Nesb? Jo. Nemesi by HC120717064020

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									                                              Jo Nesbo


                                      Nemesi




***Parte Prima. Capitolo 1. Il piano.
        Sto per morire. È una sensazione assurda. Non era questo il piano, almeno non il mio piano. E
anche possibile che ci stessi arrivando senza saperlo. Ma non era il mio piano. Il mio era migliore. Aveva
un significato. Sto fissando la bocca di un fucile e so che sarà da lì che arriverà. Il messaggero. Il
traghettatore. C'è tempo per un'ultima risata. Se vedi la luce nel tunnel, forse è la luce di un fiammifero.
Avremmo potuto fare qualcosa di bello di questa vita, tu e io. Se avessimo seguito il nostro piano. Un
ultimo pensiero. Tutti si chiedono quale sia il significato della vita, ma nessuno si chiede quale sia quello
della morte.
        *** Capitolo 2. L'astronauta.
        L'uomo anziano fece venire in mente a Harry l'immagine di un astronauta. I piccoli passi ridicoli,
i movimenti rigidi, lo sguardo buio e smorto e le suole delle scarpe che si trascinavanosul pavimento.
Come se avesse paura di perdere il contatto con la terra e iniziare a volare nello spazio. Harry guardò
l'orologio sulla parete di mattoni bianchi. Le 15,16. Fuori dalla finestra, in Bogstadveien, la gente, in
preda allo stress del venerdì, camminava rapidamente. Il sole di ottobre, basso sull'orizzonte, si riflesse
nello specchietto retrovisore di un'auto che si avviò e sparì nel traffico. Harry si concentrò sull'uomo
anziano. Un cappello e un elegante cappotto grigio, che aveva chiaramente bisogno di un lavaggio a
secco. Sotto: una giacca di tweed, camicia, cravatta e pantaloni grigi logori con una piega affilata come
un rasoio. Scarpe lucidate con talloni consunti. Uno di quei pensionati che sembravano aver colonizzato
Majorstua. Non era una sua ipotesi. Harry sapeva che August Schultz aveva ottantun anni, che aveva
lavorato nel settore dell'abbigliamento e che aveva vissuto a Majorstua tutta la sua vita, salvo durante gli
anni della guerra, che aveva passato in una baracca ad Auschwitz. E sapeva che la rigidità delle sue
ginocchia era dovuta a una caduta da una passerella su Ringveien, sulla quale stava passando di ritorno da
una visita dal medico. L'impressione che fosse un automa era rinforzata dalle braccia piegate ad angolo
retto a livello dei gomiti che si staccavano dal corpo. Sull'avambraccio sinistro era appeso un bastone
marrone e la mano destra stringeva un modulo di bonifico bancario che l'uomo aveva già presentato al
giovane con i capelli corti allo sportello due. Anche se Harry non poteva vedere il suo viso, sapeva che
stava fissando l'anziano con un misto di compassione e di irritazione. Erano le 15,17 e August Schultz era
finalmente arrivato. Harry sospirò. Stine Grette era seduta allo sportello numero uno. Stava contando
settecentotrentatré corone per un ragazzo con un berretto blu che le aveva appena dato un avviso di
pagamento. Ogni volta che Stine metteva una banconota sul bancone, il diamante sul suo anulare sinistro
scintillava. Harry non poteva vederla, ma sapeva che a destra delragazzo, davanti allo sportello numero
tre, c'era una donna che cullava quasi istintivamente un passeggino per far dormire il suo bambino. La
donna stava aspettando di essere servita dalla signora Brænne che, al momento, era occupata a spiegare
ad alta voce all'uomo con cui parlava al telefono, che non poteva pagare con un bonifico automatico a
meno che il destinatario non avesse firmato il suo accordo in quel senso, e che lei lavorava nella banca e
lui no, e quindi forse potevano mettere fine alla discussione. In quello stesso istante, la porta della banca
si aprì e due uomini, uno alto e uno piccolo, vestiti con tute scure identiche, entrarono rapidamente nel
locale. Stine Grette alzò gli occhi. Harry guardò il suo orologio da polso e iniziò a contare. Gli uomini si
diressero verso l'angolo dove Stine era seduta. L'uomo alto si muoveva come se stesse camminando fra
pozze d'acqua, mentre quello più piccolo aveva l'andatura barcollante di uno che ha i muscoli più grandi
di quello che il suo corpo riesce a sopportare. Il ragazzo con il berretto blu si girò lentamente e iniziò a
dirigersi verso l'uscita, così occupato a contare i suoi soldi da non fare caso ai due uomini. «Salve» disse
l'uomo più alto a Stine. Fece un passo in avanti e appoggiò una borsa nera sul bancone con un colpo. Il
suo collega si tolse gli occhiali da sole, avanzò e mise una borsa identica vicino all'altra. «I soldi!» disse
con una voce leggera. «Apri la porta!» Era come se qualcuno avesse schiacciato il tasto della pausa: tutti
i movimenti si interruppero, come raggelati. L'unica cosa che indicava che il tempo non si era fermato era
il traffico fuori dalla finestra. E la lancetta dell'orologio di Harry, che ora indicava che dieci secondi
erano passati. Stine spinse un pulsante sotto al ripiano. Si udì uno scatto elettronico e l'uomo più piccolo
spinse con un ginocchio la porta a battenti più vicina alla parete. «Dov'è la chiave?» chiese. «Forza, non
abbiamo tutta la giornata!» «Helge!» gridò Stine al di sopra della spalla.«Cosa?» La voce proveniva
dall'interno della porta aperta dell'unico ufficio della banca. «Abbiamo visite, Helge!» Un uomo con una
cravatta a farfalla e occhiali sulla punta del naso apparve sulla porta. «Questi due signori vogliono che tu
apra il Bancomat» disse Stine. Helge Klementsen fissò con uno sguardo vuoto i due uomini con le tute
che ora erano al di là del bancone. Quello più alto guardava nervosamente l'uscita mentre l'altro teneva lo
sguardo fisso sul direttore della filiale. «Ah, sì, naturalmente» disse Helge Klementsen ansimando, come
se si fosse improvvisamente ricordato di un appuntamento importante e poi emise una breve risata
sonora. Harry non mosse un solo muscolo, lasciando soltanto che i suoi occhi registrassero tutti i dettagli
dei movimenti e delle mimiche. Venticinque secondi. Il suo sguardo si fermò sull'orologio sopra la porta
ma, con la coda dell'occhio, vide il direttore della filiale aprire il Bancomat dall'interno, estrarne due
lunghe cassette metalliche e darle ai due uomini. Tutto si svolse rapidamente e in silenzio. Cinquanta
secondi. «Questo è per te, papà!» disse l'uomo più piccolo prendendo dalla borsa due cassette identiche
che porse a Helge Klementsen. Il direttore deglutì, fece un cenno con la testa, prese le due cassette
pesanti e le mise nel Bancomat. «Buon week-end!» esclamò l'uomo più piccolo. Si raddrizzò e prese la
borsa. Un minuto e mezzo. «Aspettate un attimo» li fermò Helge. L'uomo più piccolo si irrigidì. Harry si
succhiò le guance e cercò di concentrarsi. «La ricevuta...» disse Helge. I due fissarono a lungo
quell'uomo con i capelli grigi. Poi, il più piccolo si mise a ridere. Una risata forte e acuta con un leggero
tono isterico, un po' come le persone che ridono sotto l'effetto della droga. «Non dirmi che credevi che
avessimointenzione di andarcene senza firmare! Lasciare due milioni senza ricevuta, suvvia!» «Va bene»
disse Helge Klementsen «ma uno di voi stava per dimenticarsene la settimana scorsa.» «Oggi assumono
troppi incompetenti per il trasporto di valuta, non è così?» scherzò l'uomo più piccolo mentre Klementsen
e lui firmavano e separavano le copie. Prima di guardare nuovamente l'orologio, Harry aspettò che la
porta dell'uscita si chiudesse alle spalle dei due uomini. Due minuti e dieci secondi. Attraverso il vetro
delle porte, vide il furgone portavalori con la sigla «Nordea» mettersi in moto e partire. Le persone
all'interno della banca ripresero a parlare. Harry non aveva bisogno di contarle ma lo fece ugualmente.
Tre dietro al bancone e tre davanti, compresi il bambino e l'uomo con i pantaloni da falegname che era
appena entrato, e si era seduto al tavolo al centro del locale per scrivere il suo numero di conto corrente su
un modulo di pagamento che era destinato, come Harry sapeva, alla Saga Solreiser. «Arrivederci», disse
August Schultz, iniziando a trascinare i piedi verso l'uscita. Erano esattamente le 15,21.10 e fu allora che
tutto ebbe veramente inizio. Quando la porta si aprì, Harry vide la testa di Stine Grette alzarsi dalle carte
per poi abbassarsi nuovamente. Poi rialzò la testa, lentamente questa volta. Harry volse lo sguardo verso
le porte. L'uomo che era entrato aveva già tirato giù la cerniera della tuta e aveva tirato fuori un fucile
AG3 nero e verde oliva. Un passamontagna blu scuro gli copriva tutta la testa a parte gli occhi. Harry
ricominciò a contare da zero. Come in una bambola, il berretto iniziò a vibrare nel punto in cui si trovava
la bocca: «This is a robbery. Nobody moves». L'uomo non aveva parlato a voce particolarmente alta, ma
nella piccola banca, calò il silenzio totale come dopo uncolpo di cannone. Harry fissò Stine Grette. Al di
sopra del rumore lontano delle automobili, sentì lo scatto metallico delle parti del fucile che si
incastravano quando l'uomo tolse la sicura. La spalla sinistra di Stine si abbassò in modo quasi
impercettibile. "E una donna coraggiosa" pensò Harry. "O forse è solo terrorizzata." Aune, l'esperto di
psicologia alla scuola di polizia, aveva detto che quando la gente diventa sufficientemente terrorizzata,
smette di riflettere e si comporta come se fosse stata programmata in precedenza. La maggior parte degli
impiegati di una banca preme il pulsante dell'allarme antifurto silenzioso immediatamente dopo lo shock,
affermava Aune, e raccontava che quando erano interrogati più tardi, non molti si ricordavano di averlo
fatto scattare. Agivano come se avessero il pilota automatico. Esattamente come un rapinatore di banca
che si è programmato in anticipo per sparare a tutti quelli che cercano di fermarlo, spiegava Aune. Più il
rapinatore ha paura, meno sono le probabilità che qualcosa possa fargli cambiare idea. Harry non si
mosse, cercando solo di concentrarsi sugli occhi dell'uomo mascherato. Azzurri. Il rapinatore lasciò
cadere una borsa nera sul pavimento, fra il Bancomat e l'uomo con i pantaloni da falegname che teneva
ancora la punta della penna premuta sulla carta per formare l'ultimo cerchio intorno al numero otto.
L'uomo vestito di nero fece i sei passi che lo separavano dal bancone, si mise a sedere sul bordo, passò le
gambe dall'altra parte e si posizionò proprio dietro Stine Grette, che era seduta in silenzio e guardava
dritto davanti a sé. "Bene" pensò Harry. "Segue le istruzioni, evita di provocare una qualsiasi reazione
fissando il rapinatore." L'uomo puntò il fucile contro il collo di Stine, si chinò in avanti e le mormorò
qualcosa all'orecchio. La donna non era ancora in preda al panico, ma Harry poteva vedere il suo petto
alzarsi e abbassarsi, era come se il piccolo corpo non riuscisse a trovare abbastanza aria sotto la camicetta
bianca, diventata improvvisamente troppo stretta. Quindici secondi.La donna si schiarì la gola. Una
volta. Due volte. Finalmente riuscì ad articolare un suono. «Helge. Le chiavi del Bancomat.» La voce era
bassa e rauca, totalmente irriconoscibile, come se non potesse provenire dalla stessa persona che aveva
pronunciato quasi le stesse parole tre minuti prima. Harry non lo vedeva, ma sapeva che Helge
Klementsen aveva sentito la frase di apertura del rapinatore, ed era già sulla porta del suo ufficio. «Fai
presto, altrimenti...» La voce della donna era appena percettibile e, durante la pausa che seguì, si udirono
solo i tonfi delle scarpe di August Schultz sul pavimento, come un paio di fruste contro la pelle di un
tamburo in un orribile lento strascico. «...mi spara.» Harry volse lo sguardo verso la finestra. Con tutta
probabilità, da qualche parte lì fuori c'era un'auto con il motore acceso, ma non poteva vederla da
quell'angolazione. Vedeva solo le auto e le persone che passavano, più o meno spensierate. «Helge...» La
voce di Stine era supplicante. "Muoviti ora, Helge" pensò Harry. Harry conosceva bene l'anziano
direttore della banca. Sapeva che aveva due barboncini reali, una moglie e una figlia incinta abbandonata
di recente, che l'aspettavano a casa. Sapeva che avevano fatto le valigie e che erano pronte a partire per la
loro casetta in montagna non appena Helge Klementsen fosse tornato a casa. Ma sapeva anche che, in
quel momento, Klementsen si sentiva come se si trovasse sott'acqua in uno di quei sogni dove tutti i
movimenti diventano lenti anche se si cerca in tutti i modi di affrettarli. E così emerse nel campo visivo di
Harry. Il rapinatore aveva girato la sedia di Stine e rimaneva dietro di lei, ma ora era rivolto verso Helge.
Come un bambino attanagliato dalla paura che deve domare un cavallo, Klementsen era rimasto
immobile con il corpo inclinato all'indietro e con la mano con il mazzo di chiavi il più lontano possibile
da sé. Il rapinatore mormorò qualcosa nell'orecchiodi Stine Grette e alzò il fucile verso Klementsen che
barcollò. Stine si schiarì la gola. «Dice che devi aprire il Bancomat e mettere le due cassette nella borsa
nera.» Helge Klementsen fissava l'arma puntata su di lui, come ipnotizzato. «Hai venticinque secondi
prima che spari. A me. Non a te.» La bocca di Klementsen si aprì e si chiuse come se volesse dire
qualcosa. «Adesso, Helge» disse Stine. Il meccanismo di apertura della porta scattò e Helge Klementsen
attraversò con passo pesante il locale della banca. Erano trascorsi trenta secondi dall'inizio della rapina.
August Schultz era quasi arrivato alla porta di uscita. Il direttore della filiale si inginocchiò davanti al
Bancomat e guardò il mazzo di chiavi. Ce n'erano quattro. «Rimangono venti secondi» disse Stine Grette.
I poliziotti di Majorstua, pensò Harry. Stanno arrivando con le loro auto. Otto isolati. L'ora di punta del
venerdì. Con dita tremanti, Helge Klementsen scelse una chiave e la infilò nella serratura. A metà strada,
la chiave si bloccò. Helge Klementsen spinse più forte. «Diciassette.» «Ma...» iniziò Helge. «Quindici.»
L'uomo tirò fuori la chiave e provò con una delle altre. Entrava nella serratura ma non poteva girare.
«Ma, buon Dio...» «Tredici. È quella con l'adesivo verde, Helge.» Helge Klementsen fissò il mazzo di
chiavi come se non l'avesse mai visto prima. «Undici.» La terza chiave era quella giusta. Helge
Klementsen aprì la porta della cassaforte e si voltò verso Stine Grette e il rapinatore. «Devo aprire
un'altra serratura per poter estrarre le cass...»«No!» gridò Stine. Helge Klementsen si lasciò sfuggire un
singhiozzo mentre premeva le dita contro le punte delle chiavi come se non potesse più vedere, e come se
le punte fossero segni per i ciechi per indicargli quale era quella giusta. «Sette.» Harry stava ascoltando
con attenzione. Ancora nessuna sirena della polizia. August Schultz mise la mano sulla maniglia della
porta per uscire. Il mazzo di chiavi cadde sul pavimento sferragliando. «Cinque» mormorò Stine Grette.
La porta si aprì e il rumore della strada invase il locale della banca. In lontananza, Harry ebbe
l'impressione di riconoscere un suono lamentoso che conosceva bene. Che andava su e giù. Le sirene
della polizia. Poi la porta si chiuse. «Due. Helge!» Harry chiuse gli occhi e contò fino a due. «Ecco!»
Helge Klementsen aveva urlato. Aveva aperto l'ultima serratura ed era rimasto accovacciato mentre
faceva slittare fuori le cassette, che sembravano bloccate. «Mi lasci solo tirare fuori i soldi! Io...» In quel
preciso momento fu interrotto da un urlo acuto. Harry guardò dall'altra parte del locale, dove la cliente,
terrificata, fissava il rapinatore che rimaneva immobile con il fucile contro il collo di Stine. La donna
strizzò gli occhi due volte e fece un cenno silenzioso in direzione del passeggino mentre le grida del
bambino diventavano sempre più forti. Quando la prima cassetta si staccò dalla guida di scorrimento per
poco Helge Klementsen non cadde all'indietro. Tirò verso di sé lo zaino nero. In sei secondi, aveva messo
le due cassette nello zaino. Seguendo gli ordini, chiuse la cerniera e andò vicino al bancone. Il tutto
conformemente alle parole di Stine Grette la cui voce ora sembrava incredibilmente chiara e calma. Un
minuto e tre secondi. La rapina era finita. I soldierano nello zaino al centro del pavimento. Ancora alcuni
secondi e la prima auto della polizia sarebbe arrivata. Ancora quattro minuti e altre auto della polizia
avrebbero bloccato le vie di fuga più vicine al luogo della rapina. Tutte le cellule del corpo del rapinatore
dovevano urlare che era arrivato il momento di uscire da lì. E allora successe qualcosa che Harry non
riuscì a capire. Non aveva alcun senso. Invece di fuggire subito, il rapinatore girò la sedia di Stine in
modo da essere faccia a faccia con lei. Si chinò e mormorò qualcosa. Harry strizzò gli occhi. Doveva
andare al più presto a farsi controllare la vista. Ma vide quello che vide. La donna fissava il rapinatore
senza volto mentre il suo viso subiva progressivamente un cambiamento lento come se il significato delle
parole mormorate stesse prendendo lentamente forma nel suo cervello. Le sopracciglia ben delineate
formavano due S sopra i suoi occhi, che ora sembravano uscire dalle orbite, mentre il labbro superiore e
gli angoli della sua bocca si torcevano in una smorfia grottesca. Il bambino smise di piangere,
improvvisamente come aveva iniziato. Harry sospirò profondamente. Perché sapeva. Era un'istantanea,
una fotografia magistrale. Due persone prigioniere in un'istantanea dove l'una aveva appena pronunciato
la sentenza di morte dell'altra, il viso mascherato a due palmi di mano da quello nudo. Il boia e la sua
vittima. La canna del fucile puntata contro l'incavo della gola e un piccolo cuore d'oro appeso a una
catenina. Harry non poteva vederlo, ma sentiva il polso della donna battere sotto la sua pelle sottile. Un
suono sordo e lamentoso. Harry drizzò le orecchie. Ma non era la sirena della polizia, era solo un telefono
che suonava nella stanza accanto. Il rapinatore si girò e fissò la telecamera di sorveglianza situata sul
soffitto, dietro al banco. Alzò una mano inguantata di nero e la aprì. Cinque dita. La richiuse e mostrò
l'indice. Sei dita. Sei secondi di troppo. Si girò di nuovo verso Stine Grette, afferrò il fucile con entrambe
le mani, lo tenne all'altezza delle anche e lo alzò fino all'altezza della testa diStine Grette, poi divaricò le
gambe per bloccare il rinculo. Il telefono continuava a suonare. Un minuto e dodici secondi. Quando
Stine Grette alzò una mano a metà, come se volesse fare un segno di addio a qualcuno, il diamante
dell'anello luccicò. Erano esattamente le 15,22.22 quando il rapinatore sparò. La detonazione fu breve e
secca. La sedia di Stine Grette venne sbalzata indietro mentre la sua testa penzolava sul collo come quella
di una vecchia bambola. Poi la sedia cadde all'indietro. Quando la testa di Stine sbatté contro il bordo
della scrivania si sentì un tonfo sordo e poi Harry non la vide più. Non riuscì più a vedere neppure la
pubblicità per il nuovo fondo pensione della Nordea, che era affisso sull'esterno del cristallo dello
sportello perché era diventato improvvisamente rosso. Poteva solo sentire il telefono che continuava a
squillare con rabbia e tenacia. Il rapinatore saltò il bancone e corse verso la borsa al centro del pavimento.
Harry doveva decidersi. Il rapinatore afferrò la borsa. Harry si decise. Si alzò di scatto dalla sedia. In sei
passi lunghi arrivò. E alzò la cornetta. «Parla.» Nel silenzio che seguì, poteva sentire il rumore delle
sirene della polizia dal televisore nella stanza, il ritmo di una canzone pop pakistana dal vicino e passi
pesanti sulle scale, che potevano essere quelli della signora Madsens. Poi sentì una leggera risata all'altro
capo della linea. E una risata che veniva da un passato lontano. Non nel tempo, ma comunque sempre
lontano. Come il settanta percento del passato di Harry che a intervalli irregolari gli tornava in mente
come una ridda di voci vaghe o di menzogne dirette. Ma questa era una storia che poteva confermare.
«Sempre macho, eh Harry?» «Anna?» «Indovinato.» Harry sentì una piacevole sensazione di calore
diffondersi nel suo stomaco, quasi come quella che gli dava il whisky.Quasi. Nello specchio vide una
fotografia incorniciata appesa alla parete opposta. Era la foto di Harry insieme a sua sorella Søs durante
una vacanza estiva a Hvitsten quando erano piccoli. Sorridono come fanno i bambini che credono ancora
che niente di male può capitare loro. «E cosa stai facendo in questa serata domenicale?» «Non molto.»
Harry sentì che la sua voce imitava automaticamente quella di Anna. Un po' troppo profonda e un po'
troppo esitante. Ma non era quello che voleva. Non in quel momento. Si schiarì la gola e cercò di
assumere un tono di voce più neutro. «Quello che la gente fa di solito.» «E cioè?» «Sto guardando una
videocassetta.»
        *** Capitolo 3. House of Pain.
        «Hai guardato il video?» Quando l'ispettore Halvorsen si appoggiò allo schienale, la sedia
sgangherata emise uno scricchiolio di protesta. Continuava a fissare il suo collega di nove anni più
anziano con un'espressione scettica. «Certo» disse Harry, passando l'indice sotto agli occhi arrossati.
«Tutto il week-end?» «Da sabato mattina a domenica sera.» «In ogni caso, hai avuto il venerdì sera per
rilassarti» disse Halvorsen. «Sì.» Harry prese una cartella blu dalla sua borsa e la mise sulla scrivania che
era posizionata faccia a faccia con quella di Halvorsen. «Ho letto le trascrizioni dell'interrogatorio.»
Harry mise nuovamente la mano nella borsa e prese unaconfezione di caffè French Colonial. Halvorsen e
Harry lavoravano nello stesso ufficio in fondo al corridoio, nella zona rossa al settimo piano della
centrale di polizia di Grønland, e due mesi prima avevano investito in una macchina per l'espresso,
Rancilio, che ora troneggiava al posto d'onore sullo schedario, sotto alla fotografia incorniciata di una
ragazza seduta con i piedi appoggiati sulla scrivania. Il viso coperto di lentiggini dava l'impressione che
cercasse di fare una smorfia, che però era finita in una risata. Lo sfondo era la stessa parete dell'ufficio
sulla quale la fotografia era appesa. «Sapevi che tre poliziotti su quattro non riescono a scrivere
correttamente la parola "inintelligibile?"» disse Harry, attaccando il suo cappotto all'attaccapanni. «La
scrivono sia con una "e" fra la doppia "l" e la "g", o con...» «Molto interessante.» «E tu cosa hai fatto
durante il week-end?» «Venerdì sono rimasto seduto in un'auto fuori dall'ambasciata americana perché
qualche anonimo idiota aveva telefonato dicendo che c'era una bomba. Naturalmente era un falso
allarme, ma quelli dell'ambasciata sono così prudenti in questo momento che siamo stati costretti a
rimanere lì tutta la sera. Sabato ho cercato ancora una volta di trovare la donna della mia vita. Domenica
mi sono reso conto che non esiste. Che risultato hanno dato gli interrogatori con le persone presenti
durante la rapina?» chiese Halvorsen andando alla macchina per il caffè. «Nada» disse Harry, togliendosi
il maglione. Sotto indossava una T-shirt grigio antracite che una volta era stata nera e dove la scritta
violent Femmes era slavata. Si mise a sedere sulla sua sedia con un sospiro. «Nessuno si è fatto vivo per
dirci di aver visto la persona ricercata nelle vicinanze della banca prima della rapina. Un tizio che usciva
dal supermercato 7-Eleven sull'altro lato di Bogstadveien afferma di avere visto il rapinatore correre
lungo Industrigata. Dice di averlo notato per via del passamontagna. La videocamera di sorveglianza
sulla facciatadella banca li ha ripresi quando il rapinatore è passato davanti al testimone vicino a un
container per i rifiuti. L'unica cosa interessante che ha potuto raccontare, che non si vede sul video, è che
a un certo punto, quando il rapinatore aveva fatto una cinquantina di metri ha attraversato Industrigata
due volte, avanti e indietro.» «Un tipo che non sa decidere su quale marciapiede deve camminare. Mi
sembra ininteressante.» disse Halvorsen. «Non sembri molto ferrato sulle rapine in banca, Halvorsen.»
«E perché dovrei? Il nostro compito è schiaffare dentro gli assassini, quelli di Hedmark possono
occuparsi di quelli che rubano.» «I tipi di Hedmark?» «Non l'hai mai notato quando gironzoli nella
sezione criminale? Ma qual è il punto?» «Il punto è Victor.» «La pattuglia cinofila.» «Di solito, sono i
primi ad arrivare sul posto, e un rapinatore di banche con esperienza lo sa. Un buon cane può seguire un
rapinatore che fugge a piedi nella città, ma se attraversa le strade e se le auto passano dove lui è passato,
il cane perde la traccia.» «E allora?» Halvorsen andò a prendere le due tazze di caffè e ripulì
accuratamente la macchina; diceva che era quello che differenziava un professionista da un dilettante.
«Questo conferma il sospetto che abbiamo a che fare con un rapinatore di banca a dir poco esperto. E
questo significa che possiamo concentrare le nostre ricerche su un numero di sospetti molto più ridotto. Il
capo dell'antifurti mi ha detto che...» «Ivarsson? Non credevo che foste in così buoni rapporti da
confidarvi l'uno con l'altro.» «Non lo siamo. Ha parlato durante una riunione del gruppo investigativo di
cui faccio parte. Ivarsson ha detto che le persone che commettono rapine a Oslo sono meno di cento.
Cinquanta di loro sono talmente idioti, drogati ofuori di testa che si fanno prendere ogni volta. La metà di
loro sono dentro e perciò possiamo lasciarli perdere. Quaranta lavorano a livello artigianale e se la
cavano soltanto se qualcuno li aiuta a pianificare la rapina. E poi abbiamo una decina di professionisti,
quelli che rapinano i furgoni per il trasporto valori e le centrali di smistamento delle banconote, e per
beccarli abbiamo bisogno di un bel po' di aiuto dalla dea bendata. Cerchiamo sempre di sapere dove si
trovano. I loro alibi sono controllati ogni giorno.» Harry fece una pausa. «E venerdì ho anche parlato con
Weber della scientifica.» «Credevo che Weber dovesse andare in pensione questo mese.» «Qualcuno ha
calcolato male, Weber andrà in pensione soltanto quest'estate.» Halvorsen si mise a ridere. «Allora deve
essere più scontroso del solito?» «Sì, ma non per quel motivo» rispose Harry. «Lui e i suoi collaboratori
non hanno trovato nulla.» «Nulla?» «Nemmeno un'impronta digitale. Nessun capello. Non una sola fibra
di tessuto proveniente dai vestiti. E le impronte delle suole delle scarpe provano soltanto che ha utilizzato
scarpe nuove.» «Quindi non è possibile confrontarle con le tracce di usura di altre scarpe?» «Proprio
così» disse Harry. «E l'arma usata per la rapina?» chiese Halvorsen spingendo una delle tazze di caffè
sulla scrivania di Harry. Quando alzò gli occhi, vide che il sopracciglio sinistro di Harry si era alzato
sotto i capelli corti. «Scusa» disse Halvorsen. «L'arma del delitto.» «Grazie. Non è stata trovata.»
Halvorsen si mise a sedere alla sua scrivania e sorseggiò il caffè. «Per farla breve, un uomo entra in una
banca piena di clienti in pieno giorno. Arraffa due milioni di corone, uccideuna donna, poi se ne va
tranquillamente, prendendo una via non troppo affollata ma con molto traffico, nel centro della capitale
norvegese, alcune centinaia di metri dalla centrale di polizia. E noi, i funzionari mal pagati della reale
polizia norvegese, non abbiamo in mano nulla.» Harry fece un cenno lento con la testa. «Non proprio.
Abbiamo il video.» «Che ora puoi vedere davanti a te secondo per secondo, se ti conosco bene.» «No.
Piuttosto decimo di secondo per decimo di secondo.» «E puoi praticamente citare a memoria le
dichiarazioni dei testimoni?» «Solo quella di August Schultz. Ha raccontato cose molto interessanti sulla
guerra. Ha elencato i nomi dei concorrenti del settore dell'abbigliamento che erano i cosiddetti "buoni
cittadini norvegesi" che avevano partecipato alla confisca dei beni della sua famiglia durante la guerra.
Sa esattamente di cosa si occupano oggi. Ma naturalmente non sembra consapevole del fatto che ci sia
stata una rapina in quella banca.» Bevvero il resto del caffè in silenzio. La pioggia batteva contro i vetri.
«Ti piace questa vita, non è vero?» chiese Halvorsen improvvisamente. «Startene seduto da solo tutto il
weekend a dare la caccia ai fantasmi.» Harry sorrise ma non rispose. «Credevo che da quando sei
diventato padre di famiglia avessi abbandonato la vita da eremita.» Harry fissò il suo giovane collega con
sguardo truce. «Non so se vedo le cose proprio in questo modo», disse lentamente «non viviamo neanche
insieme, capisci.» «No, ma Rakel ha un figlio piccolo e quindi la cosa è un po' diversa, non è così?»
«Oleg» disse Harry avvicinandosi allo schedario. «Sono partiti per Mosca venerdì.» «Davvero?»«Una
questione legale. Il padre del bambino vuole avere la custodia.» «Ah sì, è vero. Che tipo di uomo è in
realtà?» «Okay» Harry raddrizzò la foto sopra la macchina da caffè che era appesa di traverso. «E un
professore che Rakel ha incontrato e sposato quando lavorava a Mosca. E l'erede di una famiglia
ricchissima che, secondo Rakel, ha un'enorme influenza politica.» «Allora forse conoscono anche
qualche giudice?» «Sicuramente, ma pensiamo che tutto andrà bene. Il padre è un pazzo furioso, e tutti lo
sanno. Un alcolista intelligente con un pessimo controllo dei propri impulsi, conosci questo tipo di
uomo?» «Credo di sì.» Harry alzò rapidamente lo sguardo, appena in tempo per vedere il sogghigno
sparire dal viso di Halvorsen. Alla centrale di polizia, tutti sapevano che Harry aveva problemi con
l'alcol. Ora, l'alcolismo in sé non è un motivo per licenziare un funzionario statale, ma essere ubriaco sul
lavoro sì. L'ultima volta che aveva avuto una crisi, quelli dei piani superiori avevano cercato di
sbarazzarsi di lui, ma il capo della sezione criminale Bjarne Møller, aveva, come al solito, coperto Harry
con una mano protettrice e sottolineato le circostanze speciali. Le circostanze si riferivano alla ragazza
sulla foto sopra alla macchina da caffè: Ellen Gjelten, collega e cara amica di Harry, era stata uccisa a
colpi di mazza da baseball su una stradina in Akerselva. Alla fine, Harry si era ripreso, ma era una ferita
che lo faceva ancora soffrire. Specialmente perché, per lui, il caso non era ancora stato risolto. Quando
Harry e Halvorsen avevano trovato prove tecniche contro il nazista Sverre Olsen, il commissario Tom
Waaler era arrivato rapidamente a casa di Olsen, per arrestarlo. Sfortunatamente, Olsen aveva sparato un
colpo di pistola contro Waaler che, per difendersi, l'aveva ucciso. Secondo il rapporto di Waaler, sia la
scoperta sul posto sia la verifica della Sefo non portavano ad altre conclusioni. D'altra parte, il
motivodell'uccisione di Olsen non era mai stato spiegato, oltre al fatto che i dettagli sembravano indicare
che era coinvolto nel traffico illegale di armi che aveva avuto uno sviluppo notevole a Oslo negli ultimi
anni, traffico che Ellen aveva in qualche modo scoperto. Ma Olsen era solo una piccola pedina che
portava messaggi, e la polizia non era ancora riuscita a trovare tracce degli uomini che si occupavano dei
pagamenti. Era per poter lavorare sul caso di Ellen che Harry aveva chiesto di tornare nella squadra
anticrimine dopo un breve soggiorno nei servizi della sicurezza al piano superiore. E i responsabili erano
stati felici di sbarazzarsi di lui. Bjarne Møller, al contrario, era stato felice di riaverlo al settimo piano.
«Allora vado su da Ivarsson all'antifurti con questa» borbottò Harry, agitando la videocassetta. «Voleva
vederla insieme a una nuova bambina prodigio che ho scoperto lassù.» «Una bambina prodigio? E chi
è?» «Una che è arrivata dalla scuola di polizia l'estate scorsa, e che ha già risolto tre rapine guardando
solo i video.» «Porca miseria. Niente male, no?» «Voi giovani siete così noiosamente prevedibili» disse
Harry sospirando. «Spero soltanto che non mi faccia perdere troppo tempo, il resto non mi interessa.»
«Sei sicuro che sia una donna?» «Non credo che il signor e la signora Lønn abbiano chiamato la figlia
Beate per scherzo.» «Ho sentito dire che è carina.» «Non contarci troppo» disse Harry abbassando la
testa come aveva imparato a fare con gli anni quando i suoi centonovantacinque centimetri passavano
sotto allo stipite della porta. «Perché?» «I poliziotti intelligenti sono brutti.» Al primo sguardo, l'aspetto
di Beate Lønn non dava indicazioni né in un senso né nell'altro. Non era brutta, alcuni potevano anche
definirla carina come una bambola. Maforse perché tutto in lei era così minuto: il viso, il naso, le
orecchie, il corpo. Ma soprattutto era pallida. La pelle e i capelli erano così chiari che facevano venire in
mente a Harry il cadavere di una donna che aveva ripescato insieme a Ellen nel Bunnefjorden. Ma
contrariamente a quello che era successo con il cadavere, Harry aveva l'impressione che avrebbe potuto
dimenticare l'aspetto di Beate Lønn semplicemente distogliendo lo sguardo per un attimo. Si sarebbe
detto che fosse esattamente quello che Beate desiderava perché, quando aveva mormorato il suo nome
mentre Harry le stringeva la mano umida, Beate l'aveva ritirata immediatamente. «Devi sapere che Hole
è una specie di leggenda qui alla centrale» aveva detto Rune Ivarsson, il capo dell'antifurti mentre
cercava la chiave giusta in un mazzo. Al di sopra della porta d'acciaio grigia c'era una targhetta con una
scritta in caratteri gotici: «House of Pain». E sotto: «Sala collettiva 508». «Non è vero, Hole?» Harry non
rispose. Non vi era alcun motivo di chiedersi a quale tipo di leggenda Ivarsson avesse voluto alludere;
non aveva mai fatto grossi sforzi per nascondere che riteneva che Harry Hole fosse una vergogna per il
corpo di polizia e che avrebbe dovuto essere licenziato da molto tempo. Ivarsson aprì la serratura ed
entrarono nella stanza. House of Pain - La Casa del Dolore - era una stanza speciale che la sezione
criminale utilizzava per studiare, redigere e copiare le registrazioni video. Al centro del locale privo di
finestre c'erano un grande tavolo e tre posti di lavoro. Uno scaffale per le videocassette occupava una
delle pareti, mentre su quella opposta c'era una bacheca con una dozzina di fotografie di rapinatori
ricercati. Un grande schermo occupava la parete più corta, con una mappa di Oslo e diversi trofei ricevuti
per gli arresti di criminali portati a termine. Come, per esempio, vicino alla porta dove erano appesi due
passamontagna con i buchi per gli occhi e per la bocca. Per il resto, l'arredamento era costituito da
personal computergrigi, altrettanti video neri, registratori VHS e DVD e un certo numero di macchinari
vari di cui Harry non conosceva la funzione. «Allora, che cosa è riuscita a scovare nel video la famosa
squadra anticrimine?» chiese Ivarsson, sedendosi pesantemente su una sedia. Aveva pronunciato le
parole "squadra anticrimine" con un tono chiaramente ironico. «Questo e quello» disse Harry
avvicinandosi allo scaffale con le videocassette. «Questo e quello?» «Non molto.» «Peccato che non
foste presenti alla riunione nella mensa a settembre. Se non ricordo male, tutte le sezioni erano
rappresentate a parte la vostra.» Ivarsson era alto e con gambe e braccia lunghe, aveva una frangia di
capelli biondi che ondeggiava sopra i suoi occhi azzurri. Il viso aveva i tratti maschi dei modelli nelle
pubblicità della linea di abbigliamento tedesca, Hugo Boss, era ancora abbronzato dopo gli innumerevoli
pomeriggi passati sui campi da tennis durante l'estate e probabilmente anche nel solarium di un centro di
fitness. In poche parole, Rune Ivarsson era quello che la maggior parte della gente avrebbe definito un
bell'uomo, e questo confermava la teoria di Harry sulla relazione fra l'aspetto e l'efficienza di un
poliziotto. Ma quello che mancava a Rune Ivarsson quando si trattava di talento nel condurre le indagini,
lo sopperiva con un'innata abilità politica e capacità di stringere alleanze all'interno della gerarchia della
centrale di polizia. Inoltre, Ivarsson aveva quella presunzione naturale che molti interpretano come una
delle caratteristiche di un vero leader. Quando si trattava di lui, questa presunzione derivava unicamente
dal fatto che era dotato di una cecità totale nei confronti dei propri limiti, e questo lo avrebbe
inevitabilmente portato verso l'alto per farlo diventare un giorno - direttamente o indirettamente - il
superiore di Harry. Per il momento, Harry non vedeva alcun motivo di lagnarsi del fatto che i mediocri
raggiungessero le alte sfere della gerarchiaabbandonando il lavoro sul campo, ma il rischio con uomini
come Ivarsson era che potevano facilmente convincersi che toccava a loro dirigere il lavoro di quelli che
sapevano veramente come condurre un'indagine. «Abbiamo trascurato qualcosa?» chiese Harry
passando il dito lungo le piccole etichette scritte a mano sul dorso delle videocassette. «Forse no» rispose
Ivarsson. «Se tralasciamo le piccole bazzecole che portano alla soluzione di un crimine.» Harry riuscì a
reprimere la tentazione di rivelare che non aveva partecipato alla riunione perché aveva saputo dai
colleghi che erano stati presenti a riunioni di quel genere, che si trattava di conferenze che avevano come
unico scopo di raccontare al mondo esterno che, dopo che Ivarsson era diventato il capo della sezione
antifurti, la percentuale di casi risolti era aumentata del 35% e di circa il 50% quando si trattava di rapine
di banche. Senza però accennare al fatto che con l'arrivo del nuovo capo sezione, il personale era
raddoppiato, o che le autorizzazioni per l'utilizzo di speciali metodi di investigazione avevano subito un
aumento generalizzato e che, allo stesso tempo, la sezione si era sbarazzata del suo peggiore
investigatore: Rune Ivarsson. «Devo ammettere di essere abbastanza curioso» disse Harry. «Perciò
raccontami come avete risolto questo.» Prese una delle videocassette e lesse ad alta voce l'etichetta.
«Ecco, 20.11.94. Sparbanken NOR, Manglerud.» Ivarsson si mise a ridere. «Con piacere. Li abbiamo
presi con il caro vecchio metodo. Avevano cambiato auto in una discarica vicino ad Alnabru e avevano
dato fuoco a quella che avevano lasciato lì. Ma l'auto non è bruciata completamente. Abbiamo trovato
uno dei guanti dei rapinatori con all'interno tracce del suo DNA. Le abbiamo confrontate con quelle dei
possibili sospetti che i nostri ricercatori avevano scelto dopo aver visto il video, e quelle di uno di loro
corrispondevano. L'idiota si è preso quattro anni perché aveva sparato un colpo al soffitto della banca. Ti
basta o vuoi sapere altro, Hole?»«Mm» disse Harry fissando la videocassetta. «Che tipo di traccia di
DNA?» «L'ho già detto. Una che corrispondeva» disse Ivarsson socchiudendo gli occhi. «Bene, ma cosa?
Pelle morta? Un'unghia? Sangue?» «E importante?» chiese Ivarsson con un tono autoritario e
impaziente. Harry si disse che era arrivato il momento di tenere la bocca chiusa. Che era meglio smetterla
con questo progetto alla Don Quijote. La gente come Ivarsson non imparava mai. «Forse no» ammise.
«Se non ci interessiamo alle piccole bazzecole che portano alla soluzione dei casi criminali.» Ivarsson
fissò Harry con uno sguardo truce. In quella stanza insonorizzata, il silenzio sembrava esercitare una
pressione fisica sulle orecchie. «Peli delle nocche.» I due uomini si girarono verso Beate Lønn. Harry
aveva quasi dimenticato che era lì. Lo sguardo della donna passò dall'uno all'altro mentre ripeteva quasi
mormorando: «Peli delle nocche. Come quelli delle dita... non si chiamano...». Ivarsson si schiarì la gola.
«Si trattava certamente di un pelo. Ma era - non abbiamo bisogno di approfondire - un pelo proveniente
dal dorso della mano. Non è così, Beate?» Senza aspettare la risposta, Ivarsson batté leggermente l'indice
sul suo grosso orologio da polso. «Ma adesso devo andare. Divertitevi con il video.» Mentre la porta si
chiudeva dietro a Ivarsson, Beate prese la videocassetta dalle mani di Harry e un secondo dopo l'aveva
inserita nel videoregistratore. «Due peli» disse. «Nel guanto sinistro. Dal pugno. E la discarica era a
Karihaugen e non ad Alnabru. Per quanto riguarda i quattro anni, almeno questo è corretto.» Harry fissò
la donna sorpreso. «Ma è stato prima che tu arrivassi?» Beate scrollò le spalle mentre spingeva il pulsante
PLAY del telecomando. «Basta leggere i rapporti.»Harry la fissò più attentamente. Poi si mise a sedere
più comodamente sulla sedia. «Vediamo se il nostro uomo ha lasciato qualche pelo dietro di sé.» Si udì
un leggero fruscio dal videoregistratore e Beate spense la luce. Nell'attimo che seguì, mentre lo schermo
blu della pausa era ancora acceso davanti a loro, un altro film iniziò nella testa di Harry. Era breve,
durava solo alcuni secondi, una scena immersa nella luce blu dello stroboscopio del Waterfront, un club
chiuso da molto tempo vicino ad Aker Brygge. Allora non sapeva come si chiamava, quella donna dagli
occhi scuri sorridenti che cercava di dirgli qualcosa al di sopra della musica. La canzone era Green on
Red. Jason & the Scorchers. Harry aveva versato nel Jim Beam della Coca-Cola, fregandosene del nome
della donna. Ma la sera seguente, era venuto a saperlo quando avevano tagliato tutti gli ormeggi sul letto
con il cavallo senza testa sulla sponda e lei aveva perso la sua verginità. Harry provò la sensazione di
calore allo stomaco ricordando la sera prima quando aveva sentito la voce di quella donna al telefono. Poi
l'altro film si sovrappose. L'uomo anziano aveva intrapreso il suo viaggio polare sul pavimento in
direzione del bancone, filmato da una nuova angolazione della videocamera ogni cinque secondi.
«Thorkildsen sulla TV2» disse Beate Lønn. «No, August Schultz» disse Harry. «Mi riferivo al lavoro di
redazione» rispose Beate. «Sembra il lavoro di Thorkildsen sulla TV2. Mancano alcuni decimi di qua e di
là...» «Mancano? Come fai a...? «Da diversi particolari. Guarda lo sfondo. La Mazda rossa che intravedi
fuori in strada era al centro di un'immagine su due videocamere quando hanno cambiato inquadratura. Un
oggetto non può essere in due posti nello stesso tempo.» «Vuoi dire che qualcuno ha manipolato la
registrazione?» «No, non è quello. Tutto quello che è stato ripreso dallesei videocamere all'interno del
locale e da quella all'esterno è stato registrato sullo stesso nastro. Sul nastro originale, l'immagine salta
alla velocità di un lampo fra tutte le videocamere così è solo un tremolio. Quindi il film deve essere
redatto per ottenere sequenze collegate più lunghe. A volte, quando non siamo in grado di farlo noi,
chiediamo aiuto a qualcuno della televisione. Quelli della televisione come Thorkildsen sistemano la
codifica temporale in modo che abbia un aspetto migliore, non così irregolare. Deformazione
professionale, suppongo.» «Deformazione professionale» ripetè Harry. Trovava curioso che una donna
così giovane utilizzasse un concetto così antiquato. O forse non era così giovane come aveva creduto
all'inizio? Qualcosa era successo in lei non appena la luce si era spenta nella sala, il linguaggio corporale
della sua silhouette era diventato più rilassato, la voce più ferma. Il rapinatore entrava nel locale e gridava
qualcosa in inglese. La voce era greve, come se venisse da lontano, come se fosse avvolta in una coperta.
«Cosa pensi di questo?» chiese Harry. «E norvegese. Parla in inglese per impedirci di riconoscere il suo
dialetto o parole speciali che possiamo collegare a un'eventuale rapina precedente. Indossa vestiti lisci,
che non lasciano fibre che potremmo trovare nell'auto che usa per la fuga o nell'appartamento dove si
nasconde o a casa sua...» «Mm. Altro?» «Tutte le fessure nei vestiti sono coperte da nastro adesivo. Così
non può lasciare alcuna traccia di DNA. Come peli o sudore. Vedi che i pantaloni sono fissati intorno agli
stivali con nastro adesivo, così come i guanti intorno alle maniche. Sono quasi certa che abbia del nastro
adesivo tutto intorno alla testa e cera sulle sopracciglia.» «Quindi è un professionista?» Beate scrollò le
spalle. «L'80% delle rapine in banca sono pianificate meno di una settimana in anticipo e sono fatte da
persone che sono sotto l'influenza di alcol o di narcotici.Questa rapina è preparata alla perfezione e il
rapinatore sembra sobrio.» «Come lo vedi?» «Se avessimo avuto la luce giusta e videocamere migliori,
avremmo potuto ingrandire le immagini e guardare le sue pupille. Ma non abbiamo questa possibilità e
quindi studio il suo linguaggio corporale. Movimenti lenti, programmati, lo vedi? Comunque se ha preso
qualcosa sicuramente non era né speed né un'amfetamina. Rohypnol. Probabilmente. E la sostanza che
preferiscono.» «Perché?» «Una rapina è un'esperienza estrema. Il rapinatore non ha bisogno di speed.
Piuttosto il contrario. L'anno scorso, uno è entrato nella banca DnB in piazza Solli con un'arma
automatica, ha crivellato di pallottole il soffitto e i muri ed è uscito di corsa senza i soldi. Ha detto al
giudice che aveva preso così tante amfetamine che aveva solo bisogno di sfogarsi. Se posso dire il mio
parere, preferisco un rapinatore sotto l'influenza del Rohypnol.» Harry fece un cenno in direzione dello
schermo. «Guarda la spalla di Stine Grette allo sportello uno, ora sta premendo l'allarme. E il suono della
registrazione diventa subito migliore. Perché?» «L'allarme è collegato al video, e quando viene attivato,
il film comincia ad andare molto più veloce. Questo ci fornisce immagini migliori e un suono più chiaro.
Abbastanza chiaro da permetterci di effettuare un'analisi della voce del rapinatore. E quindi non aiuta il
rapinatore se parla inglese.» «È veramente così preciso come dici?» «I suoni provenienti dalle nostre
corde vocali sono come impronte digitali. Se possiamo fornire dieci parole su nastro al nostro analista
all'NTNU di Trondheim, lui riesce a far combaciare due voci con una precisione del novantacinque
percento.» «Ma non è possibile farlo con la qualità sonora che abbiamo prima che l'allarme scatti?»«In
questo caso, non abbiamo la stessa sicurezza.» «Quindi è per questo che prima grida in inglese e poi,
quando capisce che l'allarme è stato attivato, inizia a utilizzare Stine Grette per farla parlare al suo
posto.» «Esatto.» Studiarono in silenzio il rapinatore vestito di nero mentre saltava sul bancone, e poi
puntava il fucile contro la testa di Stine Grette e mormorava nel suo orecchio. «Cosa pensi della reazione
di Stine?» chiese Harry. «Cosa vuoi dire?» «L'espressione del suo viso. Non trovi che sia troppo
tranquilla?» «Non penso niente. Generalmente, l'espressione di un viso non fornisce molte informazioni.
Presumo che abbia avuto un battito vicino a 180.» Videro Helge Klementsen che si gettava sul pavimento
davanti al retro del Bancomat. «Spero che Klementsen sia seguito in modo adeguato» disse Beate a voce
bassa, scuotendo la testa. «Ho visto persone diventare psichicamente invalide dopo avere vissuto una
rapina di questo genere.» Harry non disse nulla, ma pensò che doveva essere un'affermazione che aveva
sentito da colleghi più anziani. Il rapinatore si girò e alzò sei dita. «Interessante» mormorò Beate, e
scrisse sul bloc-notes davanti a lei senza abbassare lo sguardo. Harry seguiva la giovane poliziotta con la
coda dell'occhio e la vide sobbalzare sulla sedia quando il colpo partì. Mentre sullo schermo il rapinatore
saltava sul bancone, afferrava la borsa e scappava dalla porta, il piccolo mento di Beate scivolò in basso
e la penna le cadde di mano. «Non abbiamo messo l'ultima parte su Internet e non l'abbiamo rilasciata a
nessuna rete televisiva» disse Harry. «Guarda, adesso è ripreso dalla videocamera fuori dalla banca.»
Videro il rapinatore attraversare velocemente il passaggio pedonale di Bogstadveien con il verde,
proseguire lungo Industrigata e poi sparire.«E la polizia?» chiese Beate. «La centrale più vicina si trova
in Sørkedalsveien dall'altra parte della dogana, a soli ottocento metri dalla banca. Eppure passano tre
minuti dallo scatto dell'allarme all'arrivo della polizia sul posto. Quindi il rapinatore ha avuto meno di
due minuti per fuggire.» Beate continuava a guardare pensierosa lo schermo dove le macchine e la gente
continuavano a passare come se nulla fosse successo. «Ha pianificato la sua fuga con la stessa
accuratezza usata per la rapina. L'auto per la fuga era proprio dietro l'angolo, dove non poteva essere vista
dalla videocamera all'esterno della banca. E stato fortunato.» «Forse» disse Harry. «Però, non sembra il
tipo che fa affidamento sulla fortuna, cosa ne dici?» Beate scrollò le spalle. «La maggior parte delle
rapine in banca sembrano studiate per riuscire.» «D'accordo, ma in questo caso le probabilità che la
polizia arrivasse in ritardo erano piuttosto grandi. Perché venerdì scorso, a quell'ora, tutte le pattuglie
della zona erano impegnate in un altro posto, e cioè...» «...l'ambasciata americana!» esclamò Beate,
colpendosi la fronte. «La telefonata anonima sulla bomba nell'auto. Venerdì scorso non ero in servizio,
ma l'ho letto su "Dagsrevyen". E inoltre, quando tutti sono così isterici, è chiaro che sono stati bloccati lì
per diverso tempo.» «Non hanno trovato nessuna bomba.» «Naturalmente. Questo è un classico
espediente per impegnare la polizia in un'altra zona subito prima della rapina.» Rimasero seduti a
guardare la registrazione in silenzio, pensierosi. August Schultz fermo sul marciapiede che aspettava di
attraversare la strada. Il semaforo che passava dal verde al rosso e poi nuovamente al verde senza che
l'uomo si muovesse. Cosa stava aspettando? si chiese Harry. Un'irregolarità, una sequenza troppo lunga
con il segnale verde, una specie di lotta fra i colori dei semafori? Tutto poteva succedere. In lontananza
Harry sentì le sirene della polizia.«C'è qualcosa che non quadra» disse poi. Beate Lønn rispose con un
sospiro stanco, da vecchia. «C'è sempre qualcosa che non quadra.» Il filmato giunse alla fine e una
tempesta di neve si abbatté sullo schermo.
        *** Capitolo 4. Eco.
        «Neve?» Gridò Harry al cellulare mentre si muoveva rapidamente lungo il marciapiede.
«Certamente» disse Rakel da Mosca. La linea era disturbata da uno strano eco crepitante: «...tamente.»
«Pronto?» «Qui fa un freddo terribile. Sia fuori sia dentro casa... casa.» «E in tribunale?» «Anche lì,
diversi gradi sotto zero. Quando abitavamo qui, persino sua madre mi diceva di andare via da questa città
con Oleg. Adesso è seduta insieme agli altri e i suoi occhi sono pieni di odio...» «Come sta andando?»
«Come faccio a saperlo?» «Perché per prima cosa sei una giurista, come seconda parli il russo.» «Harry.
Al pari di centocinquanta milioni di russi, non capisco una virgola del loro sistema giuridico, okay?»
«Okay. E Oleg come la sta prendendo?» Harry ripetè la domanda due volte senza ottenere una risposta e
alzò il cellulare davanti agli occhi per controllare se la comunicazione fosse stata interrotta, ma vide i
secondi scorrere. Appoggiò nuovamente il cellulare all'orecchio. «Pronto?»«Pronto, Harry, ti sento...
manchi... manchi. Perché ridi?...n'Æ?» «Per via dell'eco.» Harry era arrivato davanti al portone di casa,
prese la chiave di tasca e aprì. «Ti sto annoiando, Harry?» «No, mai e poi mai.» Harry fece un cenno di
saluto ad Ali che stava cercando di far passare uno slittino attraverso la porta della cantina. «Ti amo. Mi
senti? Ti amo! Pronto?» Harry fissò sconcertato il display spento del cellulare e quando rialzò lo sguardo,
vide il suo vicino pakistano che lo guardava sorridendo. «Sì, Ali voglio bene anche a te» borbottò Harry
componendo maldestramente il numero di Rakel. «Basta premere il tasto REPEAT» disse Ali. «Cosa?»
«Niente. Fra l'altro, che cosa ne pensi di affittarmi la tua cantina? Ho visto che non la usi mai.» «Ho una
cantina?» Ali alzò gli occhi al cielo. «Da quanto tempo abiti in questa casa, Harry?» «Ti ho detto che ti
amo.» Ali lo fissò sorpreso, Harry fece un cenno con la mano per fargli capire che la comunicazione si
era ristabilita. Salì le scale a due a due con la chiave dritta davanti a sé come una bacchetta da
rabdomante. «Bene, adesso possiamo parlare» disse Harry, entrando nel suo appartamento di due camere
e cucina arredato spartanamente ma ordinato. Lo aveva comprato a buon prezzo alla fine degli anni
Ottanta, quando il mercato immobiliare aveva toccato il fondo. Alle volte, Harry si diceva che con
quell'acquisto, aveva usato tutta la fortuna che gli era stata concessa nella vita. «Vorrei che tu fossi qui
con noi, Harry. Anche Oleg dice che gli manchi.»«Lo ha detto veramente?» «Non ha bisogno di dirlo.
Voi due siete fatti esattamente allo stesso modo.» «Mi hai sentito? Ti ho appena detto che ti amo. Tre
volte. Con il mio vicino come testimone. Sai quanto mi costa?» Rakel si mise a ridere. Harry amava la
sua risata, la amava sin dalla prima volta che l'aveva sentita. E, istintivamente, aveva saputo che avrebbe
fatto qualsiasi cosa per udirla nuovamente. Preferibilmente ogni giorno. Si tolse le scarpe nel vestibolo e
sorrise quando notò che la spia della segreteria telefonica era accesa. Non aveva bisogno di essere un
chiaroveggente per capire che quel giorno, Rakel aveva cercato di contattarlo. Nessun altro chiamava
Harry Hole al suo telefono di casa. «Come fai a sapere che mi ami?» sussurrò Rakel. L'eco era sparito.
«Lo so, perché quando ti penso sento una vampata di caldo al... come si chiama?» «Al cuore?» «No, la
sento dietro e anche sotto al cuore. Alle reni? Al fegato? Alla milza? Sì, proprio così, sento una vampata
di calore alla milza.» Harry non sapeva se il suono che udiva era una risata o pianto. Schiacciò il tasto
della segreteria telefonica. «Spero di riuscire a tornare fra quattordici giorni» disse Rakel prima che la
segreteria telefonica coprisse la sua voce. «Ciao, sono ancora io...» Harry sentì il cuore balzargli in gola e
reagì senza riflettere. Schiacciò il tasto stop. Ma era come se l'eco della voce rauca della donna
continuasse a rimbalzare fra le pareti. «Che cosa c'è?» chiese Rakel. Harry respirò profondamente. Un
pensiero cercava di farsi strada nella sua mente, ma arrivò troppo tardi. «Era soltanto la radio» disse
schiarendosi la gola. «Fammi sapere con quale volo arriverete, così verrò a prendervi.»«È chiaro che te lo
farò sapere» esclamò Rakel sorpresa. Rimasero in silenzio per qualche secondo. «Adesso devo andare»
disse Rakel. «Ci sentiamo questa sera verso le otto?» «Sì. Cioè, no, ho un impegno a quell'ora.» «Ah!
Spero che sia qualcosa di divertente, per una volta.» «Non lo so» disse Harry sospirando. «Comunque
devo incontrare una donna.» «Capisco. Chi è la fortunata?» «Beate Lønn. Ispettore della squadra
antifurti.» «Per cosa vi incontrate?» «Per un colloquio con il marito di Stine Grette, la donna che è stata
uccisa durante la rapina a Bogstadveien di cui ti ho parlato. Dobbiamo incontrare anche il direttore
dell'agenzia.» «Bene, allora ci sentiamo domani. Aspetta, Oleg vuole augurarti buonanotte.» Harry udì
dei piccoli passi rapidi e poi la voce eccitata di Oleg. Dopo aver spento il cellulare, Harry rimase con lo
sguardo fisso nello specchio al di sopra del tavolino del telefono fisso. Se la sua teoria era corretta, quello
che stava fissando era un poliziotto in gamba. Due occhi iniettati di sangue ai lati di un naso prominente
con una fitta rete di vasi capillari in un viso pallido e ossuto con pori profondi. Le rughe sembravano
intagliate a casaccio come su un tronco. Come era potuto succedere? Nello specchio, riflessa sulla parete
dietro di sé, poteva vedere la fotografia di un giovane sorridente insieme a sua sorella. Ma non era la
giovinezza o la bellezza perduta quella che Harry stava cercando. Perché il pensiero era finalmente
affiorato. Nei suoi lineamenti cercava i segni della falsità, dell'ambiguità e della viltà che lo avevano
appena spinto a mancare a una delle poche promesse che aveva fatto a se stesso: di non mentire mai -
indipendentemente da quello che accadeva - a Rakel. In ogni caso, fra tutte le secche nei mari - e ce
n'erano diverse - la menzognanon avrebbe dovuto essere quella sulla quale la loro relazione si sarebbe
arenata. Allora, perché lo aveva fatto a dispetto di tutto? Era vero che doveva incontrare il vedovo di
Stine Grette insieme a Beate Lønn, ma perché non aveva detto a Rakel che dopo aveva un appuntamento
con Anna? Una vecchia fiamma, e allora? Era stato un affare tempestoso di breve durata che aveva
lasciato i suoi segni, ma nessun danno permanente. Avrebbero fatto due chiacchiere davanti a una tazza
di caffè raccontandosi a vicenda come-erano-andate-le-cose-dopo. E poi, ognuno sarebbe tornato alla
propria vita. Harry schiacciò il tasto PLAY della segreteria telefonica per ascoltare il resto del messaggio.
La voce di Anna riempì il vestibolo, «...sarà veramente carino vederti questa sera da M. Due piccoli
piaceri. Venendo, puoi passare dal ferramenta in Vibesgatan a ritirare due chiavi che ho ordinato? E
aperto fino alle sette e io ho detto di lasciarle a tuo nome. Come seconda cosa, puoi indossare quei jeans
che mi piacciono tanto?» Una risata profonda ed eccitante. Era come se le pareti avessero iniziato a
vibrare. Non c'era alcun dubbio, Anna non era cambiata.
         *** Capitolo 5. Nemesi.
         Alla luce della lampada al di sopra della targa di ceramica sulla quale c'erano i nomi: Espen, Stine
e Trond Grette, le gocce di pioggia sembravano cadere in linee continue nel buio precoce di ottobre. «Lì»
era una villetta gialla nel quartiere di Disengrenda. Harry suonò il campanello e si guardò intorno.
Disengrenda era costituita da quattro lunghe file di villette a schiera nel cuore di un grande terreno piatto
circondato da palazzi di appartamenti che fecero venire in mente a Harry i pionieri che disponevano i loro
carri in cerchioper difendersi da un attacco degli indiani. E forse era stato proprio così. I palazzi erano
stati costruiti negli anni Sessanta ed erano stati previsti per la media borghesia in continua crescita, e
forse la popolazione indigena di operai in via di estinzione che abitava nelle case a Disenveien e
Traverveien, li considerava già come i conquistatori, quelli che avrebbero ottenuto l'egemonia sulla
nuova terra. «Si direbbe che non sia in casa» disse Harry, suonando una seconda volta. «Sei sicura di
avergli detto che saremmo venuti di sera?» «No.» «No?» Harry fissò Beate Lønn che tremava dal freddo
sotto all'ombrello. Indossava una gonna e scarpe con i tacchi alti, e quando era andata a prenderlo fuori da
Schrøder, Harry aveva pensato che si fosse vestita come se stesse andando a una festa. «Quando gli ho
telefonato, Grette mi ha confermato l'ora dell'appuntamento due volte» disse Beate. «Ma mi è sembrato
un po'... confuso.» Harry si spostò di lato e spinse il naso contro la finestra della cucina. All'interno c'era
solo buio, e l'unica cosa che riuscì a vedere fu il bianco di un calendario appeso alla parete.
«Andiamocene» disse. In quello stesso istante, una finestra della casa vicina si aprì con un colpo secco.
«State cercando Trond?» Le parole erano state pronunciate brutalmente con uno spiccato accento di
Bergen con le "r" talmente arrotate da ricordare il fragore di un treno che sta deragliando. Harry si voltò e
vide il volto rugoso e scuro di una donna che sembrava cercasse di sorridere e di essere seria allo stesso
tempo. «Proprio così» confermò Harry. «Siete parenti?» «No, polizia.» «Ah» disse la donna e
l'espressione da funerale sparì.«Credevo che foste venuti per fare le condoglianze. È sul campo da tennis,
poverino.» «Il campo da tennis?» «E laggiù» disse la donna alzando un braccio. «È lì dalle quattro.» «Ma
è buio» intervenne Beate. «E piove.» «Deve essere il dolore» disse la donna scrollando le spalle. Questa
volta, il suono delle "r" ricordò a Harry quello dei pezzi di carta che sbattevano contro i raggi che fissava
alle ruote della bicicletta quando era bambino a Oppsal. «Anche tu sei cresciuta a est» disse Harry mentre
si avviava insieme a Beate nella direzione indicata dalla donna. «O mi sbaglio?» «No» rispose Beate
seccamente. Il campo da tennis era a metà strada fra i palazzi e le villette a schiera. Potevano sentire i
colpi sordi della racchetta quando colpiva una palla bagnata e, al di là del recinto intravidero una figura
che stava servendo nel crescente buio dell'autunno. «Hello!» urlò Harry quando raggiunse il recinto, ma
l'uomo non rispose. Solo adesso, Harry vide che l'uomo indossava un vestito, camicia e cravatta. «Trond
Grette?» Una palla da tennis colpì una pozza di fango, rimbalzò, andò a colpire il recinto e provocò una
pioggia di spruzzi che Beate riuscì a evitare abbassando l'ombrello. La donna mise la mano sulla
maniglia del cancello. «Si è chiuso dentro» sussurrò. «Siamo Hole e Lønn della polizia» urlò Harry.
«Abbiamo fissato un appuntamento, possiamo...? Merda!» Harry non vide la palla finché non colpì il
recinto, rimanendo attaccata a pochi centimetri dal suo viso. Si asciugò gli occhi e poi abbassò lo
sguardo. Un misto di acqua e terriccio rossastro colava sulla sua giacca. Quando vide l'uomo tirare la
palla in alto, si voltò rapidamente. «Trond Grette!» le parole di Harry echeggiarono fra lefacciate delle
case. Videro una palla disegnare una parabola contro la luce delle case prima di essere inghiottita dal buio
e atterrare da qualche parte. Harry si girò nuovamente verso il campo da tennis, giusto in tempo per udire
un urlo selvaggio e vedere una creatura che stava correndo verso di lui nel buio. Quando le maglie del
recinto catturarono il giocatore di tennis, si udì un cigolio metallico. L'uomo cadde all'indietro, si rialzò,
riprese la rincorsa e andò a sbattere nuovamente contro il recinto. Cadde, si rialzò e ripartì all'attacco.
«Mio Dio, è impazzito» mormorò Harry. Quando un volto bianco con gli occhi sbarrati gli si presentò
davanti, Harry fece istintivamente un passo indietro. Beate aveva acceso la torcia elettrica e l'aveva
puntata su Grette che era aggrappato al recinto. I capelli scuri e fradici erano incollati sulla fronte bianca
e dal suo sguardo si sarebbe detto che stesse cercando qualcosa a cui aggrapparsi mentre scivolava lungo
il recinto come neve che scende lungo un parabrezza, finché non toccò terra privo di sensi. «E adesso che
cosa facciamo?» bisbigliò Beate. Harry sentì qualcosa scricchiolare fra i denti, si sputò in una mano e alla
luce della torcia elettrica vide che era il terriccio rossastro del campo da tennis. «Telefona e chiedi che
mandino un'ambulanza, io vado a prendere le pinze da taglio nell'auto» disse. «Gli hanno dato qualcosa
per calmarlo?» chiese Anna. Harry annuì e sorseggiò la Coca-Cola. I giovani dell'alta borghesia
appollaiati sugli sgabelli stavano bevendo vino, drink trasparenti e Coca-Cola Light. Ma il locale era
come gran parte dei bar di Oslo, mondano in un modo provinciale e ingenuo, ma comunque abbastanza
simpatico; a Harry faceva venire in mente Diss, un suo compagno di classe del liceo che, come avevano
scoperto, aveva un taccuino nel quale aveva scritto tutte le frasi e le parole pronunciate dai duri della
classe. «Hanno portato quel poveretto all'ospedale. Poi, abbiamoparlato un po' con la sua vicina di casa
che ci ha detto che ogni sera, da quando sua moglie è morta, Grette andava a servire al campo da tennis.»
«Buon Dio. Perché?» Harry scrollò le spalle. «Non è insolito che le persone vadano fuori di testa quando
perdono qualcuno in quel modo. Alcuni reprimono tutto e agiscono come se la persona morta fosse
ancora viva. La vicina ha affermato che Stine e Trond Grette erano molto bravi a giocare il "doppio
misto" e che, durante i mesi estivi, si allenavano praticamente ogni pomeriggio.» «Dunque, andava al
campo da tennis aspettandosi che sua moglie rispondesse al suo servizio?» «Forse.» «Gesù! Ordinami
una birra mentre vado alla toilette.» Anna si alzò e sparì in direzione della toilette. Harry cercò di seguirla
con lo sguardo. Ma non ne aveva bisogno, aveva visto quello che aveva bisogno di vedere. Qualche ruga
in più intorno agli occhi, alcuni fili bianchi qua e là fra la chioma corvina, per il resto, nessun
cambiamento. Gli stessi occhi scuri con quello sguardo attento sotto alle sopracciglia congiunte, lo stesso
naso minuto sopra alle labbra piene, leggermente volgari, le stesse guance infossate che davano al suo
viso un'espressione affamata. Forse non si poteva definire bella, i tratti del volto erano troppo marcati, ma
il corpo aveva ancora abbastanza curve da permettere a Harry di notare che almeno due uomini seduti ai
tavoli avevano smesso di conversare quando Anna era passata. Harry accese una sigaretta. Dopo Grette
erano andati a parlare con Helge Klementsen, il direttore dell'agenzia, ma anche quella visita non aveva
dato molti frutti. Klementsen era ancora in uno stato di shock ed era rimasto seduto su una sedia nel
soggiorno della villetta bifamiliare con lo sguardo fisso sul barboncino che si alternava a passare ora fra
le sue gambe ora fra quelle di sua moglie mentre Harry beveva un caffè e cercava di sbocconcellare il
biscotto piùduro che avesse mai mangiato. La scelta di vestiti di Beate era più adatta alla casa borghese
dei Klementsen che i Levi's slavati e i Dr. Martens di Harry. Eppure, era stato Harry quello che aveva
parlato di più, con una nervosissima signora Klementsen, dell'insolita quantità di precipitazioni
atmosferiche e dell'arte di fare biscotti. Conversazione che di tanto in tanto veniva interrotta da urla e
tonfi provenienti dal piano superiore. La signora Klementsen aveva spiegato che la loro figlia Ina, che era
al settimo mese, poveretta, era stata messa incinta da un uomo che aveva tagliato la corda recentemente.
Nell'isola di Kos, di fatto, visto che era di nazionalità greca. Per poco, Harry non sputava mezzo biscotto
sul tavolino, ed era stato soltanto allora che Beate aveva aperto la bocca e chiesto con tutta calma a Helge
Klementsen, che era stato costretto a smettere di seguire il barboncino con lo sguardo, perché se l'era
svignata dal soggiorno: «Ci può dare un'idea dell'altezza del rapinatore?». Helge Klementsen l'aveva
fissata, aveva bloccato la tazza di caffè a dieci centimetri dalla bocca dato che non poteva bere e parlare
allo stesso tempo. «Alto. Forse due metri. Stine era sempre molto precisa nel suo lavoro.» «Non era così
alto, signor Klementsen.» «Uno e novanta, allora. E Stine era sempre ben curata.» «Che cosa
indossava?» «Qualcosa di nero, qualcosa di gomma. Per la prima volta, quest'estate ha fatto una vera
vacanza. È andata a Kos.» La signora Klementsen sbuffò. «Qualcosa di gomma?» chiese Beate. «Sì. E un
cappuccio.» «Di che colore?» «Rosso.» A quel punto, Beate aveva smesso di prendere appunti e pochi
minuti dopo se ne erano andati in auto. «Se il pm e il giudice sapessero quanto poco ci si può fidare di una
persona che è stata testimone di una rapina, cisbatterebbero subito fuori dall'aula» aveva detto Beate. «È
affascinante constatare come il cervello degli esseri umani possa sbagliarsi, è come se la paura gli
fornisse degli occhiali che rendono tutti i rapinatori più grossi, più armati e il tempo più lungo. Il
rapinatore ha impiegato poco più di un minuto, ma la signora Brænne, la donna al bancone più vicino
all'entrata, ha affermato che ci sono voluti quasi cinque minuti. Inoltre ha detto che era alto 1,79.
Ammesso che non usasse solette, cosa che non è affatto insolita fra i professionisti.» «Come fa a sapere
l'altezza esatta?» «Dal video. Si confronta l'altezza dello stipite della porta da dove il rapinatore entra.
Questa mattina sono andata alla banca e ho fatto un segno con il gesso, ho fatto un paio di nuove riprese
e ho misurato.» «All'anticrimine lasciamo fare questo lavoro a quelli della scientifica.» «La misurazione
dell'altezza con l'aiuto delle videocamere è più complicata di quello che sembra. Per esempio, la squadra
investigativa che si è occupata della rapina alla SnB a Kaldbakken nel 1989, ha sbagliato di tre
centimetri. Per questo preferisco effettuare le misurazioni per conto mio.» Harry l'aveva fissata
chiedendosi se fosse il caso di domandarle perché avesse scelto di entrare nella polizia. Invece, le aveva
chiesto se poteva lasciarlo davanti al negozio a Vibes gate per ritirare le chiavi di Anna. Prima di
scendere dall'auto, le aveva anche domandato se avesse notato come Helge Klementsen non avesse fatto
cadere una sola goccia di caffè dalla tazza piena fino all'orlo che aveva tenuto a dieci centimetri dalla
bocca durante tutto l'interrogatorio. Beate non l'aveva notato. «Ti piace questo posto?» chiese Anna
tornando a sedersi. «Così, così» disse Harry guardandosi intorno. «Non è il mio genere.» «Neppure il
mio» ammise Anna prendendo la sua borsetta e alzandosi. «Andiamo su da me.»«Ti ho appena ordinato
una birra» disse Harry indicando il bicchiere da una pinta. «Bere da soli è una vera noia. Rilassati, Harry.
Andiamo.» Fuori aveva smesso di piovere e l'aria tersa e fredda aveva un buon sapore. «Ricordi quel
giorno di autunno quando siamo andati in auto a Maridalen?» chiese Anna, infilandogli una mano sotto al
braccio e iniziando a camminare. «No» rispose Harry. «E chiaro che te ne ricordi! Ci siamo andati con
quel rudere della Ford Escort con i sedili che non si abbassavano.» Harry sogghignò. «Sei arrossito»
esplose Anna eccitata. «Allora, ricordi sicuramente che abbiamo parcheggiato e siamo entrati nella
foresta. Tutte quelle foglie gialle, erano come un...» gli strinse il braccio. «Come un letto. Un grande letto
giallo.» Anna si mise a ridere e gli diede una leggera spinta. «E poi sono stata costretta ad aiutarti a
spingere quel cadavere di auto per farla ripartire. Te ne sei sbarazzato, spero?» «Non proprio» disse
Harry. «Adesso è in officina. Vedremo.» «Usch. Ne parli come se fosse una tua conoscente che è finita in
ospedale con un tumore o qualcosa di simile.» Poi sussurrò: «Non avresti dovuto arrenderti così
facilmente, Harry». Harry non rispose. «Eccoci qua» disse Anna quando si fermarono davanti a un
portone in Sorgenfrigata. «Te la ricordi, no?» Harry liberò cautamente il braccio. «Anna» iniziò cercando
di ignorare il suo sguardo adirato. «Domani ho una riunione importante con la squadra antifurti.» «Non
provarci neppure» disse Anna aprendo il portone. Harry si ricordò di qualcosa, mise la mano nella tasca
della giacca, prese una busta gialla e gliela porse. «Ah, le chiavi. Hai avuto problemi?» «Il commesso ha
controllato la mia tessera con grandecura. E poi mi ha fatto firmare una ricevuta. Un tipo pignolo.» Harry
guardò l'orologio e sbadigliò. «Non consegnano chiavi di questo tipo facilmente» disse Anna ridendo
nervosamente. «Aprono tutte le porte della casa, quella del portone, della cantina, dell'appartamento,
tutto; per fare chiavi di riserva, richiedono un ordine controfirmato dall'amministratore del condominio.»
«Capisco» disse Harry, dondolandosi sui talloni e aspirando per trovare il fiato per dirle buonanotte. Ma
Anna lo anticipò. «Soltanto per una tazza di caffè» mormorò con un tono di voce quasi supplichevole.
Nel soggiorno, i vecchi mobili della sala da pranzo e il lampadario di cristallo appeso al soffitto erano gli
stessi. Harry ricordava che le pareti fossero più chiare: bianche, forse giallo tenue. Ma non ne era sicuro.
Adesso erano di colore azzurro e la stanza sembrava più piccola. Forse Anna aveva voluto restringere il
vuoto. Non è facile per una persona sola riempire un appartamento con tre soggiorni, due grandi camere
da letto e un soffitto alto tre metri e mezzo. Harry ricordò che Anna gli aveva detto che anche la sua
nonna materna viveva da sola. Ma non aveva passato molto del suo tempo in quell'appartamento perché
era una cantante lirica famosa che aveva continuato a viaggiare per il mondo finché era stata in grado di
lavorare. Anna sparì in cucina e Harry andò sulla porta della stanza accanto. Era vuota, a parte un cavallo
della grandezza di un pony islandese che era al centro della stanza con le quattro zampe divaricate e con
due anelli sul dorso. Harry si avvicinò e passò una mano sulla pelle marrone lucida. «Hai iniziato a fare
ginnastica?» chiese ad alta voce. «Ti riferisci al cavallo?» rispose Anna dalla cucina. «Credevo che fosse
un attrezzo per gli uomini.» «Certamente. Sei sicuro di non volere una birra, Harry?» «Sicurissimo»
rispose. «Ma seriamente, perché hai un aggeggio simile?»Quando udì la sua voce direttamente dietro di
sé, Harry sussultò. «Perché mi piace fare le stesse cose che fanno gli uomini.» Harry si voltò. Anna si era
tolta la maglia ed era ferma sulla soglia della porta. Aveva una mano su un fianco e l'altra lungo lo stipite
della porta. Harry riuscì a malapena a non alzare le sopracciglia. «L'ho comprato dall'Associazione
Ginnica di Oslo. Diventerà un'opera d'arte. Un'installazione. Proprio come "Contatto" che ricordi di
sicuro.» «Vuoi dire quella scatola sul tavolo con una tendina su un lato dove si doveva infilare la mano?
E all'interno c'erano un sacco di mani che si potevano stringere?» «O accarezzare. O sedurre. O scostare.
Era il termosifone che faceva sì che mantenessero una temperatura corporea che meravigliava, non è
così? La gente credeva che ci fosse qualcuno nascosto sotto al tavolo. Vieni, voglio farti vedere un'altra
cosa.» Anna aprì le porte scorrevoli della stanza in fondo all'appartamento. Poi, gli prese la mano e lo
fece entrare nella stanza buia. Quando accese la luce, Harry rimase immobile a fissare la lampada. Era
una lampada da tavolo dorata con la forma di una donna che in una mano teneva una bilancia e nell'altra
una spada. Le tre lampadine erano piazzate sulla bilancia, sulla spada e sulla sua testa, e quando Harry si
voltò, vide che ognuna illuminava un quadro dipinto a olio. Due dei quadri erano appesi alla parete,
mentre il terzo, che evidentemente non era ancora finito, era su un cavalletto con a fianco una tavolozza
con chiazze gialle e marroni. «Che cosa rappresentano?» chiese Harry. «Sono ritratti, non lo vedi?» «Ah.
Quelli sarebbero gli occhi?» chiese indicando con un dito. «E quella la bocca?» Anna inclinò la testa. «Se
vuoi. Sono tre uomini.» «Qualcuno che conosco?»Anna lo fissò e rifletté a lungo prima di rispondere.
«No, non credo che tu li conosca, Harry. Ma puoi farlo. Se proprio vuoi.» Harry studiò le immagini con
più attenzione. «Dimmi quello che vedi.» «Vedo il mio vicino con uno slittino. Vedo un tipo che ho
incrociato uscendo dal negozio dove ho ritirato le tue chiavi. Vedo un cameriere di M. E Per Ståle e
Lønning.» Anna si mise a ridere. «Lo sapevi che la retina gira le cose in modo che, inizialmente, il
cervello le percepisca rispecchiate al contrario? Se vogliamo vedere le cose come veramente sono,
dobbiamo farlo con uno specchio. In quel caso scopriamo persone totalmente diverse» concluse Anna
con uno scintillio negli occhi e Harry non se la sentì di obiettare che la retina volta le immagini sottosopra
e non rispecchiate al contrario. «Sarà il mio capolavoro finale, Harry. Quello per cui sarò ricordata.»
«Questi ritratti?» «No, questi sono soltanto una parte del capolavoro. Non è ancora finito. Ma aspetta e
vedrai.» «Mmm. Ha un nome?» «Nemesi» rispose Anna sorridendo. Harry la fissò incuriosito. «Dal
nome della dea.» Un'ombra cadde su metà del suo viso. Harry distolse lo sguardo. Aveva visto
abbastanza. La sua schiena flessuosa che sembrava aspettare soltanto un partner per un ballo, il piede
destro davanti al sinistro come se non riuscisse a decidere se venire o andare, il seno che si alzava e si
abbassava, e il collo esile sul quale Harry aveva l'impressione di riuscire a vedere le pulsazioni. Aveva
caldo e provava un leggero senso di ebbrezza. Che cosa aveva detto? "Non avresti dovuto arrenderti così
facilmente." Lo aveva fatto? «Harry.» «Devo andare.»Le tirò la gonna sopra la testa e Anna cadde
all'indietro sul letto, ridendo dal lenzuolo bianco. Lei gli sfilò la cintura mentre la luce turchina fra le
palme sullo schermo del PC portatile faceva da sfondo ai demoni con le bocche spalancate scolpiti sulla
testata del letto. Anna gli raccontò che era il letto della sua nonna materna e che era lì da quasi ottant'anni.
Gli morse un orecchio e sussurrò parole dolci in una lingua straniera. Poi smise di sussurrare, si gettò su
di lui e iniziò a muoversi freneticamente urlando, ridendo e chiamandolo per nome. E quando sentì che
Harry era vicino all'orgasmo, smise immediatamente, prese il suo volto fra le sue mani e bisbigliò: «Mio
per sempre». «Mai e poi mai» disse Harry ridendo, girandosi e mettendosi su di lei. I demoni intagliati
nel legno sembravano ridergli in faccia. «Mio per sempre?» «Sì» gemette Harry. Quando le risate
cessarono, rimasero distesi sudati ma avvinghiati l'uno all'altra sul piumone, Anna gli raccontò che quel
letto era stato regalato a sua nonna da un nobile spagnolo. «Dopo un concerto che aveva dato a Siviglia
nel 1911» concluse alzando leggermente la testa per permettere a Harry di metterle una sigaretta fra le
labbra. Il letto arrivò a Oslo tre mesi dopo con il piroscafo Elenora. Il caso fece sì che un certo
Jesper-Qualcosa, il capitano del piroscafo diventasse il primo amante della nonna ovviamente non nel
senso letterale di primo - ma su quel letto. Evidentemente, Jesper era stato un uomo molto passionale, ed
è stato per questo, secondo la nonna, che il cavallo sulla testata del letto non aveva più la testa. Jesper lo
aveva staccato con un morso al culmine dell'estasi. Anna scoppiò in una risata e Harry sorrise. Quando la
sigaretta finì, ripresero a fare l'amore. Il movimento del letto gli dava l'impressione di essere su una nave
che solcava un mare in tempesta.Era passato tanto tempo ed era la prima e ultima notte che Harry si
addormentava sobrio nel letto della nonna materna di Anna. Harry si girò sullo stretto letto di ferro. Il
display della radiosveglia sul tavolino da notte segnava le 3,21. Harry inveì. Richiuse gli occhi e i suoi
pensieri scivolarono lentamente ad Anna e all'estate fra le lenzuola bianche del letto della nonna. Spesso
e volentieri era stato ubriaco, ma le notti che ricordava erano rosa e gradevoli come una cartolina erotica.
Persino la sua replica finale, quando l'estate volgeva al termine, era stata un cliché logoro ma pieno di
calore e sincerità. «Tu ti meriti qualcuno migliore di me.» A quei tempi, Harry beveva talmente tanto da
far credere che non avesse più scampo. E, in uno dei suoi momenti di lucidità, aveva deciso di non portare
a fondo anche Anna. Lei lo aveva maledetto nella sua lingua straniera e aveva giurato di ripagarlo allo
stesso modo: portandogli via l'unica donna che Harry avrebbe amato. Erano passati sette anni e la loro
storia era durata soltanto sei settimane. Dopo, l'aveva incontrata solo due volte. In un bar dove gli si era
avvicinata con gli occhi pieni di lacrime e gli aveva chiesto di andarsene, cosa che Harry aveva fatto. E a
una mostra dove Harry aveva portato sua sorella Søs. Le aveva promesso di telefonarle, ma non lo aveva
fatto. Harry guardò nuovamente la radiosveglia: 3,32. Le aveva dato un bacio. Si era chinato su di lei per
darle un bacio della buonanotte. Un bacio semplice e pieno di tenerezza. Le 3,33. E in quel momento si
era chiesto se lo avesse fatto per attenuare il senso di colpa che provava nei confronti di Rakel e anche nei
confronti di Anna. E mentre si avviava lungo Bogstadveien non riusciva a smettere di pensare al morbido
peso del corpo della donna sul suo. Di sentire il suo odore. Le sue parole bisbigliate in una lingua
straniera.
         ***Capitolo 6. Chile.
         I primi raggi del sole apparvero timidamente al di sopra dell'Ekebergåsen, scivolarono attraverso
le persiane alzate a metà della sala riunioni della squadra anticrimine e andarono ad accarezzare la ruga
fra gli occhi chiusi di Harry. Rune Ivarsson si stava dondolando avanti e indietro con le mani dietro alla
schiena. Dietro di lui, c'era una lavagna a fogli sulla quale qualcuno aveva scritto BENVENUTO con un
pennarello rosso. Harry si disse che doveva essere un messaggio rivolto a qualcuno che Ivarsson aveva
invitato a presenziare alla riunione e fece un debole tentativo per soffocare uno sbadiglio quando il capo
della sezione antifurti iniziò a parlare. «Un buongiorno a tutti. Noi otto costituiamo la squadra
investigativa che si occuperà della rapina in Bogstadveien compiuta venerdì.» «Dell'omicidio» borbottò
Harry. «Prego?» Harry si raddrizzò sulla sedia. Da qualsiasi parte si girasse, quei maledetti raggi di sole
lo abbagliavano. «Sarebbe bene partire dalla premessa che si tratta di un omicidio e di portare avanti
l'indagine di conseguenza.» Ivarsson fece una smorfia. Non a Harry, ma a tutti gli altri seduti intorno al
tavolo sui quali lasciò scorrere il suo sguardo. «Avevo pensato di iniziare con le presentazioni, ma il
nostro collega dell'anticrimine mi ha preceduto. Il commissario Harry Hole è stato benevolmente messo a
nostra disposizione dal suo capo Bjarne Møller dato che la specialità di Hole sono i casi di morte.»
«Omicidio» ripetè Harry. «Omicidio. Alla sinistra di Hole siede Torleif Weber della scientifica. Come
molti di voi sicuramente sanno, Weber è uno dei nostri migliori cani da ferma. Conosciuto sia per lesue
capacità analitiche sia per il suo intuito quasi infallibile. In un'occasione, il capo della polizia ha detto che
sarebbe felice di avere Weber con sé come cane da ferma durante le sue ricorrenti partite di caccia a
Trysil.» Tutti i presenti scoppiarono a ridere. Harry non aveva bisogno di voltarsi verso Weber per sapere
che non stava neppure sorridendo. Non lo faceva quasi mai, almeno non verso qualcuno che non gli
andava a genio, e non erano molti quelli che gli andavano a genio. In particolar modo non i giovani capi,
che secondo lui non erano altro che carrieristi incompetenti senza alcuna passione per la professione o
per il Corpo, ma soltanto per il potere burocratico e per il grado di influenza che era possibile ottenere
tramite una breve apparizione nella centrale di polizia. Mentre aspettava che le risate terminassero,
Ivarsson sorrise soddisfatto dondolandosi avanti e indietro. «Beate Lønn è alle prime armi in questo tipo
di casi ed è la nostra specialista per le analisi dei video.» Il viso di Beate assunse il colore delle peonie
rosse. «Beate è la figlia di Jørgen Lønn che ha prestato servizio per vent'anni in quella che un tempo
veniva chiamata la Divisione antirapine e anticrimine. Finora, sembra che Beate stia seguendo le orme
del suo leggendario padre, ha già contribuito in modo determinante a risolvere diversi casi. Non so se l'ho
già menzionato, ma lo scorso anno, noi della squadra antifurti siamo riusciti a incrementare la
percentuale dei casi risolti del cinquanta percento, un risultato che a livello internazionale viene
considerato...» «Lo hai già detto, Ivarsson.» «Grazie.» Questa volta, quando sorrise, Ivarsson fissò
direttamente Harry. Un sorriso gelido da rettile che scoprì i suoi denti in profondità su entrambi i lati
della bocca. E continuò con quella smorfia mentre presentava gli altri. Harry conosceva due di loro.
Magnus Rian, un giovane poliziotto da Tomrefjorden che era all'anticrimine da sei mesi e che aveva fatto
una buona impressione. L'altro era Didrik Gudmundson, ilpiù esperto investigatore seduto a quel tavolo e
il futuro capo della sezione. Un poliziotto calmo e metodico con il quale Harry non aveva mai avuto
problemi. Gli ultimi due erano membri della squadra antirapine, entrambi "Li" di cognome, ma Harry
capì immediatamente che non erano per niente gemelli omozigoti. Toril Li era una donna alta e bionda
con la bocca piccola e l'espressione diffidente, Ola Li invece era un uomo di bassa statura con i capelli
rossi che sbatteva le palpebre in continuazione. Harry li aveva visti diverse volte nei corridoi e a quel
punto avrebbero dovuto salutarsi, ma nessuno dei tre lo aveva fatto. «Per quanto riguarda il sottoscritto,
ci conosciamo da tempo» concluse Ivarsson. «Ma lasciatemi sottolineare comunque che io sono il capo
della squadra antirapine e sono stato scelto per guidare questa indagine. E per rispondere alla tua
domanda iniziale, Hole, non è la prima volta che lavoriamo a un'indagine in cui qualcuno ci ha lasciato le
penne.» Harry cercò di non reagire. Ma non riuscì a bloccare un sogghigno da coccodrillo. «Anche in
quei casi, la percentuale di casi risolti è di poco inferiore al cinquanta percento?» Uno solo dei presenti
scoppiò in una sonora risata. Weber. «Chiedo scusa, ma avevo dimenticato di dirvi una cosa di Hole»
disse Ivarsson senza sorridere. «Ha una marcata vena comica.» Per qualche secondo vi fu un silenzio
imbarazzato. Poi, Ivarsson scoppiò in una breve risata e un mormorio liberatorio si sparse intorno al
tavolo. «Okay, iniziamo con un riepilogo» riprese Ivarsson girando un foglio della lavagna. Sotto la
rubrica SCIENTIFICA, il foglio era vuoto. «Prego, Weber.» Torleif Weber si alzò. Era di bassa statura
con una chioma leonina brizzolata e la barba. La sua voce era minacciosa, un mormorio a bassa
frequenza, ma sufficientemente chiara.«Sarò breve.» «Per carità, Torleif» disse Ivarsson avvicinando il
pennarello al foglio. «Prendi pure tutto il tempo che ti serve.» «Sarò breve perché non ho bisogno di
molto tempo» borbottò Weber. «Non abbiamo niente.» «Ah» disse Ivarsson abbassando il pennarello. «E
puoi dirci che cosa esattamente significa niente?» «Abbiamo le impronte di un paio di Nike nuove di
zecca, misura 45. Praticamente tutto in questa rapina fa pensare a un lavoro da veri professionisti, e la
sola cosa che mi stupisce è che si tratta di una misura di scarpe abbastanza insolita. Dal rapporto balistico,
sappiamo che la pallottola è calibro 7,62, munizione standard per PAG3, molto usata in Norvegia, dato
che si può trovare in ogni caserma dell'esercito, in ogni deposito di armi o a casa di ogni ufficiale, militare
e membro della difesa civile di questo Paese. In altre parole è impossibile da rintracciare. Al di là di
questo, è come se non fosse mai stato all'interno della banca. O all'esterno. Abbiamo cercato tutte le
possibili tracce anche lì.» Weber si mise a sedere. «Grazie, Weber, è stato... eh, decisamente chiaro.»
Ivarsson voltò foglio. Questa volta la rubrica era TESTIMONI. «Hole.» Harry sprofondò un po' di più
nella sedia. «Tutte le persone presenti nella banca durante la rapina sono state interrogate, e nessuno ha
saputo dirci qualcosa che non possiamo vedere nella registrazione video. In altre parole, sappiamo che i
particolari che ricordano sono sbagliati. Un testimone afferma di avere visto il rapinatore sparire lungo
Industrigata, nessun altro si è fatto avanti.» «E questo ci porta al prossimo punto, l'auto usata per la fuga»
disse Ivarsson. «Toril?» Toril Li si avvicinò alla lavagna luminosa sulla quale c'era già un foglio con una
lista delle auto che erano state rubate negli ultimi tre mesi. In un aspro dialetto di Sunnmøre, indicò le
quattro auto che, con tutta probabilità, potevano esserestate usate per la fuga, e considerando che erano di
marche e di modelli molto comuni e recenti, di colori chiari e neutrali, il rapinatore poteva sentirsi
sufficientemente sicuro da quel punto di vista. Una delle auto in particolare, una Volkswagen Golf GTI,
che era stata parcheggiata a Maridalsveien, era particolarmente interessante perché era stata rubata la sera
prima della rapina. «Molto spesso, i rapinatori rubano auto per la fuga poco tempo prima della rapina per
evitare che l'auto finisca nelle liste delle pattuglie della polizia» spiegò Toril Li spegnendo la lavagna
luminosa e tornando al proprio posto con la lista. «Grazie» disse Ivarsson annuendo. «Per cosa?»
bisbigliò Harry a Weber. analisi video era la rubrica sul foglio successivo. Per qualche oscuro motivo,
Ivarsson aveva rimesso il cappuccio al pennarello. Beate deglutì, si schiarì la gola, bevve un sorso
d'acqua dal bicchiere che aveva di fronte a sé e, prima di iniziare, lo sguardo fisso sul tavolo, si schiarì
nuovamente la gola. «Ho misurato l'altezza...» «Per favore, Beate, parla un po' più forte» disse Ivarsson
con il suo sorriso da rettile. Beate si schiarì la gola altre due volte. «Ho misurato l'altezza del rapinatore
dal video. E alto 1,79. Ho controllato con Weber che è d'accordo.» Weber annuì. «Bene!» urlò Ivarsson,
con entusiasmo forzato, togliendo il cappuccio dal pennarello e scrivendo 1,79 sul foglio. «Ho parlato
con Aslaksen, il nostro analista della voce» continuò Beate sempre rivolta al ripiano del tavolo. «Ha
analizzato le cinque parole che il rapinatore ha pronunciato in inglese. Ha...» Beate alzò la testa e lanciò
uno sguardo ansioso a Ivarsson che era di spalle, pronto a scrivere «...detto che la registrazione era
pessima e che non è utilizzabile.» Ivarsson lasciò cadere il braccio e in quello stesso momento il sole
sparì dietro a una nuvola e il rettangolo diluce sulla parete svanì a sua volta. Un silenzio assoluto regnava
nella sala. Ivarsson respirò profondamente e si dondolò fin sulla punta dei piedi. «Fortunatamente,
abbiamo ancora il nostro asso nella manica.» Il capo della squadra antifurti sollevò l'ultimo foglio.
Identificazione della persona. «Forse è necessario spiegare a quelli che non lavorano nella nostra squadra
che l'identificazione della persona è sempre la prima cosa che facciamo quando abbiamo una
videoregistrazione di un furto. Sette volte su dieci, una buona registrazione ci permettere di scoprire
l'identità del rapinatore e se si tratta di una delle nostre vecchie conoscenze.» «Anche se è mascherato?»
chiese Weber. «Un buon poliziotto può identificare una vecchia conoscenza dalla sua corporatura, dal
suo linguaggio corporeo, dalla voce, dal tono che usa durante la rapina, da tutti i piccoli particolari che
non possono essere nascosti dietro a una maschera.» «Ma sapere chi è, non è sufficiente» aggiunse Didrik
Gudmundson, il braccio destro di Ivarsson. «Dobbiamo...» «Precisamente» lo interruppe Ivarsson.
«Dobbiamo avere delle prove. Un rapinatore può persino pronunciare il proprio nome dritto nella
telecamera, ma se è mascherato e non lascia alcuna prova tecnica dietro di sé, non abbiamo in mano
niente di giuridicamente valido.» «Quindi, quanti di quei sette vengono condannati?» chiese Weber.
«Alcuni» disse Gudmundson. «In ogni caso è meglio sapere chi ha commesso una rapina, anche se
rimane a piede libero. Impariamo qualcosa sul suo modo di agire, sulla procedura e sui suoi metodi. E la
volta successiva lo prendiamo.» «E se non c'è una volta successiva?» chiese Harry. Notò che le vene
prominenti al di sopra delle orecchie di Ivarsson si gonfiavano ogni volta che rideva. «Caro il nostro
esperto di omicidi» disse Ivarsson diverrtito.«Se ti guardi intorno, potrai vedere che la maggior parte dei
presenti seduti a questo tavolo stanno sogghignando alla tua domanda. Questo perché è risaputo che un
rapinatore che ha portato a termine un colpo con successo, lo rifà sempre: sempre. E la legge di gravità
della rapina.» Ivarsson volse lo sguardo verso la finestra e, prima di tornare a fissare i presenti, si
concesse un'altra risata. «Se abbiamo finito con l'istruzione per adulti, forse possiamo vedere se abbiamo
carne al fuoco, Ola?» Ola Li fissò Ivarsson, incerto se dovesse alzarsi oppure no, ma alla fine decise di
rimanere seduto. «Sì, dunque, il week-end scorso ero di turno. Abbiamo terminato la redazione del video
alle otto di venerdì sera, e io sono andato con gli investigatori di servizio alla House of Pain per
visionarlo. Sabato abbiamo convocato quelli che non erano di turno. In totale tredici colleghi, il primo
alle otto di venerdì sera e l'ultimo...» «Molto bene, Ola» disse Ivarsson. «Raccontaci soltanto quello che
avete scoperto.» Ola rise nervosamente. Il suono ricordava in qualche modo quello dei gabbiani.
«Allora?» «Espen Vaaland è in congedo per malattia» disse Ola. «Espen è quello che conosce quasi tutti
i rapinatori. Cercherò di farlo venire qui domani.» «E quello che stai cercando di dirci, è...?» Ola lasciò
scorrere rapidamente lo sguardo intorno al tavolo. «Non molto» disse a bassa voce. «Ola è con noi da
poco» spiegò Ivarsson e Harry notò che i muscoli delle sue mascelle si erano contratti. «Ola esige
un'identificazione al cento percento sicura, cosa che in sé è lodevole. Ma è aspettarsi un po' troppo
quando il rapinatore...» «L'assassino.» «...è mascherato dalla testa ai piedi e di altezza media, tiene la
bocca chiusa, cerca di muoversi in modo atipico eporta scarpe troppo grandi.» Ivarsson alzò il tono di
voce. «Perciò, Ola, dacci piuttosto una lista. Dei probabili sospetti.» «Non ci sono probabili sospetti.» «E
chiaro che ci sono probabili sospetti.» «No» disse Ola deglutendo. «Stai cercando di dirci che non avete
nessun sospetto, che tutti i nostri cari topi di fogna volontari che sono onorati di poter tenere d'occhio
giornalmente la feccia di Oslo, che gli zelanti poliziotti che nove volte su dieci ricevono informazioni su
chi era alla guida dell'auto, chi portava i sacchi con il denaro, chi faceva il palo, non riescono neppure a
indovinare?» «Sì, lo hanno fatto» disse Ola. «Sono saltati fuori sei nomi.» «E che cosa aspetti a darceli,
dunque?» «Ho controllato tutti i nomi. Tre sono dentro. Un altro è stato visto da un collega nella stazione
centrale all'ora della rapina. Uno è a Pattaya in Tailandia, ho controllato io stesso. E il sesto è uno che tutti
hanno nominato perché ha la stessa corporatura del rapinatore e lo stesso modo di agire. Si tratta di Bjørn
Johansen della banda Tveita.» «Sì?» Dalla sua espressione, si sarebbe detto che Ola avrebbe preferito
scivolare giù dalla sedia fin sotto il tavolo. «Venerdì era all'ospedale di Ullevål ed è stato operato per
aures alatae.» «Aures alatae?» «Orecchie a sventola» disse Harry sospirando e passandosi un dito su un
sopracciglio. Ivarsson sembrava sul punto di esplodere. «Fin dove sei arrivato?» «Ho appena passato i
21» la voce di Halvorsen rimbombò fra le pareti di mattoni. A quell'ora del primo pomeriggio, avevano la
palestra della centrale di polizia quasi esclusivamente per sé. «Hai preso una scorciatoia, o cosa?» Harry
strinse i denti cercando di aumentare la frequenza delle pedalate. Intornoalla sua cyclette si era formata
una pozza di sudore, mentre Halvorsen aveva la fronte appena umida. «Quindi, non avete niente da
seguire?» chiese Halvorsen respirando regolarmente. «Se quello che Beate Lønn ha detto poco fa non
darà risultati, allora non abbiamo molto.» «E che cosa ha detto?» «Che sta lavorando con un programma
con il quale è possibile ottenere dalle immagini del video, immagini tridimensionali della testa e del volto
del rapinatore.» «Con la maschera?» «Il programma utilizza le informazioni che riceve dalle immagini
del video. Luce, ombra, curve e sporgenze. Più la maschera è tesa, più è facile creare un'immagine del
volto che c'è sotto. In ogni caso sarà soltanto uno schizzo, ma Beate ha detto che può essere utilizzato per
fare un confronto con le fotografie dei sospetti.» «Si tratta di quel programma di identificazione
dell'FBI?» Halvorsen si voltò verso Harry e fissò affascinato la macchia di sudore che, dopo essere
apparsa al centro della T-shirt, ora la copriva completamente. «No, Beate usa un programma più
sofisticato» disse Harry. «A quanto sei arrivato?» «A 22. Come si chiama?» «Gyrus Fusiforme.»
«Microsoft? Apple?» Harry batté un dito sulla fronte. «Programma personale. Si trova nel lobo
temporale del cervello e la sua unica funzione è riconoscere i volti. Non fa altro. È quella parte del
cervello che ci permette di distinguere centinaia di migliaia di volti, ma soltanto una dozzina di
rinoceronti.» «Rinoceronti?» Harry chiuse gli occhi e li riaprì per cercare di eliminare il bruciore
provocato dal sudore. «Era soltanto un esempio, Halvorsen. Ma sembra che Beate Lønn sia un caso
molto speciale. Il suo Fusiforme ha un paio di circonvoluzioni in più che le permettono di ricordaretutti i
volti che ha visto nella sua vita. E con questo non voglio dire persone che ha conosciuto o con le quali ha
parlato, ma anche volti dietro a occhiali da sole che le sono passati davanti fra la folla quindici anni fa.»
«Stai scherzando?» «Nix» Harry piegò la testa all'indietro per avere aria a sufficienza per continuare. «Si
conoscono soltanto un centinaio di persone come lei. Didrik Gudmundson mi ha detto che durante una
prova alla scuola di polizia, Beate ha battuto tutti i programmi di identificazione. Quella donna è uno
schedario di volti ambulante. Quando ti chiede "Dove ti ho già visto prima?", puoi stare certo che non si
tratta di una semplice frase di convenienza.» «Gesù. Che cosa fa nella polizia? Con un talento simile,
voglio dire.» Harry scrollò le spalle. «Ricordi quell'ispettore che è stato ucciso durante una rapina a una
banca a Ryen negli anni Ottanta?» «È successo prima del mio tempo.» «Quando è scattato l'allarme, si
trovava per caso nelle vicinanze, e quando è arrivato per primo sul posto, è entrato nella banca disarmato
per negoziare. Lo hanno ammazzato con un'arma automatica e i rapinatori non sono mai stati presi. Più
tardi, quell'episodio è stato usato alla scuola di polizia come esempio di quello che non si deve fare
quando si interviene durante una rapina.» «Bisogna aspettare i rinforzi e non affrontare i rapinatori
mettendo inutilmente in pericolo se stessi, il personale della banca e anche i criminali.» «È esattamente
quello che dice il manuale. La cosa strana è che l'ispettore era uno dei migliori e più esperti che la polizia
aveva. Jørgen Lønn. Il padre di Beate.» «Ah. E vuoi dire che è per questo che ha scelto di entrare nella
polizia? Per suo padre?» «Forse.» «È carina?» «È in gamba. Quanto?»«Ho appena passato i 24, ancora
sei. E tu?» «I 22. Stai in guardia, sto per raggiungerti.» «Non questa volta» disse Halvorsen spingendo sui
pedali. «Sì, perché adesso arriva il rush finale. E allora arrivo io. E tu cederai psicologicamente e perderai
il ritmo. Come sempre.» «Non questa volta» disse Halvorsen incrementando l'andatura. Una goccia di
sudore si formò all'attaccatura dei capelli. Harry sogghignò e si chinò in avanti sul manubrio. Bjarne
Møller fissò prima la lista della spesa che sua moglie gli aveva dato e poi lo scaffale con i barattoli di
quello che doveva essere coriandolo. Dopo una vacanza a Phuket l'inverno precedente, Margrete si era
innamorata della cucina tailandese, ma il capo della squadra anticrimine non aveva ancora imparato a
riconoscere tutti gli ingredienti che ogni giorno arrivavano in volo da Bangkok al negozio di alimentari
pakistano in Grønlandsleiret. «Quello è peperoncino verde, capo» disse una voce dietro al suo orecchio.
Bjarne Møller si voltò di scatto e si trovò di fronte il volto umido e paonazzo di Harry Hole. «Un paio di
quelli, alcune fette di zenzero e puoi preparare una minestra tom-yam. Ti farà saltare le orecchie, ma ti
farà uscire un bel po' di porcheria dai pori sotto forma di sudore.» «Si direbbe che l'hai assaggiata da
poco, Harry.» «No, soltanto una piccola sfida in cyclette con Halvorsen.» «Vedo. E che cos'hai in
mano?» «Japone. Un piccolo peperoncino rosso.» «Non sapevo che ti dilettassi a cucinare.» Harry fissò il
sacchetto di peperoncini come se fosse la prima volta che lo vedeva. «Fra l'altro, mi fa piacere incontrarti,
capo. Abbiamo un problema.» Møller sentì l'inizio di un noto prurito all'attaccatura dei capelli sulla
nuca.«Non so chi abbia deciso di dare a Ivarsson la responsabilità dell'indagine sull'omicidio a
Bogstadveien, ma non funziona.» Møller mise la lista della spesa nel cestino. «Da quanto tempo lavorate
insieme? Due giorni?» «Il punto non è quello, capo.» «Non puoi, almeno per una volta, limitarti a portare
avanti il lavoro di un'indagine, Harry? E lasciare che gli altri si occupino dell'organizzazione? Forse non
otterresti nulla, ma almeno potrebbe esserti utile capire quello che si prova a non essere costantemente
negativo verso gli altri. Capisci?» «Io voglio soltanto che tutto sia risolto rapidamente, capo. Così potrò
seguire l'altro caso.» «Sì, lo so. Ma stai seguendo l'altro caso da più dei sei mesi che ti avevo concesso, e
io non posso più difendere il fatto che stiamo usando tempo e risorse sulla base di considerazioni e
sentimenti personali, Harry.» «Era una collega, capo.» «Lo so!» sibilò Møller. Si guardò intorno e
continuò a voce bassa. «Qual è il problema, Harry?» «Sono abituati a occuparsi di rapine, e Ivarsson non
è per niente interessato a un approccio costruttivo.» Bjarne Møller non riuscì a evitare un sorriso quando
udì le parole "approccio costruttivo". Harry si chinò in avanti e continuò a parlare rapidamente
sottolineando le parole. «Qual è la prima domanda che ci poniamo quando viene commesso un omicidio,
capo? Perché, qual è il movente? Non è così? Per Ivarsson e i suoi, è chiaro che il movente è il denaro e
perciò non si pongono neppure quella domanda.» «Bene, allora quale credi sia il movente?» «Io non
credo niente, il punto è che usano criteri sbagliati.» «Criteri diversi, Harry, diversi. Devo comprare
queste verdure e tornare a casa presto, perciò dimmi che cosa vuoi.» «Voglio che tu parli con quelli con
cui devi parlare per permettermi di prendere qualcuno con me per seguire il caso parallelamente alla
squadra di Ivarsson.»«Harry.» «E stato così che abbiamo preso il Pettirosso, ricordi?» «Harry, io non
posso immischiarmi.» «Voglio Beate Lønn. Con lei potrò riprendere dall'inizio. Ivarsson sta già
impantanandosi e...» «Harry!» «Sì?» «Qual è il vero motivo?» Harry cambiò piede. «Non mi piace
lavorare con quel coccodrillo.» «Ivarsson?» «Presto farò qualcosa di maledettamente stupido.» Bjarne
Møller aggrottò la fronte. «È una minaccia?» Harry gli mise una mano sulla spalla. «Soltanto un piccolo
favore, capo. Poi non ti chiederò mai più niente. Mai.» Møller ringhiò. Quante volte nel corso degli anni
aveva messo la sua testa sul ceppo per Harry invece di ascoltare i consigli per la sua carriera dei colleghi
più anziani e benintenzionati che gli dicevano di mantenere le distanze da un ispettore imprevedibile?
L'unica cosa sicura con Harry Hole era che un bel giorno avrebbe combinato un casino irrimediabile. Ma
grazie al fatto che fino a quel momento, Bjarne Møller e Harry erano sempre stranamente caduti in piedi,
nessuno aveva potuto fare qualcosa di drastico. Fino a quel momento. Ma la cosa più interessante era
un'altra. Perché lo faceva? Fissò Harry. L'alcolista. Il piantagrane. Un uomo costantemente polemico fino
all'insopportabile. E il suo migliore investigatore insieme a Waaler. «Cerca di controllarti, Harry.
Altrimenti ti sbatto dietro a una scrivania e butto via la chiave. Capito?» «Ho capito, capo.» «Domani ho
una riunione con i grandi capi. Dopo vedremo. Ma non ti prometto niente, hai capito?» disse Møller
sospirando.«Sì, capo. I miei omaggi alla signora.» Harry si voltò per andarsene. «Il coriandolo è in fondo
allo scaffale a sinistra.» Dopo che Harry se ne fu andato, Bjarne Møller rimase immobile fissando il
cestino della spesa. Adesso aveva capito il perché. Quell'alcolizzato polemico gli piaceva.
        *** Capitolo 7. Il re bianco.
        Harry fece un cenno di saluto a uno dei clienti abituali e si mise a sedere al tavolo che era sotto a
una delle finestre che davano su Waldemar Thranes gate. Sulla parete dietro di lui era appeso un grande
quadro che riproduceva un giorno soleggiato a Youngstorget dove uomini con il cilindro passeggiavano
insieme a donne con il parasole. Il contrasto con l'eterna penombra autunnale e il silenzio quasi solenne
del pomeriggio che regnava nel Ristorante Schrøder, non avrebbero potuto essere più marcati. «Mi fa
piacere che tu sia venuto» disse Harry all'uomo corpulento che era già seduto al tavolo. Era facile capire
che non era un cliente abituale. Non per via dell'elegante cappotto di tweed e la farfalla a pois rossi, ma
per come muoveva il cucchiaino nella tazza di tè bianca posata sulla tovaglia perforata da diverse
bruciature di sigarette che esalava odore di birra. L'ospite temporaneo era Ståle Aune, uno dei migliori
psicologi del Paese che aveva dato grandi soddisfazioni alla polizia di Oslo come consulente. Ma anche
diversi problemi, dato che Aune era una persona totalmente onesta che teneva alla propria integrità e che
non si pronunciava mai su una vertenza legale se non era in possesso di una prova scientifica sicura al
cento percento. E dato che nel campo della psicologia, le prove sono molto rare in generale, succedeva
spesso che Aune,in qualità di testimone per l'accusa diventasse il migliore amico della difesa, dato che i
dubbi che seminava andavano spesso a favore dell'imputato. Come poliziotto, Harry si era avvalso
talmente a lungo della competenza di Aune in casi di omicidio, da considerarlo un collega. E come
alcolizzato, Harry si era completamente aperto con quell'uomo caloroso, intelligente ed elegantemente
arrogante che - in momenti di tensione - avrebbe potuto definire un amico. «Dunque è qui che ti rifugi?»
chiese Aune. «Sì» rispose Harry alzando lo sguardo in direzione di Maja al bancone, che reagì
rapidamente e sparì dietro alle porte a vento in cucina. «E che cos'hai lì?» «Japone. Peperoncino.» Una
goccia di sudore scivolò lungo il dorso del naso di Harry, si fermò un attimo sulla punta e poi cadde sulla
tovaglia. «Il mio termostato interno funziona male» disse Harry. «Mi sono allenato.» Aune arricciò il
naso. «Come uomo di medicina dovrei applaudirti, ma come filosofo metto un punto interrogativo su
attività sgradevoli di quel tipo.» Una caffettiera d'acciaio e una tazza arrivarono sul tavolo. «Grazie
Maja.» «Senso di colpa» disse Aune. «Alcuni riescono ad affrontarlo autopunendosi. Come quando tu
crolli, Harry. Nel tuo caso, l'alcol non è una via di fuga, ma la maniera estrema per autopunirti.» «Sì,
grazie. Ho già avuto modo di sentire quella diagnosi in passato.» «È per questo che ti alleni così
brutalmente, rimorsi di coscienza?» Harry scrollò le spalle. «Stai pensando a Ellen?» chiese Aune a voce
bassa. Harry alzò lo sguardo e lo fissò. Portò la tazza alla boccalentamente e bevve un lungo sorso prima
di posarla con una smorfia. «No, è un altro caso. Nelle indagini sulla morte di Ellen non abbiamo fatto
nessun passo avanti, ma non è perché stiamo facendo un pessimo lavoro che ho rimorsi di coscienza.
Qualcosa salterà fuori, dobbiamo soltanto avere pazienza.» «Bene» disse Aune. «Non è per colpa tua se
Ellen è stata assassinata, ricordatelo. E non dimenticare che tutti i tuoi colleghi vogliono che il vero
assassino sia scoperto.» «Forse sì. Forse no. È morto e non può difendersi.» «Non lasciare che diventi
un'idea fissa, Harry.» Aune mise due dita nel taschino della giacca, prese un orologio d'argento e lo
sbirciò rapidamente. «Ma non credo che tu voglia parlare di sensi di colpa, o sbaglio?» «No» disse Harry
prendendo un pacco di fotografie dalla tasca interna. «Vorrei sapere che cosa ne pensi di queste.» Aune
prese le fotografie e iniziò a guardarle. «Si direbbe una rapina in banca. Vi occupate anche di queste alla
omicidi?» «Troverai la spiegazione nella prossima fotografia.» «Ah. Sta puntando l'indice verso la
telecamera.» «Scusa. È quella dopo.» «Oh, poverina.» «Sì, si può quasi vedere la fiammata uscire dalla
canna dell'AG3, ma ha appena sparato. Come puoi notare, il proiettile ha appena centrato la fronte della
donna. Nella prossima fotografia esce dall'occipite per andare a conficcarsi nel montante di legno dello
sportello.» Aune spinse a lato la pila di fotografie. «Perché devi farmi sempre vedere fotografie orribili,
Harry?» «Per farti capire di cosa stiamo parlando. Guarda la fotografia successiva.» Aune sospirò.
«Adesso il rapinatore ha avuto i suoi soldi» disse Harry puntando l'indice. «La sola cosa che gli rimane da
fare èfuggire. È un professionista, è calmo e ha il controllo della situazione, non ha più alcun motivo di
fare paura o di costringere qualcuno a fare qualcosa. Eppure, sceglie di ritardare la sua fuga di qualche
secondo per sparare all'impiegata della banca. Soltanto perché il direttore dell'agenzia impiega sei
secondi di più per svuotare il Bancomat.» Aune girò lentamente il cucchiaino nella tazza. «E adesso tu ti
chiedi perché lo abbia fatto?» «C'è sempre un perché, ma è difficile sapere da quale parte del buonsenso
bisogna iniziare. Tu che cosa ne pensi?» «Gravi disturbi della personalità.» «Ma fino a quel momento si
è comportato in modo così razionale.» «Avere un disturbo della personalità non significa essere pazzi. Le
persone che ne soffrono sono molto abili, alle volte più abili, nell'ottenere quello che vogliono. Quello
che li distingue da noi è che loro vogliono altre cose.» «E le sostanze stupefacenti? C'è qualche droga che
può rendere una persona normale così aggressiva da spingerla a uccidere?» Aune scosse il capo.
«L'effetto della droga può rinforzare o indebolire le inclinazioni già esistenti. Di regola, un uomo che
picchia sua moglie quando è ubriaco ha avuto la tentazione di farlo anche da sobrio. Le persone che
commettono un omicidio premeditato come in questo caso, sono quasi sempre predisposte a farlo.»
«Quello che vuoi dire è che questo tipo è completamente pazzo?» «O preprogrammato.»
«Preprogrammato ? » «Ricordi il caso del rapinatore che non è mai stato catturato, Raskol Baxhet?»
chiese Aune. Harry annuì. «Lo zingaro» disse Aune. «Per anni e anni è circolata la voce che questa figura
misteriosa fosse il vero cervello dietroa tutte le rapine ai furgoni portavalori e alle sedi centrali delle
banche di Oslo negli anni Ottanta. Solo dopo molti anni la polizia si è resa conto che esisteva veramente,
ma neppure allora è riuscita a trovare delle prove contro di lui.» «Sì, adesso ricordo» disse Harry. «Ma
non è stato beccato?» «No. Ci erano arrivati molto vicino quando due rapinatori avevano promesso di
testimoniare contro Raskol in cambio di una riduzione della pena, ma sono improvvisamente scomparsi
in circostanze misteriose.» «Non è una cosa così insolita» disse Harry prendendo un pacchetto di Camel
dalla tasca. «Invece è insolita se pensi che i due erano in carcere» ribatté Aune. «Ah, eppure mi sembra
che Raskol sia finito dentro.» «Ed è vero» disse Aune. «Ma non è stato catturato. Raskol si è costituito.
Un giorno fa la sua comparsa alla centrale di polizia e dice che vuole confessare di avere compiuto un
sacco di rapine. Naturalmente, fra i poliziotti si crea una grande agitazione. Nessuno riesce a capire, e
Raskol rifiuta di spiegare cosa lo ha spinto a costituirsi. Prima che la notizia trapeli, mi telefonano e mi
chiedono di controllare se Raskol è a posto con la testa e se la sua confessione può tenere in tribunale.
Raskol accetta di parlarmi a due condizioni. Che giochi con lui una partita a scacchi - non chiedermi
come facesse a sapere che giocavo a scacchi - e che porti con me una traduzione in francese di L'arte della
guerra, un libro cinese di strategia militare scritto secoli fa.» Aune aprì una scatola di sigaretti Nobel
Petit. «Ho fatto arrivare il libro da Parigi e l'ho portato con me insieme a una scacchiera. Mi hanno fatto
entrare nella sua cella, hanno chiuso a chiave e mi sono trovato di fronte un uomo che si sarebbe detto un
frate. Mi ha chiesto di imprestargli una penna e con un cenno mi ha fatto capire che potevamo iniziare la
partita a scacchi. Ho predisposto i pezzi e ho iniziato con un'apertura Rétis - quella in cui siattacca
l'avversario quando le posizioni centrali sono state conquistate - spesso efficace contro giocatori
mediocri. Come forse saprai, è impossibile capire quello che uno ha in mente dopo una sola mossa, ma
quello zingaro alza gli occhi dal libro e guarda la scacchiera, si accarezza la barba, mi fissa sogghignando
come se sapesse tutto, scrive nel libro...» Aune accese il sigaretto con un accendino d'argento, «...e poi
continua a leggere. Allora io gli dico: "Tocca a te muovere". Continua a scarabocchiare sul libro e mi
risponde: "Non ne ho bisogno. Adesso sto scrivendo come finirà la partita, mossa per mossa. Finirà con il
tuo scacco matto". Gli spiego che è impossibile conoscere come il gioco si svilupperà dopo una sola
mossa. "Scommettiamo?" mi dice. Cerco di mettere la cosa sul ridere, ma lui insiste. Così, accetto di
scommettere cento corone per renderlo più ben disposto per il colloquio futuro. Mi chiede di fargli
vedere la banconota da cento corone e di metterla di fianco alla scacchiera dove possa vederla. Raskol
alza una mano come se intendesse fare la sua mossa e poi d'improvviso tutto succede con estrema
rapidità.» «Blixtschack?» Aune sorrise e soffiò una nuvola di fumo blu verso il soffitto. «Un attimo dopo
mi trovo bloccato da una presa ferrea con la testa spinta all'indietro e gli occhi rivolti al soffitto e una
voce che sussurra nel mio orecchio: "Senti la lama del coltello, Gadzo?", e ovviamente la sentivo, il filo
di acciaio affilato come una lametta che spingeva contro la pelle della mia laringe. Hai mai provato
qualcosa di simile, Harry?» Il cervello di Harry sfogliò il registro di esperienze paragonabili, ma non
trovò niente di simile. Scosse il capo. «Avevo l'impressione - per citare uno dei miei pazienti di essere
arrivato al capolinea. Ero talmente terrorizzato che stavo per farmela addosso. E Raskol mi ha sussurrato
all'orecchio: "Butta giù il re, Aune" e ha allentato leggermente la presa in modo che potessi alzare il
braccio e buttaregiù il mio re. Poi, con altrettanta rapidità, ha lasciato la presa. Poi, è tornato al suo posto
dall'altro lato del tavolo e ha aspettato che riprendessi fiato. "Che cosa diavolo ti è saltato in testa?" gli ho
chiesto. "Era una rapina in banca" ha risposto. "Prima pianificata e poi messa in atto." Poi ha girato il
libro dove aveva scritto come sarebbe andata a finire la partita. Tutto quello che c'era scritto era la mia
mossa e "il re capitola". Poi mi ha chiesto: "Dà una risposta alle tue domande, Aune?".» «E tu che cosa
hai detto?» «Niente. Ho urlato per chiamare la guardia. Ma prima che arrivasse ad aprire, ho fatto
un'ultima domanda a Raskol. L'ho fatto perché sapevo che mi sarei scervellato a morte se non avessi
avuto una risposta in quel preciso istante. Gli ho chiesto: "Lo avresti fatto? Mi avresti tagliato la gola se
non avessi buttato giù il re? Solo per vincere una scommessa idiota?".» «E lui che cosa ha risposto?» «Ha
sorriso e mi ha chiesto se sapevo che cosa fosse la preprogrammazione.» «Sì?» «È tutto. La porta si è
aperta e io sono uscito.» «Che cosa intendeva dire con preprogrammazione?» «Che si può programmare
il proprio cervello a seguire un modello di azione predeterminato. Il cervello respinge gli altri impulsi e
segue regole stabilite in precedenza, indipendentemente da quello che succede. Molto utile in situazioni
in cui l'impulso naturale del cervello è di lasciarsi prendere dal panico. Come per esempio quando il
paracadute non si apre. In quel caso si può sperare che il paracadutista abbia preprogrammato le
procedure di emergenza.» «Lo stesso vale per i soldati in guerra.» «Precisamente. Esistono anche metodi
in cui le persone sono programmate in maniera talmente completa da farli agire in uno stato di trance tale
che neppure l'influenza esterna più estrema può farli uscire, e diventano robotviventi. Il fatto è che
questo, che è il sogno erotico di ogni generale, è paurosamente facile da ottenere se si è a conoscenza
delle tecniche necessarie.» «Stai parlando di ipnosi?» . «Preferisco chiamarla preprogrammazione, suona
meno misterioso. Si tratta semplicemente di aprire e sbarrare la strada agli impulsi. Quelli veramente
bravi possono programmare se stessi con facilità, la cosiddetta autoipnosi. Se Raskol si fosse
autoprogrammato per uccidermi se non avessi buttato giù il mio re, si sarebbe predisposto a non cambiare
idea.» «Ma non ti ha ucciso.» «Tutti i programmi hanno una chiave di fuga, una password che rompe lo
stato di trance. In quel caso specifico poteva essere la caduta del re bianco.» «Mm. Affascinante.» «E con
questo eccomi arrivato al punto.» «Credo di capire» lo interruppe Harry. «Il rapinatore sulla fotografia
può essersi autoprogrammato per sparare nel caso in cui il direttore dell'agenzia non avesse rispettato un
certo limite di tempo.» «Le regole in una preprogrammazione possono essere semplici» riprese Aune
lasciando cadere il sigaretto nella tazza e coprendola con il piattino. «Per cadere in trance è necessario
creare un sistema piccolo ma logico che blocca gli altri pensieri.» Harry mise una banconota da cinquanta
corone vicino alla tazza di caffè e si alzò. Aune lo osservò in silenzio mentre raccoglieva le fotografie.
«Non credi a una sola parola di quello che ho detto, non è così?» «Esatto.» «Che cosa credi, allora?»
chiese Aune alzandosi a sua volta e abbottonandosi il cappotto. «Io credo a quello che l'esperienza mi ha
insegnato» disse Harry. «Che spesso e volentieri, i criminali sono stupidi quanto il sottoscritto, che
scelgono soluzioni semplici e che hannomoventi poco complicati. Per farla breve, credo che in generale
tutto è quello che sembra. Direi che questo rapinatore di banche sia stato drogato oltre ogni limite o che
sia stato preso dal panico. Quello che ha fatto è così maledettamente idiota che mi fa credere che sia un
idiota. Prendi quel tuo zingaro che evidentemente consideri un tipo molto scaltro, quanti anni gli hanno
dato per aggressione con il coltello?» «Nessuno» disse Aune con un sorriso sardonico. «Cosa?» «Non
hanno mai trovato il coltello.» «Credevo che avessi detto che eravate chiusi nella sua cella...» «Sei mai
stato sdraiato su una spiaggia quando, improvvisamente, i tuoi amici ti dicono che devi restare immobile
perché stanno tenendo dei carboni accesi proprio sopra alla tua schiena? E poi qualcuno dice: "Oddio" e
un attimo dopo senti i pezzi di carbone che penetrano nella tua schiena?» Il cervello di Harry iniziò a
smistare i ricordi delle sue estati. Non ci volle molto. «No.» «Ma poi capisci che era soltanto uno scherzo,
che si trattava di cubetti di ghiaccio?» «E?» «Alle volte mi chiedo dove tu abbia passato i trentacinque
anni che sostieni di avere, Harry» disse Aune con un sospiro. Harry si passò una mano sul volto. Era
stanco. «Okay, ma qual è il punto, Aune?» «Che uno in gamba a manipolare, può farti credere che il
bordo di una banconota da cento corone è il filo della lama di un coltello.» La donna bionda fissò Harry
dritto negli occhi e gli promise sole in mattinata ma cielo coperto nel tardo pomeriggio. Harry schiacciò il
tasto OFF e l'immagine si restrinse fino a diventare un puntino al centro dello schermo da quattordici
pollici. Ma quando chiudeva gli occhi, l'immagine diStine Grette rimaneva impressa nelle sue retine e
nelle sue orecchie risuonava l'eco della voce del reporter «ancora nessun sospetto per questo caso.» Harry
aprì nuovamente gli occhi e guardò l'immagine riflessa sullo schermo del televisore. Se stesso, la stessa
poltrona a orecchioni della Elevator e il ripiano del tavolo vuoto decorato con i cerchi dei bicchieri e delle
bottiglie. Il televisore portatile era rimasto sullo scaffale fra il libro sulla Thailandia e l'atlante universale
da quando si era trasferito in quell'appartamento, e quella distanza di un paio di metri era il massimo dei
viaggi compiuti da Harry in quei sette anni. Aveva letto qualcosa sulla "sindrome del settimo anno"
secondo la quale dopo circa sette anni la gente inizia a farsi prendere dalla voglia di cambiare casa. O
cambiare lavoro. O cambiare partner. Harry non aveva mai provato niente di simile. E aveva lo stesso
lavoro da quasi dieci anni. Guardò l'orologio. Anna aveva detto alle otto. Quando si trattava di partner,
non era mai andato più in là della teoria. A parte le due relazioni che forse avrebbero potuto arrivare a
quel punto, le sue avventure romantiche erano finite per via di quella che aveva definito "la sindrome
delle sei settimane". E non sapeva se la sua avversione a legarsi dipendesse dalle due tragedie di cui era
stato vittima quando aveva amato una donna. O se fosse colpa delle sue due fedeli amanti: le indagini di
omicidi e l'alcol. In ogni caso, prima di incontrare Rakel un anno prima, aveva iniziato a convincere se
stesso di non essere portato per vivere una relazione duratura. Pensò alla grande e accogliente camera da
letto di Rakel a Holmenkollen. Alle loro colazioni piene di sguardi e di sorrisi. Al disegno di Oleg affisso
sulla porta del frigorifero con tre persone che si tenevano per mano, dove la figura sotto alla quale c'era
scritto HARY era di gran lunga la più alta e raggiungeva quasi un sole giallo in un cielo privo di nuvole.
Harry si alzò, prese il foglietto con il suo numero di telefono vicino alla segreteria telefonica e lo
compose sul suo cellulare. Rispose dopo quattro squilli.«Ciao Harry.» «Ciao. Come fai a sapere che sono
io?» «Dove sei stato in questi ultimi anni, Harry?» «Qui. E là. Perché me lo chiedi? Ho detto qualcosa di
stupido?» Anna scoppiò in una sonora risata. «Ah sì, puoi vedere il numero di chi ti chiama sul display.
Sono un vero idiota.» Harry non riuscì a fare a meno di sentirsi ridicolo, ma non se ne curò, la cosa
importante era dire quello che voleva dire e attaccare. «Anna, per quanto riguarda ieri sera, volevo
dirti...» «Non essere puerile, Harry.» «Puerile?» «Sto preparando il curry del secolo. E se hai paura che lo
faccia con l'intenzione di cercare di sedurti, devo darti una delusione. Io penso soltanto che ci meritiamo
una buona cena e una bella chiacchierata di un paio d'ore. Per ricordare il passato. Per chiarire i malintesi
di quel tempo. O forse no. E per ridere un po'. Ti sei ricordato di comprare i peperoncini?» «Cosa? Sì.»
«Bravo! Alle otto in punto, allora.» «Cosa...» «Bene» disse Anna attaccando. Harry rimase con lo
sguardo fisso sul cellulare per diversi secondi.
         *** Capitolo 8. Jalalabad.
         «Presto ti ucciderò» disse Harry stringendo più forte l'acciaio freddo dell'arma. «Volevo dirtelo
prima di farlo. Pensaci. Apri la bocca.» Le persone intorno a lui erano manichini di cera. Spietati, privi di
anima, inumani. Harry sudava sotto alla maschera,il sangue pulsava nelle sue tempie e ogni volta che lo
faceva lasciava dietro di sé un dolore sordo. Non voleva guardare le persone che lo circondavano, non
voleva incontrare i loro sguardi gelidi. «Metti il denaro in un sacchetto» disse all'uomo senza volto
davanti a lui. «E metti il sacchetto sulla testa.» L'uomo senza volto si mise a ridere e Harry alzò l'arma e
cercò di colpirlo con il calcio del fucile, ma lo mancò. Adesso anche le altre persone iniziarono a ridere e
Harry li fissò attraverso i buchi irregolari della maschera. D'improvviso li riconosceva. La ragazza vicino
al bancone assomigliava a Birgitta. E avrebbe potuto giurare che l'uomo di colore fosse Andrew. E poi
c'era la donna dai capelli bianchi con il passeggino. «Mamma?» bisbigliò. «Vuoi i soldi o non li vuoi?»
chiese l'uomo senza volto. «Ti rimangono venticinque secondi.» «Solo io posso decidere quanto tempo
rimane!» urlò Harry e infilò la canna del fucile nel buco nero della bocca. «Eri tu, lo sapevo sin
dall'inizio. Fra sei secondi morirai. Trema!» Un dente pendeva da un brandello di pelle e il sangue colava
dalla bocca dell'uomo senza volto, ma parlava come se niente fosse. «Non posso permettermi di
approfittare del tempo e delle risorse per motivi personali.» Da qualche parte un telefono iniziò a
squillare violentemente. «Tremare? Avere paura quanta ne aveva lei!» «Attento, Harry, non lasciare che
diventi un'idea fissa.» Harry sentì che la bocca stava succhiando la canna del fucile. «Era una poliziotta,
una collega, maledetto bastardo! Era la mia migliore...» La maschera si incollava alla bocca di Harry e
aveva difficoltà a respirare. Ma la voce senza volto continuava tranquillamente: «Darsela a gambe».
«...amica.» Harry premette il grilletto. Non successe niente. Aprì gli occhi. Per un secondo, pensò di
essersi addormentato. Eraseduto sulla stessa poltrona verde e fissava lo schermo morto del televisore. Ma
il cappotto nuovo lo copriva fino a metà viso, e sentiva il gusto umido del tessuto in bocca. La luce del
giorno riempiva il soggiorno. Poi udì martellare. Colpiva un nervo proprio dietro gli occhi e continuava
con brutale precisione. Provocava un dolore sorprendente e allo stesso tempo ben noto. Cercò di fare un
riepilogo. Era finito da Schrøder? Aveva iniziato a bere a casa di Anna? Ma il risultato fu quello che
temeva: un buco nero. Si ricordava di essersi seduto nel soggiorno dopo aver parlato con Anna al
telefono, ma dopo c'era soltanto il vuoto. In quello stesso istante il suo stomaco si ribellò. Harry si chinò
al di là del bracciolo e sentì il vomito cadere sul parquet. Emise un gemito e chiuse gli occhi cercando di
tagliare fuori il suono del telefono che continuava a squillare, a squillare. Quando la segreteria telefonica
scattò, si riaddormentò. Era come se qualcuno stesse tagliuzzando il suo tempo lasciando cadere i pezzi.
Harry si svegliò nuovamente, ma attese un attimo prima di aprire gli occhi per capire se stesse meglio.
Niente. La sola differenza era che il martellio si era sparso su un'area più grande e che l'aria era impestata
dal tanfo di vomito e allora capì che non sarebbe riuscito a riaddormentarsi. Contò fino a tre. Si alzò, fece
gli otto passi fino alla toilette barcollando piegato in due e lasciò che lo stomaco si liberasse una seconda
volta. Rimase in ginocchio sulla tazza cercando di respirare normalmente osservando stupito la materia
gialla che scivolava sulla superficie bianca e vide che era chiazzata da particelle rosse e verdi. Riuscì a
prendere una di quelle rosse con un dito, si rialzò, andò al lavandino, aprì il rubinetto e la sciacquò. La
alzò verso la luce. Poi la mise fra i denti e la masticò cautamente. Quando sentì il sapore del peperoncino
fece una smorfia. Si chinò sul lavandino e si lavò il viso. E nello specchio vide l'occhio nero. Quando uscì
dal bagno, la luce gli fece bruciare impietosamente gli occhi. Andò nel vestibolo e ascoltò la segreteria
telefonica.«Beate Lønn. Spero di non disturbarti, ma Ivarsson mi ha detto di telefonarti immediatamente.
C'è stata un'altra rapina. Alla DnB in Kirkeveien fra Frognerparken e l'incrocio con Majorstua.»
         *** Capitolo 9. La nebbia.
         Il sole era scomparso dietro a una coltre di nuvole grigio ferro che erano arrivate, dal fiordo di
Oslo, strisciando e, come il preludio all'imminente minaccia di pioggia, il vento del Sud aveva iniziato a
soffiare a raffiche. Faceva sibilare le grondaie e sbattere i tendoni della Kirkeveien. Ora, gli alberi erano
completamente nudi, era come se gli ultimi tocchi di colore fossero stati risucchiati e la città si fosse
trasformata in un paesaggio in bianco e nero. Harry camminava nel vento, leggermente piegato in avanti,
tenendo il cappotto stretto con le mani nelle tasche. Aveva notato che l'ultimo bottone era sparito, con
tutta probabilità nel corso della serata o della notte, e non era l'unica cosa che era scomparsa. Quando
aveva deciso di telefonare ad Anna per chiederle di aiutarlo a ricostruire quello che aveva fatto, si era
reso conto di avere perso anche il cellulare. E quando le aveva telefonato dal telefono fisso gli aveva
risposto una voce che gli ricordava una centralinista del passato, che gli comunicava che al momento non
era in casa, ma che poteva lasciare un messaggio dopo il segnale acustico. Cosa che Harry aveva evitato
di fare. Si era ripreso abbastanza rapidamente e aveva vinto, con sorprendente facilità, l'impulso di
continuare, di fare un salto da Schrøder o di andare a comprarsi una bottiglia. Invece, aveva fatto una
doccia, si era vestito ed era andato a piedi da Sofie gate passando per lo stadio Bislett, Pilestredet poi
aveva attraversato Stensparken. Continuava a chiedersi che cosa avesse bevuto. I dolori di stomaco
obbligatori firmatiJim Beam erano stati sostituiti da una nebbia che aveva coperto i suoi sensi come una
membrana che neppure le raffiche di vento riuscivano a dissipare. Due auto della polizia con i segnalatori
blu in azione erano ferme davanti all'agenzia della DnB. Harry sventolò la sua tessera sotto al naso di due
poliziotti, passò sotto ai nastri di delimitazione e si avvicinò all'entrata dove Weber stava parlando con
alcuni uomini della scientifica. «Buon pomeriggio, commissario» disse Weber marcando la parola
pomeriggio e inarcando le sopracciglia quando notò l'occhio nero. «La tua donna ha iniziato a
picchiarti?» Harry non riuscì a trovare una risposta pronta; così prese una sigaretta dal pacchetto. «Che
cosa abbiamo qui?» «Un uomo mascherato con un fucile AG3.» «E l'uccello è riuscito a volare via.»
«Proprio così.» «Avete interrogato i testimoni?» «Sì. In questo momento sono giù alla centrale.» «Quali
dettagli abbiamo al momento?» «Il rapinatore ha dato venticinque secondi alla direttrice dell'agenzia per
aprire il Bancomat tenendo il fucile puntato sulla testa di una cassiera.» «E l'ha usata per parlare.»
«Esatto. E quando è entrato nella banca ha pronunciato la stessa frase in inglese.» «This is a robbery,
nobody moves!» disse una voce dietro di loro, seguita da una risata. «È stato gentile da parte tua onorarci
con la tua presenza. Oh, sei scivolato nella vasca da bagno?» Harry accese la sigaretta e porse il pacchetto
a Ivarsson. «Brutto vizio, Hole.» «Hai assolutamente ragione» ammise Harry mettendo il pacchetto di
Camel in tasca. «Non offrire mai sigarette, perché si deve presumere che un gentleman si compri le sue.
Faceva osservare Benjamin Franklin.»«Davvero?» disse Ivarsson fingendo di non vedere il sogghigno di
Weber. «Tu sai un sacco di cose, Hole. Forse sai anche che il rapinatore ha colpito un'altra volta,
esattamente come avevo pronosticato.» «Come fai a sapere che si tratta della stessa persona?» «Come
forse capirai, questa è la copia esatta della rapina alla Nordea in Bogstadveien.» «E dov'è il cadavere?»
Ivarsson e Harry rimasero immobili fissandosi. Fra le labbra leggermente schiuse di Ivarsson si
intravedeva il luccichio dei denti da rettile. Weber intervenne. «La direttrice dell'agenzia si è mossa
rapidamente. E riuscita a svuotare il Bancomat in ventitre secondi.» «Nessuna vittima» intervenne
Ivarsson. «Soddisfatto, Hole?» «No» disse Harry soffiando il fumo dalle narici. Una raffica di vento
portò via il fumo. Ma la nebbia nella sua mente non voleva diradarsi. Quando la porta si aprì, Halvorsen
alzò lo sguardo. «Ho bisogno di un caffè a novantotto ottani il più rapidamente possibile» disse Harry
sprofondando nella sua sedia. «Buongiorno» rispose Halvorsen. «Hai un aspetto terribile.» Harry si mise
le mani sul volto. «Non ricordo un cavolo di quello che è successo ieri sera. Non so che cosa ho bevuto,
ma non toccherò mai più un solo goccio.» Sbirciò fra le dita e vide che il suo collega aveva una profonda
ruga di apprensione sulla fronte. «Rilassati Halvorsen, è stato un tracollo passeggero, sono
completamente sobrio di questi tempi.» «Che cosa è successo?» Harry scoppiò in una risata rauca. «Dal
contenuto del mio stomaco deduco di essere stato a cena da una vecchia conoscenza. Le ho telefonato
diverse volte per avere una conferma, ma lei non mi ha mai risposto.» «Lei?»«Sì. Lei.» «Una delle nostre
colleghe?» chiese Halvorsen cautamente. «Tu pensa a concentrarti sul caffè» borbottò Harry. «Una
vecchia fiamma e nient'altro. Una cosa del tutto innocente.» «Come fai a saperlo? Non hai appena detto
che non ricordi niente?» Harry si passò una mano sul mento non rasato. Pensò a quello che Aune aveva
detto sul rush che non fa altro che rinforzare le inclinazioni che una persona ha già. Non era sicuro che
fosse una cosa particolarmente positiva. Singoli dettagli avevano iniziato a riemergere. Una gonna nera.
Anna indossava una gonna nera. E Harry era disteso su una rampa di scale. E una donna lo aveva aiutato.
Una donna con metà volto. Come nei dipinti di Anna. «Ho sempre dei blackout» disse Harry. «Questa
volta non è peggio delle altre.» «E l'occhio?» «Quando sono tornato a casa, devo avere sbattuto contro la
porta di un armadietto in cucina o qualcosa di simile.» «Non per rendere la cosa più difficile, Harry, ma si
direbbe che sia stato qualcosa di più pesante della porta di un armadietto.» «Be'» disse Harry prendendo
la tazza di caffè con entrambe le mani. «Non è un problema. Quando ho fatto a botte ubriaco, l'ho sempre
fatto con persone che non mi piacevano neppure da sobrio.» «Fra l'altro, ho un messaggio per te da parte
di Møller. Mi ha chiesto di dirti che tutto sembra a posto, ma non mi ha fornito altri dettagli.» Harry
bevve un sorso di caffè e lo lasciò un attimo vagare in bocca prima di mandarlo giù. «Stai migliorando
Halvorsen. Stai migliorando.» Quello stesso pomeriggio, la rapina fu discussa nel dettaglio dalla squadra
investigativa. Didrik Gudmundson disse che la polizia era arrivata fuori dalla banca tre minuti dopoche
l'allarme era scattato, ma a quel punto il rapinatore aveva avuto tutto il tempo per andarsene. A parte un
certo numero di auto di pattuglia che avevano formato un cerchio di sbarramento sulle strade più vicine
alla banca, nei dieci minuti successivi, era stato disposto un ulteriore cerchio di sbarramento esterno sulle
maggiori vie d'uscita dal centro della città: sulla E18 a Fornebu, sulla Ring 3 a Ullevål, sulla
Trondheimsveien all'altezza dell'ospedale di Aker, sulla Griniveien all'altezza di Bærum e all'incrocio
con piazza Carl Berner. «Vorrei poter affermare che si tratta di un cerchio di ferro, ma tutti voi sapete
quanto siamo a corto di personale oggi come oggi.» Toril Li aveva parlato con un testimone che aveva
visto un uomo con un passamontagna salire sul sedile del passeggero di una Opel Ascona che era ferma
con il motore acceso in Majorstuveien. L'auto era partita svoltando a sinistra e prendendo Jacob Aalls
gate. Magnus Rian, da parte sua, aveva riferito che un altro testimone aveva visto un'automobile bianca,
forse una Opel entrare in un garage a Vinderen e subito dopo una Volvo blu uscire da quello stesso
garage. Ivarsson si voltò e fissò la carta appesa alla parete. «Non sembra improbabile. Ola, dai ordine di
trasmettere un avviso di ricerca anche per tutte le Volvo blu. Weber?» «Fibre di tessuto» disse Weber.
«Due sul bancone sul quale è saltato e una sulla porta.» «Sì!» urlò Ivarsson colpendo l'aria con il pugno
chiuso. Poi aveva iniziato a passeggiare intorno al tavolo dietro alle loro spalle. Cosa che Harry trovava
molto irritante. «Allora non dobbiamo fare altro che cercare fra i possibili candidati. Non appena Beate
avrà finito la relazione, metteremo il video della rapina su Internet.» «Credi che sia una buona idea?»
chiese Harry dondolandosi sulla sedia finché lo schienale non toccò la parete e bloccò il passaggio a
Ivarsson. Ivarsson lo trafisse con uno sguardo torvo. «Certamente è una buona idea. Non credo che
qualcunopossa avere qualcosa in contrario se un cittadino ci telefona per dirci di conoscere l'identità della
persona sul video.» Ola lo interruppe. «Ricordi quella donna che ha telefonato dicendo di avere visto suo
figlio in un video di una rapina su Internet? E quando abbiamo controllato abbiamo scoperto che il figlio
era già dentro per una precedente rapina.» Seguì una risata generale. Ivarsson sorrise. «Non
sottovalutiamo mai una nuova testimonianza. Hole?» «O l'ennesimo imitatore?» disse Harry incrociando
le mani dietro alla testa. «Un imitatore? Dacci un taglio, Hole.» «Ah, sì. Se dovessi rapinare una banca
oggi, imiterei senza dubbio il rapinatore più ricercato in Norvegia al momento, così lui sarebbe il
principale sospettato. Tutti i dettagli della rapina in Bogstadveien sono diffusi su Internet.» «Temo che
nel mondo reale, il normale rapinatore di banche non sia così sofisticato, Hole. C'è qualcun altro che ha
voglia di spiegare ai colleghi della squadra anticrimine qual è la caratteristica principale di un "serial
rapinatore"? Bene, la principale caratteristica è che fa sempre - e con orribile accuratezza - le stesse cose
che ha fatto durante la sua ultima rapina riuscita. Ed è solo quando la rapina va a farsi fottere - cioè
quando il rapinatore non riesce a portarsi via i soldi o quando viene preso - che il modello cambia.» «La
tua teoria è accettabile, ma non esclude la mia» disse Harry. Ivarsson lasciò scorrere lo sguardo sui
presenti come se stesse cercando aiuto. «Va bene Hole. Ma vedi di mettere alla prova le tue teorie. Ho
deciso proprio in questo momento di usare un approccio di lavoro diverso. Voglio costituire un piccolo
team che opererà indipendentemente, ma in parallelo con la squadra investigativa. L'obiettivo è evitare di
rimanere bloccatia un unico modo di considerare i fatti del caso, cosa che accade spesso in grandi gruppi
dove, consciamente o inconsciamente, si viene a creare un consenso generale sui dettagli. Questo team
può contribuire con nuove idee e punti di vista perché può agire indipendentemente senza subire
l'influenza del gruppo più grande. Questo metodo si è dimostrato efficace in casi complicati. Io credo che
tutti i presenti siano d'accordo con me quando dico che Harry Hole è la persona più qualificata per far
parte di questo team.» Mormorio diffuso. Ivarsson si fermò dietro alla sedia di Beate Lønn. «Beate, tu
lavorerai insieme a Harry in questo team.» La giovane arrossì. Con un gesto paterno, Ivarsson le mise una
mano sulla spalla. «Se constaterai che non funziona, fammelo sapere.» «Certamente» disse Harry. Harry
stava per aprire il portone, quando decise di fare i pochi metri che lo separavano dal negozio dove Ali, il
suo vicino pakistano, stava portando all'interno le cassette di frutta e verdura esposte sul marciapiede.
«Ciao Harry! Stai meglio?» chiese Ali sorridendo. Harry chiuse gli occhi per un attimo. Era quello che
aveva temuto. «Mi hai aiutato, Ali?» «Solo a fare le scale. Quando abbiamo aperto la tua porta, hai detto
che te la saresti cavata.» «Come sono arrivato? A piedi o...» «In taxi. Fra l'altro, mi devi centoventi
corone.» Harry sospirò e seguì Ali nel negozio. «Mi dispiace, Ali. Puoi farmi un breve riepilogo evitando
i dettagli più imbarazzanti?» «Tu e il tassista stavate litigando in mezzo alla strada. E la nostra camera da
letto è proprio da quel lato» Ali sorrise e aggiunse. «È un inferno avere le finestre che danno sulla
strada.» «E quando è stato?» «In piena notte.»«Tu ti alzi alle cinque, Ali. Non sono in grado di capire che
cosa tu intenda con "in piena notte".» «Era quasi mezzanotte. O giù di lì.» Harry promise che non sarebbe
più successo e Ali continuò ad annuire come si fa quando si ascolta qualcuno dire la stessa cosa per
l'ennesima volta. Quando Harry gli chiese come poteva ringraziarlo, Ali rispose che poteva affittargli la
sua cantina praticamente vuota. Harry rispose che ci avrebbe pensato seriamente e pagò il suo debito e
poi comprò una confezione di pasta e polpette surgelate. «Adesso ho pagato il mio debito» disse Harry.
«Ah, no» disse Ali scuotendo il capo. «Non hai pagato le spese di condominio per tre mesi» disse
l'amministratore, il cassiere e il tuttofare del condominio. «Dannazione, me ne sono dimenticato.»
«Come Eriksen» disse Ali sorridendo. «Chi diavolo è?» «Quest'estate mi ha mandato una lettera dove mi
chiedeva di mandargli il numero di conto, così poteva pagare le spese per i mesi di maggio e giugno del
1972. Ha scritto che era per questo che ha dormito male negli ultimi trent'anni. Gli ho scritto dicendogli
che nessuno dei condomini lo ricordava e che poteva lasciar perdere. Ma non intendo fare la stessa cosa
con te Harry» concluse Ali agitando l'indice. Harry alzò le braccia sconsolato. «Domani ti darò un
assegno.» La prima cosa che Harry fece dopo aver chiuso la porta dell'appartamento dietro di sé, fu di
comporre il numero di Anna. La stessa voce di donna rispose meccanicamente. Harry andò in cucina ed
ebbe appena il tempo di mettere la pasta e le polpette nella padella quando il telefono squillò. Corse
nell'ingresso e alzò il ricevitore. «Pronto!» urlò. «Ciao» rispose la ben nota voce di donna chiaramente
sorpresa. «Ah, sei tu.»«Sì, chi credevi che fossi?» «Credevo che fosse una collega che voleva informarmi
che c'è stata un'altra rapina» rispose Harry chiudendo gli occhi. Le parole avevano il sapore di bile
condita con il peperoncino. Il dolore sordo dietro agli occhi era tornato. «Ho cercato di chiamarti sul
cellulare» disse Rakel. «L'ho perso.» «L'hai perso?» «L'ho dimenticato da qualche parte o me lo hanno
rubato, non so, Rakel.» «C'è qualcosa che non va, Harry?» «No.» «Dalla voce, si direbbe che sei
stressato.» «Io...» «Sì?» Harry respirò profondamente. «Come va in tribunale?» Harry rimase in ascolto,
ma non riusciva a mettere le parole in una sequenza che potesse avere senso. Captò, "situazione
economica", "il bene del bambino" e "arbitrato" e capì che non era successo niente di nuovo, la prossima
udienza in tribunale era stata fissata per venerdì. Oleg stava bene, ma era stanco di abitare in un albergo.
«Digli che sarò felice di rivederlo al più presto» disse Harry. Appena posato il ricevitore, Harry rimase
immobile per qualche secondo, chiedendosi se fosse opportuno richiamare Rakel. Per dire cosa? Che
aveva cenato a casa di una vecchia fiamma e che non ricordava quello che era successo? Harry alzò il
ricevitore, ma in quello stesso istante l'allarme antifumo della cucina scattò. Aveva appena tolto la
padella dal fornello e aveva aperto la finestra, quando il telefono squillò nuovamente. Più tardi, Harry si
sarebbe detto che molte cose sarebbero state diverse se Bjarne Møller non gli avesse telefonato proprio
quella sera. «So che hai appena finito il tuo turno» disse Møller. «Ma siamo a corto di personale e una
donna è stata trovata mortanel suo appartamento. Sembra che si sia suicidata con un colpo di pistola. Te
la senti di darci una mano?» «Certamente, capo» esclamò Harry. «Te lo devo. Fra l'altro, oggi Ivarsson ha
presentato il concetto di indagine parallela come una sua idea.» «Che cosa avresti fatto se fossi stato tu il
capo e avessi ricevuto ordini dall'alto?» «L'idea di essere il capo fa andare in tilt le mie cellule cerebrali.
Qual è l'indirizzo di quell'appartamento?» «Aspetta a casa, mando qualcuno a prenderti.» Venti minuti
dopo il suono del citofono lo fece sussultare, non lo udiva spesso. Una voce metallica, distorta che gli
fece rizzare i peli della nuca, lo informò che il taxi era arrivato. E quando scese in strada e vide la Toyota
MR2 rossa, i suoi sospetti furono confermati. «Buonasera, Hole.» Disse dall'interno dell'auto una voce
talmente bassa da non permettergli di vedere il volto dell'uomo al volante. Harry aprì la portiera e salì
nell'auto accolto dal suono dei bassi di un organo, un suono sintetico come pastiglie di colore blu e la ben
nota voce in falsetto. «You sexy motherfucker!» Harry cercò di trovare una posizione comoda sul sedile.
«Dunque, questa sera tocca a noi due» disse il commissario Tom Waaler, aprendo la bocca teutonica e
scoprendo una fila di denti impeccabili al centro del viso abbronzato. Ma gli occhi blu ghiaccio rimasero
gelidi. A molti, nella centrale di polizia, Harry non piaceva, ma per quanto ne sapesse, soltanto uno lo
odiava. Sapeva che Waaler lo considerava un rappresentante indegno del corpo di polizia e per lui, questo
costituiva un'offesa personale. In svariate occasioni, Harry aveva detto a Waaler e ad alcuni altri colleghi
di non condividere i loro punti di vista contorti sugli omosessuali, i comunisti, i gialli, i negri, gli zingari,
i sudici sudamericani e così via. Waaler, da parte sua chiamava Harry "un giornalista rock alcolizzato".
Ma Harry sospettava che il vero motivo dell'odio di Waaler nei suoi confronti fosse il suo vizio di bere.
Perché Tom Waaler non tolleravale debolezze. Harry era sicuro che era per questo che passava un
numero impressionante di ore in palestra allenandosi nelle arti marziali. Un giorno, in mensa, Harry
aveva sentito un giovane assistente raccontare con tono entusiasta come Waaler avesse spezzato
entrambe le braccia a un esperto di karate di una banda di vietnamiti nella stazione centrale di Oslo.
Considerando il colore della pelle di Waaler, Harry trovava paradossale il fatto che il collega passasse
così tante ore nel solarium della palestra, ma forse, quello che le malelingue sostenevano era vero: in
fondo, Waaler non era un razzista. Per lui, picchiare un neonazista o un negro era la stessa cosa. Ma oltre
a quello di cui tutti erano a conoscenza, c'era qualcosa che nessuno sapeva e che pochi intuivano. Era
passato più di un anno da quando Sverre Olsen - la sola persona che avrebbe potuto dire perché Ellen
Gjelten era stata assassinata - era stato trovato sul suo letto con una pistola in mano dalla quale era partito
un colpo e una pallottola di Waaler in mezzo agli occhi. «Stai attento, Waaler.» «Attento a cosa?» Harry
allungò la mano e abbassò il volume della musica. «L'asfalto è gelato questa sera.» Il rumore del motore
dell'auto ricordava quello di una macchina da cucire, ma era un suono che ingannava; a ogni
accelerazione, Harry veniva schiacciato contro il duro schienale del sedile. Passarono Stensparken e
presero Suhms gate. «Dove stiamo andando?» chiese Harry. «Qui» disse Waaler sterzando a sinistra ed
evitando per un pelo un'auto che veniva dalla direzione opposta. Il finestrino era ancora aperto e Harry
poteva sentire il fruscio umido delle foglie sotto agli pneumatici. «Bentornato all'anticrimine» disse
Harry. «Non ti volevano più ai servizi di sicurezza?» «Riorganizzazione» sbottò Waaler. «Inoltre, il
grande capo e Møller volevano che tornassi. Come forse ricorderai, ho ottenuto ottimi risultati
all'anticrimine.»«Come potrei dimenticare?» «Be', si sente parlare tanto degli effetti dell'abuso di
bevande alcoliche.» Harry ebbe appena il tempo di mettere una mano sul cruscotto per evitare che la
brusca frenata lo facesse andare a sbattere contro il parabrezza. Il coperchio del vano portaoggetti si aprì
e qualcosa colpì Harry al ginocchio per poi cadere fra i suoi piedi. «Cosa diavolo è?» chiese sospirando.
«Jericho 941, la pistola della polizia israeliana» disse Waaler spegnendo il motore. «E scarica. Lasciala
lì, siamo arrivati.» «Qui?» «Perché no?» disse Waaler che aveva già messo un piede a terra. Harry sentì
che i battiti del suo cuore erano aumentati. E mentre cercava la maniglia per aprire, uno solo dei tanti
pensieri che gli passavano per la mente si bloccò: avrebbe dovuto richiamare Rakel. La nebbia era
tornata. Arrivava di soppiatto dalla strada, dalle fessure delle finestre chiuse dietro agli alberi del viale,
fuori dal portone blu che si era aperto dopo che avevano sentito Weber gridare al citofono e dai buchi
delle serrature, davanti ai quali passavano, salendo le scale. Poi la nebbia si stese intorno a Harry come
una coperta di cotone, e quando entrarono nell'appartamento, aveva la sensazione di camminare su una
nuvola e tutto intorno a lui - le persone, le voci, il gracchiare dei walkie-talkie, la luce dei flash aveva
assunto la qualità di un sogno, una patina di indifferenza, perché tutto quello non era, non poteva essere,
reale. Ma quando si trovò davanti al letto dove la donna morta era distesa con una pistola nella mano
destra e un buco nero nella tempia, non ebbe la forza di guardare né il sangue sul cuscino, né lo sguardo
vuoto, accusatore, e fissò invece il cavallo senza testa sperando che la nebbia si diradasse presto e che
fosse solo un brutto sogno.
         ***Capitolo 10. Sorgenfri.
         Le voci andavano e venivano intorno a lui. «Sono il commissario Tom Waaler. Qualcuno può
darmi la versione breve?» «Siamo arrivati tre quarti d'ora fa. E stato l'elettricista a trovarla.» «Quando?»
«Alle cinque. Ha subito telefonato alla polizia. Si chiama, vediamo, René Jensen. Ho i suoi dati e il suo
numero di telefono.» «Bene. Telefona in centrale e chiedi che controllino nei registri.» «Okay.» «René
Jensen?» «Sono io.» «Avvicinati. Mi chiamo Waaler. Come sei entrato?» «Come ho detto all'altro, con
questa chiave di riserva. Me l'ha portata martedì, perché non poteva essere a casa quando dovevo fare il
lavoro.» «Perché, doveva andare al lavoro?» «Non lo so. Non credo. Mi aveva detto che doveva
preparare un'esposizione con le sue opere.» «Un'artista dunque. Qualcuno ha sentito parlare di questa
donna?» Silenzio. «Perché sei entrato in questa camera, Jensen?» «Stavo cercando il bagno.» Un'altra
voce: «Il bagno è qui». «Okay. Hai notato qualcosa di sospetto quando sei entrato nell'appartamento,
Jensen?» «Eh, sospetto, come cosa?» «La porta era chiusa a chiave? C'era qualche finestra aperta?
Qualche odore particolare? Qualsiasi cosa.» «La porta era chiusa a chiave. Non ho visto finestreaperte,
ma non sono andato in giro a controllare. L'unico odore era quello del solvente.» «Trementina?» «In una
delle camere c'è materiale per dipingere» intervenne un'altra voce. «Grazie. Hai notato altro, Jensen?»
«Come cosa?» «Rumori.» «Ah, rumori. No, nessun rumore, c'era un silenzio di tomba. Sì, proprio come,
non volevo dire.» «Va bene così, Jensen. Avevi incontrato questa donna prima?» «No, la prima volta è
stata quando mi ha portato la chiave. Sembrava, come posso dire, nervosa.» «Che lavoro ti ha chiesto di
fare?» «Mi ha chiesto di riparare il termostato del riscaldamento nel bagno.» «Puoi controllare se il
termostato è veramente guasto?» «Perché? Ah sì, capisco, per scoprire se aveva pianificato il tutto in
modo che la trovassimo.» «Qualcosa del genere.» «Sì, ma il termostato era guasto.» «Guasto?» «Rotto.»
«Come fai a saperlo?» Pausa. «Non ti avevo detto di non toccare niente, Jensen?» «Sì, ma avete
impiegato un sacco di tempo ad arrivare, e mi sono innervosito, così ho cercato di trovare qualcosa da
fare.» «Così adesso la donna morta ha un termostato che funziona?» «Be', sì.» Harry cercò di allontanarsi
dal letto, ma i suoi piedi rifiutavano di muoversi. Il medico legale aveva chiuso gli occhi di Anna, e ora
sembrava che stesse dormendo. Tom Waaler aveva mandato a casa l'elettricista dicendoglidi tenersi a
disposizione nei giorni successivi e aveva detto agli agenti, che erano arrivati per primi sul posto, di
tornare alla centrale di polizia. Harry non avrebbe mai creduto di provare quello che provava, ma era
veramente grato che Tom Waaler fosse lì. Senza quel collega competente, non sarebbe stato in grado di
fare una sola domanda razionale e ancora meno di prendere una sola decisione ragionevole. Waaler
chiese al medico legale se era in grado di arrivare a una conclusione preliminare. «E evidente che la
pallottola è entrata nel cranio spappolando il cervello con la conseguente interruzione di tutte le funzioni
vitali. A condizione che la temperatura nella stanza sia rimasta costante, il suo corpo indica che è morta
da almeno sedici ore. Nessuna traccia di violenza. Nessun segno di buchi da siringhe o tracce esterne di
abuso di farmaci. Ma...» Il medico fece una breve pausa. «Le cicatrici sui polsi indicano che ha tentato di
suicidarsi in precedenza. Se devo fare una congettura speculativa, ma qualificata, direi che era un
soggetto maniaco-depresso o semplicemente depresso e pronto al suicidio. Scommetto che troveremo un
dossier su di lei nello studio di qualche psicologo.» Harry cercò di dire qualcosa, ma la sua lingua non
ubbidiva. «Saprò dirvi di più quando l'avrò esaminata a fondo.» «Grazie dottore. Cosa ci puoi dire,
Weber?» «La pistola è una Beretta M92F: un'arma molto comune. Abbiamo trovato un solo set di
impronte sul calcio che dovrebbero essere sue. Il proiettile si è conficcato nella testata del letto e il tipo di
munizioni corrisponde all'arma, perciò è scontato che l'analisi balistica confermerà che la pallottola è
stata sparata da quest'arma. Ma vi farò avere un rapporto completo domani mattina.» «Bene, Weber.
Ancora una cosa. Dunque, quando l'elettricista è arrivato, la porta era chiusa a chiave. Ho notato che si
tratta di una serratura speciale e non di una normale, quindi questo esclude che qualcuno sia stato qui e
poi se ne sia andato. Naturalmente, a meno che la persona in questione non abbia preso le chiavi della
defunta e sia uscito chiudendola porta a chiave. In altre parole, se troviamo la chiave, possiamo risolvere
molto facilmente questo caso.» Weber annuì e sollevò una matita gialla dalla quale pendeva un mazzo di
chiavi. «Era sul tavolino nell'entrata. È una chiave universale che può essere usata per il portone e per la
cantina. L'ho provata e apre la porta di questo appartamento.» «Magnifico. Adesso ci manca soltanto una
lettera di addio. Qualche obiezione se consideriamo l'indagine su questo caso conclusa?» Waaler fissò
Weber, il medico legale e Harry. «Okay. Adesso informeremo i parenti della tragica notizia e chiederemo
che la identifichino.» Waaler uscì dalla stanza. Harry rimase immobile davanti al letto. Poco dopo,
Waaler si affacciò alla porta. «Non è bello quando il puzzle si risolve praticamente da solo, Hole?» Il
cervello di Harry ordinò alla testa di annuire, ma non seppe mai se avesse ubbidito.
         *** Capitolo 11. L'ILLUSIONE.
         Guardo il primo video. Quando lo faccio scorrere fotogramma per fotogramma vedo la fiammata
uscire dalla bocca del fucile. Particelle di polvere da sparo che non sono ancora state trasformate in
energia, come un gruppo di asteroidi incandescenti che hanno seguito la grande cometa fino all'atmosfera
e che bruciano mentre la cometa stessa continua la sua corsa. E nessuno può fare nulla perché quella è la
traiettoria decisa milioni di anni fa, prima ancora dell'umanità, prima dei sentimenti, prima che l'odio e la
misericordia nascessero. Il proiettile entra nella testa, recide i pensieri, distrugge i sogni. E nel più
profondo della testa, gli ultimi riflessi sono devastanti, esono gli impulsi nervosi dal centro del dolore, un
ultimo SOS contraddittorio a se stessi prima che tutto piombi nel silenzio. Passo all'altro titolo del video.
Mentre il PC sta lavorando alla ricerca del sito Internet, guardo fuori dalla finestra. Ci sono stelle in cielo,
e io penso che ognuna di loro costituisce una prova del destino ineluttabile. Non hanno alcun senso,
esistono al di là del bisogno di logica e significato creato dall'essere umano. Ed è per questo che sono così
belle, penso. Adesso il secondo video è pronto. Spingo il tasto PLAY. Play a play. E come una
compagnia di teatro errante che prepara lo stesso spettacolo, ma in un luogo diverso. Le stesse repliche e
gesti, gli stessi costumi, la stessa scenografia. Soltanto le comparse vengono cambiate. E anche la scena
finale. Questa sera non c'è stata nessuna tragedia. Sono soddisfatto di me stesso. Ho trovato il nocciolo
del personaggio che interpreto, l'antagonista freddo, professionale che sa esattamente quello che vuole e
che uccide se deve. Nessuno cerca di far passare il tempo, nessuno osa dopo Bogstadveien. E per questo
io sono Dio per due minuti, i centoventi secondi che mi sono concesso. E l'illusione funziona. I vestiti
spessi sotto la tuta, le doppie solette, le lenti a contatto colorate e i movimenti studiati. Spengo il PC e la
stanza piomba nel buio. L'unica cosa che mi giunge dall' esterno è il fruscio lontano del traffico della
città. Oggi ho incontrato il Principe. Una persona strana, mi dà l'impressione ambivalente di un Pluvianus
aegyptus, il piccolo uccello che vive ripulendo le bocche dei coccodrilli. Il Principe mi ha detto che tutto
è sotto controllo, che la squadra antifurti non ha trovato una sola traccia. Gli ho dato la sua parte e lui mi
ha dato la pistola giudea che mi aveva promesso. Forse dovrei essere felice, ma non c'è niente che possa
rendermi nuovamente integro. Dopo, ho telefonato alla centrale di polizia da una cabina telefonica, ma
non hanno voluto dirmi niente finché non ho detto di essere un suo parente. Allora hanno detto che si
trattava di un suicidio, che Anna si era sparata. Il caso era chiuso. Sono riuscito a posare il ricevitore in
tempo, prima di scoppiare a ridere.
        *** Parte Seconda.Capitolo 12. Suicidio.
        «Albert Camus ha detto che il suicidio è l'unico vero problema della filosofia» disse Aune
alzando lo sguardo verso il cielo grigio sopra Bogstadveien. «Perché la decisione se la vita vale la pena di
essere vissuta oppure no, è una risposta alla domanda fondamentale della filosofia. Tutto il resto - se il
mondo ha tre dimensioni e la coscienza nove o dodici categorie - viene dopo.» Harry borbottò. «Molti dei
miei colleghi hanno fatto ricerche sul motivo che spinge le persone a suicidarsi. Sai qual è la causa più
comune che hanno scoperto?» «E proprio quello che volevo sapere.» Harry era costretto a zigzagare fra
la gente che camminava sul marciapiede stretto per riuscire a tenere il passo dello psicologo obeso. «È
che non vogliono più continuare a vivere» disse Aune. «Sembrano le parole di uno che si merita il premio
Nobel.» Harry lo aveva chiamato la sera prima e Aune gli aveva fissato un appuntamento nel suo ufficio
in Sporveisgata alle nove. Passando davanti alla banca, Harry notò che il containerper i rifiuti del
supermercato 7-Eleven era ancora dall'altro lato della strada. «Spesso dimentichiamo che la decisione di
commettere suicidio viene presa, abbastanza spesso, da persone sane di mente che pensano
razionalmente e che trovano che la vita non abbia più niente da offrire loro» disse Aune. «Per esempio,
persone anziane che hanno perso il loro compagno o compagna o la cui salute è peggiorata.» «Questa
donna era giovane e sana. Quali motivi razionali può aver avuto?» «Allora, prima bisogna definire quello
che si intende con razionale. Quando una persona depressa sceglie di sfuggire al dolore togliendosi la
vita, dobbiamo presumere che abbia una valutazione. Però, è difficile considerare il suicidio come
razionale nella situazione particolare quando una persona depressa sta uscendo dal tunnel e solo allora ha
il surplus di energia necessario per commettere l'azione attiva che è il suicidio.» «È possibile che il
suicidio avvenga spontaneamente?» «Naturalmente, può succedere. Ma è più consueto che inizi con un
tentativo di suicidio, specialmente fra le donne. Negli Stati Uniti hanno calcolato dieci cosiddetti tentativi
di suicidio per ogni suicidio, per quanto riguarda le donne.» «Cosiddetti suicidi?» «Prendere cinque
pastiglie di sonnifero è un grido di aiuto senza dubbio serio, ma quando il tubetto delle pastiglie viene
trovato mezzo pieno sul comodino da notte, per me non si tratta di un tentato suicidio.» «Questa donna si
è sparata.» «Un suicidio mascolino.» «Mascolino?» «Uno dei motivi per i quali gli uomini riescono a
commettere suicidio più spesso è che scelgono metodi più aggressivi e fatali per farlo rispetto alle donne.
Le armi e gli edifici alti invece di tagliarsi le vene dei polsi o di prendere delle pillole. È abbastanza
insolito che una donna si spari.»«Insolito in modo sospetto?» Aune si fermò e fissò Harry. «Hai motivo
di credere che non si tratti di un suicidio?» Harry scosse il capo. «Volevo soltanto essere sicuro. Adesso
prendiamo a destra, l'appartamento è in fondo a quella strada.» «Sorgenfrigata?» Mormorò Aune alzando
lo sguardo verso le nuvole minacciose in cielo. «Ovviamente.» «Ovviamente?» «Sans souci. Senza
rammarico. Era il nome del palazzo di Christophe, il re haitiano che si è suicidato quando è stato catturato
dai francesi. Sapevi che è stato lui, quello che ha fatto puntare i cannoni verso il cielo per vendicarsi di
Dio?» «Sì.» «E sai quello che lo scrittore Ola Bauer ha detto di questa strada? Mi sono trasferito a
Sorgenfrigata, ma neppure quello mi ha aiutato.» Aune scoppio in una risata che fece tremare il suo triplo
mento. Halvorsen li stava aspettando fuori dal portone. «Ho incontrato Bjarne Møller uscendo dalla
centrale di polizia» disse. «Da quello che ho capito, sembra che il caso sia già stato archiviato.»
«Dobbiamo controllare alcuni dettagli poco chiari» spiegò Harry aprendo con la chiave che l'elettricista
gli aveva dato. I sigilli sulla porta dell'appartamento erano stati tolti e il cadavere era stato portato
all'obitorio, per il resto, niente era stato toccato dalla sera prima. Entrarono nella camera da letto. Il
lenzuolo bianco sul grande letto risaltava nella semioscurità. «Allora, che cosa dobbiamo cercare?»
chiese Halvorsen mentre Harry tirava le tende. «Una chiave di riserva dell'appartamento» rispose Harry.
«Perché?» «Siamo partiti dal presupposto che avesse una chiave di riserva che ha dato all'elettricista. Ho
controllato. Le chiavi per serrature come questa non possono essere riprodotte dachiunque, l'unico modo
è di ordinarle al fabbricante tramite un rivenditore autorizzato. Dato che la chiave apre tutte le serrature
dei locali in comune in questo condominio, come il portone, la porta delle cantine e così via,
l'amministratore del condominio deve controllare tutte le chiavi. Per questo, i condomini devono avere
un'autorizzazione scritta per ordinare una nuova chiave. Dopodiché il rivenditore autorizzato ha la
responsabilità di tenere un registro di tutte le chiavi consegnate. Ieri sera ho telefonato al rivenditore in
Vibes gate. Anna Bethsen ha ritirato due chiavi di riserva, quindi, in totale ne aveva tre. Una è stata
trovata nell'appartamento e l'elettricista aveva la seconda. Ma dov'è la terza? Finché non la troviamo, non
possiamo escludere che una persona sia stata qui quando Anna è morta e che poi sia uscita chiudendo la
porta a chiave.» «Con la terza chiave, dunque» disse Halvorsen annuendo lentamente. «La terza chiave.
Tu puoi iniziare a cercarla qui, Halvorsen, nel frattempo voglio far vedere qualcosa ad Aune.» «Okay.»
«Ah, un'altra cosa. Non rimanere sorpreso se trovi il mio cellulare. Credo di averlo dimenticato ieri
pomeriggio.» «Ma non mi hai detto di averlo perso l'altro ieri?» «L'ho ritrovato. E l'ho perso di nuovo.»
Halvorsen scosse il capo. Harry portò Aune nell'altra stanza. «Ti ho chiesto di venire con me perché sei il
solo artista che conosco.» «Purtroppo, mi stai sopravvalutando» disse Aune, ancora senza fiato dopo
avere fatto le scale. «Okay, ma almeno sai qualcosa sull'arte, perciò spero che tu riesca a farmi capire in
parte quello che vedrai.» Harry aprì le porte scorrevoli della stanza, accese la luce e indicò con la mano.
Ma invece di guardare i tre quadri, Aune borbottò qualcosa e si avvicinò alla lampada a stelo, prese gli
occhiali dalla tasca interna della giaccadi tweed, si chinò in avanti e fissò la base pesante della lampada.
«Magnifica» disse affascinato. «Una vera lampada Grimmer.» «Grimmer?» «Bertol Grimmer. Un
designer tedesco famoso in tutto il mondo. Fra le altre cose, è stato lui a progettare il monumento alla
vittoria che Hitler ha fatto erigere a Parigi nel 1941. Avrebbe potuto diventare uno dei più grandi artisti
dei nostri tempi, ma quando era all'apice della carriera scoprirono che era per tre quarti uno zingaro. Fu
rinchiuso in un campo di concentramento e il suo nome fu cancellato da tutti gli edifici e dalle opere che
aveva realizzato. Grimmer sopravvisse, ma riportò gravi lesioni a entrambe le mani lavorando nelle cave
di pietra. Dopo la guerra, continuò a lavorare, ma per via di quelle menomazioni, non raggiunse mai
l'eccellenza dei vecchi tempi. Anche se direi che questa lampada è una sua opera del dopoguerra.» «A
dire il vero, avevo in mente i ritratti» disse Harry schiarendosi la gola. «Lavoro da dilettanti» esclamò
Aune. «Guarda piuttosto questa magnifica statuetta di donna. La Dea Nemesis, il soggetto preferito da
Bertol Grimmer dopo la guerra. La dea della vendetta. Ci si rende conto che è colpa degli altri se la nostra
vita è stata rovinata e si trasferiscono i sensi di colpa togliendosi la vita. Anche Bertol Grimmer si è
suicidato. Dopo aver ucciso sua moglie perché aveva un amante. Vendetta, vendetta, vendetta. Sapevi
che l'essere umano è l'unica creatura vivente che si vendica? Il lato interessante della vendetta.» «Aune?»
«Ah, sì, i ritratti. Tu vuoi che cerchi di decifrare qualcosa. In ogni caso non sono molto diversi dai test a
macchie d'inchiostro di Rorschach.» «Quelle immagini che sono usate per far dire ai pazienti quello che
vedono?»«Esatto. Perciò il problema è che se analizzo questi ritratti, in verità parlerò più del mio
subconscio che di quello di Anna. A parte il fatto che nessuno crede più al test di Rorschach, perciò
perché no? Vediamo, sono abbastanza tenebrosi. Ma esprimono più rabbia che depressione. Si direbbe
che uno non sia stato finito.» «Forse quella era l'intenzione, forse formano un'unica entità.» «Che cosa te
lo fa pensare?» «Non so. Forse perché la luce delle tre lampade cade perfettamente su ciascuno dei quadri
sul quale è diretta.» «Hm.» Aune si mise un braccio intorno alla vita e un indice sulle labbra. «Hai
ragione. Sì, hai ragione. E sai cosa, Harry?» «No. Cosa?» «Non mi dicono assolutamente niente.
Abbiamo finito?» «Sì. No, soltanto un altro piccolo dettaglio dato che ti diletti a dipingere. Come puoi
vedere, la tavolozza è sulla sinistra del cavalletto. Non ti sembra poco pratico?» «Sì, se uno non è
mancino.» «Capisco. Devo aiutare Halvorsen a cercare. Non so come ringraziarti, Aune.» «Io invece lo
so. Aggiungerò un'ora alla prossima fattura.» Halvorsen aveva finito con la camera da letto. «Non
possedeva molte cose» disse. «Si ha la sensazione di perquisire una camera d'albergo. Soltanto vestiti,
cosmetici, un ferro da stiro, asciugamani, lenzuola e simili. Ma nessuna fotografia di famiglia, lettere o
carte personali.» Un'ora dopo, Harry capì quello che Halvorsen aveva voluto dire. Avevano controllato
tutto l'appartamento ed erano tornati nella camera da letto senza avere in mano una sola bolletta del
telefono o un estratto conto. «Non sono mai stato in un appartamento così strambo» disse Halvorsen
fissando Harry che era seduto alla scrivania.«Deve averlo riordinato. Forse voleva portare con sé tutto
quello che era suo, la sua intera persona, se capisci quello che voglio dire.» «Capisco. Hai visto tracce di
un laptop?» «Laptop?» «Un computer portatile.» «Che cosa vuoi dire?» «Non hai notato il rettangolo più
chiaro?» Harry indicò il ripiano della scrivania. «Si direbbe che ci fosse un computer portatile che ora
non c'è più.» «E così?» Harry sentì lo sguardo inquisitorio di Halvorsen. Arrivati in strada, rimasero a
fissare le finestre dell'appartamento sulla facciata gialla dell'edificio. Harry fumava una sigaretta
stropicciata che aveva trovato in una tasca interna del cappotto. «Strana la storia dei parenti» disse
Halvorsen. «Cosa vuoi dire?» «Møller non te ne ha parlato? Non hanno trovato né l'indirizzo dei suoi
genitori, né quelli di fratelli e sorelle o di qualcun altro, soltanto uno zio che è in carcere. Møller è stato
costretto a telefonare a un'impresa di pompe funebri per fare portar via quella poveretta. Come se nel
morire non ci fosse abbastanza solitudine.» «Mm. Come si chiama l'impresa di pompe funebri?»
«Sandemann» disse Halvorsen. «Lo zio vuole che sia cremata.» Harry tirò una boccata dalla sigaretta e
osservò il fumo che andava verso l'alto e spariva. Fine di un processo che era iniziato quando un
contadino aveva piantato un seme di tabacco in un campo in Messico. In quattro mesi, il seme si era
trasformato in una pianta di tabacco le cui foglie, due mesi dopo erano state raccolte, tostate, essiccate,
selezionate, imballate e inviate alle fabbriche della RJ. Reynolds in Florida o in Texas dove erano state
trasformate in una Camel con filtro e impacchettate sotto vuotoin una stecca che a sua volta era finita
insieme ad altre in una scatola di cartone che era stata caricata su di una nave diretta in Europa. E otto
mesi dopo essere stata una delle foglie verdi di una pianta in Messico, cade da un pacchetto di sigarette
nella tasca di un uomo mentre sta correndo su una scala o mentre scende da un taxi o quando usa il
cappotto come coperta perché non ce la fa o non osa aprire la porta della camera da letto dove i mostri lo
stanno aspettando in agguato sotto il letto. E poi, quando trova finalmente la sigaretta, spiegazzata e
piena di lanugine, l'uomo la mette nella sua bocca maleodorante e l'accende. E dopo che la foglia di
tabacco essiccata e sminuzzata ha concesso un breve attimo di benessere a quel corpo, viene soffiata fuori
ed è finalmente libera. Libera di svanire nell'aria. Libera di essere dimenticata. Halvorsen tossì due volte.
«Come facevi a sapere che ha ordinato le chiavi in Vibes gate?» Harry gettò il mozzicone della sigaretta
a terra e abbottonò il cappotto. «Sembra che Aune avesse ragione» disse. «Pioverà. Se torni direttamente
alla centrale di polizia, verrò con te.» «A Oslo, ci sono sicuramente decine di magnani.» «Ho telefonato
all'amministratore del condominio. Knut Arne Ringnes. Tipo simpatico. Hanno usato lo stesso
ferramenta per vent'anni. Andiamo?» «Cercavo proprio te» disse Beate Lønn quando Harry entrò nella
House of Pain. «Ieri sera ho scoperto qualcosa. Dai un'occhiata a questo.» Beate fece avanzare il video e
spinse il tasto PAUSA. Un'immagine tremante di Stine Grette con il viso rivolto verso il rapinatore
mascherato riempì lo schermo. «Ho ingrandito un campo del video. Volevo avere il viso di Stine
ingrandito al massimo.» «Perché?» chiese Harry mettendosi a sedere su una sedia. «Se guardi il
contatore, vedrai che passano otto secondi prima che lo Speditore spari.»«Speditore?» «Ho iniziato a
chiamarlo così» disse Beate sorridendo timidamente. «Mio nonno aveva un allevamento, così io...»
«Dove?» «A Setesdalen.» «E lì hai visto macellare animali.» «Sì» il suo tono di voce non invitava a
replicare. Beate spinse il tasto slow e il viso di Stine Grette riprese vita. Harry vide le palpebre sbattere
lentamente mentre le labbra si muovevano. Si era preparato a sentire il colpo di fucile, quando
improvvisamente, Beate fermò il video. «Hai visto?» chiese eccitata. Ci vollero alcuni secondi prima che
Harry capisse. «Ha parlato!» disse. «Ha detto qualcosa prima che il rapinatore sparasse, ma il sonoro non
lo registra.» «Perché ha bisbigliato.» «E io non l'ho notato prima! Ma perché? E che cosa dice?»
«Speriamo di poterlo sapere presto. Ho contattato uno specialista della lettura delle labbra, sarà qui fra
poco.» «Bene.» Beate guardò l'orologio. Harry si morse il labbro inferiore, respirò profondamente e disse
sottovoce: «Beate». Harry notò che si era irrigidita quando l'aveva chiamata per nome. «Io lavoravo con
una collega che si chiamava Ellen Gjelten.» «Lo so» disse Beate. «È stata assassinata ad Akerselva.» «Sì.
Quando rimanevamo bloccati in un'indagine, usavamo tecniche diverse per attivare le informazioni che il
subconscio captava. Associazioni di idee che scrivevamo su dei bigliettini.» Harry sorrise
melanconicamente. «Forse può sembrare strano, ma alle volte dava dei risultati. Perciò avevo pensato di
provare a fare la stessa cosa.» «Sì?» Harry ebbe nuovamente l'impressione che Beate Lønn fosse più
sicura quando guardava un video o lo schermodi un computer. Adesso lo fissava come se le avesse
appena proposto di giocare a Strip poker. «Mi farebbe piacere sapere quello che senti riguardo a questo
caso. Intuitivamente» disse. «Quello che sento?» chiese Beate con un sorriso incerto. «Dimentica i fatti
concreti per un attimo» suggerì Harry chinandosi in avanti. «Non essere la ragazza in gamba. Non hai
bisogno di una copertura per quello che dirai. Esprimi soltanto quello che senti.» Beate rimase un attimo
con lo sguardo fisso sulla scrivania. Harry rimase in attesa. Poi, Beate alzò lo sguardo e lo fissò. «Io credo
a un Due.» «Un Due?» «Vittoria in trasferta. Io credo che questo è uno che rientra nel cinquanta percento
dei casi che non risolveremo.» «Ah. E perché?» «Semplice calcolo matematico. Se pensiamo a tutti gli
idioti che non riusciamo a catturare, un tipo come lo Speditore, che ha pianificato il colpo con grande
cura, con tutta probabilità sa come lavoriamo, ha una quotazione di 10 a 1.» Harry mugugnò passandosi
una mano sul volto. «Dunque, il tuo intuito si basa su un calcolo mentale.» «Non solo. C'è qualcosa nel
suo modo di agire. È così deciso. Come se fosse spinto da qualcosa.» «Che cosa lo spinge, Beate?
Avidità?» «Non so. Secondo le statistiche, l'avidità è il movente numero uno, l'eccitazione, il numero due
e...» «Dimentica le statistiche, Beate. Adesso sei un'investigatrice, non analizzi soltanto un video, ma le
tue interpretazioni istintive di quello che hai visto. Credimi, è la cosa più importante che un investigatore
deve seguire.» Beate lo fissò. Harry sapeva che stava per riuscire nel suo intento. «Forza!» disse. «Che
cosa spinge lo Speditore?» «I sentimenti.» «Che tipo di sentimenti?»«Sentimenti forti.» «Che tipo di
sentimenti, Beate?» Beate chiuse gli occhi. «Amore o odio. Odio. No, amore. Non so.» «Perché spara a
Stine? «Perché lui, no.» «Forza. Perché le spara?» Centimetro per centimetro, Harry aveva avvicinato la
sua sedia a quella di Beate. «Perché deve farlo. Perché aveva deciso di farlo in precedenza.» «Brava.
Perché aveva deciso di farlo in precedenza?» Qualcuno bussò alla porta. Harry avrebbe preferito che
Fritz Bjelke del Centro Sordomuti non avesse attraversato in bicicletta la città così rapidamente per
venire ad aiutarli. Ma ora era sulla porta, un uomo robusto e gioviale con occhiali rotondi e un casco da
ciclista rosa. Bjelke non era sordo e per niente muto. Per dargli la possibilità di ottenere il massimo dai
movimenti delle labbra di Stine Grette, per prima cosa proiettarono la parte del video dove era possibile
sentire la sua voce. Mentre il video scorreva, Bjelke parlava senza sosta. «Io sono uno specialista, ma in
verità tutti possono leggere le labbra, anche quando sentono quello che l'altra persona dice. E per questo
motivo, per esempio, che proviamo una sensazione di disagio quando il film e il sonoro non sono
sincronizzati, anche se soltanto per un decimo di secondo.» «Sì» disse Harry. «Ma personalmente non
riesco a leggere niente dalle sue labbra.» «Il problema è che soltanto il trenta, quaranta percento delle
parole possono essere lette direttamente dalle labbra. Per capire il resto, bisogna osservare l'espressione
del viso e il linguaggio gestuale, e usare la propria sensibilità linguistica e logica per captare le parole
mancanti. Pensare è altrettanto importante quanto vedere.»«Qui inizia a bisbigliare.» Bjelke smise di
parlare e seguì con la massima concentrazione i movimenti minimalisti delle labbra sullo schermo. Beate
fermò il video prima dello sparo. «Okay» disse Bjelke. «Ancora una volta.» E poi: «Ancora». Quindi:
«Ancora, per favore». Alla settima volta, Bjelke annuì e disse che bastava. «Non capisco quello che
vuole dire» ammise. Harry e Beate si scambiarono uno sguardo. «Ma credo di sapere quello che sta
dicendo.» Beate riusciva a malapena a seguire Harry nel corridoio. «È considerato uno dei migliori
esperti del paese nel suo campo» disse. «Non ha importanza» la bloccò Harry. «Ha ammesso di non
essere sicuro.» «Ma pensa se quello che Stine Grette ha detto fosse vero.» «Non è possibile. Bjelke deve
essersi perso un non.» «Non sono d'accordo con te.» Harry si fermò di colpo e per poco Beate non gli
sbatté contro. Beate fissò terrorizzata gli occhi spalancati di Harry. «Molto bene.» «Che cosa vuoi dire?»
chiese confusa. «Che è giusto non essere d'accordo. Non essere d'accordo significa che forse uno ha visto
o ha capito qualcosa anche se non sa ancora esattamente che cosa sia. E io non ho capito niente.» Harry
riprese a camminare. «Perciò, partiamo dal presupposto che tu abbia ragione. Pensiamo dove può
portarci.» Harry si fermò davanti all'ascensore. «Dove stai andando?» chiese Beate. «A controllare un
dettaglio. Sarò di ritorno fra un'ora.» Le porte dell'ascensore si aprirono e si trovarono di fronte
Ivarsson.«Ah» disse con un mezzo sogghigno. «Ecco i nostri detective. Novità?» «Il punto del gruppo
parallelo è di non comunicare troppo» disse Harry passandogli di fianco e salendo sull'ascensore. «Se ho
capito bene quello che l'FBI intendeva.» Ivarsson sorrise e riuscì a ricambiare lo sguardo di Harry.
«Comunque, naturalmente dobbiamo scambiarci le informazioni chiave. Stine Grette ha bisbigliato
qualcosa al rapinatore» disse Harry scrollando le spalle. «Ah sì?» «Crediamo che abbia detto: "È colpa
mia".» «È colpa mia?» «Sì.» Ivarsson aggrottò la fronte. «Non può essere giusto. Sarebbe stato più
corretto se avesse detto "Non è colpa I mia", perché era stato Klementsen a impiegare sei secondi di
troppo per mettere il denaro nella borsa.» «Non sono d'accordo» disse Harry guardando
dimostrativamente l'orologio. «Ci siamo fatti aiutare dal migliore esperto del paese in quel campo. Ma
Beate potrà spiegarti tutti i dettagli.» Ivarsson si appoggiò a una delle porte scorrevoli dell'ascensore che
iniziò a spingere irritata contro la sua schiena. «Così, attanagliata dalla paura, si dimentica un "non". Non
è così, Beate?» Beate Lønn arrossì. «Ho iniziato a controllare il video della rapina in Kirkeveien.»
«Qualche risultato?» «Non ancora» disse Beate spostando lo sguardo da Ivarsson a Harry. «Niente,
dunque. Allora forse vi farà piacere sapere che abbiamo un gruppo di nove sospetti che siamo andati a
prelevare per interrogarli. Inoltre, abbiamo un piano per riuscire finalmente a tirare fuori qualcosa da
Raskol.» «Raskol?» disse Harry.«Raskol Baxhet, il re dei rapinatori in persona» spiegò Ivarsson
afferrando la cintura e tirandosi su i pantaloni soddisfatto. «Ma Beate potrà sicuramente spiegarti tutti i
dettagli.»
        *** Capitolo 13. Marmo.
        Harry sapeva di essere una persona di vedute ristrette per quanto riguardava determinate cose.
Come per esempio, Bogstadveien. Quel posto non gli piaceva. Non sapeva esattamente perché, forse
perché era così che vedeva quella via costruita con l'aiuto dell'oro e del petrolio, la via più di successo
delle vie di successo nel paese del successo, dove nessuno sorrideva. Neppure Harry sorrideva, ma
abitava a Bislett, non era pagato per sorridere e in quel preciso momento aveva un certo numero di motivi
per non farlo. Ma questo non voleva dire che lui, così come altri norvegesi, non apprezzasse un sorriso
ricambiato. Dentro di sé, Harry cercò di scusare il giovane dietro al bancone del supermercato 7-Eleven,
dicendosi che forse odiava la sua professione, e anche il fatto che abitasse a Bislett e che aveva iniziato a
piovere a dirotto. Gli occhi nel volto pallido con pieghe di irritazione agli angoli della bocca fissarono
senza interesse la tessera della polizia. «Come faccio a sapere da quanto tempo quel container è lì?»
«Perché è verde e perché ti copre metà della vista di Bogstadveien» disse Harry. Il giovane sbuffò e mise
le mani sui fianchi che riuscivano a malapena a sostenere i suoi pantaloni. «Una settimana. O qualcosa di
simile. Senti, dietro di te c'è una coda di clienti che aspettano.» «Okay. Ho dato un'occhiata all'interno del
container. Èpraticamente vuoto a parte alcune bottiglie vuote e giornali. Sai chi lo ha ordinato?» «No.»
«Vedo che c'è una telecamera di sorveglianza qui sopra. Dall'angolazione si direbbe che è possibile che il
container possa essere ripreso al di là della vetrata.» «Se lo dici tu, sarà così.» «Avete ancora il video
della registrazione di venerdì? Vorrei vederlo.» «Telefona domani e parla con Tobbe.» «Tobbe?» «Il
gestore del supermercato.» «Invece ti prego di telefonare a Tobbe adesso e di chiedergli il permesso di
darmi il video, così eviterò di tenerti occupato.» «Guardati intorno» disse il giovane con un'espressione
ancora più irritata. «Adesso, non ho assolutamente tempo di andare a cercare un video per te.»
«Davvero? Allora forse potrai farlo dopo l'orario di chiusura.» «Rimaniamo aperti senza interruzione»
biascicò il giovane con una voce da sonnambulo. «Vuoi comprare qualcosa o no?» Harry scosse il capo e
il giovane diresse lo sguardo verso un altro cliente. «Cassa libera» esclamò. Harry sospirò e si voltò verso
le persone in coda dietro di lui. «Cassa non libera. Sono della polizia» disse alzando la sua tessera. «E
questo giovanotto si è reso colpevole di servizio oltraggioso nei confronti di un cliente.» In effetti, per
certe cose Harry era un uomo dalle vedute ristrette. Ma in quel momento la risposta lo soddisfaceva. Di
tanto in tanto sapeva apprezzare un sorriso. Ma non il sorriso che sembrava essere incluso nei corsi di
formazione di predicatori, politici e imprenditori delle pompe funebri. Mentre parlano sorridono con gli
occhi equesto conferiva al signor Sandemann, dell'omonima impresa di pompe funebri, un'aria di
spiritualità che, insieme alla temperatura del locale delle bare sotto alla chiesa di Majorstua, fece
rabbrividire Harry. Si guardò intorno. Due bare, una sedia, una corona di fiori, un impresario delle pompe
funebri con un vestito nero e una pettinatura alla Robin Hood. «Ha un bell'aspetto» esclamò Sandemann.
«Calmo. Riposato. Dignitoso. Lei è un membro della famiglia?» «Non direttamente» disse Harry
mostrando la sua tessera e sperando che la spiritualità fosse riservata ai parenti. Non lo era. «È tragico che
una giovane donna se ne vada in questo modo» riprese il signor Sandemann sorridendo e congiungendo
le mani. Le sue dita erano insolitamente magre e lunghe. «Vorrei controllare gli abiti che la defunta
indossava quando è stata trovata» disse Harry. «Alla centrale hanno detto che lei li ha portati qui.»
Sandemann annuì e andò a prendere un sacco di plastica bianco e spiegò che lo teneva pronto per
consegnarlo ai parenti se lo avessero richiesto. Harry cercò senza risultato nelle tasche della gonna nera.
«Sta cercando qualcosa di particolare?» chiese Sandemann con tono innocente chinandosi sulle spalle di
Harry. «Una chiave di casa» disse Harry. «Ha trovato qualcosa quando...» Fissò le dita ricurve di
Sandemann. «...Quando l'ha spogliata?» Sandemann chiuse gli occhi e scosse il capo. «Sotto ai vestiti
c'era solo il suo corpo. A parte la fotografia in una delle sue scarpe.» «La fotografia?» «Sì. E strano, non
è vero? Ma ognuno ha le proprie abitudini. La fotografia è ancora dove l'ho trovata.» Harry pescò una
scarpa dal sacco e in un flashback vide Anna sulla porta quando gli aveva aperto: gonna nera, scarpe nere,
bocca rossa. Bocca molto rossa.La fotografia era spiegazzata e ritraeva una donna e tre bambini su una
spiaggia, si sarebbe detta una fotografia di una vacanza da qualche parte in Norvegia con sullo sfondo
abeti e montagne. «Qualcuno della famiglia è stato qui?» chiese Harry. «Solo suo zio. Insieme a uno dei
suoi colleghi, naturalmente.» «Naturalmente?» «Sì, da quello che ho capito sta scontando una pena in
carcere.» Harry non rispose. Sandemann si chinò in avanti e la sua piccola testa affondò fra le spalle
facendolo assomigliare a un avvoltoio. «Mi sono chiesto, per cosa?» bisbigliò, e la sua voce ricordava il
verso di quella specie di uccello. «Dato che non gli è permesso di presenziare al funerale, voglio dire.»
Harry si schiarì la gola. «Posso vederla?» Sandemann sembrava offeso, ma alzò ugualmente una mano e
indicò una delle bare. Come altre volte, Harry si rese conto come il lavoro di un professionista riusciva a
migliorare un cadavere. Anna sembrava veramente calma. Harry le sfiorò la fronte. Sembrava di marmo.
«La collana?» chiese Harry. «Una moneta d'oro» disse Sandemann. «L'ha portata lo zio.» «E questo
cos'è?» Harry indicò un pacco di banconote da cento corone legato con un sottile pezzo di spago marrone.
«È una loro abitudine» disse Sandemann. «Loro, chi?» «Non lo sapeva?» rispose Sandemann con un
leggero sorriso. «Gli zingari. Lei era una zingara.» Tutti i tavoli erano occupati da colleghi che stavano
discutendo animatamente. A parte uno dove c'era una persona sola. Harry si avvicinò.«Presto inizieranno
a parlarti» disse sedendosi. Beate alzò lo sguardo e lo fissò sorpresa. Harry si rese conto che avevano
molto più in comune di quello che aveva creduto inizialmente e mise una cassetta sul tavolo davanti a lei.
«E stato registrato il giorno della rapina dalla telecamera di sorveglianza del 7-Eleven di fronte alla
banca. Più il giovedì prima. Puoi dargli un'occhiata e dirmi se c'è qualcosa di interessante?» «Se il
rapinatore è andato a fare la spesa, vuoi dire?» borbottò Beate con la bocca piena di pane e formaggio.
Harry fissò i panini fatti a casa. «Sì» disse. «Si può sempre sperare.» «Certamente» esclamò deglutendo a
fatica. «Nel 1993, c'è stata una rapina alla Kreditkassen di Frogner. Il rapinatore aveva portato con sé dei
sacchetti di plastica per metterci il denaro. Sui sacchetti c'era il simbolo della Shell così abbiamo
controllato i filmati della telecamera di sorveglianza del distributore della Shell più vicino. Il rapinatore
c'era stato dieci minuti prima della rapina e aveva comprato i sacchetti di plastica, indossava gli stessi
indumenti ma non la maschera. Lo abbiamo preso mezz'ora dopo.» «Ma è successo dieci anni fa» si
lasciò sfuggire Harry. Il viso di Beate cambiò colore come un semaforo. Afferrò un panino e cercò di
nascondercisi dietro. «Mio padre» balbettò. «Scusa, non volevo.» «Non fa niente» disse Beate. «Tuo
padre.» «È morto» disse Beate. «Tanto tempo fa.» Harry rimase seduto con lo sguardo fisso aspettando
che Beate finisse il panino. «Perché hai un video delle riprese della settimana prima della rapina?» chiese
Beate. «Il container» rispose Harry. «Che cos'ha di speciale?»«Ho telefonato alla ditta Containerservice.
È stato ordinato martedì da un certo Stein Søbstad di Industrigata ed è stato lasciato, come richiesto,
davanti al supermercato 7-Eleven il giorno dopo. Ci sono due Stein Søbstad a Oslo, entrambi negano di
avere ordinato un container. La mia teoria è che il rapinatore lo abbia fatto piazzare lì per coprire la vista
dalla finestra in modo che la telecamera non potesse riprenderlo in faccia quando ha attraversato la strada
per poi entrare nella banca. Se il giorno in cui ha ordinato il container è stato all'interno del supermercato,
forse potremmo vedere una persona che fissa la telecamera attraverso la vetrata del supermercato in
direzione della banca per controllare le angolazioni e tutto il resto.» «Se siamo fortunati, sì. Il testimone
che era fuori dal supermercato afferma di aver visto il rapinatore ancora mascherato attraversare la
strada, quindi perché si sarebbe preso la briga di ordinare un container?» «Forse il suo piano era di
togliersi la maschera mentre attraversava la strada» disse Harry sospirando. «Non lo so, so soltanto che
c'è qualcosa con quel container verde. È rimasto lì una settimana e a parte i rifiuti che alcuni passanti ci
hanno gettato dentro, nessuno lo ha utilizzato.» «Okay» annuì Beate prendendo il video e alzandosi.
«Un'altra cosa» la fermò Harry. «Sai qualcosa di quel Raskol Baxhet?» «Raskol?» Beate aggrottò la
fronte. «Prima di andare a consegnarsi alla polizia, era una specie di figura mitica. Ammesso che sia
veramente quello che si dice che sia, in un modo o nell'altro avrebbe avuto un ruolo nel novanta percento
delle rapine alle banche qui a Oslo. È probabile che Raskol possa indicarci ogni singolo responsabile
delle rapine di questa città negli ultimi vent'anni.» «Dunque, è per questo che Ivarsson vuole usarlo.
Dov'è rinchiuso?» Beate alzò il pollice al di sopra della spalla. «Nel Reparto A là dietro.» «Nella prigione
di Botsen?»«Sì. E rifiuta di dire una sola parola alla polizia finché rimane chiuso lì.» «Allora perché
Ivarsson crede di riuscire a farlo cantare?» «Sembra che Ivarsson abbia trovato qualcosa che Raskol
vuole e che può usare per farlo parlare. A Botsen dicono che è la sola cosa che Raskol ha chiesto da
quando è lì. Si tratta di una sua parente morta recentemente.» «Ah sì» disse Harry, sperando che
l'espressione del suo volto non rivelasse niente. «Sarà sepolta fra due giorni, e Raskol ha inoltrato una
richiesta al direttore del carcere per poter essere presente al funerale.» Beate se ne andò e Harry rimase
seduto al tavolo. La pausa per il pranzo era finita e la mensa si stava svuotando. Era un grande locale ben
illuminato ed era gestito dalle Mense di Stato, per questo, Harry preferiva mangiare in città. Ma
improvvisamente si ricordò che proprio in quel locale aveva ballato con Rakel durante la cena alla vigilia
di Natale ed era proprio lì che aveva deciso di sedurla. O forse era stato il contrario. Ricordava ancora con
estrema chiarezza la sensazione che aveva provato quando aveva messo la mano sulla sua magnifica
schiena. Rakel. Due giorni dopo, Anna sarebbe stata sepolta, e nessuno dubitava che si fosse suicidata.
L'unica persona che era stata lì e che avrebbe potuto dire il contrario era Harry stesso, ma non ricordava
nulla. Allora perché non poteva lasciar stare? Aveva tutto da perdere e niente da guadagnare. Se non
altro, perché non poteva dimenticare il tutto per il loro bene, il suo e quello di Rakel? Harry mise i gomiti
sul tavolo e appoggiò il volto sulle mani. E se avesse potuto contraddirli, lo avrebbe fatto? Quando
udirono le gambe della sedia raschiare sul pavimento, i colleghi seduti al tavolo di fianco si voltarono e
videro le lunghe gambe di quel poliziotto dalla pessima reputazione, uscire di corsa dalla mensa.
         ***Capitolo 14. La fortuna.
         Quando i due uomini entrarono nel locale, la campanella al di sopra della porta tintinnò due volte.
Elmers Frukt & Tobak era uno degli ultimi chioschi di quel tipo, con una scelta di riviste di
automobilismo, caccia, sport e pornografia soft esposte su una parete e con sigarette e sigari su quella
opposta e tre pile di schedine piazzate sul bancone della cassa fra scatole di caramelle di tutti i tipi,
chewing-gum e accendini. «All'ultimo minuto come sempre» disse Elmer, un uomo sulla sessantina
magro, calvo e con i baffi che parlava con un accento del Nord. «Porca puttana, quanto piove. E così
d'improvviso» urlò Halvorsen passandosi una mano sui capelli fradici. «È il tipico tempo autunnale di
Oslo» disse Elmer con la saggezza degli uomini del Nord. «Siccità o diluvio. Un pacchetto di Carnei?»
Harry annuì e prese il portafoglio. «E due Gratta e Vinci per il giovane agente?» Elmer porse due Gratta
e Vinci a Halvorsen che li mise rapidamente in tasca con un mezzo sorriso forzato. «Ti dà fastidio se tiro
due note qui dentro, Elmer?» chiese Harry con lo sguardo fisso sul marciapiede deserto e frustato dalla
pioggia battente al di là della vetrata sporca. «Fai pure» disse Elmer dandogli il resto. «Veleno e gioco
sono il mio pane quotidiano.» Elmer fece una specie di inchino e sparì dietro a una tenda marrone nel
retro da dove si udiva il gorgoglio di una caffettiera. «Ecco la fotografia» esclamò Harry. «Voglio solo
che tu scopra chi è la donna.» «Solo?» Halvorsen guardò la fotografia spiegazzata che Harry gli aveva
dato.«Inizia cercando di sapere dov'è stata scattata» disse Harry colto improvvisamente da un violento
attacco di tosse per aver cercato di trattenere il fumo nei polmoni. «Si direbbe una località per le vacanze.
Con tutta probabilità c'è un piccolo negozio, qualcuno che affitta case e appartamenti o qualcosa di
simile. Se la famiglia nella foto è un cliente abituale, qualcuno che lavora lì la riconoscerà. Quando lo
saprai, lascia il resto al sottoscritto.» «Tutto questo soltanto perché questa fotografia era in una scarpa?»
«Non è un posto normale dove conservare fotografie, non credi?» Halvorsen scrollò le spalle e guardò la
strada. «Non smette» disse Harry. «Lo vedo, ma voglio tornare a casa.» «A fare cosa?» «Questo e quello,
cose che si chiamano vita. Niente che possa interessarti.» Harry alzò gli angoli della bocca per far vedere
al collega che aveva capito che era una battuta scherzosa. «Divertiti» disse. La campanella tintinnò
quando Halvorsen chiuse la porta alle sue spalle. Harry tirò una boccata dalla sigaretta, e mentre studiava
la selezione di riviste di Elmer, si rese improvvisamente conto di quanti pochi interessi condivideva con
il normale cittadino norvegese. Era forse dovuto al fatto che non ne avesse più? Certamente la musica,
ma negli ultimi dieci anni, nessuno aveva tirato fuori qualcosa di decente, neppure i vecchi eroi. Cinema?
Se ultimamente usciva da un cinema senza sentirsi lobotomizzato, si considerava fortunato. Per il resto,
niente. In altre parole: la sola cosa che lo interessava ancora, era dare la caccia a persone e sbatterle
dentro. E neppure questo faceva sì che il suo cuore battesse più rapidamente che in passato. "La cosa
strana" pensò Harry appoggiando una mano sul bancone freddo di Elmer, "è che questa condizione non
mi preoccupa minimamente. Come non mi preoccupaaver capitolato. O sentire che invecchiare è una
liberazione." Il suono della campanella lo fece trasalire. «Mi sono dimenticato di parlarti di quel ragazzo
che abbiamo arrestato ieri per possesso illegale di armi da fuoco» disse Halvorsen. «Roy Kvinset, uno
degli Skinheads che frequenta la Pizzeria Herbert.» Era rimasto sulla porta mentre la pioggia danzava
intorno alle sue scarpe bagnate. «Che cosa?» «Era chiaramente terrorizzato, così gli ho detto che se mi
dava qualcosa che potevo usare, avrei fatto in modo che se la cavasse con il minimo.» «E?» «Mi ha detto
di aver visto Sverre Olsen a Grunerløkka la notte in cui Ellen è stata uccisa.» «E con questo? Abbiamo
già altri testimoni su quello.» «Sì, ma Roy dice di aver visto Olsen parlare con una persona nell'auto.»
Harry lasciò cadere la sigaretta sul pavimento. La lasciò lì. «Ha visto con chi stava parlando?» chiese
lentamente. «No, ha riconosciuto soltanto Olsen» disse Halvorsen scuotendo il capo. «Ha descritto
l'uomo?» «Ricorda soltanto di aver pensato che sembrava un poliziotto. Ma ha anche detto che forse
sarebbe in grado di riconoscerlo.» Harry sentì una vampata di calore invadergli il corpo e parlò
scandendo le parole. «Ti ha detto di che modello d'auto si trattava?» «No, andava di fretta.» Harry annuì
e passò la mano avanti e indietro sul bancone. Halvorsen si schiarì la gola: «Ma crede che si trattasse di
un'auto sportiva». Harry fissò la sigaretta sul pavimento. «Colore?»Halvorsen alzò le mani con aria
desolata. «Era rossa?» chiese Harry quasi bisbigliando. «Che cosa hai detto?» Harry scosse il capo.
«Niente. Ricordati il nome. E adesso vai a casa, torna alla tua vita.» La campanella tintinnò. Harry smise
di passare la mano sul bancone, ma non la tolse. Improvvisamente il bancone era gelido come il marmo.
Astrid Monsen aveva quarantacinque anni, si guadagnava da vivere traducendo romanzi francesi nel suo
studio in Sorgenfrigata e non c'era un uomo nella sua vita, ma una registrazione del mugolio di un cane
che di notte girava in automatico nel vestibolo davanti alla porta del suo appartamento. Harry udì i suoi
passi dietro alla porta e gli scatti di almeno tre serrature prima che un viso lentigginoso sotto a una
chioma di capelli neri apparisse nello spiraglio della porta. «Oh» disse la donna quando vide la figura
massiccia di Harry. Anche se il viso della donna non gli era familiare, aveva la sensazione di averla
incontrata in precedenza. Forse per via della descrizione dettagliata che Anna gli aveva fatto della sua
vicina piena di paure. «Harry Hole, della polizia di Oslo» disse mostrando la sua tessera. «Mi dispiace
disturbarti a quest'ora. Vorrei farti alcune domande sulla sera della morte di Anna Bethsen.» Quando vide
che la donna rimaneva con la bocca chiusa, Harry cercò di parlare con voce rassicurante. Con la coda
dell'occhio, vide la tendina dietro alla vetrata della porta dell'appartamento muoversi. «Posso entrare?
Non ci vorrà molto tempo.» Astrid Monsen fece due passi indietro e Harry colse l'occasione per scivolare
all'interno chiudendosi la porta allespalle. Adesso riusciva a vedere la pettinatura afro della donna. Era
evidente che i capelli erano tinti e incorniciavano il suo viso minuto come un grande globo. Erano fermi
l'uno davanti all'altra nel vestibolo male illuminato con fiori secchi e un poster di Chagall appesi a una
parete. «Mi hai mai visto prima?» chiese Harry. «Che cosa vuoi dire?» «Soltanto se mi hai mai visto
prima. Poi passerò al resto.» La bocca della donna si aprì e si richiuse. Poi, scosse il capo, decisa. «Bene»
disse Harry. «Eri in casa martedì sera?» Astrid Monsen annuì incerta. «Hai visto o sentito qualcosa?»
«Niente» disse. Un po' troppo rapidamente per i gusti di Harry. «Prendi il tuo tempo e pensaci» la
incoraggiò cercando di sorridere il più gentilmente possibile, uno dei movimenti meno praticati del suo
repertorio di espressioni facciali. «In generale» disse Astrid Monsen mentre il suo sguardo si spostava
dalla porta a Harry. «Niente.» Arrivato in strada, Harry accese una sigaretta. Aveva sentito Astrid
Monsen chiudere le serrature a chiave non appena era uscito dall'appartamento. Poverina. Era l'ultima
persona del suo giro e ora poteva concludere che nessuno nella casa lo aveva visto o sentito come non
avevano visto o sentito nessun altro la sera della morte di Anna. Gettò la sigaretta dopo due boccate.
Tornato a casa, rimase seduto a lungo sulla poltrona fissando la spia rossa della segreteria telefonica,
prima di spingere il tasto della registrazione. Il primo messaggio era quello di Rakel che gli augurava la
buonanotte, il secondo, quello di un giornalista che chiedeva un suo commento sulle due rapine. Dopo,
riavvolse il nastro e ascoltò il messaggio diAnna: «Puoi indossare quel paio di jeans che mi piacciono
tanto?». Harry si passò una mano sul volto, poi prese la cassetta e la gettò nel sacchetto dei rifiuti. Fuori
pioveva, mentre Harry trascorreva la serata facendo zapping tra i canali. Una partita di palla a mano
femminile, una soap opera e un programma di quiz dove si poteva diventare milionari. Harry si fermò su
un programma dove un filosofo e un esperto di antropologia sociale discutevano il concetto di vendetta.
Il primo sosteneva che un Paese come gli Stati Uniti, che difende valori morali come la libertà e la
democrazia, ha la responsabilità morale di vendicarsi di un attacco al proprio territorio perché costituisce
anche un attacco a quei valori. «Soltanto la promessa di una rappresaglia - e la sua messa in atto - può
difendere un sistema così vulnerabile come la democrazia.» «Ma se quello che il valore democrazia
rappresenta viene sacrificato con l'azione della vendetta?» replicò il secondo. «E se questa azione viola il
diritto di un'altra nazione secondo le leggi internazionali? Che tipo di valore è difeso quando, nella caccia
ai colpevoli, civili innocenti vengono privati dei propri diritti? E che cosa succede al diritto morale che ci
dice di porgere l'altra guancia?» «Il problema è che abbiamo soltanto due guance» rispose il primo. Harry
spense il televisore. Non sapeva se telefonare a Rakel, ma poi decise che era troppo tardi. Iniziò a leggere
un romanzo di Jim Thompson, ma si accorse che mancavano le pagine dalla ventiquattro alla trentotto. Si
alzò e andò avanti e indietro per un po'. Andò in cucina, aprì il frigorifero e fissò sconcertato i resti di un
formaggio di capra e un vasetto di marmellata. Aveva voglia di fare qualcosa, ma non sapeva cosa.
Chiuse con forza la porta del frigorifero. Chi stava cercando di prendere in giro? Quello che voleva era un
drink. «Merda» disse alla propria immagine allo specchio.Andò nella camera da letto e accese il
computer. Su Internet trovò 104 articoli sul suicidio, ma niente sulla vendetta, soltanto un sacco di
riferimenti a romanzi e alla mitologia greca. Stava per spegnere il computer quando si rese conto di non
avere controllato le sue e-mail da diverse settimane. Ne aveva ricevute due. Una dall'operatore della rete
che lo informava di un problema risolto quattordici giorni prima. La seconda aveva come indirizzo del
mittente anna.beth@chello.com. Cliccò due volte e lesse il messaggio. Ciao, Harry. Ricordati le chiavi.
Anna. L'ora indicava che era stato inviato due ore prima che la incontrasse per l'ultima volta. Lesse il
messaggio una seconda volta. Così breve. Così semplice. Si disse che quello era lo stile delle e-mail che
la gente inviava. Ciao, Harry. Un estraneo avrebbe potuto pensare che fossero buoni amici, ma si erano
frequentati soltanto per sei settimane tanto tempo fa, e Harry non era neppure al corrente che Anna avesse
il suo indirizzo e-mail. Quando si addormentò, sognò nuovamente di essere in una banca con un fucile.
Le persone intorno a lui erano di marmo.
         *** Capitolo 15. Gadzo.
         «Che tempo magnifico che c'è oggi» disse Bjarne Møller entrando nell'ufficio di Harry e
Halvorsen il mattino dopo. «Puoi dirlo tu che hai una finestra» ribatté Harry senza alzare lo sguardo dalla
sua tazza di caffè. «E anche una sedia nuova» aggiunse quando Møller si mise a sedere sulla sedia
sgangherata di Halvorsen, che scricchiolò in maniera preoccupante. «Giornata storta, eh?» disse Møller.
Harry scrollò le spalle.«Mi sto avvicinando ai quarantanni e ho iniziato ad apprezzare la possibilità di
essere scontroso. C'è qualcosa di male?» «Come preferisci. Fra l'altro, stai bene con il vestito.» Harry
alzò sorpreso il bavero della giacca scura come se si fosse reso conto di averla indossata solo in quel
momento. «Ieri c'è stata la riunione dei capi reparto» disse Møller. «Vuoi la versione lunga o quella
breve?» Harry girò il caffè nella tazza con una matita. «E stato deciso che dobbiamo lasciar perdere il
caso Ellen, non è così?» «Il caso è già stato risolto, Harry. E il capo della scientifica ha detto che gli dà
fastidio che tu vada continuamente a chiedere ai suoi uomini di controllare tutti gli indizi possibili e
immaginabili.» «Ieri è saltato fuori un nuovo testimone.» «C'è sempre un nuovo testimone, Harry. Hanno
deciso di interrompere le indagini.» «Ma...» «La decisione è definitiva, Harry. Mi dispiace.» Møller si
alzò e si fermò sulla porta. «Vai a fare una passeggiata al sole. Probabilmente non farà così caldo per un
bel po' di tempo.» «Corre voce che fuori splenda il sole» disse Harry entrando nell'ufficio di Beate nella
House of Pain. «Così lo sai anche tu.» «Spegni la luce» disse Beate. «Devo farti vedere qualcosa.» Al
telefono gli era sembrata eccitata, ma non gli aveva detto di che cosa si trattava. Beate prese il
telecomando. «Non ho trovato niente sul video il primo giorno, ma guarda questo passaggio registrato il
giorno della rapina.» Sullo schermo apparve una vista generale del 7-Eleven: il container verde davanti
alla vetrata, e la nuca del giovane con il quale Harry aveva parlato il giorno prima. Stava servendouna
ragazza che comprava del latte, un giornale e dei preservativi. «E stata registrata alle 15,05, cioè quindici
minuti prima della rapina. Guarda, adesso.» La ragazza prese le sue cose, la coda si mosse in avanti e un
uomo con una tuta nera e un berretto con visiera e copriorecchie calato sulla fronte indicò qualcosa vicino
alla cassa. Sotto al braccio aveva una borsa nera piegata. «Porca puttana» bisbigliò Harry. «È lo
Speditore» disse Beate. «Sei sicura? C'è molta gente che indossa tute da lavoro nere e il rapinatore non
aveva un berretto con la visiera.» «Quando si sta avvicinando alla cassa, puoi notare che indossa le scarpe
della stessa marca del rapinatore. Inoltre, se noti, la tuta è più larga sul lato sinistro. È un AG3.» «Lo ha
fissato al corpo con nastro adesivo. Ma cosa diavolo ci fa in quel supermercato?» «Aspetta il furgone
portavalori e deve avere un posto di osservazione dove nessuno lo possa notare. È stato sul luogo in
precedenza e sa che il furgone arriva fra le 15,15 e le 15,20. Mentre aspetta, non può andare in giro con un
passamontagna che copre il suo volto il più possibile. Se osservi attentamente, vedrai che, quando arriva
alla cassa, si nota un piccolo rettangolo chiaro che si muove sul ripiano. È il riflesso di qualcosa di vetro.
Il bastardo porta gli occhiali da sole.» Beate parlava a bassa voce ma rapidamente e con un tono eccitato
che Harry non l'aveva mai sentita usare prima. «Senza dubbio, sa anche che c'è una telecamera di
sorveglianza all'interno del supermercato e fa attenzione a non mostrare il volto. Guarda com'è attento
alle angolazioni! E lo fa alla perfezione, bisogna dargliene atto.» Il giovane alla cassa diede all'uomo con
la tuta una scatola di semi di girasole e prese le monete da dieci corone che l'uomo aveva messo sul
ripiano. «Ferma» urlò Harry.«Esattamente» disse Beate. «Non porta i guanti. Ma non sembra che abbia
toccato qualcosa nel supermercato. E puoi anche vedere il rettangolo di luce.» Harry rimase in silenzio.
L'uomo esce dal supermercato e l'ultima persona in coda arriva alla cassa. «Dobbiamo ricominciare a
sentire i testimoni» disse Harry alzandosi. «Se fossi in te non sarei così ottimista. Ricordati che solo un
testimone lo ha visto fuggire fra la folla quel venerdì. La folla è il miglior nascondiglio di un rapinatore.»
«Okay, tu che cosa proponi allora?» «Che ti rimetta a sedere. Hai perso la parte migliore.» «La parte
migliore?» borbottò Harry. «Guarda il container fuori dalla vetrata.» Al di là della vetrata, l'uomo con la
tuta nera era chiaramente visibile. Scende dal marciapiede e si ferma fra il container e un'auto
parcheggiata. Volta la schiena alla telecamera e mette una mano sul bordo del container. Si direbbe che
stia controllando la banca mentre mangia semi di girasole. Posa la borsa a terra. «Si direbbe che quello sia
il suo posto di osservazione» disse Beate. «Ha ordinato il container e lo ha fatto piazzare in quel punto
esatto. È un'idea geniale. Può seguire l'arrivo del furgone portavalori e allo stesso tempo evitare di essere
ripreso dalle telecamere della banca. E osserva dove si è posizionato. Per prima cosa, metà delle persone
che passano sul marciapiede non possono neppure vederlo per via del container. E l'altra metà vede un
uomo in tuta con un berretto vicino a un container, un muratore, uno che lavora per una ditta di traslochi,
un netturbino. In parole povere, niente che possa sorprendere. Non è così strano che non ci siano
testimoni.» «Ha lasciato delle magnifiche impronte digitali sul bordo di quel container» disse Harry.
«Peccato che durante l'ultima settimana non abbia fatto altro che piovere.» «Ma quel sacchetto di semi di
girasole...»«Si è mangiato anche le impronte digitali» disse Harry sospirando. «...fa venire sete. Guarda
adesso.» L'uomo si china, apre la cerniera della borsa e prende un sacchetto di plastica bianco.
Dall'interno prende una bottiglia. «Coca-Cola» sussurrò Beate. «Prima che tu arrivassi, ho zoomato
l'immagine fissa. E una bottiglia chiusa con un tappo di sughero.» L'uomo tiene la bottiglia in alto sul
collo e toglie il tappo di sughero. Poi, getta la testa all'indietro, alza la bottiglia e beve. Potevano vedere
l'ultimo sorso scivolare lungo il collo della bottiglia, ma non la bocca e il volto nascosti dalla visiera del
berretto. Poi, l'uomo rimette la bottiglia nel sacchetto, ma si ferma poco prima di averla risistemata nella
borsa. «Guarda, adesso sta pensando» bisbigliò Beate sottovoce. «Quanto posto prende il denaro?
Quanto posto prende il denaro?» L'uomo abbassa lo sguardo e fissa la borsa. Poi fissa il container. Allora
prende una decisione e, con un movimento rapido getta il sacchetto con la bottiglia all'interno del
container. «Tre punti!» urlò Harry. «Vittoria in casa.» «Merda!» urlò Harry. «Oh no!» sospirò Beate
sbattendo la testa contro il volante per la disperazione. «Deve essere stato portato via da poco» disse
Harry. «Aspetta!» Aprendo la portiera dell'auto mancò per qualche centimetro un ciclista e poi entrò di
corsa nel supermercato. «Quando hanno portato via il container?» chiese al giovane che stava battendo
alla cassa una confezione di wurstel per due ragazze obese. «Aspetta il tuo turno, dannazione» disse il
giovane senza alzare lo sguardo.Quando Harry si chinò in avanti e afferrò il panciotto verde del giovane,
una delle ragazze emise un suono indignato. «Non far finta di non riconoscermi» disse Harry. «Adesso
mi rispondi altrimenti ti farò ingoiare questi wurstel uno a uno.» Vedendo l'espressione terrorizzata sul
volto del giovane, Harry lasciò la presa e indicò al di là della vetrata dove era possibile vedere la banca
ora che il container non c'era più. «Quando è stato portato via? Rispondi.» Il giovane deglutì e fissò
Harry: «Da poco». «Quanto poco?» «Da due minuti.» Gli occhi del giovane erano velati. «Dove lo
portano?» «Come faccio a saperlo? Io non so niente di quei container.» «Quei container?» «Cosa?» Ma
Harry era già uscito. Harry prese il cellulare rosso di Beate e compose il numero. «Centrale di
smaltimento rifiuti di Oslo? Harry Hole, polizia. Dove vengono portati i container? Sì, quelli privati.
Metodica, dove? Verkerseier Furulands vei ad Alnabru? Grazie. Cosa? O a Grønmo? Come faccio a
sapere quale dei due?» «Guarda» disse Beate. «La coda.» All'incrocio, sulla strada che portava ad
Alnabru si era formata una coda apparentemente impenetrabile. «Avremmo dovuto prendere
Uranienborgveien» disse Harry. «O Kirkeveien.» «Peccato che non sia tu a guidare» disse Beate,
sterzando e salendo sul marciapiede, una mano sul clacson. Due passanti fecero un salto addossandosi al
muro di una casa. «Pronto» disse Harry al telefono. «Qualche minuto fa siete venuti a prendere un
container verde in Bogstadveienall'incrocio con Industrigata. Dove lo state portando? Sì, aspetto.»
«Tentiamo con Alnabru» disse Beate sorpassando un tram. Per un attimo, gli pneumatici slittarono sui
binari un attimo prima di mordere nuovamente l'asfalto e Harry provò una sensazione di déjà-vu. Quando
l'impiegata della centrale di smaltimento rifiuti tornò al telefono disse che non era riuscita a contattare
l'autista al suo cellulare, ma confermò che lo stava portando ad Alnabru. «Okay. Potete telefonare a
Metodica e dire loro di aspettare a svuotare il container finché non arriviamo? Cosa, il loro centralino è
chiuso fra le undici e mezza e mezzogiorno? Attenta! No, sto parlando con l'autista. No, la mia autista.»
Nell'Ibsentunnel, Harry telefonò alla centrale di polizia di Grønland chiedendo se potevano mandare una
pattuglia alla Metodica, ma l'auto libera più vicina era ad almeno quindici minuti di distanza.
«Dannazione!» disse Harry, gettando il telefono sul sedile posteriore e battendo il palmo della mano sul
cruscotto. Alla rotonda fra Byportene e Plaza, quando Beate sorpassò la linea bianca continua e si infilò
fra un autobus e un furgone a centodieci all'ora e poi fece la lunga curva davanti alla stazione Centrale,
Harry si rese conto che non tutto era perduto. «Chi diavolo ti ha insegnato a guidare?» chiese mentre si
infilavano fra un'auto e l'altra sulla strada a tre corsie che portava all'Eriksbergtunnel. «Ho imparato da
sola» rispose Beate. Improvvisamente, al centro del tunnel, si trovarono di fronte un camion. Era sulla
corsia di destra e sul rimorchio, bloccato da due braccia di sollevamento gialle, aveva un container verde.
«Sì» urlò Harry. Beate sorpassò il camion e diminuì la velocità. Harryabbassò il finestrino, mise fuori un
braccio e agitò la sua tessera facendo cenno all'autista del camion di fermarsi. Erano ormai usciti dal
tunnel. L'autista del camion non aveva niente in contrario a lasciare che Harry salisse per dare un'occhiata
all'interno del container, ma chiese se non fosse meglio arrivare alla discarica e svuotare il container.
«Non voglio che la bottiglia si rompa!» urlò Harry dal cassone al di sopra del rumore del traffico. «Come
credi, stavo pensando al tuo vestito» disse l'autista, ma Harry era già all'interno del container e l'autista e
Beate lo sentirono inveire ad alta voce. Poi lo sentirono rovistare. E infine un altro «Yes!» prima che
riapparisse al di sopra del bordo del container e alzasse la mano con il sacchetto di plastica come se fosse
un trofeo. «Dai immediatamente la bottiglia a Weber e digli che è urgente» disse Harry. «E salutalo da
parte mia.» «Pensi che possa servire?» Harry si grattò la testa. «No. Digli soltanto che è urgente.» Beate
si mise a ridere. «Sei sempre così impaziente?» «Io? E tu allora? Hai guidato come una ladra di auto per
riuscire a recuperare questa prova.» Beate sorrise, ma non replicò. Prima di invertire marcia, alzò lo
sguardo e guardò a lungo nello specchietto retrovisore. «Dannazione» disse Harry fissando l'orologio.
«In ritardo per una riunione?» «Puoi portarmi alla chiesa di Majorstua?» «Certamente. E per questo che ti
sei messo il vestito scuro?» «Sì. Un mio amico.» «Allora, forse dovresti eliminare quella macchia
marrone che hai sulla spalla.» «Viene dal container» disse Harry girando la testa e passando una mano
sulla spalla. «È andata via?»Beate gli porse un fazzoletto. «Prova con un po' di sputo. Era un amico
intimo?» «No. Sì, per un certo periodo. Ma si deve andare ai funerali.» «Si deve?» «Tu non ci vai?»
«Sono stata a un solo funerale in vita mia.» Rimasero in silenzio per un po'. «Tuo padre?» Beate annuì.
Passarono l'incrocio di Sinsen. A Muselunden, sul grande spiazzo erboso, un uomo e due bambini
correvano con un aquilone. Tutti e tre tenevano lo sguardo fisso verso il cielo blu e Harry riuscì a vedere
l'uomo dare il filo al bambino più grande. «Non abbiamo ancora trovato l'assassino» disse Beate. «No,
non lo abbiamo ancora preso. Non ancora.» «Dio da e Dio toglie» disse il prete lasciando scorrere lo
sguardo nella chiesa semivuota e poi notò l'uomo alto con i capelli corti che stava prendendo posto in
fondo alla chiesa. Il prete aspettò che l'eco dello starnuto finisse. «Ma alle volte si ha l'impressione che
tolga soltanto.» L'acustica portò le parole pronunciate con veemenza verso il soffitto della chiesa. Harry
si guardò intorno. Aveva creduto che Anna, con la sua personalità aperta e gioviale avesse avuto molti
amici, ma vide soltanto otto persone, sei sul primo scanno e due più indietro. Otto. D'accordo. Quante
persone sarebbero venute al suo funerale? Forse otto non era un numero sbagliato. I lamenti provenivano
dal primo scanno dove Harry vide tre teste coperte da scialli colorati e le altre tre scoperte. Quelle più
indietro erano le teste di un uomo seduto alla sinistra di una donna. Harry riconobbe la pettinatura afro
sferica di Astrid Monsen. I pedali dell'organo cigolarono e la musica iniziò. Unsalmo. La grazia di Dio.
Harry chiuse gli occhi e sentì la stanchezza che lo attanagliava. La musica dell'organo echeggiava nella
chiesa. Le voci dei presenti cantavano di perdono e misericordia. Harry desiderava sprofondare in
qualcosa di caldo che potesse nasconderlo per qualche istante. Il Signore giudicherà i vivi e i morti. La
vendetta di Dio. Dio come Nemesis. I toni bassi dell'organo facevano tremare gli scanni di legno vuoti.
La spada in una mano e la bilancia nell'altra, vendetta e giustizia. O non-vendetta e ingiustizia. Harry
riaprì gli occhi. Quattro uomini portavano la bara. Harry riconobbe l'ispettore Ola Li dietro a due uomini
che indossavano vestiti di Armani e camicie bianche con i colletti sbottonati. Il quarto era così alto da far
pendere la bara da un lato. Il suo vestito era troppo largo per il corpo magro, ma sembrava l'unico dei
quattro che riusciva a sopportare il peso senza problemi. Ma fu soprattutto il viso dell'uomo ad attirare
l'attenzione di Harry. Un viso magro con lineamenti fini, grandi occhi marroni pieni di dolore. I capelli
neri erano raccolti in una treccia e lasciavano la fronte scoperta. La bocca dalle labbra sensibili a forma di
cuore era messa in risalto da una barba lunga e ben curata. Era come se la figura di Cristo fosse scesa
dalla croce dietro all'altare. E poi c'era un altro particolare: una caratteristica che pochi volti hanno, il suo
irradiava luminosità. Mentre passava davanti a lui, Harry cercò di capire se fosse dovuto al dolore o alla
gioia. Alla bontà? O alla malvagità? I loro sguardi si incrociarono per un attimo. Astrid Monsen seguiva
la bara con gli occhi bassi, dietro di lei un uomo che si sarebbe detto un commercialista e tre donne, due
più anziane e una terza più giovane che indossava una gonna dai colori vivi piangevano e lanciavano
gemiti acuti facendo roteare gli occhi e battendo le mani in continuazione. Mentre il piccolo corteo
usciva dalla chiesa, Harry rimase immobile.«Gli zingari sono gente strana, non trovi Hole?» Harry si
voltò e si trovò di fronte un Ivarsson sorridente con vestito scuro e cravatta. «Quando ero bambino, il
nostro giardiniere era uno zingaro. Era un Ursario, quelli che andavano in giro per i paesi con gli orsi. Si
chiamava Josef. Ogni giorno musica e gioco. Con la morte, capisci. Questa gente ha una relazione con la
morte più intensa della nostra. Hanno un profonda paura dei Mule, i morti. Credono che possano tornare.
Josef aveva l'abitudine di andare da una donna che aveva il potere di scacciarli, sembra che soltanto le
donne possano farlo. Andiamo.» Ivarsson lo prese per un braccio e Harry fu costretto a fare uno sforzo
per non tirarlo indietro. Uscirono dalla chiesa e rimasero sulla scalinata. Il rumore del traffico da i
Kirkeveien copriva il suono delle campane. Una Cadillac nera con il portello posteriore aperto era ferma
in attesa del corteo funebre in Schønings gate. «Trasporteranno la bara al Crematorio ovest» disse
Ivarsson. «Hanno portato con sé dall'India l'usanza di bruciare i cadaveri. In Inghilterra bruciano anche le
roulotte dei morti, ma non hanno più il permesso di lasciare le vedove all'interno.» Ivarsson si mise a
ridere. «Ma vi lasciano i beni più preziosi del morto. Josef mi ha raccontato che in Ungheria, una famiglia
di gitani, aveva messo un sacco di candelotti di dinamite in una bara e tutto il crematorio è saltato in
aria.» Harry prese un pacchetto di Camel dalla tasca. «So perché sei venuto, Hole» disse Ivarsson
sorridendo. «Volevi vedere se era possibile parlargli, non è così?» Ivarsson fece un cenno con il capo in
direzione dell'uomo magro che avanzava a lunghi passi costringendo gli altri a fare uno sforzo per stargli
dietro. «È lui, quello che chiamano Raskol?» chiese Harry mettendo una sigaretta fra le labbra. «Sì, è suo
zio» disse Ivarsson annuendo. «E gli altri?»«Amici, almeno così si dice.» «Cioè?» «E la versione di
Raskol. Gli zingari sono notoriamente dei bugiardi, ma quello che ha detto conferma la descrizione che
mi ha dato Josef del loro modo di pensare.» «E che cos'è?» «Che l'onore della famiglia è tutto. È per
questo che era stata scacciata. Secondo Raskol, a quattordici anni era stata data in sposa a uno
zingaro-gringo che parlava il greco in Spagna, ma prima che il matrimonio fosse consumato era fuggita
con un Gadzo.» «Gadzo?» «Un non zingaro. Un marinaio danese. La cosa peggiore che potesse fare. Una
vergogna per tutta la famiglia.» «Da quello che capisco, hai avuto modo di imparare a conoscere bene
Raskol» disse Harry mentre la sigaretta spenta andava su e giù fra le sue labbra. Ivarsson alzò una mano
e la mosse come per spostare un fumo immaginario. «Abbiamo parlato un bel po'. Li definirei scambi
introduttivi. I colloqui più interessanti inizieranno quando avremo portato a termine la nostra parte
dell'accordo, cioè dopo il funerale, al quale ha avuto il permesso di essere presente.» «Quindi, finora non
ha detto molto?» «Niente di importante per l'indagine. Ma il tono è stato promettente.» «Così
promettente che vedo un poliziotto che sta aiutando a portare la bara di sua nipote?» «Il prete ci ha
chiesto se Li o il sottoscritto potevamo farlo per avere un numero di persone sufficiente per portarla. È
okay, in fondo siamo qui per tenerlo d'occhio. E abbiamo pensato di continuare a farlo. Tenerlo d'occhio,
cioè.» Harry socchiuse gli occhi e fissò il sole autunnale. «Voglio essere chiaro, Hole» disse Ivarsson.
«Nessuno ha il permesso di parlare con Raskol finché noi non abbiamofinito con lui. Nessuno. Sono tre
anni che sto cercando di raggiungere un accordo con quell'uomo. E adesso sto per riuscirci. Nessuno deve
rovinare il mio lavoro, sono stato chiaro?» «Dato che stiamo parlando a quattr'occhi, Ivarsson» disse
Harry togliendo un filo di tabacco dalla lingua. «È improvvisamente diventata una gara fra te e me?»
Ivarsson si mise a ridere divertito. «Sai cosa avrei fatto se fossi stato in te?» «Cosa?» chiese Harry
quando la pausa si fece troppo lunga. «Avrei portato il vestito che indossi in lavanderia, si direbbe che hai
dormito in un cassonetto dei rifiuti.» Ivarsson si portò due dita alla fronte. «Ti auguro una buona
giornata.» Harry rimase sulla scalinata fumando e seguendo con lo sguardo il procedere inclinato della
bara bianca lungo il marciapiede. Quando Harry entrò, Halvorsen fece fare un mezzo giro alla sua sedia.
«Finalmente sei arrivato, ho buone notizie. Io, porca puttana che puzza!» disse chiudendosi le narici con
l'indice e il pollice. «Che cosa è successo al tuo vestito?» «Sono scivolato in un container per i rifiuti. Che
notizie?» «Ah sì, ho pensato che forse la fotografia è stata scattata in un luogo di villeggiatura a
Sørlandet. Così ho inviato un'e-mail a tutti i distretti di polizia della zona. E poco dopo, un ispettore di
Risør ha telefonato dicendo che riconosceva perfettamente la spiaggia. Ma sai cosa?» «Se devo essere
sincero, no.» «Non è a Sørlandet, ma a Larkollen.» Halvorsen lo fissò con un sorriso pieno di aspettativa,
e quando Harry non reagì, aggiunse: «A Østfold. Vicino a Moss». «So dove si trova Larkollen,
Halvorsen.»«Sì, ma l'ispettore è di...» «Capita che anche gli abitanti di Sørlandet vadano in vacanza. Hai
telefonato a Larkollen?» «Ho telefonato al camping» disse alzando gli occhi al soffitto. «E a due agenzie
che affittano case per le vacanze. E ai due unici negozi di alimentari.» «Hai avuto successo?» «Sì»
rispose Halvorsen nuovamente radioso. «Ho fatto delle fotocopie della fotografia, le ho inviate per fax e
il gestore di uno dei negozi sapeva esattamente dove si trovava. Si tratta di una delle più grandi case di
vacanza della zona. Ha detto che alle volte va a fare le consegne.» «E come si chiama la donna?» «Vigdis
Albu.» «Albu, che strano cognome.» «Sì. Ce ne sono soltanto due in tutta la Norvegia. Una è nata nel
1909. L'altra ha quarantatre anni e abita a Bjørnetråkket 12, Slemdal insieme ad Arne Albu. E -
abracadabra - ecco il suo numero di telefono, capo.» «Non chiamarmi così» disse Harry sollevando il
ricevitore. «Che cosa c'è? Sei incavolato?» chiese Halvorsen sospirando. «Sì, ma non è per questo che te
l'ho detto. Møller è il capo. Io no, okay?» Halvorsen stava per rispondere, ma Harry lo bloccò sollevando
una mano. «La signora Albu?» Qualcuno doveva aver avuto un sacco di soldi, un sacco di tempo e un
sacco di spazio per costruire la casa degli Albu. E un sacco di gusto. Secondo Harry: un sacco di cattivo
gusto. Si sarebbe detto che l'architetto, se mai ce n'era stato uno, avesse cercato di abbinare lo stile delle
case di campagna norvegesi con quello di una fazenda e con il tocco di una casa dei sogni di un cartone
animato. Harry sentì i piedi sprofondare nella ghiaia fine del vialetto che attraversavaun giardino ben
curato con cespugli altrettanto ben curati e un cervo di bronzo in miniatura che si abbeverava in uno
stagno. Sul doppio garage c'era una targa ovale di bronzo con impressa una bandiera blu con un triangolo
giallo. Da qualche parte dietro alla casa si udiva il latrare insistente di un cane. Harry salì la scalinata che
portava a una veranda circondata da colonne e suonò il campanello quasi aspettandosi che una matrona di
colore aprisse la porta. «Salve» cinguettò la donna aprendo. Si sarebbe detto che Vigdis Albu fosse stata
presa direttamente da una di quelle pubblicità del fitness che Harry vedeva alle volte alla TV quando
tornava a casa di notte. Aveva lo stesso sorriso, i capelli ossigenati come Barbie, un corpo in perfetta
forma dell'alta borghesia impacchettato in abiti aderenti e una maglia attillata. E se si fosse rifatta il seno,
avrebbe almeno dovuto avere il buonsenso di non esagerare la taglia. «Harry.» «Entra!» disse la donna
sorridendo con un lieve accenno di rughe intorno agli occhi blu truccati in modo discreto. Harry entrò
nella grande entrata abitata da obesi troll che gli arrivavano alla vita. «Stavo mettendo in ordine la casa»
spiegò Vigdis Albu, scoprendo i suoi denti perfetti e passandosi cautamente un indice sulla fronte. «In
questo caso, mi toglierò le scarpe» disse Harry ricordandosi troppo tardi del buco sul calzino destro.
«Non ce n'è bisogno, non sto facendo le pulizie, le fanno altri» disse la donna ridendo. «Ma mi piace
lavare i miei vestiti personalmente. Ci sono limiti a quanto si vuole lasciar entrare gli altri nella propria
intimità, non trovi?» «Certamente» mormorò Harry costretto ad allungare il passo per seguirla sulla
scala. Passarono davanti a una cucina in stile rustico e arrivarono nel soggiorno. Dietro a dueporte vetrate
scorrevoli c'era una grande terrazza. Sulla parete opposta c'era una gigantesca costruzione di mattoni che
era un misto di una casa a schiera alla periferia di Oslo e una tomba di famiglia. «E un'opera di Per
Hummel per il quarantesimo compleanno di Arne» disse Vigdis Albu. «Per Hummel è un nostro caro
amico.» «Sì, Per ha veramente creato un bel camino.» «Non conosci Per Hummel, l'architetto? E lui che
ha disegnato la nuova cappella a Holmenkollen.» «Spiacente» disse Harry porgendole la fotografia.
«Puoi dare un'occhiata a questa fotografia?» Harry vide un'espressione di sorpresa dipingersi sul volto
della donna. «Ma è una fotografia che Arne ha scattato l'anno scorso a Larkollen. Come hai fatto ad
averla?» Harry aspettò prima di rispondere per vedere se la donna riusciva a mantenere l'espressione che
sembrava realmente inquisitiva. Ci riuscì. «L'abbiamo trovata nella scarpa di una donna che si chiama
Anna Bethsen.» Harry notò la reazione a catena di pensieri, ragionamenti e sensazioni che si
susseguivano sul volto di Vigdis Albu come nella sequenza di una soap opera che viene riavvolta. Prima
sorpresa, poi riflessione e infine confusione. Poi, improvvisamente un'idea che dapprima era stata
scartata con una risata esitante, ma che non voleva lasciare la presa e che sembrava diventare un impulso
inarrestabile. E alla fine un'espressione seria con la scritta: "Ci sono limiti a quanto si vuole lasciar
entrare gli altri nella propria intimità, non trovi?". Harry prese il pacchetto di Camel dalla tasca. Un
grande posacenere in cristallo troneggiava sul tavolo del soggiorno. «Conosci Anna Bethsen?» «Per
niente. Dovrei conoscerla?» «Non so» disse Harry sinceramente. «Anna Bethsen èmorta. Mi sto soltanto
chiedendo che cosa ci facesse una fotografia così personale nella sua scarpa. Qualche idea?» Vigdis Albu
abbozzò un sorriso di circostanza, ma il risultato fu pessimo. Poi scosse vigorosamente il capo. Harry
rimase in attesa. Irremovibile e rilassato. Così come le sue scarpe erano affondate nella ghiaia, sentì il suo
corpo sprofondare nel grande divano bianco. L'esperienza gli aveva insegnato che il modo più efficace di
far parlare la gente era di rimanere in silenzio. Quando due persone estranee sono sedute l'una di fronte
all'altra come in quel momento, il silenzio sembrava un vuoto che risucchiava le parole. Per dieci
interminabili secondi rimasero seduti in quel modo. Vigdis Albu deglutì. «E possibile che una delle
persone che fanno le pulizie l'abbia trovata e l'abbia presa con sé. Per darla a quella, come si chiama,
Anna Bethsen. «Dà fastidio se fumo, signora Albu?» «In questa casa non si fuma, né io né mio marito»
disse la donna accarezzandosi i capelli. «E Alexander, il più piccolo, soffre di asma.» «Mi dispiace. Di
che cosa si occupa tuo marito?» Vigdis Albu alzò lo sguardo e lo fissò con gli occhi spalancati. «Che
lavoro fa, volevo dire» chiarì Harry rimettendo il pacchetto di sigarette in tasca. «Si occupa di
investimenti. Ha venduto la sua società tre anni fa.» «Che tipo di società?» «Albu AS. Importava
asciugamani e tappetini per le docce per hotel e centri di accoglienza.» «Si direbbe che ha venduto un
sacco di asciugamani. E tappetini per le docce.» «Avevamo la distribuzione esclusiva per tutti i Paesi
scandinavi.» «Congratulazioni. La bandiera sulla porta del garage mi ricorda quella di un consolato.»
Vigdis Albu sembrava aver ripreso il controllo. Harry lafissò e si disse che c'era qualcosa di strano nel
suo viso. C'era qualcosa che non quadrava nelle proporzioni. O meglio, che era troppo perfetto, era quasi
perfettamente simmetrico. «Saint Lucia. Nei Caraibi. Mio marito è stato il console qui in Norvegia per
undici anni. A Saint Lucia c'è una fabbrica di tappetini per le docce. E abbiamo anche una casa sull'isola.
Sei mai stato?» «No.» «E una piccola isola fantastica. Ci sono ancora alcuni anziani che parlano francese.
Naturalmente è una variante incomprensibile, ma molto charmante, credimi.» «Creolo.» «Cosa?» «L'ho
letto da qualche parte. Credi che tuo marito sappia come quella fotografia possa essere finita nella scarpa
della defunta?» «Non credo proprio. Perché dovrebbe?» «Be'» disse Harry sorridendo. «Forse la mia è
una domanda difficile come chiedere perché c'è una fotografia nella scarpa di una donna.» Harry si alzò.
«Dove posso contattare il signor Albu?» Mentre Harry scriveva il numero di telefono e l'indirizzo di Arne
Albu, il suo sguardo fissò la parte del divano dove era stato seduto. Harry si scusò quando si rese conto
che Vigdis Albu aveva seguito il suo sguardo. «Sono scivolato in un container per i rifiuti. Naturalmente,
farò...» «Non fa niente» lo interruppe la donna. «La fodera doveva essere lavata in ogni caso.» Sulla
porta, Vigdis Albu gli chiese se poteva aspettare di telefonare a suo marito dopo le cinque. «A quell'ora
sarà a casa e non sarà così impegnato.» Harry non rispose e rimase in attesa mentre gli angoli della bocca
della donna andavano su e giù. «Così, io e mio marito potremo pensare a come aiutarti.»«Grazie, è molto
gentile da parte tua, ma sono in auto e tornando alla centrale posso passare dal suo ufficio e vedere se è
disponibile.» «Sì, sì» disse Vigdis Albu sorridendo coraggiosamente. Il latrato del cane seguì Harry fino
al cancello dove si voltò. Vigdis Albu era ancora ferma sulla porta. Teneva la testa inclinata da un lato e
il sole le illuminava i capelli. A quella distanza sembrava un piccolo cervo di bronzo. All'indirizzo in
Vika Atrium, Harry non trovò né uno spazio per parcheggiare né Arne Albu. Una donna nella reception
lo informò che Albu affittava un ufficio insieme a tre altre persone che si occupavano di investimenti. E
che era a pranzo con una "società di intermediari". Quando uscì, un vigile aveva avuto il tempo di infilare
una multa sotto a uno dei tergicristalli, Harry la prese con una smorfia di disgusto e andò alla DS Louise,
ormeggiata ad Aker Brygge che non era un battello a vapore, ma un ristorante. A differenza di Schrøder
lì servivano cibo mangiabile a clienti facoltosi con uffici in quella che si sarebbe potuta chiamare la Wall
Street di Oslo. Harry non si era mai sentito a proprio agio ad Aker Brygge, ma forse era dovuto al fatto
che era nato e aveva vissuto a Oslo e non era un turista. Scambiò qualche parola con un cameriere che gli
indicò un tavolo vicino a una finestra. «Spiacente di disturbare, signori» disse Harry. «Ah, finalmente»
disse uno dei tre uomini seduti al tavolo. «E voi osate affermare che questo vino è a temperatura
ambiente, maitre?» «Io lo chiamo vino rosso norvegese messo in una bottiglia di Clos des Papes» disse
Harry. Sorpreso, l'uomo squadrò Harry e il suo vestito scuro dall'alto in basso. «Stavo scherzando» disse
Harry sorridendo. «Sono della polizia.» La sorpresa si trasformò in terrore. «Non sono
dell'antisofisticazioni.»Il sollievo si trasformò in un punto interrogativo. Harry udì una risata goliardica e
respirò profondamente. Aveva deciso come doveva agire, ma non conosceva il risultato. «Arne Albu?»
«Sono io» rispose l'uomo che aveva riso, un uomo minuto con capelli corti ricci e zampe di gallina
intorno agli occhi, che svelavano sia che rideva spesso, sia che era più vecchio dei trentacinque anni che
Harry gli aveva dato inizialmente. «Scusa il malinteso» disse sorridendo. «Cosa posso fare per l'agente?»
Harry lo fissò cercando di farsi un'opinione di lui prima di continuare. La sua voce era profonda. Lo
sguardo rapido. Il colletto della camicia perfettamente bianco sotto alla cravatta perfettamente annodata.
Il fatto che non si fosse accontentato di rispondere «sono io», ma che avesse continuato scusandosi e con
un «che cosa posso fare per l'agente» - pronunciando la parola "agente" ironicamente - indicava che era
abbastanza sicuro di se stesso o che si era allenato a lungo per dare quell'impressione. Harry si concentrò.
Non su quello che doveva dire, ma su come Albu avrebbe reagito. «Sì, puoi aiutarmi, Arne Albu. Conosci
Anna Bethsen?» Albu fissò Harry con uno sguardo blu come quello di sua moglie e rispose ad alta voce e
senza pensarci un solo secondo: «No». Sul volto di Albu non c'era alcun segno che potesse far credere a
Harry il contrario di quello che la sua bocca aveva formulato. E Harry non se lo era aspettato. Da tempo
ormai aveva smesso di credere al mito che uomini come lui, che ogni giorno dovevano ascoltare
menzogne, alla fine imparavano a riconoscerle. Durante un processo dove un poliziotto aveva sostenuto
che «grazie alla sua esperienza poteva notare se l'imputato stava mentendo», per l'ennesima volta Aune
era andato in aiuto alla difesa quando, a una domanda diretta aveva risposto che le ricerche avevano
dimostrato che nessun gruppo professionale era più in grado di un altrodi capire se qualcuno mentiva: un
addetto alle pulizie era allo stesso livello di uno psicologo o di un poliziotto. In altre parole, allo stesso
pessimo livello. I soli che, mediamente ottenevano risultati migliori durante le indagini erano gli uomini
dei servizi segreti. Ma Harry non era un agente dei servizi segreti. Era uno di Oppsal che non aveva molto
tempo, era di cattivo umore e proprio in quel momento stava dimostrando di essere un cattivo giudice.
Confrontare una persona - in presenza di altri - con la possibilità di eventuali dichiarazioni
compromettenti quando non esisteva un sospetto era, in primo luogo, non molto efficiente. In secondo
luogo, non si poteva certo chiamarlo un "gioco pulito". Per questo, Harry sapeva che non avrebbe dovuto
fare quello che fece. «Hai un'idea di chi può averle dato questa fotografia?» Tutti e tre gli uomini
fissarono la fotografia che Harry aveva posato sul tavolo. «Nessuna idea» disse Albu. «Mia moglie? O
uno dei bambini, forse?» «Mm» disse Harry cercando di captare cambiamenti nelle pupille, segni di
pulsazioni in aumento, sudore o rossore. «Non so di che cosa si possa trattare, agente, ma visto che ti sei
preso la briga di cercarmi, presumo che non si tratti di una bagattella. E forse potremo parlarne a
quattr'occhi quando avrò finito con i qui presenti rappresentanti della Handelsbanken. E se hai voglia di
aspettare, posso chiedere al cameriere di darti un tavolo nella sala fumatori.» Harry non sapeva se Albu lo
stesse prendendo in giro o se fosse semplicemente cortese. Neppure quello. «Non ho tempo» disse Harry.
«Quindi possiamo andare a sederci.» «Purtroppo, neppure io ho tempo» lo interruppe Albu con voce
calma e decisa. «Questo è il mio orario di lavoro, perciò potremo parlarne più tardi nel pomeriggio.
Ammesso che tu creda che io possa ancora esserti d'aiuto.»Harry deglutì. Era impotente e vide che anche
Albu lo sapeva. «D'accordo, allora» disse e si rese conto di aver parlato con tono insicuro. «Grazie,
agente» ribatté Albu sorridendo. «E devo ammettere che avevi ragione per quanto riguarda il vino.» Poi
si girò verso uno dei due uomini della Handelsbanken. «Che cosa stavi dicendo di Opticom, Stein?»
Harry prese la fotografia e prima di girarsi, vide con la coda dell'occhio un sorriso ironico sulle labbra
dell'uomo chiamato Stein. Arrivato all'esterno, accese una sigaretta, ma non aveva alcun sapore e la gettò
a terra irritato. Il sole si rifletteva su una finestra della fortezza di Akershus e la superficie dell'acqua era
così calma che sembrava essere ricoperta da un sottile strato di ghiaccio trasparente. Perché si era
comportato in quel modo? Perché aveva fatto quel tentativo da kamikaze di umiliare un uomo che non
conosceva? Con il solo risultato di essere stato sollevato da guanti di velluto e gettato dolcemente fuori
dal locale. Alzò il viso verso il sole, chiuse gli occhi e pensò che forse avrebbe dovuto fare qualcosa di
diverso quel giorno. Come lasciar perdere tutto. Perché non c'era niente che non quadrava, tutto rientrava
nel normale caos della vita. Il carillon del municipio iniziò a suonare. Harry non era ancora certo che
quello sarebbe stato l'ultimo giorno caldo, come Møller aveva pronosticato.
          *** Capitolo 16. Namco G-Con 45.
          Stoico Oleg. «Andrà tutto bene» aveva detto al telefono. Ripetutamente, come se avesse un piano
segreto. «La mamma e io torneremo presto.»Harry era fermo davanti alla finestra del soggiorno e fissava
il cielo al di sopra del tetto della casa di fronte dove il sole al tramonto tingeva di rosso e arancione il
bordo inferiore di un banco di nuvole. Mentre tornava a casa, la temperatura si era abbassata rapidamente
e incomprensibilmente, come se il calore fosse stato risucchiato attraverso una porta invisibile che
qualcuno aveva aperto. Nell'appartamento, il freddo aveva già iniziato a filtrare fra le assi del pavimento.
Dove aveva messo le pantofole di feltro, in cantina o in soffitta? Aveva un paio di pantofole? Non
ricordava più niente. Fortunatamente aveva scritto il nome di quell'accessorio della PlayStation 2 che
aveva promesso di comprare a Oleg se voleva battere il record di Harry a Tetris sul Gameboy. Namco
G-Con 45. Alle sue spalle udiva il suono del suo televisore da quattordici pollici. Un ennesimo gala di
artisti il cui ricavo sarebbe stato devoluto alle vittime. Julia Roberts aveva un'espressione
compassionevole e Sylvester Stallone rispondeva alle telefonate dei donatori. E poi era arrivata l'ora del
riconoscimento. Le immagini dei fianchi delle montagne sotto a un bombardamento a tappeto. Colonne
di fumo nero, e pietre. Niente cresceva sul paesaggio desolato. Il telefono squillò. Era Weber. Nella
centrale di polizia era considerato un uomo scontroso con il quale era difficile collaborare. Harry pensava
il contrario. Era sufficiente capire che Weber detestava le persone impazienti e prolisse. «So che stai
aspettando una risposta» disse Weber. «Non abbiamo trovato tracce di DNA sulla bottiglia, però siamo
riusciti a rilevare un paio di impronte digitali niente male.» «Ottimo. Temevo che potessero essere state
distrutte anche se la bottiglia era in un sacchetto di plastica.» «È una bottiglia di vetro. Se fosse stata di
plastica, il grasso delle impronte sarebbe stato risucchiato dopo tutti questi giorni.»Harry poteva udire in
sottofondo i passi di qualcuno che si muoveva. «Sei ancora nel laboratorio Weber?» «Sì.» «Quando
controllerete quelle impronte nel database?» «Dai tempo al tempo Harry. Non mettermi fretta» borbottò
Weber. «Non voglio assolutamente metterti fretta. Ho tutto il tempo che voglio.» «Domani. Io e i
computer non andiamo tanto d'accordo, e gli esperti sono andati a casa.» «E tu?» «Io voglio confrontare
le impronte con quelle dei possibili candidati alla vecchia maniera. Sogni d'oro, Hole, i tuoi colleghi del
turno di notte sono allerta.» Harry posò il ricevitore, andò in camera da letto e accese il computer. Per un
secondo, la musichetta piena di ottimismo per il futuro della Microsoft, coprì il suono della retorica
americana della vendetta dal soggiorno. Aprì il video della rapina in Kirkeveien. Guardò la registrazione
diverse volte senza alcun risultato concreto. Andò sull'icona della posta elettronica. La clessidra e poi la
comunicazione: "C'è 1 messaggio non letto". Il telefono squillò nuovamente. Prima di sollevare il
ricevitore, Harry guardò l'orologio. «Ciao» disse con tono di voce morbido riservato soltanto a Rakel.
«Arne Albu. Scusa se mi sono permesso di telefonare al tuo numero privato di sera, ma mia moglie me lo
ha dato e ho pensato che sarebbe meglio chiarire questa faccenda adesso, immediatamente. Va bene?»
«Sì, va bene» disse Harry usando il suo tono di voce normale. «Come ho detto, ho parlato con mia
moglie, e né lei né io conosciamo quella donna e non sappiamo neppure come abbia fatto a venire in
possesso di quella fotografia. Ma è stata sviluppata da un fotografo e forse qualcuno che lavoralì ne ha
preso una copia. Inoltre, c'è un sacco di gente che va e viene a casa nostra. Perciò, le spiegazioni sono
molteplici.» «Mm.» Dal tono di voce, Harry capì che Arne Albu aveva perso un po' della calma e
sicurezza di sé che aveva ostentato nel ristorante. E dopo alcuni secondi di silenzio imbarazzante, fu Albu
a riprendere la parola. «Se vuoi parlare ulteriormente di questa faccenda, puoi telefonarmi in ufficio. Da
quello che ho capito, mia moglie ti ha dato il numero di telefono.» «E da quello che ho capito io, non vuoi
essere disturbato durante l'orario di lavoro, Albu?» «Volevo soltanto... mia moglie è stressata da questa
faccenda. Buon Dio, una donna morta con una fotografia in una scarpa! Voglio chiarire questa cosa con
te immediatamente.» «Capisco. Ma la fotografia ritrae tua moglie e i bambini.» «Lei non ne sa niente, ti
ho detto!» E poi aggiunse come se si fosse pentito di aver alzato la voce: «Ti prometto di controllare tutte
le possibilità per capire cosa possa essere successo». «Ti ringrazio per l'offerta, ma mi riservo di parlare
con tutte le persone che ritengo che possano avere qualcosa a che fare con questa storia.» Prima di
continuare, Harry ascoltò il respiro di Albu. «Spero che tu mi capisca.» «Ascoltami bene.» «E temo che
non ci sia spazio per una discussione, Albu. Se c'è qualcosa che voglio sapere, mi metterò in contatto con
te o con tua moglie.» «Aspetta! Tu non capisci. Mia moglie è fuori di sé.» «Hai ragione, non capisco. È
ammalata?» «Ammalata?» disse Albu sorpreso. «No, ma...» «Allora suggerirei di terminare questa
conversazione.» Harry si guardò allo specchio. «Adesso non sto lavorando. Buonanotte, Albu.» Harry
posò il ricevitore e si guardò nuovamente allo specchio. Ora, il vago sorriso malizioso era sparito.
Meschino.Moralista. Malevolo. Le tre M della vendetta. Ma c'era anche qualcos'altro. Qualcosa che non
quadrava, qualcosa che mancava. Controllò il suo volto allo specchio. Forse era soltanto dovuto a come
la luce cadeva sullo specchio. Harry tornò a sedersi al computer pensando che avrebbe dovuto ricordare
di parlare delle tre M ad Aune che collezionava cose simili. Il messaggio e-mail era stato inviato da un
mittente che non conosceva: furie@bolde.com. Harry lo aprì. E fu mentre era seduto davanti al computer
che il gelo lo raggiunse definitivamente. Successe mentre leggeva il messaggio sullo schermo e i peli
della nuca si rizzarono e la pelle si restrinse: Giochiamo a un gioco? Immaginiamo che tu sia stato a cena
da una donna che il giorno dopo viene trovata senza vita. Tu che cosa faresti? C#MN. Il telefono squillò.
Harry sapeva che era Rakel. Lo lasciò suonare.
        *** Capitolo 17. Lacrime arabiche.
        Quando aprì la porta dell'ufficio, Halvorsen rimase sorpreso nel vedere Harry. «Già al lavoro? Sai
che sono solo le...» «Mi sono svegliato presto e non sono riuscito a riaddormentarmi» borbottò Harry che
era seduto al lato corto della scrivania con lo sguardo fisso sullo schermo del computer. «Maledizione
quanto è lento questo computer.» Halvorsen si avvicinò e guardò al di sopra delle spalle di Harry. «È
lento per via della velocità di trasmissione quando si cerca qualcosa su Internet. Al momento hai una
linea normale,ma consolati, presto arriverà la banda larga. Stai cercando un articolo su Dagens
Næringsliv?» «Eh, sì.» «Arne Albu? Hai parlato con Vigdis Albu?» «Sì.» «Che cosa hanno a che fare con
la rapina alla banca?» Harry non si voltò. Non aveva detto che riguardava la rapina alla banca, ma non
aveva neppure detto che si trattava di qualcos'altro, perciò era normale che Halvorsen lo avesse
presupposto. Harry non ebbe bisogno di rispondere perché in quello stesso istante, il volto di Arne Albu
riempì lo schermo davanti a loro. Al di sopra del nodo della cravatta perfetto troneggiava il più largo
sorriso che Harry avesse mai visto. Halvorsen schioccò le labbra e lesse a voce alta: «Trenta milioni di
corone per l'impresa di famiglia. ,Oggi, dopo che la catena di hotel Choice ha rilevato l'intero pacchetto
di azioni della sua società, Arne Albu può versare trenta milioni di corone sul suo conto in banca. Arne
Albu ha dichiarato che il motivo principale per il quale ha venduto la sua società di successo è che vuole
dedicare più tempo alla sua famiglia. "Voglio vedere i miei figli crescere" dice Arne Albu. "La famiglia è
il mio investimento più importante." Harry accese la stampante. «Non vuoi leggere il resto dell'articolo?»
«No. Voglio soltanto la sua fotografia.» «Trenta milioni in banca e adesso ha anche iniziato a rapinare?»
«Ti spiegherò più tardi» disse Harry alzandosi. «Nel frattempo, vorrei che mi spiegassi come si può
identificare il mittente di un'e-mail.» «Il nome del mittente è sulla mail che hai ricevuto.» «E posso
trovarlo sull'elenco telefonico o cosa?» «No, ma puoi vedere da quale server è stato inviato. Lo puoi
vedere dall'indirizzo. E il server sa a quale dei suoi abbonati corrisponde l'indirizzo. E molto semplice.
Hai ricevuto qualche e-mail interessante?»Harry annuì. «Dammi l'indirizzo e te lo troverò in meno di un
secondo» disse Halvorsen. «Sì. Hai mai sentito parlare di un server che si chiama "bolde.com"?» «No,
ma posso controllare. Qual è il resto dell'indirizzo?» Harry esitò un attimo. «Non ricordo» disse. Harry si
fece dare un'auto e attraversò Grønland guidando lentamente. Un vento umido faceva mulinare le foglie
che il sole del giorno prima aveva fatto seccare lungo il bordo dei marciapiedi. La gente camminava con
le mani sprofondate nelle tasche e le teste chine fra le spalle. A Pilestredet, Harry si mise dietro a un tram
e cercò il giornale radio della NRK. Nessun accenno al caso Stine Grette. Si temeva che centomila figli di
rifugiati potessero morire durante il rigido inverno afgano. Un soldato americano era stato ucciso. La
famiglia era stata intervistata. Chiedevano vendetta. La strada per Bislett era stata chiusa a causa di un
incidente. «Sì?» Una sillaba al citofono era stata sufficiente per sentire che Astrid Monsen aveva un forte
raffreddore. «Harry Hole. Grazie per l'ultima volta. Vorrei farti alcune domande. Hai tempo?» Prima di
rispondere, la donna starnutì due volte. «Che domande?» «Preferirei evitare di fartele rimanendo qui in
strada.» Astrid Monsen starnutì altre due volte. «Posso salire?» Poi, udì lo scatto della serratura e spinse
il portone. Quando arrivò sul pianerottolo, Astrid Monsen era ferma con uno scialle sulle spalle e le
braccia incrociate. «Ti ho vista al funerale» disse Harry. «Ho pensato che almeno qualcuno dei vicini
dovesse farlo.» Si sarebbe detto che parlasse usando un megafono.«Mi chiedevo se per caso conosci
queste persone.» Astrid Monsen esitò un attimo e poi prese la fotografia stropicciata. «Chi sono?» «E
quello che vorrei sapere.» La voce di Harry echeggiò nella tromba delle scale. Astrid Monsen fissò la
fotografia a lungo. «Allora?» La donna scosse il capo. «Sei sicura?» Astrid Monsen annuì. «Mm. Sai se
Anna aveva un amico?» «Uno?» Harry respirò profondamente. «Vuoi dire che ne aveva diversi?» «Qui,
le pareti sono sottili. Mi è capitato di sentire qualcuno salire per le scale, se capisci quello che voglio
dire» disse Astrid Monsen scrollando le spalle. «Qualcosa di serio?» «Come faccio a saperlo?» Harry
rimase in attesa. D'improvviso la donna diventò loquace. «Quest'estate, sulla buca delle lettere c'era un
biglietto attaccato vicino al suo nome. Però non so se fosse una cosa seria.» «No?» «Mi è sembrato che
avesse scritto lei quel nome. "Eriksen".» Le sue labbra sottili abbozzarono un sorriso. «Forse lui aveva
dimenticato di dirle il suo nome di battesimo? In ogni caso, una settimana dopo il biglietto non c'era più.»
Harry guardò al di là della ringhiera. La scala era ripida. «Una settimana può essere meglio di nessuna
settimana. Non credi?» «Per alcuni, forse» disse la donna mettendo la mano sulla maniglia della porta.
«Adesso devo andare, ho sentito che è arrivata un'e-mail.»«Non sparisce, no?» Fu sopraffatta da uno
starnuto. «Devo rispondere» mugugnò con gli occhi pieni di lacrime. «E l'autore. Dobbiamo discutere
alcuni punti della traduzione.» «In questo caso, non ti farò perdere tempo» disse Harry. «Vorrei farti
vedere anche questa.» Le porse un foglio. Astrid Monsen lo prese, diede un rapido sguardo all'immagine
e poi fissò Harry sospettosa. «Guarda l'immagine» disse Harry. «Prendi il tuo tempo.» «Non ce n'è
bisogno» disse ridandogli il foglio. Harry impiegò dieci minuti per andare dalla centrale di polizia fino a
Kjølberggata 21 A. Negli anni, l'edificio dalla facciata di mattoni malandata aveva ospitato una conceria,
una tipografia, un fabbro e sicuramente tante altre attività. Ora serviva per ricordare che un tempo a Oslo
c'erano state delle industrie e ospitava il reparto della polizia scientifica. A dispetto dell'impianto elettrico
e degli interni moderni, l'edificio continuava a mantenere il suo carattere di passato industriale. Harry
trovò Weber in uno dei grandi, freddi locali. «Che mi prenda un colpo» disse Harry. «Ne sei sicuro?»
Weber sorrise stancamente. «Le impronte digitali sulla bottiglia sono così chiare che se le avessimo nei
nostri archivi, il computer sarebbe riuscito a confrontarle. Ovviamente, per essere sicuri al cento
percento, avremmo potuto procedere manualmente, ma ci sarebbero volute settimane e non avremmo
ottenuto alcun risultato. Te lo garantisco.» «Spiacente» disse Harry. «Il fatto è che ero sicuro che
l'avremmo preso. Avevo contato sulla possibilità che un uomo di quella forza non avesse mai lasciato
impronte così nette.» «Il fatto che non sia nei nostri registri, significa soltanto che dobbiamo cercare al di
fuori. In ogni caso, adesso abbiamo delle tracce concrete. Le impronte digitali e lefibre di tessuto da
Kirkeveien. Quando troveremo l'uomo, avremo delle prove schiaccianti. Helgesen!» Un giovane che
stava attraversando il locale, si fermò di colpo. «Ho ricevuto quel passamontagna da Akerselva in un
sacchetto di plastica aperto» ringhiò Weber. «Non siamo all'asilo. Mi hai capito?» Helgesen annuì e si
voltò verso Harry alzando gli occhi al soffitto. «Non prendertela» disse Weber nuovamente rivolto a
Harry. «Almeno hai evitato quello che oggi è successo a Ivarsson.» «Ivarsson?» «Non hai sentito quello
che gli è successo?» Harry scosse il capo e Weber scoppiò a ridere soddisfatto, fregandosi le mani.
«Adesso ti racconto una storia divertente.» La versione di Weber assomigliava ai rapporti che scriveva.
Brevi immagini taglienti che descrivevano lo svolgimento dell'azione senza fronzoli o sentimento, con
un tono monotono e senza la minima espressione facciale. Harry non aveva problemi a riempire i vuoti.
Vide davanti a sé come Rune Ivarsson, il capo dell'antifurti e Weber entravano in una delle due stanze per
i visitatori della prigione e udì la porta che si chiudeva alle loro spalle. Entrambe le stanze erano di fianco
alla reception ed erano riservate ai familiari. Lì, un detenuto poteva, durante un breve periodo, rimanere
insieme ai suoi parenti in una stanza che qualcuno aveva cercato di rendere persino un po' accogliente,
arredamento semplice, fiori di plastica e alcuni pallidi acquerelli appesi alle pareti. Quando entrarono,
Raskol si alzò. Sotto a un braccio aveva uno spesso volume e sul tavolo c'era una scacchiera pronta per la
partita. Raskol non disse una parola, ma li fissò con occhi marroni pieni di dolore. Indossava una camicia
bianca fuori dai pantaloni che gli arrivava quasi alle ginocchia.Ivarsson sembrava nervoso e aveva
chiesto ad alta voce allo zingaro di sedersi. Raskol aveva ubbidito sorridendo vagamente. Invece di un
collega più giovane del gruppo investigativo, Ivarsson aveva portato con sé Weber perché credeva che
una vecchia volpe come lui potesse aiutarlo a «far cantare Raskol». Weber si mise a sedere su una sedia
vicino alla porta e aprì un bloc-notes. Ivarsson prese posto davanti al famoso detenuto. «Prego, capo
sezione Ivarsson» disse Raskol indicando la scacchiera con una mano come per invitare il poliziotto a
iniziare la partita. «Siamo venuti per avere informazioni, non per giocare» disse Ivarsson posando sul
tavolo, una accanto all'altra, le fotografie ricavate dal video della rapina in Bogstadveien. «Vogliamo
sapere chi è.» Raskol prese le fotografie una a una e le osservò mugugnando ad alta voce. «Puoi
imprestarmi una penna?» chiese dopo averle studiate tutte. Weber e Ivarsson si scambiarono uno
sguardo. «Prendi la mia» disse Weber porgendogli la sua stilografica. «Preferisco una penna normale»
disse Raskol senza distogliere lo sguardo da Ivarsson. Ivarsson scrollò le spalle, prese una penna dalla
tasca interna e gliela diede. «Per prima cosa vi spiegherò il principio delle ampolle di colore» disse
Raskol mentre smontava la penna di Ivarsson che, per una strana coincidenza, aveva il logo DnB. «Come
ben sapete, quando sono rapinati, gli impiegati di banca cercano di piazzare un'ampolla di colore con il
denaro. Nelle cassette dei Bancomat, le ampolle sono già premontate. Le ampolle di colore sono
collegate a un trasmettitore che viene attivato se le cassette vengono mosse, come per esempio per essere
messe in una borsa. Altre sono attivate quando passano sotto alla porta di entrata diuna banca. Le ampolle
di colore possono avere un microtrasmettitore collegato a una ricevente che fa sì che l'ampolla scoppi
quando arriva a una certa distanza dalla ricevente. Altre esplodono grazie a un dispositivo di ritardo che è
stato attivato in precedenza. L'ampolla può avere un certo numero di forme diverse, ma deve essere
sufficientemente piccola da poter essere nascosta fra le banconote. Alcune sono piccole così.» Raskol
alzò il pollice e l'indice a una distanza di due centimetri l'uno dall'altro. «L'esplosione non costituisce un
pericolo per il rapinatore, ma il suo problema è il colore.» Tolse il refill dalla penna. «Mio nonno
fabbricava inchiostro. Mi ha insegnato che un tempo, quando si voleva ottenere un inchiostro valido, si
usava la gomma arabica. La gomma proviene da un'acacia che viene chiamata "lacrima arabica" perché
quando viene intagliata lascia uscire gocce giallastre grandi così.» Raskol formò un cerchio grande come
una noce con l'indice e il pollice. «La gomma viene usata perché è una sostanza compatta che fa in modo
che l'inchiostro non scorra via. Inoltre, mantiene i sali minerali scorrevoli. A parte questo è necessario
usare un solvente. Un tempo si preferiva l'acqua piovana o il vino bianco. O l'aceto. Il nonno mi diceva
che si usa aceto quando si scrive a un nemico e vino quando si scrive a un amico.» Ivarsson si schiarì la
gola, ma Raskol continuò imperterrito. «Inizialmente l'inchiostro non era visibile. Lo diventava soltanto
quando toccava la carta. Le ampolle di colore contengono una polvere rossa che ha una reazione chimica
quando viene a contatto con la carta delle banconote e che non può essere eliminata. Il denaro rimane per
sempre denaro rubato.» «So come funziona un'ampolla di colore» disse Ivarsson. «Quello che voglio
sapere è...» «Pazienza, caro capo sezione. L'aspetto affascinante diquesta tecnica è che è incredibilmente
semplice. Così semplice che riuscirei a fare un'ampolla simile io stesso, a piazzarla in qualsiasi posto e a
farla esplodere a una certa distanza dal destinatario. Tutto quello che mi servirebbe potrebbe essere
contenuto in una vaschetta per il cibo.» Weber aveva smesso di scrivere. «Ma il principio delle ampolle
di colore non è nella tecnica, caro capo sezione Ivarsson. Il principio è nella reazione stessa.» Il volto di
Raskol fu illuminato da un grande sorriso. «Il colore si attacca anche ai vestiti e alla pelle del rapinatore.
E il colore è così forte che se si sparge sulle mani non si può eliminare lavandosi. Ponzio Pilato e Giuda,
non è così. L'angoscia del giudice. La punizione dell'informatore.» Raskol lasciò cadere il refill della
penna sul pavimento dietro al tavolo, e mentre si chinava per prenderlo, Ivarsson fece cenno a Weber di
passargli il bloc-notes. «Voglio che tu scriva il nome della persona nelle fotografie» disse Ivarsson
posando il bloc-notes sul tavolo. «Come ho già detto, non siamo qui per giocare.» «Niente giochi, no»
disse Raskol, rimettendo il refill nella penna. «Ti ho promesso che ti avrei detto il nome dell'uomo che ha
preso il denaro, non è così?» «Sì, quello era il nostro accordo» sbuffò Ivarsson chinandosi in avanti sul
tavolo mentre Raskol scriveva. «Noi xoraxaner sappiamo che cosa significa un accordo» disse. «Adesso
sto scrivendo non soltanto il suo nome, ma anche quello della prostituta dalla quale va sempre, e la
persona che ha contattato per rompere le ginocchia di un giovane che recentemente ha infranto il cuore di
sua figlia. Per altro, la persona in questione non ha accettato di fare quel lavoretto.» «Ottimo» disse
Ivarsson volgendosi rapidamente verso Weber con un sogghigno eccitato. «Ecco» esclamò Raskol
porgendogli il bloc-notes e la penna. Ivarsson si affrettò a leggere. Il sogghigno eccitato sparì.«Ma»
balbettò. «Helge Klementsen è il direttore dell'agenzia.» Un pensiero lo colse d'improvviso. «E coinvolto
nella rapina?» «Nel modo più totale» disse Raskol. «È stato lui a prendere il denaro, non è così?» «E lo ha
messo nella borsa del rapinatore» mormorò Weber dalla porta. L'espressione del volto di Ivarsson
cambiò lentamente da una di sorpresa a una di ira. «Che idiozie stai dicendo? Avevi promesso di
aiutarmi.» Raskol studiò l'unghia appuntita del suo mignolo destro. Poi annuì con espressione seria e si
chinò in avanti sul tavolo e fece cenno a Ivarsson di avvicinarsi. «Hai ragione» bisbigliò. «Eccoti l'aiuto.
Impara che così è la vita. Siediti e studia tuo figlio. Non è facile cercare quello che si è perso, ma è
possibile» concluse dando un colpetto sulla spalla a Ivarsson, poi si appoggiò allo schienale della sedia e
incrociò le braccia. «Adesso fai la tua mossa, capo sezione.» Mentre percorreva insieme a Weber i
trecento metri di corridoio sotterraneo, Ivarsson schiumava di rabbia. «Mi sono fidato di uno di quelli che
hanno inventato la menzogna!» sibilò. «Mi sono fidato di un bastardo di zingaro!» L'eco delle sue parole
rimbalzava sui muri. Weber camminava rapidamente, voleva uscire il più presto possibile da quel
corridoio freddo e umido. Il corridoio veniva usato per portare i prigionieri alla centrale di polizia per gli
interrogatori, e correvano molte voci su quello che era successo laggiù. Ivarsson strinse la giacca intorno
al corpo. «Promettimi una cosa, Weber. Non una parola sull'accaduto. Okay?» Avevano appena
raggiunto la parte del corridoio dove le pareti erano dipinte di arancione e Weber stava per rispondere sì
alla domanda di Ivarsson. Ma in quello stesso momento, udì un'esplosione. Ivarsson lanciò un urlo
pienodi terrore e cadde in ginocchio in una pozza d'acqua e portò una mano al petto. Weber fissò il
tunnel, prima da una parte e poi dall'altra. Non c'era nessuno. Poi Ivarsson fissò sconvolto la sua mano di
colore rosso. «Sanguino» disse con un gemito. «Sto morendo.» Weber vide che gli occhi di Ivarsson
sembravano voler uscire dalle orbite. «Che cosa c'è?» chiese Ivarsson con voce piena di ansia quando
vide l'espressione divertita di Weber. «Credo che i tuoi abiti abbiano bisogno di un lavaggio a secco»
disse Weber. Ivarsson abbassò lo sguardo. Il colore rosso si era sparso sulla sua camicia e su parte della
giacca verde chiaro. «E soltanto inchiostro rosso» continuò Weber. Ivarsson mise la mano in tasca e
prese i resti della penna della DnB. La microesplosione l'aveva spezzata in due. Rimase seduto con gli
occhi chiusi finché il suo respiro non tornò normale. Poi aprì gli occhi e fissò Weber. «Sai qual è stato il
più grande sbaglio di Hitler?» disse alzando la mano pulita. Weber la prese e lo aiutò a rialzarsi in piedi.
Ivarsson guardò verso la stanza da cui erano usciti. «Di non aver fatto piazza pulita degli zingari.» «Non
una parola sull'accaduto» disse Weber imitando Ivarsson e ridendo. «Poi è andato direttamente in garage,
ha preso la sua auto ed è andato a casa. L'inchiostro rimarrà sulla sua pelle per almeno tre giorni.» Harry
scosse il capo incredulo. «E che cosa avete fatto con Raskol?» «Ivarsson ha detto che lo farà mettere in
isolamento» rispose Weber scrollando il capo. «Personalmente non credo che avrà effetto. Quell'uomo è
diverso. Avete altro a parte quelle impronte digitali?» Harry scosse il capo. «Quella ragazza è speciale»
disse Weber. «Mi ricorda suo padre. Farà strada.»«Ne sono certo. Conoscevi suo padre?» Weber annuì.
«Un uomo in gamba. Leale. Peccato che sia successo quello che è successo.» «Strano che un poliziotto
con una tale esperienza abbia fatto un simile errore.» «Io non credo che abbia commesso un errore» disse
Weber versando il fondo della tazza di caffè nel lavandino. «Come?» Weber borbottò qualcosa. «Che
cosa hai detto, Weber?» «Niente» rispose. «Deve aver avuto un motivo, è tutto quello che posso dire.» «È
possibile che bold.com sia un server» disse Halvorsen. «Dico soltanto che non è registrato da nessuna
parte. Ma può essere, per esempio, in una cantina a Kiev e avere degli utenti anonimi che si scambiano un
particolare tipo di pornografia. Noi poveri mortali non riusciremo mai a trovare quelli che non vogliono
farsi vedere in questa giungla. Devi trovare un cane da punta, un vero specialista.» Qualcuno bussò alla
porta con un tocco così leggero che Harry non riuscì a udirlo, ma Halvorsen disse: «Avanti». La porta si
aprì cautamente. «Ciao» disse Halvorsen sorridendo. «Beate, non è così?» La donna annuì e spostò
subito lo sguardo su Harry. «Ho cercato di telefonarti. Ho trovato il numero del tuo cellulare sulla lista.»
«Harry ha perso il suo cellulare» disse Halvorsen alzandosi. «Siediti. Vuoi assaggiare il famoso
Espresso-Halvorsen?» «Grazie, ma c'è qualcosa che devo far vedere a Harry nella House of Pain. Hai
tempo?» «Ho tutto il tempo del mondo» disse Harry appoggiandosi allo schienale della sedia. «Weber
aveva soltanto cattive notizie. Nessuna impronta che corrisponda. E Raskol ha fregato Ivarsson a dovere,
oggi.»«E la chiami una cattiva notizia?» disse Beate mettendosi immediatamente una mano sulla bocca
arrossendo. Harry e Halvorsen si misero a ridere. «Spero che tornerai a prendere un caffè Beate» disse
Halvorsen prima che la collega uscisse insieme a Harry. Ma non ebbe risposta, soltanto uno sguardo
perplesso da parte di Harry, e rimase immobile al centro della stanza pieno d'imbarazzo. In un angolo
della House of Pain, Harry vide una coperta piegata sul divano a due posti dell'IKEA. «Hai dormito qui
questa notte?» «Non molto» rispose Beate sedendosi davanti allo schermo. «Guarda lo Speditore e Stine
Grette su questa immagine.» Beate indicò l'immagine fissa del rapinatore e di Stine Grette che si chinava
verso di lui. Harry sentì un brivido lungo la schiena. «C'è qualcosa di particolare in questa immagine»
disse Beate. «Non trovi?» Harry guardò il rapinatore. E poi Stine Grette. E capì che era stata
quell'immagine a spingerlo a rivedere il video decine di volte, alla ricerca di qualcosa che era stata
sempre lì, ma che aveva continuato a sfuggirgli. E continuava a farlo. «Che cos'è?» chiese. «Che cosa
riesci a vedere che io non vedo?» «Fai un tentativo.» «L'ho già fatto.» «Fissa l'immagine nella tua retina,
chiudi gli occhi e prova.» «Seriamente, non...» «Forza, Harry» disse Beate sorridendo. «Questo è quello
che si chiama indagare, no?» Harry la fissò leggermente sorpreso. Poi scrollò le spalle e fece quello che
gli aveva detto. «Che cosa vedi, Harry?»«L'interno delle mie palpebre.» «Cerca di concentrati. Cosa c'è
di strano?» «E qualcosa fra lui e lei. Qualcosa nel loro modo di stare.» «Bene. Che cosa c'è nel loro modo
di stare?» «Stanno, non so, ma sembra strano.» «Che cosa sembra strano?» Harry provò la stessa
sensazione di impotenza che aveva provato a casa di Vigdis Albu. Fissò Stine Grette chinata in avanti.
Come per sentire meglio le parole del rapinatore. E vide l'uomo fissare attraverso i buchi nel
passamontagna dritto negli occhi della donna che avrebbe ucciso dopo pochi secondi. Che cosa pensava?
Che cosa pensava Stine Grette? Stava cercando di capire in quell'attimo chi fosse l'uomo dietro al
passamontagna? «Che cosa c'è di strano?» ripetè Beate. «Sono... sono...» Il fucile in mano, il dito sul
grilletto. Tutte le persone intorno a loro sono di marmo. Stine Grette apre la bocca. Il rapinatore vede i
suoi occhi al di sopra del mirino. «Che cosa c'è di strano?» «Sono troppo vicini l'uno all'altra.» «Bravo,
Harry!» Harry riaprì gli occhi. Frammenti simili a un'ameba danzavano nel suo campo visivo. «Bravo?»
mormorò. «Che cosa vuoi dire?» «Sei riuscito a trasformare in parole quello che vedevamo da sempre. È
esatto, Harry, sono troppo vicini l'uno all'altra.» «Sì, ho sentito di averlo detto. Ma troppo vicini in
relazione a cosa?» «In relazione a quanto stanno vicine due persone che non si sono mai incontrate
prima.» «E?» «Hai sentito parlare di Edward Hall?» «Non direttamente.» «L'antropologo. È stato il
primo a dimostrare il legamefra la distanza che le persone mantengono quando si parlano e la relazione
che hanno. E una tesi abbastanza interessante.» «Vai avanti.» «La distanza sociale fra persone che non si
conoscono è da uno a tre metri. È la distanza che si vuole mantenere se la situazione lo permette, pensa
alle code alle fermate degli autobus o agli orinatoi. A Tokyo hanno pensato che fosse confortevole essere
più vicini l'uno all'altro, ma le variazioni fra le diverse culture sono veramente molto piccole.» «Ma non
poteva certo bisbigliare a Stine da più di un metro di distanza.» «No, ma sarebbe riuscito a farlo da quella
che viene chiamata la distanza personale che va da un metro a quarantacinque centimetri. E la distanza
che la gente mantiene con gli amici e con i cosiddetti conoscenti. Ma come puoi vedere, il rapinatore e
Stine Grette infrangono quei limiti. Ho misurato la distanza, è di venti centimetri. Questo significa
chiaramente che hanno una relazione intima. E il massimo della vicinanza che si può mantenere per
riuscire a focalizzare il volto dell'altra persona e per evitare di sentire il rispettivo odore e calore
corporeo. E la distanza che è riservata alla persona che si ama o ai familiari più stretti.» «Sono
impressionato dalla tua conoscenza, ma questi due esseri umani si trovano in una situazione
estremamente drammatica.» «Sì, ed è proprio per questo che è così affascinante» disse Beate eccitata
afferrando i braccioli della sedia per non scattare in piedi. «Le persone infrangono i limiti descritti da
Edward Hall soltanto quando sono costrette a farlo. E Stine Grette e il rapinatore non sono costretti a
farlo.» Harry si passò una mano sul mento. «Okay, sviluppiamo ulteriormente questo pensiero.» «Io
credo che il rapinatore e Stine Grette si conoscessero» disse Beate. «Bene.» «Bene, bene.» Harry si
chinò, mise le mani sul volto eparlò fra le dita. «Dunque, Stine conosce un professionista di rapine alle
banche che porta a termine una rapina perfetta e poi le spara. Tu sai dove questo ragionamento ci porta,
non è così?» Beate annuì. «Vedrò quello che riuscirò a trovare su Stine Grette. Adesso. Subito.» «Bene. E
poi faremo una chiacchierata con uno che è stato molto vicino alla sua distanza intima.»
         *** Capitolo 18. Una bella giornata.
         «Questo posto mi fa venire i brividi» disse Beate. «Qui c'era un paziente famoso che si chiamava
Arnold Juklerød» spiegò Harry. «Ha detto che questo era il cervello dell'animale psichiatrico malato.
Dunque, non hai trovato niente su Stine Grette?» «Niente. Fedina penale immacolata e il suo conto in
banca non indica problemi economici. Non usava particolarmente spesso la carta di credito, né in negozi
di abbigliamento, né nei ristoranti. Nessun pagamento all'ippodromo o altre tracce di gioco d'azzardo. La
spesa più stravagante che sono riuscita a trovare è stato un viaggio a San Paolo l'estate scorsa.» «E suo
marito?» «Stessa cosa. Cittadino solido e privo di fantasia.» Passarono sotto al portale dell'ospedale
Gaustad e arrivarono in uno spazio aperto fra i grandi edifici di mattoni rossi. «Ricorda una prigione»
disse Beate. «Heinrich Schirmer» disse Harry. «Un architetto tedesco del 1800. Lo stesso che ha
disegnato Botsen.» Un infermiere venne a prenderli alla reception. Aveva tinto i capelli di nero e si
sarebbe detto un membro di unarock band o uno che aveva lavorato nel design. Cosa che aveva
veramente fatto. «In generale, Grette non ha fatto altro che rimanere seduto con lo sguardo fisso fuori
dalla finestra» disse mentre percorrevano il corridoio che portava al Reparto G2. «E in grado di parlare?»
chiese Harry. «Sì, può parlare» disse l'infermiere che aveva pagato seicento corone per fare in modo che
i capelli sembrassero spettinati e ora aveva spostato una delle ciocche della frangia, e fissò Harry
attraverso le lenti degli occhiali con la montatura nera, che lo faceva sembrare fasullo in modo così
preciso che quelli che se ne rendevano conto, si rendevano anche conto che non era fasullo ma originale.
«Il mio collega vuole sapere se Grette sta abbastanza bene da potergli parlare di sua moglie» disse Beate.
«Dovete fare una prova» rispose l'infermiere rimettendo la ciocca di capelli al di sopra degli occhiali. «Se
diventa nuovamente psicotico, significa che non è pronto.» Harry non chiese come avrebbero potuto
capire quando una persona diventa psicotica. Arrivarono in fondo al corridoio e l'infermiere aprì una
porta al centro della quale c'era uno spioncino. «Deve rimanere chiuso a chiave?» chiese Beate
guardandosi intorno nella stanza dalle pareti bianche. «No» disse l'infermiere senza dare ulteriori
spiegazioni e indicando la schiena solitaria di un uomo con indosso un accappatoio, seduto vicino alla
finestra. «Sono nella stanza di guardia a sinistra del corridoio, fatemi un cenno quando ve ne andate.» Si
avvicinarono all'uomo. Teneva lo sguardo fisso fuori dalla finestra, e la sola cosa che si muoveva era la
sua mano destra che portava lentamente una penna su un blocco da disegno con un movimento
spasmodico e meccanico come fosse la mano di un robot. «Trond Grette?» chiese Harry. Non riconobbe
la persona che si era girata. Grette si era rasato completamente i capelli, il suo volto era più magro ei suoi
occhi non avevano più l'espressione folle di quella sera al campo da tennis. Adesso, aveva uno sguardo
calmo e distante che guardava dritto alle loro spalle. Harry aveva già visto quello sguardo. Era quello che
avevano i detenuti le prime settimane dopo essere stati rinchiusi in una cella per scontare la loro
condanna. E, istintivamente, Harry sapeva quello che l'uomo seduto sulla sedia stava facendo. Stava
scontando una condanna. «Siamo della polizia» disse Harry. Grette focalizzò lo sguardo sui due. «Si
tratta della rapina alla banca e di tua moglie.» Grette socchiuse gli occhi, come se fosse costretto a
concentrarsi per comprendere le parole di Harry. «Vogliamo sapere se possiamo farti alcune domande»
disse Beate ad alta voce. . Grette annuì lentamente. Beate avvicinò una sedia e si mise a sedere. «Puoi
parlarci di tua moglie?» chiese. «Parlare di mia moglie?» la sua voce cigolò come una porta che ha
bisogno di essere oliata. «Sì» disse Beate con un leggero sorriso. «Vorremmo sapere chi era Stine. Che
cosa faceva. Che cosa le piaceva. Che piani avevate. Cose simili.» «Cose simili?» Grette fissò Beate. Poi
posò la penna. «Dovevamo avere bambini. Quelli erano i piani. Stine sperava di avere dei gemelli. Due
più due, diceva sempre. Due più due. Stavamo per iniziare. Proprio adesso.» Gli occhi dell'uomo si
riempirono di lacrime. «Proprio adesso?» «Oggi, credo. O domani. Che giorno è oggi?» «Il diciassette»
disse Harry. «Eravate sposati da tempo, non è così?» «Dieci anni» rispose Grette. «E se non avessero
voluto giocare a tennis non me la sarei presa. Non si può pretendere che ai propri figli piaccia quello che
piace a noi. Forse avrebbero preferito andare a cavallo? Andare a cavallo è bello.»«Che tipo era Stine?»
«Dieci anni» ripetè Grette e si volse nuovamente verso la finestra. «Ci siamo incontrati nel 1988. Io
avevo appena iniziato il Politecnico e Stine faceva l'ultimo anno al liceo Nissen. Era la più bella ragazza
che avessi mai visto. Questa frase di solito si dice soltanto, la più bella è sempre quella che non abbiamo
potuto avere e che forse abbiamo dimenticato. Ma con Stine era vero. E io non ho mai smesso di pensare
che fosse la più bella. Un mese dopo, siamo andati ad abitare insieme e per tre anni siamo stati insieme
giorno e notte. Eppure, quando ha detto sì, non riuscivo a crederci. Non è strano? Quando si ama una
persona così intensamente, è incomprensibile che quella persona possa amarci. Dovrebbe essere il
contrario, non è così?» Una lacrima sul bracciolo della sedia. «Stine era gentile. Non sono molti quelli
che apprezzano quella qualità oggi. Era affidabile, fedele e sempre allegra. E coraggiosa. Quando
credeva di aver sentito un rumore nel soggiorno e io dormivo, andava a controllare da sola. Io le dicevo
che doveva svegliarmi perché prima o poi si sarebbe veramente trovata di fronte a un ladro. Ma lei si
metteva a ridere e diceva "allora lo inviterei a mangiare delle cialde e l'odore delle cialde ti sveglierebbe,
lo fa sempre". Sì, l'odore delle cialde mi avrebbe svegliato.» Grette respirava a fatica dal naso. Il vento
faceva ondeggiare i rami nudi delle betulle. «Avresti dovuto preparare delle cialde» sussurrò. Cercò di
ridere, ma il suono era quello del pianto. «Che tipo di amici aveva?» chiese Beate. Grette non aveva finito
di ridere e fu costretta a ripetere la domanda. «Le piaceva stare sola» disse Grette. «Forse perché era
figlia unica. Aveva un buon rapporto con i suoi genitori. E poi aveva me e io avevo lei. Era tutto quello di
cui avevamo bisogno.» «Può avere avuto contatti con altre persone senza che tu lo sapessi?» tentò
Beate.«Che cosa vuoi dire?» chiese Grette fissandola. Beate arrossì immediatamente e cercò di sorridere.
«Voglio dire che tua moglie non doveva necessariamente raccontare tutte le volte che incontrava e
parlava con persone diverse.» «Perché no? Che cosa stai cercando di dire?» Beate deglutì e scambiò uno
sguardo con Harry che prese la parola. «Quando indaghiamo su una rapina in banca, dobbiamo
controllare diverse possibilità, indipendentemente da quanto incredibili possano sembrare. E una di
queste è che uno degli impiegati della banca possa essere stato un complice del rapinatore. Alle volte
capita che il rapinatore si procuri un collaboratore interno, sia per la pianificazione della rapina sia per
l'esecuzione stessa. Per esempio, è possibile che il rapinatore sapesse quando il Bancomat veniva
rifornito.» Harry studiò il volto di Grette per capire come avesse preso le sue parole. Ma il suo sguardo
indicava che li aveva lasciati nuovamente. «Abbiamo parlato di questa cosa con tutti gli altri impiegati»
mentì. Una cornacchia si posò sul ramo di una betulla e gracchiò. Sola, triste. Grette annuì. Dapprima
lentamente, poi più rapidamente. «Ah» disse. «Capisco. Voi credete che è per questo che ha sparato a
Stine. Credete che conoscesse il rapinatore. E quando lei non gli era più utile le ha sparato per cancellare
tutti i possibili legami. Non è così?» «Si tratta unicamente di una possibilità teorica» disse Harry. Grette
scosse il capo e si mise a ridere nuovamente, una risata vuota, cattiva. «È chiaro che non conoscevate la
mia Stine. Non avrebbe mai potuto fare una cosa simile. E perché mai avrebbe dovuto farlo? Se fosse
vissuta più a lungo, sarebbe diventata milionaria.» «Eh?» «Suo nonno, Walle Bødtker, ha ottantacinque
anni e possiedetre case nel centro. Quest'estate gli è stato diagnosticato un cancro ai polmoni e da allora è
peggiorato. I suoi nipoti avrebbero ereditato una casa ciascuno.» «Chi erediterà la casa destinata a
Stine?» chiese Harry automaticamente. «Gli altri nipoti» la voce di Grette era piena di rancore. «E
adesso, suppongo che controllerete se hanno un alibi.» «Non credi che dovremmo farlo?» chiese Harry.
Grette stava per rispondere, ma cambiò idea quando incrociò lo sguardo di Harry. Invece, si morse il
labbro inferiore. «Spiacente» disse, passandosi una mano sulla testa. «Naturalmente dovrei esservi grato
per tutto quello che state facendo. Ma è soltanto che tutto mi sembra così insensato. Perché anche se lo
catturerete non potrò essere risarcito per quello che mi ha fatto. Neppure la pena di morte potrebbe farlo.
Perché perdere la vita non è la cosa peggiore che può capitare a un essere umano.» Harry sapeva già quale
sarebbe stata la conclusione. «La cosa peggiore è perdere la persona per la quale si vive.» «Sì» disse
Harry alzandosi. «Ecco il mio biglietto da visita. Se ti viene in mente qualcosa, telefonami. Puoi anche
chiedere di Beate Lønn.» Grette si era girato verso la finestra senza prendere il biglietto da visita. Harry
lo posò sul tavolo. Fuori era ormai buio e il vetro della finestra rifletteva il busto di quello che si sarebbe
detto un fantasma. «Credo di averlo visto» disse Grette. «Tutti i venerdì, dopo il lavoro vado direttamente
a giocare a squash in Sporveisgata. Quel venerdì non avevo trovato un partner, così sono andato in
palestra. Ho fatto un po' di cyclette, sollevamento pesi e cose simili. Ma quella palestra è sempre affollata
e bisogna fare la coda per usare gli attrezzi.» «Lo so» disse Harry. «Ero lì quando Stine è stata uccisa a
trecento metri dalla banca. Mentre facevo la doccia, ho pensato a quello che avrei preparato per cena una
volta a casa. Il venerdì cucinavosempre io. Mi piaceva aspettarla. Mi piaceva. A molti uomini non piace
cucinare.» «Hai detto che lo hai visto?» chiese Beate. «Ho visto una persona entrare nello spogliatoio.
Indossava qualcosa di nero molto grande. Una tuta o qualcosa di simile.» «E un passamontagna?» Grette
scosse il capo. «Un berretto, forse?» chiese Harry. «Aveva qualcosa in mano. Poteva essere un
passamontagna. O un berretto.» «Hai notato la sua...» iniziò Harry, ma Beate lo interruppe. «La sua
altezza?» «Non saprei» disse Grette. «Normale direi. Qual è un'altezza normale? Un metro e ottanta?»
«Perché non lo hai detto prima?» chiese Harry. «Perché?» disse Grette posando una mano sul vetro della
finestra. «Perché è soltanto una sensazione. Non sono sicuro che fosse davvero lui.» «Come puoi esserne
sicuro?» chiese Harry. «Perché due vostri colleghi sono stati qui alcuni giorni fa. Hanno lo stesso
cognome, Li.» Si volse verso Harry. «Sono parenti?» «No, che cosa volevano?» Grette tolse la mano dal
vetro. L'umidità si era formata intorno all'impronta della mano. «Stavano controllando se Stine potesse
essere stata complice del rapinatore. E mi hanno fatto vedere delle fotografie della rapina.» «E?» «Nelle
fotografie, la tuta era nera e non aveva alcun marchio. Sulla schiena di quella che ho visto nella palestra
c'era una scritta a grandi lettere bianche.» «Che scritta?» chiese Beate. «Polizia» disse Grette cancellando
l'impronta sul vetro. «Dopo, quando sono arrivato in strada, ho sentito le sirenedelle auto della polizia a
Majorstua. La prima cosa che ho pensato è stata che era strano che i ladri riuscissero a fuggire quando
c'era tanta polizia dappertutto.» «Perché lo hai pensato proprio in quel momento?» «Non so. Forse perché
mi avevano rubato la racchetta da squash nello spogliatoio. Subito dopo, ho pensato che forse la banca di
Stine aveva subito una rapina. Sono cose che si pensano quando si lascia che il cervello fantastichi
liberamente, non è così? Poi sono andato a casa e ho preparato le lasagne. Stine adorava le lasagne.»
Grette abbozzò un sorriso. Poi, i suoi occhi si riempirono di lacrime. Harry abbassò lo sguardo e lesse
quello che Beate aveva scritto su un biglietto. Voleva evitare di vedere una persona adulta piangere.
«Abbiamo visto che hai fatto un prelievo consistente dal tuo conto negli ultimi sei mesi.» Beate aveva
parlato con tono di voce duro, metallico. «Trentamila corone a San Paolo. Per cosa le hai usate?» Harry
alzò lo sguardo sorpreso. La domanda sembrava non averlo turbato. Grette sorrise fra le lacrime. «Stine e
io celebravamo il decimo anniversario del nostro matrimonio. Stine aveva delle vacanze arretrate da
prendere ed è partita una settimana prima di me. Non eravamo mai stati lontani l'uno dall'altra così a
lungo.» «Ho chiesto per cosa avete usato trentamila corone in valuta brasiliana» ripetè Beate. «E una
cosa privata» disse Grette guardando fuori dalla finestra. «Ma si tratta di un omicidio.» L'uomo si voltò
verso Beate e la fissò a lungo. «Tu non sei mai stata amata da qualcuno, non è così?» Il viso di Beate si
rabbuiò. «I gioielli tedeschi che si possono comprare a San Paolo sono considerati i migliori del mondo»
disse Grette. «Ho comprato l'anello di diamanti che Stine portava quando è stata uccisa.»Due infermieri
vennero a prenderlo. Era l'ora del pranzo. Harry e Beate rimasero fuori dalla porta seguendolo con lo
sguardo mentre aspettavano che l'infermiere venisse per accompagnarli all'uscita. «Mi dispiace» disse
Beate. «Sono stata stupida io.» «È okay» disse Harry. «Controlliamo sempre le finanze delle persone
sospette quando si tratta di una rapina, ma qui non avrei dovuto.» «Ti ho detto che è okay, Beate. Non
chiedere scusa per aver fatto una domanda, ma per non averla fatta.» L'infermiere arrivò e li accompagnò
all'uscita. «Per quanto tempo rimarrà qui?» chiese Harry. «Sarà portato a casa mercoledì» disse
l'infermiere. Nell'auto, prima di arrivare in centro, Harry chiese a Beate perché il personale degli ospedali
diceva sempre che i pazienti venivano "portati a casa". Intendevano "trasportati", o cosa? E i pazienti
decidevano da soli se volevano tornare a casa o da qualche altra parte, non era così? Allora perché non
dicevano «andranno a casa»? Oppure, «sono stati dimessi»? Beate non aveva alcuna opinione, e Harry
guardò fuori dal finestrino e si disse che aveva iniziato a parlare come un vecchio, un vecchio scontroso.
Prima era soltanto scontroso. «Ha cambiato pettinatura» disse Beate. «E adesso porta gli occhiali.»
«Chi?» «L'infermiere.» «Ah. Non mi è sembrato che vi conosceste.» «Infatti, non ci conosciamo. Una
volta, l'ho visto sulla spiaggia di Huk. E all'Eldorado. E in Stortingsgata. Sì, credo che fosse proprio
Stortingsgata. Deve essere stato almeno cinque anni fa.» «Non sapevo che fosse il tuo tipo» disse Harry
fissandola. «Non lo è.» «Ah. Dimenticavo quella tua lesione al cervello.» «Oslo è una città piccola» disse
Beate sorridendo.«Davvero? Quante volte mi hai visto prima di iniziare a lavorare alla centrale?» «Una
volta. Sei anni fa.» «Dove?» «In TV. Avevi appena risolto quel caso a Sidney.» «E ti ho fatto una buona
impressione?» «Ricordo soltanto di essermi irritata perché ti presentavano.» «Perché?» «L'assassino non
è mai stato processato perché tu gli hai sparato e lo hai ucciso.» Harry chiuse gli occhi e pensò al piacere
della prima boccata della prossima sigaretta e mise la mano in tasca per controllare se aveva il pacchetto.
Poi prese un foglio di carta piegato e lo porse a Beate. «Che cos'è?» chiese Beate. «Il foglio sul quale
Grette stava scrivendo.» «Una bella giornata» lesse Beate. «Lo ha scritto tredici volte. Ricorda un po'
Shining, non trovi?» «Shining?» «Il film di Stanley Kubrik» disse Harry fissandola per un attimo.
«Quello dove Jack Nicholson è seduto in un albergo e scrive la stessa frase in continuazione.» «I film
dell'orrore non mi piacciono» disse Beate sottovoce. Harry si voltò verso di lei. Stava per dire qualcosa
ma decise di non farlo. «Dove abiti?» chiese Beate. «A Bislett.» «È sulla strada.» «Sulla strada per
dove?» «Oppsal.» «Ah sì? Dove a Oppsal?» «Vestlandsveien. Vicino alla stazione. Sai dove si trova
Jørnsløkkveien?» «Sì, all'angolo c'è una grande casa gialla di legno.»«Esatto. È lì che abito. Al secondo
piano. Mia madre abitava al primo piano. Sono cresciuta lì.» «Anch'io sono cresciuto a Oppsal» disse
Harry. «Forse abbiamo dei conoscenti in comune?» «Forse» sussurrò Beate guardando fuori dal
finestrino. «È probabile» continuò Harry. Nessuno dei due disse più nulla. Arrivò la sera e il vento
aumentò di intensità. Harry tossì. Si infilò uno spesso maglione che sua madre aveva fatto a mano per suo
padre, e che glielo aveva dato come regalo di Natale l'anno dopo la morte della donna. Che gesto strano,
pensò Harry. Preparò un piatto di pasta e polpette di carne come secondo. Dopo cena, telefonò a Rakel e
le parlò della casa in cui era cresciuto. , Rakel parlò pochissimo, ma Harry capì che le piaceva ascoltarlo
mentre descriveva la sua stanza. I giochi e la piccola scrivania. Il modo in cui fantasticava fissando il
disegno della carta da parati creando storie che sembravano scritte in codice. E quel cassetto della
scrivania che Harry e sua madre avevano deciso insieme che era soltanto suo e che lei non avrebbe mai
aperto. «In quel cassetto tenevo le figurine dei calciatori» disse Harry. «E l'autografo di Tom Lund. E una
lettera di Sølvi, una ragazza che avevo incontrato un'estate ad Åndalsnes. E più tardi il primo pacchetto di
sigarette. E poi quello dei preservativi. È rimasto chiuso fin oltre la data di scadenza. E quando io e mia
sorella li abbiamo presi e ci abbiamo soffiato dentro, si sono rotti.» Rakel si mise a ridere. Harry continuò
a raccontare per sentire ancora la sua risata. Terminata la conversazione, Harry iniziò a camminare per la
stanza, irrequieto. Il telegiornale sembrava una replica di quello della sera prima. Andò nella camera da
letto e accese il computer e vide che aveva ricevuto un'altra e-mail. Quando vide il nome del mittente, il
suo cuore accelerò i battiti.Ciao Harry, il gioco è iniziato. L'autopsia ha stabilito che tu eri sul posto
quando è morta. E per questo che lo tieni per te? Sicuramente non è una mossa stupida. Anche se sembra
un suicidio, ci sono un bel po' di cose che non quadrano, non è vero? A te la prossima mossa. C#MN. Un
colpo lo fece sobbalzare e poi si rese conto di aver battuto il palmo della mano sulla scrivania. Si guardò
intorno nella stanza buia. Era infuriato e aveva paura, ma la cosa più frustrante era la sensazione che
l'autore delle e-mail fosse così vicino. Harry allungò il braccio e posò il palmo della mano sullo schermo.
Il vetro raffreddò la pelle, ma sentiva il calore, come quello di un corpo che cresceva all'interno della
macchina.
         *** Capitolo 19. LE SCARPE SUL CAVO.
         Elmer si affrettò lungo Grønlandsleiret, sorridendo rapidamente ai clienti e ai commessi dei
negozi vicini. Era irritato con se stesso, per essere rimasto senza monete per il resto ed essere stato
costretto ad appendere alla porta del chiosco un cartello con la scritta TORNO SUBITO per correre in
banca. Aprì la porta, entrò e pronunciò il suo solito «Buongiorno». Andò immediatamente al distributore
automatico dei numeri di coda. Nessuno gli rispose, ma ci era abituato, in quella banca tutti gli impiegati
erano norvegesi bianchi. Un addetto stava riparando il Bancomat e gli unici due altri clienti guardavano
fuori dalla finestra. C'era una strana calma. Era successo qualcosa lì fuori che non aveva notato?«Venti»
disse una voce di donna. Elmer guardò il numero del suo biglietto. C'era scritto cinquantuno, ma siccome
tutti gli sportelli erano liberi, andò a quello dal quale era arrivata la voce. «Buongiorno, cara Cathrine»
disse continuando a fissare la finestra incuriosito. «Cinque rotoli da cinque corone e cinque da una.»
«Ventuno.» Elmer si volse sorpreso verso la donna e solo allora notò l'uomo che le era di fianco. A prima
vista Elmer credette che l'uomo fosse un nero, ma poi vide che portava il passamontagna. La canna del
fucile AG3 che teneva in mano si mosse dalla donna e si fermò davanti a Elmer. «Ventidue» disse la
donna con voce rauca. ( «Perché qui?» chiese Halvorsen fissando il fiordo di Oslo sotto di loro. Il vento
gli faceva ondeggiare la frangia dei capelli avanti e indietro. C'erano voluti meno di cinque minuti per
guidare da Grønland fin su a Ekeberg, che dominava la parte a sud-ovest della città come una torre di
guardia verde. Un tempo, c'era una panchina sotto a un albero con vista sul vecchio e magnifico edificio
di pietra che Harry chiamava ancora Sjømannsskolen "la scuola dei marinai" anche se ora era usato per la
formazione dei manager. «Per prima cosa perché qui c'è una bella vista» disse Harry. «Secondo per
insegnare a uno che si è trasferito qui da poco un po' della storia della città. La "os" di Oslo significa
monte, quello dove siamo attualmente. Ekebergåsen. E "lo" è lo spiazzo aperto che puoi vedere lì sotto.
Infine, perché vediamo questo monte tutti i giorni e quindi è importante sapere quello che c'è al di là, non
credi?» Halvorsen non rispose. «Non volevo parlarne in ufficio» disse Harry. «O da Elmer. C'è qualcosa
che devo dirti.» Persino a quell'altezza al di sopra del fiordo, Harry poteva sentire l'odore dell'acqua del
mare portato in alto dalle forti raffiche di vento. «Io conoscevo Anna Bethsen.»Halvorsen annuì. «Non
sembri affatto sorpreso» disse Harry. «Avevo intuito che si trattasse di qualcosa del genere.» «Ma non è
tutto.» Harry mise una sigaretta spenta in bocca. «Prima di continuare, devo avvertirti. Quello che sto per
raccontarti deve rimanere fra noi due, e forse questo potrebbe rappresentare un problema per te. Capisci?
Perciò, se non vuoi essere coinvolto non dirò più nulla e tutto finirà qui. Accetti oppure no?» Halvorsen
lo fissò. Se stava valutando quale risposta dare, non impiegò molto tempo. Annuì. «Qualcuno ha iniziato
a mandarmi delle e-mail» disse Harry. «Sulla morte di Anna.» «Qualcuno che conosci?» «Non so.
L'indirizzo non mi dice niente.» «E per questo che mi hai chiesto se riuscivo a risalire a chi invia le
e-mail?» «Io non ne so niente di queste cose. Ma tu sì.» Harry tentò di accendere la sigaretta al vento.
«Ho bisogno di aiuto. Io credo che Anna sia stata assassinata.» Mentre il vento da nord-ovest staccava le
ultime foglie dagli alberi sull'Ekeberg, Harry parlò di quelle strane e-mail inviate da una persona che
sembrava sapere tutto quello che sapevano loro e anche di più. Ma non disse nulla del messaggio che lo
accusava di essere stato sulla scena del delitto la notte in cui Anna era morta. Gli parlò invece della
pistola che la donna teneva nella mano destra a dispetto del fatto che la tavolozza indicava che era
mancina e della fotografia nella scarpa e del suo colloquio con Astrid Monsen. «Astrid Monsen ha detto
di non aver mai visto Vigdis Albu e i bambini nella fotografia» disse Harry. «Quando le ho fatto vedere la
fotografia di Arne Albu dal «Dagens Næringsliv», ha avuto bisogno di dargli soltanto una rapida
occhiata. Non conosceva il suo nome, ma sapeva che andava spesso a trovare Anna. Lo aveva visto
diverse volte quandoandava a prendere la posta. Arrivava di pomeriggio e se ne andava verso sera.» «Si
chiamano straordinari.» «Ho chiesto ad Astrid Monsen se si incontravano soltanto durante i giorni feriali
e lei mi ha risposto che qualche volta, Arne Albu veniva a prenderla con la sua auto anche durante il
week-end.» «Forse volevano diversificare di tanto in tanto con escursioni all'aperto.» «Forse, ma a parte
le escursioni all'aperto, devo dire che Astrid Monsen è una donna molto precisa e un'ottima osservatrice.
Mi ha detto che non andava mai a prenderla durante i mesi estivi. E questo mi ha fatto pensare.» «Pensare
a cosa? A un albergo?» «Possibilmente. Ma si può andare in un hotel anche d'estate. Pensa Halvorsen.
Pensa a un luogo più a portata di mano.» Halvorsen sporse il labbro inferiore e fece una smorfia per far
capire che non aveva alcuna proposta. Harry sorrise. «Sei stato tu stesso a scoprire il posto.» Halvorsen
alzò le sopracciglia sorpreso. «La casa di campagna! Naturalmente!» «Proprio così. Un nido di lusso
discreto nella foresta quando la famiglia è tornata a casa alla fine della stagione e i vicini hanno chiuso le
loro case. E solo a un'ora di macchina da Oslo.» «E?» disse Halvorsen. «Comunque, questo non ci porta
molto avanti.» «Non dirlo. Se riusciamo a provare che Anna è stata in quella casa, Arne Albu sarà
costretto a dare delle spiegazioni. Basta poco. Un'impronta digitale. Un capello. Un negoziante attento
che può aver fatto delle consegne.» Halvorsen si passò una mano sulla nuca. «Ma perché non andare
dritti al punto e cercare le impronte di Albu nell'appartamento di Anna? Devono essercene decine.»
«Perché è praticamente impossibile che ce ne siano. SecondoAstrid Monsen, Albu ha smesso di colpo di
andare da Anna un anno fa. Fino a un sabato del mese scorso. Improvvisamente è tornato a prenderla con
la sua auto. Astrid Monsen se ne ricorda perfettamente perché Anna ha suonato alla sua porta per
chiederle di tenere le orecchie aperte in caso qualche ladro cercasse di introdursi nel suo appartamento.»
«E tu credi che siano andati nella casa di campagna?» «Io credo» disse Harry gettando la sigaretta in una
pozzanghera. «Io credo che Anna abbia messo quella fotografia nella scarpa per qualche motivo. Ricordi
quello che hai imparato alla scuola di polizia su come rilevare tracce tecniche?» «Sì, quel poco che ci
hanno insegnato. Tu no?» «No. In una delle tre auto di servizio, c'è l'attrezzatura standard. Polvere,
pennello e fogli di plastica per rilevare le impronte digitali. Un metro, una torcia elettrica e cose simili.
Vorrei che ne prenotassi una per domani.» «Harry.» «E vorrei anche che telefonassi al negoziante per
farti dare una descrizione corretta della strada da percorrere. Chiedi in modo discreto così non si
insospettirà. Digli che vuoi far costruire una casa e che il tuo architetto vorrebbe avere quella degli Albu
come riferimento e che vuoi soltanto dare un'occhiata.» «Harry, non possiamo.» «E porta con te anche un
piede di porco.» «Ascoltami, Harry!» Le urla di Halvorsen fecero alzare in volo due gabbiani che si
diressero verso il fiordo. Halvorsen alzò la mano e iniziò a contare sulle dita. «Non abbiamo il permesso
per una perquisizione di quella casa, non abbiamo alcuna prova che possa farcelo avere, non abbiamo
niente. Ma la cosa più importante di tutte è che - noi - o meglio io - non siamo in possesso di tutti i fatti.
Perché tu non mi hai raccontato tutto, non è così, Harry?»«Perché?» «Semplice. Le tue motivazioni non
sono sufficienti. Il fatto che tu abbia conosciuto quella donna non è un motivo sufficiente perché,
improvvisamente, tu voglia infrangere tutte le regole entrando illegalmente in una casa e mettendo così a
rischio il tuo posto di lavoro. E il mio. So che puoi essere un po' pazzo, Harry, ma so anche che non sei un
idiota.» Harry fissò la sigaretta che galleggiava nella pozzanghera. «Da quanto tempo ci conosciamo,
Halvorsen?» «Da quasi due anni.» «Ti ho mai mentito durante questo periodo?» «Due anni non sono
molti.» «Ti ho chiesto se ti ho mai mentito.» «Sicuramente.» «Ti ho mai mentito per qualcosa di
importante?» «Non che io sappia.» «Okay. Non avevo pensato di mentirti neppure in questa occasione.
Hai ragione, non ti ho raccontato tutto. E, sì, aiutandomi stai rischiando il tuo posto di lavoro. Tutto
quello che posso dirti è che saresti ancora di più nei guai se ti raccontassi tutto. Devi soltanto fidarti di me
o lasciar perdere. Puoi ancora tirarti indietro.» Rimasero immobili a guardare il fiordo. Laggiù in basso, i
due gabbiani erano come due piccoli puntini. «Tu che cosa faresti?» «Mi tirerei indietro.» I puntini
diventarono più grandi. I gabbiani stavano tornando. Quando rientrarono alla centrale di polizia,
trovarono un messaggio di Møller. «Andiamo a fare un giro» propose Harry richiamando. «Dove vuoi
tu» disse Møller quando arrivarono in strada. «Da Elmer» esclamò Harry. «Devo comprare le sigarette.»
Møller seguì Harry lungo il sentiero fangoso attraverso ilprato fra la centrale di polizia e il passo carraio
verso la prigione di Botsen. Harry aveva notato che i responsabili della pianificazione sembravano non
rendersi mai conto che la gente sceglieva sempre la strada più breve fra due punti a dispetto di quelle che
venivano realizzate. Alla fine del sentiero c'era un cartello: NON CALPESTARE IL PRATO. «Sei stato
informato della rapina di questa mattina in Grønlandsleiret?» chiese Møller. Harry annuì. «E interessante
che abbiano scelto di farla a poche centinaia di metri dalla centrale di polizia.» «È stato fortunato. Il
sistema di allarme della banca era guasto, lo stavano riparando.» «Io non credo alla fortuna» disse Harry.
«Credi che qualcuno della banca gli abbia passato l'informazione?» «O qualcuno che era al corrente della
riparazione» disse Harry scrollando le spalle. «Solo il personale della banca e l'addetto alla riparazione lo
sapevano. Sì, e anche noi.» «Ma non è della rapina in banca che volevi parlarmi, vero?» «No» disse
Møller evitando una pozzanghera. «Il capo della polizia ha parlato con il sindaco. Tutte queste rapine lo
preoccupano.» Si fermarono per far passare una donna con tre bambini. La donna li stava sgridando con
una voce stanca e arrabbiata ed evitò di incrociare lo sguardo di Harry. A Botsen era l'orario delle visite.
«Nessuno dubita che Ivarsson sia in gamba» disse Møller. «Ma questo Speditore è di un calibro diverso
da quello a cui siamo abituati. Il capo della polizia crede che forse i metodi convenzionali non siano
sufficienti per prenderlo.» «Forse no. E? Una sconfitta in trasferta in più o in meno non è uno scandalo.»
«Sconfitta in trasferta?» «Un caso irrisolto. È il gergo in uso al momento, capo.»«La posta in gioco è
molto più alta, Harry. I giornalisti ci stanno con il fiato sul collo, è il caos completo. Lo chiamano il
nuovo Martin Pedersen. E qualcuno di loro è venuto a sapere che lo chiamiamo lo Speditore.» «Dunque è
la solita vecchia storia» disse Harry attraversando la strada con il rosso con Møller che lo seguiva
scuotendo il capo. «Sono i giornalisti a decidere le nostre priorità.» «Be', dopotutto ha ucciso una
persona.» «E un caso di omicidio del quale non scrivono più viene archiviato.» «No!» disse Møller.
«Non ricomincerai a parlare di quello.» Harry scrollò le spalle e scavalcò un espositore di giornali che il
vento aveva fatto cadere a terra. Le pagine di un giornale svolazzavano a gran velocità. «Allora, che cosa
volevi?» chiese Harry. «Ovviamente, per il capo della polizia questo caso è diventato una questione di
prestigio. Il pubblico dimentica una singola rapina a un ufficio postale molto prima che il caso venga
archiviato e a nessuno importa se scoviamo il colpevole o no. Ma questa volta, abbiamo gli occhi di tutti
puntati su di noi. E più si parla di rapine, più la curiosità del pubblico si accende. Martin Pedersen non era
altro che un uomo normale che ha fatto quello che molti sognano di fare, un Jesse James moderno in fuga
dalla legge. Era considerato un eroe e molti tentarono di emularlo. Grazie agli articoli su Martin Pedersen
sui giornali, il numero di rapine alle banche era aumentato vertiginosamente.» «Dunque, temono l'effetto
palla di neve. Okay. Ma io che cosa c'entro?» «Ivarsson è in gamba, nessuno lo dubita. È il tradizionale
poliziotto diligente che fa il suo lavoro. Ma lo Speditore non è un rapinatore normale. Il capo della polizia
non è soddisfatto dei risultati ottenuti finora.» Møller fece un cenno con il capo in direzione della
prigione. «Ha sentito parlare dell'incidente con Raskol.»«Già.» «Prima di pranzo sono stato nell'ufficio
del capo della polizia ed è stato fatto il tuo nome. Diverse volte, a dire il vero.» «Buon Dio, dovrei essere
sorpreso?» «In ogni caso, tu sei un investigatore che in passato ha ottenuto risultati usando metodi poco
convenzionali.» «Un modo gentile per definire un kamikaze» disse Harry sogghignando. «Per farla
breve, Harry, le cose stanno così. Lascia perdere tutto quello di cui ti stai occupando al momento e dimmi
se hai bisogno di più uomini. Ivarsson continuerà come prima con la sua squadra. Ma noi puntiamo su di
te. E, un'altra cosa» Møller si era fermato davanti a Harry. «Hai le mani libere. Siamo disposti ad
accettare strappi alle regole. Ma, naturalmente, deve rimanere una cosa interna.» «Credo di capire. E se
non sarà così?» «Ti copriremo le spalle fino al limite del possibile. Ma ovviamente, ci sono dei limiti.»
Quando la campanella sopra alla porta suonò, Elmer indicò con un cenno della testa la radiolina davanti a
lui. «E io che credevo che Kandahar fosse un attacco per gli sci. Un pacchetto di Carnei?» Harry annuì.
Elmer abbassò il volume della radio e la voce del reporter si confuse con i brusii esterni, quelli delle auto,
del vento che strapazzava la tenda, delle foglie che si rincorrevano sull'asfalto. «E che cosa desidera il tuo
collega?» chiese Elmer guardando verso la porta dove Møller si era fermato. «Vuole un pilota kamikaze»
disse Harry aprendo il pacchetto di sigarette. «Davvero?» «Ma ha dimenticato di chiedere il prezzo»
disse Harry che non aveva bisogno di voltarsi per vedere il sogghigno sul volto di Møller. «E quanto
costa un pilota kamikaze di questi tempi?» chiese Elmer dando il resto a Harry.«Se sopravvive, dopo
deve avere il permesso di fare quello che vuole» rispose Harry. «E l'unica condizione. Ed è la sola che
accetta.» «Mi sembra ragionevole» disse Elmer. «Vi auguro una buona giornata.» Tornando, Møller
disse che avrebbe parlato con il capo della polizia della possibilità di concedere a Harry di lavorare altri
tre mesi al caso di Ellen. Ammesso che lo Speditore fosse preso. Harry annuì. Arrivati davanti al cartello
NON CALPESTARE IL PRATO, Møller esitò. «È la strada più breve, capo.» «Sì» ammise Møller. «Ma
le scarpe si infangano.» «Fai come credi» disse Harry avviandosi sul sentiero. «Le mie sono già
infangate.» La coda cessò poco dopo l'uscita per Ulvøya. Aveva smesso di piovere, e già a Ljan l'asfalto
era asciutto. Poco più in là, la strada si allargò e, come una piena primaverile, le auto si riversarono sulle
quattro corsie accelerando. Harry guardò Halvorsen con la coda dell'occhio e si chiese quando anche lui
avrebbe sentito lo stridore intermittente. Ma Halvorsen non sentiva niente, affascinato com'era dalla voce
di Travis alla radio. «Sing, sing, siiing!» «Halvorsen.» «For the love you bring.» Harry abbassò il volume
della radio e Halvorsen lo fissò sorpreso. «I tergicristalli» disse Harry. «Puoi fermarli?» «Ah, sì. Scusa.»
Continuarono a viaggiare in silenzio. Passarono l'uscita per Drøbak. «Che cos'ha detto il tipo nel
negozio?» chiese Harry. «Non volevi saperlo.» «Ma ha fatto una consegna alla casa di campagna degli
Albu giovedì, cinque settimane fa?» «Sì, è quello che ha detto.»«Prima che Albu arrivasse?» «Ha
soltanto detto che ha aperto e lasciato la merce all'entrata.» «Dunque aveva la chiave?» «Harry, con la
scusa trasparente come carta velina che ho dato, c'erano limiti a quello che potevo chiedere.» «Che scusa
hai usato?» «Ho detto di essere dell'agrimensura.» «Agri che?» «Mensura.» «Cosa diavolo è?» «Non
so.» Si arrivava a Larkollen percorrendo una strada secondaria per tredici chilometri e quattordici curve a
gomito dall'autostrada. «A destra della casa rossa dopo il distributore di benzina» memorizzò Halvorsen
prendendo una strada sterrata. «Un sacco di tappetini per le docce» mormorò Harry cinque minuti dopo
quando Halvorsen fermò l'auto e indicò una grande casa di campagna di legno che si intravedeva fra gli
alberi. Sembrava una gigantesca fattoria che era finita per errore ai bordi di una spiaggia. «Sembra che
non ci sia nessuno» disse Halvorsen guardando le case vicine. «Soltanto gabbiani. A decine. Deve esserci
una discarica dei rifiuti nelle vicinanze.» «In ogni caso» disse Harry guardando l'orologio
«parcheggiamo un po' più lontano sulla strada.» Si fermarono su uno spiazzo. Halvorsen spense il motore
e Harry aprì la portiera e scese dall'auto. Raddrizzò la schiena e ascoltò i versi dei gabbiani e il brusio
delle onde contro le pietre della spiaggia. Halvorsen inspirò profondamente. «Altro che l'aria di Oslo,
cosa ne dici?» «Non potrebbe essere più vero» disse Harry cercando il pacchetto di sigarette. «Prendi la
borsa.» Sul sentiero che portava alla casa, Harry notò un grande gabbiano appollaiato su uno steccato.
Mentre passavano, latesta del gabbiano si mosse lentamente seguendo i loro movimenti. Lungo tutto il
sentiero, Harry aveva l'impressione di sentire lo sguardo vuoto dell'uccello sulle sue spalle. «Non sarà
una cosa facile» disse Halvorsen fissando la robusta serratura della porta. Si era tolto il berretto con
visiera e lo aveva appeso a una lampada forgiata di fianco alla pesante porta di quercia. «Non ti resta che
iniziare» disse Harry accendendo una sigaretta. «Nel frattempo, io vado a dare un'occhiata intorno alla
casa.» «Ho notato che improvvisamente fumi molto di più. Come mai?» chiese Halvorsen aprendo la
borsa. «Per darti la possibilità di battermi alla cyclette un giorno» disse Harry con lo sguardo fisso sulla
foresta. Spesse assi di legno dipinte di nero, grandi finestre. Tutta la casa dava un'impressione di solidità
e di impenetrabilità. Harry si chiese se fosse possibile entrare dal comignolo di pietra, ma scosse il capo.
Si avviò lungo il sentiero. La pioggia degli ultimi giorni lo aveva reso fangoso, ma riusciva benissimo a
immaginare i piccoli piedi nudi di bambini che d'estate correvano sul sentiero riscaldato dal sole verso la
spiaggia al di là della collina. Si fermò e chiuse gli occhi. Rimase così finché i suoni non arrivarono. Il
brusio degli insetti, il fruscio dell'erba alta che si piegava alla brezza, una radio lontana con una canzone
che andava e veniva con il vento e le grida felici dei bambini dalla spiaggia. Aveva dieci anni ed era
andato a piedi nudi al negozio a comprare pane e latte, e il pietrisco, gli si attaccava ai piedi. Ma aveva
stretto i denti perché quell'estate aveva deciso di rafforzare i piedi per poter correre scalzo insieme a
Øystein quando sarebbe tornato a casa. Sulla strada del ritorno, la borsa del cibo pesante lo aveva come
pressato contro la ghiaia della strada e aveva l'impressione di camminare sui carboni ardenti. Ma aveva
tenuto lo sguardo fisso di fronte a sé - un masso o un tronco d'albero - e aveva pensato: "Se solo riesco ad
arrivare fin lì, riuscirò a farcela". Quando finalmenteera arrivato a casa dopo un'ora e mezza, il sole aveva
rovinato il latte e sua madre si era arrabbiata. Harry aprì gli occhi. Nuvole grigie si muovevano in cielo.
Nell'erba marrone a lato del sentiero notò le tracce degli pneumatici di un'auto. I solchi larghi e profondi
indicavano che si trattava di un'auto pesante con pneumatici da fuoristrada, una Land Rover o qualcosa di
simile. Tenendo conto della pioggia che era caduta negli ultimi tempi era escluso che l'auto fosse passata
diverse settimane prima. Con tutta probabilità erano passati solo pochi giorni. Harry si guardò intorno e
pensò che non c'era niente di più abbandonato di una casa d'estate in autunno. Ritornando verso la casa,
fece un cenno di saluto al gabbiano. Halvorsen era piegato sulla serratura con un grimaldello a batteria e
sbuffava. «Come va?» «Male» Halvorsen si raddrizzò e si asciugò il sudore dalla fronte. «L'unica
soluzione è usare un piede di porco, altrimenti è meglio lasciar perdere.» «Niente piede di porco» disse
Harry grattandosi il mento. «Hai guardato sotto al tappetino?» «No. E non intendo farlo» sbuffò
Halvorsen. «Perché viviamo in un nuovo secolo e non si mettono più le chiavi di una casa sotto al
tappetino. Specialmente per case di campagna che costano svariati milioni di corone. Così, se non sei
pronto a scommettere cento corone, non ho assolutamente intenzione di farlo. Okay?» Harry annuì.
«Bene» disse Halvorsen accovacciandosi per rimettere tutto nella borsa. «Volevo dire che per me va bene
scommettere» lo sfidò Harry. Halvorsen lo fissò. «Stai scherzando?» Harry scosse il capo. Halvorsen
afferrò il bordo del tappetino verde di fibra sintetica.«Abracadabra» mormorò alzandolo. Tre formiche
iniziarono a sgambettare sul fondo grigio. Ma nessuna chiave. «Alle volte sei incredibilmente ingenuo,
Harry» disse Halvorsen allungando la mano aperta. «Perché avrebbe dovuto lasciare una chiave qui
sotto?» «Perché» disse Harry che non aveva visto la mano aperta di Halvorsen perché il suo sguardo era
stato attratto dalla lampada di fianco alla porta, «non si ossidi se rimane esposta al sole.» Harry si
avvicinò alla lampada e iniziò a svitare il coperchio. «Che cosa vuoi dire?» «Il cibo è stato portato qui il
giorno prima che Albu arrivasse, non è così? Ed è stato portato all'interno della casa. È semplice.» «E
allora? Forse nel negozio conservano una chiave di riserva.» «Non credo. Io credo che Arne Albu volesse
essere assolutamente sicuro che nessuno potesse entrare in casa quando era qui con Anna.» Tolse il
coperchio e guardò all'interno della lampada. «E adesso ne sono sicuro.» Halvorsen borbottò qualcosa e
ritirò la mano. «Senti che odore» disse Harry quando entrarono nella casa. «Detergenti» disse Halvorsen.
«Qualcuno è stato qui a fare le pulizie.» L'arredamento massiccio, pezzi di antiquariato della vita
contadina, e il grande camino di pietra ricordavano le festività pasquali di un tempo. Harry si avvicinò
alla parete di pino in fondo al grande soggiorno. Sugli scaffali c'erano vecchi libri con i dorsi malandati.
Harry lasciò scorrere lo sguardo sui titoli, ma aveva la sensazione che quei libri non fossero mai stati letti.
Forse erano stati comprati in blocco da uno dei negozi di antiquariato a Majorstua. Vecchi album.
Cassetti con all'interno scatole di sigari Cohiba e Bolivar. Uno era chiuso a chiave. «E qualcuno avrebbe
fatto le pulizie» disse Halvorsen. Harry si voltò e seguendo l'indice di Halvorsen vide le impronte
marroni attraverso il pavimento.Si tolsero le scarpe nel vestibolo, trovarono un mocio in cucina e dopo
aver ripulito il pavimento, decisero che Halvorsen si sarebbe occupato del soggiorno e Harry delle
camere da letto e del bagno. Tutto quello che Harry sapeva sulle perquisizioni delle case, lo aveva
imparato in un'aula soffocante della scuola di polizia un venerdì pomeriggio quando tutti volevano
soltanto tornare a casa, fare una doccia e andare in città. Non c'era un testo, ma un commissario che si
chiamava Røkke. E quel venerdì, aveva dato a Harry il solo consiglio che da allora aveva sempre usato
come guida quando effettuava una perquisizione: «Non pensare a quello che stai cercando. Pensa a
quello che trovi. Perché è qui? Doveva essere qui? Che cosa significa? Come quando leggi: se pensi a una
L mentre stai guardando una K non capirai la parola». La prima cosa che Harry vide quando entrò nella
prima camera da letto fu un grande letto matrimoniale e la fotografia del signor e della signora Albu su un
comodino. La fotografia non era grande, ma attirava l'attenzione perché era la sola nella camera e perché
era rivolta verso la porta. Harry aprì le ante di un armadio. L'odore degli indumenti di persone
sconosciute lo colpì. Non erano indumenti da tempo libero, ma gonne e camicette eleganti, alcuni vestiti
e un paio di scarpe chiodate da golf. Harry controllò sistematicamente i tre armadi. Aveva fatto
l'investigatore abbastanza a lungo da non sentirsi imbarazzato a rovistare fra le cose di altre persone. Si
mise a sedere sul letto e osservò la fotografia sul comodino. Sullo sfondo c'erano soltanto il cielo e il
mare, ma la maniera con cui la luce cadeva gli fece pensare che la fotografia doveva essere stata scattata
a una latitudine più a sud. Arne Albu era abbronzato e nei suoi occhi c'era lo stesso sguardo da ragazzo
che Harry aveva notato nel ristorante ad Aker Brygge. Aveva un braccio stretto intorno alla vita di sua
moglie. Così stretto che il corpo di Vigdis Albu sembrava inclinato verso di lui. Harry spostò il copriletto
e i cuscini. Se Anna era stata inquel letto, non dubitava che vi avrebbe trovato capelli, resti di pelle, e
secrezioni di saliva e di organi sessuali. Probabilmente tutto quanto insieme. Passò la mano sulle
lenzuola e avvicinò il volto ai cuscini e respirò. Lavati da poco. Dannazione. Aprì il cassetto del
comodino. Un pacchetto di chewing-gum, una confezione di aspirine, un portachiavi con una piastrina
con le iniziali AA, una fotografia di un neonato raggrinzito come una larva e un coltello dell'esercito
svizzero. Stava per prendere il coltello quando udì il verso lontano e raggelante di un gabbiano.
Rabbrividì senza volerlo e guardò dalla finestra. Il gabbiano non c'era più. Stava per continuare la sua
ricerca quando udì un cane latrare. In quello stesso istante, Halvorsen apparve sulla porta. «C'è qualcuno
che cammina sul sentiero.» Harry sentì che il suo cuore aveva iniziato a battere all'impazzata. «Io prendo
le scarpe» disse. «Tu porta qui la borsa con l'attrezzatura.» «Ma...» «Se entrano, salteremo dalla finestra.
Muoviti!» Il latrato dall'esterno andava e veniva. Harry corse verso il vestibolo, mentre Halvorsen
gettava nella borsa il pennello, la polvere e le strisce di carta adesiva. Il latrato del cane era così vicino
che potevano sentire il suo ansimare intermittente. Passi sulla scala. La porta non era chiusa a chiave, era
troppo tardi per fare qualcosa. Sarebbe stato preso con le mani nel sacco! Harry respirò profondamente e
rimase immobile nel vestibolo. Tanto valeva accettare subito un confronto sperando che almeno
Halvorsen riuscisse a svignarsela. Così Harry avrebbe potuto evitare di sentirselo sulla coscienza.
«Gregor!» urlò una voce di uomo al di là della porta. «Torna qua!» L'ansimare del cane sparì e Harry udì
i passi dell'uomo scendere gli scalini. «Gregor! Vieni con me!»Harry fece due passi in avanti e bloccò
cautamente la serratura. Poi prese le due paia di scarpe e tornò nel soggiorno. In quello stesso istante udì
il tintinnio di chiavi all'esterno. Entrò nella camera da letto, chiuse la porta e udì la porta dell'entrata che
si apriva. Halvorsen era seduto sotto alla finestra e fissava Harry con gli occhi sbarrati. «Che cosa c'è?»
sussurrò Harry. «Stavo per aprire la finestra, quando è arrivato quel maledetto cane» bisbigliò Halvorsen.
«È un rottweiler enorme.» Harry si avvicinò alla finestra e guardò in basso dritto nelle fauci di un cane
appoggiato alla parete esterna con entrambe le zampe. Quando scorse Harry, iniziò a saltare abbaiando
come un forsennato. La bava gli scorreva dagli angoli della bocca. Udirono passi pesanti dalla stanza
adiacente. Harry si accovacciò sul pavimento di fianco al collega. «Al massimo settanta chili» bisbigliò.
«Un gioco da ragazzi.» «Dopo di te. Ho visto un rottweiler durante un allenamento della squadra
cinofila.» «E?» «L'agente che lo teneva ha perso il controllo e quello che faceva la parte del criminale è
finito all'ospedale per farsi dare un sacco di punti.» «Credevo che usassero una protezione adeguata.»
«La usano. Ma non è bastata.» Rimasero immobili ascoltando i latrati del cane. I passi nel soggiorno non
si udivano più. «Andiamo a salutare?» bisbigliò Halvorsen. «Ormai è soltanto una questione di tempo.»
«Shhh!» Udirono nuovamente i passi. Si stavano avvicinando alla porta della camera da letto. Halvorsen
chiuse gli occhi. Come se volesse prepararsi ad affrontare l'umiliazione. Quando li aprì nuovamente, vide
Harry che scuoteva il capo con un dito sulle labbra.Poi udirono una voce proveniente dall'esterno.
«Andiamo, Gregor! Adesso andiamo a casa!» Il rottweiler abbaiò un paio di volte, poi tornò il silenzio.
Tutto quello che Harry riusciva a sentire era un respiro sibilante, ma non sapeva se fosse il suo o quello di
Halvorsen. «Quelle bestiacce fanno un sacco di rumore» bisbigliò Halvorsen. Rimasero in attesa finché
non udirono un'auto mettersi in moto. Allora, andarono rapidamente nel soggiorno strisciando lungo le
pareti e Harry ebbe il tempo di vedere una Jeep Cherokee blu allontanarsi lungo la strada. Halvorsen si
lasciò cadere sul divano con la testa all'indietro. «Buon Dio!» disse con un gemito. «Per un attimo mi
sono visto nelle fauci di quel mastino. Cosa diavolo è venuto a fare qui? Non è rimasto più di due
minuti.» Si rialzò di scatto. «Forse tornerà indietro? Forse è andato soltanto a fare la spesa?» Harry
scosse il capo. «Sono tornati a casa. Gente come quella non mente mai ai propri cani.» «Ne sei sicuro?»
«Certamente. Un bel giorno dirà al suo cane: "Vieni Gregor, adesso andiamo dal veterinario a farti fare
un'iniezione così finirai di soffrire".» Harry si guardò intorno, si avvicinò alla libreria e iniziò a scorrere
con il dito sui titoli dei libri, dal ripiano più alto a quello più basso. «E Gregor lo segue scodinzolando.
Deve essere bello avere un cane» disse Halvorsen con lo sguardo fisso nel vuoto. «Ti stai pentendo,
Halvorsen?» chiese Harry sogghignando. «No, non più di qualcun altro.» «Stai iniziando a parlare come
me.» «Infatti. Stavo ripetendo quello che hai detto dopo che abbiamo comprato la macchina per
l'espresso.» «Non ricordo» disse Harry prendendo un libro spesso eaprendolo. «Guarda qua. Un album di
fotografie. Interessante.» «Ah sì. Adesso non ti seguo.» Harry alzò una mano facendo un cenno con il
pollice verso il pavimento dietro di sé e continuò a sfogliare. Halvorsen si alzò e guardò. Allora capì.
Impronte umide di un paio di stivali portavano in linea retta dalla porta al punto davanti alla libreria dove
Harry era fermo. Harry ripose l'album, ne prese un altro e iniziò a sfogliarlo. «Ah» esclamò dopo un
attimo. «Proprio come pensavo.» «Cosa?» Harry posò l'album sul tavolino e indicò sei fotografie su una
pagina nera. Una donna e tre bambini sorridevano seduti su una spiaggia. «Una delle fotografie è uguale
a quella che ho trovato nella scarpa di Anna» disse Harry. «Annusala.» «Non ce n'è bisogno, sento
l'odore della colla senza chinarmi.» «Precisamente. Ha incollato la fotografia poco fa, alza un angolo e
vedrai che la colla non si è ancora essiccata. Annusa anche la fotografia.» «Okay» disse Halvorsen
chinandosi. «C'è un odore di prodotti chimici.» «Di che tipo?» «Quelli che si usano per sviluppare le
fotografie.» «Esatto. E che conclusioni possiamo trarre?» «Che ad Arne Albu piace incollare fotografie
sugli album?» Harry guardò l'orologio. Se Albu fosse andato direttamente a casa, ci sarebbe arrivato in
un'ora. «Ti spiegherò tutto in macchina» disse. «Abbiamo la prova che cercavamo.» Quando raggiunsero
la E6 aveva iniziato a piovere. I fari delle auto che incrociavano si riflettevano sull'asfalto. «Adesso
sappiamo da dove viene la fotografia nella scarpadi Anna» disse Harry. «Scommetto che ha colto
l'occasione di staccare la fotografia dall'album l'ultima volta che è stata qui.» «Ma che cosa pensava di
farne?» «Lo sanno solo gli dèi. Forse, per capire quello che c'era fra lei e Arne Albu. Per capire meglio. O
per poterla trafiggere con degli spilli.» «E quando tu gli hai fatto vedere la fotografia, Albu si è reso conto
da dove veniva.» «Proprio così. Vedrai che le tracce degli pneumatici della Cherokee sono le stesse.
Questo dimostra che Albu è stato qui al massimo un paio di giorni fa, forse ieri.» «Per fare le pulizie e
cancellare tutte le impronte digitali.» «E per controllare quello che sospettava già, che una fotografia
mancava in uno degli album. Così, quando è tornato a casa, ha cercato il negativo e l'ha portata da un
fotografo.» «Sicuramente in uno di quei posti dove puoi far sviluppare le fotografie in un'ora. E poi è
tornato qui oggi e l'ha incollata al suo vecchio posto.» Le ruote posteriori del camion davanti a loro
creavano un film di acqua fangosa sul parabrezza e i tergicristalli lavoravano febbrilmente. «Albu si è
veramente dato da fare per cancellare le tracce della sua scappatella» disse Halvorsen. «Ma credi
veramente che abbia ucciso Anna Bethsen?» Harry fissò il nome della ditta sul portellone del camion.
«Amoroma - tua per sempre.» «Non si direbbe un assassino. È un normale padre di famiglia con una
buona educazione e un'ottima reputazione che ha creato una società di successo.» «E che è stato
infedele.» «Chi non lo è stato?» «Sì, chi non lo è stato?» ripetè Harry lentamente. Poi disse con un tono
pieno di irritazione: «Dobbiamo stare dietro a questo camion e farci spruzzare merda fino a Oslo o
cosa?».Halvorsen guardò nello specchietto retrovisore e si spostò a sinistra. «E per quale motivo
l'avrebbe uccisa?» disse. «Andremo a chiederglielo.» «Che cosa vuoi dire? Vuoi andare a casa sua e
chiederglielo? Vuoi fargli capire che ci siamo procurati una prova illegalmente per poi essere licenziati
su due piedi?» «Tu non devi preoccuparti. Lo farò da solo.» «E che cosa credi di poter ottenere? Se salta
fuori che siamo entrati in quella casa e l'abbiamo perquisita, qualsiasi giudice in questo Paese rifiuterà di
iniziare un processo.» «E proprio per questo.» «Proprio per questo? Scusa ma inizio a essere stanco dei
tuoi indovinelli, Harry.» «Proprio perché non abbiamo niente da presentare davanti a un tribunale,
dobbiamo procurarcelo.» «In questo caso, sarebbe meglio portarlo alla centrale, farlo sedere su quella
sedia sgangherata, offrirgli un espresso e accendere il registratore.» «No. Finché possiamo usare quello
che sappiamo per dimostrare che mente, non abbiamo bisogno di un sacco di menzogne su una cassetta.
Abbiamo bisogno di un alleato. Qualcuno che lo smascheri per noi.» «E chi sarebbe?» «Vigdis Albu.»
«Ah. E come?» «Se Arne Albu è stato infedele, è probabile che Vigdis decida di andare a fondo della
cosa. E anche possibile che lei abbia le informazioni che ci servono. E noi ne abbiamo alcune che
potrebbero essere d'aiuto.» Halvorsen spostò lo specchietto retrovisore per evitare di essere abbagliato
dai fari del camion che aveva sorpassato. «Sei sicuro che sia una mossa intelligente, Harry?» «No. Sai
che cos'è un palindromo?» «Non ne ho la minima idea.» «Un gioco di parole. Una parola che può essere
letta siadall'inizio sia dalla fine. Guarda la scritta sul camion dietro di noi: Amoroma. Da qualsiasi parte
la si legga é la stessa parola.» Halvorsen aprì la bocca per dire qualcosa, ma lasciò perdere e scosse il
capo desolato. «Portami da Schrøder» disse Harry. L'aria era impregnata di odore di sudore, fumo di
tabacco, indumenti umidi di pioggia e ordini di birra gridati dai tavoli. Beate Lønn era seduta da sola allo
stesso tavolo in cui Harry aveva trovato Aune la volta precedente. Non era difficile notarla, era come una
zebra in una stalla. «E da tanto che aspetti?» «No» mentì Beate. Davanti a lei c'era un bicchiere di birra
pieno e senza schiuma. Beate seguì lo sguardo di Harry, alzò il bicchiere e lo portò alle labbra
ubbidientemente. «Qui la consumazione non è obbligatoria» disse Harry incrociando lo sguardo di Maja.
«Anche se potrebbe sembrare.» «Non è poi così cattiva» disse Beate dopo essersi bagnata le labbra da
uccellino. «Mio padre aveva l'abitudine di dire che non si fidava delle persone che non bevono birra.»
Maja posò la tazza di caffè davanti a Harry. Beate arrossì. «Un tempo bevevo birra» disse Harry. «Ma
sono stato costretto a smettere.» Beate rimase con lo sguardo fisso sulla tovaglia. «È anche l'unico vizio
che sono riuscito a togliermi» riprese Harry. «Fumo, mento e sono vendicativo.» Alzò la tazza come per
fare un brindisi. «E tu di che cosa soffri, Beate Lønn, a parte essere videodipendente e ricordare tutti i
volti che ti è capitato di vedere?» «Non c'è molto altro» disse Beate alzando il bicchiere. «A parte la corea
di Setesdalen. Che in parole povere significa che soffro di spasmi.»«È grave?» «Abbastanza. In verità si
chiama la malattia di Huntington. È ereditaria ed era molto diffusa proprio a Setesdalen.» «Perché
proprio lì?» «Perché Setesdalen è una valle stretta, chiusa da montagne altissime. E isolata e lontana dal
resto del mondo.» «Capisco.» «Sia mio padre sia mia madre sono originari di Setesdalen, e all'inizio, mia
madre non voleva mio padre perché lui aveva una zia che soffriva di spasmi. La zia muoveva il braccio
d'improvviso e senza controllo e la gente si teneva sempre a una certa distanza da lei.» «E adesso anche tu
ne soffri?» «Quando ero piccola, mio padre aveva l'abitudine di scherzare con mia madre su quella
malattia. Papà diceva che dovevo avere lo spasmo di Setesdalen, perché quando giocavamo a cercare di
prendere le mani dell'altro, io ero così veloce e battevo così forte che probabilmente soffrivo di quella
malattia. Io lo trovavo talmente divertente da desiderare di avere veramente quella malattia. Ma un
giorno la mamma mi disse che si poteva morire.» Beate passò un dito sul bordo del bicchiere. «E quella
stessa estate ho imparato il significato della morte.» Harry fece un cenno di saluto a un veterano di guerra
seduto a un tavolo vicino. L'uomo non ricambiò. Harry si schiarì la gola. «E quando si tratta di voglia di
vendetta, soffri anche di quella?» chiese. «Che cosa vuoi dire?» chiese Beate fissandolo. Harry scrollò le
spalle. «Guardati intorno. Gli esseri umani non se la cavano senza. Vendetta e ritorsione sono le forze
motrici sia per il bambino che subisce delle ingiustizie a scuola e che più tardi diventa multimilionario,
sia per il rapinatore di banche che crede di essere stato trattato ingiustamente dalla società. E guarda noi.
Siamo la calda vendetta della società travestirò"ta da fredda, razionale rappresaglia, questa è la nostra
professione.» «Deve essere così» disse Beate evitando di guardarlo negli occhi. «Senza castigo, la società
non funzionerebbe.» «Certamente, ma c'è qualcosa di più, non è così. Catharsis. La vendetta è
purificazione. Aristotele ha scritto che l'anima degli esseri umani viene purificata dalla paura e dalla
compassione che la tragedia risveglia in loro. E un pensiero che fa paura, non è così? Riuscire, tramite la
tragedia della vendetta a soddisfare il desiderio più intimo dell'anima.» «Non ho letto molti testi di
filosofia» confessò Beate alzando il bicchiere e bevendo un lungo sorso. «Neppure io» disse Harry
annuendo. «Sto soltanto chiacchierando. E adesso parliamo di lavoro.» «Prima le brutte notizie»
cominciò Beate. «La ricostruzione del volto dietro la maschera non è riuscita. Soltanto il naso e un
contorno della testa.» «E le buone notizie?» «La donna che è stata presa in ostaggio durante la rapina in
Grønlandsleiret ha detto che riuscirebbe a riconoscere la voce del rapinatore. Ha detto che era
insolitamente chiara, quasi da farle pensare che fosse quella di una donna.» «Altro?» «Sì. Ho parlato con
il personale della palestra e ho fatto dei controlli. Trond Grette è arrivato lì alle due e mezza e se ne è
andato verso le quattro.» «Come puoi esserne così sicura?» «Perché quando è arrivato, ha pagato un'ora
di squash con la carta di credito. La BBS ha registrato il pagamento alle 14,34. E ricordi la racchetta da
squash rubata? Naturalmente, Grette l'ha detto alla responsabile di turno. Nel suo rapporto del giorno, la
donna ha scritto l'ora. Quindi, Grette ha lasciato la palestra alle 16,02.» «E questa sarebbe la buona
notizia?» «No, ci arrivo adesso. Ricordi l'uomo con la tuta che Grette ha detto di aver visto passare in
palestra?» «Quello con la scritta POLIZIA sulla schiena?»«Ho guardato il video. Sembra che sulla
schiena e sul petto della tuta ci siano delle strisce di Velcro.» «E?» «Se si tratta dello Speditore, può aver
avuto con sé i marchi della polizia che ha messo sulla tuta non appena è arrivato al di là dell'angolo di
ripresa della telecamera.» Harry sospirò pensieroso. «Questo può spiegare perché nessuno si è fatto
avanti per dire di aver visto una persona con indosso una tuta nera nella zona. Poco dopo la rapina, lì
intorno brulicava di poliziotti in tuta nera.» «Che cosa hanno detto quelli della palestra?» «Ecco la parte
interessante. La cassiera ha detto di aver visto un uomo con una tuta che le era sembrato un poliziotto. È
passato in tutta fretta, così lei ha pensato che dovesse giocare a squash con qualcuno o qualcosa di
simile.» «Perciò non ha il nome di quell'uomo.» «No.» «Non particolarmente utile.» «No, ma il meglio
arriva adesso. Il motivo per cui si ricorda di quell'uomo è che aveva pensato che facesse parte della
squadra di pronto intervento o qualcosa di simile, ma ha trovato strano che in testa avesse un berretto di
lana spesso e un paio di grossi occhiali da sole che gli coprivano metà del volto.» Beate spostò
leggermente il bicchiere di birra e Harry ebbe l'impressione di vedere un vago sorriso di trionfo sulla sua
piccola bocca. «E?» chiese Harry portando alle labbra la tazza di caffè. «In mano aveva una grande borsa
nera che sembrava pesante.» Harry iniziò a tossire. Il caffè gli era andato di traverso. Un paio di vecchie
scarpe erano appese con i lacci legati a un cavo teso fra due case in Dovregata. La lampada al centro del
cavo faceva del suo meglio per illuminare il selciato al di sotto, ma era come se il buio autunnale avesse
risucchiatotutta la luce dalla città. Ma per Harry non era un problema, conosceva a memoria la strada fra
Sofie gate e Schrøder. Aveva avuto modo di constatarlo in circostanze a dir poco difficili. Beate si era
procurata una lista con i nomi delle persone che avevano prenotato un'ora di squash o di aerobica nella
palestra quando l'uomo con la tuta era stato lì, e avrebbe iniziato a telefonare il giorno dopo. Se non fosse
riuscita a trovare il nome, c'erano comunque buone probabilità che qualcuno che era stato nello
spogliatoio potesse fare una descrizione dell'uomo. Harry passò sotto alle scarpe appese al cavo. Erano lì
da anni e da tempo si era rassegnato all'idea che non sarebbe mai riuscito a sapere come fossero finite lì.
Quando entrò nell'atrio, Ali stava ripulendo le scale. «Devi odiare l'autunno norvegese» disse Harry.
«Soltanto acqua sporca e fango.» «Nella mia città natale in Pakistan, la visibilità era ridotta a cinquanta
metri per via dell'inquinamento» disse Ali sorridendo. «Tutto l'anno.» Harry udì un rumore ben noto in
lontananza. Era la legge dei telefoni che iniziano a squillare non appena puoi sentirli, ma che non riesci
mai a raggiungere in tempo. Harry guardò l'orologio. Le dieci. Rakel aveva detto che lo avrebbe
chiamato. «La tua cantina» iniziò Ali, ma Harry stava già salendo le scale di corsa, lasciando l'impronta
delle suole delle sue Dr. Martens ogni tre scalini. Il telefono cessò di squillare non appena aprì la porta
dell'appartamento. Harry si tolse le scarpe. Si passò le mani sul viso. Andò al telefono e alzò il ricevitore.
Il numero dell'hotel di Rakel era scritto su un Post-it giallo attaccato allo specchio. Lo staccò e vide
riflesso nello specchio il primo messaggio e-mail da C#MN. Lo aveva trascritto e lo aveva messo sulla
parete. Era una sua vecchia abitudine, decorava le pareti del suo ufficio alla centrale di polizia con
fotografie, lettere e bigliettinisui quali aveva scritto idee, tracce con la speranza che il suo subconscio lo
portasse sulla strada giusta. Harry non era in grado di leggere il messaggio al contrario, ma non ne aveva
bisogno. Giochiamo a un gioco? Immaginiamo che tu sia stato a cena da una donna che il giorno dopo
viene trovata senza vita. Tu che cosa faresti? C#MN. Posò il ricevitore, andò nel soggiorno, accese il
televisore e si mise a sedere sulla poltrona. Un attimo dopo, si alzò di scatto, tornò nel vestibolo e
compose il numero. Dalla voce si capiva che Rakel era esausta. «Da Schrøder» disse Harry. «Sono
appena tornato a casa.» «Ti ho chiamato almeno dieci volte.» «E successo qualcosa?» «Ho paura,
Harry.» «Hai tanta paura?» Harry si avvicinò alla soglia del soggiorno tenendo il ricevitore fra l'orecchio
e la spalla e abbassò il volume del televisore con il telecomando. «Non molta» disse Rakel. «Solo un
po'.» «Avere un po' di paura non è pericoloso. Quando si ha un po' di paura si diventa forti.» «Ma pensa
se mi viene tanta paura?» «Allora sai che arriverò subito. Basta che tu me lo dica.» «Ti ho già detto che
non puoi farlo, Harry.» «Da questo momento ti concedo il diritto di cambiare idea.» Harry guardò l'uomo
con il turbante e la tuta mimetica sullo schermo del televisore. C'era qualcosa di noto in quel volto,
assomigliava a qualcuno. «Il mondo mi sta crollando intorno» disse Rakel. «Devo solo sapere se c'è
qualcuno lì.» «Qui c'è qualcuno.»«Ma ti sento distante.» Harry distolse lo sguardo dal televisore e si
appoggiò allo stipite della porta. «Mi dispiace. Ma io sono qui e ti penso. Anche se ti sembro distante.»
Rakel iniziò a piangere. «Scusami, Harry. Devi pensare che sono una donnina isterica. So che tu ci sei»
sussurrò. «So che posso fidarmi di te.» Harry respirò profondamente. Il mal di testa aveva iniziato a farsi
strada, inesorabile. Come un cerchio di ferro che veniva stretto intorno alla sua fronte. Quando posò il
ricevitore, poteva sentire ogni singola pulsazione alle tempie. Spense il televisore e mise un CD dei
Radiohead, ma lo spense subito. Non ce la faceva ad ascoltare la voce di Thom Yorke. Invece, andò in
bagno e si sciacquò il volto. Entrò in cucina e rimase con lo sguardo fisso sul frigorifero senza vederlo.
Alla fine non poteva più rimandare ed entrò nella camera da letto. Il computer tornò in vita e gettò la sua
fredda luce blu nella stanza. Ora, Harry era in contatto con il mondo esterno. Che gli diceva che aveva
ricevuto un'e-mail. Adesso la sentiva chiaramente. La sete. I nervi tiravano come un cane al guinzaglio.
L'aprì. Avrei dovuto controllare la sua scarpa. La fotografia doveva essere sul comodino e lei l'ha presa
mentre toglievo la sicura. In ogni modo, rende il gioco un po' più eccitante. Soltanto un po'. C#MN. PS.
Aveva paura. Volevo soltanto che lo sapessi. Harry mise la mano in tasca e prese il portachiavi. Sulla
piastrina c'erano le iniziali AA.
         ***Parte Terza.Capitolo 20. Atterraggio.
         A cosa pensa una persona che guarda nella canna di un fucile? A volte credo che non pensi
affatto. Come la donna che ho incontrato oggi. «Non spararmi», mi ha detto. Pensava veramente che una
tale supplica avrebbe significato qualcosa? Sulla sua targhetta c'era scritto DnB Cathrine Schøyen, e
quando le ho chiesto perché c'erano tante "c" e "h" nel suo nome, si è accontentata di guardarmi come una
stupida vacca e ha ripetuto la stessa preghiera: «Non spararmi». E stato poco prima che perdessi il
controllo, e poi ho urlato e sparato a quella donna in mezzo alle corna. Il traffico davanti a me si è
fermato. Sento il sedile contro la mia schiena umida, fredda e sudata allo stesso tempo. La radio è sul
Giornaleradio continuo della NRK. Non ne hanno ancora parlato. Guardo l'orologio. Normalmente, avrei
dovuto essere al sicuro nella casa di campagna entro una mezz'ora. L'auto davanti a me ha il condensatore
e io chiudo la ventilazione. L'ora di punta del pomeriggio è iniziata, ma il traffico è più lento del solito. Ci
sarà stato un incidente più avanti? O forse la polizia ha già installato un blocco stradale? Impossibile. La
borsa con i soldi è nascostasotto una giacca sul sedile posteriore. Insieme all'AGÌ carico. Il motore
dell'auto davanti alla mia gira a pieno ritmo prima che l'autista rilasci la frizione e poi l'auto avanza di
qualche metro. Siamo di nuovo immobilizzati. Mi sto chiedendo se proverò tristezza, se avrò paura o solo
irritazione, quando li vedrò. Due persone avanzano a piedi lungo la linea centrale fra le due file di auto.
Una è una donna in uniforme, l'altro è alto e indossa un cappotto grigio. Guardano attentamente
all'interno delle auto prima a destra e poi a sinistra. Poi, uno di loro si ferma e, con un sorriso, scambia
alcune parole con un autista che indubbiamente non ha allacciato la sua cintura di sicurezza. Forse è solo
un controllo di routine. Si avvicinano. Sulla NRK una voce nasale dice in inglese che la temperatura è
superiore a 40 gradi e che bisogna fare attenzione ai colpi di sole. Inizio automaticamente a sudare anche
se so che fuori è molto umido e freddo. Sono proprio davanti alla mia auto. E un poliziotto, Harry Hole.
Passano e la donna, che assomiglia a Stine, dà soltanto un'occhiata nella mia direzione. Respiro,
sollevato. Sto per scoppiare a ridere quando bussano sul finestrino. Mi volto lentamente. La donna
sorride, e mi rendo conto che il finestrino è già abbassato. Strano. Dice qualcosa che non sento a causa del
rumore del motore dell'auto davanti. «Cosa?» chiedo e apro di nuovo gli occhi. «Coulcl you please put
the back of your seat in the upright position?» «Il sedile?» chiedo disorientato. «We'll be landing shortly,
sir» la donna sorride di nuovo e sparisce. Mi strofino gli occhi per uscire dal sonno e tutto mi torna in
mente. La rapina. La fuga. La borsa con i biglietti dell'aereo che erano già pronti in casa. Il messaggio di
Prinsen che diceva che c'era il via libera. Eppure c'era sempre quella piccola punta di nervosismo quando
ho presentato il mio passaporto al check-in a Gardermoen. La partenza. Tutto è andato secondo i
piani.Guardo fuori dal finestrino. Evidentemente non sono ancora uscito completamente dai sogni,
perché per un attimo mi sembra di volare sopra le stelle. Poi mi rendo conto che sono le luci della città e
comincio a pensare all'auto a noleggio che ho prenotato. O forse dovrei passare una notte in un albergo
della grande città soffocante e maleodorante e partire verso sud domani? No, domani sarò stanco lo
stesso a causa del jet-lag. Meglio arrivare a destinazione direttamente. Il posto dove sto andando è meglio
della sua reputazione, ci vivono perfino un paio di norvegesi con i quali si può parlare. Svegliarsi al sole,
al mare, in una vita migliore. E questo il piano. Il mio piano in ogni caso. Mi aggrappo al drink che sono
riuscito a salvare prima che l'hostess ripiegasse il tavolino davanti a me. Allora perché dubito del mio
piano? Il suono dei motori aumenta e diminuisce. Sento che stiamo scendendo. Chiudo gli occhi e
riprendo automaticamente il fiato con la certezza di quello che sta per succedere. Lei. Porta la stessa
gonna di quando l'ho vista la prima volta. Mio Dio, ho già nostalgia di lei. Il fatto che sia una nostalgia
che non sarebbe stato possibile lenire anche se fosse ancora viva, non cambia nulla. Perché tutto con lei
era impossibile, la virtù e la passione. I capelli che avrebbero dovuto assorbire tutta la luce ma che invece
brillavano come se fossero d'oro, ha risata ostinata mentre le lacrime scendevano lungo le sue guance, ho
sguardo pieno di rancore quando la penetravo, le sue dichiarazioni d'amore false e la sua allegria genuina
quando andavo da lei con cattive scuse dopo promesse che non avevo mantenuto. E che promettevo di
nuovo quando ero steso al suo fianco nel letto, con la testa nell'impronta sul cuscino lasciata da qualcun
altro. Ora è passato molto tempo. Milioni di anni. Chiudo forte gli occhi per non vedere il seguito. Il
colpo che sparo nel suo corpo, le sue pupille che si dilatano, che si aprono lentamente come una rosa nera,
il sangue che scorre, cade con deboli sospiri, ha rottura del collo, la sua testa che cade indietro. E ora la
donna che amo è morta. E così semplice. Ma questonon ha ancora alcun significato. È questo il bello.
Così semplice e così bello che non è quasi possibile sopportarlo. La pressione nella cabina scende e
preme. Dall'interno. Una forza invisibile che preme contro i timpani e il cervello viscido. E qualcosa mi
dice che le cose andranno in questo modo. Nessuno verrà a cercarmi; nessuno verrà a estorcermi il mio
segreto. Ma il piano andrà in frantumi in ogni modo. Dall'interno.
        *** Capitolo 21. Monopoli.
        Harry si svegliò con la radiosveglia e il telegiornale. I bombardamenti si erano intensificati.
Sembrava una replica. Cercò di trovare un buon motivo per alzarsi. La voce alla radio spiegava che, dal
1975 il peso medio di un uomo e di una donna norvegesi era aumentato rispettivamente di tredici e di
nove chili. Harry chiuse gli occhi e pensò a qualcosa che Aune aveva detto. Che l'escapismo ha una
reputazione ingiustamente negativa. Il sonno arrivò. La stessa sensazione calda e piacevole che provava
quando da piccolo era a letto con la porta aperta e sentiva suo padre andare in giro per la casa a spegnere
lampada dopo lampada e, con ogni lampada che si spegneva, il buio fuori dalla porta diventava sempre
più buio. «Dopo le violente rapine commesse a Oslo nelle ultime settimane, adesso gli impiegati di banca
della città esigono guardie armate nelle agenzie più esposte del centro. La rapina di ieri nella filiale della
Gjensidige NOR in Grønlandsleiret si iscrive in una serie di rapine a mano armata che la polizia sospetta
siano state orchestrate dal cosiddetto Speditore. E lo stesso criminale che ha sparato e ucciso una
persona.»Harry appoggiò i piedi sul linoleum freddo. Il suo viso nello specchio del bagno assomigliava a
un disegno di Picasso. Beate era al telefono. Quando vide Harry nell'apertura della porta, scosse la testa.
Harry annuì accennando ad andarsene, ma Beate gli fece segno di tornare. «Grazie per l'aiuto» disse nel
ricevitore prima di riattaccare. «Disturbo?» chiese Harry, posando una tazza di caffè davanti a Beate.
«No, stavo scuotendo la testa perché non ci sono risultati. L'uomo con cui stavo parlando adesso era
l'ultimo sulla lista. Fra tutta la gente che era presente nella palestra a quell'ora precisa, c'è n'è solo uno che
ricorda vagamente un uomo in tuta. E non era neppure sicuro di averlo visto nello spogliatoio.» Harry si
mise a sedere e si guardò intorno. L'ufficio di Beate era ordinatissimo. Non sarebbe potuto essere
altrimenti. Fatta eccezione per una pianta in un vaso di cui non conosceva il nome, che era sul davanzale
della finestra, la stanza era priva di attributi cosmetici, proprio come il suo ufficio. Sulla scrivania, vide il
retro di una cornice. Era praticamente sicuro che si trattasse della fotografia del padre di Beate. «Hai
parlato soltanto con uomini?» chiese Harry. «La teoria vuole che sia andato nello spogliatoio maschile
per cambiarsi, non è così?» «Poi è andato in giro per le strade di Morristown come un uomo comune. Sì.
Qualcosa di nuovo sulla rapina di ieri in Grønlandsleiret?» «Nuovo e non. Direi piuttosto una replica.
Stesso tipo di vestiti e un AG3. Ha fatto parlare l'ostaggio al suo posto. Ha preso i soldi del Bancomat, il
tutto è durato un minuto e cinquanta secondi. Nessuno sparo. Per farla breve...» «Lo Speditore» disse
Harry.«Che cos'è questo?» chiese Beate alzando la tazza e guardando dentro. «Cappuccino. Halvorsen ti
manda i suoi saluti.» «Caffè con latte?» Beate arricciò il naso. «Lasciami indovinare» disse Harry. «Tuo
padre ha detto che si fidava solo della gente che beve il caffè nero?» Quando vide l'espressione sorpresa
sul viso di Beate si pentì immediatamente. «Scusami» borbottò. «Non intendevo offenderti, è stato idiota
da parte mia.» «Allora che cosa facciamo adesso?» si affrettò a chiedere Beate mentre toccava
l'impugnatura della tazza. «Siamo di nuovo al punto di partenza.» Harry sprofondò nella sedia e fissò la
punta delle sue scarpe. «Andiamo in prigione.» «Prego?» «Andiamo direttamente in prigione» disse
raddrizzandosi. «Anche se passi dalla casella di partenza, non ricevi le duemila corone.» «Ma di cosa stai
parlando?» «La casella della probabilità a Monopoli. E l'unica possibilità che ci rimane. La probabilità.
In prigione. Hai il numero di telefono di Botsen?» «Sarà tempo sprecato» disse Beate. La sua voce
rimbalzava contro le pareti di mattoni del corridoio sotterraneo dove trotterellava vicino a Harry. «Forse»
disse Harry. «Esattamente come il novanta percento di tutte le inchieste.» «Ho riletto tutti i rapporti e gli
interrogatori che sono stati fatti con lui. Non dice mai nulla. A parte un sacco di sciocchezze filosofiche
che non c'entrano niente con il nostro caso.» Harry spinse un pulsante sul citofono vicino alla porta verde
di ferro alla fine del corridoio sotterraneo. «Conosci quel proverbio che dice che si deve cercare quello
che si è perso là dove la luce è più intensa? Questoillustra perfettamente la pazzia umana. Per me si tratta
di buonsenso.» «Presentate la vostra tessera alla videocamera» disse una voce al citofono. «Perché devo
venire con te? Non sarebbe meglio che gli parlassi da solo?» chiese Beate scivolando all'interno dietro
Harry. «E un metodo che Ellen e io utilizzavamo quando interrogavamo i sospetti. Uno di noi conduceva
l'interrogatorio mentre l'altro rimaneva soltanto lì seduto ad ascoltare. Se l'interrogatorio stava per
arrivare a un punto morto, facevamo una pausa. Se ero io a condurre l'interrogatorio, uscivo ed Ellen
iniziava a parlare di argomenti completamente diversi, di cose di tutti i giorni. Come smettere di fumare o
della pessima qualità dei programmi alla televisione. O che l'affitto di casa era diventato troppo caro ora
o che aveva rotto con il suo fidanzato. Dopo qualche minuto di questi discorsi, aprivo la porta e le dicevo
che era successo qualcosa che richiedeva la mia presenza e che doveva continuare lei l'interrogatorio.»
«E funzionava?» «Ogni volta.» Salirono le scale e raggiunsero l'accesso all'atrio del carcere. La guardia
dietro al vetro blindato fece un cenno con la testa e spinse un pulsante. «Il mio collega sta arrivando»
disse con una voce nasale. Il collega era un uomo tozzo, con muscoli gonfi e un'andatura barcollante da
nano. Li condusse fino alla zona del carcere dove una galleria di tre piani con file di porte azzurre si
affacciavano su un grande atrio allungato. Una rete di acciaio era tesa fra i piani. Non si vedeva nessuno
e il silenzio fu interrotto per un attimo dall'eco di una porta che si chiudeva da qualche parte. Harry era
già stato lì diverse volte: quando pensava che dietro a quelle porte c'erano uomini che la società aveva
ritenuto opportuno rinchiudere contro la loro volontà, provava sempre la stessa sensazione di
assurdità.Harry non sapeva con certezza perché trovava quel pensiero così grottesco. Ma aveva qualcosa
a che fare con la manifestazione fisica della vendetta istituzionalizzata e pubblica del reato. La bilancia e
la spada. Il mazzo di chiavi della guardia tintinnò quando aprì la porta della stanza sulla quale spiccava la
scritta SALA VISITE in lettere nere. «Prego. Quando volete uscire, basta bussare.» Entrarono e la porta
si richiuse alle loro spalle. Nel silenzio che seguì, Harry udì il debole ronzio intermittente di un neon,
vide i fiori di plastica che gettavano ombre pallide sulle pareti. Un uomo era seduto con la schiena dritta
su una sedia dietro a un tavolo posizionato esattamente al centro della parete più corta. Teneva gli
avambracci appoggiati a entrambi i lati di una scacchiera. I suoi capelli erano pettinati all'indietro e gli
ricoprivano le orecchie. Indossava una tuta grigia. Le sopracciglia erano folte e l'ombra che cadeva ai lati
del naso dritto, formava una T netta ogni volta che il neon si spegneva per un attimo da solo. Ma era
soprattutto il suo sguardo che Harry ricordava dal funerale, quella combinazione contraddittoria di
passione e di inespressività che ricordava a Harry un'altra persona. Harry fece cenno a Beate di sedersi
vicino alla porta. Poi trascinò una sedia verso il tavolo e si mise a sedere davanti a Raskol. «Grazie per
avere accettato di dedicarci il tuo tempo.» «Il tempo» disse Raskol con una voce sorprendentemente
chiara e delicata. «Il tempo qui non costa molto.» Parlava con un accento dell'Europa Orientale, con le "r"
dure e la pronuncia netta. «Capisco. Mi chiamo Harry Hole e la mia collega si chiama...» «Beate Lønn.
Assomigli a tuo padre, Beate.» Harry sentì la donna ansimare e si voltò verso di lei. Il suo viso non era
arrossito, al contrario, la pelle pallida era ancora più bianca e la bocca si era irrigidita in una smorfia
come se qualcuno le avesse dato uno schiaffo.Harry tossì e abbassò lo sguardo sul tavolo, e fu solo allora
che si rese conto per la prima volta che la simmetria quasi conturbante intorno all'asse che divideva la
stanza per il lungo, era interrotta da un piccolo dettaglio: il re e la regina sulla scacchiera. «E dove ti ho
visto prima, Hole?» «Di solito, resto in prossimità di esseri umani morti» disse Harry. «Ah, sì. Al
funerale. Eri uno dei cani da guardia del capo, non è così?» «No.» «Così non ti piace essere chiamato
cane da guardia. Non andate d'accordo?» «No.» Harry rifletté per un attimo. «È solo che non ci vogliamo
bene. Neanche tu, se non sbaglio.» Un leggero sorriso si dipinse sulle labbra di Raskol e il neon
lampeggiò. «Spero che Ivarsson non l'abbia presa come un'offesa personale. E il vestito non mi sembrava
firmato.» «Non credo che sia stato il vestito quello che ha subito il danno maggiore.» «Voleva che gli
dicessi qualcosa. Allora gli ho detto qualcosa.» «Che gli informatori sono marchiati per sempre?» «Non
male, commissario. Ma questo inchiostro sparisce con il tempo. Giochi a scacchi?» Harry cercò di non
curarsi del fatto che Raskol aveva riconosciuto il suo grado. Forse aveva solo indovinato. «Mi chiedo
come tu sia riuscito a nascondere il trasmettitore dopo» disse Harry. «Ho sentito che hanno messo tutto il
reparto sottosopra qui.» «Chi ha detto che ho nascosto qualcosa? Bianco o nero?» «Si dice che tu sei
ancora il cervello dietro gran parte delle grosse rapine in Norvegia, che hai la tua base qui e che la tua
parte del bottino viene versata su un conto all'estero. È per questo che hai fatto in modo di essere portato
nel reparto A qui a Botsen, perché è proprio qui che puoiincontrare quelli che hanno le condanne più
brevi che usciranno presto e che potranno portare a termine i tuoi piani? E come comunichi con loro
quando sono fuori? Hai un cellulare qui dentro? Un computer?» «La tua introduzione è promettente,
commissario, ma cominci già ad annoiarmi. Vuoi giocare oppure no?» «Giocare è noioso» disse Harry.
«Se non metti nulla in gioco.» «Per me va bene. Che cosa ci giochiamo?» «Questo» esclamò Harry
alzando un portachiavi con un'unica chiave e una piastrina di ottone. «E che cosa sarebbe?» chiese
Raskol. «Nessuno lo sa. Qualche volta, bisogna solo sperare che la posta in gioco sia di grande valore.»
«E perché dovrei?» Harry si chinò in avanti. «Perché tu ti fidi di me.» Raskol si mise a ridere. «Dammi un
solo buon motivo per cui dovrei fidarmi di te, Spiuni.» «Beate» disse Harry senza distogliere lo sguardo
da Raskol. «Esci e lasciaci soli per favore.» Sentì Beate bussare e il tintinnio delle chiavi dietro di sé. La
porta si aprì e quando si richiuse, si udì un piccolo clic. «Dai un'occhiata» disse Harry mettendo la chiave
sul tavolo. Senza distogliere lo sguardo da quello di Harry, Raskol chiese: «AA?». Harry prese il re
bianco dalla scacchiera. Era intagliato a mano. «Sono le iniziali di un uomo che aveva un problema
delicato. Era ricco. Aveva una moglie e dei bambini. Una villa e una casa di campagna. Un cane e
un'amante. Tutto sembrava perfetto.» Harry girò la piastra. «Ma poco dopo, con il tempo, l'uomo ricco
cambiò. Un giorno, gli eventi gli fecero capire che la cosa più importante della sua vita era la sua
famiglia. Quindi mise in vendita la sua società, pose fine alla sua relazione con l'amante, e promise a se
stesso e allasua famiglia che da quel momento avrebbero vissuto unicamente gli uni per gli altri. Il
problema era che l'amante aveva iniziato a minacciare l'uomo di rivelare tutto alla moglie. Sì, forse fece
anche pressione per ottenere del denaro. Non tanto per avidità, ma piuttosto per reale necessità. E perché
stava per portare a termine un'opera artistica che considerava il capolavoro della sua vita, e aveva
bisogno di denaro per farsi strada nel mondo. La donna continuava a fare pressione e una sera l'uomo
decise di andare da lei. Non una sera qualsiasi, ma una sera speciale quando lei aveva detto che avrebbe
avuto la visita di una sua vecchia fiamma. «Perché glielo aveva detto? Forse per farlo ingelosire? O per
far vedere che altri uomini la volevano? L'uomo non si ingelosì. Al contrario, diventò di buon umore. Era
un motivo fantastico.» Harry fissò Raskol. L'uomo aveva incrociato le braccia e teneva lo sguardo fisso
su Harry. «L'uomo aspettò per strada. Aspettò a lungo continuando a controllare la luce alle finestre
dell'appartamento della donna. Poco prima di mezzanotte il visitatore se ne andò. Un conoscente
occasionale che - se si fosse dimostrato necessario - non aveva alcun alibi, e che probabilmente era stato
visto mentre andava da Anna quella sera. Se non altro, la vicina curiosa di Anna, Astrid Monsen avrebbe
sicuramente sentito quell'uomo suonare all'inizio della serata. Ma il nostro uomo non suonò. Il nostro
uomo è entrato. Ha fatto le scale in silenzio e ha aperto la porta.» Harry prese il re nero e lo confrontò con
quello bianco. Se non si guardava attentamente, si sarebbe potuto credere che fossero perfettamente
uguali. «La pistola non è registrata. Forse era quella di Anna, forse era dell'uomo. Io non so di preciso
quello che è successo in quella casa. E con tutta probabilità, il mondo non lo saprà mai, dato che la donna
è morta. E dal punto di vista della polizia, il caso è stato classificato come suicidio.»«Io? "Il punto di vista
della polizia"?» Raskol passò una mano sulla sua barbetta. «Perché non dici "noi" e "il nostro punto di
vista?" Stai cercando di raccontarmi che sei il solo a lavorare su questo caso, commissario?» «Cosa vuoi
dire?» «Sai benissimo quello che voglio dire. Capisco che hai usato il trucco di mandare via la tua collega
per farmi credere che tutto questo doveva restare fra te e me.» Raskol appoggiò i palmi delle mani uno
contro l'altro. «Non deve per forza significare che non possa essere così malgrado tutto. Qualcuno sa
quello che sai?» Harry scosse il capo. «Allora che cosa stai cercando? Soldi?» «No.» «Se fossi in te, non
sarei così impaziente, commissario. Non ho ancora avuto il tempo di riflettere su quanto questa
informazione possa valere per me. Forse stiamo parlando di grosse somme. Ammesso che tu possa
provare quello che dici. E la punizione può essere inferta - diciamo - privatamente senza inutili interventi
ufficiali.» «Questo non è il punto» disse Harry, sperando che il sudore sulla sua fronte non fosse visibile.
«Il punto è sapere se la tua informazione ha valore per me.» «Che cosa proponi, Spiuni?» «Ecco quello
che propongo» replicò Harry, tenendo entrambi i re nella stessa mano. «Partita pari. Tu mi dici chi è lo
Speditore. Io procuro le prove contro l'uomo che ha ucciso Anna.» «Come immaginavo. Puoi andartene,
Spiuni.» «Pensaci, Raskol.» «Non è necessario. Mi fido più delle persone che vogliono i miei soldi che di
uno che vuole fare una crociata.» Rimasero a fissarsi. Il neon sfrigolò. Harry annuì. Posò i pezzi sul
tavolo. Si alzò, andò alla porta e bussò. «Devi averle voluto bene» disse con la schiena rivolta verso
Raskol. «L'appartamento in Sorgenfrigata era registratoa tuo nome, e so benissimo che Anna aveva
problemi di soldi.» «E?» «Siccome è il tuo appartamento, ho detto che la chiave deve essere mandata a te.
Arriverà con un fattorino in giornata. Ti consiglio di confrontarla con quella che ti ho dato.» «Perché?»
«C'erano tre chiavi dell'appartamento di Anna. Una ce l'aveva Anna, l'altra ce l'aveva l'elettricista. L'ho
trovata nel comodino della casa di campagna che appartiene all'uomo di cui ti ho parlato. È la terza e
ultima chiave. È l'unica che può essere stata utilizzata in caso Anna sia stata assassinata.» Udirono dei
passi fuori dalla porta. «E se questo significa qualcosa per la mia credibilità» disse Harry, «sto solo
cercando di salvarmi la pelle.»
        *** Capitolo 22. L'America.
        La gente che ha sete beve qualsiasi cosa. Prendete il bar Malik in Thereses gate. Era un locale che
vendeva hamburger e non aveva nulla di ciò che faceva di Schrøder uno spaccio di bevande alcoliche ma,
malgrado tutto, aveva una certa dignità. Gli hamburger che facevano da Malik avevano la reputazione di
essere migliori di quelli dei concorrenti e, con un briciolo di buona volontà, si poteva dire che il decoro
interno di ispirazione indiana, con una foto della famiglia reale norvegese, possedeva un certo fascino.
Ma era e rimaneva un fast-food dove la gente che era disposta a pagare per una certa credibilità in termini
di alcol, non sarebbe mai venuta a bersi la sua pinta di birra. Harry non era mai stato uno di loro. Era da
molto tempo che non andava da Malik, ma quandosi guardò intorno, constatò che tutto era esattamente
come prima. Øystein era seduto al tavolo per fumatori, insieme a una donna e a un gruppo di uomini,
compagni di bevuta. Con un sottofondo rumoroso di canzoni pop fuori moda, Eurosport e olio rosolante,
si svolgeva una conversazione cordiale sui risultati del Lotto, del caso Orderud e della dubbia moralità di
un amico assente. «Salve, Harry!» La voce rauca di Øystein si udì al di sopra dell'inquinamento sonoro.
Scosse la testa facendo muovere i lunghi capelli unti, si passò una mano sui pantaloni e la porse a Harry.
«Questo è lo sbirro di cui vi ho parlato, mi sentite. Quello che ha sparato a quel tipo in Australia. L'ha
colpito alla testa, non è vero?» «Bene» disse uno degli ospiti di cui Harry non riusciva a vedere il viso
perché era coperto dai lunghi capelli che formavano una tenda intorno al bicchiere da mezzo litro. «Un
pezzo di merda in meno.» Harry indicò un tavolo libero e Øystein annuì, spense la sua sigaretta, infilò il
pacchetto di tabacco Petterøes nel taschino della sua camicia di jeans e si concentrò per portare al nuovo
tavolo il suo bicchiere di birra senza rovesciarlo. «È passato molto tempo» disse Øystein, preparandosi
una nuova sigaretta. «Stessa cosa con gli altri ragazzi, fra l'altro. Non li vedo mai. Tutti sono andati via, si
sono sposati e hanno avuto bambini.» Øystein si mise a ridere. Una risata dura e amara. «In ogni caso,
tutti si sono imborghesiti. Chi l'avrebbe mai immaginato?» «Hai visto?» «Allora, vai a Oppsal qualche
volta? Tuo padre vive ancora in quella casa, non è così?» «Sì. Ma ci vado raramente. Di tanto in tanto
parliamo al telefono.» «E tua sorella? È migliorata?» «Quando si tratta della sindrome di Down, non si
può migliorare, Øystein. Ma se la cava piuttosto bene. Vive dasola in un appartamento a Sogn. E ha un
ragazzo» disse Harry sorridendo. «Porca miseria. È più di quello che ho io.» «Come va con le corse?»
«Così, così. Ho appena cambiato padrone di taxi. Quello di prima non era completamente a posto con la
testa. Era un pezzo di merda.» «E continui a non volere tornare a lavorare con i computer?» «Ovviamente
no, sei pazzo!» Øystein rise dentro di sé, leccando la cartina con la punta della lingua. «Un milione di
corone all'anno e un ufficio tutto per me, certo che potrei immaginarmelo. Ma il treno è partito, Harry. Il
tempo per i tipi rock'n'roll come il sottoscritto è finito per quanto riguarda il settore informatico.» «Ho
parlato con un tizio che lavorava nella sicurezza informatica alla DnB. Ha detto che sei sempre
considerato come uno dei pionieri della soluzione dei codici.» «Pioniere vuol dire vecchio, Harry.
Nessuno ha bisogno di un hacker troppo vecchio che è in ritardo di dieci anni sul progresso, questo lo
capisci? E poi è successo quel casino.» «Che cosa è successo esattamente?» «Cosa è successo?» disse
Øystein alzando gli occhi al cielo. «Mi conosci. Una volta hippy, sempre hippy. Avevo bisogno di grana.
Ho provato con un codice che non avrei mai dovuto testare.» Accese la sua sigaretta e si guardò intorno
invano alla ricerca di un portacenere. «E tu? Hai messo il tappo alla bottiglia definitivamente?» «Ci
provo» Harry allungò la mano per prendere il portacenere che era sul tavolo vicino. «Ho una donna.»
Parlò di Rakel, di Oleg e del processo a Mosca. E della vita in generale. Non ci volle molto. Øystein parlò
della banda di amici che erano cresciuti insieme a Oppsal. Di Siggen che si era trasferito a Harestua con
una donna che Øystein considerava troppo bella per lui, o di Kristian che era finito su una sedia a rotelle
dopo esserestato investito da una motocicletta al nord di Minnesund, ma che aveva buone speranze
secondo i medici. «Speranze per che cosa?» chiese Harry. «Per poter scopare di nuovo» scherzò Øystein.
E svuotò il resto del suo bicchiere. Tore era sempre insegnante, ma si era separato da Silje. «Le sue
prospettive non erano buone» disse Øystein. «Aveva messo su trenta chili. Silje se ne è andata per questo.
È vero ! Torkild l'ha incontrata in città e lei gli ha detto che non ce la faceva più con tutto quel grasso.»
Øystein allontanò il suo bicchiere. «Ma non è per questo che mi hai telefonato, vero?» «No, ho bisogno di
aiuto. Mi sto occupando di una cosa.» «Catturare i cattivi? E quindi vieni da me? Che onore!» La risata di
Øystein si trasformò in tosse. «È una faccenda nella quale sono coinvolto personalmente» confessò
Harry. «È un po' difficile spiegare tutto, ma si tratta di rintracciare una persona che invia delle email sul
mio indirizzo personale. Credo che invii i messaggi tramite un server con clienti anonimi da qualche
parte all'estero.» Øystein fece un cenno con la testa, pensieroso. «Dunque, hai dei problemi?» «Forse.
Perché lo credi?» «Sono un tassista che ha troppa sete e non so naia delle ultime novità nel campo della
tecnologia dell'informazione. E tutti quelli che mi conoscono sanno che non possono contare su di me
quando si tratta di lavoro. Per farla breve, l'unico motivo per venire da me è che sono un vecchio amico.
La lealtà. Io tengo la bocca chiusa, non è così?» Bevve un lungo sorso di birra. «Forse bevo, ma non sono
un deficiente, Harry.» Tirò una lunga boccata dalla sigaretta. «Allora, quando cominciamo?» Il buio
della notte era sceso su Slemdal. La porta si aprì e un uomo e una donna apparvero sulla scala. Si
congedarono dal proprietario ridendo, scesero e si avviaronolungo il vialetto con la ghiaia che
scricchiolava sotto le scarpe nere lucide, commentando il cibo, l'accoglienza e gli altri ospiti. Quindi,
quando uscirono dal cancello che dava su Bjørnetråkket, non notarono il taxi che era parcheggiato sulla
strada poco più lontano. Harry spense la sigaretta, accese la radio e sentì Elvis Costello spaccarsi la voce
cantando Watching the Detectives. Aveva notato che quando le sue canzoni di protesta preferite
diventavano abbastanza vecchie, andavano a finire sulle stazioni di radio locali di non-protesta.
Naturalmente era convinto che questo significasse una sola cosa, e cioè che era diventato vecchio. Ieri la
Nitimen aveva trasmesso una canzone di Nick Cave. Una voce notturna seducente annunciò Another Day
in Paradise e Harry spense la radio. Abbassò il finestrino e ascoltò il suono sordo dei passi che proveniva
dalla casa degli Albu, era l'unico rumore che rompeva il silenzio. Una festa di adulti. Soci in affari, vicini
di casa e un ex compagno di studi dalla BI. Non proprio una serata con musica classica, ma neppure un
rave party, piuttosto Gin & Tonic, gli Abba e i Rolling Stones. Un gruppo di quasi quarantenni, con una
buona istruzione. In altre parole, a casa presto dalla baby-sitter. Harry guardò l'orologio. Pensò alla
nuova e-mail che aveva trovato sul suo computer quando lui e Øystein l'avevano acceso: Mi sto
annoiando. Hai paura o sei solo stupido? C#MN. Aveva lasciato il computer a Øystein e aveva preso in
prestito il suo taxi, una Mercedes esausta degli anni Settanta, che aveva dondolato come un vecchio
materasso a molle quando era passato sulla cunetta nella zona residenziale, ma che era comunque un
sogno da guidare. Aveva deciso di aspettare che la gente in abiti da sera uscisse dalla casa degli Albu.
Non vi era alcun motivo di fare scandalo. E, in ogni caso, prima di fare qualche stupidaggine, aveva
bisogno di un po' di tempo per riflettere: Harry aveva cercato di farlo freddamente, ma quella frase mi sto
annoiando gli era tornata in mente."Adesso hai riflettuto abbastanza" borbottò Harry a se stesso nello
specchietto retrovisore. "Adesso puoi fare qualcosa di stupido." Fu Vigdis Albu ad aprire la porta. Aveva
eseguito il gioco di prestigio che solo le brave illusioniste conoscono alla perfezione e che uomini come
Harry non sarebbero mai stati in grado di scoprire: si era fatta bella. E l'unico cambiamento concreto che
Harry poteva notare era che indossava una gonna da sera turchese intonata ai suoi grandi occhi blu, che
ora erano spalancati per la sorpresa. «Mi scusi se la disturbo così tardi, Signora Albu. Vorrei parlare con
suo marito.» «Abbiamo invitato a cena degli amici» disse la donna. «Non può aspettare fino a domani?»
Fece un sorriso supplicante, ma Harry si rese conto che in realtà aveva solo voglia di sbattergli la porta in
faccia. «Spiacente. Suo marito ha mentito quando ha detto che non conosceva Anna Bethsen. E credo che
lei abbia fatto lo stesso.» Harry non sapeva se fosse la gonna da sera o la discussione che gli aveva fatto
decidere di darle del lei. La bocca di Vigdis Albu formò una "o" muta. «Ho un testimone che li ha visti
insieme» riprese Harry. «E so da dove proviene la fotografia.» La donna chiuse gli occhi due volte.
«Perché?» Balbettò. «Perché?» «Perché erano amanti, signora Albu.» «No, voglio dire, perché mi stai
raccontando questo? Chi ti dà il diritto di farlo?» Harry aprì la bocca per rispondere. Per dirle che
riteneva che avesse il diritto di saperlo, che comunque la storia sarebbe venuta a galla prima o poi, e così
via. Invece, rimase immobile a guardarla. Perché la donna era già a conoscenza di quello che le aveva
detto, e non lo aveva saputo neppure lui, non prima di quel momento. Harry deglutì. «Diritto di fare cosa,
cara?» Harry vide Arne Albu scendere le scale. La sua fronte era lucida di sudore e il nodo a farfalla del
suo smoking erasciolto. Dal salone al primo piano, Harry sentì David Bowie affermare erroneamente
This is not America. «Stai zitto, Arne, svegli i bambini» disse Vigdis senza distogliere il suo sguardo
implorante da Harry. «Non si sveglierebbero neppure se qui cadesse una bomba atomica» borbottò Arne
Albu. «Credo che sia proprio quello che Hole ha appena fatto» disse la donna a voce bassa. «Nella
speranza che provocasse i massimi danni, sembra.» Harry incontrò il suo sguardo. «Ebbene?» sogghignò
Arne Albu posando un braccio sulle spalle di sua moglie. «Posso prendere parte a questo gioco anch'io?»
Il suo era un sorriso beffardo, ma allo stesso tempo aperto, quasi candido. Come la gioia incosciente di un
ragazzo che ha preso in prestito l'auto di suo padre senza permesso. «Mi dispiace» disse Harry. «Ma il
gioco è finito. Abbiamo le prove che ci servono. E proprio in questo momento, un esperto in informatica
sta rintracciando l'indirizzo da dove hai inviato le e-mail.» «Di cosa sta parlando?» disse Albu ridendo.
«Prove? Email?» Harry lo fissò. «La fotografia nella scarpa di Anna. Lei l'aveva presa dall'album di
fotografie quando eravate insieme nella casa di campagna a Larkollen, alcune settimane fa.»
«Settimane?» chiese Vigdis guardando suo marito. «L'ha capito quando gli ho fatto vedere la foto» disse
Harry. «Ieri è stato a Larkollen e l'ha sostituita con una copia.» Arne Albu corrugò la fronte, ma continuò
a sorridere. «L'agente ha bevuto?» «Non avresti dovuto dirle che sarebbe morta» continuò Harry,
rendendosi conto che stava per perdere il controllo. «E in ogni modo, non avresti dovuto perderla
d'occhio dopo. È riuscita a nascondere la fotografia nella sua scarpa. Ed è questo che ti ha fatto scoprire,
Albu.»Harry sentì la signora Albu trattenere il respiro. «Scarpe qui, scarpe là» disse Albu mentre
accarezzava il collo di sua moglie. «Sai perché gli uomini d'affari norvegesi non riescono a fare affari
all'estero? Dimenticano le scarpe. Portano scarpe che hanno comprato in saldo da Skoringen, con vestiti
di Prada da quindicimila corone. Gli stranieri trovano che sia sospetto.» Albu indicò le sue scarpe.
«Guarda. Scarpe italiane cucite a mano. Milleottocento corone. Non è molto quando si tratta di comprarsi
la fiducia degli altri.» «Ma mi chiedo perché sei stato così impaziente di farmi sapere che eri lì fuori»
disse Harry. «Eri geloso?» Arne scosse il capo, sorridendo, mentre Vigdis Albu si liberava dal suo
braccio. «Credevi che io fossi il suo nuovo amante?» continuò Harry. «Ed eri convinto che non avrei
avuto il coraggio di fare qualcosa in un caso nel quale ero personalmente coinvolto, così potevi giocare
un po' con me, torturarmi, farmi arrampicare sugli specchi. Non è così?» «Vieni, Arne! Christian sta per
fare un discorso!» Un uomo con un drink e un sigaro in mano stava ciondolando in cima alle scale.
«Cominciate senza di me» disse Arne. «Prima, voglio solo assicurarmi che quest'uomo sia così gentile da
andarsene.» L'uomo inarcò le sopracciglia. «C'è qualche problema?» «No, per niente» si affrettò a dire
Vigdis Albu. «Torna dentro con gli altri, Thomas.» L'uomo scrollò le spalle e sparì. «L'altra cosa che mi
meraviglia» disse Harry, «è che sei stato così arrogante che, anche dopo che ti ho confrontato con la foto,
hai continuato a inviarmi delle e-mail.» «Mi dispiace di dovermi ripetere, agente» farfugliò Albu «Ma
qual è il problema con queste e-mail di cui stai parlando?» «Molti credono che sia possibile inviare
un'e-mail anonima,se si usa un server che non richiede che uno sia registrato con il proprio nome.
Sbagliato. Il mio amico hacker mi ha appena spiegato che tutto - proprio tutto - quello che si fa sulla rete
lascia tracce elettroniche che, in questo caso particolare, danno la possibilità di risalire al computer dal
quale le e-mail sono state inviate. La questione è solo di sapere dove si deve cercare.» Harry prese un
pacchetto di sigarette dalla tasca interna. «Preferirei che non...» iniziò Vigdis Albu, ma si interruppe
bruscamente. «Dimmi, signor Albu» disse Harry accendendo la sua sigaretta, «dov'eri martedì sera della
scorsa settimana fra le undici e l'una di notte?» Arne e Vigdis Albu si scambiarono uno sguardo.
«Possiamo parlarne qui o alla centrale di polizia» disse Harry. «Era qui a casa» disse Vigdis. «Come ho
detto.» Harry soffiò il fumo dal naso. Sapeva che stava esagerando, ma sapeva anche che un mezzo bluff
era un bluff mancato, e ora non poteva più tornare indietro. «Possiamo parlarne qui o alla centrale di
polizia. Devo dire agli ospiti che la festa è finita?» Vigdis Albu si morse il labbro inferiore. «Ma ho
appena detto che era qui» iniziò. D'improvviso, non era più così bella. «Va bene, Vigdis» disse Albu
accarezzandole la spalla. «Torna dentro e occupati degli ospiti mentre io accompagno Hole al cancello.»
Harry sentiva appena il vento, ma in alta quota, sembrava soffiare con violenza perché le nuvole
correvano nel cielo nascondendo di tanto in tanto la luna. I due uomini camminavano lentamente.
«Perché qui?» chiese Albu. «Te lo sei voluto.» Albu annuì. «Forse sì. Ma perché mia moglie deve venire
a saperlo in questo modo?»Harry scrollò le spalle. «In che modo volevi che venisse a saperlo?» disse. La
musica si era fermata e dalla casa si udivano risate a intervalli regolari. Christian aveva iniziato il suo
discorso. «Posso chiederti una sigaretta?» chiese Albu. «In realtà ho smesso.» Harry gli porse il
pacchetto. «Grazie.» Albu si mise la sigaretta fra le labbra e si inclinò verso la fiamma dell'accendino che
Harry aveva acceso. «Cosa stai cercando? Soldi?» «Perché tutti mi chiedono la stessa cosa?» mormorò
Harry. «Sei solo. Non hai un mandato d'arresto e stai cercando di bluffare dicendo che mi porti alla
centrale. Inoltre sei stato nella casa di Larkollen, e per questo sai che avrai problemi seri quanto i miei.»
Harry scosse il capo. «Non sono i soldi?» Albu inclinò la testa all'indietro. Alcune stelle solitarie
brillavano in cielo. «Quindi si tratta di qualcosa di personale? Eravate amanti?» «Credevo che tu sapessi
tutto di me» disse Harry. «Per Anna, l'amore era una cosa molto seria. Amava l'amore. No, la parola
giusta è idolatrare. Anna idolatrava l'amore. Era l'unica cosa che contava nella sua vita. Questo, e l'odio.»
Fece un cenno della testa verso il cielo. «I due sentimenti erano come stelle neutrone nella sua vita. Sai
che cos'è una stella di neutroni?» Harry scosse il capo. Albu alzò la sua sigaretta verso il cielo. «Sono
pianeti con una densità e una gravitazione così grandi che, se ci lasciassi cadere sopra la mia sigaretta,
avrebbe la stessa potenza di una bomba atomica. Era la stessa cosa con Anna. La gravitazione del suo
amore - e del suo odio - era così forte che nulla poteva esistere fra loro. E la minima sciocchezza
provocava un'esplosione atomica. Capisci? Ma mi ci è voluto molto tempo per rendermene conto. Era
come Giove, nascosta dietro aun'eterna coltre di nuvole di zolfo. E di umorismo. E di sessualità.»
«Venere.» «Prego?» «Niente.» La luna brillava fra due nuvole, e come l'animale di una fiaba, il cervo di
bronzo spuntò dalle ombre del giardino. «Anna e io ci eravamo messi d'accordo per incontrarci verso
mezzanotte» disse Albu. «Aveva detto che aveva alcune cose che voleva restituirmi. Ero parcheggiato in
Sorgenfrigata fra mezzanotte e mezzanotte e un quarto. Avevamo deciso che l'avrei chiamata dall'auto
invece di suonare alla porta. A causa di una vicina ficcanaso, aveva detto. In ogni caso, non ha risposto.
Allora sono tornato a casa.» «E quindi tua moglie ha mentito?» «Naturalmente. Il giorno in cui sei venuto
con la fotografia, ci siamo messi d'accordo che mi avrebbe fornito un alibi.» «E perché stai
abbandonando il tuo alibi adesso?» Albu si mise a ridere. «Significa qualcosa? Siamo due persone che
parlano con la luna come testimone silenzioso. Posso negare tutto in seguito. Se devo essere sincero,
dubito che tu abbia qualcosa che puoi usare contro di me.» «E allora, perché non mi racconti anche il
resto?» «Vuoi dire, che l'ho uccisa?» Rise di nuovo, più forte questa volta. «È il tuo lavoro scoprire se è
così, non è vero?» Erano arrivati al cancello. «Volevi solo vedere come avremmo reagito, non è così?»
Albu spense la sigaretta contro il marmo. «E volevi vendicarti, è per questo che hai parlato con mia
moglie. Eri arrabbiato. Un bambino arrabbiato che colpisce la prima cosa che gli capita a tiro. Adesso sei
soddisfatto?» «Quando avrò trovato l'indirizzo di posta elettronica, ti beccherò» disse Harry. Non era più
arrabbiato. Era solo stanco.«Non troverai nessun indirizzo di posta elettronica» disse Albu. «Mi dispiace,
caro amico. Possiamo continuare questo gioco, ma non puoi vincere.» Harry lo colpì. Il suono del suo
pugno contro la carne fu sordo e breve. Albu fece un passo indietro, barcollando e si toccò il sopracciglio.
Harry vide il suo alito grigio nell'oscurità della notte. «Devi andare a farti dare dei punti» disse. Albu
fissò la sua mano macchiata di sangue e si mise a ridere. «Mio Dio, sei proprio un perdente miserabile,
Harry. Va bene se uso il tuo nome di battesimo? Ho la sensazione che questa serata ci abbia avvicinati,
non trovi?» Harry non rispose e Albu rise ancora più forte. «Che cosa ha mai visto in te, Harry? Ad Anna
non piacevano i perdenti. In ogni modo, non si lasciava scopare da loro.» La risata aumentò e poi diminuì
alle spalle di Harry mentre ritornava lentamente verso il taxi, e il profilo della chiave dell'auto affondava
nella sua pelle.
         *** Capitolo 23. La nebulosa dalla Testa di cavallo.
         Harry fu svegliato dagli squilli del telefono. Guardò l'orologio. Le 7,30. Era Øystein. Era uscito
dall'appartamento di Harry solo tre ore prima. Ora, era riuscito a localizzare il server in Egitto, ed era
andato oltre. «Ho scambiato qualche e-mail con una vecchia conoscenza. Vive in Malaysia e si diverte
ancora a giocare a fare l'hacker di tanto in tanto. Il server si trova a El-Tor, sul Mar Rosso. Ci sono
parecchi server lì, è una specie di centro per questo tipo di servizi. Stavi dormendo?»«Puoi dirlo! Come
fai a trovare il nostro cliente?» «Temo che ci sia un solo modo, e cioè andare laggiù con un bel pacchetto
di greenbucks americani.» «Quanti?» «Abbastanza perché qualcuno possa veramente dirci con chi
dobbiamo parlare. E quello con cui parleremo ci dica veramente...» «Ho capito. Quanti?» «Mille dollari
dovrebbero bastare per iniziare.» «Tu credi?» «Sto solo facendo una supposizione. Cosa diavolo ne so io
di queste cose?» «Okay. Accetti l'incarico?» «Dipende.» «Pagherò tutto. Prendi il volo più economico e
dormi in un albergo di merda.» «Affare fatto.» Erano le dodici e la mensa della centrale di polizia era
piena zeppa. Harry strinse i denti ed entrò. Non detestava i suoi colleghi per principio, solo
istintivamente. E la cosa era peggiorata con gli anni. «Niente di più di una normale paranoia» aveva detto
Aune. «Anch'io ne soffro. Credo che tutti gli psicologi ce l'abbiano con me, mentre in realtà soltanto la
metà mi detesta.» Harry lasciò scorrere lo sguardo nel locale e intravide Beate seduta a un tavolo e la
schiena di una persona che le faceva compagnia. Harry cercò di ignorare gli sguardi che lo seguivano
mentre passava. Qualcuno borbottò un "ciao", ma Harry partì dal presupposto che fosse stato detto
ironicamente e non rispose. «Disturbo?» Beate alzò la testa con un'espressione di imbarazzo sul volto,
come se Harry l'avesse colta in flagrante. «Assolutamente no» disse una voce conosciuta. L'uomo si alzò.
«Stavo proprio per andarmene.»I peli del collo di Harry si rizzarono, non per principio, ma
istintivamente. «Allora ci vediamo questa sera» disse Tom Waaler con un sorriso rivolto al viso rosso
come il fuoco di Beate. Prese il suo vassoio, fece un cenno con la testa verso Harry e se ne andò. La donna
rimase con lo sguardo fisso sul panino al formaggio davanti a sé, cercando di far assumere al suo volto
un'espressione innocente. Harry si mise a sedere. «Ebbene?» «Cosa?» cinguettò Beate con un tono
esageratamente sorpreso. «Hai lasciato un messaggio sulla mia segreteria telefonica dicendo che avevi
qualcosa di nuovo da dirmi» disse Harry. «Ho avuto l'impressione che fosse una cosa urgente.» «Ho
risolto la faccenda.» Beate bevve un sorso di latte. «Si tratta di quei disegni del viso dello Speditore che il
programma ha eseguito. Ho continuato a sentire che assomigliava a qualcuno.» «Vuoi parlare degli
stampati che mi hai fatto vedere? Non c'è niente lì che possa assomigliare anche approssimativamente a
un viso, sono solo tratti casuali su un foglio di carta.» «Eppure.» Harry scrollò le spalle. «Sei tu l'esperta
fisionomista. Sentiamo quello che hai scoperto.» «Questa notte mi è venuto in mente chi era.» Bevve un
sorso di latte e si asciugò i baffi con un tovagliolo. «Davvero?» «Trond Grette.» Harry la fissò a lungo.
«Non mi stai prendendo in giro, spero!» «No» rispose Beate. «Ho solo detto che c'è una certa
somiglianza. E, dopotutto, Grette si trovava nelle vicinanze di Bogstadveien al momento dell'uccisione.
Ma, come ho detto, l'ho risolto.»«E come?» «Ho controllato con Gaustad. Se è lo stesso rapinatore che ha
fatto il colpo alla filiale DnB in Kirkeveien, non può essere Grette. In quel momento era seduto nella sala
della televisione con almeno tre sorveglianti. E ho mandato alcuni dei ragazzi della scientifica a casa di
Grette a prendere le sue impronte digitali. Weber le ha appena confrontate con le impronte sulla bottiglia
di Coca-Cola. E non sono le sue impronte.» «Allora, per una volta avevi torto?» Beate scosse il capo.
«Stiamo cercando una persona che ha alcune caratteristiche fisiche in comune con Grette.» «Mi dispiace
dovertelo dire, Beate, ma Grette non ha alcuna caratteristica fisica o qualcosa di simile. È un esperto
contabile che assomiglia a un esperto contabile, e io ho già dimenticato la sua faccia.» «Certo» riprese
Beate scartando il secondo panino. «Ma io non l'ho dimenticata. È un punto di riferimento.» «Forse io ho
una buona notizia.» «E cioè?» «Sto andando a Botsen. Raskol vuole parlare con me.» «Bene. Buona
fortuna.» «Grazie.» Harry si alzò. Esitò un attimo. Poi decise. «So che non sono tuo padre, ma posso dirti
una cosa?» «Prego.» Harry si guardò intorno per assicurarsi che nessuno potesse sentirli. «Se fossi in te,
farei attenzione con Waaler.» «Grazie.» Beate prese un grosso boccone di pane. «E quello che hai detto
di te e di mio padre è esatto.» «Ho vissuto in Norvegia tutta la mia vita» disse Harry. «Sono cresciuto a
Oppsal. I miei genitori erano insegnanti. Adesso mio padre è in pensione, e dopo la morte di mia madre,
vive come un sonnambulo che solo raramente fa visita agli svegli. Manca molto alla mia sorellina. Anche
a mesuppongo. Mi mancano entrambi. Volevano che anch'io facessi l'insegnante. All'inizio pensavo di
seguire le loro orme. Poi invece c'è stata la scuola di polizia. E un po' di Legge. Se mi chiedi perché ho
scelto di diventare un poliziotto, posso darti dieci buoni motivi, ma nessuno in cui credo personalmente.
Non ci penso più di tanto. E un lavoro, mi pagano e ogni tanto mi sembra di fare qualcosa di buono, e
questo mi aiuta ad andare avanti. Prima di aver compiuto i trent'anni ero un alcolizzato. Forse prima di
aver compiuto vent'anni, dipende da come lo si considera. Pare che faccia parte dei geni. È possibile.
Quando sono diventato adulto, ho saputo che mio nonno di Åndalsnes si era ubriacato tutti i giorni per
cinquant'anni. Andavamo lì ogni estate fino a quando ho compiuto quindici anni, e non ho mai notato
nulla. Purtroppo, non ho ereditato quel suo talento. Ho fatto delle cose che non sono proprio passate
inosservate. Per farla breve, il fatto che sia ancora alla polizia, è un vero miracolo.» Harry alzò lo sguardo
verso il cartello di divieto di fumare e accese una sigaretta. «Anna e io siamo stati insieme per sei
settimane. Non mi amava. Non la amavo. Quando ho smesso di contattarla, le ho fatto un favore più
grande di quello che ho fatto a me stesso. Ma lei non la vedeva in questo modo.» L'altro uomo nella
stanza fece un cenno con la testa. «Ho amato tre donne nella mia vita» proseguì Harry. «La prima era un
amore di gioventù che stavo per sposare, prima che le cose andassero all'inferno per noi due. Si è
suicidata molto tempo dopo che ho smesso di vederla, il suo suicidio non aveva nulla a che fare con me.
La seconda è stata uccisa da un uomo che inseguivo dall'altra parte del mondo. Lo stesso è successo a una
mia collega, Ellen. Non capisco perché, ma le donne che mi stanno vicino muoiono. Forse è nei miei
geni.» «E la terza donna che hai amato?» La terza donna. La terza chiave. Harry passò le dita sulle iniziali
AA e sul profilo della chiave che Raskol gli avevapassato sul tavolo quando la porta si era chiusa alle sue
spalle. Quando Harry gli aveva chiesto se fosse identica a quella che aveva ricevuto per posta, Raskol
aveva fatto un cenno di assenso con la testa. Poi aveva chiesto a Harry di parlare di sé. Ora Raskol era
seduto con i gomiti appoggiati sul tavolo e le sue lunghe dita sottili erano intrecciate come se stesse
pregando. Il neon difettoso era stato sostituito e la luce sul suo viso era come una cipria bluastra. «La
terza donna è a Mosca» disse Harry. «E una donna piena di energia.» «È tua?» «Non userei proprio
queste parole.» «Ma state insieme?» «Sì.» «E avete intenzione di passare il resto della vostra vita
insieme?» «No. Non facciamo progetti. È un po' troppo presto per questo.» Raskol sorrise, desolato.
«Vuoi dire che tu non fai progetti. Ma le donne fanno progetti. Le donne fanno sempre progetti.»
«Proprio come te?» Raskol scrollò il capo. «Io so solo come si pianificano le rapine. Quando si tratta di
rubare il cuore di qualcuno, tutti gli uomini sono dei dilettanti. Possiamo credere di averla conquistata,
come un condottiero che ha preso una fortezza, e più tardi scopriamo - se mai lo facciamo - che siamo
prigionieri. Hai sentito parlare di Sun Zi?» «Era un generale cinese e un esperto di tattica della guerra. Ha
scritto L'arte della guerra.» «Si dice che abbia scritto The Art of War, significa L'arte della guerra.
Personalmente, io credo che lo abbia scritto una donna. A prima vista, L'arte della guerra è un manuale
che parla della tattica sul campo di battaglia, ma in realtà tratta di come si vincono i conflitti. O, più
precisamente:l'arte di ottenere quello che si vuole al prezzo più basso possibile. Quello che vince la
guerra non è necessariamente il vincitore. Molti hanno conquistato la corona, ma hanno perso talmente
tanti uomini da riuscire a dare l'impressione di governare sul nemico vinto soltanto in apparenza. Quando
si tratta di potere, le donne non sono vanitose come gli uomini. La donna non ha bisogno di un potere
visibile, vuole solo un potere che possa farle ottenere tutto ciò che vuole. Sicurezza. Cibo. Piacere.
Rivincita. Libertà. La donna è una persona dal potere razionale, pianificato, che pensa oltre la battaglia,
oltre la festa della vittoria. E siccome ha la capacità innata di vedere le debolezze delle sue vittime, sa
istintivamente quando e dove colpire. E quando deve lasciar perdere. E questo, un uomo non può
impararlo, Spiani.» «È per questo che sei in carcere?» Raskol chiuse gli occhi, ridendo in silenzio.
«Posso risponderti, ma non dovresti credere a una sola parola di quello che ti dico. Sun Zi dice che il
primo principio nella guerra è la trompene, l'inganno. Credimi, tutti gli zingari mentono.» «Crederti,
come nel paradosso greco?» «Guarda, guarda, uno sbirro che ha altre conoscenze oltre alla legge penale.
Se tutti gli zingari mentono, e io sono uno zingaro, dunque è vero che io mento. Perciò, la verità è che
dico la verità, e quindi è vero che tutti gli zingari mentono. Dunque mento. Un cerchio logico chiuso che
è impossibile rompere. Questa è la mia vita ed è l'unica cosa vera.» Si mise a ridere con una risata dolce,
quasi femminile. «Va bene. Ora hai visto la mia apertura. Adesso tocca a te.» Raskol guardò Harry. Poi
fece un cenno con il capo. «Mi chiamo Raskol Baxhet. È un nome albanese, ma mio padre ha sempre
negato che fossimo albanesi, diceva che l'Albania era il buco del culo dell'Europa. Quindi io e i miei
fratelli abbiamo imparato che eravamo nati in Romania, battezzati in Bulgaria e circoncisi in
Ungheria.»Raskol spiegò che la sua famiglia apparteneva probabilmente ai Mecari, il più grande gruppo
di zingari albanesi. La famiglia era fuggita dal Paese quando Enver Hoxhas aveva scatenato la
persecuzione contro gli zingari. Avevano attraversato le montagne e raggiunto il Montenegro, e poi
avevano proseguito verso est. «Dovunque arrivavamo, ci scacciavano. La gente sosteneva che rubavamo.
Certo lo facevamo anche, ma loro non si preoccupavano neppure di trovare delle prove; l'unica prova era
che eravamo zingari. Ti racconto questo perché per capire uno zingaro devi renderti conto che è nato con
un marchio sulla fronte, il marchio delle caste più basse. Siamo stati perseguitati da ogni regime in tutta
Europa, non c'è stata nessuna differenza fra i nazisti, i comunisti o i democratici. I nazisti erano solo un
po' più efficienti. Gli zingari non hanno nessuna relazione particolare con lo sterminio perpetrato durante
la Seconda guerra mondiale perché non era così diverso da quello a cui erano abituati prima. Ho
l'impressione che tu non mi creda.» Harry scrollò le spalle. Raskol incrociò le braccia. «Nel 1589, la
Danimarca introdusse la pena di morte per i capitribù zingari» riprese. «Cinquant'anni più tardi, gli
svedesi decisero che tutti gli uomini zingari dovevano essere impiccati. In Moravia, tagliavano l'orecchio
sinistro delle donne zingare, in Boemia quello destro. L'arcivescovo di Mainz proclamò che tutti gli
zingari dovevano essere giustiziati in quanto il loro modo di vivere era vietato; nel 1725, in Prussia
decisero che tutti gli zingari maggiori di diciotto anni dovevano essere giustiziati senza processo, ma in
seguito cambiarono la legge, abbassando il limite di età a quattordici anni. Quattro dei fratelli di mio
padre morirono nei lager. Uno solo di loro morì in guerra. Devo continuare?» Harry scosse il capo. «Ma
anche questo è un cerchio logico chiuso» disse Raskol. «Il motivo per il quale siamo perseguitati e
sopravviviamoè lo stesso. Siamo - e vogliamo essere - diversi. Nello stesso modo in cui voi non ci
lasciate entrare nella vostra società, noi non lasciamo entrare i Gadzo nella nostra. Lo zingaro è l'estraneo
misterioso e minaccioso di cui non si sa nulla, ma sul cui conto corrono tutti i generi di dicerie. Per molte
generazioni, la gente ha creduto che gli zingari fossero cannibali. Dove sono cresciuto - a Balteni, vicino
a Bucarest - la gente affermava che eravamo parenti di Caino e quindi condannati per l'eternità. I nostri
vicini Gadzo ci davano denaro per tenerci lontani da loro.» Raskol lasciò scorrere lo sguardo sulle pareti
senza finestre. «Mio padre era un fabbro, ma non c'era lavoro per i fabbri in Romania in quegli anni.
Siamo stati costretti ad andare a vivere nella discarica fuori dalla città, dove vivevano gli zingari
kalderas. In Albania, mio padre era stato bulibas, cioè il capotribù e un mediatore locale ma lì, fra gli
zingari kalderas, era solo un fabbro che non aveva lavoro.» Raskol sospirò profondamente. «Non
dimenticherò mai l'espressione nei suoi occhi quando è tornato a casa con un piccolo orso bruno
addomesticato che tirava dietro di sé con un collare. L'aveva comprato con i suoi ultimi soldi da un
gruppo di Ursari. "Sa ballare" disse mio padre. I comunisti pagavano per gli animali danzanti. Li
facevano sentire meglio. Stefan, mio fratello, provò a dar da mangiare all'orso, ma l'orso non voleva
mangiare, e mia madre chiese a mio padre se fosse malato. Mio padre rispose che erano venuti a piedi da
Bucarest e che doveva solo riposarsi un po'. Quattro giorni dopo, l'orso morì.» Raskol chiuse gli occhi
con un sorriso triste. «Quello stesso autunno, Stefan e io siamo scappati. Due bocche in meno da sfamare.
Siamo andati verso nord.» «Quanti anni avevate?» «Io avevo nove anni, mio fratello dodici. Il nostro
pianoera di arrivare in Germania Occidentale. A quell'epoca, facevano entrare rifugiati da tutto il mondo
e davano loro da mangiare, era il loro modo di espiare i peccati. Stefan riteneva che più giovani eravamo,
più c'era la possibilità che ci accettassero. Ma siamo stati fermati al confine polacco. Siamo andati a
Varsavia dove abbiamo passato la notte sotto un ponte, ciascuno sotto la sua coperta, all'interno della
zona recintata di Wschodnias, la stazione ferroviaria occidentale. Sapevamo che lì potevamo trovare uno
schlepper, qualcuno che aiuta la gente a passare di nascosto il confine con la Germania. Dopo diversi
giorni di ricerca, abbiamo incontrato un uomo che parlava romani e che si faceva chiamare "guida di
confine". Ci promise di farci entrare in Germania Occidentale. Non avevamo soldi per pagarlo, ma ci
disse che potevamo permettercelo, conosceva alcuni uomini che pagavano bene per zingari belli e
giovani. Io non capivo di che cosa stesse parlando, ma Stefan lo aveva capito immediatamente. Prese
l'uomo in disparte e iniziarono a discutere a voce alta mentre la guida mi indicava. Stefan scosse la testa
più volte e alla fine l'uomo aprì le braccia e si arrese. Stefan mi ordinò di aspettare il suo ritorno e
accompagnò la guida in auto. Feci quello che mi aveva detto, ma le ore passavano. Arrivò la notte e mi
misi a dormire. All'inizio mi svegliavo per il rumore stridente dei freni quando i treni merce entravano in
stazione, ma le mie giovani orecchie impararono presto che non erano rumori per i quali dovevo stare in
guardia. Quindi mi addormentai e mi svegliai soltanto quando sentii dei passi silenziosi nella notte. Era
Stefan. Si infilò sotto la coperta e si strinse contro la pietra umida della volta del ponte. Lo sentivo
piangere ma feci finta di niente e chiusi forte gli occhi. E dopo un po' sentivo solo i treni.» Raskol alzò la
testa. «Ti piacciono i treni, Spiuni?» Harry annuì. «La guida tornò il giorno dopo. Aveva bisogno di più
soldi. Stefan lo seguì di nuovo in macchina. Quattro giorni più tardi mi svegliai al mattino presto e vidi
Stefan. Erastato via tutta la notte. Era steso con gli occhi aperti a metà come faceva sempre, e potevo
vedere il suo alito alzarsi nell'aria fredda del mattino. Aveva sangue all'attaccatura dei capelli e il labbro
spaccato. Presi con me la coperta e andai alla stazione dove una famiglia di zingari kalderas si era
installata fuori dalle toilette in attesa di partire per l'ovest. Parlai con il ragazzo più grande. Mi raccontò
che l'uomo che credevamo fosse uno schlepper era un comune ruffiano che girovagava intorno alla
stazione ferroviaria. Aveva offerto trenta zloty a suo padre per portare via con sé i due ragazzi più
giovani. Feci vedere la coperta al ragazzo. Era spessa e morbida, l'avevamo rubata da una corda per il
bucato a Lublin. Piacque al ragazzo. Dicembre era vicino. Gli chiesi se potevo vedere il suo coltello. Lo
portava sotto alla camicia.» «Come sapevi che aveva un coltello?» «Tutti gli zingari hanno un coltello.
Per mangiare. Nemmeno i membri di una stessa famiglia dividono le posate, possono prendersi la
mabrime, essere contaminati da qualcosa. Ma il ragazzo fece un buon affare. Il suo coltello era piccolo e
spuntato. Fortunatamente riuscii ad affilarlo nella fucina dell'officina delle ferrovie.» Raskol si passò
l'unghia lunga e appuntita del mignolo lungo il dorso del naso. «Quella sera stessa, dopo che Stefan si era
seduto nell'auto, chiesi al ruffiano se aveva un cliente anche per me. Sogghignò e mi chiese di aspettare.
Quando tornò, io ero sotto il ponte e stavo guardando i treni che scivolavano dentro e fuori dalla stazione.
"Vieni, sint? gridò l'uomo. "Ho un buon cliente. Un uomo politico ricco. Vieni adesso, non abbiamo
tempo!" Risposi: "Dobbiamo aspettare il treno da Cracovia". Si avvicinò e mi prese per il braccio. "Vieni
adesso, hai capito?" Gli arrivavo al petto. "Eccolo che arriva" dissi puntando con il dito. L'uomo lasciò la
presa e alzò la testa. La lunga carovana di vagoni in acciaio passò davanti a noi, con visi pallidi che ci
fissavano. Poi arrivò quello che stavo aspettando. Lo stridore dell'acciaiocontro l'acciaio quando i freni
entrano in azione. Un rumore che copriva tutto.» Harry socchiuse gli occhi come se fosse più facile
scoprire se Raskol stesse mentendo. «Quando gli ultimi vagoni passarono lentamente davanti a noi, vidi
il viso di una donna che mi guardava da uno dei finestrini. Sembrava un fantasma. Assomigliava a mia
madre. Alzai il coltello insanguinato e glielo feci vedere. E sai una cosa, Spiuni? È l'unico momento in
tutta la mia vita in cui mi sono sentito assolutamente felice.» Raskol chiuse gli occhi come se cercasse di
rivivere quell'istante. «Koke per koke. Testa per testa. È un'espressione albanese per la vendetta. E la
sbornia migliore e più pericolosa che Dio abbia dato all'uomo.» «Cosa successe dopo?» Raskol aprì gli
occhi. «Sai che cosa significa baxt, Spiuni?» «Nessuna idea.» «Destino. Successo e karma. E quello che
dirige la nostra vita. Quando ho tirato fuori il portafoglio del ruffiano, conteneva tremila zloty. Stefan mi
ha raggiunto, abbiamo portato il cadavere dall'altra parte delle rotaie e l'abbiamo gettato in uno dei
vagoni merce in partenza verso est. Poi siamo andati verso nord. Due settimane più tardi, a Danzica,
siamo saliti di nascosto a bordo di una nave che ci ha portati fino a Göteborg. Da lì, siamo arrivati a Oslo.
Abbiamo trovato un pezzo di terreno a Tøyen, dove c'erano quattro roulotte. In tre di queste vivevano
zingari. La quarta era vecchia, l'assale era danneggiato ed era stata abbandonata. E stata la nostra casa per
cinque anni. Abbiamo festeggiato i miei nove anni alla vigilia di Natale, con biscotti e un bicchiere di
latte, sotto la sola coperta che ci era rimasta. Il giorno dopo abbiamo fatto il nostro primo furto in
un'edicola e ci siamo resi conto che eravamo arrivati nel Paese giusto.» Raskol sogghignò ampiamente.
«Era come rubare i dolci ai bambini.» I due uomini rimasero in silenzio a lungo.«Si direbbe che continui
a non credermi» disse finalmente Raskol. «Non fa lo stesso?» chiese Harry. Raskol sorrise. «Come fai a
sapere che Anna non ti amava?» chiese. Harry scrollò le spalle. Mano nella mano, uniti dalle manette,
attraversarono il passaggio sotterraneo. «Non dare per scontato che io sappia chi è il rapinatore» disse
Raskol. «Può essere un outsider.» «Lo so» ammise Harry. «Bene.» «Quindi se Anna è la figlia di Stefan
e se Stefan vive in Norvegia, perché non è venuto al funerale?» «Perché è morto. E caduto dal tetto di una
casa che stavano rinnovando molti anni fa.» «E la madre di Anna?» «Dopo la morte di Stefan, ha seguito
sua sorella e suo fratello in Romania. Non ho il suo indirizzo. Dubito che ne abbia uno.» «Hai detto a
Ivarsson che la ragione per la quale la famiglia non era venuta al funerale era che Anna li aveva
disonorati.» «Ho detto questo?» Harry vide un bagliore di soddisfazione negli occhi marroni di Raskol.
«Mi credi se ti dico che ho mentito?» «Sì.» «Ma non ho mentito. Anna era stata esclusa dalla sua
famiglia. Suo padre proibì a tutti di pronunciare il suo nome. Per evitare il mahrime. Capisci?»
«Probabilmente no.» Entrarono nella centrale di polizia e si fermarono ad aspettare l'ascensore. Raskol
borbottò qualcosa fra sé prima di dire ad alta voce: «Perché ti fidi di me, Spiuni?» «Ho altra scelta?»
«Abbiamo sempre un'altra scelta.» «La cosa più interessante è perché tu ti fidi di me. Anchese la chiave
che ti ho dato assomiglia a quella che hai avuto per entrare nell'appartamento di Anna, non è
necessariamente vero che l'abbia trovata dall'assassino.» Raskol scosse la testa. «Mi fraintendi. Io non mi
fido di nessuno. Mi fido solo del mio istinto. E il mio istinto mi dice che non sei un uomo stupido. Tutti
hanno qualcosa per la quale vivono. Qualcosa che può essere tolta loro. Anche tu.» Le porte
dell'ascensore si aprirono e i due uomini entrarono. Harry stava studiando Raskol nella penombra mentre
guardava il video della rapina. Era seduto con la schiena dritta e i palmi delle mani l'uno contro l'altro.
Non cambiò espressione neppure quando il rumore del colpo di fucile riempì la House of Pain. «Vuoi
guardarlo ancora una volta?» chiese Harry quando arrivarono alle ultime immagini. «Non è necessario»
rispose Raskol. «E?» disse Harry, cercando di non far capire quanto fosse teso. «Hai altre
videocassette?» Harry presagì cattive notizie. «Sì. Ho una videocassetta del 7-Eleven dalla parte opposta
della strada. Era rimasto lì a osservare prima della rapina.» «Fammela vedere.» Harry gliela fece vedere
due volte. «Allora?» ripetè quando la tempesta di neve riempì nuovamente lo schermo davanti a loro.
«Da quello che ho sentito dire, ha compiuto diverse rapine, e possiamo vedere anche quelle» disse Raskol
guardando l'orologio. «Ma sarebbe tempo sprecato.» «Credevo che mi avessi detto che il tempo era
l'unica cosa che avevi in abbondanza.» «Palese menzogna.» Raskol si alzò e porse la mano. «Il tempo è
l'unica cosa che mi manca. Puoi incatenarci di nuovo, Spiuni.»Harry inveì dentro di sé. Chiuse le manette
intorno al polso di Raskol e si mossero lateralmente fra il tavolo e la parete, in direzione della porta.
Harry mise la mano sulla maniglia. «La maggior parte dei rapinatori di banca sono anime semplici» disse
Raskol. «E per questo che intraprendono quel tipo di carriera.» Harry si irrigidì. «Uno dei più famosi
rapinatori di banca era l'americano Willie Sutton» continuò Raskol. «Quando è stato preso ed è passato in
tribunale, il giudice gli ha chiesto perché rapinava banche. Sutton ha risposto: "Because that's where the
money is". Questa risposta è diventata una frase fatta nella lingua americana di tutti i giorni e ci dimostra
come si possono dire cose spontanee e semplici in modo geniale. Secondo me solo un idiota si lascia
prendere. I rapinatori intelligenti non sono né famosi né citati. Non hai mai sentito parlare di loro. Perché
non sono mai stati presi. Perché sono spontanei e semplici. Quello che stiamo cercando è questo genere
di persona.» Harry aspettò. «Grette» disse Raskol. «Grette?» Beate fissò Harry con occhi che
sembravano sporgere dal suo piccolo viso. «Grette?» Harry poteva vedere le pulsazioni sul suo collo.
«Grette ha un alibi! Trond Grette è un contabile dai nervi deboli, non è un rapinatore di banca! Trond
Grette è...» «Innocente» disse Harry. «Lo so.» Aveva chiuso la porta dell'ufficio dietro di sé ed era
sprofondato sulla sedia. «Ma non è Trond Grette la persona di cui stiamo parlando.» La bocca di Beate si
chiuse con uno schiocco umido chiaramente udibile. «Hai mai sentito parlare di Lev Grette?» chiese
Harry. «Raskol ha detto che aveva solo avuto bisogno di guardare i primi trenta secondi, ma voleva
vedere il resto per essere sicuro. Perché nessuno ha visto Lev Grette da molti anni.L'ultima informazione
che Raskol aveva sentito era che Grette abitava da qualche parte all'estero.» «Lev Grette» disse Beate con
uno sguardo chiaroveggente. «Era una specie di bambino prodigio, mio padre deve avermene parlato. Ho
letto rapporti su rapine alle quali si presume che abbia preso parte quando aveva solo sedici anni. È
diventato leggendario perché la polizia non è mai riuscita a prenderlo, e quando è sparito definitivamente,
non avevano neanche le sue impronte digitali. La somiglianza con i tratti del viso. È il fratello di Trond
Grette, non è così?» Harry annuì. Beate corrugò la fronte. «Ma allora significa che Lev Grette ha sparato
alla cognata.» «Fa andare al loro posto alcuni altri pezzi del puzzle, non è così?» Beate annuì lentamente.
«I venti centimetri fra i volti che si conoscono.» «E se Lev Grette si è reso conto che era stato
riconosciuto...» «Certo» disse Beate. «La donna era un testimone e Grette non poteva correre il rischio di
farsi smascherare da lei.» Harry si alzò. «Chiedo a Halvorsen di prepararci qualcosa di forte. Adesso
guardiamo la videocassetta.» «Ho il sospetto che Lev Grette non sapesse neppure che Stine Grette
lavorava in quella banca» disse Harry con lo sguardo fisso sullo schermo. «Con tutta probabilità, la cosa
interessante è che la riconosce, eppure sceglie di prenderla come ostaggio. Deve sapere che potrebbe
riconoscerlo da vicino, se non altro dalla sua voce.» Beate scosse il capo per esprimere il suo sconcerto
continuando a guardare le immagini nella banca dove tutto era ancora tranquillo e August Schultz era
arrivato trascinando i piedi a metà strada della sua spedizione. «Allora perché lo ha fatto?»«È un
professionista. Non lascia niente al caso. Da questo momento, Stine Grette è condannata a morte.» Harry
fermò l'immagine sul rapinatore nel momento in cui entrava dalla porta e controllava il locale. «Quando
Lev Grette ha visto Stine e si è reso conto che rappresentava un rischio perché poteva identificarlo, ha
deciso che doveva morire. Per questo l'ha presa come ostaggio.» «Freddo come il ghiaccio.» «Quaranta
gradi sotto zero. L'unica cosa che non riesco a capire è che arriva a uccidere per non essere riconosciuto
pur essendo già ricercato per altre rapine.» Weber entrò nella stanza, con un vassoio per il caffè. «Sì, ma
Lev Grette non è ricercato per nessuna rapina» disse bilanciando il vassoio in equilibrio sul tavolo. La
stanza sembrava essere stata arredata negli anni Cinquanta, e nulla era stato toccato da allora. Le sedie in
velluto, il pianoforte e le piante impolverate sul davanzale della finestra irradiavano una strana calma,
persino il pendolo dell'orologio a muro nell'angolo si muoveva in assoluto silenzio. La donna con i
capelli bianchi nella cornice, appesa sopra al camino rideva senza rumore. Era come se la tranquillità che
si era venuta a creare quando Weber era rimasto vedovo otto anni prima, avesse fatto ammutolire tutto
quello che c'era intorno a lui. Sarebbe stato persino impossibile far uscire un suono dal pianoforte.
L'alloggio era situato al primo piano di una vecchia casa di Tøyen, ma il rumore delle auto sulla strada
accentuava solo il silenzio all'interno. Weber si mise a sedere su una delle due poltrone, con cautela,
come se fosse un oggetto da museo. «Non abbiamo mai trovato nessuna prova che Grette fosse stato
coinvolto in qualche rapina. Nessuna descrizione da parte di eventuali testimoni, nessun informatore,
nessuna impronta digitale o altre tracce. I rapporti l'hanno classificato solo come un sospetto.» «Quindi
finché non è andato nella banca in cui lavoravaStine, era semplicemente un uomo con un passato
immacolato?» «Esatto. Un biscotto?» Beate scosse il capo. Era il giorno di riposo di Weber, ma Harry
aveva insistito per parlargli immediatamente. Harry capiva che Weber era contrario a una visita a casa
sua, ma non poteva farci nulla. «Abbiamo chiesto al collega di turno alla scientifica di confrontare le
impronte digitali rilevate sulla bottiglia di Coca-Cola, con quelle delle rapine precedenti di cui Lev Grette
è sospettato» disse Beate. «Ma non ha trovato nulla.» «Come ho detto» intervenne Weber controllando
che il coperchio della caffettiera fosse correttamente chiuso. «Lev Grette non ha mai lasciato tracce sul
luogo di un crimine.» Beate sfogliò i suoi appunti. «Sei dello stesso parere di Raskol quando dice che Lev
Grette è un criminale?» «Sì, perché no?» disse Weber iniziando a versare il caffè nelle tazze. «Perché in
tutte le rapine per le quali è sospettato, non è mai stata usata la violenza. E perché Stine era sua cognata.
Uccidere perché era stato riconosciuto, non vi pare che sia un motivo un po' debole per commettere un
omicidio?» Weber smise di versare il caffè e fissò Beate. Poi lanciò uno sguardo interrogativo a Harry e
scrollò le spalle. «No» disse. E continuò a versare il caffè. Beate arrossì profondamente. «Weber
appartiene alla vecchia scuola» disse Harry con un tono di voce come se volesse scusarlo. «Ritiene che,
per definizione, un omicidio esclude un motivo palesemente razionale. Esistono solo diversi gradi di
motivi confusi che, di tanto in tanto, possono far pensare al buonsenso.» «È proprio così» disse Weber
allontanando la caffettiera. «Quello che mi chiedo» disse Harry, «è perché LevGrette sia fuggito dal
Paese se la polizia non aveva nulla contro di lui?» Weber spazzò via un po' di polvere invisibile dal
bracciolo della poltrona. «Non lo so con sicurezza.» «Con sicurezza?» Weber teneva il manico di
porcellana della tazza fra un enorme pollice e un indice gialli di nicotina. «Una volta circolava una voce.
Nessuno ci ha creduto. Secondo quella voce, non era dalla polizia che Lev Grette stava fuggendo.
Qualcuno aveva sentito dire che l'ultima rapina in banca non era andata secondo i piani. Che Grette aveva
piantato in asso il suo partner.» «Per quale motivo?» chiese Beate. «Nessuno lo sapeva. Alcuni
pensavano che Grette fosse alla guida dell'auto e che sia partito quando ha visto la polizia arrivare sul
posto, mentre l'altro rapinatore era rimasto nella banca. Altri sostenevano che la rapina era riuscita, ma
che Grette era scappato all'estero con i soldi.» Weber bevve e poi posò la tazza con cautela. «Ma il punto
interessante del caso sul quale stiamo lavorando ora, non è il perché, ma chi fosse l'altra persona.» Harry
fissò Weber. «Vuoi dire che era...?» Il vecchio tecnico della scientifica annuì. Beate e Harry si
scambiarono uno sguardo. «Cristo!» disse Harry. Beate guardò a sinistra e aspettò un'apertura nel flusso
di auto che arrivavano da destra in Tøyengata. La pioggia tamburellava sul tettuccio dell'auto. Harry
chiuse gli occhi. Sapeva che se si concentrava, poteva trasformare il rumore frusciante delle auto che
passavano in ondate che colpivano la prua del traghetto guardando la schiuma bianca mentre teneva il
nonno per mano. Ma non aveva tempo. «Quindi Raskol ha qualcosa di non chiarito con Lev Grette» disse
Harry riaprendo gli occhi. «E lo indica come il rapinatore. È veramente Grette che vediamo sul video o
èsolo Raskol che vuole vendicarsi di lui? O forse è solo una delle burle di quello zingaro per trarci in
inganno?» «Oppure, come ha detto Weber, è solo una voce senza fondamento?» propose Beate. Le auto
continuavano ad arrivare da destra e Beate iniziò a tamburellare con impazienza con le dita sul volante.
«Forse hai ragione» disse Harry. «Se Raskol avesse voluto vendicarsi di Grette, non avrebbe avuto
bisogno dell'aiuto della polizia. Ma che si tratti o meno di una voce, perché accusa Grette?» «Un
capriccio?» Harry scosse il capo. «Raskol è un tattico. Non indica la persona sbagliata senza un buon
motivo. Non è affatto sicuro che lo Speditore sia stato solo in questa faccenda.» «Che cosa vuoi dire?»
«Forse la rapina è stata pianificata da qualcun altro. Qualcuno che fa parte della banda che fornisce le
armi. L'auto per la fuga. L'appartamento dove si nasconde. Un cleaner che fa sparire i vestiti e l'arma. E
un washer che ricicla i soldi.» «Raskol?» «Se Raskol vuole distogliere la nostra attenzione dalla persona
che è veramente colpevole, non è stupido mandarci a caccia di un uomo che nessuno sa dove cercare, che
può essere morto e sepolto o che vive sotto falso nome da qualche parte all'estero, un sospetto che non
possiamo controllare. Dandoci un progetto a lungo termine di questo tipo, può portarci a dare la caccia
alle nostre ombre invece che al suo uomo.» «Quindi credi che stia mentendo?» «Tutti gli zingari
mentono.» «Cosa?» «Sto citando Raskol.» «In ogni caso ha un buon senso dello humour. E perché non
dovrebbe mentire a te quando ha mentito a tutti gli altri?» Harry non rispose.«Finalmente» disse Beate,
premendo leggermente sull'acceleratore. «Aspetta!» la fermò Harry. «Gira a sinistra. Verso
Finnmarkgata.» «Va bene» disse Beate sorpresa, e svoltò nella strada davanti a Tøyenparken. «Dove
andiamo?» «Andiamo a fare una visita a Trond Grette.» La rete del campo da tennis era stata tolta. E
nessuna luce era accesa nella villetta di Grette. «Non è in casa» disse Beate dopo avere suonato alla porta
due volte. La finestra della vicina si aprì. «Trond è a casa» Harry si voltò verso la donna che aveva parlato
e notò che il suo viso era più rugoso e scuro della volta precedente. «E solo che non vuole aprire.
Continuate a suonare, vedrete che cederà.» Beate continuò a tenere il dito sul campanello e sentirono un
ronzio terrorizzante echeggiare all'interno della casa. La finestra della vicina si chiuse, subito dopo si
videro davanti un uomo con il viso pallido e due occhiaie blu scuro che incorniciavano uno sguardo
indifferente. Trond Grette indossava una vestaglia gialla. Sembrava che si fosse appena svegliato dopo
aver dormito per una settimana. E che quella settimana non fosse stata sufficiente. Senza dire una parola
alzò la mano e fece segno di entrare ai due agenti. Quando la luce del sole si riflesse sul suo anello, il
diamante scintillò. «Lev era diverso» disse Trond. «Quando aveva quindici anni, ha quasi ucciso un
uomo.» Sorrise nell'aria, come se fosse un caro ricordo. «È come se ci fossimo divisi un patrimonio
genetico completo. Quello che lui non aveva, ce l'avevo io, e viceversa. Siamo cresciuti qui a
Disengrenda, in questa stessa casa. Lui era una leggenda nel vicinato, mentre io ero solo il fratellino di
Lev. Uno dei miei primi ricordi è quello di mio fratello in equilibrio sulla grondaia della scuola
durantel'intervallo. Era a quattro piani di altezza e nessuno degli insegnanti osava andare a prenderlo. Noi
eravamo in basso e lo incitavamo mentre ballava lassù con le braccia larghe. .Posso ancora vedere la sua
figura contro il cielo azzurro sopra di lui. Non ho avuto paura neppure per un secondo, non mi è mai
venuto in mente che mio fratello potesse cadere. E credo che nessuno avesse paura. Lev era l'unico che
poteva darle ai fratelli Gausten delle case di Traverveien, anche se avevano due anni più di lui ed erano
stati in riformatorio. Quando aveva quattordici anni, rubò l'auto di mio padre, guidò fino a Lillestrøm e
tornò a casa con un sacchetto di cioccolatini che aveva fregato in un chiosco della stazione. Mio padre
non si accorse di nulla. Lev mi regalò il sacchetto di cioccolatini.» Trond Grette diede l'impressione di
abbozzare un sorriso. Erano seduti intorno al tavolo della cucina. Trond aveva preparato una cioccolata.
Aveva preso il cacao in polvere da una lattina dopo averla fissata a lungo. Qualcuno ci aveva scritto sopra
CACAO con un pennarello. La calligrafia era graziosa e femminile. «La cosa peggiore è che Lev avrebbe
potuto fare qualcosa di buono nella sua vita» disse Trond. «Il problema è che si stancava molto presto
delle cose. Tutti dicevano che era il più grande talento che si fosse visto da anni nella squadra di calcio di
Skeid, ma quando è stato convocato per giocare nella nazionale giovanile, non è neppure riuscito a
trascinarsi fino al raduno. Quando aveva quindici anni, prese in prestito una chitarra e due mesi più tardi
si esibiva a scuola con le canzoni che aveva composto. In seguito, un ragazzo che si chiamava Waakta gli
chiese se voleva far parte di un gruppo a Grorud, ma Lev rifiutò perché suonavano troppo male. Era un
tipo che riusciva in tutti i campi. Se avesse studiato e non avesse marinato la scuola così spesso, non
avrebbe avuto problemi a diplomarsi.» Trond sorrise. «Mi pagava con caramelle rubate perché imparassi
la sua calligrafia e scrivessi i temi al suo posto. In ogni caso, questo migliorava i suoi voti in lettere.»
Trond simise a ridere, ma tornò subito serio. «Poi si è stancato della chitarra e ha iniziato a frequentare
una banda di ragazzi più anziani di Årvoll. Lev non ha mai pensato che potesse essere pericoloso lasciare
quello che aveva. Dietro l'angolo, c'era sempre qualcos'altro, qualcosa di meglio, di più eccitante.»
«Forse è stupido chiederlo a un fratello» disse Harry, «ma puoi dire di conoscerlo bene?» Trond rifletté
per qualche istante. «Non è una domanda stupida. Sì, siamo cresciuti insieme. E sì, Lev era estroverso e
felice, e tutti - sia i ragazzi sia le ragazze - volevano frequentarlo. Ma in verità, Lev era un lupo solitario.
Una volta mi disse che non aveva mai avuto dei veri amici, solo tifosi e ragazze. C'erano molte cose che
non capivo quando si trattava di lui. Come quando i fratelli Gausten vennero per fare casino. Erano in tre
e tutti erano più grandi di Lev. Io e gli altri giovani del quartiere siamo scappati non appena li abbiamo
visti. Ma Lev è rimasto. Si è preso una quantità incredibile di botte da quei ragazzi per cinque anni. Poi un
giorno il più vecchio di loro - Roger - è venuto da solo. Noi siamo scappati come al solito. Quando ho
sbirciato dal mio nascondiglio, ho visto Roger per terra con Lev sopra di lui. Lev gli aveva bloccato le
braccia e le gambe e aveva un bastone in mano. Mi sono avvicinato per guardare. A parte i loro respiri
pesanti, nessun suono usciva dalle loro bocche. In quel momento, vidi che Lev aveva piantato il bastone
in un occhio di Roger.» Beate cambiò posizione. «Lev era molto concentrato, come se stesse facendo
qualcosa che richiedeva una grande precisione e cautela. Sembrava che stesse cercando di rompergli il
bulbo oculare. E Roger piangeva sangue che scorreva dall'occhio all'orecchio e dal lobo gocciolava
sull'asfalto. C'era un tale silenzio che si poteva sentire il sangue cadere a terra. Goccia dopo goccia.» «E
tu che cosa hai fatto?» chiese Beate.«Ho vomitato. Non ho mai sopportato la vista del sangue, mi fa quasi
svenire e mi nausea.» Trond scosse il capo. «Lev ha lasciato Roger e mi ha riportato a casa. Roger si è
fatto sistemare l'occhio ma non abbiamo più visto i fratelli Gausten nel quartiere dopo quell'episodio. Io
non ho mai dimenticato l'immagine di Lev con quel bastone. Era in quei momenti che mio fratello più
grande diventava un'altra persona, qualcuno che non conoscevo e che veniva ogni tanto a fare visite
inaspettate. Purtroppo queste visite sono diventate sempre più frequenti.» «Hai detto che aveva cercato di
uccidere un uomo.» «Era una domenica mattina. Lev aveva preso con sé un cacciavite e una matita ed era
andato in bicicletta fino a uno dei ponti pedonali sulla Ringveien. Ci siete già passati? E una sensazione
strana passare su quelle grate di ferro e guardare l'asfalto sette metri più in basso. Come ho detto, era una
domenica mattina e c'era poca gente in giro. Lev ha tolto le viti di una delle grate, ne ha lasciate soltanto
due da una parte e ha sistemato una matita nell'angolo in modo che la grata vi poggiasse sopra. Poi ha
aspettato. Prima è passata una donna che, secondo Lev, sembrava "essere stata scopata abbastanza di
recente". Indossava un abito da sera, capelli scompigliati e camminava zoppicando e inveendo per un
tacco a spillo rotto.» Trond rise a voce bassa. «Lev la sapeva lunga anche se aveva soltanto quindici
anni.» Alzò la tazza e guardò sorpreso attraverso la finestra della cucina il camion della spazzatura fermo
davanti a uno dei cassonetti. «Oggi è lunedì?» «No» disse Harry che non aveva toccato la sua tazza.
«Com'è andata con la donna?» «C'erano due file di grate metalliche. La donna ha preso quella di sinistra.
"Che sfortuna" ha detto Lev. Lui avrebbe preferito la donna all'uomo anziano. Poi arrivò il vecchio. Prese
la fila di destra. Per via della matita, la grata di destra era un po' più alta dell'altra e Lev pensò che il
vecchio doveva avere subodorato il pericolo, perché aveva iniziato a camminare a passo sempre più lento
a mano a mano che si avvicinava.Quando stava per fare l'ultimo passo, la sua gamba è rimasta come
paralizzata in aria.» Trond scosse lentamente il capo mentre fissava il camion della spazzatura che stava
compattando rabbiosamente i rifiuti del vicinato. «Quando ha messo giù il piede, la grata si è aperta come
una trappola. Sapete, come quando impiccano la gente. Il vecchio si è rotto entrambe le gambe atterrando
sull'asfalto. Se non fosse stata una domenica mattina, sarebbe stato investito subito. Una vera sfortuna per
Lev.» «L'ha detto anche alla polizia?» chiese Harry. «Sì» ammise Trond fissando il fondo della tazza.
«Hanno suonato alla porta di casa due giorni dopo. Ho aperto io. Hanno chiesto se la bicicletta che era
fuori apparteneva a qualcuno della casa. Ho risposto di sì. E venuto fuori che un testimone aveva visto
Lev scappare e aveva dato una descrizione di un ragazzo con la giacca rossa e della sua bici. Allora ho
fatto vedere loro la giacca rossa che Lev aveva indossato.» «Tu?» disse Harry. «Tu hai denunciato tuo
fratello?» Trond sospirò. «Ho detto che era la mia bicicletta. E la mia giacca. Lev e io ci assomigliavamo
abbastanza.» «Ma perché diavolo l'hai fatto?» «Avevo solo quattordici anni ed ero troppo giovane per
rischiare qualcosa. Lev sarebbe finito nello stesso riformatorio in cui era stato Roger Gausten.» «Ma
cos'hanno detto i vostri genitori?» «Cosa potevano dire? Tutti quelli che ci conoscevano avevano capito
che era stato Lev a farlo. Era pazzo, rubava caramelle, buttava sassi, mentre io ero il ragazzo normale e
gentile che faceva i suoi compiti e aiutava le signore anziane ad attraversare la strada. Era così.» Beate si
schiarì la gola. «Di chi è stata l'idea di farti passare per il colpevole?» «Mia. Amavo Lev più di ogni altra
cosa al mondo. Ma ora che è passato tanto tempo, posso raccontare. Il fatto èche...» Trond sorrise
stancamente. «A volte mi piacerebbe aver avuto il coraggio di farlo.» Harry e Beate girarono i cucchiaini
nelle loro tazze in silenzio. Harry si stava chiedendo chi di loro due avrebbe dovuto fare la domanda. Se
Ellen fosse stata con lui, lo avrebbe capito istintivamente. «Dove?» iniziarono insieme. Trond sbatté le
palpebre. Harry fece un segno a Beate. «Dov'è tuo fratello adesso?» chiese Beate. «Dov'è Lev?» chiese
Trond fissandola. «Sì» rispose Beate. «Sappiamo che è sparito da molto tempo.» Grette si voltò verso
Harry. «Non mi avevate detto che questa faccenda riguardava mio fratello» si risentì Trond. «Abbiamo
detto che volevamo parlare di questo e di quello» disse Harry. «E ora parliamo anche di questo.» Trond si
alzò di scatto, prese la sua tazza, andò al lavandino e vi rovesciò la cioccolata. «Ma Lev, cosa diavolo
dovrebbe avere a che fare con questa storia?» «Forse niente» disse Harry. «È proprio per questo motivo
che abbiamo bisogno del tuo aiuto per eliminarlo dalla lista dei sospetti.» «Non vive neppure in questo
Paese» continuò Trond quasi gemendo e girandosi verso i due agenti. «E dove vive?» chiese Harry.
Trond esitò esattamente un decimo di secondo di troppo prima di rispondere: «Non lo so». Harry guardò
il camion giallo della spazzatura che proseguiva nella via. «Non sei particolarmente bravo a mentire, non
è così?» Trond lo fissò, immobile, senza rispondere. «Forse non possiamo aspettarci che ci aiuti a trovare
tuo fratello. D'altra parte, è tua moglie che è stata uccisa. E abbiamo un testimone che ha indicato Lev
come l'assassino.» Quando Harry pronunciò l'ultima parola, Trond alzò losguardo. Nel silenzio che
seguì, potevano sentire la radio nell'appartamento vicino. Harry tossì. «Quindi, se potessi dirci qualcosa,
lo apprezzeremmo molto.» Trond scosse il capo. Rimasero seduti in silenzio per un attimo, poi Harry si
alzò. «Va bene. Sai dove trovarci se ti viene in mente qualcosa.» Quando li accompagnò fuori, Trond non
sembrava più così stanco come quando erano arrivati. Harry alzò lo sguardo e socchiuse gli occhi
arrossati per fissare il sole che era apparso fra le nuvole. «Capisco che non è facile, Grette» disse Harry.
«Ma forse per te è arrivato il momento di toglierti la giacca rossa di dosso.» Grette non rispose, e l'ultima
cosa che videro prima di svoltare l'angolo per uscire dal parcheggio fu Grette in piedi sulle scale, che
ritirava l'anello di diamante dal suo mignolo e il barlume di un viso scuro e rugoso dietro alla finestra
della vicina. Nella serata, le nuvole svanirono. In Dovregata, tornando a casa da Schrøder, Harry si fermò
e alzò la testa. Le stelle brillavano nel cielo senza luna. Una era la luce di posizione di un aeroplano
diretto a nord verso Gardermoen. C'era la nebulosa della Testa di cavallo nella costellazione di Orione.
La nebulosa della Testa di cavallo. Orione. Chi gli aveva insegnato questi nomi? Forse era stata Anna?
Quando arrivò nel suo appartamento, accese il televisore per guardare il telegiornale sulla NRK. Diverse
gesta eroiche dei pompieri americani. Spense il televisore. Una voce maschile gridò il nome di una donna
giù in strada, un uomo molto probabilmente ubriaco. Harry cercò nelle tasche il pezzo di carta con il
nuovo numero che gli aveva dato Rakel e scoprì che aveva ancora con sé la chiave conle iniziali AA.
Mise la chiave in un cassetto del tavolino del telefono prima di fare il numero. Nessuno rispose. Perciò,
quando il telefono squillò, Harry era convinto che fosse Rakel, ma invece sentì la voce di Øystein sulla
linea disturbata. «Cristo come guidano da queste parti.» «Non c'è bisogno di urlare, Øystein.» «Tutti
quelli che vanno in giro su queste strade stanno cercando di uccidermi! Ho preso un taxi da Sharm
el-Sheik. Che fortuna, ho pensato, dritto attraverso il deserto, poco traffico, bella strada. Mi ero sbagliato.
Te lo giuro, è un miracolo che sia ancora vivo. Poi fa così caldo! E non hai sentito i grilli del deserto?
Sembra che si siano riuniti tutti gli insetti del mondo. Cioè quando si tratta del volume. È come se
stessero trapanandoti direttamente la corteccia cerebrale, è micidiale. L'acqua è completamente putrida.
Putrida! Quasi opaca con sfumature verdi. Ha la stessa temperatura del corpo, così non la senti neppure.
Ieri sono uscito dall'acqua e non ero sicuro di essere stato dentro a quel...» «Me ne frego della
temperatura dell'acqua, Øystein. Hai trovato il server?» «Sì e no.» «Che cosa significa?» Harry non
ottenne alcuna risposta. Erano probabilmente stati interrotti da un'interferenza, e Harry sentì frammenti
di frasi come «the boss» e «the money». «Harry? Scusa, il tipo qui è un po' paranoico. E lo sono anch'io.
Fa anche un caldo pazzesco! Ma ho trovato quello che credo sia il server giusto. In realtà c'è il rischio che
il ragazzo cerchi di ingannarmi; ma domani potrò vedere le due macchine e incontrare il capo in persona.
Tre minuti alla tastiera e saprò se è quella giusta. E il resto è solo una questione di prezzo. Almeno spero.
Ti chiamerò domani. Dovresti vedere i coltelli che i ragazzi beduini hanno qui.» La risata di Øystein
suonava vuota.L'ultima cosa che Harry fece prima di spegnere la luce nel soggiorno fu di consultare un
dizionario. La nebulosa della Testa di cavallo era una nuvola nera di cui non si sapeva molto, come
Orione, se non che faceva parte delle più belle costellazioni. Ma Orione era anche una figura della
mitologia greca, un titano e un bravo cacciatore, c'era scritto. Era stato sedotto da Eos, dopodiché
Artemide lo aveva ucciso in un accesso d'ira. Harry andò a letto con la sensazione che qualcuno stesse
pensando a lui. Quando aprì gli occhi il mattino dopo, i suoi pensieri erano stati gettati alla rinfusa come
tanti pezzettini di cui riusciva a ricordare soltanto pochi frammenti. Era come se qualcuno avesse cercato
nel suo cervello e come se il contenuto, che era sistemato in cassetti e armadi, fosse stato disperso
dappertutto. Doveva aver sognato. Il telefono nel vestibolo continuava a squillare. Harry fece uno sforzo
per alzarsi. Era di nuovo Øystein che chiamava da un ufficio di El Tor. «Abbiamo un problema» disse.
         *** Capitolo 24. San Paolo.
         Le labbra di Raskol formavano un sorriso dolce. Era quasi impossibile dire se stesse davvero
sorridendo con dolcezza. Harry scelse l'ultima alternativa. «E così hai un amico che si trova in una città
egiziana e che sta cercando un numero di telefono» disse Raskol senza che Harry potesse determinare se
l'intonazione fosse sarcastica o una semplice affermazione. «El Tor» iniziò Harry passando il palmo di
una mano sul bracciolo della sedia. Provava una sensazione di grande disagio. Non solo perché era
nuovamente seduto nella stanza delle visite, ma per via dell'intera faccenda. Aveva soppesatotutte le altre
possibilità. Prendere un prestito personale. Parlare a Bjarne Møller del suo problema. Vendere la Ford
Escort all'officina in cui era parcheggiata da tempo. Ma questa era l'unica possibilità realistica, l'unica
cosa logica da fare. Ed era una follia. «E il numero di telefono non è soltanto un numero» continuò Harry.
«Può farci risalire all'abbonato che mi ha inviato l'e-mail. Un'e-mail che può provare che il mittente ha
una conoscenza dettagliata della morte di Anna, conoscenza che non avrebbe potuto avere se non fosse
stato lì subito prima della sua morte.» «E il tuo amico dice che i proprietari del server hanno chiesto
sessantamila sterline egiziane. E cioè?» «Circa centoventimila corone.» «E tu credi che te le darò?» «Non
credo niente, ti sto soltanto dicendo come stanno le cose. Vogliono i soldi e io non li ho.» Raskol si passò
un dito sul suo labbro superiore. «Per quale motivo dovrebbe essere un mio problema, Harry? Abbiamo
un accordo e io ho rispettato la mia parte.» «Anch'io farò la mia parte, ma senza soldi avrò bisogno di più
tempo.» Raskol scosse il capo, allargò le braccia e borbottò qualcosa in zingaresco, almeno da quello che
Harry riuscì a capire. Øystein era sembrato disperato al telefono. Aveva detto di aver trovato, senza
ombra di dubbio, il server giusto. Nella sua mente si era immaginato di finire in uno sgabuzzino dove
c'era un'antichità arrugginita che emetteva suoni inquietanti, e un mercante di cavalli con un turbante che
voleva due cammelli e un pacchetto di sigarette in cambio della lista completa dei clienti. Invece era
finito in un ufficio con aria condizionata dove il giovane egiziano seduto dietro alla scrivania, vestito in
modo impeccabile, lo aveva guardato attraverso un paio di occhiali con la montatura in argento e aveva
detto che il prezzo era non negotiable, che il pagamento doveva essere effettuato in contanti, in modo da
nonlasciare tracce nel sistema bancario e che l'offerta era valida per tre giorni. «Suppongo che tu abbia
riflettuto sulle conseguenze se si venisse a sapere che hai preso soldi da uno come me mentre eri in
servizio.» «Non sono in servizio» disse Harry. Raskol si strofinò entrambe le orecchie con i palmi delle
mani. «Sun Zi dice che se non controlli gli affari, sono gli affari che ti controlleranno. Non hai nessun
controllo degli affari, Spiuni, e questo significa che hai commesso un errore. E io non mi fido delle
persone che commettono errori. Per questo, ho una proposta da farti. Rendiamo le cose semplici per
entrambi. Tu mi dai il nome di quell'uomo, e io mi occupo del resto.» «No» rispose Harry sbattendo il
palmo della mano sul ripiano del tavolo. «Non deve essere fatto fuori come un animale da uno dei tuoi
gorilla. Deve essere messo dietro le sbarre.» «Mi sorprendi, Spiuni. Se ho capito bene, quando si tratta di
questo caso sei già in una situazione delicata. Perché non lasciare che la giustizia faccia il suo corso nel
modo più indolore possibile?» «Nessuna vendetta. L'accordo era quello.» Raskol sorrise. «Sei un tipo
ostinato, Hole. Mi piace. E rispetto sempre gli accordi. Ma quando uno comincia a fare errori, come
posso essere sicuro che sia l'uomo giusto?» «Potevi controllare personalmente che la chiave che ho
trovato nella casa di campagna fosse identica a quella dell'appartamento di Anna.» «E ora vieni a
trovarmi e mi chiedi di nuovo aiuto. In questo caso, devi darmi qualcosa di più.» Harry deglutì. «Quando
ho trovato Anna, aveva una fotografia nella scarpa.» «Continua.» «Credo che abbia avuto il tempo di
metterla lì prima di essere uccisa. È una fotografia della famiglia dell'assassino.»«È tutto?» «Sì.» Raskol
scosse il capo. Guardò Harry e scosse nuovamente la testa. «Non so chi è il più stupido di noi due in
questa faccenda. Tu che ti lasci ingannare dal tuo amico. Il tuo amico che crede di potersi nascondere
dopo avermi rubato i soldi.» Tirò un sospiro profondo. «Oppure io che vi do i soldi.» Harry credeva che
avrebbe provato gioia o sollievo. Invece sentiva soltanto il nodo nel suo stomaco stringersi ancora di più.
«Allora che cosa hai bisogno di sapere?» «Solo il nome del tuo amico e in quale banca in Egitto vuole
ritirare i soldi.» , «Avrai queste informazioni fra un'ora» disse Harry alzandosi. Raskol si strofinò i polsi
come se si fosse appena sbarazzato di un paio di manette. «Spero che tu non stia pensando che mi capisci,
Spiuni.» Disse queste parole a voce bassa, senza alzare gli occhi. Harry si fermò. «Cosa vuoi dire?»
«Sono uno zingaro. Il mio mondo può essere un mondo all'inverso. Sai come si dice Dio in zingaresco?»
«No.» «Devel. Strano, non trovi? Quando devi vendere la tua anima, è bene sapere a chi la vendi,
Spiuni.» Halvorsen disse che Harry aveva l'aria sfinita. «Definisci sfinito» lo spronò Harry
appoggiandosi allo schienale della sedia. «Anzi è meglio di no, dopotutto». Quando Halvorsen aveva
chiesto come stava e Harry gli aveva chiesto di definire "stare", Halvorsen aveva sospirato e aveva
lasciato l'ufficio per tentare la fortuna nel chiosco di Elmer. Harry compose il numero che aveva avuto da
Rakel, masentì di nuovo una voce russa che probabilmente gli diceva che il numero era sbagliato. Quindi
chiamò Bjarne Møller e cercò di dare al suo capo l'impressione di uno che sa di cosa sta parlando. Møller
non sembrò convinto. «Voglio avere buone notizie, Harry. Non voglio rapporti su come hai utilizzato il
tuo tempo.» Beate entrò e disse che aveva guardato la videocassetta dieci volte e che non aveva più dubbi
sul fatto che lo Speditore e Stine Grette si conoscevano. «Sono convinta che l'ultima cosa che le dice è
che sta per morire. Si può vedere nei suoi occhi. Ostinata e spaventata allo stesso tempo. Come in quei
film di guerra dove i membri della resistenza sono di fronte all'avversario e stanno per essere fucilati.»
Pausa. «Pronto?» lo svegliò Beate alzando e abbassando una mano davanti al viso di Harry. «Sfinito?»
Harry chiamò Aune. «Sono Harry. Come reagiscono le persone che stanno per essere giustiziate?» Aune
chiocciò. «Si focalizzano» disse. «Sul tempo.» «E hanno paura? Sono in preda al panico?» «Dipende. Di
che tipo di esecuzione stai parlando?» «Un'esecuzione pubblica. In una banca.» «Capisco. Ti richiamo
fra due minuti.» Mentre aspettava, Harry guardò l'orologio. Contò centodieci secondi. «Il processo di
morire, è come il processo di nascere, è un evento molto intimo» disse Aune. «Il motivo per il quale la
gente in queste situazioni vuole istintivamente nascondersi, si spiega semplicemente con il fatto che si
sente fisicamente vulnerabile. Morire davanti ad altre persone, come nel caso di un'esecuzione pubblica,
è una doppia pena perché viola l'integrità del condannato nel modo più spietato. Questo è uno dei motivi
per cui si supponeva che le esecuzioni pubbliche potessero essere un deterrente più efficace per i
criminalirispetto alle esecuzioni in cella. Ma avevano alcuni riguardi, come mettere una maschera al
boia. Non era, come molti pensano, per nascondere l'identità del boia, tutti sapevano chi era il macellaio
o il rammendatore delle corde locale. La maschera era un riguardo per il condannato, perché così poteva
evitare di avere una persona estranea così vicina nel momento della morte.» «Anche il rapinatore portava
una maschera.» «L'utilizzo di maschere è una piccola area speciale per noi psicologi. Per esempio, il
concetto moderno dell'uso di una maschera ci porta a pensare il contrario. La maschera può
spersonalizzare una persona nello stesso modo in cui può renderla più libera. Da cosa credi che
dipendesse la popolarità dei balli in maschera durante l'epoca vittoriana? O perché la gente utilizza
maschere per giochi sessuali? Un rapinatore di banca, invece, ha motivi più prosaici per portare una
maschera.» «Forse.» «Forse?» «Non lo so» sospirò Harry. «Mi sembri....» «Stanco. Ci vediamo.» La
posizione di Harry sul globo si spostava lentamente dal sole e l'oscurità arrivava molto prima nel
pomeriggio. I limoni fuori dal negozio di Ali splendevano come piccole stelle gialle e la pioggia fine
bagnava silenziosamente la strada mentre Harry percorreva Sofie gate. Aveva passato il pomeriggio a
organizzare il trasferimento del denaro a El Tor. E non era stato così difficile. Aveva parlato con Øystein,
ottenuto il numero del suo passaporto e l'indirizzo della banca più vicina all'albergo dove alloggiava, e
aveva trasmesso le informazioni per telefono al locale riservato al giornale della prigione,
«Gjengangeren», dove Raskol stava scrivendo un articolo su Sun Zi. Dopo questo, doveva soltanto
aspettare. Harry era arrivato al portone e stava per infilare la chiavenella serratura, quando sentì passi
silenziosi dietro di sé. Non si girò subito. Non prima di sentire il ringhio sordo. In fondo non era sorpreso.
Quando si accende il gas sotto una pentola a pressione, si sa che prima o poi, qualcosa succederà. Il naso
del cane era nero come la notte e faceva risaltare la bianchezza dei suoi denti scoperti. La debole luce che
proveniva dalla lampada sopra il cancello faceva brillare una goccia di saliva che pendeva da un canino.
«Seduto!» Disse una voce conosciuta dall'ombra sotto l'ingresso del garage dall'altro lato della via. Il
rottweiler abbassò controvoglia i fianchi muscolosi sull'asfalto umido, senza staccare da Harry gli occhi
marroni lucenti, che non avevano niente a che vedere con quello che si associa normalmente allo sguardo
di un cane. L'ombra della visiera del berretto nascondeva il viso dell'uomo che si stava avvicinando.
«Buonasera, Harry. Hai paura dei cani?» Harry abbassò lo sguardo verso la bocca rossa spalancata
davanti a sé. Un'informazione inutile gli venne in mente. I Romani avevano utilizzato gli antenati dei
rottweiler per la conquista dell'Europa. «No. Che cosa vuoi?» «Sono solo venuto per farti una proposta.
Una proposta che non, come si dice ora?» «Me ne frego. Limitati a farmi la tua proposta, Albu.» «Una
tregua» disse Arne Albu alzando la visiera del berretto per mostrare il suo sorriso fanciullesco, ma non gli
riuscì naturale come l'ultima volta. «Tu stai lontano da me e io sto lontano da te.» «Interessante. E cosa
potresti fare contro di me?» Albu fece un segno della testa verso il rottweiler che era pronto a scattare,
anche se era seduto. «Ho i miei metodi. E non sono completamente privo di risorse.» Harry mise la mano
nella tasca della giacca per prendereil pacchetto di sigarette, ma si fermò quando il cane ringhiò e si alzò
minacciosamente. «Sembri stanco, Albu. Sei stanco di scappare?» Albu scosse il capo. «Non sono io
quello che scappa, Harry. Sei tu.» «Oh. Minaccia in luogo pubblico a un rappresentante dell'ordine.
Questo io lo chiamo un segno di stanchezza. Perché non vuoi più giocare?» «Giocare? E in questo modo
che vedi le cose? Una specie di gioco con il destino della gente?» Harry vide rabbia negli occhi di Arne
Albu. Ma anche qualcos'altro. Le mandibole lavoravano e le vene sporgevano sulle tempie e sulla fronte.
Era disperazione. «Ti rendi conto di quello che hai fatto?» disse quasi mormorando. Non cercava più di
sorridere. «Mia moglie mi ha lasciato. Ha preso con sé i bambini e se ne è andata. Per una sciocchezza di
storia. Anna non aveva più importanza per me.» Arne Albu si avvicinò a Harry. «Anna e io ci siamo
incontrati quando uno dei miei amici mi ha fatto vedere la sua galleria d'arte. Per combinazione, lei
esponeva in quella galleria. Ho comprato due dei suoi quadri, non so bene perché. Ho detto che erano per
l'ufficio. Non sono mai stati appesi da nessuna parte, naturalmente. Quando sono tornato a prendere i
quadri il giorno dopo, Anna e io abbiamo iniziato a parlare e d'improvviso, l'ho invitata a pranzo. E poi a
cena. E due settimane più tardi siamo andati insieme a Berlino per il week-end. Avevo perso il controllo.
Ero incastrato e non cercavo neppure di liberarmi. Finché Vigdis ha scoperto quello che stava
succedendo e ha minacciato di lasciarmi.» Un leggero tremito era apparso nella sua voce. «Ho promesso
a Vigdis che era stato un errore isolato, una cotta stupida che a volte capita agli uomini della mia età,
quando incontrano una donna giovane che ricorda loro quello che sono stati un tempo. Giovani, forti e
indipendenti.Ma non lo siamo più. Tanto meno indipendenti. Quando si hanno bambini, ci si rende
conto...» Si interruppe. Respirava pesantemente. Affondò le mani nelle tasche del cappotto e continuò.
«Anna amava con tanta violenza, come se non potesse lasciare mai la presa. Dovevo letteralmente
staccarmi. Una sera quando ero sulla porta e le ho detto che era finita, ha rovinato una delle mie giacche.
Credo che tu capisca quello che voglio dire; una volta mi ha raccontato quello che ha provato quando te
ne sei andato. Ha detto che era quasi colata a picco.» Harry era troppo sorpreso per dire qualcosa. «Ma mi
faceva pena» continuò Albu. «Altrimenti non avrei accettato di incontrarla di nuovo. Le avevo spiegato
chiaramente che fra di noi era finita, ma disse che voleva solo ridarmi alcune cose. E non potevo sapere
che saresti venuto per mandare tutto all'aria. Ma lei voleva che ricominciassimo da dove avevamo
smesso.» Inclinò il collo. «Vigdis non mi crede. Dice che non potrà mai più fidarsi di me.» Albu rialzò la
testa e Harry vide disperazione nel suo sguardo. «Mi hai tolto l'unica cosa che avevo, Hole. L'unica cosa
che ho. Non so se potrò mai riaverli.» Il suo viso si contrasse in una smorfia di dolore. Harry pensò alla
pentola a pressione. Era quasi pronta a scoppiare. «L'unica possibilità che ho è che tu, che tu non...»
Quando vide la mano destra di Albu muoversi verso la tasca del cappotto, Harry reagì istintivamente. Lo
colpì al ginocchio e Albu cadde sul marciapiede. E quando, nello stesso secondo, il rottweiler scattò,
Harry alzò l'avambraccio davanti al volto, sentì il rumore del tessuto lacerato e sentì i denti forare la pelle
e affondare nella carne. Sperava che la bestia continuasse a mordere ma quel bastardo scaltro lasciò la
presa. Harry scalciò con un piede contro la massa di muscoli nera e nuda, ma la mancò. Quando cercòdi
dare il calcio, sentì le unghie graffiare l'asfalto e vide il muso con la bocca aperta venire verso di lui.
Qualcuno gli aveva detto che già prima dei tre anni un rottweiler sa che il modo più efficace per uccidere
è di lacerare la trachea, e ora quella macchina muscolosa di cinquanta chili era volata al di là delle sue
braccia. Harry usò la spinta del calcio e continuò a ruotare. Quando le mascelle del cane si chiusero, non
fu intorno alla gola ma al collo. Ma questo non risolveva il suo problema. Harry arretrò barcollando,
afferrò la mascella inferiore e quella superiore del cane con entrambe le mani e tirò con tutta la sua forza.
Ma invece di rompersi, quelle tenaglie maledette affondarono alcuni millimetri in più nel suo collo. Era
come se i tendini e i muscoli delle mascelle del cane fossero funi d'acciaio. Harry fece un passo indietro,
si buttò contro il muro e sentì qualcosa rompersi nelle costole del cane. Ma non mollava la presa. Sentì il
panico invaderlo. Aveva sentito parlare di mascelle che si bloccano, della iena che rimaneva attaccata al
leone molto tempo dopo che la leonessa l'aveva morsa. Harry sentì il sangue caldo scorrere sulla schiena
sotto la T-shirt e si rese conto di essersi inginocchiato. Aveva già cominciato a perdere i sensi? Dov'era la
gente? Sofie gate era una via tranquilla, ma Harry pensò che non l'aveva mai vista così deserta come in
quel momento. Di colpo, si rese conto che tutto era successo in silenzio, nessun grido, nessun latrato, solo
il rumore della carne contro la carne. Provò a gridare ma nessun suono uscì dalla sua bocca. Il suo campo
visivo cominciava a oscurarsi sui lati e si rese conto che le sue arterie erano schiacciate, che aveva la
visione tubulare perché il suo cervello non riceveva abbastanza sangue. I limoni scintillanti fuori del
negozio di Ali cominciarono a spegnersi. Qualcosa di nero, piatto, umido e pesante arrivò ed esplose nel
suo viso. Sentì il gusto dell'asfalto. In lontananza poteva sentire la voce di Arne Albu: «Molla!». Sentì la
pressione ridursi. Ma la posizione di Harry sulla terra si allontanava lentamente dal sole, ed era
diventatocompletamente scuro quando udì una voce sopra di lui: «Sei vivo? Mi senti?». Poi sentì un clic
metallico vicino all'orecchio. Un'arma. La sicura. Harry udì un gemito sordo e il rumore scrosciante del
vomito che cadeva sull'asfalto. Altri clic metallici. La sicura tolta. Ancora pochi secondi e sarebbe finito
tutto. Allora è questo quello che si prova. Nessuna disperazione - nessuna paura - neppure rammarico.
Solo sollievo. Non c'era molto da lasciare. Albu prendeva il suo tempo. Abbastanza da permettere a
Harry di realizzare che c'era qualcosa dopotutto. C'era qualcosa che si lasciava dietro. Riempì d'aria i
polmoni. La rete di arterie assorbì l'ossigeno e lo trasportò a intervalli fino al cervello. «Ora è...» iniziò la
voce, ma si interruppe di colpo quando il pugno di Harry colpì la laringe. Harry riuscì a inginocchiarsi.
Era il massimo che riusciva a fare. Cercò di non svenire mentre aspettava l'assalto finale. Un secondo
passò. Due secondi. Tre. L'odore di vomito riempiva le sue narici. Il lampione sopra di lui tornò
lentamente a fuoco. La strada era vuota. Completamente vuota. A parte un uomo che era steso vicino a lui
ansimante, con indosso un giaccone imbottito e quello che assomigliava al colletto di una giacca da
pigiama che spuntava dal collo. La luce del lampione faceva scintillare il metallo. Non era una pistola.
Era un accendino. E allora Harry vide che l'uomo non era Arne Albu. Era Trond Grette. Harry posò la
tazza di tè caldo sul tavolo della cucina di fronte a Trond che respirava ancora a fatica e con gli occhi
pieni di panico che sembravano voler uscire dalle orbite. Da parte sua, Harry era sul punto di svenire e si
sentiva male. Il dolore al collo era lancinante come una bruciatura. «Bevi» disse Harry. «C'è un sacco di
limone dentro. Agisce come un anestetico per i muscoli, così si rilassano e puoi respirare meglio.»Trond
ubbidì. E con grande sorpresa di Harry, il trucco sembrò funzionare. Dopo qualche sorso di tè e un paio di
compresse per la gola, le guance cadaveriche di Trond cominciarono a riprendere colore. «Hai un...
aschp... tribbile...» gemette. «Scusa?» disse Harry accasciandosi sull'altra sedia della cucina. «Hai un
aspetto terribile.» Harry sorrise e mise una mano sull'asciugamano che aveva avvolto intorno al collo.
Era già bagnato fradicio di sangue. «È per quello che hai vomitato?» «Non sopporto la vista del sangue»
disse Trond. «Mi fa diventare completamente...» Alzò gli occhi al cielo. «Be', avrebbe potuto andare
peggio. Mi hai fatto paura.» Trond scosse il capo. «Mi stavo allontanando nella via quando vi ho visti. Ho
solo gridato. Non sono sicuro che sia stato quello il motivo per cui ha ordinato al cane di mollare. Mi
dispiace di non aver avuto il tempo di rilevare il numero, ma in ogni caso ho visto che è sparito su una
Jeep Cherokee.» «Non fa niente, so chi è» disse Harry. «Davvero?» «È un tipo sul quale sto indagando.
Ma forse mi puoi spiegare cosa stavi facendo in questo quartiere, Grette?» Trond girò il cucchiaino nella
tazza di tè. «Dovresti veramente andare all'ospedale per farti medicare la ferita.» «Lo farò. Forse hai
avuto tempo di pensare dopo l'ultima volta che abbiamo parlato?» Trond Grette lentamente annuì. «E a
quale conclusione sei arrivato?» «Che non posso più aiutarlo.» Harry non sapeva se Trond si fosse
interrotto per avere alzato lo sguardo sulla sua laringe lacerata o per un altro motivo. «Dov'è tuo
fratello?» «Voglio che lui sappia che ve l'ho detto io. Capirà.» «Va bene.»«Porto Segundo. È una città in
Brasile.» Harry arricciò il naso. «Bene. E come lo troviamo lì?» «Mi ha solo detto che ha una casa. Non
ha voluto darmi l'indirizzo, solo un numero di cellulare.» «Perché non ti ha dato l'indirizzo? Non è un
ricercato.» «Di questo non so nulla. In ogni caso, mi ha detto che per me sarebbe stato meglio non avere
il suo indirizzo.» «È una città grande?» «Quasi un milione di abitanti secondo Lev.» «Bene. Non sai
nient'altro? Qualcun altro che lo conosce e che potrebbe sapere il suo indirizzo?» Trond esitò un attimo
prima di scuotere la testa. «Sputa il rospo» lo incalzò Harry. «Lev e io abbiamo bevuto un caffè l'ultima
volta che ci siamo incontrati a Oslo. Ha detto che aveva un gusto peggiore del solito. E che aveva
l'abitudine di bere cafezinho in un ahwa locale.» «Un'ahwa? Non è una specie di bar arabo?» «Esatto. E il
cafezinho è una variante brasiliana dell'espresso, un po' più amara. Lev ha detto che ci va quasi ogni
giorno. Beve caffè, fuma narghilè e gioca a domino con il proprietario siriano che è diventato una specie
di amico. Mi ricordo anche il suo nome. Muhammed Ali. Come il pugile.» «E cinquanta milioni di altri
arabi. E tuo fratello non ti ha detto il nome di questo bar?» «Sì, certo, ma non me lo ricordo. Non possono
esserci tante ahwa in una città brasiliana, non credi?» «Forse no.» Harry rifletté. In ogni caso, aveva
qualcosa di concreto su cui lavorare. Alzò un braccio per passarsi una mano sulla fronte, ma una fitta di
dolore al collo lo fece fermare a mezz'aria. «Solo un'ultima domanda, Grette. Qual è il motivo che ti ha
spinto a raccontarmi tutto questo?» Trond posò la tazza. «Sapevo che era qui a Oslo.»L'asciugamano era
come una corda pesante intorno al collo di Harry. «Cosa vuoi dire?» Trond si grattò il mento a lungo
prima di rispondere. «Non ci sentivamo da più di due anni. Improvvisamente, mi ha chiamato e mi ha
detto che era in città. Ci siamo incontrati in un caffè e abbiamo avuto una lunga discussione. Al caffè
Ergo.» «Quando è stato?» «Tre giorni prima della rapina.» «Di che cosa avete parlato?» «Del più e del
meno. Quando ci si conosce da tanto tempo, le cose importanti sono diventate così importanti che si ha
solo voglia di parlare di quelle piccole. Delle rose di nostro padre e cose del genere.» I «Che tipo di cose
importanti?» «Cose che possono non essere dette.» «E quindi avete parlato di rose?» «Ho ereditato le
rose di nostro padre quando Stine e io abbiamo preso possesso della casa. Era lì che Lev e io eravamo
cresciuti. È lì che volevo allevare i miei bambini.» Si morse il labbro inferiore. Il suo sguardo era fisso
sulla tovaglia bianca e nera, l'unica cosa che Harry aveva ereditato da sua madre. «Non ha parlato della
rapina?» Trond scosse il capo. «Ti rendi conto che la rapina deve essere stata pianificata in quel
periodo?» Trond sospirò profondamente. «Se fosse stato come era di solito, l'avrei forse saputo e avrei
potuto impedirlo. A Lev piaceva molto raccontare le sue rapine. Andava a prendere le copie delle
registrazioni video che aveva raccolto in soffitta a Disengrenda, e a volte insisteva perché le guardassimo
insieme. È così che ho potuto constatare quanto era astuto. Quando ho sposato Stine e ho iniziato a
lavorare, gli ho detto chiaramente che non volevo più sentir parlare dei suoi piani. Che poteva mettermi
in una situazione difficile.»«Dunque non sapeva che Stine lavorava nella banca?» «Da quello che
ricordo, gli avevo detto che lavorava alla Nordea, ma senza precisare in quale agenzia.» «Ma si
conoscevano?» «Si erano incontrati qualche volta, sì. In occasione di riunioni di famiglia. Lev non ha
mai amato quel tipo di eventi.» «E andavano d'accordo?» «Sì. Lev è un tipo piacevole quando vuole»
Trond sorrise. «Come ti ho detto, ci siamo divisi un unico patrimonio genetico. Ero contento quando
mostrava il suo lato migliore a Stine. E dato che avevo raccontato a mia moglie come Lev poteva
comportarsi con la gente che non gli piaceva, lei si sentiva lusingata. La prima volta che Stine è stata a
casa nostra, Lev l'ha portata a fare un giro nel quartiere e le ha fatto vedere tutti i posti in cui giocavamo
da piccoli.» «Nessuna passerella spero?» «No. Non quello» Trond posò le mani sul tavolo e le fissò
pensieroso. «Ma non devi credere che lo facesse per se stesso. Lev raccontava più che volentieri tutte le
cose stupide che facevamo. Ma lo faceva perché sapeva che non volevo che Stine sapesse che avevo un
fratello come lui.» «Sei sicuro di non star attribuendo a tuo fratello più nobiltà d'animo di quella che
sembra avere?» Trond scosse il capo. «Lev ha un lato chiaro e un lato oscuro. Esattamente come tutti noi.
Può morire per le persone che ama.» «Ma non andare in prigione?» Trond aprì la bocca ma non ne uscì
alcuna risposta. La pelle sotto uno dei suoi occhi si contrasse. Harry sospirò e si alzò, barcollando. «Devo
prendere un taxi per andare all'ospedale.» «Ho la macchina» disse Trond. Il motore dell'auto girava con
un rumore sordo. Harry guardava la luce dei lampioni che scivolavano via nel buio della notte, il
cruscotto e il volante dove il diamante di Trond Grette brillava.«Hai mentito sull'anello che hai al dito»
mormorò Harry. «Il diamante è troppo piccolo per costare trentamila corone. Scommetto che ne costava
circa cinquemila e che l'hai comprato, per Stine da un gioielliere qui a Oslo. Ho ragione?» Trond annuì.
«Abbastanza soldi per un po' di tempo» disse Harry. «Abbastanza per un biglietto aereo quando ha deciso
di tornare a Oslo per ricominciare a lavorare.» Trond non rispose. «Lev è ancora a Oslo» mormorò Harry.
«Devi darmi quel numero di cellulare.» «Sai una cosa?» Trond svoltò lentamente a sinistra sulla piazza
Alexander Kielland. «Questa notte ho sognato che Stine entrava nella camera da letto e mi parlava. Era
vestita come un angelo. Non come sono vestiti i veri angeli, ma con Un costume come quelli che si
portano durante il carnevale. Mi ha detto che non stava bene lassù. E quando mi sono svegliato ho
pensato a Lev. Ho pensato a quando era seduto sul bordo del tetto della scuola con le gambe che
penzolavano nel vuoto, mentre noi stavamo entrando in classe per la lezione seguente. Sembrava un
puntino, ma mi ricordo quello che ho pensato. Ho pensato che era a casa lassù.»
        *** Capitolo 25. Baksheesh.
        Erano in tre nell'ufficio di Ivarsson. Ivarsson era seduto dietro alla scrivania e Beate e Harry su
due sedie - un po' più basse - davanti a lui. Il trucco delle sedie basse è una tecnica di dominazione così
conosciuta che qualcuno potrebbe avere la sfortuna di credere che non funziona più, ma Ivarsson la
sapeva lunga. La sua esperienza gli aveva insegnato che le tecniche fondamentali non sono mai fuori
moda.Harry aveva posizionato la sua sedia di traverso per poter guardare dalla finestra. Aveva la vista sul
Plaza Hotel. Nuvole rotonde scivolavano sopra la torre di vetro e sulla città senza spargere neanche una
goccia di pioggia. Anche se aveva preso degli antidolorifici dopo le cure e l'iniezione contro la rabbia
all'ospedale, Harry non era riuscito a dormire. La versione che aveva dato ai suoi colleghi di essere stato
attaccato da un cane randagio, era abbastanza originale da sembrare verosimile e così vicina alla verità
che era riuscito a parlarne con convinzione. Il collo era gonfio e la benda stretta gli premeva contro la
pelle. Harry sapeva esattamente il dolore che avrebbe provato se avesse cercato di girare la testa verso
Ivarsson che stava parlando. E sapeva che non lo avrebbe fatto anche se non fosse stato doloroso.
«Dunque volete dei biglietti aerei per il Brasile per fare ricerche lì?» disse Ivarsson, passando una mano
sul ripiano della scrivania e sogghignando. «Mentre lo Speditore è chiaramente occupato a rapinare
banche qui a Oslo?» «Non sappiamo dove si trovi a Oslo» disse Beate. «E nemmeno se sia veramente
qui. Ma speriamo di poter scovare la casa che ci ha indicato il fratello. Se la troviamo, troveremo anche le
sue impronte digitali. E se corrispondono alle impronte che abbiamo sulla bottiglia di Coca-Cola, avremo
una prova tecnica valida. Per questo vale la pena fare il viaggio.» «Davvero? E quali impronte digitali
avete che nessun altro ha trovato?» Beate cercò invano di avere un contatto visivo con Harry. Deglutì.
«Dato che l'idea è di investigare su questo caso in modo indipendente, abbiamo deciso di tenerlo per noi.
Per ora.» «Cara Beate» iniziò Ivarsson mentre chiudeva l'occhio sinistro. «Stai dicendo "noi" ma io sento
solo Harry Hole. Apprezzo l'entusiasmo di Hole di lavorare secondo il mio metodo, ma non dobbiamo
lasciare che i princìpi ci ostacolinoper arrivare a un risultato che possiamo raggiungere insieme. Quindi
ripeto: quali impronte?» Beate fissò Harry, disperata. «Hole?» disse Ivarsson. «Continuiamo così» disse
Harry. «Per ora.» «Come vuoi» rispose Ivarsson. «Ma dimenticati questo viaggio. Potete parlare con la
polizia brasiliana e chiedere che vi aiutino a trovare queste impronte.» Beate si schiarì la gola. «Ho già
controllato. Dobbiamo inviare una richiesta scritta al capo della polizia dello stato federale di Bahia e
chiedere a un pubblico ministero brasiliano di giudicare se sia eventualmente possibile ottenere un
mandato di perquisizione. L'uomo con cui ho parlato ha detto che, senza contatti all'interno della
burocrazia brasiliana, potrebbe richiedere da due mesi a due anni.» «Abbiamo due posti sul volo che
parte domani sera» disse Harry osservando una delle sue unghie. «Cosa facciamo?» Ivarsson si mise a
ridere. «Che cosa credi? Venite da me a chiedere soldi per i biglietti aerei per andare dall'altra parte del
mondo senza neppure riflettere. Avete pensato di fare una perquisizione senza autorizzazione, in modo
che, se troverete veramente delle prove, il tribunale può essere costretto a respingerle perché sono state
ottenute in maniera illegale.» «Il trucco del mattone» disse Harry a bassa voce. «Scusa?» «Uno
sconosciuto scaglia un mattone contro una finestra. La polizia passa di là per una strana coincidenza e
non ha bisogno di un mandato di perquisizione per entrare. Sentono odore di marijuana nel soggiorno. Un
concetto soggettivo, ma un motivo legittimo per una perquisizione immediata. Prove tecniche, come
impronte digitali, vengono acquisite sul posto. Molto legalmente.» «In altre parole, abbiamo riflettuto su
quello che stai dicendo» si affrettò a dire Beate.«Se troviamo la casa, possiamo sicuramente rilevare le
impronte in maniera legale.» «Davvero?» «Speriamo senza mattone.» Ivarsson scosse il capo. «Non è
sufficiente. La risposta è un no chiaro e tondo.» Guardò l'orologio per far capire che la riunione era
terminata e sfoderò un sorriso da rettile. «Per il momento.» «Avresti potuto dirgli qualcosa» esclamò
Beate quando uscirono nel corridoio. «Cosa?» disse Harry girando la testa cautamente. «Aveva deciso di
rifiutare sin dall'inizio.» «Non gli hai dato una sola possibilità di concederci il permesso.» «Gli ho dato la
possibilità di essere sorpassato.» «Che cosa vuoi dire?» «Che abbiamo alcuni poteri speciali per questo
caso. Forse ricorderai che te ne ho parlato?» Beate si voltò e lo fissò. «Credo di capire» disse lentamente.
«E adesso che cosa facciamo?» «Lo sorpassiamo. Ricordati la crema solare.» Le porte dell'ascensore si
aprirono lentamente. Più tardi quel giorno, Bjarne Møller raccontò a Harry che Ivarsson era andato su
tutte le furie quando il capo della polizia in persona gli aveva comunicato che Harry e Beate sarebbero
partiti per il Brasile e che il costo del viaggio e della permanenza doveva rientrare nel budget
dell'antifurti. «Sei soddisfatto di te stesso, adesso?» chiese Beate prima che Harry andasse a casa. Ma
quando Harry passò davanti al Plaza e le nuvole aprirono finalmente le chiuse, non provava alcuna
sensazione di soddisfazione. Soltanto tristezza, mancanza di sonno e dolore al collo.«Baksheesh?» urlò
Harry al telefono. «Che cosa diavolo è baksheesh?» «Bustarelle» disse Øystein. «Nessuno in questo
maledetto Paese muove un dito senza.» «Merda!» Harry diede un calcio al tavolino sotto allo specchio. Il
telefono scivolò a terra e il ricevitore gli sfuggì di mano. «Pronto? Harry sei ancora lì?» Harry udì la voce
di Øystein dal ricevitore sul pavimento. Più di ogni altra cosa, aveva voglia di lasciarlo dov'era e
andarsene. O di mettere un disco dei Metallica a tutto volume. Uno dei primi. «Adesso non arrabbiarti,
Harry» disse Øystein con un gemito. Harry si chinò tenendo il collo rigido e raccolse il ricevitore.
«Scusa, Øystein. Quanto hai detto che ti serve ancora?» «Ventimila sterline egiziane. Quarantamila
corone. E mi daranno immediatamente quel nome. Hanno detto.» «Ci stanno fregando, Øystein.»
«Probabilmente. Vuoi quel nome oppure no?» «Ti farò avere il denaro. Fatti dare una ricevuta, okay?»
Harry si stese sul letto con lo sguardo fisso al soffitto in attesa che la tripla dose di antidolorifici iniziasse
a fare effetto. L'ultima cosa che vide prima di sprofondare nelle tenebre fu un ragazzo seduto su un tetto
che dondolava le gambe.
         ***Parte Quarta.Capitolo 26. D'AJUDA.
         Fred Baugerstad aveva mal di testa dopo la sbornia. Aveva trentun anni, era separato e aveva un
lavoro duro ed esigente sulla piattaforma Statfjord B. Era un impiego difficile, dove non era neppure
possibile bere una birra, ma lo stipendio era buono, nella cabina c'era la televisione, cibo di ottima qualità
e la cosa migliore, dopo tre settimane di lavoro, aveva quattro settimane libere. Alcuni andavano a casa
dalle loro mogli e rimanevano con lo sguardo fisso sulle pareti, alcuni guidavano un taxi o facevano
lavori in casa per non crollare in depressione e altri facevano come Fred: andavano in un Paese caldo e
cercavano di sbronzarsi. A volte, Fred scriveva una cartolina a Karmøy, sua figlia, o "bambina mia"
come continuava a chiamarla anche se aveva dieci anni. O forse erano undici? In ogni caso, era l'unico
contatto che aveva ancora con la terraferma, e bastava. L'ultima volta che aveva parlato con suo padre,
questi si era lamentato di sua madre che si era di nuovo fatta beccare mentre rubava un pacchetto di
biscotti per Rimi. «Prego per lei» aveva detto suo padre. Aveva chiesto a Fred se aveva con sé una Bibbia
norvegese quando era all'estero. «Questo libro mi è necessario come laprima colazione, padre» aveva
risposto Fred. Il che era vero in quanto Fred non mangiava mai prima di pranzo quando era a d'Ajuda. A
meno che la caipirinha non si potesse definire cibo. Era una questione di definizione in quanto Fred
metteva almeno quattro cucchiaini di zucchero in ogni drink. Fred Baugerstad beveva caipirinha perché
aveva un gusto veramente pessimo. In Europa, la bevanda aveva una reputazione ingiustamente buona
perché era fatta a base di rum o di vodka invece che di cachaca, l'acquavite di canna da zucchero
brasiliana grezza e amara, che trasformava la bevuta in una penitenza che Fred credeva di meritarsi. Il
suo nonno materno e quello paterno erano stati alcolisti e, con una tale predisposizione genetica, Fred
pensava che la cosa migliore fosse di scegliere il peggiore dei mali e di bere qualcosa che aveva un gusto
così cattivo da non permettergli di diventare dipendente. Oggi si era trascinato fino da Muhammed a
mezzogiorno e aveva preso un espresso e un cognac prima di uscire e camminare lentamente nel calore
estivo, lungo la strada stretta e dissestata che passava fra le piccole case basse, più o meno bianche. La
casa che Fred affittava con Roger era una delle meno bianche. Le mura erano scrostate e all'interno, le
pareti grigie non intonacate erano così corrose dal vento umido dell'Atlantico che, tirando fuori la lingua,
si poteva sentire il gusto amaro della salsedine. D'altra parte perché avrebbe dovuto farlo! pensò Fred. La
casa andava bene così com'era. Tre camere da letto, due materassi, un frigorifero, una cucina. E anche un
divano e un tavolino su due blocchi di calcestruzzo nella stanza che chiamavano il "salone", in quanto la
parete era dotata di un'apertura quasi rettangolare che chiamavano "finestra". Avrebbero dovuto fare le
pulizie più spesso. La cucina brulicava di formiche gialle velenose con un morso che incuteva rispetto: i
brasiliani le chiamavano lava pe. Da quando avevano spostato il frigorifero nel salone, però, Fred non
entrava spesso in cucina. Ora era sdraiato sul divano e stava pregustandola sua prossima mossa per quel
giorno quando Roger entrò. «Dove sei stato?» chiese Fred. «Alla farmacia in centro» disse Roger con un
sorriso che faceva tutto il giro del suo viso largo e rubicondo. «Non puoi immaginare quello che vendono
al banco lì. Cose che in Norvegia non ti danno neppure con una ricetta.» Vuotò il contenuto del sacchetto
di plastica sul tavolo e si mise a leggere ad alta voce le etichette. «Tre milligrammi di denzodiazetpin.
Due milligrammi di flunitrazepam. Cristo, Fred, è praticamente come il Rohypnol.» Fred non rispose.
«Ti senti male?» chiese Roger. «Non hai ancora mangiato niente, non è vero?» «No. Solo un caffè da
Muhammed. Del resto, c'era un tipo strano nel bar. Stava chiedendo di Lev a Muhammed.» Roger alzò
rapidamente lo sguardo dalle medicine. «Cercava Lev? Che tipo era?» «Alto, capelli biondi, occhi
azzurri. Sembrava norvegese.» «Cristo, non devi spaventarmi con queste cose, Fred.» Roger continuò a
leggere. «Cosa vuoi dire?» «Lascia solo che ti dica che se fosse stato alto, magro con capelli scuri,
sarebbe stato il momento di svignarsela da d'Ajuda. Assomigliava a uno sbirro?» «A cosa assomiglia uno
sbirro?» «Be' scordatelo, uno che fa il nostro lavoro?» «Sembrava che avesse sete. Se non altro, so a cosa
assomiglia uno che ha sete.» «Okay. Forse è un amico di Lev. Pensi che dobbiamo aiutarlo?» Fred scosse
il capo. «Lev ha detto che abita qui completamente in, è quella parola in latino che significa in segreto.
Muhammed ha dato l'impressione di non avere mai sentito parlare diLev. Quel tipo riuscirà a trovarlo
solo se sarà Lev a volerlo.» «Scherzavo. A proposito, dov'è Lev? Non l'ho visto da diverse settimane.»
«Da quello che ho sentito, doveva fare un giro in Norvegia» disse Fred, cercando di alzare la testa con
cautela. «Forse ha rapinato una banca e se n'è andato» esclamò Roger, sorridendo a quel pensiero. Non
perché voleva che Lev si facesse beccare, ma perché il solo pensiero di rapinare banche lo faceva sempre
sorridere. Lui lo aveva fatto tre volte ed erano state esperienze molto stimolanti. Veramente, le prime due
volte, si erano fatti prendere, ma l'ultima volta, aveva fatto tutto nel modo giusto. Quando descriveva
quella rapina, dimenticava generalmente di parlare di una circostanza favorevole: le telecamere di
sorveglianza erano temporaneamente fuori servizio, ma comunque il bottino era stato tale che ora poteva
godersi il suo otium - e a volte oppium - qui a d'Ajuda. Il piccolo villaggio, situato a sud di Porto Seguro,
che fino a poco tempo prima aveva ospitato la più grande selezione di individui ricercati in quel
continente a sud di Bogota'. Il fenomeno era iniziato negli anni Settanta quando d'Ajuda era diventato un
luogo di raduno per gli hippy e per i vagabondi che vivevano suonando per strada e vendendo gioielli e
accessori in Europa durante i sei mesi estivi. Questo si traduceva in redditi supplementari molto graditi
per d'Ajuda e, a dire il vero, non disturbava nessuno. Quindi le due famiglie brasiliane che detenevano il
monopolio dell'industria e del commercio del villaggio, avevano concluso un accordo con il capo della
polizia locale perché facesse finta di non vedere che si fumava marijuana sulla spiaggia, nei caffè, nei bar
e, in seguito, anche per strada e dovunque. Ma c'era un problema: una fonte importante di introiti per la
polizia - che riceveva solo una paga da fame dallo stato - a d'Ajuda, come in altre città, erano le multe
inflitte ai turisti per aver fumato marijuana in pubblico e per violazioni di leggi più o meno sconosciute.
Per far sì chesia i turisti sia la polizia potessero convivere pacificamente, le famiglie furono perciò
costrette a intervenire per garantire alla polizia introiti alternativi. Iniziò con un sociologo americano e il
suo amante argentino, che si occupavano della produzione e vendita locale di marijuana. Fu loro chiesto
gentilmente di pagare una commissione al capo della polizia per garantirsi la sua protezione e per
mantenere il monopolio, vale a dire che i potenziali concorrenti furono rapidamente arrestati e consegnati
alla polizia federale con tanto di fanfara. Nel piccolo e approssimativo apparato amministrativo il denaro
circolava dall'alto al basso e tutto era libertà e allegria fino a quando non spuntarono tre messicani che si
dichiarano disposti a pagare una commissione superiore, e una domenica mattina, l'americano e
l'argentino furono consegnati alla polizia federale con tanto di fanfara sulla piazza principale, davanti al
posto di polizia. Con il tempo, l'efficace sistema che regolava il mercato dell'acquisto e della vendita
della protezione continuò a svilupparsi, e presto d'Ajuda si riempì di criminali ricercati in tutte le parti del
mondo, in quanto lì potevano assicurarsi un'esistenza relativamente sicura a un prezzo decisamente
inferiore a quello che avrebbero dovuto pagare alla polizia a Pattaya e in molte altre città. Negli anni
Ottanta, tuttavia, questa bella perla quasi intatta, con le sue lunghe spiagge, i suoi tramonti rossi e la sua
marijuana eccellente, fu scoperta dagli avvoltoi turistici, quelli con gli zaini. Erano talmente tanti e con
una tale voglia di consumare erba che le due famiglie del posto furono costrette a riconsiderare il tasso di
redditività di d'Ajuda come rifugio per i fuorilegge. Gradualmente i bar piacevolmente poco illuminati
cambiarono, e i caffè dove gli abitanti di d'Ajuda avevano ballato la lambada nella vecchia cara maniera
tradizionale, iniziarono a organizzare feste Wild-Wild-Moon, e succedeva sempre più spesso che la
polizia locale effettuasse razzie lampo nelle case bianche più piccole, trascinando le prede che
protestavano violentemente, fino alla piazza. Ma per il momento,d'Ajuda continuava a essere uno dei
posti più sicuri dove un criminale poteva vivere in relativa tranquillità, anche se la paranoia si era infilata
sotto la pelle di tutti, non solo di Roger. Ed era per questo che c'era anche posto per un uomo come
Muhammed Ali nella catena economica di d'Ajuda. La sua ragione di vivere si basava principalmente sul
fatto che il suo locale era situato in modo strategico sulla piazza dove si trovava il terminale degli autobus
provenienti da Porto Seguro. Da dietro il bancone della sua ahwa aperta, Muhammed godeva di una vista
completa su tutto quello che succedeva sull'unica plaza di d'Ajuda, inondata dal sole e ricoperta di
ciottoli. Quando arrivavano nuovi autobus, smetteva di servire il caffè e riempiva i narghilè con tabacco
brasiliano - un pessimo surrogato del suo m'aasil segreto - per controllare i nuovi arrivati e per scoprire
eventuali poliziotti o cacciatori di premi. Se il suo naso allenato piazzava una persona in una di queste
categorie, l'allarme scattava immediatamente. L'allarme era una specie di abbonamento dove quelli che
pagavano la rata mensile ricevevano una telefonata o l'informazione a domicilio dal piccolo e
velocissimo Paulinhò. Ma Muhammed aveva anche una ragione personale per tenere d'occhio quelli che
scendevano dagli autobus. Quando lui e Rosalita erano fuggiti da Rio e dal marito di lei, sapeva cosa
sarebbe successo se l'uomo tradito avesse scoperto dove vivevano. Se si andava nei bassifondi di Rio o di
San Paolo, si poteva commissionare un omicidio per qualche centinaio di dollari, ma anche un
professionista, un assassino di professione, non prendeva più di due, tremila dollari oltre alle spese per
l'incarico "trova e distruggi" e quelle tariffe erano rimaste invariate negli ultimi dieci anni. Inoltre, veniva
applicato uno sconto speciale per grosse quantità, a partire da una coppia. Alle volte succedeva che le
persone che Muhammed aveva identificato come cacciatori entrassero direttamentenel suo ahwa.
Ordinavano un caffè per rispettare la forma, e dopo aver bevuto facevano l'inevitabile domanda "sai dove
abita il mio amico tal dei tali" oppure "conosci l'uomo su questa foto, gli devo dei soldi". In questi casi,
Muhammed faceva pagare di più perché la sua risposta abituale - l'ho visto prendere l'autobus per Porto
Segua due giorni fa con una grossa borsa, senor - aveva come conseguenza che il cacciatore se ne andava
con il primo autobus. Quando l'uomo alto e biondo con un vestito di lino stropicciato e una fascia bianca
intorno al collo, appoggiò un sacco e un sacchetto PlayStation sul bancone, si asciugò la fronte e ordinò
un caffè in inglese, Muhammed aggiunse automaticamente alcuni reais supplementari al prezzo normale.
Ma non era l'uomo che aveva svegliato il suo istinto. Era la donna che lo accompagnava. Sembrava che
avesse scritto "polizia" sulla fronte. Harry si guardò intorno. A parte lui, Beate e l'uomo dietro al
bancone, c'erano tre persone sedute nel locale. Due ragazzi con gli zaini e un turista di un genere più
consumato, che sembrava intento a smaltire una seria sbornia. La ferita al collo lo faceva soffrire. Guardò
l'orologio. Avevano lasciato Oslo venti ore prima. Oleg aveva telefonato, aveva battuto il record al
Tetris, e Harry aveva avuto il tempo di comprare una Namco G-Con 45 alla boutique di videogiochi
all'aeroporto di Heathrow prima di salire sull'aereo per Recife. Da Recife avevano preso un aereo a elica
fino a Porto Seguro. Fuori dall'aeroporto, Harry si era messo d'accordo su un prezzo palesemente troppo
alto con un tassista che li aveva portati fino a un traghetto e una volta raggiunta la sponda, un autobus
sgangherato li aveva portati a d'Ajuda. Ventiquattro ore prima, era seduto nella sala visite della prigione
e stava dicendo a Raskol che aveva bisogno di altre quarantamila corone supplementari per gli egiziani. E
Raskol gli aveva detto che l'ahwa di Muhammed Ali non si trovava a Porto Seguro, ma in un villaggio
molto vicino.«D'Ajuda» aveva detto Raskol con un breve sorriso. «Conosco alcuni tipi che vivono lì.»
Prima di mettere la tazza di caffè davanti a Harry, l'arabo guardò Beate che scosse il capo. Il caffè era
amaro e forte. «Muhammed» disse Harry. L'uomo dietro al bancone si irrigidì. «You are Muhammed,
right?» L'arabo deglutì. «Who's as king?» «A friend.» Harry mise la mano destra all'interno della giacca
e vide il panico dipingersi sul volto scuro dell'uomo. «Il fratello di Lev sta cercando di rintracciarlo.»
Harry estrasse una delle fotografie che Beate aveva trovato da Trond e la mise sul banco. Muhammed
chiuse gli occhi per un attimo, mentre le sue labbra sembravano formare una breve preghiera di
ringraziamento. La foto rappresentava due ragazzi. Il più grande indossava una giacca rossa. Rideva e
teneva un braccio intorno alle spalle dell'altro che sorrideva timidamente alla macchina fotografica.
«Non so se Lev ti ha parlato del suo fratellino» disse Harry. «Si chiama Trond.» Muhammed prese la
fotografia e la esaminò attentamente. «Hm» disse, grattandosi la barba. «Non ho mai visto nessuno dei
due. E non ho mai sentito parlare di qualcuno qui a d'Ajuda che si chiami Lev. E conosco quasi tutti qui.»
Restituì la foto a Harry che la infilò nella tasca interna della giacca e finì di bere il caffè. «Dobbiamo
trovare un posto per la notte, Muhammed. Poi torneremo. Riflettici su nel frattempo.» Muhammed scosse
la testa, afferrò la banconota da venti dollari che Harry aveva messo sotto la tazza di caffè. «Non prendo
grosse banconote» disse. Harry scrollò le spalle. «Torneremo più tardi, Muhammed.» Dato che la
stagione turistica non era ancora iniziata,Harry e Beate non ebbero problemi a trovare due camere singole
nel piccolo hotel chiamato Vittoria. Harry ricevette una chiave per la camera numero 69, anche se
l'albergo aveva solo due piani e una ventina di camere. Quando aprì il cassetto del comodino da notte
vicino al letto rosso a forma di cuore e trovò due preservativi con i complimenti della direzione
dell'albergo, si disse che doveva aver avuto la suite matrimoniale. L'intera porta del bagno era ricoperta
da uno specchio nel quale ci si poteva vedere dal letto. In un armadio sproporzionatamente grande e
profondo, l'unico mobile nella camera a parte il letto, erano appesi due accappatoi di spugna, leggermente
consumati, con disegni orientali sulla schiena. La donna alla reception si limitò a sorridere e a scuotere la
testa quando Harry le fece vedere la foto di Lev Grette. La stessa scena si svolse al ristorante vicino
all'hotel e nell'Internet caffè sulla strada principale stranamente tranquilla. Come vuole la tradizione, la
strada portava dalla chiesa al cimitero, ma era stata battezzata con un nome moderno: Broadway. Nel
piccolo negozio che vendeva generi alimentari, acqua e decorazioni di Natale, con sopra la porta la scritta
SUPERMARKET, la donna alla cassa rispose Yes a tutte le loro domande e continuò a guardarli con
occhi vuoti fino a quando non se ne andarono. Tornando verso la piazza videro una sola persona, un
poliziotto appoggiato a una jeep con le braccia incrociate e il fodero della pistola appoggiato all'anca che
li seguì con lo sguardo sbadigliando. Nell'ahwa di Muhammed, il ragazzino dietro al bancone spiegò che
il capo aveva improvvisamente deciso di prendersi qualche ora di libertà per andare a fare una
passeggiata. Beate chiese quando sarebbe tornato, ma il ragazzo scosse il capo con aria indifferente,
puntò il dito verso il sole e disse: «Trancoso». Nell'hotel la donna alla reception spiegò che la spiaggia di
sabbia bianca lunga tredici chilometri che portava a Trancoso era la principale attrazione turistica
did'Ajuda. E, a parte la chiesa cattolica sulla piazza, era anche l'unica. «Come mai c'è così poca gente a
d'Ajuda, senora?» chiese Harry. La donna sorrise e fece un segno in direzione del mare. Ed era proprio lì
che c'era la gente. Sulla spiaggia rovente che si estendeva a perdita d'occhio in entrambe le direzioni. E
dappertutto, turisti che si abbronzavano distesi su sedie a sdraio, venditori ambulanti che affondavano
nella sabbia molle, piegati sotto il peso delle ghiacciaie portatili e delle borse piene di frutta, baristi che
sogghignavano dai chioschi improvvisati dove la musica della samba a tutto volume usciva dagli
altoparlanti sotto i tetti di paglia, surfer con il costume giallo della squadra nazionale e le labbra bianche
per via dell'ossido di zinco. E due persone che camminavano verso sud con le scarpe in mano. Una con
dei pantaloncini, un piccolo top e un cappello di paglia che aveva preso in prestito all'hotel, l'altro a testa
nuda, con indosso un vestito di lino stropicciato. «Ha detto tredici chilometri?» chiese Harry asciugando
le gocce di sudore che scendevano dalla punta del suo naso. «Presto farà buio» disse Beate, indicando
l'orizzonte. «Guarda, tutti gli altri stanno tornando.» Una fila nera camminava lungo la spiaggia, una
carovana interminabile di gente che stava tornando a casa con il sole pomeridiano sulla schiena. «Si
direbbe che stiano ubbidendo a un ordine» disse Harry raddrizzando gli occhiali da sole. «Un line-up con
tutta la popolazione di d'Ajuda. Teniamo gli occhi aperti. Se non vediamo Muhammed, forse saremo
abbastanza fortunati da trovare Lev per caso.» Beate sorrise. «Scommetto cento corone.» I volti sudati
scintillavano nel caldo. Neri, bianchi, giovani, vecchi, belli, brutti, drogati, sobri, sorridenti,
sogghignanti. I bar e i noleggiatori di tavole da surf erano spariti e ora c'erano solo la sabbia lambita dalle
onde e unafitta vegetazione da giungla. Qua e là, gruppi di persone sedute in cerchio dai quali emanava
l'odore riconoscibile di marijuana. «Ho riflettuto ancora sulle distanze intime e sulla nostra teoria del
complice all'interno della banca» disse Harry. «Credi che Lev e Stine Grette si conoscessero in modo più
intimo di un cognato e una cognata?» «E che abbia pianificato tutto con lei, per poi ucciderla per
eliminare ogni traccia?» disse Beate socchiudendo gli occhi per il sole. «Perché no?» Anche se erano
passate le quattro, il caldo non era diminuito di molto. Infilarono le scarpe per attraversare le rocce, e al di
là, Harry trovò un ramo spesso e secco che era stato spinto sulla spiaggia dalle onde. Lo conficcò nella
sabbia ed estrasse il suo portafoglio e il suo passaporto dalla giacca prima di appenderla su
quell'attaccapanni provvisorio. Ora potevano vedere Trancoso in lontananza, e improvvisamente Beate
disse che era appena passato un uomo che aveva visto in un video. In un primo tempo, Harry pensò che
Beate si riferisse a qualche attore di telenovela, ma poi Beate disse che si chiamava Roger Person e che,
oltre a diverse condanne per traffico di stupefacenti, era stato dentro per le rapine agli uffici postali di
Gamlebyen e Veitvet e che era anche sospettato per quella all'ufficio postale di Ullevål. Fred aveva
bevuto tre caipirinha nel ristorante della spiaggia a Trancoso, ma continuava a pensare che era stata
un'idea insensata camminare per tredici chilometri solo per «prendere un po' d'aria prima che il corpo si
ammuffisca nell'umidità malsana della casa» come aveva detto Roger. «La verità è che non riesci a stare
fermo a causa di quelle nuove pillole» replicò Fred irritato all'amico che camminava davanti a lui, in
punta di piedi, alzando le ginocchia.«Forza. Hai bisogno di bruciare un po' di calorie prima di tornare ad
abbuffarti a Nordsjön. Raccontami piuttosto che cosa ti ha detto Muhammed al telefono a proposito di
quei due poliziotti.» Roger sospirò e fece di malavoglia una ricerca nella sua memoria recente. «Ha
parlato di una donna piccola e paffutella che era così pallida da sembrare quasi trasparente. E di un
gigante tedesco con il naso da bevitore di porto.» «Tedesco?» «È quello che ha pensato Muhammed.
Poteva anche essere russo. O indiano dell'America latina.» «Molto divertente. Era sicuro che fossero
sbirri?» «Cosa vuoi dire?» Per poco, Fred non andava a sbattere contro Roger che si era fermato di colpo.
«Questa faccenda non mi piace» disse Roger. «A quanto ne so, Lev non ha ancora rapinato altre banche
in Norvegia. E comunque la polizia norvegese non verrebbe fino in Brasile per beccare un povero
rapinatore di banche. Sono sicuramente russi. Cristo. Così sappiamo chi li ha mandati. E non stanno
cercando solo Lev.» «Per piacere, non ricominciare con quel fottuto zingaro» disse Fred sospirando. «Tu
credi che la mia sia paranoia, ma quello è Satana in persona. Ammazza la gente anche se gli rubano una
sola corona, e lo fa senza batter ciglio. Non pensavo che lo avrebbe scoperto, ho solo preso alcune
banconote da mille corone in una delle borse, come rimborso spese, sai? Ma è una questione di principio.
Quando uno è il capo nel nostro ambiente, deve ottenere rispetto, altrimenti...» «Roger! Preferisco
noleggiare un video piuttosto che ascoltare le tue storie di mafia.» Roger non rispose. «Ohe, Roger?»
«Stai zitto» mormorò Roger. «Non girarti e continua a camminare.» «Cosa c'è?»«Se non fossi stato così
maledettamente ubriaco, avresti visto che siamo appena passati davanti a una tipa pallida e a uno con il
nasone.» «E vero?» Fred si girò. «Roger.» «Sì?» «Credo che tu abbia ragione. Si sono girati.» Roger
continuò a camminare senza girarsi. «Porca puttana!» «Cosa facciamo?» Non ottenendo alcuna risposta,
Fred si voltò e scoprì che Roger era sparito. Abbassò lo sguardo e fissò sorpreso le profonde impronte di
piedi nella sabbia dove Roger aveva iniziato a correre e poi seguì le tracce che sparivano verso sinistra.
Alzò di nuovo gli occhi e vide le piante dei piedi di Roger che si alzavano e si abbassavano. Quindi anche
Fred si mise a correre in quella direzione, verso la giungla. Harry lasciò perdere quasi subito. «Non porta
da nessuna parte» gridò in direzione di Beate che si fermò incerta. Erano solo a pochi metri dalla riva,
eppure era come se si trovassero in un altro mondo. Un caldo stagnante e soffocante pesava fra i tronchi
nella mezza oscurità sotto il tetto di foglie. Il rumore dei due uomini in fuga era coperto dal grido degli
uccelli e dal mormorio del mare alle loro spalle. «Non si può certo dire che l'ultimo fosse uno sprinter»
disse Beate. «Conoscono questi sentieri meglio di noi» ammise Harry. «E non siamo armati, ma forse
loro lo sono.» «Se Lev non è ancora stato avvertito, ora lo sarà di sicuro. Allora, che cosa facciamo?»
Harry si grattò il collo attraverso il bendaggio fradicio di sudore. Le zanzare erano già riuscite a pungerlo
un paio di volte. «Passiamo al piano B.»«Veramente? E cosa sarebbe?» Harry guardò la donna,
chiedendosi come mai non avesse una sola goccia di sudore sulla fronte, mentre lui stava gocciolando
come un tubo di scarico arrugginito. «Andiamo a pescare» disse. Il tramonto era uno spettacolo breve ma
magnifico, con tutte le sfumature di rosso dello spettro dei colori. E anche qualcuna in più, affermò
Muhammed indicando il sole che si stava sciogliendo sull'orizzonte come un pezzo di burro in una
padella rovente. Ma il tedesco davanti al banco non era interessato al tramonto, aveva appena detto che
era disposto a pagare mille dollari a chi poteva aiutarlo a trovare Lev Grette o Roger Person. Muhammed
poteva essere così cortese da aiutarli a negoziare l'offerta? Gli informatori interessati potevano rivolgersi
alla camera 69 dell'hotel Vittoria, disse il tedesco prima di uscire dall'ahwa con la donna pallida. Quando
gli insetti uscirono per le loro danze serali, le rondini iniziarono a volare come impazzite. Il sole si era
trasformato in una macchia rossa che colava sulla superficie del mare e dieci minuti più tardi era buio.
Quando Roger apparve, bestemmiando, un'ora dopo, era pallido sotto l'abbronzatura. «Fottuto zingaro»
borbottò rivolgendosi a Muhammed. Gli raccontò che aveva sentito parlare della grossa mancia offerta
mentre era nel bar di Fredo, e se ne era andato subito. Per strada, si era fermato nel negozio di Petra, che
gli aveva detto che il tedesco e la donna bionda erano stati lì già due volte quel giorno. La seconda non
avevano chiesto nulla, avevano solo comprato una canna da pesca. «Cosa diavolo pensano di fare con
una canna da pesca?» chiese, guardandosi rapidamente intorno mentre Muhammed riempiva la tazza di
caffè. «Pescare?» «Prego» disse Muhammed indicando la tazza con un cenno del capo. «Fa bene alla
paranoia.»«Paranoia?» gridò Roger. «È buonsenso. Fucking mille dollari! C'è gente in giro che
ucciderebbe volentieri la propria madre per mille dollari!» «E allora, che cosa hai pensato di fare?»
«Quello che devo fare. Precedere il tedesco.» «Ah sì? In che modo?» Roger assaggiò il caffè e, allo stesso
tempo, tirò fuori una pistola nera con il calcio corto, dalla cintura dei pantaloni. «Ti presento Taurus
PT92C di San Paolo.» «No grazie» sibilò Muhammed. «Metti via questa cosa immediatamente. Sei
impazzito? Hai in mente di affrontare il tedesco da solo?» Roger scrollò le spalle e infilò la pistola nella
cintura. «Fred è a casa e ha la tremarella. Ha detto che non vuole più essere sobrio.» «Quell'uomo è un
professionista, Roger.» «E io allora? Anch'io ho rapinato alcune banche. E sai qual è la cosa più
importante, Muhammed? L'effetto sorpresa. Vuol dire tutto.» Roger vuotò la sua tazza. «E tu pensi che
un vero professionista andrebbe in giro a dire a tutto il mondo il numero della sua camera d'albergo?»
Muhammed alzò gli occhi al cielo e fece il segno della croce. «Allah ti vede, Muhammed» mormorò
Roger con voce secca prima di alzarsi. Roger vide la donna bionda non appena entrò nella hall dell'hotel.
Era seduta insieme a un gruppo di uomini che stavano guardando una partita di calcio alla TV del bar.
Giusto, era flaflu stasera, il tradizionale derby locale fra le squadre del Flamenco e della Fluminense a
Rio, era per quello che da Fredo c'era così tanta gente. Passò rapidamente davanti a loro, sperando che
nessuno lo vedesse. Poi salì di corsa le scale ricoperte di moquette e proseguì lungo il corridoio. Sapeva
dove si trovava la camera. Quando il marito di Petra partiva per lavoro, Roger prenotava sempre la
camera 69. Roger appoggiò l'orecchio alla porta ma non sentì nulla.Sbirciò attraverso il buco della
serratura, ma all'interno era buio. O il tedesco era uscito o stava dormendo. Roger era teso. Il suo cuore
batteva rapidamente, ma la mezza dose di Rohypnol che aveva preso cominciava a fare effetto. Controllò
che la pistola fosse carica e tolse la sicura prima di abbassare con cautela la maniglia della porta. La
camera non era chiusa a chiave. Roger scivolò rapidamente all'interno e si chiuse la porta alle spalle.
Rimase immobile nell'oscurità, trattenendo il respiro. Non vedeva né sentiva nulla. Nessun movimento,
nessun suono. Solo il mormorio debole del ventilatore. Per fortuna, Roger conosceva la stanza dentro e
fuori. Puntò la pistola verso il punto in cui sapeva che si trovava il letto a forma di cuore mentre i suoi
occhi si abituavano lentamente all'oscurità. Una striscia sottile di chiaro di luna gettava una luce pallida
sul letto, dove la coperta era stata messa di lato. Il letto era vuoto. Roger si mise a riflettere rapidamente.
Era possibile che il tedesco fosse uscito, dimenticando di chiudere a chiave? In quel caso, poteva sedersi
e aspettare che tornasse. Ma sembrava troppo bello per essere vero, come una banca dove qualcuno aveva
dimenticato di attivare la serratura a tempo. Non succede mai. Il ventilatore al soffitto. La conferma
arrivò proprio in quell'istante. Quando sentì il rumore improvviso dell'acqua che scorreva nel bagno,
Roger sussultò. Il tedesco era al cesso! Roger strinse forte la pistola con entrambe le mani e la alzò con le
braccia tese, in direzione del bagno. Trascorsero cinque secondi. Otto secondi. Roger non ce la faceva più
a trattenere il respiro. Cosa stava aspettando quel bastardo, aveva tirato l'acqua. Dodici secondi. Forse
aveva sentito qualcosa. Forse stava cercando di squagliarsela. Roger si ricordò che c'era una piccola
finestra in alto sulla parete del bagno. Porca puttana! Questa era la sua opportunità, non poteva lasciarsi
scappare quel bastardo proprio ora. Roger passò silenziosamente davanti all'armadio con le vestaglie che
stavano così bene addosso a Petra, si posizionòdavanti alla porta del bagno e appoggiò una mano sulla
maniglia. Trattenne il respiro. Proprio mentre stava per abbassare la maniglia, sentì un leggero
movimento nell'aria. Non come un ventilatore o una finestra aperta. Era qualcos'altro. «Freeze» disse una
voce alle sue spalle. E fu esattamente quello che Roger fece dopo aver alzato la testa e guardato nello
specchio della porta del bagno. Si irrigidì e i suoi denti iniziarono a battere incontrollati. Le ante
dell'armadio si erano aperte e dentro, fra le vestaglie bianche, si poteva intravedere l'arma. Ma non era
quella la ragione di quel gelo improvviso. L'effetto psicologico di scoprire che qualcuno ha puntato
contro di te un'arma da fuoco molto più grossa di quella che hai in mano, è terribile quando si conoscono
bene le armi e si sa che le pallottole di grosso calibro distruggono il corpo di un uomo in maniera più
efficace. E il Taurus PT92C di Roger era una sputapiselli rispetto a quel grosso mostro nero che scorgeva
dietro di sé. Un rumore frusciante fece alzare gli occhi a Roger. Qualcosa che assomigliava al filo di una
canna da pesca fuoriusciva da una fessura sopra alla porta del bagno verso l'armadio. «Guten Abend»
mormorò Roger. Quando le circostanze permisero a Roger, sei anni più tardi, di trascinarsi in un bar di
Pattaya rimase così sorpreso di scoprire che dietro a tutta quella barba c'era Fred, da rimanere immobile
senza reagire quando l'amico avvicinò una sedia per lui. Fred ordinò da bere e raccontò che non lavorava
più a Nordsjön. Pensione di invalidità. Roger si mise a sedere con esitazione e spiegò senza entrare nei
particolari, che durante gli ultimi sei anni, si era occupato di un'attività di corriere da Chang Rai. Dopo
due bicchieri, Fred si schiarì la gola e chiese cosa gli fosse veramente successo la notte in cui era
improvvisamente sparito da d'Ajuda.Roger fissò il suo bicchiere, respirò profondamente e disse che non
aveva avuto altra scelta. Che il tedesco, che del resto non era tedesco, l'aveva superato in astuzia e l'aveva
quasi fatto fuori. Ma che, all'ultimo secondo, Roger l'aveva convinto ad accettare un accordo. Dargli
trenta minuti di vantaggio per lasciare d'Ajuda mentre lui gli rivelava dove si nascondeva Lev. «Che tipo
di pistola aveva quel tipo?» chiese Fred. «Era troppo buio per poterla vedere. In ogni caso non era un
modello che conoscevo. Ma ti posso giurare che mi avrebbe fatto scoppiare la testa.» Roger diede
un'occhiata veloce in direzione dell'ingresso. «Ho una baracca qui» disse Fred. «Hai un posto dove
vivere?» Roger fissò Fred come se fosse un dettaglio al quale non aveva pensato. Roger si grattò il mento.
«A dire il vero, no.»
         *** Capitolo 27. Edvard Grieg.
         La casa di Lev Grette era isolata in fondo a un vicolo cieco. Era simile a gran parte delle case di
quel quartiere, i muri erano di mattoni intonacati, con l'eccezione che questa aveva i vetri alle finestre.
Intorno al cono di luce gialla di un lampione solitario, un migliaio di insetti si batteva per trovare un
posto. «Si direbbe che in casa non ci sia nessuno» sussurrò Beate. «Forse cerca di risparmiare elettricità.»
Si fermarono davanti a un portone di ferro arrugginito aperto. «Allora come facciamo?» chiese Beate.
«Ci avviciniamo e bussiamo.» «No. Accendi il cellulare e rimani qui ad aspettare.Quando vedi che sono
arrivato sotto alla finestra, chiama questo numero» disse Harry porgendole un foglio. «Perché?» «Se
sento il telefono di Lev squillare all'interno, allora possiamo presumere che sia in casa.» «Okay. E come
pensi di arrestarlo? Con quello?» disse Beate indicando il grosso giocattolo nero che Harry teneva nella
mano destra. «Perché no» disse Harry. «Ha funzionato con Roger Person.» «Person era in una stanza
male illuminata e con tutta probabilità l'aveva vista soltanto in un cartone animato, Harry.» «Sì. Ma
siccome non ci è stato concesso di venire in Brasile armati, dobbiamo usare quello che abbiamo.» «Sì,
come farebbe Will Coyote?» «Ma non è un giocattolo qualsiasi, Beate. E una Namco G-Con 45» disse
Harry accarezzando la pistola. «Togli almeno il marchio della PlayStation.» Harry si tolse le scarpe e
corse chinato in avanti sul terreno secco e spaccato che un tempo era stato un prato. Una volta che fu
arrivato all'edificio, appoggiò la schiena contro il muro sotto la finestra e fece un segnale con la mano a
Beate. Non riusciva a vederla, ma sapeva che lei lo stava guardando. Alcuni secondi dopo, udì i toni
deboli ma distinti di un cellulare dall'interno della casa. Il passaggio della sala del re. Peer Gynt.
Ovviamente. A parte tutto, Lev Grette aveva senso dello humour. Harry rimase con lo sguardo fisso su
una stella cercando di eliminare dalla mente tutti gli altri pensieri per concentrarsi su quello che doveva
fare. Non ci riuscì. Una volta Aune gli aveva detto che quando sapremo che nella nostra galassia ci sono
tanti altri soli quanti sono i granelli di sabbia su una spiaggia normale, allora non avremmo alcun bisogno
di chiederci se c'è vita nello spazio. Invece dovremmo chiederci quante sono le probabilità che quegli
esseri abbiano intenzioni pacifiche. E quindi se vale la pena di prendere contatti. Harry strinse la mano
intorno al calciodella pistola. In quel momento stava ponendosi lo stesso tipo di domanda. Il cellulare
aveva smesso di suonare la musica di Gynt. Harry rimase in attesa. Respirò profondamente e strisciò
verso il portone. Rimaneva in ascolto ma non udiva niente a parte il proprio respiro. Appoggiò
lentamente la mano sulla maniglia sicuro che la porta fosse chiusa a chiave. Lo era. Inveì fra sé. Aveva
già deciso che se fosse stata chiusa, avrebbe perso l'effetto sorpresa e che avrebbe aspettato fino al giorno
seguente per tornare con la ferraglia necessaria. Dubitava che avrebbe avuto problemi a comprare una
vera pistola in una città come quella. Ma aveva anche la netta sensazione che presto Lev sarebbe venuto
a conoscenza degli avvenimenti di quel giorno e che non gli rimaneva molto tempo. Qualcosa punse la
pianta del suo piede destro. Lo alzò automaticamente e guardò a terra. Alla pallida luce delle stelle riuscì
a vedere una striscia scura sul muro imbiancato. La fila partiva dalla porta, passava sullo scalino dove
aveva i piedi e poi continuava sparendo dalla vista. Mise la mano in tasca, prese una torcia elettrica e la
accese. Formiche. Grandi, gialle che si muovevano su due colonne, una che usciva dalla porta e una che
vi entrava. Era ovvio che non erano le solite piccole e miti formiche norvegesi. Era impossibile vedere
quello che portavano con sé, ma Harry sapeva qualcosa sulle formiche - gialle o non - che ognuna portava
qualcosa. Spense la torcia. Rifletté. Si allontanò e quando arrivò a una certa distanza, si fermò e iniziò a
correre. Quando i novantacinque chili di Hole, a una velocità di poco inferiore ai trenta chilometri all'ora,
colpirono le semplici assi di legno, i battenti si staccarono dall'intelaiatura. Harry cadde sul pavimento
insieme ai resti della porta, sbatté un gomito e un dolore lancinante passò fulmineamente lungo il suo
braccio fino al collo. Rimase disteso al buio aspettandosi il rumore metallico del cane di una
pistola.Quando non lo udì, si rialzò e accese la torcia elettrica. Il piccolo cono di luce illuminò la colonna
di formiche che si muoveva lungo la parete. Dal calore sotto alla benda sul collo, Harry capì che la ferita
aveva ripreso a sanguinare. Seguì la colonna traslucida di formiche su un tappeto sdrucito fino alla stanza
adiacente. Lì, la colonna girava improvvisamente a sinistra per continuare lungo la parete. La luce della
torcia illuminò il bordo di un poster di Kama Sutra. La carovana di formiche raggiungeva il soffitto.
Harry alzò la testa all'indietro. Una fitta di dolore gli trafisse la nuca. Ora doveva girarsi per seguire gli
animali. Non fu facile ritrovare le formiche. Era veramente la strada più corta che potevano prendere? Ma
Harry non ebbe il tempo di pensare ad altro. Davanti a lui c'era Lev Grette. Harry fece un passo indietro e
lasciò cadere la torcia! sul pavimento. E, anche se il suo cervello gli diceva che era troppo tardi, le sue
mani cercarono in un insieme di shock e di follia, la Namco G-Con 45.
         *** Capitolo 28. Lava pe.
         Beate non riuscì a sopportare l'odore a lungo prima di essere costretta a correre fuori. Quando
Harry la raggiunse barcollando e si mise a sedere sulla scala accendendo una sigaretta, rimase piegata in
due al buio. «Non hai sentito l'odore?» gemette Beate passandosi il dorso di una mano sul naso e la bocca.
«Disosmia» disse Harry fissando la punta incandescente della sigaretta. «Alterazione parziale del senso
dell'olfatto. Ci sono alcune cose di cui non riesco a sentire più l'odore. Aune dice che è dovuto al fatto che
ho sentito l'odore di troppi cadaveri. Trauma emotivo e cose del genere.»Beate vomitò. «Scusa»
bisbigliò. «E colpa delle formiche. Quello che voglio dire è perché quelle bestie schifose devono per
forza usare le narici come un'autostrada a due corsie?» «Be', se proprio insisti, posso raccontarti dove
puoi trovare le parti più ricche di proteine nel corpo umano.» «No grazie!» «Scusa» disse Harry gettando
il mozzicone della sigaretta sulla terra secca. «Te la sei cavata bene, Lønn. Non è come guardare un
video.» Harry si rialzò e rientrò nella casa. Lev Grette pendeva da una fune fissata al gancio della
lampada. Grette era a circa mezzo metro dal pavimento al di sopra della sedia rovesciata, ed era il motivo
per il quale adesso le mosche avevano il monopolio del cadavere insieme alle formiche gialle che
continuavano la loro processione su e giù per la fune. Beate aveva trovato il cellulare con il caricabatterie
sul pavimento vicino al divano e aveva detto che poteva controllare quando Lev Grette aveva ricevuto
l'ultima telefonata. Harry andò in cucina e accese la lampada. Uno scarafaggio blu metallizzato su un
foglio di carta A4 batté rapidamente in ritirata dietro al fornello. Harry sollevò il foglio. Era scritto a
mano. Aveva letto ogni tipo di lettere di addio di gente che si era suicidata e poche potevano considerarsi
buona letteratura. Di regola, le famose ultime parole erano frasi confuse, disperate grida di aiuto e
istruzioni prosaiche su chi doveva ereditare il tostapane e il tosaerba. Uno dei messaggi più sensati che
Harry aveva avuto modo di leggere era stato quello scritto con il gesso sulla parete di un fienile a
Maridalen. All'interno c'è un uomo impiccato. Per favore telefonate alla polizia. Chiedo scusa. Perciò, la
lettera di Lev Grette non era unica, ma almeno insolita. Caro Trond, continuo a chiedermi come quel
vecchio si sia sentito quando la passerella è improvvisamente scomparsa sotto ai suoi piedi.Quando si è
reso conto che qualcosa del tutto insensato stava succedendo e che stava per morire in quel modo. Forse
aveva ancora tante cose da fare. Forse qualcuno lo stava aspettando quel giorno. Forse ha creduto che
proprio quel giorno la sua vita sarebbe cambiata o che qualcosa di nuovo stava per iniziare. In qualche
modo quest'ultima ipotesi poteva essere quella giusta. Non ti ho mai detto che sono andato a trovarlo in
ospedale. Gli ho portato un grande mazzo di rose e gli ho detto che avevo visto tutto dalla finestra della
casa di fronte e che ero stato io a chiamare l'ambulanza e a descrivere alla polizia il ragazzo che era
scappato in bicicletta, hui era disteso nel letto, un vecchio magro e grigio e mi ha ringraziato. Allora io gli
ho chiesto, come un reporter sportivo: «Come ti senti?». Ma lui non mi ha risposto. È rimasto lì immobile
con tutti quei tubi e ha continuato a fissarmi. Mi ha ringraziato un'altra volta e poi, un'infermiera mi ha
detto che dovevo andarmene. Così non ho potuto sapere cosa si provava. Fino al giorno in cui il baratro si
è aperto anche sotto ai miei piedi. È successo quando stavo correndo lungo Industrigata dopo la rapina. O
più tardi mentre stavo contando il denaro. O forse quando ho guardato il telegiornale. È successo
esattamente come per quel vecchio, un mattino quando non me lo aspettavo e mi sentivo bene. Il sole
brillava, ero al sicuro a d'Ajuda, ero rilassato e potevo permettermi di riflettere. E l'ho fatto. Allora ho
capito che avevo tolto alla persona che amavo più di ogni altra la persona che lui amava più di ogni altra.
Ho pensato che avevo due milioni di corone con cui poter vivere, ma che non avevo niente per cui vivere,
l'ho pensato questa mattina. Non mi aspetto che tu capisca quello che ho fatto, Trond. Non mi aspetto che
tu capisca che ho rapinato una banca e che lei mi ha riconosciuto, che ero prigioniero di un gioco che ha
le proprie regole, che non hanno nessun posto in questo mondo. Ma credo che forse tu puoi renderti conto
che ci si può stancare anche di questo. Di vivere. Lev.PS. Quel giorno non mi sono reso conto che quel
vecchio non ha mai sorriso quando mi ha ringraziato. Ma ci ho pensato questa mattina. Ho pensato che
forse non c'era nessuno che lo stava aspettando. Ho pensato che forse ha provato un senso di sollievo
quando il baratro si è aperto sotto ai suoi piedi perché non avrebbe dovuto farlo da sé. Quando Harry
tornò nella stanza, Beate era in piedi su una sedia di fianco al cadavere di Lev Grette e stava cercando di
aprirgli le dita per poter premere i polpastrelli all'interno di una scatoletta di metallo lucido.
«Dannazione» disse. «Il tampone è rimasto al sole nella camera dell'hotel e si è seccato.» «Se non riesci a
ottenere impronte corrette dovremo usare il metodo che quelli della scientifica usano dopo gli incendi.»
«E cioè?» «Le persone che bruciano, chiudono istintivamente le mani. Spesso capita che anche su dei
corpi carbonizzati i polpastrelli siano intatti, così è possibile identificarli grazie alle impronte digitali.
Alle volte quelli della scientifica sono costretti a tagliare un dito e portarlo al laboratorio.» «Si chiama
dissacrazione di cadavere.» Harry scrollò le spalle. «Se guardi l'altra mano, noterai che manca già un
dito.» «L'ho visto» disse Beate. «Si direbbe che sia stato reciso nettamente.» Harry si avvicinò e illuminò
la mano con la torcia elettrica. «La ferita non è rimarginata, ma non c'è sangue. Questo indica che il dito
è stato reciso molto tempo dopo che si è impiccato. Qualcuno è venuto qui e ha scoperto che Lev aveva
già fatto il suo lavoro.» «Chi?» «Chi lo sa, in alcuni Paesi, gli zingari puniscono i ladri tagliando loro le
dita» disse Harry. «Cioè, quelli che rubano agli zingari.»«Credo di essere riuscita a ottenere una buona
impronta» disse Beate asciugandosi il sudore dalla fronte. «Lo tiriamo giù?» «No» disse Harry. «Non
appena abbiamo finito di dare un'occhiata in giro, eliminiamo le nostre tracce e ce ne andiamo. Ho visto
una cabina telefonica sulla strada principale, la userò per fare una telefonata anonima alla polizia e
denuncerò il fatto. Una volta tornati a Oslo, chiamerò per chiedere che ci inviino un rapporto
dell'autopsia. Dubito che sia morto per soffocamento, ma voglio sapere l'ora della sua morte.» «E la
porta?» «Non possiamo farci niente.» «E la benda sul tuo collo? È rossa.» «Nessun problema. Quello che
mi fa male è il gomito.» «Quanto male?» Harry alzò cautamente il braccio e fece una smorfia. «Non
molto, devo solo evitare di muoverlo troppo.» «Allora sei fortunato a non avere gli spasmi di
Setesdalen.» Due delle tre persone nella stanza si misero a ridere, ma non a lungo. Mentre tornavano
all'hotel, Beate chiese a Harry se tutto gli era chiaro. «Da un punto di vista tecnico, sì. Eccetto che per me
i suicidi non sono mai chiari» rispose Harry gettando il mozzicone di sigaretta che disegnò un arco rosso
nel buio. «Ma io sono fatto così.»
         *** Capitolo 29. Stanza 316.
         La finestra si aprì sbattendo. «Trond non è in casa» disse la donna. I suoi capelli erano stati
sottoposti a un nuovo trattamento chimico,avevano cambiato completamente colore dall'ultima volta.
«Ah, vedo che siete stati in vacanza in qualche Paese del sud.» Harry alzò il viso abbronzato e fissò la
donna. «Proprio così. Sai dov'è?» «L'ho visto caricare un sacco di cose nella sua auto» disse la donna
indicando l'altro lato della casa. «Credo che sia partito, poverino.» Beate fece per andarsene, ma Harry
non si mosse. «Abiti qui da tanto tempo?» chiese. «Oh sì. Da trentadue anni.» «Allora forse ricordi Lev e
Trond quando erano piccoli?» «Certamente. Hanno lasciato il segno in questo quartiere» disse la donna
sorridendo e appoggiandosi al davanzale della finestra. «Specialmente Lev. Era un ragazzo affascinante.
Abbiamo capito presto che sarebbe stato pericoloso per le donne.» «Veramente pericoloso. Forse ricordi
la storia di quell'uomo anziano che è caduto dalla passerella?» Il viso della donna si oscurò. «Oh sì. È
stata una cosa terribile. Ho sentito dire che quel povero vecchio non ha più potuto camminare
normalmente. Per via delle ginocchia rigide. È incredibile che un ragazzino possa aver fatto qualcosa di
così malvagio.» «Era un vero teppista, non è così?» «Teppista? Non direi. Era un ragazzo cortese e ben
educato. Ed è per quello che quel fatto è stato così sconvolgente.» «E tutti qui nel quartiere sapevano che
era stato lui a farlo?» «Tutti. Io l'ho visto con i miei occhi da questa finestra, una giacca rossa che spariva
a tutta velocità su una bicicletta. E quando è tornato, avrei dovuto capire che c'era qualcosa che non
andava. Era pallido come un cadavere.» Una folata di vento freddo fece rabbrividire la donna. Poi alzò
una mano in direzione della strada.Trond Grette si stava avvicinando con le braccia lungo i fianchi.
Camminava lentamente, sempre più lentamente come se avesse intuito qualcosa. «Siete venuti per Lev,
non è così?» chiese quando arrivò a un metro da loro. «Sì» disse Harry. «E morto?» «Sì, è morto.» Con la
coda dell'occhio, Harry vide che la donna alla finestra era rimasta a bocca aperta. «Bene» disse Trond
chinandosi in avanti e nascondendo il volto fra le mani. Quando Harry si affacciò alla porta socchiusa,
Bjarne Møller stava guardando dalla finestra con un'espressione preoccupata. Harry bussò discretamente.
, Møller si girò e il suo viso si illuminò. «Ah, sei tu.» «Ecco il rapporto, capo» disse Harry posando una
cartella verde sulla scrivania. Møller si mise a sedere, riuscendo con un paio di contorsioni a far passare
le sue gambe troppo lunghe sotto alla scrivania e si infilò gli occhiali. «Bene» borbottò dopo aver aperto
la cartella con la dicitura LISTA DEI DOCUMENTI. All'interno c'era un unico foglio formato A4. «Ho
pensato che non volessi conoscere i singoli dettagli» disse Harry. «Se lo credi è sicuramente okay.»
Møller abbassò lo sguardo e iniziò a leggere. Harry volse lo sguardo verso la finestra. Fuori, c'era soltanto
una spessa nebbia umida che copriva la città come un pannolino usato. Møller posò il rapporto. «Così
siete arrivati laggiù, qualcuno vi ha detto dove abitava e quando siete arrivati lì, avete trovato lo
Speditore appeso a una corda.» «Per farla breve, sì.» «In generale, per me va bene» disse Møller
scrollando lespalle. «Ammesso che abbiamo una prova inconfutabile che è veramente l'uomo che
stavamo cercando.» «Weber ha confrontato le impronte digitali questa mattina.» «E?» Harry si mise a
sedere sulla sedia per i visitatori. «Sono uguali a quelle che abbiamo trovato sulla bottiglia di Coca-Cola
che il rapinatore ha tenuto in mano prima della rapina.» «Siamo sicuri che si tratti della stessa bottiglia?»
«Rilassati, capo, abbiamo sia la bottiglia sia l'uomo sul video. E hai appena letto nel rapporto che
abbiamo una lettera di addio scritta a mano nella quale Lev Grette confessa, okay? Questa mattina siamo
stati a Disengrenda e abbiamo dato la notizia a Trond Grette. Ci siamo fatti imprestare alcuni vecchi
quaderni di Lev e Beate li ha portati a uno dei nostri esperti di calligrafia. Ha detto che non c'è alcun
dubbio che la lettera di addio sia stata scritta dalla stessa persona.» «Sì, sì, volevo soltanto essere
assolutamente certo prima di rendere pubblica la notizia, Harry. Finirà direttamente sulle prime pagine
dei giornali.» «Devi imparare a essere un po' più contento, capo» disse Harry alzandosi. «Abbiamo
appena risolto uno dei casi più difficili degli ultimi anni, dovresti fare festa.» «Hai sicuramente ragione»
sospirò Møller, esitando prima di chiedere. «Allora perché tu non mi sembri soddisfatto?» «Non sarò
soddisfatto finché non avrò risolto quell'altro caso che sai» disse Harry andando verso la porta. «Oggi, io
e Halvorsen ripuliremo le scrivanie e domani inizieremo con il caso di Ellen.» Quando udì Møller
schiarirsi la gola, Harry si fermò con la mano sulla maniglia della porta. «Sì, capo?» «Mi stavo solo
chiedendo, come hai fatto a sapere che Lev Grette era lo Speditore?»«La versione ufficiale è che Beate lo
ha riconosciuto dal video. Vuoi sentire la versione ufficiosa?» Møller si massaggiò un ginocchio.
L'espressione preoccupata era tornata sul suo volto. «A dire il vero, no.» «Ciao» disse Harry
affacciandosi alla porta della House of Pain. «Ciao» replicò Beate girandosi sulla sedia e distogliendo lo
sguardo dalle immagini sullo schermo. «Volevo ringraziarti per la collaborazione» disse Harry.
«Ricambio.» «In ogni caso, Ivarsson non ti terrà il muso per molto tempo, anche lui avrà il suo momento
di gloria dato che è stata sua l'idea di farci lavorare come un team.» «Per quel poco che è durato» disse
Beate sorridendo. «E ricordati quello che ti ho detto di quell'altro.» «Sì» disse Beate spalancando gli
occhi. «È un bastardo. Non sarebbe giusto da parte mia non dirtelo.» «È stato un piacere conoscerti,
Harry.» Lui scrollò le spalle e se ne andò. Harry entrò nell'appartamento, chiuse la porta dietro di sé, posò
la borsa e il sacchetto con la PlayStation sul pavimento del vestibolo e andò direttamente a letto. Tre ore
dopo senza un solo sogno, fu svegliato dagli squilli del telefono. Si girò e guardò l'orologio, le 19,03, si
mise a sedere, scese dal letto, andò nel vestibolo e alzò il ricevitore. «Ciao, Øystein» disse prima che
l'altro riuscisse a presentarsi. «Ciao, sono all'aeroporto del Cairo» esclamò Øystein. «Volevi che ti
telefonassi a quest'ora, no?» «Sei la puntualità in persona» disse Harry sbadigliando. «E sei ubriaco.»
«Ubriaco? No» borbottò Øystein con tono offeso. «Hosoltanto bevuto due Stella Artois. O tre. Sai
benissimo che è vitale mantenere l'equilibrio dei liquidi qui nel deserto. Il tuo uomo è lucido e sobrio.»
«Molto bene. Spero che tu abbia altre buone notizie.» «Come dicono i medici, ho una buona notizia e una
cattiva. Ti racconterò quella buona per prima.» «Sì.» Seguì una lunga pausa e Harry udì un suono
crepitante che poteva essere quello di un singhiozzo represso. «Øystein?» «Sì?» «Sto aspettando felice
come un bambino.» «Cosa?» «La buona notizia.» «Ah sì. Sì, dunque, ho avuto il numero di telefono del
cliente, Harry. No problem, come dicono da queste parti. E il numero di un cellulare norvegese.» «Il
numero di un cellulare? È possibile?» «Puoi inviare un'e-mail in tutto il mondo con un cellulare, basta
che lo colleghi a un computer e telefoni al server. È una cosa che si può fare da anni ormai.» «Okay, ma
questo abbonato ha un nome?» «Eh sì. Ma non è stato il tipo qui a El Tor a darmelo, loro addebitano il
costo all'operatore norvegese, la Telenor in questo caso, che a sua volta invia la fattura al cliente finale.
Così, ho telefonato al servizio di informazione degli abbonati in Norvegia. E ho avuto il nome.» «Sì?»
Adesso Harry era completamente sveglio. «E adesso siamo arrivati alla notizia meno buona.» «Dimmi.»
«Hai controllato le tue bollette del telefono in queste ultime settimane, Harry?» Ci vollero alcuni secondi
prima che Harry capisse. «Il mio cellulare? Quel bastardo usa il mio cellulare?» «Non è più in tuo
possesso, se capisco bene?» «No, l'ho perso quella sera da Anna. Merda!»«E quando lo hai perso, non hai
mai pensato che sarebbe stato opportuno chiedere che lo bloccassero?» «Pensato?» sospirò Harry.
«Øystein, da quando questa storia è iniziata non sono mai più riuscito a pensare chiaramente. È per
questo che non ho trovato il mio cellulare a casa di Anna. Ed è per questo che quel bastardo se la gode.»
«Mi dispiace averti rovinato la giornata, Harry.» «Aspetta un attimo» disse Harry eccitato. «Se possiamo
provare che ha il mio cellulare, possiamo anche provare che è stato a casa di Anna dopo che io me ne
sono andato ! » «Hurrà!» urlò Øystein. E poi aggiunse più cautamente: «E questo significa che sei felice
a dispetto di tutto, no? Pronto? Harry?». «Sono qui. Sto pensando.» «Pensare è una buona cosa. Continua
a farlo, io ho un appuntamento con una che si chiama Stella. Diverse altre, a dire il vero. Così se non
voglio perdere il volo per Oslo.» «Fai buon viaggio, Øystein.» Harry rimase con il ricevitore in mano
chiedendosi se avrebbe dovuto scagliarlo contro lo specchio davanti a sé. Quando si svegliò il mattino
dopo, sperò che la conversazione con Øystein fosse stata qualcosa che aveva sognato. Ed era stato così.
In sei o sette versioni diverse. Mentre Harry parlava, Raskol rimase con la testa appoggiata alle mani.
Non si mosse, né interruppe Harry mentre gli spiegava come avevano trovato Lev Grette e come per via
del suo stesso cellulare non era ancora venuto in possesso di prove contro l'assassino di Anna. Quando
Harry finì, Raskol abbassò le mani e alzò la testa. «Così tu sei riuscito a risolvere il tuo problema. E io
invece ho ancora il mio.» «Non lo considero un tuo problema, Raskol. La mia responsabilità...» «Ma io
sì, Spiuni» lo interruppe Raskol. «E io sto mandando avanti un'organizzazione in guerra.» «Ed
esattamente che cosa vuoi dire con questo?»Raskol chiuse gli occhi. «Ti ho raccontato di quando il re Wu
ha mandato a chiamare Sun Zi per insegnare alle concubine di corte l'arte della guerra, Spiuni?» «No.»
Raskol sorrise. «Sun Zi era un intellettuale e ha iniziato spiegando alle donne con precisione e in maniera
pedagogica gli ordini da seguire quando si è in marcia. Ma quando il rullio dei tamburi è iniziato, le
donne non si sono messe in marcia, ma invece hanno iniziato a ridere. "Se gli ordini non sono capiti, la
responsabilità è del generale" disse Sun Zi e ripetè la spiegazione. Ma quando diede l'ordine di marcia, la
reazione delle donne fu la stessa. "Se un ordine che è stato capito non è ubbidito, la responsabilità è
dell'ufficiale" così diede ordine a due dei suoi uomini di prendere due delle leader delle concubine. E poi,
le ha fatte decapitare davanti agli occhi delle altre concubine terrorizzate. Quando il re venne a sapere che
le sue due concubine preferite erano state giustiziate, si ammalò e fu costretto a restare a letto per diversi
giorni. Quando si rimise, diede a Sun Zi il comando delle sue forze armate.» Raskol riaprì gli occhi. «Che
cosa impariamo da questa storia, Spiuni?» Harry non rispose. «Sì, questa storia ci insegna che in
un'organizzazione di guerra, la logica deve essere definitiva e le conseguenze irrevocabili. Se non
affronti le conseguenze, rimani con un seguito di concubine che ti ridono in faccia. Quando sei venuto a
chiedermi le altre quarantamila corone, te le ho date perché ho creduto alla tua storia della fotografia
nella scarpa di Anna. Perché Anna era una zingara. Quando noi zingari siamo in viaggio, lasciamo un
patrin agli incroci delle strade. Una sciarpa rossa legata a un ramo, un osso con un intaglio, ogni cosa ha
un suo significato. Una fotografia significa che qualcuno è morto. O che sta per morire. Tu non potevi
saperlo, così io mi sono fidato e ho creduto che quello che mi hai raccontato fosse la verità.» noRaskol
mise le mani sul tavolo. «Ma l'uomo che ha ucciso mia nipote è libero, e adesso quando ti guardo, vedo
una concubina che ride, Spiuni. Conseguenze irrevocabili. Dammi il suo nome.» Harry respirò
profondamente. Due parole, quattro sillabe. Se svelava l'identità di Arne Albu, che condanna avrebbe
avuto? Omicidio preterintenzionale con la gelosia come movente, nove anni, fuori dopo sei? E le
conseguenze per Harry stesso? Molto probabilmente, durante l'indagine qualcuno avrebbe scoperto che
Harry come poliziotto aveva nascosto la verità per allontanare i sospetti contro la sua persona. Due
parole. Quattro sillabe. E tutti i suoi problemi sarebbero finiti. E Albu sarebbe stato costretto a subire le
conseguenze irrevocabili. Harry rispose con due sillabe. I Raskol annuì e fissò gli occhi tristi di Harry.
«Temevo che rispondessi in questo modo. Facendo così non mi lasci alcuna scelta, Spiuni. Ricordi cosa ti
ho risposto quando mi hai chiesto se mi fidavo di te?» Harry annuì. «Tutti vivono per qualcosa, non è
così, Spiuni? Qualcosa che si può perdere. Bene, 316 ti è familiare?» Harry non rispose. «Allora lascia
che ti dica che 316 è il numero di una camera dell'hotel International a Mosca. La responsabile del piano
dove quella camera è situata si chiama Olga. Presto andrà in pensione e sogna di fare una lunga vacanza
sul Mar Nero. Due scale e un ascensore portano a quel piano. In più c'è un ascensore per il personale.
Nella stanza ci sono due letti singoli.» Harry deglutì. Raskol incrociò le mani e vi appoggiò la fronte. «Il
piccolo dorme nel letto vicino alla finestra.» Harry si alzò, andò alla porta, chiuse un pugno e diede un
colpo. Udì l'eco del colpo echeggiare nel corridoio al di là della porta. Continuò a battere finché non sentì
la chiave che veniva infilata nella serratura.
         ***Capitolo 30. Modus Vibrator.
         «Sorry, ma sono venuto appena ho potuto» si scusò Øystein dopo aver fermato il taxi davanti al
chiosco di Elmer. «Bentornato» disse Harry chiedendosi se l'autista dell'autobus che arrivava sulla destra
avesse capito che Øystein non aveva intenzione di parcheggiare. «Hai detto che dovevamo andare a
Slemdal?» chiese Øystein ignorando i segnali irritati dell'autobus. «Bjørnetråkket. Lo sai che qui è
assolutamente proibito fermarsi?» «Ho scelto di fregarmene. Sali.» Harry fissò il suo amico. Aveva gli
occhi arrossati e l'aria chiaramente esausta. «Stanco?» «Jet-lag.» «C'è un fuso orario di differenza con
l'Egitto, Øystein.» «Come minimo.» Dato che le sospensioni e le molle del sedile avevano smesso di fare
il loro dovere da tempo, Harry poteva sentire ogni irregolarità del manto stradale mentre si dirigevano
verso la villa degli Albu, ma in quel momento niente lo avrebbe preoccupato di meno. Prese in prestito il
cellulare di Øystein, compose il numero dell'hotel International e la centralinista gli passò la camera 316.
Oleg rispose, e quando gli chiese dove fosse, Harry udì che era felice di sentirlo. «Sono in un'auto. Dov'è
la mamma?» «È fuori.» «Credevo che non dovesse andare in tribunale fino a domani.» «Ha dovuto
andare a una riunione con tutti gli avvocati a Kutznetski Most» disse Oleg con tono serio. «Tornerà fra
un'ora.» «Adesso ascoltami bene, Oleg, puoi lasciare un messaggioalla mamma? È importante. Dille che
deve cambiare hotel. Immediatamente.» «Perché?» «Perché l'ho detto io. Dille solo quello. Okay?
Richiamerò più tardi.» «Sì, sì.» «Bravo. Adesso devo andare.» «Harry.» «Cosa?» «Niente.» «Okay.
Ricordati di dire alla mamma quello che ti ho detto.» Øystein rallentò e si fermò di fianco al bordo del
marciapiede. «Aspetta qui» disse Harry scendendo dall'auto. «Se non torno fra venti minuti, telefona al
numero della centrale di polizia che ti ho dato. Devi dire...» «"Il commissario Hole dell'anticrimine vuole
che mandiate una pattuglia armata immediatamente." Giusto?» «Bene. E se senti dei colpi di arma da
fuoco devi telefonare subito.» «Sì. Mi ricorda un film. Qual era?» Harry fissò la casa e rimase in ascolto.
Ma non udì un cane abbaiare. Una BMW blu scuro passò lentamente e parcheggiò più in là sulla strada,
per il resto tutto era calmo. «Puoi scegliere fra una dozzina» disse Harry lentamente. Øystein sorrise. Ma
un attimo dopo una ruga di preoccupazione si formò fra i suoi occhi. «Ma andrà tutto bene come nei film,
non è vero?» Fu Vigdis Albu ad aprire la porta. Indossava una camicetta bianca impeccabile e una gonna
corta, ma dai suoi occhi assonnati, si sarebbe detto che si fosse appena alzata. «Ho telefonato all'ufficio di
tuo marito» disse Harry. «Mi hanno detto che oggi è rimasto a casa.»«Forse» replicò la donna. «Ma non
abita più qui.» Vigdis Albu si mise a ridere. «Perché quell'espressione di sorpresa, commissario? Sei
stato tu a venire qui a raccontare tutta la storia di quella» Vigdis Albu gesticolò come se stesse cercando
un'altra parola, ma si arrese, abbozzò un sorriso come per scusarsi di non averla trovata e disse:
«Puttana». «Posso entrare signora Albu?» La donna alzò le spalle e le scosse come se fosse stata colta da
un brivido. «Dì "Vigdis" o qualsiasi altra cosa, ma non quello.» «Vigdis» disse Harry inchinandosi
leggermente. «Posso entrare adesso?» La donna corrugò la fronte, esitante. Poi alzò una mano. «Perché
no?» Harry ebbe l'impressione di sentire un vago odore di gin, ma poteva anche essere quello del
profumo di Vigdis Albu. Niente nella casa indicava che fosse avvenuto qualche cambiamento: tutto era
in perfetto ordine, sul tavolino del soggiorno c'era un vaso con i fiori freschi. Harry notò che le fodere del
divano erano in qualche modo leggermente più bianche dell'ultima volta che vi era stato. Musica classica
a basso volume fluiva da altoparlanti che non poteva vedere. «Mahler?» «Greatest Hits» disse Vigdis.
«Arne comprava solo quelli. Diceva che tutto il resto, eccetto i pezzi migliori, non valeva la pena di
essere ascoltato.» «Questione di gusti. Fra l'altro, dov'è adesso?» «Per prima cosa, niente di quello che
vedi è suo. E dove sia non lo so e non voglio saperlo. Hai una sigaretta, commissario?» Harry le porse il
pacchetto e la osservò mentre armeggiava con un grande accendino da tavolo d'argento. Harry si chinò in
avanti sul tavolino e le porse il suo accendino usa e getta. «Grazie. Presumo che sia all'estero. In qualche
Paese caldo. Ma purtroppo non così caldo come vorrei augurargli.»«Hai detto che niente di quello che
vedo è di Arne?» «Significa esattamente quello che ho detto. La casa, l'arredamento, l'auto, tutto è di mia
proprietà» disse Vigdis Albu soffiando fuori il fumo. «Puoi chiedere al mio avvocato.» «Credevo
piuttosto che fosse di tuo marito.» «Non chiamarlo così!» Vigdis Albu dava l'impressione di voler inalare
tutta la nicotina della sigaretta con una boccata. «Sì, Arne aveva abbastanza denaro per comprare questa
casa e questi mobili e le auto e i vestiti e la casa di campagna e i gioielli che mi comprava per un solo
motivo, perché li sfoggiassi davanti a tutti i nostri cosiddetti amici. La sola cosa che aveva significato per
Arne era quello che gli altri pensavano. I suoi parenti, i miei parenti, i colleghi, i vicini, i compagni di
scuola.» La rabbia rendeva la sua voce dura, metallica come se stesse usando un megafono. «Tutti erano
spettatori della fantastica vita di Arne Albu e dovevano applaudire quando aveva successo. Se Arne
avesse usato, per mandare avanti la società, la stessa energia che usava per ricevere applausi, forse la
Albu AS non sarebbe andata a rotoli come invece è successo.» «Secondo "Dagens Næringsliv", la Albu
AS era un'impresa in attivo.» «Albu AS era un'impresa a conduzione familiare e non una società quotata
in borsa con l'obbligo di rendere pubblici i suoi bilanci. Arne ha fatto in modo che apparisse un utile
vendendo i beni dell'impresa.» Vigdis Albu spense la sigaretta nel posacenere. «Alcuni anni fa l'impresa
ha avuto una crisi di liquidità acuta, e, dato che Arne era responsabile personalmente, ha trasferito la
proprietà della casa e degli altri beni a nome mio e dei bambini.» «Ma la vendita dell'impresa ha fruttato
un bel po' di denaro. Trenta milioni di corone secondo i giornali.» Vigdis Albu scoppiò in una risata
amara. «Così hai bevuto la storia dell'uomo d'affari di successo che decide di dare la priorità alla sua
famiglia? Arne è bravo in questo tipo di cose, devo ammetterlo. Lascia che ti dica la verità: Arne è stato
costretto a fare una scelta. O cederevolontariamente l'impresa o dichiarare il fallimento. Ovviamente, ha
scelto la prima alternativa.» «E i trenta milioni di corone?» «Quando vuole, Arne sa usare bene il suo
fascino. E quando lo fa, la gente abbocca. Perciò, in situazioni di crisi, sa essere un negoziatore astuto. È
stato questo che ha fatto in modo che le banche e i fornitori mantenessero l'impresa in vita come hanno
fatto. Nell'accordo con i fornitori che hanno rilevato l'attività, in quella che sarebbe dovuta essere una
resa incondizionata, Arne è riuscito a ottenere due cose. Rimanere proprietario della casa di campagna
che era ancora intestata a suo nome. E che l'acquirente pagasse trenta milioni di corone. Questa somma
non aveva una grande importanza per loro dato che potevano fare rivalere l'intera somma sulla Albu AS.
Ma, ovviamente, significava tutto per Arne e la sua facciata. Riuscì a trasformare un fallimento in una
vendita di successo. E non è una cosa così malvagia, non trovi?» Vigdis Albu gettò la testa indietro e
scoppiò in una risata. Harry notò la piccola cicatrice del lifting sotto il mento. «E Anna Bethsen?» chiese.
«La sua puttana?» disse Vigdis Albu incrociando le gambe e spostando una ciocca di capelli con un dito
e lo sguardo fisso nel vuoto. «Per Arne, lei era soltanto un giocattolo. Ma il suo errore è stato di lasciarsi
prendere dalla voglia di vantarsi con i suoi amici della sua amante zingara. E non tutti quelli che Arne
considerava suoi amici sentivano il dovere di essergli leali, per dirlo gentilmente. Per farla breve, sono
venuta a conoscenza di quella relazione.» «E?» «Gli ho dato un'altra possibilità. Per amore dei bambini.
Più di ogni altra cosa, io sono una madre.» Vigdis Albu fissò Harry con occhi tristi. «Ma Arne non l'ha
accolta.» «Forse si è accorto che Anna era molto più di un giocattolo.» Vigdis Albu non rispose, ma le
sue labbra sottili divennero ancora più sottili. «Aveva uno studio o qualcosa di simile?» chiese
Harry.Vigdis Albu annuì. Harry la seguì al piano superiore. «Alle volte si chiudeva qui dentro e ci restava
fino a notte fonda» disse Vigdis Albu aprendo la porta di una stanza con vista sul tetto della casa vicina.
«Per lavorare?» «Per navigare su Internet. Era diventata una mania. Diceva che guardava le auto e cose di
quel tipo, ma Dio solo sa cosa.» Harry si avvicinò alla scrivania e aprì uno dei cassetti. Era vuoto. «Ha
portato via tutto quello che aveva qui dentro. Tutto ha trovato posto in un sacchetto di plastica.» «E il
computer?» «Era un computer portatile.» «Che alle volte collegava al cellulare?» «Non saprei» disse
Vigdis Albu inarcando le sopracciglia. «C'è altro che vuoi vedere?» Harry la guardò e Vigdis Albu si
appoggiò allo stipite della porta con un braccio sopra la testa e l'altro sul fianco. Harry provò un'intensa
sensazione di déjà-vu. «Ho un'ultima domanda, signora Vigdis.» «Ah? Il commissario ha fretta?» «C'è
un tassametro che continua a ticchettare. La domanda è abbastanza semplice. Credi che Arne l'abbia
uccisa?» Vigdis Albu fissò Harry pensierosa battendo leggermente il tallone contro la porta. Harry
rimase in attesa. «Sai qual è la prima cosa che mi ha detto quando gli ho raccontato che ero a conoscenza
della sua storia con la sua puttana? "Devi promettermi di non dirlo a nessuno, Vigdis". Io non avrei
dovuto dirlo a nessuno! Per Arne era più importante che gli altri credessero che fossimo felici anche se
non lo eravamo veramente. La mia risposta, commissario è che non so di che cosa Arne sia capace. Non
conosco quell'uomo.» Harry prese un biglietto da visita dalla tasca della giacca. «Se si mette in contatto
con te o se vieni a sapere dove si trova, voglio che mi telefoni. Immediatamente.»Vigdis guardò il
biglietto da visita con un leggero sorriso sulle sue labbra rosa. «Solo allora, commissario?» Harry non
rispose. A metà della scala, Harry si voltò e la fissò. «Lo hai mai detto a qualcuno?» «Che mio marito era
infedele? Tu che cosa credi?» «Io credo che tu sia una donna pratica.» Vigdis Albu sorrise. «Diciotto
minuti» disse Øystein. «Iniziavo a preoccuparmi.» «Hai fatto il numero del mio vecchio cellulare mentre
ero lì dentro?» «Certo. L'ho lasciato suonare per un bel po' di tempo.» «Non ho sentito niente. Non è più
in quella casa.» «Scusa, ma hai mai sentito parlare delle vibrazioni?» «Cosa?» Øystein simulò un attacco
epilettico. «Così. Niente suono, ma vibrazioni.» «Il mio cellulare mi è costato una corona, squillava e
basta. Lo ha preso con sé, Øystein. Dov'è finita la BMW blu che si era fermata poco più in là sulla
strada?» «Cosa?» Harry sospirò. «Andiamocene.»
         *** Capitolo 31. Maglite.
         «Stai dicendo che un pazzo vuole vendicarsi su di noi perché non trova la persona che ha ucciso
una sua parente?» La voce di Rakel era sgradevolmente brusca. Harry chiuse gli occhi. Halvorsen era
andato al chiosco di Elmer, e Harry aveva l'ufficio tutto per sé.«Per farla breve, sì. Ho fatto un accordo
con lui. E lui ha mantenuto la sua parte.» «E questo significa che siamo in pericolo? Perciò devo fuggire
da questo hotel con mio figlio che fra pochi giorni saprà se può restare con sua madre oppure no? Per
questo, per questo...» La sua voce era piena di rabbia. Harry si guardò bene dall'interromperla. «Perché,
Harry?» «Per il motivo più vecchio del mondo» disse Harry. «Vendetta di sangue.» «Ma che cosa ha a
che fare con noi?» «Come ti ho detto: niente. Tu e Oleg non siete l'obiettivo, siete soltanto il mezzo. Per
quell'uomo vendicare quell'omicidio è un dovere.» «Dovere?» Urlò Rakel. «La vendetta è una delle cose
che voi uomini praticate, ma non ha niente a che fare con il dovere: è solo un ritorno al livello dell'uomo
di Neanderthal !» Harry aspettò che si calmasse. «Tutto questo mi angoscia. Ma non posso fare niente
adesso come adesso.» Rakel non rispose. «Rakel?» «Sì?» «Dove siete?» «Se come hai detto, gli è stato
così facile trovarci, non so se fidarmi a dirtelo.» «Okay. È un posto sicuro?» «Credo di sì.» Una voce
russa andava e veniva nel sottofondo come una stazione a onde corte. «Perché non puoi assicurarmi che
siamo al sicuro, Harry? Dimmi che è qualcosa che ti immagini, che stai bluffando.» Ora la sua voce era
stanca. «Qualsiasi cosa.» Harry prese tempo prima di rispondere lentamente con un tono di voce chiaro e
deciso. «Perché è necessario che tu abbia paura, Rakel. Soltanto la paura necessaria per fare le cose
giuste.»«E che cosa sarebbero?» Harry respirò profondamente. «Metterò le cose a posto, Rakel. Te lo
prometto. Metterò le cose a posto.» Appena finì di parlare con Rakel, Harry telefonò a Vigdis Albu. La
donna rispose dopo il primo squillo. «Sono Hole. Si direbbe che stessi aspettando una telefonata, signora
Albu?» «Tu che cosa credi?» Dal tono di voce della donna, Harry capì che doveva aver bevuto almeno un
paio di drink da quando l'aveva lasciata. «Non lo so, ma voglio che tu denunci la scomparsa di tuo
marito.» «Per quale motivo? Non ne sento affatto la mancanza» disse Vigdis Albu con una risata stanca.
«Devo avere un motivo per poter iniziare le ricerche. Puoi scegliere fra due alternative: o tu denunci la
sua scomparsa, oppure io farò spiccare un mandato di arresto. Per omicidio.» «Non capisco,
commissario» disse Vigdis Albu dopo un lungo silenzio. «Non c'è molto da capire, signora Albu. Devo
dire che hai denunciato la sua scomparsa?» «Aspetta!» urlò Vigdis Albu. Harry sentì il rumore di un
bicchiere che cadeva a terra. «Che cosa stai dicendo? Arne non è ricercato.» «Sì. Dal sottoscritto. Ma non
ho ancora informato i miei colleghi.» «Ah sì? E come mai ho ricevuto la visita di tre investigatori dopo
che tu te ne sei andato?» Era come se delle dita gelide gli avessero accarezzato la spina dorsale. «Tre
investigatori?» «Voi poliziotti non vi parlate? Non volevano andarsene, per un attimo ho avuto paura.»
«Sono arrivati con una BMW blu, signora Albu?» chiese Harry alzandosi dalla sedia.«Ricordi quello che
ti ho detto della parola "signora", Harry?» «Che cosa gli hai raccontato?» «Raccontato e raccontato.
Niente più di quello che ho detto a te, credo. Hanno voluto vedere alcune fotografie e sì, non sono stati
scortesi, ma...» «Che cosa hai detto per farli andare via?» «Per farli andare via?» «Non se ne sarebbero
andati se non avessero saputo quello che volevano sapere. Credimi.» «Harry questo gioco della memoria
inizia a stancarmi.» «Pensa! E importante.» «Ma buon Dio, Harry. Non ho detto niente, ti ripeto. Io... sì,
gli ho fatto ascoltare il messaggio che Arne aveva lasciato sulla segreteria telefonica due giorni fa. Poi se
ne sono andati.» «Mi hai detto che non avevi parlato con Arne.» «Infatti, non gli ho parlato. Ha soltanto
lasciato un messaggio dicendo che era venuto a prendere Gregor. E lo ha fatto, infatti, ho sentito Gregor
abbaiare.» «Da dove telefonava?» «Come diavolo faccio a saperlo?» «Comunque, interessava a quei tre
che sono venuti a parlarti. Puoi farmi ascoltare il messaggio?» «Ma dice soltanto...» «Per favore, fai
quello che ti dico. È una questione di...» Harry cercò di trovare delle parole diverse, ma non ci riuscì.
«Vita o di morte.» C'erano molte cose che Harry non sapeva sulle comunicazioni. Non sapeva che i
calcoli avevano dimostrato che la costruzione di due tunnel a Vinterbro e l'allungamento dell'autostrada
avrebbero eliminato le lunghe code sulla E6 a sud di Oslo. Non sapeva che l'argomento più importante
per quell'investimento di miliardi di corone non era stato quello di rendere la vita più semplice agli
elettori che facevano la spola fra Moss e Drøbak, ma la sicurezza del traffico,e che nella formula che le
autorità avevano usato per calcolare la redditività da un punto di vista sociale, una vita umana era valutata
20,4 milioni di corone, incluse le ambulanze, il dirottamento del traffico e la futura perdita di entrate
fiscali. E mentre era in coda sulla E6 nella Mercedes di Øystein, non sapeva il valore che lui stesso dava
all'uomo Arne Albu. E non sapeva affatto quello che poteva guadagnare salvandolo. La sola cosa che
sapeva era che quello che rischiava di perdere era qualcosa che non poteva permettersi. In ogni senso.
Perciò tanto valeva non pensare troppo. Il messaggio che Vigdis Albu gli aveva fatto ascoltare al telefono
era durato soltanto cinque secondi e gli aveva dato un'unica informazione importante. Ma più che
sufficiente. Non erano state le nove parole che Arne Albu aveva pronunciato: «Volevo soltanto dirti che
sono venuto a prendere Gregor.» Non era stato l'ululato frenetico di Gregor in sottofondo. Erano stati i
gridi rauchi e freddi. I gridi rauchi dei gabbiani. Quando il cartello della deviazione verso Larkollen
apparve era già buio. La Jeep Cherokee era parcheggiata davanti alla casa, ma non c'era traccia di una
BMW blu. Harry fermò l'auto vicino alla casa. Non aveva alcun bisogno di essere cauto, aveva sentito il
cane abbaiare da lontano. Ma si disse che avrebbe dovuto avere la pistola. Non perché temesse che Arne
Albu potesse essere armato, perché non poteva sapere che la sua vita - o meglio la sua morte - era in
gioco. Ma loro due non erano i soli a giocare. Harry scese dall'auto. Adesso non sentiva e non vedeva
alcun gabbiano. "Forse sono attivi soltanto di giorno" pensò. Gregor era legato alla ringhiera della scala
davanti alla porta d'ingresso. I suoi denti luccicavano al chiaro di luna e Harry provò un brivido lungo la
schiena, ma si costrinse a salire i gradini con calma. «Ti ricordi di me?» sussurrò quando arrivò
abbastanza vicino al cane da sentirne l'alito caldo. Dietro a Gregor, ilguinzaglio vibrava teso al massimo.
Harry si accovacciò e con sua grande sorpresa i latrati diminuirono di intensità. Molto probabilmente la
bestia aveva abbaiato a lungo. Poi, Gregor allungò le zampe anteriori, vi pose sopra la testa e smise di
abbaiare. Harry mise la mano sulla maniglia della porta e la abbassò. La porta era chiusa. Rimase in
ascolto. Ebbe l'impressione di sentire una voce nel soggiorno. «Arne Albu?» Nessuna risposta. Harry
rimase in attesa e abbassò nuovamente la maniglia. La chiave non era nella lampada. Poi si avvicinò alla
porta a vetri della veranda, ruppe un vetro, infilò la mano e aprì. Non c'erano segni di lotta nella stanza.
Soltanto segni di una fuga improvvisa. Sul tavolino c'era un libro aperto. Macbeth di Shakespeare. Una
frase era sottolineata in blu: «Io non ho parole, la mia voce è nella mia spada». Harry si guardò intorno
ma non vide nessuna penna. Soltanto il letto nella stanza più piccola era stato usato. Sul comodino da
notte c'era un numero di «Noi uomini». Harry entrò nella cucina dove una radio con il volume al minimo
era sintonizzata sul P4. Harry la spense. Vicino al fornello c'era un'entrecote pronta e dei broccoli ancora
avvolti nella plastica. Harry prese l'entrecote e andò nel vestibolo. Sentì le zampe di Gregor strisciare
sulla porta. La aprì. Un paio di occhi marroni lo fissarono. O meglio fissarono il pezzo di carne che
Gregor azzannò ancora prima che potesse toccare terra. Harry rimase a osservare il cane che mangiava
freneticamente cercando di decidere che cosa doveva fare. Ammesso che ci fosse qualcosa da fare. Tutto
quello che sapeva era che Arne Albu leggeva William Shakespeare. Non appena finì di mangiare, Gregor
riprese ad abbaiare in direzione della strada. Harry si avvicinò alla ringhiera e sciolse il lungo guinzaglio
e riuscì a malapena a mantenere l'equilibrio quando Gregor iniziò a muoversi di scatto. Il cane lo guidò
fino al sentiero che portava alla spiaggia. Harry intravide le onde scure infrangersi sulla riva fra imassi
che brillavano sotto la luna piena. Passarono attraverso una partita di erba alta che si appiccicava alle sue
gambe come se stesse cercando di bloccarlo e di farlo rimanere lì. Ma Gregor continuava ad avanzare e si
fermò solo quando Harry sentì lo scricchiolio dei piccoli sassi e della sabbia sotto ai suoi Dr. Martens. Il
moncone della coda del cane era completamente dritto. Erano sulla spiaggia. C'era l'alta marea, e le onde
raggiungevano quasi l'erba lasciando una schiuma biancastra quando si ritiravano. Gregor riprese ad
abbaiare. «Se n'è andato in barca?» chiese Harry ad alta voce rivolto a Gregor. «Da solo o in
compagnia?» Non ebbe alcuna risposta. Ma era chiaro che le tracce finivano in quel punto. E quando
Harry tirò il guinzaglio, il grosso rottweiler non voleva saperne di muoversi. Così Harry accese la sua
Maglite e la puntò sull'acqua. Vide soltanto le creste bianche delle onde, come strisce di cocaina su uno
specchio nero. Il fondale doveva essere basso, Harry tirò nuovamente il guinzaglio, ma Gregor iniziò a
scavare nella sabbia ululando disperatamente. Harry sospirò, spense la torcia elettrica e tornò alla casa.
Andò in cucina e si preparò una tazza di caffè. Gregor continuava a latrare. Dopo aver bevuto il caffè,
sciacquò la tazza e tornò alla spiaggia. Si addossò a un grosso masso al riparo dal vento, accese una
sigaretta e cercò di riflettere. Abbottonò il cappotto e chiuse gli occhi. Una notte quando erano distesi sul
suo letto, Anna gli aveva detto qualcosa. Doveva essere stato verso la fine delle sei settimane, e Harry
doveva essere stato meno ubriaco del solito perché se ne ricordava. Anna aveva detto che il suo letto era
come una nave e che lei e Harry erano dei naufraghi, i soli a bordo di un vascello che andava alla deriva
e con il terrore di avvistare la terraferma. Che cosa era successo dopo, l'avevano avvistata? Non gli
sembrava che fosse andata così, piuttosto che fossero saltati fuori bordo. Ma forse la memoria lo
ingannava.Chiuse gli occhi e cercò di vederla davanti a sé. Non quella notte quando erano stati dei
naufraghi, ma l'ultima volta che l'aveva incontrata. Avevano cenato insieme. Fin lì non c'era dubbio.
Anna aveva versato del vino nel bicchiere? Ne aveva bevuto anche lui? Probabilmente. Anna ne aveva
servito dell'altro. Harry aveva iniziato a perdere il controllo. Si era versato un altro bicchiere di vino.
Anna si era messa a ridere. Lo aveva baciato, aveva ballato per lui. Gli aveva sussurrato quelle tenere
parole nell'orecchio come faceva sempre. Erano caduti sul letto e avevano tolto gli ormeggi. Era
veramente stato così facile per lei? E per lui? No, non poteva essere andata così. Ma Harry non sapeva, o
lo sapeva? Non poteva escludere con sicurezza di essere stato in un letto in un appartamento in
Sorgenfrigata soltanto perché aveva incontrato una vecchia fiamma, mentre Rakel era distesa su un letto
in un hotel di Mosca incapace di addormentarsi perché sapeva che avrebbe potuto perdere suo figlio.
Harry rabbrividì. Una folata di vento gelido lo avvolse come uno spettro. Adesso, tutti i pensieri che fino
a quel momento era riuscito a tenere lontani, si accavallavano nella sua mente: non poteva sapere se
avesse tradito la persona più importante della sua vita. E se non poteva sapere quello, come avrebbe
potuto fare per ricordarlo? Aune sosteneva che l'ubriacatura può rafforzare o indebolire quello che le
persone hanno già dentro di sé. Ma chi sapeva con certezza quello che uno ha dentro di sé? Gli esseri
umani non sono dei robot e la chimica del cervello cambia con il tempo. Chi possiede un inventario
completo di quello che - in condizioni reali e sotto l'influsso di un farmaco sbagliato - si può pensare di
fare? Harry rabbrividì e inveì. Adesso lo sapeva. Adesso sapeva perché era costretto a trovare Arne Albu
per farlo confessare prima che qualcuno lo mettesse a tacere per sempre. Non era perché il lavoro del
poliziotto era parte del suo sangue o perché il senso di giustizia era diventato una sua esigenza personale.
Era perché doveva sapere. E Arne Albu era il solo in grado di raccontarglielo.Harry chiuse gli occhi. Il
vento fischiava fra i massi e sulle onde che si infrangevano con il loro ritmo monotono. Quando riaprì gli
occhi il buio si era fatto meno intenso. Il vento aveva spazzato via le nuvole dal cielo e le stelle brillavano
sopra di lui. La luna si era spostata. Harry guardò l'orologio. Era rimasto addossato al masso per quasi
un'ora. Gregor aveva ripreso a ululare dalla riva. Harry si spostò dal masso e si diresse verso il cane. La
forza di gravità della luna era cambiata, l'acqua si era ritirata e Harry camminava su quella che ora era una
larga spiaggia sabbiosa. «Andiamo, Gregor, qui non c'è niente.» Ma quando tirò il guinzaglio, il cane
ringhiò e Harry fece automaticamente un passo all'indietro. Fissò la superficie dell'acqua. E nella linea
argentea della luna che si rispecchiava, intravide qualcosa. Sembravano due pezzi di legno che
spuntavano dritti dall'acqua. Harry si avvicinò e accese la torcia elettrica. «Buon Dio» bisbigliò. Gregor
corse in quella direzione e Harry lo seguì. I due oggetti neri erano a circa dieci metri di distanza. Quando
arrivò alla loro altezza vide che erano delle scarpe. Scarpe italiane cucite a mano. Harry puntò la torcia, la
mosse e vide due gambe nude. L'urlo di Harry fu portato via dal vento. Ma la lampada che gettò lontano
da sé fu inghiottita dall'acqua e rimase accesa per tutto il resto della notte. E quando il bambino che la
trovò l'estate dopo era corso da suo padre, l'acqua salata aveva corroso la vernice nera e nessuno dei due
aveva collegato quella Mini Maglite con la grottesca scoperta di un cadavere che i giornali avevano
descritto dettagliatamente e che ora sembrava così incredibilmente lontana nel tempo.
        *** Parte Quinta.Capitolo 32. David Hasselhoff.
        La luce del mattino scendeva come una colonna bianca da uno squarcio fra le nuvole e ricordava
quella che Tom Waaler chiamava la luce di Gesù sul fiordo. A casa dei suoi genitori, c'era stata
un'immagine simile appesa alla parete. Passò al di sopra dei nastri che delimitavano la scena del crimine.
Quelli che lo conoscevano avrebbero detto che era nella sua natura passare al di sopra invece che al di
sotto. Avevano ragione per la seconda affermazione, ma non per la prima. Tom Waaler non conosceva
nessuno che lo conoscesse. Ed era sua intenzione che continuasse a essere così. Portò una minuscola
macchina fotografica digitale agli occhiali da sole blu metallici in dotazione alla polizia. A casa ne aveva
una dozzina. Un ricambio di favori da parte di un cliente soddisfatto. Così come la macchina fotografica.
L'obiettivo inquadrò il buco nel terreno e il cadavere che giaceva di fianco. Il cadavere indossava
pantaloni neri e una camicia che un tempo era stata bianca, ma che ora era marrone per via della terra e
della sabbia. «Una nuova fotografia per una collezione privata?» disse Weber.«Questa è una novità»
rispose Waaler senza alzare lo sguardo. «Gli assassini fantasiosi mi interessano. Avete identificato
l'uomo?» «Arne Albu, quarantatre anni. Sposato, tre bambini. Sembra che abbia un bel po' di soldi. E
proprietario di una casa di campagna poco lontano da qui.» «Qualcuno ha visto o sentito qualcosa?»
«Stanno bussando alle porte nell'area. Ma puoi vedere da te che non c'è anima viva.» «Forse qualcuno in
quell'hotel» propose Waaler indicando un grande edificio vicino alla spiaggia. «Ne dubito» disse Weber.
«In questo periodo dell'anno non ci abita nessuno.» «Chi lo ha trovato?» «Telefonata anonima da una
cabina telefonica a Moss. Alla polizia di Moss.» «L'assassino?» «Non credo. Ha detto che ha visto una
gamba sporgere dall'acqua mentre portava a passeggio il suo cane.» «Hanno registrato la chiamata?»
Weber scosse il capo. «Non ha chiamato il pronto intervento» rispose. «Che cosa potete dirmi?» chiese
Waaler indicando il cadavere con un cenno del capo. «Aspettiamo il rapporto del medico legale, ma direi
che quest'uomo è stato sepolto vivo. Nessun segno di violenza sul corpo, ma il sangue nel naso e nella
bocca, e i vasi capillari negli occhi indicano una grande raccolta di sangue nella testa. Inoltre, abbiamo
trovato sabbia al fondo della gola che fa pensare che respirasse ancora quando è stato sepolto.» «Capisco.
Nient'altro?» «Il cane era legato lassù fuori dalla casa. Un rottweiler massiccio, in ottima forma. La porta
della casa non era chiusa a chiave. Nessun segno di colluttazione all'interno.» «In altre parole, un tipo è
entrato, lo ha minacciato conun'arma, ha legato il cane, ha scavato una fossa e gli ha chiesto cortesemente
di distendersi dentro.» «Sì, ammesso che fosse da solo.» «Un grosso rottweiler e un buco profondo
mezzo metro. Penso che possiamo fermarci lì, Weber.» Weber non rispose. Non aveva mai avuto nulla in
contrario a lavorare con Waaler, era un poliziotto che aveva un talento non comune per le indagini, i suoi
risultati parlavano da soli. Ma questo non significava che a Weber andasse a genio. E affermare che lo
detestasse sarebbe stato errato. Era qualcos'altro, qualcosa che faceva sì che dopo un po' uno iniziasse a
pensare a quelle immagini "trova-i-cinque-errori" senza riuscire a individuarli. Così continuava a esserci
comunque qualcosa di inquietante. Inquietante era la parola giusta. Waaler si accovacciò di fianco al
cadavere. Sapeva di non andare a genio a Weber. Ma era okay. Weber era un vecchio tecnico della
scientifica ed era soddisfatto di esserlo, e non avrebbe potuto avere in alcun modo un'influenza sulla sua
carriera o sulla sua vita. In altre parole era una persona della cui simpatia non aveva bisogno. «Chi lo ha
identificato?» «Alcune persone che vivono da queste parti» rispose Weber. «Il proprietario del negozio lo
ha riconosciuto. Siamo riusciti a contattare sua moglie a Oslo e l'abbiamo portata qui. Ha confermato che
si tratta di Arne Albu.» «E adesso dov'è la moglie?» «Nella casa.» «Qualcuno le ha parlato?» Weber
scrollò il capo. «Mi piace essere il primo» disse Waaler chinandosi e scattando una fotografia del
cadavere. «Il caso è di competenza del distretto di polizia di Moss. Noi siamo stati chiamati soltanto per
dare una mano.» «Gli esperti siamo noi» disse Waaler. «Qualcuno lo ha spiegato gentilmente a questi
contadini?»«A dire il vero, alcuni di noi hanno condotto indagini su omicidi in passato» esclamò una
voce alle loro spalle. Waaler si voltò e si trovò di fronte un poliziotto sorridente che indossava una giacca
di pelle nera. Sulle spalline c'erano una stella e i bordi d'oro. «No hard feelings» disse il commissario.
«Sono Paul Sørensen. Tu devi essere il commissario Waaler.» Waaler annuì brevemente e ignorò la
mano tesa di Sørensen. Detestava il contatto fisico con uomini che non conosceva. E neppure con quelli
che conosceva, a dire il vero. Quando si trattava di donne era diverso. In ogni caso, quando aveva il
controllo della situazione. E lo aveva sempre. «Voi non avete mai indagato su un caso simile, Sørensen»
disse Waaler, accovacciandosi e alzando una palpebra del morto e scoprendo un frammento di vetro
insanguinato. «Questo non è un caso di accoltellamento in un pub o di un ubriaco che spara a un altro
ubriaco. È per questo che ci avete telefonato, non è così?» «Sì, non sembra che possa essere stato fatto da
qualcuno di queste parti.» «Bene, allora suggerisco che voi rimaniate qui immobili mentre io vado a fare
due chiacchiere con la moglie del cadavere.» Sørensen si mise a ridere, ma smise immediatamente
quando vide le sopracciglia inarcate di Waaler al di sopra degli occhiali da sole. Tom Waaler si rialzò e si
diresse verso i nastri di delimitazione. Contò lentamente fino a tre, poi disse senza voltarsi: «E fai
spostare l'auto che avete parcheggiato nello spiazzo per i sorpassi, Sørensen. I nostri tecnici stanno
cercando di rilevare le tracce degli pneumatici dell'assassino». Non aveva bisogno di voltarsi per sapere
che il sorriso era svanito dal viso da montone di Sørensen. E che il distretto di polizia di Oslo aveva preso
le redini dell'indagine. «Signora Albu?» chiese Waaler quando entrò nella casa. Aveva deciso di non
perdere troppo tempo. Aveva unappuntamento per pranzo con una ragazza promettente e non intendeva
mancarlo. Vigdis Albu alzò lo sguardo dall'album di fotografie che stava guardando. «Sì.» Quello che
vide, non dispiacque affatto a Waaler. Il corpo in forma perfetta, le gambe accavallate, il trucco leggero e
il terzo bottone della camicetta sbottonato. E gli piacque anche quello che udì. Una voce dolce che
sembrava creata appositamente per pronunciare quelle parole speciali che amava sentire dire dalle sue
donne. E quella bocca, dalla quale sperava di poter udire quelle parole, gli piaceva. «Sono il commissario
Tom Waaler» disse sedendosi davanti a Vigdis Albu. «Capisco che per te deve essere uno shock terribile.
E, anche se può suonare come un cliché e non può avere alcuna importanza per te in questo momento,
voglio dirti che capisco quello che provi. Anch'io ho perso una persona cara di recente.» Waaler rimase in
attesa, finché Vigdis Albu non fu costretta ad alzare lo sguardo e incontrare il suo. Era uno sguardo
annebbiato e in un primo momento Waaler pensò che fosse dovuto alle lacrime, ma quando Vigdis Albu
parlò, capì che era ubriaca. «Il commissario può offrirmi una sigaretta?» «Puoi chiamarmi Tom.
Purtroppo non fumo.» «Per quanto tempo devo restare qui, Tom?» «Farò in modo che tu possa andartene
il più presto possibile. Prima però devo farti delle domande. Okay?» «Okay.» «Bene. Hai un'idea di chi
possa aver ucciso tuo marito?» Vigdis Albu si passò una mano sulla fronte. «Dov'è l'altro commissario,
Tom?» «Prego?» «Non dovrebbe essere qui anche lui?» «Quale commissario?» «Harry. È lui che si
occupa di questo caso, no?»Il motivo principale per il quale Tom Waaler aveva fatto una carriera più
rapida dei suoi coetanei era che si era reso conto che nessuno, neppure gli avvocati della difesa, si
chiedevano come le prove fossero state acquisite se dimostravano in modo sufficientemente chiaro la
colpevolezza di una persona incriminata. Il secondo motivo importante era la sensibilità dei peli sulla sua
nuca. Naturalmente capitava che non reagissero quando dovevano reagire. Ma non capitava mai che
reagissero quando non dovevano farlo. E in quel momento reagirono. «Vuoi dire Harry Hole?» «Puoi
fermarti qui.» Tom Waaler trovava la voce ancora piacevole. Accostò l'auto al bordo del marciapiede, si
chinò in avanti e osservò la casa rosa che troneggiava al di là del giardino. Il sole mattutino faceva brillare
una specie di animale. «È stato molto gentile da parte tua» disse Vigdis Albu. «Sia per avere convinto
quel Sørensen a lasciarmi andare, sia per avermi dato un passaggio.» Waaler sfoggiò un sorriso pieno di
calore. Sapeva che lo era. Diverse persone gli avevano detto che assomigliava a David Hasselhoff di
Baywatch, che aveva lo stesso mento, corpo e sorriso. Aveva guardato Baywatch e aveva capito che era
così. «Sono io quello che deve ringraziarti» disse. Ed era vero. Mentre guidava da Larkollen era venuto a
sapere diverse cose interessanti. Come per esempio che Harry Hole aveva cercato di trovare prove che
dimostrassero che suo marito aveva ucciso Anna Bethsen, che - se non ricordava male - era la donna che
si era suicidata a Sorgenfrigata qualche tempo prima. Il caso era stato archiviato, era stato lui stesso a
scrivere il rapporto conclusivo. Allora che cosa voleva fare quel furbastro di Harry Hole? Stava cercando
di vendicarsi in qualche modo? Voleva provare che Anna Bethsen era stata vittima di un atto criminale
per screditarlo? Era più che possibile che a quel bastardoalcolizzato potesse venire in mente di fare
qualcosa di simile, ma Waaler non riusciva a capire perché Hole sprecasse tanta energia soltanto per
dimostrare che lui si era sbagliato, e che era giunto a una conclusione affrettata. Per un attimo pensò che
Hole volesse semplicemente risolvere il caso il più rapidamente possibile, ma scartò subito quell'ipotesi,
i poliziotti usavano il loro tempo libero per cose simili soltanto nei film. Il fatto che Hole sospettasse che
si era trattato di un omicidio e non di un suicidio, faceva naturalmente pensare a diverse risposte
alternative. Waaler non sapeva ancora quali, ma dato che i peli sulla sua nuca indicavano che Harry Hole
poteva essere in qualche modo coinvolto, scoprirle diventava naturalmente molto interessante. Perciò,
quando Vigdis Albu lo invitò a prendere un caffè, Waaler non accettò solo per l'eccitante prospettiva di
farsi una vedova fresca, ma soprattutto perché aveva la possibilità di scrollarsi di dosso l'uomo che gli
stava con il fiato sul collo da quanto tempo? Otto mesi? Sì, erano passati otto mesi. Otto mesi da quando
l'ispettore Ellen Gjelten aveva scoperto, grazie a un errore commesso da Sverre Olsen, che Tom Waaler
era a capo dell'organizzazione che contrabbandava armi a Oslo. Quando aveva dato ordine a Olsen di
eliminare Ellen Gjelten prima che potesse raccontare quello che sapeva, Waaler era più che conscio che
Hole non si sarebbe mai dato per vinto finché non fosse riuscito a scoprire chi avesse assassinato la sua
collega. Ed era per questo che Waaler aveva fatto in modo che il berretto di Olsen fosse trovato sulla
scena del crimine, per poi uccidere il sospetto assassino per "autodifesa" nel corso del suo arresto. Non
c'era alcun indizio direttamente contro di lui, ma più volte Waaler aveva avuto la sgradevole sensazione
che Hole fosse sulle sue tracce. E Hole poteva essere pericoloso. «La casa è così vuota quando sono tutti
via» disse Vigdis Albu aprendo la porta. «Da quanto tempo sei sola?» chiese Waaler mentre laseguiva
nel soggiorno. Quello che vedeva continuava a piacergli. «I bambini sono dai miei genitori a Nordby.
Volevo che rimanessero lì finché tutto non tornava normale» disse Vigdis Albu sospirando e mettendosi
a sedere su una delle poltrone. «Adesso ho bisogno di un drink. Poi li chiamerò.» Tom Waaler rimase in
piedi fissandola. Aveva distrutto tutto con quelle sue ultime parole, quella leggera vibrazione che aveva
provato era svanita. E d'improvviso, sembrava anche molto più vecchia. Forse perché gli effetti dell'alcol
stavano sparendo. Le avevano spianato le rughe e avevano reso la sua bocca più morbida, ma ora si era
irrigidita ed era diventata una crepa rosa. «Siediti Tom. Adesso vado a preparare il caffè.» Si mise a
sedere sul divano mentre Vigdis andava in cucina. Allargò le gambe e notò una macchia sulla fodera del
divano. Gli ricordava una macchia simile sul suo divano, una macchia di sangue mestruale. Il pensiero lo
fece sorridere. Il pensiero di Beate Lønn. Dolce, innocente Beate Lønn che era rimasta seduta all'altro
capo del tavolino e ingurgitato ogni parola che le aveva detto come se fossero una zolletta di zucchero nel
suo cappuccino, il drink delle ragazzine. «Io penso che la cosa più importante è essere se stessi. E la cosa
più importante in una relazione è la sincerità, sei d'accordo con me?» Alle volte, con le giovani era
difficile sapere con esattezza quanta importanza dare ai cliché classici, ma con Beate aveva
evidentemente colto nel segno. Lo aveva seguito docilmente a casa e Waaler le aveva preparato un drink
che non era affatto adatto per una ragazzina. Waaler non riuscì a evitare una breve risata. Persino il
giorno dopo, Beate aveva creduto che il suo blackout fosse stato causato dalla stanchezza e dal drink che
era più forte di quello a cui era abituata. Il dosaggio corretto era essenziale.Ma la parte più comica si era
svolta al mattino quando Waaler era entrato nel soggiorno e aveva visto Beate intenta a pulire con uno
straccio bagnato il divano sul quale la sera prima avevano cominciato a scaldarsi prima che Beate
perdesse i sensi e iniziasse il vero divertimento. «Mi dispiace» disse Beate con le lacrime agli occhi. «Me
ne sono accorta soltanto adesso. E così imbarazzante, credevo che mi venissero soltanto la prossima
settimana.» «Non fa niente» disse Tom Waaler accarezzandole una guancia. «Fai solo del tuo meglio per
eliminare la macchia.» Poi, era stato costretto a correre in cucina. Aveva aperto il rubinetto dell'acqua e
aveva fatto cigolare la porta di un armadietto per coprire il rumore delle sue risate. Nel frattempo, Beate
Lønn continuava a strofinare la macchia del sangue delle mestruazioni di Linda. O forse erano quelle di
Karen? «Vuoi del latte nel tuo caffè, Tom?» urlò Vigdis Albu dalla cucina. Il tono della sua voce era duro
e superiore. Inoltre, Waaler era ormai riuscito a sapere quello che voleva. «Mi sono appena ricordato di
avere un appuntamento in città» disse. Si voltò e vide che Vigdis Albu era sulla porta con due tazze in
mano e con gli occhi sgranati. Come se le avesse dato uno schiaffo. Il pensiero lo divertiva. «Inoltre, hai
bisogno di restare un po' da sola. Lo so. Come ti ho detto, recentemente ho perso una persona cara.» «Mi
dispiace» disse Vigdis Albu. «Non ti ho neppure chiesto chi era.» «Si chiamava Ellen. Era una collega.
Le ero molto affezionato» finse Waaler inclinando leggermente la testa e fissandola. Vigdis abbozzò un
sorriso incerto. «A cosa stai pensando?» «Che forse un giorno dovrei passare per vedere come stai» disse
Waaler sfoggiando il suo migliore sorriso alla David Hasselhoff. "Che mondo caotico sarebbe se la gente
riuscisse a leggere nel pensiero del prossimo" pensò.
         ***Capitolo 33. DiSOSMIA.
         L'ora di punta di fine pomeriggio sulla Grønlandsleiret era iniziata, le auto degli schiavi dello
stipendio mensile sfilavano a passo d'uomo davanti alla centrale di polizia. Un passero appollaiato su un
ramo, vide l'ultima foglia che lasciava la presa, cadeva e svolazzava davanti alla finestra della sala
riunioni al quinto piano. «Io non sono bravo a fare discorsi» iniziò Bjarne Møller, e quelli fra i presenti
che lo avevano sentito parlare in precedenza annuirono in segno di assenso. Due bottiglie di spumante
Opera e quattordici bicchieri di plastica impilati e riservati a tutti quelli che avevano collaborato
all'indagine sullo Speditore, aspettavano che Møller finisse di parlare. «Per prima cosa devo farvi
pervenire il saluto e un grazie da parte del sindaco, degli assessori e del capo della polizia per avere svolto
un buon lavoro. Come sapete, quando noi abbiamo capito che avevamo a che fare con un rapinatore
seriale, ci siamo trovati di fronte a un caso difficile.» «Non sapevo che fossimo così tanti!» disse Ivarsson
ad alta voce facendo ridere i presenti. Si era piazzato in fondo alla sala vicino alla porta da dove poteva
controllare tutti. «No, puoi ben dirlo. Quello che volevo dire era, sì, lo sapete, che siamo tutti felici che
sia finita. E prima di bere un bicchiere di spumante e di andare a casa, vorrei ringraziare in maniera
particolare la persona che si merita tutto l'onore.» Harry sentì su di sé gli sguardi di tutti i presenti.
Detestava quel tipo di riunione. Il discorso del capo, i ringraziamenti a tutti i clown, a uno in particolare,
le trivialità teatrali. «Rune Ivarsson che ha guidato l'indagine. Congratulazioni Rune.» Applausi. «Forse
vuoi dire una parola, Rune.»«No, grazie» mormorò Harry fra i denti. «Sì, grazie» disse Ivarsson. Gli
sguardi dei presenti si spostarono su di lui. Si schiarì la gola. «Purtroppo non ho il tuo stesso privilegio,
Bjarne, che puoi affermare di non essere bravo a fare discorsi. Perché io lo sono.» Altre risate. «E come
in altre occasioni di casi risolti, so quanto sia noioso ringraziare a destra e a manca. Come noi tutti
sappiamo, il nostro è un lavoro di squadra. L'onore di aver mandato il pallone in rete spetta a Beate e a
Harry, ma il merito è del lavoro di squadra.» Harry osservò sconsolato i cenni di assenso di tutti i
presenti. «Perciò, un grazie a tutti» disse Ivarsson lasciando scivolare lo sguardo su ognuno dei presenti
per fare in modo che ciascuno si sentisse gratificato personalmente, e poi aggiunse: «E adesso mettiamo
fine agli indugi, apriamo le bottiglie e brindiamo». Qualcuno gli diede una bottiglia. Prima di togliere il
tappo, Ivarsson la scosse vigorosamente. «Non ce la faccio più» sussurrò Harry a Beate. «Me ne vado.»
Beate lo fissò con uno sguardo di disapprovazione. «Attenzione, adesso arriva.» Il tappo andò a sbattere
contro il soffitto. «Prendete i bicchieri.» «Sorry» disse Harry. «Ci vediamo domani.» Harry andò in
ufficio a prendere la giacca. Nell'ascensore si appoggiò alla parete. Quella notte aveva dormito soltanto
poche ore nella casa di campagna degli Albu. Alle sei del mattino era andato alla stazione di Moss e
aveva telefonato alla polizia della cittadina e li aveva informati del ritrovamento del cadavere. Arrivato a
Oslo verso le otto, prima di tornare in ufficio era andato in un bar e vi era rimasto abbastanza a lungo da
essere sicuro che il caso fosse stato affidato a qualcun altro. Le porte dell'ascensore si aprirono e Harry
raggiunse l'uscita. Fuori, l'aria di Oslo, che era considerata più inquinata di quella di Bangkok, era fredda.
Non aveva fretta e iniziòa camminare lentamente. Quel giorno non avrebbe pensato a niente, avrebbe
dormito e basta sperando di non sognare e di svegliarsi al mattino con tutte le porte chiuse dietro di sé.
Tutte meno una. Quella che non poteva essere chiusa, quella che non voleva chiudere. Ma non ci avrebbe
pensato fino al mattino. Domani sarebbe andato ad Akerselva insieme a Halvorsen. Si sarebbero fermati
dove Ellen era stata trovata. E, per la centesima volta, avrebbe cercato di capire come si fossero svolti i
fatti. Non perché avesse dimenticato qualche particolare, ma per riprovare quella sensazione, quell'odore
nelle narici che lo perseguitava senza sosta. Scelse il sentiero che attraversava il campo. La scorciatoia.
Evitò di guardare le mura grigie della prigione. Dove, questa volta, Raskol non aveva usato la scacchiera.
Non avrebbero mai trovato nulla né a Larkollen né in nessun altro luogo che potesse provare il
coinvolgimento di Raskol o di uno dei suoi uomini, neppure se Harry si fosse occupato dell'indagine.
L'avrebbero portata avanti per il minimo necessario. Lo Speditore era morto. Arne Albu era morto. «La
giustizia è come l'acqua» diceva Ellen. "Trova sempre il suo corso". Sapevano che non era vero, ma in
ogni caso, era una menzogna che alle volte poteva dare un po' di sollievo. Harry udì le sirene. Vide le auto
bianche con i segnalatori blu ruotanti passare e sparire in Grølandsleiret. Harry cercò di capire cosa
potesse essere successo. Dopotutto non erano affari suoi. E se lo fossero stati avrebbero dovuto aspettare.
Fino al giorno dopo. Tom Waaler constatò di essere arrivato troppo presto. Quelli che abitavano nella
casa gialla non erano ancora tornati dal lavoro. Aveva suonato l'ultimo campanello sul citofono e stava
per andarsene, quando udì il suono metallico di una voce. «Sì?» «Buongiorno, è...» disse Waaler
leggendo il nome sulla targhetta. «Astrid Monsen?» Venti secondi dopo aveva raggiunto il pianerottolo e
fissavaun volto lentigginoso spaurito che si intravedeva fra lo spiraglio della porta bloccata con la catena
di sicurezza. «Posso entrare, signorina Monsen?» chiese Waaler sfoggiando il suo speciale sorriso alla
David Hasselhoff. «Preferirei di no» pigolò la donna. Forse non aveva mai visto Baywatch. Waaler le
fece vedere la sua tessera. «Sono venuto per sentire se c'è qualcosa di particolare che dovremmo sapere
sulla morte di Anna Bethsen. Non siamo più certi che si sia trattato di suicidio. So che un mio collega sta
indagando sulla morte di Anna Bethsen in forma privata e vorrei sapere se hai parlato con lui.» Tom
Waaler aveva sentito dire che gli animali, specialmente quelli da preda, sono in grado di sentire l'odore
della paura. Quello che lo aveva sorpreso era stato sapere che non tutti, erano in grado di sentire
quell'odore. La paura aveva lo stesso aroma amarognolo dell'urina dei tori. «Di cosa hai paura?» Le
pupille della donna erano diventate ancora più grandi. Adesso i peli sulla nuca di Waaler erano dritti. «E
molto importante che tu ci aiuti» disse Waaler. «La cosa più importante nelle relazioni fra la polizia e i
cittadini è la sincerità, sono certo che ne convieni anche tu?» Astrid Monsen lo fissò incerta, Waaler colse
l'occasione. «Io credo che il mio collega sia in qualche modo coinvolto in questo caso.» Il labbro
inferiore della donna aveva iniziato a tremare. Bingo. Erano seduti in cucina. Le pareti erano coperte da
disegni infantili. Waaler si disse che doveva essere la zia di un buon numero di bambini. Poi, la donna
iniziò a parlare e Waaler a prendere appunti. «Ho sentito un tonfo sul pianerottolo e quando sono uscita
ho visto un uomo disteso fuori dalla mia porta. Doveva essere caduto, così gli ho chiesto se aveva
bisogno di aiuto, ma non mi ha risposto. Allora sono andata a suonarealla porta di Anna, ma anche lì non
ho avuto risposta. Quando sono tornata indietro, ho aiutato l'uomo ad alzarsi. Tutto gli era caduto di
tasca. C'era il portafoglio e una ricevuta con il suo nome e indirizzo. L'ho aiutato ad arrivare in strada, ho
fermato un taxi libero e ho dato l'indirizzo al tassista. E tutto quello che so.» «E sei sicura che si tratti
della stessa persona che è venuta a farti visita più tardi? Harry Hole?» Astrid Monsen deglutì. E annuì.
«Molto bene, Astrid. Come facevi a sapere che era stato da Anna?» «Ho sentito quando è arrivato.» «Hai
sentito quando è arrivato e lo hai sentito entrare da Anna?» «La stanza dove lavoro è di fianco al
vestibolo. Le pareti non sono spesse. Questa è una casa tranquilla, e non succede quasi mai niente.» «Hai
sentito qualcun altro entrare da Anna?» Astrid Monsen esitò un attimo. «Ho sentito qualcuno salire le
scale dopo che la polizia se ne è andata. Ma mi è sembrato che fosse una donna. Per via dei tacchi alti,
capisci. Fanno un rumore diverso. Ma credo che fosse la signora Gundersen che abita al quarto piano.»
«Ah?» «Ha l'abitudine di salire di soppiatto quando torna dal bar e ha bevuto.» «Hai sentito il colpo di
pistola?» Astrid scosse il capo. «A differenza delle pareti, i pavimenti sono isolati acusticamente.»
«Ricordi il numero del taxi?» «No.» «A che ora hai sentito il tonfo sul pianerottolo?» «Alle undici e un
quarto.» «Sei sicura, Astrid?» La donna annuì respirando profondamente. «È stato lui a ucciderla» disse.
Waaler la fissò sorpreso.Aveva parlato con un tono di voce sicuro. Waaler sentì il suo cuore battere più
rapidamente. «Che cosa te lo fa credere, Astrid?» «Quando ho saputo che Anna si era suicidata quella
sera, mi sono resa conto che c'era qualcosa che non andava. Quella persona distesa sul pianerottolo e
Anna che non ha risposto quando ho suonato, capisci? Ho pensato di telefonare alla polizia, ma poi lui è
tornato.» Fissò Waaler con uno sguardo come se fosse sul punto di annegare e solo lui potesse salvarla.
«La prima cosa che mi ha chiesto è stata se lo riconoscevo. E mi sono subito resa conto di quello che
voleva dire con quella domanda, no?» «Che cosa voleva dire, Astrid?» «Un assassino che chiede
all'unica testimone se lo riconosce? Tu che cosa credi?» La sua voce si era alzata di un mezzo ottavo.
«Naturalmente è venuto per farmi capire quello che mi sarebbe successo se lo avessi denunciato. Ho fatto
quello che voleva, ho risposto che non lo avevo mai visto prima.» «Ma hai detto che è tornato dopo e che
ti ha fatto domande su Arne Albu?» «Sì, voleva che lo aiutassi a incriminare un altro. Devi capire che ero
terrorizzata. Ho fatto finta di niente e ho fatto il suo gioco.» Astrid si interruppe con le lacrime agli occhi.
«Ma adesso sei disposta a parlare. Anche in tribunale sotto giuramento?» «Sì, se so che tu sai che io non
corro pericoli.» Da un'altra stanza si udì il click di un messaggio e-mail. Waaler guardò l'orologio. Le
quattro e mezza. Doveva agire rapidamente, preferibilmente quella sera stessa. Alle quattro e
trentacinque, Harry entrò nel suo appartamento e si chiuse la porta alle spalle, in quello stesso momento
si ricordò che aveva promesso a Halvorsen di andare in palestra con lui quel giorno. Si tolse le scarpe e
andò nel soggiorno e spinse il tasto della segreteria telefonica. Era Rakel.«Il verdetto sarà emesso
mercoledì. Ho prenotato il volo per giovedì. Arriveremo all'aeroporto di Gardemoen alle undici. Oleg mi
ha chiesto se vieni a prenderci.» A prenderci. Rakel aveva detto che il verdetto sarebbe entrato in vigore
con effetto immediato. Se avesse perso la causa, soltanto una persona sarebbe tornata in Norvegia. Una
persona che aveva perso tutto. Rakel non aveva lasciato un numero di telefono e Harry non aveva potuto
dirle che il pericolo era passato e che non aveva più bisogno di guardarsi le spalle. Sospirò e si mise a
sedere sulla poltrona. Gli bastava chiudere gli occhi e lei era lì. Rakel. Le lenzuola bianche che erano così
fredde da bruciare la pelle, la finestra aperta e le tende che si muovevano quasi impercettibilmente
lasciando filtrare una striscia di raggio di luna che sfiorava il suo braccio nudo. Harry passò le punta delle
dita con delicatezza infinita sulle palpebre dei suoi occhi, sulle sue mani, sulle spalle esili, sul collo, sulle
sue gambe incrociate sulle sue. Sentì il suo respiro caldo e calmo sul collo, e quando passò cautamente
una mano sulla sua schiena, udì il cambiamento di ritmo quasi impercettibile del respiro che indicava che
si stava addormentando, e poi i suoi fianchi che altrettanto impercettibilmente iniziavano a muoversi
contro i suoi come se fosse stata in attesa in un dormiveglia. Alle cinque, Rune Ivarsson alzò il telefono
nella sua casa a Østerås per dire alla persona che lo aveva chiamato che la famiglia si era appena messa a
tavola per cenare, un momento sacro in quella casa, e perciò gli sarebbe stato grato se avesse richiamato
più tardi. «Mi dispiace disturbarti, Ivarsson. Sono Tom Waaler.» «Ciao, Tom» disse Ivarsson con un
pezzo di patata masticato a metà in bocca. «Ma in questo momento...» «Mi serve un mandato di arresto
per Harry Hole. E anche uno per una perquisizione nel suo appartamento. E anche cinque uomini per
farla. Sfortunatamente, ho motivo di credere che Hole sia coinvolto in un caso di omicidio.»Ivarsson
cercò di deglutire, ma il pezzo di patata gli si bloccò in gola. «Dobbiamo muoverci subito» disse Waaler.
«C'è il rischio che le prove possano essere inquinate o distrutte.» «Bjarne Møller.» Fu tutto quello che
Ivarsson riuscì a dire con gli attacchi di tosse. «Sì, lo so che è un caso di competenza di Bjarne Møller»
disse Waaler. «Ma sono sicuro che sarai d'accordo con me che non posso fidarmi. Bjarne e Harry
lavorano insieme da dieci anni.» «Capisco quello che vuoi dire. Ma oggi ci è capitato fra capo e collo un
nuovo caso e tutti i miei uomini sono impegnati.» «Rune.» Era la moglie di Ivarsson. «Sì, cara, arrivo»
disse Ivarsson che voleva evitare di irritarla ulteriormente dopo essere arrivato a casa con venti minuti di
ritardo per via della riunione per brindare e subito dopo per l'allarme di una nuova rapina all'agenzia DnB
a Grensen. «Ti richiamo io, Waaler. Telefonerò all'intendente e vedrò cosa posso fare.» Ivarsson tossì
abbastanza forte per essere sicuro che sua moglie lo sentisse. «Ti chiamerò dopo cena.» Harry fu
svegliato da qualcuno che bussava alla sua porta con forza. Il suo cervello arrivò alla conclusione che la
persona che bussava lo stava facendo da diversi secondi perché era sicura che Harry fosse in casa.
Guardò l'orologio. Le sei meno cinque. Aveva sognato Rakel. Si stirò e si alzò dalla poltrona. I colpi alla
porta continuavano. «Sì, sì» urlò Harry andando alla porta. Vide la sagoma di una persona al di là dello
spesso vetro smerigliato della porta. Pensò che forse era uno dei suoi vicini dato che non aveva suonato il
campanello. Stava per mettere la mano sulla maniglia ma si fermò esitante. Una sensazione alla base
della nuca. Una macchia chesi muoveva davanti ai suoi occhi. Un leggero aumento delle pulsazioni.
Asch. Afferrò la maniglia e aprì la porta. Era Ali. Le sue sopracciglia formavano una V. «Avevi
promesso di liberare la tua cantina entro oggi» disse. Harry batté il palmo della mano sulla fronte.
«Merda! Sorry, Ali. Sono proprio una testa quadra.» «Non importa, Harry, se questa sera hai tempo,
posso darti una mano.» Harry lo fissò sorpreso. «Aiutarmi? Non ci vogliono più di dieci secondi per
portare via quel poco che ho giù in cantina. Se devo essere sincero, non ricordo quello che c'è, ma
provvederò.» «Sono cose di valore, Harry» disse Ali scuotendo il capo. «Sei matto a tenerle in una
cantina.» «Non lo so. Adesso vado a mangiare qualcosa da Schrøder, ti telefonerò appena torno, Ali.»
Harry chiuse la porta, tornò a sedersi sulla poltrona e azionò il telecomando. Il telegiornale per i
sordomuti. Qualche anno prima, durante un'indagine Harry aveva dovuto interrogare diverse persone
sordomute e aveva imparato diversi segni, e ora cercava di collegare i gesti del reporter con i testi che
scorrevano sullo schermo. Niente di nuovo sul fronte dell'Est. Un americano era stato processato per
avere combattuto a fianco dei talebani. Harry si arrese. Il piatto del giorno da Schrøder, pensò. Un caffè,
una sigaretta. Una ripulita alla cantina e poi a letto. Prese il telecomando e stava per spegnere il
televisore, quando vide il reporter puntare l'indice con il pollice alzato verso di lui. Riconosceva quel
segno. Qualcuno aveva sparato. Harry pensò automaticamente ad Arne Albu, ma si ricordò che era stato
affogato. Abbassò lo sguardo sul testo. Si irrigidì. Iniziò a premere freneticamente i tasti del
telecomando. Era una cattiva - forse pessima - notizia. Il teletext non rivelava molto di più del testo. Un
impiegata di banca è stata ferita durante una rapina. Questo pomeriggio, un rapinatore ha sparato a un
impiegatadurante una rapina alla DnB a Grensen. La donna è ricoverata in ospedale in condizioni
critiche. Harry andò nella camera da letto e accese il computer. Anche i quotidiani della capitale
riportavano la notizia. Poco prima della chiusura, un uomo mascherato è entrato nell'agenzia a Grensen e
ha ordinato alla direttrice di svuotare il Bancomat. Quando la donna non è riuscita a farlo entro il termine
stabilito dal rapinatore, questi ha sparato alla testa dell'altra impiegata. Le condizioni della donna sono
state definite critiche, Rune Ivarsson, il capo della sezione antifurti, ha dichiarato che al momento la
polizia non ha alcuna traccia del rapinatore. Alla domanda se possa sembrare che il rapinatore abbia
seguito la stessa routine usata dal cosiddetto Speditore che, secondo la polizia è stato trovato morto a
d'Ajuda in Brasile all'inizio di questa settimana, Ivarsson ha rifiatato di rispondere. Poteva essere una
coincidenza. Poteva benissimo esserlo. Ma non lo era. Per niente. Harry si passò una mano sul volto. Era
quello che aveva temuto da sempre. Lev Grette aveva compiuto soltanto una rapina. Quelle successive
erano opera di un altro uomo. Un uomo che era ancora in piena attività. Un uomo che aveva deciso di
copiare il modus operandi dello Speditore sin nei minimi dettagli. Harry cercò di bloccare i propri
pensieri. Non voleva pensare a un altro rapinatore. Né a un'altra impiegata di banca alla quale avevano
sparato. Né alle conseguenze derivanti dall'esistenza di un secondo Speditore. E soprattutto al rischio di
essere costretto a continuare a lavorare sotto Ivarsson e posporre ulteriormente l'indagine sull'omicidio di
Ellen. "Stop. Non pensare più adesso. Domani." Ma le gambe lo portarono automaticamente nel
vestibolo e le dita composero da sole il numero di telefono di Weber. «Sono Harry. Che cosa abbiamo?»
«Abbiamo la fortuna dalla nostra, ecco che cosa abbiamo» disse Weber con un tono di voce
sorprendentementeallegro. «Alla fine, la fortuna arriva sempre per i ragazzi e le ragazze in gamba.»
«Questa è una novità per me» disse Harry. «Ti ascolto.» «Mentre eravamo al lavoro nella banca, Beate
Lønn mi ha telefonato. Aveva appena iniziato a visionare il video quando ha notato qualcosa di
interessante. Quando parlava, il rapinatore era molto vicino al plexiglas davanti alla cassa. Beate mi ha
suggerito di cercare tracce di saliva. Era passata soltanto mezz'ora dalla rapina e c'era una possibilità
realistica.» «E?» chiese Harry impaziente. «Niente saliva sul plexiglas.» Harry sospirò pesantemente.
«Ma abbiamo trovato una microscopica goccia di condensa del suo fiato» disse Weber. «Davvero?»
«Yes.» «Qualcuno deve aver pregato questo pomeriggio. Congratulazioni, Weber.» «Conto di avere un
profilo del DNA entro tre giorni. Così potremo procedere con i confronti. Direi che riusciremo a scovarlo
entro una settimana.» «Spero che tu abbia ragione.» «Ce l'ho.» «Sì. In ogni caso, grazie per avermi fatto
tornare un po' d'appetito.» Harry si infilò la giacca. Era sul punto di uscire quando si ricordò di non aver
spento il computer e tornò nella camera da letto. Stava per premere il tasto quando lo vide. Ebbe la
sensazione che il suo cuore avesse smesso di battere e che il sangue non riuscisse più a scorrere nelle
vene. Naturalmente, avrebbe potuto spegnere il computer. Avrebbe dovuto spegnerlo, non c'era niente
che indicasse che era urgente. Poteva essere un messaggio inviato da chiunque. Ma in verità, c'era
soltanto una persona che non poteva averlo inviato. Harry avrebbe voluto essere in strada a camminare
per andare da Schrøder. Passare daDovregata e chiedersi per l'ennesima volta come quel paio di scarpe
che penzolavano fra il cielo e la terra fosse finito su quel cavo, ritornare con il pensiero alle immagini di
Rakel nel sogno. Cose di quel genere. Ma era troppo tardi, le sue dita avevano nuovamente preso il
controllo. Udì un click all'interno del computer. L'e-mail apparve sullo schermo. Era lunga. Ciao Harry!
perché fai quella faccia? Forse avevi sperato che non mi facessi più vivo. Be', la vita è piena di sorprese,
Harry. Presumo che anche Arne Albu lo abbia scoperto quando leggerai questo messaggio. Fu e io, gli
abbiamo reso la vita abbastanza difficile, non trovi? Non credo di sbagliarmi se presumo che sua moglie
lo abbia lasciato portando con sé i figli. E terribile, non sei d'accordo? Togliere a un uomo i suoi cari,
specialmente quando si sa che sono le persone più importanti della sua vita. Ma deve rimproverare
soltanto se stesso. L'infedeltà non può essere punita con sufficiente durezza, ne convieni anche tu, Harry?
In ogni caso, adesso la mia piccola vendetta è stata portata a termine. Non riceverai più messaggi da me.
Ma dato che devi essere considerato come una persona innocente che è rimasta coinvolta in questa storia,
devo ammettere che ti devo una spiegazione. La spiegazione è relativamente semplice, lo amavo Anna.
La amavo veramente, sia per quello che era, sia per quello che mi dava. Sfortunatamente, lei amava
soltanto quello che le davo. La grande H The Big Sleep. Tu non sapevi che Anna era una tossicomane
persa? Come ho detto, la vita è piena di sorprese. Sono stato io a introdurla nel mondo della droga dopo -
perché non dirlo - il fiasco di una mostra delle sue opere. Loro due erano come creati l'uno per l'altra, ed
è stato un colpo di fulmine dal primo buco. Per quattro anni Anna è stata la mia cliente e amante segreta,
era impossibile separare i ruoli, se così si può dire. Confuso, Harry? Forse perché non avete trovato segni
di iniezioni quando l'avete spogliata? Sì, quella frase sul colpo difulmine al primo buco, era soltanto un
modo di dire. Il fatto è che Anna non sopportava le iniezioni. Fumavamo la nostra eroina nella carta
stagnola. Naturalmente è più costoso che iniettarla in vena, ma d'altro canto, finché è stata con me, Anna
poteva averla al prezzo dei grossisti. Eravamo - come si dice? - inseparabili. Mi vengono ancora le
lacrime agli occhi quando penso a quel periodo. Per me, Anna faceva tutto quello che una donna può fare
per un uomo: mi chiavava, mi nutriva, mi dava, mi rallegrava e mi consolava. E mi pregava. La sola cosa
che non faceva era amarmi. Come mai è così maledettamente difficile, Harry? Lei ti amava anche se tu
non facevi niente per lei. Anna riusciva persino ad amare un individuo come Arne Albu, e io che credevo
che fosse un idiota al quale Anna spillava denaro per potersi comprare la droga al prezzo di mercato ed
essere libera da me per un po'. Ma poi, una sera di maggio le ho telefonato. Avevo appena finito di
scontare tre mesi per una piccola faccenda, ed era da molto tempo che non ci parlavamo. Le ho detto che
dovevamo festeggiare e che mi ero procurato la più pura delle pure direttamente dal produttore a Chang
Rai. Dalla sua voce, ho capito immediatamente che qualcosa non andava. Mi disse che aveva smesso. Le
ho chiesto se intendeva con la droga o con me e lei ha risposto che aveva smesso con entrambi. Continuò
dicendo che aveva iniziato a lavorare a quell'opera d'arte per la quale sarebbe stata ricordata, e che per
realizzarla doveva essere totalmente lucida. Come sai, Anna era estremamente testarda quando si
metteva in testa di fare qualcosa, così sono più che sicuro che non abbiate trovato alcuna traccia di droga
nel suo sangue. Giusto? E poi mi ha parlato di quel tipo. Arne Albu. Ha detto che la loro relazione andava
avanti da tempo e che avevano programmato di andare a vivere insieme. Prima però, Albu doveva
chiarire alcune cose con sua moglie. L'hai già sentito dire, Harry? Sì, anch'io. Non trovi che sia strano
come si riesce a pensare con lucidità quando intorno tutto va in rovina? lo sapevo quello chedovevo fare
ancora prima di aver posato il ricevitore. La vendetta. Primitivo? Per niente. La vendetta è un riflesso
dell'essere umano che pensa, una mistura complessa di un'azione e delle conseguenze che nessun altra
specie di animale è riuscita a sviluppare finora. Sul piano dell'evoluzione della specie, compiere una
vendetta si è dimostrato così efficace che solo i più assetati di vendetta sono sopravvissuti. Vendicarsi o
morire. Certamente, suona come il titolo di un film western, ma ricordati che è questa logica della
retribuzione che ha creato lo stato governato dalla giustizia. La costante promessa di occhio per occhio,
del peccatore che brucerà all'inferno o che almeno penderà dalla forca. In altre parole, la vendetta è la
base sulla quale la civilizzazione riposa, Harry. Quella sera, mi sono seduto e ho iniziato a elaborare il
mio piano. L'ho voluto semplice. Ho fatto ordinare una chiave per l'appartamento di Anna dalla Trioving.
Non ho intenzione di dirti come ho fatto. Dopo che tu sei uscito dal suo appartamento io sono entrato.
Anna era già andata a letto. Lei, io e una Beretta M92 abbiamo avuto una lunga conversazione
informativa. Le ho chiesto di darmi qualcosa che aveva avuto da Arne Albu, una cartolina, una lettera, un
biglietto da visita, qualsiasi cosa. Il mio piano era di lasciarlo in modo che lo trovaste per aiutarvi a
collegare Arne Albu all'omicidio. Ma tutto quello che aveva era una fotografia della sua famiglia scattata
vicino alla loro casa di campagna che Anna aveva preso da un album di fotografie. Ho capito che sarebbe
stato troppo enigmatico e che avreste avuto bisogno di un po' più di aiuto. Così mi venne un'idea. La
Beretta mi ha aiutato a convincerla a dirmi come si poteva entrare nella casa di campagna di Arne Albu.
La chiave era nascosta nella lampada. Dopo averle sparato - non mi soffermerò sui dettagli dato che è
stata una delusione, un anticlimax (non ha mostrato paura e neppure rabbia) - ho messo la fotografia nella
sua scarpa e sono andato direttamente a Larkollen. Ho lasciato - come adesso avrai certamente capito - la
chiave di riservadell'appartamento di Anna in modo che poteste trovarla facilmente. Per un attimo ho
pensato di fissarla all'interno della cisterna del water, è il mio posto preferito, è lì che Michael aveva
nascosto la pistola nel primo episodio de Il Padrino. Ma mi sono detto che tu non hai abbastanza fantasia.
Così l'ho lasciata sul comodino da notte. Semplice, non trovi? A quel punto lo scenario era pronto e tu e
gli altri burattini potevate fare la vostra entrata in scena. Fra l'altro spero che non te la sia presa troppo se
ti ho fatto da guida per un po', il livello intellettuale di un poliziotto non è certo sopra la media. E qui ti
dico addio. Ti ringrazio per la compagnia e per l'aiuto, è stato un piacere collaborare con te, Harry.
C#MN.
         *** Capitolo 34. Pluvianus aegyptus.
         Un'auto della polizia era ferma davanti al portone della casa e un'altra all'incrocio tra Sofie gate e
Dovregata. Tom Waaler aveva ordinato di non usare le sirene e i lampeggiatori blu. Controllò con il
walkie talkie che tutti avessero preso la posizione che era stata loro assegnata. Ivarsson aveva confermato
di aver mandato un agente con il foglio blu - il mandato di arresto e il permesso di effettuare la
perquisizione - che era stato firmato dal pubblico ministero. Waaler aveva rifiutato di utilizzare la
squadra speciale di pronto intervento, aveva tutti gli uomini necessari per procedere personalmente
all'arresto. Ivarsson non aveva fatto obiezioni. Tom Waaler si fregò le mani. Un po' per il vento freddo
che soffiava sulla strada dallo stadio di Bislett, ma più che altro per la sensazione di felicità che provava.
Consideravagli arresti come la parte migliore del suo lavoro. Lo aveva capito quando era ancora un
ragazzino e lui e Joakim rimanevano in agguato nel frutteto dei genitori nelle sere d'autunno, in attesa che
i bambini che abitavano nelle case popolari venissero a rubare le mele. E venivano. Otto e anche dieci
alla volta. Ma indipendentemente dal loro numero, il panico era sempre totale quando Tom e Joakim
accendevano le torce elettriche e urlavano attraverso megafoni fatti in casa. Seguivano la stessa tattica
usata dai lupi quando davano la caccia alle renne, isolavano il più piccolo e il più debole. Se per Tom la
cattura era la parte affascinante, Joakim preferiva la punizione. La sua creatività in quell'area si era
talmente sviluppata che alle volte Tom era costretto a fermarlo. Non perché Tom provasse pietà per quei
ladruncoli, ma perché a differenza di Joakim, riusciva a rimanere lucido e a prevedere le conseguenze.
Tom pensava spesso che non fosse una semplice coincidenza che le cose fossero andate come erano
andate per Joakim. Era diventato giudice aggiunto al tribunale di Oslo e aveva davanti a sé una brillante
carriera. Ma era stato l'amore per gli arresti che aveva spinto Tom a fare domanda alla scuola di polizia.
Suo padre avrebbe voluto che studiasse Medicina o Teologia seguendo le sue orme. Tom si era diplomato
con i voti migliori della sua classe, e diventare un poliziotto era un passo insensato. Suo padre gli aveva
detto che una buona educazione era basilare per il suo futuro e gli aveva confidato che suo fratello
maggiore lavorava come commesso in un negozio di ferramenta e che odiava il prossimo perché si
sentiva inferiore. Tom lo aveva ascoltato con quell'espressione ironica che il suo vecchio non era mai
riuscito a sopportare. Sapeva che quello che preoccupava suo padre non era il suo futuro, ma piuttosto
quello che i parenti e i conoscenti avrebbero pensato quando avrebbero saputo che Tom aveva scelto di
diventare soltanto un poliziotto. Suo padre non aveva mai capito che si poteva odiare anche quando si è
migliori degli altri. E Tom era migliore degli altri.Guardò l'orologio. Le sei e tredici minuti. Suonò a uno
dei campanelli al primo piano. «Chi è?» chiese una voce di donna. «Polizia» disse Waaler. «Puoi
aprire?» «Come faccio a sapere che siete della polizia?» "Idiota di una pakistana" pensò Waaler e le disse
di guardare dalla finestra per vedere le loro auto. Subito dopo udì lo scatto del portone che si apriva.
«Adesso rimani chiusa in casa» disse al citofono. Waaler ordinò a uno degli uomini di piazzarsi davanti
alla scala antincendio sul retro. Aveva controllato i disegni della casa su Internet e sapeva che non c'era
un'altra via di uscita sul retro della casa. Armati ciascuno con la loro MP3, Waaler e due agenti iniziarono
a salire le scale malandate. Arrivati al terzo piano, Waaler si fermò e indicò una porta che non aveva - e
non ne aveva mai avuto bisogno - una targhetta. Guardò gli altri due. Entrambi respiravano rapidamente.
Ma non per lo sforzo di salire le scale. Si misero i passamontagna. Gli ordini di Waaler erano stati chiari:
rapidità, efficienza e decisione. In verità, quest'ultima significava soltanto la volontà di usare la forza e,
se necessario, uccidere. Ma solo raramente si dimostrava necessario. Normalmente, persino i criminali
più incalliti rimanevano completamente paralizzati quando uomini mascherati e armati entravano
improvvisamente nelle loro case. La polizia non faceva altro che usare la stessa tattica dei rapinatori di
banche. Waaler si spostò a lato e poi fece un cenno ai due che si avvicinarono cautamente alla porta e
bussarono discretamente. In quel modo avrebbero potuto scrivere nel rapporto di aver bussato prima di
entrare con la forza. Waaler ruppe il vetro della porta con il calcio, infilò una mano e aprì con un unico
movimento. Entrando, lanciò un urlo. Non sapeva se fosse una vocale o l'inizio di una parola. Sapeva
soltanto che era lo stesso urlo che lui e Joakim usavano quando accendevano le torce elettriche. Quella
era la parte migliore.«Polpette speciali» disse Maja fissando il piatto davanti a Harry. «E non le hai
neppure assaggiate.» «Scusa. Non ho appetito. Di' al cuoco che non è colpa sua. Almeno per questa
volta.» Maja si mise a ridere e si avviò verso la cucina. «Maja.» La donna si voltò lentamente. C'era
qualcosa nella voce di Harry, nel suo tono che le faceva immaginare quello che sarebbe seguito. «Portami
una birra, per favore.» Maja tornò verso la cucina. "Non sono affari miei" pensò. "Io faccio soltanto il
mio lavoro. Il resto non mi riguarda." «Che cosa c'è che non va, Maja?» chiese il cuoco svuotando il
piatto. «Non sono affari miei» disse Maja. «È la sua vita e lui ne fa quello che vuole.» Il telefono
nell'ufficio di Beate squillò. La prima cosa che udì quando alzò il ricevitore fu il suono di voci, risate e un
tintinnio di bicchieri. Poi la voce. «Ti disturbo?» Per un attimo non fu sicura, c'era qualcosa di estraneo
nella sua voce. Ma non poteva essere nessun altro. «Harry?» «Che cosa stai facendo?» «Sto controllando
un'informazione su Internet, Harry.» «Dunque, avete messo il video della rapina a Grensen su Internet?»
«Certo, ma tu...» «Devo dirti alcune cose, Beate. Arne Albu.» «Okay, ma aspetta e ascoltami.» «Sembri
stressata, Beate.» «Lo sono!» rispose rendendosi conto di aver urlato. Poi, continuò con voce più calma:
«Ti stanno cercando Harry. Ho cercato di telefonarti per avvertirti dopo che te ne sei andato, ma non eri
in casa».«Di che cosa stai parlando?» «Tom Waaler. Ha un mandato di arresto per te.» «Cosa? Vogliono
arrestarmi?» Adesso Beate capì perché la sua voce gli era sembrava così strana. Harry aveva bevuto.
«Dimmi dove sei Harry, così verrò a prenderti. Poi, possiamo dire che ti sei costituito. Non so
esattamente di che cosa si tratta, ma io ti aiuterò, Harry. Harry? Non fare stupidaggini, okay? Harry?»
Beate rimase in ascolto. Udiva voci, risate e bicchieri che tintinnavano e poi la voce di una donna.
«Schrøder, sono Maja.» «Dove?» «Se n'è andato.»
         *** Capitolo 35. SOS.
         Vigdis Albu si svegliò quando Gregor iniziò ad abbaiare all'esterno. La pioggia tamburellava sul
tetto. Guardò l'orologio. Le sette e mezza. Doveva essersi appisolata. Il bicchiere davanti a lei era vuoto,
la casa era vuota, tutto era vuoto. Non era così che aveva pianificato la sua vita. Si alzò e andò alla porta
finestra della terrazza e guardò Gregor. Era rivolto verso il cancello con le orecchie e la coda dritte. Che
cosa doveva fare? Darlo via? Fargli fare un'iniezione? Neppure i bambini amavano quella bestia
iperattiva e nervosa. La sua vita. Guardò la bottiglia di gin vuota sul tavolino. Era ora di aprirne un'altra.
Gregor riprese ad abbaiare. Arne aveva detto che quel suono irritante lo faceva sentire calmo, perché gli
dava la sensazione istintiva che c'era qualcuno allerta. Aveva detto che i cani potevano annusare un
nemico, perché chi aveva cattive intenzioni aveva un odore diverso dagli altri. Vigdis Albu decise che il
mattino dopo avrebbe telefonato a unveterinario, era stanca di nutrire un cane che abbaiava ogni volta che
entrava in casa. Aprì leggermente la porta del soggiorno e rimase in ascolto. Al di sopra del suono della
pioggia e dei latrati del cane, udì dei passi sulla ghiaia del vialetto. Ebbe appena il tempo di spazzolarsi i
capelli e di ripulire la traccia di mascara sotto all'occhio sinistro quando sentì il suono dei tre tocchi del
Messias di Handel del campanello. Aveva la sensazione di sapere chi fosse. E ci azzeccò. Quasi.
«Agente» disse realmente sorpresa. «A cosa devo l'onore?» L'uomo sulla porta era fradicio, gocce di
pioggia cadevano dalle sue sopracciglia. L'uomo si appoggiò allo stipite della porta e la fissò senza
rispondere. «Non vuoi entrare?» Vigdis Albu lo fece accomodare nel soggiorno. Sapeva che io sguardo
dell'uomo era fisso sulla bottiglia sul tavolino. L'agente si mise a sedere su una poltrona senza togliersi il
cappotto fradicio. «Gin, agente?» «Hai del Jim Beam?» «No.» «Il gin va bene.» Vigdis Albu andò a
prendere i bicchieri di cristallo - un regalo di matrimonio dei suoceri - e versò del gin in entrambi. «Le
mie condoglianze» disse il poliziotto fissandola. Dai suoi occhi lucidi, Vigdis Albu capì che quello non
era il suo primo drink della giornata. «Grazie» disse. «Alla salute.» Quando posò il bicchiere, vide che
aveva bevuto metà del suo. Il poliziotto passò un dito sul bordo del bicchiere. «Sono stato io a ucciderlo.»
Vigdis Albu portò istintivamente una mano sulla collana di perle intorno al suo collo. «Non volevo che
finisse così» disse. «Ma sono stato stupido e incauto. Ho portato gli assassini direttamente sulle sue
tracce.»Vigdis Albu portò rapidamente il bicchiere alle labbra per bloccare la risata. «Così adesso lo sai.»
«Sì, adesso lo so, Harry» sussurrò. Vigdis Albu ebbe l'impressione di vedere un accenno di sorpresa nei
suoi occhi. «Hai parlato con Tom Waaler» disse Harry e più che una domanda, la sua era
un'affermazione. «Vuoi dire quell'investigatore che crede di essere, be' sì. Gli ho parlato. E, naturalmente
gli ho detto quello che sapevo. Non avrei dovuto farlo, Harry?» Harry scrollò le spalle. «Un altro drink?»
Harry annuì. «In ogni caso, ho una buona notizia per te» disse seguendo attentamente con lo sguardo i
suoi movimenti mentre versava da bere. «Ieri sera ho ricevuto un'e-mail da una persona che ha confessato
di aver ucciso Anna Bethsen. La persona in questione mi ha costantemente ingannato per farmi credere
che fosse stato Arne.» «Molto bene» disse Vigdis Albu. «Oh, che sbadata» disse facendo cadere del gin
sul tavolino. «Non sembri eccessivamente sorpresa.» «Niente mi sorprende più. Se devo dire la verità,
non ho mai creduto che Arne avesse il coraggio di uccidere un'altra persona.» Harry si passò una mano
sul mento. «In ogni caso, adesso ho la prova che Anna Bethsen è stata assassinata. Ho inviato la
confessione di quella persona a una delle mie colleghe. Insieme a tutte le altre e-mail che mi ha inviato in
precedenza. Questo significa che metto tutte le carte in tavola per quanto riguarda il mio ruolo in questa
storia. Anna era una mia ex. Il mio problema è che ero a casa sua la sera in cui è stata uccisa. Avrei
dovuto dirlo immediatamente, ma sono stato stupido e non ho usato la dovuta cautela e credevo che sarei
riuscito a risolvere il caso da solo senza rimanere coinvolto. Sono stato...»«Stupido e non hai usato la
dovuta cautela. Lo hai già detto.» Vigdis Albu lo fissò mentre passava un mano sullo schienale del
divano. «Naturalmente, questo spiega un bel po' di cose. Eppure non riesco a capire perché passare il
proprio tempo con una donna con la quale uno vuole, passare il proprio tempo, dovrebbe essere
considerato un crimine. Puoi sempre spiegarlo, Harry.» Harry trangugiò il liquido trasparente. «Quando
mi sono svegliato il giorno dopo non ricordavo niente.» «Capisco» disse Vigdis Albu alzandosi e
mettendosi davanti a Harry. «Sai chi è quell'uomo?» Harry appoggiò la testa sul bordo della poltrona e la
fissò. «Chi ha detto che è un uomo?» disse strascicando le parole. Vigdis Albu gli tese una mano esile.
Harry la fissò incerto. «Il cappotto» disse la donna. «Poi vai direttamente a fare un bagno caldo. Nel
frattempo io vado a preparare del caffè e a cercarti degli indumenti asciutti. Non credo che Arne avrebbe
protestato. In molti modi era un uomo ragionevole.» «Io...» «Andiamo.» Al primo contatto con l'acqua
calda provò un senso di benessere. Poi, il calore si sparse dalle gambe ai fianchi e in tutto il corpo. Si
immerse completamente nell'acqua calda e appoggiò la nuca sul bordo della vasca. Ascoltò il rumore
della pioggia e cercò di captare i movimenti di Vigdis Albu, ma aveva messo un disco dei Police. Harry
chiuse gli occhi. Sending out an SOS, sending out an SOS cantava Sting. E Harry che si era fidato di quel
tipo. A proposito. Probabilmente Beate aveva già letto le e-mail e le aveva passate a chi di dovere e la
caccia alla volpe era stata annullata. L'alcol rendeva le sue palpebre pesanti. Ma ogni volta che chiudeva
gli occhi vedeva due piedi con scarpe italiane spuntare dall'acqua. Allungò la mano e cercò a tentoni
ilbicchiere che aveva messo sul bordo della vasca. Prima di telefonare a Beate, aveva avuto il tempo di
bere soltanto due pinte di birra che non gli avevano procurato l'effetto anestetizzante che avrebbe voluto.
Dov'era quel maledetto bicchiere? E se Tom Waaler fosse riuscito a trovarlo ugualmente? Harry sapeva
che Waaler pregustava quel momento da sempre. Ma non aveva intenzione di farsi sbattere in galera
senza prima aver chiarito tutti i dettagli di quella storia. Da quel momento non poteva più fidarsi di
nessuno. Avrebbe agito da solo. Ma prima, solo una breve pausa. Un altro drink. Per schiarirsi le idee. Per
risolvere il tutto. Domani. La sua mano incontrò il bicchiere e il pesante cristallo cadde sulle piastrelle
con un rumore sordo. Harry inveì e si alzò; stava per cadere, ma riuscì ad appoggiarsi alla parete
all'ultimo secondo. Si mise un asciugamano intorno alla vita e andò nel soggiorno. La bottiglia di gin era
ancora sul tavolino. Prese un bicchiere dall'armadietto bar e lo riempì fino all'orlo. Sentì Vigdis Albu che
cantava nella cucina al pianterreno. Tornò nel bagno e posò cautamente il bicchiere di fianco agli
indumenti che Vigdis gli aveva portato. Un completo azzurro e nero della collezione sportiva di Björn
Borg. Passò la mano sullo specchio per eliminare la condensa e fissò il suo viso. «Idiota» disse. Poi,
abbassò lo sguardo. Un rigagnolo rosso scorreva fra le piastrelle fino allo scarico. Seguì il rigagnolo fino
al suo piede destro. Aveva calpestato i frammenti di cristallo senza neppure accorgersene. Non si era
accorto di niente. Rialzò lo sguardo verso lo specchio e si mise a ridere. Vigdis Albu posò il ricevitore.
Era stata costretta a improvvisare. Detestava improvvisare: quando le cose non andavano come aveva
programmato, provava una sensazione di malessere fisico. Sin da quando era piccola si era resa conto che
niente accadeva per caso, tutto doveva essere programmato. Ricordava ancora quando la sua famiglia si
eratrasferita da Slemdal a Skien e quando era arrivata nella nuova scuola. L'insegnante l'aveva fatta
alzare e le aveva chiesto di dire il suo nome. Tutti gli occhi erano fissi su di lei, sui suoi vestiti e sullo
strano zainetto di plastica, e alcune ragazzine si erano messe a ridere. Durante l'ultima ora di lezione
aveva scritto una lista delle ragazze che sarebbero diventate le sue migliori amiche, di quelle che avrebbe
snobbato e dei ragazzi che avrebbe fatto innamorare e degli insegnanti che l'avrebbero considerata la
migliore allieva della classe. Quando era arrivata a casa, aveva affisso la lista sulla parete di fianco al suo
letto e l'aveva tolta soltanto a Natale quando ogni nome era stato spuntato. Ma ora era diverso, ora doveva
dare la priorità ad altro e fare in modo che tutto andasse al proprio posto. Guardò l'orologio. Le otto e
venti. Tom Waaler aveva detto che sarebbero arrivati entro dodici minuti. Senza che lei glielo chiedesse,
Waaler aveva promesso di spegnere le sirene molto prima di Slemdal, in modo da non allarmare i vicini.
Rimase seduta nel vestibolo. Con un po' di fortuna Hole si era addormentato. Guardò nuovamente
l'orologio. Ascoltò la musica. I brani stressanti dei Police erano finiti e ora Sting cantava un brano
piacevole da solo con la sua voce calda e calma. Sulle gocce di pioggia che continuavano a cadere come
lacrime da una stella. La canzone era così bella che fu costretta a fare uno sforzo per non piangere. Poi,
sentì Gregor abbaiare. Finalmente. Come avevano concordato, Vigdis Albu aprì la porta e aspettò
all'esterno. Vide una figura attraversare il giardino di corsa e dirigersi verso la terrazza e un'altra correre
verso il retro della casa. Due uomini mascherati che indossavano uniformi nere e con in mano
mitragliette si fermarono davanti a lei. «E ancora nel bagno?» sussurrò uno di loro. «A sinistra della
scala?» «Sì, Tom» rispose Vigdis Albu. «E grazie per essere venuti.»Ma i due erano già entrati. Vigdis
Albu rimase in ascolto. I passi di corsa sulla scala, i latrati disperati di Gregor. La voce di Sting, How
fragile we are, il fracasso della porta del bagno presa a calci. Rientrò in casa. Iniziò a salire le scale.
Aveva bisogno di un drink. Vide Tom Waaler fermo sull'ultimo gradino. Si era tolto la maschera, ma il
suo viso era talmente alterato da essere quasi irriconoscibile. Waaler indicò qualcosa sul pavimento.
C'erano tracce di sangue che arrivavano fino alla porta finestra della terrazza. Non udì quello che l'idiota
vestito di nero le stava urlando. Il piano, era tutto quello che riusciva a pensare. Questo era il piano.
          *** Capitolo 36. Waltzing Mathilda.
          Harry correva. Dietro di lui, lo staccato dei latrati di Gregor lo seguiva come un metronomo
adirato, per il resto tutto era tranquillo intorno a lui. Le piante dei piedi nudi sguazzavano sull'erba
fradicia. Mise le mani davanti a sé per farsi strada attraverso un'altra siepe senza fare caso ai rami che gli
graffiavano le mani e la tenuta della collezione firmata da Björn Borg. Non aveva trovato i suoi vestiti e
le sue scarpe, e aveva immaginato che Vigdis Albu li avesse portati al pianterreno dove era rimasta in
attesa. Aveva cercato un altro paio di scarpe, ma poi Gregor aveva iniziato ad abbaiare ed era stato
costretto ad andarsene con indosso soltanto i pantaloni e la camicia. Le gocce di pioggia gli colavano
sugli occhi e le case, gli alberi e le siepi formavano un insieme indistinto. Si trovò davanti un recinto
basso e decise di saltarlo, ma perse l'equilibrio. Atterrò con il viso sulla superficie morbida di un prato.
Rimase disteso immobile, in ascolto. Ebbe l'impressione di udire altri cani abbaiare. Eranoarrivati così
presto? Waaler doveva aver chiesto a una pattuglia cinofila di tenersi pronta. Harry si rialzò e si guardò
intorno. Era arrivato sulla cima dell'altura che aveva scelto come punto di riferimento. Aveva evitato
accuratamente le zone illuminate dove qualcuno, specialmente i poliziotti, avrebbe potuto vederlo. Ora
poteva osservare la proprietà degli Albu. Quattro auto erano parcheggiate davanti alla casa, due avevano
i lampeggiatori blu in azione. Guardò dal lato opposto dell'altura. Come si chiamava l'isolotto?
Gressbanen? Qualcosa di simile. Un'auto di colore grigio era ferma all'incrocio con le luci di posizione
accese. Harry si era mosso rapidamente, ma Waaler era stato più rapido. Soltanto i poliziotti
parcheggiavano in quel modo. Harry si strofinò il viso con le mani. Cercava di eliminare il torpore che
poco prima aveva voluto ottenere con l'alcol. Intravide una luce blu fra gli alberi in Statjonveien. Era
finito nella rete che stava restringendosi sempre di più. Non sarebbe riuscito a sgusciare fra le sue maglie.
Waaler era in gamba. Ma non riusciva a capire. Non era possibile che Waaler agisse di propria iniziativa,
qualcuno doveva averlo autorizzato a utilizzare tutti quei mezzi per catturare un solo uomo. Che cosa era
successo? Beate non aveva ricevuto l'e-mail che le aveva inviato? Rimase in ascolto. Ora era sicuro che ci
fossero altri cani. Si guardò intorno. Le ville illuminate erano sparse sul pendio completamente buio.
Harry pensò al calore e al comfort all'interno di quelle case. I norvegesi amavano la luce. E avevano
l'elettricità. E spegnevano le luci per due settimane solo quando andavano in vacanza in Paesi più caldi. Il
suo sguardo passò da una villa all'altra. Tom Waaler fissò le ville che decoravano il paesaggio come
addobbi luminosi di un albero di Natale. Giardini grandi, bui. Era seduto con i piedi sul pannello del
furgone speciale Victor. All'interno c'erano i migliori strumenti di comunicazione e Waaler vi aveva
trasferito il centrooperativo. Era in contatto radio con tutte le unità che ora erano pronte a circondare
l'area. Guardò l'orologio. I cani erano entrati in azione con le loro guide ormai da dieci minuti. Si udì un
crepitio alla radio. «Victor zero uno. Abbiamo un'auto con un certo Stig Antonsen che dice che sta
andando a Revehiveien 17. Dice che sta tornando a casa dal lavoro. Dobbiamo?» «Controllate i
documenti e poi lasciatelo andare» disse Waaler. «Lo stesso vale per tutti quanti lì fuori, okay? Cercate di
usare il cervello.» Waaler prese un CD dalla tasca e lo mise nel lettore. Le voci in falsetto echeggiarono
nella cabina. Thunder all through the night, and a promise to see Jesus in the morning light. L'agente al
posto di guida di fianco a lui inarcò le sopracciglia, ma Waaler finse di non averlo notato e alzò il volume.
Versi. Versi, il refrain. La seconda canzone. Pop Daddy, Daddy Pop. Oh, sock it to me. You are the best.
Waaler guardò nuovamente l'orologio. "Dannazione, quanto tempo ci vuole per i cani?" pensò. Batté una
mano sul cruscotto. L'agente alla guida gli lanciò un'altra occhiata. «Devono seguire delle tracce di
sangue» disse Waaler. «E possibile che sia così difficile?» «Sono cani, non robot» replicò l'agente.
«Rilassati, lo troveranno presto.» Quando arrivò il messaggio, il cantante che sarebbe stato conosciuto
come Prince per sempre, era a metà di Diamonds and Pearls. «Victor zero tre a Victor zero uno. Siamo
fermi davanti a una villa, Erik è andato a cercare il nome della via, comunque la villa è al numero 16.»
Waaler abbassò il volume. «Okay. Fateci sapere il nome e vi raggiungeremo. Che cos'è quel suono
stridulo?» «Proviene dalla casa.» La radio crepitò.«Statjonveien a Victor zero uno. Scusa se vi
interrompo. Ma c'è un'auto della Securitas qui. Dicono che sono diretti a Harelabben 16. La loro centrale
ha registrato un allarme da una villa lì.» «Victor zero uno a tutte le unità!» urlò Waaler. «Ci siamo!
Harelabben 16!» Bjarne Møller era di pessimo umore. Proprio mentre stava guardando il suo programma
preferito! Trovò la villa bianca al numero 16, parcheggiò davanti al cancello e raggiunse la porta dove un
poliziotto era fermo con un pastore tedesco al guinzaglio. «Dov'è Waaler?» chiese. Il poliziotto fece un
cenno con il capo all'interno della villa. Møller notò che il vetro della porta era stato rotto. Waaler era nel
vestibolo e stava discutendo animatamente con un altro agente. «Cosa diavolo sta succedendo?» chiese
Møller. «Ah. Qual buon vento ti porta qui, Møller?» «Una telefonata di Beate Lønn. Chi ha autorizzato
questa follia?» «Il pm.» «Non parlo dell'arresto. Sto chiedendo chi ha autorizzato di scatenare la terza
guerra mondiale per un nostro collega perché forse - forse! - deve darci delle spiegazioni.» Waaler si
dondolò avanti e indietro tenendo lo sguardo fisso su Møller. «Rune Ivarsson. Abbiamo trovato diverse
cose a casa di Harry che fanno sì che non sia soltanto una persona con la quale vogliamo parlare. Harry è
sospettato di omicidio. C'è altro che vuoi sapere, Møller?» Møller alzò le sopracciglia sorpreso, Waaler
doveva essere particolarmente eccitato, era la prima volta che lo sentiva parlare a un superiore con quel
tono di sfida. «Sì, dov'è Harry?» Waaler indicò le impronte insanguinate sul pavimento. «E stato qui.
Illegalmente. Dovrà spiegare un bel po' di cose, non trovi?»«Ti ho chiesto dov'è adesso.» Waaler e l'altro
poliziotto si scambiarono uno sguardo. «Si direbbe che Harry non sia interessato a darci alcuna
spiegazione. L'uccello è fuggito dalla gabbia.» «Ah sì? Avevo l'impressione che aveste circondato questa
zona con un cerchio di ferro.» «Ed è così.» «Allora come ha fatto a scappare?» «Con quello» disse
Waaler indicando il telefono sul tavolino. «Sul ricevitore c'erano delle macchie che si sarebbero dette di
sangue.» «E scappato per mezzo del telefono?» A dispetto del pessimo umore e la gravità della
situazione, Møller provò l'irrazionale tentazione di mettersi a ridere. «Abbiamo motivo di credere che
abbia chiamato un taxi» disse Waaler. Øystein guidò lentamente e fermò l'auto sullo spiazzo a
semicerchio davanti al portone del carcere di Oslo. Parcheggiò dietro a due auto con la parte posteriore
verso il parco deserto e Grønlandsleiret. Girò la chiave dell'accensione a metà e spense il motore, ma
lasciò in azione i tergicristalli. Rimase in attesa. Non c'era nessuno, né sullo spiazzo né nel parco. Si
guardò intorno e poi si chinò e tirò la leva. Si udì un click e il portabagagli si aprì a metà. «Siamo arrivati»
disse alzando lo sguardo verso lo specchietto retrovisore. L'auto ondeggiò e il bagagliaio si aprì
completamente e poi si richiuse. La portiera posteriore si aprì e un uomo salì. Øystein fissò il passeggero
che tremava dal freddo. «Che eleganza, Harry.» «Grazie.» «Veramente chic.» «Non sono della mia
taglia, ma sono capi firmati. Imprestami le tue scarpe.» «Cosa?» «Ho trovato soltanto un paio di
pantofole di feltro nelvestibolo di quella casa, non posso andare a parlare con qualcuno in carcere con le
pantofole ai piedi. E mi serve anche la tua giacca.» Øystein alzò gli occhi sconsolato e si tolse la giacca di
pelle. «Hai avuto problemi a passare dai posti di blocco?» chiese Harry. «Soltanto per arrivare. Hanno
voluto controllare il nome e l'indirizzo dove dovevo consegnare il pacchetto.» «Ho letto il nome sulla
porta.» «Al ritorno hanno controllato soltanto l'interno dell'auto e mi hanno lasciato passare. Non ci sono
voluti più di trenta secondi, poi la radio ha iniziato a piantare un casino d'inferno. A tutte le unità.» «Mi è
sembrato di sentire qualcosa dal bagagliaio. Sai che è illegale possedere una radio della polizia,
Øystein?» «Possederne una non è illegale. È illegale usarla. E io non lo faccio quasi mai.» Harry si
allacciò le scarpe e passò le pantofole a Øystein. «Andrai sicuramente in paradiso, ma se hanno preso il
numero del tuo taxi, verranno certamente a farti visita. Tu devi soltanto dire la verità. Hai avuto la
chiamata direttamente sul tuo cellulare e il passeggero ha insistito per viaggiare nel bagagliaio.» «Ah, sì?
E questa sarebbe la verità?» «È la prima verità che sento da un bel po' di tempo a questa parte.» Harry
respirò profondamente e poi spinse il campanello. Inizialmente non avrebbe corso alcun pericolo, ma non
era facile sapere a che velocità venisse trasmessa la notizia che un ricercato era in fuga. Dopotutto, i
poliziotti entravano e uscivano dal carcere in continuazione. «Sì?» disse la voce al citofono.
«Commissario Harry Hole» disse scandendo le parole e con il viso rivolto alla videocamera al di sopra
del portone, sperando di apparire sobrio. «Per Raskol Baxhet.»«Non sei sulla lista.» «No?» disse Harry.
«Avevo detto a Beate Lønn di telefonare per avvertirvi che sarei venuto questa sera alle nove. Chiedete a
Raskol.» «Dopo l'orario di visita, devi essere sulla lista, Hole. Telefona domani mattina durante l'orario
di ufficio.» «Come ti chiami?» «Bøygset. Dunque, io non posso...» «Ascolta Bøygset. Ho bisogno di
alcune informazioni per un caso importante che non può aspettare fino a domani mattina. Hai
sicuramente sentito le sirene questa sera, non è così?» «Sì, ma...» «Quindi, se vuoi evitare di parlare con
i giornalisti domani mattina per spiegare come mai non avevi il mio nome sulla lista, ti suggerisco di
abbandonare le reazioni da robot e di spingere il pulsante del buonsenso. E quello che hai davanti a te.»
Harry rimase con lo sguardo fisso sull'occhio morto della videocamera. Uno, due, tre, quattro. Il click
metallico della serratura. Quando la porta della cella si chiuse alle spalle di Harry, Raskol era seduto su
una sedia. «Grazie per aver confermato la visita» disse Harry guardandosi intorno nella piccola cella di
quattro metri per due. Un letto, una scrivania, due armadietti, alcuni libri. Niente radio, niente giornali,
pareti nude. «Preferisco tenerla così» disse Raskol come se avesse letto nel pensiero di Harry. «Aguzza
l'intelletto.» «Allora, dimmi che cosa ne pensi di questo» disse Harry sedendosi sul bordo del letto. «Non
è stato Arne Albu a uccidere Anna. Avete ucciso l'uomo sbagliato. Sulle vostre mani c'è sangue
innocente, Raskol.» Harry non ne era sicuro, ma gli sembrò di notare un cambiamento quasi
impercettibile sulla maschera calma ma allo stesso tempo gelida da martire di Raskol.«Ho ricevuto
un'e-mail dall'assassino» disse Harry. «È chiaro che mi ha manipolato sin dal primo giorno.» Poi gli riferì
il testo dell'e-mail, seguito da un riepilogo degli avvenimenti del giorno. Raskol rimase in ascolto con la
testa chinata in avanti e le mani sulle tempie. Quando Harry finì, rialzò la testa. «Questo significa che
anche tu hai sangue innocente sulle mani, Spiuni.» Harry annuì. «E tu vieni qui per dirmi che sono io
quello che ha sparso sangue innocente sulle tue mani. E per questo ti devo qualcosa.» Harry non rispose.
«Sono d'accordo» disse Raskol. «Allora che cosa ti devo?» «Tu mi devi tre cose. Per prima cosa, ho
bisogno di un posto sicuro dove rimanere nascosto finché non sono arrivato al fondo di questa storia.»
Raskol annuì. «Come seconda cosa, ho bisogno della chiave dell'appartamento di Anna per controllare
alcune cose.» «Te l'ho già restituita.» «Non parlavo della chiave con le iniziali AA che è in un cassetto
nel mio appartamento, e per il momento non posso andare a prenderla. E come terza cosa...» Harry si
interruppe e Raskol rimase in attesa. «Se Rakel mi dice che lì qualcuno li ha guardati storto, ti denuncerò,
metterò tutte le carte sul tavolo e ti indicherò come l'uomo che ha ucciso Arne Albu.» Raskol sorrise
indulgente. Come se volesse dirgli che si rammaricava del fatto che naturalmente entrambi sapevano che
nessuno avrebbe mai potuto trovare il benché minimo legame fra Raskol e l'assassinio. «Non devi
preoccuparti per Rakel e Oleg, Spiuni. Non appena abbiamo finito con Albu, ho detto al mio contatto di
richiamare i suoi uomini. Dovresti piuttosto preoccuparti della sentenza del tribunale. Il mio contatto mi
ha fatto sapere che non ci sono molte speranze. Da quello che hopotuto capire, la famiglia del padre del
bambino ha degli ottimi amici a Mosca.» Harry scrollò le spalle. Raskol aprì un cassetto della scrivania,
prese la chiave e la diede a Harry. «Vai direttamente alla stazione della metropolitana di Grønland. In
fondo alla prima scalinata c'è una donna seduta dietro allo sportello delle toilette. Dalle cinque corone e ti
farà entrare. Dille che Harry è arrivato, vai nella toilette per gli uomini e chiuditi in una. Quando sentirai
qualcuno entrare fischiando Waltzing Mathilda, significa che il tuo trasporto è arrivato. Buona fortuna,
Spiuni.» La pioggia cadeva con una tale intensità che al loro passaggio, gli pneumatici sollevavano una
doccia fine d'acqua e se avesse avuto tempo avrebbe potuto notare piccoli arcobaleni alla luce dei
lampioni disposti lungo la parte stretta a senso unico di Sofie gate. Ma Bjarne Møller non aveva tempo.
Scese dall'auto, si coprì la testa con il cappotto e si diresse di corsa verso il portone dove Ivarsson, Weber
e un uomo di origine pakistana lo stavano aspettando. Møller li salutò e l'uomo dalla pelle scura si
presentò come Ali Niazi, vicino di casa di Harry. «Waaler arriverà non appena avrà finito di mettere
ordine a Slemdal» disse Møller. «Che cosa avete trovato?» «Cose abbastanza strane, temo» disse
Ivarsson. «La cosa più importante è decidere in che modo potremo informare i mass media che uno dei
nostri uomini...» «Ferma, ferma» borbottò Møller. «Non così veloce. Fammi un resoconto.» «Vieni con
me» disse Ivarsson con un sorriso stanco. Møller, Weber e Ali seguirono Ivarsson nell'androne della casa
e poi giù per la scala che portava alle cantine. Møller fu costretto a camminare leggermente chinato per
evitare di toccare il soffitto. Le cantine non gli erano mai piaciute. La voce di Ivarsson echeggiava fra le
pareti di pietra.«Come sai, questa sera Beate Lønn ha ricevuto un certo numero di e-mail da Hole. Fra
queste, una che secondo Hole gli è stata inviata da una persona che confessa di aver assassinato Anna
Bethsen. Un'ora fa, sono stato alla centrale e ho letto quelle e-mail. Contengono, per dirla francamente,
un sacco di idiozie. Ma ci sono anche informazioni che il mittente non può aver avuto da una conoscenza
diretta di quello che è successo la sera che Anna Bethsen è morta. Anche se secondo queste informazioni,
Hole era nell'appartamento di Anna Bethsen quella sera, allo stesso tempo costituiscono un alibi fin
troppo appariscente per Hole.» «Appariscente?» disse Møller passando sotto lo stipite di una porta
ancora più bassa e cercando di evitare di pensare che si trovava sotto a quattro piani di materiale edile che
era sostenuto a malapena da fango e travi centenarie. «Che cosa vuoi dire, Ivarsson? Non hai detto che
una delle e-mail conteneva la confessione?» «Per prima cosa, abbiamo perquisito il suo appartamento»
disse Ivarsson. «Abbiamo iniziato con il suo computer e abbiamo letto le e-mail che ha ricevuto. Erano
esattamente quelle che Hole aveva inviato a Beate Lønn. In altre parole, un alibi appariscente.» «Ho
capito» disse Møller chiaramente irritato. «Possiamo arrivare al punto, per favore?» «Ovviamente, il
punto è scoprire chi ha inviato quelle e-mail a Harry.» Møller udì delle voci. «È qui dietro quest'angolo»
disse l'uomo che si era presentato come un vicino di Harry. Si fermarono davanti alla porta aperta di una
cantina. All'interno c'erano due uomini accovacciati. Uno teneva una torcia elettrica puntata su un
computer portatile e l'altro leggeva dei numeri e li trascriveva su un bloc-notes. Møller vide due cavi
elettrici partire dalla presa. Uno era collegato al computer portatile e l'altro a un cellulare Nokia che era
anche collegato al computer. «E questo che cosa significa?» chiese Møller.Ivarsson mise una mano sulla
spalla del vicino di Harry. «Ali ha detto di essere venuto in cantina alcuni giorni dopo la morte di Anna
Bethsen, e di aver notato per la prima volta il computer portatile con il cellulare collegato nella cantina di
Harry. Abbiamo già controllato il cellulare.» «Sì?» «E di Hole. Adesso stiamo cercando di sapere chi ha
comprato il computer portatile. In ogni caso, abbiamo controllato la posta in uscita.» Møller chiuse gli
occhi per un attimo. La schiena aveva iniziato a fargli male. «Eccole qua» disse Ivarsson scuotendo la
testa dimostrativamente. «Ecco tutte le e-mail che Harry ha cercato di farci credere di aver ricevuto dal
misterioso assassino.» «Brutta storia» disse Møller. «Ma la prova più importante è stata trovata da Weber
nell'appartamento di Hole.» Møller si voltò verso Weber che, con un'espressione truce alzò una busta di
plastica trasparente. «Una chiave?» disse Møller. «Con una piastrina con le iniziali AA?» «Era in un
cassetto» disse Weber. «È una chiave della porta dell'appartamento di Anna Bethsen.» Møller fissò
Weber con uno sguardo vuoto. La luce cruda della lampada nuda dava ai volti un aspetto spettrale.
Møller aveva la sensazione di trovarsi in una tomba. «Devo uscire» disse lentamente.
         *** Capitolo 37. Spiuni gjerman.
         Harry aprì gli occhi e vide davanti a sé il volto sorridente di una ragazza e sentì il primo colpo al
centro della fronte.Chiuse nuovamente gli occhi, ma né la risata della ragazza né il mal di testa sparirono.
Cercò di ricostruire. Raskol, la toilette nella stazione della metropolitana, un uomo piccolo e tozzo con un
grande sorriso che indossava un vestito di Armani, una mano tesa con anelli d'oro, capelli neri e un dito
mignolo con un'unghia lunga e appuntita. «Ciao, Harry, io sono il tuo amico Simon.» E poi, in netto
contrasto con il vestito liso, una Mercedes nuova di zecca con un autista che si sarebbe detto il fratello di
Simon, con gli stessi occhi marroni sorridenti, gli stessi capelli e la stretta di mano dorata. I due uomini
sul sedile anteriore parlavano un misto di norvegese e svedese con una strana intonazione che ricordava
quella di clown del circo, venditori di coltelli, predicatori e cantanti di strada. Ma non avevano detto
molto. «Stai bene amico?», «Che tempo di merda, non trovi?», «Che bei vestiti, amico. Facciamo
cambio?» seguiti da risate cordiali. «Vuoi fumare, amico? Prendi una sigaretta russa, garantita micidiale,
ma ottima.» Altre risate. Neppure una parola su Raskol, né sulla loro destinazione. Che non si dimostrò
particolarmente lontano. Passarono il museo di Munch e presero una strada malandata fino a uno spiazzo
per il parcheggio davanti a un campo da football fangoso e deserto. Alla fine dello spiazzo c'erano tre
roulotte. Due grandi e nuove e una piccola e vecchia, senza ruote e piazzata su quattro blocchi grigi di
calcestruzzo. La porta di una delle due roulotte si aprì e Harry vide la silhouette di una donna. Dietro di
lei spuntarono delle teste di bambini. Harry ne contò cinque. Harry disse che non aveva fame e rimase
seduto in un angolo della roulotte osservando gli altri che mangiavano. Il cibo era servito dalla più
giovane delle due donne e fu consumato rapidamente senza tante cerimonie. I bambini osservavano
Harry spingendosi e ridendo. Lui ricambiò glisguardi cercando di sorridere, ma era esausto e
infreddolito. Ogni centimetro dei suoi quasi due metri era dolorante. Simon gli diede due coperte,
un'amichevole pacca sulle spalle e fece un cenno con la testa in direzione della roulotte. «Non è l'Hilton,
ma sarai al sicuro, amico.» Quel poco calore che Harry era riuscito ad accumulare svanì direttamente
quando entrò nella roulotte frigorifera a forma di uovo. Si era tolto le scarpe di Øystein che erano di
almeno un numero troppo piccole, si era massaggiato i piedi e aveva cercato di trovare spazio per le sue
gambe sul letto troppo corto. L'ultima cosa che ricordò era di aver cercato di togliersi i pantaloni bagnati.
«Hi hi hi.» Harry aprì gli occhi. Il piccolo volto bruno era sparito e adesso la risata proveniva dall'esterno,
attraverso la porta aperta da cui proveniva una striscia di luce che illuminava la parete e le fotografie alle
sue spalle. Harry si alzò sui gomiti e le guardò. Una ritraeva due ragazzi con le braccia intorno alle spalle
fermi davanti a una roulotte che sembrava proprio quella in cui si trovava in quel momento. I ragazzi
sembravano contenti. No, molto di più. Sembravano felici. Forse era per quello che Harry era riuscito a
malapena a riconoscere Raskol. Harry mise le gambe fuori dal letto e decise di ignorare il mal di testa.
Rimase seduto sul letto alcuni secondi per sentire se il suo stomaco teneva. Aveva patito il freddo peggio
del giorno prima, molto peggio. A un certo punto della cena la sera prima, era stato sul punto di chiedere
se avessero dell'acquavite, ma era riuscito a lasciar perdere. Forse adesso, dopo tanto tempo senza, il suo
corpo riusciva a sopportare meglio l'alcol. Ebbe la risposta quando uscì dalla roulotte. Dei bambini con
grandi occhi marroni lo fissavano meravigliati mentre vomitava appoggiato allo steccato. Si schiarì la
gola, sputò un paio di volte e poi si passò il dorso della mano sulla bocca, e quando si voltò Simon era lì
con ungrande sorriso sulle labbra come se vomitare fosse la cosa più naturale del mondo. «Vuoi
mangiare, amico mio?» Harry deglutì e annuì. Simon gli imprestò un vestito stropicciato, una camicia
pulita e un paio di occhiali da sole. Salirono sulla Mercedes e imboccarono Finnmarkgata. Si fermarono
al semaforo rosso a Carl Berners plass. Simon abbassò il finestrino e salutò un uomo, che stava fumando
un sigaro, fermo davanti a un chiosco. Harry aveva la sensazione di averlo visto in precedenza. E per
esperienza sapeva che quella sensazione spesso significava che la persona in questione compariva nei
registri della polizia. L'uomo si mise a ridere e disse qualcosa che Harry non afferrò. «Un conoscente?»
chiese Harry. «Un contatto» rispose Simon. «Un contatto» ripetè Harry e fissò l'auto della polizia che
stava aspettando il verde al lato opposto dell'incrocio. Simon svoltò a destra in direzione dell'ospedale di
Ullevål. «Dimmi» iniziò Harry. «Che tipo di contatti ha Raskol a Mosca che riescono a trovare una
persona in una città di venti milioni di abitanti» Harry fece schioccare le dita, «così? È la mafia russa?»
«Forse» rispose Simon ridendo. «A meno che non sia possibile trovare qualcuno che sia ancora più in
gamba a trovare le persone.» «KGB?» «Se ricordo bene, amico mio, il KGB non esiste più.» «Il nostro
esperto della Russia dei servizi segreti mi ha raccontato che gli uomini dell'ex KGB controllano ancora
tutto laggiù.» Simon scrollò le spalle. «Favori, amico mio. E favori ricambiati. Ecco di che cosa si tratta,
capisci.» «Credevo che fosse una questione di soldi.»«È quello che ti sto dicendo, amico mio.» Harry
scese a Sorgenfrigata, mentre Simon continuò in direzione di Sagene "per occuparsi di un piccolo
business". Harry controllò la strada. Un furgone passò lentamente. Aveva chiesto a Tess, la ragazza dagli
occhi marroni che lo aveva svegliato, di andare a comprare i due maggiori giornali di Oslo, ma non c'era
una sola parola sulla sua fuga. Questo non significava che in ogni auto di pattuglia della polizia non ci
fosse la sua fotografia. Harry raggiunse rapidamente il portone, infilò la chiave che Raskol gli aveva dato
e aprì lentamente. Non voleva fare il minimo rumore. Davanti alla porta dell'appartamento di Astrid
Monsen c'era un giornale. Una volta entrato nell'appartamento di Anna, chiuse la porta alle sue spalle e
tirò un sospiro di sollievo. "Non pensare a quello che stai cercando." C'era odore di chiuso. Andò nel
soggiorno. Niente era stato toccato dall'ultima volta che vi era stato. Particelle di polvere danzavano alla
luce del sole che filtrava dalla finestra e che illuminava i tre ritratti. Rimase a osservarli. C'era qualcosa di
stranamente noto in quelle teste deformate. Si avvicinò a uno dei ritratti e passò le dita sulla superficie
irregolare. Se gli stava parlando, non capiva quello che gli stava dicendo. Entrò in cucina. C'era puzza di
rifiuti e di grasso rancido. Aprì la finestra e controllò i piatti e le posate sul lavandino. Erano stati
sciacquati ma non lavati. Smosse i resti del cibo con una forchetta. Staccò un piccolo pezzo rosso dalla
salsa rafferma. Lo mise in bocca. Peperoncino japone. Dietro a una pentola c'erano due bicchieri da vino.
Sul fondo di uno c'era un sottile strato rosso, l'altro sembrava non essere stato usato. Harry lo portò al
naso ma sentì soltanto l'odore del vetro caldo. Di fianco ai due bicchieri da vino c'erano due bicchieri
normali. Trovò uno strofinaccio per poter alzare i bicchieri alla luce senza lasciare improntedigitali. Uno
era pulito, ma nel secondo c'era un deposito chiaro. Lo strofinò con un'unghia e la mise in bocca.
Zucchero. Con sapore di caffè. Coca-Cola? Harry chiuse gli occhi. Vino e Coca-Cola? No. Acqua e vino
a uno. E CocaCola e un bicchiere da vino non usato all'altro. Avvolse il bicchiere in un tovagliolo e lo
mise in tasca. Spinto da un impulso, andò nel bagno, svitò il coperchio del water e vi infilò una mano.
Niente. Harry riconobbe immediatamente il giovane dietro al bancone. «Buongiorno, sono della polizia»
disse Harry sperando che il giovane non gli chiedesse di fargli vedere la tessera che aveva lasciato nella
giacca a casa degli Albu a Slemdal. «Lo so» disse il giovane posando il giornale che stava leggendo. Per
un attimo, Harry fu colto dal panico. «Ricordo che sei stato qui a ritirare una chiave.» Il giovane sorrise
cordialmente. «Riconosco tutti i clienti.» Harry si schiarì la gola. «Sì, io non sono un vero cliente.» «Ah
sì?» «No, quella chiave non era per me. Ma non è per questo che...» «Deve esserlo stato» lo interruppe il
giovane. «Era una chiave speciale, no?» Harry annuì. Con la coda dell'occhio vide un'auto della polizia
passare per strada. «Sì, è proprio delle chiavi come quelle che volevo parlare. Mi chiedevo se una persona
qualunque può procurarsi chiavi come quelle. Una Trioving, per esempio.» «Impossibile» disse il
giovane con sicurezza. «Solo la Trioving può fare una copia che funziona. Così, l'unico modo di
procurarsela è falsificare l'autorizzazione scritta dall'amministrazione del condominio. Ma anche questo
non funzionerebbe, perché quando qualcuno viene a ritirare la chiave, noi chiediamo un documento di
identità e controlliamoil nome sulla lista che abbiamo dei proprietari degli appartamenti.» «Ma io ho
ritirato una chiave di quel tipo da te. Ed è stata un'altra persona a chiedermi di ritirarla.» Il giovane
aggrottò la fronte. «No, ricordo perfettamente che mi hai fatto vedere la tua tessera e che ho controllato il
nome. Che chiave ti ho dato?» Harry vide nello specchio dietro al bancone che la stessa auto della polizia
stava passando nella direzione opposta. «Lasciamo perdere. È possibile procurarsi una copia in qualche
altro modo?» «No. La Trioving accetta ordini soltanto da rivenditori autorizzati come noi. E, come ho
detto, noi controlliamo le liste e teniamo un registro di tutte le chiavi ordinate dai condomini. È un
sistema totalmente sicuro.» «Forse» disse Harry passandosi una mano sul viso. «Ho telefonato tempo fa e
sono venuto a sapere che una donna che abitava in Sorgenfrigata aveva avuto tre chiavi. Una è stata
trovata nel suo appartamento, l'altra l'aveva data a un elettricista che doveva eseguire una riparazione e la
terza è stata trovata da un'altra parte. Il problema è che io non credo che sia stata la donna a ordinare la
terza chiave. Puoi essere così gentile da controllare per me?» Il giovane scrollò le spalle. «È chiaro che
posso, ma perché non chiedi a lei direttamente?» «Perché qualcuno le ha sparato alla testa.» «Ah» disse il
giovane senza cambiare espressione. Harry rimase perfettamente immobile. Provava una strana
sensazione. Come una folata fredda dalla porta. Sufficiente per fargli rizzare i peli della nuca. Udì
qualcuno che si schiariva la gola. Non aveva sentito nessuno entrare. Senza girarsi cercò di vedere chi
fosse, ma l'angolazione non glielo permetteva. «C'è la polizia» disse una voce chiara e decisa dietro di
lui. Harry deglutì.«Sì?» disse il giovane dietro al bancone guardando al di sopra della spalla di Harry.
«Sono qui fuori» disse la voce. «Dicono che c'è stato un tentativo di scasso a casa di una donna anziana al
numero quattordici. Ha bisogno di una nuova serratura immediatamente, e la polizia chiede se possiamo
mandare qualcuno adesso.» «Vai tu con loro, Alf, non vedi che sono occupato?» Harry ascoltò
attentamente i passi che si allontanavano. «Anna Bethsen» udì se stesso sussurrare. «Puoi controllare se è
stata lei a ritirare tutte le chiavi?» «Non ce n'è bisogno, deve essere stata lei a farlo.» «Puoi controllare
ugualmente, per favore?» disse Harry chinandosi sul bancone. Il giovane sospirò profondamente e sparì
nel retro del negozio. Tornò poco dopo con un raccoglitore che posò sul bancone davanti a Harry.
«Controlla tu stesso» disse. «Lì, lì e lì.» Harry riconobbe le ricevute delle consegne, erano identiche a
quella che aveva firmato quando aveva ritirato la chiave per Anna. Ma tutte erano firmate con il nome di
Anna. Stava per chiedere dov'era finita la ricevuta con la sua firma, quando il suo sguardo cadde sulla
data. «Qui c'è scritto che l'ultima chiave è stata ritirata già ad agosto» disse. «Molto prima di quando
io...» «Sì?» «Grazie» disse abbassando lo sguardo. «Ho saputo quello che mi serviva.» Fuori si era alzato
il vento. Harry si fermò alla prima cabina telefonica. «Beate?» Al di sopra della torre di Sjømannsskolen,
due gabbiani si lasciavano portare dal vento. Sotto di loro, il fiordo di Oslo aveva assunto una luce
verdastra che non prometteva niente di buono. Sull'Ekeberg, si potevano distinguere due persone, due
puntini, sedute su una panca.Harry aveva finito il suo racconto su Anna Bethsen. Di quando si erano
incontrati. Dell'ultima notte di cui lui non ricordava nulla. Di Raskol. E Beate a sua volta aveva finito di
raccontargli la storia del computer portatile che era stato trovato nella sua cantina e che era stato
comprato tre mesi prima in un negozio Expert. Che la garanzia era a nome di Anna Bethsen. E che il suo
cellulare che era collegato al computer era quello che Harry aveva detto di aver perso. «Odio i versi dei
gabbiani» disse Harry. «È tutto quello che hai da dire?» «In questo momento, sì.» «Non dovrei essere
qui, Harry» disse Beate alzandosi. «E tu non avresti dovuto telefonarmi.» «Ma tu sei venuta» disse Harry
tentando invano di accendersi una sigaretta. «Questo significa che mi credi. Non è così?» Beate allargò le
braccia senza rispondere. «Io non so niente di più di quello che sai tu» spiegò Harry. «Non so neppure se
sono stato io a sparare ad Anna Bethsen.» I gabbiani scesero verso il basso e seguirono una corrente
ascensionale. «Raccontami ancora una volta quello che sai» disse Beate. «Io so che questo individuo
deve essere riuscito a procurarsi in qualche modo la chiave dell'appartamento di Anna in modo da poter
entrare e uscire durante la notte dell'omicidio. Quando se ne è andato ha portato via il computer portatile
di Anna e il mio cellulare.» «Perché il tuo cellulare è rimasto nell'appartamento?» «Deve essermi
scivolato di tasca nel corso della serata. Come ti ho detto, non ero del tutto sobrio.» «Dunque?» «Il suo
piano originale era semplice. Andare a Larkollen dopo aver ucciso Anna e lasciare la chiave che aveva
usato nella casa di campagna di Arne Albu. Con una piastrina con le iniziali AA, così non ci sarebbero
stati dubbi. Maquando ha trovato il mio cellulare, improvvisamente si è reso conto che il suo piano
poteva essere migliorato. In altre parole per far credere che avessi ucciso Anna per poi coinvolgere Arne
Albu. Così, ha usato il mio cellulare per sottoscrivere un abbonamento a Internet con un server in Egitto
e iniziare a inviarmi e-mail senza che fosse possibile risalire al mittente.» «E se fosse stato possibile le
e-mail avrebbero portato a...» «Al sottoscritto. In ogni caso sarei riuscito a scoprirlo soltanto quando
avessi ricevuto la prossima bolletta da Telenor. In verità neppure allora, visto che non le controllo mai.»
«O se avessi disdetto l'abbonamento quando hai perso il telefono.» Harry si alzò di scatto e iniziò ad
andare avanti e indietro. «La cosa più difficile è capire come ha fatto a entrare nella mia cantina. Non
avete trovato tracce di scasso e nessuno nella nostra casa farebbe entrare un estraneo. In altre parole,
aveva una chiave. Una sola chiave che può aprire il portone, la soffitta, la cantina e l'appartamento. E lo
stesso vale per la chiave dell'appartamento di Anna.» Harry si fermò e volse lo sguardo verso sud. Una
nave da carico con due grosse gru stava entrando nel fiordo. «A cosa stai pensando?» chiese Beate. «Mi
stavo chiedendo se potevi controllare alcuni nomi per me.» «Preferirei non farlo, Harry. Come ho detto,
non dovrei nemmeno essere qui.» «E poi mi stavo chiedendo come ti sei fatta quei lividi.» Beate portò
una mano al collo. «In palestra. Judo. C'è qualcos'altro?» «Sì, mi chiedevo se potevi portare questo a
Weber.» Harry prese il tovagliolo con il bicchiere dalla tasca. «Chiedigli di controllare le impronte
digitali e di confrontarle con le mie.» «Weber ha le tue impronte digitali?»«La scientifica ha le impronte
digitali di tutti quelli che lavorano sulla scena di un crimine. E chiedigli anche di analizzare cosa c'era nel
bicchiere.» «Harry.» «Per favore.» Beate sospirò e prese il tovagliolo con il bicchiere. «Låsesmeden AS»
disse Harry. «Che cos'è?» «Se dovessi cambiare idea, puoi controllare i nomi delle persone che lavorano
lì? È una piccola ditta specializzata in serrature di sicurezza.» Beate lo fissò rassegnata. «Se riesci almeno
a far controllare il bicchiere, mi basterà.» «E come potrò mettermi in contatto con te quando avrò avuto la
risposta da Weber?» «Vuoi veramente saperlo?» chiese Harry sorridendo. «Voglio sapere il minimo
indispensabile. Chiamami tu.» «Andiamo?» disse Harry. Beate non si mosse. «Che cosa c'è?» chiese
Harry «Quello che ha scritto» disse Beate. «Che solo chi ha sete di vendetta sopravvive. Tu ci credi,
Harry?» Harry era disteso sul letto nella roulotte. Il brusio del traffico in Finnmarkgata gli ricordava
quando era piccolo e lasciava la finestra aperta a Oppsal e cercava di contare le auto che passavano.
Quando d'estate era a casa del nonno nel silenzio di Åndalsnes, quella era la sola cosa che gli mancava.
Quel brusio continuo, che lo faceva addormentare e che veniva interrotto soltanto dall'occasionale
rumore di una moto con la marmitta guasta o dalle sirene delle auto della polizia in lontananza. Qualcuno
bussò alla porta. Era Simon. «Tess vuole che tu le racconti una fiaba prima di addormentarsi anche
domani» disse entrando. Harry le aveva raccontato la storia del canguro che aveva imparato a saltare
eche, come ricompensa, aveva avuto un bacio di buonanotte da tutti i bambini. Accesero ciascuno la
propria sigaretta. Harry indicò una fotografia sulla parete. «Raskol e suo fratello, non è così? Stefan, il
padre di Anna?» Simon annuì. «Dov'è Stefan adesso?» Simon scrollò le spalle e Harry capì che era un
argomento di cui non si parlava. «Dalle loro espressioni, si direbbe che erano buoni amici» disse Harry.
«Erano come gemelli siamesi, capisci. Amici. Giorgi è andato in prigione due volte al posto di Stefan.»
Simon si mise a ridere. «Vedo che sei sorpreso, amico mio. Devi capire che è una tradizione. È un onore
scontare la condanna per un fratello o per un padre, capisci.» «Ma non significa la stessa cosa per la
polizia.» «La polizia non vedeva alcuna differenza fra Giorgi e Stefan. Due fratelli zingari. Non era facile
per la polizia norvegese» Simon sorrise e offrì un'altra sigaretta a Harry. «Specialmente quando portano
una maschera.» Harry accese la sigaretta e decise di fare un tentativo alla cieca. «Che cosa è successo fra
loro due?» «Tu che cosa credi?» chiese Simon sbarrando drammaticamente gli occhi. «Una donna
naturalmente.» «Anna?» Simon non rispose, ma Harry capì che poteva insistere. «È stato perché Stefan
aveva disconosciuto Anna perché lei era andata con un Gadzo?» «Non è stato per via di Anna» disse
Simon spegnendo la sigaretta e alzandosi. «Ma Anna aveva una madre. Buonanotte, Spiuni.» «Ancora
una domanda.» Simon annuì. «Che cosa significa Spiuni?»Simon si mise a ridere. «E l'abbreviazione di
Spiuni gjerman "spia tedesca". Ma rilassati, amico mio, non è un insulto, qualche volta è usato anche
come nome per i bambini.» Poi, aprì la porta e se ne andò. Il vento si era calmato e ora tutto quello che si
sentiva era il brusio del traffico da Finnmarkgata. Eppure Harry non riuscì ad addormentarsi. Beate era
distesa sul letto e ascoltava le auto che passavano per strada. Quando era piccola era abituata ad
addormentarsi al suono della sua voce. Le avventure che suo padre le raccontava non erano ricavate da un
libro, ma si sviluppavano mentre parlava. Non erano mai completamente simili anche se alle volte
iniziavano allo stesso modo e i personaggi erano gli stessi. Due ladri cattivi, un papà gentile e una piccola
bambina coraggiosa. E le storie finivano sempre bene, con i due ladri in prigione. Beate non ricordava di
aver mai visto suo padre leggere. Quando diventò più grande, capì che suo padre soffriva di dislessia. «È
per questo che non ha potuto studiare da avvocato» le aveva detto sua madre. «Esattamente quello che
vogliamo che tu faccia.» Ma l'avventura non parlava di avvocati, e quando Beate le aveva detto che era
entrata nella scuola di polizia, sua madre si era messa a piangere. Beate sobbalzò. Qualcuno aveva
suonato. Sospirò profondamente e si alzò dal letto. «Sono io» disse una voce al citofono. «Ti ho detto che
non voglio più vederti» replicò Beate rabbrividendo. «Vattene.» «Me ne vado subito ma prima voglio
chiederti perdono. Non ero io. Non sono così. È solo che ho perso il controllo. Per favore, Beate. Soltanto
cinque minuti.» Beate esitò. La nuca era ancora dolorante e Harry aveva notato i lividi. «Ti ho portato un
regalo» disse la voce.Beate sospirò. In ogni caso, non avrebbe potuto evitare di incontrarlo. E poi era
meglio chiarire le cose lì piuttosto che farlo al lavoro. Spinse il pulsante, strinse la cintura
dell'accappatoio e aspettò sulla porta ascoltando i passi sulle scale. «Ciao.» Quando la vide sorrise. Un
perfetto sorriso alla David Hasselhoff.
        *** Capitolo 38. Gyrus Fusiforme.
        Tom Waaler le diede il regalo, ma si guardò bene dal toccarla perché aveva ancora l'espressione
di un'antilope spaurita che ha sentito l'odore di un predatore. Invece, le passò davanti e andò a sedersi sul
divano del soggiorno. Beate lo seguì, ma rimase in piedi. Tom Waaler si guardò intorno. L'appartamento
era arredato più o meno allo stesso modo di quelli delle giovani donne dove Waaler finiva regolarmente:
personale e originale, piacevole e noioso. «Non lo apri?» chiese. Beate ubbidì automaticamente. «Un cd»
disse perplessa. «Non un cd qualunque» spiegò Waaler. «Purple Rain. Mettilo e capirai.» La osservò
inserire il cd nel semplice lettore portatile che lei, come tutte le giovani donne della sua età chiamavano
impianto stereo. La signorina Lønn non era quello che si può chiamare bella, ma era carina a modo suo. Il
suo corpo non era gran che, poche forme da palpare. Ma era magro e in ottima forma. E gli era piaciuto
quello che aveva fatto con lei. In ogni caso le prime volte c'era andato piano. Sì, perché non c'era stata una
sola volta. Cosa strana a dire il vero, visto che non era proprio quella che si poteva definire il suo tipo. Ma
poi una sera, si era lasciato andare e aveva messo inatto tutto il suo programma. E Beate - come tutte le
altre donne che Waaler aveva incontrato - non era stata completamente al gioco. Cosa che, per quanto lo
riguardava aveva reso il tutto ancora più eccitante, ma che significava anche che non ci sarebbe stata una
volta successiva. Conclusione che per Waaler era del tutto okay. Ma Beate avrebbe dovuto essere felice.
Avrebbe potuto finire molto peggio per lei. Alcune sere prima quando erano a letto, improvvisamente,
Beate gli aveva detto dove lo aveva visto per la prima volta. «A Grunerløkka» aveva detto. «Era sera e tu
eri seduto in un'auto rossa. Per strada c'era tanta gente e il tuo finestrino era abbassato. È stato l'inverno
scorso.» Waaler era rimasto abbastanza sorpreso. Specialmente perché era la sola sera che ricordava di
essere stato a Grunerløkka. Quel sabato sera di quell'inverno in cui aveva fatto eliminare Ellen Gjelten.
«Ricordo tutti i volti» aveva detto Beate con un sorriso trionfante quando aveva notato la sua espressione
sorpresa. «Gyrus Fusiforme. E quella parte del cervello che ricorda le forme dei volti. Il mio è anormale.
Avrei dovuto andare a lavorare in un circo.» «Ah» aveva detto Waaler. «Cos'altro ti ricordi?» «Che stavi
parlando con una persona.» Waaler si era chinato su di lei e le aveva passato il pollice sul collo. Aveva
sentito le pulsazioni simili a quelle di una coniglietta spaurita. O forse erano le sue. «Allora, ricordi anche
il volto di quella persona?» aveva chiesto iniziando a pianificare. Qualcuno sapeva che lei era là quella
sera? Aveva mantenuto il segreto sulla loro relazione come le aveva chiesto? Aveva dei sacchi per i
rifiuti sotto al lavandino? Beate si era girata verso di lui con un sorriso sorpreso. «Che cosa vuoi dire?»
«Riconosceresti quella persona se, per esempio, vedessi una sua fotografia?» Beate lo aveva fissato a
lungo. Gli aveva sfiorato la guancia con un bacio.«Allora?» aveva detto Waaler tirando fuori dal
piumone l'altra mano. «No. Era di schiena.» «Ma ricordi quello che indossava? In caso ti fosse chiesto di
identificarlo, voglio dire.» Beate aveva scosso il capo. «Il Gyrus Fusiforme ricorda soltanto i volti. Il
resto del mio cervello è abbastanza normale.» «Ma ricordi il colore dell'auto dove ero seduto?» Beate si
era messa a ridere e gli si era stretta contro. «Deve voler dire che quello che ho visto mi è piaciuto.»
Waaler aveva tolto la mano dal suo collo. Due sere dopo aveva messo in scena l'intero show. E a Beate
non era piaciuto quello che aveva visto e sentito. E provato. «Dig if you will the picture of you and I
engaged in a kiss; the sweat of the body covers me.» Beate aveva abbassato il volume. «Che cosa vuoi?»
chiese Beate sedendosi sulla poltrona. «Quello che ti ho detto. Chiederti perdono.» «Bene, adesso lo hai
fatto. Così possiamo tirare una riga su tutto» disse Beate sbadigliando dimostrativamente. «Stavo
andando a letto, Tom.» Waaler sentì l'ira salire. Non quella rossa che acceca e che contorce tutto, ma
quella bianca che illumina e che dà chiarezza ed energia. «Bene, adesso parliamo di cose serie. Dov'è
Harry Hole?» Beate scoppiò a ridere. Prince continuava a cantare. Tom chiuse gli occhi, sentiva l'ira
crescere e scorrere nelle sue vene come acqua gelida rinfrescante. «Harry ti ha telefonato la sera in cui è
scomparso. Ti ha inviato diverse e-mail. Tu sei il suo contatto, l'unica persona della quale si fida al
momento. Dov'è?» «Sono veramente stanca, Tom» disse Beate alzandosi. «Se hai altre domande alle
quali non avrai risposta, suggerisco di parlarne domani.»Tom Waaler non si mosse. «Oggi ho avuto una
conversazione interessante con uno degli ispettori della prigione a Botsen. Harry è stato lì ieri sera,
proprio sotto al nostro naso, mentre metà della forza di pronto intervento era fuori a dargli la caccia.
Sapevi che Harry fa quello che Raskol vuole?» «Non so di che cosa stai parlando, né che cosa abbia a che
fare con me.» «Neppure io, ma ti consiglio di metterti a sedere un attimo, Beate. E ascoltare una piccola
storia che ti farà cambiare opinione su Harry e i suoi amici.» «La risposta è no, Tom.» «Neppure se tuo
padre figura in questa storia?» Waaler notò il tremolio del suo labbro inferiore e capì di essere sulla strada
giusta. «Io ho fonti che - come posso dire - non sono disponibili per i normali poliziotti, fonti che fanno sì
che io conosca la storia di quello che è successo quando tuo padre è stato ucciso a Ryen. E chi gli ha
sparato.» Beate lo fissò. Waaler si mise a ridere. «Non te lo aspettavi, non è così?» «Tu stai mentendo.»
«Tuo padre è stato ucciso con una Uzi, sei colpi al petto. Secondo il rapporto, è entrato nella banca per
negoziare anche se era solo e disarmato, ergo non aveva niente con cui negoziare. L'unica cosa che
poteva ottenere era di rendere i rapinatori nervosi e più aggressivi. Un errore enorme. Incomprensibile.
Specialmente perché tuo padre era una leggenda per via della sua professionalità. Ma in realtà non era
solo. Con lui c'era un collega. Un giovane ispettore dal quale ci si aspettava molto e all'inizio di una
brillante carriera. Ma non era mai stato sulla scena di una vera rapina, in ogni caso non una con rapinatori
armati. Quel giorno, aveva promesso di portare a casa tuo padre dopo il lavoro con la sua auto perché era
sempre pronto a ingraziarsi i suoi superiori. Così tuo padre arriva a Ryen in auto, ma nel
rapporto,qualcuno dimentica di scrivere che non è la sua auto. Perché la sua auto era nel vostro garage
quando tu e tua madre avete ricevuto la notizia della sua morte, non è così, Beate?» Waaler vide le vene
sul collo di Beate gonfiarsi. «Va' all'inferno, Tom.» «Adesso vieni a sederti e ascolta la piccola avventura
di papà» disse Waaler battendo il palmo della mano sul cuscino di fianco a lui. «Perché parlerò a voce
molto bassa e credo sinceramente che tu dovresti ascoltarmi.» Beate fece un passo in avanti, ma si fermò.
«Okay» riprese Waaler. «Quel giorno è successo che... che giorno era, Beate?» «Venerdì, 3 giugno alle
tre meno un quarto» sussurrò Beate. «Sì, giugno. Sentono la chiamata alla radio, la banca è vicina, vanno
lì e si mettono fuori dalla porta, armati. Seguono il libro di testo alla lettera e aspettano rinforzi o che i
rapinatori escano dalla banca. Il pensiero di entrare non li sfiora neppure. Almeno finché uno dei
rapinatori arriva sulla porta con un'arma puntata alla testa di un'impiegata della banca. Urla il nome di tuo
padre. Il rapinatore li ha visti e ha riconosciuto il commissario Lønn. Urla che non vuole fare del male
alla donna, ma che deve avere un ostaggio. Dice che se Lønn è disposto a prendere il posto della donna
per loro è okay. Ma prima deve lasciare la pistola ed entrare nella banca da solo per procedere allo
scambio. E tuo padre che cosa fa? Pensa. Deve pensare rapidamente. La donna è in stato di shock. Le
persone possono morire per lo shock. Pensa a sua moglie, tua madre. È un giorno di giugno, venerdì,
presto sarebbe iniziato il week-end. E il sole, il sole brillava, Beate?» Beate annuì. «Tuo padre pensa che
all'interno della banca deve fare caldo. Stress, disperazione. Allora decide. Che cosa decide? Che cosa
decide, Beate?» «Di entrare» sussurra Beate con il pianto in gola. «Entra» Waaler abbassò la voce. «Il
commissario Lønnentra e il giovane ispettore aspetta. Aspetta i rinforzi. Aspetta che la donna esca dalla
banca. Aspetta che qualcuno gli dica cosa deve fare, o che gli dica che è soltanto un sogno,
un'esercitazione e che può tornare a casa, perché è venerdì e il sole brilla. Invece sente...» Waaler fece un
rumore secco schioccando la lingua sul palato. «Tuo padre finisce contro la porta che si apre e lui cade
fuori a metà. Con sei pallottole nel petto.» Beate si accasciò sulla poltrona. «Il giovane ispettore vede il
commissario a terra e capisce che non si tratta di un'esercitazione. O di un sogno. Che i rapinatori
all'interno della banca hanno armi automatiche che hanno usato per uccidere un poliziotto a sangue
freddo. Ha studiato e ha avuto ottimi voti in psicologia. Ma qualcosa si è già rotto dentro di lui. E colto
dal panico che ha studiato così bene sui libri di testo. Salta sull'auto e parte. E continua a guidare finché
non arriva a casa e sua moglie, che ha sposato da poco, gli apre la porta infuriata perché è arrivato in
ritardo. E lui rimane lì fermo e si sorbisce la ramanzina e promette che non lo farà più e poi si mettono a
tavola e mangiano. Dopo, si siedono e guardano il telegiornale e il reporter parla di un poliziotto ucciso
durante una rapina. Tuo padre è morto.» Beate si nascose il viso fra le mani. Tutto era ritornato nella sua
mente. Tutto quel giorno. Con quel sole rotondo in quel cielo azzurro privo di nuvole. Anche Beate aveva
creduto che potesse essere un sogno. «Chi possono essere stati i rapinatori? Chi conosceva il nome di tuo
padre? Chi poteva sapere in che squadra lavorava, chi sapeva che dei due poliziotti lì fuori dalla banca
soltanto il commissario Lønn rappresentava un pericolo? Che poteva eliminarlo perché poi affrontare il
giovane ispettore terrorizzato sarebbe stato un gioco da ragazzi? Chi può essere, Beate?» Le lacrime
scorrevano fra le mani di Beate. «Ras...» bisbigliò.«Non ti ho sentita, Beate.» «Raskol.» «Sì, Raskol, e
solo lui. Il suo complice è su tutte le furie. "Siamo rapinatori, non assassini" gli dice. Ed è stato così
stupido da dirgli che si sarebbe costituito e che lo avrebbe denunciato. Per sua fortuna ha avuto il tempo
di scappare all'estero prima che Raskol lo trovi.» Beate singhiozzava. Waaler rimase in attesa. «E sai qual
è il lato più comico di tutta questa storia? È che tu ti sei lasciata ingannare dall'assassino di tuo padre.
Precisamente come ha fatto lui.» Beate alzò la testa. «Che cosa, che cosa vuoi dire?» Waaler scrollò le
spalle. «Siete andati a chiedere a Raskol di indicarvi un assassino. Lui sta cercando la persona che ha
minacciato di denunciarlo perché è stato testimone di un caso di omicidio. E Raskol che cosa fa?
Naturalmente vi indica quella persona.» «Lev Grette?» disse Beate asciugandosi le lacrime. «Perché no?
Così potevate aiutare Raskol a trovarlo. Ho letto che avete trovato Grette appeso a una corda. Che si era
suicidato. Non ci giurerei. Non mi stupirebbe che Raskol sia arrivato prima di voi.» Beate si schiarì la
gola. «Tu dimentichi alcuni dettagli. Per prima cosa abbiamo trovato una sua lettera di addio. Lev non ha
lasciato molte lettere scritte di suo pugno, ma io ho parlato con suo fratello che ha trovato alcuni quaderni
di scuola di Lev e li ho portati a Jean Hue, il nostro esperto di calligrafia, che ha confermato che la lettera
era di Lev. In secondo luogo, Raskol è in prigione, si è costituito volontariamente. Non mi sembra che sia
l'uomo capace di uccidere per evitare una condanna di omicidio.» Waaler scosse il capo. «Tu sei una
ragazza che usa il cervello rapidamente, ma proprio come tuo padre non sei dotata in psicologia, non
capisci come funziona il cervello di un criminale. Raskolnon è in prigione, è soltanto un ospite
temporaneo a Botsen. Una condanna per omicidio cambierebbe le cose radicalmente. Nel frattempo, tu lo
stai proteggendo. Così come il tuo amico, Harry Hole.» Waaler si chinò in avanti e le mise una mano sul
braccio. «Scusami se ti ho fatto male, ma adesso sai come sono andate le cose, Beate. Tuo padre non ha
commesso nessun errore e Harry ha collaborato con la persona che lo ha ucciso. Allora, che cosa
facciamo, lo cerchiamo insieme?» Beate chiuse gli occhi, versò le ultime lacrime. Poi li riaprì. Waaler le
porse un fazzoletto e lei lo prese. «Tom» disse. «Devo spiegarti una cosa.» «Non devi» mormorò Tom
accarezzandole la mano. «Capisco. È una questione di conflitto di lealtà. Pensa solo a quello che tuo
padre avrebbe fatto. Professionalità o no.» Beate lo fissò pensierosa. Poi, annuì lentamente. Sospirò. In
quello steso istante il telefono squillò. «Non rispondi?» chiese Waaler dopo tre segnali. «E mia madre»
disse Beate. «Le telefonerò fra trenta secondi.» «Trenta secondi?» «È il tempo di cui ho bisogno per
spiegare che so dov'è Harry, e che tu sei l'ultima persona alla quale lo direi» concluse ridandogli il
fazzoletto. «E adesso, rimetti le scarpe e vattene.» Tom Waaler sentì l'ira attraversare il suo corpo dalla
punta dei piedi alla nuca. Gli ci vollero soltanto pochi secondi per godersi quella sensazione prima di
afferrarla con un braccio e metterla sotto di sé. Beate si dibatté e cercò di liberarsi, ma Waaler sapeva che
stava sentendo la sua erezione e che le sue labbra chiuse si sarebbero presto aperte. Dopo sei segnali,
Harry posò il ricevitore e uscì dalla cabina per lasciar entrare la ragazza che era in attesa. Voltò le spalle
a Kjølberggata e al vento, accese una sigaretta e soffiò il fumo in direzione dello spiazzo del parcheggio
e delle roulotte. In verità era una situazione comica. Eccolo lì, apoca distanza dalla sede della squadra
scientifica e della centrale di polizia da un lato e dalle roulotte dall'altro. Con indosso un vestito da
zingaro. Ricercato. Ce n'era abbastanza per morire dalle risate. Harry sussultò e si voltò di scatto. Aveva
visto con la coda dell'occhio un'auto della polizia nel traffico sulla strada poco lontana. Non era riuscito
ad addormentarsi e non se l'era sentita di rimanere disteso a letto mentre il tempo lavorava contro di lui.
Gettò la sigaretta a terra, la spense con il tallone della scarpa e proprio mentre si stava avviando vide che
la cabina telefonica era nuovamente libera. Guardò l'orologio. Mancava poco a mezzanotte, strano che
non fosse in casa. Forse stava dormendo e non era riuscita ad arrivare in tempo al telefono. Harry
compose nuovamente il numero. Rispose al primo segnale. «Beate.» «Sono Harry. Ti ho svegliata?»
«Sì.» «Scusa. Ti richiamo domani?» «No, hai fatto bene a telefonare adesso.» «Sei sola?» Seguì una
pausa. «Perché me lo chiedi?» «Mi è sembrato... No, scordatelo. Hai notizie?» Sentì che Beate deglutiva
come se cercasse di riprendere fiato. «Weber ha controllato le impronte digitali sul bicchiere. Sono quasi
tutte tue. Le analisi del contenuto dovrebbero essere pronte fra qualche giorno.» «Bene.» «Per quanto
riguarda il computer portatile nella tua cantina, hanno trovato un programma Ilie che permette di
preinserire le date e le ore delle e-mail che vengono inviate. L'ultimo cambiamento al programma è stato
fatto il giorno stesso della morte di Anna Bethsen.» Harry non sentiva più il vento gelido.«Questo
significa che le e-mail che hai ricevuto erano pronte nel computer quando è stato piazzato nella tua
cantina» disse Beate. «Questo spiega perché il tuo vicino pakistano lo ha visto nella cantina per così tanto
tempo.» «Vuoi dire che è stato nella cantina e ha funzionato da solo?» «Con il computer e il cellulare
collegati in rete lo ha potuto fare benissimo.» «Che mi venga un colpo» disse Harry battendo il palmo
della mano sulla fronte. «Questo deve significare che la persona che ha preprogrammato il computer
aveva previsto come si sarebbero svolti i fatti. Che tutta questa storia non è stata altro che un teatrino
delle marionette. E noi le marionette.» «Sembra proprio così. Harry?» «Sono qui. Devo solo cercare di
mettere insieme il tutto. Voglio dire che devo dimenticarlo per un po', è troppo tutto d'un colpo. Com'è
andata con il personale della ditta di serrature di sicurezza?» «Che cosa ti fa credere che abbia
controllato?» «Niente. Almeno prima che tu mi avessi detto quello che mi hai detto ora.» «Io non ho detto
niente.» «No, ma lo hai detto con un tono di voce promettente.» «Davvero?» «Hai scoperto qualcosa, non
è così?» «Ho scoperto qualcosa.» «Per favore.» «Ho telefonato alla ditta e sono riuscita a farmi mandare
la lista del personale che lavora lì. Ci sono quattro dipendenti a tempo pieno e due part-time. Ho
controllato nei nostri registri. Cinque di loro sono completamente puliti. Ma il sesto...» «Sì?» «Ci sono
diverse pagine su di lui. Per lo più droga. È stato arrestato per smercio di eroina e morfina, ma è stato
condannato soltanto per il possesso di hashish. Inoltre è stato dentro per furto con scasso e per due rapine
pesanti.» «Violente?»«Durante una delle due rapine ha usato una pistola. Non ha sparato, ma la pistola
era carica.» «Perfetto. E il nostro uomo. Sei un angelo, Beate. Come si chiama il nostro uomo?» «Alf
Gunnerud, trentadue anni, celibe. L'indirizzo è Thor Olsens gate 9. Sembra che viva da solo.» «Ripeti il
nome e l'indirizzo.» Beate lo fece. «È incredibile come Gunnerud possa essere stato assunto da una ditta
di serrature di sicurezza con il suo passato.» «Il proprietario della ditta è un certo Birger Gunnerud.»
«Allora capisco. Sei sicura che tutto vada bene?» Pausa. «Beate?» «È tutto okay, Harry. Che cosa hai in
mente di fare?» «Sto pensando di andare nel suo appartamento per vedere se trovo qualcosa di
interessante. Se posso, ti telefonerò dal suo appartamento così potrai mandare un'auto per fare in modo
che le prove siano prese in maniera ufficiale.» «Quando pensi di andarci?» «Perché?» Nuova pausa. «Per
fare in modo di esserci quando telefoni.» «Domani mattina alle undici. Spero che a quell'ora tu sia al
lavoro.» Dopo avere riagganciato, Harry uscì dalla cabina e alzò lo sguardo verso il cielo della notte che
si stendeva sulla città come una cupola. Aveva sentito la musica nel sottofondo. Appena udibile. Ma
sufficientemente. I only want to see you bathing in the purple rain. Rientrò nella cabina, mise un'altra
moneta e compose il 1881. «Vorrei il numero di telefono di Alf Gunnerud.» Il taxi avanzava lentamente,
come un pesce nero nella notte, attraverso incroci, sotto a lampioni e insegne che indicavano il
centro.«Non possiamo continuare a incontrarci in questo modo» disse Øystein. Alzò lo sguardo sullo
specchietto retrovisore e vide che Harry stava infilandosi lo spesso maglione nero che gli aveva portato
da casa. «Ti sei ricordato il piede di porco?» chiese Harry. «E nel bagagliaio. E se quell'individuo è in
casa?» «Normalmente, le persone che sono in casa rispondono al telefono.» «Ma pensa se torna mentre tu
sei nell'appartamento?» «Allora facciamo come ho detto: due segnali brevi.» «D'accordo, d'accordo, ma
io non so che aspetto ha.» «Un uomo sulla trentina, ti ho detto. Se vedi uno così entrare al numero 9, usa
il clacson.» Øystein fermò l'auto sotto a un cartello di divieto di sosta sulla strada stretta e poco pulita che
a pagina 265 di una guida della città veniva descritta come «la via grigia e poco interessante sempre
intasata di auto che viene chiamata Thor Olsens gate». Ma quella sera era la via perfetta per Harry. Visto
il rumore, le auto che passavano e il buio nessuno avrebbe notato il taxi che rimaneva in attesa. Harry
fece scivolare il piede di porco nella manica della giacca di pelle e si avviò rapidamente. Con un senso di
sollievo, vide che sul citofono del numero 9 c'erano almeno venti campanelli. Gli avrebbero dato diverse
possibilità di bluffare in caso non avesse avuto successo al primo tentativo. Il nome di Alf Gunnerud era
il penultimo a destra. Alzò lo sguardo sulla facciata. Le finestre al quinto piano erano spente. Harry suonò
il primo campanello. Una voce sonnolenta di donna rispose. «Salve, devo andare da Alf» disse Harry.
«Ma come al solito ascolta la musica a tutto volume e non sente il campanello. Alf Gunnerud, al quinto
piano. Puoi aprirmi per favore?» «È mezzanotte passata.» «Chiedo scusa, signora, ma dirò ad Alf di
abbassare la musica.» Harry aspettò, poi sentì lo scatto della serratura.Salì le scale tre gradini alla volta.
Arrivato al quinto piano si fermò e rimase in ascolto, ma udì soltanto il battito del proprio cuore. Poteva
scegliere fra due porte. Su di una c'era un pezzo di carta fissato con nastro adesivo trasparente e con il
nome Andersen scritto a penna, sull'altra non c'era nulla. Era il momento più critico del suo piano. Se si
fosse trattato di una serratura normale, avrebbe potuto forzarla senza svegliare tutta la casa, ma se Alf
avesse scelto una serratura di sicurezza, allora Harry avrebbe avuto un problema: controllò la porta
attentamente. Nessuna serratura di sicurezza, soltanto una normale Yale. Quello che gli inglesi chiamano
"un gioco da ragazzi". Harry alzò la manica della giacca di pelle e fece scivolare il piede di porco in
mano. Esitò un attimo prima di infilarlo poco sotto alla serratura. Era quasi troppo facile. Ma non aveva
tempo di pensare e non aveva scelta. Invece di cercare di rompere la porta, fece forza verso i cardini in
modo da poter infilare la carta di credito di Øystein nella serratura a scatto. Fece leggermente forza sul
piede di porco e spinse la suola della scarpa contro il bordo inferiore. I cardini della porta cigolarono,
quando diede un colpo secco con il piede di porco e fece scivolare la carta di credito verso di sé. La porta
si aprì, Harry entrò e la richiuse dietro di sé. Udì il brusio di un frigorifero e il suono di una risata forzata
dal televisore del vicino. Harry rimase fermo cercando di respirare con calma mentre aspettava che i suoi
occhi si abituassero al buio. Poteva sentire il rumore delle auto che passavano in strada e uno spiffero
d'aria fredda, entrambe le cose indicavano che le finestre dell'appartamento erano vecchie. Ma il fatto più
importante era che nessun rumore indicava che qualcuno fosse in casa. Trovò l'interruttore della luce. Il
vestibolo aveva definitivamente bisogno di essere ritinteggiato. Il soggiorno necessitava un rinnovo
completo. La cucina avrebbe dovuto essere messa al bando. E quello che c'era in quell'appartamento
spiegava la mancanza di misure di sicurezza. O più correttamente,quello che non c'era nell'appartamento.
Perché Alf Gunnerud non aveva niente, neppure un impianto stereo su cui abbassare il volume. Tutto
quello che faceva credere che qualcuno vivesse lì erano due sedie pieghevoli, un tavolo dipinto di verde
nel soggiorno, indumenti sparsi un po' dovunque e un letto con un piumone senza fodera. Harry infilò i
guanti di gomma che Øystein aveva portato con sé e portò una delle sedie nel vestibolo. La mise di fronte
a una serie di armadietti che arrivavano a un'altezza di tre metri, smise di pensare e salì cautamente sulla
sedia. In quello stesso momento il telefono squillò, Harry mise un piede in fallo, la sedia si capovolse e
lui rovinò sul pavimento. Tom Waaler aveva dei cattivi presagi. La situazione mancava dei presupposti
che cercava sempre di avere. Dato che la sua carriera e il suo futuro non erano solo nelle sue mani, ma
anche in quelle delle persone con le quali si alleava, il fattore umano era un rischio che doveva sempre
tenere in considerazione. E i cattivi presagi derivavano dal fatto che per il momento non poteva fidarsi né
di Beate Lønn, né di Rune Ivarsson o - e questa era la cosa più seria - della sua fonte di introito più
importante: Il Fante. Quando era venuto a sapere che il sindaco aveva iniziato a fare pressioni sul capo di
polizia perché lo Speditore fosse catturato al più presto dopo la rapina alla banca in Grønnladleiret, Tom
aveva detto al Fante di mettersi al sicuro. A Pattaya c'era la più grande comunità di criminali ricercati del
mondo occidentale e si trovava solo a poche ore di auto da Bangkok. Come turista, il Fante si sarebbe
confuso con la massa. Il Fante aveva soprannominato Pattaya "la Sodoma dell'Asia", per questo, Waaler
non riusciva a capire perché fosse improvvisamente tornato a Oslo affermando che non ce la faceva più a
rimanere lì. Waaler si fermò al semaforo rosso a Uelandsgate e mise la freccia a sinistra. Cattivi presagi.
Il Fante aveva fatto l'ultima rapina senza avvertirlo e quello era una grave violazione delle regole. Forse
era necessario fare qualcosa.Poco prima, gli aveva telefonato a casa senza ricevere una risposta. Poteva
significare tutto e niente. Era possibile che fosse nella casa di campagna a Tryvann intento a pianificare i
dettagli della rapina al furgone portavalori di cui gli aveva parlato. O che stesse controllando
l'attrezzatura: gli indumenti, le armi, la radio della polizia, i disegni. Ma poteva anche significare che
avesse sforato e che fosse seduto in un angolo di casa sua con una siringa conficcata nell'incavo del
braccio. Waaler guidava lentamente nella stretta via sporca dove il Fante abitava. Un taxi era in attesa al
lato opposto della strada. Waaler alzò lo sguardo verso le finestre dell'appartamento. Strano, una era
illuminata. Se il Fante aveva ricominciato a drogarsi, si sarebbe scatenato l'inferno. Tom non avrebbe
avuto difficoltà a entrare nell'appartamento, sulla porte c'era soltanto una stupida serratura. Guardò
l'orologio. La visita a Beate lo aveva eccitato. Decise di guidare intorno al quartiere e di fare alcune
telefonate e aspettare per vedere che cosa sarebbe successo. Waaler alzò il volume del lettore cd. Prince.
Accelerò, girò il volante e imboccò Ullevålsveien. Harry era seduto sulla sedia pieghevole con la testa fra
le mani, un fianco dolorante e senza la minima prova che Alf Gunnerud fosse l'uomo che cercava. Erano
bastati venti minuti per controllare l'appartamento, e questo gli faceva pensare che in verità, Gunnerud
abitasse da qualche altra parte. Nel bagno, Harry aveva trovato uno spazzolino, un tubetto di dentifricio
alla fine dei suoi giorni e un pezzo di sapone anonimo sul lavandino. E anche un asciugamano che in un
passato molto lontano doveva essere stato bianco. E quella era la sua unica possibilità. Harry provava il
desiderio di piangere. Di sbattere la testa contro la parete. Di rompere il collo di una bottiglia di Jim
Beam contro il bordo del lavandino e di bere il bourbon insieme alle schegge di vetro. Perché Gunnerud
doveva essere il suo uomo. Considerati tutti gli indizi, statisticamentedoveva esserlo più di chiunque
altro; le sue condanne e il possesso di armi nel suo passato, la ditta dove lavorava e la possibilità di
procurarsi qualsiasi chiave, come quella dell'appartamento di Anna. E anche quella dell'appartamento di
Harry. Harry andò alla finestra. Pensò a come era stato trascinato nel manoscritto del percorso di un
pazzo dall'inizio alla fine. Ma non c'erano più istruzione o dialogo. La luna apparve da uno squarcio fra le
nuvole come una pastiglia al fluoro succhiata a metà, ma neppure lei poteva dargli sollievo. Chiuse gli
occhi. Si concentrò. Che cosa aveva visto in quell'appartamento che poteva aver attirato la sua
attenzione? Cosa gli era sfuggito? Andò di stanza in stanza con la mente, centimetro per centimetro.
Dopo tre minuti si arrese. Niente da fare. Lì, non c'era nulla. Controllò che tutto fosse come lo aveva
trovato e spense la luce nel soggiorno. Andò nel bagno, si mise davanti al water e tirò giù la cerniera.
Aspettò. Buon Dio, non riusciva neppure a urinare. Ma poi il liquido caldo iniziò a scorrere, e Harry
sospirò stancamente. Tirò l'acqua e in quello stesso momento si irrigidì. Aveva udito il suono di un
clacson frammisto a quello dell'acqua che scrosciava? E rieccolo. Un segnale breve dalla strada.
Gunnerud stava arrivando! Era arrivato alla porta quando si ricordò. Perché, naturalmente gli venne in
mente soltanto in quel momento. Quando era troppo tardi. Lo scroscio dell'acqua. Dio onnipotente. La
pistola. «È il mio posto preferito.» «Merda, merda!» Harry corse nel bagno, alzò la leva e iniziò a svitare
freneticamente. La filettatura arrugginita apparve. «Più veloce» bisbigliò girando la mano con il cuore
che batteva all'impazzata, ma la maledetta barra girava in tondo senza alcuna intenzione di staccarsi. Udì
il portone sbattere nell'entrata. Finalmente la barra si staccò. Harry mise la mano nell'acqua che stava
salendo. Passò le dita sull'interno viscido. Niente. Merda! Alzò il coperchio. Ed eccola lì fissata con il
nastro adesivo. Respirò profondamente. La chiaveche conosceva a memoria. Era la chiave che apriva il
portone principale, la porta sul retro, quella del suo appartamento e quella della sua cantina. La fotografia
fissata di fianco era altrettanto nota. La fotografia sparita da sopra allo specchio. Søs sorrideva e Harry
cercava di essere serio. Abbronzati e felicemente innocenti. Ma al contrario, Harry non conosceva la
polvere bianca nel sacchetto di plastica fissato con spesso nastro adesivo nero, ma era pronto a
scommettere una buona somma che si trattava di diacetylmorfin, più conosciuta come eroina. Tanta
eroina. Abbastanza per almeno sei anni senza condizionale. Harry non toccò nulla, rimise il coperchio e
iniziò ad avvitare rimanendo in ascolto allo stesso tempo. Come Beate gli aveva fatto presente, qualsiasi
prova non avrebbe avuto valore se Harry le avesse trovate senza un mandato di perquisizione. Quando
finì, si affrettò verso la porta. Non aveva altra scelta, la aprì e uscì sul pianerottolo. Udì passi lenti sulle
scale. Chiuse la porta con cautela e si chinò sulla balaustra guardando in basso. In cinque secondi lo
avrebbe scoperto. Con tre lunghi passi verso il sesto piano sarebbe sparito dalla vista. Quando vide Harry
seduto su di uno scalino, il giovane uomo si fermò di colpo. «Ciao, Alf» disse Harry guardando
l'orologio. «Ti stavo aspettando.» Il giovane lo fissò con gli occhi sbarrati. Il suo viso lentigginoso
inquadrato da una pettinatura alla Liam Gallagher non sembrava quello di un assassino che uccide a
sangue freddo, ma piuttosto quella di un ragazzo che aveva paura di prendere altre botte. «Che cosa
vuoi?» chiese con un filo di voce. «Voglio che tu venga con me alla centrale di polizia.» Il giovane reagì
immediatamente, mise una mano sulla balaustra e saltò sul mezzo pianerottolo al di sotto. «Aspetta!»
urlò Harry. Ma il giovane era già sparito dalla vista. Il tonfo dei suoi piedi che colpivano ogni cinque o sei
scalini echeggiava nella tromba delle scale.«Gunnerud!» Come risposta, Harry udì soltanto il portone
sbattere. Mise automaticamente la mano in tasca prima di ricordarsi che aveva finito le sigarette. Si alzò
e iniziò a scendere lentamente le scale. Tom Waaler abbassò la musica, prese il cellulare di tasca, spinse
la cornetta verde e lo portò all'orecchio. Udì qualcuno che respirava affannosamente e il rumore del
traffico. «Pronto» disse la voce dopo qualche secondo. «Sei tu?» Era il Fante. E si capiva che aveva
paura. «Che cosa succede?» «Oh Dio, sei tu. È un disastro. Devi aiutarmi. Adesso.» «Io non devo fare
niente. Rispondi alla mia domanda.» «Ci hanno scoperti. Quando sono arrivato a casa, c'era un poliziotto
che mi aspettava sul pianerottolo.» Waaler si fermò davanti a un passaggio pedonale in Ringveiern, un
vecchio stava attraversando la strada con passo incerto. Con una lentezza esasperante. «Che cosa
voleva?» chiese Waaler. «Che cosa credi? Voleva arrestarmi ovviamente.» «E perché non ti ha
arrestato?» «Sono stato più veloce di lui. Sono corso via subito. Ma sono alle mie calcagna, ho visto tre
auto della polizia passare per strada, mi ascolti? Se tu non mi aiuti...» «Non gridare. Dove sono gli altri
poliziotti?» «Ne ho visto uno solo, poi sono corso via.» «E te la sei cavata così facilmente? Sei veramente
sicuro che fosse un poliziotto?» «Sì, sono sicuro che era lui.» «Lui chi?» «Harry Hole. È venuto di nuovo
in negozio di recente.» «Perché non me lo hai detto?» «Noi ripariamo serrature! I poliziotti vanno e
vengono nel negozio.» Il verde scattò. L'auto davanti non si mosse. Waaler usò il clacson.«Ne parleremo
dopo. Dove sei adesso?» «Sono in una cabina telefonica davanti al tribunale» disse il giovane con una
risata nervosa. «E il posto non mi piace per niente.» «C'è qualcosa nel tuo appartamento che non
dovrebbe essere lì?» «L'appartamento è pulito. Tutta l'attrezzatura è nella casa di campagna.» «E tu?
Anche tu sei pulito?» «Sai benissimo che lo sono. Allora, vieni oppure no? Non riesco a smettere di
tremare.» «Rilassati» disse Waaler calcolando quanto tempo ci avrebbe impiegato. Tryvann. La centrale
di polizia. Centro città. «Considerala come una rapina in banca. Quando arrivo ti darò una pastiglia.» «Ti
ho detto che ho smesso» disse Gunnerud incerto. «Non sapevo che andassi in giro con le pastiglie in
tasca, Principe.» «Sempre.» Pausa. «Che cos'hai?» «Mothers Arms. Rohypnol. Hai la pistola Jericho che
ti ho dato?» «Sempre.» «Bene. Allora ascoltami attentamente. Ci troviamo al molo a est di Havnelageret.
Sono un po' lontano e mi ci vorranno quaranta minuti.» «Che cosa diavolo stai dicendo? Devi venire qui,
dannazione! Adesso!» Waaler rimase in ascolto del respiro pesante senza rispondere. «Se mi prendono, ti
trascinerò con me, spero che tu lo capisca, Principe. Se posso cavarmela a buon mercato, parlerò, non
sono disposto a pagare qualcosa per te se tu non...» «Si direbbe che ti lasci prendere dal panico troppo
facilmente. E in questo momento non ne abbiamo bisogno. Chi mi dice che non sei già stato arrestato e
che questa è unatrappola per coinvolgermi? Devi essere solo e devi aspettarmi sotto a un lampione così
potrò vederti bene, quando arrivo.» «Merda! Merda!» «Allora?» «D'accordo. Okay. Porta le pastiglie.
Merda!» «Havnelageret fra quaranta minuti. Sotto al lampione.» «Non arrivare in ritardo.» «Aspetta, c'è
altro. Parcheggerò un po' più lontano e quando te lo dirò, alzerai la pistola in aria così potrò vederla.»
«Perché? Sei paranoico, o cosa?» «Diciamo che la situazione è un po' complicata al momento e io non
voglio correre alcun rischio. Tu fai soltanto quello che ti dico.» Waaler spense il cellulare e guardò
l'orologio. Alzò il volume al massimo. Chitarre. Un suono eccezionale. Folle. Entrò in un distributore di
benzina. Bjarne Møller entrò nell'appartamento e si guardò intorno. «Posto accogliente, non trovi?» disse
Weber. «Una vecchia conoscenza, se ho capito bene?» «Alf Gunnerud. In ogni caso, siamo nel suo
appartamento. Abbiamo rilevato un sacco di impronte e presto sapremo se sono le sue. I vetri» disse
Weber indicando un giovane agente che stava passando un pennello sui vetri della finestra. «Le migliori
impronte si rilevano sempre lì.» «Dato che avete iniziato a rilevare le impronte, presumo che abbiate
trovato altro.» Weber indicò un sacchetto di plastica che era su una coperta insieme ad altri oggetti.
Weber si accovacciò e mise un dito nella sostanza bianca. «Eroina. Deve essercene almeno mezzo chilo.
E questa cos'è?» «Una fotografia di due bambini che non abbiamo ancora identificato. E una chiave di
una serratura di sicurezza Trioving che, in ogni caso, non è quella di questo appartamento.»«Sì, è una
Trioving e non sarà difficile sapere chi è il proprietario. C'è qualcosa di familiare nel ragazzo sulla
fotografia.» «L'ho pensato anch'io.» «Gyrus Fusiforme» disse la voce di una donna dietro di loro.
«Signorina Lønn» disse Møller sorpreso. «Che cosa ci fa qua una rappresentante dell'antifurti?» «Sono
stata io a ricevere l'informazione che qui c'è eroina. E sono stata io a chiedere che venissi.» «Dunque, hai
un informatore anche nel giro della droga?» «I rapinatori e i drogati formano un'unica grande famiglia.»
«Chi è l'informatore?» «Non so. Mi ha telefonato a casa dopo che sono andata a letto. Non ha voluto
dirmi né il suo nome, né come faceva a sapere che ero nella polizia. Ma era talmente concreta e
dettagliata che l'ho presa seriamente e ho telefonato al pm.» «Droga. Condannato in precedenza. Rischio
che le prove potessero essere distrutte. Ti ha dato l'okay immediatamente, presumo?» disse Møller. «Sì.»
«Ma continuo a chiedermi perché mi è stato chiesto di venire qui.» «Perché l'informatore mi ha detto che
sarebbe stato opportuno.» «Guarda, guarda.» «Alf Gunnerud ha conosciuto Anna Bethsen intimamente.
Sia come amante sia come spacciatore. Almeno finché lei non lo ha scaricato quando ha conosciuto un
altro uomo mentre Gunnerud era in prigione. Che cosa mi dici adesso, Møller?» Møller la fissò. «Dico
che mi rende felice» rispose senza cambiare espressione. «Più di quanto tu non possa immaginare.»
Continuò a fissarla finché Beate non fu costretta ad abbassare lo sguardo.«Weber» disse poi. «Fai
sigillare l'appartamento e chiama tutto il personale disponibile. Abbiamo un bel po' di lavoro da fare.»
         *** Capitolo 39. Glock.
         Stein Thommesen lavorava da due anni come agente. «Chi è l'uomo che dobbiamo andare ad
arrestare?» «Mentre stavo tornando a casa ho sentito alla radio che c'è stato un sequestro di eroina in Thor
Olsens gate. Un certo Alf Gunnerud.» «Sì, l'ho sentito anch'io. Quasi mezzo chilo.» «E poco dopo, un
tipo mi ha telefonato e mi ha informato di aver visto Gunnerud giù a Havnelageret.» «Non c'è che dire, gli
informatori sono in piena attività questa notte. Anche l'eroina è stata trovata in seguito a una telefonata
anonima. Può essere una coincidenza, ma è strano che due informatori anonimi...» «Forse è la stessa
persona» lo interruppe Waaler. «Forse si tratta di qualcuno che vuole vendicarsi di Gunnerud, qualcuno
che ha fregato o qualcosa di simile.» «Forse.» «Dunque, tu vuoi diventare investigatore» disse Waaler e
Thommesen ebbe l'impressione di udire un tono di irritazione nella sua voce. «Sì, ti capisco. E un lavoro
del tutto diverso. Hai già pensato in quale sezione?» «Nell'anticrimine» disse Thommesen. «Oppure
nell'antifurti. Non la buoncostume, penso.» «No, è chiaro. Eccoci arrivati.» L'auto scivolò in uno spiazzo
buio costeggiato da file di container impilati e un grande edificio rosa sul fondo. «Dalla descrizione che
ho avuto deve essere quel tipo laggiù sotto a quel lampione» disse Waaler. «Dove?» chiese Thommesen
socchiudendo gli occhi.«Laggiù vicino a quell'edificio.» «Diavolo che vista!» «Sei armato?» chiese
Waaler rallentando. «Non mi hai detto di...» disse Thommesen fissandolo sorpreso. «Nessun problema.
Tu rimani nell'auto così potrai chiamare rinforzi in caso quel tipo ci crei dei problemi, okay?» «Okay. Sei
sicuro che non dovremmo chiedere rinforzi adesso?» «Non c'è tempo» disse Waaler accendendo gli
abbaglianti e fermando l'auto. Thommesen calcolò una distanza di cinquanta metri dalla silhouette sotto
al lampione, ma le misurazioni successive dimostrarono che erano esattamente trentaquattro metri.
Waaler mise il caricatore nella pistola - una Glock 20 per la quale aveva fatto domanda e avuto un
permesso speciale - poi prese una grossa torcia elettrica fra i sedili anteriori e scese dall'auto. Mentre si
avviava in direzione dell'uomo, Waaler iniziò a urlare. Nei due rispettivi rapporti dei poliziotti su come si
erano svolti i fatti, le due versioni erano in contrasto proprio su quel punto. Nel suo rapporto Waaler
aveva scritto di avere urlato: «Polizia! Alzale!». Cioè sottinteso: «Alza le mani». Il pm aveva trovato
ragionevole che un uomo già condannato e arrestato diverse volte, conoscesse quel tipo di gergo. In ogni
caso, il commissario Waaler gli aveva detto in maniera inequivocabile di essere un poliziotto. Nel suo
rapporto Thommesen aveva originariamente detto di aver udito: «Salve, sono un poliziotto. Alzala». Nel
frattempo, dopo una consultazione fra Waaler e Thommesen, quest'ultimo aveva ammesso che la
versione di Waaler era quella più corretta. Per quanto riguarda quello che successe dopo, non
sussistevano dubbi. L'uomo sotto al lampione aveva reagito mettendo la mano all'interno della giacca e
prendendo una pistola, una Jericho, con il numero di serie limato che quindi rendeva impossibile risalire
a dove fosse stata acquistata. Waaler,come il responsabile della commissione d'inchiesta della polizia
aveva fatto notare nel suo rapporto, era uno dei migliori tiratori del corpo di polizia - aveva urlato e
sparato tre colpi in rapida successione. Due di questi avevano colpito Alf Gunnerud. Uno alla spalla
sinistra, l'altro al fianco. Nessuno dei due colpi era stato mortale, ma avevano avuto come conseguenza di
far cadere Gunnerud a terra. Poi Waaler aveva iniziato a correre verso Gunnerud con la pistola alzata
gridando: «Polizia! Non toccare la pistola altrimenti sparo! Non toccare la pistola ti ho detto!». Dopo di
questo, nel suo rapporto, l'assistente Stein Thommesen non aveva altro di concreto da aggiungere, dato
che si trovava a trentaquattro metri di distanza, era buio e Waaler si muoveva in modo da nascondere
Gunnerud. D'altro canto, non c'era niente nel rapporto di Thommesen - o sulla scena del crimine - che
smentisse quello che Waaler aveva scritto nel suo rapporto su come si erano svolti i fatti: a dispetto delle
intimazioni di Waaler, Gunnerud aveva afferrato la pistola e preso la mira, ma Waaler era stato più
veloce di lui. La distanza fra i due in quel momento era fra i due e i tre metri. Sto per morire. E una
sensazione assurda. Sto fissando la canna di una pistola. Non era questo il piano, almeno non il mio
piano. È anche possibile che stessi arrivando a questo senza saperlo. Ma non era il mio piano. Il mio
piano era migliore. Il mio piano aveva un significato. La pressione è calata nella cabina e una forza
invisibile pressa contro i miei timpani. Qualcuno si china su di me e mi chiede se ho finito, atterreremo
fra breve. Io sussurro che ho rubato, mentito, spacciato, mi sono prostituito e ho provocato risse. Ma non
ho mai ucciso nessuno. Quella donna che ho ferito a Grensen è stato un incidente sul lavoro. Le stelle
sotto di noi si rispecchiano sulla carlinga dell'aereo. «Ma c'è un peccato» sussurro. «Contro quella che
amavo. Può essere perdonato?» Ma la hostess se n'è già andata e le luci della pista di atterraggio scorrono
via su entrambi i lati.È stato quella sera in cui Anna ha detto no per la prima volta e io ho detto sì e ho
aperto la porta. Era la droga più pura che. mi fosse capitata fra le mani e io non volevo rovinare il piacere
fumandola. Anna ha protestato, ma io le ho detto che era un mio regalo e ho preparato la siringa. Anna
non l'aveva mai usata e sono stato io a farlo per lei. E stato più difficile che con le altre. Dopo due
tentativi falliti, Anna mi ha guardato e ha mormorato lentamente: «Sono pulita da tre mesi. Ero salva».
«Bentornata» le ho detto. Allora lei si è messa a ridere e ha detto: «Ti ucciderò». Al terzo tentativo sono
riuscito. Le sue pupille hanno iniziato a dilatarsi, lentamente come una rosa nera, le gocce di sangue
cadevano sulla coperta con un suono appena percettibile. Il giorno dopo, mi ha telefonato e mi ha detto
che ne voleva dell'altra. Il sibilo degli pneumatici sull'asfalto. Avremmo potuto fare qualcosa di bello in
questa vita, tu e io. Il piano era quello, il senso era quello. Non so che senso abbia questo. Secondo il
rapporto del medico legale, la pallottola da dieci millimetri aveva colpito Alf Gunnerud al setto nasale.
Pezzi di osso avevano seguito la pallottola attraverso il sottile strato davanti al cervello, e il piombo e le
ossa avevano distrutto l'intero talamo, il sistema limbico e il cervelletto, prima di uscire dalla parte
posteriore del cranio. Quindi la pallottola si era conficcata nell'asfalto.
         *** Capitolo 40. Bonnie Tyler.
         Era stato un giorno noioso, breve e in senso generale inutile. Nuvole grigio-bluastre rigonfie di
pioggia erano passate sulla città a fatica senza lasciar cadere una singola goccia di pioggia e solitarie
raffiche di vento frusciavanofra le pagine dei giornali esposti fuori dal chiosco di Elmer. I titoli
indicavano che la gente aveva iniziato a stancarsi della cosiddetta "guerra al terrorismo" che ormai aveva
acquistato il tono odioso di motto prima delle elezioni e che, fra l'altro, aveva perso l'iniziativa dato che
nessuno sapeva chi combattere e dove. Alcune testate insinuavano che il suo leader era morto, per questo,
i giornali avevano iniziato a dare spazio alle stelle dei reality show, ai personaggi famosi stranieri che
avevano parlato della Norvegia in maniera positiva e al programma delle vacanze della famiglia reale.
L'unica notizia che rompeva la monotonia era il dramma che si era svolto a Havnelageret dove un
assassino ricercato e spacciatore aveva puntato la pistola contro un poliziotto, ma era stato ucciso prima
di avere il tempo di sparare. La quantità di eroina trovata nell'appartamento dello spacciatore era
notevole, aveva affermato il capo della squadra antidroga, mentre il capo dell'anticrimine aveva
dichiarato che l'indagine sull'omicidio, di cui si sospettava il trentaduenne fosse colpevole, era ancora in
corso. Nel frattempo i titoli di un giornale della sera indicavano che i sospetti contro l'uomo, che non era
di origini straniere, erano sempre più chiari. E che il poliziotto coinvolto nella sparatoria era, fatto strano,
lo stesso che aveva ucciso il neonazista Sverre Olsen a casa sua in circostanze simili più di un anno
prima. Al momento, il poliziotto era stato sospeso dal servizio in attesa della conclusione dell'indagine
interna della polizia, cosa che, secondo il capo dell'anticrimine, era una normale routine e non aveva
niente a che fare con il caso di Sverre Olsen. Anche l'incendio di una casa di campagna a Tryvann aveva
trovato un piccolo spazio sul giornale, soprattutto perché era stato trovato un bidone di plastica da venti
litri con resti di benzina all'interno; per questo motivo la polizia non poteva escludere che potesse trattarsi
di un incendio doloso. Quello che non era stato scritto era che un giornalista aveva cercato di mettersi in
contatto con Birger Gunnerud,per chiedergli che cosa provasse per aver perso un figlio e la sua casa di
campagna nello stesso giorno. If buio era arrivato presto e i lampioni erano stati accesi già alle tre di
pomeriggio. Quando Harry entrò nella House of Pain, le immagini della rapina a Grensen scorrevano
sullo schermo. «Come sta andando?» chiese facendo un cenno con il capo verso l'immagine dello
Speditore sullo schermo. Beate scosse il capo. «Stiamo aspettando.» «Che colpisca nuovamente?» «In
questo momento, è seduto da qualche parte e sta pianificando una nuova rapina. Lo farà la prossima
settimana, presumo.» «Sembri così sicura» disse Harry. Beate scrollò le spalle. «Esperienza.» «La tua?»
Beate sorrise, ma non rispose. «Spero di non avervi creato troppi problemi non rispettando i nostri
accordi telefonici» disse Harry sedendosi. «Che cosa vuoi dire?» chiese Beate aggrottando la fronte.
«Che avrei perquisito il suo appartamento soltanto oggi.» Harry la fissò. Beate sembrava completamente
e sinceramente sorpresa. D'altro canto, Harry non lavorava per i servizi segreti. Stava per dire qualcosa,
ma si pentì. Invece, fu Beate a prendere la parola. «C'è una cosa che devo chiederti, Harry.» «Ti ascolto.»
«Sapevi di quella cosa su Raskol e mio padre?» «Che cosa vuoi dire?» «Che Raskol era sì in quella
banca? Che è stato lui a sparargli?» Harry abbassò lo sguardo. Studiò le sue mani. «No» disse. «Non lo
sapevo.» «Ma lo avevi capito?»Harry alzò lo sguardo e incontrò quello di Beate. «Il pensiero mi ha
sfiorato. E tutto.» «Che cosa te lo ha fatto pensare?» «La penitenza.» «La penitenza?» Harry sospirò
profondamente. «Alle volte nel subconscio di un criminale si fa largo una sensazione terribile per i reati
che ha commesso.» «Che cosa vuoi dire?» «Che tutti gli esseri umani hanno bisogno di pentirsi, Beate.
Anche tu. Dio solo sa se ne ho bisogno anch'io. E anche Raskol lo ha fatto. È altrettanto basilare quanto il
bisogno di lavarsi. È una questione di armonia, di equilibrio interiore. E questo equilibrio è quello che noi
chiamiamo morale.» Harry vide che Beate era impallidita. Poi arrossita. E infine era rimasta a bocca
aperta. «Nessuno sa per quale motivo Raskol si sia costituito» disse Harry. «Ma io sono convinto che lo
abbia fatto per espiare. Per un uomo che è cresciuto con la libertà di muoversi come unica libertà, il
carcere è la massima punizione che può infliggere a se stesso. Togliere la vita a un essere umano è un atto
completamente diverso da rubare denaro. Supponi che Raskol abbia commesso un crimine che ha fatto sì
che perdesse l'equilibrio. Allora sceglie di espiare in segreto, da solo e - ammesso che ne abbia uno - con
Dio.» «Un assassino con una morale» bisbigliò Beate. Harry rimase in attesa del seguito. Ma non arrivò.
«Una persona con una morale è una persona che affronta le conseguenze della propria morale» disse
Harry a bassa voce. «Non quelle di altri.» «E se io avessi portato con me questa?» disse Beate
amaramente. Aprì un cassetto della sua scrivania e mise sul ripiano la fondina con la pistola d'ordinanza.
«Avrei potuto rimanere con Raskol in una stanza degli interrogatori e poi avrei potuto dire che mi aveva
aggredita e che ero statacostretta a sparare per autodifesa? Vendicare la morte del proprio padre e allo
stesso tempo combattere la feccia, non ti Sembra sufficientemente morale?» concluse sbattendo la
fondina sul ripiano. Harry si appoggiò allo schienale della sedia e chiuse gli occhi in attesa che il respiro
di Beate tornasse normale. «La questione è quello che è sufficientemente morale per te, Beate. Io non so
perché non hai portato la pistola con te, e non ho intenzione di fermarti.» Harry si alzò. «Rendi tuo padre
orgoglioso, Beate» disse. Aveva messo la mano sulla maniglia della porta quando la sentì piangere dietro
di sé. «Tu non capisci!» bisbigliò fra le lacrime. «Io credevo di potere, io credevo che fosse finita, okay?»
Harry rimase immobile per un attimo. Poi spostò una sedia vicino alla sua, si mise a sedere e le mise una
mano sulla guancia. Le sue lacrime erano calde e cercavano una strada per scivolare sulla pelle ruvida
della sua mano, mentre Beate parlava. «Si diventa poliziotti perché si ha l'idea che nel mondo e nelle cose
ci sia una specie di ordine, di equilibrio. Punizione, giustizia e cose simili. E improvvisamente un giorno
si ha la possibilità di regolare i conti in un modo che si è potuto soltanto sognare. Solo per scoprire che
non è quello che si voleva. Una volta, mia madre mi ha detto che c'è solo una cosa peggiore di non
riuscire a esprimere la propria felicità. Ed è non provare mai felicità. L'odio è l'ultima cosa che rimane
quando uno ha perso tutto. E poi anche quello ti viene tolto.» Beate diede un colpo violento alla fondina
con la pistola e la mandò a sbattere contro la parete di fianco. Quando Harry arrivò davanti al portone in
Sofie gate e mise la mano in tasca per cercare la chiave, era ormai buio pesto. Una delle prime cose che
aveva fatto quando era arrivato alla centrale di polizia quel mattino, era stata di andarea prendere i suoi
indumenti dai locali della scientifica dove erano stati portati dalla casa degli Albu. Ma ancora prima, era
passato da Bjarne Møller. Il capo dell'anticrimine gli aveva detto che quasi tutto era stato chiarito per
quanto lo riguardava, ma che doveva ancora aspettare, in caso qualcuno denunciasse la sua visita illegale
in Harelabben 16. Inoltre, nel corso della giornata, sarebbe stato deciso come reagire al fatto che Harry
non avesse detto di essere stato nell'appartamento di Anna Bethsen la sera della sua morte. Harry aveva
detto che in caso di eventuali inchieste sarebbe naturalmente stato costretto a parlare dell'accordo che
aveva stretto con Møller stesso e con il capo della polizia, relativo al permesso di usare metodi flessibili
per dare la caccia allo Speditore, e del loro benestare per il viaggio in Brasile senza il permesso delle
autorità locali. Bjarne Møller aveva abbozzato un sorriso acido e aveva detto che secondo lui un'inchiesta
interna non sarebbe stata necessaria e neppure qualsiasi altro tipo di reazione in generale. Tutto era
tranquillo in casa, Harry strappò i sigilli sulla porta del suo appartamento. La parete vetrata era stata
sostituita da una tavola di compensato. Una volta entrato, Harry si guardò intorno. Weber gli aveva
spiegato che l'appartamento era stato fotografato prima che la perquisizione iniziasse e che poi tutto era
stato rimesso in ordine. Eppure Harry sentiva che mani e occhi estranei erano stati lì. Non che ci fosse
molto che non sopportasse di essere alla luce del sole: alcune vecchie lettere d'amore un po' salaci, un
pacchetto di preservativi aperto e una busta con le fotografie del cadavere di Ellen Gjelten che qualcuno
poteva considerare perverso tenere in casa. A parte quello: due riviste porno, un disco di Bonnie Tyler e
un libro di Suzanne Brøgger. Prima di premerla, Harry fissò a lungo la spia della segreteria telefonica
accesa. La voce di un bambino riempì la stanza estranea. «Ciao, siamo noi. Oggi c'è stata la sentenza. La
mamma continua a piangere, così mi ha incaricato di dirtelo.»Harry trattenne il fiato e si irrigidì.
«Torniamo a casa domani.» Harry fu colto da un brivido. Aveva sentito bene? Oleg aveva usato il
plurale? «Abbiamo vinto. Avresti dovuto vedere le facce degli avvocati di papà. La mamma ha detto che
tutti credevano che avremmo perso. Mamma, vuoi? No, continua a piangere. Adesso andiamo al
McDonald's a celebrare. Mamma chiede se puoi venire a prenderci all'aeroporto. Ciao.» Harry sentì Oleg
respirare e qualcuno che piangeva e rideva nel sottofondo. Poi udì nuovamente Oleg parlare a bassa voce.
«Sarebbe bello se potessi venirci a prendere all'aeroporto, Harry.» Harry si mise a sedere su una sedia.
Qualcosa di troppo grande gli opprimeva la gola e fece schizzare fuori le lacrime.
         ***Parte Sesta.Capitolo 41. C#MN.
         Non c'era nessuna nuvola nel cielo, ma il vento era umido e il sole pallido non emetteva più
calore, e sia Harry sia Aune avevano alzato il colletto delle loro giacche e camminavano, uno vicino
all'altro, lungo il viale di betulle che si era già vestito per l'inverno. «Ho raccontato a mia moglie com'eri
contento quando mi hai detto che Rakel e Oleg erano tornati a casa» disse Aune. «Si è chiesta se questo
significa che voi tre state per andare a vivere insieme.» Come risposta, Harry si limitò a sorridere. «In
ogni caso, Rakel ha abbastanza spazio a casa sua» continuò Aune con insistenza. «C'è abbastanza spazio
in casa» disse Harry. «Puoi salutare la tua Karoline per me con questa citazione di Ola Bauer: Mi sono
trasferito in Sorgenfrigata? Ma neanche questo è stato di aiuto.» Si misero a ridere. «Inoltre, sono molto
impegnato con questo caso al momento» spiegò Harry. «Il caso, certo» disse Aune. «Ho letto tutti i
rapporti chehai chiesto. È strano. Veramente strano. Ti svegli a casa tua, non ricordi nulla e - zac - ti
ritrovi prigioniero in quel gioco di Alf Gunnerud. Naturalmente, diventa difficile stabilire una diagnosi
psicologica post mortem, ma rappresenta veramente un soggetto di studio interessante. Indubbiamente
molto intelligente e creativo. Sì, quasi un artista; il piano che è riuscito a escogitare è un vero e proprio
capolavoro. Ma c'è qualcosa che mi fa riflettere. Ho letto le copie delle email che ti ha inviato. All'inizio,
ha giocato sul fatto che avevi avuto un'amnesia momentanea. Questo vuol dire che ti aveva visto lasciare
l'appartamento in quello stato e contava sul fatto che non ti saresti ricordato di nulla il giorno dopo?» «E
sicuramente così quando uno ha bisogno di essere aiutato per salire su un taxi. Presumo che fosse
nascosto da qualche parte e che mi stesse spiando, esattamente come l'ha descritto nell'e-mail, quando mi
ha fatto credere che era Arne Albu a controllarmi. E probabile che fosse stato in contatto con Anna e che
sapesse che sarei passato quella sera. Il fatto che sia uscito da lì in uno stato tale era certo un vantaggio sul
quale non aveva contato.» «Poi ha aperto la porta dell'appartamento con una chiave che si era procurato
presso il fabbricante tramite la Låsesmeden AS. E ha sparato ad Anna. Con la sua pistola!»
«Probabilmente. Il numero di serie era limato proprio come l'arma che abbiamo trovato a casa di
Gunnerud in Havnelageret. Weber dice che il modo in cui è stato cancellato indica che la pistola proviene
dallo stesso fornitore. Sembra che qualcuno si occupi di importazioni di armi su grande scala. La pistola
Glock che abbiamo trovato a casa di Sverre Olsen, il neonazista che ha ucciso Ellen, aveva esattamente le
stesse tracce di limatura.» «Poi ha piazzato la pistola nella mano destra di Anna. Anche se era mancina.»
«Una falsa pista» disse Harry. «Sapeva benissimo che, a un certo punto, mi sarei occupato di questo caso,
se non altro per non rimanere coinvolto in modo compromettente.E che, contrariamente agli investigatori
che non la conoscevano, avrei potuto scoprire il fatto che era la mano sbagliata.» «Poi c'è stata quella
fotografia della signora Albu con i bambini.» «Che avrebbe dovuto condurmi ad Arne Albu, il suo ultimo
amante.» «E prima di andarsene e chiudere la porta, ha anche preso con sé il computer portatile di Anna
e il cellulare che avevi fatto cadere nell'appartamento durante la serata.» «Ancora un bonus inaspettato.»
«Quel cervello ha anche tessuto in anticipo un piano complicato e folle sul modo in cui avrebbe punito sia
la sua amante infedele, sia l'uomo con il quale Anna lo aveva tradito mentre era dentro, e anche la sua
nuova-vecchia conquista, il poliziotto dai capelli chiari. Ma poi, ha iniziato a improvvisare. Si è servito
ancora una volta del suo impiego presso la Låsesmeden AS per procurarsi una chiave del tuo
appartamento e della tua cantina. Ha lasciato il computer portatile di Anna collegato al tuo cellulare per il
quale ha richiesto un indirizzo di posta elettronica anonimo, tramite un server che non è facile da
rintracciare.» «Quasi impossibile.» «Sì, ma il tuo ficcanaso informatico c'è riuscito. Quello che però
Øystein non ha scoperto è che le e-mail che hai ricevuto erano state scritte precedentemente e inviate in
una data stabilita, in altre parole, il mittente aveva preparato tutto prima di mettere il computer portatile e
il cellulare nella tua cantina. Esatto?» «Hai visto il contenuto delle e-mail di cui ti ho parlato?» «Sì, certo.
Quando si leggono in un secondo momento, si vede che seguono lo svolgimento degli eventi ma, allo
stesso tempo, rimangono relativamente vaghe. Naturalmente questo non si nota quando si è in mezzo alla
faccenda, e quindi sembra che la persona in questione sia perfettamente al corrente di tutti gli eventi. Ma
per lui era semplice prepararetutto in quanto, sotto molti aspetti, era lui che dirigeva tutto.» «Be'. Non
sappiamo ancora se è stato Gunnerud a orchestrare l'uccisione di Arne Albu. Un collega di lavoro presso
Låsesmeden dice che lui e Gunnerud si trovavano da Gamie Major a bere birra nel momento in cui si
presume che l'omicidio sia stato commesso.» Aune si strofinò le mani. Harry non sapeva se era per via
del vento freddo o perché si rallegrava delle numerose possibilità e impossibilità logiche da analizzare.
«Supponiamo che non sia stato Gunnerud a uccidere Albu» disse lo psicologo. «In questo caso quale
destino aveva pianificato per Albu quando ti ha portato fino a lui? Che fosse processato? Ma in quel caso,
tu non avresti pagato. E viceversa, due persone non possono essere giudicate per lo stesso omicidio.»
«Giusto» ammise Harry. «Quello che dobbiamo chiederci è qual era la cosa più importante per Arne
Albu.» «Brillante» disse Aune. « Il padre di tre figli che, volontariamente o involontariamente, rinuncia
alle sue ambizioni professionali. La famiglia, direi.» «E cosa ha ottenuto Gunnerud quando ha scoperto,
o meglio quando mi ha fatto scoprire che Arne Albu continuava a incontrarsi con Anna?» «La moglie di
Albu ha preso con sé i figli e lo ha lasciato.» «Perché la cosa peggiore che si può fare a una persona non
è togliergli la vita, ma quello per cui vive.» «Ben detto.» Aune fece un cenno di approvazione. «Chi ha
detto questo?» «L'ho dimenticato» disse Harry. «Ma la domanda seguente è: cosa voleva togliere a te,
Harry? Qual è la cosa che fa sì che la tua vita valga la pena di essere vissuta?» Erano arrivati davanti alla
casa di Anna. Harry armeggiò a lungo con le chiavi. «Allora?» «Gunnerud mi conosceva bene solo
attraverso quello cheAnna gli aveva raccontato su di me. E mi conosceva dal tempo in cui non avevo
molto altro oltre al lavoro.» «Il lavoro?» «Avrebbe potuto farmi sbattere in prigione. Ma soprattutto
farmi licenziare dalla polizia.» Salirono le scale in silenzio. All'interno dell'appartamento, Weber e i suoi
uomini avevano terminato le loro ricerche. Weber era soddisfatto e disse che aveva trovato le impronte
digitali di Gunnerud in vari posti, fra l'altro sulla testata del letto. «Non è stato particolarmente prudente»
disse Weber. «È stato qui talmente tante volte che, inevitabilmente, ha lasciato delle impronte» concluse
Harry. «Inoltre era convinto che non sarebbe mai stato sospettato.» «Fra l'altro, il modo in cui Albu è
stato ucciso è interessante» disse Aune mentre Harry apriva la porta scorrevole della stanza con i ritratti e
la lampada Grimmer. «Seppellito su una spiaggia. Sembra abbastanza rituale, come se l'assassino avesse
voluto svelare qualcosa su se stesso. Ci hai riflettuto?» «Non mi occupo del caso.» «Non è quello che ti
ho chiesto.» «Forse l'assassino voleva raccontarci qualcosa della vittima.» «Cosa vuoi dire?» Harry
accese la lampada Grimmer e la luce cadde sui tre ritratti. «Mi sono ricordato di qualcosa dell'epoca in
cui studiavo Legge a Gulatingslagen. È stato scritto che ogni persona che muore deve essere sepolta in
una terra sacra, salvo i malfattori, i traditori della patria, e gli assassini. Questi devono essere sepolti sulla
riva in cui l'acqua e la terra si incontrano. Il modo in cui Albu è stato sepolto non indica che si tratta di un
omicidio per gelosia, come lo sarebbe stato se fosse stato Gunnerud a ucciderlo. Qualcuno voleva far
vedere che Arne Albu era un criminale.»«Interessante» disse Aune. «Perché dobbiamo guardare di
nuovo questi dipinti? Sono spaventosi.» «Sei proprio sicuro di non vedere nulla in questi quadri?»
«Certamente, vedo una giovane artista pretenziosa, con una predilezione esagerata per il drammatico e
nessuna sensibilità per l'artistico.» «Ho una collega che si chiama Beate Lønn. Oggi non è potuta venire
perché doveva partecipare a una conferenza di investigatori in Germania su come si può riconoscere un
criminale mascherato con l'aiuto di poche manipolazioni informatiche delle immagini e un po' di Gyrus
Fusiforme. E nata con un talento speciale, riconosce tutti i volti che ha visto nella sua vita.» Aune annuì.
«Sì, ho sentito dire che ci sono persone con quel dono di natura.» «Quando le ho fatto vedere queste
immagini, ha riconosciuto le persone dei ritratti.» «Davvero?» disse Aune inarcando le sopracciglia.
«Sentiamo.» Harry puntò con il dito. «Quello a sinistra è Arne Albu, quello al centro è Alf Gunnerud e
l'ultimo sono io.» Aune socchiuse gli occhi, si raddrizzò gli occhiali e cercò di esaminare le foto da
angolazioni diverse. «Interessante» borbottò. «Molto interessante. Io vedo soltanto la forma delle teste.»
«Volevo solo sapere se tu, come esperto delle testimonianze, puoi garantire che un tale riconoscimento
sia possibile. Questo dovrebbe aiutarci a collegare ancora di più Gunnerud ad Anna.» Aune agitò la
mano. «Se quello che mi dici della signorina Lønn è esatto, questo significa che può riconoscere un viso
solo con l'aiuto di informazioni molto ridotte.» Quando tornarono in strada, Aune disse che
avrebbevoluto incontrare quella Beate Lønn, in veste professionale. . «E investigatrice, suppongo?»
«All'antifurti. E con lei che ho lavorato sul caso dello Speditore.» «Ah sì, come sta andando?» «Non
troppo bene. Ci sono pochi indizi. Credevamo che avrebbe nuovamente colpito in questi giorni, ma non
lo ha fatto. Strano, a dire il vero.» In Bogstadveien, Harry notò i primi fiocchi di neve dell'autunno che
volteggiavano nell'aria. «È inverno!» gridò Ali a Harry dall'altra parte della strada puntando un dito verso
il cielo. Poi disse qualcosa in urdu a suo fratello che riprese subito a lavorare portando le casse di frutta
all'interno del negozio. Ali attraversò la strada e raggiunse Harry. «Non è bello che sia finito?» disse
sorridendo. «Sì.» «L'autunno è uno schifo. Finalmente un po' di neve.» «Ah sì. Credevo che stessi
parlando del mio caso.» «Quello con il computer e la tua cantina. E stato risolto?» «Nessuno te l'ha detto?
Hanno trovato l'uomo che l'aveva nascosto.» «Davvero? Allora è per questo che hanno detto a mia
moglie di dirmi che oggi non dovevo più andare alla centrale di polizia per essere interrogato. Come sono
andate veramente le cose?» «In poche parole, era un tipo che cercava di far credere che fossi coinvolto in
un grave delitto. Invitami a pranzo un giorno, così ti racconterò tutto nei dettagli.» «Ti ho già invitato,
Harry!» «Ma non mi hai detto quando.» Ali alzò gli occhi al cielo. «Perché voi norvegesi dovete avere un
giorno e un'ora precisi prima di andare a fare una visita a qualcuno? Bussa alla porta e ti aprirò. C'è
sempre abbastanza da mangiare.»«Grazie, Ali. Busserò forte e chiaro.» Harry aprì il portone. «Avete
scoperto chi era la donna? Era una sua complice?» «Che cosa vuoi dire?» «La donna sconosciuta che ho
visto davanti alla porta della cantina quel giorno. L'ho raccontato a quello che si chiama Tom qualcosa.»
Harry rimase immobile con la mano sulla maniglia del portone. «Che cosa gli hai raccontato esattamente,
Ali?» «Mi ha chiesto se avevo visto qualcosa di strano nella cantina o nella casa e allora gli ho detto che
un giorno, entrando nell'androne, avevo visto una donna sconosciuta che era di spalle vicino alla porta
della cantina quando sono entrato nell'ingresso. Me lo ricordo perché volevo chiederle chi fosse, ma in
quel momento ho sentito il rumore della serratura, e ho pensato che se aveva la chiave per aprire doveva
essere normale.» «Quando è stato, puoi descriverla?» Ali allargò le braccia con un'espressione avvilita.
«Avevo fretta e ho solo visto la sua schiena con la coda dell'occhio. Tre settimane fa? Capelli chiari?
Capelli scuri? Non lo so.» «Ma sei sicuro che fosse una donna?» «In ogni caso, devo avere pensato che
era una donna.» «Alf Gunnerud era di statura media, con spalle strette e aveva capelli scuri alle spalle. È
possibile che questo ti abbia fatto credere che fosse una donna?» Ali rifletté un attimo. «Sì, è possibile
che sia stato così. E poteva anche essere la figlia della signora Melkersen che era venuta a trovarla.» «Ci
vediamo, Ali.» Harry decise di fare una doccia veloce prima di cambiarsi e di andare da Rakel e Oleg che
l'avevano invitato a mangiare crèpe e a giocare a Tetris. Quando erano tornati da Mosca, Rakel aveva
portato con sé una bella scacchieradi legno e madreperla con i pezzi intagliati a mano. Purtroppo, a Rakel
non era piaciuta la pistola Namco G-Con 45 che Harry aveva comprato per Oleg e l'aveva
immediatamente confiscata, spiegando che aveva detto chiaramente che Oleg non era autorizzato a
giocare con armi da fuoco prima di avere compiuto almeno dodici anni. Sia Harry sia Oleg avevano
accettato la decisione senza discutere. Ma sapevano che un giorno o l'altro quando Harry avrebbe potuto
restare con Oleg, Rakel avrebbe colto l'occasione per andare a fare jogging. E Oleg aveva mormorato a
Harry che sapeva dove Rakel aveva nascosto la pistola Namco G-Con 45. Il getto caldo della doccia
eliminò il freddo dal suo corpo mentre cercava di dimenticare quello che Ali aveva detto. In ogni caso
rimaneva sempre un dubbio, indipendentemente da quanto il caso sembrasse risolto. E Harry era nato
scettico. Ma prima o poi bisogna iniziare a credere, se l'esistenza deve avere una forma e un significato.
Harry si asciugò e si fece la barba prima di infilare una camicia pulita. Si guardò nello specchio e
sogghignò. Oleg aveva detto che aveva i denti gialli, e Rakel si era messa a ridere un po' troppo forte.
Nello specchio, vide anche la trascrizione dell'e-mail da C#MN ancora attaccata sulla parete opposta. Il
giorno dopo l'avrebbe staccata e avrebbe rimesso la fotografia di lui e di sua sorella. Guardò l'e-mail nello
specchio. Strano che non l'avesse notato la sera in cui da quella stessa posizione aveva sentito che
mancava qualcosa. Harry e la sua sorellina. Forse perché quando si è abituati a vedere una cosa tante
volte, si diventa ciechi. Cieco. Guardò l'e-mail nello specchio. Poi chiamò un taxi, infilò le scarpe e
aspettò. Guardò l'orologio. Il taxi doveva essere arrivato. Si rese conto di aver rialzato il ricevitore e di
avere iniziato a comporre un numero. «Aune.» «Voglio che tu legga tutte le e-mail un'altra volta. E
voglio che mi dica se pensi che sono state scritte da un uomo o da una donna.»
         ***Capitolo 42. Re Diesis.
         La neve si sciolse quella notte stessa. Astrid Monsen era appena uscita di casa e stava
camminando sull'asfalto nero e umido in direzione di Bogstadveien, quando vide il poliziotto biondo sul
marciapiede opposto. La cadenza dei suoi passi e le sue pulsazioni aumentarono. Teneva lo sguardo fisso
davanti a sé, nella speranza che lui non l'avesse vista. Le fotografie di Alf Gunnerud erano state
pubblicate dai giornali e per alcuni giorni, gli investigatori erano andati su e giù per le scale, e Astrid non
aveva potuto concentrarsi sul suo lavoro. Ma ora si era detta che era finita. Si diresse rapidamente verso il
passaggio pedonale. Baker Hansen. Una volta arrivata lì sarebbe stata al sicuro. Una tazza di tè e una fetta
di torta ai lamponi seduta al tavolo in fondo al locale. Ogni giorno alle dieci e mezza in punto. «Un tè e
una fetta di torta ai lamponi?» «Sì grazie.» «Sono trentotto corone.» «Ecco.» «Grazie.» Il più delle volte,
questa era la conversazione più lunga che Astrid Monsen avesse con qualcuno durante la giornata. Nelle
ultime settimane era successo che un uomo anziano avesse occupato il tavolo, e anche se vi erano molti
tavoli liberi, quello era l'unico tavolo al quale poteva sedersi perché no, non voleva pensare a queste cose
adesso. In ogni caso, era stata costretta a iniziare ad arrivare alle dieci e un quarto per poter avere il suo
tavolo, e pensava che proprio oggi uscire a quell'ora era stato più che opportuno perché altrimenti sarebbe
stata in casa all'arrivo del poliziotto. E sarebbe stata costretta ad aprire, perché l'aveva promesso a sua
madre. Dopo quel periodo, quando non aveva risposto né al telefono né al campanello per due mesi e alla
fine, lapolizia era venuta, e sua madre aveva minacciato di farla ricoverare nuovamente. Astrid Monsen
non mentiva a sua madre. Agli altri sì. Mentiva sempre agli altri. Al telefono con l'editore, nei negozi e
quando chattava su Internet. Specialmente in quel caso. Lì poteva farsi passare per un'altra, uno dei
personaggi dei romanzi che traduceva o Ramona, la donna decadente e promiscua, ma senza paura, che
Astrid era stata in una vita precedente. Astrid aveva scoperto Ramona quando era bambina, era una
ballerina, aveva lunghi capelli neri e occhi marroni a mandorla. Astrid aveva l'abitudine di disegnare
Ramona e in particolare i suoi occhi, ma doveva farlo di nascosto perché sua madre distruggeva i suoi
disegni, dicendo che non voleva avere tali sgualdrine in casa sua. Ramona era sparita per molti anni, ma
ora era tornata e Astrid aveva notato come stesse diventando sempre più importante, in particolare
quando scriveva agli autori maschi che traduceva. Dopo le domande preliminari sulla lingua e le
referenze, inviava volentieri e-mail più informali e dopo alcune di queste, gli autori francesi chiedevano
con insistenza se potevano incontrarsi. Quando venivano a Oslo per lanciare i loro libri Astrid diceva
sempre di no, ma questo non dissuadeva i corteggiatori insistenti, piuttosto il contrario. Ed era questo
scambio di messaggi che era diventato il suo modo di essere una scrittrice ora, dopo che, alcuni anni
prima, si era svegliata dal suo sogno di fare pubblicare i propri libri quando un impiegato della casa
editrice aveva perso la pazienza al telefono e le aveva detto che non ce la faceva più a sopportare le sue
«chiacchiere isteriche», che nessun lettore, in nessun posto, avrebbe pagato per conoscere i suoi pensieri,
ma che sicuramente uno psicologo lo avrebbe fatto, ma solo contro pagamento. «Astrid Monsen!» Sentì
la gola stringersi e per un attimo, il panico la invase. Temeva di avere problemi di respirazione lì fuori, in
mezzo alla strada. Stava proprio per attraversare quando ilsemaforo diventò rosso. Avrebbe avuto il
tempo di attraversare, ma non attraversava mai quando l'omino era rosso. «Salve, stavo proprio venendo
a trovarti» disse Harry arrivando al suo fianco. Aveva sempre la stessa espressione stressata e gli stessi
occhi rossi. «Prima di tutto lasciami dire che ho letto il rapporto di Waaler sulla conversazione che ha
avuto con te. E che capisco che quando hai parlato con me, hai mentito perché avevi paura.» Astrid sentì
che presto avrebbe avuto un attacco di iperventilazione. «È stato molto stupido da parte mia non
raccontare immediatamente tutto sul mio ruolo in quella faccenda» disse il poliziotto. Astrid lo fissò
sorpresa. Sembrava sinceramente desolato. «E ho letto sul giornale che il colpevole è stato finalmente
arrestato» intervenne la donna. Rimasero lì a guardarsi. «O meglio morto» aggiunse Astrid a bassa voce
con un sorriso. «Sì» disse Harry cercando di sorridere. «In ogni caso, forse tu puoi aiutarmi con alcune
domande?» Era la prima volta che non era seduta da sola al suo tavolo da Baker Hansen. La ragazza
dietro al banco l'aveva guardata con uno di quei sorrisi amichevoli e furbi come se l'uomo alto che era con
lei fosse il suo cavaliere. E dato che l'uomo dava l'impressione di essere appena uscito dal letto, la
ragazza pensò che forse no, non voleva pensarci adesso. Si erano seduti e Harry le aveva dato la
trascrizione di una quantità di e-mail che voleva che esaminasse. Forse, come scrittrice, poteva capire se
erano scritte da un uomo o da una donna? Astrid Monsen aveva fissato le e-mail. Scrittrice, aveva detto il
poliziotto. Avrebbe dovuto raccontargli la verità? Astrid alzò la tazza di tè in modo che Harry non
potesse vedere che stava sorridendo a quel pensiero. Naturalmente no. Avrebbe mentito.«È difficile
stabilirlo con certezza» disse Astrid. «Fanno parte di un romanzo?» «Sì e no» disse Harry. «Pensiamo
che la persona che ha scritto queste e-mail abbia ucciso Anna Bethsen.» «Allora è un uomo.» Harry
abbassò lo sguardo sul ripiano del tavolo e Astrid gli diede una rapida occhiata. Non era bello ma c'era
qualcosa di speciale in lui. Astrid l'aveva notato subito - per quanto improbabile potesse essere - quando
lo aveva visto disteso sul pianerottolo fuori dalla sua porta. Forse era perché lei aveva bevuto un
Cointreau di troppo, ma aveva pensato che sembrava tranquillo, quasi bello, disteso lì come un principe
addormentato che qualcuno aveva depositato davanti alla sua porta. Il contenuto delle sue tasche era
sparso sulle scale e Astrid aveva raccolto tutto, pezzo per pezzo. Aveva addirittura sbirciato nel suo
portafoglio e aveva trovato il suo nome e indirizzo. Harry alzò lo sguardo e Astrid si affrettò a spostare il
suo. Avrebbe potuto volergli bene? Sicuramente. Il problema era che lui non avrebbe potuto volerle bene.
Chiacchiere isteriche. Paure senza motivi. Pianti. Harry non voleva sapere queste cose. Voleva una
donna come Anna Bethsen. Una come Ramona. «Sei sicura di non riconoscerla?» chiese Harry
lentamente. Astrid lo guardò, spaventata. Fu solo allora che si rese conto che Harry aveva in mano una
fotografia. Le aveva già fatto vedere quella foto prima. Una donna con due bambini su una spiaggia. «La
notte dell'omicidio per esempio?» chiese Harry. «Mai vista in vita mia» disse Astrid Monsen con voce
ferma. Iniziò a nevicare di nuovo. Grossi fiocchi umidi che diventavano grigi ancora prima di depositarsi
sul suolo marrone fra la centrale di polizia e Botsen. Nell'ufficio trovò un messaggio di Weber.
Confermava il sospetto di Harry, lostesso sospetto che lo aveva indotto a guardare le e-mail da un punto
di vista diverso. Eppure l'informazione breve e concisa di Weber arrivò come uno shock. Una specie di
shock atteso. Harry passò il resto della giornata al telefono o andando avanti e indietro fra la sua scrivania
e il fax. Durante le pause, rifletteva, sistemava una pietra dopo l'altra sforzandosi di non pensare a quello
che stava cercando. Ma era diventato troppo evidente. Quelle montagne russe potevano andare su e giù o
torcersi quanto volevano, erano come tutte le altre montagne russe, dovevano finire là dove erano
iniziate. Quando Harry raggiunse un certo grado di chiarezza, si appoggiò allo schienale della sedia. Non
provava alcun senso di trionfo, solo un grande senso di vuoto. Quando Harry telefonò per dire che non
doveva aspettarlo, Rakel non gli chiese spiegazioni. Poi salì le scale fino alla mensa e fino al terrazzo
dove alcuni fumatori si stavano congelando. Nel crepuscolo precoce del pomeriggio, le luci della città
brillavano già sotto di loro. Harry accese una sigaretta, passò una mano sul parapetto e formò una palla di
neve. La strinse. Sempre più forte, la schiacciò talmente da farsi scorrere l'acqua sciolta fra le dita. Poi la
buttò verso la città e la terra. Seguì la palla di neve scintillante mentre cadeva, sempre più veloce, finché
non sparì sullo sfondo biancastro. «C'era un ragazzo nella mia classe che si chiamava Ludwig
Alexander» disse Harry a voce alta. I fumatori che stavano pestando i piedi, guardarono il commissario.
«Suonava il pianoforte; lo chiamavamo solo Re Diesis. Perché una volta durante la lezione di musica, era
stato così stupido da dire all'insegnante che Re diesis era la chiave che preferiva. Quando arrivava la neve
facevamo battaglie a palle di neve fra le classi a ogni intervallo. Re Diesis non voleva partecipare, ma lo
costringevamo. Era l'unica attività alla quale lo lasciavamo partecipare. Come carne da cannone.Lui
gettava le palle di neve senza forza, non arrivavano mai neppure a sfiorare gli avversari. Nell'altra classe
c'era Roar, un ragazzo grande e grosso che giocava a palla a mano a Oppsal. Aveva l'abitudine di
avvicinarsi e schivare le palle di neve di Re Diesis per prenderlo in giro e poi crivellarlo di colpi. Un
giorno, Re Diesis mise una grossa pietra nella palla di neve e la scagliò più in alto che poteva. Roar saltò
in alto sogghignando e diede un colpo di testa alla palla di neve. Il suono fu quello di una pietra che cade
nell'acqua poco profonda, duro e soffice allo stesso tempo. E stata l'unica volta che ho visto
un'ambulanza nel cortile della scuola.» Harry tirò una lunga boccata della sua sigaretta. «Nella sala dei
professori, litigarono parecchi giorni per decidere se Re Diesis doveva essere punito. In fondo non aveva
lanciato la palla a nessuno in particolare, e la questione era di determinare se una persona doveva essere
punita per non aver preso in considerazione che un idiota si comporta come un idiota.» Harry spense la
sua sigaretta e rientrò. Erano passate le tre e mezza. Il vento umido aveva preso velocità nella zona aperta
fra Akerselva e la stazione della metropolitana di Grønlandstorg dove gli scolari e i pensionati stavano
per essere sostituiti da donne e uomini con visi seri e cravatte, che uscivano dagli uffici e tornavano a casa
in fretta. Harry investì uno di loro, mentre scendeva le scale di corsa, inveì ad alta voce e la parola
echeggiò fra le pareti. Si fermò davanti alla porta delle toilette. La stessa donna anziana era seduta lì.
«Devo parlare con Simon immediatamente.» La donna lo guardò, tranquilla, con i suoi occhi marroni.
«Non è a Tøyen» disse Harry. «Sono andati tutti via.» La donna scrollò le spalle con indifferenza. «Dica
che è Harry.» La donna scosse la testa e lo allontanò con la mano. Harry si chinò in avanti sul vetro che li
divideva. «Dì che è Spiuni gjerman.»Simon prese Enebakkveien invece del lungo tunnel di Ekeberg.
«Non mi piacciono i tunnel, sai» spiegò mentre percorrevano la strada che saliva lungo il fianco della
montagna nel traffico del pomeriggio. «Quindi i due fratelli che erano scappati in Norvegia e che erano
cresciuti insieme in una roulotte sono diventati nemici perché si erano innamorati della stessa donna?»
chiese Harry. «Maria proveniva da una famiglia lovarra molto rispettata. Vivevano in Svezia dove suo
padre era bulibas. Maria si sposò con Stefan e si trasferì a Oslo quando aveva tredici anni e lui diciotto.
Stefan era così innamorato che avrebbe potuto morire. A quell'epoca, Raskol si era nascosto in Russia,
sai. Non per scappare dalla polizia ma da alcuni albanesi del Kosovo che erano in Germania e ritenevano
che li avesse fregati in alcuni affari.» «Affari?» «Trovarono un rimorchio vuoto sull'autostrada vicino ad
Amburgo» disse Simon con un sorriso. «Ma Raskol è tornato?» «Un bel giorno di maggio è tornato
improvvisamente a Tøyen. Fu allora che lui e Maria si videro per la prima volta.» Simon si mise a ridere.
«Mio Dio, il modo in cui si guardarono. Sono stato costretto a guardare su in cielo per vedere se arrivava
un fulmine. L'aria era così elettrica.» «E si sono innamorati?» «Immediatamente. Mentre tutti stavano
guardando. Alcune delle donne trovarono la cosa molto imbarazzante.» «Ma se era così evidente, i
parenti non avrebbero dovuto reagire?» «Non pensavano che fosse così pericoloso. Devi ricordarti che ci
sposiamo più precocemente di voi. Non possiamo fermare i giovani. Si innamorano. Tredici anni, te lo
immagini?» «Sì» disse Harry strofinandosi il collo. «Ma questa era una faccenda seria, sai. Era sposata
conStefan ma si innamorò di Raskol la prima volta che lo vide. E anche se lei e Stefan abitavano nella
propria roulotte, Maria si incontrava con Raskol che era lì tutto il tempo. E quindi le cose sono andate
come dovevano andare. Quando Anna è nata, Stefan e Raskol furono i soli a non capire che era Raskol il
padre.» «Povera ragazza.» «E povero Raskol. L'unico che era felice era Stefan. Andava in giro come se
fosse alto tre metri, sai. Diceva che Anna era bella come suo padre.» Simon sorrise con occhi tristi.
«Forse le cose avrebbero potuto continuare così. Se Stefan e Raskol non avessero preso la decisione di
rapinare una banca.» «E le cose andarono male?» La coda di auto si avvicinava all'incrocio di Ryen.
«Erano in tre. Stefan era il più vecchio e quindi entrò per primo e uscì per ultimo. Mentre gli altri due
scappavano fuori dalla banca con i soldi per andare all'auto che li aspettava, Stefan rimase nella banca
con la pistola per impedire che qualcuno azionasse l'allarme. Erano dilettanti, non sapevano neanche che
la banca era dotata di un sistema di allarme silenzioso. Quando gli altri arrivarono per prendere Stefan, lo
videro steso sul cofano di un'auto della polizia. Un poliziotto gli stava mettendo le manette. Raskol
guidava l'auto. Aveva solo diciassette anni e non aveva la patente. Abbassò il finestrino. Con
trecentomila corone sul sedile posteriore, guidò lentamente verso l'auto della polizia dove suo fratello era
bloccato sul cofano. Poi gli sguardi di Raskol e del poliziotto si incontrarono. Mio Dio, l'aria era elettrica
come quando lui e Maria si erano incontrati. Si guardarono per un'eternità. Avevo paura che Raskol si
mettesse a urlare. Ma non disse una sola parola. Continuò a guidare. Era la prima volta che si vedevano.»
«Raskol e Jørgen Lønn?» Simon fece un cenno di assenso. Lasciarono la rotonda e presero Ryensvingen.
Poco lontano da un distributore di benzina, Simon frenò e si fermarono davanti a un edificio didodici
piani. Su un lato, il logo DnB era illuminato da un neon azzurro sopra l'ingresso. «Stefan prese quattro
anni per aver sparato al soffitto con la pistola» disse Simon. «Ma dopo il processo successe qualcosa di
strano, sai. Raskol fece visita a Stefan a Botsen, e il giorno dopo una delle guardie carcerarie disse che
pensava che il prigioniero arrivato di recente avesse cambiato aspetto. Il suo capo gli disse che era una
cosa normale per quelli che soggiornavano in prigione per la prima volta. Disse che a volte le donne non
riconoscevano i loro mariti quando venivano a fare loro visita. La guardia fu soddisfatta da questa
spiegazione ma alcuni giorni più tardi, il direttore della prigione ricevette una telefonata da una donna
che disse che avevano il prigioniero sbagliato, che il fratellino di Stefan Baxhet aveva preso il suo posto
e che dovevano liberarlo immediatamente. » «E proprio vero?» chiese Harry, prendendo l'accendino per
accendere la sua sigaretta. «Certamente» disse Simon. «Fra gli zingari dell'Europa meridionale, succede
spesso che i figli o i fratelli più giovani scontino la pena del condannato se questo ha una famiglia da
mantenere. Come nel caso di Stefan. Per noi, è una questione di onore, capisci.» «Ma le autorità non si
sono rese conto dell'errore?» «Eh!» disse Simon allargando le mani. «Per loro uno zingaro è uno zingaro.
Se è dentro per qualcosa che non ha fatto, è sicuramente colpevole di qualcos'altro.» «Chi era la donna
che ha telefonato?» «Non lo hanno mai scoperto. Ma Maria è sparita quella notte stessa. Non l'hanno mai
più vista. La polizia portò Raskol a Tøyen nel bel mezzo della notte e Stefan è stato portato fuori dalla
roulotte a calci. Anna aveva due anni ed era a letto, e chiamava sua madre, e nessuno fra gli uomini e le
donne riuscì a calmarla. Non prima che Raskol arrivasse e la prendesse in braccio.» Rimasero con lo
sguardo fisso sull'ingresso della banca.Harry guardò l'orologio. Mancavano pochi minuti prima dell'ora
di chiusura. . «Cosa è successo dopo?» «Dopo aver scontato la pena, Stefan ha lasciato il Paese
immediatamente. Ogni tanto parlavo con lui al telefono. Viaggiava molto.» «E Anna?» «E cresciuta in
una roulotte. Raskol l'ha mandata a scuola. Lì, Anna fece amicizia con ragazze Gadzo. Non voleva vivere
come noi, voleva fare quello che facevano le sue amiche, decidere della sua vita, guadagnarsi da vivere e
avere un appartamento proprio. Poi ereditò l'appartamento della nonna e si trasferì in Sorgenfrigata, e noi
non abbiamo più avuto nulla a che fare con lei. Sì. Era stata lei a decidere di trasferirsi. L'unico con cui
aveva ancora alcuni contatti era Raskol.» «Pensi che sapesse che era suo padre?» Simon scrollò le spalle.
«Quello che so è che nessuno ha mai detto nulla, ma sono sicuro che lo sapeva.» Rimasero seduti in
silenzio. «È qui che è successo» disse finalmente Simon. «Proprio poco prima dell'ora di chiusura»
aggiunse Harry. «Esattamente come ora.» «Non avrebbe sparato a Lønn se non fosse stato costretto a
farlo» disse Simon. «Ma fece quello che doveva. Era un guerriero, sai.» «Nessuna concubina dalla risata
sciocca.» «Cosa?» «Niente. Dov'è Stefan, Simon?» «Non lo so.» Harry aspettò. Videro due impiegati di
banca chiudere la porta dall'interno. Harry continuò ad aspettare. «L'ultima volta che ho parlato con lui,
chiamava da una città in Svezia» disse Simon. «Goteborg. E tutto quello che posso dirti per aiutarti.»
«Non sono io quello che stai aiutando.»«Lo so» sospirò Simon. «Lo so.» Harry trovò la casa gialla in
Vestlandsveien. Le luci erano accese a entrambi i piani. Parcheggiò l'auto, scese e rimase immobile a
fissare la stazione della metropolitana. Era lì che si riunivano le prime sere buie dell'autunno per andare a
rubare mele. Siggen, Tore, Kristian, Torkild, Øystein e Harry. Era il punto d'incontro fisso del gruppo.
Erano andati in bicicletta fino a Nodstrand perché lì le mele erano più grosse e il rischio che qualcuno
sapesse chi erano i loro padri era ridotto. Siggen era stato il primo a scavalcare lo steccato mentre Øystein
era rimasto a fare la guardia. E Harry che era il più alto, raggiungeva le mele più grosse. Ma una sera non
erano riusciti a pedalare così tanto e avevano fatto un'incursione nel vicinato. Harry guardò il giardino
dell'altra parte della strada. Si erano già riempiti le tasche quando videro un viso che li stava osservando
da una finestra illuminata del secondo piano. Senza dire una parola. Era Re diesis. Harry aprì il cancello
e andò fino alla porta. Jørgen e Kristin Lønn era dipinto sulla targa in porcellana sopra ai due campanelli.
Harry suonò il campanello superiore. Beate rispose dopo che Harry ebbe suonato due volte. Gli chiese se
voleva una tazza di tè, ma Harry scosse la testa e Beate sparì in cucina mentre Harry si sbarazzava dei
suoi stivali nell'ingresso. «Perché il nome di tuo padre è ancora sulla targa della porta?» chiese quando
Beate tornò nella stanza con una tazza. «Perché gli estranei pensino che un uomo abita nella casa?» Beate
scrollò le spalle e si sedette in una poltrona profonda. «Semplicemente perché non ci siamo mai decisi a
fare qualcosa. Il suo nome è stato lì così a lungo che non lo vediamo più.» Harry congiunse le mani. «È
proprio di questo che volevo parlare.» «Della targa della porta?» «No. Della disosmia. Del fatto di non
riuscire più a sentire la puzza dei cadaveri.»«Cosa vuoi dire?» «Ieri ero nel vestibolo del mio
appartamento e stavo guardando la prima e-mail che avevo ricevuto dall'assassino di Anna. Era
esattamente come voi con la vostra targa. I sensi lo registrano ma non il cervello. La trascrizione di
quell'e-mail era stata lì così a lungo che avevo smesso di vederla, esattamente come la foto che ho
appeso. Quando la foto è sparita, ho solo notato che qualcosa era cambiato, ma non sapevo cosa fosse. E
sai perché?» Beate scosse il capo. «Perché non era successo nulla che mi facesse vedere le cose in un
altro modo. Vedevo solo quello che supponevo che fosse lì. Ma ieri è successo qualcosa. Ali ha detto che
aveva visto di schiena una donna sconosciuta davanti alla porta della cantina. E mi è venuto in mente che
finora avevo inconsapevolmente pensato che doveva essere stato un uomo a uccidere Anna. Quando si
commette l'errore di immaginarsi l'uomo che si crede di cercare, non si vedono le altre cose che si stanno
cercando. E questo mi ha portato a guardare quell'e-mail da un nuovo punto di vista.» Le sopracciglia di
Beate si trasformarono in virgolette. «Vuoi dire che non è stato Alf Gunnerud a uccidere Anna Bethsen?»
«Sai che cos'è un anagramma?» chiese Harry. «Un gioco con le lettere.» «L'assassino di Anna aveva
preparato un patrin per me. Un anagramma. L'ho visto nello specchio. L'e-mail era firmata con il nome di
una donna. All'inverso. Quindi ho inviato la e-mail ad Aune che ha contattato uno specialista in
psicologia cognitiva e linguaggio. È già successo che, partendo da una sola frase in una lettera di
minaccia anonima, si riesca a determinare il sesso, l'età e l'origine geografica della persona. Questa volta
ha stabilito che le lettere erano scritte da una persona fra i venti e sessant'anni, di qualunque origine e
dell'uno o l'altro sesso. In altre parole, non è stato un grande aiuto. Se si esclude il fatto che pensava che si
trattasse più probabilmente di una donna. Sulla base diuna sola parola. C'è scritto "voi uomini della
polizia" invece di "voi della polizia" o "voi poliziotti". Quello che intende è che il mittente può aver
inconsapevolmente scelto la parola perché fa una distinzione fra il sesso del destinatario e del mittente.»
Harry si appoggiò allo schienale della sedia. Beate posò la tazza. «Non posso proprio pretendere di essere
convinta, Harry. Una donna non identificata nelle scale, un crittogramma che diventa un nome di donna
al contrario e uno psicologo che pensa che Alf Gunnerud abbia fatto una scelta di parole femminili.»
Harry annuì. «Sono d'accordo con te. Ma volevo solo farti sapere quello che mi ha messo sulla pista. Ma
prima di dirti chi ha ucciso Anna, voglio chiederti se puoi aiutarmi a trovare una persona che è
scomparsa.» «Certo. Ma perché lo chiedi a me? Le persone scomparse non sono esattamente...» «Sì»
disse Harry con un sorriso desolato. «Le persone scomparse sono il tuo campo.»
        *** Capitolo 43. Ramona.
        Harry trovò Vigdis Albu vicino alla spiaggia. Era seduta sulla stessa roccia dove Harry aveva
dormito, teneva le braccia sulle ginocchia e lo sguardo fisso in direzione del fiordo. Nella foschia del
mattino, il sole assomigliava a una pallida copia di se stesso. Gregor venne incontro a Harry correndo,
muovendo la coda. C'era la bassa marea e nell'aria c'era un odore di fumo e di olio. Harry si mise a sedere
su un masso dietro a Vigdis e prese una sigaretta. «Sei stato tu a trovarlo?» chiese la donna senza voltarsi.
Harry si chiese da quanto tempo lo stesse aspettando.«Siamo stati in molti a trovare Arne Albu» rispose.
«Io ero uno di loro.» Vigdis Albu spostò una ciocca di capelli che il vento le aveva fatto ricadere sul viso.
«Anch'io. Ma era molto, molto tempo fa. Forse non mi crederai, ma un tempo l'ho amato.» Harry cercò di
accendere la sigaretta senza riuscirci. «Perché non dovrei crederlo?» «Credi quello che vuoi. Non tutte le
persone sono capaci di amare. Forse lo crediamo, e anche loro, ma non è così. Imparano le mimiche, le
battute e le diverse mosse, è tutto. Alcune di loro diventano così brave che possono ingannarci per
parecchio tempo. Quello che mi stupisce non è che riescano a farlo, ma che lo sopportino. Perché
sforzarsi a recuperare un sentimento che non sanno neppure che cosa sia?, Capisci commissario?» Harry
non rispose. «Forse hanno semplicemente paura» disse Vigdis voltandosi verso Harry. «Paura di
guardarsi allo specchio e scoprire che sono invalidi.» «Di chi stai parlando, Signora Albu?» La donna si
voltò nuovamente verso il mare. «Chi lo sa? Di Anna Bethsen. Di Arne. Di me stessa. Sono diventata
così.» Gregor leccò la mano di Harry. «So come è morta Anna Bethsen» disse Harry. Fissò la schiena
della donna ma non vide alcuna reazione. Accese la sigaretta al secondo tentativo. «Ieri pomeriggio, ho
ricevuto la risposta del reparto tecnico per quanto riguarda l'analisi di uno dei quattro bicchieri che si
trovavano sul lavandino a casa di Anna Bethsen. C'erano solo le mie impronte digitali. Avevo
indubbiamente bevuto Coca-Cola. Non l'avrei mai bevuta insieme al vino. L'unico bicchiere da vino era
inutilizzato. Tuttavia, quello che è interessante è quello che c'era in fondo al bicchiere di Coca-Cola,
hanno trovato tracce di idrocloruro di morfina. O più semplicemente morfina. Conoscegli effetti di dosi
elevate di questo prodotto, non è vero, Signora Albu?» La donna lo guardò. Scosse lentamente la testa.
«No?» disse Harry. «Collasso e perdita della memoria più o meno nel momento in cui la persona assume
la sostanza, seguiti da una sensazione di forte malessere e mal di testa quando riprende i sensi. In altre
parole, questi sintomi possono facilmente essere scambiati per uno stato di ubriachezza. Nello stesso
modo in cui il Rohypnol è una buona droga da stupro. E siamo stati stuprati. Tutti. Non è così, Signora
Albu?» Un gabbiano volò sopra di loro con un grido lancinante. «Ancora tu» disse Astrid Monsen con
una risata breve e nervosa prima di farlo entrare nell'appartamento. Si misero a sedere in cucina. Astrid
preparò il tè e mise sul tavolo una torta che aveva comprato da Baker Hansen "in caso avesse visite".
Harry borbottò alcune parole di circostanza sulla neve che era caduta il giorno prima e sul fatto che il
mondo, che tutti pensavano che sarebbe crollato insieme ai grattacieli alla TV, non era cambiato molto in
fondo. Poi quando Astrid si mise finalmente a sedere con la sua tazza di tè, Harry le chiese che cosa
pensava di Anna. La donna lo guardò con la bocca aperta. «La odiavi, non è vero?» Nel silenzio che
seguì, si sentì un piccolo click elettronico proveniente da un'altra stanza. «No, non la odiavo.» Astrid
stringeva una tazza enorme piena di tè verde. «È solo che era... diversa.» «In che senso diversa?» «La vita
che viveva. Il suo modo di essere. Poteva essere come voleva essere.» «E questo non ti piaceva?» «Non
lo so. No, forse no.» «Perché no?» Astrid Monsen fissò Harry. A lungo. Il sorriso appariva e spariva dai
suoi occhi come una farfalla ubriaca.«Non è quello che credi» disse. «Invidiavo Anna. L'ammiravo. Certi
giorni, volevo essere lei. Era il mio contrario. Io rimanevo seduta qui dentro, mentre lei...» Il suo sguardo
si perse al di là della finestra. «Si vestiva come se fosse nuda e usciva così, Anna. Gli uomini che sapeva
di non poter avere andavano e venivano, ma lei li amava lo stesso. Non sapeva dipingere ma esponeva i
suoi dipinti perché tutto il resto del mondo potesse vederli con i propri occhi. Parlava con tutte le persone
alle quali aveva motivo di credere di piacere. Anche con me. Certi giorni, avevo la sensazione che Anna
avesse rubato la persona che io ero veramente, che non c'era posto per noi due e che dovevo aspettare il
mio turno.» Si interruppe e rise nervosamente. «Ma poi è morta. E allora ho scoperto che non era così. Io
non posso essere lei. Ora nessuno può essere lei. Non è triste?» Fissò Harry. «No, non la odiavo. La
amavo.» Harry sentì come una puntura nel collo. «Puoi dirmi quello che è successo la sera in cui mi hai
trovato sul pianerottolo?» Il sorriso apparve e sparì come un neon difettoso. Come se una persona felice
spuntasse di tanto in tanto e guardasse attraverso i suoi occhi. Per Harry era come un argine che stava per
sgretolarsi. «Eri ubriaco» mormorò Astrid. «Ma in un modo elegante.» Harry alzò un sopracciglio.
«Quando mi hai messo in piedi, hai notato se puzzavo di alcol?» Astrid lo guardò con sorpresa, come se
non ci avesse pensato prima d'ora. «No. In realtà non puzzavi di niente.» «Niente?» Astrid arrossì
profondamente. «Niente di speciale.» «Ho lasciato cadere qualcosa sulle scale?» «Che genere di cosa?»
«Un cellulare. E delle chiavi.»«Quali chiavi?» «Sei tu che devi rispondere.» Astrid scosse la testa.
«Nessun cellulare. E ti ho rimesso le chiavi in tasca. Perché mi chiedi tutto questo?» «Perché so chi ha
ucciso Anna. Volevo solo controllare nuovamente alcuni dettagli prima.»
         *** Capitolo 44. Patrin.
         Il giorno seguente, gli ultimi resti della nevicata di due giorni prima erano spariti. Durante la
riunione del mattino della sezione criminale, Ivarsson affermò che se volevano arrivare da qualche parte
nel caso dello Speditore, la cosa migliore in cui potevano sperare era un'altra rapina di banca, ma che il
pronostico di Beate Lønn secondo il quale lo Speditore avrebbe colpito a intervalli di tempo sempre più
brevi, sfortunatamente si era rivelato errato. Con la sorpresa di tutti, Beate non sembrò prendersela per la
critica indiretta, ma si limitò a scrollare le spalle e ripetè con voce ferma che era solo una questione di
tempo prima che lo Speditore fosse catturato. Quella stessa sera, un'auto della polizia scivolò nel
posteggio davanti al museo Munch e si fermò. Quattro uomini scesero dall'auto, due in uniforme e due in
borghese che, da lontano, sembravano farsi strada a vicenda. «Scusa le misure di sicurezza» disse Harry
facendo un segno per indicare le manette. «Per me, era l'unico modo di ottenere il permesso.» Raskol
scrollò le spalle. «Credo che patisca di più tu a essere ammanettato a me, Harry.» Il gruppetto attraversò
il parcheggio in direzione delcampo di calcio e delle roulotte. Harry fece segno ai colleghi di aspettare
fuori prima che lui e Raskol entrassero nella piccola roulotte. Simon li aspettava all'interno. Aveva
preparato una bottiglia di Calvados con tre piccoli bicchieri. Harry scosse il capo, aprì le manette e si
mise a sedere sulla panca. «E strano tornare?» chiese Harry. Raskol non rispose e Harry aspettò mentre lo
sguardo scuro dello zingaro esaminava minuziosamente la roulotte. Harry notò che gli occhi di Raskol si
erano fermati sulla fotografia sopra il letto, che rappresentava i due fratelli, ed ebbe l'impressione che la
sua bocca morbida si muovesse leggermente. «Ho promesso che saremmo tornati a Botsen prima di
mezzogiorno quindi dobbiamo venire al sodo» disse Harry. «Non è stato Alf Gunnerud a uccidere
Anna.» Simon si voltò verso Raskol che stava fissando Harry. «E non è stato neppure Arne Albu.»
Durante la pausa che seguì, il fruscio delle auto che passavano in Finnmarkgata sembrò aumentare. A
Raskol mancava questo rumore quando andava a dormire nella sua cella? Gli mancava la voce
proveniente dall'altro letto, l'odore, il rumore del respiro uniforme di suo fratello? Harry si rivolse a
Simon. «Puoi lasciarci da soli?» Simon guardò Raskol che annuì brevemente. Chiuse la porta dietro di sé.
Harry congiunse le mani e alzò gli occhi. Gli occhi di Raskol erano diventati brillanti come se avesse la
febbre. «È da un po' di tempo che lo sai, non è vero?» disse Harry a bassa voce. Anche Raskol congiunse
le mani, un segno illusorio di tranquillità, ma le estremità bianche delle sue dita rivelavano qualcos'altro.
«Forse Anna aveva letto Sun Zi» disse Harry. «E sapeva che il principio fondamentale della guerra è
l'inganno. Eppure mi ha dato la soluzione, solo che non sono riuscito a rompere il codice. C, croce, M e
N. Mi ha addirittura suggeritoche la retina voltava le cose e che si dovrebbe guardarle in uno specchio per
sapere quello che rappresentano veramente.» Raskol chiuse gli occhi. Sembrava stare male. «Anna aveva
una madre che era bella e pazza» mormorò. «Anna ha ereditato tutto.» «Hai già risolto l'anagramma se ho
capito bene» disse Harry. «La sua firma era una C seguita da una croce, che è il segno della chiave do
diesis. Poi viene una M e infine una N. Se si legge la firma così, diventa do diesis-M-N. Scrivilo e
guardalo al contrario in uno specchio. Ne-me-sis. Nemesis. L'inibitore femminile. L'ha detto subito. Era
il suo capolavoro. Quello per il quale sarebbe stata ricordata.» Harry pronunciò queste parole senza un
tono di trionfo nella voce. Era solo una constatazione. Ed ebbe la sensazione che la roulotte angusta si
ristringesse ancora di più intorno a loro. «Raccontami il resto» mormorò Raskol. «Puoi bene
immaginarlo.» «Racconta!» sibilò. Harry guardò la piccola finestra rotonda che era già ricoperta di
condensa. Una spia. Una nave nello spazio. Improvvisamente, capì che se asciugava la condensa,
avrebbe scoperto che si trovavano in mezzo all'universo, due astronauti soli nella nebulosa dalla Testa di
cavallo, a bordo di una roulotte volante. Non sarebbe stato più fantastico di quello che stava per
raccontare ora.
         *** Capitolo 45. L'ARTE DELLA GUERRA.
         Raskol si raddrizzò e Harry iniziò. «Quest'estate il mio vicino Ali Niazi ha ricevuto una lettera da
una persona che sosteneva di dovere dei soldi daquando abitava nella nostra casa diversi anni fa. Ali ha
controllato nei registri i nomi delle persone che avevano vissuto nel nostro condominio, ma non ha
trovato il suo nome, così ha inviato una lettera per dirgli di lasciar perdere. L'uomo si chiamava Eriksen.
Ieri ho telefonato ad Ali e gli ho chiesto di cercare la lettera che aveva ricevuto. L'indirizzo era
Sorgenfrigata 17. Astrid Monsen mi aveva detto di avere visto che sulla buca delle lettere di Anna c'era
un pezzo di carta con un altro cognome. Eriksen. A che cosa poteva servirle? Ho telefonato alla
Låsesmeden AS. Infatti avevano ricevuto un ordine di chiavi per il mio appartamento. Mi hanno inviato
una copia della richiesta via fax. La prima cosa che ho notato è stata che l'ordine era stato fatto una
settimana prima che Anna morisse. L'ordine era firmato da Ali in qualità di amministratore del nostro
condominio, La firma sull'ordine era stata falsificata malamente. Come se fosse stata fatta da un artista da
quattro soldi che aveva voluto imitare la firma da una lettera che aveva ricevuto. Ma è stata sufficiente
per la Låsesmeden AS, che ha immediatamente passato l'ordine di una chiave per l'appartamento di Harry
Hole alla Trioving. Ma Harry Hole doveva andare a ritirare la chiave personalmente esibendo un
documento di identità. E lo ha fatto. Credendo di stare ritirando una chiave per l'appartamento di Anna.
Ce n'è abbastanza da morire dalle risate, non trovi?» Raskol si limitò a sorridere. «Fra quel momento e la
nostra cena, Anna ha portato a termine il suo piano. Ha ordinato un abbonamento a un server in Egitto per
il cellulare di Harry e ha inserito le e-mail con date di invio preprogrammate nel computer portatile. Nel
corso della giornata è andata prima nella mia cantina e poi nel mio appartamento per cercare qualcosa che
mi appartenesse, qualcosa di molto personale da lasciare nell'appartamento di Alf Gunnerud. E ha scelto
la fotografia con mia sorella Søs. La mossa successiva del suo programma è stata una visita al suo
vecchio amante e fornitore di droga. Forse Alf Gunnerud è rimasto sorpreso di rivederla.Che cosa
voleva? Comprare o prendere in prestito una pistola? Forse. Perché Anna sapeva che a Oslo circolavano
molte armi, specialmente pistole con il numero di serie limato. Mentre Anna era nella toilette, Alf ha
preso una Beretta M92F. Forse ha pensato che la donna era rimasta nella toilette un po' troppo a lungo. E
quando lei è finalmente uscita, improvvisamente aveva fretta di andarsene. In ogni caso, possiamo
immaginare che le cose siano andate in questo modo.» Raskol aveva smesso di sorridere. Harry si
appoggiò allo schienale della sedia. «Subito dopo è andata a mettere una chiave di riserva del suo
appartamento nel cassetto del comodino da notte nella casa di campagna di Arne Albu. Nessun problema,
dato che sapeva che la chiave era nella lampada. Allo stesso tempo, ha preso una fotografia di Vigdis
Albu con i suoi figli ed è tornata a casa. Ora tutto era pronto. Doveva soltanto aspettare. Che Harry
arrivasse per cenare. Sul menu c'era torn yam con peperoncino japone e Coca-Cola con idrocloruro di
morfina. Quest'ultimo ingrediente è molto popolare come "droga da stupro" perché non ha sapore, è
facile da dosare e produce gli effetti desiderati. La vittima si sveglia con un vuoto di memoria e crede sia
dovuto all'alcol, dato che i sintomi sono gli stessi della sbornia. In un certo senso, si può dire che sia stato
violentato. Ero talmente fatto che non ha avuto problemi a prendere il cellulare dalla mia giacca prima di
sbattermi fuori di casa. Dopo che me ne sono andato, mi ha seguito, è scesa nella mia cantina e ha
collegato il mio cellulare al computer portatile. Tornata a casa ha fatto le scale il più silenziosamente
possibile. Astrid Monsen l'ha sentita, ma ha creduto che fosse la signora Gundersen che abita al quarto
piano. E poi si è preparata per la scena finale. Sapeva ovviamente che sarei venuto in contatto con il caso,
indipendentemente se mi fosse stato affidato oppure no, così ha preparato due patrin per me. Ha preso la
pistola con la mano destra perchéio sapevo che era mancina. E poi ha messo la fotografia di Vigdis Albu
nella scarpa.» Le labbra di Raskol si mossero ma non ne uscì alcun suono. Harry si passò una mano sul
volto. «L'ultima mossa del suo capolavoro è stata di premere il grilletto di una pistola.» «Ma perché?»
«Anna era una persona estrema. Con quella mossa voleva vendicarsi di tutti gli uomini che le avevano
tolto quello per cui viveva. L'amore. I colpevoli erano Arne Albu, Alf Gunnerud e il sottoscritto. E voi, la
sua famiglia. In poche parole: l'odio ha vinto.» «Cazzate» disse Raskol. Harry si voltò e prese la
fotografia di Raskol e Stefan dalla parete e la mise sul tavolo. «L'odio ha sempre vinto nella tua famiglia,
Raskol. Non è così?» Raskol chinò la testa all'indietro e bevve l'ultimo sorso. Poi sorrise. Più tardi, Harry
si sarebbe ricordato dei secondi che seguirono come un video ultrarapido e quando finì, si trovò disteso
sul pavimento, bloccato dalla presa ferrea di Raskol, con gli occhi che bruciavano e l'odore del Calvados
nel naso e il collo della bottiglia rotta contro la pelle del collo. «C'è solo una cosa che è più pericolosa
della pressione troppo alta, Spiani» sussurrò Raskol. «La pressione troppo bassa. Perciò ti consiglio di
rimanere immobile.» Harry deglutì e cercò di dire qualcosa, ma Raskol strinse più forte e dalle sue labbra
uscì soltanto un suono strozzato. «Sun Zi è stato molto chiaro a proposito dell'amore e dell'odio, Spiuni.
In guerra sia l'odio sia l'amore vincono, sono gemelli siamesi che non possono essere separati. I perdenti
sono l'ira e la compassione.» «Stiamo perdendo tutti e due» riuscì a bisbigliare Harry. «La mia Anna non
avrebbe mai scelto la morte» disse Raskol con voce tremante. «La mia Anna amava la
vita.»«Così-come-tu-ami-la-libertà» disse Harry con uno sforzo enorme. Raskol allentò leggermente la
presa e un po' d'aria entrò sibilando nei polmoni di Harry. I battiti del cuore gli echeggiavano in testa, ma
ora riusciva a sentire il fruscio del traffico. «Tu hai fatto una scelta, Raskol» bisbigliò Harry. «Ti sei
costituito per ripagare. Incomprensibile per gli altri, ma era la tua scelta. Anna ha fatto la stessa cosa.»
Harry cercò di spostarsi ma il collo della bottiglia gli impediva qualsiasi movimento. «Io avevo i miei
motivi.» «Lo so» disse Harry. «Espiare è un istinto forte quanto il desiderio di vendetta.» Raskol non
rispose. «Sapevi che anche Beate Lønn ha fatto una scelta? Si è resa conto che niente avrebbe potuto
restituirle suo padre. Non ha più odio e furia dentro di sé. Per questo mi ha chiesto di dirti che ti ha
perdonato.» Una punta di vetro gli graffiò la pelle. Il suono ricordava quello della punta di una matita che
passa sul cartone. «Adesso tocca a te scegliere, Raskol.» «Scegliere fra cosa, Spiuni? Se lasciarti vivere o
no?» Harry cercò di respirare profondamente per bloccare il panico. «Se vuoi dare a Beate Lønn la sua
libertà. Se vuoi raccontare quello che è successo quando hai ucciso suo padre. Se vuoi liberare te stesso.»
«Me stesso?» «L'ho trovato» disse Harry. «Cioè, Beate Lønn lo ha trovato.» «Trovato chi?» «Abita in
Svezia, a Göteborg.» Raskol smise di ridere di colpo. «Abita lì da diciannove anni» continuò Harry. «Da
quando è venuto a sapere chi era il vero padre di Anna.» «Tu menti» urlò Raskol e alzò la mano con la
bottiglia al di sopra della testa. Harry deglutì e chiuse gli occhi.Quando li riaprì lo sguardo di Raskol era
diventato vitreo. Ora, entrambi avevano lo stesso respiro pesante. «E Maria?» bisbigliò Raskol. Harry fu
costretto a provare due volte prima di riuscire a usare le corde vocali. «Nessuno ha sentito parlare di lei.
Qualcuno ha detto a Stefan di averla vista con un gruppo di zingari su una spiaggia in Normandia diversi
anni fa.» «Stefan? Hai parlato con lui?» Harry annuì. «E perché avrebbe parlato con uno Spiuni come
te?» «Perché non glielo chiedi tu stesso?» disse Harry cercando di muoversi senza riuscirci.
«Chiedergli...» Raskol lo fissò incredulo. «Simon è andato a prenderlo ieri. È seduto nella roulotte qui,di
fianco. Ha diverse cose da discutere con la polizia, ma gli ispettori hanno avuto l'ordine di non toccarlo.
Vuole parlare con te. Il resto è una tua scelta.» Harry mise una mano fra il collo e la bottiglia. Quando
Harry si rialzò, Raskol non reagì. «Perché hai fatto questo, Spiuni?» Harry scrollò le spalle. «Tu hai fatto
in modo che i giudici a Mosca lasciassero che Oleg restasse con Rakel. Io ti dò una possibilità di ritrovare
l'ultimo dei tuoi.» Harry prese le manette dalla tasca e le mise sul tavolo. «Indipendentemente dalla tua
scelta, per me adesso siamo pari.» «Pari?» «Tu hai fatto in modo che i miei tornassero. Io ho fatto lo
stesso per te.» «Ti ho sentito, Harry. Ma che cosa significa?» «Significa che racconterò tutto quello che
so sull'assassinio di Arne Albu. E ti daremo la caccia con tutto quello che abbiamo.» Raskol inarcò le
sopracciglia. «Sarebbe più facile per te perdere, Spiuni. Sai benissimo che non hai niente contro di me,
allora perché provare?»«Perché siamo poliziotti» disse Harry. «E non concubine sghignazzanti.» Raskol
lo fissò a lungo. Poi fece un breve inchino. Arrivato sulla porta, Harry si voltò. L'uomo magro era seduto
con la testa china, le ombre gli nascondevano il volto. «Avete fino a mezzanotte, Raskol. Poi gli ispettori
ti riporteranno in carcere.» La sirena di un'ambulanza lacerò il brusio da Finnmarkgata, andava e veniva
come se stesse cercando il tono giusto.
         *** Capitolo 46. Medea.
         Harry aprì lentamente la porta della camera da letto. Aveva l'impressione di sentire ancora il suo
profumo, ma l'odore era talmente debole che non era sicuro che provenisse dalla stanza o dalla sua
memoria. Il grande letto troneggiava al centro della stanza come una galea romana. Harry si mise a
sedere sul bordo, passò le dita sulle lenzuola fredde, chiuse gli occhi e percepì un leggero movimento del
materasso. Era qui che Anna lo aveva aspettato? Il campanello squillò. Harry aprì gli occhi e guardò
l'orologio. Le sette in punto. Era Beate. Aune suonò il campanello alcuni minuti dopo. Ansimava ed era
rosso in volto dopo aver fatto le scale. Salutò Beate e tutti e tre entrarono nella stanza. «Dunque tu puoi
dire chi sono le persone in questi tre ritratti?» chiese Aune. «Arne Albu» disse Beate indicando il ritratto
a sinistra. «Alf Gunnerud al centro, e Harry a destra.» «Impressionante» esclamò Aune. «Non saprei»
disse Beate. «Una formica può distinguere milioni di volti di altre formiche. Se consideriamo il peso del
loro corpo, le formiche hanno un Gyrus Fusiforme migliore del mio.»«Sono sicuro che il mio livello è
molto più basso» disse Aune. «Tu noti qualcosa, Harry?» «Sicuramente riesco a vedere un po' di più di
quando Anna me li ha mostrati la prima volta. Adesso so che sono i tre che Anna accusava» Harry fece un
cenno con il capo in direzione delle tre lampade. «Nemesis, la dea della vendetta e della giustizia.» «Che
i romani hanno rubato ai greci» disse Aune. «Hanno mantenuto la bilancia, scambiato la frusta con la
spada, le hanno bendato gli occhi e l'hanno chiamata Justitia.» Aune si avvicinò alla lampada. «Quando,
seicento anni prima di Cristo, si resero conto che la vendetta di sangue non funzionava, decisero di
togliere la vendetta dal singolo essere umano e di trasformarla in un affare ufficiale, ed è proprio questa
donna che è diventata il simbolo dello stato di diritto moderno» Aune passò una mano sulla fredda donna
di bronzo. «La giustizia cieca. La vendetta fredda. La nostra civilizzazione è nelle sue mani. Non la
trovate bella?» «Bella come una sedia elettrica» scherzò Harry. «La vendetta di Anna non si può definire
direttamente fredda.» «Era sia calda sia fredda» disse Aune. «Premeditata e sofferta allo stesso tempo.
Deve essere stata una persona molto sensibile. Chiaramente ferita nell'anima, ma lo siamo tutti, è soltanto
una questione di differenza di gravità della ferita.» «E che tipo di ferita aveva Anna?» «Non l'ho mai
incontrata, perciò posso soltanto fare una supposizione.» «Falla» disse Harry. «Dato che abbiamo parlato
degli dèi dell'antichità, presumo che abbiate sentito parlare di Narciso, il dio greco che si era talmente
innamorato della propria immagine riflessa da non riuscire più a staccarsene. È stato Freud a introdurre il
concetto di narcisismo nella psicologia, persone con un'esagerata convinzione di essere uniche e che
sono ossessionate dal sogno di un successo senza limiti. Nei narcisisti spesso il bisogno di vendicarsi di
quelli che lihanno feriti è al di sopra di ogni altro bisogno. Si chiama rabbia narcisistica. Lo psicanalista
americano Heinz Kohut ha descritto come queste persone cercano di vendicare l'offesa - che noi
possiamo considerare una bagattella - con qualsiasi mezzo. Per esempio un rifiuto apparentemente
innocuo può tipicamente provocare una testardaggine forzata nei narcisisti e allora iniziano a lavorare
alacremente per ristabilire l'equilibrio, se necessario con la morte come risultato.» «Morte per chi?»
chiese Harry. «Per tutti.» «Ma è insano» disse Beate. «Fondamentalmente era quello che volevo
affermare» disse Aune. Entrarono nella cucina. Aune si mise a sedere su una delle sedie con lo schienale
dritto. «Le fabbricano ancora?» chiese. «Ma che Anna si sia suicidata soltanto per vendicarsi? Possono
esserci altri modi?» «Certamente» disse Aune. «Ma spesso il suicidio in sé è una specie di vendetta. Si
vuole dare la colpa a quelli che ci hanno tradito. Anna ha fatto soltanto qualche passo in più. Era sola,
scacciata dalla propria famiglia e lasciata dalle persone che amava. Era una fallita come artista e aveva
iniziato a drogarsi senza risolvere nulla. Per farla breve, era una donna profondamente delusa e infelice
che ha scelto il suicidio con estrema freddezza. E la vendetta.» «Senza alcuna riflessione morale?» chiese
Harry. «Naturalmente, la questione morale è interessante.» Aune incrociò le braccia. «Per la nostra
società, vivere è un dovere morale, perciò si condanna il suicidio. Ma con la sua chiara ammirazione per
l'antichità, forse Anna ha fatto riferimento ai filosofi greci secondo i quali l'essere umano dovrebbe
scegliere quando morire. Anche Nietzsche sosteneva che il singolo ha il pieno diritto morale di togliersi
la vita. Ha persino usato il termine Freitod o morte volontaria.» Aune alzò un indice. «Ma per Anna c'era
anche unaltro dilemma morale. La vendetta. Nel senso etico del cristianesimo, se lo applicava, che dice
che bisogna vendicarsi. Naturalmente il paradosso sta nel fatto che i cristiani si confessano a Dio, il più
grande vendicatore di tutti. Colui che va contro la sua volontà, brucerà all'inferno per sempre, una
vendetta completamente sproporzionata, quasi un caso per Amnesty International, direi. E se...» «Forse
Anna odiava soltanto?» disse Beate. Aune e Harry si voltarono verso di lei. Beate li fissò con uno sguardo
spaurito come se le parole fossero uscite dalla sua bocca per errore. «Morale» sussurrò. «Voglia di
vivere. Amore. Eppure è l'odio il più forte.»
         *** Capitolo 47. Fosforescenza.
         Harry era fermo davanti a una finestra aperta e stava ascoltando le sirene delle ambulanze in
lontananza, finché non affogarono nel rumore del centro città. La casa che Rakel aveva ereditato da suo
padre era situata in alto, al di sopra di tutto quello che succedeva sotto la cappa di luce che Harry
intravedeva fra gli abeti nel giardino. Gli piaceva rimanere lì a osservare. Gli alberi e il pensiero che
erano lì da tanto tempo gli davano una sensazione di tranquillità. La luce della città gli ricordava la
fosforescenza del mare. L'aveva vista una sola volta, una notte quando suo nonno lo aveva portato con sé
nella sua barca a remi a cercare granchi. L'aveva vista quell'unica notte. Ma non l'aveva mai dimenticata.
Era una di quelle esperienze che diventavano sempre più chiare e reali per ogni anno che passava. Non
era così con tante altre cose. Quante notti aveva passato con Anna, quante volte era partito con la nave del
danese per perdersi? Non ricordava, e presto avrebbe dimenticato anche il resto. Triste. Sì, triste e
necessario.Eppure c'erano due momenti con Anna che sapeva che non sarebbe mai riuscito a cancellare
completamente. Due immagini quasi identiche, entrambe con i suoi capelli spessi sparsi sul cuscino
come un'onda nera, gli occhi spalancati e una mano stretta sul lenzuolo bianco. La differenza era l'altra
mano. In un'immagine le sue dita erano incrociate nelle sue. Nell'altra tenevano una pistola. «Puoi
chiudere la finestra?» chiese Rakel alle sue spalle. Era seduta sul divano con le gambe raccolte sotto di sé
e un bicchiere di vino in mano. Oleg era andato a letto felice dopo aver battuto Harry a Tetris per la prima
volta e Harry temeva che un'era fosse finita per sempre. Al telegiornale non c'erano state notizie
importanti. Soltanto i soliti vecchi refrain: crociata contro l'Est, vendetta contro l'Ovest. Avevano spento
il televisore e messo un disco dei Stone Roses che Harry aveva trovato sorpreso - e felice - fra i dischi di
Rakel. I tempi della giovinezza. C'era stato un tempo in cui niente lo rendeva più di buon umore di
giovinastri inglesi arroganti con le loro chitarre e le loro attitudini. Adesso gli piacevano i Kings of
Convenience che cantavano con voci calme e appena un pelo più dure di quella di Donovan. E gli Stone
Roses a volume basso, triste, ma vero. Forse è necessario. Le cose vanno in cerchio. Chiuse la finestra, e
promise a se stesso che avrebbe portato Oleg in mare su una barca a remi alla ricerca di granchi. «Down,
down, down» cantavano gli Stone Roses. Rakel si chinò in avanti e bevve un sorso di vino. «È quella
vecchia storia» sussurrò. «Due fratelli che amano la stessa donna e non può che finire in tragedia.»
Rimasero in silenzio, intrecciarono le mani e ascoltarono i rispettivi respiri. «La amavi?» chiese Rakel.
Harry rifletté a lungo prima di rispondere. «Non mi ricordo. C'era un periodo della mia vita in cui tutto è
come avvolto nella nebbia.» Rakel gli accarezzò una guancia. «Sai che cosa trovo molto strano quando ci
penso? Chequella donna che non ho mai incontrato o visto sia andata in giro nel tuo appartamento e che
abbia potuto guardare quella fotografia di noi tre a Frognerseteren che è appesa al tuo specchio. E sapere
che avrebbe distrutto tutto. E che forse tu e lei vi siete amati.» «Aveva pianificato tutto fino all'ultimo
dettaglio molto prima di venire a sapere di te e di Oleg. Era già riuscita a procurarsi la firma di Ali l'estate
scorsa.» «E pensa quanto deve aver lavorato per imitare quella firma, lei che era mancina.» «Non ci
avevo pensato» disse Harry volgendosi e fissandola. «Non possiamo parlare d'altro? Che cosa ne dici se
telefono a mio padre per chiedergli se può imprestarci la sua casa ad Åndalsnes per l'estate?
Normalmente il tempo fa schifo, ma c'è il mare e la barca a remi del nonno.» Rakel si mise a ridere. Harry
chiuse gli occhi. Amava la sua risata. Si disse che se non commetteva errori forse avrebbe avuto la
possibilità di sentirla abbastanza spesso. Harry si svegliò di soprassalto. Si mise a sedere sul letto e cercò
di respirare. Aveva sognato, ma non ricordava cosa. Il suo cuore batteva come un tamburo in calore. Era
stato nuovamente sott'acqua a Bangkok? O davanti all'attentatore all'hotel della SAS? La testa gli doleva.
«Che cosa c'è?» borbottò Rakel. «Niente» sussurrò Harry. «Dormi.» Si alzò, andò in bagno e bevve un
bicchiere d'acqua. Si guardò allo specchio con gli occhi socchiusi. Fuori soffiava il vento. I rami della
grande quercia sfregavano contro il tetto. Battevano sulla sua spalla. Gli solleticavano la nuca facendogli
drizzare i peli del collo. Adesso si ricordava. Quello che aveva sognato. Un ragazzo seduto sul tetto di
una scuola che dondolava le gambe. Che saltava le lezioni. Che lasciava che suo fratello più piccolo
facesse i compiti per lui. Che faceva vedere alla nuova ragazza del fratello i posti dove giocavano da
piccoli. Harry aveva sognato lo scenario di una tragedia.Quando tornò a letto, Rakel dormiva. Alzò gli
occhi e iniziò ad aspettare l'arrivo dell'alba grigia. L'orologio sul comodino segnava le 5,30 quando non
ce la fece più, si alzò, andò nel soggiorno, chiamò il servizio informazioni abbonati e chiese il numero di
telefono di Jean Hue.
         *** Capitolo 48. Heinrich Schirmer.
         Beate si svegliò al terzo squillo del campanello. Si girò su un fianco e guardò l'orologio. Le sei e
un quarto. Rimase distesa cercando di decidere quale fosse la cosa più furba da fare, alzarsi e mandarlo al
diavolo o fingere di non essere in casa. Sentì nuovamente suonare, in un modo che le fece capire che non
si sarebbe arreso. Sospirando, si alzò e si infilò la vestaglia. Alzò il ricevitore del citofono. «Sì?» «Mi
dispiace suonare così tardi, Beate. O così presto.» «Va' al diavolo, Tom.» Seguì una lunga pausa. «Non
sono Tom» disse la voce. «Sono Harry.» Beate inveì e spinse il pulsante per aprire. «Non ce la facevo più
a rimanere a letto sveglio» disse Harry entrando. «Si tratta dello Speditore.» Harry si mise a sedere sul
divano e Beate sparì nella camera da letto. «Come ho detto, quella faccenda di Waaler non è affare mio»
disse Harry rivolto verso la porta aperta della camera da letto. «E come stai dicendo lo avevi già detto»
rispose Beate. «Inoltre è stato sospeso.» «Lo so. Sono stato chiamato dalla Commissione per gliaffari
interni. Volevano sapere dei miei contatti con Alf Gunnerud.» Beate tornò nel soggiorno con indosso una
T-shirt bianca e un paio di jeans e si mise davanti a Harry. «Volevo dire che è stato sospeso dalla
sottoscritta» disse. «Ah, sì?» «E una faccia di merda. Ma il fatto che avessi ragione non significa che tu
possa dire quello che vuoi a chi vuoi.» Harry piegò la testa e chiuse un occhio. «Devo dirlo un'altra
volta?» chiese Beate. «No» disse Harry. «Credo di aver capito. Non l'ho detto a una persona qualsiasi, ma
a un'amica.» «Caffè?» Ma Beate arrossì prima di avere il tempo di voltarsi per andare in cucina. Harry si
alzò e la seguì. C'era una sola sedia vicino al piccolo tavolo. Su una parete c'era un lavoro a punto croce
incorniciato: Prima di entrare controlla tutte le porte attentamente, controllale attentamente, perché non è
dato di sapere, se al di là ci sono amici o nemici. «Ieri sera, Rakel ha detto due cose che mi hanno fatto
riflettere» disse Harry appoggiandosi al lavandino. «La prima è stata che se due fratelli amano la stessa
donna non può che finire in tragedia. L'altra è che Anna deve aver lavorato sodo per imitare la firma di
Ali dato che era mancina.» «Sì?» «I quaderni di scuola di Lev che Trond Grette ti ha dato per controllare
la calligrafia della lettera di addio, ricordi quali erano?» «Non ci ho fatto caso, ricordo soltanto di aver
guardato all'interno per assicurarmi che fossero i suoi» disse Beate riempiendo la caffettiera di acqua.
«Erano compiti di norvegese» esclamò Harry. «Forse» disse Beate voltandosi. «Di sicuro» disse Harry.
«Sono appena stato da Jean Hue.» «L'esperto di calligrafia? A quest'ora?» «Ha il suo ufficio a casa ed è
stato molto comprensivo. Ha confrontato la calligrafia del quaderno e quella della letteracon questo»
disse Harry posando un foglio di carta sul lavandino. «Ci vuole ancora tanto per quel caffè?» «C'è
qualcosa di urgente?» chiese Beate chinandosi sul foglio di carta. «Tutto» disse Harry. «La prima cosa
che devi fare è controllare ancora quei conti bancari.» Capitava che Else Lund, la direttrice dell'agenzia
di viaggi Brastour, ricevesse telefonate di notte da parte di qualche cliente che era stato rapinato o che
aveva perso il passaporto o il biglietto in Brasile e che la chiamasse senza pensare alla differenza di fuso
orario. Per questo prima di andare a dormire, spegneva il cellulare. E per questo inveì ad alta voce quando
il telefono fisso squillò alle 5,30 e una voce le chiese se poteva venire all'agenzia il più presto possibile.
Quando l'uomo le disse che era della polizia, la sua irritazione diminuì solo marginalmente. «Spero che
sia una questione di vita o di morte.» «Lo è» disse la voce. «Per lo più di morte.» Come sempre, Rune
Ivarsson era il primo ad arrivare al lavoro. Guardò dalla finestra. Il silenzio gli piaceva e anche avere tutto
il piano per sé. Quando gli altri arrivavano, Ivarsson aveva già letto tutti i fax, i rapporti della sera prima
e tutti i giornali, e aveva ottenuto il vantaggio che doveva avere. Era tutto quello che aveva importanza
quando uno era un capo, avere il controllo e procurarsi un ponte dal quale poter avere una vista completa.
Quando alle volte i suoi subordinati esprimevano frustrazione perché i responsabili trattenevano
informazioni, era dovuto al fatto che non capivano che cosa fosse il potere e che i capi dovevano
mantenerlo per riuscire a tracciare la strada che alla fine li avrebbe portati in porto. Sì, in fondo era
soltanto per il loro bene che la conoscenza era lasciata ai capi. Quando Ivarsson aveva ordinato a tutti
quelli che lavoravano al caso dello Speditore di fare rapporto direttamente a lui, proprio allo scopo di
essere l'unico a sapere tutto, invece di perderetempo con discussioni e con riunioni plenarie che erano
utili soltanto per dare ai subordinati la sensazione di partecipare. Nella situazione attuale era molto più
importante che il leader dimostrasse iniziativa e intraprendenza. Anche se aveva fatto del suo meglio per
dimostrare che lo smascheramento di Lev Grette era stato opera sua, era conscio che era stato fatto in
maniera tale da indebolire la sua autorità. L'autorità dei leader non era una questione di prestigio
personale, ma di preoccupazione per tutto il corpo di polizia, si era detto Ivarsson. Qualcuno bussò alla
porta. «Non sapevo che tu fossi un essere umano di categoria A, Hole» disse Ivarsson al volto pallido che
era apparso nello spiraglio della porta e poi continuò a leggere il testo che aveva davanti. Era un'intervista
sulla caccia allo Speditore che aveva rilasciato a un quotidiano. Ivarsson non amava le interviste. Non
che in quella attuale ci fossero citazioni distorte, ma il giornalista lo aveva fatto sembrare evasivo e
indeciso. Fortunatamente però, le fotografie erano riuscite. «Volevo soltanto dirti che ho convocato
alcune persone per una riunione al settimo piano. Ho pensato che potesse interessarti venire ad ascoltare.
Il soggetto è la cosiddetta rapina in Bogstadveien. Iniziamo adesso.» Ivarsson smise di leggere e alzò lo
sguardo. «Dunque hai convocato alcune persone per una riunione? Interessante. Posso chiederti chi ti ha
dato il permesso di farlo, Hole?» «Nessuno.» «Nessuno?» chiese Ivarsson scoppiando in una risata. «In
questo caso vai su e dì che la riunione si terrà dopo pranzo. Ho un sacco di rapporti da finire di leggere
questa mattina. Sono stato chiaro?» Harry annuì lentamente come se stesse riflettendo. «Certamente. Ma
il caso è di pertinenza dell'anticrimine e la riunione inizia adesso. Buona lettura.» Harry si voltò per
uscire e, in quello stesso momento, Ivarsson batté il pugno sul ripiano della scrivania.«Hole! Non
permetterti mai più di voltarmi le spalle in quel modo! Sono io quello che convoca le riunioni qui.
Specialmente quando si tratta di casi di rapine. Capito?» Il capo dell'antifurti non riuscì a fermare il
tremore evidente al suo labbro inferiore. «Come ti ho detto si tratta della cosiddetta rapina a
Bogstadsveien, Ivarsson.» «E che cosa diavolo stai cercando di dire?» sibilò Ivarsson. «Voglio dire che a
Bogstadsveien non c'è mai stata una rapina» disse Harry. «È stato un omicidio premeditato.» Harry era
fermo davanti alla finestra e stava fissando l'edificio del carcere. Fuori, il giorno si era fatto strada quasi
malvolentieri, come una carretta cigolante. Nuvole rigonfie di pioggia coprivano Ekeberg. Dietro di lui
tutti erano riuniti: Bjarne Møller, che non riusciva a smetterla di sbadigliare, Weber silenzioso e
impaziente con le braccia incrociate, Halvorsen, pronto con il bloc-notes. E Beate Lønn con il suo
sguardo da cerbiatta nervosa.
         *** Capitolo 49. Stone Roses.
         Le nuvole cariche di pioggia scomparvero nel corso della giornata. Il sole aveva fatto
timidamente capolino fra uno squarcio e l'altro prima che le nuvole se ne andassero d'improvviso. Più
tardi Harry si ricordò che erano state le ultime ore di cielo sereno prima che la città indossasse la sua
solita coperta grigia invernale. Ma quando suonò il campanello per la terza volta, il sole brillava su
Disengrenda. Dal suono che echeggiava all'interno si sarebbe detto che la casa fosse vuota. La finestra
della vicina si aprì sbattendo. «Trond non è in casa» disse la donna. Il colore del suoviso aveva assunto
una nuova tonalità, bruno dorata che ricordava la pelle macchiata di nicotina. «Poveretto» aggiunse.
«Dov'è?» La donna alzò gli occhi al cielo, alzò un pollice e indicò al di sopra della sua spalla. «Al campo
da tennis?» Beate si avviò ma Harry rimase immobile. «Ho pensato a quello di cui abbiamo parlato
l'ultima volta» disse Harry alla donna. «La passerella. Tu hai detto che tutti sono rimasti sorpresi perché
era un ragazzo tranquillo ed educato.» «Sì?» «Ma che tutti sapevano che era stato lui a farlo.» «Lo
abbiamo visto andare via in bicicletta quel mattino.» «Con la giacca rossa.» «Sì.» «Di Lev?» «Lev?» la
donna si mise a ridere e scosse il capo. «Non sto parlando di Lev. Faceva cose molto strane, ma non era
cattivo.» «Chi era allora?» «Trond, è di lui che parlavo. Ti ho detto che era molto pallido quando è
tornato. Trond non ha mai sopportato la vista del sangue.» Il vento si stava alzando. A ovest nuvole nere
avevano iniziato a fagocitare il cielo blu. Le raffiche di vento facevano tremare la superficie delle
pozzanghere e l'immagine riflessa di Trond Grette che gettava la palla in alto per un nuovo servizio.
«Salve» disse Trond colpendo la palla che sfrecciò nell'aria. Una piccola nuvola di gesso bianco si alzò e
volò via quando la palla colpì la linea del rettangolo del servizio, troppo alta e imprendibile per
l'immaginario avversario al di là della rete. Trond si voltò verso Harry e Beate che erano al di là
delrecinto. Indossava una polo bianca, pantaloncini, calzini e scarpe dello stesso colore. «Perfetto, non
trovi?» disse sorridendo. «Quasi» disse Harry. Trond continuò a sorridere, si portò una mano alla fronte e
alzò lo sguardo al cielo. «Sembra che il vento riesca a portare via le nuvole. Cosa posso fare per voi?»
«Puoi seguirci alla centrale di polizia.» «Alla centrale di polizia?» disse Trond Grette sorpreso. O meglio
sembrava che stesse cercando di apparire sorpreso. Aveva spalancato gli occhi esageratamente; aveva
usato un tono di voce quasi affettato. Harry sentì i peli della nuca drizzarsi. «Adesso, subito» disse Beate.
«Ah» disse Trond Grette annuendo come se gli fosse venuto in mente qualcosa. «Naturalmente»
aggiunse sorridendo e si avviò verso la panca dove c'era un soprabito grigio e una borsa dalla quale
spuntava il manico di una racchetta da tennis. «Sta perdendo il controllo» sussurrò Beate. «Vado a
mettergli le manette.» «No» disse Harry allungando una mano per prenderle il braccio, ma Beate aveva
già aperto la porta grigliata ed era entrata. Era come se il tempo si fosse esteso come un'airbag che
bloccava Harry impedendogli di muoversi. Vide la mano di Beate che sfilava le manette dalla cintura.
Sentì i piedi di Trond Grette che strisciavano sulla terra rossa. Come un astronauta. Harry mise
istintivamente la mano sulla pistola. «Grette, sono spiacente ma...» iniziò Beate e in quello stesso istante,
Trond aveva raggiunto la panca e si era chinato per prendere qualcosa sotto il soprabito grigio. Il tempo
riprese il suo corso normale. Harry sentì la sua mano stringersi intorno al calcio della pistola, ma sapeva
che c'era un'eternità fra quel preciso momento e quando avrebbe estratto la pistola, tolto la sicura e
mirato. Sotto al braccio alzato di Beate intravide un raggio di sole.«Anch'io» disse Trond Grette
girandosi e portando il calcio dell'AG3 alla spalla. Fece un passo indietro. «Signorina» disse a bassa
voce. «Ti consiglio di rimanere dove sei, immobile se vuoi vivere ancora qualche secondo.» «Ci siamo
sbagliati» disse Harry voltandosi verso i presenti. «Stine Grette non è stata uccisa da Lev ma da suo
marito, Trond Grette.» La conversazione fra il capo dell'anticrimine e Ivarsson cessò. Møller si drizzò
sulla sedia, Halvorsen e Waaler smisero di prendere appunti e persino l'impassibile Weber cambiò di
colpo espressione. Fu Møller a rompere il silenzio. «Trond Grette?» Harry osservò i visi increduli di tutti
i presenti e annuì. «Non è possibile» disse Weber. «Abbiamo il video del 7-Eleven, e abbiamo le
impronte digitali sulla bottiglia di Coca-Cola che non lasciano alcun dubbio che si tratti di Lev Grette.»
«Abbiamo la lettera di addio» disse Ivarsson. «E se non ricordo male, Lev Grette è stato identificato da
Raskol» aggiunse Waaler. «Lasciate che vi spieghi.» «Sì, abbi la bontà di farlo» disse Møller. Le nuvole
avevano acquistato velocità e navigavano sopra all'ospedale Aker come un'armada nera. «Non fare
mosse stupide, Harry» disse Trond tenendo l'AG3 puntato sulla fronte di Beate. «Metti a terra la pistola
che so che stai impugnando.» «Altrimenti?» chiese Harry estraendo la pistola dalla fondina sotto la
giacca. «Semplice. Sparerò alla tua collega» disse Trond Grette sogghignando. «Come hai sparato a tua
moglie?» «Se lo meritava.» «Ah.sì? Perché preferiva Lev a te?» «Perché era mia moglie.»Harry respirò
profondamente. Beate era fra lui e Grette, ma di schiena, così Harry non poteva vedere l'espressione sul
suo volto. C'erano diversi modi di uscire da quella situazione. Un'alternativa poteva essere cercare di dire
a Grette che stava facendo una stupidaggine e sperare che se ne rendesse conto. Però, un uomo che aveva
portato nel campo da tennis un AG3 carico aveva sicuramente pensato di usarlo. L'alternativa numero
due era fare in modo che abbassasse l'arma e si lasciasse uccidere. E l'alternativa numero tre era di fargli
pressione perché cambiasse i suoi piani. O esplodere e premere il grilletto. La prima alternativa era senza
speranza, la seconda sarebbe finita nel modo peggiore possibile e sapeva che la terza - che Beate facesse
la fine di Ellen era qualcosa con la quale non sarebbe riuscito a vivere, ammesso che se la cavasse. «O
forse lei non voleva più essere tua moglie?» disse Harry. «Non è forse andata così?» L'indice di Trond
Grette si piegò sul grilletto e il suo sguardo incrociò quello di Harry al di sopra della spalla di Beate.
Harry iniziò automaticamente a contare nella sua mente. Milleuno, milledue... «Lei credeva di potersene
andare e lasciarmi così» disse Grette a bassa voce. «Io che le avevo dato tutto.» Si mise a ridere. «Voleva
uno che non ha mai fatto niente per nessuno, che credeva che la vita fosse una festa di compleanno
costante e che tutti i regali fossero per lui. Lev non rubava. Non era in grado di distinguere certe cose.» Il
vento si portò via l'ennesima risata di Trond. «Come da Stine a Trond» disse Harry. Trond socchiuse gli
occhi. «Stine mi disse che amava Lev. Amava. Non ha nemmeno usato quella parola quando ci siamo
sposati. Mi piaci, diceva, io le piacevo. Perché io ero gentile con lei. Ma lei amava soltanto lui che era
seduto sul tetto con le gambe che penzolavano in attesa di applausi. Era tutto quello che gli importava.
Gli applausi.»C'erano meno di sei metri fra di loro e Harry poteva vedere le nocche bianche della mano
che stringeva l'arma. «Ma non per te Trond, tu non avevi bisogno di applausi, non è così? Tu ti godevi i
tuoi trionfi in silenzio. Da solo. Come quella volta della passerella.» Trond sorrise. «Ammetti che mi
avete creduto.» «Sì, ti abbiamo creduto, Trond. Abbiamo creduto a ogni singola parola che ci hai detto.»
«Allora dove ho sbagliato?» «Beate ha controllato i movimenti dei conti in banca di Trond e di Stine
Grette negli ultimi sei mesi.» Beate alzò alcuni fogli per i presenti nella sala. «Entrambi hanno effettuato
pagamenti all'agenzia di viaggio Brastour» disse. «L'agenzia ha confermato che a marzo Stine Grette ha
comprato un viaggio per San Paolo con partenza a giugno e che Trond Grette è partito una settimana
dopo.» «E questo conferma quello che Trond Grette ci ha raccontato» disse Harry. «Quello che è strano è
che Stine Grette ha detto al direttore della banca, Klementsen che sarebbe andata in vacanza a Teneriffa.
E che Trond Grette ha comprato il suo biglietto il giorno stesso della sua partenza. Strano modo di
programmare un viaggio per celebrare il decimo anniversario di matrimonio, non trovate?» Un pesante
silenzio calò nella sala. «Si direbbe la vecchia storia della moglie che ha mentito al marito sulla
destinazione del suo viaggio e del marito già sospettoso che controlla i suoi estratti conto e che non vede
il nesso fra la Brastour e Teneriffa. E che poi telefona alla Brastour e chiede il nome dell'albergo dove
alloggia e poi parte per riportarla a casa.» «E poi?» chiese Ivarsson. «Trova sua moglie fra le braccia di
un mulatto?» «Non credo che l'abbia trovata affatto» disse Harry scuotendo il capo.«Abbiamo
controllato. Stine Grette non ha pernottato nell'hotel che le era stato prenotato» disse Beate. «E Trond è
tornato a casa con un volo prima di lei.» «Inoltre, a San Paolo Trond ha ritirato trentamila corone con la
sua carta di credito. Prima ci ha detto che aveva comprato un anello di diamanti, poi che aveva incontrato
Lev e gli aveva dato il denaro perché era al verde. Ma io sono sicuro che nessuna delle due versioni è
vera, io credo che quel denaro gli servisse per pagare una merce per la quale San Paolo è più conosciuta
che per i gioielli.» «E che cosa sarebbe?» chiese Ivarsson chiaramente irritato per la pausa troppo lunga.
«Omicidio su ordinazione.» Harry avrebbe voluto aspettare ancora più a lungo, ma capì dallo sguardo
che Beate gli lanciò che stava esagerando con la teatralità. «Quando Lev è tornato a Oslo in autunno lo ha
fatto con i propri soldi. Non era affatto al verde e non aveva alcuna intenzione di rapinare una banca. Era
venuto per portare Stine con sé in Brasile.» «Stine?» esplose Møller. «La moglie di suo fratello?» Harry
annuì. I presenti si scambiarono sguardi sorpresi. «E Stine Grette si sarebbe trasferita in Brasile senza
dirlo a nessuno?» continuò Møller. «Non ai suoi genitori, non alle amiche? Senza essersi licenziata dalla
banca?» «Be'» disse Harry. «Quando si decide di andare a vivere con un rapinatore di banche che è sulle
liste della polizia e delle agenzie di banca, non si annunciano né i propri piani, né il nuovo indirizzo. Lo
ha detto a una sola persona, a Trond.» «L'ultima persona alla quale avrebbe dovuto dirlo» aggiunse
Beate. «Dopo essere stata insieme a lui per tredici anni, Stine credeva di conoscerlo.» Harry si avvicinò
alla finestra. «Quell'uomo gentile e sicuro che l'amava tanto. Lasciatemi speculare un po' su quello che è
successo dopo.» «E che cosa chiami quello che hai fatto finora?» borbottò Ivarsson.«Quando Lev arriva
a Oslo, Trond lo contatta immediatamente. Gli dice che da persone adulte e come fratelli devono poter
parlare della cosa. Lev è felice e si sente sollevato. Ma non vuole farsi vedere in città, è troppo rischioso,
così decidono di incontrarsi a Disengrenda mentre Stine è al lavoro. Lev arriva e viene ben accolto da
Trond che gli dice che inizialmente la storia lo aveva rattristato, ma ora è felice per loro. Apre due
bottiglie di Coca-Cola e i due fratelli bevono discutendo i dettagli pratici. Trond riesce a farsi dire
l'indirizzo segreto di Lev a d'Ajuda con la scusa di poter inviare l'eventuale resto dello stipendio di Stine
e cose simili. Quando Lev se ne va non è conscio di aver dato a Trond gli ultimi dettagli che gli servono
per mettere in moto il piano che era già iniziato quando era a San Paolo.» Harry vide Weber annuire
lentamente. «Venerdì mattina. D-Day. Nel pomeriggio, Stine deve prendere un volo per Londra insieme
a Lev e da lì il mattino dopo un altro per il Brasile. Il viaggio è stato organizzato dalla Brastour e Lev
viaggia sotto il nome di Petter Berntsen. Le valigie sono pronte a casa. Ma Stine e Trond vanno al lavoro
come sempre. Alle due, Trond lascia il lavoro e va nella palestra per giocare a squash, ma afferma di non
aver trovato nessuno con cui giocare. Così, la prima parte del suo alibi è a posto: un pagamento alla cassa
della palestra alle 14,34. Poi dice che va a sollevare pesi ma invece va nello spogliatoio. C'è molta gente
che va e viene nella palestra a quell'ora. Trond si chiude in una toilette con la sua borsa, si mette la tuta
nera e qualcosa che la copra, probabilmente un soprabito lungo, aspetta finché le persone che possono
averlo visto entrare nella toilette se ne sono andate, si mette un paio di occhiali da sole, prende la borsa ed
esce dallo spogliatoio rapidamente senza essere notato e attraversa la reception. Presumo che vada verso
Stensparken e Pilestredet presso un cantiere in cui il lavoro termina alle 15,00 e tutti se ne sono andati. Si
mette il passamontagna che nasconde sotto a un berretto. Poiprende a sinistra lungo Industrigata. Quando
arriva all'incrocio con Bogstadveien, entra nel 7-Eleven. C'è già stato alcune settimane prima e ha
controllato la posizione delle videocamere. E il container che ha ordinato è al suo posto. La scena è stata
preparata per i solerti investigatori della polizia che naturalmente controlleranno tutte le riprese delle
videocamere a quell'ora. Poi interpreta la scenetta in cui non possiamo vedere il suo viso, ma lo vediamo
quando prende la bottiglia di Coca-Cola senza guanti, beve e poi la mette in un sacchetto di plastica che
poi getta nel container. Così è sicuro che le impronte non vengano cancellate dalla pioggia. Direi che
aveva un'opinione troppo alta della nostra efficienza e c'è mancato poco perché le prove andassero perse,
ma Trond è stato fortunato, Beate ha lavorato il più rapidamente possibile: e con la scoperta di prove
inconfutabili contro Lev, Trond ha avuto il suo alibi perfetto.» Harry si fermò. I volti davanti a lui
esprimevano un leggero disorientamento. «La bottiglia di Coca-Cola era quella che Lev aveva bevuto a
Disengrenda» disse Harry. «Trond l'aveva conservata per uno scopo preciso.» «Temo che tu dimentichi
un dettaglio Hole» disse Ivarsson. «Voi stessi avete visto il rapinatore prendere la bottiglia senza guanti.
Se era veramente Trond Grette, anche le sue impronte digitali devono essere su quella bottiglia.» Harry
fece un cenno a Weber. «Colla» disse il vecchio poliziotto. «Prego?» disse Møller voltandosi verso
Weber. «È un trucco noto fra i rapinatori. Ci si spalma un leggero strato di colla sui polpastrelli e la si
lascia asciugare - et voilà - nessuna impronta.» Møller scosse il capo. «Ma un contabile o come lo
chiamate dove ha imparato un trucco simile?» «Era il fratello minore di uno dei migliori rapinatori
professionistidi banche norvegesi» disse Beate. «Conosceva alla perfezione i metodi e gli espedienti di
Lev. Fra l'altro, aveva registrato da Internet i video delle rapine di suo fratello. Abbiamo trovato le
cassette a casa sua. Aveva imparato talmente bene il modo con cui suo fratello effettuava le rapine che
persino Raskol è stato ingannato. Inoltre, teniamo presente che i due fratelli si assomigliavano
fisicamente ed era facile scambiare Trond per Lev anche se mascherato.» «Merda!» esplose Halvorsen.
Si scosse e lanciò un'occhiata in direzione di Møller, ma il suo capo era rimasto con la bocca aperta e lo
sguardo fisso nel vuoto come se fosse stato colpito da una pallottola alla testa. «Non hai posato la pistola,
Harry. Puoi spiegarmi perché?» Harry cercò di respirare regolarmente anche se il suo cuore era impazzito
da diversi minuti. La cosa più importante era far arrivare ossigeno al cervello. Cercò di evitare di
guardare Beate. Il vento le accarezzava i capelli sottili. I muscoli si muovevano sul collo esile e le spalle
avevano iniziato a tremare. «Certo» disse Harry. «Così ci spari a tutte due. Devi darmi un deal migliore,
Trond.» Trond si mise a ridere e appoggiò la guancia al calcio dell'arma. «Che cosa ne dici di questo deal
come lo chiami tu: hai venticinque secondi per riflettere sulle alternative che ti restano e poi posare la
pistola a terra.» «I soliti venticinque secondi?» «Precisamente. Sono certo che ti ricordi in quanto tempo
passano. Quindi rifletti rapidamente, Harry.» Trond fece un passo all'indietro. «Sai che cosa ci ha fatto
capire che Stine conosceva il rapinatore?» urlò Harry. «Il fatto che eravate così vicini l'uno all'altra.
Molto di più di quanto lo siate tu e Beate. E strano, ma persino in situazioni dove c'è una questione divita
o di morte, gli esseri umani rispettano le loro distanze di intimità. Non lo trovi strano?» Trond piazzò la
canna dell'arma sotto al mento di Beate e le fece sollevare il viso. «Beate, sii gentile e inizia a contare per
noi.» Aveva nuovamente usato un tono di voce teatrale. «Da uno a venticinque. Non troppo in fretta, non
troppo piano.» «C'è una cosa che continuo a chiedermi» disse Harry. «Che cosa le hai detto poco prima di
spararle?» «Ti piacerebbe saperlo, Harry?» «Sì, mi piacerebbe.» «In quel caso Beate ha due secondi per
iniziare a contare. Uno...» «Conta Beate.» «Uno.» sussurrò Beate. «Due.» «Stine si è condannata da
sola» disse Trond. «Tre.» «Mi ha detto che potevo spararle ma che dovevo risparmiare Lev.» «Quattro.»
«Vuoi dire che avrebbe sparato a Stine anche se il direttore dell'agenzia fosse riuscito a togliere le
cassette dal Bancomat in tempo?» chiese Halvorsen. Harry annuì. «Visto che sai tutto, presumo che tu
conosca anche la sua via di fuga» disse Ivarsson. Aveva cercato di usare un tono di voce neutro, ma
l'irritazione era palese. «No, ma presumo che abbia ripercorso la strada che aveva fatto per arrivare alla
banca lungo Industrigata, Pilestredet, nel cantiere edile dove si è tolto il passamontagna e ha attaccato il
marchio POLIZIA sulla schiena della tuta. Quando è rientrato in palestra aveva il berretto e gli occhiali
da sole e non ha fatto niente per non farsi notare dalla cassiera o da altri, dato che non avrebbero potuto
riconoscerlo. Poi, è andato direttamente nello spogliatoio, si è cambiato ed è andato a sollevare pesi, e per
un po' di tempo, comese fosse stato sempre lì. Poi dopo aver fatto una doccia è andato alla reception e ha
denunciato il furto della racchetta da squash. Molto solertemente la donna ha scritto l'ora della denuncia,
le 16,02. L'alibi era completo e Trond è uscito in strada, ha sentito le sirene delle auto della polizia ed è
tornato a casa. Per esempio.» «Non credo di aver capito bene la storia di quel marchio della polizia» disse
Møller. «Non abbiamo mai neppure usato le tute.» «Psicologia spicciola» disse Beate che arrossì quando
vide le sopracciglia di Møller inarcarsi. «Voglio dire, non spicciola nel senso che è... apparente.»
«Continua» disse Møller. «Naturalmente, Trond Grette sapeva che la polizia avrebbe cercato tutte le
persone che indossavano tute e che erano state viste in quella zona. Per questo doveva avere qualcosa
sulla sua tuta per fare in modo che la polizia non si curasse di una persona non identificata che era stata
nella palestra. Ci sono poche cose che la gente nota più della parola POLIZIA.» «Interessante» la schernì
Ivarsson con il suo sorriso acido e appoggiando il mento a una mano. «Beate ha ragione» disse Møller.
«Tutti hanno un po' di paura delle autorità. Continua Lønn.» «Ma per essere completamente sicuro si è
presentato come testimone e ha affermato, senza che gli fosse chiesto, di aver visto un uomo nella
palestra con una tuta con la scritta POLIZIA sulla schiena.» «Che, naturalmente è stata una mossa geniale
di per sé» disse Harry. «Grette lo ha raccontato come se non si rendesse conto che questo scagionava
quell'uomo. Ma il fatto che ce lo abbia detto spontaneamente ha rafforzato la sua credibilità ai nostri
occhi perché piazzava se stesso sulla via di fuga dell'assassino.» «Cosa?» disse Møller. «Ripeti
quell'ultima frase lentamente, Harry.» Harry respirò profondamente.«Fra l'altro, lascia perdere» disse
Møller. «Mi è venuto il mal di testa.» «Sette.» «Ma tu non hai fatto quello che Stine ti ha chiesto» disse
Harry. «Non hai risparmiato tuo fratello.» «Naturalmente, no.» «Lev sapeva che eri stato tu a ucciderla?»
«Ho avuto il piacere di dirglielo. Al cellulare. Lev la stava aspettando all'aeroporto di Gardermoen. Gli
ho detto che se non saliva sull'aereo sarei andato a ucciderlo.» «E lui ti ha creduto quando gli hai detto
che avevi ucciso Stine?» Trond si mise a ridere. «Lev mi conosceva. Non ha dubitato un minuto. Era
seduto in una sala d'aspetto della business class e stava seguendo l'edizione speciale del telegiornale sulla
rapina mentre io gli raccontavo i dettagli. Ha interrotto la comunicazione quando ha sentito l'annuncio
del suo volo. Il suo e di Stine. Ehi tu!» disse a Beate minacciosamente. «Otto.» «Credeva di mettersi al
sicuro» disse Harry. «Non sapeva dei contatti che avevi preso a San Paolo.» «Lev era un ladro, ma era un
ladro ingenuo. Non avrebbe mai dovuto darmi il suo indirizzo segreto a d'Ajuda.» «Nove.» Harry cercò
di non ascoltare la voce da robot di Beate. «Così tu hai mandato le istruzioni al killer che avevi assoldato.
Insieme alla lettera di addio. Che tu hai scritto con la calligrafia che usavi per scrivere i compiti di Lev.»
«Guarda, guarda» disse Trond. «Bel lavoro, Harry. A parte il fatto che era stata inviata prima della
rapina.» «Dieci.» «Be'» disse Harry. «Anche il tuo killer ha fatto un bel lavoro. Sembrava veramente che
Lev si fosse impiccato da solo. Anche se quel dito mignolo mancante ci ha creato un po' di confusione.
Dov'è la ricevuta?»«Un dito mignolo si può mettere facilmente in una busta.» «Credevo che tu non
sopportassi la vista del sangue, Trond.» «Undici.» Harry udì il rumore del tuono nella distanza al di sopra
del sibilo del vento che continuava ad aumentare. Gli spiazzi e le strade intorno a loro erano deserti, come
se tutte le persone fossero fuggite per non assistere a quello che stava succedendo. «Dodici.» «Perché non
ti costituisci?» urlò Harry. «Non ti rendi conto che non c'è scampo?» «Certamente non c'è via di scampo.
Ed è proprio questo il punto. Nessuna speranza. Niente da perdere.» » «Tredici.» «Allora, qual è il tuo
piano, Trond?» «Il piano? Ho i due milioni di corone della rapina e il mio piano è di vivere - anche se non
felice - una vita in esilio. I piani di viaggio devono essere leggermente anticipati, ma sono pronti. L'auto
è pronta per la partenza dal giorno della rapina. Potete scegliere fra farvi sparare o lasciarvi ammanettare
al recinto.» «Quattordici.» «Lo sai che non è possibile» disse Harry. «Credimi, io conosco un sacco di
modi per sparire. Lev non faceva altro. Venti minuti è tutto il vantaggio che mi serve, allora avrò già
cambiato mezzo di trasporto e identità due volte. Ho quattro auto e quattro passaporti che posso usare
durante la fuga e ho dei buoni contatti. A San Paolo per esempio. Venti milioni di abitanti, puoi iniziare a
cercarmi lì.» «Quindici.» «Fra poco la tua collega morirà, Harry. Allora cosa vuoi fare?» «Hai raccontato
troppo, Trond» disse Harry. «Ci ucciderai entrambi in qualsiasi caso.»«Devi tentare e vedrai. Quali
alternative hai?» «Che tu muoia» disse Harry togliendo la sicura dalla pistola. «Sedici.» Harry aveva
finito. «E una teoria piacevole» disse Ivarsson. «Specialmente la parte del killer assoldato in Brasile.
Molto...» scoprì i suoi piccoli denti in un sorriso ironico. «Esotico. Hai altro? Prove, per esempio?» «La
calligrafia della lettera di addio di Lev» esclamò Harry. «Poco fa hai detto che non corrisponde alla
calligrafia di Trond Grette.» «Sì, non a quella che usa per scrivere normalmente. Ma i compiti...» «Hai
testimoni che possono dire che è quella di Trond?» «No» disse Harry. Ivarsson sospirò. «In altre parole,
non hai una sola prova concreta per quanto riguarda il suicidio?» «L'omicidio» disse Harry a bassa voce
fissando Ivarsson. Con la coda dell'occhio vide che Møller aveva abbassato lo sguardo sul pavimento con
una smorfia, e Beate si strofinava le mani con un'espressione desolata. Møller si schiarì la gola. Harry
tolse la sicura. «Che cosa stai facendo?» disse Trond premendo l'arma sulla fronte di Beate che si piegò
all'indietro. «Ventuno» bisbigliò. «Non trovi che sia una liberazione?» disse Harry. «Quando uno si
rende finalmente conto che non ha niente da perdere. Rende tutte le scelte più facili.» «Tu stai
bluffando.» «Lo credi?» Harry puntò la pistola sul suo avambraccio sinistro e spinse il grilletto. Lo sparo
echeggiò forte e chiaro. Passarono alcuni decimi di secondo prima che l'eco tornasseindietro dagli edifici
alti intorno. Trond sbarrò gli occhi. Uno squarcio si aprì nella manica della giacca di pelle della polizia e
un batuffolo bianco della fodera volò via con il vento. Poi iniziò a gocciolare. Pesanti gocce rosse
caddero a terra con un suono sordo e sparirono fra la terra e l'erba secca e furono assorbite dalla terra.
«Ventidue.» Le gocce di sangue diventarono più grosse e iniziarono a cadere più rapidamente. Harry alzò
la pistola e appoggiò la canna sullo steccato. «Questo è il colore del mio sangue, Trond» disse Harry con
un filo di voce. «Adesso fammi vedere il colore del tuo.» In quello stesso istante, il sole apparve da uno
squarcio fra le nuvole. «Ventitré.» Un'ombra scura arrivò come una parete da ovest, passò prima sullo
spiazzo, poi sulle villette a schiera, gli edifici, la terra rossa del campo da tennis e le tre persone. La
temperatura diminuì di colpo, come se l'ombra non solo si fosse messa davanti alla luce e avesse sbarrato
la strada al calore, ma irradiasse aria gelida. Trond però non la notò. Tutto quello che vedeva era il respiro
nervoso della poliziotta, il suo viso pallido privo di espressione e al di sopra delle sue spalle, la bocca
della pistola del poliziotto che lo fissava come un occhio nero. In lontananza si udiva il rombo dei tuoni.
Ma tutto quello che Trond sentiva era il rumore delle gocce di sangue. Il poliziotto era squarciato e quello
che c'era dentro di lui fuoriusciva sempre più rapidamente. Il sangue, il dolore, la vita, cadevano sull'erba
e sulla terra, e venivano assorbite. E Trond sapeva che se chiudeva gli occhi e metteva le mani sulle
orecchie, avrebbe continuato a sentire il proprio sangue scorrere nelle sue vene come se cercasse di uscire
dal suo corpo. Provò una fitta di dolore, simile a quello delle doglie, di un feto che cercava di uscire dalla
sua bocca. Trond deglutì, mala sua bocca era asciutta. Il terreno, gli edifici e il campo da tennis iniziarono
a muoversi lentamente. Trond si accasciò a terra, cercò di nascondersi dietro alla poliziotta, ma era
diventata troppo esile, troppo trasparente, soltanto una sottile cortina di vita che fluttuava al vento. Trond
si aggrappò all'arma come se potesse sostenerlo e non il contrario, piegò l'indice sul grilletto, ma si
fermò. Doveva aspettare. Aspettare cosa? Che la paura lasciasse la presa? Che le cose riacquistassero il
giusto equilibrio? Ma non lo fecero, continuarono a volteggiare e non sarebbero tornate calme prima di
avere toccato il fondo. Tutto era finito in caduta libera quando Stine gli aveva detto che lo avrebbe
lasciato, e il brusio del sangue nelle sue orecchie glielo ricordava costantemente. Ogni mattina quando si
svegliava pensava che ora doveva essersi abituato alla caduta, che ora la paura lo avrebbe lasciato, la
caduta era una reazione ovvia, il dolore una sensazione conosciuta. Ma non era così e allora aveva
sognato di arrivare a toccare il fondo, così finalmente non avrebbe più avuto bisogno di avere paura. Il
paesaggio al di là del recinto gli veniva incontro. «Ventiquattro.» Beate stava per finire di contare. Aveva
il sole negli occhi, era all'interno di un'agenzia di banca a Ryen, fuori la luce era accecante e rendeva tutto
bianco e duro. Suo padre era al suo fianco, silenzioso come sempre. Sua madre diceva qualcosa da
qualche parte, ma era lontana, lo era sempre stata. Beate contò i fotogrammi, le estati, i baci e la sconfitta.
Erano tanti, il loro numero era sorprendente. Ricordava volti, Parigi, Praga, un sorriso sotto una frangia
di capelli neri, una dichiarazione d'amore fatta maldestramente, un respiro affannoso, paura: ti ho fatto
male? E il ristorante a San Sebastian dove aveva prenotato un tavolo senza potersi permettere di entrare.
Forse, dopotutto avrebbe dovuto essere grata. Si era svegliata da quei pensieri quando la bocca dell'arma
l'aveva colpita alla fronte. Le immagini svanirono e sulloschermo rimase una tempesta di puntini bianchi.
E allora Beate pensò: "Perché papà è rimasto lì di fianco a me, perché non mi ha chiesto nulla? Non lo ha
mai fatto". E Beate lo odiava per quello. Non sapeva che lei desiderava una sola cosa, fare qualcosa per
lui, qualsiasi cosa? Beate era andata per la sua strada, ma quando aveva finalmente trovato il rapinatore,
l'assassino, il marito e poteva offrirgli la sua vendetta, la loro vendetta, suo padre era rimasto lì, di fianco
a lei, silenzioso e distaccato come sempre. E ora Beate era esattamente dove lui era stato. E tutte le
persone che aveva visto sui video delle rapine in tutto il mondo durante le notti nella House of Pain e si
era sempre chiesta a cosa stessero pensando. E ora lei era lì e non lo sapeva ancora. Poi la luce si spense,
il sole scomparve e Beate fu avvolta dal gelo. Ed era stato in quelle tenebre che si era svegliata. Come
dopo un nuovo sogno. E allora aveva ricominciato a contare. Ma adesso contava i luoghi che non aveva
visitato, le persone che non aveva conosciuto, le parole che non aveva ancora udito. «Sì» disse Harry.
«Ho la prova.» Prese un foglio e lo mise sul lungo tavolo. Ivarsson e Møller si chinarono
contemporaneamente e per poco non si scontrarono. «Che cos'è» sibilò Ivarsson. «Una bella giornata?»
«Scarabocchi» disse Harry. «Scritti su un bloc-notes all'ospedale di Gaustad.» «Due testimoni, il
sottoscritto e Beate Lønn che era con me e che può testimoniare che quelle frasi sono state scritte da
Trond Grette.» «E?» Harry li fissò. Poi diede loro la schiena e andò alla finestra. «Avete mai osservato i
vostri scarabocchi quando siete seduti e state pensando ad altro? Possono rivelare un sacco di cose. È per
questo che ho preso questo foglio all'ospedale,per vedere se avesse un qualche significato. Inizialmente
non ne aveva nessuno. Voglio dire quando tua moglie è morta da poco e sei seduto in un reparto
psichiatrico. "Una bella giornata" scritto innumerevoli volte, e quindi o sei impazzito completamente e
scrivi l'esatto opposto di quello che pensi. Ma poi mi è venuta in mente una cosa.» La città aveva un
colore grigio pallido come quello del volto di un uomo vecchio e stanco, ma oggi il sole illuminava i
pochi colori che rimanevano ancora. "Come un ultimo sorriso prima di dire addio" pensò Harry. «Una
bella giornata» disse. «Non è un pensiero, un commento o un'affermazione. E un titolo. Con la calligrafia
che si usa alle scuole medie.» Un passero passò davanti alla finestra. «Trond Grette non pensava, stava
solo scarabocchiando automaticamente. Come aveva fatto ai tempi della scuola quando stava seduto
cercando di imitare un'altra calligrafia. Jean Hue, il nostro esperto di calligrafia ha già confermato che è
la calligrafia della stessa persona che ha scritto la lettera di addio di Lev. E i suoi compiti.» Era come se la
pellicola fosse rimasta incastrata nel proiettore. Non un movimento, non una parola, solo il continuo
suono strisciante di una fotocopiatrice nel corridoio. «Direi che è arrivato il momento per il sottoscritto e
Beate di andare a prendere Trond Grette e portarlo qui per un piccolo interrogatorio.» Merda, merda!
Harry cercò di tenere la pistola dritta, ma il dolore stava per fargli perdere i sensi e le raffiche di vento lo
facevano dondolare. Trond Grette aveva reagito alla vista del sangue esattamente come lui aveva sperato
e per un attimo Harry aveva avuto la linea di sparo libera. Ma aveva esitato e Grette aveva spostato Beate
cosicché Harry riusciva a vedere solo una parte della sua testa e una sola spalla. Come le assomigliava,
buon Dio come le assomigliava! Harry chiuse gli occhi con forza per riuscire a focalizzare nuovamente.
La susseguente raffica di vento fu così forteda sollevare il soprabito dalla panca e un attimo dopo si
sarebbe detto che un uomo invisibile con indosso soltanto un soprabito stesse correndo sul campo da
tennis. Harry sapeva che la pioggia era in arrivo, che le masse d'aria spingevano le nuvole cariche di
pioggia per dare un ultimo avvertimento. Poi d'improvviso si fece buio, come se la notte fosse arrivata, e
nello stesso istante la pioggia fu sopra di loro con grosse gocce pesanti. «Venticinque.» Di colpo, la voce
di Beate era forte e chiara. Alla luce di un fulmine, vide le ombre dei corpi sulla terra rossa. E il fragore
che seguì era così forte da tappare le orecchie. Uno dei due corpi scivolò a terra. Harry cadde in ginocchio
e sentì la propria voce urlare. «Ellen!» , Vide la creatura che era ancora in piedi voltarsi e iniziare ad
avvicinarsi con l'arma in mano. Harry cercò di guardare attraverso il torrente di pioggia che scivolava sul
suo volto accecandolo. Alzò la pistola a fatica. Non provava più niente, né dolore, né freddo, né tristezza,
né trionfo, soltanto un grande nulla. Le cose che servivano per dare un significato, si ripetevano come un
mantra senza fine: vivere, morire, resuscitare, vivere, morire. Spinse il grilletto a metà. Mirò. «Beate?»
sussurrò. Beate gettò a terra l'AG3. «Che... che cosa è successo?» «Lo spasmo di Setesdal.» «Lo spasmo
di Setesdal?» «È andato KO immediatamente, poveretto.» Beate gli fece vedere la sua mano destra. La
pioggia faceva scorrere il sangue fra due nocche. «Ho aspettato che qualcosa attirasse la sua attenzione. E
il rumore del tuono lo ha spaventato a morte, e anche te si direbbe.» Fissarono il corpo che giaceva
esanime sul rettangolo del servizio di sinistra. «Puoi aiutarmi con le manette Harry?» I suoi capelli
chiarierano incollati al viso, ma non sembravano darle fastidio. Beate sorrise. Harry alzò il viso verso la
pioggia e chiuse gli occhi. «Dio misericordioso» borbottò. «Questo povero essere non sarà libero prima
di giugno del 2027. Abbi misericordia.» «Harry?» «Sì» disse Harry aprendo gli occhi. «Se deve aspettare
fino al 2027, forse sarebbe meglio portarlo alla centrale di polizia adesso.» «Non parlavo di Trond» disse
Harry alzandosi a fatica. «Stavo parlando di me stesso. Nel 2027 andrò finalmente in pensione.» Harry le
mise un braccio sulla spalla e sorrise. «Lo spasmo di Setesdal... sei... sei...»
         *** Capitolo 50. Ekebergåsen.
         La seconda settimana di dicembre, ricominciò a nevicare. E questa volta sul serio. La neve
volteggiava intorno ai muri delle case ed erano previste precipitazioni atmosferiche peggiori. Mercoledì
pomeriggio arrivò la confessione. Trond Grette raccontò, di concerto con il suo avvocato, come aveva
pianificato e poi commesso l'assassinio di sua moglie. Nevicò tutta la notte, e il giorno dopo confessò di
avere anche commissionato l'omicidio di suo fratello. L'uomo che aveva pagato per il lavoro si chiamava
El Ojo, non aveva alcun indirizzo e cambiava identità e cellulare ogni settimana. Trond l'aveva incontrato
una sola volta, in un parcheggio di San Paolo, dove si erano messi d'accordo sui dettagli. El Ojo aveva
ricevuto millecinquecento dollari in anticipo, e Trond aveva messo il resto in un sacchetto di carta e
l'avevalasciato in una cassetta di deposito bagagli al terminale di Tiere. Secondo gli accordi Trond Grette
avrebbe inviato una lettera di suicidio all'ufficio postale di Campos Belos, un quartiere a sud del centro
città, e la chiave della cassetta dopo aver ricevuto il mignolo di Lev. L'unica volta in cui Harry ebbe
l'occasione di sorridere a fior di labbra durante il lungo interrogatorio, fu quando Trond, alla domanda su
come era riuscito come turista a mettersi in contatto con un assassino professionista, aveva risposto che
era molto più facile che trovare un idraulico norvegese. L'analogia non era del tutto inverosimile. «È stato
Lev a parlarmene una volta» disse Trond. «Mi ha detto che nella sezione degli annunci economici del
giornale "Folha de Sào Paulo", si faceva chiamare plomero.» «Plo-cosa?» «Plomero. Idraulico.»
Halvorsen aveva inviato le informazioni scarse a un funzionario dell'ambasciata brasiliana che si era
astenuto da esprimere sarcasmi e aveva promesso amabilmente di seguire tutta la faccenda. Il fucile AG3
che Trond aveva utilizzato durante la rapina era quello di Lev ed era rimasto nella soffitta della casa a
Disengrenda per molti anni. Non era stato possibile sapere da dove provenisse perché il numero di serie
era stato limato. Natale arrivò in anticipo per il consorzio delle compagnie di assicurazione della Nordea
dato che il denaro della rapina in Bogstadveien fu trovato nel bagagliaio dell'auto di Trond e non
mancava una sola corona. I giorni passarono, la neve arrivò e l'interrogatorio proseguì. Un venerdì
pomeriggio, quando tutti erano stanchi, Harry chiese a Trond perché non aveva vomitato quando aveva
sparato alla testa di sua moglie visto che aveva affermato di non sopportare la vista del sangue. Il silenzio
calò nella stanza degli interrogatori. Trond fissò a lungo la videocamera piazzata in un angolo. Poi si
limitò a scuotere la testa.Ma quando stavano attraversando Kulverten, sulla via di ritorno alla cella, si era
improvvisamente girato verso Harry. «C'è differenza fra sangue e sangue.» Durante il fine settimana,
Harry era rimasto a lungo seduto su una sedia vicino alla finestra a guardare Oleg e i ragazzi del vicinato
che costruivano un castello di neve nel giardino. Rakel gli aveva chiesto a cosa stesse pensando. Harry
stava per dirglielo ma invece chiese se voleva andare a fare una passeggiata. Rakel andò a prendere il suo
berretto e i suoi guanti e chiese a Harry se avessero dovuto invitare suo padre e sua sorella per la vigilia di
Natale. «Non siamo in molti» disse Rakel stringendo la mano di Harry. Il lunedì, Harry e Halvorsen
iniziarono a lavorare sul caso dell'omicidio di Ellen. Ascoltarono i testimoni che erano stati convocati in
precedenza, lessero i vecchi rapporti, controllarono tutti gli indizi che erano stati lasciati e seguirono le
vecchie tracce. Che si rivelarono fredde. «Hai l'indirizzo della persona che ha affermato di aver visto
Sverre Olsen insieme a un tipo in un'auto rossa a Grunerløkka?» chiese Harry. «Kvinset. Ha la residenza
all'indirizzo dei suoi genitori, ma dubito che lo troveremo lì.» Quando entrò nella pizzeria Herbert, Harry
non si aspettava che Roy Kvinset fosse disposto a collaborare. Ma dopo aver comprato una birra a un
giovane ragazzo con il marchio dell'Alleanza Nazionale sulla maglietta, riuscì a sapere che Roy non era
più coperto dal segreto professionale in quanto poco tempo prima aveva tagliato i ponti con i suoi vecchi
amici. Indubbiamente, Roy aveva incontrato una ragazza cattolica e aveva abbandonato la sua fede
nazista. Nessuno sapeva chi fosse la ragazza o dove Roy abitasse ora, ma qualcuno lo aveva visto cantare
davanti alla chiesa della Congregazione Filadelfia. Gli spazzaneve facevano la spola lungo le vie del
centro e la neve si accumulava ai bordi delle strade.La donna che era stata ferita durante la rapina alla
DnB di Grensen fu dimessa dall'ospedale. In una fotografia sul quotidiano «Dagbladet», la donna
indicava il punto in cui era stata colpita e, con due dita mostrava quanto la pallottola era passata vicino al
cuore. Nell'intervista la donna aveva detto che era felice di essere tornata e di poter passare il Natale
insieme a suo marito e ai suoi figli. Il mercoledì mattina della stessa settimana prima di bussare alla porta
della sala per le riunioni numero 3 della centrale di polizia, Harry sbatté i piedi per sbarazzarsi della neve.
«Avanti, Hole» disse il giudice Valderhaug, responsabile dell'inchiesta interna sulla sparatoria a
Havnelageret. Harry si mise a sedere su una sedia davanti al comitato di cinque persone. A parte il
giudice Valderhaug, c'erano il pubblico ministero, un'investigatrice e un investigatore e l'avvocato della
difesa, Ola Lunde che Harry conosceva come un uomo ostinato ma competente e integro. «Vogliamo che
il parere del pubblico ministero sia pronto prima delle feste di Natale» iniziò Valderhaug. «Puoi spiegarci
nel modo più conciso e dettagliato possibile il ruolo che hai avuto in questa faccenda?» Harry parlò del
breve incontro con Alf Gunnerud. Quando ebbe finito, il giudice lo ringraziò e iniziò a scartabellare fra le
carte davanti a sé prima di trovare il foglio che stava cercando. Fissò Harry al di sopra dei suoi occhiali.
«Vogliamo sapere se, al di là dell'impressione che hai avuto durante il tuo breve incontro con Gunnerud,
sei rimasto sorpreso quando sei venuto a sapere che aveva minacciato un poliziotto con una pistola.»
Harry cercò di ricordare quello che aveva pensato quando aveva visto Gunnerud sulle scale. Un ragazzo
che aveva paura di ricevere altre botte. Non un omicida rozzo. Gli occhi di Harry incontrarono quelli del
giudice e disse: «No». Valderhaug si tolse gli occhiali. «Ma quando Gunnerud ti ha visto, ha scelto di
scappareinvece di estrarre la pistola. Allora perché questo cambiamento di tattica quando ha incontrato
Waaler, secondo te?» «Non lo so» disse Harry. «Io non c'ero.» «Dunque non trovi che sia strano?» «Sì.»
«Ma hai appena detto che non sei rimasto sorpreso.» Harry si mosse leggermente sulla sua sedia. «Sono
un poliziotto da molto tempo, e non mi stupisco più qua