Figura di polizia amministrativa by QCT277

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									        IL NUOVO CONCETTO DI SCARICO
      SECONDO IL DECRETO CORRETTIVO DEL
                    T.U.A.
Le recenti e rilevanti modifiche introdotte dal secondo decreto correttivo al Testo Unico
Ambientale , ovvero il D. Lgs. 16 gennaio 2008, n. 4 (pubblicato nella G.U. n. 24 del 29 gennaio
2008 ed in vigore dal 13 febbraio 2008), sono intervenute anche sulla parte III del D.Lgs. 3
aprile 2006, n. 152, modificando e/o sostituendo e abrogando una serie di articoli di grande
importanza, tra cui l’art. 74 recante le definizioni e, tra queste, segnatamente quella di scarico di
acque reflue urbane, di acque reflue industriali e di rete fognaria.
Numerosi sono stati i commenti della dottrina, talvolta pungenti, anche se ad oggi
l’interpretazione della norma - definita frammentata – risulta essere labile. In particolare, con
riferimento alle norme in materia di tutela delle acque dall’inquinamento e di gestione delle
risorse idriche, è stato sottolineato che le novità introdotte – volte alla sistematica
riorganizzazione della norma in materia – non hanno apportato chiarimenti all’esatta e corretta
individuazione delle definizioni, tanto che, ad oggi, ancora non è chiaro il limite tra la
definizione di rifiuto liquido e scarico.
Con la riscrittura della nozione di scarico si ritorna – di fatto – al precedente D. Lgs. n.
152/1999, reintroducendo il presupposto della mancanza di interruzione tra scarico e corpo
recettore (il cosiddetto scarico diretto – il noto giurista Luca Ramacci esulta: “Lo scarico è uno
scarico”).

Tale modifica è stata apposta per rendere la norma conforme al diritto comunitario (come ha
sottolineato il Consiglio di Stato nel suo parere del 5 novembre 2007: “.. ciò ha reso necessario
anche intervenire sull’articolo 182, mediante soppressione del comma 8 che per taluni rifiuti
consente il trattamento negli impianti di depurazione delle acque reflue. Le modifiche rendono
per tanto le norme conformi al diritto comunitario..” ) .



Differenza tra acque reflue industriali , acque reflue urbane e acque reflue domestiche

A seguito la novella del 2008 è più chiara la definizione delle tre tipologie di scarichi che
recapitano in fognatura, e cioè le acque che provengono dai servizi igienici, le acque reflue
derivanti dagli impianti e le acque meteoriche di dilavamento. In altre parole, qual è il discrimine
tra acque reflue domestiche, acque reflue urbane e acque reflue industriali? Il vecchio D. Lgs
152/1999 contraddistingueva le acque reflue urbane quali “provenienti da insediamenti di tipo
residenziale e da servizi e derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività
domestiche”.
Le acque reflue industriali invece, erano riconoscibili a seguito l’origine di provenienza e dalle
loro caratteristiche qualitative, e cioè non dovevano rientrare nella definizione di acque reflue
domestiche o meteoriche di dilavamento.


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Nella pratica, in uno stabilimento industriale, o in un impianto o hotel, che genera, per esempio,
le tre tipologie di scarichi sopra indicati, che tipo di autorizzazione devono chiedere, ed a quale
ente va inoltrata la domanda? Parrebbe semplice definire le acque reflue urbane quelle
caratterizzate dal metabolismo umano. In dottrina si raccomanda di operare la classificazione
degli scarichi alle acque reflue domestiche sempre con estrema cautela, anche laddove si tratti di
acque reflue provenienti da servizi igienici e simili.
Infatti la Suprema Corte si è espressa in materia avendo cura di precisare che, anche se l’art. 74
comma 1, lett. h) del D.lgs. 152/2006 definisce le acque reflue industriali qualsiasi tipo di acque
reflue scaricate da edifici o impianti in cui si svolgono le attività commerciali o di produzione
dei beni, il refluo deve essere considerato nell’inscindibile composizione dei suoi elementi, a
nulla rilevando che parte di esso sia composto di liquidi non direttamente derivanti dal ciclo
produttivo, come quelli delle acque meteoriche o dei servizi igienici, immessi in un unico corpo
recettore. Si rende necessario sottolineare che, mentre la precedente definizione di acque
industriali poneva l’accento sul fatto che dette acque dovevano essere “differenti
qualitativamente dalle acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento”
mettendo cosi in luce che è l’aspetto della differenza qualitativa a permettere di distinguere le
acque reflue industriali da quelle domestiche, oggi si elimina questo riferimento e la norma
sottolinea il fatto che la caratteristica delle acque industriali è principalmente quella di essere
“scaricate da edifici o impianti in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni” .
Quindi ad oggi la differenza fondamentale deriva dalla provenienza.
Ritornando al quesito di cui sopra si arriva ora alla soluzione della esatta definizione della
tipologia di scarico che deriva da uno stabilimento industriale o, ancora di più, da un hotel ove,
di fatto, seppur lo scarico è prodotto esclusivamente o prevalentemente dal metabolismo umano
non soddisfa tutte le condizioni richieste dall’art. 74 comma 1, lett. g) che devono, invece,
sussistere contemporaneamente per integrare il concetto di acque reflue domestiche, sicché le
stesse vanno più propriamente qualificate come acque reflue industriali.
In conclusione stante il principio generale per cui l’identificazione delle acque reflue industriali
non avviene più secondo un criterio qualitativo, ma di provenienza, la norma (art. 101, comma 7,
lett. e) D.Lgs. 152/2006 ) lascia comunque alle regioni la facoltà di indicare le caratteristiche
qualitative ritenute equivalenti alle domestiche. Sarà cosi possibile avere a fronte del principio
generale su esposto, una diversa disciplina regionale nell’ambito della quale, le industrie, gli
impianti o gli hotel potranno godere di quella particolare normativa.

CORRETTA NOZIONE DI SCARICO
TOGLIERE QUESTA LINEA

Com’è noto, la nozione di scarico – posta dal legislatore alla base della normativa sulle acque –
ha creato in passato problemi interpretativi di coordinamento con la normativa sui rifiuti - sia con
riferimento alle modalità con cui questo viene effettuato, sia in relazione alle sostanze in esso
contenute - che hanno creato sovrapposizioni di precetti difficilmente coordinabili ed
interpretabili, in relazione non solo al concetto di immissione occasionale, scarico discontinuo,
scarico occasionale , ma anche con riferimento al c.d. scarico indiretto.
Per comprendere appieno la nozione dettata dal nuovo testo unico, soprattutto a seguito la
novella del 2008, occorre fare un se pur breve accenno alla complessa vicenda relativa
all’evoluzione della nozione stessa.
La legge Merli (L. n. 319/1976) aveva adottato una nozione di scarico onnicomprensiva : il
riferimento allo scarico di qualsiasi tipo (episodico, occasionale, periodico, discontinuo….) o
allo scarico indiretto (ad es. tramite autobotte), aveva indotto la giurisprudenza prevalente a
ritenere che “la nozione di scarico comprende, ai sensi dell’art. 1 della legge n. 319/76, qualsiasi
sversamento o deposizione di rifiuti, indipendentemente dal modo con cui avvenga, diretto o
indiretto, della sua episodicità, dello stato liquido o solido dei rifiuti, ed indipendentemente dal
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luogo, ossia in acque superficiali o sotterranee, interne o marine, pubbliche o private, in
fognatura, sul suolo o nel sottosuolo” (Cass., sez. III, 17-05-1995, Magneschi; Cass., sez. III, 03-
03-1992, Veronesi; Cass., sez. III, 10-12-1991, Zazzaretto).
Con la successiva entrata in vigore del D.P.R. n. 915 del 10 settembre 1982, veniva prevista,
all'art. 2, l'applicazione della cit. legge Merli per quanto riguardava "la disciplina dello
smaltimento nelle acque, sul suolo e nel sottosuolo dei liquami e dei fanghi, di cui all'art. 2,
lettera e), punti 2 e 3, della citata legge, purché non tossici e nocivi” ai sensi dello stesso. L'art. 9,
comma 3, dello stesso D.P.R., sanciva il divieto di scaricare rifiuti di qualsiasi genere nelle acque
pubbliche e private.
Con l'entrata in vigore del decreto Ronchi (D.Lgs. n. 22/97), le acque di scarico sono state
espressamente escluse dal campo di applicazione della normativa sui rifiuti (art. 8, comma 1,
lett. e), con l'unica eccezione costituita dai rifiuti allo stato liquido. Il legislatore, inoltre, ha
previsto il principio base in base al quale sono vietati tanto l'abbandono e il deposito
incontrollato di rifiuti sul suolo e nel suolo, quanto l'immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo
stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee (art. 14, commi 1 e 2, del D.Lgs. n.
22/97).
Con la nozione di scarico introdotta dal D.Lgs. n. 152/99 (art. 2, comma 1, lettera bb) - che
contiene una precisa limitazione alle immissioni dirette, di acque reflue liquide, semiliquide e
comunque convogliabili effettuate tramite condotta e provenienti da certi tipi di insediamento (di
tipo residenziale o di servizi o nei quali si svolgono attività commerciali o industriali ovvero da
reti fognarie) - il legislatore ha abbandonato la nozione onnicomprensiva dettata dalla legge
Merli. Di conseguenza, sotto la vigenza del D.Lgs. n. 152/99 non configurava più uno scarico in
senso tecnico quello che non convogliava acque reflue tramite condotta (e, cioè, tramite uno
stabile, oggettivo e duraturo sistema di deflusso, anche se non necessariamente attraverso una
tubazione ): di conseguenza erano escluse dalla nozione di scarico tutte quelle immissioni di
sostanze che, liquide o semiliquide, non avvenissero tramite condotta o che avessero ad oggetto
sostanze che non si trovassero allo stato liquido o semiliquido .
Il ritorno allo scarico indiretto L’art. 74, comma 1, lett. ff) nella prima versione del Testo
Unico Ambientale definiva scarico “qualsiasi immissione di acque reflue in acque superficiali,
sul suolo, nel sottosuolo e in rete fognaria, indipendentemente dalla loro natura inquinante, anche
sottoposte a preventivo trattamento di depurazione. Sono esclusi i rilasci di acque previsti
all’articolo 114”. È evidente, quindi, che con l’eliminazione al riferimento di qualunque
immissione “diretta” nell’ambiente “tramite condotta” (od opere destinate allo scopo), non solo
si sconvolge la paziente opera di ricostruzione giurisprudenziale, che è riuscita, negli anni, a
comporre i numerosi interpretativi ed applicativi sopra evidenziati, ma soprattutto, si “rimette in
discussione il difficile rapporto con la normativa sui rifiuti, ritenuta universalmente la disciplina
di chiusura del sistema, atta ad evitare che restino prive di controllo le rilevanti ipotesi di
introduzione di sostanze nei corpi ricettori in assenza di condotta evidenziate dal Governo”,
creando numerosi problemi di coordinamento con norme (quali, ad es., l’art. 110 – trattamento di
rifiuti presso impianti di trattamento delle acque reflue urbane – identico, nel contenuto, all’art.
36 del D.Lgs. n. 152/99), che si inserivano in un diverso contesto terminologico.
Da ultimo, occorre ricordare che nel nuovo D.Lgs n. 4/2008 c'è stato la reitroduzione – con
qualche accorgimento semantico – della previgente definizione di scarico.: nonostante
un’autorevole dottrina, seppur mossa dalle migliori intenzioni, abbia sostenuto il contrario, la
nozione di scarico introdotta dal c.d. TUA aveva, indubbiamente, creato qualche scompiglio
negli operatori, oltre che parecchi problemi al Giudice di legittimità, costretto a “dare
interpretazioni sue proprie” per sostenere che – nonostante l’eliminazione del riferimento a
qualunque immissione “diretta” nell’ambiente “tramite condotta” (od opere destinate allo scopo)
– la paziente opera certosina di ricostruzione interpretativa giurisprudenziale non era perduta, e
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che, dunque, non era stato minimamente rimesso in discussione il difficile rapporto di
coordinamento con la normativa sui rifiuti.

ACQUE REFLUE INDUSTRIALI
Articolo 74, comma 1, lett. h) ''acque reflue industriali": qualsiasi tipo di acque reflue scaricate
da edifici od impianti in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, diverse
dalle acque reflue domestiche e dalle acque meteoriche di dilavamento;

ACQUE REFLUE URBANE
Articolo 74, comma 1, lett. i) ''acque reflue urbane": acque reflue domestiche o il miscuglio di
acque reflue domestiche, di acque reflue industriali ovvero meteoriche di dilavamento
convogliate in reti fognarie, anche separate, e provenienti da agglomerato;

ACQUE REFLUE DOMESTICHE
Art. 74, comma 1, lett. g) “acque reflue domestiche”: acque reflue provenienti da insediamenti
di tipo residenziale e da servizi derivanti prevalentemente dal metabolismo e da attività
domestiche;

RETE FOGNARIA
Articolo 74, comma 1, lett. dd) ''rete fognaria": un sistema di condotte per la raccolta e il
convogliamento delle acque reflue urbane.

SCARICO
Articolo 74, comma 1, lett. ff) “scarico”: qualsiasi immissione effettuata esclusivamente tramite
un sistema stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuità il ciclo di
produzione del refluo con il corpo ricettore acque superficiali, sul suolo, nel sottosuolo e in rete
fognaria, indipendentemente dalla loro natura inquinante, anche sottoposte a preventivo
trattamento di depurazione. Sono esclusi i rilasci di acque previsti all'articolo 114;




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