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COSTUMI e TRUCCO

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COSTUMI e TRUCCO Powered By Docstoc
					                             CAPITOLO 7

                              TRUCCO

Nel teatro giapponese antico gli attori principali portavano maschere
(ancora oggi si usano nel teatro noh), famose per la loro bellezza e per
la squisita fattura. La più importante caratteristica delle maschere
giapponesi, opera di abilissimi artisti artigiani, chiamate men o omote,
è la mobilità dell’espressione: tenendo il capo in diverse angolazioni
l’attore può creare l’illusione che la sua espressione muti. Nel teatro
kabuki l’obbietivo è l’opposto, perchè il trucco (keshō) tende a dare al
volto una permanenza di espressione connotativa del personaggio
interpretato, non per migliorarne o abbellirne i tratti, ma
esclusivamente per bilanciare gli effetti negativi della distanza e delle
luci intense che implacabili lo colpiscono. Scopo del trucco, dunque, è
quello di “uccidere” le caratteristiche peculiari del volto dell’attore (il
concetto di “uccidere” il corpo maschile è il punto di partenza della
filosofia interpretativa degli onnagata), con una fisiognomica del trucco
che livella ogni differenza fisica. Il trucco non è realistico, è una parte
della messa in scena, come le scenografie, i costumi, la mimica, e i
diversi colori connotano personaggi dalle caratteristiche morali e
fisiche differenti. Le donne e i giovani di bell’aspetto hanno un trucco
bianco, senza tratti colorati sul volto: le nobildonne giapponesi
amavano avere la pelle bianca, perchè questo consentiva loro una
gamma di colori più vasta nella scelta degli abiti, e perciò,
tradizionalmente, il bianco simboleggia una nascita illustre. Un trucco
scuro indica umili origini, perchè è tipico di coloro che lavorano
all’aperto; i nobili erano soliti ripararsi dai cocenti raggi del sole.
Talvolta la bianchezza del volto delle donne e dei giovani è accentuata
dipingendo la bocca di nero e per assumere un aspetto sprezzante e
altero. Come dettato da una moda antica le donne sposate e le donne
che hanno un amante possono tingersi i denti di nero; nei rapidi cambi
di scena i denti sono dipinti di nero con lo hayakane, sostanza ottenuta
schiacciando cera non raffinata, resina di pino, nerofumo, rosso, olio da
ardere, riso dolce e profumo riscaldati e ammorbiditi (il colore si toglie
fregando con forza i denti con un pezzo di stoffa). Inoltre, per


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aggiungere bellezza al volto, attualmente, gli onnagata arrotondano le
guance imbottendole con gomma, mentre in passato si usava il cotone
(wukumi wata). Le varie gradazioni del rosso indicano coraggio, collera,
passione, ostinatezza; il blu luminoso suggerisce calma; il grigio fa
sorgere un’idea di tristezza; l’indaco e il nero significano furfanteria,
tetraggine, paura; il verde si adopera per i demoni, gli spiriti e i
fantasmi e per indicare tranquillità; il porpora è il colore della nobiltà e
della superbia; il marrone scuro caratterizza gli animi depressi e
l’egoismo. Nei sewamono gli attori mutano spesso il trucco durante la
rappresentazione, ad esempio un uomo senza speranza si tingerà gli
zigomi di rosso per assumere l’aspetto “faccia rossa” (akai kao). In
questo modo sono segnate le ferite sanguinanti. Un nobile che si
traveste per nascondere la sua vera identità, nel momento di svelarsi,
rapidamente, si disegna macchie nere sopra le sopracciglia: questo
trucco nei jidaimono significa nobiltà; le sopracciglia usate dai nobili si
chiamano kurai bōshi o bōbō mayu o takamayu e sono applicate, dopo
che sono state cancellate quelle vere, con i margini sfumati. Per
rendere più grandi e affascinanti gli occhi gli interpreti maschili
tracciano una linea (mebari) con inchiostro nero o con una mistura di
nero e di rosso; gli onnagata si servono del rosso sottolineandoli
dall’angolo interno a quello esterno. È immediatamente evidente come
il trucco nel kabuki sia rigidamente convenzionale e come ciascun ruolo
abbia uno stile fissato dalla tradizione. Secondo la parte, il colore base
va dal bianco al rosso: il fondo bianco (oshiroi) è molto familiare al
pubblico poichè è il colore fondamentale di molti personaggi kabuki.
Nel trucco gli attori possono essere aiutati da truccatori (kaoshi), abili
ed esperti, reclutati molto spesso tra gli attori di secondo piano (nadai
shita).
Il trucco più caratteristico è il kumadori (kuma=linea, dori, da
toru=disegnare), tipico dello stile aragoto, tecnica importata
probabilmente dalla Cina; il modello giapponese differisce da quello
cinese, chiamato ren bu, caratteristico dei personaggi dell’Opera di
Pechino, sostanzialmente perchè per la definizione con linee
accentuate privilegia la struttura muscolare e ossea del viso e la
enfatizza per evidenziare il naso, il mento, la fronte e gli zigomi. In
Cina l’esagerato trucco facciale, tipico dei ruoli chiamati ien pu, tende


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ad obliterare l’espressione del viso degli attori. Alcuni studiosi
sostengono che il kumadori fu influenzato dalle smorfie di alcune
sculture buddiste. Poichè questo trucco potrebbe essere adoperato su
tutto il corpo, dalle gambe alle braccia, al petto, gli attori per imitarlo
indossano costumi con linee colorate che sottolineano, marcano ed
evidenziano la muscolatura. Delle centoquindici varianti di stili
possibili, oggi, il trucco kumadori, concepito per manifestare intensità
ed emozioni difficili da esprimere con il volto in pochi attimi, ne
prevede circa una dozzina. Con questo trucco, essenzialmente
simbolico, ma con la filosofia che lo ispira attenta alla realtà, l’enfasi
teatrale del kabuki trova una risposta coerente e convincente, quasi
l’epitome della sua pomposa ed affascinante sontuosità. I muscoli
facciali sono divisi in due gruppi, il primo fa riferimento alla mascella,
il secondo al naso, centro della faccia e perciò punto focale per la
definizione di ogni espressione. Di solito il trucco ha uno scopo molto
diverso da quello che si prefigge il kumadori, cioè tende ad enfatizzare
la fronte, gli occhi, il naso e la bocca, nonchè a differenziare uomini e
donne, giovani e anziani, personaggi di alta e bassa estrazione sociale,
bellezza e bruttezza, senza aggiungere emotività all’azione, come ,
invece, è caratteristica peculiare del trucco kumadori. Il kumadori è
usato per mostrare imparzialmente le emozioni in una chiave grottesca,
che segue i reali stati d’animo dell’ira, dell’agitazione e della follia. Non
tutti i trucchi bizzarri ed esagerati debbono essere classificati come
kumadori, perchè lo sono solamente quelli che vanno considerati un
veicolo per rendere manifesta la tecnica espressiva dello stato d’animo
mentale dei personaggi. In origine il kumadori si basava sul
mutamento di espressione del volto degli attori, in seguito mostrò le
caratteristiche spirituali e fisiche dei soggetti con la sottolineatura
esemplificata e grottesca della muscolatura facciale. La maggior parte
dei tipi di trucco kumadori fa riferimento al suji guma (abbreviazione
di suji kumadori), basato sulle caratteristiche della fisionomia facciale
(alcuni studiosi lo fanno derivare dai diversi modelli di sculture
buddhiste, guardiani, servi, seguaci, oppure da simboli grafici
sanscriti). Le linee del suji guma, disegnate esclusivamente con una
spazzola evitando di ritoccarle, danno al volto un aspetto duro, forte e
vigoroso; questo tipo di trucco fu perfezionato in maniera definitiva da


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Ichikawa Danjurō II nel 1712.
L’abura beni è un olio adoperato sia per creare il trucco beni abura che
per tracciare linee che connotino ferite sanguinose, si distribuisce con
una spatola di bambù: si ottiene mischiando olio kata abura, colore
cremisi fresco (edo beni) e zucchero non raffinato (la segretezza della
formula è nel quantitativo di zucchero). Lo stile ippon guma prevede
sottili linee nere e rosse su fondo bianco (abura beni guma), che
partono dalle tempie e vanno sino alle guance, è usato da personaggi
malvagi di secondo piano, con il ventre prominente (hagataki), gli
hagataki hanno il volto dipinto di rosso, akattsura, la parrucca rigida e
sporgente sui lati, vestono abiti con strisce laterali nere su fondo
bianco. Il saru guma (saru=scimmia), è il più antico trucco kumadori
esistente, è anche conosciuto come Asahina no guma o Saruwake no
saru guma, si realizza con tre linee orizzontali attraverso la fronte e
con linee curve disegnate in alto e in basso attraverso gli occhi sino alle
guance, fu inventato da Nakamura Denkuro I.
Per vanificare i tratti del volto talvolta poco espressivi si migliorò il suji
guma con la tecnica del bokashi, e cioè con il graduare l’intensità dei
tratti, ispirandosi alle maschere noh chiamate ō beshimi. Il metodo
bokashi fu anche perfezionato da Ichikawa Danjurō VII, il quale
sottolineò più marcatamente le gradazioni del colore per fare risaltare
con più evidenza i tratti del viso.
Il trucco hannya guma , ispirato alle maschere del teatro noh, tipico
delle espressioni innaturali ed inumane, fu creato nel periodo d’oro del
kabuki, il Genroku, da Yamanaka Heikurō, attore specializzato in parti
di samurai malvagi (jitsuaku); questa tecnica detta anche Heikurō
guma è una applicazione dello stile aiguma (un altro tipo è il kugeaku
guma), linee blu su fondo bianco, arricchita con segni rossi agli occhi e
alla bocca per disegnare il volto di uno spirito geloso ( hannya). Il
kanshaku guma (kanshaku=passione), tipico dei personaggi con
temperamento focoso, richiede il tracciare strisce blu dalle estremità
delle sopracciglia alle tempie con il seitai, usato anche per colorare la
parte rasata del capo ai personaggi maschili. Il mukini guma (il nome
deriva dalla conchiglia bakagai no mukini), inventato da Ichikawa
Danjurō II, è un trucco caratterizzato da segni delicati che partono al
di sotto degli occhi, che oltrepassano toccandoli sulla parte esterna


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destra per giungere sino alle sopracciglia. Il nihon guma detto anche
Matsuō no guna o Shikan suji, creato da Ichikawa Danjurō IV
(1712~1778), consiste di due linee oblique che partono dalle
sopracciglia, parallele, una sopra e l’altra sotto gli occhi. Lo zare guma
è un tipo di kumadori, usato da personaggi comici, del quale esistono
molte varianti: le principali sono il numazu guma (numazu=lupo di
mare) caratteristico dei preti sciocchi; il tori no guma, che descrive il
sole nascente; l’anewa guma o kani guma (faccia di granchio).
Il trucco kumadori, reso talvolta più affascinante dalle gocce di sudore
che imperlano il volto dell’attore (ginbaru), trasforma l’attore in un
personaggio sovrumano, in un dio, in un buddha, nello spirito di un
demone, nel fantasma di un nobile di corte o di un uomo malvagio,
esprimendo l’emotività per mezzo del colore: per i buddha e le altre
divinità le tinte più usate sono il rosso scuro e l’indaco, mentre per i
demoni si adopera il rosso in due tonalità combinate con il grigio e il
nero per presentare un aspetto spaventoso. Anche una sola linea può
significare compiutamente il mutamento dell’espressione e deve quindi
essere l’abilità dell’attore a creare con il trucco questa emozione.
L’attore è in grado di truccarsi da solo e con gli anni diventa esperto in
quest’arte, ricorrendo al truccatore esclusivamente per un aiuto: i
giovani imparano osservando e provando mentre si truccano gli attori
anziani. I colori dei tratti connotano i diversi stati emozionali: rosso
scuro (beni),attività, passione, vigore, impazienza; rosa o rosso pallido
(usuaka), gaiezza, giovinezza, allegria; blu luminoso (asagi), calma,
compostezza, freschezza; indaco (ai), malinconia, tristezza; verde molto
luminoso (midori), tranquillità; porpora (murasaki), nobiltà,
altezzosità, maestosità; marrone o terra di siena bruciata (taisha),
egoismo, egocentrismo, scoraggiamento; grigio, sul mento (usuzumi),
tetraggine, tristezza; nero (sumi), paura, terrore, tristezza, spavento.
Di solito il rosso scuro su fondo bianco è usato più di ogni altro colore
per esprimere rabbia, indignazione, crudeltà, ma questo trucco può
anche significare carattere vigoroso con buone qualità ed è applicato
dopo che l’attore si è dipinto la faccia con colore vermiglio mischiato ad
olio (abura beni); il rosa è adoperato solo per pochi ruoli, uno dei quali è
quello della volpe innamorata; l’indaco è il colore degli spiriti e delle
canaglie; il marrone è per i nobili di corte malvagi e per gli dei; il nero


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luminoso o scuro, messo insieme con altri due colori (nishoku guma),
rosso e blu, pertiene esclusivamente alle donne gelose e ostinate,
qualità che gli uomini non possono avere; il porpora e il verde luminoso,
non molto comuni, sono per gli dei: il leone nella danza drammatica
Shakkyō (il ponte di pietra) ha il volto dipinto d’oro su fondo verde
luminoso con righe vermiglie e la bocca e gli occhi cerchiati di nero.
Shakkyō fa parte di un gruppo di danze tratte dal dramma noh
Shakkyō, il cui protagonista è un leone. Nei primi tempi le danze del
leone erano interpretate solamente dagli onnagata: nella prima parte il
danzatore, nel ruolo di una cortigiana, si esibiva con in mano la
maschera di un leone, nella seconda assumeva un’aria selvaggia per
connotare lo spirito del leone. In seguito anche gli uomini proposero
queste danze truccati con il kumadori. Il kumadori ha subito numerose
variazioni nel corso degli anni, soprattutto con l’avvento della luce
elettrica, che richiese profonde modificazioni: Ichikawa Danjurō IX,
temendo che la luce a gas e la luce elettrica potessero rovinare effetti
creati per la debole luce delle candele, profetizzo, a torto, che il
kumadori non gli sarebbe sopravvissuto. Attualmente rimangono circa
ottanta tipi di kumadori: le forme ancora in uso comprendono
ventuno tipi appartenenti alla famiglia Ichikawa, che di questo trucco
è la proprietaria ideale per lo sviluppo che i suoi membri gli diedero,
nonchè quelli delle famiglie Onoe e Nakamura.
Per l’operazione del trucco si usano numerosi strumenti: botanbake,
pennello cilindrico fatto con peli di volpe o di tasso, usato per asciugare
il viso e il collo utilizzando cipria bianca; sponji, spugna per togliere il
sudore o olii diversi; mizubake, pennello da barba utilizzato per
spargere il bianco sul viso; hitabake, spatola rettangolare con la base
più lunga dell’altezza, la parte superiore convessa e un pennello
inferiormente, tipico per dare il bianco sulle gambe, sulle braccia e sul
viso; fude, pennello lungo e sottile caratteristico per truccare gli occhi o
le labbra: ne esistono di numerosi tipi, come il benifude (rosso per
labbra), il mayfude (nero per gli occhi). Prima di applicare il trucco agli
occhi si tolgono le sopracciglia (mayu) con una pasta speciale (mayu
tsubushi), si ungono con taihaku, impasto di olio e di zucchero, e si
ombreggiano con bianco (oshiroi).
Per gli attori principali interpreti di un ruolo aragoto, al termine dello


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spettacolo, è ancora costume imprimere il volto in un tenugui di seta
oppure su carta per disegnarlo con le linee del trucco kumadori:
anticamente l’oshiguma cosí ottenuto si inviava al signore protettore
della famiglia; oggi, messo in vendita, per i compratori rappresenta lo
iato che separa il presente dall’esuberante periodo Genroku.
Con il kumadori quindi si aggiunge una nuova dimensione al teatro
kabuki.




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      7.1 MAGAZZINO ABITI E ATTREZZERIA

Nel periodo Meiji, in cui si ebbe una vertiginosa moltiplicazione di
teatri (a Tokyo ve ne erano dieci), per sopperire alla improvvisa e ovvia
mancanza di costumi sorsero compagnie per il noleggio fondate da
costumisti (ishōya), che acquistarono i magazzini di deposito (kura
ishō) delle direzioni dei teatri, arricchendoli con nuovi abiti: per la
messa in scena di uno spettacolo, ancora oggi, ci si rivolge a società di
noleggio, e precisamente alla Shōchiku Ishō Departement e alla
Negishi Company, proprietarie di quasi tutti i costumi necessari per le
rappresentazioni dell’intero repertorio kabuki. Per le trasferte nei
piccoli teatri di provincia le compagnie minori noleggiano gli abiti dalla
Yamano Ishō Company e dalla Tokyo Ishō Company. Nella produzione
di uno spettacolo il noleggio dei vestiti costituisce una delle spese
maggiori, anche se i costumi kabuki sono molto meno costosi di quelli
noh, esclusivamente intrecciati a mano, ricamati e con foglie d’oro
impresse. Talvolta gli attori principali richiedono alle compagnie che
gestiscono gli spettacoli di realizzare abiti per messe in scena
particolarmente impegnative, perchè non sono soddisfatti degli
indumenti usualmente adoperati oppure li realizzano a proprie spese.
In anni recenti il costume più costoso è stato quello indossato da
Ichikawa Ennosuke II (1888~1963), abito realizzato con legno di sapan
dipinto spedito dalla Cina dal famoso attore Mei Lang-Fan. Gli ishōya
provvedono ad inviare presso le compagnie degli specialisti (ishōtsuke),
i quali, insieme con i kōken, i domestici (otoko shū) e gli apprendisti
(bantō), assistono gli attori nel vestirsi, secondo una moda iniziata nel
diciottesimo secolo e curano che siano provati gli abiti (ishō shirabe)
prima del debutto. Particolare cura è posta nelle prove dei nodi degli
obi, elementi fondamentali del costume e caratterizzanti il
personaggio: tra quelli femminili i più eleganti sono il furisage,
annodato dietro e usato dalle ragazze di città; l’anko obi, fermato
davanti e adoperato dalle cortigiane; il bunko, legato posteriormente e
messo dalle mogli dei signori feudali e dei nobili di corte; il taiko
musubi, stretto dietro e tipico delle donne sposate di mezza età; il tate


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ya no ji musubi, serrato dietro e messo dalle figlie dei samurai e dei
ricchi mercanti e dalle giovani donne di campagna; il kai no kuchi
musubi, annodato dietro e adoperato dalle geisha; il fukusa musubi,
legato dietro e usato dalle figlie di popolani; lo hikkake musubi, stretto
posteriormente e tipico delle mogli di popolani. Tra quelli maschili sono
particolarmente ricercati il katabasami, serrato dietro e messo dai
mercanti; il waribasami o komageta musubi, annodato dietro e portato
nei combattimenti e dai samurai; il kai no kuchi musubi, fermato
posteriormente e usato da pompieri e nimaine; il karuta musubi o hako
musubi, stretto dietro e tipico degli yakko, di otokodate e di monaci di
rango inferiore; il komageta musubi, preconfezionato e portato dietro;
il tombo musubi, fermato dietro e caratteristico dei ruoli aragoto. Dopo
l’ishō shirabe i costumi sono riportati in teatro all’ishōya, negli speciali
bauli di bambù flessibile (kōri) o rigido (tsuzura) per le modifiche
necessarie. Durante gli spettacoli gli abiti vengono conservati nei
camerini (gakuya) degli attori e in una apposita stanza (ishō beya),
custoditi dal costumista del teatro (ishō kata), che ha il compito di
scrivere in un brogliaccio il nome degli attori e i ruoli che interpretano
per consegnare loro i vestiti, aiutato quotidianamente da assistenti,
partendo dagli interpreti principali sino a quelli secondari, nonchè
curare che i costumi siano sempre puliti e perfettamente stirati. Tra i
personaggi che lavorano dietro alle quinte ha grande rilevanza il
kyōgen sakusha, che assolve a compiti importanti e diversi: scrivere
manualmente i copioni degli attori, predisporre gli ordini del giorno,
battere i pezzi di legno a forma di parallelepipedo (hyōshigi o ki),
cominciando lentamente, con brevi intervalli, sino ad un frenetico
crescendo, per annunciare l’aprirsi del sipario, annotare i vestiti
indossati dagli attori, riferire all’ishōya i desideri degli attori. Gli
oggetti che gli attori adoperano sulla scena, utensili casalinghi,
animali, cibo, scritti, disegni, chiamati kodōgu (attrezzeria), sono
custoditi, curati e distribuiti dal capo attrezzista (kodōgu kata), che ha
anche il dovere di annotare in un apposito brogliaccio sia gli oggetti che
servono agli interpreti, sia quelli necessari ad arredare la scena,
solitamente immagazzinati in un locale detto kodōgu beya. I kodōgu
sono suddivisi in diversi gruppi: mochidōgu, suppellettili sceniche
facilmente maneggiabili; dedōgu, attrezzature sceniche; kiemono,


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piatti, tazze, bracieri per il tabacco, olio per lanterne, lettere da
stracciare, ecc.; nuigurumi, costumi animali portati dagli attori:
cinghiali, cavalli (i nuigurumi dei cavalli, simili all’animale
rappresentato oppure manifestamente artificiali, honiharu, sono
indossati da due attori), orsi, volpi, pecore, elefanti, leoni, cani, gatti,
topi, tassi; hakimono, calzature che comprendono geta, zōri, scarpe e
sandali di paglia (waraji). Tra gli accessori per abiti e gli oggetti scenici
dei quali è responsabile il kyōgen kata vi è lo hachigane tsuki
hachimaki, nastro di bianco habutae, al quale è attaccato un
ornamento dorato, per cingere la fronte; l’eboshi no habutae, fazzoletto
cucito o legato all’orlo dell’eboshi; lo tsukurimono no anesan kaburi,
fazzoletto simile ad uno zukin per coprire il capo; il tamausagi no
hachimaki, benda bianca legata sulla parte superiore della testa del
coniglio in Tamausagi per simularne le orecchie; l’eboshi, alto cappello
messo dagli uomini di tutte le classi sociali; il kanmuri, alto copricapo
portato in casa e fuori di casa da nobili di corte e da ufficiali civili e
militari; il kasa, cappello di canne indossato esclusivamente fuori di
casa; le yoroi, armature, inclusi elmetti (kabuto), protezioni per braccia
e gambe (kote sune ate) e altri accessori militari; gli ōgi, ventagli
pieghevoli; gli uchiwa, ventagli rigidi; le katana, spade di tutti i tipi; le
hakimono, scarpe di ogni genere, tra le quali mitsuba no kuro nuri geta
e omote uchi no geta per le oiran, kyō zōri per principesse e altre donne,
pokkuri geta per ragazze giovani, kyō zōri maschili per samurai, nuri
geta e azuma geta per le mogli e le figlie di popolani, koma geta
femminili, koma geta maschili, uwa zōri per cortigiane, niwa geta da
usare in giardino, kuro nuri gutsu per generali e samurai, yorio no
fukuzori per samurai e yakko, yorio zōri per samurai e chōnin, kegutsu
per generali, kire waraji per guerrieri di ogni rango, asa ura zōri e
setta per pompieri, jōmegutsu per daimyō nei combattimenti, tō gutsu
per guerrieri, kirimasa Yoshiwara geta e kiri komageta geta per
otokodate, kongō zōri per seguaci di basso rango di signori feudali,
nomeri geta per chōnin di basso rango, nuno waraji per samurai
quando indossano l’armatura oppure in ruoli aragoto; gli hakoseko,
borsellini maschili; i kami ire, portacarte; gli inrō, portamedicine; le
tabako ire e le kiseru, borsetta per il tabacco e portapipe; oggetti per il
sukumidō (corpo che si ritira), tecnica tipica delle scene comiche per


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simulare il taglio della testa; le sogimen o nashiwari, maschere che con
un colpo si spaccano orizzontalmente per simulare l’apertura della
testa nei quadri comici; le kuwaemen, maschere con una sporgenza
nella parte interna per poterle afferrare con i denti; il furiboya o fukibi,
congegno adoperato per creare effetti di fuoco, vietato dal 1958 dopo
l’incendio di un teatro; i chisuji no ito o kumo no suso, lunghi rotoli di
carta sottile, simili a quelli usati come stoppini per l’incenso, che
vengono lanciati in aria per simulare i fili delle tele dei ragni; oggetti
necessari per la tecnica del jiyari no ito, lunghe e sottili corde di seta
nera o di cotone, invisibili al pubblico, utilizzate per mostrare squarci
di nuvole (unki) appese al graticcio oppure uno zampillo d’acqua (suiki).
L’ishō kata ha in custodia molti indumenti e piccoli pezzi di stoffa
(kogire), tra i quali vi sono koshimaki, fasce che cingono i fianchi; gli
hada juban, sottovesti messe sotto la biancheria intima; le inaga juban,
lunghe sottovesti portate dagli onnagata simili a grembiulini; i nike
juban, maglie aderenti colore carne sulle quali si dipingono tatuaggi
tipici del kumadori; gli shita obi, fasce usate come culotte; le suami,
strette camicie con lunghe maniche di rete nera somiglianti ad una
armatura a maglie; gli himo, cinture adoperate sopra il kimono e
indossate prima dell’obi: tra i modelli più noti vi sono il kamishimo e il
jūnihitoe; gli zukin, cappucci di stoffa; i sankaku ate, fasce bianche con
un triangolo di stoffa nel mezzo messe attorno alla fronte dei morti; i
tenugui, piccoli fazzoletti; gli hachimaki, fasce per il capo; i tabi,
calzature di stoffa; i tekkō, protezioni per il dorso della mano uguali a
manopole; i kyahan, gambali rotondi.
L’ishōya è il responsabile della manutenzione e della creazione dei
costumi secondo tecniche derivate dai costumi noh del periodo
Azuchi~Momoyama o Shokuhō, nonostante il broccato (nishiki) e la
seta con fondo spigato (aya) fossero già lavorati prima del periodo
Heian. I costumi kabuki sono realizzati in seta (atsuita, seta con molti
fili dorati; birōdo, velluto; chirimen, crespo di seta; donsu, seta
damascata con disegni in raso; habutae, seta liscia; karaori, broccato
dorato; omeshi, leggero crespo di seta a strisce oppure liscio; rasha,
lana; rinzu, seta damascata su fondo geometrico con piccoli disegni
floreali; seigo, seta di due tipi: il primo con consistenti fili orizzontali
intrecciati, il secondo con grossi fili incollati; sha, seta velata di leggera


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tessiura; shuchin, broccato di raso; suzushi, seta grezza; tsumugi,
tessuto di spessa seta naturale cinese), in canapa e ramia (katabira,
pregiata stoffa di ramia; nuno, canapa), in cotone (kasuri, cotone,
canapa e seta con disegni a spruzzi; kōshi, seta o cotone a quadretti;
sarashi momen, cotone sbiancato; shima, seta e cotone a strisce) e in
tessuti tinti (chūgata, stoffa con disegni di media grandezza stampati
con colore resistente; kata zome, tessuto tinto con colori durevoli;
shibori, stoffa tinta dopo averne lagate alcune parti in modo da
ottenere macchie di colore; yūzen o yūzen zome, tessuto tinto a mano
con colori che rimangono nel tempo).
Poichè i costumi, il trucco e gli accessori sono tra gli elementi del
kabuki che più stimolano il piacere sensuale e lasciano una forte,
costante impressione ne consegue che il teatro kabuki non può
prescindere dall’impatto che i colori, gli abiti, la perfezione dei
movimenti e la ricchezza dei particolari hanno sul pubblico. Non per
questo il kabuki è un’arte statica, al contrario proprio per il suo
dinamismo e la sua vitalità è destinato a durare e ad affascinare non
solo il pubblico giapponese ma anche quello di tutto il mondo.




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