La madonna di coccio

Shared by: QCT277
Categories
Tags
-
Stats
views:
16
posted:
6/26/2012
language:
Italian
pages:
18
Document Sample
scope of work template
							                                    LA MADONNA DI COCCIO,

  Preambolo
  A chi consiglio la lettura di questo racconto? A chi ha paura dei terremoti, chi è indifferente al
terremoto, chi pensa che il terremoto sia un problema altrui, chi non sa cos’è un terremoto, chi vive
in Italia….e fa le corna.
  La Madonna di Coccio è il titolo dell’ultimo capitolo di questo racconto, il più vicino nel tempo e
anche il più divertente, speriamo però che non sia l’ultimo perché non ho ancora esaurito
l’argomento. La storia riguarda il mio rapporto con il terremoto e alcune cose che ho capito quando
ho fatto delle domande e qualcuno o qualcosa mi ha risposto. Non è detto però che la cosa non
riguardi anche voi che avete buone probabilità di vivere in una zona sismica e magari non avete
ancora le risposte ai tanti perché dell’uomo e alle poche ragioni della Natura. Nel racconto ci sono
anche parecchie persone, parenti, amici, altri di cui non so neanche il nome, protagonisti o
comparse. Ci sono parecchie informazioni, insomma è un po’ un saggio-racconto. Ci sono anche i
soliti ballerini ubriachi su un palcoscenico mobile a cui non ho dato molto spazio, non li ho
identificati, ma ci vuole poca fantasia ad immaginarsi chi sono, però. La gente parla volentieri di
quello che gli è capitato con il terremoto, si prestano anche i racconti, fondendo e confondendo i
fatti, le date, l’ordine delle cose. Ne è venuto fuori un complicato intreccio di voci captate nel corso
di una vita. Ma non c’è niente d’inventato, anche se infondo quello che conta non è la trama ma
l’essenza delle emozioni di quelle voci. Un po’ è anche una tramandazione, una litania dei terremoti
snocciolati come li vede la nostra storia e la nostra cultura occidentale, come li vedevano i nostri
nonni. Ma non è un racconto catastrofista. E il racconto di un passato che serve per interpretare il
futuro. Vi confido un piccolo segreto! State attenti al “Dio che dimora sulla faglia” perché così
avrete la chiave della rivelazione finale della Madonna di Coccio.
  Per il resto sono rassegnato, da vari segnali ho capito che il mio modo di vedere i terremoti fa a
pugni con quello degli altri e, a essere sinceri, anche molte altre cose del mio modo di vedere la
vita. Il fatto è che tutto dipende dall’esperienza personale e non dall’avere ragione o torto su questo
o quello. Se fossi saggio ci crederei pure: aver ragione non cambia molto la nostra esistenza e
neanche quella degli altri. Non ho avuto tanto tempo per scrivere e neanche vorrei, l’ho fatto senza
troppi ripensamenti e aggiustature, ho scritto di getto, come mi veniva dal cuore, con i mutamenti di
umore che ci capitano quando attraversiamo gli strati della nostra memoria, con ripetizioni e riprese
del racconto e qualche sgrammaticatura. Sono sicuro che un certo numero di amici e, per lo meno
gli autori degli altri racconti, l’editore e il revisore delle bozze leggeranno questo racconto fino al
finale. Probabilmente pure i miei studenti, se lo scoprono, visto che sono curiosi come le scimmie di
tutto quello che un professore può fare quando non fa il professore. Magari lo leggerà anche molta
altra gente, non ho imbarazzi verso di loro perché davanti alle grandi disgrazie, in genere, ci si
comporta bene e ci si sente migliori, il nostro ego diventa più piccolo e non ho niente di troppo
intimo da confidare.
  Mi chiamo Francesco Stoppa, ora ho 53 anni, mia moglie si chiama Giusy Lavecchia e mio figlio,
che ha 14 anni, Fiorenzo. Ho raggiunto un’ottima posizione nel mio lavoro, sono professore
ordinario all’Università G. d’Annunzio dove dirigo il Dipartimento di Scienze della Terra e ho una
discreta reputazione internazionale nel campo dello studio delle carbonatiti, un tipo di roccia emessa
da vulcani molto ma molto snob. Massimo mi ha chiesto di contribuire con il mio personale ricordo
del Terremoto, me lo avrà chiesto perché sono un geologo e perché mi viene facile scrivere. Ho
accettato invece perché io sono un geologo per via del Terremoto, prima mi ha ispirato, poi
affascinato e poi l’ho tradito con i vulcani che sono più concreti e solidi nei loro propositi e
prodotti. Anche se credo che i vulcani siano Dei, posso trattarli con più dimestichezza che un
terremoto, come fa l’incantatore di serpenti. Il terremoto non si è vendicato e mi ha sempre e solo
benignamente sfiorato.

 I terremoti non sono ne’buoni ne’cattivi.

                                                                                                      1
   Sarà bene chiarire subito, cosi se non siete d’accordo potete passare avanti, sul fatto che il
Terremoto è solo una delle forze equilibratici del creato e se qualcosa di male succede bisogna
ricercare le colpe nell’avidità e imprevidenza umane. Speriamo che non mi disapproverete se vi
dico che a me il Terremoto piace. Non fraintendetemi, non mi riferisco ai danni e i lutti ma al
Terremoto in se.
   Ogni volta che ho cambiato città per prima cosa ho pensato al terremoto, mi sono informato
quando e come fosse comparso in quel luogo e quanti e quali terremoti avesse affrontato la casa in
cui abitavo, poi l’ho sempre aspettato, sapendo che sarebbe tornato. Devo dire che è abbastanza
imprevedibile ma che alla fine non ti delude mai, il Terremoto. Se pensate chi io sia un po’
posseduto riflettete su quante volte lo nominiamo senza rendercene conto. Non diciamo sempre mi
sembra un “terremoto” per un tipo squassone, e chiediamo quando vediamo un gran disordine “è
successo un terremoto?”, e quando vediamo qualcosa di brutto, qualche scempio edilizio o politico,
non lo invochiamo? “ci vorrebbe un terremoto!” quasi a azzerare certe schifezze. “Terremotato” è
diventato, nel parlare comune, uno che vaga senza fissa dimora che ha perso perfino il contatto con
la realtà, il prototipo del derelitto. Lo diciamo un po’ scherzando ed esagerando per esorcizzare, per
addomesticare il nostro inconscio, ma lui cova sotto sotto ed è pronto a saltare fuori quando
sogniamo che la terra ci manca sotto ai piedi o di sprofondare o essere travolti da un’onda gigante;
il sogno che io facevo sempre da adolescente. Sarà un ricordo viscerale che ci hanno trasmesso i
geni dei nostri antenati e che noi, in nome della razionalità e tecnologia, facciamo di tutto per
scacciare. Penso di aver fatto una nuova scoperta l’I.E. cioè Interiorized Earthquake, come
direbbero gli psicologi, aggiungendo un’altra psicosi alle tante incurabili della nostra epoca. Sarà
anche il mio un rapporto morboso di paura-attrazione come col bungee jumping o altri sport
estremi? Sinceramente non credo, nella mia vita, il Terremoto ha portato stimolo e passione, ordine
e interesse per tante cose e alla fine anche appagamento materiale e morale oltre che un profondo
senso di rispetto e di ammirazione per la Natura.
   Come dicevo, io non sono un sismologo ma un vulcanologo; il meccanismo di funzionamento dei
vulcani e dei terremoti è abbastanza diverso, anche se rientrano in uno stesso tipo di fenomeno
geologico che serve a disperdere il calore terrestre. Però chi studia solo i terremoti spesso non riesce
ad aiutare gli altri a capire, a ricordare e a prevenire. Ho notato che nel suo sapere1 specialistico gli
manca quel poco di mistero e fascino, di dilettantismo, di irrazionalità che in qualche modo lega
l’uomo alla Natura e quindi anche al terremoto. Lo sapevate che gli esoteristi credono che i
terremoti scaturiscano dal sesto strato della Terra, la sfera della saggezza decaduta dove nascono
passioni e desideri che interagendo con quelli umani provocano terremoti ed eruzioni vulcaniche.
Strano vero, eppure sono di più dei sismologi. Sismologi ed esoteristi a parte, per me il terremoto è
ancora innanzitutto uno dei più grandi poteri rigeneranti della Natura. Mi interressa il fenomeno
fisico ma anche come la gente lo percepisce e lo interpreta e lo affronta, non solo quando accade ma
anche in prospettiva futura. I miti vecchi e quelli nuovi.

  Giocando a moscacieca con il terremoto
  Il Terremoto è entrato presto nella mia vita ma non in maniera drammatica, e non ne è più uscito.
Non dico che potrei prenderlo per le corna ma se necessario sono pronto al dialogo. Mio padre che
era milanese, girava molto per lavoro e la famiglia traslocava di qua e di là, nuova casa, nuova
scuola, nuove amicizie difficili da conquistare: Campania, Lazio, Marche, poi io ho continuato a
girare: Umbria e ora Abruzzo. Quando avevo sei anni, a Salerno scendevo per le scale di un grande
condominio appena costruito insieme a un mio cuginetto, per fortuna ero troppo piccolo per
prendere l’ascensore. La scossa (Sannio, 21 agosto 1962, M 6.2,2) non me la ricordo bene oppure
ero più turbolento del terremoto stesso. La luce se ne va, poi torna, subito dopo ho alzato gli occhi
nella tromba delle scale che ora era affollata di facce sbigottite e incorniciate dai grandi bigodini

1
  I sismologi e coloro che studiano la sismo genesi, cioè cause, effetti dei terremoti, loro storia e previsione, la loro
origine e le strutture geologiche che li generano
2
  Nel racconto indico la data e la magnitudo Richter delle scosse principali, a volte cumulata.

                                                                                                                            2
che tutte le donne in quell’epoca portavano per ore e ore al fine di ottenere pettinature
fantascientifiche in cui io cercavo di conficcare proiettili conici di carta con la cerbottana. “Avete
sentito?! Il terremoto! A me si è rotto un vaso! il tavolo saltellava di qua e di la!”. Mi sono ricordato
di mia nonna Angiola, che mi raccontava che tanti anni prima, meno di quanti separano me ora dal
quel terremoto, mentre dondolava un figlioletto nella culla, uno zio, perché mia madre non era
ancora nata, aveva visto l’armadio caderle addosso. Ancora alzava le mani e le braccia a difesa di se
e del bambino, mettendo tanta recitazione drammatica nel racconto e mimica nell’espressione della
faccia, che ce l’ho ancora davanti agli occhi. Del terremoto sapevo solo questo, non sapevo che era
il terremoto dell’Irpinia (23 luglio 1930, M 6.7) e che 1000 persone erano morte nel momento in cui
l’armadio cadeva. Mentre ricordavo questo, mi è sembrato di guardare il mondo come fosse un
vecchio film muto, beh non avrò proprio pensato così, ero piccolo, ma la mia memoria mi
suggerisce questa immagine. Gli adulti correvano di qua e di là superandomi, io mi dirigevo invece
con calma affettata ma in realtà eccitato verso casa dei parenti dove erano in visita i miei. Faceva
caldo e li ho trovati tutti sotto al portone; mi sembrava una riunione per una di quelle occasioni
allargate in cui c’è tutta la famiglia. Poi ricordo di aver leccato un gelato in mezzo a una marea di
sfollati in una grande piazza ascoltando le notizie su una radio a transistor arancione, accovacciato
sul tetto della macchina di mio padre, una Ford Anglia 4 stagioni. Non doveva essere un granché
quella macchina e non so come mai me ne ricordo, però l’effetto del terremoto sulla gente sì, mi
interessava e colpiva molto, più del terremoto stesso. Mi sembrava veramente che la tribù umana si
fosse stretta tutta insieme per via di una forza misteriosa che la richiamava in branco. E’stato il mio
primo terremoto, ora lo racconto come se tutto fosse durato un attimo perché la memoria fa questo
scherzo, fonde tutti i ricordi e li salda in un sol blocco. Comunque in quel periodo tutti avevano un
racconto speciale, drammatico o anche buffo e dai commenti disincantati di mio padre e dai suoi
consigli pratici ho imparato a non aver paura ma solo rispetto della Terra e del suo battito vitale.
   Quanto possa essere drammatico un Terremoto l’ho capito solo dopo, guardando le immagini del
Belice (15 gennaio 1968, M 5.9), la storia di “Cudduredda”, una bambina che ora avrebbe avuto la
mia età, estratta viva dalle macerie che sembravano antiche, da mani nude3 di gente perennemente a
lutto e dai soldati indifferenti in mimetica. Non riuscivo a dare la colpa al terremoto. Le case, la
gente mi sembravano già vittime prima ancora di esserlo, come se non avesse mai pensato a
difendersi, a fare un patto o peggio come se fosse ipnotizzata da qualcosa o da qualcuno. Mi
sembrava un male inutile che si può curare. Allora ero quel tipo di adolescente pieno di sogni e con
la missione di cambiare il mondo…in meglio, ma chi non lo era? Cudduredda4 non ce l’ha fatta.
Quel nome che per me significava “cuoricino”, di creatura timida e innocente, non l’ho più
scordato, voglio andare sulla sua tomba, se la trovo, disseppellita viva e tornata sotto terra
definitivamente senza chiedere perché. Poi è venuto il terremoto di Tuscania (6 febbraio 1971, M
4.5) e in TV ho visto l’intervista impietosa ad un padre che aveva perso un ragazzo come me. Il
prete gli aveva detto perché se ne facesse una ragione “sai a volte Dio sceglie di visitare il nostro
giardino e coglie il frutto più bello…” e lui di risposta con la voce acuta del pianto e della rabbia
“ma se uno entra nel mio giardino e coglie il frutto più bello io minimo gli sparo”. Sicuramente
avrà pensato che fosse il Diavolo e non Dio ad aver visitato il suo giardino. Ecco! Giusto! Lì mi è
scattata la molla, il “pallino” per i terremoti e per il rapporto tra Uomo e Terremoto. Già veniva
fuori il mio lato ribelle e anticonformista, almeno in senso anti fatalista, del mio carattere. Non dico
“pratico” perché mi suona di sbrigativo e del voler fare a tutti i costi senza capire troppo. Abbiamo
esempi di questo fare-affare del dopo terremoto, che non mi piace per niente. Mi interessa quello
che si può fare prima, comunque, e non le spacconate o i piagnistei del dopo. “E’ prerogativa di chi
sta al potere di prendere decisioni su cose di cui non capisce niente”5.

3
  Tra i consigli pratici per chi vive in zona sismica c’è tenere e in luogo accessibile una cassetta con: guanti da
carpentieri, piede di porco, torcia elettrica, grosso trinciacavi.
4
  La Cudduredda e' na cuddura nica, uno gnocchetto dolce, cioè un antico biscottino fatto con farina, mosto cotto e
cannella.
5
  Citazione da I Simpson, il film, 2007

                                                                                                                 3
  L’Italia è un paese simico e nella mia vita ho sentito poi parecchi altri terremoti. Si dice così
“sentire” il terremoto oppure si dice “è passato il terremoto”, come i ladri di notte, per buttarselo
alle spalle se possibile. Quello più drammatico e coinvolgente è stato quello di Ancona visto che mi
trovavo nell’area epicentrale. Preceduto da un crescendo di scosse premonitrici anche forti (4
febbraio 1972, M 4.5), arrivano due scosse ancora più forti (14 giugno 1972, M. 5.1, 4.9). Ero in
strada e guardavo un gruppo di tre persone che parlavano, al momento della scossa si sono messi le
mani tra i capelli e sono scappati in tre direzioni opposte, ho visto il marciapiede formare onde che
mi venivano incontro, con le piastrelle sconquassate, gli alberi piegarsi con violenza da un lato e poi
rialzarsi e i lampioni traballare. Per terra c’erano i fili elettrici che si contorcevano come serpenti.
La polvere dei crolli in lontananza sembrava fumo, credevo fossero incendi, e poi ho visto le
cinquecento e i maggiolini schiacciati come sardine da tetti e cornicioni, la lunga colonna a passo
d’uomo per uscire dalla città, le voci spaventate da finestrino a finestrino su morti e feriti. Quella
sera me la ricordo molto bene.
  Ne ho sentiti anche altri, Ascoli Piceno (26 novembre 1972, M 5.3) e perfino leggermente quello
del Friuli (6 maggio e 15 settembre, 1976, M. 6.5-5.9) mentre stavo studiando alla scrivania nella
mia cameretta. Poi, forte quello della Val Nerina quando già stavo a Perugia (19 settembre 1979, M
5.9), alla lontana quello dell’Irpinia (23 novembre1980, M. 6.9), il peggiore degli ultimi 50 anni.
Questo è stato l’ultimo terremoto irpino avvertito da mia nonna materna Angiola, che era della
provincia di Avellino. Ormai anziana, stava seduta su una sedia vicino alla porta d’ingresso col
cappottino buono e la borsetta coi soldi, le gioie e le foto dei morti, aspettando che qualcuno la
portasse fuori casa. Serena nel fatalismo del sentirsi impotenti. Su questo terremoto ho anche la
testimonianza di mia suocera che cercava di raggiungere la vecchia madre mentre veniva ricacciata
indietro nel corridoio dalla scossa, poi avevano dormito molte notti in macchina ma salivano in
fretta e furia a lavarsi in casa. Sua madre al terremoto si era sentita mancare e aveva pensato subito
che gli venisse un colpo, ma capito che invece era “solo” il terremoto si era consolata “meno male
che è il terremoto!”. Come tutti loro, gli italiani più longevi possono aspettarsi di sperimentare
almeno tre terremoti distruttivi nella loro vita soprattutto se abitano lungo l’Appennino. Il marito di
una mia cugina giunonica bionda ed eccentrica, un tipo nero e segaligno con un gran nasone, gran
pasticcione ma con animo da poeta, fuggì di casa con la vestaglia e le pantofole rosa con le piumette
della moglie, riuscendo ad estrarre uova dalle tasche che offriva crude da bere ai suoi numerosi
figli. Agli altri offriva di recitare una qualche sua poesia, bella e fuori luogo. Mia zia Bianca, una
donna pratica, stava ricamando un lenzuolo e decise che era la cosa più preziosa da mettere in salvo,
preceduta dal marito molto più anziano di lei che per l’occasione aveva dimenticato acciacchi e
dolori: Uscì di casa come una sposa col corredo, camminando sopra il cancello del portone che era
caduto al suolo. Una famiglia seduta alla stessa tavola a cena due travolti dal crollo due restano al
loro posto a vedere gli altri scomparire. Gente che strisciava nei cunicoli al buio e dalle gocce di
sangue caldo che cadevano dall’alto localizzavano fratelli, coniugi e figli intrappolati tra le travi.
Intanto sulle macerie Pertini diceva cose edificanti e inutili; Claudio Villa distribuiva coperte
vergognoso che i terremotati gli chiedessero l’autografo coperti di pezze e scalpicciando nel fango
nevoso: “Claudiovilla!, Claudiovilla!” così nome e cognome insieme. I giornalisti ficcavano lunghi
microfoni nei buchi tra le macerie per intervistare le vecchiette precipitate nella cantina sotto al tetto
ormai appoggiato al suolo “signora che fate li? Quanti siete?”..”ehh aspettiamo..siamo io e mia
cognata, abbiamo provato a scappare ma neanche eravamo per le scale che già veniva giù il tetto”
manco dire “per favore fate presto” oppure “ma vaff…”. Mia moglie6, da cui ho imparato quasi tutto
quello che so di materiale sui terremoti, allora studiava a Londra, la raggiunsi con difficoltà al
telefono dopo un paio di giorni e la sua padrona di casa, Miss Sommers, sembrò restare delusa “ouh
riilii? avendo appreso che nessuno dei parenti era morto o ferito. Si sarà immaginata che i latini in
qualche modo, siano più vulnerabili degli anglosassoni e che per loro destino, oltre che per
mangiare troppo pomodoro, debbano soccombere a qualche tipo di catastrofe. Per contrappasso,

6
    Mia moglie è un geologo strutturale specializzata in sismogenesi

                                                                                                        4
quando di lì a poco mia moglie lavorava a Sant’Angelo dei Lombardi, per il fatto di essere una che
studiava i terremoti, degli sfaccendati l’apostrofarono “Sitə teteshca Signurì?”. Tenete conto che
mia moglie è lucana e di aspetto molto mediterraneo. Devo dire che quando ho bisogno di ancorare
un’idea a un dato concreto o interpretare un mito o una legenda chiedo sempre prima a lei, che la
vede in modo diametralmente opposto, dato che in medio stat virtus.
  A casa dei miei a Recanati ho sentito quello del Parco Nazionale d’Abruzzo (7 maggio 1984, M
5.5), quello di Porto San Giorgio (3 luglio 1987, M 4.1), il primo terremoto insieme con mia
moglie. Per tutti gli anni dell’università e poi anche dopo, quasi tutte le settimane facevo la
traversata dell’Appennino godendomi il panorama della palude di Colfiorito in tutte le stagioni,
gelata, fiorita con le anatre, quasi a secco e quando l’autunno, come recitava ogni volta una mia
compagna di studi cui davo spesso un passaggio, “ci regala colori meravigliosi”. Mi fermavo
regolarmente ad un baretto con il distributore, messo alla fine del paese. A me piacciono moltissimo
questi pochi baretti superstiti degli anni sessanta, con la fòrmica, i neon artigianali, le bottiglie sui
ripiani di vetro, i tavolini e le sedie di alluminio, i panini rinsecchiti al prosciutto, la pubblicità della
Peroni e la graniglia a terra. In un angolo di solito c’è una cabina del telefono pubblico abbandonata
con affianco pile di sbrindellati elenchi del telefono e dal tutto sprigiona un odore di carta vecchia,
di legno ammuffito, come un’antica biblioteca piena di saperi dimenticati. Faccio chilometri per
trovarne uno per bere anche solo il caffè e dare un’occhiata nostalgica intorno sperando di avere la
fortuna di incontrare qualche vecchietto in vena di attaccare bottone. Purtroppo me li stanno
distruggendo uno ad uno per sostituirli con arredi post-moderni e bariste ucraine, gentili sì ma
fredde come androidi siberiani. In quel baretto di Colfiorito ormai ero di casa ed avevo fatto
amicizia con la proprietaria. Facendo il pendolare tra Perugia e Chieti continuavo ad usare la
vecchia strada Flaminia a me consueta senza sapere che ne avrei dovuto, di lì a poco, trovare
un’alternativa perché quella l’avrebbero chiusa per più di un anno per i crolli del terremoto (26
settembre, 1997; 26 marzo, 1998, M 6.1, 5.3). Quando nella piana sono cominciate una serie di
scosse avvertite dalla popolazione, ma senza danni, la gente ha cominciato a chiedermi che ne
pensavo perché sapevano che ero un geologo. Considerando che la zona era molto sismica e che il
terremoto mancava da qualche secolo, cercavo il modo giusto per dirgli di prepararsi. Ma come ci
provavo vedevo le loro facce farsi lunghe lunghe e gli occhi sgranati, e da come si tiravano i
bambini al fianco capivo che in realtà volevano che io gli dicessi che no! Il terremoto non ci sarebbe
stato. Mi sentivo l’orco cattivo. Durante un’ennesima conversazione sul tema con la barista, c’era
un altro avventore che al sentire quel che dicevamo, saltellando da un piede all’altro ed agitando le
braccia, dava segni crescenti di nervosismo e impazienza, direi anzi proprio paura, senza essere
capace di emettere che sibili di disapprovazione, “shhhhh, shhhhhhh”. Era un tipi con i capelli
ingommati, forse un rappresentante di commercio terrorizzato al solo pensiero di perdere i clienti o
forse anche solo di dover cambiare qualcosa della sua vita monotona, magari proprio ora che aveva
un’ipoteca da pagare da qualche parte. Con un occhio seguivo e studiavo le sue reazioni. -Dio lo
benedica, come ci attacchiamo alle cose futili pensando che per il fatto che ci siamo messi il vestito
della festa nessuno oserà impataccarci con la pizza-. Intanto, pontificavo che sarebbe stato bene
fermare gli oggetti pesanti sospesi, proteggere bottiglie e bicchieri, avere la torcia e le scarpe a
portata di mano…e…all’improvviso, ecco che si sente un ruggito sordo che sembrava venire
proprio dalla cantina, neanche una vera e propria oscillazione, ma come il verso lugubre di un orso
o forse di un drago in letargo che si rigiri ancora addormentato nelle viscere della Terra. Il suono
saliva verso l’alto attraversando la struttura dell’edificio. Ci si sono gelate le budella. L’omino è
fuggito senza vergogna e io e la barista ci siamo guardati desolati e ammutoliti, quasi che fosse
colpa nostra che avevamo evocato il mostro delle sue paure. Poi lei per rompere il silenzio
imbarazzante mi ha detto “ecco! ecco vedi come fa?, fa cosi!?” Era molto pallida, le mani giunte e
abbandonate sul grembo e la testa con lunghi capelli neri un po’ piegata di lato, mi ha fatto una gran
pena e mi è mancato il coraggio, lì per li ho proferito la frase consolatoria e incosciente che in
questi casi non bisogna mai pronunciare “beh! ma vedrai che non succederà niente….”. Me ne sono


                                                                                                           5
uscito con la coda tra le gambe. Dell’omino non c’era più traccia a quel punto sarà arrivato almeno
a Foligno!
   Ero chiaramente impreparato a dire la verità e soprattutto su come dirla. Il terremoto poi è venuto
dopo pochi giorni, nella notte ho allargato braccia e gambe nel letto perché mi pareva di cadere di
lato, e poi ancora e più forte la mattina seguente quando i giornalisti erano già a caccia di foto e
filmati spettacolari. Il Terremoto in diretta, filmato da tutte le angolature, quasi un divo o un
politico importante pedinato fino a sorprenderlo a fare qualcosa di sconveniente. A mia memoria, il
primo terremoto prevedibile non previsto, anzi negato. “E’ difficile che si verifichi una scossa di
magnitudo maggiore” annuncia qualcuno di grosso alla televisione (sorprendentemente è ancora
più o meno al suo posto nel gioco del nove degli incarichi tecnico-politici). Dopo mezz’ora crollano
le case: la casetta della farmacia dove andavo con mia moglie se serviva un farmaco urgente di
domenica, viene ripresa mentre prima si gonfia, sembra decollare come un missile, poi ricade e si
trasforma in una nuvola ribollente di polvere. La volta della basilica di San Francesco ad Assisi che
viene giù di peso formando una specie di fungo atomico alla rovescia, la gente con le facce bianche
di polvere solcate da lacrime come i pagliacci tristi del circo, muoiono altre 8 persone dopo i 2 della
notte. Tutti mi hanno poi commentato “per fortuna che non ci abbiamo creduto sennò i morti
sarebbero stati molti di più”. -Questo passaggio di negazione di cui molti non si ricordano è
notevole perché si è ripetuto con conseguenze molto gravi ma ne parliamo dopo-. Dopo quasi un
anno sono ripassato da Colfiorito, il paesaggio era totalmente cambiato, le case frullate specie
quelle nuove costruite sul suolo paludoso. Il bar non c’era più, troppo lesionato per poter essere
riparato, era stato demolito e sostituito da uno chalet in legno stile tirolese molto elegante che
stonava terribilmente con la mia nostalgia del baretto anni ’60. Dentro c’era la mia amica che come
mi ha visto parcheggiare è corsa fuori, mi ha baciato e mi ha preso le mani e mi ha detto. “Quella
notte quando siamo usciti a piedi scalzi camminando sui vetri ho visto tutte le bottiglie del bar
inclinate, cadute e rotte ed ho pensato subito a te”. Cosa volesse dire non ho mai capito, voleva
ringraziarmi per aver tentato di avvisarla, riconosceva in me un indovino? da allora non sono più
passato di là. Infondo come i gatti ero affezionato al posto e non al padrone. A proposito di
ringraziamenti! Un geologo dei terremoti che lavorava al London University College, Gerald
Roberts, mi aveva chiesto di trovare una casa per lui e la famiglia nella zona del Vallo di Diano dato
che studiava le faglie attive della zona. Io gli ho trovato una casa ad Acquafredda di Maratea dove
vado tutti gli anni a mare. Mentre era lì vicino al lavoro su una faglia quella decide di muoversi (9
settembre 1998, M 5.7). Quale fortuna per uno che a casa sua di terremoti ne può sentire proprio di
piccolini. Mi chiama e mi dice “Grazie! Grazie! Sono caduti tutti i libri dagli scaffali! Lo hanno
potuto sentire anche mia moglie e i bambini!”. Insomma un giro in giostra...poi per disobbligarsi mi
ha regalato un libro sui funghi in inglese..anche loro nascono dalla Terra, no?

  Anni 2001-2004 protezione civile, commissione grandi rischi, Etna, Stromboli e San
Giuliano.
  Sono anni in cui ero pochissimo me stesso, impegnato nell’ultima tappa e la più stressante della
mia carriera di professore universitario e anche in un momento di umore molto difficile della mia
vita. Nonostante siano anni recenti, ne ho un ricordo confuso e poco lucido visto che gli eventi
incalzavano e condividevo veramente poco di quello che mi succedeva. Venivo chiamato
all’improvviso dalla Protezione Civile e oltre a fare tanti giri su un buffo elicottero da circo con la
scritta Cola Cola, evidentemente noleggiato, presenziavo alle riunioni della Commissione Grandi
Rischi, che si svolgevano a Roma, o anche altrove, una volta su una nave ammiraglia con tanto di
banchetto per il ministro con gli ufficiali in alta uniforme. Mi barcamenavo tra serie di relazioni
precotte fatte dai recalcitranti ricercatori degli istituti preposti, recalcitranti perché intruppati stile
collegio Pierpaolo Pierpaoli del Giamburrasca. Erano imbestialiti anche contro i professori
universitari e mi lanciavano mal represse occhiatacce. Mi ricordavano Rita Pavone che cantava
“viva la pappa col po-po-po-modoro”. Nella confusione dell’avvicendamento dei governi di allora,
alcuni residui insolubili si erano mescolati con nuove leve, come me, e facevano da tappezzeria alla

                                                                                                         6
solita lotta tra potenti passati indenni dal centro-sinistra al centro-destra. In realtà la commissione
non decideva mai un bel niente, con tante teste al vertice che avevano tutti i motivi per farsi la
guerra e spuntarla agli occhi del potere politico. Intanto, l’Etna fu prima squassato da un terremoto
locale ma intenso (Zafferana Etnea, 9 gennaio 2001, M 4.4 ) poi entrò in una serie di vistosissime
eruzioni, veramente spettacolari che io, richiamato a Catania, mi andavo a vedere anche di notte
salendo sul vulcano illuminato dalle fontane di lava. Due pennacchi distanti tra loro facevano
piovere cenere e lapillo nero sulle case distrutte a pelle di leopardo di Zafferana, l’aeroporto
Fontanafredda era chiuso e la gente di Catania andava in giro con gli ombrelli, giustificandosi “per
tutta questa terra che cade”. Terra la chiamavano, bellissimo! Anche Stromboli decise di esplodere,
oltre che a spruzzare le solite nevicate di fiocchi incandescenti, sparò un’ aureola di pomici dorate
che galleggiavano andando su e giù come tanti tappi di sughero sul mare. Dal suo fianco7 si staccò
una frana sottomarina da cui nacque, come dalla costola di Adamo o forse Venere dalla conchiglia,
uno tsunami alto parecchi metri che fece il giro dell’isola. Per fortuna era successo d’inverno
quando gli abitanti delle nuove case costruite sulla spiaggia non c’erano. Mai la gente del posto
aveva costruito sulla spiaggia ma ora col turismo si costruisce dappertutto. Una vecchietta povera
che si era adattata a vivere li, in una specie di garage, mostrava un mucchio di masserizie, mobili
sfracellati, piatti, posate, scolapasta, mille oggettini di plastica colorata misti a sabbia tra le mura
scoppiate e porte e finestre rovesciate verso l’interno dall’onda, nella stanzetta in cui viveva, ora
pareva la spiaggia dopo una mareggiata di spazzatura. Non aveva toccato niente, ma si aggirava li
intorno, vestita di nero, raccontava “per fortuna che ero andata a fare la spesa in paese, mi ha
chiamato un amica mi ha detto: curri curri, ca to casa sa pigghiò u mari”. Incredibilmente a Lisca
Bianca nel mare davanti a Panarea si apre un gorgo di solfo bianco nel mare, sotto c’è una bocca
che sputa gas in quantità, c’è grande agitazione e nessuno sa se il gorgo diventerà un vulcano, ma
per questa volta il Dio Nettuno trova un accordo con Plutone e così niente eruzione. La protezione
civile interveniva a cose fatte e cercava di gestire, in modo efficiente ma devo dire molto
autoritaristico l’emergenza (ammesso che un’emergenza si possa gestire a parte chiudere la porta
dopo che le pecore sono scappate). Capire non c’era tempo di capire, ragionare non c’era modo di
ragionare, discutere non c’era permesso di discutere. Sono in volo su un elicottero a 4000 metri
d’altezza a vedere cosa fa l’Etna, che è sempre una meraviglia che ti lascia a bocca aperta. Arriva
un messaggio dalla base, atterrare immediatamente perché c’è stato un altro forte terremoto, tutti
nella carlinga frastornati dal rumore del rotore, crediamo che sia all’Etna, poi si capisce che è in
Molise a Bojano, in realtà è San Giuliano, abbiamo capito male alla radio la voce è concitata e
confusa. Il pilota invece di scendere in una lenta spirale si lancia in una picchiata, mi si rompe un
timpano. Sbarchiamo su una pista improvvisata sul fianco del vulcano, sale qualcuno d’importante e
scendiamo noi. Ottengo un passaggio fino al COM di Santa Venerina e poi resto a piedi, dopo molte
ore trovo un passaggio per Catania. Ormai l’Etna è passato in secondo piano, chiodo scaccia chiodo.
Il circo toglie le tende!
   A San Giuliano (31 ottobre 2002, M 5.6) crolla una scuola e muoiono 27 bambini e un insegnante.
Li chiamano gli Angeli di San Giuliano. L’Italia scopre che i terremoti possono avvenire anche
dove istituzionalmente non è previsto che succedano. Gli Angeli erano volati in cielo e i loro corpi
di piccoli martiri finiti sottoterra di nuovo. Vengono fuori gli studi per cui il terremoto di San
Giuliano era prevedibile o previsto. La zona avrebbe dovuto essere classificata come sismica e
invece non lo era. Salomonicamente lo Stato lascia fare a Regioni e Comuni: decidessero loro dove
stare. Pare che la gente abbia così paura del terremoto che crede di materializzarlo se solo lo prende
in considerazione, di conseguenza qualcuno subito ci marcia, ne approfitta. L’Aquila allora in prima
categoria decide, visto che ora la scelta è tra quattro e non più tra tre categorie, di squalificarsi e
passare in II. Meno regole, meno paletti, nel cambio ci si guadagna (anche chi ha fatto questa bella
pensata è ancora al proprio posto). Per capire bene come mai possano succedere queste cose e
perché invece non dovrebbero, leggete i prossimi due capitoli. Se siete un sindaco, un costruttore,

7
    La Sciara del fuoco

                                                                                                      7
un geologo comunale o della regione, un architetto o un ingegnere potete invece giocare al
Monopoli e prendere una carta dal mazzo “imprevisti”.

  Il Dio dimora sulla faglia
  Abbastanza di recente ho visto uscire gas, acqua e fango dal suolo spaccato dal terremoto e anzi
già in epoca non sospetta mi ero dedicato allo studio del problema trovando alcuni semi-alleati e
parecchi oppositori. Si disputava e argomentava circa l’origine del “cratere” delle piane del Sirente.
Io avevo accumulato abbastanza dati da poter pubblicare su una rivista seria come Meteoritic e
Planetary Sciences un articolo8 che ipotizzava che fosse il segno di un gran terremoto avvenuto
qualche millennio fa. Tra gli oppositori agguerriti, il Sindaco di Secinaro e il corteggio di eruditi
locali i quali si erano molto attaccati all’idea che quel laghetto fosse frutto di un impatto di un
meteorite con l’inevitabile corollario di Mitologia, Dinosauri (morti peraltro 65 milioni di anni
prima che si formasse), Disneyland saga-geologiche etc. Mi domando oggi se quelli di Secinaro per
caso o per constatazione abbiano cambiato idea. Se non l’hanno cambiata comunque la zona resta
tra le più a rischio in Abruzzo.
  Comunque anche a me affascina il rapporto che c’è tra miti umani e fenomeni sismici anche se il
tipo di dato che se ne ricava è più antropologico che geologico. Non siete d’accordo che per gli
esseri umani è molto importante capire perché preferiscano usare la fantasia ancora oggi che siamo
nel terzo millennio, invece che la fisica e la chimica? Presso i nostri antenati, che la Fisica e la
Chimica le conoscevano abbastanza poco, erano proprio gli Dei più antichi, quelli della fertilità del
suolo che fondevano il loro carattere sovrumano con i fenomeni naturali. Una frattura cosismica, un
laghetto da collasso, vulcanelli di fango e sabbia, una o più sorgenti dal carattere chimico speciale,
un’emanazione gassosa determinava la scelta del luogo e il mantenimento del culto. Siccome a
differenza di noi moderni, gli antichi avevano soggezione e rispetto della Natura, mettevano i loro
templi dove la presenza del Dio si era manifestata con più potenza e non perché il terreno era di
proprietà di qualcuno che lo poteva rivendere al doppio del prezzo.
  Per capire l’ignoranza dei moderni però bisogna anche ammettere che una parte la si sia ereditata
dagli antichi i quali confondevano tra loro tuono, fulmine, terremoto, eruzione, tempesta, meteoriti.
Era stato Aristotele a pensare ai terremoti e ai vulcani come a temporali di una meteorologia
intratellurica. A proposito vi racconto un fattarello. Di recente durante una trasmissione televisiva di
una TV locale, un collega architetto, di quelli che pianificano lo sviluppo delle città, se ne era uscito
dicendo che “Pescara non corre rischi sismici perché è costruita sulle sabbie”. Lì per lì sbalordito
ho pensato a un lapsus, poi ho capito che diceva sul serio. Quando ho obbiettato nella pausa
pubblicità, lui mi ha risposto, per niente piccato e sicuro di essere nel giusto9 “ma lo dicono tutti che
la sabbia attutisce”. Quasi tutti quando si sforzano di spiegare le stranezze degli effetti del
terremoto danno importanza ai vuoti sotterranei, tipo “Chieti non risente il terremoto perché sotto è
tutta vuota”. Non ho potuto chiarire il madornale errore perché la trasmissione è ricominciata, però
ipotizzo che sia un lontano ricordo della teoria aristotelica del soffio che si è tramandata nella
credenza popolare per cui i terremoti sono attenuati dalla presenza di vuoti sotterranei e dai terreni
soffici, tipo materasso o la rete degli acrobati del circo.
  Ho capito per bene questa storia dei vuoti sotterranei in cui soffia il vento del terremoto e il fuoco
del vulcano10 il giorno che finalmente sono andato a visitare la mefite di Ansanto, un poderoso getto
di gas di anidrite carbonica e venefico idrogeno solforato che scaturisce da millenni presso
l’epicentro del terremoto Irpino del 1980, a metà strada tra il vulcano Vulture e il Vesuvio 11.
Mephite è una divinità femminile addetta alla fecondità della Terra, dea madre sotterranea che si

8
  STOPPA F. (2005). The Sirente crater, Italy: impact versus mud volcano origins. Meteoritics and Planetary Sciences,
41, 467-477.
9
  L’ordinamento universitario non obbliga gli architetti a studiare le proprietà dei suoli e la geologia.
10
   I vulcani non sono il prodotto di una combustione non emettono fiamme ma solo gas e rocce liquefatte incandescenti.
11
   Si trovano probabilmente tutti su una stessa grande faglia che attraversa l’Italia da est ad ovest all’altezza del 41mo
parallelo.

                                                                                                                         8
manifesta attraverso l’emissione di gas endogeni12 e il cui santuario Italico più importante si trovava
vicino Rocca San Felice. Se ci capitate chiedete di Luciano Divito, un discendente dei sacerdoti
della Mephite, nel senso che è una persona che ama la mefite allo spasimo e soffre di tutte le
brutture e delle incurie che la deturpano. Vive ed è nato a Rocca San Felice, che dopo il terremoto
del 1980 è stata totalmente restaurata. Dico restaurata e non ricostruita perché è stata rifatta com’era
(tranne l’orrendo municipio in vetro e cemento che è un progetto anteriore), le pietre numerate una
ad una e rimontate come per spostare il tempio di Abu Simbel, bravissimi. Luciano mi ha anche
raccontato che a Rocca San Felice, con un nucleo urbano medievale-rinascimentale, non ci furono
morti mentre a soli 5 chilometri i palazzoni degli anni settanta di Sant’Angelo dei Lombardi
venivano giù come castelli di carte. Luigi mi ha iniziato alla mefite che ora frequento tutti gli anni e
dove porto i miei studenti perché capiscano, dico capiscano e non imparino, perché di fronte a tanta
regale potenza io non posso insegnargli certo più di quanto non possa insegnare la loro stessa
sensibilità per la Natura, se ne hanno e se non ne hanno vadano a vendere telefonini cellulari.
  Trovandomi a maggio ad una conferenza all’ISPRA di Roma e chiacchierando amabilmente con
una cordialissima archeologa in pensione, la signora di Mino, che è stata anche soprintendente in
Abruzzo, si parlava del fatto che alcune divinità sembrano avere un legame specifico con i
terremoti. Primo fra tutti Ercole. il cui primo vagito procurò un terremoto mentre sorgenti termali
scaturirono al suo arrivo in Sicilia e la sua lotta con l’Idra sembra la rappresentazione esatta di
un’eruzione vulcanica sottomarina. Poi, Marte (e forse anche Vediovis o anti-Giove), che presiede
direttamente al tuono e al terremoto e le cui lance consacrate, le hastae Martiae conservate nella
Règia nel Foro Romano, agivano come sismoscopio con l’ovvia conseguenza che se avessero
vibrato, sarebbe accaduto qualcosa di terribile. Il nostro Sandə Rubbanə (Sant’Urbano) venerato a
Bucchianico nella complicatissima festa dei Banderesi, cui io partecipo sempre, forse è uno di
questi Santi meteorologici e tellurici discendenti di Marte.
  La signora di Mino mi ha rivelato che i popoli abruzzesi adoravano la dea Feronia che rappresenta
tutto ciò che da sottoterra esce alla luce del sole (il suo tempio-casa era a Poggio Ragone vicino a
Loreto Aprutino). Io già sapevo che il culto di Angizia, dea dei serpenti, era diffuso nella conca
fucense e quella peligna, tra le zone più sismiche d’Italia, e mi domando quanta affinità ci sia tra
queste due divinità. Lo sapevate che i serpenti sono simbolo di equilibrio nel rinnovamento, perché
sono circolari e cambiano la pelle? Angizia e Mefite hanno attributi ctoni13 e entrambe sono Dee
madri dedicate al rinnovamento e fertilizzazione dato che gli antichi avevano capito benissimo che
la vita innanzitutto dipende dalle forze attive all’interno del Pianeta, siano serpenti o no.
  Mi affascina l’ipotesi che alcuni luoghi di culto fossero collocati laddove il terremoto ovvero la
divinità si manifestava fisicamente e aveva la sua “casa”14. Mi chiedo quindi se tale legame tra
divinità ed evento o struttura geologica sia ciò che ha generato la presenza di questi luoghi di culto
in Abruzzo. Non sappiamo se il terremoto fosse considerato uno strumento divino per esigere un
giusto sacrificio agli uomini, come il drago di San Giorgio, la tigre di Kalì o il cobra di Vishnù,
però tutto rientrava nell’ordine naturale delle cose. In realtà molti edifici sacri in Abruzzo, e altrove,
sono costruiti direttamente su faglie attive e per questo squarciati e dislocati dal movimento delle
stesse durante i grandi terremoti e poi riparati o ricostruiti nello stesso posto, invece che spostati
come sarebbe logico. Approfitto quindi per ribadire che gli antichi avevano capito benissimo che
tutto ciò che viene dalla Terra, anche se a noi sembra dannoso in realtà appartiene a un ciclo senza il
quale il nostro pianeta sarebbe una palla morta e disabitata.
  Se vi viene voglia di visitare qualcuno di questi luoghi geomitologici, per trarre auspici e
ispirazione, vi garantisco che verrà, vi consiglio il tempio d’Ercole Curino collocato sul versante
orientale della Conca Vestina, precariamente aggrappato al fianco scosceso del Morrone. La prima

12
   Gli antichi chiamavano queste esalazioni spiritus, cioè l’anima della Terra.
13
   dal greco antico chthónios "della terra, tellurico", derivato di χθών –chthón: "terra"
14
   Il termine Tempio (Templum) non è corretto per definire edifici e luoghi di culto. Invece il termine Aedes indica la
“dimora del Dio” ove Egli appare (Teofania) oppure anche il Fanum cioè il luogo naturale sacro all’aperto in cui si
compiono riti sacrificali e devozioni.

                                                                                                                          9
volta che l’ho vistato mi sono chiesto perché mai lo avessero fatto proprio li. Tutto diventa logico se
accettiamo che sia stato scelto questo posto perché ci passa la faglia che si sospetta abbia procurato
numerosi terremoti con epicentro intorno a Sulmona. La distruzione del tempio di Ercole nel II
secolo d.C potrebbe essere stata provocata dallo stesso terremoto che distrusse Interpromium. Pure
il tempio di Feronia a Poggio Ragone (TE) sembra essere scivolato improvvisamente sul pendio ed
abbandonato nello stesso periodo. Bello anche da vedere, non lontano da Raiano, il grande pozzo
circolare della Quaglia nelle cui vicinanze ci sono sorgenti solfuree. Si sarebbe formato in seguito
ad un terremoto dovuto al mancato rispetto del precetto festivo da parte di un contadino. Il
contadino si ostinava ad arare nel giorno di San Giorgio e mentre arava sfidava sfrontatamente il
Santo “Vidə Giorgə! Vidə!”, la terra si aprì ingoiando lui e i bovi e si dice che nel laghetto
echeggino ancora le sue parole blasfeme, o forse è il gas che ribolle? Per altri si trebbiava nel giorno
di Sant’Anna15, ovviamente sempre con lo stesso risultato di essere ingoiati dalla terra. Anche il
tempio di Castel di Ieri del IV a.C. è collocato su una sorgente vicino alla faglia della conca
subequana e fu ricostruito nel II secolo a.C., ma la cosa interessante è che il culto anche qui
potrebbe riferirsi ad Ercole e a una Dea dei serpenti, delle cui statue sono stati ritrovati i
frammenti16. Non lontano da Castel di Ieri c’è il laghetto delle Piane del Sirente che come vi dicevo
ho interpretato prima come il cratere di un vulcanetto di fango associato a una forte risalita di fluidi
durante un terremoto di almeno 2000 anni fa17. Potrebbe essere stato prodotto dal terremoto che
causò la distruzione e la ricostruzione del tempio di Castel di Ieri?
   Il cristianesimo, da cui siamo culturalmente dipendenti, ha seguito un’altra via, ha reciso il
rapporto con la Madre Terra, forse perché è una religione maschilista come tutte le religioni
monoteiste, e la colpa umana è stata scelta come causa scatenante del terremoto. D’altra parte,
parole come castigo, flagello, mostro sotterraneo, vengono subito a galla nella prosa giornalistica
post terremoto. Questo rende poi tanto difficile adottare misure di mitigazione del rischio sismico a
lungo termine essendo la percezione del terremoto legata alla ricerca di una causa ed un effetto
istantanei, più che sulla comprensione e accettazione del fenomeno nel suo contesto naturale che ha
tempi non umani. Da quando vivo in Abruzzo ho scoperto quanto antiche e profonde siano le radici
geologiche delle tradizioni di questa terra, ovvero geoantropologiche. Per esempio, i riti litoterapici
di San Venanzio di Raiano a San Domenico di Cocullo. Tra l’altro vi consiglio di leggere un libro
sul culto di Sant’Emidio (Sandə’Mmiddiə) che è una divinità specificamente legata al terremoto
piuttosto che di altri Santi come San Giustino (Sandə Justinə) o la Santa Vergine Maria che pure di
tanto in tanto si prestano a fare da protettori contro il terremoto. Invece sarebbe un errore
considerare Sant’Emidio solo un “protettore” dal Terremoto è anzi, come le divinità Italiche, egli
stesso incarnazione del fenomeno e invocandolo (trəttecə Sandə’Mmiddiə) ci si ingrazia quindi il
terremoto piuttosto che la Sua protezione. L’apparizione del Santo coincide con il terremoto di
Orsogna-Chieti del 1881-82 come si vede nelle immagini conservate nella Chiesa della Trinità a
Chieti o di quello de L’Aquila del 1703 o di Sulmona del 1706.

  I Terremoti in Abruzzo
  Dopo aver visitato i luoghi mistici del Terremoto in Abruzzo vi sarà venuta la curiosità di saperne
un po’ di più dal punto di vista storico. Vi accontento subito. In Abruzzo i terremoti si verificano
grossomodo in tre fasce di decrescente energia e frequenza procedendo dalla zona interna alla costa.
La metà dei comuni abruzzesi ha ricevuto almeno una scossa di 9-10 grado di intensità (disastrosa o
molto disastrosa) e tutti più di una di 7 o 8 grado (fortissima o rovinosa) sebbene comuni in I e II

15
    Sant’Anna è il 26 luglio data del terremoto d’Isernia del 1805, fortemente risentito in Abruzzo citra, una volta la
trebbiatura, fatta a mano, durava più di un mese.
16
   Un caso simile è quello del “tempio” di Venere, contrada di San Benedetto dei Marsi, è una struttura prospiciente a
una cavità associato al culto di una Dea dei Serpenti, questo luogo sacro si trova esattamente sulla faglia che si attivò
durante il terremoto di Avezzano nel 1915, ma a giudicare dalle tracce risalenti alla preistoria anche in alcuni altri
terremoti importanti.
17
   Al suo interno è stata trovata una moneta coniata in epoca Giulio-Claudia (27 a.C- 68 d.C).

                                                                                                                      10
categoria sembrano distribuiti secondo una geografia più legata ad altri interessi che ai dati di
pericolosità sismica. Voi dove abitate?
  Una lapide romana riciclata come materiale edilizio, e quindi a sua volta forse vittima di un
terremoto, parla di un sisma che distrusse la pesa pubblica di Interpromium (San Valentino in
Abruzzo Citeriore) nel II secolo. Le città romane di Histonium (Vasto) e Iuvanum sono state
ricostruite dopo un grande terremoto, forse quello del 346. Il mio amico Silvano Agostini, della
Soprintendenza di Chieti mi diceva che le città di Alba Fucens ma anche l’anfiteatro di San
Benedetto dei Marsi (Marruvium) e di Chieti (Theate) mostrano crolli, rotazioni di conci di pilastri
ed espulsione di sedimenti, dovuti a terremoti tardo romani. Sebbene i terremoti si siano
incessantemente ripetuti, nell’alto medioevo erano troppo superstiziosi anche solo per parlarne e
bisogna arrivare a ridosso dell’anno mille per poche confuse notizie che alimentano le lagnanze dei
sismologi non storici: 990, 1028 o 1088 e/o 1096. Certo è che il terremoto colpisce anche nel
medioevo le solite zone, la Majella, la Capitanata-Frentania e il Sannio-Matese. L’Aquila non era
stata ancora fondata18. Il crollo di parte del ponte di Diocleziano a Lanciano19 e le distruzioni al
Monastero di San Liberatore a Majella sono tra le poche evidenze storiche di tali terremoti. Le
suggestive architetture stratificate dell’abbazia di San Clemente a Casauria, come pure quella di San
Giovanni in Venere e San Liberatore a Majella, le dobbiamo alle ricostruzioni dopo i crolli avvenuti
nel 1349, anno in cui si verificarono ben tre gravi terremoti in Italia centrale (9 settembre: M 6.6;
5.9, 6.5) di cui uno a L’Aquila appena edificata, e nel 1456 (5 dicembre, M 7). In quest’anno
avviene uno dei maggiori terremoti multipli20 italiani, forse una sorta di “big one”21
italiano,disastroso in tutto l’Abruzzo a giudicare dalle cronache. A seguire numerosi altri terremoti,
non facciamo qui le distinzioni necessarie a una seria caratterizzazione geologica, avevano colpito
l’Abruzzo con effetti disastrosi, tra cui le due scosse del 1703 (14 gennaio, M 6.8; 2 febbraio, M
6.5) avvenute la prima a Cittareale e la seconda tra l’Aquila e Leonessa, e ancora nel 1706 (3
novembre, M 6.6). Nel 1805 (26 luglio, M 6.6) nella zona di Isernia. Sebbene, l’Aquilano (nel
1349, 1461, 1703, 1791 e meno nel 1646, 1762, 1786, 1791, 1809, 1916, 1950, 1958) e il
Sulmonese e la Majella (II sec, 990 (?), 1315, 1349, 1456, 1706, 1777, 1841, 1905, 1933) abbiano
ricevuto le maggiori distruzioni e perdite di vite umane per i terremoti, anche Teramo (1563, 1703,
1943) e Chieti (1688, 1881-8222, 1706) hanno dovuto affrontarlo ma con rovine molto minori
(intensità VII-VIII). Per l’Abruzzo e per l’Italia, il 1700 è stato un secolo di terremoti quasi
incessanti, con almeno 12 scosse di M tra 6.5 e 7, e moltissime tra 5.5 e 6.5, eppure ce lo siamo
scordati. A questo proposito la Cattedrale di San Giustino a Chieti merita una menzione speciale,
non solo per le lapidi commemorative dei terremoti ma anche per la registrazione di un effetto
luminoso, il “lampo cosismico”, apparso sulla torre campanaria (o in prospettiva con essa
guardando verso l’Aquila) durante il terremoto del 1703. Più serie per la cattedrale le conseguenze
dei terremoti del 168823 e del 1706, quest’ultimo provocò la caduta della cima della torre stessa
oltre che seri danni al Pubblico Parlamento, della Corte Civile e dell’Archivio e molti altri danni
alle case private.


18
   La data ufficiale è il 1232.
19
   Durante la ricostruzione tra le macerie nel 1028 fu trovato il dipinto della famosa Madonna del Ponte, la cui statua in
terracotta è conservata in una nicchia nell’omonima chiesa di Lanciano in fondo al presbiterio, illuminato dall'occhio
della cupola. Probabilmente il dipinto era stato murato nel ponte per sottrarlo alle attività devastatrici messe in atto
dagli iconoclasti fin dal 776. Dopo il suo ritrovamento fu posto sul ponte e divenne meta di moltissimi pellegrini e
secondo la tradizione orale, suffragata da un carteggio di cinque lettere, i lancianesi cominciarono a chiamarla
"Madonna de lu Ponte" e così nel 1138 ufficialmente il ponte venne a Lei dedicato.
20
   Si tratta degli “storm earthquakes” terremoti con epicentri multipli scatenati forse da un effetto tipo domino su
strutture sismo genetiche adiacenti.
21
   Sono chiamati cosi i massimi terremoti attesi come quello californiano, incubo di Los Angeles, e quello di Tokio che
dovrebbe avvenire a tempi brevi.
22
   Si tratta di due scosse una con epicentro ad Orsogna il 10 settembre, M 5.6 e una a Giuliano Teatino (da qui il
patrocinio di Sant’Emidio) il 12 ferraio, M 5.3, forse più profonda e risentita fortemente a Chieti, Francavilla, Pescara,
23
   Sannio, 5 maggio 1688 M. 6.7.

                                                                                                                       11
  Per gli edificatori sulle spiagge sarà bene tenere presente, oltre all’ingressione marina24 dovuta
alla fusione dei ghiacci continentali, che la costa frentana ha affrontato il maremoto il 30 luglio del
162725. Guarda caso la data coincide con la più importante festa religiosa della Marina di San Vito
Chietino, in questo giorno i marinai non mettono le barche in mare se non per la processione della
Madonna alla porta della cui chiesa, abbattendola, si fermò il maremoto.
  Sebbene chiese e case fossero ricostruite dopo i grandi terremoti abruzzesi del XVIII secolo molte
di esse dovettero riaffrontare la prova durante il catastrofico terremoto di Avezzano (13 gennaio
1915, M 7). Preceduto da un terremoto rovinoso (M=5.6) avvenuto a Magliano de’ Marsi nel 1904,
il terremoto di Avezzano rase al suolo tutti i monumenti della Marsica causando un numero di
vittime superiore a 30.000 e il cui silente monito è la facciata di Santa Sabina a San Benedetto dei
Marsi, che spero abbiate visitato. Distrusse praticamente totalmente 47 tra cittadine e villaggi e ne
danneggio più o meno gravemente altre 350. Si pensa che simili catastrofi (M≈7) si possano ripetere
in Abruzzo una volta ogni circa 2000 anni mentre terremoti disastrosi (M. 6.5) abbiano frequenza
secolare e quelli più circoscritti ma rovinosi (M≥5.5) almeno due volte ogni 50 anni. Morale della
favola? Chiedete un certificato antisimico quando comprate una casa, “Uomo avvisato mezzo
salvato”.

  Il nodo arriva al pettine
  Di terremoto in terremoto, arriviamo al 2009 e qui forse il racconto si farà più interessante. Come
direttore del Dipartimento di Scienze della Terra faccio molti seminari in giro per l’Abruzzo,
premetto gratuitamente e a mie spese, oltre alle trasmissioni televisive e agli articoli divulgativi, e
inevitabilmente finisco col parlare della prevenzione e della previsione dei terremoti.
Inevitabilmente, sebbene sia riconosciuto come un notevole oratore, vedo che si diffonde qualche
risolino nervoso tra il pubblico, qualche commento dissimulato, smorfiette, qualche accenno di
corna e di “toccature”…allora rincaro la dose e il pubblico comincia ad agitarsi sulle sedie,
raramente mi fanno delle domande, poi mi dicono, salutandomi, che è tutto molto interessante ma
speriamo che il terremoto non ci sia. L’anno scorso ero all’università della terza età a fare una
conferenza su “Geologia Storia e Santi: Il terremoto a Chieti” di fronte al solito pubblico più o
meno sbadigliante tranne la prima fila degli entusiasti che invece pendono dalle mie labbra qualsiasi
cosa dica. Quella volta visto che alcuni “nonni” si erano portati i nipotini, ho anche aggiunto per
captatio benevolentiae: “E’importante che voi che avete esperienza sappiate trasmettere ai giovani
il ricordo di eventi che avete vissuto per preparali ad affrontare quelli che verranno nel futuro”.
Apparentemente tutto bene, tanti complimenti e tutti mi dicevano stringendomi la mano ci ha un po’
spaventato ma almeno abbiamo imparato tante belle cose. Stavo tutto impettito a fare la ruota
quando nell’uscire sento una nonnetta che rassicurava al nipotino “ nin tə preoccupà nonnì cca
tandə a Chieti lu terramotə nin ci ve’”, si vede che mi ero spiegato proprio bene e che i “saggi”
anziani avevano recepito il messaggio!
  Il 14 marzo il liceo Asinio Pollione di Avezzano mi invita a fare un seminario sulla “Geologia
attiva in Abruzzo”. Naturalmente mi sono soffermato sul concetto che nonostante il fatto che i
terremoti sono prevedibili, la nostra società non facendo prevenzione, anzi aggravando la situazione
con certe scelte scriteriate, non può accettare il fatto che essi ritornino ad intervalli di tempo e con
modalità e in luoghi più o meno noti. Ho detto pure che dovevamo aspettarci un forte terremoto in
Abruzzo entro un tempo abbastanza breve ed ho dato una lunga serie di istruzioni su come
prepararsi e prevenire danni maggiori. Macchè nessuno ci ha fatto seriamente caso, anche se una
simpatica ragazza che faceva da hostess alla settimana delle Scienze, mi ha detto “ma lo sa che mia
bisnonna è una delle poche sopravvissute al terremoto del ‘15 ancora vivente? Purtroppo non ci sta
più tanto con la testa sennò gliela facevo conoscere”. Mi sarebbe piaciuto molto incontrarla,
davvero.


24
     Sollevamento del livello spesso confusa con la più banale “erosione”
25
     Il maremoto fu prodotto da un terremoto avvenuto a nord del Gargano di M. 6.7

                                                                                                     12
   Nel frattempo le scosse continuavano e agli amici che me lo hanno chiesto, perché avevano i figli
all’università a l’Aquila, ho consigliato il rientro a tutti o perlomeno di non restare a dormire e per il
fine settimana e credo che diversi erano tornati a casa e si siano risparmiati almeno lo shock della
scossa principale se non salvata la pelle. Intanto si erano verificate anche scosse nella zona di
Sulmona e gli amici di Pettorano sul Gizio, mi chiedevano informazioni. Anche Sulmona e la conca
Peligna oltre che il versante chietino della Majella sono una zona molto sismica. Insomma a quel
punto c’era la stessa probabilità di un forte sisma a Sulmona o all’Aquila però l’attività all’Aquila
era nettamente in aumento e stava interessando una faglia ben nota ai ricercatori del mio
dipartimento che l’avevano scoperta e capito che era attiva fin dal 200426. Gli stessi ricercatori
avevano poi consegnato una relazione alla regione Abruzzo nel 2007 indicando la forte probabilità
di un terremoto superiore a Magnitudo 5.5 nel giro di pochi anni e alla stessa conclusione erano
giunti e l’avevano pubblicato su riviste specializzati altri ricercatori di Roma e di Bologna.
Insomma quando il 1 aprile (ma non era uno scherzo!) scopro che la commissione Grandi Rischi e il
portavoce del direttore dell’INGV, interpellati dalla protezione civile dopo la scossa di M 4 del
giorno precedente (praticamente stesse coordinate geografiche, stessa profondità della scossa del 6
aprile), avevano detto (e messo per iscritto) che non c’era pericolo e che anzi il terremoto non ci
sarebbe stato perché la struttura stava scaricando gradualmente l’energia, mi sono arrabbiato sul
serio27. In primo luogo tutti avevano dato addosso a chi aveva sottolineato la necessità di prendere
misure urgenti di allerta, dicendo che i terremoti non si possono prevedere. Ora questa è una grossa
bugia perché i terremoti forse non si predicono, come fanno i maghi, ma certamente si possono
prevedere sebbene con una certa incertezza, e comunque meglio non rischiare mettendo la testa
sotto la sabbia. Inoltre, ammesso e non concesso che i terremoti non si possono prevedere allora non
si può prevedere che non avvengano! E se qualcuno trova inutile prevederli perché poi non si può
impedire che avvengano allora si deve e dico deve fare la prevenzione su cui nessuno ha dubbi sul
fatto che sia possibile e utile.
   A questo punto mi è chiaro che la situazione è grave e sta per precipitare. Ho provato a mettermi
in contatto con la protezione civile a L’Aquila tramite un amico influente per chiarire la cosa, ma
niente, solo una promessa che mi avrebbero richiamato, cosa che ovviamente non hanno fatto anche
perché intanto il “caso” Giuliani riempiva i giornali e le televisioni. Allora scrivo su un blog filtrato
da Fabrizia Arduini, questo articolo lo scrivo in maniera molto prudente per non scatenare odiose
accuse di “procurato allarme” visto che la più consona parola “allerta” non sembra conosciuta per i
nostri amministratori (e giornalisti), spiego che il terremoto ci sarà, prima o poi, che sarà forte e che
le case crolleranno. Ero cosi intimidito dalla montante reazione di sindaci ed istituzioni all’idea che
il terremoto fosse annunciato che ho usato tanti “forse, probabilmente, almeno” invece dei miei
usuali “sicuramente, certo e di più”. Il “pezzo” ha un titolo colto e si chiama “Natura non facit
saltus, gli amministratori abruzzesi SI! Ovvero Forze della Natura e modelli di sviluppo in Abruzzo
in una pagina”. Se non è stato inghiottito, galleggia ancora sulle onde di quel mare magno che è
internet ma non so dove le correnti lo abbiano spiaggiato. Se vi interessate di archeologia del web
potreste cercarlo al Post n°143 pubblicato il 04 Aprile 2009 da emergenzambiente e inizia: “Con
l’intercessione di Sandə Emiddiə è “passata” la paura, come titolano i giornali Abruzzesi, la
nostra capitale ritorna alla normalità, ma quanto precaria è questa normalità??? e soprattutto
perché?” il perché lo potete leggere proprio li. In realtà alcuni commenti mi hanno lasciato
soddisfatto anche se al solito mi davano un po’ dello jettatore. Infatti il Blog
ApocalisseItalia@gmail.com ha scritto in seguito. Sfortunatamente Stoppa ha avuto ragione,
L'Aquila e' un cumulo di macerie. Ancora una volta, l'informazione seria era nascosta su un blog di


26 Boncio P., Lavecchia G. & Pace B. (2004) � Defining a model of 3D seismogenic sources for seismic hazard
assessment applications: the case of Central Apennines (Italy). Journal of Seismology, Vol. 8, 407-425.; Pace B.,
Peruzza L., Lavecchia G. & Boncio P. (2006) � Layered seismogenic source model and probabilistic seismic-hazard
analysis in Central Italy. Bull.Seism. Soc. Am., Vol. 96(1), 107-13.
27 Le nostre faglie possono rilasciare energie fin a M 7, ora per scaricare tale energia occorrono 27.000 scosse di M 4!
Anche sommando l’energia di tutte le scosse avvenute fino allora la faglia non aveva ancora scaricato un bel niente!

                                                                                                                     13
gente che non aveva nulla da guadagnarci a dire la verità. I grandi giornali e le istituzioni
minimizzavano tutto invece di invitare alla prudenza.”

  Il terremoto del Lunedì delle Palme
  La sera tardi del 5 aprile sono al computer e sullo schermo si materializzano i dati divulgati dall’
INGV, l’energia rilasciata dalle scosse è in netto aumento a L’Aquila due scosse una di 3.9 e una di
3.5 in meno di due ore…..Il vuoto sismico si sta riempiendo, avverrà presto un terremoto. E’ notte,
sveglio mia moglie e l’avverto, mio figlio sa già cosa fare e dove andare in caso di terremoto.
Lascio delle luci accese, lascio le porte aperte. In parte sono tranquillo, i terremoti dell’Aquila non
hanno mai prodotto effetti gravi a Chieti, ma quelli di Sulmona si! Comunque la mia non è una casa
antisismica e fu danneggiata dal Terremoto di Avezzano e poi riparata nel luglio del 1917
ricostruendola come prima. A proposito tempo addietro mi dicevano a Magliano dei Marsi che solo
in piccola parte le case erano state ricostruite con criteri antisismici (del 1915) ma che moltissimi
avevano invece raccolto le pietre dalle macerie e le avevano rimesse su alla bell’e buona. A casa
mia abbiamo rinforzato le cupole delle volte, che sono un elemento debole, con una resina
“antisismica” ma certamente non basta. Però è un tipo di abitazione che non crolla facilmente in
maniera totale, c’è un punto in particolare più sicuro all’incrocio di due muri portanti interni spessi
più di un metro, lì c’è un piccolo varco, quello è il punto in cui rifugiarsi. Torniamo tutti a dormire,
e nel cuore della notte mi sveglio mentre il letto ondeggia e la testiera sbatte sul muro, armadi, porte
e finestre scricchiolano, “è il terremoto” dico a mia moglie. Non provo paura, solo curiosità e un
senso di rimorso “dovevo fare di più prima”, mia moglie abbraccia mio figlio che troviamo nel
“punto sicuro” come lo chiamiamo da sempre noi, ha visto l’acquario da 300 litri della sua camera
ondeggiare come per una tempesta. “Papi, Papi l’acquario cade!” “Non ti preoccupare…” dico e il
terremoto continua. Penso “dura da circa venti secondi, molto lungo, la frequenza dell’oscillazione
è bassa, è lontano almeno 50 chilometri”. La parete alle mie spalle a cui sono appoggiato mi
continua ad urtare contro e il pavimento si alza ed abbassa. Realizzo: una fitta di dispiacere e dico a
mia moglie a mezza voce “chissà quanta povera gente sta morendo ora”. Si sentono schianti e
corriamo in soggiorno dove il grande lampadario di famiglia di Murano con le gocce oscilla di
almeno 30 centimetri per lato, corriamo in giro per la casa. Le cupole rinforzate sembrano aver retto
benissimo, neanche una crepa28.Tutte le case vicine hanno le luci accese. L’acqua nell’acquario
oscilla ancora per almeno altri 5 minuti. Iniziano le telefonate dei colleghi, “è L’Aquila? Si mi pare
di sì, era forte, ondulatorio, ma relativamente lontano29”. Affluiscono i primi dati “6.730 Richter! Ma
non può essere! se è così è una strage! saranno morte migliaia di persone!” A questo anche io che
sono pronto al peggio rifiuto di credere. Altre telefonate, i parenti che hanno sentito dalle regioni
circostanti, i primi accordi per partire con i rilevamenti all’alba. Poi la magnitudo (Richter) viene
ridimensionata a 5.8. meno male poteva andare peggio! Avrà resistito L’Aquila? Nessuno è troppo
ottimista anche con un 5.8, le case della città nuova costruite in fretta per essere vendute col
massimo del profitto, case anche su terreni poco solidi, sulle faglie, nessuna preparazione
speciale..anzi il contrario, i restauri sugli edifici antichi fatti senza adeguate precauzioni
antisismiche…. Chiamo il mio amico Antonio Moretti, anzi gli mando un messaggino per non
intasare le linee. Mi risponde subito dall’Aquila “cagato ma vivo”. Antonio sei grande! Mi sento
rassicurato. Forse non è stata la catastrofe che ci aspettavamo. Chiedo notizie da Pietracamela dove
vado sempre per San Rocco. Mi risponde il prode Don Filippo Lanci ”abbastanza bene qui solo
qualche scalcinatura31”. Lui dormiva ad Intermesoli gli sono caduti sul letto oggetti e in bocca

28
   Invece nella scossa successiva del giorno 7 si sono aperte varie lesioni a piano terra e sono caduti vari oggetti, questo
perché la scossa sebbene di magnitudo lineare inferiore, 5.6, e più profonda, 15 km era più vicina a Chieti
29
   67 km da Chieti.
30
   Una scossa di M 6.7 e notevolmente più forte di una 6.3, perché la scala è logaritmica. Un scossa di M 5.3 è 30 volte
più leggera di una di M 6.3.
31
   La scossa del 9 aprile, M lineare 5.5 invece è stata molto più vicina ai paesi dell’alto teramano dove è stata fortemente
risentita.

                                                                                                                         14
aveva calcinacci, ma è rimasto in casa, un prete mica può scappare in mutande!. Pietracamela a
dispetto della pietra che su di esso incombe è costruito sulla roccia e “il saggio sulla roccia la sua
casa ha costruito (Matteo 7, 21-27)”.
  Arrivano le prime notizie di vittime, faccio una proiezione sulla base dell’esperienza di altri
terremoti italiani, “arriveremo sotto a 100”, penso e commento con i colleghi. Intanto i centri
internazionali incominciano a dare stime della magnitudo lineare che è più precisa, nel senso che è
una misura più quantitativa dell’energia e della deformazione associate al terremoto ma richiede
maggior tempo di calcolo. I siti americani diffondono per primi, lì è mattino e i ricercatori sono al
lavoro, un dato affidabile di magnitudo lineare pari a 6.3 (l’energia di qualche bomba all’idrogeno)
alla profondità di circa 10 km. Nei paesi simici moderni un sisma di M 6.3 anche se superficiale,
non provoca più di una decina di vittime in dipendenza del progresso e dell’organizzazione sociale
e della mitigazione del rischio sismico (Giappone, California, Nuova Zelanda, Islanda, Grecia). In
altri, come l’Italia e la Turchia potete tranquillamente moltiplicare la cifra per 10. A L’Aquila siamo
arrivati a 300.

  “Bisogno di risposte”, “L'essere ignota non impedisce alla verità di essere vera” e grattacapi
vari

   Dopo i primi due giorni di caos perché tutto il personale del Dipartimento è sul campo e io e il
segretario dobbiamo fare comunque la burocrazia, bisogna rispondere ai giornalisti e alle
televisioni, alle telefonate, a tutti quelli che sono i primi ad andare a letto e gli ultimi a svegliarsi,
sono riuscito a leggere la mia posta elettronica. Tra i vari e-mail sul terremoto che arrivano dagli
amici sparsi in tutto il mondo, ce ne sono due di Sabrina, la ragazza di Avezzano bisnipote della
superstite del terremoto del ‘15. Si intitolano come questo capitolo e mi hanno fatto ricordare,
semmai ce ne fosse bisogno di quanto sia difficile comunicare la “cultura del Terremoto” anche a
persone sensibili e recettive e di come cambi l’approccio al problema quando però è troppo tardi per
il terremoto intercorso e troppo presto per il prossimo che verrà. In sostanza Sabrina mi dice che al
momento del terremoto ha pensato a me e mi chiede ancora lumi su come si svilupperà la situazione
visto che io sembro in grado di “predire” il terremoto. Mi dice anche che la nonna è morta pochi
giorni dopo il nostro incontro e che cosi almeno le era stato risparmiata la paura di rivivere ancora il
terremoto da cui nel ’15 era scampata. Io le chiedo “ma Sabrina perché mi richiedi queste cos, non
sono stato abbastanza chiaro al seminario?”, lei mi risponde sibillinamente che si sono stato molto
chiaro e per questo vuole sapere di più. Di fatto io di più di quello che ho già detto non so e quindi il
dialogo si è protratto per alcuni mail per poi trasformarsi in due monologhi su binari separati. Ma
sarebbe troppo lungo, e ci vorrebbe Freud per spiegare questo fenomeno.
   Nei giorni seguenti il terremoto è diventato routine di lavoro, tutto il personale del Dipartimento o
era a caccia di faglie nel cratere, come dicono i giornalisti confondendo i terremoti con i vulcani
come gli antichi, oppure impegnato con i giornalisti stessi. Mi rendo conto che tutto quello che
faccio o dico viene distorto senza fare lo sforzo di capire, la verità è sempre la stessa ma a seconda
del punto di vista è “rossa”, “verde”, “ambientalista”. Se si cercano responsabilità nel passato:
“polemico”, se dico che non è un fatto ideologico ma oggettivo: “qualunquista”. Ricevo insulti e
complimenti un po’ da tutta Italia. In gran parte grazie all’articolo che avevo postato sul Blog di
Emergenza Ambiente e poi anche a seguito dei vari articoli e interviste in cui però cerco di ribadire
che dei terremoti bisogna parlarne prima e non dopo, sennò è fiato sprecato. Le mie occhiaie e la
mia stanchezza crescevano insieme alla conta dei danni, ai soliti scaricabarile. Il terremoto non ha
colpito solo l’Aquilano, anche a Chieti è venuto fuori un quadro della situazione che ha portato a
parecchie complicazioni locali in cui mi sono ovviamente andato a cacciare nonostante la
stanchezza. L’accelerometro piazzato all’Università aveva registrato un’accelerazione di picco pari
a circa 30 cm al sec./sec. Non è molto se lo si paragona al dato de L’Aquila dove si è arrivati anche
a 7 metri cioè il 70% della forza di gravità. La stima dell’INGV dell’intensità a Chieti è intorno al 5


                                                                                                       15
grado32, a mio giudizio è un 6. Tuttavia, mi giungono telefonate e richieste di sopralluogo da vari
cittadini, dicono che hanno chiamato tutti: comune, pompieri ma che di certo nessuno gli ha
garantito niente. Inoltre fatto che mi sorprende di più molte chiamate arrivano dai colleghi
dell’università dove si segnala qualche danno un po’ ovunque, crepe e fessure che attraversano gli
edifici, distacco di rivestimenti e caduta di controsoffittature. Ma la chiamata più seria arriva dagli
abitanti delle palazzine dell’Ater a Chieti Scalo, hanno paura di rientare a casa. Più che altro
incuriosito dalle descrizioni dei danni vado a dare un’occhiata. Trovo il “capo condomino” e molti
anziani sotto i portici dei palazzi di Via Amiterno, si vedono nastri bianchi e rossi che delimitano
zone con muri ampiamente fessurati, piastrelle cadute e mi raccontano che ai piani alti le porte si
sono sfilate dai cardini e i mobili si sono rovesciati. Non capisco se dormono lì o da qualche altra
parte, magari con gli zingari che spesso sostano nel cortile davanti alla chiesa, ma loro ai disagi del
campeggio sono già abituati. Effettivamente i danni sono seri, almeno 7°, mi sembra di vedere le
case della periferia dell’Aquila e quasi non credo ai miei occhi. La formazione geologica è la stessa
di molte altre zone di Chieti ma perché qui i danni sono apparentemente molto più gravi? Scopro
che l’ATER spende moltissimo in consulenze esterne anche fatte da architetti della mia Università,
allora come mai?. Intanto i vecchietti piangono, si disperano e si torcono le mani. Dicono che non è
venuto nessuno e che i “pompieri” non hanno voluto certificare niente. Per contrasto mi viene in
mente che forse qualcun altro se le è fregate le mani. Mi infurio per la seconda volta con l’ATER
cosi come mi ero infuriato con la Commissione Grandi Rischi. Raccolgo qualche altra
testimonianza, faccio varie foto, scrivo un esposto alla Procura della Repubblica. Si scatena un
pandemonio, tutti i giornali e giornalaccii mi telefonano ma siccome c’è poco altro da aggiungere
mi ritiro nella mia torre d’avorio. Chi era a L’Aquila mi raccontava che la sua casa di due piani,
intatta, era stata costruita con la stessa quantità di ferro e cemento usati per un palazzo di 7 piani
distrutto. Il conduttore di una betoniera mi ha raccontato che per fare prima si metteva più acqua per
far “correre” il cemento e allora la sabbia si separava dal cemento che diventava a strati, come la
“pizza docə”. Gente che era stata coperta da calcinacci e aveva visto svuotarsi librerie ed armadi, e
che solo per miracolo era riuscita a scappare tra le nuvole di polvere e di gas si erano trovata in un
labirinto di strade chiuse, aggirandosi come fantasmi, senza avere la minima idea di cosa fare e di
dove andare, che mai avevano fatto un’esercitazione anti-terremoto che nessuno gli aveva mai detto
a scuola, in ufficio, che L’Aquila era sismica (SIC!). Questo non mi ha fatto piacere, ne’come
geologo ne’come Italiano. Io continuo a credere che il mio lavoro e quello dei miei colleghi possa
cambiare in futuro la nostra cultura del “terremoto all’Italiana” come dice l’amico Enzo Cerasi di
Rai News 24. Il senno di poi che viene sparso dopo ogni terremoto come se fosse il primo e solo da
quello si fosse imparato tutto, l’inutile girotondo dei mai più, le lacrime di coccodrillo e via cosi.
Tralascio i vari problemi che quell’esposto mi ha creato, lo rifarei 100 volte se servisse a qualcosa.
Ho ricevuto però vari e-mail e telefonate dai residenti o da loro parenti in genere grati e che
chiedevano ulteriori informazioni, come Sabrina, ma anche qui ho capito che se è vero che basta
dare un calcio a un sasso per scatenare una valanga è anche vero che prima o poi la valanga si
ferma, gli alberi ci mettono radici e la gente ci costruisce sopra…fino alla prossima valanga. Se
qualcuno avesse dubbi si può andare a fare un giro a Roccamontepiano. Tanti anni fa, dopo tre
giorni di pioggia a secchie, e un capo d’acqua che prende a scorrere sotto al castello tale da
muovere le pale di un mulino o di una vellechə…, viene dal ventre rigonfio della Madre Majella...,
prima un masso si stacca dalla rupe e piomba verso il villaggio addormentato, il sagrestano dà
l’allarme, poi mentre la gente attraversa la piazza larghe fenditure si aprono, il castello, la chiesa
madre le case si inclinano, poco a poco scivolano a valle su un letto di argilla umida…a anche le
case prima a due a due poi a gruppi..., sembrano fermarsi …, ma poi in un minuto la rupe si
sbriciola e viene giù percorrendo una strada nota alla natura ma velocemente dimenticata
dall’uomo…, un boato che si ripercuote in un eco che giunge fino a Chieti. Era il giorno di San
Giovanni, che nell’acqua e nel fuoco ha la sua forza, e come credevano gli antichi, acqua e fuoco

32
     Scala MCS di XII gradi di intensità che si basano solo sugli effetti su persone e cose della scossa.

                                                                                                            16
insieme producono terremoti e vulcani, che avranno fatto i poveri roccolani per meritarsi tanta furia
non sappiamo. Perché abbiano ricostruito il paese nuovo nello stesso punto, sopra alle vecchie e
ripetute frane, neanche.

  La madonna di coccio
  Ho un racconto un po’ speciale da fare tra tanti altri e che appunto riguarda il legame sottile e
duraturo tra Divinità, Uomo e Terremoto con cui voglio chiudere in maniera un po’ sorniona il
racconto delle mie avventure col terremoto. Mi trovavo a Rojo a fare un sopralluogo e,
circumnavigato il paese semi distrutto, con i tetti caduti dentro alle camere da letto e alle cucine, ai
soggiorni, senza le scale e senza le finestre, con i garage con le macchine semisepolte e la foresta di
antenne e comignoli abbattuti. C’è una camionetta all’incrocio per l’università ma nel paese
nessuno, quasi che non valga la pena di raccogliere niente dalle macerie. Barriere di plastica
arancione e cancelli di legno lo imprigionano tutto intorno privandolo della pietà di chi ci abitava.
Paese caput sembrano dire! All’improvviso vedo un’insegna seminascosta, scritta a mano con la
vernice su un qualche pezzo di compensato, che dice “Bar-Ristorante aperto”. Siccome in quella
Pompei pietrificata tutto era rimasto come prima delle scosse non sapevo da quanto era lì il cartello
ma la vernice sembrava fresca e lucida. Avevo voglia di un caffè oltre che di vedere qualche essere
umano in quel panorama spopolato. Scendo in un cortiletto pavimentato di cemento con qualche
albero superstite, qualche cespuglietto disordinato e varie panchine tutte diverse tra loro ma tutte
sgangherate disposte a cerchio intorno. Sulla sinistra, in un angolo, vedo un’intera famigliola
acquattata intorno a un tavolo ingiallito di plastica da pochi soldi. Ci guardiamo egualmente
sorpresi e taciturni. L’atmosfera è surreale, sembravano appena sbarcati dall’arca di Noè, i capelli
ancora sporchi di polvere e gli abiti rimediati. Accennano il gesto di puntare i polsi sul tavolino per
sollevarsi e quello traballa. Allora ricadono quasi che il traballare sia insopportabile. Forse pensano
che scapperò o gli volterò le spalle invece avanzo bardato da geologo col martello e finalmente si
alzano in piedi all’unisono. Sembrano accampati davanti a una specie di grotta, almeno cosi mi
pare, un antro preistorico, vedo dei materassi ripiegati, coperte, per adesso è la loro casa: Paputh,
Mammuth e Figliuth. Lei mi dice scusandosi e ravviandosi i capelli grigi e induriti come fili di ferro
contorti “abbiamo potuto prendere solo le coperte e poche cose perché di sopra abbiamo paura di
andare”, infatti, una vistosa crepa orizzontale marca tutto il cordolo del primo piano. Il bar invece è
di sotto. Io sono incerto se chiedere questo benedetto caffè o no ma sono speranzoso perché apparte
la totale mancanza di clienti il sorriso a mezza bocca dei proprietari sembra voler dire: prego, si
accomodi! Il ghiaccio è rotto, infatti, mi accomodo io avanti, loro dietro, circospetti. Hanno tirato su
le bottiglie inclinate o rotte, immagino entrando per pochi secondi alla volta, si vede il segno del
liquido rosso sulle piastrelle di cemento, si sente odore di varechina insomma hanno cercato di
tornare alla normalità ma i segni non si cancellano facilmente. I tavoli sono apposto e mi siedo sotto
un architrave che sembra robusto, piuttosto avanti verso la porta. La signora ha preso il suo posto di
comando dietro il bancone…ma un po’ verso l’estremità, all’uscita come me. Sembriamo due
centometristi che aspettano lo sparo per partire. Gli altri due sono fermi sulla porta, da cui entrava la
maggior parte della luce, e quindi la stanza è in penombra. Mi domando se viene la scossa e loro
decidono di entrare e noi di uscire…ma non succede niente e dopo un po’ mi domando se sia il caso
di chiedere anche di pranzare, sono già quasi le tre del pomeriggio…poi decido di saltare, “un caffè,
grazie!” Lei con fare pratico si volta verso la macchina espresso, caspita funziona ed è calda.
Intanto mi riguardo intorno. Lei mi capisce al volo o mi legge nel pensiero e ancora voltata di spalle
armeggiando alla moka-espresso dice “il bagno è la a sinistra”. Mentre faccio la pipì alzo gli occhi
e vedo un buco frastagliato al posto del soffitto, per terra ancora qualche calcinaccio, non trovo lo
sciacquone, ma fa niente. Esco e mi risiedo più sciolto. Il padre e il figlio gironzolano senza uno
scopo apparente. Lei che mi pare quella che fa tutto, mi coglie di sorpresa, espansiva e tornata alla
normalità, si avvicina e dichiara ”a noi ci ha salvato la madonna!” e alza gli occhi sopra di me, ma
non verso il cielo, verso un mensolone di legno con una Madonna in terracotta smaltata che non
avevo notato prima. Mi alzo facendo una mezza torsione col busto per guardarla meglio. Ha una

                                                                                                      17
base larga e pesante fatta dall’ampia gonna informe e il bambino incrostato sulla pancia. Non è
stampata, è modellata rozzamente a mano e non è neanche colorata. Affianco non ci sono due ceri o
un vasetto con i fiori come ci si aspetterebbe ma due coppe dorate da poco prezzo vinte a qualche
torneo. “Si, si” ripete la signora…”è stata Lei. Non è neanche caduta invece quell’altra si!” la storia
si fa interessante: quell’altra chi? Mi riavvito sulla mia sedia...intanto il caffè è pronto e i tre mi
fissano perché io mi dimentico di berlo…allora lo bevo, senza zucchero come mio solito, e stese le
gambe e appoggiatomi allo schienale chiedo con studiata pacatezza: “quell’altra…..chi?
Rispondono in coro ogni’uno dalla posizione in cui si trova “quella di gesso che ci ha regalato a
Natale il prete nuovo”. Ai loro occhi forse un usurpatore che porta sacrileghe Madonne in gesso
colorato! I tre si accavallano suggerendosi e completando le frasi uno con l’altro, “mica solo da noi
sono cadute! tutte, tutte! alla nostra si è rotto il naso, a quella della commara il braccio, le altre
neanche si sa che fine hanno fatto. Invece questa no! Nessuna si è rotta di queste antiche, solo
quelle di gesso!!!” I tre riguardano estatici la statua che sarà alta 40 centimetri ed ha un po’ la forma
e il colore di un panettone. C’è il caso che si segnino ma non lo fanno forse perché ci sono io. La
riguardo con ostentato rispetto e quasi devozione, quasi mi segno io, o mi inginocchio magari solo
su una gamba come fanno con riserbo i contadini maschi. E’ vero, non è come quella di gesso
“còcce də piómme e stivale də gommə”….come tante case crollate. “Dovete sapere” mi dice lei
mentre mi offre dell’acqua con molto garbo, “che qua a Rojo uno che dormiva sotto la Madonna
vecchia, manco si è svegliato! Sognava che stava in barca e il terremoto lo cullava, poi la mattina
alle otto ha aperto la porta e ha visto! Ma prima non si era accorto di niente! dormiva manco ha
acceso la luce”. Li ho salutati e penso di tornare a trovarli presto per vedere come sta la Madonna di
coccio, farle una foto che spero non sia sacrilega, forse l’inizio di un nuovo culto. Fine della storia.
  Ma poi ho scoperto che queste Madonne di coccio non sono una Madonna qualsiasi, sono la copia
di quella del Santuario della Madonna di Rojo che spesso per un terremoto, una siccità, un’epidemia
ha fatto il giro della città in processione. Il culto di questa madonna risale ad un mito pastorale nato
al tempo della fondazione dell’Aquila. E’ un racconto tratturale che vuol ribadire che a un capo del
tratturo, la più grande via commerciale e culturale dal Neolitico al 1900 nel bacino del
Mediterraneo, ci stava proprio l’Aquila. Insomma un pastore di Lucoli avrebbe perso il proprio
gregge all’altra estremità del tratturo, in Puglia, per ritrovarlo poi grazie all’intercessione della
Santa Vergine, la quale gli si materializzò proprio in forma di statua33. Fatto certo miracoloso e
incredibile, ma più incredibile ancora è che la statua trasportata fino a Rojo proprio li scegliesse di
scendere dal mulo, e sebbene inascoltata e trascinata fino a Lucoli, se ne tornasse da sola a Rojo
durante la notte. Qui fu costruito il santuario intorno al 1625, mentre dall’altra parte del tratturo
Foggia, Lesina e San Severo venivano distrutti dal terremoto e dal maremoto. Forse perché ormai
orbi di questa preziosa Madonna. Ma non è finita qui!. Si sa che è vendicativa e quando la sua
preziosa collana fu venduta e comprata da incauti nel 1869, tutti questi furono puniti e perirono o
patirono enormi disgrazie. Per cui la collana tornò al suo posto. Ora figuriamoci aver visto una
Madonna di gesso colorata, magari fatta in Cina o da qualche fabbrichetta di souvenir, distribuita in
tutte le case di Rojo. Proprio sotto a Rojo c’è l’ipocentro della scossa del 6 Aprile, anzi scommetto
che se facessimo i calcoli bene starebbe proprio sotto il Santuario dove dimora la Madonna come
Ercole e Angizia-Mephite.
  L’Aquila: 6 aprile 2009, Sulmona…, Isernia…..
  A flagello terraemotus, libera nos, Domine.
  Francesco Stoppa, luglio 2009

     PS. mentre scrivevo il racconto non ho sentito neanche una scossa..ma l’aspetto, come sempre.




33
  Una storia simile è quella della Madonna del ponte di Lanciano, tratta dalle rovine del terremoto e poi diventata sul
posto oggetto di culto.

                                                                                                                          18

						
Related docs
Other docs by QCT277
No Slide Title
Views: 0  |  Downloads: 0
Visionforthe CCNBID
Views: 0  |  Downloads: 0
Economic Botany Rice
Views: 12  |  Downloads: 0
PITCHER TRAINING FACTS
Views: 0  |  Downloads: 0