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           ASSOCIAZIONE TRA PROFESSIONISTI




L’ Accidentalità nell’assicurazione della responsabilità
                           civile




                 A cura degli avv. ti Santo Spagnolo e Marina Muratore.
Premessa


      E’ piuttosto frequente ritrovare tra le condizioni generali di
contratto che l’assicuratore predispone per regolare in modo uniforme
i rapporti contrattuali attinenti a gruppi di rischi omogenei clausole
del seguente tenore letterale: “la Società si obbliga a tenere indenne
l’Assicurato di quanto questi sia tenuto a pagare … a titolo di
risarcimento … di danni involontariamente cagionati a terzi … in
conseguenza di un fatto accidentale verificatosi in relazione ai rischi
per i quali è stipulata l’assicurazione”.
      Attraverso tali clausole il predisponente individua l’oggetto del
contratto e, più precisamente, il rischio coperto da assicurazione
limitandolo ai danni involontariamente cagionati a terzi in relazione ai
rischi derivanti da fatti accidentali.
      Il concetto di accidentalità ha dato luogo in dottrina e
giurisprudenza ad un acceso dibattito.
       Dal significato che si attribuisce a tale termine dipende, infatti,
l’estensione o meno dell’ambito dei danni risarcibili.
      La difficoltà di pervenire ad una soluzione interpretativa univoca
nasce dalla pluralità dei significati che esso può assumere e dalla
varietà dei casi concreti che possono presentarsi all’interprete.




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L’interpretatio abrogans della clausola.


      Il contratto di assicurazione della responsabilità civile mira a
tenere indenne l’assicurato dal rischio di dover risarcire i danni
cagionati a terzi dalla propria attività.
      L’art. 1917 c.c. prevede che l’assicuratore è obbligato a tenere
indenne l’assicurato da quanto questi, in conseguenza del fatto
accaduto durante il tempo dell’assicurazione, deve pagare ad un terzo
con l’esclusione dei danni derivanti da fatti dolosi.
      Tale disciplina deroga parzialmente all’art. 1900 c.c., norma
generale     relativa    a    tutte   le   assicurazioni,      stabilendo          l’obbligo
dell’assicuratore di rivalere l’assicurato anche per i sinistri cagionati
da colpa grave, che per l’art. 1900 c.c., invece, possono essere
ricompresi solo con apposita pattuizione.
      La clausola in questione, riferendosi ai danni involontariamente
cagionati ai terzi in conseguenza di un fatto accidentale, da una parte
riproduce il testo normativo di cui all’art. 1917 c.c. che esclude dalla
garanzia     i   danni       derivanti     da    fatti    dolosi,     dall’altra        limita
contrattualmente la copertura assicurativa ai danni derivanti dai fatti
accidentali. Tale limitazione, tuttavia, attiene esclusivamente al
rapporto tra assicuratore e assicurato, fermo restando il diritto al
risarcimento del terzo danneggiato.
       Parte della giurisprudenza di legittimità identificando il fatto
accidentale con il caso fortuito o la forza maggiore ha proposto una
interpretazione     sostanzialmente             abrogatrice     della       clausola          in
questione.
       Poiché,    infatti,     il   caso   fortuito      esclude    la    responsabilità
dell’assicurato il fatto accidentale altro non sarebbe che il fatto
involontario e la garanzia assicurativa dovrebbe estendersi a tutte le
ipotesi di responsabilità per colpa.

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       Identificare, infatti, il fatto accidentale con il fortuito - causa di
esclusione della responsabilità - condurrebbe alla nullità del contratto
di assicurazione per mancanza di rischio ai sensi dell’art. 1895 c.c.
        In questo senso la Cassazione ha più volte affermato “che
l’assicurazione della responsabilità civile non può riguardare fatti
meramente accidentali, dovuti cioè a caso fortuito o a forza
maggiore,        dai     quali    non      sorge      responsabilità,       ma,          per    la
denominazione,           importa      che    il     fatto   dannoso        per      il    quale
l’assicurazione è stipulata, deve essere colposo, coprendo con la sola
eccezione        dei   fatti     dolosi,    ogni     rischio   derivante         da       quella
responsabilità, anche se dipendente da colpa grave o gravissima, e
dovendosi escludere, in mancanza di espresse clausole delimitative
del    rischio     che     alcune       colpe       siano   escluse      dalla       garanzia
assicurativa1”.
       Tale indirizzo interpretativo ha trovato riscontro in numerose
pronunce della giurisprudenza di merito.
        In particolare, la Corte di Appello di Milano 16 ottobre 2001 ha
affermato che “…la clausola di un contratto di assicurazione che
preveda la copertura del rischio per danni conseguenti a fatti
accidentali è correttamente interpretata nel senso che essa si riferisce
semplicemente alla condotta colposa in contrapposizione ai fatti
dolosi”. La stessa Corte di Appello qualche anno prima aveva
precisato che “il caso fortuito attiene solo a quegli eventi rari, non
collegati all’esercizio dell’impresa, come tali non amministrabili o non
assicurabili dall’impresa stessa, in modo tale da non essere consentito
di inserirli nelle sue passività e quindi nel costo di produzione2”.
        E, ancora, nella stessa direzione il Tribunale di Milano 27 marzo
1995     ha       affermato        che      “l’oggetto      dell’assicurazione             della


1
 Cass. Civ., sez. III, 10 aprile 1995, n. 4118. Cfr. ex multis Cass. Civ. 1990 n.
2863 e Cass. Civ. 1983 n. 6071.

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responsabilità civile non può essere limitato ai fatti meramente
accidentali, dovuti cioè a caso fortuito o forza maggiore, dai quali non
sorge alcuna responsabilità, dovendosi ricomprendere anche i fatti
dannosi colposamente causati, con la sola eccezione dei fatti dolosi.
L’esatta accezione del termine “accidentalità del fatto” deve essere
desunta sulla base dell’esame delle clausole contrattuali. I danni
esclusi dalle condizioni contrattuali, in quanto esulanti dalla accezione
di     accidentalità,    non    possono        essere   ritenuti      risarcibili.       Tale
esclusione, motivata dalla “non accidentalità del fatto”, ha lo scopo di
lasciare a carico dell’assicurato una serie di danni a cose, che per le
loro caratteristiche peculiari di consequenzialità rispetto ad una
attività industriale sono esposte quasi perennemente e normalmente
alla possibilità di danneggiamento”.
         La conclusione cui giunge tale indirizzo interpretativo è che il
contratto di assicurazione avente ad oggetto la responsabilità civile
da una parte esclude sempre i fatti dolosi, dall’altra si estende
necessariamente ai fatti colposi perché una tale esclusione farebbe
sorgere il dubbio non solo della nullità del contratto per mancanza di
rischio ma, addirittura, secondo alcuni autori, dell’esistenza di un
inganno dell’assicuratore ai danni dell’assicurato3.


L’accidentalità quale autonomo requisito di operatività della
garanzia


         Altra parte della giurisprudenza, al contrario, dà autonoma
rilevanza al significato di accidentalità ritenendo che possano esserci
al contempo eventi non dolosi ed accidentali.


2
    App. Milano 2 Novembre 1982 in Riv. giur. circolaz. e trasp., 1981, pag. 1043.
3
    Cfr. SANTORO, Assicurazione e Accidentalità in Danno e resp. 2002 n.10 p.1011.


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      Tale orientamento ritiene, infatti, che se il termine accidentale
significasse   semplicemente       involontario       la   clausola     contrattuale
risulterebbe priva di senso e interpretata in violazione dell’art. 1367
c.c., in base al quale “nel dubbio, il contratto e le singole clausole
debbono interpretarsi nel senso in cui possono avere qualche effetto,
anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno”.
      All’interno di tale indirizzo interpretativo la giurisprudenza ha
messo in luce diverse caratteristiche del fatto accidentale.
      Una particolare posizione è quella espressa dalla sentenza della
Cassazione 30 aprile 1981, n. 2652 che qualifica il fatto accidentale
non in termini di imprevedibilità, ma in termini di incertezza al fine di
escludere dalla garanzia assicurativa i danni a colture di fiori
provocati dall’attività di produzione e trasporto di calcestruzzo. La
Cassazione afferma, infatti, che “in materia di assicurazione della
responsabilità civile, ove il rischio assicurato sia limitato ai “fatti
accidentali”, l’accidentalità non richiede l’imprevedibilità dell’evento
dannoso, come genere, ma l’incertezza nella sua specificità, sicché si
configura quando, pur essendo astrattamente possibile prevedere il
verificarsi di una evenienza di un certo tipo, sia incerto il complesso di
fattori che concorrono a produrla secondo le modalità materiali e
temporali e con le conseguenze esattamente verificatesi a danno del
soggetto che ne risulti colpito, e ciò per circostanze che sfuggono al
dominio   dell’assicurato    e     che       non    sono    necessariamente                  e
costantemente     inerenti       all’attività      considerata     nel       contratto
assicurativo ed alla natura dei beni in essa impiegati”.
      A tale pronuncia aderisce la I sezione della Cassazione civile n.
1214 /1992 che a sua volta afferma che “un evento può qualificarsi
accidentale quando, pur sussistendo la generica possibilità del suo
accadimento,     intervengano          circostanze         estranee         all’attività
dell’agente (predisposta con le cautele necessarie ad evitare l’altrui

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pregiudizio) che concretino l’astratta potenzialità dannosa di tale
attività in uno specifico danno a carico di un determinato bene
appartenente ad un terzo. L’accidentalità va esclusa quando l’evento
dannoso si verifichi naturalmente in dipendenza della sola attività
dell’agente e delle stesse modalità con cui essa è stata preordinata ed
eseguita”.
      Particolari caratteristiche dell’accidentalità vengono individuate
anche dalla giurisprudenza di merito.
      Il fatto accidentale viene identificato con il fatto repentino e
breve dalla Corte di Appello di Messina 12 Maggio 1980 che afferma
“qualora nel contratto di assicurazione della responsabilità civile sia
inclusa una clausola generale che circoscriva il rischio coperto a quel
danno che derivi da “fatto accidentale”, la garanzia assicurativa non si
estende a tutti i fatti colposi, ma soltanto a quelli colposi accidentali,
inteso il concetto di accidentalità elaborato nella prassi assicurativa
non in coincidenza di quello del fortuito, ma con esplicito riferimento
alla repentinità e brevità del comportamento e con esclusione nella
previsione pattizia di ogni comportamento attivo e prolungato,
permanente o reiterato”.
      Il Giudice di pace di Piombino con sentenza 11 aprile 2001,
infine, esclude l’accidentalità quando il danno costituisce conseguenza
normale della attività dell’agente (nella specie vengono esclusi da
garanzia i danni causati durante la verniciatura di uno stabilimento
alle autovetture parcheggiate in zona)4.
      Tali pronunce aderiscono tutte a quell’ orientamento che ritiene
l’accidentalità non sinonimo di involontarietà ma ulteriore requisito
richiesto ai fini dell’operatività della garanzia.



4
  Cfr. Giudice di pace di Piombino – sentenza 11 Aprile 2001- in Danno e
responsabilità 2002 n.10 p. 1011.

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      In   particolare,        la    giurisprudenza            di   legittimità            identifica
l’accidentalità con quelle circostanze estranee all’attività dell’agente,
con l’incertezza del complesso di fattori che concorrono a produrla e
con tutto ciò che sfugge al dominio dell’assicurato.
      La Cassazione prende le mosse, invero, dalla considerazione
che   lo   svolgimento         di    certe    attività         imprenditoriali         comporta
naturalmente danni ai beni che si trovano nel perimetro territoriale
ove si svolgono le attività stesse.
      Si pensi ad esempio all’attività di verniciatura o all’attività di
brillamento di mine che provoca danni agli oggetti che si trovano
nelle immediate vicinanze.
      In tali      ipotesi    la     limitazione     contrattuale         della        copertura
assicurativa ai danni derivanti dai fatti accidentali renderà operante la
garanzia solo quando il danno si verifica per effetto di circostanze
estranee   all’attività      dell’agente       già       predisposta      con         le    cautele
necessarie ad evitare danni ai terzi.
       L’evento,      invece,       non      potrà       qualificarsi    in    alcun          modo
accidentale ove sia conseguenza naturale dell’attività dell’agente o
dipenda dalle stesse modalità con cui l’attività è eseguita.
      In   altri     termini        secondo       tale     orientamento          il        requisito
dell’accidentalità     mira         ad    evitare        che     l’assicurato         trasferisca
all’assicuratore non un rischio di danno ma il costo specifico della
propria attività. Egli, infatti, potrebbe omettere le cautele necessarie
ad evitare danni a terzi in considerazione del fatto che gli stessi
saranno sopportati dall’assicuratore.
      Richiedere l’accidentalità quale presupposto di operatività della
garanzia risponde all’esigenza di rendere l’evento realmente incerto e
quindi assicurabile e garantisce l’effettiva aleatorietà del contratto.
Nel caso in cui, infatti, i danni fossero evitabili con la predisposizione
di tecniche adeguate al tipo di attività esercitata non vi sarebbe

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rischio, inteso quale probabilità del verificarsi di un evento futuro ed
incerto.
       All’interno di tale prospettiva la Corte di Appello di Messina
sottolinea che caratteristiche peculiari del fatto accidentale sono                          la
repentinità e brevità del comportamento escludendo, invece, che
possano       qualificarsi    accidentali        quei     comportamenti          attivi          e
prolungati, permanenti e reiterati.
       La ripetitività o reiteratività del comportamento assimila, infatti,
il comportamento colposo a quello volontario.
       Più precisamente, attraverso il requisito dell’accidentalità si
escluderebbero dalla operatività della garanzia quei comportamenti
caratterizzati da reiterata o prolungata negligenza che assumono una
tale gravità da essere equiparati al dolo5.
       Si   pensi,    ad     esempio,     alla       sedimentazione      della      polvere
sollevata dai mezzi, che sistematicamente percorrono una                            strada,
sulle colture presenti nei campi adiacenti o ai danni da stillicidio.
       In tali ipotesi il danno non si verifica di punto in bianco ma è il
risultato della ripetuta violazione di regole di natura cautelare che se
osservate sarebbero state in grado di evitare l’evento.
       Tale    indirizzo     interpretativo          sembra,   invero,    suggerire          la
conclusione        che,      attraverso         il     requisito    dell’accidentalità,
l’assicuratore abbia voluto escludere dalla garanzia quelle ipotesi di
colpa grave che, in assenza di una espressa deroga, dovrebbero
essere ricomprese nella copertura assicurativa ai sensi dell’art. 1917
c.c.




5
 Cfr. LA TORRE, I sinistri cagionati con colpa grave dell’assicurato, in Assicurazioni,
1966, I, 650.

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Considerazioni conclusive


        E’ chiaro che l’adesione ad una delle due interpretazioni
precedentemente proposte ha notevoli risvolti sul piano pratico
ampliando o riducendo l’ambito dei danni risarcibili.
        Al riguardo va osservato che se, da un lato, l’ interpretazione
della clausola in termini di limitazione contrattuale al risarcimento dei
soli danni derivanti da fatti anomali e repentini sembra rispondente al
significato che l’assicuratore, nel predisporla, ha inteso attribuirle,
dall’altro, dovrà valutarsi, caso per caso, il significato con cui la
stessa è stata ragionevolmente intesa dall’altra parte.
        A nostro avviso il problema che l’interprete deve porsi è se
l’assicurato sia in grado, al momento in cui conclude il contratto, di
comprendere         il        reale   contenuto      della    clausola      unilateralmente
predisposta dall’assicuratore e l’ambito dei rischi effettivamente
coperti dalla garanzia assicurativa.
        E ciò in considerazione del fatto che sul grado di conoscibilità
della    clausola        contrattuale       incidono      non     solo      la     insufficiente
determinatezza            del     termine      utilizzato,    ma    anche          le     diverse
interpretazione che della clausola dottrina e giurisprudenza hanno
proposto.
        A   tal   fine          non    bisogna       trascurare    che       la    clausola            è
generalmente inserita nelle condizioni generali di contratto e che le
stesse sono efficaci ai sensi dell’art. 1341 comma 1, se al momento
della conclusione l’aderente le ha conosciute o avrebbe dovuto
conoscerle usando l’ordinaria diligenza.
        A siffatto onere dell’aderente corrisponde, invero, l’onere del
predisponente            di     rendere   le     condizioni     generali          normalmente
conoscibili a coloro ai quali si rivolgono.



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      L’onere del predisponente consiste, tra l’altro, nell’uso di un
testo che sia intelligibile e scevro da elementi di ambiguità.
      L’adempimento di tale onere (da parte del predisponente) dovrà
essere valutato in rapporto alle qualifiche professionali dei soggetti al
quale le condizioni generali di contratto si rivolgono.
      L’inosservanza dell’onere di parlar chiaro, in relazione ai
soggetti cui il testo contrattuale standardizzato è diretto, comporta
per il predisponente la conseguenza, normativamente prevista, di una
interpretazione non conforme al significato che alla clausola il
predisponente stesso voleva attribuire.
      Ai sensi dell’art. 1370 c.c., infatti, le clausole inserite nelle
condizioni generali di contratto o in moduli o formulari predisposti da
una parte devono interpretarsi, nel dubbio, nel senso più favorevole
all’aderente. E in tal senso potrebbe talvolta trovare giustificazione
anche l’orientamento che afferma “la clausola di un contratto di
assicurazione     che   preveda la copertura          del rischio      per      danni
conseguenti a fatti accidentali è correttamente interpretata nel senso
che   essa   si    riferisce   semplicemente    alla    condotta      colposa         in
contrapposizione ai fatti dolosi”
      Ad una differente conclusione è logico pervenire, invece, nel
caso in cui l’aderente abbia avuto conoscenza del significato, a lui
sfavorevole,      che   l’assicuratore    intendeva    attribuire     al    termine
accidentale ma abbia concluso ugualmente il contratto sperando di
poter sfruttare a proprio favore l’ambiguità della clausola. In tal caso
non potrà applicarsi l’art. 1370 ma l’art. 1366 c.c. in base al quale “il
contratto deve essere interpretato secondo buona fede” e cioè in base
al significato sul quale le parti potevano e dovevano fare legittimo
affidamento.
      Alla luce di tale precisazione la clausola sembra presentare un
certo grado di significatività quando si rivolge a soggetti che,

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svolgendo determinate attività imprenditoriali, siano in grado di
percepire il significato che il termine assume in rapporto all’attività
svolta. In relazione a tali settori, infatti, così come è stato
efficacemente        sostenuto        da   una     parte     della     giurisprudenza
l’accidentalità può essere ragionevolmente identificata con tutto ciò
che, nel quadro di una regolare successione causale, sfugge al
dominio e al controllo dell’assicurato.
       Meno opportuna appare, invece, la trasposizione della clausola
in questione a quei settori di attività quale l’attività medica in cui una
siffatta limitazione contrattuale          appare     non coerente con l’oggetto
del   contratto      e     sicuramente     non      rispondente        alle    intenzioni
dell’assicurato interessato ad ottenere la più ampia garanzia possibile.
       L’inoperatività della garanzia assicurativa in relazione ai danni
che si verificano naturalmente in conseguenza dell’ attività dell’agente
o delle modalità con cui è eseguita può risultare ingiustificata in
relazione     alle       intenzioni    dell’assicurato     e    alle      ragioni        che
generalmente sottendono la conclusione di tale contratto .
       Ed proprio in relazione al settore della responsabilità medica
che alcune compagnie assicuratrici hanno eliminato la clausola
sull’accidentalità dalle condizioni generali di assicurazione6.


6
    La SAI ha eliminato il termine di accidentalità dalle condizioni generali di
contratto.
L’art. 1 delle Condizioni generali di contratto sull’oggetto della garanzia della
responsabilità civile verso terzi dispone: “la Società in base a conforme proposta-
questionario si obbliga a tenere indenne l’Assicurato contraente di quanto questi sia
tenuto a pagare, quale civilmente responsabile ai sensi di legge., a titolo di
risarcimento (capitale, interessi e spese) di danni involontariamente cagionati a
terzi per:
    - morte e lesioni personali
    - distruzione e deterioramento di cose
in conseguenza di un fatto verificatosi in relazione allo svolgimento dell’attività per
la quale è prestata l’assicurazione, compresa la R:C: derivante all’assicurato
contraente per i fatti imputabili al personale compreso quello medico e paramedico,
dipendente dell’Assicurato;
nel caso in cui il danno sia dovuto a dolo o colpa grave la Società si riserva il diritto
di rivalsa nei confronti di tali soggetti”.

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      Prendendo esempio da questi interventi settoriali sarebbe
auspicabile   che,   al   fine   di   evitare   incertezze    interpretative               e
controversie giudiziarie volte a individuare l’ambito della garanzia
assicurativa, le compagnie assicurative eliminassero da tutti i testi
contrattuali ogni elemento di ambiguità e procedessero ad una più
puntuale formulazione della nozione di fatti accidentali anche con
l’individuazione espressa dei casi e degli eventi esclusi dalla garanzia.




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