Il diritto di recesso nel nuovo codice del consumo

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Il diritto di recesso nel nuovo codice del consumo

Roberto Conti, Magistrato presso il tribunale di Palermo

E’ noto che il legislatore delegante, fra i criteri contenuti nella
legge delega per l’adozione del codice del consumo, ebbe a
fissare anche quello di armonizzare i termini previsti in materia
di recesso nella diverse direttive che avevano affrontato tale
problema. Del resto, anche a livello comunitario tale problema
era ed è particolarmente avvertito[1].

E tuttavia, nell’attuazione di tale direttiva il codice del consumo
si è limitato, per così dire, ad un’opera, certo meritoria, di
armonizzazione che, tuttavia, non è andata oltre il mero riordino
della durata del periodo di ripensamento, invece perpetuando
talune diversità in ordine al dies ad quem dello ius poenitendi e
perdendo, poi, l’occasione per regimentare in modo armonico i
servizi finanziari commerciati a distanza come altre ipotesi che
rimangono disseminate in ambiti normativi diversi dal codice del
consumo.

Va invece a merito dei redattori del codice l’estensione della
disciplina maggiormente protettiva prevista per determinati
istituti dei contratti a distanza a quella dei contratti negoziati
fuori dai locali commerciali.

Orbene, procedendo con ordine, va detto che il legislatore
delegato ha infatti mantenuto, anche dal punto di vista logistico,
all’interno delle singole tipologie contrattuali, le previsioni
sostanziali concernenti il diritto di recesso, anche se ha creato
un’apposita sezione –la IV (artt.64 ss)- dedicata alle modalità di
esercizio del recesso per i contratti c.d. portata porta e per
quelli c.d. a distanza.

Occorre a questo punto sottolineare che nell’ambito dei contratti
conclusi fuori dai locali commerciali, il codice del consumo ha
perpetuato la disciplina prevista dal d.lgs.n. 50/1992, anche se
nel recepire l’imput del Consiglio di Stato – in sede di parere - a
proposito dei contratti per corrispondenza o conclusi sulla base
di un catalogo consultabile dal consumatore, ha previsto il
comma 3 dell’art. 45 –“ai contratti di cui al comma 1, lettera d),
si applicano, se più favorevoli, le disposizioni di cui alla sezione
II”- al quale va ascritto il merito di avere precisato l’applicazione
a tali peculiari contrattazioni delle più favorevoli disposizioni
contenute nella sezione II- dedicata ai contratti a distanza-
.Sempre nell’ambito di tali tipologie negoziali va rammentato
l’art.48 del codice, nella parte in cui esclude il diritto di recesso
per i contratti riguardanti la prestazione di servizi, rispetto alle
prestazioni che siano state già eseguite.

Passando alla Sezione IV, può dirsi, in modo estremamente
sintetico, che il termine di recesso è ora di dieci giorni lavorativi
-art. 64 primo comma e art. 73 primo comma-.

Il comma 2 dell’art. 64 prevede che il diritto di recesso si
esercita con l'invio, entro i termini previsti dal comma 1, di una
comunicazione scritta alla sede del professionista mediante
lettera raccomandata con avviso di ricevimento. La
comunicazione può essere inviata, entro lo stesso termine,
anche mediante telegramma, telex, posta elettronica e fax, a
condizione che sia confermata mediante lettera raccomandata
con avviso di ricevimento entro le quarantotto ore successive; la
raccomandata si intende spedita in tempo utile se consegnata
all'ufficio postale accettante entro i termini previsti dal codice o
dal contratto, ove diversi. L'avviso di ricevimento non è,
comunque, condizione essenziale per provare l'esercizio del
diritto di recesso.

Viene poi chiarito che con la ricezione da parte del
professionista della comunicazione di cui all’art. 64, le parti
sono sciolte dalle rispettive obbligazioni derivanti dal contratto o
dalla proposta contrattuale, fatte salve, nell'ipotesi in cui le
obbligazioni stesse siano state nel frattempo in tutto o in parte
eseguite, le ulteriori obbligazioni di cui all’art. 67-art. 66
cod.cons.-.

E fin qui l’armonizzazione si è spinta.

Se invece si va a guardare il sistema di decorrenza per
l’esercizio del recesso e di durata del recesso in caso di
informazioni incomplete, ci si accorge che la situazione di
disarmonia esistente ante codice si è sostanzialmente
perpetuata.
Ed infatti, benché l’art.65 disciplini congiuntamente le ipotesi
relative a vendita c.d. porta a porta e contratti a distanza, lo
stesso ha mantenuto ferma la decorrenza in caso di
informazioni offerte all’atto della conclusione del contratto porta
a porta o dalla data di ricevimento della merce, se successiva-
comma 1 art. 65- autonomamente specificando le ipotesi di
contratti a distanza – ove è previsto che il termine di dieci giorni
decorre dal momento in cui è soddisfatto l’obbligo di
informazione, purchè ciò avvenga “non oltre il termine di tre
mesi dalla conclusione del contratto”-art. 65 comma 2 lett.a)-.

Permane, ancora, la diversità di disciplina per le ipotesi di
mancata informazione o di incompleta od errata informazione,
prevedendo il comma 3 dell’art.65 il termine di 60 per i contratti
fuori dai locali commerciali e quello di 90 giorni per quelli
conclusi a distanza, decorrenti entrambi, in caso di consegna di
beni, dal giorno del loro ricevimento ed in caso di prestazione di
servizi dalla conclusione del contratto- "art.65 comma 3: Nel
caso in cui il professionista non abbia soddisfatto, per i contratti
o le proposte contrattuali negoziati fuori dei locali commerciali
gli obblighi di informazione di cui all’articolo 47, ovvero, per i
contratti a distanza, gli obblighi di informazione di cui agli
articoli 52, comma 1, lettere f) e g), e 53, il termine per
l’esercizio del diritto di recesso è, rispettivamente, di sessanta o
di novanta giorni e decorre, per i beni, dal giorno del loro
ricevimento da parte del consumatore, per i servizi, dal giorno
della conclusione del contratto. 4. Le disposizioni di cui al
comma 3 si applicano anche nel caso in cui il professionista
fornisca una informazione incompleta o errata che non consenta
il corretto esercizio del diritto di recesso. 5. Le parti possono
convenire garanzie più ampie nei confronti dei consumatori
rispetto a quanto previsto dal presente articolo."-

V’è solo da ricordare la precisazione - forse pleonastica-
contemplata dal comma 5 dello stesso articolo, che consente
alle parti di convenire in favore del consumatore garanzie più
ampie di quelle normativamente fissate. Precisazione che non
compare, per converso, in tema di multiproprietà ove il diritto di
recesso di dieci giorni va esercitato dalla conclusione del
contratto- primo comma art.73-.
Va poi aggiunto che il codice del consumo ha introdotto un’altra
importante novità in tema di conseguenze successive
all’esercizio del diritto di recesso.

Ed infatti, innovando la precedente disciplina in tema di
contratti c.d. porta a porta, che impone la restituzione delle
spese accessorie indicate in contratto, l’art.67 comma 3 del
codice prevede ora che il consumatore è tenuto al rimborso
delle spese dirette alla spedizione del bene al mittente ove tanto
sia previsto in contratto.

Tale previsione normativa sembra rivolta a scoraggiare le
pratiche commerciali che, proprio per condizionare l’esercizio
del diritto di recesso, erano andate nel tempo prevedendo
ingenti spese in caso di esercizio dello ius poenitendi, così
camuffando come oneri accessori delle vere e proprie multe
penitenziali che l’ordinamento comunitario non poteva tollerare.

Occorre infine rammentare l’ulteriore, importante, modifica
introdotta dall’art.67 comma 6 del codice del consumo, a
proposito dell’estensibilità degli effetti del recesso esercitato nel
contratto di acquisto di bene o di prestazione di servizio
concluso fuori dai locali commerciali ed attraverso un
finanziamento.

In tale ipotesi è stato normativamente previsto che l’esercizio
del diritto di recesso nell’ambito del contratto principale produce
la risoluzione del contratto di credito al consumo a questi
collegato –art. 67 comma 6: "Qualora il prezzo di un bene o di
un servizio, oggetto di un contratto di cui al presente titolo, sia
interamente o parzialmente coperto da un credito concesso al
consumatore, dal professionista ovvero da terzi in base ad un
accordo tra questi e il professionista, il contratto di credito si
intende risolto di diritto, senza alcuna penalità, nel caso in cui il
consumatore eserciti il diritto di recesso conformemente alle
disposizioni di cui al presente articolo. E' fatto obbligo al
professionista di comunicare al terzo concedente il credito
l'avvenuto esercizio del diritto di recesso da parte del
consumatore. Le somme eventualmente versate dal terzo che
ha concesso il credito a pagamento del bene o del servizio fino
al momento in cui ha conoscenza dell'avvenuto esercizio del
diritto di recesso da parte del consumatore sono rimborsate al
terzo dal professionista, senza alcuna penalità, fatta salva la
corresponsione degli interessi legali maturati"-.

Si tratta di un’importante innovazione che si inserisce
coerentemente nell’ordinamento positivo che conosce la figura
del c.d. collegamento negoziale, in relazione alla quale i
fenomeni genetici o patologici che attengono ad una
stipulazione si producono anche sul contratto ad esso legato da
un nesso di collegamento. E’ noto che il collegamento
contrattuale, al di fuori delle ipotesi legislativamente
contemplate (tipico), si risolve in un meccanismo
(atipico)attraverso il quale le parti, nell’esercizio della loro
autonomia negoziale, perseguono un risultato economico
unitario e complesso, che viene realizzato non per mezzo di un
singolo contratto, ma attraverso una pluralità coordinata di
contratti, i quali conservano una loro causa autonoma, anche se
ciascuno è finalizzato ad un unico regolamento dei reciproci
interessi. Ciò significa che l’accertamento del contratto collegato
non deve inferirsi da elementi formali, quali l'unità o la pluralità
dei documenti contrattuali o dalla mera contestualità delle
stipulazioni, ma da quello sostanziale dell'unicità o pluralità
degli interessi perseguiti.

E’ poi noto che proprio l’esistenza di un nesso di
interdipendenza fra le due contrattazioni può comportare che le
vicende che investono un contratto (invalidità, inefficacia,
risoluzione, ecc.)possono ripercuotersi sull'altro, seppure non in
funzione di condizionamento reciproco (ben potendo accadere
che uno soltanto dei contratti sia subordinato all'altro, e non
anche viceversa) e non necessariamente in rapporto di
principale ad accessorio[2].

Occorre solo rammentare che secondo il codice del consumo gli
effetti del recesso sono presi in considerazione tenendo
presente soltanto il contratto principale e non l’eventuale
recesso dal contratto di finanziamento, non avendo il legislatore
ritenuto di operare un’estensione degli effetti del recesso al caso
di ius poenitendi esercitato nel contratto di credito al consumo.

Si tratta, all’evidenza, di una disciplina compatibile con i criteri
della legge delega[3] e che, però, conferma l’attenzione del
legislatore interno al fenomeno del collegamento negoziale fra
contratto di finanziamento e contratto di acquisto propendendo,
tuttavia, per una soluzione che intende tale collegamento in
senso unilaterale- si prevede, appunto, solo la risoluzione del
contratto di finanziamento e non del contratto di acquisto in
caso di recesso dal contratto di mutuo-. Tema questo che ha
trovato in altre esperienze normative dei paesi dell’Unione ben
diversa attenzione, anche nella giurisprudenza- si vede il
recente caso S. (Corte giust.25 ottobre 2005, Grande sezione,
causa C-350/03, E.S., W. S. c. Deutsche Bausparkasse Badenia
AG) esaminato dalla Corte di giustizia, al cui commento, di
imminente pubblicazione su Corr.giur., si rinvia-. Basta qui
considerare l’ipotesi, non contemplata dal codice del consumo,
in cui il consumatore, che si era indotto a stipulare il contratto
principale proprio in ragione del contratto di finanziamento
stipulato attraverso il venditore, decida di esercitare il recesso
per il finanziamento; fattispecie che troverà presto disciplina
anche a livello comunitario- v. ultima proposta varata dalla
Commissione in tema di modifica della disciplina sul credito al
consumo COM (2005) 483 def. 2e commento alla sentenza S.,
cit. -.

Cambiando argomento, va detto che è rimasta isolata la
disciplina dello ius poenitendi in tema di c.d.multiproprietà-
istituto ora ribattezzato come “contratto relativo all’acquisizione
di un diritto di godimento ripartito di beni immobili” (v.rubrica
del capo I del titolo IV –Disposizioni relative ai singoli contratti-
della parte III –Il rapporto di consumo-) anche se l’art.75
comma 1, voluto dal Consiglio di Stato, chiarisce che al
contratto in oggetto deve applicarsi in blocco la disciplina in
tema di recesso prevista per i contratti a distanza e fuori dai
locali commerciali -… Salvo quanto specificamente disposto, ai
contratti disciplinati dal presente capo si applicano le
disposizioni di cui agli articoli da 64 a 67- poi aggiungendo –
art.75 comma 2- che ove ne ricorrano i relativi presupposti,
trovano applicazione le più favorevoli disposizioni dettate dal
capo I del titolo III della parte III- in tema di contratti porta a
porta e contratti a distanza-.

Va precisato, peraltro, che il codice del consumo non ha
mancato di prevedere una specifica disciplina a proposito del
recesso in tema di multiproprietà, parametrata alla particolare
tipologia contrattuale.
In particolare, l’art.73 comma 1 ha previsto che entro dieci
giorni lavorativi dalla conclusione del contratto l'acquirente può
recedere dallo stesso senza specificarne il motivo. In tale caso
l'acquirente non è tenuto a pagare alcuna penalità e deve
rimborsare al venditore solo le spese sostenute e documentate
per la conclusione del contratto e di cui è fatta menzione nello
stesso, purché si tratti di spese relative ad atti da espletare
tassativamente prima dello scadere del periodo di recesso. Il
comma 2 dello stesso articolo aggiunge poi che Se il contratto
non contiene uno degli elementi di cui all'articolo 70, comma 1,
lettere a), b), c), d), numero 1), h) e i), ed all'articolo 71,
comma 2, lettere b) e d), e non contiene la data di cui
all'articolo 71, comma 2, lettera e), l'acquirente può recedere
dallo stesso entro tre mesi dalla conclusione. In tale caso
l'acquirente non è tenuto ad alcuna penalità né ad alcun
rimborso. Se poi entro tre mesi dalla conclusione del contratto
sono comunicati gli elementi di cui al comma 2, l'acquirente può
esercitare il diritto di recesso alle condizioni di cui al comma 1,
ed il termine di dieci giorni lavorativi decorre dalla data di
ricezione della comunicazione degli elementi stessi. E’ poi il
comma 4 a chiarire che se l'acquirente non esercita il diritto di
recesso di cui al comma 2, ed il venditore non effettua la
comunicazione di cui al comma 3, l'acquirente può esercitare il
diritto di recesso alle condizioni di cui al comma 1, ed il termine
di dieci giorni lavorativi decorre dal giorno successivo alla
scadenza dei tre mesi dalla conclusione del contratto.

Nello stesso contesto si trova, poi, introdotta una disciplina
volta a regolare gli effetti del contratto di concessione di credito
in caso di recesso dal contratto di multiproprietà.

Infatti, analogamente a quanto previsto dall’art.67 comma 6 di
cui si è già detto, l’art.77 prevede che il contratto di
concessione di credito erogato dal venditore o da un terzo in
base ad un accordo tra questi ed il venditore, sottoscritto
dall'acquirente per il pagamento del prezzo o di una parte di
esso, si risolve di diritto, senza il pagamento di alcuna penale,
qualora l'acquirente abbia esercitato il diritto di recesso ai sensi
dell'articolo 73.

V’è semmai da sottolineare che la specularità di siffatta
disposizione rispetto a quella contenuta nell’art.67 comma 6 è
solo parziale, mancando nell’art.77 ogni riferimento alle
conseguenze economiche del recesso sul contratto di
concessione del credito che invece trovano specifica
regolamentazione nell’art.67 comma 6- ed è ben evidente che
l’operazione interpretativa volta a colmare la lacuna prevista
seguendo il canone analogico potrebbe non risultare agevole.

Resta poi da dire che rispetto alla disciplina dei pacchetti
turistici contenuta nel codice del consumo essa rimanda alla
disciplina in tema di recesso per le ipotesi in cui gli stessi siano
stati conclusi con le forme dei contratti c.d.porta a porta o a
distanza- art.88:i termini, le modalità, il soggetto nei cui
riguardi si esercita il diritto di recesso ai sensi degli articoli da
64 a 67, nel caso di contratto negoziato fuori dei locali
commerciali o a distanza-prevedendo poi una disciplina
particolare in ordine alle conseguenze del recesso-art.92-.

Il sistema così succintamente descritto sembra perpetuare un
marcato deficit di trasposizione della normativa interna in tema
di contratti c.d. porta a porta, almeno per l’ipotesi di assenza o
incompletezza delle informazioni.

E valga qui brevemente rammentare il caso Heininger[4]
originato da una vicenda in cui si discuteva della mancata
informazione del diritto di recesso in un contratto di mutuo.In
tale occasione il giudice di Lussemburgo ha ritenuto che la legge
tedesca, nella parte in cui limitava il diritto di recesso
nell’ipotesi in cui il consumatore non era stato informato della
possibilità di recedere dal contratto, contrastava con l’art.4 della
dir.85/577.E poiché tale disposizione non prevedeva alcuna
limitazione all’esercizio del recesso nelle ipotesi in cui il
consumatore non era stato avvertito della facoltà di rescindere il
rapporto, la Corte ha in quell’occasione affrontato il tema del
limite temporale entro il quale deve essere esercitato il diritto di
recesso previsto dall’art.4 della dir.85/577 in caso di mancata
informazione del cliente[5].

Orbene, la Corte di giustizia, muovendo dal presupposto che il
diritto di recesso può essere esercitato, stando al tenore
letterale dell’art.5 della dir.85/577, entro il termine di 7 giorni
dal momento in cui il consumatore ha ricevuto l’informazione,
non ha avuto difficoltà ad evidenziare il contrasto della
legislazione nazionale tedesca con il diritto comunitario,
sottolineando in particolare che ancorché spetti ai singoli Stati
prevedere le misure appropriate per la tutela dei consumatori
qualora non venga fornita l’informazione di cui all’art.5 –art.4
par.3 dir.85/577/CEE-, appare irragionevole e contrario allo
spirito della direttiva ammettere che il diritto di recesso possa
consumarsi laddove il commerciante non ha informato di tale
diritto il cliente-mutuatario.

E nemmeno la circostanza che quella legislazione nazionale
consentiva al cliente parte di un contratto di credito al consumo
il lasso di tempo,certamente non esiguo, di un anno dalla
conclusione del contratto per esercitare il recesso fu ritenuta
sufficiente per scriminare la contrarietà del diritto nazionale al
sistema comunitario, proprio in considerazione della
impossibilità per così dire ontologica di tollerare una
consumazione di un diritto laddove il consumatore non sia
messo nelle condizioni di legge che ne consentano l’esercizio.

Già all’indomani della sentenza Heininger avevamo cercato di
preconizzare le ricadute di quella decisione sulla disciplina
italiana che indicava in sessanta giorni il tempo entro il quale il
cliente non informato – o non correttamente informato- può
esercitare, nelle vendite porta a porta, il diritto di recesso.

Se infatti il legislatore interno, analogamente a quello tedesco,
era partito dal convincimento che il trascorrere di un lasso di
tempo significativamente superiore a quello fissato in via
generale per l’esercizio dello ius poenitendi dovesse comunque
impedire al consumatore, anche se disinformato, di mettere e
repentaglio la stabilità del contratto, tale costruzione sembrava
smentita dalla pronunzia della Corte del Lussemburgo secondo
cui l’obbligo, incombente sugli Stati membri, di prevedere
misure appropriate per la tutela del consumatore qualora non
venga fornita l’informazione circa il diritto di pentirsi, non può
mai consentire alle legislazioni interne di prevedere la
decorrenza dello ius poenitendi.

D’altra parte, la Corte, ancorché esortata ad avvalersi di quella
stessa giurisprudenza che avrebbe potuto, in casi eccezionali,
limitare l’efficacia retroattiva della sentenza anche al fine di
preservare il principio- anche di rango comunitario- della
certezza del diritto[6], aveva con estremo rigore ritenuto che
nel caso concreto non vi erano situazioni di buona fede da
tutelare.Ciò perchè il comportamento dei commercianti che
avevano omesso la dovute informazione sul recesso,
conculcando le legittime prerogative del cliente, non meritava
affatto alcuna tutela, incidendo siffatta condotta su diritti
garantiti dal diritto comunitario. Tale conclusione sembrava
dunque confermare quella linea di pensiero che inquadra fra i
veri e propri doveri incombenti sul contraente c.d.forte gli
obblighi informativi che la normativa comunitaria pone spesso a
carico del predetto[7] e fra questi quello di cui alla
dir.85/577/CEE[8].

In questa prospettiva la scelta silenziosa del codice del consumo
sul tema ora esaminato conferma l’inosservanza di uno dei
criteri principe fissati nella delega, che era appunto quello di
adeguare il diritto interno alla normativa comunitaria in modo
da perseguire a livello elevato gli obiettivi di tutela del
consumatore-art.7 lett.a l.n.229/2003-.

D’altra parte, non può farsi a meno di notare come nulla dica il
codice del consumo in ordine ai contratti a distanza relativi alla
commercializzazione di servizi finanziari, disciplinata dalla
dir.2002/65/CE ed ora trasposta dal d.lgs.19 agosto 2005
n.190.

Rispetto a tale disciplina, va ricordato che l’art.11 d.lgs.ult.cit.,
nel recepire quasi letteralmente l’art.6 della dir.ult.cit., ha
previsto che il consumatore dispone di un termine di 14 giorni
per recedere dal contratto senza penali, poi aggiungendo che
tale termine- pari a 30 giorni solo nel caso di contratti di
assicurazioni sulla vita- decorre dalla data di conclusione del
contratto- o da quella in cui l’assicuratore comunica che il
contratto è stato concluso- in caso di regolare informazione da
parte del professionista circa l’esistenza dello ius poenitendi.

Infatti, nel caso di mancata informazione di cui all’art.10, tale
termine decorre dalla data in cui il consumatore riceve tali
notizie.

Tanto significa che il diritto di recesso potrà essere esercitato ad
libitum tutte le volte in cui il fornitore non ha adempiuto
all’obbligo di informazione. Disciplina, quest’ultima che, pur
pienamente in linea con la sentenza Heininger citata, è rimasta
però fuori dal codice del consumo, probabilmente per mere
ragioni di ordine temporale, se si considera che il
d.lgs.n.190/2005 venne inserito nella G.U. n.221 del 22
settembre 2005- epoca successiva al varo del codice, avvenuto
il 6 settembre dello stesso anno. Ma non v’è dubbio che tale
assenza pesa non poco, proprio perché concernente una
disciplina realmente protettiva degli interessi del consumatore
in caso di mancata o non completa informazione del
consumatore.

Del resto, va solo aggiunto che la funzione armonizzatrice del
codice si stempera considerando le ulteriori assenze in tema di
recesso concernente altre tipologie contrattuali.

Il riferimento è, in particolare, alle ipotesi di cui all’art.30 d.lgs.
n. 58/1998 in tema di valori mobiliari venduti fuori dai locali
commerciali della ditta o a distanza – termine di recesso di 7
giorni non lavorativi- ed a quelle altre previste in tema di fondi
di investimento chiusi venduti a domicilio del consumatore,
polizze di assicurazione vita e contratti di qualunque tipo
stipulati per via telematica mediante uso della firma digitale.

Passando, infine, in rassegna il tema della concreta operatività
del diritto di recesso, occorre ricordare un arresto della Corte di
Cassazione in tema di caratteristiche degli obblighi di
informazione che fanno da preludio all’esercizio del diritto di
recesso, teso a garantire in termini di effettività l’esercizio dello
ius poenitendi.

In particolare, Cass. n. 14762/2003, resa in tema di contratti
negoziati fuori dai locali commerciali, non ha mancato di
sottolineare che l'inserzione della clausola relativa al diritto di
recesso del consumatore ottempera a due precisi requisiti di
forma, il primo relativo all'autonomia della clausola "de qua",
che deve restare separata dalle altre onde rendere chiara,
immediata e trasparente l'informazione (sicche' deve ritenersi
inammissibile il suo inserimento in un contesto uniforme di
clausole di apparentemente pari rilevanza, inserite secondo una
sequenza numerata), il secondo attenente alla evidenza grafica
dell'informazione, che deve avere caratteri di scrittura eguali o
superiori a quelli degli altri elementi indicati nel documento.

Sulla base di tali principi, il giudice di legittimità, riformando la
decisione di merito impugnata, ha preso atto che nel contratto
relativo alla frequenza ad un corso di informatica la clausola
contenente il riconoscimento del diritto di recesso era stata
scritta in caratteri uguali a quelli delle altre clausole, ma non era
stata evidenziata in modo autonomo, bensì inserita nel corpus
delle altre condizioni generali di contratto.




[1] Piano d’azione 2002-2004 Comm.Eur. (Com) 208 def.,
p.3.1.2.3: “Il follow-up potrebbe anche definire le misure da
adottare per garantire la coerenza tra l'acquis comunitario
attuale e futuro, tenuto conto del quadro di riferimento
generale. In questo contesto è ipotizzabile un riesame del diritto
dei contratti dei consumatori in vigore per rimuovere le
incoerenze riscontrate, colmare le lacune e apportare
semplificazioni. Rientrerebbe in questo riesame anche
un'armonizzazione dei periodi di riflessione previsti da diverse
direttive”.

[2] Cass.28 giugno 2001 n.8844 a proposito della risoluzione fra
contratti collegati.V.con riferimento alla possibilità di rifiutare la
prestazione in conseguenza dell’inadempimento della
controparte in caso di inadempimento realizzato nell’ambito di
un diverso contratto però collegato v.Cass.19 dicembre 2003
n.19556.cfr. pure Cass.18 luglio 2003 n.11240.

[3] sul punto v. il parere reso dal Consiglio di Stato, punto 11.6:

[4] Corte giust. 13 dicembre 2001, causa C-481/99,Heininger,in
Corr.giuri, 2002,7,865, con commento di Conti,Il diritto di
recesso tra “contratti porta a porta” e “credito al
consumo”.Un’importantesentenza della Corte UE.

[5] la legislazione tedesca prevede che in tema di contratti di
credito al consumo il cliente possa recedere dal contratto entro
un anno dalla conclusione del contratto nel caso in cui non sia
stato informato della facoltà di risolvere il rapporto.E’ invece
fissato in un mese dall’integrale esecuzione del contratto il
termine per esercitare il recesso in caso di vendita c.d.porta a
porta.
[6] Corte giust. 28 settembre 1994,in causa C-57/93, Vroege,
in Raccolta,1994, p. I-4541, punto 21.

[7] V.ad esempio il d.lgs.n°427/1998 che ha recepito la
dir.94/47/CE sulla multiproprietà in cui al mancato rispetto degli
obblighi informativi previsti dall’art.2, prevede, oltre a sanzioni
di tipo amministrativo, l’allungamento sino a tre mesi del
termine ordinario di dieci giorni per l’esercizio del diritto di
recesso.Anche tale norma, seguendo le indicazioni provenienti
dalla sentenza in rassegna, potrebbe dimostrarsi non conforme
alla normativa comunitaria nella parte in cui prevede comunque
la consumazione del diritto di recesso in caso di mancata
informazione.

[8] Del resto il testo italiano della dir.ult.cit. prescrive che il
consumatore “deve” essere informato dalla controparte del
diritto di recesso.V.sul punto Gabrielli,L’attuazione in
Germania…,cit. anche Colaiacomo,Contratti negoziati fuori dai
locali commerciali,in Alpa,(a cura di),Codice del consumo e del
risparmio,1999.V.anche Conc.Roma,24 giugno 1991, in Nuova
giur.civ.comm.,1992,1, con nota di Stoppa, che ha ritenuto il
contratto concluso fuori dai locali commerciali in assenza
dell’informazione sul diritto di recesso affetto da nullità per
contrarietà a norme imperative.

Quotidiano Giuridico N. 23/02/2006

Sullo stesso argomento

contratti e obbligazioni in generale/contratti negoziati fuori dei
locali commerciali/diritto di recesso/informazione

				
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