cristiani in Iraq

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9/14/2012
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							   PRIMA PAGINA
   La via del futuro
 Europa: dialogo e non scontro tra le diversità
 Il dialogo tra le differenti culture, la tutela delle libertà fondamentali (fra cui quella di parola), il rapporto fra
tali libertà e la giurisprudenza, il ruolo delle religioni nell'Europa e nel mondo contemporaneo. Sono alcuni dei
temi affrontati al summit dei ministri degli esteri dei Ventisette a Brdo, in Slovenia, il 28 e 29 marzo. Questioni
sollevate a proposito di altrettanti temi in agenda: il processo di pace in Medio Oriente e nei Balcani, i recenti
fatti in Tibet, le relazioni Ue-Russia, le polemiche seguite alla messa in rete del film antislamico "Fitna" del
deputato olandese di estrema destra Geert Wilders.
Su questo punto s'era già espresso chiaramente il premier dei Paesi Bassi, Jan Peter Balkenende: "Il film stabilisce
un'equazione tra islam e violenza. Respingiamo questa interpretazione". La stessa linea è stata assunta dai capi
delle diplomazie degli Stati membri che hanno ribadito il diritto alla libertà di espressione quale "valore essenziale
dell'Unione europea", ma hanno ricordato che essa deve rispettare le convinzioni altrui, con particolare riguardo ai
credo religiosi. Inoltre a Brdo è stato sottolineato come "l'islam non può essere assimilato alla violenza", anche
perché sempre più spesso gli stessi musulmani sono vittime di violenze.
L'Europa conferma, in questo senso, la propria vocazione di "casa comune", in cui le differenze dovrebbero sempre
essere rispettate e valorizzate; il Vecchio continente poggia del resto su molteplici pilastri, dove la storia e le
tradizioni più antiche (fra cui spicca la fede cristiana) si incontrano con più recenti o meno consuete espressioni
culturali, filosofiche, religiose, artistiche... Il mutare dei tempi e della mentalità, gli stessi fenomeni migratori
impongono all'Europa accelerazioni e novità che vanno affrontate al contempo con consapevolezza identitaria,
coraggio, disponibilità e, quando occorre, fermezza.
dovrebbe essere questo il senso complessivo del 2008, proclamato Anno europeo del dialogo interculturale. Che,
fra l'altro, ha assunto sin dal suo esordio, anche grazie ai vertici Ue e ai vari leader religiosi, positive
interpretazioni estensive nella direzione del dialogo interreligioso.
Dopo una serie di momenti inaugurali, ora l'Anno sta entrando nel vivo delle manifestazioni, davvero numerose,
previste negli Stati membri e nelle città sede di istituzioni comuni, a cominciare da Bruxelles e Strasburgo. In
questi primi mesi si è soprattutto insistito sulla necessità di far incontrare le diverse culture e fedi, in modo da
favorire conoscenza e rispetto reciproco. Ora è tempo di fare qualche passo in avanti. Per un arricchimento
complessivo, l'"unità nella diversità" dovrebbe diventare valore condiviso, habitus quotidiano. Solo così essa potrà
trasformarsi in modo di pensare e di agire, in efficace volontà di confronto che parte dai rispettivi dna culturali e
religiosi per poi generare maggiore rispetto del prossimo, incontri costruttivi e vero progresso civile.
 GIANNI BORSA
<br>Bruxelles




 Portogallo, Austria, Inghilterra
 Portogallo: "relativizzare" lo Stato
In occasione dell'apertura dei lavori della 168° Assemblea Plenaria della Conferenza episcopale portoghese, in
svolgimento a Fatima dal 31 marzo al 4 aprile, il riconfermato presidente della Cep per il triennio 2008-2011,
mons. Jorge Ortiga, ha esordito affermando che "la Chiesa deve vivere in relazione permanente e responsabile con
la società, relativizzando lo Stato". "Uno Stato può proteggere od ostacolare la libera espressione del pensiero in
modo evidente o mascherato", ha aggiunto: "Tutti sappiamo ciò che possiamo sperare da un'autorità
legittimamente costituita: che favorisca la libertà di culto e coscienza e, al tempo stesso, offra tutte le condizioni
affinché questa possa essere esercitata in uno spirito d'uguaglianza e tolleranza". L'arcivescovo di Braga ha rilevato
invece "una singolare contraddizione: Da un lato, verifichiamo la tolleranza ideologica di una società pluralista,
dove tutte le posizioni culturali, ideologiche ed etiche devono essere considerate legittime ed ugualmente degne
di considerazione; dall'altro, assistiamo ad un'inconcepibile esclusione della presenza cattolica dagli ambienti
politici e pubblici, quasi pretendendo di relegarci nel puro ambito privato". Richiamando quindi ad una "laicità
capace di includere", mons. Ortiga ha osservato che "i cattolici non possono accettare di essere esclusi da un
processo di umanizzazione integrale, e che la Chiesa non potrà mai prescindere dal dare il proprio contributo alla
costruzione di una società più giusta, in consonanza con lo spirito cristiano". Secondo il presidente della Cep, "i
cristiani portoghesi devono far intendere in modo chiaro, con principi ed azioni, che non sono disposti ad abdicare
dai diritti e dalle responsabilità che derivano loro anche dalla semplice cittadinanza". Mons. Ortiga ha concluso con
un'esortazione: "È necessario un risveglio dei cristiani volto all'assunzione di una maggiore responsabilità
socio-politica".


Austria: minareti, che fare?
Sì o no ai minareti nelle moschee in Austria? La questione, sollevata dalla richiesta della costruzione di un
minareto nelle moschee in Austria superiore sta suscitando opposte reazioni non solo nell'opinione pubblica
austriaca ma anche nei vescovi della Conferenza episcopale austriaca. Mons. Ludwig Schwarz, vescovo di Linz, la
città capoluogo del Land coinvolto, intervistato dal giornale diocesano Linzer Kirchenzeitung, si è pronunciato a
favore della costruzione del minareto. "L'Islam è una religione riconosciuta dallo Stato fin dal 1912", ha dichiarato.
"Anche i musulmani hanno pertanto il diritto di costruire case di Dio per lodarLo. Ci aspettiamo anche" - ha
puntualizzato - "che anche noi possiamo costruire chiese nei Paesi islamici. Tuttavia, anche se tali Paesi non
sempre ci vengono incontro, dobbiamo persistere nel vivere la libertà di religione nel nostro Paese. La questione
dei minareti non è la più importante", ha aggiunto. Mons. Schwarz si è espresso in linea con il card. Christoph
Schönborn, presidente della Conferenza episcopale austriaca, il quale in una recente intervista non aveva espresso
riserve a proposito della costruzione di minareti. Posizioni contrarie sono state espresse invece da mons. Elmar
Fischer (della diocesi di Feldkirch) e da mons. (St. Pölten), così come da mons. Alois Kothgasser (Salisburgo),
mons. Egon Kapellari (Graz) e dal vescovo ausiliario di Salisburgo, mons. Andreas Laun.


Inghilterra: molto interesse, un po' di confusione
Il numero di persone che sono state 'accolte' nella Chiesa cattolica ad Aberdeen questa Pasqua è quadruplicato, un
aumento vistoso se paragonato con altre diocesi. Nel 2007, secondo uno studio del settimanale cattolico "Tablet"
soltanto cinque persone sono diventate cattoliche mentre quest'anno ventuno sono state accolte nella Chiesa.
Un'altra diocesi dove sono stati in molti a diventare cattolici è quella di Leeds dove il numero dei battezzati è
passato da 110 dello scorso anno a 163. In complesso il numero delle persone diventate cattoliche in Inghilterra,
Galles e Scozia, è rimasto invariato. Interessante anche il risultato di un sondaggio secondo il quale la maggior
parte degli inglesi crede nella Risurrezione. L'inchiesta è stata condotta dal think-thank di teologia "Theos",
secondo il quale il 57% degli intervistati crede nella Resurrezione, il 30% ha dichiarato che Cristo è risorto con il
proprio corpo e il 27% ha detto che è stato risuscitato in spirito. Alla domanda su chi era Gesù il 40% degli
intervistati ha risposto che è il Figlio di Dio, quasi la metà ha detto di credere che è soltanto un profeta e il 66% ha
detto che era "una brava persona e un saggio maestro". Soltanto il 13% ha risposto che Gesù non è mai esistito.
Secondo Keith Barltrop, direttore di "Case", l'agenzia della Chiesa Cattolica di Inghilterra e Galles per
l'evangelizzazione, iI risultati del sondaggio dimostrano l'interesse della gente per la fede e la "confusione diffusa"
sulle verità della stessa fede.


 Germania, Turchia, Irlanda
 Germania: appello per i cristiani in Iraq
"Salvate i cristiani in Iraq": questo il titolo dell'appello diffuso il 28 marzo a Monaco dalla missione cattolica caldea
della Baviera, che intende sensibilizzare l'opinione pubblica sulla persecuzione dei cristiani in Iraq. "Dall'inizio
dell'invasione dell'Iraq da parte degli Usa, i cristiani e le loro chiese sono stati esposti ad attentati terroristici,
divenendo spesso vittime di atrocità", si legge nell'appello. "Con il rapimento dell'arcivescovo di Mossul, Paulus
Faraj Raho, ritrovato cadavere il 13 marzo, la spirale del terrore perpetrato da radicali islamici ha raggiunto una
dimensione molto pericolosa. Finora sono stati uccisi tre sacerdoti caldei e altri otto sono stati rapiti. Nell'ultimo
periodo si assiste ad una campagna di epurazione religiosa ed etnica contro i cristiani in Iraq che si considerano i
primi abitanti della Mesopotamia", continua il documento. Nell'appello si fa riferimento anche alla distruzione di
chiese: "oltre 16 sono state incendiate". Inoltre, "vengono rimosse le croci dai campanili", i cristiani devono pagare
imposte di protezione per non musulmani e costretti "ad aderire all'Islam oppure a lasciare il Paese". "L'esistenza
dei cristiani iracheni, delle loro chiese e monasteri, è minacciata più che mai". Secondo gli osservatori, i cristiani
vengono intenzionalmente perseguitati in quanto sono considerati una minaccia al carattere islamico del Paese o
perché sospettati di essere sostenitori degli Usa. La Chiesa cattolica bavarese, in linea con gli appelli del Papa, ha
voluto ricordare la drammatica situazione nel Paese. In Baviera vivono infatti circa 5000 cristiani caldei: per loro
ha istituito un ufficio pastorale ad hoc, con un sacerdote caldeo.


Turchia: il programma delle celebrazioni paoline
Un pellegrinaggio nazionale dei cattolici di Turchia a Tarso e poi celebrazioni ecumeniche, visite di gruppi da
numerose diocesi italiane ed europee. Prende forma il programma delle celebrazioni turche per l'Anno Paolino (28
giugno 2008 - 29 giugno 2009) diffuso dal sito appositamente preparato dalla Conferenza episcopale turca,
annopaolinoatarso.org. "L'impegno in questo anno sarà quello di conoscere l'apostolo Paolo del quale abbiamo il
privilegio di essere conterranei" spiega il presidente dei vescovi turchi, mons. Luigi Padovese, che al Sir aveva
anticipato già all'inizio di marzo alcuni appuntamenti. Tra questi quello molto sentito del 21 giugno prossimo
quando si terrà a Tarso il pellegrinaggio nazionale dei cattolici di Turchia che precede di un giorno l'apertura
ufficiale, a sfondo ecumenico, alla presenza del card. Walter Kasper, della Conferenza episcopale cattolica di
Turchia, di cristiani delle altre denominazioni e delle autorità civili. Nel frattempo il programma si è arricchito di
altri appuntamenti: il 29 giugno celebrazione ecumenica ad Antiochia alla Grotta di San Pietro, il 24 agosto messa
a Tarso con 80 diaconi del Cidam (Centro internazionale del diaconato nell'Area Mediterranea), il 9 settembre
celebrazione a Tarso degli studenti della Pontificia università Gregoriana di Roma, il 2 ottobre pellegrinaggio a
Tarso della Conferenza episcopale di Germania mentre il 6 marzo 2009 saranno nella città natale di san Paolo i
presidenti delle Conferenze episcopali del Sud est europeo.


Irlanda: Dublino "terra di missione"
L'arcidiocesi di Dublino come territorio di missione perché "tanti che sono stati battezzati cristiani oggi o non
conoscono più Gesù oppure dimostrano, con il loro stile di vita, che il messaggio di Gesù tocca la loro vita solo in
modo marginale", parola di mons. Diarmuid Martin. L'arcivescovo di Dublino e Primate di Irlanda ha annunciato in
questi giorni una campagna per raggiungere i cattolici 'lontani' quelli cioé che non frequentano più la Chiesa.
Iniziative simili, a livello parrocchiale, esistono in Inghilterra ma è la prima volta che un programma di queste
dimensioni viene messo a punto dalla Chiesa cattolica irlandese e promosso da un suo arcivescovo. Il piano prevede
che un rappresentante della Chiesa visiterà ogni casa della diocesi di Dublino prima della fine del prossimo anno.
"Oggi davvero l'arcidiocesi di Dublino è territorio di missione", ha detto mons. Martin, "Alcuni anni fa molti
avrebbero definito una frase di questo tipo esagerata, ma oggi molti battezzati non conoscono davvero Gesù". Ogni
aspetto della vita diocesana verrà esplorato dal programma che è già stato sperimentato in alcune capitali
europee. L'arcivescovo di Dublino ha anche celebrato il successo dei consigli pastorali parrocchiali. "Il piano di dare
vita a consigli pastorali parrocchiali in ogni parrocchia della diocesi ha superato le mie aspettative", ha detto "e
ringrazio tutti coloro che lavorano perché essi vengano considerati non soltanto enti amministrativi o procedurali
ma veri strumenti di evangelizzazione. È mia intenzione dare vita, entro l'estate, a un Consiglio pastorale
diocesano.




   GIOVANNI PAOLO II
   Le ore di quel sabato
 Alcune voci europee nel terzo anniversario della morte
 "Un segno e una testimonianza della Risurrezione di Cristo". Così Benedetto XVI ha definito il pontificato di
Giovanni Paolo II, nella messa di suffragio celebrata il 2 aprile in piazza S. Pietro per il terzo anniversario della
morte. Celebrazione eucaristica che ha aperto il Congresso apostolico mondiale della Misericordia, dedicato alla
memoria del Papa polacco. "Riviviamo con emozione - ha detto il Papa - le ore di quel sabato sera, quando la
notizia della morte fu accolta da una grande folla in preghiera che gremiva piazza San Pietro". Poi, "per diversi
giorni la Basilica vaticana e questa piazza sono state davvero il cuore del mondo. Un fiume ininterrotto di
pellegrini rese omaggio alla salma del venerato Pontefice e i suoi funerali segnarono un'ulteriore testimonianza
della stima e dell'affetto, che egli aveva conquistato nell'animo di tantissimi credenti e di persone d'ogni parte
della terra".

"Non abbiate paura". Queste parole, ha aggiunto Benedetto XVI, "sono diventate una specie di motto sulle labbra
del Papa Giovanni Paolo II, fin dal solenne inizio del suo ministero petrino". Parole "ripetute più volte alla Chiesa e
all'umanità in cammino verso il 2000, e poi attraverso quello storico traguardo e ancora oltre, all'alba del terzo
millennio". Il card. Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, ricordando il Papa polacco, ha osservato
che la vita eterna "è la nostra chiamata, il nostro destino. Questo era il segreto della vita e della testimonianza di
Giovanni Paolo II, l'origine della sua capacità di amare e di soffrire". "Questa vita - ha aggiunto - è il frutto
dell'amore che Dio ha per noi, non è un cieco destino e perciò questa vita non si interrompe e non finisce con la
morte".

Un segno del cielo. Giovanni Paolo II "trovò, nelle parole, nei messaggi che suor Faustina ricevette da Gesù e che
trasmise in un linguaggio del tutto semplice, la risposta ai grandi quesiti e alle sfide del nostro tempo". Con queste
parole l'arcivescovo di Vienna, card. Christoph Schönborn, ha ricordato papa Wojtyla. Egli, ha aggiunto
Schönborn, "ha riflettuto, alla luce di questi messaggi, per tutta la vita, sull'inesauribile mistero della Divina
Misericordia. Questo mistero ha plasmato il suo operato di sacerdote, di vescovo e di papa ed ha toccato,
attraverso la sua persona, un numero infinito di uomini in tutto il mondo. Egli era davvero un testimone unico della
Misericordia". Il porporato ha evidenziato come "il cammino terreno" di Giovanni Paolo II sia finito proprio la
"Domenica della Misericordia, festa che egli stesso aveva introdotto nell'anno del giubileo del 2000", canonizzando
suor Maria Faustina Kowalska. "È difficile, anzi impossibile, non ravvisare in questa coincidenza un 'segno del
Cielo'". E si è domandato: "Non ha messo Dio stesso la sua firma" sotto "il programma di vita" di Giovanni Paolo?".

Il potere dell'amore. "Giovanni Paolo II visse sotto due regimi dittatoriali e sperimentò la profondità della potenza
delle tenebre da cui è insidiato il mondo anche ai nostri tempi": lo ha ricordato il card. Stanislaw Dziwisz,
segretario di Giovanni Paolo II per 25 anni e oggi arcivescovo di Cracovia, "ma Dio si oppone a queste forze, che
non lascia prevalere, con un potere totalmente diverso e divino, ponendo un limite al male. E' il potere della
verità e dell'amore". Comunque, Giovanni Paolo II, per il porporato, è morto tre anni fa, ma da allora "non ci hai
mai lasciati soli". Il card. Dziwisz ha espresso la volontà di "prendere l'eredità" di Karol Wojtyla per proseguire il
suo programma della nuova evangelizzazione: "Desideriamo proclamare la sacralità della vita e della santità della
famiglia nel matrimonio. Nel nome di Gesù siamo dalla parte dei poveri, degli umili, di quelli che non hanno nulla,
dei perseguitati a causa della loro giustizia o della religione".

Per un dialogo possibile. Giovanni Paolo II "ha rilanciato la Misericordia di Dio nel cuore della vita della Chiesa e
del mondo": lo sostiene il card. Audrys J.Bačkis, arcivescovo di Vilnius (Lituania). La devozione alla Divina
Misericordia per il porporato "è un invito a rafforzare la propria fede in Gesù Cristo, nell'abbraccio della Chiesa,
che si esprime nella profonda preghiera e attraverso i sacramenti". Innanzitutto, attraverso l'eucaristia, ma anche
attraverso "il sacramento della riconciliazione". Per il card. Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, "la
misericordia è uno dei temi maggiori nel nostro dialogo con le altre religioni, in particolare col giudaismo e
l'islam". Il card. Barbarin ha poi ricordato che da più di cinquant'anni è in atto a Lione un proficuo dialogo
interreligioso cattolico-musulmano. "La mia convinzione - ha concluso - è che solo un'attitudine interiore umile,
che ci renda pronti e recettivi verso i doni di Dio in noi e negli altri, ci permetterà di essere dei veri servitori della
Sua misericordia, dei servitori della gioia nel cuore degli uomini".



   GIOVANNI PAOLO II
   Continuare la sua opera
 Come la Polonia vive oggi la sua memoria?
 Mercoledì 2 aprile 2008: terzo anniversario della scomparsa di Giovanni Paolo II. Anna Teresa Kowalewska, a nome
di SIR Europa, ha posto alcune domande all'arcivescovo di Varsavia, mons. Kazimierz Nycz.

A tre anni dalla scomparsa di Giovanni Paolo II si può dire che in Polonia cresce il culto di Papa Wojtyla? Che
cresce la devozione nei confronti del Papa polacco?
"Senz'alcun dubbio il culto di Giovanni Paolo II cresce e si sviluppa anche attraverso numerose iniziative che hanno
come scopo approfondire l'insegnamento del Pontefice. Ma cresce anche la devozione, la preghiera per
l'intercessione del Papa. Sono numerosissimi i casi del genere. La questione fondamentale però è non fermarsi ad
un culto che è prova di un atteggiamento emozionale. Bisogna che seguano dei fatti e delle azioni concrete,
bisogna che siano continuate le opere che erano particolarmente care al Papa".

Come procede in Polonia l'attuazione del magistero di Giovanni Paolo II, che durante uno dei suoi viaggi, nel
1991, ha ricordato ai polacchi i 10 comandamenti?
"Penso che lo stesso Giovanni Paolo II, come Papa, fosse ben conscio di non proclamare il proprio magistero, bensì
quello di Cristo. Non cercava di legare le persone a se stesso, bensì alla Chiesa e a Gesù Cristo. Ne è prova che
quando se n'è andato, il numero dei pellegrini che vengono a Roma non è diminuito ma addirittura cresciuto, e in
maniera considerevole. È aumentato sia il numero dei partecipanti alle udienze sia di coloro che partecipano alle
preghiere domenicali così come sono più numerosi i pellegrini alla tomba del Papa. Cerco di ricordarlo sempre ai
sacerdoti: non bisogna oscurare Gesù con la propria persona, ma bisogna guidare i fedeli verso il Signore. E papa
Wojtyla lo ha saputo fare in maniera incredibile. E'stato il pastore della nuova evangelizzazione e in questo
senso il suo insegnamento è tuttora di stretta attualità".

A che cosa chiama, in particolare, questo insegnamento?
"Anzitutto a vedere se sappiamo concentrare in modo adeguato la nostra attenzione sui punti che erano importanti
per il Papa, i momenti che egli ha sottolineato nel suo magistero, nei suoi pellegrinaggi. Occorre verificare se
siamo capaci di imparare da lui ad avvicinare le persone con i modi di colui che non giudica, ma predica l'amore
di Cristo. In particolare quel suo sapere parlare ai giovani, verso i quali non aveva un atteggiamento moralizzatore
ma neppure condiscendente. Il Papa ai giovani poneva esigenze chiare, e nonostante ciò loro accorrevano.
Sicuramente la Chiesa in Polonia deve studiare ancora molti anni per assolvere quel compito... E penso che la
beatificazione ci possa aiutare".

Aiutare come?
"La beatificazione o la canonizzazione avvicinerà di nuovo la persona di Giovanni Paolo II ai fedeli, indurrà ad uno
studio ancora più approfondito dei suoi insegnamenti e alla preghiera. Il tempo allontana le persone. Invece noi
vorremmo che il Papa rimanesse insieme a noi. Non deve ergersi su un piedistallo da non poter essere nemmeno
imitato, ma bisogna che rimanga tra noi così com'era, come esempio, come persona da seguire, da imitare. Come
un santo in terra per noi che viviamo qui adesso".

Quali sono le sfide più impegnative che attendono la Chiesa in Polonia?
"Il compito fondamentale è sempre lo stesso: proclamare al mondo la verità che Cristo è morto e risorto per la
nostra salvezza e che ognuno di noi deve fare quella stessa strada, deve portare la propria croce mentre l'uomo
moderno cerca di dire ' questo non accadrà mai'. Il compito della Chiesa è quello di dimostrare che tutto questo
ha un senso, che la nostra croce insieme alla croce di Cristo - quello che Giovanni Paolo II ci ha insegnato negli
ultimi dieci anni - ha un senso. E questo è il programma più importante, non solo per i prossimi dieci anni, ma per
sempre: fare di tutto affinché quella voce che parla dell'amore misericordioso di Dio per noi, arrivi a tutti, anche a
coloro che non vengono in chiesa, che sono diventati indifferenti, la cui fede si è affievolita. Di qui l'importanza di
portare attraverso i laici cattolici questa verità al mondo del lavoro, all'intera società. Per questo dobbiamo
servirci dei media moderni, non solo della televisione, della radio o della carta stampata, ma anche di Internet.
Ma bisogna anche far sì che il Vangelo proclamato e vissuto nei sacramenti sia realizzato nella vita di tutti i giorni
attraverso la carità e la sollecitudine per i bisognosi e i sofferenti. Anche se nelle grandi città la disoccupazione è
calata di molto, fino al 5% raggiungendo i cosiddetti livelli fisiologici, la Chiesa non deve dimenticare i poveri e i
disoccupati, spesso costretti a emigrare all'estero, pagando per questo un prezzo molto alto".



   POLONIA
  Il coraggio della verità
 La Chiesa a tre anni dalla morte di Papa Wojtyla
 Quale è la situazione della Chiesa polacca dopo la morte di Giovanni Paolo II? SIR Europa, tramite Anna Teresa
Kowalewska, lo ha chiesto a mons. Kazimierz Nycz, arcivescovo di Varsavia, ricordando che questa Chiesa è stata
colpita da alcune esperienze dolorose e difficili. I media occidentali hanno parlato molto sia del problema della
verificazione dei sacerdoti registrati come collaboratori dei servizi segreti del regime comunista sia della questione
della Radio Maria e del suo direttore padre Tadeusz Rydzyk.

"Vorrei dire chiaramente - afferma mons. Nycz - che i problemi a cui si è accennato non sono direttamente legati
alla scomparsa del Papa. Né i problemi riguardanti la verificazione, né tanto meno la questione della Radio Maria.
Tra l'altro sono dei casi ben diversi uno dall'altro. Bisogna ricordare che in Occidente non c'è stato alcun
comunismo. È quindi difficile capire la vita nelle condizioni imposte da un regime che celandosi sotto le vesti del
giusto e del retto, al contempo limitava la libertà personale delle persone, ed era pronto a guadagnarsi dei
collaboratori servendosi dei ricatti, e delle minacce. Noi abbiamo avuto quaranta anni di quel sistema comunista.
E quando è finito, nel 1989 non abbiamo fatto i conti col passato così com'è stato fatto in Cecoslovacchia o in
Ungheria".

Mons. Nycz, in che senso sono stati trascurati i conti?
"Abbiamo ritenuto che questi problemi si dovessero risolvere da soli. Il problema dei collaboratori dei servizi
comunisti, come lo vedo oggi, non riguarda solo la Chiesa ma è un problema nazionale. Bisogna assumere una
posizione onesta ed equa nei confronti del passato, considerando che dopo 15 anni che ormai sono passati non
tutto può essere fatto così come si sarebbe potuto farlo prima. Gli ultimi due o tre anni passati sono il periodo
quando si è cercato di far fronte a questo problema. E lo sforzo non è stato vano. La Chiesa ha contribuito alla
soluzione di quel problema con un grande lavoro. Sono state istituite delle commissioni diocesane atte ad
analizzare i singoli casi di presunti collaboratori. A livello nazionale è stata creata la commissione per i vescovi.
Abbiamo cercato di esaminare il passato. Abbiamo chiesto agli interessati di esporre le loro posizioni, di chiarire i
loro comportamenti. Non senza difficoltà, e a volte in maniera dolorosa, il problema è stato risolto. In quel
processo di verifica è importante che la verità venisse conosciuta, che ci fossero il chiarimento e la purificazione
della memoria. Per ciò che riguarda invece Radio Maria è difficile pensare che questa emittente che indirizza i suoi
programmi alle persone anziane, ai malati, non ci sia più. Bisogna migliorarla soprattutto per quel che riguarda la
sfera socio-politico. E io spero che si possa risolvere questi problemi dall'interno".

Il cattolicesimo polacco ha un carattere specifico rispetto a quello dell'Europa occidentale. Come portarlo in
quell'Europa di cui anche la Polonia fa parte?
"La specificità del cattolicesimo polacco ha donato, in un certo senso, come frutto Giovanni Paolo II. Ma la
specificità del cattolicesimo polacco, è in questo sono ottimista, sta anche nel fatto che non possiamo essere
paragonati né alla Spagna, né al Portogallo, né all'Irlanda. Non voglio parlare degli Stati confessionali, ma in quei
Paesi in cui la Chiesa per decenni ha avuto dei benefici in quanto aveva dei rapporti con lo Stato. Da noi la
situazione era ben diversa. La Chiesa polacca durante i quarant'anni del regime comunista, e prima ancora durante
la guerra, ha dovuto difendersi dal nemico. E quel nemico era proprio lo Stato e il Potere. Risalendo poi a ritroso
la storia della Polonia: c'è stato un breve ventennio di libertà tra le due guerre mondiali, ma prima ancora la
Chiesa ha dovuto difendersi dalle potenze straniere (Russia, Prussia e Austria) che avevano diviso tra loro il
territorio del Paese. Quindi per la Chiesa in Polonia non c'è il risultato positivo di relazioni con le Autorità.
Abbiamo quindi la possibilità di evitare gli errori di altri, abbiamo la possibilità di mantenere un cattolicesimo
vivo, mantenendo contemporaneamente sani gli equilibri di uno Stato democratico. Penso che per la Polonia ci
sono delle buone probabilità che rimanga una società religiosa, anzi che lo diventi ancora di più di quanto non lo
sia adesso".

La Polonia è dunque disposta a dare qualcosa all'Europa, tra l'altro ha appena ratificato il Trattato di Lisbona…
"Questa è un tema da dividere in due. La prima domanda è se quello che la Polonia da, e cioè noi, lo fa in modo
adeguato. E la seconda è se l'Europa vuole ricevere qualcosa. La risposta alla prima domanda, che riguarda noi in
particolare, è che dobbiamo dare esempio del cattolicesimo non solo proclamato ma concreto. Se i polacchi
sapranno mostrarsi cattolici competenti, onesti, responsabili, empatici, saremo accolti. Ma se pensiamo di
camminare solo parlando del cristianesimo, senza rispettare degli impegni, non sembreremo credibili".



   UE
   Insieme nella diversità
 Anno europeo del dialogo interculturale
 Con le iniziative collegate all'Anno europeo del dialogo interculturale comincia a circolare nel vecchio continente
lo slogan "Insieme nella diversità". Gli obiettivi dichiarati per questi dodici mesi sono molteplici: "favorire la
comprensione reciproca e la convivenza"; esaminare i vantaggi della diversità culturale; "promuovere la
partecipazione attiva dei cittadini alle questioni europee" e "stimolare il senso di appartenenza all'Europa".

Centinaia di appuntamenti. Questa settimana a Bruxelles si è svolto il secondo dei sette appuntamenti ufficiali
nell'ambito del programma per il 2008. Mercoledì 2 aprile si è parlato, nel corso di una partecipata conferenza
internazionale, del ruolo delle espressioni artistiche e culturali a favore dell'integrazione tra i popoli e gli Stati.
L'evento, proposto in cooperazione con il Forum europeo per le arti (Feap) e la Fondazione europea della cultura
(Fec), si è aperto con un intervento del commissario Jan Figel' e concluso dall'eurodeputata Claire Gibault. Tra i
relatori Jette Sandahl, direttrice del museo della città di Copenaghen, e Ahmet Polat, fotografo turco-olandese.
"Si tratta di un incontro dedicato alle diverse forme dell'arte presenti nel continente - ha spiegato Figel' - e anche
al concetto dinamico di identità". La serie dei dibattiti promossi nella capitale belga era stata inaugurata il 5
marzo per riflettere - fra decisori politici, donne e uomini di cultura di varie nazionalità, esperti e giornalisti - sul
rapporto tra migrazioni e integrazione. Seguiranno altri cinque appuntamenti dedicati alle religioni in Europa (14
maggio), ai luoghi di lavoro (4 giugno), al multilinguismo (10 settembre), all'educazione (1 ottobre) e ai media (5
novembre).

Il ruolo del dialogo interreligioso. Oltre a questi momenti "centrali", sono già in calendario centinaia di
manifestazioni "decentrate" nei 27 paesi dell'Unione e in quelli candidati. Il programma completo delle
manifestazioni è aggiornato sul sito web www.dialogue2008.eu, dove è possibile trovare anche documenti,
relazioni sugli eventi, tutte le novità e anche i progetti, a livello comunitario e nazionale, che vengono finanziati
dall'Ue e che riguardano scuole, università, società civile, ong, associazioni, comunità religiose, mezzi della
comunicazione sociale. In vista dell'incontro sul dialogo interreligioso di metà maggio, la Commissione afferma che
"le fedi religiose, le filosofie e le convinzioni sono parte integrante di una diversità culturale che, attraverso il
dialogo, arricchisce le nostre società e contribuisce all'appagamento individuale". Ma nelle nostre società "sempre
più multiculturali, la differenza di fedi, credo e convinzioni può portare a giudizi erronei e paure. Il dialogo basato
sul rispetto può aiutare a superare queste paure incoraggiando la reciproca conoscenza e apertura". L'Anno
speciale mira in tal senso "a incoraggiare il confronto sia all'interno che tra le varie comunità religiose". In questo
contesto "le attività educative e l'apertura nei confronti di altre fedi giocano un ruolo importante".

Per il 2009 ricerca e innovazione. Il compito di fondo di ogni "anno speciale" è quello di insistere su un tema,
soprattutto a carattere sociale, culturale o civile, ritenuto di primaria importanza per il cammino verso l'Europa
unita. Al centro dell'interesse degli ultimi anni europei sono state le persone disabili (2003), l'educazione
attraverso lo sport (2004), l'educazione alla cittadinanza (2005), la mobilità dei lavoratori (2006) e le pari
opportunità per tutti (2007). Questa stessa settimana ha inoltre preso quota il progetto complessivo per il 2009.
Lunedì 31 marzo, infatti, Jan Figel' ha reso noto che la Commissione proporrà a Parlamento e Consiglio Ue - cui
spetta la decisione finale - di proclamare il 2009 quale Anno europeo della creatività e dell'innovazione. Per
l'Esecutivo l'Europa e il mondo moderno hanno bisogno di "uno sviluppo rapido della conoscenza". Inoltre, "in una
società della conoscenza caratterizzata dalla diversità culturale, la popolazione necessita di qualifiche e di
competenze che permettano di considerare il cambiamento come un'occasione". L'Europa deve dunque "stimolare
la sua capacità di creare e innovare, sia per ragioni sociali che economiche".

Nel 2010 il tema sarà la lotta alla povertà. Di assoluta rilevanza anche l'argomento già definito per il 2010, che
sarà invece l'Anno della lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Consistente la dotazione finanziaria per le
manifestazioni ufficiali che passa dai 10-12 milioni previsti per quest'anno a 17 milioni di euro. "La lotta contro la
povertà e l'esclusione sociale - ha spiegato a questo riguardo il commissario competente, Vladimir Spidla - è uno
degli obiettivi centrali dell'Unione europea. L'Anno speciale porterà avanti questo discorso, facendo opera di
sensibilizzazione tra il pubblico sul fatto che la miseria e l'emarginazione continuano a incombere sulla vita
quotidiana di tanti europei".




   RASSEGNA DELLE IDEE
   Il futuro del sapere
 La Rivista del Clero italiano (Università Cattolica) sul Processo di Bologna
 Nonostante alcuni aspetti critici, il "Processo di Bologna" costituisce "un progetto utile" e "un tentativo
intelligente di riconsegnare all'università non solo un compito di progettualità culturale, ma anche un ruolo
dinamico e attivo di trasformazione della società". Ne è convinto mons. Vincenzo Zani, sottosegretario della
Congregazione per l'educazione cattolica, che nell'ultimo numero di "La Rivista del Clero Italiano" (rivista
teologico-pastorale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore) traccia "un bilancio" dell'iniziativa, legata alla
"Dichiarazione comune di intenti" firmata nel 1999 a Bologna e volta alla creazione di uno spazio europeo di
formazione superiore (Ehea).

La storia. Dalla convinzione maturata negli ultimi decenni "che il futuro dell'Unione europea non potrà essere
fondato unicamente su aspetti economici, ma dovrà necessariamente fare i conti con l'evoluzione culturale,
sociale e tecnologica in atto nel mondo", spiega mons. Zani, è nata la necessità di "ripensare in profondità i
processi formativi da offrire alle nuove generazioni". In particolare "l'urgenza di estendere la formazione
superiore", promuovere la formazione permanente, "rendere meno obsoleta la formazione acquisita". A lanciare
nel 1998 alla Sorbona l'appello per "un sistema europeo di formazione superiore" sono i ministri dell'istruzione e
della ricerca di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia; appello recepito non solo dai 15 Paesi allora membri
Ue, ma anche da altri 14. Sono pertanto i rappresentanti di 29 Stati a sottoscrivere l'anno successivo a Bologna una
specifica "Dichiarazione di intenti".

Il Consiglio di Lisbona. Obiettivo principale, spiega ancora mons. Zani, "realizzare entro il 2010 la costruzione di
questo spazio europeo di istruzione superiore e promuoverlo in tutto il mondo". Un progetto "non isolato", precisa,
ma "preparato" negli anni dalla firma della "Magna Charta Universitatum" (Bologna 1988) e dalla Convenzione di
Lisbona (1997). Successiva, ma particolarmente strategica, "la riunione straordinaria del Consiglio europeo di
Lisbona del 2000" durante la quale viene formulato per l'Ue l'obiettivo da realizzarsi entro il 2010 di "diventare
l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita
economica sostenibile" e "una maggiore coesione sociale".
Gli obiettivi. "Adozione di un sistema di titoli di facile lettura e comparazione, e di un sistema accademico a due
cicli, ai quali si è aggiunto in seguito un terzo ciclo per la ricerca; introduzione di un nuovo sistema di crediti
(Ects) che favorisca la mobilità degli studenti in tutto il mondo; promozione della mobilità di studenti, docenti e
ricercatori, nonché della cooperazione europea nel controllo di qualità": questi, nella sintesi di mons. Zani, i
principali punti del percorso al quale negli anni hanno aderito altri Stati, tra cui anche la Santa Sede, raggiungendo
oggi il numero complessivo di 46.

Le sfide. "Questo modello - a giudizio di mons. Zani - deve rispondere a due nuove sfide; quella dell'università di
massa, cioè l'esigenza che la formazione superiore sia la più diffusa possibile" in una società della conoscenza
globalizzata, e "quella della continua evoluzione e differenziazione delle professionalità e dei tipi di lavoro che la
società richiede" in un contesto in cui "conoscenze e informazioni sono destinate e diventare rapidamente
obsolete". Di qui l'importanza di "sviluppare negli studenti la capacità di imparare, nonché di relazionarsi con gli
altri, di essere creativi e accrescere lo spirito di iniziativa". Ma occorre rispondere anche alla "frammentazione del
sapere, inevitabile conseguenza della specializzazione delle scienze e della ricerca". Sfide "di estrema complessità
- commenta il segretario della Congregazione vaticana - che da un lato richiedono una soluzione 'teorica' (un nuovo
modo di intendere l'universo dei saperi)"; dall'altro "una soluzione pratico-organizzativa (il nuovo assetto degli
studi, le riforme di struttura)".

Un difficile equilibrio. "Analizzando i sistemi universitari di alcuni Paesi europei - osserva il sacerdote - questo
difficile equilibrio oggi appare sottilmente insidiato dal rischio dell'invadenza della contabilità". Nel lavoro avviato,
si nota infatti "la forte rilevanza data al fattore economico anche come criterio per determinare le scelte e il
livello di qualità; l'applicazione del principio della concorrenza; l'enfasi per il sapere scientifico e tecnologico". Per
alcuni insomma, conclude mons. Zani, il "Processo di Bologna" potrebbe costituire anche "un'enorme macchina
burocratica che potrebbe soffocare" l'università e, in particolare, "la vocazione e la missione specifica degli atenei
ecclesiastici e cattolici, senza peraltro lasciare intravedere la possibilità di conseguire gli effetti positivi che esso
può produrre".

						
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