LEONIDA DI TARANTO by vTIBB8E1

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                                       LEONIDA DI TARANTO
                                       LEONIDA DI TARANTO

   A.P.VI 226                                            A.P.VII 736

   E di Clitone l’esigua casupola e il piccolo fondo     Uomo, non logorarti a fare una vita errabonda;
   Seminativo, e accanto la magra vigna e questo         a trascinare il tuo corpo di terra in terra
   Ciuffo di stenti alberelli; eppure con tali risorse   non logorarti. A te sia ricovero un nudo tugurio,
   Clitone ha sostentato i suoi bravi ottant’anni.       cui riscaldi la fiamma di un umile focherello;
                                                         pur se ti è pane una rozza focaccia di grossa
                                                         farina
                                                         impastata in un coccio con le tue stesse mani,
   A.P.VI 302                                            e companatico un filo di timo o di menta, con un
                                                         chicco di sale, amaro e dolce condimento.
   Via dalla mia tana, topo notturno:
   nella misera dispensa di Leonida
   c’è poco. Una presa di sale e due                     A.P.VII 715
   pani d’orzo: la dieta che i miei avi
   mi lasciarono; e di questa mi vanto.                  Molto lontano dormo dalla terra
   E allora perché piccolo goloso                        d’Italia e dalla mia patria, Taranto.
   frughi in questo buco?                                Questo è per me più amaro della morte.
   Qui non ci sono avanzi di banchetti.                  Tale è la vana vita di ogni nomade.
   Fila in altra casa (io ho povere cose):               Ma le Muse mi amarono, e per tutte
   là troverai grande abbondanza.                        le mie sventure mi diedero in cambio
                                                         la dolcezza del miele.
                                                         Il nome di Leonida non è morto.
                                                         I doni delle Muse lo tramandano
                                                         in ogni tempo.




                                               ASCLEPIADE
                                               ASCLEPIADE

   A.P.V 7                                               A.P.V 64

   O lampada, tre volte in questa stanza                 Nevica grandina, suscita tenebre,
   giurò Eraclea che sarebbe venuta.                     risplendi folgora, scuoti le nubi
   Lo giurò su di te. Ma non appare.                     piene di fuoco su tutta la terra.
   Se sei una dea, o lampada, castiga                    Certo, se tu mi uccidi,
   l’ingannatrice: quando si diverte                     la finirò: ma se mi lasci vivo,
   qui dentro, nelle braccia dell’amico,                 anche in mezzo ai pericoli più gravi
   non mandare più luce.                                 continuerò la vita nei piaceri.
                                                         Perché, o Zeus, mi trascina il dio che domina
                                                         anche te. Per lui un giorno,
                                                         mutato in oro, forzando pareti
   A.P.V 210                                             di bronzo, sei giunto a un letto d’amore.

   Con le moine Didima ruba il mio cuore.                A.P. XII 46
   Dinanzi a lei tanto bella                             Non ho ancora ventidue anni,
   sono cera che al fuoco si scioglie.                   e sono stanco di vivere. O Amori,
   È nera. Che importa?                                  che cos’è questo tormento? Perché
   Anche i carboni sono neri.                            mi bruciate? E se morte mi colpisce,
   Ma accesi splendono                                   Amori, che farete? Già! Come prima,
   come bocci di rosa.                                   giocherete scherzando con i dadi.

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                          ASCLEPIADE e CALLIMACO:: Inviitto a bere
                          ASCLEPIADE e CALLIMACO Inv o a bere
   A.P. XII 35                                             A.P. XII 134

   Il vino è spia dell’amore.                              L’ospite aveva una piaga nascosta.
   Nicagora negava di amare                                hai visto che sospiro doloroso
   ma lo tradirono i molti brindisi.                       uscì dal suo petto alla terza coppa
   Piangeva, scuoteva la testa, guardava in basso          di vino? Le rose della corona
   e non restava salda la corona sulla sua testa.          erano tutte a terra.
                                                           Brucia certo d’amore
                                                           e per gli dei, ho ragione di dirlo,
                                                           io, ladro, riconosco i segni del ladro.

                                               CALLIMACO
                                               CALLIMACO

   A.P. VII 525                                            A.P. V 23

   O tu che passi davanti alla mia                         Posa tu, Conopio, dormire come
   tomba, sappi che sono figlio e padre                    me, passando la notte sotto questo
   di un Callimaco di Cirene. Tu                           freddo portico. Possa tu, malvagia,
   forse conoscerai l’uno e l’altro. Uno                   dormire male come fai vegliare
   guidò gli eserciti della sua patria                     il tuo amante, senza un po’ di pietà
   e l’altro modulò canti più forti                        nemmeno in sogno! Hanno pietà di me
   dell’invidia. Nessuna meraviglia:                       i vicini, tu nemmeno in sogno!
   le Muse non ignorano, da vecchi,                        Ma ai primi fili bianchi
   gli amici che guardarono ragazzi                        tu ricorderai tutte queste cose.
   con occhio benevolo.


                    MELEAGRO
                    MELEAGRO                                                 FILODEMO
                                                                             FILODEMO
   A.P. V 152                                               A.P. V 123

   Vola zanzara, rapida messaggera, e le orecchie           Ho amato una Demo di Pafo: nulla
   di Zenofila appena sfiorando, sussurrale così:           di strano. E ancora una Demo di Samo:
   «Sveglio ti aspetta; e tu, dimentica di chi t’ama,       nulla di strano. E terza fu una Demo
   dormi». Su, vola: vola, o amica delle Muse,              di Nasso: e questo non è più uno scherzo.
   e parla sottovoce, perché non svegli il compagno         Quarta una Demo di Argo. Filodemo
   e susciti contro di me le angosce della gelosia.         mi dissero le Moire, perché brucio
   ma se porterai la fanciulla, ti coprirò con pelle di     sempre per una Demo d’amore.
   leone,
   o zanzara, e ti darò in mano la clava.
                                                            A.P. V 112
   A.P. V 155                                               Amavo. Chi non ama?
                                                            Ho fatto bagordi. Chi non li ha fatti?
   Dormi, Zenofila, dolce germoglio? Oh se potessi          Sono impazzito. Non è forse colpa di un dio?
   come il sonno alato penetrare in te, sotto le ciglia,    Alla malora: ormai i capelli presto si imbiancano,
   così che neanche lui, che incanta gli occhi di Zeus,     messaggeri della stagione che porta saggezza.
   si aggiri sopra di te, e ti possieda io solo.            Quando era tempo di giocare ho giocato,
                                                            ora che non è più tempo seguirò pensieri più
                                                            nobili.



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