tesina inconscio cervello by Q9btea5

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									INTRODUZIONE
Dato un mio forte interesse per la psicologia, vorrei affrontare il tema dell’inconscio attinente alle varie
materie studiate nel mio liceo.
E’ mia intenzione prendere in considerazione cinque materie: storia, storia dell’arte, filosofia e letteratura
italiana ed inglese. Ho cercato, inoltre, di trovare collegamenti tra tutte queste materie.
L’argomento trattato in storia è il personaggio di Hitler, non tanto su quanto si legge sui libri attraverso
una visione oggettiva dei fatti, ma partendo dalle radici della sua vita, in modo da cercare di capire non il
‘cosa’, ma il ‘perché’. Argomento collegabile con la storia dell’arte, in quanto il quadro preferito di Hitler
era l’“Isola dei morti” di Boecklin, il quale, nonostante fosse dell’800, fu un’opera precoce che non si può
inquadrare solo come simbolista, perché è stata creata dall’artista per un motivo molto più profondo, che
trova forma nell’inconscio di ognuno di noi. Grazie alla sua particolarità, questo quadro lega personaggi
completamente differenti tra loro, oltre a Hitler; ad esempio Freud, lo psicoanalista il cui pensiero ha
capovolto la concezione della psicologia e, con essa, dell’inconscio, agli inizi del ‘900. Naturalmente portò
nuove conoscenze , nuovi contrasti e nuove influenze, come nel caso di Italo Svevo. Tratterò di
quest’ultimo per quanto riguarda la letteratura italiana, il quale proprio grazie a Freud e a Joyce, troverà
nuovi spunti e nuovi incoraggiamenti per riprendere a scrivere, dopo un silenzio lungo molti anni. Joyce
sarà, appunto, l’ultima personalità analizzata nella mia tesina.
Tutti questi argomenti sono stati oggetto di studio durante l’ultimo anno di superiori, da me trattati con lo
scopo di essere coerente e di approfondire quanto studiato nell’arco di quest’ultimo periodo scolastico.
COS’È L’INCONSCIO?
Per poter affrontare questo concetto dobbiamo prima prendere in considerazione una parte più ampia:
cioè il nostro cervello.
Esso è diviso in due parti, chiamate emisferi: l’emisfero sinistro, al quale appartiene la parte logica del
nostro cervello, e l’emisfero destro occupata dall’inconscio.

La definizione storica del termine deriva dal latino “scire” che significa conoscere. Da qui provengono i
due vocaboli protagonisti della psicologia dell’era moderna: “conscious”, cioè consapevole, e
“inconscious”, cioè inconsapevole o incosciente.
Entrambi gli aggettivi entrarono nella storia dal trecento e, grazie ad una serie di studi ed al progresso
della psicologia e della psicoanalisi, possiamo dare una definizione abbastanza precisa dell’inconscio. Esso
è quella parte del nostro cervello che elabora pensieri che noi possediamo ma dei quali non abbiamo
conoscenza.
Tutto ciò che è noto nella nostra mente, concetti, ricordi, sensi del dovere e di responsabilità, ecc.,
appartengono alla sfera razionale. Mentre lapsus, ricordi rimossi, istinti, emozioni, sogni, sono racchiuse
nella faccia più nascosta del nostro cervello: l’inconscio.
Al contrario del conscio, l’inconscio, non si esprime in maniera chiara e precisa, ma attraverso segni ed
emozioni che noi dovremmo riuscire ad interpretare e a soddisfare.
Nel momento in cui l’inconscio necessita di qualcosa che gli viene negato, sentiamo i suoi effetti di
conseguenza, ma spesso non avvengono nello stesso ambito, in quanto si esprimono sottoforma di
malessere, ansia, emicranie, stanchezza, sogni, ecc. Perciò non è facile riuscire a comprenderlo.

 Per poter comprendere meglio la distinzione dei due emisferi appena descritti si può prendere in esempio
il paragone che Freud ci offrì sull’argomento: egli mise a confronto il nostro cervello con un iceberg,
evidenziando la suddivisione del conscio dall’inconscio, come l’estremità visibile e la base nascosta
dell’iceberg. La punta di quest’ultimo è la nostra parte razionale, quella di cui abbiamo coscienza e che
ascoltiamo ogni giorno. Ma non prendiamo in considerazione la parte sottostante, la base dell’iceberg,
infinitamente più grande e rilevante. Essa è, infatti, la base di tutto, fondamentale per lo spostamento
dell’iceberg nell’acqua. E lo stesso accade al nostro cervello. La parte razionale ci impone di prendere una
decisione che bene o male ci angoscerà. Ma sarà difficile mantenerla perché un’altra parte di noi ci spinge
a trasgredire la nostra scelta. Ad esempio se noi decidessimo di non sentire più una determinata persona
che ci fa soffrire, qualcos’altro ci spingerebbe invece a comportarci al contrario. Si dice sia il cuore, ma è
ovvio che sia scientificamente impossibile. Questa imponente parte di noi è l’inconscio, che spesso ci guida
quando invece noi pensiamo di aver ragionato con razionalità.
La parte logica del nostro cervello è solo una minuscola parte in confronto alla parte irrazionale. Ecco
perché spesso è quest’ultima quella che decide. La prima spesso fa da intoppo, ci fa credere che sia meglio
una cosa quando invece noi ne
vogliamo un’altra.
E nell’inconscio lo sappiamo, ma
preferiamo ascoltare l’unica
parte che tutti prendono in
considerazione. Questo problema
nasce dalla nostra stessa società,
la quale impone regole e schemi
fissi che troppo spesso non
lasciano libertà di agire, fissando
dei limiti che noi crediamo
corretti, ma che influiscono sul
nostro sistema immunitario,
causandoci stress, nervosismo,
malessere. Questo accade perché
una parte di noi viene repressa, o
comunque accantonata e sottovalutata. Così finiamo per non accontentare la nostra parte creativa,
emozionale, quella che più influisce sulle nostre decisioni e sui nostri stati d’animo.


MATERIA: STORIA
INTRODUZIONE
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, tutti gli avvenimenti accaduti nell’arco di tutti questi secoli,
hanno le loro radici nella matrice psicologica dell’uomo.
Guerra, sofferenza, odio, insicurezza, distruzione...ma anche amore, pace, empatia, arte, sono tutti prodotti
dell’uomo, da sempre. Gli effetti che ne derivano sono proprio gli avvenimenti che si verificano nella
storia.
Ecco perché ho deciso di esaminare la mente di colui che è diventato il simbolo della pazzia e della
crudeltà umana: Adolf Hitler.


La vita del Führer: dall’infanzia al suicidio
                         Adolf Hitler nacque il 20 aprile 1889, nella città austriaca di Braunau. Quarto
                         figlio di Alois Schickelgruber e di Klara Hitler, perse due dei suoi fratelli morti da
                         piccoli di difterite, e un altro fratello, ancora neonato.
                         Fu accudito amorosamente dalla madre. Qualcuno sostiene che il padre fosse molto
                         severo e che lo percuotesse regolarmente durante l’infanzia, ma si trattava,
                         comunque, di un provvedimento disciplinare molto comune all’epoca.
                         Avava un fratellastro ed una sorellastra, nati dal matrimonio precedente del padre.
                         La famiglia si trasferì, quando Hitler aveva due anni, oltre il confine, a Passau.
                         Dopo due anni nacque un altro fratello, Edmond. Traslocarono nuovamente nel
                         1895, nel paesino di Hafeld. Un anno dopo nacque un’altra sorella, Paula, molto
                         cara a Hitler.
                         In seguito ad un nuovo trasloco, Hitler frequentò il monastero benedettino del
                         luogo, caratterizzato da uno stemma con una svastica. Il suo sogno a quel tempo
era di diventare sacerdote.
Sogno che cambiò forma nell’arco di poco tempo, quando iniziò a coltivare una forte passione per il
disegno. Intorno al 1900, infatti, cominciò ad emergere il suo talento pittorico, ma dal momento in cui si
iscrisse alla scuola tecnica-scientifica Realschule per decisione del padre, cominciò ad avere un
rendimento sempre peggiore.
Il padre morì tre anni dopo, a causa di un’emorragia pleurica. La salute dello stesso Hitler non era delle
migliori: soffriva di infezioni polmonari, che lo convinsero, anche su detta del suo medico, a lasciare la
scuola che neanche lo soddisfaceva.
Nel 1906 si trasferì, quindi, a Vienna, convinto di riuscire ad ottenere un posto presso una prestigiosa
scuola d’arte. Ma con sua grande delusione dovette rimettere nel cassetto quei sogni che per poco tempo lo
avevano fatto sperare. Questa scuola rifiutò i suoi disegni, sostenendo che fossero troppo architettonici,
non pittorici: inadatti al tipo di studi della stessa. Come se non bastasse, due anni più tardi del suo
spostamento, sua madre morì a causa di un tumore maligno al seno. Fu curata invano dal dottor Eduard
Bloch, un medico ebreo che curava i poveri. In seguito ad un trattamento estremamente doloroso e
all’assunzione di un farmaco costoso e molto pericoloso, morì nel 1907.
“Io avevo onorato mio padre ma amavo mia madre”, queste le parole di un ragazzo solo e dal cuore
distrutto, che non disponeva che di un piccolo lascito ricevuto alla morte del padre e di una pensione da
orfano. Visse per sei anni a Vienna, durante i quali, dal 1909, girava per la città come un vagabondo, in
quanto non aveva più neanche un soldo. Dormiva, quindi, nei dormitori pubblici, nei bar, negli ostelli
malridotti, alcuni dei quali finanziati da solidali ebrei.
Nonostante i suoi due migliori amici fossero di razza ebrea e ammirasse i mercanti d’arte, i cantanti ed i
produttori ebrei che lavoravano nell’opera lirica, questo fu proprio il periodo in cui Hitler andò formando
il suo risentimento per la razza semitica, l’interesse per la politica e le capacità oratorie. Questo
cambiamento fu possibile in quanto a Vienna l’antisemitismo era molto diffuso e la stampa ritraeva gli
ebrei come i colpevoli di molti problemi: pensiero che interessò e influenzò lo stesso Hitler.
Nel momento in cui scappò a Monaco di Baviera, grazie ad un lascito da parte della zia, per sfuggire al
servizio militare nel maggio 1913, venne trovato e minacciato dalla polizia che se si fosse rifiutato
nuovamente di arruolarsi, avrebbe dovuto pagare una salata sanzione e sarebbe stato condannato ad un
anno di prigione. Per ironia della sorte dopo la visita medica venne giudicato troppo debole per
combattere. Venne quindi lasciato in libertà.
Ma la sua carriera militare non si concluse qui: l’attentato alla vita dell’erede al trono austriaco, Francesco
Ferdinando, da parte di uno studente serbo, a Sarajevo – che portò allo scoppio della prima guerra
mondiale – creò in lui un più forte risentimento nei confronti degli slavi. Si trovò, così, volontario ad
entrare nell’esercito bavarese. Combatté con merito per la prima volta contro inglesi e belgi a Ypres. Fu
insignito di due Croci di ferro per il suo coraggio. Inoltre, fu promosso appuntato. In seguito ad una ferita
a causa di un bomba nemica fu evacuato a Berlino.
Si trasferì a Monaco nel marzo 1919, alla vigilia della proclamazione della Repubblica dei Consigli, dove si
attivò in varie questioni politiche antirivoluzionarie.
Dalla primavera del 1920 si dedicò unicamente alla propaganda in favore del
"Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori" (NSDAP).
La sua ascesa, legata alla crisi della Repubblica di Weimar sotto i colpi della
grande depressione, fu agevolata anche dall'acquisizione della cittadinanza
tedesca, nel febbraio del 1932, grazie alla nomina di funzionario del governo
del Braunschweig.
Il 30 gennaio 1933, il feldmaresciallo Hindenburg lo incaricò cancelliere del
                            Reich. Da questo momento Hitler non lavorò più solo
                            per rafforzare gli ideali della Germania nazista, ma
                            soprattutto per il proprio potere personale. Capo
                            dello Stato alla morte di Hindenburg, il 2 agosto
                            1934, dopo essersi sbarazzato anche del suo antico
                            amico e ora pericoloso rivale, il capo delle SA Ernst
                            Röhm, assunse anche il comando diretto della
                            Wehrmacht.
                            Scoppiò la Seconda guerra mondiale che, con l'ulteriore esaltazione dell'unità
                            nazionale intorno al Führer, accrebbe la concentrazione dei poteri nelle sue
                            mani.
                            Dai circoli militari, cioè alcuni settori dell'amministrazione e della diplomazia,
                            scaturì l'attentato del 20 luglio 1944, al quale Hitler sopravvisse scatenando una
                            sanguinosa repressione, ordinando la resistenza ad oltranza e la "terra bruciata"
                            dinanzi al nemico, che ormai invadeva la Germania da est e da ovest.
Prima di suicidarsi nel bunker della Cancelleria di Berlino assediata dai soldati dell'Armata rossa, il 30
aprile 1945, pronunciò un’ultima professione di fede antibolscevica e antisemita all’atto di cedere i poteri
all’ammiraglio Karl Dönitz.

COMMENTO PERSONALE
L’infanzia di Hitler non può essere assolutamente considerata come una giustificazione del terrore e dello
sterminio che ha disseminato nelle vite di milioni di innocenti, ma può essere considerata una spiegazione
alla nascita della sua violenza, un principio di quella che è diventata poi la sua malattia.
Ritengo invece che non si possa arrivare alla semplice conclusione “lo ha fatto perché era completamente
pazzo”, in quanto bisognerebbe considerare come lo è diventato. Ciò non lo estrania assolutamente dalle
sue colpe, essendo lui il disumano autore e protagonista di questa tragedia.
La sua infanzia difficile ha dato vita probabilmente alla sua smania di terrore perché egli non è stato in
grado di assorbire ed accettare le violenze e le umiliazioni subite quando non era ancora nelle condizioni
di poter reagire.
Nel momento in cui lo è stato perché si è trovato in una situazione fisica e politica in cui poteva esserlo,
probabilmente non ha saputo controllare il rancore che lo governava da sempre.
Ed è presumibile che questa sua smania di potere contro il più debole sia stata il riflesso del quadro nel
quale aveva vissuto da piccolo, ma dove era lui nei panni della vittima innocente.
Il suo sembrava essere un rifiuto del mondo, di ciò che era diverso da lui.
Ciò si potrebbe spiegare dal fatto che Hitler era sempre stato rifiutato da suo padre per la sua diversità, in
quanto amante dell’arte, quando quest’ultimo pretendeva invece che avesse un ruolo sociale ben diverso.
Egli gli imponeva questa sua idea con la violenza, senza lasciargli altre alternative.
La sua vita non migliorò con il passare degli anni, in quanto ebbe a che fare con la tragica sofferenza della
fame. Hitler, infatti, non era riuscito a trovare un lavoro, dopo essere stato rifiutato da una scuola d’arte
perché ritenuto ‘non abbastanza bravo’.
L’arte, la sua passione da sempre, ciò in cui poteva esprimersi e sfogarsi liberamente, il sogno per il quale
aveva da sempre sofferto per poterlo realizzare un domani, era stato distrutto da chi, di lui, non sapeva
niente, e non aveva alcun diritto di giudicarlo in quel modo.
Il pensiero inconscio che portò Hitler a sfogarsi su innocenti e ‘diversi’ era proprio questo, secondo il mio
parere.
Della prima fase della sua vita conosciamo, purtroppo, ben poco, ma abbastanza da poter affermare che la
sua violenza aveva le radici in questi anni così difficili, dove un bambino non può capire che non è colpa
sua se suo padre lo picchia, sua madre piange e prende le botte, che toccherebbero a lui, per proteggerlo; si
vede morire quattro dei suoi cinque fratelli della stessa malattia, e cresce in un mondo in cui non si sente
capito. Un bambino cresciuto dove violenza e morte erano costantemente davanti ai suoi occhi e nella sua
ingenua mente.
Quando la mente non si è ancora definita e viene sommersa da immagini di questo tipo, le reazioni
possono essere di tipo differente, ma qualunque essa sia non si può uscirne immuni.
La prima è l’autoescludersi dalla società, per evitare a priori di soffrire. Ci si comporta da vittima,
pensando che il mondo ce l’abbia con noi e subendo le violenze che ci impone senza reagire. Come se si
rimanesse sempre bambini, e non si crescesse mai.
La reazione opposta, quella che Hitler stesso non era riuscito a contenere, porta chi ha subito il trauma a
comportarsi allo stesso modo di chi ce lo ha provocato, o, addirittura, estremamente peggio di quanto
sarebbe in realtà se non ci si facesse sopravvalere dall’odio.
Questo sentimento che solo poche persone riescono a raggiungere nella sua piena negatività, porta a
vivere in una dimensione in cui ci si crede l’unico meritevole del diritto di vivere. A questo punto non si
vuole assolutamente che qualcun altro possa avere lo stesso privilegio e ci si sente in dovere di distruggerlo
o, comunque, di averne il controllo più totale. Allo stesso tempo, però, la poca umanità rimasta, che è
propria di ogni essere umano, e che Hitler aveva soffocato nel suo inconscio, gli creava sofferenza,
apparentemente immotivata, che cercava di soddisfare con maggiore crudeltà verso gli altri. Questo
naturalmente non poteva che peggiorare le cose.
Rimaneva poi la ferita, non ancora rimarginata, di una dura vita passata, che egli avrebbe voluto
cancellare ma che non poteva, e l’unico modo per farlo sarebbe stato la morte. O l’arte.
Ciò che appassionava Hitler in modo particolare era il quadro ‘L’isola dei morti’, in quanto Arnold
Boecklin lasciava, a chi lo osservava, il compito di interpretarlo a modo suo, arrivando a scovare nella sua
immaginazione più profonda fino a farlo sognare ad occhi aperti.
Hitler riusciva a raggiungere in quel modo la pace dentro di sé, ma prima o poi doveva aprire gli occhi,
guardare la realtà e vendicarsi.
La vendetta, amaro frutto di un odio profondo, ha spinto Hitler, più di ogni altra cosa, a diventare uno
spietato omicida.

Ciò che è stato scritto precedentemente è solo un modesto parere basato su dei fatti certi, che mi hanno
spinto a cercare una spiegazione ad un sadismo e ad una crudeltà così impensabilmente ciechi.
Forse solo per dare una ragione alla morte di tutte quella persone, alla sofferenza dei loro cari che,
sicuramente, ancora si chiedono il perché di quello che hanno dovuto patire per colpa di un uomo.
E fa male sapere che non ci sarà mai una risposta alla loro domanda, ma ciò non significa che si debbano
arrendere davanti ad un ricordo così doloroso.
Magari mettere l’odio da parte e provare a capirlo potrebbe essere il modo migliore per poter affrontare il
problema... in quanto non lo si dovrebbe nascondere fingendo che non esista, perché è presente nella loro
mente, ed in un modo o nell’altro si farebbe sentire pesantemente.
Si dovrebbe invece riuscire a trovare la forza per accettarlo nonostante tutta la sua negatività.
Proprio quello che non è riuscito a fare Hitler.
MATERIA: STORIA DELL’ARTE
L’ISOLA DEI MORTI
La vita dell’artista...
Arnold Boecklin naque il 16 ottobre 1827 in Basilea e morì il 16 gennaio 1901. È stato un pittore svizzero
ma fu una figura di spicco e di grande rilevanza nella storia dell’arte tedesca.
Iniziò la sua carriera come paesaggista, ma fu influenzato dal romanticismo in seguito a dei viaggi in
Italia. Divenne un simbolista. Infatti la sua pittura si rivela mitologica: inserisce creature oniriche in
architetture classiche, simbolismi, allegorie, con un continuo rimando al tema della morte.
Il suo quadro principale, quello che esordì maggior stupore, fu l’”Isola dei morti”, intitolata così non
dall’artista stesso - il quale non voleva influenzare lo spettatore, lasciandolo libero di viaggiare con la
fantasia, in modo da suscitare in ognuno sensazioni diverse – ma dal mercante d’arte berlinese Fritz
Garlitt. In origine il dipinto era noto con il semplice titolo di “Un luogo tranquillo”. Questo quadro gli fu
commissionato dalla contessa vedova Marie Berna che desiderava un “quadro per sognare”. Ma per
quanto potesse essere evocativo e suscitare fantasie profonde come gli era stato assegnato, la sensazione
che lascia è comunque di un misterioso tormento, che si avvicina all’incubo più che al sogno. La contessa,
alla sua vista, avrebbe “sognato nel buio mondo delle ombre” per poi sentire “leggero il tiepido alito di
vento increspare le onde del mare, in un silenzio solenne e irreale che una sola parola bastava a turbare”.

Quattro differenti versioni e le diverse interpretazioni
                                     Con il passare degli anni Boecklin eseguì altre quattro versioni dello
                                     stesso quadro, con l’intento sempre più evidente di rappresentare le
                                     tematiche della morte e della caducità, messe in evidenza da quel
                                     cerchio angosciante di cipressi scuri e pareti rocciose. Lo intitolò a
                                     quel punto l’”isola dei sepolcri”, battezzandolo quindi come metafora
                                     del viaggio verso la morte: un regno misterioso e oscuro, di cui non si
                                     conosce la fine.
                                     Le diverse versioni furono eseguite tra l’80 e l’86. la quarta versione fu
                                     distrutta a Rotterdam durante la Seconda Guerra Mondiale.
I temi in comune sono un rematore ed una figura vestita di
bianco in una piccola barca che si sta dirigendo verso un’isola
rocciosa. Nella barca c’è un oggetto che è, probabilmente, una
bara.
L’approdo all’isola cambia di volta in volta: in una copia viene
rappresentato con una barriera data da un muro di cinta ed un
cancello, in un’altra è arretrato e non in linea con il resto
dell’isola...
Cambiano anche le tonalità dei colori, dai toni dei bruciati per
rappresentare un tramonto, al colore livido dell’alba o di una tetra giornata invernale.
                                              I critici interpretano il luogo raffigurato in varie versioni. La
                                              più conosciuta e comunemente presentata è che si tratti del
                                              Cimitero degli Inglesi, dove era stata sepolta sua figlia.
                                              Ma nulla fermò altri pensatori ad andare oltre, cercando
                                              spiegazioni addirittura nei miti: qualcuno le trova nell’isola
                                              leggendaria di Avalon, situata in Inghilterra. Ma anche a
                                              questo punto le interpretazioni sono varie: partendo dal
                                              termine stesso i critici cercano un collegamento con quello che
                                                     potrebbe
effettivamente essere quest’isola mitica. Riconducendolo ad una
traslitterazione inglese del termine celtico Annwyn, li porta a
credere che si tratti del “regno delle fate”, o di Neverword. In disaccordo è, ad esempio, Goffredo di
Monmouth. Egli riconduce il suo ragionamento al prefisso “aval”, in bretone e in celtico “mela”,
ricavandone la traduzione molto probabile di “Isola delle mele”.
Avalon è il luogo in cui, secondo la tradizione, venne sepolto Re Artù, trasportato all’isola da una barca
guidata da sua sorella Morgana, detta La Fata.
Qualcun altro abbandona la teoria dell’isola leggendaria di Avalon per considerare l’isola situata
all’estremo Nord del mondo denominata Thule. Essa fu durante, l’Età dell’Oro, patria degli Iperborei, i
quali, secondo il mito, furono i primi antenati degli indoeuropei.
Secondo la leggenda erano dei Semidei che trasmisero tutte le conoscenze dell’isola nel sangue dei propri
discendenti. Ma, conclusasi la magnifica Età dell’Oro, l’isola divenne irraggiungibile ed introvabile per chi
non era degno di raggiungerla. Soltanto dei guerrieri scelti potranno raggiungerla nelle Ere successive.
Il quadro di Boecklin ricorda questa immagine in quanto Thule viene comunemente rappresentata come
una montagna che spunta dal mare.

Hitler, Freud, Lenin, D’Annunzio, Dalì... cosa li accomuna?
Questo quadro impressiona grandi personalità dell’epoca, fino alla seconda metà del 900, in quanto
anticipa e influisce su varie correnti artistiche nate in seguito. Hitler ne rimase folgorato, ma non fu il solo.
Anche Freud s’infatuò di quest’opera, in quanto li accomunava il tema dell’inconscio, probabilmente. Ciò
che quel quadro riusciva a trasmettere a chi lo guardava era, infatti, un mistero da svelare. E chi meglio di
Freud avrebbe potuto farlo?
Altre personalità rilevanti che rimasero impressionate da questo quadro furono Lenin, Dalì e D’Annunzio:
come si può notare personaggi che non si poteva minimamente immaginare potessero avere qualcosa in
comune, probabilmente non lo sapevano nemmeno loro. Eppure, per qualche motivo, tutti e tre
ammiravano ciò che la mente e la mano di Boecklin erano riusciti a creare.

COMMENTO PERSONALE
Ogni versione realizzata da Boecklin esprime una sensazione diversa. Il tema, al di là delle varie
interpretazioni mitologiche, è a mio parere quello della morte, come suggerisce il titolo. Probabilmente
l’artista ha voluto ricollegare ciò che la contessa gli aveva richiesto, cioè un quadro che facesse sognare, al
pensiero di sua figlia in un mondo trascendente, non accessibile ai vivi, ma al quale ognuno di noi è
destinato ad accedere, prima o poi.
La mia interpretazione si fonda su questo pensiero, secondo il quale Boecklin abbia voluto simbolizzare un
tema comune a tutti e che lui stesso aveva vissuto in prima persona, dovendo affrontare il dolore per la
perdita di una persona così cara a lui. Non è facile dover superare la morte di qualcuno, soprattutto se quel
qualcuno è la propria figlia. Non è facile soprattutto perché si cercano spiegazioni che nessuno ci può
dare. Non si sa dove sia, se sia felice, se il suo spirito esista ancora. Si può aver fede ma non si può avere la
certezza di nulla.
E Boecklin a mio parere ha voluto riprodurre proprio questa sua angoscia del non sapere: i cipressi
simboleggiano la morte, ma sono così scuri che quasi non si riesce a distinguerli. E più ci si avvicina al
centro dell’opera più è complicato intravedere qualcosa. Anzi, è semplicemente impossibile. In quanto quel
qualcosa non è stato raffigurato. Perché neanche l’autore sapeva cosa fosse. E sta proprio lì la sua
domanda. Dove arriva la barca? Cosa trova? Si può immaginare l’esterno, riconducendolo ad un luogo
comune, anche se misterioso, in quanto è da tramite tra il mondo dell’al di qua e dell’aldilà. Ma non si può
immaginare l’interno, poiché ci si arriva solo attraverso la morte.
Quello che faceva sognare lo spettatore del quadro è probabilmente questa libertà di viaggiare con la
fantasia, di scoprire in quello spazio buio e vuoto l’infinito, di immaginare ciò che nella realtà era
ostacolato da dei limiti. Forse è proprio il tema della morte a legare tutte quante quelle personalità così
distanti tra loro: il quadro gli fu commissionato da una vedova, che, secondo le sue stesse parole, riusciva,
osservando il quadro, a viaggiare “nel buio mondo delle ombre”; Hitler aveva vissuto con questa crudele
compagna di vita fin dalla sua infanzia, arrivando a dover affrontare la morte della madre, che adorava.
Ciò lo portò, quasi per ironia, a diventare lui stesso un ossessionato omicida; Boecklin stesso aveva perso la
figlia.
Tutti e tre, forse, trovavano un ricongiungimento psicologico con le persone che amavano e che non erano
più in vita, immedesimandosi profondamente all’interno del quadro, e riuscendo a trovare una pace
momentanea dentro di sé che nella realtà non riuscivano ad ottenere. Forse, per un momento, riuscivano a
ricevere quelle risposte che tanto desideravano. Forse, era semplicemente un autoconvinzione inconscia, in
quanto s’immaginavano quello che più desideravano. Forse, per un attimo, riuscivano ad essere felici
anche senza i loro cari.
MATERIA: FILOSOFIA
SIGMUND FREUD
Vita
Sigismund Schlomo Freud nacque in Moravia, a Freiberg, nel 1856 e morì a Londra nel 1939. nel 1877
abbreviò il suo nome in Sigmund Freud. Dal padre, ebreo, non ricevette un’educazione tradizionalista,
eppure Freud si interessò fin da piccolo degli studi classici, in particolare della Bibbia. Frequentò una
scuola privata, successivamente lo “Sperl Gimnasyum” e conseguì la maturità a diciassette anni.
Nonostante avesse grandi capacità intellettive l’ottenimento della sua laurea in medicina si posticipò a
causa di una sua avversione contro gli insegnanti che riteneva non abbastanza competenti.
Si trasferì, quindi, in Inghilterra, dove venne in contatto con le teorie darwiniane lavorando per la ricerca.
Ma il lavoro non lo soddisfaceva. Conobbe Ernst Wilhelm von Brucke, dal quale rimase affascinato. Eseguì
per sei anni ricerche nel campo della neuro-istologia, che lasciò per
potersi assicurare l’indipendenza economica, lavorando all’Ospedale
Generale di Vienna per tre anni. Fu proprio in quel periodo, più
precisamente nel 1884, che scoprì una sostanza estranea al nostro
continente: la cocaina. La testò su di sé senza percepirne effetti
collaterali rilevanti e la utilizzò al posto della morfina nel curare un
suo amico, il quale ne divenne dipendente. Fu una macchia nera nella
sua carriera. Anche Freud ne divenne assiduo consumatore e
dipendente.
Nel 1885 ottenne la cattedra di professore ordinario. Nello stesso anno
iniziò gli studi sull’isteria e grazie ad una borsa di studio si recò a
Parigi. Qui apprese le teorie sull’ipnosi di Charcot, ma quando fu il
momento di applicarle nel suo studio a Vienna ottenne risultati
deludenti.
Nel 1886 si sposò con Martha Bernays, da cui ebbe sei figli.
Nel 1897 divenne professore di neuropatologia. Importante fu
l’incontro con Josef Breuer, con il quale, nello studio sull’isteria,
sviluppò il metodo catartico e fondò la psicanalisi.
Nel 1910 fondò l’Associazione psicoanalitica internazionale.

Pensiero
Sigmund Freud è stato il primo studioso a fornire strumenti scientifici all’analisi e alla terapia della mente
umana.
Nonostante il concetto d’inconscio fosse già stato ipotizzato in precedenza sottoforma di altri termini,
Freud è considerato il primo vero scopritore dello stesso, in quanto riuscì a fornirne una descrizione
assolutamente logica e competente. Non solo divise il cervello in due parti immaginariamente separate tra
loro – conscio e inconscio – ma ne trovò una terza, sconosciuta fino a quel tempo: il preconscio.
Freud spiega che il conscio è l’Io consapevole, in cui sono presenti rappresentazioni della realtà di cui
abbiamo percezione.
L’inconscio è, invece, una parte della psiche che sta al di fuori del conscio, ma influisce su di essa. Esso è
costituito da due parti: il preconscio, dove vengono immagazzinati pensieri che possono tornare alla
memoria con un piccolo sforzo, come ad esempio i ricordi. La seconda è quella parte dove vengono
‘nascosti’ elementi psichici considerati inaccettabili dal conscio, attraverso il processo di rimozione. Questi
però possono riaffiorare se stimolati e, inoltre, contribuiscono alla formazione di malattie psicologiche e
della nostra personalità.
È Freud a paragonare per primo la nostra psiche ad un iceberg: la parte superflua rappresenta il nostro
conscio, quello che noi prendiamo in considerazione e crediamo di seguire in ogni nostra decisione,
quando in realtà è la base dell’iceberg, il nostro inconscio, ad avere il predominio psichico sulla nostra
mente, essendo infinitamente più grande e rilevante del primo.
L’inconscio si esprime attraverso i sogni, ed è attraverso questa via che noi possiamo conoscerlo. I sogni
sono infatti rappresentazioni di pulsioni latenti rimosse dalla coscienza. Nei sogni si trovano il contenuto
manifesto, che è quello che ci appare, quello che viene ricordato al risveglio, e un contenuto latente, che
rappresenta il vero significato del sogno. Ma la coscienza, interviene su quest’ultimo rendendolo
moralmente accettabile tramite i meccanismi di condensamento, spostamento e censura. Il primo unisce i
contenuti latenti in un unico manifesto. Il secondo sposta l’attenzione su elementi secondari nascondendo
quelli principali.

Il secondo modello mentale di Freud prevede anche una seconda topica, per la quale la psiche viene divisa
in altri tre concetti: Es, Io, Super Io.
L’Es è la prima istanza a formarsi nell’uomo. Corrisponde all’Io bambino. È il luogo della nostra mente da
dove provengono delle pulsioni dei desideri che si vorrebbero soddisfare, in cui non vi è alcuna censura e
nessun limite. Si agisce senza curarsi delle circostanze.
Il Super Io si forma successivamente, quando il bambino si integra con i genitori. A quel punto avviene la
fase censoria, in cui si sviluppa la coscienza morale. Secondo Freud questo processo avviene in seguito al
complesso di Edipo, quando il bambino si identifica nel genitore.
L’Io è infine quella parte di noi che spinto dall’Es ma limitato dal Super Io fa da intermediario tra le due
parti, mitigandole. Esso deve infatti soddisfare le richieste dell’Es senza andare troppo oltre i limiti imposti
dal Super Io, seguendo il principio di realtà per rapportarsi con il mondo esterno.
Lo squilibrio di questo sistema dalla parte dell’Es porta ad un comportamento antisociale, dalla parte del
Super Io ad atteggiamenti nevrotici.
MATERIA: LETTERATURA ITALIANA
ITALO SVEVO
Vita
Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz, nacque a Trieste il 19 dicembre 1861 da famiglia
ebraica. Nel 1874 si trasferisce in Germania per studiare in collegio, dove segue lezioni di tedesco e
materie utili per l’attività commerciale.
Dopo quattro anni torna a Trieste e finisce gli studi. Si interessa intanto di letteratura, legge, infatti, prima i
classici tedeschi - come Goethe, Schiller, Heine, Jean Paul - e successivamente quelli italiani.
Con il fallimento dell’azienda del padre, nel 1880 intraprese una collaborazione con il giornale
irredentista triestino “L’indipendente”, confermando, così, la sua reale aspirazione di scrittore.
Nel 1892 pubblica egli stesso il suo primo romanzo, intitolato “Una vita” su consiglio dell’editore. Svevo,
in realtà, aveva intenzione di intitolarlo “Un inetto”. ad ogni modo quest’opera venne ingorata sia dalla
critica che dal pubblico.
In quell’anno frequentò Giuseppina Zargol, la quale gli ispirò il personaggio per un nuovo romanzo, che
avrebbe pubblicato sei anni più tardi, “Senilità”.
Precedentemente collaborò con il giornale “Il piccolo” ed ottenne, inoltre, una cattedra all’istituto
Revoltella.
Si fidanzò e sposò con una cugina, nel 1896.
Ricevette nuovamente una delusione in campo letterario pubblicando il suo secondo romanzo, “Senilità”,
che lo portò quasi ad abbandonare la letteratura.
Dimessosi dalla banca entra nell’azienda del suocero, accantonando, così, l’attività letteraria.
Frequentò, nel 1907, un corso di lingua inglese in quanto avrebbe dovuto eseguire numerosi viaggi
all’estero. Per pura casualità il suo insegnante era il grande scrittore irlandese James Joyce. Grazie al suo
parere positivo ed entusiasta nei confronti delle due opere di Svevo, quest’ultimo riceve una spinta alla
continuazione della sua produzione letteraria, la quale viene inoltre influenzata da una nuova corrente di
pensiero: la psichiatria. Entra in contatto con essa grazie a delle cure a cui suo cognato dovette sottoporsi
dallo stesso Freud.
Allo scoppio della prima guerra mondiale l’azienda in cui lavorava fu chiusa per ordine austriaco. Poté,
quindi, dedicarsi a ciò che più lo entusiasmava: la scrittura. Nel 1919
cominciò a scrivere la “Coscienza di Zeno”, pubblicata senza successo nel
1923. A quel punto Svevo si rimise in contatto con Joyce, il quale in quel
momento si trovava in Francia, inviandogli la sua opera. Lo scrittore
irlandese, che non poteva fare a meno di notare il genio di Svevo, lo
pubblicò in Francia, dove riscosse un grande successo.
Eugenio Montale, nel frattempo, affermava la grandezza dello scrittore in
Italia, facendo così scoppiare il “caso Svevo”.
Nel 1926 la rivista francese “Le navire d'argent” gli dedicò un intero
fascicolo, nel 1927 tenne una famosa conferenza su Joyce a Milano, e nel
marzo 1928 venne festeggiato a Parigi tra molti noti scrittori europei.
Il quarto romanzo, intitolato “Il vecchione o Le confessioni del vegliardo”,
rimarrà incompiuto a causa della morte dello scrittore, avvenuta il 13
settembre 1928, in seguito ad un incidente stradale.

Pensiero
Svevo unisce vari filoni di pensiero difficilmente conciliabili tra loro, in quanto appartenenti ad ideologia
diverse. Tratta nelle sue opere idee derivanti dal positivismo, dalle teorie di Darwin e dal marxismo. Esse
vanno in contrasto con le ideologie antipositiviste come quelle di Schopenhauer, di Nietzsche e di Freud.
Ma la coerenza e il genio di Svevo stanno nel modo in cui egli prende in considerazione elementi così
differenti tra loro: non li analizza secondo il loro contenuto ideologico, ma assumendoli, invece, come
strumenti conoscitivi della realtà. Di conseguenza rifiuta ogni concezione di tipo metafisico, idealistico e
spiritualistico, basandosi su un’elaborazione della realtà di tipo fisico e materialista.
Di Schopenhauer rifiuta il pensiero filosofico che ha la base nella rinuncia della volontà, la “noluntas”, per
poter raggiungere la saggezza.
Di Nietzsche condivide la teoria sulla pluralità dell’io e la critica dei valori borghesi. Non lo considera,
invece, come creatore di miti dionisiaci.
Dello stesso Freud non condivide il pensiero: non accetta un’analisi teorica, psicologica, per ottenere dei
risultati pratici. Non accetta, cioè, la psicanalisi come terapia, ma la ritiene semplicemente una valida ed
tecnica di conoscenza.

La coscienza di Zeno
Ne “La coscienza di Zeno” Svevo fa un salto di qualità nell’impianto narrativo, in quanto appare
venticinque anni dopo il suo ultimo romanzo, “Senilità”, cioè nel 1923.
Il narratore coincide con il protagonista stesso, l’impianto è, quindi, autodiegetico; dunque il romanzo
viene raccontato da parte di Zeno Cosini, come se fosse un diario scritto su consiglio del suo psicanalista,
per guarire da quella che lui credeva essere la “sua” malattia. Questo scritto sarebbe stato pubblicato dallo
stesso dottor S., il quale sente di aver subito un torto dal suo paziente, il quale sminuisce la sua cura e la
interrompe con la scusa che non serva a nulla.
Il romanzo non presenta una struttura temporale lineare essendo scritto sottoforma di diario, quindi i
ricordi sono disordinati a seconda di come risalgono alla mente di Zeno.
È diviso in sei capitoli, quali: il vizio del fumo e i vani sforzi per liberarsene, la morte del padre, la storia
del proprio matrimonio, il rapporto con la moglie e la giovane amante, la storia dell’associazione
commerciale affianco a Guido Speier e la Psico-analisi, dove viene esposto il parere di Zeno (in
coincidenza con quello di Svevo) sulla sua utilità.

Trama
Narra della vita oziosa e scioperata di questo particolare protagonista, che rispecchia la figura dell’inetto
com’è solito in Svevo. Anche se con alcune importanti differenze. Il padre, per questa sua poca voglia di
fare, non lo stima affatto e Zeno arriva anche a pensare di odiarlo. Inoltre suo padre - appena prima di
morire - gli dà una sberla, e questo innesca un conflitto psicologico nel protagonista del libro, che da una
parte sente di odiare ancor di più il padre, e non si perdona di non essere riuscito a contestare lo schiaffo
ricevuto. Dall’altro si sente in colpa per questi suoi sentimenti negativi, perché si rende conto che –
nonostante tutto – lui ha amato suo padre.
Sente in seguito il bisogno di appoggiarsi ad una figura paterna, e la trova nel tipico borghese abile e
sicuro nel suo lavoro, con una famiglia solida e pieno di certezze: Giovanni Malfenti.
Zeno conosce le tre figlie Malfenti, innamorandosi di Ada, la più bella, la quale lo rifiuta. Chiede, allora, la
mano ad Alberta, la più giovane, ma viene respinto anche da lei.
Rimane poi Augusta, che alla fine sembra incarnare prorpio il prototipo di moglie perfetta per Zeno: è la
sua antitesi, Zeno la vede “sana”.
Ma con il passare degli anni inizia a frequentare una bella e giovane ragazza, Carla, ce diviene la sua
amante per parecchio tempo. Zeno si convince che sia giusto prendersene cura, proteggendola in modo
paterno. Ma lo fa solo ed esclusivamente per non sentirsi troppo in colpa nei confronti di sua moglie.
Sarà Carla a lasciarlo per sposare un altro uomo.
Guido, il marito di Ada, inizialmente Zeno lo vede come rivale, ma poi gli si crea l’autoconvinzione di una
forte amicizia fraterna, da quando iniziano a lavorare assieme nella stessa compagnia commerciale. Egli è
l’antitesi di Zeno, e questo provoca odio ed invidia in Zeno. Ma a causa di un dissesto finanziario Guido si
sucida. È proprio in questo momento che l’inconscio di Zeno ha il sopravvento sulle sue certezze che si era
costruito da solo per celare quello che provava veramente: Zeno sbaglia corteo funebre, uno di quegli atti
mancati che Freud ci ha spiegato come rivelatori dei nostri impulsi inconsci.

Analisi
Questo romanzo è complessivamente un’autogiustificazione di Zeno nei confronti di ciò che lo circonda, di
ogni suo gesto, di ogni suo sentimento. Egli si sente in colpa inizialmente nei rapporti con il padre, per il
quale prova un odio profondo che maschera in seguito alla sua morte; nei confronti di sua moglie, che
tradisce con la giovane amante, e nei confronti della stessa amante, che vede troppo giovane ed innocente;
infine trova un senso di colpa anche nel rapporto con il suo socio Guido, la sua esatta antitesi, per il quale
il suo odio arriva addirittura a fornirgli impulsi omicidi.
Tutto ciò che scrive non è intenzionale: sono autoinganni che la sua mente stessa gli procura, in modo da
fargli alleggerire la coscienza, per fargli credere di essere innocente, e di non avere, quindi, nessun motivo
per sentirsi in colpa. Si potrebbe dire che più che della “coscienza di Zeno” il libro tratti dell’“incoscienza
di Zeno”, in quanto è l’inconscio stesso a suggerire a Zeno le decisioni da prendere, che vanno sempre in
contrasto con quelle che lui esplica. Sembra infatti una coscienza “falsa e ironica” ma è semplicemente
frutto della personalità di Zeno, dei suoi pensieri più profondi e dei suoi sentimenti inevitabili.
Le giustificazioni di Zeno, che ci fa credere essere tali ma che sono inevitabili per non doversi sentire in
colpa, non sono più forti del suo inconscio. Soprattutto perché è difficile fingere per una persona come
Zeno, così sensibile di carattere, non adatto a reggere una maschera troppo pesante. Egli invidia infatti il
prototipo di borghese, che vede in salute, perfetto, pieno di sicurezze e di certezze. Tutto ciò di cui avrebbe
bisogno anche Zeno. Ma in realtà Zeno comprende poi di non essere lui quello ad avere la malattia che lui
credeva provenire dalla sua dipendenza dal fumo: si rende conto che la sua malattia deriva dalla natura
stessa dell’uomo, che gli altri non riescono a superare essendo personaggi immobili, che vivono nella loro
finta perfezione, nella loro recita quotidiana, lasciandosi cadere ogni avvenimento addosso, senza
prenderlo in considerazione in profondità, ma solo risolvendolo alla superficie, in modo da concedersi di
riprendere tranquillamente la vita di sempre. Ma nel momento in cui le cose vanno male, chi sa reagire
meglio non è il tipico borghese che sembra avere tutto quello che un uomo può desiderare dalla vita, come
Guido, ma è Zeno, che prendendo atto della sua malattia ne sa anche reagire, si sa mettere in dubbio, cerca
di affrontare la realtà, in quanto personaggio mobile che si adatta ai molteplici e variabili aspetti della
realtà.
L’immobilità degli altri personaggi che prima Zeno vedeva come “sani” li rende cristallizzati in una forma
rigida, immutabile, è come un “veleno” che li “inquina”. Zeno può cogliere questa loro malattia grazie al
suo punto di vista mobile, che vede il mondo in divenire, e non statico. Ma in lui persiste sempre questo
bisogno di salute, che talvolta sembra trovare, ma che mai corrisponde al suo ideale di uomo “sano”.
Il protagonista stesso riesce a mettere in discussione un intero sistema di certezze che governa l’epoca di
Svevo; attraverso il suo sguardo critico ed estraneo ammira quel mondo che finisce poi per scovarne a
fondo le debolezze e ad eliminargli ogni certezza infondata.
In Zeno si fondono così qualità e difetti come cecità e chiaroveggenza, menzogna e acutezza critica,
rendendo impossibile una delineazione precisa del suo eccentrico carattere.

La narrazione viene affidata alla voce del personaggio, quella inattendibile di Zeno, che è completamente
diversa dalla prospettiva inattendibile dei protagonisti dei suoi primi due romanzi, “Una vita” e “Senilità”.
In questi ultimi due casi i loro punti di vista possono essere smentiti dalla voce esterna, antagonistica del
narratore. Nel caso di Zeno, egli rappresenta l’unica voce narrante. Ciò che egli dice può essere verità o
bugia a seconda della nostra libera interpretazione.
Questa nuova fisionomia dell’eroe sveviano, mutata nel corso dei suoi tre romanzi, sta ad indicare il
cambiamento di ideologia avvenuto nel passaggio dall’Ottocento al Novecento, secondo cui la visione
chiusa del mondo è ora svanita tramite le varie trasformazioni avvenute alla fine del secolo ottocentesco,
lasciando spazio ad una visione più aperta del mondo.
SUBJECT: ENGLISH
JOYCE
Life
James Joyce was born in 1882 and died in 1941 in Ireland.
He is known for his landmark novel “Ulysses”, written in 1922, and its
controversial successor “Finnegans Wake”. He is an important writer for his
short story “Dubliners” (1914) and his semi-autobiographical novel “A Portrait
of the Artist as a Young Man” too.
He wrote very lot about his native city, Dublin. But his nonconformist and critic
character is against Dublin’s society and the Roman Catholic Church. We could
find it in his works Dubliners. But his way to describe is objective. That’s the
greatness of Joyce. He writes what everyone can see. So there will be a realistic
picture of Dublin.

Technique & Themes
We find his modernist genius in his novels’ structures. He starts them “in medias res” with the analysis of
a particular moment and of the characters’ minds through the interior monologue, a writing technique
used to give a direct presentation of the protagonist thoughts narrated in third person. So the reader can
acquire a direct knowledge of the characters.
This effect is made also by the stream of consciousness technique, a flow of thoughts free associated
without any apparent logical links. The facts seem confused, because of the use of different points of view
to describe a single moment. It is presented with clues and not by the clear voice of an omniscient
narrator.
So time is subjective: it depends on the characters’ mind, linked to psychological changes. Then his
description of his native city is not strictly derived from external reality but from the characters’ minds.
His style and technique developed from “Dubliners”, through an exploration of the characters’ minds and
impressions, with different points of view that could change in an apparently unimportant moment
through an epiphany, that is to say the sudden spiritual manifestation, a character’s self realization about
himself.
An ordinary theme in Joyce’s novels is the paralysis. Joyce emphasized the moment in which the condition
of paralysis shows itself to the victims. That’s the turning point of each novel because it is the moral to
know oneself.
However, Joyce, doesn’t want to teach anything. His aim is to underline the impossibility to go over this
particular situation of immobility, originated from an impulse caused by a sense of enclosure.
Another theme is the flight, a consequence of paralysis, a moment in which the protagonist realizes his
condition, but he is destined to fail.

Dubliners
“Dubliners” is a collection of fifteen short stories that take place in Dublin, describing the decay of the
city’s life.
The book emphasizes some aspects common to all stories: epiphany, paralysis and flight.
Joyce’s aim is to present the moral history of his country as the centre of paralysis under four aspects:
childhood, adolescence, maturity and public life. The short stories are arranged in this order.
Their languages are essentially realistic, with a scrupulous cataloguing of detail with remarkable moments
of sudden insight, called epiphany.

Eveline
“Eveline” is the fourth short story of “Dubliners”. The protagonist is a nineteen-year-old girl, on the
borderline between adolescence and maturity.
The story opens with this young girl, Eveline, who looks at the window the street where she played since
she was a child. To that time she felt happy: her father wasn’t bad and her mother was still in life.
Now he works as a shop assistant in a big warehouse, maltreated by her colleagues. When she comes back
home she has to help her brother and her father because of a promise made to her mother.
She also gives a wage to her despotic father, who spends it to buy alcoholic drinks.
Eveline has a boyfriend, Frank, a seaman who wants to take her away from her routine life, to marry her
and to live together in Buenos Ayres.
The father understands everything, so forbid her to meet him. Then she lives a strange moment: she is
looking at the window when she suddenly hear a street organ playing. It reminds her the promise made to
her mother during the last night of her illness. She promised her that she would take care about their
family.
In a sudden impulse of terror she just realizes to escape. She sees Frank like a way to become free and
happy. So she meets Frank at the station. But when her boyfriend gives her his hand to invite her to get on
the ship she refuses it and go back home.

MY POINT OF VIEW
What Eveline rejects in that moment isn’t just Frank’s love but also a new life abroad and an escape from
her hard life at home. That is because of the epiphany lived before. After that remember she cannot leave
home. But we do not know if this is the real problem that stopped her during an important decision.
Maybe she doesn’t really love Frank. Or maybe she is growing up. She was becoming a mature person, a
woman.
She probably realized that her responsibilities were more serious than her dream. They are realities. She
cannot leave her life. Because her life was not just Frank. But her brother and father too, who were not
able to live without an help. And the unique help they could receive was by her.
The promise to her mother is come out from her remembers just to show her what her unconsciousness
really wanted. That was not to leave because she knows the unjustice of her action. She would regret of it.
She stopped herself in time.

								
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