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									Argomento Energia

LA POLITICA ENERGETICA IN ITALIA (RAPPORTO ITALIA 2004)

Gaetano Borrelli

Introduzione

La politica energetica in Italia è attualmente segnata dalla liberalizzazione del mercato e dal
riposizionamento delle decisioni dal livello centrale a quello periferico. Il peso dello Stato nelle
principali aziende del settore, Enel per l’elettricità ed Eni per il petrolio e il gas, è andato via via
diminuendo nel senso di un maggiore orientamento di questi settori verso l’economia di mercato.

Avvenimenti come la ratifica del Protocollo di Kyoto che, va ricordato, impone una riduzione dei
gas a effetto serra per l’Italia del 6,5% rispetto ai valori del 1990 ed entro il 2010, sono stati
indicativi nella scelta italiana verso una politica energetica che riduca l’uso dei combustibili fossili a
favore delle fonti rinnovabili.

La politica energetica italiana quindi, come quella di altri paesi dell’Europa, cerca di conciliare tre
elementi ritenuti fondamentali:
o la sicurezza degli approvvigionamenti energetici;
o la liberalizzazione del mercato;
o la mitigazione dei cambiamenti climatici.

La necessità di conciliare queste tre esigenze, come notato dall’IEA (International Energy Agency),
si scontra molto spesso con il sistema italiano, infatti: «Investimenti tempestivi nei settori della
produzione, trasporto e distribuzione di energia sono essenziali per garantire la sicurezza dei
rifornimenti energetici e una concorrenza più attiva. In Italia l’elevato livello di resistenza locale
alle nuove infrastrutture diventa sempre più preoccupante nel contesto del trasferimento delle
competenze alle autorità locali. L’incertezza concernente la responsabilità nell’approvazione dei
nuovi progetti in campo energetico e la complessità delle procedure di autorizzazione sono le
conseguenze dei cambiamenti giuridici introdotti per attuare il decentramento delle competenze»
(International Energy Agency, Energy policies of IEA Countries - Italy, 2003 Review).

Uno sguardo alla situazione internazionale

A causa della bassa crescita dell’economia mondiale, che nel 2001 si è attestata al 2,2% (valore al
di sotto della media degli ultimi venti anni), si è registrata una bassa crescita anche dei consumi
mondiali di energia primaria.

Il fenomeno è dipeso soprattutto dalla domanda USA dove i consumi si sono nettamente contratti.
Come dimostra uno studio dell’ENEA, la domanda energetica ha registrato un aumento sostanziale,
se la si considera al netto della domanda USA (ENEA, 2002).
Grafico 1 - Domanda di energia nel mondo




Fonte: Elaborazione Eurispes su dati ENEA.

Per quanto riguarda le diverse fonti energetiche, considerando che il rallentamento della crescita
della domanda le riguarda tutte, la situazione appare alquanto differenziata. Il petrolio mostra una
certa tendenza alla stabilità, mentre il gas naturale e il carbone crescono. La crescita di energia
elettrica, prodotta tramite il nucleare, registra un aumento superiore alla media mentre si è
ampiamente ridotta la quota prodotta con l’idroelettrico. Il grafico seguente mostra il rapporto tra il
PIL (Prodotto Interno Lordo) e la domanda mondiale di carbone, petrolio e gas.

Grafico 2 - PIL e domanda mondiale di carbone, petrolio e gas nel mondo (1990=100)




Fonte: Elaborazione Eurispes su dati ENEA.

In ogni caso, il petrolio oggi continua a soddisfare il 38% del fabbisogno energetico mondiale,
mentre il carbone, grazie all’utilizzo che di esso fanno alcuni paesi asiatici come la Cina, resta la
seconda fonte energetica seguita dal gas.

In questa situazione molti paesi europei, tra cui l’Italia, continuano ad avere il problema della
continuità certa dei rifornimenti in quanto più del 65% del petrolio e il 36% del gas naturale si
trovano in Medio Oriente, in un area del mondo soggetta a forti tensioni politiche ed economiche.
A questo si aggiunga la necessità di una politica che tenga conto di nuove esigenze ambientali che
non possono essere soddisfatte con l’uso delle tre fonti citate in quanto tutte forti produttrici di gas a
effetto serra.

Sebbene il summit di Genova del luglio 2001 (G8, ovvero i sette paesi più industrializzati più la
Federazione Russa) abbia riconosciuto i positivi effetti sull’ambiente delle fonti rinnovabili, la
ricerca e lo sviluppo di tali fonti non sembrano ad oggi in grado di garantire una certa continuità
nell’approvvigionamento energetico a costi competitivi.

La situazione italiana

È necessario, con riferimento al nostro Paese, un breve cenno alla situazione ed alla evoluzione
economica rispetto ai due poli energetici principali: il mercato dell’elettricità e quello del gas.

In un recente Rapporto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, la situazione del mercato
dell’elettricità e del gas viene sinteticamente così riassunta: «Nel mercato dell’elettricità e del gas,
la liberalizzazione dipende dalla progressiva eliminazione delle differenze di prezzo tra differenti
categorie di clienti che non è giustificata dalla differenza dei costi. La qualità del servizio è
garantita e soggetta a continue verifiche. Grazie a un ampio set di regole che coprono molti aspetti
di questo servizio e alla introduzione di standard nazionali uniformi. Nello specifico l’applicazione
di un sistema di penalità ed incentivi a partire dal gennaio 2001 ha prodotto significativi
miglioramenti nella regolarità del servizio» (Ministero dell’Economia e delle Finanze, 2002).

È evidente che tali considerazioni sono antecedenti al recente black out energetico che ha colpito
l’Italia e tengono in scarsa considerazione le differenze regionali tuttora presenti nel Paese: infatti,
nel 2002 solo 6 regioni hanno, di fatto, adottato i Piani Energetico-Ambientali previsti dalla
Conferenza dei Presidenti delle Regioni e delle Province Autonome. Lo scopo di tali Piani era
quello di adottare misure e politiche finalizzate alla implementazione del Protocollo di Kyoto
nell’ambito del passaggio del compito di politica energetica alle Regioni, alle Province ed ai
Comuni. Delle rimanenti regioni, 10 hanno elaborato il Piano ma non lo hanno adottato; nelle altre
4, esso è in fase di elaborazione, come mostrato dal grafico seguente.
Grafico 3 - Situazione dei Piani Energetico-Ambientali Regionali al 2002




Fonte: Elaborazione Eurispes su dati ENEA.

D’altra parte, per quanto riguarda la domanda di energia in Italia durante gli anni 2000 e 2001,
sempre in conseguenza dell’andamento economico mondiale, si è verificata una situazione di
stagnazione. L’industria e il terziario sono i settori che hanno fatto registrare una crescita più
marcata (1,2% e 2,5%), mentre il settore primario ha avuto un calo dell’1%. Per quanto riguarda le
fonti si è ridotto dello 0,4% il consumo di prodotti petroliferi mentre il gas naturale ha fatto
registrare un aumento dello 0,5%, quasi interamente nel settore civile.

Complessivamente, comunque, nel 2001 la richiesta di energia elettrica è aumentata del 2,3%
rispetto all’anno precedente (ENEA, 2002).
Grafico 4 - Consumi finali di energia per fonte in Italia


                             Comb. Solidi        Biomasse
                                4%                 0,2%
                                                            Energia elet t rica
                                                                  18%




           Pet rolio
             49%




                                                              Gas
                                                              29%




 Fonte: Elaborazione Enea su dati MAP.

Per quanto riguarda l’offerta, l’Italia, fra i paesi a più alta dipendenza esterna in campo energetico,
ha ridotto ancora di più la produzione interna di petrolio, gas e combustibili solidi: basti pensare che
il nostro Paese importa il 99% del proprio fabbisogno di carbone.

Segnali positivi vengono dalle fonti energetiche rinnovabili: in questo settore il contributo al
bilancio energetico nazionale è cresciuto del 25% tra il 1995 e il 2001.

Grafico 5 - Energia da fonti rinnovabili in Italia




Fonte: Elaborazione Eurispes su dati ENEA.
Grafico 6 - Produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili non tradizionali in Italia




Fonte: Elaborazione ENEA su dati Enel, GRTN.

Nonostante ciò, la dipendenza dell’Italia dall’estero resta altissima: per quanto riguarda il petrolio,
la cui dipendenza mondiale è del 38%, in Italia si è arrivati al di sotto del 50%. Questo dato non
significa che abbiamo ridotto la dipendenza nel complesso; infatti, la nostra dipendenza dal gas
naturale per la generazione di energia elettrica è salita dal 21% agli inizi degli anni Novanta al 45%
di oggi. Complessivamente si può affermare che le politiche energetiche, volte a ridurre la
dipendenza dall’esterno, non abbiano avuto grande successo, tant’è che la dipendenza è
complessivamente aumentata, anche per i ritardi nell’estrazione di petrolio dai giacimenti della
Basilicata che avrebbero dovuto contribuire a ridurre l’import.

Come rileva il Rapporto dell’IEA, infatti, in Italia, malgrado un notevole potenziale, la quota al
2000 dell’energia primaria rappresenta solo il 5,4%, ben al di sotto di altri paesi industriali.

Se confrontiamo i totali di energia primaria prodotta in Italia con quelli degli altri paesi dell’IEA
appare evidente la forte dipendenza dai combustibili fossili, petrolio, carbone, gas, del nostro Paese
rispetto ad altri, pur tenendo conto dell’assenza di energia nucleare in Italia.
Grafico 7 - Energia totale primaria nei paesi dell’IEA, 2001




Fonte: Energy Balance of OECD Countries, IEA/OECD Paris, 2003.

Alla fine del 2001, la Commissione Parlamentare per le Attività Produttive ha dettato alcune linee
guide per il Governo al fine di migliorare il sistema energetico italiano e rafforzare la competitività
dell’industria nazionale. Le linee guida della Commissione prevedevano di agire su diversi fronti:
    o diversificare le fonti di energia al fine di ridurre la dipendenza dell’Italia dal Medio Oriente.
        Inoltre si prevedeva, anche tramite una semplificazione amministrativa, l’aumento di fonti
        domestiche, gas e petrolio. La Commissione auspicava anche l’uso del carbone pulito
        tramite lo sviluppo di tecnologie idonee alla trasformazione in gas del carbone e, in
        associazione, una maggiore produzione da fonti rinnovabili. L’ultimo punto riguardava
        invece un eventuale ripensamento per il futuro dell’energia nucleare;
    o migliorare l’efficienza degli usi finali di energia anche tramite l’uso delle fonti rinnovabili
        per minimizzare l’effetto dei gas serra;
    o migliorare i rapporti internazionali nel settore con la creazione di alleanze strategiche.

Partendo da queste considerazioni, il Governo alla fine del 2002 ha presentato al Parlamento la
legge “Riforma e riordino del settore energetico”, meglio nota come “legge Marzano” dal nome
dell’attuale Ministro.

La legge Marzano prevede di agire su diversi livelli. L’accelerazione della liberalizzazione del
mercato viene ritenuta come una conditio sine qua non per favorire la diversificazione delle fonti di
energia e l’abbassamento dei costi di cui beneficerebbe l’industria italiana. Si propone inoltre di
chiarire, anche in vista di una riforma in senso federalista dello Stato, le responsabilità delle
Autorità Regionali e dello Stato nel settore e di riuscire a stabilire tempi sicuri (massimo 180 giorni)
per la concessione delle autorizzazioni da parte delle Regioni in caso di richieste relative alle
infrastrutture energetiche. Trascorsi i 180 giorni, il Governo potrebbe sostituire le Regioni.

Alcuni punti della impostazione della legge Marzano sono stati contestati. Da più parti si ritiene che
la liberalizzazione del mercato non induca automaticamente ad una diversificazione delle fonti di
energia né all’abbassamento dei costi, che in altri settori liberalizzati, come la vendita dei carburanti
ad esempio, non si sono verificati. D’altra parte, la diversificazione delle fonti di energia, come pure
l’introduzione di nuovi combustibili come l’idrogeno, dovrebbero veicolare, attraverso la ricerca
tecnologica e la innovazione, settori che, ad oggi, soffrono di carenze strutturali e di finanziamenti
certi. Lo stesso problema si pone nel caso delle autorizzazioni che, in vista di un futuro federalismo,
spettano alle Regioni: queste, infatti, non sembrano preparate a fornire autorizzazioni per
infrastrutture energetiche in 180 giorni, vista la complessità del tema, la carenza di organismi
tecnici regionali e la scarsa disponibilità finanziaria. Se questa norma fosse davvero applicata, si
assisterebbe al paradosso di una legge che nelle intenzioni promuove il federalismo e lo
spostamento delle decisioni dal livello centrale a quello periferico e dall’altra, per carenze
strutturali, finisce per accentrare ancora di più le decisioni.

La divisione dei ruoli tra pubblico e privato, con riferimento sempre alla legge Marzano, sembra
registrare maggiori consensi, poiché comunque lo Stato intende mantenere un controllo di pubblico
interesse sulla distribuzione e trasporto di gas ed elettricità tramite la gestione delle linee ad alta
tensione e delle reti ad alta pressione di distribuzione del gas, liberalizzando completamente gli altri
settori come la produzione, l’import/export di idrocarburi ed elettricità e la distribuzione.

Meno chiaro appare il punto in cui il Governo mantiene l’autorità di concessione per la ricerca e la
produzione degli idrocarburi e il loro stoccaggio. In questo caso, il Governo entrerebbe in conflitto
diretto con le competenze territoriali di Regioni e Comuni che perderebbero una parte dei loro
poteri, specie riguardo alle valutazioni di impatto ambientale di queste attività e in considerazione
del fatto che la maggior parte delle Regioni italiane si è dotata di propri strumenti legislativi in
questo delicato settore.

Il Protocollo di Kyoto

Il Protocollo di Kyoto, indicando significativi indirizzi nelle politiche energetiche dell’Italia, è
considerato da più parti come il banco di prova del Governo per realizzare un circolo virtuoso tra
energia e ambiente. Solo brevemente in questa sede va ricordato che il Protocollo di Kyoto risale al
1997, che è stato ratificato dall’Italia dal 2000, ma che non è ancora operativo in virtù di una
clausola che ne prevede l’applicazione solo dopo che almeno più del 50% dei paesi che emettono
gas ad effetto serra lo abbiano a loro volta ratificato. Ad oggi, e mentre a Milano si svolge la
Conferenza delle Parti della Convenzione sui Cambiamenti Climatici, COP 9, questa quota non è
stata raggiunta in quanto gli Stati Uniti non hanno mostrato intenzione di ratificarlo e la
Federazione Russa presenta un atteggiamento contraddittorio in merito, probabilmente per non
compromettere gli sforzi di modernizzazione industriale del paese che vive una profonda crisi
politica ed economica.

In ogni caso, nell’Unione Europea il settore della trasformazione dell’energia è stato responsabile di
circa il 37% delle emissioni di CO2 per l’anno 1990, anno di riferimento per il Protocollo di Kyoto,
e di circa il 35% nel 2000. Nello stesso periodo il settore manifatturiero è passato dal 21% al 19% di
emissioni di CO2, il settore terziario appare stabile al 20% mentre il settore dei trasporti è passato
dal 22% al 26%. In questo quadro l’Italia è responsabile del 14% delle emissioni derivate dal
sistema energetico (ENEA, 2002).

Grafico 8 - Emissioni di CO2 (Gg) nei paesi dell’Unione Europea
Fonte: Elaborazione Eurispes su dati ENEA.

Dal grafico si evince che le emissioni di CO2 sono diminuite in effetti solo in Germania –
nonostante l’uscita dal nucleare – e in Gran Bretagna, mentre sono aumentate in tutti gli altri paesi.

Resta il fatto che il Protocollo di Kyoto prevedeva per l’Italia una diminuzione nel 2010 del 6,5% di
emissioni di CO2, mentre a oggi nel nostro Paese si registra un aumento del 10% circa di tali
emissioni. Questo vuol dire che se l’Italia intende rispettare gli accordi presi dovrebbe diminuire le
emissioni del 16% circa al 2010, obiettivo che sembra francamente irraggiungibile. D’altra parte,
come è noto, viene riaffermato che importanti riduzioni sono possibili nel settore dei trasporti e
tramite l’adozione di meccanismi come la riforestazione e l’innovazione dei processi produttivi. Ciò
non di meno si ritiene che, in virtù della estrema dipendenza del sistema energetico italiano, una
riduzione significativa dell’uso di combustibili fossili per la produzione di energia sia essenziale se
si vogliono raggiungere gli obiettivi fissati da Kyoto.

Conclusioni

Nel report che l’International Energy Agency (2003) dedica all’Italia sono contenute numerose
raccomandazioni riguardanti tutti i settori che contribuiscono allo sviluppo di una apprezzabile
politica energetica: le azioni politiche generali che riguardano il sistema politico-istituzionale; il
rapporto energia-ambiente che riguarda anche la credibilità italiana di partecipazione alle
convenzioni internazionali; l’efficienza energetica sia dal punto di vista dei rapporti Stato-
Amministrazioni periferiche sia dal punto di vista della promozione della innovazione tecnologica e
delle azioni di promozione dei requisiti di efficienza tramite l’etichettatura del consumo energetico;
le energie rinnovabili; le strategie relative al petrolio, al gas naturale, all’elettricità; il tema della
ricerca e dello sviluppo della innovazione tecnologica che pone il nostro Paese nelle ultime
posizioni dell’Unione Europea in questo come in altri ambiti della ricerca.
Le raccomandazioni dell’IEA, relative alle fonti rinnovabili, meglio riassumono la possibilità di un
forte impegno dell’Italia nel campo delle politiche energetiche. Di seguito tali indicazioni sono
riportate integralmente:
    o aumentare la quota di fonti rinnovabili nella produzione nazionale per migliorare la
        sicurezza energetica e ridurre le emissioni di CO2;
    o incrementare l’obbligo dell’uso di fonti rinnovabili di energia al di sopra del livello attuale;
    o facilitare l’accesso al mercato di capitali per i progetti relativi a fonti rinnovabili di energia e
        per i certificati verdi che potrebbero aumentare la redditività;
    o semplificare le procedure di autorizzazione per la costruzione di nuovi impianti di energia
        rinnovabili;
    o assicurare un efficace ed equilibrato contributo di tutte le Autorità regionali al
        raggiungimento degli obiettivi nazionali alle energie rinnovabili, in particolare per
        l’informazione al pubblico sull’uso possibile di tali fonti e l’accesso a programmi di
        incentivazione;
    o assicurarsi che l’ENEA fornisca sufficienti informazioni e competenze alle Autorità
        regionali ed al pubblico sulle possibilità di finanziamento e di meccanismi di sostegno.
POST KYOTO E L'ERA DEL NUCLEARE VERDE1
Autore: Alessandro Caramis

Introduzione

    Dopo anni di “silenzio”, l’energia nucleare è entrata nel dibattito sulle scelte energetiche da
compiere nel nostro paese. Attorno alla decisione di ritornare all’atomo si è formato nel corso degli
ultimi anni un gruppo di pressione che ha visto convergere politici e industriali, scienziati di fama
mondiale, autorevoli opinionisti della carta stampata, fondatori di importanti associazioni
ambientaliste e giornalisti. Una buona parte è concorde sulla necessità di rilanciare l’energia
nucleare nel nostro paese. Queste posizioni hanno trovato il “giorno della svolta” quando il ministro
dello sviluppo economico Claudio Scajola, all’assemblea di Confindustria del 22 maggio del 2008,
ha annunciato pubblicamente la scelta del governo di puntare al ritorno di questa tecnologia,
affermando: “Entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro paese
di un gruppo di centrali di nuova generazione”; aggiungendo subito dopo: “Solo gli impianti
nucleari consentono di produrre energia in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto
dell’ambiente”. Questa posizione ha avuto una eco molto forte nei principali media e quotidiani
nazionali fino a parlare di “fine di un tabù”2. Il dibattito sul nucleare nei quotidiani nazionali non è
nuovo. La Repubblica un anno fa titolò un dibattito ospitato nelle proprie pagine tra il prof.
Veronesi ed il Nobel della fisica Rubbia: “Veronesi: solo il nucleare ci salverà”3.

    1. Le condizioni del ritorno

    Le condizioni che hanno proposto il ritorno del nucleare tra le scelte energetiche da attuare nel
nostro paese sono principalmente riconducibili a tre:
         una progressiva e forte impennata del prezzo del petrolio (fino al 147$ al barile nel
           Luglio di quest’anno) a fronte di uno scenario di forte dipendenza e
           approvvigionamento energetico (nel 2007, l’85,6% del nostro fabbisogno energetico4),
           motivazione questa peraltro superata dagli ultimi eventi;
         la necessità di porre azioni urgenti atte a mitigare il cambiamento climatico causato
           dalle emissioni di CO2 immesse nell’atmosfera da parte dell’uomo;
         la fine della contrarietà di principio all’energia nucleare riscontrata negli ultimi
           sondaggi e nelle rilevazioni sull’opinione pubblica accompagnata da una favorevole
           adesione al ritorno al nucleare anche da parte delle nuove generazioni5.

    Il mix di queste tre condizioni ha pian piano facilitato e reso più agevole la promozione
dell’energia nucleare da parte di chi, fino ad un decennio addietro, si è scontrato con un forte
ostracismo ed una forte diffidenza dell’opinione pubblica verso tale tecnologia.
    Il tema è entrato anche nel corso delle ultime due campagne elettorali per il rinnovo del
parlamento ma è stato con il nuovo governo che le posizioni politiche favorevoli al ritorno nucleare
nel nostro paese hanno trovato un interlocutore sensibile. Dal momento dell’annuncio del ministro
ad oggi si sono ulteriormente specificate le strategie per il rilancio di questa politica in un quadro di
azioni e di tappe che prevedono l’obiettivo di ricavare tra il 2020-2030, il 25% del fabbisogno della
domanda di energia elettrica da fonte nucleare abbinato ad un 25% da fonti rinnovabili. Il recente
accordo di cooperazione sull’energia nucleare firmato il 24/2/2009 tra Italia e Francia ha posto le

1
  La presente relazione è stata pubblicata nel 21° Rapporto Italia di Eurispes.
2
  D. di Vico, La fine dei tabù, “Il Corriere delle Sera”, 23/05/2008.
3
  D.Cresto, Dina, Veronesi: solo il nucleare ci salverà, la Repubblica, 30/05/2007.
4
  ENEA, Rapporto Energia e Ambiente 2007. Analisi e Scenari, 2008, p. 27.
5
  Su questo aspetto si segnala: EURISPES, Sondaggio: l’opinione degli studenti universitari sui cambiamenti climatici,
in “Rapporto Italia 2008”, EuriLink editori, Roma.
basi per la costruzione di quattro reattori di terza generazione nel territorio italiano. La prima
centrale, secondo il governo sarà operativa entro il 2020. Tra le motivazioni adottate ritorna
l’argomentazione secondo cui il mix energetico può servire a due fini: “il primo è quello del rispetto
dell’ambiente e si può rispettare l’ambiente meglio con l’energia nucleare e con le rinnovabili; il
secondo è competitivo ed economico, il nucleare costa poco, costa meno, ed è più sicuro e si può
fare tanto più rinnovabile, che invece costa molto, tanto più nucleare si fa”6.
     Per quanto riguarda le questioni economiche e di competitività legate a tale scelta energetica
non saranno fatte in questa sede ulteriori considerazioni. La parte centrale di questo paper verterà
invece sull’elemento di novità di questo revival
     Tra le argomentazioni utilizzate dai “nuclearisti” rientra una strategia di promozione dell’atomo
come una tra le risposte più efficaci per contrastare i cambiamenti climatici e proteggere l’ambiente.
Questa strategia verde ha trovato immediatamente fortuna al momento in cui autorevoli esponenti
ambientalisti hanno riformulato le loro opinioni: da contrarie a favorevoli all’uso dell’energia
nucleare. Ad esempio Patrick Moore (uno tra i fondatori di Greepeace) scrive: “All’inizio degli anni
’70, quando ho contribuito a fondare Greenpeace, credevo che l’energia nucleare fosse sinonimo di
olocausto nucleare. E così la pensano i miei compagni. Ora, a distanza di trent’anni il mio punto di
vista è cambiato e ritengo che tutti i militanti del movimento ambientalista dovrebbero aggiornare
il loro. Perché il nucleare potrebbe essere la sola fonte energetica in grado di salvare il nostro
pianeta dal disastro: cioè un catastrofico cambiamento del clima.”7
     Nel nostro paese un cambiamento di opinione simile è quello di Chicco Testa (tra i fondatori di
Legambiente). Nel suo recente libro “Tornare al Nucleare”, egli afferma nelle pagine conclusive:
“La CO2 solleva una domanda fondamentale per gli ambientalisti “radicali”. Dal momento che i
reattori nucleari emettono zero CO2, come può una persona essere contro l’energia nucleare, se
questa persona è preoccupata per le emissioni di CO2?”8. Lo stesso Testa cita nel suo testo il
teorico del pensiero dell’ecologia sociale Lovelok quando afferma : “una via di uscita al
riscaldamento globale esiste ed è l’energia nucleare”9. Il messaggio che si vuole far passare per
favorire l’accettabilità sociale di questa nuova policy sembra essere: “l’atomo è amico
dell’ambiente”.
     In questa sede non ci interessa comunque il cambiamento di opinione di più o meno autorevoli
personaggi, bensì l’efficacia del messaggio nucleare = lotta al cambiamento climatico, all’interno
di una policy di governo che punta al ritorno al nucleare come uno dei pilastri di politica energetica
ed ambientale.

     Le argomentazioni utilizzate per giustificare questa nuova scelta energetica e favorirne la sua
desiderabilità sociale sono essenzialmente fondate su quattro tesi ricorrenti e tra loro
interdipendenti. Il filo conduttore di questi messaggi è la novità di tingere di "verde" la scelta del
ritorno al nucleare attraverso le seguenti asserzioni:
    1. Importiamo energia nucleare dalla Francia perché non ce la facciamo a coprire la nostra
        domanda elettrica, tanto vale produrla in proprio;
    2. abbiamo bisogno del nucleare per ridurre la dipendenza energetica dal petrolio;
    3. il nucleare non emette emissioni di CO2, quindi è una tecnologia pulita e neutra per quanto
        riguarda le emissioni responsabili del riscaldamento globale;
    4. il nucleare, insieme alle energie rinnovabili ed al risparmio energetico, è il terzo “pilastro”
        delle politiche volte a combattere i cambiamenti climatici.



6
  A. Urso, Ritorno al nucleare. Conviene? Risolve? “Atti del Convegno promosso da Parlamentari Radicali e Amici
della Terra”, TECH.REV.Roma, 11/07/2008, p.151.
7
  G.Radice, E il fondatore di Greenpeace: fu un errore dire no al nucleare, “Il Corriere della Sera”, 19/04/06.
8
  C. Testa, Tornare al nucleare?, Einaudi, Torino,2008, p. 97 .
9
  Ibidem, p.98.
    A fronte di queste tesi le domande da porsi sono: come si inserisce l’obiettivo di realizzare un
parco centrali nucleari in Italia nella cornice della strategia e degli impegni europei ed internazionali
assunti su energia e clima? Come rendere compatibili gli impegni assunti dal Protocollo di Kyoto e
quelli successivi riassumibili nella strategia del 20-20-20 (20% di energia rinnovabile, riduzione del
20% di emissioni nel 2020) con la costruzione di nuove centrali nucleari? Infine, il nucleare
rappresenta realmente una reale ed efficace risposta per contrastare i cambiamenti climatici?

2. Tra Kyoto e dopo-Kyoto: uno sguardo alle strategie europee volte a combattere il
cambiamento climatico.

        Gli impegni presi del nostro paese sul Protocollo di Kyoto prevedono una riduzione delle
emissioni dei gas serra del 6.5% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2012. Attualmente lo stato di
attuazione è molto scoraggiante. Rispetto al 1990 l’Italia ha aumentato le emissioni del 13%. Con
questi dati la percentuale di emissioni da ridurre entro il 2012 è quindi del 19.5%. Gli aumenti più
consistenti si sono registrati nel settore dei trasporti (+27.5%) e nella produzione di energia
termoelettrica (+17.5)10. Le motivazioni di tale ritardo sono ben spiegate nelle conclusioni del
Rapporto Italia 200411. Da queste si evince come le difficoltà a ridurre le emissioni nel nostro paese
sono principalmente dovute alla priorità data dai policy makers alle politiche volte ad assicurare
l’approvvigionamento delle fonti di energia rispetto a quelle volte alla riduzione dei gas serra.
Mentre per quanto riguarda il settore elettrico si spera che l’entrata in funzione dei nuovi impianti
(più efficienti e non inquinanti) possa portare benefici concreti alla riduzione dei tradizionali gas
inquinanti, il settore dei trasporti è quello che presenta le maggiori criticità. Le nuove tecnologie
ritardano ad essere introdotte, quelle attuali portano benefici parziali e soprattutto l’aumento del
parco circolante e delle circolazioni medie porta un aumento continuo di emissioni. Inoltre, il
settore dei trasporti è quello che rappresenta il punto più critico proprio per quanto riguarda la
dipendenza del nostro paese dal petrolio. Infatti, “la domanda di prodotti petroliferi resta tuttavia
prevalente rispetto alle altre fonti, coprendo il 43% del totale dei consumi primari, sostenuta quasi
esclusivamente dal fabbisogno energetico del settore dei trasporti”12.
        Allo stato attuale quanto costa la mancata applicazione degli impegni associata al l’uso di
combustibili fossili sempre più cari? Il mancato raggiungimento dell’obiettivo di riduzione di gas
serra fissato nell’ambito del Protocollo comporta per l’Italia un debito giornaliero di 4 milioni di
euro, che stante la situazione attuale, porterà entro la fine di quest’anno ad un esborso di 1,5
miliardi di euro13. Nonostante questo debito pubblico che si sta progressivamente accumulando,
dalle dichiarazioni governative le priorità del governo rispetto al passato non sembrano essere
mutate, e le preoccupazioni inerenti l’approvvigionamento delle fonti di energia sembra continuare.

        Per quanto riguarda l’Unione Europea attualmente la ripartizione delle quote tra gli Stati
membri è oggetto di negoziato sui costi che dovrà sostenere ogni singolo paese dell’Unione.
        Il pacchetto sull’energia è di notevole importanza perché oltre a stabilire i futuri obiettivi
relativi alla riduzione delle emissioni rende esplicite le tecnologie funzionali per raggiungerli e nel
pacchetto non se ne fa assolutamente cenno del nucleare. L’unico passaggio è contenuto nel piano
allegato alle conclusioni del Consiglio Europeo. In questo passaggio vediamo come il nucleare è
escluso dalla politica comune su energia e clima e rimesso alla singola volontà degli Stati. Chi
sceglierà di costruire nuovi centrali correrà il rischio di non usufruire della legislazione europea a
supporto delle tecnologie energetiche riconosciute per la riduzione delle emissioni. Un punto
importante su cui va focalizzata l’attenzione, anche ai fini dell’oggetto di questo articolo, è che gli

10
   ENEA, Rapporto Energia e Ambiente 2007. Analisi e Scenari, 2008, p.34.
11
   EURISPES, Il Protocollo di Kyoto: un’opportunità per la competitività delle imprese, in “Rapporto Italia 2004”,
EuriLink editori, Roma.
12
   ENEA, Rapporto Energia e Ambiente 2007. Analisi e Scenari, 2008, p.25.
13
   Ibidem, p.30.
Stati non potranno dare incentivi per la costruzione di centrali nucleari con la motivazione della
riduzione delle emissioni. Le nuove linee guida sugli aiuti di Stato, varate insieme al pacchetto, non
contemplano il nucleare tra le tecnologie che sarà possibile incentivare con risorse pubbliche14.
L’energia nucleare non rientrerà quindi tra le tecnologie incentivate per il conseguimento dei futuri
obiettivi.
        Per quanto riguarda la necessità di importare energia nucleare dalla Francia in quanto non si
riesce a coprire la nostra domanda elettrica è noto che la produzione nazionale copre l’85,1% del
fabbisogno energetico nazionale, mentre le importazioni contribuiscono per il 14,9 %”15. A fronte di
questi dati sorge una domanda: l’Italia è veramente in condizione di non soddisfare la domanda
elettrica interna e di conseguenza acquistare energia elettrica di origine nucleare che ci proviene
dalla Francia? Se passiamo dalla produzione/consumo interno alla potenza elettrica installata
vediamo come i dati si capovolgono.
             In Italia la potenza installata dal parco centrali nel 2006 era di 89.800 Mw a fronte di
                una domanda di picco di 55.600 Mw. La differenza è un margine di sovrapotenza di
                oltre 34.000 Mw. Da questi dati sulla potenza installata vediamo come il problema
                non consiste più nella carenza di centrali energetiche bensì nel fatto che abbiamo un
                utilizzo degli impianti inferiore al 50%16. Le stesse considerazioni le possiamo
                riscontrare dal Piano Strategico triennale dell’Autorità elettrica. Testualmente in esso
                si riporta come per quanto riguarda la potenza energetica: “l’offerta è
                significativamente superiore alla domanda, grazie ai numerosi impianti entrati in
                esercizio negli ultimi anni, tendenza che peraltro non è destinata a fermarsi: è infatti
                prevista nei prossimi anni l’entrata in funzione di nuova generazione per 7000 MW
                circa entro il 2009 (elaborazioni su stime degli operatori raccolte da Terna),
                garantendo quindi una costante e soddisfacente copertura delle punte e rendendo
                teoricamente possibile anche l’esportazione di energia in maniera non episodica,
                compatibilmente con la necessità di garantire la sicurezza del Paese in termini di
                approvvigionamento di gas”17
Da queste ultime considerazioni si riscontra che non si avrebbe più bisogno di importare energia
nucleare dalla Francia. In un certo senso potrebbe valere anche il contrario e verrebbe quindi a
cadere la tesi che giustifica la costruzione di centrali nucleari.

        Per quanto riguarda la tesi che abbiamo bisogno del nucleare per ridurre la dipendenza
energetica dal petrolio è bene ricordare che in Italia, come detto precedentemente, la domanda dei
prodotti petroliferi resta tutt’oggi prevalente (il 43% dei consumi primari) ed è sostenuta quasi
esclusivamente dal settore dei trasporti. Lo slogan sul legame tra: “più ricorso all’energia nucleare
= meno dipendenza dal petrolio” è uno dei “cavalli di battaglia” dei sostenitori del ritorno al
nucleare in Italia. Questa equazione ha trovato nell’ultimo anno un forte sostegno dall’innalzamento
del prezzo del petrolio che ha raggiunto quest’estate la soglia di 147$ al barile. Alla fine dell’anno,
per via della crisi e della recessione globale il costo del barile è sceso fino a meno di 40$ al barile.
        A fronte di questo, quale impatto avrebbe sulla dipendenza dal petrolio la strategia
governativa di coprire con il nucleare il 25% del fabbisogno elettrico, entro il 2020-2030?
Prendendo in considerazione che sul fabbisogno energetico complessivo la produzione elettrica
rappresenta il 18%, il margine di risparmio reale sul consumo totale nazionale sarebbe del 4,5%.

14
   Cfr., A. Malocchi, Vincoli Europei e Internazionali. Il rilancio della politica dell’Unione Europea per il periodo
Post-Kyoto, in “Ritorno al nucleare. Conviene? Ricolve?”, Atti del Convegno promossa da Parlamentari Radicali e
Amici della Terra, TECH. REV, Roma, 11/07/2008, pp. 66-70.
15
   Ambrosetti, Le caratteristiche del settore energetico in Italia, in “Ricerca Energia Elettrica Domani. Linee guida per
la poltica delle fonti energetiche primarie come chiave per la competitività e la sicurezza dell’Italia e dell’Europa in
futuro”, 2007, Milano, p.7.
16
   A. Baracca G. Ferrari, Nucleare: i soliti noto dell’atomo, “Il Manifesto”, 2-7-08.
17
   Autorità Energia Elettrica, Piano strategico triennale 2007-2009.
        Quanto costerebbe questa operazione di risparmio del 4,5%? I costi valutati per tornare al
nucleare sono attualmente di 30 miliardi di euro. La stima di tali costi non è definitiva, ma
l’impegno per tornare all’atomo e ridurre la dipendenza dal petrolio è di utilizzare fondi
esclusivamente privati.
        A fronte di questi dati una domanda che potrebbe sorgere è se non sarebbe più facile, più
veloce e meno costoso raggiungere la medesima percentuale di risparmio dalle importazioni di
petrolio (4,5%) puntando sulle energie rinnovabili, sul risparmio e l’efficienza energetica e su una
strategia più incisiva che agisse nel settore dei trasporti piuttosto che agire su un investimento più
complesso, lungo e dispendioso come il nucleare.
        Da come si è visto infatti è il settore dei trasporti, e non quello elettrico, il maggiore
responsabile della domanda dei prodotti petroliferi. In Italia il trasporto su gomma riguarda 2/3 del
traffico di merci terrestre e il 92% di quello di passeggeri su strada 18. Stante questo sistema dei
trasporti “energivoro” siamo proprio sicuri della reale capacità del nucleare di metterci al riparo
dalle impennate dei prezzi petroliferi? I paesi con centrali nucleari sono meno dipendenti dal
petrolio rispetto a quelli senza?
        La tabella sottostante mostra il consumo di petrolio pro-capite in quattro paesi dell’Unione
Europea nel 2007, ci fornisce un quadro abbastanza chiaro.
        In essa è visibile che Paesi come la Francia - che produce più dell’80% dell’elettricità dal
nucleare - consumano più petrolio pro-capite di Paesi che fanno uso di nucleare in dimensione
minore come la Germania (26% di elettricità prodotta dal nucleare), il Regno Unito (20%) e
addirittura l’Italia in cui il nucleare è assente (0%)19.

      Tabella 1: consumo di petrolio pro-capite.
Paese                         Francia            Germania                    Italia              Regno Unito
popolazione (milioni)         60,8               82,4                        58,7                60,2
tep                           1,46               1,36*                       1,31                1,33
Fonte: EURISPES
        E’ da rilevare inoltre che mentre nel 2006 i consumi pro-capite di Francia e Germania erano
identici nel 2007 il consumo di petrolio della Germania è diminuito del 10%.
        Da questi dati è evidente come il nucleare non ha alcun impatto nella riduzione della
dipendenza dal petrolio. Il motivo è legato al fatto che la domanda di petrolio è sostenuta
fortemente dal settore dei trasporti e l’energia elettrica su questo settore non può allo stato attuale
dare un grande contributo. L’unica condizione a supporto della tesi sul rapporto: “ + energia
nucleare = – consumi di petrolio” è legata alla scelta tecnologica (ancora tutta da sperimentare) di
poter produrre l’idrogeno direttamente dalle centrali nucleari e rivoluzionare l’intero parco vetture
mediante l’uso di questo vettore. I vantaggi in questo caso sarebbero di poter produrre idrogeno in
quantità tali da consentire di utilizzarlo al posto del carburante e quindi dalle importazioni di
idrocarburi.

         Per quanto riguarda il fatto che l’energia nucleare non emette CO2 e non contribuisce al
riscaldamento globale, idea sostenuta da molti opinion leader con un passato ambientalista alle
spalle e fortemente comunicata dall’industria che promuove questa scelta energetica bisogna dire
che questa considerazione è vera fino ad un certo punto.
         Uno strumento importante che serve per valutare l’impatto ambientale di una tecnologia sul
territorio è il Life Cicle Analysis. Il Life Cicle Analysis (LCA) è una metodologia che consente di
stimare la sostenibilità ambientale di un prodotto/servizio lungo tutte le fasi del suo ciclo di vita:


18
  Legambiente, La situazione dei trasporti in Italia, Atti del Convegno “E se avessimo torto?”, 5/12/2007, Roma.
19
  B. Laponche, Il nucleare in Francia: Sicurezza energetica, cambiamenti climatici, ambiente ed economia, in
“Ritorno al nucleare. Conviene? Risolve?”, Atti del Convegno promossa da Parlamentari Radicali e Amici della Terra,
TECH. REV, Roma, 11/07/2008, pp. 26-28.
dall’estrazione della materia prima alla produzione, dall’uso alla manutenzione, fino alle operazioni
di dismissione finale del prodotto stesso.
         Questa metodologia di valutazione consente di misurare i reali costi energetici, e di
conseguenza la sostenibilità ambientale, derivata dall’uso di una tecnologia. Prendendo in
considerazione questa variabile vediamo come l’energia nucleare ha, lungo tutto il suo ciclo di vita,
un impatto in termini di CO2 emessa, dovuto ad una serie di processi che comprendono: la ricerca e
l’estrazione dell’uranio, il grado di concentrazione del minerale, le attività ed il metodo di
arricchimento, la costruzione, il mantenimento e il decomissioning della centrale, la bonifica delle
miniere, la disposizione intermedia e finale delle scorie.20
         Al fine di avvalorare queste ipotesi si possono citare due recenti ed importanti studi 21 sul
LCA dell’energia nucleare. Il primo di questi dal titolo “Life cicle energy balance and Greenhouse
Gas Emissions of Nuclear Energy in Australia” è uno studio preliminare commissionato dal
governo australiano all’Università di Sidney; il secondo dal titolo : “Nuclear power – the energy
balance, energy insecurity and greenhouse gases” è stato redatto per conto del gruppo dei Verdi del
Parlamento europeo da Jan Willem Storm van Leeuwen & Philip Smith nel 2006 come
aggiornamento di un precedente rapporto realizzato nel 2001.
         Tra i principali risultati di questi studi viene evidenziato come, se si ragiona in termini di
intensità energetica e di gas ad effetto serra, il nucleare (Light water reactors e Heavy water
reactors) ha un impatto più alto rispetto ad alcune tecnologie che fanno uso di fonti rinnovabili
(come l’idroelettrico e l’eolico), ma leggermente più basso rispetto al fotovoltaico. Tuttavia
mantiene un impatto decisamente più basso rispetto ad altre tecnologie che fanno uso di fonti
fossili. Di 1/9 circa in più di un impianto a gas a ciclo combinato e molto minore rispetto al
carbone.

       La seconda ricerca citata prima (Nuclear power. The energy balance, energy insecurity and
greenhouse gases) enfatizza i costi connessi alla estrazione dell’uranio sia in termini ambientali che
economici. L’incognita di oggi, infatti, consiste nel fatto che le attuali riserve di uranio provengono
da bacini di alta qualità, ovvero da bacini con capacità di concentrazione di uranio alta, valutabile
intorno ad 0,1%. Tuttavia, le riserve attualmente disponibili (naturali e militari) sono in via di
esaurimento. Ciò comporterà negli anni a venire, oltre ad un aumento del prezzo stimato22,
soprattutto ad un aumento delle attività volte a estrarre il futuro combustibile da nuovi giacimenti a
bassa concentrazione nei quali l’uranio disponibile è inferiore, introno allo 0,05%. Tutto questo
avverrà mediante un maggiore dispendio di intensità energetica (considerando il LCA) e di
conseguenza una maggiore emissione di gas serra nell’atmosfera rispetto ad un medesimo impianto
a gas.
       Il grafico sottostante riassume in sintesi le conclusioni di questo studio. I seguenti valori
nascono dalla simulazione di uno scenario che considera l’attuale domanda nucleare mondiale
necessaria a soddisfare il fabbisogno energetico del 2,5% (7,5 – 10 GWh) con un incremento della
capacità mondiale di circa il 2%-3% l’anno necessaria per soddisfare il rialzo della domanda
energetica mondiale.
Grafico 1: Emissioni di C02 del nucleare in rapporto con una centrale a gas.


20
   University of Sidney Australia, Life cycle energy balance and Greenhouse Gas Emissions of Nuclear Energy in
Australia, p. 169-170.
21
   Le considerazioni successive sono tratte da: ISA University of Sidney Australia, Life cicle energy balance and
Greenhouse Gas Emissions of Nuclear Energy in Australia,2006 e J.W. Storm van Leeuwen & P.Smith ,Nuclear power
– the energy balance, energy insecurity and greenhouse gases,2006.
22
   E’ difficile dire se questo aumento di prezzo sia destinato a permanere oppure possa essere riassorbito grazie agli
investimenti in ricerca e sviluppo. Ad ogni modo l’impatto del costo del combustibile sull’energia nucleare è di quantità
modeste (meno del il 15% ne l 2006). Cfr. De Paoli L., Energia nucleare, gas serra e liberalizzazione del mercato
elettrico, in “Atti del Convegno promossa da Parlamentari Radicali e Amici della Terra”, TECH. REV, Roma,
11/07/2008 p.125.
Fonte: W. Storm van Leeuwen & P.Smith


        Da queste considerazioni si vede come l’assunto secondo cui l’energia nucleare è un modo
per combattere a lungo periodo l’effetto serra e mitigare il cambiamento climatico non è del tutto
esatto. Paradossalmente può essere vero il contrario: le centrali nucleari soltanto nel breve periodo
hanno un impatto minore di emissioni di CO2 nell’atmosfera rispetto ad altri impianti alimentati a
combustibili fossili. Con l’esaurimento delle attuali scorte e con l’entrata in funzione di nuovi
impianti che faranno uso di uranio a bassa concentrazione le emissioni di CO2 saranno molto più
alte rispetto ad oggi, quindi nel lungo periodo (come sostengono i promotori del nucleare) l’energia
nucleare non rappresenterà una soluzione ai problemi del cambiamento climatico.
        Per quanto riguarda il nostro paese il ritorno al nucleare non avrebbe alcun impatto sulle
riduzioni di CO2 nell’atmosfera. Primo perché gli impianti non entrerebbero in funzione prima del
2020 (data di scadenza degli impegni europei attualmente in presi); secondo perchè la stessa misure
comprese nel pacchetto non contemplano alcun incentivo per la costruzione di centrali con la
motivazione di ridurre la CO2.
        Per quanto riguarda invece l’assunto che insieme alle energie rinnovabili ed al risparmio
energetico, il nucleare è il terzo “pilastro” delle politiche volte a combattere i cambiamenti
climatici, a parte il caso francese, è da rilevare che la Germania e la Spagna stanno uscendo dal
nucleare. La Germania ha già annunciato la chiusura dei suoi impianti nucleari nel 2020 e la Spagna
farà altrettanto nel 2014.

        A differenza di Spagna e Germania, pur non avendo nessuna quota di energia prodotta dal
nucleare, l’Italia è intenzionata a seguire la linea francese. Nel frattempo per quanto riguarda le
politiche sul risparmio energetico il nostro paese ha appena ridotto con il decreto legge 185/2008, la
possibilità di usufruire delle detrazioni fiscali del 55% concesse ai cittadini che adottassero misure
ed interventi volte alla riqualificazione ed al risparmio energetico 23. Questa norma fu introdotta
precedentemente dal ex-ministro delle attività produttive Bersani e nell’arco degli anni 2007-2008
ha portato secondo Legambiente alla realizzazione di 230.000 interventi, con conseguente risparmio
di CO2.
        Il secondo “pilastro” rappresentato dalle energie rinnovabili è stato messo in discussione nel
corso dell’ultimo negoziato europeo sul clima: prima cercando di contrastare l’obiettivo vincolante

23
   Il decreto inizialmente aveva anche valore retroattivo per gli interventi realizzati nel 2008, dopo una serie di proteste
il meccanismo della retroattività è stato eliminato. In seguito, dopo che le proteste (anche da parte di Confindustria)
sono continuate sono state eliminate anche le altre misure che riducevano la possibilità di usufruire delle detrazioni
fiscali per gli interventi futuri.
del 20% di energia prodotta da energia da fonti rinnovabili proponendo nel 2014 una clausola di
revisione degli obiettivi dell’accordo, infine ottenendo un compromesso sulle modalità di
raggiungimento di tali obiettivi. La formula di accordo raggiunta nel negoziato consente, sempre nel
2014, di rivedere i meccanismi di cooperazione fra gli Stati con riferimento ai progetti comuni e la
possibilità di trasferire quote di rinnovabili da un paese all’altro. Inoltre, sulla base del
compromesso raggiunto sarà possibile conteggiare in parte la quota dell’ energia prodotta da fonti
rinnovabili ma non ancora consumata per la mancanza di connessione e quella proveniente da
progetti in paesi terzi, in particolare quelli della sponda sud del Mediterraneo.
       Di fronte a questi comportamenti è evidente come il famoso “terzo pilastro”, il nucleare,
sembra essere diventato nelle intenzioni strategiche l’unico ambito sul quale puntare.

        Il ritorno del nucleare, pur prevedendo una sua effettiva realizzazione senza incontrare
nessun ostacolo di natura tecnica o di accettazione sociale, non avverrebbe almeno fino al 2020.
Nel corso di questi anni tale scelta non avrebbe alcun effetto sulla riduzione delle emissioni di CO2.
L’unico effetto che rivestirebbe tale scelta sarebbe quello limitare la produzione di energia elettrica
proveniente da fonti rinnovabili secondo la direttiva UE e distogliere di conseguenza le risorse per
l’incentivazione di misure a sostegno del risparmio e dell’efficienza energetica. Infatti, se fosse dato
seguito all’intenzione di produrre il 25% di energia elettrica da fonte nucleare si dovrebbe
necessariamente ridurre la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili andando in contrasto con le
direttive europee che prevedono di portare dal 15% al 35% l’energia elettrica prodotta da fonti
rinnovabili. Con il nucleare quindi non solo si rinuncerebbe a raggiungere gli obiettivi di Kyoto ma
anche di quelli futuri del dopo-Kyoto.

Conclusioni

        Dopo aver affrontato nel merito alcune tesi su cui si basa la strategia comunicativa di
rilancio del nucleare in Italia quali considerazioni finali si possono trarre? Evidentemente il
cambiamento climatico e l’emergenza di contrastare le emissioni nocive di gas serra hanno posto la
tecnologia nucleare in una luce del tutto diversa rispetto al passato. Da quello che si è visto la
strategia per includere il nucleare nella conta delle tecnologie volte ad ottenere una drastica
riduzione delle emissioni nel prossimo cinquantennio è condivisa da più attori. L’IEA ad esempio,
in previsione di una crescita mondiale dei consumi energetici non elimina del tutto il nucleare tra le
tecnologie future. La stessa Francia non prevede di uscire dal nucleare per combattere i
cambiamenti climatici. Nonostante queste posizioni tra le priorità rimane comunque una forte
attenzione alle azioni volte all’efficienza energetica ed alle fonti rinnovabili. La Francia stessa sta
lanciando un investimento massiccio nel settore dei trasporti, l’efficienza energetica e le energie
rinnovabili. L’Unione Europea nella sua strategia per il clima e l’energia non contempla il nucleare
come uno strumento atto a realizzare gli obiettivi futuri. Paesi “nuclearisti” come Germania e
Spagna, per perseguire gli obiettivi di sostenibilità, competitività e sicurezza sanciti nel Libro Verde
della Commissione Europea, progettano di uscire lentamente dalle scelte commesse in passato e di
affidarsi completamente al risparmio, l’efficienza energetica e le energie rinnovabili. Quello che
accadrà da qui ai prossimi 20 anni avrà, secondo il parere di illustri scienziati e ricercatori, un
impatto preponderante nel mitigare il riscaldamento globale del pianeta ed i gravosi effetti sociali ed
ambientali che potrebbe generare (e genera) nel futuro. Avrebbe senso quindi per il nostro paese
tornare oggi al nucleare quando per avere l’autorizzazione di un impianto ci vogliono almeno tre
anni e per costruire una centrale (nell’ipotesi che non si incontrino ostacoli) almeno otto?

       L’Italia, nonostante è in forte ritardo nel raggiungimento degli obiettivi di Kyoto e
nonostante con la liberalizzazione del settore elettrico abbia installato negli ultimi anni un ingente
potenza elettrica, sembra persistere nel preoccuparsi della questione dell’approvvigionamento
energetico trascurando altre questioni come i trasporti e l’ammodernamento del nostro sistema
produttivo.
         Per rendere accettabile il ritorno al nucleare, il contenuto dei messaggi volti a veicolarne i
suoi benefici, oltre a considerazioni economiche, si sta tingendo di verde. In questo articolo ne
abbiamo visti almeno tre. Da come si è mostrato questi messaggi si fondano su presupposti
discutibili.
         Probabilmente sarebbero meno discutibili se il nostro paese, seguendo l’esempio francese
(così come quello tedesco e spagnolo per citare i paesi a noi più vicini) prendesse serie iniziative
volte: a ridurre le emissioni di gas serra nell’atmosfera, a risparmiare ingenti quantità di energia
oggi sperperata, a rendere più efficiente il nostro sistema, ad innovare il settore dei trasporti, delle
imprese, ad investire sulle energie rinnovabili e sull’innovazione tecnologica come in Germania
(circa 250.000 posti di lavoro negli ultimi anni).
         Quello che invece sembra avvenire è esattamente il contrario. I partner europei ed i sistemi
produttivi con i quali ci si sente più affini sembrano essere più i nuovi paesi entranti dell’est
europeo (con una storia ed una situazione oggettivamente diversa) rispetto quelli più simili al nostro
per storia, cultura e sistema economico e sociale. Anche gli Stati Uniti grazie alla nuova presidenza
sembrano tornare sui passi di una politica volta a puntare decisamente su una rivoluzione
energetica. Al contrario, tra le strategie del nostro paese il cosiddetto “terzo pilastro” sembra voler
fare a meno proprio di quello a cui si da più importanza a livello internazionale: il risparmio,
l’efficienza energetica e le energie rinnovabili.
         A fronte di questo, il nuovo abito verde con cui si tinge oggi il nucleare rischia di non essere
altro che una strategia di marketing, di green washing 24volto a fare leva sui potenziali e futuri
clienti.
         Il rischio maggiore verso cui si potrebbe incorrere sarebbe di trasformare il nucleare da tabù
a totem. Da argomento da non nominare (come è stato nel passato) senza incorrere in scomuniche e
ostracismi ideologici da parte di un’opinione pubblica spaventata dalle sirene di un massimalismo
verde a nuova “bacchetta magica” utilizzata per dare nel futuro una risposta a tutti i problemi:
compreso quello ambientale.
         L’errore più grande di vent’anni fa, dopo i referendum che sancirono l’uscita del nostro
paese dal nucleare, è stato quello di fare delle scelte affrettate, senza discuterne laicamente nel
merito, negli impatti e nelle conseguenze che tale opzione avrebbe provocato. Queste scelte furono
fatte senza pensare a quanto la rinuncia al nucleare fatta in quel modo avrebbe risolto i problemi
energetici ed ambientali di allora. Oggi, pur partendo da fronti diversi l’errore più grande verso cui
si andrebbe incontro, è quello di poter adottare la medesima logica, basata su opzioni più fondate
sull’ideologia che sui contenuti, più su un decisionismo frettoloso invece di una riflessione a-
dogmatica. Senza, neanche questa volta, valutare gli impatti e l’efficacia di determinate policy volte
a risolvere i problemi ambientali ed energetici del domani. La conferenza energetica, prevista nei
prossimi appuntamenti in agenda del governo, potrà rappresentare un’ottima occasione per
affrontare questi dilemmi.




24
  Cfr., R. Filieri, La comunicazione sul turismo, in “Messer Milione…Internet” (a cura di) A.R. Montani, Liguori
Editore, Napoli. 2005, p.91.
Bibliografia

Ambrosetti, Le caratteristiche del settore energetico in Italia, in “Ricerca Energia Elettrica
Domani. Linee guida per la politica delle fonti energetiche primarie come chiave per la
competitività e la sicurezza dell’Italia e dell’Europa in futuro”, Milano 2007.
Atti del Convegno, Ritorno al nucleare. Conviene? Risolve?, promosso da Parlamentari Radicali e
Amici della Terra TECH. REV, Roma, 11/07/2008.
Autorità Energia Elettrica, Piano strategico triennale 2007-2009.
Baracca A., G. Ferrari, Nucleare: i soliti noto dell’atomo, “Il Manifesto”, 2-7-08.
Cianciullo A., Ambiente, l’Italia maglia nera allarme sulle malattie “da clima”, “La Repubblica”,
11/12/2008.
Cresto D., Dina, Veronesi: solo il nucleare ci salverà, la Repubblica, 30/05/2007.
Di Vico D., La fine dei tabù, “Il Corriere delle Sera”, 23/05/2008.
ENEA, Rapporto Energia e Ambiente 2007. Analisi e Scenari, 2008.
EURISPES, Il Protocollo di Kyoto: un’opportunità per la competitività delle imprese, in “Rapporto
Italia 2002”, EuriLink editori, Roma, 2003.
ISA University of Sidney Australia, Life cicle energy balance and Greenhouse Gas Emissions of
Nuclear Energy in Australia,2006.
Legambiente, I costi segreti del nucleare, Dossier, Agosto, 2008.
Montani A.R. (a cura di), Messer Milione…Internet, Liguori Editore, Napoli. 2005.
Storm van Leeuwen J.W. & Smith P. ,Nuclear power – the energy balance, energy insecurity and
greenhouse gases,2006.
Terna, Dati statistici sull’energia elettrica Italiana, 2007.
Testa C., Tornare al nucleare?, Einaudi, Torino, 2008.

								
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