Scelte urbanistiche e condizioni di vita nelle citt�

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					                     Scelte urbanistiche e condizioni di vita nelle città



                                     Fiammetta Fanizza

                                  (Università degli Studi di Foggia)




I)            Per aprire una riflessione intorno ai caratteri culturali che definiscono le


specificità identitarie degli abitanti di un luogo l’analisi delle forme di relazione tra i diversi


territori urbani può rappresentare la maniera attraverso la quale provare a rifondare le


pratiche sociali (slide 2). Oltre a definire gli spazi ed i tempi della città, la sistemazione


dello spazio urbano è determinante per la definizione del rapporto tra cittadini e res


pubblica. Infatti, se la città cominciasse ad essere intesa, prima che come spazio fisico


(slide 3), come paesaggio e come racconto, risulterebbe assai evidente il ruolo che gli


interventi di pianificazione e di progettazione urbanistica esercitano nella costituzione della


civitas (slide 4).


A partire dalla seconda metà degli anni ’70, infatti, l’eccessivo protagonismo degli


operatori economici ha determinato la mercificazione dei luoghi e dei paesaggi. Le


politiche urbane, cioè, hanno prestato scarsa attenzione alla definizione del disegno


sociale urbano, puntando essenzialmente sul modernismo (slide 5). In sostanza, gli


interventi di welfare si sono sostanzialmente disinteressati dei processi di frammentazione
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e polarizzazione sociale, tanto che il welfare è diventato una acritica modalità operativa e


non, al contrario, una garanzia di ridefinizione qualitativa delle forme di organizzazione


urbana. Quindi, mentre il marketing dell’edilizia è riuscito a strumentalizzare le nozioni di


vivibilità e di residenzialità, le politiche di welfare hanno dimenticato di rispettare e di


valorizzare il ruolo e le funzioni delle città. Questa dimenticanza ha prodotto isolamento e


disordine. Smarriti modelli e riferimenti per la sistemazione dello spazio urbano, (slide 6)


le politiche pubbliche hanno assunto stili di comportamento e condotte integralmente


mutuate da logiche di mercato che hanno accelerato i processi di devastazione sociale,


anche al fine di valorizzare i patrimoni immobiliari ed aumentare le rendite. E’ questo il


caso di molti centri storici italiani. Interessati da indiscriminati progetti di recupero, sono


divenuti luoghi senza identità, ipocriti e distruttivi della umanità preesistente, ed


identificabili ormai soltanto attraverso l’applicazione di criteri e di formule di loisir.


Cosicché, mentre le azioni speculative hanno disposto la “turisticizzazione” dell’esperienza


metropolitana, molti amministratori pubblici hanno affidato la determinazione del


paesaggio urbano al consumo esperenziale. Di conseguenza, le zone del consumo hanno


cominciato a descrivere la città, offrendo nuovi scenari narrativi, quale riflesso di un




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cambiamento indotto dalla destrutturazione dell’ordine sociale e delle sue strategie


rappresentative.


In definitiva, poichè le politiche pubbliche si sono quasi esclusivamente dedicate alla


determinazione dei rapporti di connessione materiale tra le diverse zone della città, senza


assegnare significati e competenze alle diverse aree urbane (slide 7), il commercio


moderno ed il property management hanno generato nuove geografie urbane, incisive,


tanto sul versante progettuale, quanto, soprattutto, dal punto di vista del carattere


identitario e della postura sociale del cittadino metropolitano (slide 8). Di conseguenza,


quando i comportamenti relativi allo scambio economico sono stati assimilati alle pratiche


sociali, si è assistito alla metamorfosi del cittadino in cittadino-consumatore. Il consumo è


così diventato il riflesso di una trasformazione strutturale della società che nella condizione


post-moderna accusa gli effetti di una trasfigurazione che non investe soltanto il piano


estetico, ma mette in pericolo il futuro delle città (slide 9).


Mentre l’industrialesimo ha cancellato la visione di città come determinazione di rapporti di


vicinanza, di somiglianza e di connessione materiale tra diverse tipologie di zone e di


superfici (slide 11), la dogmatica assunzione da parte degli urbanisti dell’obiettivo della


valorizzazione dei patrimoni e delle rendite immobiliari ha prodotto effetti di devastazione



                                                                                             3
sociale principalmente in conseguenza dell’impiego sostanzialmente economicistico dei


luoghi urbani.


In particolare, allorquando l’espansione di quartieri residenziali in zone obiettivamente


periferiche ha riformato, per non dire alterato, il rapporto tra la città e i suoi abitanti,


soprattutto perché la domanda e l’offerta di consumo delle città, oltre a modificare la


progettazione, la destinazione e l’organizzazione delle aree e degli spazi urbani, ha


stravolto gli indici di densità abitativa (slide 10). E dunque, destrutturato l’ordine e la


composizione sociale dei suoi abitanti, turbato il rapporto di mutualità e di solidarietà, le


città si sono trasformate in un insieme di relazioni di scambio e di servizio che hanno


espropriato le dimensioni della condizione di vita urbana.


La materializzazione della città ha provocato la dispersione, prima, e lo smarrimento, poi,


del logos, perché il territorio urbano non è stato più assunto come ambito in cui la ricerca


delle condizioni di vita deve presupporre e favorire il continuo processo di scambio tra


elementi naturali e culturali. L’attenzione essenzialmente rivolta verso gli effetti di


rigenerazione, e un generico richiamo a vaghi principi da new deal liberista/liberalista,


hanno determinato interventi che raramente hanno prodotto risultati di valorizzazione del


ruolo e delle funzioni delle città rispetto all’agenda politica generale (slide 12). E’ questo il



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caso del centro storico di Bari, dove il diritto al godimento ed all’uso della città è venuto


meno per effetto di una crescente appropriazione privata della stessa, cui sono seguiti


fenomeni più o meno appariscenti di segregazione spaziale e sociale. Le politiche urbane


e gli interventi di welfare si sono sostanzialmente disinteressati dei processi di


frammentazione e di polarizzazione sociale, tant’è che a Bari l’intervento pubblico è stato


considerato come un’acritica modalità operativa, e non, al contrario, come una


indispensabile garanzia di ridefinizione qualitativa delle forme dell’organizzazione cittadina


a seguito di interventi di rigenerazione e di riqualificazione urbana.


Il protagonismo dei soggetti economici ha quindi favorito l’insorgere di una disaffezione


verso la cosa pubblica, accompagnata dall’affermazione di un’egemonia culturale che


attraverso la mercificazione dei luoghi e dei paesaggi ha escluso dai processi decisionali e


persino dall’esercizio della semplice dialettica l’intera società civile.




II)       La disamina delle modalità attraverso le quali sono stati messi in atto gli


interventi di espansione, rigenerazione e riqualificazione urbanistica nel nostro Paese


dimostra come la condizione di vita nelle città risenta oggigiorno della mancanza di senso,



                                                                                            5
inteso, essenzialmente, come oggettiva difficoltà di interlocuzione tra potere, istituzioni


pubbliche e cittadini.


Dalle osservazioni sinora svolte scaturisce un giudizio che porta a ritenere le città non più


inclusive ma, più che altro, escludenti, e, soprattutto, “vuote al centro1”. A mio giudizio è


innanzitutto il centro della città a rappresentare figurativamente la crisi del logos e, quindi,


dello status di cittadinanza.


Quale conseguenza dell’adattamento a modalità di vita disarmoniche perché eterodirette,


la pianificazione territoriale nell’utilizzare in chiave negoziale lo spazio crea forme di


sperequazione (slide 13) che a loro volta sono responsabili della creazione di spazi vuoti


all’interno dei contesti urbani. In tal senso, è possibile affermare che il problema dello


spazio e del suo assetto, nonché del vuoto urbano, è il prodotto di una competizione tra:


    ovvero disarmonico rispetto agli interessi di tutti i cittadini, e che utilizza in maniera


negoziale la pianificazione territoriale. Questo “vuoto” è infatti il prodotto della


competizione tra (slide 14):


       - territori, nel senso che compromette, o quanto meno rallenta, processi di


            differenziazione e di mobilità sociale in favore di operazioni sperequative che, oltre


            ad essere inique, determinano effetti di frammentazione sociale;

1
    Fanizza F., Il vuoto al centro. Città, politica, comunicazione, Cacucci, Bari, 2008.

                                                                                                6
    - gruppi di potere, per cui la mercificazione degli spazi urbani trasforma il mindscape


        (paesaggio mentale) degli abitanti dei luoghi, i quali, di fronte all’assunzione di


        determinate scelte politiche si sentono esautorati, e dunque ridotti alla condizione(


        di moltitudine ininfluente e obbligatoriamente consenziente;


    - inclusione ed esclusione, quali paradigmi attraverso i quali la condizione post-


        urbana si confronta con il tema della legittimazione delle istituzioni pubbliche ad


        esercitare forme di sovranità.


In questo panorama, è soprattutto il centro a risultare particolarmente vuoto, ovvero senza


più specifiche funzioni da assolvere. Proprio il vuoto al centro, infatti, diventa la spia della


perdita di densità morale delle città, nonché il segnale del rifiuto consapevole e convinto


da parte dei cittadini e degli individui in genere di istituire un rapporto di comunicazione e


di partecipazione con le cose della vita pubblica e con le vicende della politica e


dell’amministrazione. Il tema riguarda anche la correlazione tra obiettivi di pianificazione


territoriale e strumenti di controllo urbanistico. In estrema sintesi si tratta dell’applicazione


del concetto di sostenibilità nella sua stretta accezione letterale, ovvero attribuendo alla


sostenibilità significati compatibili con il riempimento strutturale e infrastrutturale dell’intero


territorio urbano, senza condannare alla marginalità le periferie e, soprattutto, senza



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desertificare le zone centrali della città. Se invece, come è ormai consuetudine, la


determinazione del paesaggio urbano è affidata, in un certo senso addirittura delegata, al


consumo esperienziale, se cioè i luoghi del consumo diventano una forma degenerata di


marketing urbano, cosicché è il centro commerciale ad offrire nuovi scenari narrativi, sono


le logiche della negoziazione a determinare le nuove geografie spaziali e ad influenzare,


omologando bisogni ed interessi, i caratteri identitari di coloro che vivono nelle città. In


particolare, se il consumo assegna significati alle trasformazioni degli habitat urbani


prodotti dalla destrutturazione delle strategie rappresentative dell’ordine sociale, è tramite


il consumo che la politica reperisce le immagini e i significati attraverso cui orientare ed


interpretare le condotte sociali, ovvero è il consumo che definisce il contesto e l’estetica


dei luoghi2.


Insomma, una città intesa come struttura di cambiamento e di mobilità sociale deve


opporre all’uso strumentale e narcisistico dei luoghi una visione secondo la quale è


attraverso l’organizzazione dello spazio pubblico, inteso proprio come res publica, che la


politica può intervenire per recuperare il valore e la funzione sociale di identità collettive ed


individuali. Per difendere in chiave culturale una città occorre, infatti, ricercare


sostanzialmente un codice comunicativo capace di elaborare segni di riconoscibilità prima

2
    Giandomenico Amendola, La città postmoderna. Magie e paure della metropoli contemporanea, Laterza, Bari, 1997.

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di tutto per le scelte di matrice economica. Poiché sono soprattutto queste ad incarnare il


potere all’interno dei network sociali, a mio giudizio l’azione politica dovrebbe impegnarsi


al massimo più che nella risoluzione dei problemi, nella introduzione di principi di


selezione e di ricambio delle leadership al fine di consentire la riappropriazione della


dimensione pubblica, sia in quanto spazio, sia in quanto fondamento per aggregare e


significare una comunità (sfera pubblica).




III    La riflessione sulla città come spazio e sfera pubblica investe dunque il rapporto tra


civitas e azione politica, ossia investe il registro narrativo che la politica deve adottare per


recuperare identità e suscitare sentimenti di appartenenza. Si tratta dunque tanto di


impostare una relazione di significato tra ricerca del consenso e strumenti di governo


della cosa pubblica, quanto di intendere la politica come narrazione anche al fine di


elaborare un nuovo paradigma per la condizione di vita urbana. Un paradigma in grado


utilizzare il logos per scongiurare la perdita di riferimenti ideologici e semiotici


indispensabili ad ogni comunità per elaborare e trasmettere meccanismi di apprendimento


in grado di favorire interessi e sentimenti di comunità (slide 15). Infatti, mentre il consumo



                                                                                              9
descrive e racconta i luoghi, sia gli strumenti di controllo urbanistico, sia gli obiettivi di


pianificazione territoriale continuano a limitare il concetto di cittadinanza al principio


giuridico della residenza, provocando conseguenze tanto rispetto alla ibridazione delle


forme organizzative pubbliche, quanto dal punto di vista della mobilità sociale.


E’ quindi attraverso (slide 16) lo studio dei nuovi status legati all’affermazione


dell’egemonia culturale derivata dalla mercificazione degli spazi e dei paesaggi che la


riflessione sociologica deve procedere alla rifondazione dei concetti di luogo e di discorso


pubblico. Pertanto, per associare il problema del cedimento del logos al tema della


ridensificazione sociale dei centri urbani, credo che l’analisi delle forme di relazione tra i


diversi territori urbani debba cercare di tratteggiare una nuova vivibilità sociale, ovvero


elaborare un metodo per consentire nuovamente ai cittadini l’esercizio del diritto alla città


ed allo spazio pubblico (slide 17). Per evitare di continuare a considerare i contesti urbani


alla stregua di beni di consumo, assicurando, viceversa, ai cittadini l’uso e il godimento


della città, nonché la libera interazione con tutti i luoghi politico-amministrativi e d’interesse


socio-economico, occorre che le città tornino a produrre significati, innanzitutto


considerando le ideologie e il potere come opportunità per l’affermazione e la


preservazione delle proprie specificità culturali e per la elaborazione di un paesaggio.



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Se dunque la relazione tra le forme di aggregazione umana e la sistemazione dello spazio


urbano torna ad essere processo storico-sociale, la città torna ad essere agorà ed il


welfare state riesce a scalzare il trading state. Di conseguenza, la ricerca di una comune


riconoscibilità sociale, invece di consentire un uso narcisistico o privatistico dei luoghi,


diventa una maniera per favorire pratiche dialogiche, ossia la rinascita del discorso


pubblico.


Prioritariamente, dunque, le città devono rifocalizzare l’azione amministrativa, nel senso


che la regolazione e gestione del territorio deve essere caratterizzata da una dimensione


interorganizzativa, ossia realmente in grado di collegare una pluralità di soggetti e


strutture. Questo vuol dire che l’esercizio del potere deve accompagnare in modo aperto e


dinamico l’evoluzione dell’urbanesimo (slide 18). Soprattutto, l’individuazione dei migliori


network sociali e dei migliori lay-out urbani deve tendere alla fissazione di regole e criteri


che interdicano la classe politica dal praticare forme dirette o indirette di discriminazione,


sviluppando, invece, empatia tra i luoghi della rappresentanza politica e i cittadini, ossia


tra poteri e comunità. Ciò implica che la città deve tornare ad essere un sistema, ovvero


deve riuscire a sviluppare capacità di attrazione, di concentrazione e di differenziazione


sociale per offrire alla politica la possibilità di difendere l’identità non in chiave territoriale



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ma in chiave culturale, ossia compatibilmente con il bisogno di esplorare ed adottare un


codice comunicativo idoneo ad elaborare segni di riconoscibilità anche, anzi soprattutto,


per le scelte di matrice economica (slides 19 e 20).


In conclusione, poiché per stimolare l’acquisizione di un’identità e di una riconoscibilità


comune, l’ambiente della città, più che univocità definitoria, reclama chiarezza negli


assunti e nelle logiche di governo, è indispensabile pensare ad una nuova forma di


viabilità urbana, cioé strettamente legata ai temi della democrazia delegata e della


partecipazione civile.


Principalmente, dunque, questa nuova viabilità sociale deve investire la capacità di


intendere la città come paesaggio e come racconto, tanto per scongiurare la dispersione


di valori culturali in chiave socio-antropologica, quanto per riparare alle devastazioni della


urbanizzazione modernista. Più che concetto astratto, (slide 21) la nuova vivibilità urbana


deve quindi rappresentare un metodo per la sistematica riassegnazione e/o ridistribuzione


di competenze e di ruoli tra le diverse zone della città, ossia in rapporto ai mutamenti dei


modelli cognitivi e degli stili di condotta sociale propri dell’urbanesimo. In tal senso è


opportuno sia fondata su un lessico utile ad acquisire o a riconquistare il concetto ed il


principio di spazio pubblico, ovvero incentrato su idiomi adeguati a progettare un modello



                                                                                           12
di relazione sociale secondo il quale la città è innanzitutto un habitat di comunicazione e di


partecipazione (slide 22).


Attivando pratiche di partecipazione democratica, la ridensificazione sociale dei centri


urbani deve cercare di colmare il “vuoto” prodotto da una politica iporcolloquista ma


paradossalmente priva di capacità comunicativa: una politica ormai carente di argomenti


nonché di adeguati apparati teorici ed ideologici, quale conseguenza della volontà di


disgiungere il concetto di urbanesimo da quello di civiltà.


La città ha quindi bisogno di narrazione, che, sotto il profilo territoriale e paesaggistico


significa per la città necessità di una ridefinizione della strumentazione urbanistica per


giungere ad una ricomposizione qualitativa del proprio sistema di welfare. La città ha


bisogno di racconto per riempire il vuoto, ossia al fine di garantire a chiunque un uso della


città non disgiunto dall’effettivo diritto al godimento della città nel suo complesso.


In sostanza, la narrazione deve svelare la chiave tematica per consentire ad ogni città di


appropriarsi dei temi e dei contenuti utili a sviluppare forme di empatia 3 tra cittadini e


polis. La narrazione deve quindi definire un progetto per la vita urbana nel senso che la


politica e la gestione amministrativa devono operare una revisione del registro, dei codici e


dei canali attraverso i quali la comunicazione pubblica percepisce e rende percepibile il

3
    Cfr. tra gli altri il recente volume di Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia, Mondadori, Milano, 2010

                                                                                                              13
potere. Infatti, se la costruzione di un assetto democratico deve tendere al ripristino del


pluralismo politico, quale condizione per la ridefinizione delle condizioni di vita nei contesti


urbani, la comunicazione, senza manipolazioni, deve contribuire a modellare il


comportamento sociale nel rispetto del meccanismo di interazione società civile/società


politica, ovvero in modo tale che anche gli interessi delle comunità rientrino nel processo


di discussione e di assunzione collettiva di determinazioni e di responsabilità.




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