Azione di simulazione di contratto di vitalizio

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Azione di simulazione di contratto di vitalizio Powered By Docstoc
					Tribunale di Cassino - Sezione distaccata di Sora - sent. 6 aprile 2004 -

est. Lotito - L. A. C. c. D. V. L. + altri

(Omissis)

L’azione di simulazione e quella revocatoria ex art. 2901 c.c., nonostante le

differenze che le contraddistinguono, possono concorrere alternativamente

tra loro, per cui come possono proporsi entrambe nello stesso giudizio, sia

pure in via subordinata l’una all’altra, così possono proporsi in due giudizi

distinti, a scelta del creditore, senza che la possibilità di esercizio dell’una

precluda la proposizione dell’altra (1).

A differenza di quanto avviene nella revocatoria ordinaria, per la quale

assumono rilievo le condizioni soggettive dell’acquirente a titolo oneroso,

nell’azione di simulazione assoluta di un contratto, fatta valere nei confronti

delle parti perché pregiudizievole per i diritti dei creditori, non costituisce

oggetto di accertamento l’atteggiamento psicologico di uno dei contraenti

(2).

La legittimazione del creditore ad agire per far valere la simulazione di un

atto, ai sensi degli artt. 1415 secondo comma e 1416 secondo comma c. c.

va riconosciuta sulla base del semplice riscontro di una situazione di

pericolo per il diritto di colui che agisce, senza che assuma rilevanza che il

diritto medesimo non sia ancora liquido ed esigibile, ovvero non sia ancora

definitivamente accertato, per insorta contestazione sulla sua esistenza (3).

L’esercizio della azione di simulazione non richiede l’anteriorità del credito

da tutelare, né l’esistenza di un eventus damni ma costituisce strumento di

accertamento di uno stato di diritto esistente e non una reazione ad una

specifica violazione delle ragioni del creditore. Quanto al presupposto del
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pregiudizio, é sufficiente accertare che l’atto simulato sia tale da rendere più

incerto, più difficile e più oneroso il soddisfacimento del credito accertato,

ben potendo il debitore, se lo crede, provare la propria ampia solvibilità (4).

Il pregiudizio rilevante ex art. 1416, comma 2, c.c. sussiste, allorché, a

seguito dell’atto simulato, si verifichi una diminuzione qualitativa e

quantitativa nel patrimonio del debitore, tale da rendere, in rapporto

all’ammontare del credito, l’adempimento più incerto, più difficile o,

comunque, più oneroso; si tratta di una condizione dell’azione, la cui

ricorrenza va provata dall’attore e deve essere riscontrata con riferimento al

momento della decisione. (Nel caso di specie, il tribunale ha ritenuto

sussistere il pregiudizio per il diritto del creditore, in conseguenza della

cessione della nuda proprietà della quasi totalità dei beni, operata da debitore

in favore dei propri figli, a titolo di vitalizio) (5).

Quando insorge controversia sulla simulazione di un negozio giuridico,

l’onere probatorio grava su colui che afferma la simulazione e non su chi

sostiene la realtà del negozio; la mancanza o il fallimento della prova della

realtà non comporta l’accoglimento della domanda di simulazione (6).

Le presunzioni semplici, che devono essere gravi, precise e concordanti,

consistono nel ragionamento del giudice, il quale, una volta acquisita,

tramite fonti materiali di prova (o anche tramite il notorio o a seguito della

non contestazione) la conoscenza di un fatto secondario, deduce da questo

l’esistenza del fatto principale ignorato, dovendosi precisare che il requisito

della gravità si riferisce al grado di convincimento che le presunzioni sono

idonee a produrre, essendo a tal fine sufficiente che l’esistenza del fatto

ignoto sia desunta con ragionevole certezza, anche probabilistica; il
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requisito della precisione impone che i fatti noti, da cui muove il

ragionamento probabilistico, ed il percorso che essi seguono non siano

vaghi ma ben determinati nella loro realtà storica; il requisito della

concordanza postula che la prova sia fondata su una pluralità di fatti noti

convergenti nella dimostrazione del fatto ignoto (7).

Con il contratto di vitalizio, un soggetto incapace di provvedere da sé ai

propri bisogni essenziali ed esigenze di vita, ottiene, in cambio della

cessione di un bene o di un capitale, il diretto soddisfacimento, mediante

l’attività personale della controparte, di esigenze di varia natura,

concernenti vitto, alloggio, pulizia, cure mediche e simili (8).

                             Svolgimento del processo

Con atto ritualmente notificato in data 20 novembre 2000, A. C. L. citava L.

D. V., S. D. V. e R. D. V. davanti al Tribunale di Cassino - Sezione

distaccata di Sora - per sentir dichiarare, in via principale, la simulazione e,

in via subordinata, l’inefficacia ex art. 2901 c.c. dell’atto notar Labate di

Sora in data 7 agosto 2000, rep. 208.356, con il quale L. D. V., unitamente

alla propria moglie, V. C., si era spogliato di tutti i beni, cedendone la nuda

proprietà ai propri figli, S. e R., a titolo di vitalizio.

L’attore assumeva che l’atto di disposizione era diretto ad eludere le azioni

creditorie ed esecutive, derivanti dal probabile esito sfavorevole del

processo, instaurato dal L. presso la sezione lavoro del medesimo Tribunale

per ottenere il risarcimento dei danni patiti dallo stesso, all’epoca dipendente

della ditta D. V. L., in occasione di un incidente sul lavoro, avvenuto in data

6 agosto 1993 in un cantiere della ditta D. V., sito in Picinisco.
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Si costituivano in giudizio L. D. V., S. D. V. e R. D. V., eccependo la nullità

dell’atto di citazione ai sensi dell’art. 164, 4° comma c.p.c. e dell’art. 163,

nn. 3 e 4 c.p.c., nonché l’insussistenza dei presupposti per la tutela richiesta;

nel merito, i convenuti deducevano l’infondatezza della domanda attrice, alla

luce dell’onerosità del trasferimento e della mancanza di consapevolezza, da

parte dei medesimi convenuti, di ledere l’altrui diritto; in particolare, L. D.

V. evidenziava che l’atto era stato stipulato per soddisfare esigenze reali,

derivanti dalla propria età avanzata, che lo avrebbe spinto ad assicurarsi la

necessaria assistenza da parte dei figli.

I convenuti concludevano formulando le conclusioni rispettivamente

trascritte in epigrafe.

All’udienza del 25 gennaio 2001, il giudice istruttore autorizzava lo scambio

di memorie, riservando alla decisione di merito l’esame delle eccezioni

pregiudiziali sollevate dai convenuti.

Erano prodotti documenti ed assunti gli interrogatori formali dei convenuti.

Precisate le conclusioni, il giudice provvedeva ai sensi degli artt. 281

quinquies e 190 c.p.c.

                             Motivi della decisione

1. In via preliminare, va esaminata la questione relativa alla nullità dell’atto

introduttivo del processo, sollevata dai convenuti.

Il quarto comma dell’art. 164 c.p.c. sancisce la nullità della citazione se è

omesso o risulta assolutamente incerto il requisito stabilito nel numero 3)

dell’art. 163 c.p.c. (la determinazione della cosa oggetto della domanda)

ovvero se manca l’esposizione dei fatti di cui al numero 4) del medesimo

articolo (i fatti costituenti le ragioni della domanda).
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Dall’esame complessivo della citazione, si trae l’infondatezza della questione

di nullità.

Nel capo A della narrativa delle comparse dei convenuti, è precisato che le

conclusioni rassegnate sono equivoche, poiché, con riferimento alla domanda

di simulazione formulata in via principale, non si comprende se si tratti di

simulazione assoluta o di simulazione relativa.

A pag. 4 e 5 della citazione è precisato: “…. L’impugnato atto è stato posto

in essere, fittiziamente …. In buona sostanza per il momento e per il

contesto in cui è stato eseguito l’atto, trattasi sicuramente di un atto simulato

fittizio ed improduttivo di effetti …”; nel punto a) delle conclusioni

dell’atto introduttivo del processo è riportato: “…. Dichiarare la simulazione

dell’atto di cessione a titolo di vitalizio …. con declaratoria di inefficacia

dello stesso e/o in subordine di nullità dello stesso”.

La determinazione della cosa oggetto della domanda non è incerta, poiché

l’attore ha chiesto che fosse pronunciata la simulazione assoluta dell’atto di

cessione a titolo di vitalizio; non può sorgere alcun dubbio circa la volontà

del L. di domandare la simulazione assoluta dell’atto, altrimenti l’attore non

si sarebbe limitato a chiedere soltanto che l’atto fosse dichiarato inefficace

ma anche che producesse gli effetti di un differente negozio, realmente

voluto dai contraenti.

Nonostante non ce ne fosse bisogno, alla prima udienza di comparizione del

25 gennaio 2001, l’avv. Franco Di Stefano, procuratore dell’attore, ha

precisato che, in via principale, era stata chiesta la simulazione assoluta

dell’atto notar Labate (cfr. verbale di udienza).
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Ulteriore profilo di nullità, per mancanza dei requisiti di cui all’art. 163 n. 3 e

n. 4 c.p.c., sarebbe costituito dalla proposizione di due diverse domande, una

in via principale (simulazione) e l’altra in via subordinata (revocatoria),

fondate su di una identica esposizione in fatto e in diritto, pur essendo le due

azioni diverse per contenuto e finalità.

In primo luogo, si osserva che, secondo il costante insegnamento della S.C.,

l’azione di simulazione e quella revocatoria ex art. 2901 c.c., nonostante le

differenze che le contraddistinguono, possono concorrere alternativamente

tra loro, “per cui come possono proporsi entrambe nello stesso giudizio, sia

pure in via subordinata l’una all’altra, così possono proporsi in due giudizi

distinti, a scelta del creditore, senza che la possibilità di esercizio dell’una

precluda la proposizione dell’altra” (cfr. Cass. civ., sez. III, 24 marzo 2000,

n. 3539, rel. Durante; Cass. civ., sez. II, 17 maggio 1991, n. 5581, rel.

Paolella; Cass. 16 gennaio 1987, n. 294, rel. Maresca; Cass. 18.4.1980 n.

2559; sez. III, 18 aprile 1980, n. 2559, rel. Caleca; secondo Cass. civ., sez. II,

30 luglio 1966, n. 2134, est. Berri, il creditore può proporre entrambe le

azioni, in via subordinata l’una all’altra, nello stesso processo con

riferimento allo stesso negozio; nella giurisprudenza di merito, cfr. Tribunale

Roma, 15 gennaio 1998, est. Vannucci, in Foro italiano, 1999, I, 2112, in

motivazione).

A parte l’omissione o l’assoluta incertezza della determinazione della cosa

oggetto della domanda (profilo insussistente, come innanzi evidenziato),

vizio rilevante ai sensi dell’art. 164 c.p.c. è la mancanza dell’esposizione dei

fatti (non anche degli elementi di diritto) costituenti le ragioni della

domanda.
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L’esposizione dei fatti di cui al numero 4) dell’art. 163 c.p.c. non manca;

nella citazione, sono indicati l’atto che si assume simulato ovvero compiuto

in frode al creditore, il credito a tutela del quale si agisce, la

compartecipazione degli acquirenti all’elusione delle ragioni dell’attore e le

conseguenze pregiudizievoli per la pretesa del L..

Va, infine, evidenziato che, a differenza di quanto avviene nella revocatoria

ordinaria, per la quale assumono rilievo le condizioni soggettive

dell’acquirente a titolo oneroso, nell’azione di simulazione assoluta di un

contratto, fatta valere nei confronti delle parti perché pregiudizievole per i

diritti dei creditori, non costituisce oggetto di accertamento l’atteggiamento

psicologico di uno dei contraenti (Cass. civ., sez. I, 1 febbraio 2001, n. 1404,

rel. Losavio; sez. III, 18 aprile 1980, n. 2559, rel. Caleca).

2. La domanda principale è fondata e va accolta.

La legittimazione di A. C. L. ad agire, ai sensi degli artt. 1415 secondo

comma e 1416 secondo comma c. c., per far valere la simulazione del

vitalizio, va riconosciuta sulla base del semplice riscontro di una situazione

di pericolo per il diritto dell’attore, senza che assuma rilevanza che il diritto

medesimo non sia ancora liquido ed esigibile, ovvero non sia ancora

definitivamente accertato, per insorta contestazione sulla sua esistenza (cfr.

Cass. civ., sez. I, 25 novembre 1976, n. 4452, rel. Sposato).

La giurisprudenza della S.C. ha, altresì, precisato che “nell’attuale sistema,

l’esercizio della azione di simulazione non richiede assolutamente né

l’anteriorità del credito da tutelare, né l’esistenza di un “eventus damni”

(sent. 18 aprile 1980 n. 2559), ma si pone come strumento di accertamento di

uno stato di diritto esistente e non come reazione ad una specifica violazione
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delle ragioni del creditore. Quanto al presupposto del pregiudizio, é

sufficiente accertare che l’atto simulato sia tale da rendere più incerto, più

difficile e più oneroso il soddisfacimento del credito accertato, ben potendo il

debitore, se lo crede, provare la propria ampia solvibilità” (cfr. Cass. civ.,

sez. III, 30 gennaio 1990, n. 644, rel. Di Nanni).

In ordine al pregiudizio rilevante ex art. 1416, comma 2, c.c., la S.C. ha,

altresì, avuto modo di affermare che il medesimo sussiste, allorché, “a

seguito dell’atto simulato, si verifichi una diminuzione qualitativa e

quantitativa nel patrimonio del debitore, tale da rendere, in rapporto

all’ammontare del credito, l’adempimento più incerto, più difficile o,

comunque, più oneroso” (cfr. Cass. civ., sez. III, 17 settembre 1981, n. 5154,

rel. Visalli; sez. I, 10 maggio 1978, n. 2257, rel. Cantillo; Cass. civ. n. 4452

del 1976, cit.): si tratta di una condizione dell’azione, la cui ricorrenza va

provata dall’attore e deve essere riscontrata con riferimento al momento della

decisione (cfr, in tal senso, Cass. civ. n. 2257 del 1978, cit.; sez. II, 18

febbraio 1991, n. 1690, rel. Marotta)

Il credito dell’attore nei confronti di L. D. V. è stato riconosciuto, anche se

non in via definitiva, dal Tribunale di Cassino, con sentenza n. 1093/2002 del

29 ottobre 2002.

Sussiste una situazione di pericolo per il diritto del L., atteso che, per effetto

dell’atto oggetto della domanda di simulazione, il valore complessivo del

patrimonio immobiliare del D. V. si è ridotto a poco più di € 112.000,00 (cfr.

relazione del geometra Maurizio Cancelli, prodotta dal convenuto L. D. V.),

a fronte di un credito, riconosciuto dal Tribunale di Cassino, superiore a €
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200.000,00, oltre interessi legali sulle somme rivalutate secondo gli indici

Istat, dalla data dell’infortunio (6 agosto 1993) al saldo.

A seguito dei pagamenti operati dalla compagnia di assicurazioni Generali

S.p.A., dell’importo complessivo di € 258.228,25, di cui dà atto lo stesso L.

negli atti di precetto prodotti dai convenuti, il credito dell’attore si è ridotto

ad € 65.808,77, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dal 4

settembre 2003 fino alla data del pagamento.

Occorre, peraltro, tener conto di due circostanze: a) in primo luogo, la

compagnia di assicurazioni Generali S.p.A. non ha prestato acquiescenza alla

sentenza di primo grado, ma la ha impugnata (cfr. atto di appello prodotto

dall’attore), con la conseguenza che la garanzia prestata dall’assicurazione è

ancora sub judice; b) in secondo luogo, il patrimonio di L. D. V. è composto,

pressoché integralmente, dal diritto di usufrutto sulla quota di ½ (metà) di

diversi beni, il cui valore complessivo è stato determinato in poco più di €

112.000,00, vale a dire meno del doppio del credito residuo, la cui entità,

peraltro, non può dirsi definitivamente determinata, stante la pendenza

dell’appello proposto dalla Generali S.p.A.

Il valore del diritto di usufrutto decresce con il passare degli anni, essendo

legato all’età dell’usufruttuario.

L. D. V. è nato il 23 marzo 1929 (cfr. interrogatorio formale).

Si registra un ragionevole pericolo che l’adempimento (coattivo, visto che

l’attore ha inutilmente intimato precetto al debitore e poi ha proceduto al

pignoramento) del credito del L. sia più incerto, più difficile o, comunque,

più oneroso, in conseguenza della stipulazione dell’atto, oggetto della

domanda di simulazione, atteso che risulta molto meno appetibile il diritto di
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usufrutto su di un bene, appartenente ad una persona di oltre settantacinque

anni, rispetto al diritto di proprietà sul medesimo bene, in un pubblico

incanto.

La maggior difficoltà e la maggiore onerosità nell’esazione coattiva del

credito del L. si rinviene anche nella necessità, per quest’ultimo, di aggredire

in via esecutiva distinti diritti sul medesimo bene, in conseguenza dell’atto di

disposizione operato dal D. V. nei confronti dei figli, S. e R..

Questi ultimi sono obbligati in via solidale, quali soci illimitatamente

responsabili della C. D. V. S.n.c. di D. V. L. e Figli, pure condannata al

risarcimento del danno in favore del L., all’esito del giudizio di primo grado.

Non può disconoscersi che, qualora non vi fosse stato l’atto di disposizione,

l’odierno attore avrebbe intrapreso un’unica azione esecutiva, al fine di

aggredire i beni ceduti da L. D. V., mentre, a seguito del contratto di

vitalizio, il L. ha dovuto promuovere azione esecutiva nei confronti di tre

persone, per ottenere lo stesso risultato (soddisfarsi sui beni oggetto del

vitalizio).

A norma dell'art. 2697 c.c., chi vuol far valere un diritto in giudizio deve

provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.

In conformità di tale principio generale, quando insorge controversia sulla

simulazione di un negozio giuridico, l’onere probatorio grava su colui che

afferma la simulazione e non su chi sostiene la realtà del negozio; la

mancanza o il fallimento della prova della realtà non comporta

l’accoglimento della domanda di simulazione (cfr. Cass. civ., sez. II, 22

aprile 1986, n. 2816, rel. Sammartino, in Foro italiano, 1986, I, 1830, in
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motivazione; per il principio, cfr. Cass. civ., sez. III, 14 giugno 2002, n.

8585, rel. Amatucci).

Trattandosi di domanda proposta da soggetto estraneo al preteso contratto

simulato, la prova per testimoni e per presunzioni della simulazione non

subisce alcun limite (Cass. civ., sez. II, 16 aprile 1988, n. 2998, rel. Nardi; 15

maggio 1986, n. 3210, rel. Rotunno; 12 febbraio 1986, n. 850, rel. Parisi).

In una recente pronuncia, la S.C. ha sottolineato che “le presunzioni

semplici, che devono essere gravi, precise e concordanti, consistono nel

ragionamento del giudice, il quale, una volta acquisita, tramite fonti materiali

di prova (o anche tramite il notorio o a seguito della non contestazione) la

conoscenza di un fatto secondario, deduce da questo l’esistenza del fatto

principale ignorato, dovendosi precisare che il requisito della gravità si

riferisce al grado di convincimento che le presunzioni sono idonee a

produrre, essendo a tal fine sufficiente che l’esistenza del fatto ignoto sia

desunta con ragionevole certezza, anche probabilistica; il requisito della

precisione impone che i fatti noti, da cui muove il ragionamento

probabilistico, ed il percorso che essi seguono non siano vaghi ma ben

determinati nella loro realtà storica; il requisito della concordanza postula

che la prova sia fondata su una pluralità di fatti noti convergenti nella

dimostrazione del fatto ignoto” (cfr. Cass. civ., sez. lav., 6 agosto 2003, n.

11906, rel. De Luca).

Ritiene il tribunale che la prova della simulazione dell’atto di vitalizio sia

stata raggiunta per le considerazioni che seguono.

Con l’atto notar Labate di Sora in data 7 agosto 2000 (rep. n. 208.356), i

coniugi L. D. V. e V. C., ciascuno per i propri beni e diritti e in solido per
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l’intero, con la riserva dell’intero usufrutto in loro favore vita natural durante

e con diritto di accrescimento, cedevano ai figli S. D. V. e R. D. V., a titolo

di vitalizio, la nuda proprietà di alcuni beni siti in Sora.

Il prezzo dei beni ceduti a S. D. V. era pari a £ 123.750.000, mentre quello

dei beni ceduti a R. era di £ 204.300.000.

Tra gli obblighi derivanti, vita natural durante, dal contratto, erano indicati

quelli di vitto, alloggio, pulizia personale e della casa, cure mediche e

farmaceutiche e, genericamente, tutto quanto potrà occorrere alla parte

cedente, anche se non espressamente specificato nell’atto.

Nessuna sanzione è stata prevista a carico dei vitaliziati (S. e R. D. V.) in

caso di mancato adempimento degli obblighi derivanti dal contratto.

Nel corso del giudizio, è stato acquisito che L. D. V. vive con la moglie in

Sora, Via Sura, n. 11 (cfr. atto notar Labate in data 7 agosto 2000 e risposta

all’interrogatorio formale), è rimasto titolare dell’usufrutto sulla metà dei

beni, tra i quali l’abitazione, di cui ha ceduto la nuda proprietà ai figli con il

vitalizio, percepisce una pensione mensile di £ 1.000.000 e gode di una

rendita mensile di € 540,00, costituita dal canone di affitto di due

appartamenti (cfr. atto notar Labate citato e risposta all’interrogatorio

formale).

Dalle visure camerali in data 14 novembre 2000 e 25 febbraio 2002, emerge

che L. D. V. è titolare di impresa individuale, la cui attività è quella edilizia;

può presumersi che da tale attività L. D. V. continui a trarre reddito,

altrimenti non avrebbe avuto ragione di conservarne l’iscrizione alla Camera

di commercio.
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L. D. V. dispone, quindi, di introiti mensili non inferiori a 1.056,00 euro,

oltre che di quelli presumibilmente derivanti dall’esercizio dell’impresa

individuale avente ad oggetto attività edilizia.

Il D. V. è rimasto, inoltre, titolare di un patrimonio immobiliare, valutato in

poco più di circa 112.000,00 euro dal geometra Maurizio Cancelli (cfr.

relazione inserita nel fascicolo di parte di L. D. V.).

A norma dell’art. 167 c.p.c., nella comparsa di risposta il convenuto deve

proporre tutte le sue difese, prendendo posizione sui fatti posti dall’attore a

fondamento della domanda.

Nel costituirsi in giudizio, L. D. V. ha espressamente dedotto l’infondatezza

della domanda, anche perché l’atto era stato stipulato per soddisfare reali

esigenze del convenuto, derivate dall’età avanzata (70 anni) e dal bisogno di

assicurarsi la necessaria assistenza da parte dei figli.

Quali siano queste esigenze non è stato affatto precisato, per cui non può

ritenersi che siano superiori a quelle normali di una persona di oltre settanta

anni.

Tenuto conto della rispettiva entità, il reddito e il patrimonio di cui dispone il

D. V., come innanzi ricostruito, appaiono più che sufficienti a far fronte alle

esigenze proprie e di quelle della moglie (casalinga, come risulta dal

menzionato atto notar Labate).

Si registra la totale assenza di causa, intesa come funzione economico-

sociale, del contratto di vitalizio, stipulato tra le parti.

Con tale contratto, un soggetto incapace di provvedere da sé ai propri bisogni

essenziali ed esigenze di vita, ottiene, in cambio della cessione di un bene o

di un capitale, il diretto soddisfacimento, mediante l’attività personale della
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controparte, di esigenze di varia natura, concernenti vitto, alloggio, pulizia,

cure mediche e simili (cfr. Cass. civ., sez. I, 9 ottobre 1996, n. 8825, rel.

Morelli).

Da quanto innanzi esposto, L. D. V. è tutt’altro che incapace di provvedere

da sé a tali bisogni ed esigenze, avuto riguardo al reddito e al patrimonio di

cui dispone.

A garanzia del puntuale adempimento delle obbligazioni assunte dai

vitaliziati con l’atto notar Labate del 7 agosto 2000, non è stato convenuto

alcun meccanismo giuridico diretto a rafforzare l’obbligo di questi ultimi (ad

es. clausola risolutiva espressa, penale per l’inadempimento, polizza

fideiussoria ecc.).

La prestazione oggetto del contratto è stata enunciata in maniera piuttosto

generica, senza precise indicazioni delle modalità di luogo e di tempo con le

quali andava adempiuta né di parametri quantitativi e qualitativi, cui

rapportarne l’entità e il livello (“tutto quanto altro potrà occorrere alla parte

cedente”).

Tali profili denotano uno scarso interesse dei creditori all’adempimento della

prestazione oggetto del vitalizio, evidentemente perché capaci di far fronte

da soli alle proprie esigenze di vita.

Potrebbe obbiettarsi che le parti non abbiano voluto costituire, a carico dei

vitaliziati, alcun obbligo, mentre la cessione risulterebbe voluta senza alcun

corrispettivo da parte dei cessionari, acquirenti a titolo gratuito.

Va, peraltro, rilevato che, se questo fosse stato l’intento perseguito dalle

parti, l’atto pubblico sarebbe stato stipulato alla presenza dei testimoni, per
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non incorrere nella sanzione di nullità, desumibile dal combinato disposto

degli artt. 782 c.c., 47 e 48 della legge 16 febbraio 1913, n. 89.

La circostanza che le parti abbiano rinunciato all’assistenza dei testimoni

costituisce elemento da cui trarre che l’intero negozio, e non soltanto

l’obbligo posto a carico dei fratelli D. V., non sia stato voluto.

Al fine di irrobustire la conclusione che il contratto de quo sia assolutamente

simulato, va aggiunto che L. D. V. si collocava e si colloca nel quadro dei

soggetti tutelati ex art. 433 c.c., nel cui ambito rientra l’attività di assistenza,

intesa come prestazione personale di supporto globale al soggetto tutelato, in

termini di presenza, compagnia, conforto ed affetto (cfr. Appello Milano, 1°

marzo 2002, in Giur. milanese, 2002, 243); l’assistenza sanitaria e

farmaceutica è prevista dalla legge n. 833 del 23 dicembre 1978 (in

particolare, artt. 1, 14, 25, 26 e 28), per cui non si registrava nessuna

situazione oggettiva ed effettiva, che potesse giustificare la conclusione del

vitalizio.

A dimostrazione dei miglioramenti apportati sugli immobili ricevuti con

l’atto oggetto della domanda di simulazione, la difesa di S. D. V. e R. D. V.

ha prodotto la copia della fattura n. 4/02, rilasciata dalla A. D..V.C. S.n.c. in

data 19 febbraio 2002 e intestata a S. D. V..

Il documento non dimostra che S. D. V. abbia pagato la prestazione in esso

indicata, non essendovi quietanza di pagamento.

La fattura è riferita a lavori di ordinaria manutenzione eseguiti sul fabbricato

di Via San Giuliano Sura s.n.c.
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L’immobile è diverso da quello in cui abita L. D. V. (Via Sura, n. 11) e,

quindi, la prestazione non può essere annoverata tra quelle oggetto del

vitalizio.

Trattasi, in ogni caso, di spesa che non fa carico per legge al nudo

proprietario bensì all’usufruttuario (cfr. artt. 1004 e 1005 c.c.), ammesso e

non concesso sia stata sopportata da S. D. V..

Non è, quindi, prova idonea ad escludere la valenza indiziaria degli elementi

suindicati.

In aggiunta alla pluralità dei fatti appena esposti, deve essere valutato il

contesto nel quale è stato stipulato l’atto oggetto della domanda.

Dall’esame dei documenti prodotti, emerge che, al momento dell’infortunio,

A. C. L. era dipendente di L. D. V., il quale aveva assunto in subappalto una

parte delle opere dalla C. D. V. S.n.c. di D. V. L. e figli, nel cantiere di

Picinisco (cfr. ricorso introduttivo del L.; comparsa di costituzione e risposta

di D. V. L.; memoria difensiva della S.n.c. C. D. V.; tali circostanze di fatto

sono riprodotte anche nell’atto di appello della Assicurazioni Generali

S.p.A.: cfr. produzione del fascicolo di parte dell’attore).

Vi è prova che, all’epoca della stipulazione del vitalizio (7 agosto 2000), i

convenuti fossero pienamente consapevoli della ragione di credito, vantata da

A. C. L. nei confronti di L. D. V..

I convenuti sapevano che il L. aveva agito in giudizio nei confronti di L. D.

V., chiedendone la condanna al risarcimento del danno, quantificato in una

somma cospicua (£ 800.000.000, oltre rivalutazione e interessi: cfr. ricorso

depositato in data 24 giugno 1997, prodotto dall’attore).
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L. D. V. ne era a conoscenza, poiché citato e ritualmente costituito in

giudizio (cfr. verbali di udienza del giudizio di risarcimento del danno,

prodotto dall’attore).

Nel corso dell’interrogatorio formale, S. D. V. e R. D. V. hanno dichiarato di

essere a conoscenza della pendenza della controversia tra A. C. L. e L. D. V..

S. D. V. ha precisato che, della situazione riguardante la causa, se ne era

occupata la sorella R. e di aver letto di sfuggita la citazione per il

risarcimento del danno.

R. D. V. ha riferito di aver letto il ricorso per risarcimento danni e di non

ricordare di aver letto l’ammontare della richiesta.

Alla data del 19 aprile 2000, S. D. V. risultava essere amministratore della C.

D. V. S.n.c. di D. V. L. e figli.

Di tale società il giudice della causa di risarcimento ha autorizzato la

chiamata in causa alla prima udienza del 14 gennaio 1998.

La C. D. V. S.n.c. di D. V. L. e figli si è costituita con memoria difensiva del

31 marzo 1998, con il patrocinio degli avvocati C. Persichino e L. Alfonsi,

nel giudizio instaurato dal L..

In seguito, una volta che S. D. V. era comparso all’udienza dell’8 marzo

2000, accettando la rinuncia al mandato dell’avv. Persichino e revocando la

procura    all’avv.   Alfonsi,      per   ragioni   di   opportunità   (i   difensori

rappresentavano il precedente amministratore della società), e chiedendo,

“attesa la delicatezza del processo”, termine per potersi costituire con un

nuovo difensore, la società si è costituita con comparsa dell’avv. I. De Santis

in data 19 aprile 2000.
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Nel corso della causa di risarcimento del danno (udienza del 28 ottobre

1999), R. D. V. ha dichiarato di essere stata informata dell’accaduto da M. O.

D. V., il giorno dell’incidente.

La stessa ha aggiunto che, su richiesta del citato M. O. D. V., presentò la

denuncia all’assicurazione e che, in seguito, consegnò a mano abbondante

documentazione all’agente della Generali dell’agenzia di Cassino, Enzo

Savoriti (cfr. verbale di udienza del 28 ottobre 1999, prodotto dall’attore).

Tali circostanze, valutate unitamente allo strettissimo rapporto di parentela

tra L. D. V. e gli altri convenuti, dimostrano che anche S. e R. D. V. erano

pienamente a conoscenza della ragione di credito vantata da A. C. L. nei

confronti del genitore.

Occorre anche tener conto dell’epoca in cui è stato stipulato il contratto di

vitalizio (7 agosto 2000).

A tale data, il processo, la cui esistenza e il cui oggetto erano noti a tutti e tre

i convenuti, era giunto ad una fase piuttosto avanzata, essendo stati ascoltati

dei testimoni ed essendo stata già ammessa ed esperita la consulenza tecnica

d’ufficio, che aveva riconosciuto al L. un periodo di inabilità temporanea

assoluta di giorni duecento, parziale di giorni trecento e postumi invalidanti

pari al 55% come danno biologico (cfr. consulenza tecnica del dott.

Famiglietti, depositata in data 1° febbraio 2000).

La circostanza che, alla data in cui è stato stipulato l’atto, fosse stata già

esperita la consulenza tecnica d’ufficio, che aveva accertato rilevanti

conseguenze dannose per il L., lasciava presumere che la pretesa di

quest’ultimo non fosse del tutto infondata, atteso che, se così fosse stato, il
                                      19



giudice avrebbe evitato un adempimento istruttorio sostanzialmente

superfluo ovvero prematuro, non essendosi ancora esaurita l’istruttoria.

Che la pretesa del L. apparisse fondata, può evincersi anche dal fatto che, a

distanza di circa un anno dalla stipulazione del contratto di vitalizio, il

Tribunale di Cassino condannava L. D. V. e la C. D. V. S.n.c., in solido tra

loro, a pagare, in favore del L. la somma di £ 200.000.000, oltre interessi

legali fino al saldo (cfr. ordinanza inserita nel fascicolo di parte di L. D. V.).

Va tenuto conto dello strettissimo rapporto di parentela tra i convenuti (L. D.

V. è il padre degli acquirenti; abitano tutti in Via Sura, in particolare, R. D.

V. ha dichiarato di aver abitato nella stessa casa del padre fino al 1987, con il

fratello fino al 2002, e poi di nuovo con il padre: cfr. interrogatori formali) e

del fatto che entrambi i figli conoscono l’entità del patrimonio paterno a

seguito dell’atto di vitalizio (cfr. interrogatorio formale), il cui valore è

sufficientemente descritto nella relazione del geom. Cancelli.

Dalle suesposte circostanze, complessivamente valutate, discende, come

conseguenza ragionevolmente verosimile secondo un criterio di normalità,

che il contratto di vitalizio, a rogito notar Labate, in data 7 agosto 2000 (rep.

n. 208.356), sia assolutamente simulato e sia inefficace, poiché le parti non

lo hanno in alcun modo voluto.

Alla luce delle sue condizioni di reddito e patrimoniali, L. D. V. era in grado

di provvedere da sé ai propri bisogni ed esigenze di vita e non aveva alcuna

necessità di far ricorso all’assistenza che i propri figli si sono obbligati a

prestare soltanto fittiziamente.

L’atto è stato stipulato proprio nel corso di un giudizio, di cui tutte le parti

erano a conoscenza, e in una fase che lasciava fondatamente presumere
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l’esito sfavorevole al D. V., atteso che erano stati già ascoltati dei testimoni

ed era stata già esperita la consulenza tecnica d’ufficio, adempimento

superfluo o prematuro, qualora il giudice non avesse raggiunto il ragionevole

convincimento della fondatezza della pretesa del L..

Le parti del contratto di vitalizio sono legate da uno strettissimo rapporto di

parentela (L. D. V. è il padre dei vitaliziati).

In assenza della funzione economico-sociale propria del contratto di vitalizio,

l’unico scopo plausibile, cui quest’ultimo è rivolto, è quello di creare

un’apparenza (trasferimento oneroso della nuda proprietà dell’intero

patrimonio di L. D. V., tranne una trascurabile porzione: cfr. perizia geom.

Maurizio Cancelli), volta a sottrarre i beni del debitore alla garanzia

patrimoniale del L. ex art. 2740 c.c.

Lo strumento utilizzato risulta meno sospetto sia di una donazione, poiché

appare come un atto a titolo oneroso, sia di un atto dispositivo dell’intera

proprietà, poiché, pur essendo un atto di disposizione, conserva un diritto in

capo al disponente (l’usufrutto).

Pertanto, ai sensi degli artt. 1414 e ss. c.c., va dichiarato inefficace, poiché

assolutamente simulato e in pregiudizio del diritto al risarcimento del danno

di A. C. L., conseguente all’infortunio occorsogli in Picinisco in data 6

agosto 1993, l’atto di vitalizio, stipulato da L. D. V. e V. C. in favore di S. D.

V. e R. D. V., con rogito notaio Labate in data 7 agosto 2000, trascritto in

data 4 settembre 2000, ai nn. 10310 e 10311 reg. part. e ai nn. 13085 e 13086

reg. gen., per la parte riguardante la nuda proprietà di ½ (metà), appartenente

a L. D. V., dei seguenti beni, siti in Sora: 1) porzione del fabbricato eretto

alla via Sura, costituita da: a) un appartamento sito al primo piano composto
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da vani catastali sei; b) un locale ad uso magazzino sito al primo piano

sottostrada, della superficie di circa mq. 107; c) un locale in corso di

costruzione sito al piano terra, della superficie di circa mq. 100; d) un posto

auto scoperto della superficie di circa mq. 18, il tutto con annessa corte

esclusiva della superficie di circa mq. 1.070; distinti nel catasto fabbricati al

foglio 52, n. 99, sub. 4, Cat. A/2, cl. 4, vani 6, RCL. 900.000,

l’appartamento; n. 99, sub. 7, Cat. C/2, cl. 14, mq. 107, RCL. 652.700, il

locale al primo piano sottostrada; n. 99, sub. 9, in corso di costruzione, il

locale al piano terra (con i proporzionali diritti sulla corte comune censita

con il mappale 99/12, bene comune non censibile ai sub. 9 e 10); 99, sub. 16,

area urbana, il posto auto scoperto; n. 99, sub. 13, area urbana, la corte

esclusiva; 2) fabbricato disposto su due livelli, sito alla Via Sura, composto

di vani catastali dieci tra il piano terra ed il primo piano, con annessi piccola

costruzione adibita a garage e corte esclusiva; nel catasto fabbricati al foglio

52, n. 233, sub. 3, Cat. A/2, cl. 4, vani 10, RCL. 1.500.000; 3) porzione del

fabbricato eretto alla via Sura, costituita da: a) un appartamento sito al primo

piano composto da vani catastali sei; b) un locale ad uso magazzino sito al

primo piano sottostrada, della superficie di circa mq. 107; c) un locale in

corso di costruzione sito al piano terra, della superficie di circa mq. 100; nel

catasto fabbricati, foglio 52, n. 99, sub. 5, Cat. A/2, cl. 4, vani 6, RCL.

900.000, l’appartamento; n. 99, sub. 8, Cat. C/2, cl. 14, mq. 107, RCL.

652.700, il locale al primo piano sottostrada; n. 99, sub. 10, in corso di

costruzione, il locale al piano terra (con i proporzionali diritti sulla corte

comune censita con il mappale 99/12, bene comune non censibile ai sub. 9 e

10).
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Va disattesa la richiesta, implicita in quella di adottare i provvedimenti

consequenziali inerenti al regime di pubblicità degli atti dispositivi degli

immobili, di ordinare al conservatore il compimento delle formalità di

trascrizione, poiché l’annotazione della sentenza può essere chiesta anche

senza apposito ordine del giudice (cfr. Cass. civ., sez. II, 14 marzo 1962, n.

532, est. Iannitti Piromallo).

2. Le spese processuali vanno poste a carico dei convenuti soccombenti in

solido e si liquidano in dispositivo, secondo tariffa professionale (d.m. 5

ottobre 1994, n. 585).

(Omissis).

				
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