CONVENZIONE SULL'ELIMINAZIONE DI OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE NEI
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• ELIMINAZIONE DI OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE
NEI CONFRONTI DELLA DONNA
• DONNA E ISLAM: lo Chador
• IL RUOLO DELLA DONNA IN OCCIDENTE: la maternità
• L’INFIBULAZIONE
• LA DONNA ESTERA IMMIGRATA
• DONNE:POLITICA E LAVORO
ELIMINAZIONE DI OGNI FORMA DI
DISCRIMINAZIONE NEI CONFRONTI DELLA
DONNA
ALESSANDRA
&
PAOLA
• PROSTITUZIONE:l’attività
che prevede degli atti sessuali
prestati dietro pagamento.Il
pagare non consiste
necessariamente in una
transizione monetaria, ma può
assumere la forma di un luogo
dove abitare,qualcosa da
mangiare,sostanze stupefacenti
o altre forme di pagamento in
natura.Per molte donne di strada
la prostituzione costituisce uno
dei principali mezzi di
sopravvivenza.
• Ogni anno 1-2 milioni di
donne vengono fatte migrare
clandestinamente da
trafficanti ed organizzazioni
dedite allo sfruttamento della
prostituzione.Molte donne
lasciano il loro paese attratte
dalle promesse dei trafficanti
e raggiungono il loro paese
di destinazione
illegalmente.Arrivate si
trovano nel circuito della
prostituzione. Queste donne
provengono principalmente
dal Sud America,Africa,Asia
ed Est Europeo.
La prostituzione e la mafia
albanese
• La terribile vicenda
di donne che vengono
avviate alla
prostituzione dalla
mafia albanese.
CONVENZIONE SULL'ELIMINAZIONE DI
OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE NEI
CONFRONTI DELLA DONNA
Articolo 1
• Ai fini della presente Convenzione,
l'espressione "discriminazione nei confronti
della donna" concerne ogni distinzione
esclusione o limitazione basata sul sesso, che
abbia come conseguenza, o come scopo, di
compromettere o distruggere il riconoscimento,
il godimento o l'esercizio da parte delle donne,
quale che sia il loro stato matrimoniale, dei
diritti umani e delle libertà fondamentali in
campo politico, economico, sociale, culturale e
civile o in ogni altro campo, su base di parità
tra l'uomo e la donna.
Articolo 2
• Gli Stati parti condannano la
discriminazione nei confronti della donna
in ogni sua forma, convengono di
perseguire, con ogni mezzo appropriato e
senza indugio, una politica tendente ad
eliminare la discriminazione nei confronti
della donna, e, a questo scopo, si
impegnano a:
Articolo 3
• Gli Stati parti prendono in ogni campo, ed in
particolare nei campi politico, sociale,
economico e culturale, ogni misura adeguata,
incluse le disposizioni legislative, al fine di
assicurare il pieno sviluppo ed il progresso delle
donne, e di garantire loro su una base di piena
parità con gli uomini, l'esercizio e il godimento
dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali
Articolo 4
• L'adozione, da parte degli Stati, di misure temporanee speciali,
tendenti ad accelerare il processo di instaurazione di fatto
dell'eguaglianza tra gli uomini e le donne non è considerato atto
discriminatorio, secondo la definizione della presente
Convenzione, ma non deve assolutamente dar luogo al permanere
di norme ineguali o distinte; suddette misure devono essere
abrogate non appena gli obiettivi in materia di uguaglianza, di
opportunità e di trattamento, siano raggiunti.
• L'adozione da parte degli Stati di misure speciali, comprese le
misure previste dalla presente Convenzione, tendenti a proteggere
la maternità, non è considerata un atto discriminatorio.
Articolo 5
• Gli Stati prendono ogni misura adeguata
al fine di modificare gli schemi ed i modelli di comportamento
socioculturale degli uomini e delle donne e di giungere ad una
eliminazione dei pregiudizi e delle pratiche consuetudinarie o di
altro genere, che siano basate sulla convinzione dell'inferiorità o
della superiorità dell'uno o dell'altro sesso o sull'idea di ruoli
stereotipati degli uomini e delle donne
al fine di far sì che l'educazione familiare contribuisca alla
comprensione che la maternità è una funzione sociale e che uomini
e donne hanno responsabilità comuni nella cura di allevare i figli e
di assicurare il loro sviluppo, restando inteso che l'interesse dei
figli è in ogni caso la considerazione principale.
Articolo 6
• Gli Stati prendono ogni misura adeguata,
comprese le disposizioni legislative, per
reprimere, in ogni sua forma, il traffico e
lo sfruttamento della prostituzione delle
donne.
DONNA E ISLAM:
lo Chador
Silvia Loddo
e
Alessandra Monni
INTRODUZIONE
Il problema della
posizione della
donna è
fondamentale:
infatti determina
fortemente la vita
di ogni giorno, dà
veramente il tono
di una società e di
una cultura.
IL VELO ISLAMICO
• Negli ultimi
anni è
diventato
veramente il
pomo della
discordia, un
simbolo di
identità
contestato o
difeso .
Sura XXIV An-Nûr V. 31
(La Luce)
• Nel Corano è previsto un velo,
in arabo Higiab: letteralmente
"copertura", che viene tradotto
con velo e in francese talvolta
anche con "foulard”.
• <<E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro
ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare
i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai
figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro
donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi
impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi sì da
mostrare gli ornamenti che celano.>>
• l'ultima parte della citazione
accenna al divieto per le
donne di battere i piedi:
basandosi su di essa i talebani
dell'Afganistan imponevano
alle donne di camminare
senza far rumore ,forse in
riferimento all’ebraismo che
identificava le donne che
attiravano l’attenzione in
prostitute.
• Nell'ambito islamico si è
diffuso l’uso del velo perché la
donna non doveva mostrarsi
in pubblico e quando lo faceva
si doveva coprire il più
possibile.
• alcuni coprono i capelli,
• altri coprono anche il viso
(chador iraniano)
e altri ancora coprono
tutto il corpo (burqa
afgano).
legislazione italiana
Non esistono
disposizioni specifiche
sul velo islamico nella
legislazione italiana.
• L'articolo 85 del Testo unico
della legge di pubblica
sicurezza (decreto regio 18
giugno 1931, n. 773) vieta di
"comparire mascherati in
luogo pubblico" e prevede per i
trasgressori una "sanzione
amministrativa". Chi, invitato
a farsi identificare, rifiuti di
farlo, è punito con un'ulteriore
ammenda.
• L'articolo 2 della legge 8 agosto 1977, n.
533 (Disposizioni in materia di ordine
pubblico) vieta invece l'uso di caschi
protettivi, o di "qualunque altro mezzo
atto a rendere difficoltoso il
riconoscimento della persona, in luogo
pubblico o aperto al pubblico, senza
giustificato motivo". Per chi trasgredisce
è previsto l'arresto da sei a dodici mesi e
una sanzione amministrativa.
• A norma di legge, dunque, indumenti
come il burqa (velo integrale) e niqab
(velo che lascia una fessura solo per gli
occhi) non sarebbero utilizzabili, perché
non consentono l'identificazione della
persona.
• La carta d'identità. Una
circolare del ministero
dell'interno del 24 luglio 2000
(sui permessi di soggiorno),
inviata a tutti i questori e alle
prefetture d'Italia, a firma del
capo della polizia Gianni De
Gennaro, chiarisce che per il
rilascio delle carte di identità
sono permesse le fotografie col
capo coperto ma con i tratti
del viso ben visibili.
• Nel quarto capoverso, la circolare recita:
"Con circolare del 14 marzo 1995 della
Direzione generale dell'Amministrazione
civile, è stato precisato che nel caso in cui
la copertura del capo con velo, turbante
o altro sia imposta da motivi religiosi, il
turbante, il "chador" o anche il velo,
come nel caso delle religiose, sono parte
integrante degli indumenti abituali e
concorrono, nel loro insieme, a
identificare chi li indossa, naturalmente
purché mantenga il volto scoperto. Sono
quindi ammesse, anche in base alla
norma costituzionale che tutela la
libertà di culto e di religione, le
fotografie da inserire nei documenti di
identità in cui la persona è ritratta con
il capo coperto da indumenti indossati
purché, ad ogni modo, i tratti del viso
siano ben visibili".
Il velo nel cristianesimo
• L'apostolo Paolo diceva “la
chioma viene considerata un
attributo di bellezza
femminile e come tale deve
essere per modestia coperta
anche per non distrarre gli
uomini dal raccoglimento
religioso”.
• Questo uso è
stato ormai
superato anche
se in alcuni
gruppi religiosi
è un simbolo di
distinzione.
Su muccadore
• Anche nella
tradizione
sarda c’è
l’usanza, per le
donne, di
portare il velo,
con un
significato
simile a quello
islamico.
• Nel dialetto sardo il velo è
chiamato Muccadore
probabilmente in analogia
con il chador islamico: è
possibile che derivino dallo
stesso vocabolo originario,
importato dalla
colonizzazione araba in
Sardegna.
Velo da sposa
Il velo che ora
vediamo per lo
più bianco sul
capo delle spose
in origine era di
color rosso
fuoco, e
flammeum lo
chiamavano i
latini.
•I cristiani adottarono
l’uso del velo nuziale
solamente verso il terzo
o quarto secolo dell’era
volgare, poiché in odio
del flammeum pagano,
ne mutò il color rosso in
bianco.
•Durò l’uso del velo nuziale
per tutto il medioevo in
chiesa, non solo per la
sposa, ma anche per lo
sposo.
• Quattro uomini tenevano i
quattro angoli del velo
sospeso sopra le due teste
incoronate degli sposi.
Nell'antica Roma l’abito della sposa é di
colore bianco, simbolo della sua verginità,
chiusa da un nodo di Ercole che doveva
essere sciolto soltanto dallo sposo.
• Altro accessorio molto importante
era il "velo", che veniva tolto il
giorno dopo la consumazione del
matrimonio ed era di colore giallo
zafferano, a simboleggiare il fuoco
di Vesta, la dea che proteggeva il
focolare domestico.
La sposa si copriva il volto
fino alla fine della
cerimonia per evitare che
lo sposo, scorgendo il suo
reale aspetto, interrompesse
il rito nuziale.
• Il fazzoletto da testa (foulard)
ricopre diversi significati a
secondo del ruolo che la donna
interpreta: vergine, vergine madre,
filosofia.
• Nell’antichità romana si
chiamava peplum (in greco péplos
o pépla) un velo ornato di ricami
con cui si adornava la statua di
Minerva.
• Minerva era la dea della Sapienza
e indicava la filosofia.
IL RUOLO DELLA DONNA IN
OCCIDENTE: la maternità
Introduzione
La maternità, al pari della
paternità, in tutte le società pre-
moderne si presenta come un
fatto naturale, non artificiale, nel
senso che viene ad iscriversi in
un ordine dato delle cose, che
trascende la volontà del singolo.
La rivoluzione culturale
Con la rivoluzione culturale che
apre l'epoca moderna, e che si
modella principalmente
nell'Europa del XVII secolo,
anche la maternità viene
coinvolta in quel sistema di valori
in cui è centrale la lotta
ingaggiata dall'uomo con la
natura. In questo contesto, la
maternità appare come un fatto
irrazionale, di cui si tende a
perdere l'essenza in modo
proporzionale alla crescente
dinamicità della società.
La filosofia
In questo periodo, infatti, nuove linee di
pensiero si diffondono, la filosofia
razionalista conosce il momento di
massima diffusione, e tutto il vivere
quotidiano è permeato da questo nuovo
approccio alla vita. Anche la maternità,
come massima espressione della struttura
familiare tradizionale, si riveste di
significati simbolici, divenendo
l'espressione di quel comportamento
istintivo che deve essere controllato dalla
razionalità umana.
La rivoluzione industriale
Quando con la Rivoluzione
Industriale anche le donne
entrano in massa nella
produzione, la maternità si
pone, nel suo significato e nella
prassi quotidiana, come un
evento denso di difficoltà, di
rischi, di obblighi non
pienamente sentiti, insomma di
elementi non razionalizzabili e
in qualche modo sempre più
problematici per la vita della
donna che si fa carico di tante
incombenze al di fuori della
famiglia.
Fine della famiglia patriarcale
Infatti , il modello della
famiglia patriarcale,
comincia lentamente a
perdere terreno,
soppiantato da gruppi
famigliari, costituiti solo i
genitori e i figli (famiglie
nucleari). La motivazione
principale di questo
cambiamento,
verificatosi soprattutto
negli agglomerati urbani,
è la nuova struttura
dell'economia.
La vita di città
Se nelle campagne infatti, il
possedimento di terreni e animali
costituiva la certezza di sopravvivenza
per l'intera famiglia, che doveva proprio
al suo essere numerosa la possibilità di
migliorare la produzione agricola, nelle
città il lavoro nelle fabbriche, aveva
determinato un nuovo assetto familiare,
in cui anche la donna, faceva parte della
catena produttiva al di fuori delle mura
domestiche, ciò comportava,
ovviamente, la rinuncia ad una famiglia
numerosa, che risultava molto difficile da
mantenere.
2
Questa è sicuramente una delle cause
del sempre maggior controllo delle
nascite (di chiara matrice protestante),
operata soprattutto nei Paesi
anglosassoni. Non a caso i movimenti di
emancipazione della donna, che
nascono con la Rivoluzione Francese,
ma si affermano a partire dalla metà
dell'800 nelle aree industrialmente più
avanzate (in particolare nel Regno
Unito), traggono da queste determinanti
storiche le loro giustificazioni.
Dopo gli anni '60, la maternità non viene attaccata,
soltanto in seguito a considerazioni umanitarie sullo
sfruttamento della donna nella fabbrica, o come
conseguenza dell'instaurarsi della mentalità moderna di
stampo razionalistico che vedeva nei legami familiari di
tipo tradizionale un ostacolo, infatti, è proprio quando
comincia ad affermarsi l'ideologia del benessere, tipica
conseguenza del boom economico, quando lo scopo
generalizzato diviene l'autorealizzazione individualistica,
che la maternità diviene - a livello di sistema il più grosso
ostacolo al raggiungimento del welfare state, quasi
un'esclusiva funzione da regolare, da pianificare in accordo
con le risorse materiali disponibili.
Esistono nella società moderna, è bene
ricordarlo, delle contraddizioni:
da un lato, la maternità è vista come un
fatto correlato alla natura stessa della
donna, come un valore altamente positivo
che ogni società le ha da sempre
assegnato;
dall'altro, la maternità è vista come un
momento di sofferenza, in un certo modo
non più sostenibile, di subordinazione
della donna alla famiglia.
In ogni caso, i sentimenti con cui è vissuta la maternità, variano
notevolmente, a seconda della classe sociale. In particolare, in Italia, ci
troviamo di fronte a due tipi differenti di culture ancora distanti e separate
fra loro, che rispecchiano le contraddizioni di cui sopra.
Da una parte, abbiamo l'articolato
mondo delle famiglie borghesi,
dove il progressivo controllo delle
nascite viene operato in base al
principio del calcolo dei costi, e in
modo funzionale alla dinamica
professionale; i figli sono generati
per perpetuare l'orgoglio del buon
nome della famiglia e in stretto
rapporto con le elevate aspirazioni
del loro successo sociale,
normalmente ricercato attraverso
la scuola.
Dall'altra, troviamo il non meno
complesso mondo delle famiglie
popolari, dove la maternità è ancora
vissuta con sentimenti altamente
positivi, molto spesso il figlio è il
depositario della volontà di riscatto
della famiglia, e rappresenta la
possibilità di elevarsi ad un livello
sociale superiore. Potremmo dire,
quindi, che la famiglia popolare è
più legata al bisogno di figli di
quanto non lo sia la famiglia di
classe medio-alta.
3
Atteggiamenti e valori della donna italiana nei confronti della
maternità:
A questo punto, è d'obbligo chiedersi come la donna italiana viva la sua
maternità.
La società italiana è ben nota per essere altamente familistica e per essere
stata caratterizzata, fino ai nostri giorni, da quello che molti sociologi hanno
chiamato il "complesso della Grande Madre", già presente nella cultura
etrusca, e prevalente nella cultura matriarcale degli italici, prima che
sparisse a causa dei conquistatori romani del VII secolo a. C.
La personalità dell'italiano, sembra quindi storicamente legata al
"mammismo", ad una relazione di dipendenza privilegiata con la figura
materna, simbolo di protezione e sicurezza. In effetti, nella cultura
tradizionale, la maternità è vissuta dalla donna italiana come
un'affermazione di tutta la propria femminilità, il momento a partire dal quale
ella può acquistare in famiglia un ruolo non secondario riconosciuto dal
maschio.
In questo contesto, però,
non dobbiamo dimenticare
un aspetto importantissimo
dell'essere madre nella
nostra società, che ha
contribuito alla diminuzione
dei tassi di natalità e che è
fra i primi responsabili del
nuovo assetto della famiglia
italiana: l'affermazione delle
donne nel campo del lavoro.
La maternità, infatti, intesa come il periodo concesso
dalle aziende alle future mamme, che si protrae di
solito dal settimo mese di gravidanza al terzo mese
dopo il parto, è una conquista ottenuta in tempi
recenti (legge n° 1204 del 1971 e legge n° 53 del
2000) ed è esigibile, solo in condizioni lavorative
regolari, infatti, tutto il mondo sotterraneo del lavoro
nero, ne è ovviamente escluso.
Ci sono casi in cui anche in
una situazione di assunzione
regolare, si impone alla
dipendente, pena il
licenziamento, di non
usufruire di tale
agevolazione, e nonostante
le aziende si professino a
parole a favore delle donne
nel loro organico, molte volte,
evitano di assumere donne,
che andando in maternità
arrecano un "danno"
economico all'azienda, che è
costretta per quel periodo a
pagare uno stipendio a
"vuoto", quando non deve
anche prendere qualcuno che
sostituisca la persona in
questione.
L’INFIBULAZIONE
Alina
Micaela
Claudia
Gibuti 98%
Somalia 98%
Eritrea 90%
Etiopia 90%
Sierra Leone 90%
Sudan 89%
Egitto 50%
• 130 milioni: Le donne mutilate
sessualmente nel mondo.
• 2,2 milioni: Le donne che ogni anno sono
mutilate in 28 paesi del Medio Oriente e
dell'Africa.
• 6.000 Le infibulazioni compiute ogni
giorno su ragazzine fra i 4 ed i 12 anni.
• 40.000 Le donne infibulate che vivono in
Italia.
• 6.000 Le bambine che rischiano di essere
operate in Italia.
L’infibulazione in Italia
La legge italiana:Non esiste finora
nella nostra legislazione una
norma esplicita che vieti le
barbarie della mutilazione
sessuale femminile.
Nei rari casi in cui vengono sporte
denunce, si applicano gli articoli
582 e 583 del codice penale,
relativi alle lesioni personali.
.. Il termine infibulazione deriva dal latino
“fibula”,una spilla utilizzata per agganciare
la toga romana. La fibula era usata per
prevenire i rapporti sessuali tra gli schiavi,
fissata tra le grandi labbra delle donne e il
prepuzio degli uomini. In questo modo era
assicurata la fedeltà delle schiave ai loro
padroni.
L’infibulazione è la pratica più
atroce di mutilazione genitale,
comporta l’asportazione del
clitoride, delle piccole labbra e
delle grandi labbra.
La “Cerimonia” è fatta da sole donne e il
taglio dei genitali è compiuto da una donna
anziana, di solito unica nel villaggio, spesso
una levatrice o un’esperta del mondo
dell’occulto. Di solito queste “esperte”
chiedono per le loro mutilazioni molti soldi, e
le famiglie povere sono costrette a indebitarsi,
perché per loro avere una figlia con i genitali
integri è una condanna all’esilio dalla società.
La bambina è tenuta con le gambe divaricate
e immobile da altre donne tra cui la stessa
madre. Il taglio è fatto senza nessuna
precauzione anestetica o disinfettante,
l’incisione è compiuta con una lama di un
coltello, un paio di forbici, un pezzo di
vetro affilato o una scheggia di metallo. Le
gravi ferite sono suturate a seconda della
tradizione con fili di seta o spine di acacia.
Per cicatrizzare le ferite si usano delle
sostanze naturali come il tuorlo d’uovo,
succo di limone, miscugli di erbe o delle
ceneri che provocano delle infezioni anche
mortali.
Finita l’incisione e la cucitura i genitali
appaiono come quelli delle bambole di
plastica.
Inesistenti.
Le gambe vengono legate e
immobilizzate per alcune settimane per
permettere alla ferita di guarire. La
cosa più atroce per le “neo donne” è
fare pipì. Il bruciore dell’urina sulla
ferita è terrificante.
Se la povera creatura sopravvive alle
infezioni e al dissanguamento è
considerata “sessualmente pura”. In
questo modo la ragazzina non avrà
desiderio sessuale e sarà scucita soltanto
una volta sposata e il dolore invece del
piacere della sua notte di nozze le
ricorderà per l’ennesima volta che prezzo
sta pagando per essere donna.
Con la colonizzazione europea e
l’arrivo della civiltà in alcuni paesi
come l’Eritrea e l’Egitto la pratica
dell’infibulazione è stata bandita e
sono nati i primi movimenti per
sostenere i diritti delle donne
• In Africa gli stessi uomini di potere stanno
attuando delle campagne anti-infibulazione
dichiarando che loro non hanno permesso che le
loro figlie venissero sottoposte a tale rito
barbarico, sperando fare esempio al popolo e di
eliminare piano piano questa terribile tradizione
sanguinaria.
• La strada per la liberazione da questa pratica è
ancora lunga soprattutto perché le stesse ragazze
decidono di loro spontanea volontà di essere
sottoposte alla mutilazione.
L’aspetto più raccapricciante di questa pratica
è accorgersi di come col tempo si sia radicata
a tal punto da diventare non solo una violenza
fisica ma psicologica, in quanto considerata
dalle stesse donne necessaria per vivere ed
essere accettate in società.Tante bambine in
Africa vedendo le loro sorelle maggiori già
sposate e già diventate donne senza la loro
parte di “peccato” decidono in preda alla
disperazione per la loro diversità di operarsi
da sole. Molte odiano quella loro parte così
tabù tanto da reciderla da sole con mezzi di
fortuna
Vanessa
Melissa
Silvia
Stefania
Il numero delle donne immigrate
estere è in continua crescita.
Cause:
• 1. Risposta al tipo di offerta di lavoro inevaso in
Italia: come collaboratrice domestica fissa (di solito
per l’assistenza di anziani autosufficienti, lavori di
casa, baby sitter), oppure nel terziario o in
agricoltura.
• 2. Ricongiungimenti familiari: 45.537 nel solo 1998,
circa il doppio dell’anno precedente, oltre alla
sanatoria in atto.
• 3. Progetto familiare di integrazione degli immigrati.
Cresce infatti il numero dei minori presenti (181.597
a fine 1998) e dei figli nati in Italia (su 100 minori
presenti, 58 sono nati in Italia negli ultimi 6 anni).
• Sul fenomeno migratorio femminile
si è innescato dal 1989 ad oggi il
flusso parallelo di donne africane,
dell’est europeo ed in misura minore
dell’America Latina, costrette alla
prostituzione forzata.
• La prostituzione non nasce dal disagio
migratorio, ma da un preciso progetto
criminale
• che utilizza tutti i mezzi per sostituire
nei locali pubblici e notturni, negli
alberghi e soprattutto nella strada la
prostituta italiana che non accetta il
rischio portato dall’AIDS e le condizioni
di vita imposte.
•la povertà
• la miseria
•le guerre
• migliaia di persone ad affidarsi ai
trafficanti internazionali che li
sfrutteranno nei
• mercati del sesso
• e/o del lavoro nero;
La società nel suo insieme è
responsabile di questo fenomeno;
sono responsabili:
i clienti
che con la loro richiesta stimolano un
mercato sempre più vario e diversificato
anche nella qualità dell’offerta;
c’è infine la responsabilità di:
un sistema consumistico che propone
modelli e stili di vita che inducono a
cercare percorsi che sembrano
“facili” per raggiungere posizioni
economiche e sociali di autentico o
falso benessere.
Le donne che giungono in
Italia sono:
• 1. Donne molto giovani
• 2. Donne picchiate, maltrattate dalle
mamane perché non guadagnano
abbastanza
• 3. Senza permesso di soggiorno
• E’ molto difficile per queste donne
uscire dal giro della prostituzione,
soprattutto se non hanno pagato il
debito, perché le famiglie in Nigeria
sono in pericolo ed anche le donne
stesse possono essere uccise.
• Non solo:
• sono molto condizionate dal rito
woodoo al quale vengono sottoposte;
• è come un patto di sangue e hanno la
convinzione che la loro vita è nelle mani
della mamane e se non pagano
muoiono.
Che cosa proponiamo
Dobbiamo:
• lavorare per abbattere i pregiudizi, far
conoscere che il mercato del sesso
immigrato è in gran parte schiavo.
• far riflettere i nostri cittadini quanto sia
diverso e umiliante comprare il sesso
schiavo
• impegnarci in riflessioni ed azioni
liberanti.
ELENA E SARA
Donne:politica e lavoro
Donne:politica e lavoro
Secondo il Bureau International Du Travail l'Africa
Subsahariana è una delle regioni del mondo in cui le donne,
di tutte le età, lavorano di più.
La minoranza che ha conquistato, spesso a caro prezzo, la
propria autonomia non può nascondere la situazione di
precarietà e di dipendenza dell'immensa maggioranza delle
africane né il fossato che separa il loro reale ruolo economico
dal loro potere sociale e politico.
Diciassette ore al giorno, è l'orario di lavoro di una donna
africana.
Malgrado i progressi compiuti,
sono relativamente poche le
donne riuscite a sfondare il
« tetto di cristallo » che impedisce
il loro accesso verso le
responsabilità di alta
dirigenza.Nei 192 paesi nel mondo,
solo 12 donne sono capi di Stato
Un po’ di dati….
• Oltre il 40% della forza lavoro mondiale è
oggi costituito di donne.
• Circa il 70% delle donne nei paesi
sviluppati e il 60% nei paesi in via di
sviluppo svolgono un lavoro retribuito.
Lavoro retribuito:
• Le donne dedicano al • Africa 58 %
lavoro retribuito dal
• Asia 64%
50% al 70% del
tempo che vi • America Latina 46%
dedicano gli uomini, • Europa 69%
mentre dedicano al
lavoro non retribuito • America del Nord
oltre il doppio del 73%
tempo che vi • Mondo Arabo 35%
dedicano gli uomini.
MANI ANONIME...
• In linea generale le donne rappresentano l'80%
della forza lavoro utilizzata nella produzione
alimentare. Sono le mille e una piccola mano che
alimentano il continente. Mani anonime, a lungo
dimenticate dalle statistiche e dai piani di sviluppo.
Mani invisibili, prive di retribuzione, senza diritto
alla terra, alla proprietà, al credito, all'eredità.
Sfruttate a piacimento su terre che non gli
appartengono e che, in caso di divorzio o di morte
del marito, gli saranno subito tolte dalla famiglia
acquisita.
Le donne immigrate e
non,
spesso per
sopravvivere, sono
costrette a svolgere
lavori umili e poco
dignitosi :
LA PROSTITUZIONE
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