La Liberta 13 03 2004 by co2Sqr

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									La Libertà n° 10 del 13 Marzo ‘04

   1. EDITORIALE : OTTO PER MILLE, CHIESA RICCA?

   2. PER DIECI CATECUMENI ADULTI ULTIMA TAPPA VERSO IL BATTESIMO
      NELLA VEGLIA PASQUALE - STAZIONE QUARESIMALE :GHIARA, 5 MARZO: IL
      RITO DI ELEZIONE DEI CATECUMENI

   3. DOMENICA 4 APRILE, A CARPITETI XIX GIORNATA MONDIALE DELLA
      GIOVENTÙ
      “VOGLIAMO VEDERE GESÙ” (GV 12,21)

   4. TERRA SANTA
      ISRAELE FRA SOGNI DI PACE E REALPOLITIK - L’AMBASCIATORE D’ISRAELE
      PRESSO LA S. SEDE, ODED BEN HUR, IN VISITA A “LA LIBERTÀ”, LUNEDÌ 8
      MARZO          - UN DIALOGO FRANCO SU TEMI SCOTTANTI:
      GERUSALEMME, I TERRITORI, IL TERRORISMO, IL MURO, LA PACE...

   5. UNA, CENTO, MILLE ANIME? OCCORRE UN METODO ESSERE E DARE
      UN'ANIMA ALLA POLITICA": DIOGNETO OGGI - DALLA GIORNATA DI
      SPIRITUALITÀ PER CRISTIANI IMPEGNATI IN POLITICA, SABATO 6 MARZO

   6. IL VESCOVO: I CRISTIANI ANIMA DEL MONDO - PROBLEMI DI CONTENUTO (I
      PRINCIPI ETICI NON NEGOZIABILI) E DI METODO - LE PARTI SALIENTI
      DELL’OMELIA DEL VESCOVO ALLA GIORNATA DI SPIRITUALITÀ DEI POLITICI

   7. DUOMO – RESTAURI - TORNA ALLA LUCE STUPENDA MADONNA DEL '300 -
      NEL PAVIMENTO FRAMMENTI DI MOSAICI DEL MILLE - IMPORTANTI
      SCOPERTE ARTISTICHE E ARCHEOLOGICHE DAI LAVORI IN CORSO

   8. CANOSSA E ROSSENA A RISCHIO DI CROLLI ROVINOSI
      IL COMUNE CHIEDE INTERVENTI URGENTI, ANCHE A DIFESA DELLE
      ABITAZIONI - I DUE CASTELLI MINACCIATI DA DISTACCHI DI ROCCE E DA UN
      VASTO MOVIMENTO FRANOSO

   9. BRASILE 1 - DON GIUSEPPE DOSSETTI E DON ALBERTO NAVA DALLE
      MISSIONI DIOCESANE IN BRASILE: PER FAR CRESCERE LA CHIESA IN
      BRASILE, “ADOTTIAMO” I LORO PRETI E SEMINARISTI

   10. BRASILE 2 - COMUNITÀ ECCLESIALI DI BASE. LA FORMAZIONE DEI LAICI:
       LEADER, CATECHISTI E ANIMATORI DELLA PAROLA DI DIO - SCAMBIO DI
       DONI: CHE COSA POSSIAMO IMPARARE DALLA CHIESA DEL BRASILE

   11. LE PARROCCHIE DEI NOSTRI MISSIONARI

   12. CHIESA IN STATO DI MISSIONE, OGGI

   13. DAI RELIGIOSI DEL MOZAMBICO - CONTRO IL TRAFFICO DI BAMBINI E DI
       ORGANI UMANI

   14. POLIS
15. GIOVANE UNIVERSITARIA, ERA NATA A REGGIO NEL 1915 E AVEVA
    STUDIATO AL MAGISTRALE - TILDE MANZOTTI VERSO LA BEATIFICAZIONE -
    IL PROCESSO ALL'ESAME DELLA CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI

16. I GIOVANI DI "REGINA PACIS" TRIONFANO - CON UNA INTENSITÀ
    SCONOSCIUTA AGLI ATTORI PROFESSIONISTI - A FERRARA CON "PROCESSO A
    GESÙ"

17. LA POPOLAZIONE DELLE TERRE ALTE DINANZI ALL'AMBIENTALISMO DI
    MANIERA DELLA CITTÀ - PARCO NAZIONALE DELL'APPENNINO MENTRE
    ESCE DI SCENA IL PARCO REGIONALE DEL "GIGANTE"

18. NIGONE COMPIE ALMENO 1100 ANNI - IN UNA NOTA DEL 1816 LA
    SPIEGAZIONE DI UN ENIGMA - SAREBBE IDENTIFICABILE CON IL MONTE
    CERVARIO

19. UNIONE COOPERATIVE – INTERVISTA AL COORDINATORE GIOVANNI
    TENEGGI
    “INVESTIAMO SULLA NOSTRA MONTAGNA" - RISCOPRIRE TUTTE LE RISORSE
    DEL TERRITORIO APPENNINICO

20. RISPARMIO CONSAPEVOLE
    TIT LA FINANZA? PIÙ CHE CREATIVA, BISOGNA CHE SIA CREDIBILE - LA
    RICERCA DI "NUOVE REGOLE" PER SALVARE L'ECONOMIA. L'APPORTO DI
    MAG 6 E BANCA ETICA - CRONACA DEL CONVEGNO DEL 6 MARZO
    ALL'UNIVERSITÀ DI REGGIO, ORGANIZZATO DALL'ASSOCIAZIONE REGGIANA
    ETHICA

21. NUOVA SCUOLA "REGGIANA" IN RWANDA: LAVORI IN CORSO. IL PUNTO A
    METÀ DELL'OPERA - CIRCA 1500 RAGAZZI SI AVVARRANNO DEL CENTRO
    "AURORA GIOVANNINI"
                     OTTO PER MILLE, CHIESA RICCA?

                                        AGOSTINO MENOZZI

Sono passati alcuni giorni dalle bordate di Bossi sull'8 per mille. è il caso, allora, di una riflessione,
a bocce ferme.
Prima cosa. Che cos'è l'8 per mille? Secondo un accordo che Stato e Chiesa Cattolica italiana hanno
fatto nell'84, nel rivedere il concordato del '29, lo Stato riserva ogni anno l'8 per mille delle entrate
dell'Irpef ad attività socialmente rilevanti. E chiede direttamente chi debba gestire queste somme:
se lo Stato stesso o la Chiesa Cattolica (o, negli anni successivi, altre confessioni religiose). Il
nuovo sistema sostituiva la cosiddetta "congrua", cioè i contributi che lo Stato, dal concordato del
'29, destinava ai parroci, riconoscendo l'utilità sociale del loro servizio. Questo come "congrua"
riparazione delle colossali e illegali confische di beni ecclesiastici fatte dai governi anticlericali
dopo l'unità d'Italia.
Dall'84 in poi i cittadini hanno indicato a stragrande maggioranza la Chiesa Cattolica, come
destinataria delle somme dell'8 per mille, per le sue attività "socialmente rilevanti": oratori e opere
educative, realtà culturali, case di recupero e assistenza, opere di solidarietà e volontariato,
iniziative di culto, sostegno ai sacerdoti, progetti nei paesi del Sud del mondo, aiuti ai missionari
ecc.
Secondo. Dichiarare che tutto questo faccia ricca la Chiesa è da persona "che ignora" come stanno
le cose. Ritenere che, qualora finisca l'8 per mille, lo Stato possa fare le stesse attività, e con la
stessa efficacia della Chiesa, è fuori dal mondo. O, meglio, è proprio di chi sa benissimo che così
non potrebbe mai essere, ma per bassi interessi di bottega non si cura di offendere l'intelligenza di
chi ascolta. Se poi chi straparla è solito sciacquarsi la bocca di democrazia e libertà, è bene
ricordargli che la scelta dell'8 per mille è la più democratica e libera oggi nel nostro paese. Scelta
fatta non con adunate oceaniche, né con acclamazioni deliranti, né con sondaggi di parte, ma con la
propria firma, con tanto di nome e cognome, nel modulo delle proprie tasse.
Perché i cittadini sanno benissimo come stanno le cose. Che la Chiesa, cioè, merita la loro piena
fiducia, ininterrottamente confermata in 20 anni. Cittadini che, nelle prossime settimane e mesi,
sulle loro dichiarazioni dei redditi continueranno a fare la firma per la Chiesa Cattolica, in piena
libertà e democrazia. Contribuendo a fare ricca la Chiesa di ciò per cui essa esiste: l'amore di Dio e
del prossimo. Con buona pace di chi s'è arrochito la voce dal gran parlare a vanvera.
  STAZIONE QUARESIMALE - GHIARA, 5 MARZO: IL RITO DI ELEZIONE DEI CATECUMENI

    PER DIECI CATECUMENI ADULTI ULTIMA TAPPA VERSO
                IL BATTESIMO NELLA VEGLIA PASQUALE
Un'assemblea come quella della sera di venerdì 5 marzo in Ghiara riempie il cuore, lascia una
traccia profonda del senso di Chiesa. Numerosi fedeli, di cui tanti giovanissimi e giovani, sono
accorsi alla prima Stazione Quaresimale del Vicariato urbano, presieduta dal Vescovo Adriano, con
una cinquantina di sacerdoti e una decina di diaconi, con accoliti e giovani ministranti, lettori e
cantori. L'assemblea - solenne, attenta, partecipe - ha accolto col rito d'elezione 10 catecumeni
adulti (la più giovane ha 17 anni), che hanno già fatto un "tirocinio" di vita cristiana nelle loro
comunità (Cavriago, Cogruzzo, Gavasseto, Villarotta; dalla città: Ospizio, S. Luigi, S. Anselmo,
Regina Pacis, Spirito Santo e la comunità ghanese) e che hanno espresso pubblicamente la volontà
di ricevere i sacramenti (Battesimo, Cresima, Eucaristia) nella prossima Veglia pasquale.
Del cammino di circa due anni prima dell'elezione, il Vescovo ha potuto conoscere di persona
entusiasmi, scoperte, motivazioni, coinvolgimento della comunità, in un intenso incontro con i
catecumeni e i loro padrini e madrine; qualcuno era anche accompagnato dalla famiglia o dagli
amici più stretti o dai sacerdoti che si sono presi cura di loro, da quando hanno cominciato a
simpatizzare per la fede cristiana.
L'assemblea che venerdì sera li ha avvolti di attenzione e preghiera, soprattutto mentre scrivevano il
loro nome nel registro diocesano dei candidati ai sacramenti (qualcuno ha anche aggiunto il nome
cristiano che riceverà nel Battesimo) è stata come un anticipo della gioia pasquale.
Ora il cammino degli eletti (o aspiranti o candidati), si fa più intenso: domenica 21 marzo faranno
un ritiro spirituale a Canali; nelle rispettive parrocchie ogni domenica la comunità pregherà con
loro: in particolare durante le domeniche III, IV, e V di Quaresima, con i cosiddetti "scrutini",
preghiere che hanno lo scopo di illuminare i candidati al Battesimo sul mistero del peccato,
purificarli nel cuore e nella mente, rafforzarli nell'amore di Dio e nel desiderio della salvezza
portata da Cristo. Poi verranno consegnati loro il Simbolo della fede (il Credo) e la preghiera del
Signore (il Padre nostro). Nella Settimana Santa riceveranno l'olio dei catecumeni per assumere,
con la forza di Dio, gli impegni della vita cristiana.
A loro si è rivolto il Vescovo nell'Omelia, che qui riportiamo integralmente.


IL TEMPO DELL'ELEZIONE

Abbiamo da poco iniziato la Quaresima. Mercoledì della scorsa settimana, nel primo giorno di
Quaresima, abbiamo chinato il capo per l'imposizione delle ceneri, accompagnato dall'invito del
vescovo e dei presbiteri: "Convertitevi e credete al Vangelo".
Ho saputo che, anche nelle parrocchie della nostra città, il rito dell'imposizione delle ceneri è stato
molto frequentato. Che cosa ci spinge pure questa sera a uscire di casa e raccoglierci in Ghiara per
questa prima stazione quaresimale?

Credere - come uscire allo scoperto
Non è facile credere, uscendo allo scoperto. Non è un caso che nel racconto evangelico che abbiamo
ascoltato (Gv 3,1-8: cf. Lezionario dell'Iniziazione Cristiana degli Adulti), Nicodemo abbia cercato
di incontrare Gesù, di notte. Il particolare della "notte" non ha solo significato cronologico, ma
simbolico e spirituale. Per Nicodemo la notte è il momento propizio della ricerca personale, al di
fuori dell'ufficialità, in un contesto di riservatezza e magari di timidezza. È il punto di partenza di
tanti cammini di ricerca nella fede.
Ma anche per Gesù la notte è il tempo "fuori orario", altrettanto fuori dall'ufficialità, un tempo da
perdere gratuitamente e liberamente. C'è dunque qualcosa che favorisce il colloquio fra Gesù e
Nicodemo, prima ancora delle parole che si dicono, ed è il tempo che ciascuno mette a disposizione
dell'altro, in un contesto di reciproca accoglienza e in un luogo corrispondente, che pare sia la casa.
E che cosa si dicono? A parlare per primo, non è Gesù. La Parola che salva ha imparato ad
attendere. Per primo a parlare è Nicodemo, quello che anzitutto dovrebbe imparare ad ascoltare il
Maestro. Ma come ascoltare un maestro, senza aver prima delle domande? E che cosa dice subito
Nicodemo a Gesù?
Dice quello che più gli sta a cuore. Gli dice il suo desiderio di conoscerlo, ma nello stesso tempo gli
fa capire di non essere del tutto uno sprovveduto: di essere anche lui una persona per bene, a suo
modo credente e osservante delle tradizioni. Non è questo l'atteggiamento ancora oggi di chi si
avvicina alla Chiesa, di chi domanda ancora i sacramenti?
E che cosa risponde Gesù a Nicodemo? Anzitutto non si mette in cattedra a spiegare - magari
meglio - le cose che Nicodemo sa già. Non spiega né una dottrina, né una liturgia, né una morale.
Gesù invita anzitutto a fare un cammino che implicherà anche una dottrina, una liturgia, una morale.
Un cammino che assomiglia ad una nuova nascita. Come il venire alla luce di un bambino.
Non pare che Nicodemo sia entrato subito a far parte del gruppo dei discepoli di Gesù. Nicodemo
continuerà a tenere una certa distanza, ma non più come estraneo osservatore della vita di Gesù:
come credente in cammino per uscire un giorno allo scoperto, al momento della Pasqua di Gesù,
davanti ai suoi stessi compagni di Sinedrio (cf. Gv 7,50-51).

La Chiesa madre
Sono qui presenti in mezzo a noi dieci catecumeni, provenienti da diversi Paesi: come Nicodemo
hanno incominciato a cercare Gesù, a desiderare di conoscerlo, a porsi domande che vanno oltre le
necessità del vivere quotidiano come il lavoro, la casa, il desiderio di formarsi una famiglia, di
avere dei figli. È la domanda di sentirsi appartenenti ad una comunità che insieme crede, spera,
ama.
Tra poco saranno chiamati per nome ad uno ad uno. Ciascuno è già stato chiamato per nome dai
propri genitori alla nascita per entrare a fare parte di una propria famiglia umana. Ma il nome è
anche segno di una chiamata che il Signore fa alla fede, alla vita cristiana, quasi ad una seconda
nascita. Così è stato per il giovane Samuele chiamato dal Signore di notte, mentre stava coricato nel
tempio insieme all'anziano sacerdote Eli (cf. prima lettura 1 Sam 3,3-10.19, scelta per questa
celebrazione della "chiamata per nome").
C'è bisogno anche oggi di comunità che, come il sacerdote Eli con Samuele, abbiano tempo da
perdere per far proprie le domande di senso di coloro che bussano alla loro porta. Non è un caso che
questi catecumeni verranno tra poco chiamati per nome insieme alla parrocchia di appartenenza,
insieme ai rispettivi padrini e madrine che li stanno accompagnando nel cammino verso il loro
Battesimo. Se in passato il Battesimo di un adulto poteva sembrare un caso isolato da sbrigare come
una anomalia da parte dei parroci, quasi di nascosto agli occhi degli stessi fedeli, oggi non è più
così.
Scrivono i Vescovi italiani: "tutti questi momenti, che a volte potrebbero essere sciupati da
atteggiamenti di fretta da parte dei presbiteri o da freddezza e indifferenza da parte della comunità
parrocchiale, devono diventare preziosi momenti di ascolto e di accoglienza. (...)
La comunità cristiana dev'essere sempre pronta a offrire itinerari di iniziazione e di catecumenato
vero e proprio. Nuovi percorsi sono infatti richiesti dalla presenza non più rara di adulti che
chiedono il Battesimo, di cristiani della soglia a cui occorre offrire particolare attenzione, di persone
che hanno bisogno di cammini per ricominciare. (...)
Anche in questo ambito di iniziazione e di rivitalizzazione della fede è importante il contributo di
associazioni e movimenti ecclesiali" (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, nn. 57 e 59).
Al termine della celebrazione, inviterò padrini e madrine a porre la loro mano destra sulla spalla del
proprio candidato al Battesimo e a ricevere insieme con loro il libro dei Vangeli con le preghiere
bibliche dei Salmi. Mettere la mano sulla spalla di un altro vuol dire prendersi a carico l'altro.
"Essenziale e insostituibile - dicono in un altro documento i Vescovi italiani - è il compito del
catechista accompagnatore. Egli è fratello nella fede, che indica la strada...; è testimone che, con le
parole e con la vita, presenta il fascino esigente della sequela di Cristo; è amico che accoglie, segue
e introduce nella comunità" (Orientamenti per l'iniziazione cristiana in età adulta 3, 35).
Viene alla mente il gesto con cui Gesù invia i suoi discepoli: "a due a due", sottolinea il Vangelo.
Sì, per predicare il Vangelo basterebbe uno solo che sa parlare, insegnare all'altro. Ma per vivere il
Vangelo occorre essere almeno in due, in compagnia dell'altro. Meglio ancora se a vivere il
Vangelo si è in tanti, perché così il Vangelo diventa più credibile e visibile.

O Signore, che hai accolto Nicodemo nella notte
e con pazienza e benevolenza lo hai ascoltato,
hai risposto ai suoi dubbi e gli hai indicato la via,
accompagna anche noi nella ricerca della verità,
dissipa le nostre tenebre
e fa' che, illuminati dal Tuo Spirito,
possiamo approdare ad una fede sempre più salda.

+ Adriano Vescovo
                            CHIESA DI REGGIO E. - GUASTALLA

       DOMENICA 4 APRILE, A CARPITETI XIX GIORNATA
              MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
                 “VOGLIAMO VEDERE GESÙ” (GV 12,21)

16.30 - Accoglienza

17.00 - Preghiera insieme: in cammino con la croce della GMG

19.00 - Cena

20.00 - Recital dei giovani della montagna: “Saltimbanco per amore”, omaggio a Don Bosco
                                            TERRA SANTA
  L’AMBASCIATORE D’ISRAELE PRESSO LA S. SEDE, ODED BEN HUR, IN VISITA A “LA
      LIBERTÀ”, LUNEDÌ 8 MARZO - UN DIALOGO FRANCO SU TEMI SCOTTANTI:
         GERUSALEMME, I TERRITORI, IL TERRORISMO, IL MURO, LA PACE...

             ISRAELE FRA SOGNI DI PACE E REALPOLITIK
La preoccupazione per il Medio Oriente e per il piccolo gregge dei cristiani di Terra Santa è stata
largamente presente, sul nostro settimanale, soprattutto negli ultimi mesi. Abbiamo pubblicato i
messaggi del Papa e del Patriarca latino di Gerusalemme; ci siamo messi in contatto con sacerdoti
palestinesi che vivono nei territori occupati. Oggi il primo piano è per l’ambasciatore di Israele
presso la Santa Sede, che ci ha reso l’onore di una visita in redazione. Oded Ben Hur si è presentato
nella nostra sede sfoggiando un fisico asciutto e un italiano quasi impeccabile. È stata non soltanto
l’occasione per fare il punto sulle relazioni diplomatiche tra Vaticano e Israele, ma per estendere lo
sguardo allo scacchiere mediorientale e al doloroso rompicapo del terrorismo, tra fede e geopolitica.

Ambasciatore, come vanno i rapporti con la Santa Sede?
Le relazioni ufficiali sono state allacciate undici anni fa. Oltre che su certe questioni legate allo
status giuridico e fiscale dei luoghi santi, mi sto impegnando oggi, soprattutto, per allargare il flusso
dei pellegrinaggi diretti in Israele, particolarmente opportuni in questa fase in cui il processo di pace
ha ricevuto brutti colpi. Mi auguro un mare di pellegrini in Terra Santa: insieme ad un clima più
disteso, porterebbe un sostegno all’economia dei palestinesi, messa in ginocchio da un’Intifada che,
per altro, essi stessi hanno iniziato.
Si occupa anche di migliorare la mobilità dei cristiani – di origine palestinese ma in parte anche
ebraica – che vivono in Terra Santa, la cui presenza è crollata in modo verticale?
Cerchiamo di affrontare questo problema con la massima attenzione possibile. Forse non tutti sanno
che Israele ha costituito un comitato misto, composto sia da esponenti dell’esercito che da burocrati
del governo, deputato ad ascoltare le difficoltà quotidiane degli abitanti dei territori occupati. C’è,
mi creda, il desiderio di venire incontro a chi purtroppo oggi vive in condizioni di sofferenza, specie
dopo l’edificazione della barriera.
Intende il muro voluto da Sharon?
Sì, anche se il muro vero e proprio è previsto solo per 19 dei 620 chilometri complessivi del
tracciato. Ricordo che questa barriera viene costruita unicamente allo scopo di fermare gli attentati e
ci costa miliardi di dollari, che peraltro non abbiamo. Non viene quasi mai sottolineato che il muro,
per certi aspetti, fa stare peggio anche noi, perché lascia “fuori”, senza difese, centinaia di migliaia
di coloni israeliani.
Secondo lei il muro è efficace?
Senza dubbio. Anche se l’efficacia del manufatto fosse, supponiamo, del 70%, non varrebbe la
pena? Le porto due prove dell’utilità del “muro”, di segno opposto. Nel Nord di Israele, da Afula a
Netania, corre una direttrice di 40 km in cui si concentra quasi un quinto della nostra popolazione.
Fino a qualche mese fa, lungo questo tratto, si verificava un attentato ogni settimana: terroristi
islamici si facevano saltare in aria al mercato, o sui pullman, seminando vittime civili. Dopo
l’erezione della barriera, non è più successo un solo fatto di sangue. La seconda prova? Prendiamo
la zona vicina a Gerusalemme, dove il muro non ha potuto essere ancora realizzato per via del
dibattito sulla sua legalità; qui non si è ancora spenta l’eco del penultimo attentato: un vigliacco
palestinese si è fatto esplodere su un pullman uccidendo 22 israeliani, la maggior parte dei quali
erano bambini tra 5 e 8 anni di ritorno dalla preghiera. Ebbene, quel terrorista proveniva proprio da
un villaggio nei dintorni di Gerusalemme. Come lo sappiamo? Semplice, perché la madre del
giovane, cinque minuti dopo l’esplosione, ha telefonato alle autorità israeliane rivendicando
orgogliosa il gesto del figlio. Se ci fosse stato il muro, questo delitto probabilmente non sarebbe
stato commesso.
A proposito di Gerusalemme, quali margini di conciliabilità intravede fra la posizione vaticana, che
la vorrebbe città internazionale a statuto speciale sotto l’egida dell’ONU, e quella del suo Paese, che
l’ha unilateralmente proclamata capitale eterna d’Israele?
Lei mi induce a portarle ad esempio due altri casi molto illustri: il Vaticano e la Mecca. Il Vaticano
non è forse uno Stato sovrano, sia pure al centro del mondo cattolico? E la Mecca? È il cuore di
tutto l’universo musulmano, però mi risulta una città saudita. Analogamente dovrebbe essere per
Gerusalemme, appartenuta per millenni al popolo ebraico e capitale di Davide, prima della nascita
dell’Islam e della venuta di Cristo. Israele ritiene che la priorità sia assicurare il libero accesso a
questa città santa, garantendo la serenità di chi vi entra per pregare. Ma penso sia quanto meno
prematuro voler decidere come “gestire” Gerusalemme mentre la crisi israelo-palestinese è ben
lungi da una soluzione. Se ne potrà discutere a pace fatta, non oggi: abbiamo già aspettato 2.000
anni, possiamo attendere ancora! Tornando alla proposta vaticana - di una città, cioè, garantita da
uno statuto internazionale - non si può certamente escluderla a priori. Al tempo stesso le confesso
che una simile posizione non incontra più di tanto appoggio all’interno del mondo ebraico.
Ha lasciato intendere l’impossibilità, allo stato attuale, di risolvere la contesa politica di Israele con
il popolo palestinese. Qual è l’ostacolo maggiore?
Di Medio Oriente tutti parlano ogni giorno, tuttavia manca il coraggio, da parte sia dei palestinesi
che della comunità internazionale, di stroncare il problema principale: il terrorismo. È questo il
nocciolo che blocca il processo di pace. I terroristi sono solo alcune decine di migliaia, su circa 5
milioni di palestinesi, però tengono in scacco tutti, compresa la loro gente.
Oltre che con il muro, come pensate di fermare i terroristi?
Per prima cosa occorre seccare la palude dei finanziamenti alle organizzazioni terroristiche, che
continuano ad arrivare dalle banche di mezzo mondo, anche europee. L’altro grande problema per
Israele è trovare un interlocutore credibile tra i rappresentanti del popolo palestinese. Leggendo i
giornali occidentali non avrete mai idea di quanto poco potere abbia di fatto il famoso Abu Ala.
Prima di lui c’era Abu Mazen, che è stato tolto dalla scena politica proprio quando il suo consenso
tra i palestinesi stava aumentando, spingendosi dall’iniziale 5% ad oltre il 30%...
Che intende dire?
Che la regia è ancora di Arafat, un leader che ha scelto l’estremismo come strategia, non solo come
tattica. Purtroppo Arafat in tutti questi anni non ha voluto capire che, se si fomenta il terrorismo,
ogni attentato compiuto non riporta semplicemente al punto di partenza, ma ancora più indietro.
Non le sembra di essere un po’ troppo pessimista?
Nient’affatto. Sono nato in Israele tre anni dopo il riconoscimento dello Stato e posso dirle che la
mia generazione è, malgrado tutto, ottimista. Non possiamo permetterci il lusso di perdere la
speranza. E d’altronde siamo circondati: 5 milioni di ebrei con intorno 200 milioni di arabi
musulmani, dei quali la maggior parte non concepisce nemmeno l’esistenza di Israele. Perciò
dobbiamo rimanere anche realisti.
Non mi tornano le cifre: quanti sono, tra gli arabi, i “nemici” di Israele?
La maggioranza dei palestinesi, grazie a Dio, vuole la pace; o starsene in pace, che per noi è la
stessa cosa. Purtroppo quella maggioranza non riesce a dirigere il paese a causa di Hamas, Jihad
islamico e altre organizzazioni di morte. I terroristi non hanno il concetto di compromesso e non
accettano di negoziare perché non riconoscono Israele. Tutto qui. Tanti, anche in Europa, dicono
che occorre studiare le radici del terrorismo. Ma cosa c’è da studiare?! Non mi risulta che Bin
Laden il 10 settembre 2001 abbia telefonato a Bush per minacciare l’attacco alle Twin Towers
dell’indomani. L’ha fatto e basta.
Ma senza “studiare” i motivi della tensione mediorientale, come crede che se ne possa uscire?
Io ho detto che non serve a nulla studiare le radici del terrorismo; ha invece senso capire i motivi
dei conflitti tra Israele e mondo arabo. Per farlo si parta pure da un dato piuttosto spiacevole che,
giusto o sbagliato, resta un fatto oggettivo: l’occupazione. Israele sa benissimo che ogni giorno in
più che rimane a presidiare in armi la striscia di Gaza, perde punti a livello internazionale. Ma la
stampa occidentale non può fermarsi a questo. Va ricordato che dalla guerra del 1967 - che Israele
ha subìto ma grazie a Dio ha vinto, pur trovandosi come Davide contro Golia - si sono trascinati
fino ad oggi elementi di crisi ancora irrisolti. Quanti si impegnano per conoscere tutti i precedenti
della storia? Limitandosi a fare zapping davanti alla tv, si finisce spesso per vedere Israele sotto una
cattiva luce, mentre bisogna domandarsi come è iniziata la lotta armata e chi l’ha scatenata.
La nostra volontà è ritirarci dai territori occupati e smantellare gli insediamenti militari. Però manca
ancora un partner affidabile dall’altra parte!
Sarebbe sciocco che Israele abbandonasse quegli avamposti: oggi come oggi li consegnerebbe alla
“giungla” degli estremisti, mentre vorremmo che se ne occupasse una dirigenza palestinese seria e
veramente dialogante.
“Non muri, ma ponti”, ha detto Giovanni Paolo II. Come ha recepito questo appello l’opinione
pubblica israeliana?
Non nascondo che anche all’interno di Israele ci sia un dibattito sulla necessità della barriera
protettiva. I più, però, hanno visto che funziona. Lo dico con rammarico: contano i risultati
tangibili. La pace può essere la più fredda di questo mondo; prenda ad esempio il rapporto tra
Israele ed Egitto: non siamo “amici”, però non abbiamo nemmeno gli eserciti schierati lungo i nostri
confini. Siamo stanchi delle tante, troppe “dichiarazioni” sul Medio Oriente. Per gli Israeliani non si
tratta di un discorso accademico, ma è una questione di vita o di morte.
Il ponte richiama il compromesso, la riconciliazione; ma il nostro Primo Ministro ha reso bene
l’idea, quando ha detto che non possiamo costruire ponti su fiumi di sangue israeliano. Pazienza se
a causa del muro Israele sta perdendo in immagine; oggi ci interessa soprattutto guadagnare in vite
umane.
Il suo discorso è chiaro; magari difetta un po’ di una prospettiva di pace…
Israele continua ad impegnarsi per la pace con i palestinesi più di quanto non gli venga riconosciuto
dal mondo. Anche il recente tentativo di Ginevra ci ha visto protagonisti. Ma ormai non esiste una
sola famiglia israeliana che non sia stata ferita dalla guerra o dal terrorismo. E senza volere
offendere nessuno, trovo un po’ cinico chiedere alla vittima non solo di limitarsi all’autodifesa, ma
perfino di progettare un domani di speranza per il suo carnefice. Mi pare che si superi anche il
“porgere l’altra guancia” dei cattolici.
Edoardo Tincani
                            DALLA GIORNATA DI SPIRITUALITÀ
                  PER CRISTIANI IMPEGNATI IN POLITICA, SABATO 6 MARZO

       UNA, CENTO, MILLE ANIME? OCCORRE UN METODO
   ESSERE E DARE UN'ANIMA ALLA POLITICA": DIOGNETO
                        OGGI
Unità nella diversità
Che ve ne pare? Un pomeriggio, alcune decine di persone (cattolici impegnati in politica), in una
bella sala, recitano insieme l’invocazione allo Spirito Santo e il “Padre nostro”. Insieme poi,
ascoltano attenti ed interessati alcune riflessioni di carattere culturale, storico, dottrinale. Quando
poi il microfono passa alla platea, quelle stesse parole pregate, ascoltate sembrano aver provocato
eco diverse, significati diversi, accezioni diverse. Contestazioni a parte, il dialogo si è svolto
garbatamente, anzi, si può dire che il clima creato nel precedente appuntamento (le interviste del 13
dicembre scorso) si sia ritrovato.

Occorre un metodo
Questa constatazione conferma un duplice imperativo: a) mantenere e accrescere un “clima
spirituale”, come richiamato dal Vescovo nell’omelia; b) compiere ogni sforzo per una reciproca
comprensione.
Il primo dei due obiettivi è perseguibile sulla base delle virtù personali: intelligenza, affabilità, buon
senso. Per il secondo, oltre a tutto questo, occorre qualcosa di più.

Sensibilità
o interpretazioni diverse?
Il magistero sociale della Chiesa propone con chiarezza i propri contenuti in materia, ad esempio, di
famiglia, democrazia, diritto alla vita ecc. C'è allora da chiedersi: le dissonanze, che riecheggiano
ogni volta che politici cattolici si trovano a dibattere, sono dovute a legittime quanto naturali diverse
sensibilità oppure proprio a diverse interpretazioni, letture diverse dello stesso testo?
Non si tratta di dare ragione agli uni o agli altri, tanto meno di pretendere che tutti, alla fine,
debbano pensarla allo stesso modo, uniformare il loro punto di vista. Credo che una posizione
“cattolica” si debba istruire sulla base innanzitutto del magistero; solo dopo, su quella delle diverse
riflessioni e attenzioni.

Uno sforzo pastorale,
non solo accademico
C'è qui una questione pastorale: occorre fare lo sforzo di valorizzare ogni esperienza cristiana
(quindi ogni determinazione e riflessione conseguente) che sia in grado di arricchire la nostra
Chiesa. Anche nelle parrocchie, nei vicariati, nell’intera diocesi occorre rischiare il confronto. Non
si tratta di cercare di smussare le posizioni per proiettare una edulcorata quanto formale immagine
di unità, quanto piuttosto di imparare noi per primi ad usare i termini e i concetti che ci vengono
dalla Scrittura e dalla Tradizione per crescere, per capire, per testimoniare il valore della nostra
fede.

Prossimo appuntamento
Sarà a breve. Sarà importante. Il Vescovo avrà presto modo di ascoltare e ricevere riscontri circa
due suoi “messaggi” (ai giornalisti e al Comune di Correggio) da parte di chi ha fatto pervenire
contributi sul tema “Amministrare la città, amministrare l’uomo”. Ne daremo notizia.
don Gianni Bedogni
 LE PARTI SALIENTI DELL’OMELIA DEL VESCOVO ALLA GIORNATA DI SPIRITUALITÀ DEI
                                               POLITICI

            IL VESCOVO: I CRISTIANI ANIMA DEL MONDO
       PROBLEMI DI CONTENUTO (I PRINCIPI ETICI NON NEGOZIABILI) E DI METODO

Non è un di più celebrare questa Eucaristia al termine della giornata di spiritualità dei cristiani
impegnati in politica. Nella nota pastorale Andate e annunciate: è la missione mi rivolgo proprio ai
politici, invitandoli a riscoprire l'Eucaristia come fonte di ispirazione di comunione anche per la vita
sociale. Solo una spiritualità forte e costantemente alimentata può consentire ai cattolici di dare
un'anima alla vita e all'impegno socio-politico... È quanto mai necessario allora ritornare alle
sorgenti dell'Eucaristia, per purificare gli animi dalla degenerazione della passione politica e
rigenerare la spiritualità dell'umile servizio nella Chiesa e nel mondo (...).

Una luce nella notte
È un fatto molto strano quello che abbiamo letto nel Vangelo (Lc 9,28-36). (...) Che cosa è
realmente avvenuto sul monte della Trasfigurazione? Possiamo prendere come chiave di lettura
un'immagine utilizzata dal profeta Isaia: "Sentinella, quanto resta della notte?" (Is 21,11). La notte,
nel racconto evangelico, non è tanto la notte che avvolge il monte al calare del sole, ma è la
condizione in cui si trova Gesù. Gesù, nel racconto di Luca, è in viaggio verso Gerusalemme, la
"città che uccide i profeti" (cf. Lc 13,34-35), dove egli stesso avrebbe conosciuto l'umiliazione della
passione e della croce (...). L'argomento della conversazione di Gesù con i personaggi più "riusciti e
vincenti" della tradizione religiosa popolare, Mosè ed Elia, è proprio quello della "dipartita" di
Gesù, in altre parole della sua prossima morte.
A rimarcare ulteriormente il clima di oscurità e di oppressione del racconto evangelico è il
particolare per cui gli amici chiamati da Gesù ad accompagnarlo sul monte, Pietro, Giacomo e
Giovanni, giacevano anch'essi oppressi dal sonno: (...) il sonno dell'oppressione morale di chi non
vede dove andrà a finire una scelta come quella di seguire Gesù che ora si rivela così
compromettente e rischiosa.
Ebbene, è proprio in questa notte oscura che si accende una luce. Io non credo ad una luce
improvvisa e violenta, come una sciabolata di luce, ma come un progressivo intensificarsi di una
luce già presente anche se nascosta (...).

Sentinella, quanto resta della notte?
... Su due punti piace raccogliere l'invito a ripensare nell'attuale contesto storico, senza nasconderli,
i fondamenti spirituali della nostra identità cristiana, che recentemente ho richiamato nell'incontro
con i giornalisti reggiani (7 febbraio 2004) e con i Consiglieri comunali di Correggio (13 febbraio
2004): uno di contenuto e un altro di metodo. È nota, nell'attuale contesto di relativismo culturale,
l'inclinazione a spingere il fenomeno del pluralismo oltre il legittimo pluralismo delle opzioni
partitiche, fino alla teorizzazione e difesa di un pluralismo etico in più campi della vita umana,
magari sostenuto perché così è più facile la vita democratica e la tolleranza civile. Non è, questa di
un'omelia, la sede per un'analisi dettagliata di alcuni punti nodali richiamati dalla nota dottrinale
della Congregazione della fede, che ha costituito il tema della scorsa giornata di spiritualità dei
cristiani in politica (Correggio, 15 marzo 2003).
Mi preme qui richiamare un contenuto della nota: "Se il cristiano è tenuto ad ammettere la legittima
molteplicità e diversità delle opzioni temporali, egli è ugualmente chiamato a dissentire da una
concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la
quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire di principi etici che per loro natura e per il
ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili" (Nota dottrinale circa alcune questioni
riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, n. 3).
Una divisione, o anche il silenzio, dei cattolici impegnati in politica di fronte a questi valori di per
sé laici, non confessionali, sarebbero dei comportamenti veramente strani e incomprensibili. Nel
caso, non è la Chiesa come tale ad essere in pericolo, ma è la stessa natura della politica e della
democrazia. Non è in gioco la libertà della Chiesa né il futuro della Chiesa, ma la libertà dell'uomo
e il futuro stesso della democrazia.
Si prospetta qui, di conseguenza, anche una questione di metodo, che io stesso richiamavo al
termine dell'incontro del 13 dicembre scorso, quando invitavo i cattolici impegnati in politica ad
attivarsi nelle sedi opportune ad un maggiore confronto, al di là del legittimo pluralismo delle
opzioni partitiche, sulle istanze etiche implicate in quelle opzioni. Prima che pensare alle sedi, c'è
bisogno di ritrovare un clima spirituale. Vorrei proporvi una piccolissima nota di stile. È vero, non
c'è democrazia senza dibattito. E il dibattito, fatto con convinzione, con entusiasmo, con passione,
magari con irruenza, non deve scandalizzare: appartiene alla natura delle cose.
Però il dibattito democratico vede un uomo di fronte all'altro impegnati su di una questione, non
sulla vicendevole disistima, sull'idea che l'altro è un nemico da abbattere, quando non si scade
nell'insulto reciproco. Vorrei dirvi, con l'apostolo Paolo: "Gareggiate nello stimarvi a vicenda" (cf.
Rom 12,9-16, brano scelto come seconda lettura). Siate avversari leali, confrontatevi sul merito
delle questioni, accentuando la dimensione propositiva e creativa, non solo apologetica e difensiva,
come insegna la Lettera a Diogneto. Se questo avverrà, tutto costruirà, proprio a partire dal basso,
una diversa stima per la politica e la democrazia presso le nostre stesse comunità cristiane, in
particolare presso i giovani così tristemente assenti dal dibattito e dall'impegno politico.

                                                                             + Adriano Vescovo
                                        DUOMO - RESTAURI
      IMPORTANTI SCOPERTE ARTISTICHE E ARCHEOLOGICHE DAI LAVORI IN CORSO

     TORNA ALLA LUCE STUPENDA MADONNA DEL '300 NEL
       PAVIMENTO FRAMMENTI DI MOSAICI DEL MILLE
Come spesso accade in cantieri di restauro di tale importanza, che vanno ad incidere su luoghi
segnati da secoli di storia in cui arte e fede si sono intrecciate, anche il Duomo di Reggio Emilia
svela le sue straordinarie ricchezze, magari da tempo scomparse agli occhi dei fedeli e dei visitatori.
Nel caso specifico si tratta di un elegante frammento di affresco scoperto nello spessore del piano
del presbiterio, adiacente ad uno dei grandi pilastri, nel corso di saggi relativi al lavoro di
consolidamento statico eseguiti dallo Studio di ingegneria Gasparini.
"Un affresco - sottolinea il direttore del restauro in corso ormai da un anno in Cattedrale, l'arch.
Mauro Severi - di eccezionale qualità, raffigurante la Madonna che allatta il Bambino; la data è
incompleta, ma è abbastanza agevole datarlo a poco dopo il 1370".
"Una testimonianza - prosegue Severi - di pregevolissima fattura, ben conservata nei colori, la cui
collocazione lascia tra l'altro intuire come fino a quel momento i livelli pavimentali del presbiterio,
e dunque della sottostante cripta, fossero ben diversi da quelli attuali".
Dopo il prezioso ritrovamento e il completo restauro della cupola, i lavori all'interno della cattedrale
proseguono. Oggi risulta completata per oltre il 30% la fase di smontaggio della pavimentazione
(necessaria per l'inserimento dell'impianto di riscaldamento a pannelli radianti sottopavimento), già
danneggiata da levigatura e resinatura effettuata alla fine degli anni '60, riguardante la navata
minore sud e parte della navata maggiore.
Al disotto del pavimento, si trova un sottofondo omogeneo di circa 40 cm costituito da ghiaione di
fiume, realizzato in occasione della costruzione del pavimento attuale e privo, a quanto finora
riscontrato, di risultanze archeologiche.
Questo sottofondo poggia su un livello pavimentale in cocciopesto di cui si sono conservate ampie
porzioni, interrotte da strutture in muratura appartenenti a sepolture di diverse epoche. Questo
livello pavimentale, attualmente esaminato dagli archeologi della Archeosistemi, sotto la
sorveglianza della Soprintendenza archeologica, poggia su un pavimento in cotto più antico,
riscontrabile nella navata sud, di cui si sono ritrovate piccole porzioni. Anche qui si stanno
rivelando alcune interessanti scoperte.
Il pavimento in cocciopesto, realizzato quasi certamente fra il XIV e XVI secolo, serviva
probabilmente a ricucire e raccordare livelli pavimentali di diverse epoche, fra cui il noto ciclo di
mosaici della fine del sec. XI, staccati nel 1878 da Gaetano Chierici ed ora ammirabili presso i
Civici Musei.
"Alcune piccole porzioni di questi mosaici, tra i più importanti dopo quelli notissimi della
Cattedrale di Otranto, rimaste in sito dopo lo strappo del Chierici, stanno tornando alla luce nella
navata centrale della chiesa, ed anche questo - sottolinea l'architetto Severi - arricchisce di altre
testimonianze artistiche la nostra città".
La rimozione del pavimento attuale ha inoltre permesso di scoprire parte della base in arenaria di
una delle antiche colonne romaniche polilobate, che oggi si trovano murate all'interno di alcuni i
pilastri della navata centrale.
                                                                                       Gino Belli
    I DUE CASTELLI MINACCIATI DA DISTACCHI DI ROCCE E DA UN VASTO MOVIMENTO
                                              FRANOSO

     CANOSSA E ROSSENA A RISCHIO DI CROLLI ROVINOSI
      IL COMUNE CHIEDE INTERVENTI URGENTI, ANCHE A DIFESA DELLE ABITAZION

Lunga oltre un chilometro, larga 500 metri, profonda da 10 a 15 metri, una rovinosa e colossale
frana si è mossa domenica 29 febbraio, rischiando di far crollare la rocca e il Castello di Rossena. Il
maltempo di queste settimane è stato senza clemenza. Il borgo sottostante ne è direttamente
minacciato, la strada non è più percorribile, non solo per le larghe crepe, ma per il pericolo di
improvvisi cedimenti. L'autorità comunale ha bloccato il transito e ha disposto lo sgombero urgente
della località: gli abitanti sono stati accolti da parenti o alloggiati in sistemazioni provvisorie.
Anche il Castello di Canossa, o almeno quel po' che ne resta, corre seri rischi: lo stesso 29 febbraio
dalla rocca si sono staccati massi di notevoli dimensioni, che hanno generato forte preoccupazione
per lo stato di conservazione dei ruderi e comportato la chiusura della strada sottostante.
Il movimento franoso che minaccia Rossena appare il fenomeno più preoccupante: sembra in atto
un mutamento delle condizioni di stabilità dell'ammasso roccioso, con conseguente disseto di
porzioni ampie della parete rocciosa e quindi con elevati rischi per l'integrità del Castello, delle
abitazioni e delle infrastrutture (strade, servizi ecc.).
Il Comune di Canossa - non solo la giunta, ma tutti i gruppi consiliari - ha avanzato allo Stato, alla
Regione, alla Provincia e alla Comunità Montana una richiesta di interventi finanziari urgenti e
straordinari, non solo nella forma ma soprattutto nell'entità, per mettere in sicurezza i complessi
rocciosi interessati ai fenomeni di smottamento e tutelare e salvaguardare sia i complessi
architettonici, di inestimabile valore storico e artistico, sia le abitazioni e le infrastrutture.
Al pronunciamento del Comune il CTG (Centro Turistico Giovanile), che ha in gestione il Castello
di Rossena e l'ostello che vi si trova, e le Guide "Matilde di Canossa", cui è affidato
l'accompagnamento dei visitatori, hanno unito il loro allarmato appello, preoccupati non solo per
l'incolumità delle strutture e degli abitanti, ma anche per il danno che ne può derivare all'economia e
all'attività turistica della zona.

Il Castello di Canossa
Costruito verso la metà del X secolo, entrò subito nella storia che conta, quando Adelaide, vedova
di Lotario re d'Italia, vi si rifugiò nel 950 per fuggire al marchese Berengario d'Ivrea e sposò Ottone
I di Germania. Il massimo splendore lo raggiunse con Matilde e con la lotta fra Gregorio VII e
Enrico IV (1077).
Poi, però, iniziarono subito il declino e le ripetute distruzioni (la più rovinosa nel 1557, quando
Ottavio Farnese demolì la rocca a cannonate).
Oggi, anche per i ripetuti fenomeni franosi, la piattaforma su cui sorgeva il castello è ridotta a un
terzo dell'originale. E tuttavia i pochi ruderi, ora di proprietà dello Stato, danno ancor oggi l'idea
dell'antica grandiosa maestosità.

Il Castello di Rossena
Unitamente alla torre segnaletica di Rossenella, era, a occidente, la roccaforte a difesa di Canossa.
Per questo ne seguì la sorte. Del mastio originario il castello conserva l'impianto di baluardo contro
i nemici che salivano dalla Val d'Enza.
Nonostante i danni del tempo, Rossena, di proprietà della diocesi di Reggio, è rimasta nella sua
struttura di sempre: i restauri del Giubileo del 2000 ne hanno recuperato i camminamenti di ronda e,
con l'adattamento in parte a museo, in parte a ostello della gioventù (con una cinquantina di posti
letto), ne hanno garantito la vasta fruibilità.
Col borgo sottostante e con la torre di Rossenella offre uno dei più suggestivi panorami
dell'Appennino reggiano.
                                              BRASILE 1
                       DON GIUSEPPE DOSSETTI E DON ALBERTO NAVA
                          DALLE MISSIONI DIOCESANE IN BRASILE

PER FAR CRESCERE LA CHIESA IN BRASILE, “ADOTTIAMO” I
             LORO PRETI E SEMINARISTI
A Ipirá, la parrocchia di don Vittorio Trevisi e don Marco Ferrari, mi hanno presentato una signora,
che qualche giorno fa ha subìto una rapina. Mentre i due banditi la minacciavano con la pistola e le
portavano via quello che aveva in casa, lei ha tirato fuori la corona del Rosario e ha detto: "Prendete
anche questa!". Al che, i banditi le han detto: "No, perché questo sarebbe fare un peccato". Questo
episodio descrive il Brasile, un paese dove Dio è dovunque, nel quotidiano della gente, perfino nei
banditi.
Naturalmente, il livello di maturità di questa fede è diverso: in tanti casi si sfiora la superstizione,
oppure si ha scarsa conoscenza dell'oggetto della fede. Mi raccontava uno dei nostri che,
preparando il battesimo in un gruppo di famiglie, alla fine, mezzo disperato, ha detto: "Bene,
battezzerò i figli di quelli che mi sanno raccontare un episodio, uno solo della vita di Gesù". Fra
tutti, solo uno ha alzato la mano e l'episodio era una barzelletta a sfondo religioso che lui aveva
preso per vera.
Ancora, la fede sembra talvolta sconfinare nel fatalismo, tant'è vero che la Conferenza Episcopale
ha dato come obiettivo del triennio il riconoscere i fondamenti e le conseguenze della dignità della
persona umana.
Esistono poi terribili incoerenze, sia sul piano della giustizia sociale che su quello della famiglia: la
condizione della donna è molto dura, è difficile trovare mariti che rispettino le loro mogli e che
siano responsabili verso la famiglia. I matrimoni sono molto pochi, in confronto alle unioni libere.
Ma poi ci sono persone straordinarie, che compiono con naturalezza gesti come quello della donna
del rosario; oppure, le animatrici e gli animatori delle comunità di base, che sono responsabili della
vita liturgica e catechistica di questi gruppi di famiglie, in città e campagna, dove il prete riesce ad
andare una volta ogni due mesi.
In queste realtà così diverse e complesse, i nostri - i sei preti, le tre suore, fratel Mimmo, Firmino,
Emanuele - sono il gruppo più consistente nella diocesi di Rui Barbosa, che conta diciassette preti
in tutto. In più c'è Antonina, che continua la sua attività di formazione al lavoro tra le donne della
periferia di Salvador.
I nostri sono veramente molto bravi, molto generosi e pienamente dedicati al loro ministero. La loro
linea pastorale è di rendere sempre più autonome le loro comunità, anzitutto dal punto di vista
liturgico e formativo.
In effetti, i risultati si vedono, nelle adunanze dei catechisti e degli animatori, spesso gente molto
semplice, soprattutto nelle campagne, che però esprime nella lettura del Vangelo una saggezza
veramente spirituale.
Comunque, la Chiesa del Nordeste brasiliano resta una chiesa senza preti. Nel Sud (Rio e San
Paolo) invece i seminari sono pieni. Anche in Bahia c'è una ripresa delle vocazioni, ma non tale da
assicurare, soprattutto in campagna, un'Eucaristia più frequente e più frequenti incontri col
sacerdote.
Per questo, ma non solo per questo, la via delle Comunità Ecclesiali di Base rimane una scelta
necessaria, proprio per questa capacità di rendere il popolo cristiano protagonista e responsabile
della sua fede.
È iniziata anche a Rui Barbosa una certa pastorale vocazionale, della quale è responsabile don
Gabriele Carlotti. Quattro diocesi si sono accordate per far partire un seminario a Feira de Santana:
don Vittorio Trevisi sarà il padre spirituale e don Paolo Cugini vi insegnerà. Già due giovani vivono
a Utinga, con don Gabriele e don Fernando Imovilli, in una specie di anno propedeutico.
Rimane la domanda: per quanto tempo ancora questa diocesi avrà bisogno del sostegno di preti
stranieri? Il nostro rapporto col Brasile non si esaurisce certamente nel prestare operatori per la
Chiesa: c'è il grande tema della reciprocità dei doni che questa Chiesa può fare alla nostra; già
questa rilettura del ruolo dei laici, e delle donne in particolare, è preziosa. Tuttavia, la domanda va
posta. Non si tratterà di tempi brevi, ma la pastorale vocazionale dovrebbe dare i suoi frutti. Va
avviato, però, un discorso molto concreto: gli studi dei seminaristi costano, non tantissimo per noi,
ma sono al di sopra delle possibilità di quasi tutte le famiglie brasiliane. Sarebbe dunque saggio che
alcune parrocchie adottassero i seminaristi per la durata dei loro studi.
Poi, quando essi diventeranno preti, sorgerà la questione del loro mantenimento. È in corso, in tutto
il Brasile, la campagna del disimo, ossia del mantenimento della Chiesa da parte dei fedeli. In
alcuni casi, si sono raggiunti risultati importanti, perché l'essere responsabili della finanza
parrocchiale ha stimolato la progettualità: ad esempio, a Miguel Calmón i progetti caritativi sono
finanziati col disimo; sono piccoli, ma la gente si impegna come non farebbe se tutto venisse
dall'estero.
Tuttavia, è impensabile che il mantenimento del prete e di alcuni strumenti indispensabili, come
l'automobile, provenga dalla gente. Sarebbe necessario - e se ne parla - un fondo diocesano, che
assicurasse uno stipendio dignitoso al sacerdote brasiliano che non ha, come i nostri, il sostegno
degli amici, della diocesi e delle comunità della madre patria. Se la nostra diocesi contribuisse con
continuità e in modo adeguato a questo fondo , probabilmente darebbe un contributo importante alla
progressiva riduzione del numero dei nostri preti da mandare in sostituzione di quelli che ritornano.
Ma, torno a dire, questo non dovrebbe portarci a lasciare questo luogo, dove la beatitudine
annunciata ai poveri diviene realtà e dove noi possiamo ricevere il dono di un Vangelo riportato alla
sua essenzialità e di un ministero ricondotto veramente all'interno della comunità ecclesiale.

                                                                            Don Giuseppe Dossetti




                                            BRASILE 2
     SCAMBIO DI DONI: CHE COSA POSSIAMO IMPARARE DALLA CHIESA DEL BRASILE

                       COMUNITÀ ECCLESIALI DI BASE.
      LA FORMAZIONE DEI LAICI: LEADER, CATECHISTI E
             ANIMATORI DELLA PAROLA DI DIO


Il Brasile e il popolo bahiano rimangono a volte un mistero anche per i preti missionari che vi
lavorano e faticano già da anni. Tanto più per me, dopo un viaggio di soli 15 giorni.
Tra le caratteristiche comuni alle parrocchie della diocesi di Rui Barbosa, dove lavorano i preti
reggiani, ci sono le comunità ecclesiali di base. Nate negli anni 70-80, sono, per dirla con un
linguaggio ecclesiale, la "forma tipica di parrocchia". Non hanno nulla di politicizzato, come certa
letteratura degli anni passati potrebbe averci indotto a credere. Sono la "cellula" viva della comunità
cristiana locale. Presenti sia in città che nelle regioni rurali e più sperdute, sono guidate da leaders
locali, spesso fondatori o capi storici, come a Saõ Roque (San Rocco), nella parrocchia di Ipirà. A
volte sono di più recente costituzione, e il leader é stato direttamente individuato dal missionario
stesso.
Sono comunità abbastanza autonome, dove spesso il centro non è ancora l'Eucaristia, ma la parola
di Dio. E questo perché i nostri missionari, in quel contesto più vescovi che parroci, riescono ad
assicurare loro l'Eucaristia ogni due o tre mesi. E nel frattempo? La comunità continua a ritrovarsi
ogni domenica, per il culto, intorno alla Parola di Dio.
I sacerdoti si preoccupano soprattutto della formazione permanente di questi leaders, dei catechisti e
degli operatori della pastorale, tutti laici (per lo più donne), in grandissima parte volontari.
Essendoci al centro la Parola di Dio, sono diffusi i circoli biblici, gruppi di ascolto e di studio della
bibbia che si trovano settimanalmente anche senza il sacerdote, in modo molto semplice: la Parola
di Dio parla a tutti.
A queste comunità è affidata la catechesi di iniziazione cristiana, la preparazione dei genitori e dei
padrini-madrine al Battesimo, la preparazione dei ritiri spirituali e delle feste del patrono, la
pastorale famigliare e sociale. Anche la carità si "sbriciola" nel concreto nei singoli quartieri o nelle
comunità rurali attraverso il servizio di questi leaders di comunità.
Ho visitato soltanto due parrocchie delle "nostre": quella di Miguel Calmon e quella di Ipirà. La
prima, servita da don Paolo Cugini, ha 50 comunità di base, e in ogni comunità c'è un referente per
la carità; anche i progetti caritativi sono finanziati con il 10% del disimo, cioè con
l'autofinanziamento dei parrocchiani. Altri progetti sociali "straordinari" vengono invece sostenuti
da aiuti dall'Italia.
Quella di Ipirà, la più grande parrocchia della diocesi, servita da don Vittorio Trevisi e don Marco
Ferrari, è costituita da ben 82 comunità.
Mi pongo alcune semplici domande, fatti i necessari "distinguo" circa la nostra realtà italiana: che
cosa possiamo imparare da questa Chiesa sorella, giovane ma vivace e ricca di fede? Che cosa
possiamo "portare a casa" dalla pluriennale presenza di preti reggiani in Bahia1?
La parrocchia qui in Italia non dovrebbe essere forse una "casa tra le case", una "comunione di
comunità", un luogo dove si ha cura delle relazioni fraterne? Come possono esserlo le nostre
parrocchie di 4000, 5000, o 9000 abitanti, ancora piccole se confrontate al Brasile, ma anonime,
dove non si riesce a vivere un'esperienza semplice di familiarità e di comunità? Cosa facciamo delle
nostre splendide risorse laiche: catechisti, educatori, laureati, professionisti? Quale posto ha la
Parola di Dio nelle nostre comunità, che hanno la ricchezza di essere ancora, non so per quanto,
comunità eucaristiche? Quale spazio occupa la formazione dei formatori nella nostra attività
pastorale di preti?
Sono suggestioni che possono provocare una più approfondita riflessione comunitaria.

                                                                             Don Alberto Nava




                LE PARROCCHIE DEI NOSTRI MISSIONARI
IPIRÁ. Parrocchia di pianura, sulla grande strada per Salvador. 3397 Kmq (più della nostra diocesi).
61.714 abitanti (cattolici 87%). 80 Comunità di Base. La cittadina (23.000 abitanti) vede ora un
piccolo sviluppo industriale. Prestano servizio don Vittorio Trevisi (che è anche vicario generale
della diocesi e padre spirituale del seminario) e don Marco Ferrari.

RUI BARBOSA. Sede vescovile, sulle colline. 2058 Kmq, 29.000 abitanti, 20.000 dei quali nel
capoluogo. C'è una forte crisi economica e molta povertà. Il parroco è uno dei pochi sacerdoti
brasiliani. Vi sorge la Casa della Carità, retta da Sr Cristina e Sr Laurence del Madagascar.
Provvisoriamente è presente anche Sr Emanuela. Firmino Pessina dirige il Centro per Minori, per i
ragazzi dei quartieri più poveri, e ha una piccola casa d'accoglienza per bambini abbandonati, che
vengono seguiti da sua moglie Federica, infermiera.

ANDARAÍ. È la cittadina più bella, ai margini del grande parco naturale della Chapada
Diamantina. Conserva l'architettura coloniale. Conobbe un periodo di benessere, quando era
fiorente la ricerca dei diamanti. Ora, vorrebbero sviluppare l'industria del turismo. 1586 Kmq (più i
510 di Nova Redençao), 13.800 abitanti (più 8.600 dell'altra parrocchia, dalla quale sono andate via
anche le suore). Il parroco è don Luigi Ferrari. Con lui, vive fr. Mimmo Turco. Nella casa
parrocchiale vive in pratica un'altra Casa della Carità, con un vecchio, tre bambini e altri ospiti. Vi
sono anche due giovani in discernimento vocazionale. Emanuele, un volontario di Massenzatico,
dirige il Centro per i Minori.

UTINGA. Ai margini della Serra, la catena montagnosa. Le sono unite altre due parrocchie, Wagner
e Bonito. Bonito è a 1000 metri ed è la zona della coltivazione del caffè. Wagner è stata fondata da
missionari presbiteriani, che vi conservano una forte presenza. Utinga ha 563 kmq, con 17.00
abitanti, Bonito 661 kmq e 12.900 abitanti, Wagner 467 kmq e 9.000 abitanti. Le tre parrocchie
sono affidate a don Gabriele Carlotti e don Fernando Imovilli. A Wagner c'è una Casa con tre suore
francesi; a Utinga tre suore africane gestiscono la Casa Famiglia, per anziani poveri. Circa 80 le
Comunità di Base.

MIGUEL CALMÓN. 1463 Kmq e 28.308 abitanti, dei quali la metà nella cittadina. Questa
parrocchia è affidata da 4 anni a don Paolo Cugini, che ora è solo; fino a qualche mese fa era
affiancato da Gian Luca Guidetti, che ha vissuto con lui per 3 anni (è rientrato in Italia per entrare in
seminario in preparazione al sacerdozio).
Miguel Calmón è una parrocchia molto estesa: tra le comunità della città e quelle rurali vi sono una
cinquantina di Comunità Ecclesiali di Base. La parrocchia grazie ad una pastorale del disimo e al
servizio di don Paolo, è completamente autonoma sul piano economico.
Si caratterizza per una vivace partecipazione dei laici sia nelle comunità di base sia nelle diverse
pastorali per ambienti: ragazzi, adolescenti, giovani, pastorale familiare e pastorale sociale. C'è il
coinvolgimento diretto nella pastorale di gruppi e movimenti di sensibilità carismatica, oppure
come il Casamento in Christo, un movimento di famiglie, fondato in Brasile da un prete italiano.
(d.G.D.)
                     CHIESA IN STATO DI MISSIONE, OGGI
Domenica 14 marzo

Giornata missionaria diocesana da celebrare in tutte le parrocchie




Chiesa di Reggio E. – Guastalla - Convegno Missionario Diocesano

domenica 21 marzo oratorio cittadino don Bosco, via Adua

8.30   Don Emanuele Benatti. saluto, preghiera

9.15   Prof. Sandro Spreafico :“Il carisma missionario di Mons. Baroni, espressione di una diocesi

       conciliare”

10.00 Scambio in assemblea - Gruppi di lavoro

12.30 Pranzo (su prenotazione, euro 12.00)

14.30 Breve relazione dei gruppi

15.00 Don Giuseppe Rossetti : “Gli scritti missionari di Mons. Baroni”

17.00 S. Messa con omelia del Vescovo Mons. Adriano Caprioli “La profezia missionaria

       di Mons. Baroni, oggi”


Info tel. 0522.436840; cmdre@tin.it
                                 DAI RELIGIOSI DEL MOZAMBICO

    CONTRO IL TRAFFICO DI BAMBINI E DI ORGANI UMANI
La Conferenza degli Istituti religiosi di vita Consacrata del Mozambio (CIRM-CONFEREMO) ha
pubblicato, il 29 febbraio, un comunicato sulla denuncia di traffico di bambini e di organi umani a
Nampula. Il documento reca la firma dei rappresentanti di nove istituti religiosi (4 maschili, 5
femminili), tra i quali anche il Servo di Maria fra Manolo M. Fontanet Nento e la superiora del
monastero OSM Mater Dei di Nampula M. Cármen Calvo Arino. Il documento, dopo aver
richiamato un passo del messaggio di Giovanni Paolo II per la Quaresima, nel quale si parla
espressamente del traffico di bambini e di organi umani, ricorda che già il 13 settembre 2003
l'arcivescovo di Nampula, il rettore del seminario interdiocesano, una laica consacrata
dell'arcidiocesi di Sao Paulo (Brasile) e la superiora del monastero delle Serve di Maria Mater Dei
avevano consegnato una denuncia al riguardo alla Conferenza episcopale mozambicana che, a sua
volta, aveva sottoposto il problema al Presidente della Repubblica del Mozambico. Un'ulteriore
documentata denuncia fu presentata, tramite il Vescovo locale, alle autorità politiche e di polizia
della città di Nampula.
Le autorità locali: 1. negano decisamente il traffico di bambini e di organi umani; 2. ammettono
l'esistenza di cadaveri mutilati, ma attribuiscono le mutilazioni a stregoni locali; 3. affermano che le
denunce sono un tentativo di mettere la popolazione cattolica vicina al monastero Mater Dei contro
il governatore della Provincia, che è musulmano, anche perché gli abitanti coinvolti, sia come
vittime sia come testimoni, sono musulmani; 4. che la consacrata laica straniera che inoltrò la
denuncia sarebbe persona squilibrata; 5. dietro le denunce ci sarebbe il tentativo delle suore del
monastero Mater Dei di impossessarsi del terreno dei proprietari stranieri confinanti, sospettati dalle
suore di coinvolgimento nell'iniquo traffico.
Il Consiglio della CIRM-CONFEREMO, invece, elenca dettagiatamente fatti e testimoni che
confermano il traffico di bambini e di organi umani a Nampula.
Dopo aver rinnovato la sua solidarietà a coloro che sono impegnati nel combattere questo iniquo
fenomeno, il Consiglio invita a battersi anche contro altre forme di sfruttamento criminale dei
minori, dagli abusi sessuali al loro arruolamento per attività illegali come il furto, l'accattonaggio e
la smercio di droga.
Inoltre auspica il coinvolgimento, nella lotta contro tali crimini, delle commissioni di Giustizia e
Pace degli Istituti religiosi presenti in Mozambico.
Infine, il documento propone il 24 marzo, giornata in cui la Chiesa fa memoria dei missionari
martiri, come giornata di digiuno, preghiera e riflessione delle comunità religiose su questa triste
realtà, cercando di coinvolgere in questa iniziativa anche i laici.
                                                POLIS

Manodori? Speriamo bene...

Qualcuno, ben informato e competente, afferma che la Fondazione Manodori oggi potrebbe erogare
benefici al nostro territorio per 30 milioni di Euro ogni anno (quasi il bilancio della Provincia). Una
bella cifra ma non basta e non bastò. Al tempo sciagurato delle fusioni, qualcuno, abbagliato da
ipotesi di migliori realizzazioni, cambiò la logica delle scelte: dal “possiamo aiutare tutti” al
“possiamo comprare tutto”. Così iniziò l’avventura con la Bipop prima e con Capitalia poi, con gli
esiti che tutti conoscono. Questi stessi personaggi ora non vogliono mollare l’osso, ormai molto
rosicchiato da queste disavventure finanziarie. L’impressione è di continuare ad assistere a scontri
per assicurarsi il solito potere e, non sia, mantenere le stesse logiche. Passi il solito “Cencelli”
nell’assegnazione dei contributi, passi il “Ci sono ma non vedo, non sento e non parlo”, passi
l’odioso quanto bellicoso burocratico gioco delle parti nella definizione delle nomine. Per una volta
però, proviamo a cercare una soluzione favorevole alla nostra comunità, che fino ad oggi,
nonostante tutto, non può che ringraziare per queste elargizioni. Qualche segnale c’è. Speriamo
bene.

Figli o carriera? Il dubbio rimane fra isterismi e sani desideri

Una recentissima indagine ha messo in evidenza come, anche nella nostra provincia (con il tasso di
disoccupazione tra i più bassi in Italia e in Europa) coniugare maternità e lavoro sia davvero
difficile. Sospendere il lavoro a motivo della maternità e poi lasciarlo definitivamente per poter
accudire figli e prendersi cura delle famiglie, troppo spesso diventa, più che una scelta, un obbligo.
A detta degli esperti, il part-time non è più sufficiente: occorre applicare altre e possibili soluzioni,
quali servizi per i carichi familiari, congedi parentali e contratti personalizzati, piani di interruzione
delle carriere, ecc. Sarà il solito paradosso? C’è chi lamenta e urla per l’approvazione della legge
sulla procreazione assistita, ossia vogliamo il figlio a tutti i costi, e chi, pur potendolo avere, questo
figlio non lo può fare per eccesso di problemi. Come coniugare la cultura della vita con la libertà,
quella vera? Come comporre una cultura dell’accoglienza della vita con certi desideri che sembrano
capricci mascherati o sensi di onnipotenza?


Ordine e disordine pubblico: Prevarrà il senso di impunità?

Gli indicatori di sicurezza pongono la nostra Provincia al 102° posto nella graduatoria nazionale e
penultimo in quella regionale. Il dato deriva anche, ma non solo, dal rapporto fra numero di cittadini
e operatori dell’ordine pubblico. A Reggio c’è un poliziotto ogni 487 abitanti. L’esito dell’indagine
ha sollevato preoccupazioni. Se a questo aggiungiamo l’enorme mole di processi giudiziari fermi o
rallentati nel nostro tribunale, la preoccupazione non può che aumentare. Vi ricordate il titolo di un
film di tanti anni fa: “La polizia incrimina, la legge assolve”. Beh, oggi dovremmo cambiarlo: “La
polizia fa fatica ad incriminare e la legge, quando c’è, fa quello che può...”.
    GIOVANE UNIVERSITARIA, ERA NATA A REGGIO NEL 1915 E AVEVA STUDIATO AL
                                 MAGISTRALE

            TILDE MANZOTTI VERSO LA BEATIFICAZIONE
        IL PROCESSO ALL'ESAME DELLA CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI

Sono da molti anni amico di Giuseppe Manzotti, ma non ho mai conosciuto sua sorella Tilde negli
anni '30, la giovane reggiana il cui eroico cammino di fede, terminato il processo diocesano di
Fiesole, è ora all'esame della Congregazione delle cause dei santi.
Ho letto in questi giorni il libro "Rimanete nel mio amore" di Elena Cammarata (edizioni Feeria)
che svela l'itinerario spirituale di Tilde. Era nata a Reggio dall'Ispettore scolastico Primo Manzotti e
da Giuseppina Ferretti quattro giorni dopo l'inizio della guerra contro gli Imperi Centrali. Sarà
insegnante elementare nel 1932 con una prima (e ultima) esperienza in una pluriclasse di
Rondinara. L'anno successivo ha inizio il suo calvario con la tubercolosi e il trasferimento in un
sanatorio di Sondrio, poi di Arco e in un ospedale-convento di suore domenicane a Covigliano.
Iscritta alla gioventù femminile di Azione Cattolica, poi alla FUCI quando la famiglia si trasferirà a
Firenze, a causa della malattia non potrà mai partecipare alle attività proprie delle organizzazioni
cattoliche. A Covigliano incontrò un novizio domenicano per la cui consacrazione Tilde offerse le
sue sofferenze. Il suo diario e le sue lettere conducono via via ad un dialogo fra Tilde e Gesù mentre
erano in atto i progressi della malattia. Tilde si è raccontata per dieci anni senza timore di rivelare le
sue debolezze, ma anche la sua straordinaria capacità di unire dolore e amore con il voto di
obbedienza e di abbandono in Dio. Nel giugno 1939 emette il voto di vittima in olocausto di
sacrificio nelle mani del confessore. A Paterno di Pelago muore il 3 ottobre, festa di Teresa del
Bambino Gesù, a 24 anni.
L'autrice ha descritto con grande sensibilità la profondità di una esperienza spirituale giunta alla
contemplazione. Questo libro racconta di Tilde Manzotti, dopo quello di padre Santillio, un fiore
della gioventù universitaria (Firenze, 1940). Ha scritto nella prefazione l’auspicio che il libro possa
essere l'occasione per molti di incontrare l'esperienza di Tilde e di trovare incoraggiamento nel loro
cammino nel mistero di Dio. È questo un auspicio rivolto anche a noi concittadini di Tilde
Manzotti.
                                                                                       Corrado Corghi
              CON UNA INTENSITÀ SCONOSCIUTA AGLI ATTORI PROFESSIONISTI

                I GIOVANI DI "REGINA PACIS" TRIONFANO
                              A FERRARA CON "PROCESSO A GESÙ"

Sabato 6 marzo nel solenne e suggestivo Tempio di San Benedetto in Ferrara, i giovani di Regina
Pacis hanno colto un vivo successo di fronte ad un pubblico colto e raffinato, che gremiva la parte
centrale del cinquecentesco Tempio ricostruito dai Salesiani cinquant'anni fa, dopo un
bombardamento che nel 1944 lo aveva distrutto.
Era di scena Processo a Gesù, un classico del teatro di Diego Fabbri, ripresentato nell'adattamento
di Giorgio De Benedittis. Chi si aspettava uno spettacolo da oratorio è rimasto deluso! Sul palco
c'erano attori e attrici giovani, che hanno dato viva al Processo con un'intensità e un'interiorità, che
spesso il teatro dei professionisti non possiede. Non era possibile recitare altrimenti per l'elevatezza
del tema, un Dio sottoposto a critica serrata, con testimoni che provenivano da lontano dalle pagine
del Vangelo o da vicino, mischiati al pubblico coinvolto in sala; l'intellettuale ex-seminarista, una
maddalena dei tempi moderni accanto al figliuol prodigo scappato da casa, al contestatore ironico
del prete, presente per caso al dibattito: "Sembra proprio un prete!", commentava una signora dal
pubblico e lo era davvero, don Pietro Adani che con Giorgio De Benedittis, regista attento e fine
psicologo, ha dato alla rappresentazione quel soffio di spiritualità, che l'ha resa "teatro con anima".

  l Processo sarà rappresentato domenica 14 marzo al ReGiò ed è una serata da non perdere. La
vicenda iniziale è semplice, mentre più complesso, quasi "pirandelliano" il seguito. Si parla di un
gruppo di persone, presiedute dall'ebreo Elia, un personaggio saggio e "pio", che sottopone a
processo Gesù: non sarà l'averlo condannato ingiustamente l'origine della tragedia del popolo
ebraico? Il fàscino che si sprigiona dalla figura assente di Gesù, mai in scena, è nelle memorie di
Caifa e di Pilato, dei testimoni chiamati in causa, da Maria a Pietro, Giovanni e Giuda. I colpi di
scena che si susseguono, degni del miglior "teatro nel teatro" tengono avvinti gli spettatori fino alla
rivelazione finale di una persona umile, la donnetta delle pulizie, che invita a non condannare Gesù.
Il risultato teatrale é di livello per la "verità corale" degli interpreti, la suggestione della musica dal
vivo, la visione dell'autore, che fa dire alla pubblica peccatrice che bisogna imbattersi nell'amore
per incontrare il Cristo Amore, che tutti invocano consciamente o inconsciamente, perché solo Lui
alimenta le Speranze del mondo.

  u tutti emerge l'insolita coppia del Pubblico Accusatore, lucido e inquietante, e di Sara, tormentata
figura femminile, che esprime con dolore il dramma di un tradimento grave quanto quello di Giuda,
personaggio glaciale, che accusa Giovanni e Pietro di non averlo fermato prima del tradimento:
"Voi sapevate!".
Suggestivo il personaggio di Maria, interpretata da una giovanissima attrice, dallo sguardo trepido
di una madre insolita, unica, perché madre di Dio, messa in primo piano da un' indovinata poetica
vestizione in scena, che ha commosso i presenti come il giusto Giuseppe, dalla voce incerta di chi
avverte di trovarsi di fronte ad un mistero più grande di lui.
Bravi tutti gli altri attori: non ci sono state sbavature o cadute di tono, in tutti la consapevolezza di
un Annuncio: "Il cristianesimo è un vivere e un salvarsi insieme", che il silenzio raccolto, partecipe
del pubblico, inquietato dalle domande intriganti sul suo rapporto con il Cristo, ha compreso e
applaudito calorosamente.
                                                                        don Vittorio Chiari
                         PARCO NAZIONALE DELL'APPENNINO
               MENTRE ESCE DI SCENA IL PARCO REGIONALE DEL "GIGANTE"

          LA POPOLAZIONE DELLE TERRE ALTE DINANZI
         ALL'AMBIENTALISMO DI MANIERA DELLA CITTÀ
                                           ENRICO BUSSI
L’idea del Parco Naturale fa scattare un immediato contrasto tra chi resiste nelle zone rurali e
l'ambientalismo di maniera che si predica nel centro urbano. Vent'anni fa i montanari della zona alta
reagirono male vedendosi calare il recinto del Parco e si sentirono rinchiusi in una specie di "riserva
indiana". Relegati in un territorio stabilito dai colonizzatori, come i pellerossa del Far West
Quel riferimento torna d'attualità con l'arrivo del Parco Nazionale. Esce di scena il Parco Regionale
del "Gigante" lasciando l'amaro in bocca alla popolazione locale alla quale fu imposto agitando la
carota di una nuova linea di spesa pubblica. Alla fine non ha portato una lira per quelli che curano il
paesaggio pur avendo speso per amministratori, uffici, tabelle, panchine e auto fuori strada. Non ha
gratificato in qualche modo chi tiene aperta la stalla, la bottega, il laboratorio, la strada vicinale e ha
portato il dazio ai pensionati che vanno a raccogliere i mirtilli.

   L’ investimento per introdurre il lupo ha sollevato molto fastidio con un po' di ridicolo per
l'esultanza di scoprire qualche animale sgozzato e che la pecora è utile al lupo (o ai cani
abbandonati?). Ciascuno vede che senza greggi e mandrie il prato s'abbruttisce. Senza cure il bosco
s'ammala. Senza pastori e contadini non ci sono prodotti tipici, calano l'artigianato, il commercio e
si svuotano i servizi. Se non c'è qualcuno con la voglia di fare, il turismo stenta tra paesi, campi e
boschi abbandonati.
In montagna non hanno funzionato le varie leve dell'intervento pubblico. La cultura rurale è rimasta
in un angolo e nessun tipo di servizio è stato concepito per chi vive lontano dai centri. La spesa
pubblica destinata ad aiutare l'iniziativa privata segue un protocollo tortuoso, tantomeno
giustificabile di fronte all'emergenza del territorio più debole che muore. Anzi, i tempi delle
burocrazie regionali, provinciali si sono allungati e le nuove procedure fanno rimpiangere la
semplicità del vecchio intervento statale con i piani verdi e la legge per la montagna.

 Soprattutto ci si dimentica che allora nasceva più gente e proprio adesso occorre provvedere
all'uomo anziché al lupo per fare vivere il "Gigante". Se ne accorgono anche i dipendenti del Parco
regionale mentre chiude e proclamano il bisogno di sopravvivere.
Questa necessità così evidente, urlata dal basso, venne ascoltata nei piani alti dove si decise di
allargare il Parco ai due versanti. Così è cominciata cinque anni fa la vicenda dell'Ente Parco
Nazionale dell'Appennino Tosco Emiliano, con la buona intenzione di costruire un esempio di
"parco produttivo", non burocratico e finalmente a favore degli abitanti della zona. Poi è seguita la
disputa tra Stato, Regioni, Province, Comuni e la lunga battaglia per conquistare la vetta del potere
ha finito per trascinare il Parco giù in basso.
Lungo la Via Emilia sono stati aperti uffici accoglienti per ospitare numerosi collaboratori e
consulenti. Stavolta alla montagna è andata peggio di prima perchè la città ha incassato quasi tutto,
stipendi, incarichi e conoscenze, lasciando qualche spicciolo da spargere attorno al valico. È stato
preso il lupo, come emblema, un'immagine intonata alle capacità rapaci dell'Ente nazionale che,
dopo aver addentato la preda dei 7 milioni di euro, comincia a stringere la morsa dei controlli su
quelli che forcano tra i monti.

  Per nostra fortuna, il destino degli Enti non compromette quello dell'umanità e si può sollevare
l'animo alla speranza. Se alziamo la testa dalle vicende burocratico-ambiental-sanzionatorie
possiamo vedere che il bosco si allarga, la natura è ancora coltivata su molte sponde dell'Appennino
e viene mantenuta in buone condizioni rendendo gradevole il paesaggio.
Chi lavora la terra di montagna riesce a ricavare prodotti apprezzati per un valore di 100-110
milioni di euro, cioè più di 200 miliardi di lire raccogliendo erba, qualche altro prodotto e un pò di
legna. Un risultato enorme dalla filiera dell'erba, del latte, dei formaggi e delle carni. Una vera
ricchezza, superiore anche nelle cifre al bilancio dell'ente pubblico nella montagna reggiana,
compreso il Parco.
Ogni anno le 1.500 famiglie di 5.000-6.000 contadini tengono in piedi una comunità di 50.000
abitanti. Curano l'ambiente portando in dote all'altra parte della società il loro reddito, i risparmi e la
risorsa di chi ha voglia di fare.
Questa pompa formidabile agisce con puntualità e senza clamore. Lontana dai riflettori, tira avanti
tra le difficoltà, resiste all'inurbamento e alla colonizzazione del potere urbano. Un risultato
fantastico che merita la considerazione e l'attenzione di tutti per avvolgerlo in un abito nuovo di
servizi funzionali (senza pesi inutili e carte sovrapposte). Tagliato su misura per dare sostegno alle
famiglie che vivono tra le montagne e le fanno vivere per gli altri.
                   IN UNA NOTA DEL 1816 LA SPIEGAZIONE DI UN ENIGMA

                    NIGONE COMPIE ALMENO 1100 ANNI
                    E SAREBBE IDENTIFICABILE CON IL MONTE CERVARIO

Dispersa alle pendici nord del gruppo montuoso del Ventasso. Silenziosa - fra la settimana - dopo la
morte di don Elvo Magnani, ultimo parroco residente. E, forse ancor più, dispersa nei meandri della
storia, questa piccola chiesa di Nigone che sui muri, fatti e rifatti ormai chissà quante volte, reca
tracce di una antichità non databile con un anno preciso, ma certamente collocabile a prima del
Mille.
Viene in aiuto a questa tesi il graduale chiarirsi dell'enigma del Monte Cervario, quel vasto
territorio che nell'870 dopo Cristo l'imperatore Ludovico II donò, insieme alla corte di Felina, al suo
primo ministro Suppone e che ancora, nell'anno 904, venne concesso alla Chiesa di Reggio a titolo
di risarcimento per le distruzioni subite ad opera degli Ungari. Superata la prima e non motivabile
identificazione con Crovara, ora gli storici propendono a collocare il Monte Cervario sugli antichi
confini con Parma a sud ovest del'episcopato reggiano, a sud di Castelnovo Monti, cosa che del
resto si evince dalla lettura stessa della donazione. Questo è l'orientamento espresso da Odoardo
Rombaldi e, ancor prima, da Luciana Bonilauri nel suo saggio su "La diffusione dell'azienda
curtense nel territorio reggiano nei secc. VIII-IX-X". A sostegno di questa tesi, compare ora anche
una relazione, datata 15 giugno 1816, dell'allora parroco di Nigone don Domenico Giacomini. Una
grossa frana tormentava chiesa e canonica, che sprofondavano nel terreno. Un fenomeno non
nuovo, visto che troppe volte la popolazione di Nigone dovette ricostruirla da terra a tetto, come
indica, ad esempio, una scritta murale del 1875.
Ebbene, proprio nel descrivere i confini di questa frana, don Giacomini cita un monte "Calvario", a
ovest della chiesa. Un toponimo scomparso dalla cartografia ufficiale e che ha tutte le carte in
regola per sembrare una cattiva italianizzazione del dialetto "carvàri" che può essere, sì, "calvario",
ma anche "Cervario", cioè esattamente il monte di cui s'era persa la traccia. Dopo di che tornano i
conti con i contenuti della famosa donazione: la cappella (Nigone, dedicata all'Assunta come tutte le
chiese di fondazione reggiana di quel tempo), la selva (il Borcale, sopravvissuta fino al secolo XIX)
e il gaio (il castello del Gazzo e il Gazzolo, a poca distanza). E allora anche la solitudine storica di
questa piccola chiesa comincia davvero a diradarsi.




       UNIONE COOPERATIVE INTERVISTA AL COORDINATORE GIOVANNI TENEGGI

              "INVESTIAMO SULLA NOSTRA MONTAGNA"
               RISCOPRIRE TUTTE LE RISORSE DEL TERRITORIO APPENNINICO

Unione cooperative investe decisamente sulla montagna.
La centrale cooperativa parteciperà infatti al progetto "Rete Appennino" promosso dalle istituzioni
scolastiche e amministrative locali per una migliore programmazione della formazione a favore
delle persone e delle aziende che risiedono e operano in montagna.
Questa disponibilità è stata garantita da Giovanni Teneggi, coordinatore dell'organizzazione per la
zona montana, intervenuto al recente convegno di presentazione dell'iniziativa presso la Sala
consiliare di Castelnovo ne’ Monti.
Teneggi ha ricordato la necessità urgente di dare maggiore efficienza agli investimenti in
formazione che vengono realizzati sul territorio e che ancora appaiono frammentari e troppo
dispersivi.
Che cosa significa questa affermazione?
"Significa - spiega Teneggi - che la montagna non è ferma ed occorre anzi interpretare meglio la
forte dinamicità che ha assunto la composizione sociale e demografica locale, la cui tenuta è in
realtà frutto di fenomeni di migrazione e pendolarismo che stanno cambiando il volto della
montagna a velocità superiore rispetto a quella di altre zone della nostra provincia".
Ma da dove occorre partire per leggere ed interpretare questi cambiamenti ?
"L'affermazione può apparire scontata, ma l'unico punto di partenza è la montagna stessa. Come è
ben emerso dal Convegno ecclesiale della montagna, occorre riscoprirne le risorse ambientali,
economiche, e soprattutto le risorse umane, il legame profondo delle persone con questa terra, alla
quale non si può chiedere ciò che non è nella sua natura e che, da parte sua, deve rilanciare
l'imprenditorialità e mettere anche in campo una cultura del lavoro - e a questo sono chiamati
soprattutto i giovani - che sia in linea con le possibilità che offre. Per questo abbiamo detto e
ripetuto più volte - ed in questo senso si sta concretamente andando - che da parte delle associazioni
imprenditoriali e degli enti pubblici è urgente la condivisione di una comune visione di sviluppo che
valorizzi le tradizioni e le vocazioni della montagna ma in modo completamente nuovo rispetto al
passato".
In che senso ?
"Siamo tutti convinti, ormai, che non ci si può attendere uno sviluppo industriale su larga scala od
un rilancio di sistema del comparto manifatturiero, ma siamo altrettanto convinti che edilizia,
commercio e, soprattutto, agricoltura, pur rimanendo baricentro dello sviluppo, non possono
ripetere modelli produttivi e organizzativi del passato, dovendo invece trovare nuove vie di
competitività e puntando a suscitare un nuovo interesse nei giovani con opportunità di
soddisfazione personale e familiare, perché diverse attività vivono oggi una stagione di degrado
proprio a causa dello scarso appeal che esercitano sugli studenti".
Ecco perché occorre recuperare una cultura del lavoro che rispetti le peculiarità della montagna e ne
sappia valorizzare le risorse, perché questa è la condizione fondamentale senza la quale qualsiasi
legge o istituzione (Legge per la montagna o Parco che siano) fallirebbe il proprio compito".
Sul Parco nazionale quale è la vostra posizione?
"Sul Parco esprimiamo preoccupazioni per lo stato d'impasse in cui si trova, perché in esso
individuiamo un'importante risorsa per il nostro Appennino, uno strumento dal cui decollo possono
originarsi nuove attività di tipo sociale ed imprenditoriale; per questo è urgente superare una
situazione in cui, tra polemiche, veti incrociati e palleggi di responsabilità non si è ancora giunti ad
una situazione stabile di lavoro.
Alle istituzioni e alle forze politiche chiediamo dunque l'immediato rilancio di un impegno
costruttivo che porti allo sblocco di una situazione di paralisi che ormai si trascina da anni".
Nelle scorse settimane avete lanciato la proposta della costituzione di un tavolo comune di lavoro
delle associazioni imprenditoriali proprio sullo sviluppo della montagna. A che punto siamo ?
"La nostra organizzazione è partita dalla consapevolezza che la nuova legge regionale sulla
montagna, ma anche i mancati impegni della Regione sulla fiscalità delle imprese operanti in questi
territori, la drastica riduzione delle opportunità derivanti dal Fondo Sociale Europeo, le prospettive
della nuova politica agricola europea e la strategia associativa nel GAL, richiedono un comune
lavoro di analisi e di coordinamento.
Oggi il tavolo c'è, e tutte le associazioni sono ben consapevoli che questo tipo di approccio comune
è fondamentale per assicurare il più ampio e articolato contributo alla individuazione dei bisogni e
al consolidamento di un confronto con le istituzioni che consenta di definire politiche di sviluppo
locale concretamente rispondenti alle esigenze di un'area che, pur disponendo di risorse importanti,
rischia, altrimenti, di andare ad una progressiva marginalizzazione".

                                                                                 Gino Belli
                         RISPARMIO CONSAPEVOLE
  CRONACA DEL CONVEGNO DEL 6 MARZO ALL'UNIVERSITÀ DI REGGIO, ORGANIZZATO
                   DALL'ASSOCIAZIONE REGGIANA ETHICA

       LA FINANZA? PIÙ CHE CREATIVA, BISOGNA CHE SIA
                         CREDIBILE
 LA RICERCA DI "NUOVE REGOLE" PER SALVARE L'ECONOMIA. L'APPORTO DI MAG 6                            E
                                BANCA ETICA

Risparmi in pericolo o risparmi pericolosi? L’aula magna dell’Università di Reggio, sabato 6
marzo, ha ospitato un convegno dedicato a questo interrogativo caldo, anzi scottante, se si pensa
agli oltre 14 miliardi di euro bruciati dal crac Parmalat, solo per citare l’ultimo caso internazionale
di malafinanza. Organizzato dall’associazione reggiana Ethica e introdotto da Tito Gobbi, uno dei
suoi fondatori, l’appuntamento ha visto alternarsi al microfono quattro “esperti” di finanza etica, sia
pure sotto angolature differenti. Apre il confronto Miriam Giovenzana, giornalista e direttrice del
mensile Altreconomia.

I "buchi"
della memoria collettiva
  Facile, afferma, riconoscersi nei princìpi generici della giustizia universale o dell’economia etica;
più problematico, epperò imprescindibile, confrontarsi con il concreto quadro normativo e fiscale
italiano. Primo esempio con pepe: “Eliminando per volere bipartisan la tassa di successione,
abbiamo perso un importante strumento di redistribuzione del reddito”. Dito puntato, inoltre, contro
l’incapacità del sistema economico di prevedere la finanza e contro la memoria corta collettiva,
fatta di enfasi emotive e di rapide rimozioni: oggi parliamo di Parmalat e ricordiamo la crisi analoga
dei bond Cirio, ma chi rammenta lo spaventoso buco della Fiat, il cui salvataggio bancario è tuttora
in corso? Il rischio che corriamo, fissando lo sguardo sul singolo default, è perdere di vista lo
scenario, ben affrescato dalla giornalista ripercorrendo le vicende dell’ultimo decennio, dai
fallimenti societari tipo Enron ai collassi di intere nazioni: Giappone, Tigri dell’Asia, Argentina.
Quale scenario? Quello di un sistema che non funziona, perché crea ricchezza dal nulla e la fa
evaporare altrettanto velocemente, contribuendo alla polarizzazione dell’economia nel mondo, ossia
ad accrescere la distanza tra i ricchi e i miseri del pianeta, dove 2 miliardi e mezzo di persone
vivono al di sotto della soglia di povertà. Questo gap non aumenta soltanto tra il Nord e il Sud del
globo, ma anche all’interno dei vari Paesi. Basta leggere i dati della Banca Mondiale sull’accesso al
mercato del denaro: 53 Stati ad altro reddito, circa 1 miliardo di abitanti, utilizzano ben il 93% del
credito totale, mentre altri 62 Paesi, con quasi tre miliardi di persone, accedono all’1,1% della stessa
torta monetaria. Le ingiustizie nel controllo della ricchezza e il degrado ambientale premono sulle
nostre coscienze; la finanza critica è oggi chiamata ad accelerare soluzioni innovative, ma
attenzione a non abusare dell’aggettivo “etico”, conclude Giovenzana: “Non sono etico perché
deposito i miei soldi in una Mag o consumo prodotti del commercio equo solidale; lo sono se mi
assumo precise responsabilità in ordine alle relazioni tra tutti gli uomini”.

Speculazione?
No grazie
 Servono insomma regole nuove e Cinzia Melograno, responsabile di Mag 6 Reggio Emilia, dà un
contributo originale riscrivendo l’abc dell’investitore. “In genere, al risparmio domandiamo due
cose: che aumenti col tempo e che ritorni nelle nostre mani in futuro. Ma finché si resta legati a
questo schema, avalliamo la finanziarizzazione dell’economia”, ossia proprio ciò di cui oggi
piangiamo gli effetti perversi. La Mutua AutoGestione rifiuta in toto il principio speculativo e si
propone di riportare il denaro alla sua “naturale” strumentalità, con l’obiettivo di migliorare la
qualità di vita delle persone. Detto così, sembra l’enunciato di un fioretto. Eppure Mag 6 ne ha fatto
la filosofia di gestione della sua operatività regionale fin dal 1988, quando nacque con una raccolta
di 30 milioni di vecchie lire (da soci che, in seguito, si sono visti riconoscere come dividendo solo il
tasso di inflazione annua). Una prassi a dir poco minoritaria sul mercato: i prestiti vengono concessi
per progetti no profit a soggetti privi di garanzie patrimoniali, privilegiando un rapporto di fiducia
con gli stessi. Va da sé, sottolinea la responsabile di Mag 6, che diventa basilare conoscere il
richiedente credito, iniziando dalle sue modalità organizzative interne e verificando che processi di
cooperazione e partecipazione prevalgano, rispettivamente, su meccanismi di competizione o di
delega. Così in questi anni Mag 6 ha superato il migliaio di soci, finanziato 125 progetti di
economia civile e racimolato 1.700.000 euro di capitale sociale. Che la finanza etica funzioni
secondo logiche alternative lo testimonia un “cliente”. Matteo Iori, presidente dell’Associazione
Centro sociale Giovanni XXIII, racconta dell’idea di realizzare un appartamento per
tossicodipendenti “cronici” a cui solo Banca Etica ha accordato credito. Spiega poi che altri istituti
bancari, di fronte a progetti ad alto rischio, solitamente fanno spallucce; oltretutto, come già accade
su alcuni rapporti di fido dell’Associazione, praticano commissioni finanziarie più elevate proprio
in considerazione del fatto che il soggetto affidato è una onlus.

Finanza etica,
ancora pochi paletti
 A chiudere il giro di tavolo è Mario Cavani, vicepresidente di Banca Etica; un’azienda di credito
che ha appena festeggiato il quinto compleanno ma ha già dovuto affrontare tante trasformazioni
per rispondere al meglio alla sua impegnativa mission. La prima sfida era proprio nascere,
raggranellando i 12,5 miliardi di lire che la Banca d’Italia esigeva per la costituzione di una
popolare creditizia. Vinta quella scommessa, la fatica maggiore è stata dotarsi di strumenti
competitivi per stare sul mercato. Ecco la scelta di sottoporsi al controllo di un advisor etico di
quarta generazione e la creazione di Etica SGR, appena annunciata da Il Sole 24 Ore. Si tratta di
una Società di gestione del risparmio che attua la Tobin tax, accantonando l’1 per mille del ricavato
in un fondo diretto ad offrire microcredito e opportunità finanziarie a soggetti economici bisognosi
e svantaggiati. Ultima nata, in casa di Banca Etica, è una fondazione culturale che discute con le
autorità istituzionali e morali del nostro Paese i modi concreti per fare finanza etica. Le maglie della
legge italiana sono ancora troppo larghe, spiega Cavani; perfino il documento pubblicato dalla CEI,
pur stigmatizzando certi comportamenti fraudolenti, non indica di fatto paletti operativi. Occorrono
ancora regole che tutelino i clienti e facciano apprezzare al vasto pubblico dei risparmiatori le
conseguenze che sempre produce l’uso del loro denaro da parte degli intermediari. Il primo
investimento a cui siamo chiamati, insomma, è la consapevolezza.

                                                                            Edoardo Tincani



      CIRCA 1500      RAGAZZI SI AVVARRANNO DEL CENTRO "AURORA GIOVANNINI"

               NUOVA SCUOLA "REGGIANA" IN RWANDA:
                       LAVORI IN CORSO. IL PUNTO A METÀ DELL'OPERA

Rinunciano alle sospirate vacanze e, d'estate, sborsano di tasca propria da 1.300 a 2.000 euro per
andare a lavorare in Rwanda. è il bell'esempio di un gruppo di volontari reggiani che sostiene il
sogno di padre Tiziano Guglielmi e del fratello don Luigi: accogliere la richiesta di aiuto della
popolazione di Munyaga che, oltre alla sanità, sogna l'istruzione di base. A passi spediti procede la
realizzazione del nuovo centro.
è il 1986 quando viene inaugurato il Centro di Sanità in ricordo del Missionario reggiano scomparso
in un incidente aereo nel paese africano. Qui trovano risposta gli afflitti da malattie (malaria sopra
tutte), disabilità e denutrizione, ma "il grosso problema è quello della cultura - spiega don Candido
Bizzarri, parroco di Novellara e presidente del Gruppo Rwanda padre Tiziano - e così la nostra
missione si è indirizzata ad accogliere la richiesta della popolazione che abita lontano dai grossi
centri abitativi". Come abbiamo riferito in estate e a Natale, infatti, sono partiti i lavori per
realizzare il Centro scolastico "Aurora Giovannini" che sorgerà nel cuore della collina di Munyaga:
qui sono duemila i ragazzi che combattono contro l'analfabetismo.
"è un'opera molto complessa, per la quale abbiamo previsto due stralci, in base ai fondi che
riusciremo a raccogliere" prosegue don Candido.
Il primo lotto, che sta impegnando la solidarietà reggiana per un totale di 243.500 euro, vedrà
sorgere, a pochi chilometri dal Centro di Sanità, 5 blocchi di aule (due classi per ciascuno), servizi
igienici, impianti sportivi e un'aula di formazione rurale.
 "Se la solidarietà sarà grande - aggiunge il geometra Claudio Fantini, uno dei volontari incaricati -
in futuro vorremmo aggiungere altri 5 blocchi aule, con impianti igienici e completamento delle
attrezzature sportive".
E dopo la posa della prima pietra lo scorso agosto - presenti il Vescovo di Kibungo mons. Frédéric
Rubwejanga e mons. Léonard Dhejju Vescovo emerito di Bunia (Repubblica Democratica del
Congo - siamo in grado di fare il punto sulla situazione dei lavori a gennaio 2004. Ultimato lo
spiazzo per i primi 5 blocchi, su un totale di 9, e gli impianti sportivi col lavoro di 200 operai che,
ogni giorno a partire da agosto, solo con la forza di braccia, badili, piccone e carriole, hanno
sbancato (sulla collina) una superficie di 200 m per 200 m. Tre costruzioni sono già al tetto, un'altra
ha già pronte le fondazioni. Così pure è stata realizzata una fossa settica per i servizi igienici. E la
Provincia di Reggio Emilia con una determina dello scorso dicembre ha concesso un contributo di
15.000 euro per la realizzazione del centro rurale annesso alle aule scolastiche.
Ma che c'entra un'aula per la formazione rurale?
Risponde Marco Prandi, assessore provinciale all'agricoltura (a sua volta in passato volontario in
Rwanda): "Il Rwanda, essendo un paese ricco d'acqua, storicamente disponeva di un'agricoltura
florida, per questo la popolazione non soffriva la fame, come dimostra la densità d'abitanti per
chilometro quadrato che è tra le più alte dell'Africa. Purtroppo il sistema agricolo (e non solo) è
andato distrutto con la sanguinosa guerra civile del '94. Lavorare oggi sulla formazione rurale, e
reinvestire sull'agricoltura, significa porre in essere le condizioni perché non si soffra la fame e si
avvii un processo di sviluppo e pacificazione".
Contro l'impoverimento delle fasce più deboli la Provincia ripropone un modello di impiego di
risorse pubbliche reggiane. Perché?
"L'istituzione è chiamata a lavorare assieme al mondo del volontariato. Rilevo che interveniamo
anche perché è fortissimo il legame tra la terra rwandese e i volontari reggiani, che hanno raccolto
l'eredità di padre Tiziano prima e di don Luigi Guglielmi poi. Ma, a differenza dei volontari che si
muovono per soddisfare un bisogno, l'istituzione ha gli strumenti per agire su un livello politico e
cercare di rimuovere le cause che generano ingiustizia. Come? Attraverso scelte politiche
(abbattimento di dazi tra stati, ad esempio) e impiego di risorse pubbliche in maniera mirata, come
in questo caso".
Non si sbilancia don Candido sull'ultimazione dei lavori del centro (che sarà donato alla diocesi
locale): "Auspichiamo di poter usufruire delle prime strutture a Natale o poco dopo. Ma a lavori
finiti contiamo di poter ospitare circa 1.500 ragazzi, divisi in due turni, uno al mattino e l'altro al
pomeriggio".
Una curiosità: don Candido, erano altrettanto urgenti il campo da calcio e i due campi da pallavolo e
basket?
"Sì - risponde pronto - perché la popolazione è composta da Hutu e Tutsi, reduci dalla ben nota
guerra civile. E c'è un tessuto sociale disgregato e da recuperare. Lo sport è un importante alleato
per riscoprire i valori della comunità durante l'insegnamento".
                                                                     Gabriele Arlotti


Per sostenere il progetto

Per sostenere la realizzazione del Centro scolastico "Aurora Giovannini", l'urgenza maggiore è
quella dei fondi. Più avanti serviranno banchi, sedie e materiale per la scuola. I soldi giungono
anche da ditte reggiane; oltre l'impegno del "Gruppo Rwanda" per la vendita record di 2.400 stelle
di Natale, si sta organizzando la vendita delle uova pasquali. Da fine febbraio è arrivata suor Bea,
pietra d'angolo della missione rwandese. Racconterà la sua esperienza e preparerà la strada ai
volontari che vorranno scendere a luglio ed agosto. Le donazioni possono essere effettuate con
bonifico bancario a favore di: Gruppo Rwanda Padre Tiziano Onlus, P.zza Cesare Battisti, n.7 -
42017 Novellara specificando la causale: “Centro di sanità e scuola primaria”, presso Banca
Reggiana - Agenzia di Novellara (RE) - Piazza Unità d'Italia, 18 c/c n. 25020 ABI 7058 e CAB
66400.

								
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