IL SENSO DELLA VITA

Document Sample
IL SENSO DELLA VITA Powered By Docstoc
					                     IL SENSO DELLA VITA
                                         (Pedron Lino)



                                                                                            titoli

IL SENSO DELLA VITA

A tutti si impone una pausa di riflessione, in nome della nostra dignità di uomini. Vecchi e
nuovi interrogativi c’incalzano, in attesa di una risposta.

Alcuni sono di carattere metafisico-religioso, altri di ordine storico, anzi cronachistico.
Dove ci trascina il tempo? Siamo suoi prigionieri o possiamo sottrarci alla sua tirannia? Le
nostre azioni hanno un riflesso nell’eternità o si perdono nel rovinio delle cose? Quale
eredità ci hanno lasciato gli anni che ormai sono passati? Siamo cresciuti in umanità
oppure siamo regrediti verso la foresta o la barbarie?

Di fronte a questi interrogativi taluni - pensiamo in particolare ma non solo, ad alcuni di
coloro che si dichiarano non credenti - non possono sfuggire a un sentimento di angoscia.
Come lo potrebbero se sono dominati dall’idea che tutto è illusione e apparenza, che
l’esistenza si snoda in un circolo senza una meta finale, che la fatalità è la legge della
storia? Il grigiore dell’eterno ritorno proclamato dai moderni profeti della "morte di Dio"
sbarra il sentiero a ogni speranza di evoluzione verso il meglio e offre il più disperato
concetto del destino dell’uomo e del mondo. Chiusi nell’opprimente monotonia di cicli
senza fine - che Massimo il Confessore chiamava "immortalizzazione della morte" (PG 91,
439) - saremmo condannati a trascinare sulle spalle un’esistenza morta.

In realtà, la vita presente è già una morte, dal momento che è una vita votata alla morte,
come lucidamente ha ripetuto Heidegger. Quanto noi chiamiamo morte "non è che la
continuazione di questa vita morta, in uno stato più avanzato di decomposizione. Ma tra
l’uno e l’altro non c’è differenza di ordine. Perciò tutte le speranze umane che vertono solo
sul prolungamento di questa vita, ci lasciano imprigionati nella morte".

Se si tratta della speranza che la scienza arrivi a prolungare la vita presente, sarà solo il
prolungamento di una vita che è una morte. E questa prospettiva suscita un’inesplorabile
noia. I Padri della Chiesa l’avevano ben capito, essi che vedevano nella morte
un’invenzione dell’amore di Dio per impedire l’immortalarsi della morte. E Simone de
Beauvoir ritrova questa intuizione quando ci descrive in "Tous les hommes sont mortels",
"la noia generata dalla ripetizione dell’esistenza biologica in un uomo che sia riuscito a
sottrarsi alla morte" (J. Danièlou, Il mistero della vita e della morte, in "Lo scandalo della
verità", Marietti, Torino 1964, 101- 102). Prigionieri della morte, sappiamo che anche
nessuna forza o intelligenza umana può riscattarci da essa. Che cosa fare? Quale
atteggiamento assumere?

Molti credono di poter dimenticare la disperazione abbandonandosi alla frenesia del
piacere. Pascal ha analizzato a fondo questa frenesia ed è approdato alla teoria del
divertissement. "Divertirsi" significa distogliere l’attenzione da una realtà, distrarsi,
stordirsi. Perché?
Perché la nostra condizione è così "debole, mortale e così miserabile che nulla ci può
consolare quando la consideriamo seriamente" (Pensieri, 139).

"Noi non cerchiamo il godimento tranquillo e pacifico che ci lascia pensare alla nostra
infelice condizione..., ma il trambusto che ci distoglie dal pensarci e ci diverte" (ivi). "Per
questo gli uomini amano tanto il rumore e lo spostarsi da un posto all’altro; per questo la
prigione è un supplizio orribile; per questo il piacere della solitudine è una cosa
incomprensibile" (ivi).

"Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di
non pensarci per rendersi felici" (Pensieri, 168).

Le intuizioni pascaliane sono quanto mai attuali. Il "divertimento" è tra gli idoli più venerati
del nostro tempo. Divertirsi per non pensare, per non lasciarsi intrappolare dai gravi
problemi della vita, per sfuggire alla serietà della condizione umana. Alcuni giovani liceali
si lamentavano col loro professore di religione perché li costringeva a "riflettere"; la
religione a volte è rifiutata perché con le sue verità disturba la nostra spensieratezza; la
musica più è "gridata" e più piace; le discoteche minacciano di diventare i nuovi luoghi di
culto; il pensiero di come trascorrere le vacanze o il sabato sera spesso si trasforma in
ossessione. È affrontare il senso della vita e della morte questo stordirsi? Si elimina un
problema solo perché si cerca di dimenticarlo o di accantonarlo? Il "divertimento" è la
confessione di una sconfitta.

Gli stoici e gli esistenzialisti credono di poter raggiungere una condizione di vita nella
quale l’angoscia sia superata assumendo un atteggiamento "virile": accettare il naufragio,
guardare in faccia la morte e non subirla ma sfidarla, anche se si è sicuri di soccombere.
Non è la morte che mi afferra e mi distrugge - essi dicono -, sono io che mi consegno ad
essa, senza piangere o imprecare, magari sputandole addosso. È l’atteggiamento degli
eroi di Andrè Malraux che, dinanzi all’assurdo, proclamano la "fraternità virile,
l’organizzazione dell’Apocalisse", la "trasformazione del destino in coscienza", la
proclamazione dell’arte come "anti-destino". Le parole sono belle, ma l’assurdo resta,
intatto. Il protagonista di "Le nevi del Chilimangiaro" di Hemingway, Harry, quando avverte
i passi della morte, l’apostrofa:" Puzzolente e bastarda". Anche un noto cantante dei nostri
giorni ha fatto incidere sulla sua tomba: "Vita sei bella. Morte sei schifosa". Un
atteggiamento patetico, che non toglie nulla alla tragicità del destino umano, quando esso
non è illuminato dalla luce di Dio.

È superfluo ricordare altri tentativi di evasione dal dominio della morte, tutti, più o meno,
vani e insoddisfacenti. In realtà, gli uomini possono liberare se stessi da molte schiavitù e
situazioni indegne, grazie al loro ingegno e al loro impegno civile, ma nulla possono fare
contro la schiavitù essenziale, quella della morte. Soltanto l’irruzione di Dio nella storia può
rompere il dominio della morte. È quanto è accaduto con l’incarnazione del Figlio di Dio.
Disceso nell’abisso della morte, il Verbo di Dio ne ha distrutto il potere, distruggendo il
male nella sua misteriosa radice, in virtù della sua risurrezione. In lui lo Spirito datore di
vita ha toccato il cadavere che giaceva inerme per restituirgli la vita. Da allora - dal giorno
di Pasqua - l’umanità è investita dalla forza vivificante, che dal corpo risuscitato di Cristo si
propaga all’umanità conferendole lo stesso destino del Risuscitato.

"Dio è venuto: è qui. E perciò tutto è diverso da come lo intendiamo noi. Il tempo dal flusso
inesorabile è trasfigurato in un accadere che conduce, senza frastuono, ma con ferma,
rettilinea e univoca direzione verso una meta del tutto determinata, una meta in cui
saremo, noi e il mondo, davanti al volto svelato di Dio" (K. Rahner).

Col Natale tutto assume una nuova dimensione e un nuovo significato. Il divenire non ci si
presenta più come una serie circolare di generazioni e di corruzioni. "Circuitus illi jam
explosi sunt" (S. Agostino, De Civitate Dei, PL 41, 371), il ciclo infernale si è infranto; è il
grido di trionfo del cristiano a cui si è rivelato il Dio salvatore. La storia non gira a vuoto: ha
una meta. L’esistenza non è una mera successione di eventi privi di senso e di valore: ha
un termine a cui tendere. L’uomo non è un fenomeno del caso, in balia del destino o
dell’assurdo; è persona creata da Dio a sua immagine, dunque libera di costruirsi e
determinarsi. La nostalgia di liberazione - dalla caducità e dal male - è la voce di una
speranza che non viene meno; la morte non è più il leopardiano "abisso orrido, immenso
ov’ei (l’uomo) precipitando, il tutto oblia", ma il balzo - certamente doloroso e drammatico -
nel mistero di Dio, che non è il Dio dei morti, ma dei vivi, perché tutti vivono per lui (Lc 20,
38) Poiché c’è un porto per l’uomo e per la storia.

Come Dio, dopo la creazione, il settimo giorno si è riposato, così il mondo dopo aver
terminato la sua corsa, si riposerà in Dio. Allora "il tempo non esisterà più" (Ap 10, 6).
Tutte le cose saranno rinnovate: ci saranno "nuovi cieli e una terra nuova" (2Pt 3, 13). La
risurrezione che sigillerà il passaggio dal tempo all’eternità, sarà la trasfigurazione
definitiva del cosmo. "Una nuova terra sarà creata per contenere i corpi rinnovati, cioè la
natura della nostra terra sarà trasformata, passerà ad uno stato spirituale, libero ormai da
ogni cambiamento" (Isidoro di Siviglia, De ordine creaturarum PL 83, 943).

Alla cruciale domanda: l’esistenza è dominata dall’assurdo o dalla ragione? Il cristiano
risponde proponendo un terzo elemento: è dominata dal "mistero". Il mistero dell’amore di
Dio che in Cristo si fa storia per trasformarla in sentiero che porta a lui. Quando diciamo:
"Dio si è incarnato", proclamiamo una verità sconvolgente (un "mistero" appunto): Dio ama
tanto l’uomo che è venuto a condividerne la condizione di pellegrino. Facendosi solidale
con noi, Dio ci rivela che non dobbiamo più cercarlo nelle infinità del cielo, dove il nostro
spirito si smarrisce, ma sulle nostre stesse strade, polverose e sporche che siano, nella
monotonia dei nostri giorni, nel nostro faticoso procedere, nel nostro impenitente invocare
l’amore e la felicità. Tutto è vivificato dalla sua presenza, nulla di quanto può esserci
nocivo o benefico gli è estraneo o indifferente. Assumendo le nostre notti e le nostre
sofferenze, le ha rese luminose e santificanti. Il pessimismo nichilista di tutti i tempi canta:
"Noi tutti che viviamo altro non siamo che una vana immagine o una vuota ombra"
(Sofocle, Aiace, 125, 126); "La vita non è che un’ombra che cammina; un commediante
misero che avanza e si agita sulla scena, e più non se ne parla" (Shakespeare, Macbeth,
V°, 5); "Tutto va sotto terra e tientra nel gioco della natura: i nostri cadaveri serviranno da
concime per i legumi dei nostri nipotini" (P. Valèry, Il cimitero marino, Einaudi, Torino
1978, 61); "Atomo irrisorio, sperduto nel cosmo inerte e sconfinato, l’uomo sa che la sua
febbrile attività è soltanto un piccolo fenomeno locale, effimero, senza significato e senza
scopo. Sa che i suoi valori valgono soltanto per lui e che, dal punto di vista siderale, la
caduta di un impero o la rovina di un ideale equivalgono alla distruzione di un formicaio
sotto il piede di un passante distratto" (J. Rostand, L’Homme, Paris 1962, 173).

Tutta questa desolata sequenza di morte si dissolve nella luce della Rivelazione che
proclama la realtà dell’uomo, il senso dell’esistenza, la libertà e la dignità umana, il valore
delle nostre azioni.
Dunque non ha senso il suicidio, né lo stordirsi e divertirsi per non pensare e dimenticare.
Soltanto Gesù Cristo, morto e risuscitato trasforma lo scandalo della sofferenza e della
morte in "mistero": il mistero di Dio che si fa uomo come noi, per assumere tutto ciò che è
nostro - tempo, sofferenza, speranze, morte - e trasformarlo in sacramento di salvezza. Le
lacrime di chi piange sono le lacrime di Gesù Cristo, la morte di chi muore è la morte di
Cristo, l’impegno per una vita più umana è un’associarsi all’opera di Cristo per la
redenzione dell’uomo.

Con l’incarnazione si opera una trans-mutazione del senso della sofferenza, anzi della vita
intera.

Ora la sofferenza è il volto del Crocifisso, il tempo e la vita sono l’attesa di Dio che
mendica il nostro amore.

L’interrogativo: dove ci trascina il tempo? Ha una risposta precisa: ci trascina all’eternità, a
Dio che ci ha creati perché lo possedessimo in pienezza di gioia e di vita. In Cristo
costituito ponte tra il cielo e la terra, la tristezza pagana - spesso camuffata da orgia
edonistica - è assorbita in un traguardo di felicità, e i sogni antichi e moderni di
metamorfosi e di divinizzazione si trasformano in realtà.

Per questi motivi Gesù "è al vertice delle aspirazioni umane, è al termine delle nostre
speranze e delle nostre preghiere, è il punto focale dei desideri della storia e della civiltà"
(Paolo VI, 3 febbraio 1965).

Nelle ideologie che dominano il mondo moderno e che riducono l’uomo a puro fenomeno,
a macchina produttrice e consumatrice, a cultore del corpo, a idolatra dell’eros, l’essere
umano viene frustrato e tradito nelle sue aspirazioni più profonde. Per fortuna l’uomo è più
grande delle sue miserie e riesce a ritrovare la sua grandezza dopo le varie ubriacature.
Ma con quanta pena per il tempo perduto, le umiliazioni subite e per il fango di cui si è
appesantito. Al traguardo di ogni sentiero sbagliato c’è lui, Cristo, col suo dono di verità e
di vita. Il Natale è la festa dell’incontro dell’uomo smarrito col Dio incarnato che non può
permettere che la sua creatura, con la quale si è fatto solidale, resti smarrita, umiliata,
sporca. Neanche la Chiesa - che pure tra molte contraddizioni e infedeltà dei suoi uomini,
prolunga Cristo nel tempo - può permetterlo. Da ciò le deriva l’obbligo sia di annunciare la
buona notizia di Gesù, sia di ripetere a tutti coloro che hanno nelle loro mani il destino dei
popoli e delle nazioni che l’esclusione di Cristo dalla storia è un atto contro l’uomo. Cristo
è necessario all’uomo come l’acqua al pesce: per vivere e per conoscersi. "Non si può
comprendere l’uomo fino in fondo senza Cristo. O piuttosto l’uomo non è capace di
comprendere se stesso fino in fondo senza Cristo. Non può capire né chi è, né qual è la
sua vera dignità, né quale sia la sua vocazione, né il destino finale. Non può capire tutto
ciò senza il Cristo. E perciò non si può escludere Cristo dalla storia dell’uomo in qualsiasi
parte del globo, e su qualsiasi latitudine o longitudine geografica. L’esclusione di Cristo
dalla storia dell’uomo è un atto contro l’uomo... La storia di ogni uomo si svolge in Gesù
Cristo. In lui diventa storia della salvezza" (Giovanni Paolo II, Omelia a Varsavia, 2 giugno
1979).

                                               ^

				
DOCUMENT INFO
Shared By:
Categories:
Tags:
Stats:
views:12
posted:6/7/2012
language:Italian
pages:4