tesina messaggio cristiano

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					TESINA DI FABIO MAINARDI V C




                  “Molteplici Aspetti Del Messaggio Cristiano
                                  Di Gesù”

PREMESSA

           IL PERSONAGGIO-GESÙ (YEHOSHUA BEN YOSEF)
     GESÙ, UN UOMO: Gesù , Yehoshua ben Yosef, nella dizione ebraica, prima che la liturgia, la dottrina, il mito
     trasformassero la sua memoria in un culto, fu soprattutto un uomo, fatto di carne, sangue, muscoli. Proprio
     per questo motivo, ecco una specie di “scheda anagrafica” di Gesù detto il Cristo.
     LUOGO DI NASCITA: Probabilmente Nazareth, villaggio della Galilea, nel nord della terra d’Israele. I vangeli di
     Luca e Matteo dicono però che Gesù nasce a Betlemme, la città di David, da cui avrebbe dovuto discendere il
     messia. Secondo Luca, Nazareth è il villaggio dei genitori di Gesù, che si erano recati solo momentaneamente a
     Betlemme per un censimento. Matteo, invece, scrive che Gesù era chiamato “nazareno” perché i suoi genitori
     si stabilirono a Nazareth dopo la fuga in Egitto. Il vangelo di Giovanni colloca sua madre Maria in un diverso
     villaggio della Galilea: Cana. L’impressione che danno i racconti dei vangeli di Marco, Luca e Matteo è che
     Gesù sia nato in Galilea, verosimilmente a Nazareth o che, comunque, vi abbia vissuto a lungo con la sua
     famiglia.
     DATA DI NASCITA: Il vangelo di Luca dice che Gesù aveva circa trent’anni nel quindicesimo anno del regno
     dell’imperatore Tiberio (anno 782 dalla fondazione di Roma), quando si fece battezzare da Giovanni Battista.
     Dionigi il Piccolo, un monaco del VI secolo, calcolò su tale base che Gesù fosse nato nell’anno 753 dalla
     fondazione di Roma e questa data divenne l’inizio del sistema di datazione suddiviso in prima e dopo Cristo. In
     realtà, il vangelo di Luca dice che Gesù nacque durante un censimento romano svoltosi ai tempi di Quirino.
     Alcune ricerche storiche hanno appurato che il censimento avrebbe avuto luogo sei oppure otto anni prima di
     Cristo. Quindi Gesù poteva avere anche trentasei o trentott’anni quando fu battezzato.
     FIGLIO DI…: Figlio di Maria certamente. Se si sta al vangelo di Giovanni, Gesù è addirittura la parola di Dio
     preesistente che scende dal cielo e si incarna in un uomo. Per Giovanni, però, Giuseppe sembra essere il padre
     fisico di Gesù. Per giustificare l’origine divina di Gesù questo vangelo non ha bisogno di ricorrere alla nascita
     verginale. La teologia ha discusso per secoli su tale punto, sostenendo che Giuseppe non sarebbe il vero padre,
     perché Gesù, secondo i vangeli di Luca e Matteo, sarebbe nato in modo miracoloso da una vergine, grazie
     all’intervento dello Spirito Santo. Comunque, si può dire che il padre è Giuseppe e la madre è Maria.
     LINGUA E NAZIONALITÀ: Gesù era ebreo. Quanto alla lingua è altamente probabile che parlasse il dialetto della
     sua regione, vale a dire il dialetto aramaico della Galilea. Si è a conoscenza che frequentava le sinagoghe ed era
     capace di leggere i testi biblici, dunque conosceva certamente anche l’ebraico, lingua della Bibbia. Nel
     complesso alcune tracce che troviamo nei vangeli sembrano indicare che Gesù parlasse non l’ebraico, ma
     l’aramaico-galileo.
           DA GESÙ UOMO ALLA NASCITA DI UNA RELIGIONE “INTERPRETATA”
     Le informazioni sopra citate non sono certezze, infatti non esistono vie privilegiate o verità assolute: ci sono
     soltanto prospettive più o meno sicure sulle fonti, più o meno fondate sul metodo. Per alcuni decenni, infatti,
     la vita e le opere di Gesù sono state affidate a una trasmissione in prevalenza orale, il che ha confuso le date
     della sua vita e causato interpretazioni differenti degli stessi fatti. I gruppi di seguaci, dopo la morte di Gesù e
     fino alla seconda metà del II secolo hanno vissuto senza Nuovo Testamento. Intorno al 150, infatti, Papia di
     Hierapolis scrisse cinque volumi, intitolati Esposizione degli oracoli del Signore, con i quali voleva raccogliere tutte
     le testimonianze disponibili su ciò che Gesù aveva detto e fatto. Riteneva attendibili le fonti orali, la memoria
     di coloro che avevano ascoltato la sua voce o che ne avevano avuto notizia da chi era stato testimone dei fatti.
     Papia si fidava più di queste tradizioni orali che dei numerosi scritti in circolazione.
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     QUESTIONE VANGELI
MOLTI VANGELI: Esiste dunque una molteplicità di opere scritte riguardanti Gesù Cristo. Prove di questa
molteplicità si hanno direttamente dai vangeli del canone. Il vangelo di Luca, per esempio, è stato scritto, si
ritiene, all’incirca negli anni Ottanta del I secolo. L’autore (chiamato Luca, ma di cui in realtà si ignora il
nome) scrive nelle prime righe che “molti altri” hanno scritto sulle vicende di Gesù. Nonostante ciò, lui ha
voluto fare ricerche più accurate per meglio accertare l’attendibilità della propria fede. Quindi, alla fine degli
anni Ottanta, esistevano una molteplicità di vangeli. Ma l’autore conosciuto come Luca, sentì il bisogno di
scriverne un altro. L’autore del vangelo detto “di Giovanni”, scritto forse dieci, forse anche venti o venticinque
anni dopo il vangelo di Luca, probabilmente conosceva sia il vangelo di Luca sia il vangelo di Marco.
Nonostante ciò, pensò di redigere un ulteriore vangelo con una raffigurazione dei fatti e una quantità di
informazioni su Gesù non contenute nei testi precedenti. Alla fine del vangelo di Giovanni, nel capitolo 21,
l’autore dice “vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo
stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”. Quindi l’autore era consapevole che anche il suo
testo aveva operato solo una delle scelte possibili in un materiale molto più vasto. Non tutte le Chiese
accettarono, né tutte allo stesso tempo, un identico canone neotestamentario. Si può dire che un elenco
pressoché completo dei ventisette scritti oggi compresi nel Nuovo Testamento si ha solo fra il IV e il V secolo.
VANGELI DI MARCO, LUCA E MATTEO: Analizzando più da vicino i quattro vangeli canonici si può notare che in
Matteo e Luca ci sono brani che, non certo a caso, sono simili. Se ne deduce che entrambi si sono basati su una
fonte comune. Questa ipotesi storica va sotto il nome di “teoria delle due fonti”. Matteo e Luca hanno
utilizzato due fonti fondamentali, una raccolta di parole di Gesù che entrambi riproducono. In conclusione i
vangeli di Marco, Luca e Matteo sono stati scritti da autori che basavano le proprie convinzioni su fonti
indirette, come facevano normalmente gli storici del mondo antico che non erano stati testimoni dei fatti
narrati.
VANGELO DI GIOVANNI: Questo vangelo necessita di una presentazione a sé stante poiché come detto poc’anzi
gli appartiene una struttura completamente diversa dagli altri tre, simili tra loro e detti per l’appunto sinottici.
La tradizione vuole che questo vangelo sia stato scritto da Giovanni, un discepolo di Gesù. Di costui non viene
mai, tuttavia, pronunciato il nome: viene presentato come “il discepolo che Gesù amava”. A discapito di questa
teoria, però, nel capitolo finale si legge: “Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e
noi sappiamo che la sua testimonianza è vera”. La frase come si vede è contraddittoria. Da un lato afferma che
questa parte del vangelo è stata scritta dal discepolo che Gesù amava; dall’altro, è chiaro che chi ha scritto
quelle parole non è certamente il discepolo che Gesù amava. In sostanza, l’autore del vangelo, con questa frase,
intendeva dire che ciò che aveva scritto si fondava più o meno direttamente sulla testimonianza del discepolo
che Gesù aveva amato.
      PERCHÉ COSÌ TANTE INTERPRETAZIONI?
La maggior parte di coloro che si accingeva a scrivere un’opera ispirata alla vita di Gesù Cristo si credeva
ispirata direttamente dallo Spirito Santo. Per esempio il circolo dei “giovannisti”, di cui facevano parte i
redattori del vangelo di Giovanni, grazie appunto allo Spirito Santo si ritenevano in grado di capire ciò che
Gesù aveva detto e fatto meglio di chi aveva assistito alle sue azioni e udito le sue parole.




“Non esiste un carattere, un tratto che identifichi con certezza Gesù nella sua umanità. Nessuno sa quale
     aspetto egli avesse mentre, per quanto riguarda il suo messaggio, ogni epoca, ogni comunità, ha
privilegiato questa o quella delle sue parole, delle sue azioni, attingendo alla molteplicità frammentaria dei
 suoi detti. […] Da che cosa dipendono queste molteplici interpretazioni? Dalla prospettiva di chi guarda,
  dagli aspetti che si vogliono o che si è capaci di cogliere. A me sembra, in definitiva, che una possibile
molteplicità, sia inerente ad ogni forma di conoscenza. Senza affatto sconfinare nello scetticismo, bisogna
 rendersi conto che la conoscenza umana, compresa quella dei teologi e delle formulazioni dogmatiche
              delle Chiese, è sempre parziale, prospettica, scorge alcuni aspetti, ne ignora altri…”

                                                                                                       Corrado Augias


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   Nel corso della storia le varie figure di intellettuali, artisti e letterati hanno interpretato e rielaborato secondo il
   loro pensiero il messaggio evangelico e la figura di Gesù.
   In questa tesina ho voluto analizzare in particolare tre intellettuali vissuti tra la fine del Settecento e l’inizio del
   Novecento che a loro modo hanno dato un’interpretazione diversa l’una dall’altra a seconda degli aspetti che
   hanno voluto o che sono stati capaci di cogliere.

          Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831)
          Alessandro Manzoni (1785-1873)
          Thomas Stearns Eliot (1888-1965)


GEORG WILHELM FRIEDRICH HEGEL (1770-1831)

         ACCENNI SULLA VITA
   Georg Wilhelm Friedrich Hegel (Stoccarda 1770, Berlino 1831) seguì i corsi di filosofia e teologia
   all’università di Tubinga dove fece amicizia con Schelling. Gli avvenimenti della Rivoluzione Francese
   suscitarono in lui un grande entusiasmo ed esercitarono sul suo pensiero un’influenza duratura. Terminati gli
   studi, Hegel fece il precettore in case private e fu per qualche tempo a Berna. Al tempo di questo suo primo
   soggiorno appartengono i primi scritti che rimasero inediti: Vita di Gesù (1795) e un saggio Sulla relazione della
   religione razionale con la religione positiva (1795/96). Successivamente si reca a Francoforte dove, continuando
   l’attività di precettore e restando fino al 1800, compie gli studi di economia. Frattanto, essendogli morto il
   padre, si recò a Jena, e qui esordì pubblicamente con l’opera Differenza dei sistemi di filosofia di Fichte e Schelling
   (1801). Da qui inizia una lunga carriera scolastica conclusasi nel 1818 quando viene chiamato dall’università di
   Berlino. Hegel morirà nella capitale tedesca, forse di colera, il 14 novembre 1831.
         LE OPERE GIOVANILI
   Gli scritti giovanili comprendono la produzione letteraria del 1793 al 1800. Essi rimasero inediti per tutto
   l’Ottocento e la loro importanza per intendere la personalità di Hegel e il percorso di formazione della sua
   filosofia è stata messa in luce solo nel nostro secolo. In questi scritti l’argomento dominante è teologico, ma è
   molto netta la connessione con la politica: il tema della “rigenerazione morale e religiosa dell’uomo come fondamento
   della rigenerazione politica”. Egli era convinto che non si potesse realizzare alcuna autentica rivoluzione politica
   se non basata su una rivoluzione del cuore, su quella che oggi chiameremmo una rivoluzione culturale, una
   rigenerazione della persona nella sua vita interiore e del popolo nella sua cultura. Per questo motivo negli
   scritti giovanili non è possibile distinguere in modo netto il tema religioso da quello politico. Essi formano
   un’unità indiscernibile.




      “Quello di Hegel è un tentativo di liberare Gesù dalla cornice in cui la storia cristiana l’ha rinchiuso…”


                                                                                                      Adrian Peperzak




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        VITA DI GESÙ
Hegel scrive Vita di Gesù tra il maggio e il luglio del 1795 durante il suo soggiorno a Berna. Si tratta, come
afferma il titolo, di una esposizione storica della figura di Gesù che vuole essere "oggettiva": essa dunque si
basa certamente sui documenti neotestamentari (soprattutto il vangelo di Giovanni), ma opportunamente scelti
e criticamente vagliati. Da essi vengono pertanto espunti tutti gli episodi riguardanti i miracoli e dal carattere
strettamente teologico (quelli in cui Gesù afferma la propria divinità) per concentrarsi sull'aspetto dottrinale
del messaggio evangelico di cui evidentemente si intende cogliere l'essenza. Quest'ultima è individuata nella
dottina kantiana della virtù e della legge morale di cui Gesù sarebbe insieme il banditore e il modello di perfetta
realizzazione. La vita, la figura e l'insegnamento di Gesù sono ricostruiti e seguiti dalla nascita alla morte
attenendosi il più rigorosamente possibile all'empiricamente accertabile e all'umano, alla riconduzione della
religione "entro i limiti della pura ragione" e alla sua riduzione a pura razionalità morale. Così Hegel produce
una costante traduzione delle parole di Gesù in altrettante espressioni kantiane.
STRUTTURA DELL’OPERA: È insieme semplice e complesso produrre un riassunto dell' opera che in effetti, a
parte le questioni ermeneutiche, non introduce variazioni sensibili rispetto alla narrazione dei fatti presenti nei
testi evangelici. Nell'esporre la vita di Gesù Hegel compie, pur seguendo uno schema abbastanza libero, una
notevole sintesi che attinge con una certa aderenza a tutte le fonti neotestamentarie (anche se si nota una
prevalenza di Giovanni): l' arco di tempo considerato va dalla nascita alla morte e comprende tutti gli episodi
più rilevanti nella narrazione sinottica, specialmente quelli in cui Gesù ha modo di manifestare, specialmente
attraverso un serrato confronto con i farisei, la propria posizione dottrinale (ad esempio: l' episodio di
Nicodemo, il sermone della montagna, la guarigione del paralitico in giorno di sabato, il perdono dell'
adultera, il discorso durante l' ultima cena).
LA FIGURA DI GESÙ: Egli non è il Cristo, ma un uomo "deciso a rimanere eternamente fedele a ciò che stava
incancellabilmente scritto nel suo cuore, a venerare soltanto l'eterna legge della moralità e colui la cui santa volontà è
incapace di essere affetta da altro che non sia quella legge". La sua missione verso coloro che accorrevano ad
ascoltarlo era quella di cercare "di rimuovere con il suo esempio e i suoi ammaestramenti la limitatezza di spirito dei
pregiudizi ebraici e dell'orgoglio nazionale, e riempirli del suo spirito che poneva un valore solo nella virtù che non è legata
ad una particolare nazione o a istituzioni positive".
“SDIVINIZZAZIONE” DI GESÙ: Ciò che caratterizza l'armonizzazione hegeliana dei Vangeli è l'aver fatto
astrazione dal miracolo in senso fisico. Ma è proprio perché questo elemento non esiste, perché non dà nessuno
scandalo all'intelletto, né viene da esso contestato criticamente o depotenziato attraverso spiegazioni, che la
narrazione produce un così grande effetto. Hegel ha voluto rappresentarci Cristo in tutta la sua piena realtà
umana, nella sua spirituale resistenza alle prove storiche. Ha osservato attentamente tutte le circostanze
esterne, ha tenuto conto con cura di tutti i momenti psicologici del rapporto tra Gesù e i suoi discepoli e si è
servito nell'esposizione delle parti didattiche del linguaggio del proprio tempo. In quest’opera la sua figura ha
perduto tutta la sua trascendenza. Hegel non ha voluto lasciar fuori dalla Vita di Gesù l'elemento miracoloso per
evitare una questione spinosa; lo dimostra il fatto che ha variamente discusso il rapporto fra speculazione e
concetto di miracolo. Riteneva che tutti fossero d'accordo sulla verità del miracolo per fantasia. Per la
fondazione della scienza suprema è importante sapere se si debba prendere come punto di partenza una storia,
un'autorità, qualcosa d'incomprensibile oppure si debba attribuire indi pendenza e autorità alla ragione. In
quanto si tenta di spiegare il miracolo storicamente, si è già rinunciato al diritto della ragione, poiché così, di
fronte al difensore del miracolo, si tradisce l'indecisione nei confronti dell'autonomia della ragione.
RAPPORTO HEGEL-KANT: Il singolare rapporto Hegel-Kant che si trova alle spalle della stesura merita una
conoscenza approfondita. La Vita di Gesù ha lo scopo pratico di realizzare la religione popolare. L'insegnamento
di Cristo viene interpretato nel senso della fede morale di Kant, e l'esempio di Cristo deve quindi portare
calore e forza a questa fede razionale. Sotto questo influsso Hegel pone in rilievo ovunque la capacità della
ragione umana di darsi spontaneamente una propria legge. In conseguenza di ciò l'etica risulta fondata
nell'essenza universale della ragione; ed ora egli trasferisce questo punto di vista e la sua profonda e amara
opposizione alla religione legalistica, ai suoi dogmi e alle sue cerimonie, nel tempo del cristianesimo primitivo.
ANALISI GENERALE : La Vita di Gesù per unità di costruzione e compiutezza è da considerarsi il primo testo
maggiore giovanile di Hegel, dove Cristo impersona l'ideale della religione razionale e naturale pura.
Quest'opera sembra rivelare l'intenzione del giovane Hegel di fare il punto su un'esperienza essenziale, di
assicurarsi di aver perfettamente compreso ed esaurito la sistematica morale kantiana, e insieme, il recupero
teorico del Cristianesimo, almeno nella persona del fondatore, alla sfera della pura moralità, che lo stesso Kant
aveva già tentato. Hegel si spinge così fino al limite della possibilità di rivalutare il Cristianesimo riguardo al
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   carattere della pura razionalità della religione. In apparenza il lavoro sembra l'esecuzione di un progetto
   kantiano di ricostruzione storica del Cristianesimo da dottrina morale ancora frammentaria a sistema razionale
   puro di religione; se invece si guarda al contesto si può constatare come Hegel è già cosciente che né una
   morale né una religione possono venire esposte in una loro validità fuori di un loro riferimento ai bisogni del
   tempo. Se parla ancora di una religione pura, egli non può allora parlarne in senso kantiano, nel senso, quindi,
   di una religione naturale, cioè conforme alla natura in sé della ragione. Indubbiamente Hegel si muove dentro
   lo spirito kantiano, ma Kant non avrebbe riconosciuto come espressione del suo pensiero quella identificazione
   di evidente derivazione schellinghiana, con la quale Hegel inizia: “La ragion pura che trascende ogni limite, è la
   divinità stessa”. Il filosofo, in quest’opera, non pretende di dare un’idea esatta, storica della vita di Gesù;
   piuttosto la sua è un'esposizione spurgata di tutto ciò che non ha valore per noi, finalizzata a non vedere in
   Gesù se non ciò che desta interesse attuale, che può servire d'esempio. Hegel non solo spurga, ma trasforma
   anche il ritratto di Gesù presentato dal testo evangelico: egli ha voluto tentare un'esperienza, ha voluto
   comporre una vita di Gesù adattata ai bisogni della religione popolare. Così nella sua opera, da un lato adotta
   da Kant la concezione di un Cristo modello fedele alla ragion pratica; dall'altro assembla i dati contenuti nei
   quattro Vangeli in un racconto unico e continuo scartando in nome della ragione tutto ciò che è pratico. Poiché
   Gesù non ha il diritto di fare miracoli o di predicare altro che la moralità kantiana, Hegel combina
   ingegnosamente una certa fedeltà al testo evangelico con un divieto assoluto su tutto ciò che oltrepassa la
   ragione umana. Ma ben presto comprende che la verità rivelata dai vangeli non poteva adattarsi alla realtà
   sociale e politica in evoluzione nel mondo, poiché i vangeli facevano appello essenzialmente all’individuo
   distaccato dal suo contesto sociale e politico: lo scopo principale del vangelo consisteva essenzialmente nel
   salvare l’individuo e non la società o lo Stato. Non era dunque la religione che poteva risolvere il problema, né
   la teologia poteva enunciare principi per ristabilire la libertà e l’unità. Ne risulta che inevitabilmente gli
   interessi di Hegel vanno via via spostandosi lentamente dal piano teologico a quello filosofico.


ALESSANDRO MANZONI (1785-1873)

         ACCENNI SULLA VITA
   Alessandro Manzoni (Milano 1785-1873), era figlio del conte Pietro Manzoni e di Giulia Beccaria, figlia del
   grande giurista Cesare Beccaria, la quale nel 1782 si separò dal marito per poi (1795) stabilirsi a Parigi con
   Carlo Imbonati. Manzoni negli anni giovanili studiò presso i padri somaschi e i padri barnabiti. Pur essendo
   educato in collegi religiosi, il giovane manifestò idee tipicamente illuministe, forse per avversione contro il
   padre, molto legato alla tradizione, o per influenza della madre, collegata agli intellettuali del Caffè. Le sue
   idee giacobine e anticlericali trovarono espressione in Il trionfo della libertà (1801), poemetto che celebra la
   sconfitta del dispotismo e della superstizione per opera della libertà portata da Napoleone con la Repubblica
   Cisalpina. Le prime esperienze letterarie (1800-1804) sono di gusto neoclassico. Nel 1805, poco dopo la
   morte di Carlo Imbonati, si recò anch'egli a Parigi, dove scrisse e pubblicò il carme In morte di Carlo Imbonati
   (1806), in cui con stile classicheggiante esalta la funzione civile della poesia. Fu il soggiorno a Parigi a
   rappresentare la decisiva mutazione della sua sensibilità umana e culturale. Frequentando i salotti dei colti
   intellettuali parigini (gli ideologi), fu indotto ad approfondire, il significato profondo della storia e della vita
   interiore dell’uomo. Di gran lunga dominante per la formazione del pensiero manzoniano dovette essere la
   lettura dei grandi illuministi, soprattutto di Voltaire, che formò in Manzoni l'attitudine al pensiero concreto e
   rigoroso.
   LA CONVERSIONE: Manzoni tornò a Milano nel 1807 e qui sposò, nel 1808, Enrichetta Blondel, di fede
   calvinista. Il matrimonio venne celebrato inizialmente secondo il rito della moglie e nel febbraio 1810 venne
   convalidato secondo quello cattolico. Marito e moglie vissero una fase di profonde meditazioni spirituali, finché
   Enrichetta, nel maggio del 1810, abiurò e Manzoni, nel settembre, manifestò la sua conversione al
   cattolicesimo, accostandosi alla comunione per la prima volta. È famoso l'episodio che si pone all'origine della
   conversione manzoniana. Per le vie di Parigi, durante i festeggiamenti per le nozze tra Napoleone e Maria Luisa
   d'Austria, Manzoni perse la moglie tra la folla e, frastornato, entrò nella chiesa di S.Rocco per chiedere aiuto a
   Dio. Uscito, ritrovò facilmente la sposa. Nella vicenda Manzoni vide un segno divino. Certamente questa non
   fu l'unica causa a determinare la conversione di Manzoni, che già da tempo si era rivolto a persone di fede per
   approfondire la sua ricerca interiore. Fu determinante la scoperta di un cristianesimo diverso da quello che gli
   era stato imposto nella fanciullezza e nella giovinezza. Il problema forse era originato dalla inconciliabilità che
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Alessandro scorgeva tra i principi astratti del cristianesimo convenzionale, al quale si appoggiava il privilegio, e
le sue idee di giustizia sociale e libertà. Questo contrasto venne conciliato dalle conversazioni con il padre
Degola, un colto sacerdote di tendenza giansenistica, che portò Manzoni a scoprire le istanze sociali che si
celavano nel messaggio cristiano. La conversione manzoniana non fu comunque un fenomeno sentimentale, si
fondò piuttosto sulla lettura dei maggiori pensatori cattolici come Bossuet e Pascal e sull'analisi dei testi sacri.
Alla conversione corrispose un profondo ripensamento quanto al ruolo dello scrittore nella società. Al tempo
dei suoi carmi giovanili egli aveva ispirato la sua opera a modelli neoclassici ed aveva avuto come scopo il
raggiungimento della fama, dopo il 1809 la sua attenzione si concentrò sulle vicende storiche viste come lo
sfondo della lotta e del travaglio degli umili ed il suo modello divenne la tradizione didascalica lombarda del
'700. Manzoni diveniva così uno scrittore di impronta educativa, che intendeva rivolgersi non ai pochi eletti
che condividevano i suoi nobili ideali, ma ad un pubblico di lettori quanto più vasto possibile. Così nella sua
nuova concezione il soggetto della poesia, pur essendo tale da poter rivolgersi alle persone dotte, doveva anche
avere in sé quanto è necessario per interessare un largo pubblico e deve contenere elementi che siano nati
"dalle memorie e dalle impressioni giornaliere della vita."
     RELIGIOSITÀ E IDEOLOGIE
In tutte le opere del Manzoni è presente una profonda religiosità, perché vede dovunque la presenza della
Provvidenza divina e considera la vita come una missione perché ognuno di noi dovrebbe pensare a fare del
bene. La sua religiosità si dimostra con l'amore verso gli umili, i deboli e gli infelici. Manzoni crede in Dio, e
quindi vede nel dolore la necessità che serve all'uomo per diventare migliore. Il cristianesimo di Manzoni, per
l’appunto, è stato detto "Cristianesimo democratico", perché grazie al fatto che ognuno di noi è figlio di Dio,
tutti siamo uguali nello spirito. Oltre alla religiosità, abbiamo in lui una grande moralità, cioè l'amore verso
una letteratura che, utile, serve ad educare. Per Manzoni un'opera letteraria deve avere come scopo l'utile;
come mezzo l'interessante e come contenuto il vero. Dell’illuminismo egli continuò ad accettare la polemica
contro i privilegi dei nobili e del clero, la lotta per la tolleranza, l’uso della ragione per liberare l’uomo dalla
superstizione, dai pregiudizi, dall’arbitrio, la funzione educativa dell’arte e della letteratura. Ne rifiutò invece
la concezione materialistica e meccanicistica della realtà, contrapponendole una visione finalistica della vita e
dell’universo. Per lui gli ideali, i valori che animano l’uomo non sono semplici illusioni, ma hanno un reale
fondamento in Dio, creatore e redentore dell’universo, che conduce tutta la storia umana ad un misterioso
Fine, il trionfo dell’Amore, anche attraverso lo scandalo della sofferenza e dell’ingiustizia. L’uomo è un essere
ragionevole, spirituale, partecipe della natura divina ed impegnato nella storia ad operare per il bene ed il
progresso morale dell’umanità. Con tali idee Manzoni si differenzia dai cattolici radicalmente contrari
all’evoluzione storica dell’epoca, ostili alla civiltà moderna, all’ipotesi di uno Stato unitario in Italia ed alla fine
dello Stato pontificio. Egli è un cattolico liberale, che auspica l’abbandono del potere temporale e una Chiesa
senza privilegi particolari nella società, convinto che l’aspirazione ad una società più democratica sia coerente
con il messaggio evangelico. Questa nuova mentalità si riflette anche nella formazione letteraria. Crede in una
letteratura ricca da valori morali, libera dalla mitologia, aderente alla mentalità collettiva dell’epoca: essa non
deve essere divertimento per pochi, ma impegno e responsabilità a vantaggio di tutti.




    “Questi cinque Inni sono diversi per il tono e per l’espressione, redatti in metri diversi, poeticamente
piacevoli e gioiosi; un senso di candore li domina tutti, ma una certa audacia, sia nello spirito che li anima,
 sia nei paragoni e nei passaggi, fa sì che emergono sugl’altri e ci invita a volerli conoscere più da vicino.
L’autore vi si manifesta cristiano, ma senza esaltazione morbosa; cattolico ma senza bigotteria; zelante, ma
                                               senza durezza…”


                                                                                             Johann Wolfgang Goethe




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      INNI SACRI
La conversione religiosa, come già detto, si ripercosse anche nelle scelte letterarie: Manzoni abbandonò gli
schemi neoclassici e cercò altre strade espressive, a cominciare dalla prima opera successiva alla conversione,
gli Inni sacri, con i quali intendeva celebrare le principali festività dell'anno liturgico e insieme offrire un
esempio di lirica nuova, che sarà di tipo corale e oggettiva (nel senso che il punto di vista è quello collettivo dei
fedeli, mentre il tema è legato a una realtà storica oggettiva, la storia del cristianesimo).Inizialmente gli inni
dovevano essere dodici, ma ne furono composti solo cinque: la Risurrezione (1812), il Nome di Maria (1812-13),
il Natale (1813), la Passione (1814-15) e la Pentecoste (1822, terza stesura). In questi Inni il motivo più
importante è la discesa di Dio in mezzo agli uomini. L'inno sacro più importante è La Pentecoste, perché riesce a
rappresentare in modo completo l'unione dell'aspetto religioso e di quello umano. Gli Inni non sono qualcosa
di nuovo o di originale, poiché di questo genere è ricca la nostra tradizione letteraria specialmente dei secoli
XVII e XVIII. La loro originalità e bellezza non sta quindi nella novità ma nello spirito con cui Manzoni celebra
quelle ricorrenze. Espressione dell’entusiasmo religioso del neoconvertito Manzoni, gli Inni raccolgono i frutti
delle vaste letture di testi sacri e delle intense meditazioni in materia religiosa che caratterizzano quegli anni.
Manzoni si rivolge al cristianesimo delle origini, cerca in esso le fonti del messaggio evangelico, con la sua
carica di speranza e di profondo rinnovamento spirituale per l’umanità. Lo scopo di Manzoni è sentire il divino
nell’umano, cioè avvertire Dio operante nella vita umana, volta pietosamente a sorreggere e ad illuminare la
triste esistenza degli uomini. È importante sottolineare come di tutta la tematica religiosa cristiana, Manzoni
abbia sentito poeticamente solo il dramma della discesa del Redentore e il suo sacrificio, sino alla sua
resurrezione ed a quando lo Spirito Santo piove sugli uomini a dispensare la grazia riconquistata per merito del
sacrificio di Cristo. Che vuol dire questo? Vuol dire che di tutta la grandiosa storia cristiana, la creazione, il
peccato, la caduta del genere umano, la sua perdizione, le profezie, ecc…, Manzoni non esalta, ad esempio,
l’immensa potenza creativa di Dio e non compiange i secoli della perdizione, ma vive poeticamente proprio
l’ora in cui Dio, mosso a pietà degli uomini, manda Suo Figlio sulla terra, prende la veste umana, si sacrifica e
apre agli uomini la via della salvezza: sente, cioè, proprio l’ora in cui il divino ridiscende nell’umano e lo
illumina di sé. Questa era, o doveva essere, il sentimento proprio animatore degli Inni sacri, e perciò si può
definire come un “poema della Redenzione”.

                                                    IL NATALE
                  Qual masso che dal vertice                                   O Figlio, o Tu cui genera
                   di lunga erta montana,                                       l'Eterno, eterno seco;
                   abbandonato all'impeto                                      qual ti può dir de' secoli:
                      di rumorosa frana,                                        Tu cominciasti meco?
                    per lo scheggiato calle                                    Tu sei: del vasto empiro
                     precipitando a valle,                                     non ti comprende il giro:
                     batte sul fondo e sta;                                        la tua parola il fe'.

                   là dove cadde, immobile                                      E Tu degnasti assumere
                    giace in sua lenta mole;                                      questa creata argilla?
                    né, per mutar di secoli,                                  qual merto suo, qual grazia
                      fia che riveda il sole                                      a tanto onor sortilla
                     della sua cima antica,                                    se in suo consiglio ascoso
                      se una virtude amica                                      vince il perdon, pietoso
                        in alto nol trarrà:                                      immensamente Egli è.

                    tal si giaceva il misero                                  Oggi Egli è nato: ad Efrata,
                    figliol del fallo primo,                                      vaticinato ostello,
                    dal dì che un'ineffabile                                   ascese un'alma Vergine,
                     ira promessa all'imo                                         la gloria d'lsraello,
                    d'ogni malor gravollo,                                       grave di tal portato
                    donde il superbo collo                                      da cui promise è nato,
                     più non potea levar.                                       donde era atteso usci.

                  Qual mai tra i nati all'odio,                                La mira Madre in poveri
                    quale era mai persona                                      panni il Figliol compose,
                   che al Santo inaccessibile                                     e nell'umil presepio
                     potesse dir: perdona?                                        soavemente il pose;
                    far novo patto eterno?                                          e l'adorò: beata!
                      al vincitore inferno                                      innazi al Dio prostrata,
                     la preda sua strappar?                                     che il puro sen le aprì.

                                                      7
                   Ecco ci è nato un Pargolo,                                    L’Angel del cielo, agli uomini
                      ci fu largito un Figlio:                                       nunzio di tanta sorte,
                    le avverse forze tremano                                        non de' potenti volgesi
                     al mover del suo ciglio:                                         alle vegliate porte;
                   all' uom la mano Ei porge,                                       ma tra i pastor devoti,
                      che sì ravviva, e sorge                                       al duro mondo ignoti,
                        oltre l'antico onor.                                         subito in luce appar.

                       Dalle magioni eteree                                       E intorno a lui per l'ampia
                   sgorga una fonte, e scende,                                        notte calati a stuolo,
                     e nel borron de' triboli                                        mille celesti strinsero
                         vivida si distende:                                        il fiammeggiante volo;
                      stillano mele i tronchi                                        e accesi in dolce zelo,
                    dove copriano i bronchi,                                         come si canta in cielo
                       ivi germoglia il fior.                                         A Dio gloria cantar.

                   L’allegro inno seguirono,                                   Dormi, o Fanciul; non piangere;
                   tornando al firmamento:                                        dormi, o Fanciul celeste:
                      tra le varcare nuvole                                       sovra il tuo capo stridere
                      allontanossi, e lento                                         non osin le tempeste,
                     il suon sacrato ascese,                                         use sull'empia terra,
                    fin che più nulla intese                                       come cavalli in guerra,
                       la compagnia fedel.                                           correr davanti a Te.

                   Senza indugiar, cercarono                                      Dormi, o Celeste: i popoli
                       l'albergo poveretto                                          chi nato sia non sanno;
                    que' fortunati, e videro,                                      ma il dì verrà che nobile
                     siccome a lor fu detto                                          retaggio tuo saranno;
                    videro in panni avvolto,                                       che in quell'umil riposo,
                     in un presepe accolto,                                          che nella polve ascoso,
                      vagire il Re del Ciel.                                          conosceranno il Re.


     PARAFRASI
Come un masso di pietra, che cadendo dall’alto di un lungo ripido pendio («lunga erta montana», dove «erta»
è un sostantivo) precipita a valle lungo la via scoscesa («scheggiato calle»), e lí batte sul fondo e vi resta
immobile («sta»); e resta immobile nella sua inerte («lenta») pesantezza, né per passare di secoli potrà mai piú
(«fia che») rivedere il sole delle cime (il sole delle cime, nel paragone, rappresenta la grazia divina che
l’uomo ha perduta) su cui stava un tempo («cima antica»), se una potenza («virtude») benefica («amica»)
non lo trasporterà in alto: cosí giaceva l’uomo discendente da quell’Adamo che aveva commesso il peccato originale
(«fallo primo»), dal giorno in cui una potente maledizione divina («ineffabile ira promessa»: lo sdegno che
Dio gli minacciò espellendolo dal Paradiso terrestre) lo aveva gettato nel fondo del male, da cui l’uomo non
poteva piú sollevarsi. Chi mai tra gli uomini, nati con la condanna e l’odio di Dio («nati all’odio»), poteva
intercedere presso Dio («Santo inaccessibile») e chiedergli il perdono per l’uomo? E stringere fra uomo e Dio un
nuovo patto, fondato sulla Grazia? E strappare l’uomo all’inferno, che, per la colpa originale, aveva ormai fatto di lui
una propria preda? Ma è nato Gesú («un Pargolo»), ed egli unisce in sé le due nature, e con lui comincia per
l’umanità una nuova era felice: le forze dell’inferno, nemiche all’uomo, tremano, sconfitte, al solo muovere di un suo
ciglio, a un solo suo cenno: Egli porte soccorrevole la mano all’uomo, e quello riprende coraggio («si ravviva»), e si
rialza, e sale ancora piú in alto di quanto non fosse prima del peccato originale («oltre l’antico onor»). Dai cieli
(«magioni eteree») scende una fonte di grazia per l’umanità e si distende vivificatrice nel burrone irto di spini
(«borron de’ triboli»: cioè il mondo, inaridito dal peccato): gli alberi stillano miele, e dove prima vi erano
spine («bronchi»), spuntano fiori. O tu, figlio di Dio, generato da Dio eterno ed eterno tu stesso come Lui, chi mai, al
di fuori di Dio, potrà vantarsi di essere nato assieme a te? Tu esisti: e tutto il cielo, nella vastità infinita della sua
circonferenza («giro»), non ti abbraccia in sé («comprende»): sei stato Tu a crearlo («la tua parola il fe’»). E
Tu, che sei quale ho detto, ti sei degnato di rivestire la nostra carne mortale («creata argilla»)? Quale merito degli
uomini o quale grazie hanno concesso loro una sorte cosí felice e onorifica? Se ciò è accaduto solo perché nell’intimo
della mente per noi imperscrutabile di Dio («in suo consiglio ascoso»), lo sdegno è stato vinto dalla volontà di
perdono, bisogna concludere che Dio è immensamente misericordioso. Oggi Egli è nato: a Betlemme («Efrata»),
paese («ostello») che già il profeta Michea aveva predetto come patria del Messia («vaticinato»), è salita una
nobile Vergine (Maria), onore e gloria d’Israele, incinta di un tal figlio («grave di tal portato»): [il Messia] è nato
dalla stirpe da cui aveva promesso di nascere (quella ebraica, come scritto nell’Antico Testamento), è venuto alla luce
da dove era atteso (a Betlemme). La mirabile madre coprí («compose») il suo figlio di poveri panni, e lo stese con
grazia garbata («soavemente») nell’umile mangiatoia («presepio»), e poi gli si piegò dinanzi adorandolo,
prostrata dinanzi a Lui che le era sí figlio, ma era anche quel Dio Padre che aveva reso materno il suo grembo verginale.
L’Angelo, che deve annunziare agli uomini un evento di tali conseguenze per essi («tanta sorte»), non si rivolge alle
porte dei potenti («vegliate»: sorvegliate da soldati o da servi, indice che erano abitate da potenti), ma appare,

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folgorante di luce, ai pastori devoti, che il mondo crudele ed egoista («duro») dei potenti ignora. E, sopraggiunti
(«calati») in gran numero («a stuolo») per la solennità dell’evento che aveva luogo in quella notte («per
l’ampia notte»), migliaia di angeli («mille celesti») si strinsero intorno a Lui in quel volo di luce; e, accesi di
ardore affettuoso («dolce zelo»), cantarono gloria a Dio come la si canta in cielo. E proseguirono quel canto gioioso
anche mentre tornavano in cielo, finché l’armonia, salendo, si perdette, e quel gruppo di pastori devoti («compagnia
fedel») non udí piú nulla. Senza indugio, i pastori (definiti «que’ fortunati», perché ebbero la ventura di poter
adorare per primi il Cristo) cercarono il misero alloggio [dove Gesú era nato], e videro, come gli angeli avevano detto
loro, il Re del Cielo che, adagiato («accolto») in una mangiatoia, emetteva vagiti. Dormi, o Fanciullo (ha qui inizio
un’accorata e commovente ‘ninna nanna’, in cui il Manzoni si rivolge direttamente a Gesú neonato nella mangiatoia);
non piangere; dormi, o Fanciullo divino: le tempeste, abituate a correre davanti a Te sulla terra peccaminosa («use
sull’empia terra […] correr davanti a Te»), come cavalli in guerra, non osino rumoreggiare sopra la tua testa.
Dormi, o Divino: i popoli [ancora] non sanno chi è [appena] nato; ma verrà un giorno in cui essi saranno tutti tuoi
sudditi («retaggio tuo»), e in cui in questo Fanciullo che ora riposa nell’umile mangiatoia e si nasconde in umiltà
(«nella polve») riconosceranno il loro Re.



      ANALISI DE IL NATALE
Se si prende in considerazione l’analisi di quest’inno in particolare si può notare la seguente struttura: nella
prima parte è presente una rievocazione del fatto biblico col suo significato e valore teologico, nella seconda,
invece, vi è una rappresentazione dell’aspetto terreno e l’umana pietà dell’evento. Nei vv. 1-56 si esalta
l’immenso e gratuito beneficio della nascita del Redentore e negli altri, dal v. 57 al v. 112, si rievoca la dolce
scena familiare di quella nascita umile e prodigiosa. Le due prime strofe del Natale forniscono l’immagine di
una valanga che ricorda il Manzoni alpinista, tornato da poco da un viaggio compiutosi in Svizzera. La valanga è
stupendamente descritta attraverso un’ evidentissima similitudine: l’immagine del masso precipitato a fondo
valle è strettamente correlata all’evento decisivo del peccato originale e al destino apparentemente insolubile
dell’umanità. L’uomo, a causa del peccato di Adamo, viene dunque paragonato al macigno, il quale,
precipitato, non può di certo aspirare alla risalita in cima al monte. Le fonti da cui attinge Manzoni, per il suo
componimento, sono molteplici: si spazia dal grande Virgilio a certe matrici giansenistiche(specie l’Arnauld) o
addirittura alla sceneggiatura iniziale del prologo della Commedia dantesca(il calle, la valle, il ruinare in basso loco,
il colle, il sole ecc..). Proseguendo, il poeta s’infiamma nel suo canto mistico e trova parole eloquenti per
esprimere alcuni alti concetti; tuttavia, il Bambino Gesù si vede poco, quel Bambino che, nei rozzi canti
popolari di Natale, si ode piangere, ha freddo, è povero, è accarezzato, è venerato. Nessuno potrebbe innanzi
al Presepio cantare tutto il Natale del Manzoni, perché vi sono troppi versi che avrebbero bisogno, per essere
capiti, di un commento: purtroppo, però, le persone colte in grado di cogliere fino in fondo la grandezza del
mistero che viene svelato nella nascita di Cristo, sono poche. Il fine dell’Inno manzoniano sul Natale assume il
tono del canto popolare: tuttavia qua e là sono presenti versi o immagini troppo sapienti per essere colte dal
lettore comune. Egli capirà, ad esempio, il contenuto della penultima strofa, ”Dormi, o Fanciul non
piangere/Dormi, o Fanciul celeste…” all’interno della quale viene espressa una profonda tenerezza, ma non di
certo è in grado di cogliere l’essenza dei tre versi successivi, i quali descrivono le tempeste”Sovra il tuo capo
stridere/Non osino le tempeste/Use su l’empia terra”. Per il lettore il Bambino nasce ogni anno. Il Manzoni si riporta
col suo pensiero all’anno storico della nascita del Redentore, per profetare che un giorno il Bambino sarà
adorato “in quell’umil riposo” come il Re. La poesia del Natale non si cura di quello che ne penseranno i
posteri; il Bambino è nato proprio per il suo popolo, il quale riconosce nella Sua figura il Salvatore e per questo
Lo adora e Lo venera come proprio Dio. Quel Dio che crescerà, compirà miracoli e che un giorno si immolerà
sulla croce. Il Manzoni vuole, nel suo Inno, abbracciare il passato e l’avvenire, cantare ad un tempo come un
antico cristiano, e come un cattolico del secolo XIX, quasi come se fosse mandato da Dio per spiegare con la
poesia i misteri del Cristianesimo. Manzoni, nella ricerca di una poesia corale e collettiva, sperimenta soluzioni
formali innovative: rinuncia all’endecasillabo in favore di metri più brevi e regolari nel ritmo (ottonari,
decasillabi e settenari), producendo cadenze più vicine alle forme della poesia popolare; la sintassi acquista un
andamento più semplice, estraneo al periodare solenne della tradizione classicistica.




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THOMAS STEARNS ELIOT (1888-1965)

         ABOUT THE LIFE
   Thomas Stearns Eliot was born in St Louis, Missouri, in 1888 and was educated at Harvard. Though an
   American by birth, his cultural background was at first English and than European. In fact he learned Italian by
   studying Dante. In 1910 he first went to Europe and studied in Paris at the Sorbonne. In 1915 he married the
   British ballet dancer Vivien Haigh-Wood, despite his parents’worries about her mental instability. After the
   collection of poems Prufrock and Other Observations (1917), he edited The Criterion (1922), an innovative
   intellectual magazine of European literature. He spent some time in a Swiss sanatorium, in Lausanne, for the
   health of Vivien. Here he finished The Waste Land: poetry was, in fact, his only refuge where he expressed all
   his horror at his unhappy home life. Eliot finally decided to separate from his wife, who was committed to a
   mental asylum. In 1948 he received the Nobel Prize for literature. He died in London in 1965.




    “One of the Magi recounts the journey to Christ, a journey that brought death to their old life and their
                        rebirth to a new experience…the experience of conversion…”

                                                                                                                    Mitzi Streeter




                                                  JOURNEY OF THE MAGI
                       “A cold coming we had of it,
                                                                          With a running stream and a water-mill beating the darkness,
                      Just the worst time of the year
                                                                                          And three trees on the low sky,
                    For a journey, and such a journey:
                                                                           And an old white horse galloped in away in the meadow.
                 The ways deep and the weather sharp,
                                                                           Then we came to a tavern with vine-leaves over the lintel,
                        The very dead of winter.”
                                                                              Six hands at an open door dicing for pieces of silver,
             And the camels galled, sore-footed, refractory,
                                                                                     And feet kicking the empty wine-skins.
                    Lying down in the melting snow.
                                                                              But there was no imformation, and so we continued
                     There were times we regretted
                                                                                 And arrived at evening, not a moment too soon
               The summer palaces on slopes, the terraces,
                                                                              Finding the place; it was (you may say) satisfactory.
                  And the silken girls bringing sherbet.
                                                                                    All this was a long time ago, I remember,
               Then the camel men cursing and grumbling
                                                                                      And I would do it again, but set down
         And running away, and wanting their liquor and women,
                                                                                                   This set down
          And the night-fires going out, and the lack of shelters,
                                                                                        This: were we led all that way for
             And the cities hostile and the towns unfriendly
                                                                                  Birth or Death? There was a Birth, certainly,
             And the villages dirty and charging high prices:
                                                                          We had evidence and no doubt. I had seen birth and death,
                         A hard time we had of it.
                                                                               But had thought they were different; this Birth was
               At the end we preferred to travel all night,
                                                                              Hard and bitter agony for us, like Death, our death.
                            Sleeping in snatches,
                                                                                  We returned to our places, these Kingdoms,
                With the voices singing in our ears, saying
                                                                               But no longer at ease here, in the old dispensation,
                           That this was all folly.
                                                                                   With an alien people clutching their gods.
           Then at dawn we came down to a temperate valley,
                                                                                         I should be glad of another death.
           Wet, below the snow line, smelling of vegetation;




        ANALYSIS OF JOURNEY OF THE MAGI
   The poem was written after Eliot's conversion to Christianity and confirmation in the Church of England in
   1927 and published in Ariel Poems in 1930. The poem is another dramatic monologue with one Magus
   speaking or narrating the story of the journey that had led him and his two companions to the place of Christ’s
   birth. The speaker is in agitation and speaks to the reader directly. His revelations are accidental and born out

                                                                     10
of his emotional distress. The colloquial tone of the first part and the insistence on the realistic details of the
journey, give the narration the quality of the personal memoir. The second part opens with a slower rhythm.
The description of the land with its precise, clear, seems to be only an evocation of past images, but some of
them are charged with symbolist. The poem, in effect, has a number of symbolist elements, where an entire
philosophical position is summed up by the manifestation of a single image. Three at least are illusions to future
events of the life of Christ: the three trees are the three crosses on the Calvary, the white horse is a reference
to the militaristic and conquering Christ of Revelation and the silver pieces are the price of Judas betrayal. In
the third part the “chronicle” turns into metaphysical questioning. The seemingly paradoxical question of the
Magus: “were we led all that way for/Birth or Death?” finds an explanation in the Christian belief that death is
in fact the birth to the new “True” life, that of the author world, and in the observation of the historical events:
Christ’s Birth marked the end of the pre-Christian universe of ideas and beliefs. The Christ’s birth was also the
death of Eliot's world of magic, astrology, and paganism. But for the Magi the journey has been only the
beginning of a process of inner transformation. They have known “hard and bitter agony” but not a total
regeneration. To achieve it they would need “another death”. T.S. Eliot’s Journey of the Magi suggests that the
images of nature and conversion are representative of the ambiguity of the world. The images of nature are at
times beautiful-as in “the fertile valley” and “running streams”-but are also ominous and dark in other portions
of the poem. Images of conversion are also both positive and negative, as they are intended to convey a sense of
hope and uncertainty; just as conversion had left an enigmatic feeling in Eliot’s own life.




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