Famiglia e societ� oggi by 76A3OY

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									                    Famiglia e società oggi



1. Pastorale e “riscoperta della famiglia”

   La spontanea e antica alleanza tra la parrocchia e la famiglia
è sollecitata e rimessa in discussione dai cambiamenti epocali
di cui siamo testimoni. Proprio nel momento in cui
l’istituzione familiare si trova ad essere indebolita e messa in
discussione in quelle che sembravano le sue evidenze
antropologiche ed etiche, siamo portati a riscoprire le cose di
fondo di cui la famiglia è custode per l’intera avventura umana
e, insieme, l’urgenza di una rinnovata proposta del vangelo
cristiano sulla famiglia. E’ su questo sfondo che anche l’umile
opera pastorale delle nostre parrocchie a favore della famiglia
è chiamata a rinnovarsi.
   La famiglia è per l’uomo il luogo delle forme primarie delle
relazioni umane: quelle tra uomo e donna e tra genitori e figli.
In queste         relazioni ed esperienze primarie si danno i
significati e i legami fondamentali e si fanno gli apprendimenti
decisivi: la differenza fondatrice di ogni alleanza e la
promessa che dischiude la vita alla speranza. Queste
esperienze fondatrici di un senso buono della vita e di un
legame fiducioso con l’avventura umana comune, che hanno
la loro radice nei legami familiari, dovrebbero poi essere
confermate dalla cultura e dai processi di socializzazione. In
realtà la nostra cultura, per le sue caratteristiche di funzionalità
e complessità dei rapporti e di esaltazione dell’individuo,
nasconde e rende fragili quelle evidenze antropologiche ed
etiche. E’ una cultura che indebolisce i legami e la durata,
infragilisce l’istituzione e la forza del gruppo e affida la
solidità della famiglia quasi esclusivamente al desiderio di
felicità del singolo e al suo sentimento.
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   E’ come se le persone, che continuano a fare in qualche
modo quelle esperienze fondamentali fondate nelle relazioni
primarie della famiglia, si trovassero poi smarrite come
individui in una società complessa che si interessa solo
dell’organizzazione funzionale e quasi burocratica dei rapporti
sociali e dei diritti individuali, ma non si prende cura degli
aspetti antropologici ed etici che stanno alla base del costume
e dell’istituzione famigliare. Questa separazione tra il pubblico
e il privato oltre a infragilire l’individuo e la sua esperienza
morale rende difficile alla società la regolazione giuridica di
tanti aspetti della vita matrimoniale e familiare che essa è
chiamata a decidere senza potersi basare su un ethos e su una
cultura condivisi.

   La famiglia è chiamata oggi a compiti non facili in questa
società in continua evoluzione, dove i cambiamenti sociali
seguono il mutare della tecnica, le sue applicazioni, dove
l’introduzione       di    certi     strumenti     (informatica,
telecomunicazioni, internet) costringe a ridefinire gli stili di
vita lavorativi, il tempo libero, i consumi, le relazioni. E’ il
tempo della “velocità” dove le persone accelerano i loro ritmi
sempre alla ricerca di attività che li facciano sentire vive,
protagoniste, un tempo da non perdere, prezioso sì, ma
finalizzato al fare e al produrre, dove le relazioni sono intese
strumentali a questo progetto. Che questi ritmi coinvolgano le
relazioni familiari è diventato ormai una costante: basti
pensare al tempo delle relazioni nella coppia o con i figli,
parenti, amici.
   Una società “liquida”, in cui le relazioni si fanno sempre
più fragili, le diverse forme del sociale, tra questi anche la
famiglia, si frammentano, si scompongono, si trasformano in
continuazione. Società in cui le forme del consumo hanno
contaminato profondamente le stesse relazioni, dove gli
oggetti hanno sostituito il piacere dell’incontro, la vicinanza
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con l’altro. Un mondo in cui tutto appare e si spende
attraverso i mass media. I sentimenti vivono il tempo di una
farfalla, le emozioni effimere trovano legittimità solo se sono
forti, se inebriano, se “sballano”. Uomini e donne che
viaggiano con bagaglio leggero, sempre pronti a cogliere al
meglio le occasioni che possono dare la felicità; sempre pronti
a disfarsi dei vincoli di qualsiasi genere.
  Che quanto accada trovi, anche nel               processo della
globalizzazione, una sua spiegazione, appare probabile.
Questo fenomeno ha rimesso in discussione gli stili di vita del
nostro sistema sociale. Con forza abbiamo dovuto prendere
coscienza che alcuni temi del vivere non possono essere
affrontati più in termini localistici ed intimistici. Si tratta di
una rivoluzione che investe tutti i campi del sociale, da quello
economico, forse quello più evidente, insieme all’ accoglienza
di cittadini provenienti dai paesi più poveri, a quello politico,
del lavoro, dei diritti, dell’ecologia, della pace. In queste
trasformazioni e cambiamenti, la forma “famiglia” non poteva
che essere oggetto di rivisitazioni nelle relazioni. L’aumento
di separazioni e divorzi nel nostro paese, ne è la dimostrazione
più significativa. Un fenomeno emergente, in parte previsto,
come da esperienze di altri paesi del Nord America e
d’Europa.
   Il sistema famiglia, in questi anni, cerca di andare al riparo,
di reggere ad una cultura che la vuole in crisi, in via di
estinzione: forma superata, chiusa, non adeguata al nuovo
millennio. È proprio in questo scenario che la coppia
coniugale e genitoriale, si trova a vivere ruoli e compiti
difficili. Consapevoli, sempre più spesso, di non essere in
grado di continuare nell’impegno preso con il partner e con i
figli, chiedono un aiuto alle istituzioni, la cui risposta sovente
è balbettante o assente.



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  Soprattutto tra i diversi cambiamenti che vengono
chiesti alla famiglia, quello educativo resta il più
importante. I genitori, con fatica, cercano quotidianamente di
rispondere alle esigenze che i figli esprimono e sollecitano.
Compito che si prefigura spesso come una sfida per la coppia
dei genitori. Occorre riconoscere che il processo educativo
non sia esclusivo della sola famiglia, ma che la scuola, gli
oratori, le parrocchie, e tutti gli spazi della cultura e della
socialità debbano, in sinergia, contribuire alla formazione
della cittadinanza. È pur vero che ciò è possibile solo se c’è
un’alleanza tra i diversi attori e primariamente tra gli stessi
genitori. La coppia dei genitori necessita di una condivisione
progettuale alta, di accordi e stili relazionali condivisi, di
strategie e riferimenti forti, che attraverso l’esempio e la
testimonianza possono mettere in scena con i propri figli.

  La famiglia inserita in una rete sociale, deve fare i conti con
cambiamenti epocali:

  - nuzialità e démariage: dall’ultima ricerca dello IARD sui
giovani appare che famiglia e amore sono decisamente al
vertice della scala valoriale giovanile, ma ciò non comporta
una reale ricaduta matrimonial-familiare; si viene a
configurare come la società del démariage in cui cioè il
matrimonio non è più la scelta tipica dell’età adulta, ma solo
una possibile scelta di vita: “Si riscontra - dice l’indagine - una
forte resistenza a instaurare relazioni stabili, sancite o meno da
vincolo matrimoniale: anche a molti di coloro che hanno
superato i trent’anni sposarsi, come del resto convivere,
appare una decisione difficile e troppo impegnativa, troppo
prematura per gli oneri e le rinunce che comporta: in termini
di libertà individuale, di opportunità di soddisfare i propri
interessi e di perseguire prospettive di realizzazione
personale”. Rimane da chiedersi se, come succede in diversi
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Paesi, specie nordeuropei, la denuzialità non rispecchi
l’aumento delle convivenze more uxorio e dei giovani che
vivono soli. Le convivenze sono ormai assai diffuse: sono,
dice l’ISTAT, tre milioni gli italiani che le hanno
sperimentate, il 6% della popolazione con più di 15 anni.
Tuttavia, il più delle volte, a differenza del Nord Europa, sono
semplicemente l’anticamera del matrimonio. Al Centro-Nord
del Paese sono ormai quasi un quinto i matrimoni preceduti da
queste “prove tecniche di coniugio”;

   - denatalità tra famiglia e demografia: l’Italia un Paese-
laboratorio dal punto di vista della natalità, che denota una
insicurezza e una relativizzazione profonda della genitorialità;
   - instabilità coniugale: impetuoso incremento del numero
di separazioni e divorzi. E se la durata media del matrimonio
- in caso di separazione - è di 13 anni, il picco delle
separazioni è al quarto anno di matrimonio. Per M. Barbagli
occorre tener conto di tre variabili: la trasmissione
“ereditaria” dell’instabilità coniugale, dato che i figli di
divorziati tendono a divorziare di più; la sempre minore tenuta
offerta dai valori etico-religiosi circa l’indissolubilità del
matrimonio cristiano; il lavoro femminile. Sullo sfondo di
questi elementi pesa anche la cultura iperromantica attuale
(l’amore e la felicità come motori potenti e fragili del
rapporto), la quale sottovaluta il fatto che il matrimonio va
faticosamente costruito nella quotidianità limando l’eccesso di
aspettative e di idealizzazioni spesso immature. Per quanto
riguarda le conseguenze di una società “divorzista”, da tempo
(soprattutto negli Stati Uniti, Paese dove le rotture toccano la
metà dei matrimoni) si riflette sui costi rilevanti che ne
derivano: costi psichici per gli ex coniugi, costi economici per
la parte debole (di solito la donna), costi psicoevolutivi per i
figli, che vivono la difficoltà di avere per genitori una coppia
che smonta (o distrugge) un progetto d’amore;
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   - nuovi modelli di famiglia? È il fenomeno della
pluralizzazione delle forme familiari, in cui cioè non vi è più
un modello unico di famiglia, ma più modelli, fino al punto -
secondo alcuni - di arrivare a innumerevoli modalità di vita
comune, in funzione delle preferenze e dei progetti dei
partner. Insomma tante famiglie “al plurale”, come dicono i
francesi, o “di scelta”, come invece dicono gli inglesi. Per
l’Italia c’è chi ha cominciato a presentare e a qualificare
queste “nuove famiglie”, certamente eccentriche rispetto al
modello familiare “classico”: le famiglie di fatto, quelle
monogenitoriali, le famiglie ricostituite e quelle unipersonali.
Ne esce l’immagine di una famiglia dalla trama porosa,
fragile e bisognosa di un surplus di mediazioni per
fronteggiare una notevole complessità strutturale: ad
esempio, non tutti i membri vivono sempre sotto lo stesso
tetto, non tutti i figli sono consanguinei, non tutti hanno lo
stesso cognome e non tutti hanno nella stessa casa chi esercita
la potestà su di loro e chi deve mantenerli. A ciò si aggiunga
che, curiosamente, queste seconde unioni sono più fragili delle
prime: negli Stati Uniti il 60% dei remarriage finisce in un
nuovo divorzio, e una delle ipotesi esplicative di questa
paradossale tendenza sta proprio nella difficoltà di gestire
relazioni complesse e prive di regole sedimentate;

  - aumento dei single: la mobilità affettiva e la
deistituzionalizzazione della famiglia favoriscono il fenomeno
dei “single”, con “intervalli” biografici vissuti da soli. Ancora
più nuovo è però il fenomeno - anche se minoritario e
culturalmente “di nicchia” - delle donne che scelgono il
nubilato e la vita autonoma: sono spesso donne di elevata
istruzione, in carriera, residenti in aree urbane, con una
propensione elevata alla libertà affettiva ed esistenziale,
magari enfatizzata dalla crisi di relazioni precedenti.


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  In conclusione, occorre certamente rifiutare gli opposti
estremismi del pessimismo cupo di chi vive nella nostalgia
storicamente ingiustificata dei “bei tempi passati” (in cui la
famiglia era solida, ci si voleva bene, ecc.) e del libertarismo
degli affetti. Per evitare di affondare tra Scilla e Cariddi
occorre ricordare che la famiglia, antropologicamente,
organizza relazioni che connettono e legano le due differenze
cruciali della natura umana, la differenza di genere e quella di
generazione. Così facendo, genera un bene relazionale (le
nuove generazioni e la loro educazione) che è irrinunciabile
per qualsiasi societa38. Tutelare e rafforzare questo bene
significa semplicemente evitare che la società italiana perda
per la strada le proprie caratteristiche di socialità e perfino di
umanità.

  L’Italia vanta una grande tradizione nella promozione del
sistema familiare, che resta al vertice delle aspettative e delle
preoccupazioni dei cittadini, come risulta dalle indagini.
Nonostante i rapidi e radicali cambiamenti che hanno inciso
profondamente sulla famiglia italiana negli ultimi
quarant’anni, essa resta il punto di riferimento e la
principale risorsa per la vita del Paese. Abbiamo assistito al
passaggio dal modello patriarcale a quello nucleare, da quella
autoritaria a quella permissiva-ancillare, dalla famiglia etica a
quella affettiva, accompagnato dalla rapida riduzione del
numero dei componenti di ciascun nucleo, alla trasformazione
del ruolo e dell’immagine della donna, sempre più inserita da
protagonista nel sistema lavorativo. Certamente sono venuti
grandi miglioramenti per l’emancipazione femminile,
accompagnati però da ricadute problematiche per la donna
stessa e per la vita familiare. Altri fattori di cambiamento sono
ascrivibili alla crisi del ruolo paterno, alla permanenza
prolungata dei figli in famiglia, all’innalzamento dell’età
media del matrimonio, ad una preoccupante disgregazione dei
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nuclei familiari segnalata dalle separazioni e dai divorzi.
Sembrano ormai maturi i tempi perché la società
riconosca la centralità della famiglia e sembrano esistere le
condizioni affinché le famiglie assumano il ruolo che compete
loro nella vita sociale. Si tratta di rafforzare notevolmente il
loro ruolo sociale nelle forme che la democrazia e
l’organizzazione dello Stato rendono possibili.

  Certamente continuano ad essere forti le pressioni di una
“cultura pubblica”, ampiamente veicolata dai media, che
presenta come nuovi modelli di famiglia le più varie e altre di
convivenza, ma questa “cultura pubblica” ha una
corrispondenza assai dubbia con la cultura reale del Paese,
ben radicata nei valori familiari. Infatti, la famiglia sta
attraversando l’attuale travaglio confermando una sostanziale
tenuta, anche se sono stati pagati prezzi alti in termini di valori
di riferimento, di autocomprensione e di tutela sociale.

  L’Italia deve molto alle sue famiglie, il sostanziale
benessere di cui gode è stato costruito con impegno e
creatività dalle famiglie che hanno saputo dedicarsi al lavoro
senza trascurare la cura della vita domestica, inventando, in
alcuni casi, anche un modello originale di integrazione tra
sistema lavorativo e vita familiare. Si pensi al decisivo
contributo della famiglia quale “ammortizzatore sociale” sia
sul versante del lavoro magari precario, sia nella cura dei
soggetti deboli (bambini, malati, anziani).




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2. Traccia per il confronto di gruppo


  - Quale atteggiamento assumiamo come preti nei
    confronti di queste vicende della famiglia oggi? A quali
    valori e ragioni ci appelliamo per credere e predicare sul
    valore della famiglia?

  - Tenendo conto della attuale tendenza a vivere rapporti
    ‘fusionali’ basati solo sui reciproci bisogni a quali
    risorse facciamo ricorso per educare le persone a non
    limitarsi al puro bisogno nel rapporto di coppia?

  - Curiamo la dimensione pubblica della famiglia, per
    esempio favorendo e incentivando l’associarsi fra
    famiglie e forme di vita più comunitaria e condivisa?

  - Nei confronti delle famiglie che vivono la cultura e la
    mentalità odierna quale posto ha l’attenzione agli aspetti
    più tipicamente umani del vivere insieme? Secondo noi
    ci sono aspetti interessanti anche nella cultura odierna a
    proposito di famiglia?

  - Cosa richiederebbe una preparazione più ‘competente’
    dei presbiteri a proposito delle realtà familiari odierne?

  - Quale la situazione delle famiglie nella propria
    parrocchia e nel vicariato? Ci sono delle similarità con la
    situazione più generale? Con quali strumenti ci
    accostiamo alla conoscenza della situazione?




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3. Bibliografia

 Per la realizzazione di queste schede si è fatto riferimento
soprattutto ad alcune osservazioni preparate da don G. Belotti
e dal dott. S. Palazzo, il cui testo completo è reperibile e
scaricabile dal sito diocesano nella formazione del clero.

G. AMBROSIO, La famiglia affettiva, in AA.VV., Genitori e
figli nella famiglia affettiva, ed. Glossa, Milano 2002, pp. 57-
77.




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