci sentivamo un po' meno tese.

     Eravamo sedute in una stanzetta dell'infermeria quando Marusia gridò: "Achtung!". Balzammo in piedi e
corremmo dentro. Stavamo sull'attenti quando Mengele entrò con un piccolo zingaro che avrà potuto avere
quattro anni. Il piccolo era una bellezza. Indossava una sontuosa uniforme bianca costituita da lunghi
pantaloni bianchi dalla riga ben stirata, una giacca con i bottoni d'oro, una camicia da uomo e una cravatta.
Era chiaro che a Mengele faceva piacere vederci così incantate. Portò una sedia in mezzo all'infermeria e vi
si sedette, tenendo il piccolo zingaro ben stretto tra le sue ginocchia. Il bambino capiva il tedesco.

     "Mostra loro come balli il kozak", disse Mengele e iniziò a battere aritmicamente le mani. Il piccolo
allora iniziò a scalciare i talloni pur mantenendo la posizione seduta. Era stupefacente. " E ora canta una
canzone". Il piccolo cantò un'ammaliante melodia zingara.

     Noi continuavamo a stare sull'attenti mentre il bambino si esibiva di fronte a Mengele. Era evidente che
a Mengele piaceva. Se lo palleggiò delicatamente tra le braccia e lo baciò. "Sei stato molto bravo. Ed ecco
qualcosa per l'esibizione", disse, tirando fuori dalla tasca una scatola di cioccolatini. Poi se ne andarono. Ci
guardammo l'un l'altra senza capire perché Mengele ci avesse portato il bambino, perché mai avesse voluto
esibire il suo talento davanti a noi.

     Marusia disse: "Sono sicura che lo ucciderà presto".

     Noi tutte sentimmo un brivido freddo.

     Per tutta l'estate Mengele sfilò per il campo con il piccolo zingaro che era sempre vestito di bianco.
Anche quando ci furono le selezioni il piccolo bambino così bello rimase al suo fianco. C'era un campo per le
famiglie di zingari ad Auschwitz nel settore "C".

     C'erano venticinquemila zingari nel campo. I bambini vivevano con le loro famiglie. E’ difficile dire
perché ad Auschwitz avessero aperto un campo per le famiglie, perché avessero fatto credere loro che gli
avrebbero permesso di sopravvivere alla guerra. Alla fine del 1944 arrivò la fine anche per il campo degli
zingari. Non ricordo la data esatta, comunque la soluzione finale ebbe luogo una sera d'ottobre. La mattina
furono prese tutte le giovani zingare. Mentre venivano radunate per essere portate via, le donne piangevano
e gridavano in maniera straziante. Avevano evidentemente capito che coloro che rimanevano nel campo
erano condannati a morte. Ed era vero. Quella stessa sera si udì il mormorio dei motori. Furono condotti tutti
alle camere a gas. In quella sola notte furono assassinati venticinquemila zingari.

     E' strano, ma in mezzo a tutta quella carneficina noi riuscivamo a chiederci solo una cosa: Mengele
aveva intenzione di salvare quel bambino bellissimo dalla camera a gas?

     Ma il giorno dopo egli sfilò per il campo senza il piccolo zingaro. Gli uomini ci dissero che all'ultimo
minuto era stato lo stesso Mengele a gettarlo con le sua mani nella camera a gas.



                                              Sono solo canzonette?
     La radio sarà lo strumento che trasformerà radicalmente il ruolo della canzone nel panorama della
cultura del Novecento. Attraverso la radio l'aura della canzone, la cantata classica, si trasforma in prodotto di
massa e diventa canzonetta, proprio perché segna la diffusione popolare di motivi e testi di svago e
disimpegno: il Festival di Sanremo, poi la televisione e gli spettacoli d'intrattenimento, daranno alla
canzonetta il sigillo di paradigma di ogni stagione culturale.

     I cantautori spezzeranno il binomio canzonetta/disimpegno, contribuendo, in Italia, in Francia e in
Germania, alla condivisione dell'impegno sociale e della critica agli stereotipi culturali.

     Gli Zingari, nella canzonetta, sono entrati con tutto il bagaglio di pregiudizi e stereotipi della tradizione
popolare italiana. Così i primi testi, prevalentemente legati alla tradizione napoletana, parlano di Zingare
ammaliatrici, che leggono il destino e intravedono il futuro di amori infelici o incompresi.

     Nun c'è bisogno ‘a zingara / p'andivin·, Cuncè'... / Comme t'ha fatto mámmeta,’o ssaccio meglio ‘e te!...

     (Non c'è bisogno di una zingara per indovinare, Concetta, come ti ha fatto mamma, lo so meglio di te!).

     A Sanremo nel 1969 Iva Zanicchi presenta una canzone nella quale il /la protagonista si affida alla
Zingara che predice la buona ventura: "Prendi questa mano, / zingara, / dimmi pure che destino avrò / parla
del mio amore, / io non ho paura / perché / lo so / che ormai / non m'appartiene./ Guarda nei miei occhi, /
zingara / vedi l'oro dei capelli suoi. / Dimmi se ricambia / parte del mio amore, / devi dirlo / questo / tocca a
te. Ma se e' scritto che / lo perderò, / come neve al sole / si scioglierà / un amore."

     E’ dello stesso anno la canzonetta di rottura, che muta il punto di vista: non si parla più di Zingara, ma
di Zingari, del popolo intero. "E quando gli Zingari arrivarono al mare" é di Enzo Jannacci, cantautore,
medico cardiochirurgo milanese di origini mediterranee, che con Giorgio Gaber e Dario Fo ha inaugurato la
grande stagione del Cabaret milanese degli anni Sessanta. Jannacci aveva avuto grande successo di
pubblico nel 1968 con una canzonetta apparentemente disimpegnata (o forse solo ironica) "Vengo anch'io.
No, tu no!"; l'anno dopo presenta al pubblico una canzone che invece fa riflettere sulla vita, la sensibilità e la
cultura degli Zingari:
                                                                                 Enzo Jannacci18
                                                           E quando gli zingari arrivarono al mare


Fu quando gli zingari arrivarono al mare che la gente li vide,

che la gente li vide come si presentano loro,

loro, loro gli zingari,

come un gruppo cencioso,

così disuguale e negli occhi,

negli occhi impossibile, impossibile poterli guardare.



E allora gli zingari guardarono il mare

e resistettero muti perché subito intesero

che lì non c'era niente, niente da dover capire,

niente da stare a parlare, niente da stare a parlare

c'era solo da stare, fermarsi e ascoltare.



SÌ perché il vecchio,

proprio lui, il mare,

parlò a quella gente ridotta, sfinita,

parlò ma non disse di stragi, di morti, di incendi,

di guerra, d'amore, di bene e di male,

non disse

lui li ringraziò solo tutti

di quel loro muto guardare.



E allora lui il vecchio, sì proprio lui, il mare

parlò a quella gente bizzarra, svilita

e diede al suo corpo un colore anormale

di un rosso tremendo,

qualcuno a star male, qualcuno a star male

questo

fu quando gli zingari arrivarono al mare.
     Altri cantautori presero questa direzione, in Italia: Zingaro/Zingari divenne il paradigma di libertà,
spontaneità, autonomia, anticonformismo, critica sociale.



                                                                                            Umberto Tozzi
                                                                                            Zingaro (1978)
     Zingaro voglio vivere come te / andare dove mi pare non come me

     e quando trovi uno spiazzo nella città / montare la giostra e il disco di un anno

     fa.

     Zingaro senti l'ossido di che sa / attento a non ammalarti di civiltà

     tua moglie col parrucchiere e' quel che vuoi / la scuola ti prende i figli e non son

     più tuoi.

     Zingaro dente d'oro dell'Ungheria / un piatto dei tuoi fagioli che vuoi che sia

     la notte io dormo al fuoco se tocca a me / ma zingaro voglio vivere come te.

     Abito là ma vengo via / costa un'enormità e poi non c'e' più poesia

     lei su di me pesa di più /di tutta la neve che negli anni avrai visto tu.

     Zingaro voglio vivere come te / oh zingaro voglio vivere come te



     Zingaro quel seno al lunapark / e quello era il tirassegno degli occhi miei

     mia madre diceva zingaro finirai / e adesso che sono zingaro e ha vinto lei.

     Sento che va sento che va / delle frittelle il fumo ecco la libertà.

     Vento che va vento che va / non sono una Ferrari eppure sento che

     amico mio amico dio / dimmi la verità il pazzo sono io

     che amo di più che ho i nervi giù.

     Zingaro voglio vivere come te /oh zingaro voglio vivere come te



                                                                                             Lucio Dalla19
                                                                                            Zingaro (2001)
     Quante notti da ragazzo / m'addormentavo sopra al tetto

     e sognavo di andare / m'arrampicavo a dorso nudo

     sui cornicioni del collegio / per sentire il vento

     un pensiero come un tarlo la mia mente divorava / città e immagini passavano

     furbo e bugiardo fin da bambino / non dormivo la notte / per aspettare il mattino

     Andare senza meta e vagare / per i paesi e le città

     sognare ad occhi aperti anche per ore / così incontrai la musica
per non lasciarla mai / e questa sì che é libertà



Quanti volti scoloriti / quanti giorni spettinati

vivo così senza rimpianti / angeli e demoni

nascosti tra le note / da usare come un Dio / indifferentemente

quante notti ho rubato per le strade e tra la gente / illusioni e sofferenze

vento nel vento / voglio essere io / senza confini e pareti



Andare senza meta e vagare / per i paesi e le città

amare quello che ti porta il cuore / partire e poi tornare

e non fermarsi mai / andare fino al cielo e ritornare

É il gioco dell'amore non finirà mai / andare fino in fondo con amore

e vivere felici anche il dolore che ti dà




                                                                                 Francesco De Gregori20
                                                                                      Due zingari (1978)
Ecco stasera mi piace così /con queste stelle appiccicate al cielo

la lama del coltello nascosta nello stivale / e il tuo sorriso trentadue perle

così disse il ragazzo nella mia vita non ho mai avuto fame / e non ricordo sete di acqua o di vino

ho sempre corso libero, felice come un cane.



Tra la campagna e la periferia e chissà da dove venivano i miei / dalla Sicilia o dall'Ungheria

avevano occhi veloci come il vento leggevano la musica / leggevano la musica nel firmamento



Rispose la ragazza ho tredici anni / trentadue perle nella notte

e se potessi ti sposerei per avere dei figli / con le scarpe rotte

girerebbero questa ed altre città / questa ed altre città a costruire giostre e a vagabondare

ma adesso É tardi anche per chiacchierare.



E due zingari stavano appoggiati alla notte / forse mano nella mano e si tenevano negli occhi

aspettavano il sole del giorno dopo / senza guardare niente

sull'autostrada accanto al campo / le macchine passano velocemente

e gli autotreni mangiano chilometri / sicuramente vanno molto lontano
gli autisti si fermano e poi ripartono / dicono c'è nebbia, bisogna andare piano

si lasciano dietro un sogno metropolitano.



                                                                              Francesco De Gregori 21
                                                                   Prendi questa mano, zingara (1996)
Prendi questa mano, zingara dimmi pure che futuro avrò.

Ora che il vento porta in giro le foglie e la pioggia fa fumare i falò.

E c'É uno che dice Guarda! Uno che dice Dove?, uno che dice Chissà.

E c'É acqua che É ferma, acqua che si muove, acqua che se ne va.

Prendi questa mano zingara, leggila fin che vuoi.

Leggila fino all'ultimo, leggila come puoi.

Prendi questa mano zingara, dimmi ancora quanta vita ci va.

Di quanti anni sarà fatto il tempo, e il tempo cosa sembrerà.

Saranno macchine o fili d'erba?

Saranno numeri da ricordare.

Saranno barche da ridipingere,

saranno alberi da piantare.

Prendi questa mano, zingara. Raccontami il buio com'è.

La notte É lunga da attraversare, fammi spazio vicino a te.

I tuoi occhi risplendono nel buio.

La tua bocca e le tue dita parlano.

Il tuo anello rovesciato si illumina.

Alla luce dell'insegna dell'albergo di fronte

i tuoi denti e la tua schiena brillano

mentre i tuoi sensi scintillano, nell'oscurità.

Prendi questa mano, zingara. Fammi posto vicino a te.

La notte É lunga da attraversare, fammi posto vicino a te.

I tuoi occhi sorridono nell'ombra

le tue carte si aprono le nostre mani si mischiano.

E il presente e l'infinito nel buio si confondono,

mentre i tuoi sensi rispondono, nell'immensità.
                                                                                    Fabrizio De Andrè
                                                                 Khorakhané (A forza di essere vento)
Il cuore rallenta la testa cammina / in quel pozzo di piscio e cemento

a quel campo strappato dal vento / a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi / ogni nome il sigillo di un lasciapassare

per un guado una terra una nuvola un canto / un diamante nascosto nel pane

per un solo dolcissimo umore del sangue / per la stessa ragione del viaggio viaggiare

Il cuore rallenta e la testa cammina / in un buio di giostre in disuso

qualche rom si é fermato italiano / come un rame a imbrunire su un muro

saper leggere il libro del mondo / con parole cangianti e nessuna scrittura

nei sentieri costretti in un palmo di mano / i segreti che fanno paura

finché un uomo ti incontra e non si riconosce / e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario /Yugoslavia Polonia Ungheria

i soldati prendevano tutti / e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio / tra le fiamme dei fiori a ridere a bere

e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi / e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine / che é venuto il tempo di andare

con le vene celesti dei polsi / anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare / questo filo di pane tra miseria e sfortuna

allo specchio di questa kampina / ai miei occhi limpidi come un addio

lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca / il punto di vista di Dio

Cvava sero po tute / i kerava

jek sano ot mori / i taha jek jak kon kasta

PoserÚ la testa sulla tua spalla / e farò

un sogno di mare / e domani un fuoco di legna

vasu ti baro nebo / avi ker

kon ovla so mutavia / kon ovla

perché l'aria azzurra / diventi casa

chi sarà a raccontare / chi sarà

ovla kon ascovi / me gava palan ladi

me gava / palan bura ot croiuti

sarà chi rimane / io seguirò questo migrare

seguirò / questa corrente di ali.
                                                                                     Wolfdietrich Schnurre23
                                                                                 Ballata degli Zingari (1988)


A mezzogiorno gli zingari non viaggiano. A mezzogiorno c'é in giro Mulo,

lo spirito dei morti. E' l'ora senza ombre. Il sole è allo Zenit tra Oriente e

Occidente. Ora tutto appartiene ai Mulè: i campi scintillanti e le luccicanti antenne

della televisione, le borchie cromate delle macchine e la venata volta celeste.

Vito va a prendere le patate. Gaspar e Kukas scendono dai loro trattori. I

glutei sono ancora contratti; si stiracchiano lamentandosi. Chrapos protegge

dalla parte del sole le gomme del suo camion con del cartone ondulato.

Ruben mette dell'acqua nel radiatore che sfrigola. C'è sabbia rossa sulle

roulotte, sulle carrozzerie. Le donne la puliscono dai vetri dei finestrini con il

palmo delle mani. Il cane di Mischgas ha catturato una talpa.

Tutte le famiglie del clan fanno un fuoco; ogni famiglia un fuoco per sé.

Fino a quando le patate non sono nere come il carbone di legna e dentro

dolci come il pane bianco, gli uomini parlano. Il loro parlottare è gradevole.

Si sa, dove è il posto di ognuno, lo si ha nell'orecchio. Però Vito oggi lo

dimenticherà. Perché Vito avrebbe parlato volentieri al Mulo, per quanto

davvero terribile possa apparire. Vito lo aspetta da molto. Ma il Mulo da lui

non si fa vedere.

Le donne dicono che di giorno lui abita nel vento. Certo nelle scie di polvere,

che il respiro dell'estate soffia sui campi, non si riesce a distinguere il Mulo.
      Note:
      1 GARCIA LORCA F., Romancero Gitano, 1928.

      Federico Garcia Lorca (1899-1936), poeta e drammaturgo spagnolo, tra i fondatori dell'Associazione degli intellettuali antifascisti
(1936) fu arrestato e fucilato dai franchisti all'inizio della guerra civile. La sua attività si muove nel campo della musica, del teatro, della
poesia, della pittura ed É caratterizzato da una molteplicità di suggestioni e ispirazioni: il canto e la poesia gitana, la tradizione
Andalusa, la tradizione metaforica, il surrealismo, l'impegno sociale. Pubblica Romancero Gitano nel 1928 dove rappresenta il mondo
dei Gitani dell'Andalusia deformandolo in chiave irreale, per trasformarlo nel simbolo della naturalità e della innocenza che sono, per
Lorca, il paradiso della poesia. Amore e morte sono colti nella loro essenzialità e fisicità umana, come ingredienti della vita.

      2 LE’VINAS E., Totalità e infinito, Milano, 1980, p. 217-219.

      Emmanuel Lévinas è nato a Kaunas, in Lituania, il 12 gennaio del 1905. Ha vissuto la rivoluzione russa in Ucraina. Nel 1923
insieme alla sua famiglia si trasferisce in Francia a Strasburgo, dove inizia gli studi univerisitari. E’ di questi anni la sua amicizia con
Maurice Blanchot. Nel 1928-1929 va a Friburgo, dove assiste alle ultime lezioni di Husserl e conosce Heidegger. Consegue il dottorato
nel 1930, con la tesi “La teoria dell'intuizione nella fenomenologia di Husserl”. Partecipa nell'immediato dopoguerra all'avanguardia
filosofica francese con G. Marcel e J. Wahl. In questi anni inizia anche la direzione della Scuola Normale Israelita Orientale e l'amicizia
con Henri Nerson a cui dedicherà il suo primo libro di scritti giudaici, Difficile Liberté (1963). Nel 1957 inizia anche l'attività di lettura e
commento del Talmud ai Colloqui degli intellettuali ebrei francesi. Nel 1961, dopo la pubblicazione di Totalità e Infinito, inizia
l'insegnamento all'Università di Poitiers, nel 1967 passa all'Università di Paris-Nanterre e dal 1973 alla Sorbonne. Muore il 25 dicembre
del 1995. Tra le altre opere: Dall'esistenza all'esistente (1947); Il tempo e l'altro (1949); Alla scoperta dell'esistenza con Husserl e
Heidegger (1949); Quattro letture talmudiche (1968); Umanismo dell'altro uomo (1972); Altrimenti che essere o al di là dell'essenza
(1974); Nomi propri (1976); Di Dio che viene all'idea (1982); Etica e infinito (1982).

      3 CERVANTES DE M., La zingarella, in Novelle esemplari, Torino 2002, pp. 9-85.

      Si è deciso di tradurre, scrivono i curatori, il titolo originale La gitanilla con il termine "zingarella", perché non andasse perduta la
consuetudine di riferirsi in lingua italiana a questa novella chiamandola La zingarella. In realtà si vuole distinguere, nella presente
traduzione, il termine gitano dal termine zingaro: mentre gli zingari sono una popolazione prettamente nomade proveniente da Oriente, i
gitani, che pare provengano dal medesimo ceppo, si sono fin dall'antichità stabiliti e integrati in Spagna, e sono portatori di un intreccio
culturale ormai antico e specifico. Miguel de Cervantes (1547-1616), scrittore spagnolo, fu in Italia per sfuggire a una condanna in
patria, intraprese la vita militare, combatté a Lepanto, dove fu ferito, a Navarino, Biserta e Tunisi. Catturato da pirati barbareschi, fu
schiavo ad Algeri per cinque anni. Riscattato e tornato in Spagna negli ultimi anni della sua vita si dedicò alla scrittura. Scrisse Il
fantastico cavaliere Don Chisciotte della Mancia (1605) e le 12 Novelle esemplari (1613), che vanno dal racconto di aventura, allo
studio di caratteri, alla rappresentazione realistica di ambienti umili.

      4 Si intende l'arte del furto. Caco era un mostro a tre teste, figlio di Vulcano, che sottrasse alcuni buoi a Ercole il quale,
scopertolo, lo uccise.

      5 Romances, componimento di origine casigliana a carattere epico e lirico.

      6 PUSKIN A., Gli zingari, in Poemi e liriche, versioni, introduzione e note di Tommaso Landolfi, Torino 1982, pp. 195-231. Nasce
a Mosca nel 1799 e muore in duello a S. Pietroburgo nel 1837. E’ il più importante poeta russo di tutti i tempi. Esponente del movimento
romantico, autore di racconti e poemi in versi, tra cui Evgenij Onegin Eugenio Onegin musicato in seguito da Piotr Ilic Ciakovskij;
trascorse un periodo della sua vita tra gli Zingari.

      7 LENAU N., Die drei Zigeuner, in Gedichte, Stuttgart und Augsburg 1857; traduzione italiana di Maria Soresina in Testi originali
e traduzioni Lieder, Milano 1970.

      Nikolaus Lenau nasce nel 1802 e muore nel 1850, poeta austriaco dell'epoca del Biedermeier. Nella sua poesia melanconica e
triste costruisce metafore con immagini della natura per rappresentare la condizione umana, fatta di fragilità e di caducità.

      8 BAUDELAIRE C., I fiori del male, Milano 1996, p. 47.
      9 VERGA G., Quelli del colera (1887), in Tutte le novelle, Milano 1996.

      10 DELEDDA G., Il tesoro degli zingari, in Romanzi e novelle, Milano 1994.

      Grazia Deledda (1871-1936), scrittrice, autodidatta, autrice di romanzi e racconti, anche romanzi d'appendice, fu premio Nobel
per la letteratura nel 1926. L'ambiente verista e il clima dannunziano hanno caratterizzato la sua produzione narrativa. Opere principali:
La via del male, La giustizia, Elias Portolu, Cenere, I giuochi della vita, L'edera, Chiaroscuro, Canne al vento, La madre, Il segreto
dell'uomo solitario, Il Dio dei viventi, Annalena Bilsini, Il dono di Natale.

      11 CANETTI E., La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Milano 1980, pp. 25-26.

      Elias Canetti nasce nel 1905 in Bulgaria da una famiglia ebraica di origine spagnola. Ebbe come lingue materne l'antico spagnolo
parlato in casa e il bulgaro. Nel 1911 si trasferì con la famiglia a Manchester, dove imparò l'inglese. Viaggiò molto, e, tra il 1913 e il
1916, acquisì come quarta lingua il tedesco, prediletto dalla madre: lo definirà poi ´la lingua salvataª, alla quale resterà sempre fedele,
anche negli anni del nazismo e dell'esilio a Londra, dal 1938. Dal 1924 a Vienna, studiò chimica per volere della madre, ma, pur
laureandosi, decise di dedicarsi alla letteratura. Nel 1935 esce il suo primo e unico romanzo, Die Blendung, tradotto in italiano, per
volere dello stesso Canetti, come Auto dafé (1935), incentrato sulla solitudine nella società contemporanea. Vanno segnalati Massa e
potere (1960), saggio sulla psicologia del controllo sociale e l'autobiografia, divisa nei volumi La lingua salvata (1977), Il frutto del fuoco
(1980) e Il gioco degli occhi (1985). Nel 1981 ottiene il premio Nobel per la letteratura. Muore a Zurigo il 14 agosto del 1994.

      12 SGORLON C., Il Caldèras, Milano 1988 e 1991, pp. 8-17.

      Carlo Sgorlon nasce a Cassacco, in Friuli, nel 1930, scrittore e giornalista, ha raccontato nelle sue opere la vita e i miti di un Friuli
arcaico e fiabesco. Tra le sue opere principali ricordiamo: Il trono di legno (1973), Regina di Saba (1975), L'armata dei fiumi profondi
(1985), La fontana di Lorena (1990), Il regno dell'uomo (1994).

       13 Regione della attuale Romania tra le Alpi Transilvaniche e il fiume Danubio. Il romanzo fa riferimento ai territori dell'Impero
Austroungarico tra il 1914 (vigilia della prima guerra mondiale) e il 1948 (secondo dopoguerra).

      14 Devél è la divinità, la forza del bene, cui si oppone Beng, divinità che rappresenta la forza del male.

      15 Così gli Zingari chiamano il carrozzone.

      16 HRABAL B., Una solitudine troppo rumorosa, Torino 1987, pp. 54-55.

      Bohumil Hrabal nasce il 28 marzo1914 a Brno-Zidenice. Scrittore ceco, autore di racconti dalla paradossale ironia, costruiti
avvicinando elementi e linguaggi diversi. Tra le sue opere principali ricordiamo: 1964 L'uragano di novembre; Lezioni di ballo per adulti
e perfezionandi; Vuol vedere Praga d'oro?; 1965 Inserzione per una casa che non voglio più abitare; Ostre sledovanè vlaky – Treni
strettamente sorvegliati; 1968 Leggende e storie truci ;1970 Boccioli; 1971 Obsluhoval jsem anglického kr·le - Ho servito il re
d'Inghilterra; 1973 Un tenero barbaro; 1976 Tonsura; 1976 Una solitudine troppo rumorosa; 1979 Tristezza per la bellezza; 1981 I club
della poesia; Kluby poezie: Prilis hlucn· samota - Una solitudine troppo rumorosa; 1985 Autobiografia [3 voll.]; 1990 Tot·ln" strachy - La
tendenza alle sbornie e al comunismo; 1991 L'uragano di novembre; Nozze in casa. Muore a Praga nel 1977.

      17 PRZYTYK S., Auschwitz: storie vere da un paese grottesco, cit. in TONG D. (a cura di), Storie e fiabe degli Zingari, Milano
1997, pp. 15-16.

      18 JANNACCI E., E quando gli Zingari arrivarono al mare (1969), in La mia gente, 1970.

      19 DALLA L., Luna Matana, 2001.

      20 DE GREGORI F., De Gregori, 1978.

      21 DE GREGORI F., Prendi questa mano, Zingara, da Prendere o lasciare, 1996.

      22 DE ANDRE’ F., Khorakhanè, in Anime Salve, 1996. Khorakhanè è tribù Rom di provenienza serbo-montenegrina.

      23 SCHNURRE W., Zigeunerballade, Berlin 1988, pp. 7-8. Immagini di Marina Schnurre.
      Wolfdietrich Schnurre nasce il 22 agosto 1920 a Francoforte e muore il 9 giugno 1989 a Felde. Trascorre la sua infanzia a
Berlino; è soldato durante la seconda guerra mondiale. Dopo la guerra torna a Berlino, inizialmente nel settore Est della città, dove vive
il padre con cui ha un buon rapporto. Lavora come redattore volontario presso Ullstein e nel 1946, quando i sovietici gli impediscono di
collaborare per un giornale dell'Ovest, si trasferisce nel settore occidentale di Berlino. Dal 1950 É un libero professionista della scrittura,
prima a Berlino e poi a Felde, vicino a Kiel. Co-fondatore della associazione di intellettuali Gruppo 47, ottiene il premio Georg-Büchner e
il premio Fontane. Nel 1962 si dimette da membro del P.E.N.-Club, poiché l'associazione non si era pronunciata apertamente contro la
costruzione del muro di Berlino. I suoi libri per l'infanzia si avvalgono del contributo artistico della moglie Marina.




      Per saperne di più
      BAUDELAIRE C., I fiori del male, Milano 1996.

      CANETTI E., La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Milano 1980.

      CERVANTES DE M., La zingarella, in Novelle esemplari, Torino 2002.

      DELEDDA G., Il tesoro degli zingari, in Romanzi e novelle, Milano 1994

      GARCIA LORCA F., Romancero Gitano (1928), Milano 1977.

      HRABAL B., Una solitudine troppo rumorosa, Torino 1987.

      LEVINAS E., Totalità e infinito, Milano, 1980.

      NARCISO L., La maschera e il pregiudizio. Storia degli Zingari, Roma 1990.

      PUSKIN A., Poemi e liriche, Torino 1982.

      SGORLON C., Il Caldéras, Milano 1988 e 1991.

      VAUX DE FOLETIER F., Mille anni di storia degli Zingari, Milano 1990.

      VERGA G., Quelli del colera (1887), Tutte le novelle, Milano 1996.

				
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posted:10/5/2012
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