resistenza 68

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					 I GIOVANI E LA STORIA: DALLA RESISTENZA AL ‘68




ITIS A. ROSSI - DIPARTIMENTO LETTERE TRIENNIO – A.S. 2004.2005
                                 INDICE




PREMESSA                                  p.   3

INTRODUZIONE                                   4

LA RESISTENZA E LA LIBERAZIONE                 6

     CRONOLOGIA                                8

     DOCUMENTI E TESTIMONIANZE                 10

     BIBLIOGRAFIA                              14

     CANTI PARTIGIANI                          15

     FILM SULLA RESISTENZA                     18

LA RIVOLTA DEL ’68                             19

     CRONOLOGIA                                21

     DOCUMENTI E TESTIMONIANZE                 24

     BIBLIOGRAFIA                              28

     CANZONI DEL E SUL ’68                     29

     I FILM DEL’68                             35




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PREMESSA

         E’ ormai una consuetudine per il nostro dipartimento proporre un’unità didattica comune
di storia agli studenti delle classi quinte, con il duplice fine di affrontare con maggiore
consapevolezza l’esame di maturità e proporre temi di interesse generale, anche con strumenti
diversi dai soliti.
         Nel 2005 il sessantesimo della Liberazione rappresenta un’occasione ineludibile, vista la
forte carica di interesse e di passione che ancora l’accompagna, per di più in un’epoca di
importanti cambiamenti costituzionali, per di più approssimandosi la scomparsa dei testimoni
diretti di quella stagione.
         Ci è sembrato altresì di grande interesse collegare a questo tema quello, altrettanto
cruciale per la storia del secolo XX, del Sessantotto, per una serie di ragioni, didattiche e civili.
In primo luogo riteniamo il discorso del ’68 ormai storiograficamente maturo (viste anche le
pubblicazioni recenti ad esso dedicate, in cui la polemica diretta comincia a sfumare a vantaggio
dei riscontri documentari) e allo stesso tempo abbastanza vicino all’esperienza dei nostri ragazzi
(ovvero dei loro padri), nonché, ovviamente, alla nostra. Tale opportunità di trattare con
sufficiente rigore storiografico una materia che fa parte anche del nostro vissuto diretto o
indiretto (si parva licet, è un sentimento simile a quello che testimonia E. J. Hobsbawm parlando
del “suo” Novecento), costituisce forse un rischio in termini di obiettività, ma è certamente anche
un’opportunità per avvicinare la storia al presente, anche ricorrendo ad approcci che non
trascurano gli aspetti “emotivi”. Valuteremo gli effetti di questa scelta anche sulla base
dell’accoglienza dei nostri studenti.
         In secondo luogo Resistenza e Sessantotto sono altrettanti catalizzatori di un intenso
dibattito storiografico, politico, civile, che li rende certo delicati, ardui da affrontare con
pacatezza, ma anche molto efficaci per mostrare le radici storiche del presente, il possibile
legame tra storia generale, memoria individuale, passioni e problemi dell’oggi. E’ un tentativo di
ridare uno spessore meno immediato e fuggevole alle esperienze di vita dei nostri ragazzi,
ponendole nella prospettiva storica. E’ senz’altro, crediamo, uno dei compiti (difficili ma
urgenti) che possono qualificare, oggi, una didattica rivolta alla formazione complessiva della
persona e del cittadino.
         Questo fascicolo offre alcune indicazioni e strumenti, inquadrati in un breve quadro
cronologico di riferimento, certamente non esaustivi. L’intento è di indicare alcuni percorsi
possibili, con la speranza di rendere più agevole il lavoro di approfondimento a colleghi e
studenti.

       Vicenza, aprile 2005

                                                               Il dipartimento di lettere del triennio




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INTRODUZIONE

        Diversi elementi spiegano una relazione tra i fenomeni storici, pur così diversi, della
resistenza antifascista e del ’68. Innanzi tutto la caratterizzazione internazionale: movimenti di
resistenza al nazifascismo vi furono in quasi tutte le nazioni coinvolte dal conflitto dall’Europa
all’Asia, anche se con caratteristiche politiche e modalità organizzative piuttosto varie. Allo
stesso modo lo “spirito” del ’68 soffiò ovunque, accomunando fenomeni disparati: dall’offensiva
del Tet in Vietnam alla primavera di Praga, dalla rivolta dei campus universitari californiani al
massacro di Piazza delle Tre culture a Città del Messico, dalle università alle fabbriche alle
campagne, dalle rivendicazioni di libertà sessuale alla Chiesa del dissenso, dal femminismo al
marxismo, dal “vietato vietare” al leninismo, dal situazionismo alla rivoluzione culturale cinese.
        Vi è poi l’elemento della “scelta”; pur se con un diverso grado di drammaticità,
l’incalzare degli eventi costituisce sia durante la guerra mondiale sia sullo scorcio degli anni ’60,
provoca un fortissimo stimolo a “prendere parte”, a “impegnarsi” in prima persona. Ci sono
certamente anche elementi di costrizione, di casualità, di “moda”, così come esiste una vasta
“zona grigia” (di non schierati, di indifferenti, di attendisti): ma sia nella resistenza che nei
movimenti degli ’60 si manifesta un grado di partecipazione difficilmente riscontrabile, per
quantità e qualità, in altre epoche storiche.
        Tuttavia l’elemento centrale della relazione tra i due periodi è senz’altro nell’aspetto
generazionale. E’ indubbio che siano ragazzi e ragazze intorno ai venti anni i protagonisti attivi
di entrambe le fasi, e solo apparentemente questo è un dato scontato. Se, infatti, nel 1943-45, i
giovani (maschi) soggetti al servizio militare furono per ciò stesso coinvolti volenti o nolenti nel
turbine innescato dal conflitto, tutt’altro che scontata era la scelta da parte di molti di loro, di
gettarsi in una battaglia nuova e più rischiosa dopo lo sfascio delle istituzioni del precedente
regime, l’8 settembre 1943: per molti sarebbe stato più agevole cercare altre vie di fuga, o
arruolarsi – magari in posizione passiva – nell’esercito fascista della RSI. Eppure fece questa
scelta solo una piccola parte. Similmente, la rivolta studentesca del 1968 fu avviata non dai ceti
giovanili “esclusi” dalla scuola superiore e dall’università (vigeva ancora una dura selezione di
classe, che proprio il ’68 contribuì a eliminare), bensì da quella élite di universitari che
rifiutarono di conservare dei privilegi, di essere integrati nel sistema in cambio di una rinuncia
alla libertà, al diritto di critica; in questo senso la famosa poesia di Pasolini “contro” gli studenti
(vedi testo a p. 31) appare sociologicamente azzeccata, ma ingenerosa.
        Il protagonismo giovanile è visibile anche nella Resistenza, appena si oltrepassa
l’immagine celebrativa, e si prendono in considerazione aspetti quali la spontaneità della nascita
delle prime bande, lo spirito di avventura che anima tante formazioni sulle montagne, un certo
atteggiamento di baldanza, di goliardia, che caratterizza anche i momenti più seri e drammatici
della guerra di liberazione. La tragedia della guerra fascista getta, agli occhi dei giovani di allora,
una luce nuova sui miti del regime: la patria, lo stato, l’eroismo, mostrandone l’aspetto
meschino, interessato. Emerge chiaramente il volto grettamente provinciale dell’Italia di
Mussolini: si scopre l’esistenza di altri mondi e altri valori, si sperimenta la possibilità di un’altra
idea di patria e di umanità, la necessità di conquistarla: si scopre che il mondo può essere
cambiato.
        In questo ambito anche l’esperienza della scuola ha un valore importante nella
generazione partigiana, anche se non con la stessa centralità che avrà nel ’68: comunque il
sistema scolastico durante il fascismo non conosce i livelli di integrazione e scolarizzazione degli
anni ’60. Ma è proprio nell’ambito di alcune élite liceali, programmate per essere la classe
dirigente del fascismo, che maturano sintomi di rifiuto via via più consapevole del fascismo: sarà
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poi l’esperienza esaltante della guerriglia, il contatto con operai e contadini (la stragrande
maggioranza dei quadri partigiani), a fornire a questa evoluzione un ancoraggio politico e morale
più saldo e ampio. Di questa ricerca affannosa di nuovi “maestri”, di questo processo di presa di
coscienza in ambito giovanile e studentesco, una delle testimonianze più acute e sincere è
senz’altro I piccoli maestri di Luigi Meneghello. E non si tratta, almeno in parte, della stessa
ansia che spingeva gli universitari del ’68, una volta maturato il distacco dalle “istituzioni
borghesi”, a cercare il contatto con le classi lavoratrici?
        Specie nel caso italiano l’elemento propriamente giovanile della rivolta del ’68 ha due
punti di contatto con la stagione della Resistenza. Da un lato vede come protagonisti ventenni di
varie generazioni, con un rapporto di amore-odio verso alcune “guide” intellettuali e morali
adulte. Di questo aspetto è testimonianza preziosa, per ciò che riguarda la Resistenza, oltre che il
citato romanzo di Meneghello, anche Il lungo viaggio attraverso il fascismo di Ruggero
Zangrandi. Per il ’68 basta ricordare le relazioni conflittuali tra i giovani e alcuni “mostri sacri”
della cultura progressista, come T. Adorno o lo stesso Pasolini. Da un altro lato manifesta la
reazione “ritardata”, una specie di vendetta postuma, delle speranze deluse dei padri resistenti. Il
movimento del ’68 manifesta verso la Resistenza una tensione complessa, costituita ad un tempo
di rivendicazione di continuità e di critica spietata. La contestazione investe (anche con esiti di
rinnovamento della ricerca storiografica) prima di tutto la riduzione dell’antifascismo a pura
celebrazione “istituzionalizzata”, con le sue bandiere, le autorità, le corone di fiori. A questa
continuità “ufficiale” (la repubblica nata dalla resistenza), molti giovani del ’68 contrapponevano
la ripresa pratica degli ideali resistenziali. Dopo l’inizio della cosiddetta “strategia delle
tensione” (Piazza Fontana 1969) e con gli scontri sempre più forti tra “il movimento” e i gruppi
neofascisti, questa attualizzazione della resistenza si tradurrà nell’ambiguo concetto
dell’”antifascismo militante”, che sarebbe sconfinato in molti casi in una sorte di “estetica della
violenza”, di esaltazione dello scontro fisico fine a se stesso con gli avversari di piazza. Tali
sviluppi, d’altra parte, rendono più problematico ma non meno interessante il rapporto tra i due
periodi storici, proprio perché ne sottolineano la vitalità.
        E’ interessante notare l’esistenza di un momento preciso in cui il testimone degli ideali
della resistenza passa di mano, e una nuova generazione di studenti e giovani operai mostra di
condividerne i valori: nel luglio 1960, subito dopo che il governo è stato formato con l’apporto
decisivo del MSI, un’imponente manifestazione giovanile (le cosiddette magliette a strisce,
studenti e lavoratori portuali) impedisce che a Genova venga svolto il congresso di questa
formazione politica che si richiama esplicitamente al fascismo repubblichino. Sempre nel luglio
1960, in manifestazioni sparse per il paese, la polizia fa ricorso alle armi da fuoco: a Reggio
Emilia cinque giovani operai meccanici rimangono uccisi. La canzone di Amodei che
commemora quegli avvenimenti (vedi il testo a p. 30) pone in relazione diretta i “morti di Reggio
Emilia” con i combattenti per la libertà della guerra di Spagna e della resistenza. Come si è
accennato nel ’68 quel legame sarà rivendicato dagli studenti, reinterpretando in chiave attuale lo
slogan “ora e sempre resistenza” coniato da Calamandrei, uno dei padri della Costituzione.
        Sul rapporto tra Resistenza e ’68 una sintesi anagrafica può essere efficace: i ventenni
protagonisti del ’68 erano i figli dei ventenni del 1943-1945, ovvero la parte preponderante del
movimento resistenziale: rivoltandosi contro i “padri” ne riprendevano – in un mondo
profondamente cambiato, anche grazie alla Resistenza – gli ideali e le aspirazioni.




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LA RESISTENZA E LA LIBERAZIONE

        Come in tutti i paesi occupati dai tedeschi, anche in Italia si sviluppa un movimento
“partigiano” di “resistenza”, che usa le tecniche del disturbo e del sabotaggio e si organizza nelle
retrovie in una stretta correlazione tra elemento politico e elemento militare. Le prime “bande”
(il nome di “banditi” è dato da Tedeschi e fascisti) si formano sugli Appennini e sulle Alpi
spontaneamente dopo l’8 settembre: antifascisti, fuggiaschi dall’esercito, renitenti alla leva
subito bandita dalla RSI, prigionieri inglesi, americani o jugoslavi, danno vita ad un fenomeno
ricco e complesso che mantiene a lungo caratteristiche di spontaneità, anche dopo
l’inquadramento in gruppi legati alle diverse componenti politiche. Tra loro le più attive e
numerose sono quelle comuniste – le brigate Garibaldi – azioniste (brigate Giustizia e Libertà)
badogliane (ovvero fedeli ai Savoia); vi sono anche gruppi socialisti (brigate Matteotti) e
cattolici.
        La composizione sociale dei partigiani vede la prevalenza di operai e contadini, ma anche
la presenza di studenti ed ex soldati. Le azioni partigiane sono soprattutto di sabotaggio e
rallentamento delle attività belliche tedesche, nonché di evidenziazione politica del ruolo giocato
dai fascisti repubblichini a fianco degli occupanti. Soprattutto nei lunghi mesi invernali, quando
le possibilità di azioni sono ridotte al minimo, le popolazioni locali sostengono in vari modi la
resistenza, nonostante la terribile attività di “terra bruciata” (rappresaglie e rastrellamenti) dei
nazifascisti. Almeno tre sono le motivazioni ideali nella scelta partigiana, variamente combinate
tra loro: liberare l’Italia dai tedeschi, combattere i fascisti, costruire una società radicalmente
nuova. In ogni caso – al di là di alcuni momenti di dissenso anche grave- l’unità sul campo delle
diversi componenti è molto stretta. Dall’altra parte – a fianco delle armate tedesche, la RSI
mobilita un esercito regolare (Guardia Nazionale Repubblicana) attraverso una leva obbligatoria
(cui sfuggono però oltre il 50% dei richiamati, testimonianza della generale perdita di consenso
del fascismo), oltreché una serie di gruppi speciali (Bande nere, X Mas) attive specialmente nelle
operazioni di antiguerriglia e di repressione politica. Sono questi gruppi che assieme alle SS si
rendono responsabili delle più atroci rappresaglie verso i partigiani e la popolazione civile.
        Il coordinamento politico della resistenza è assicurato dal CLN per l’alta Italia (CLNAI),
in cui sono attivi alcuni dei più prestigiosi dirigenti antifascisti: Parri, Pertini, Longo. Nell’estate
del 1944 anche l’organizzazione militare della resistenza trova un equilibrio nella designazione
del generale Cadorna a comandante del Corpo Volontari della Libertà, con vicepresidenti
l’azionista Parri e il comunista Longo.
        Il momento più critico della resistenza è l’inverno 1944-45: finita la speranza di una
rapido arrivo delle truppe angloamericane (bloccate sulla linea Gotica, che va dal Tirreno
all’Adriatico passando a sud di Bologna), i partigiani si trovano da un lato esposti alle
rappresaglie e ai rastrellamenti tedeschi e fascisti, dall’altro a fronteggiare l’offensiva
diplomatica inglese, che invita a smobilitare le bande e ad attendere l’arrivo degli Alleati, per i
quali la forza partigiana cominciava a rappresentare un problema in relazione agli assetti politici
dell’Italia liberata. Resistendo a questa dura situazione, il movimento partigiano è in grado nella
primavera successiva di svolgere un ruolo decisivo nella battaglia finale: al loro arrivo Inglesi e
Americani trovano Bologna, Genova, Torino, Milano, Venezia già liberate dall’insurrezione
popolare proclamata per il 25 aprile 1945 dal CLNAI, che è subito in grado di nominare prefetti
e sindaci, organizzare gli approvvigionamenti, riattivare degli impianti industriali.
        La guerra di liberazione ha raggiunto spesso picchi di grande ferocia; se il suo peso
militare può ritenersi significativo ma non decisivo (rispetto a quello degli eserciti alleati), la sua
importanza politica e morale, che ha ridato dignità ad un paese trascinato da una ventennale
dittatura in una guerra di aggressione, umiliato e sconfitto, è enorme. Anche in un confronto con
analoghe esperienze europee, la resistenza italiana ha una dimensione di tutto rispetto, superata
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solo dall’inarrivabile caso jugoslavo (dove i partigiani raggiunsero le dimensioni di un esercito
regolare e liberarono il paese prima dell’arrivo dei sovietici, elemento decisivo nel successivo
rifiuto di sottomettersi ai diktat staliniani). Soprattutto il confronto con la Germania, laddove per
molte ragioni non vi furono sporadiche manifestazioni di resistenza, fa riflettere sull’importanza
di una stagione che troppo spesso ormai viene liquidata frettolosamente. Comunque la si voglia
giudicare, la resistenza ha un’importanza primaria nella storia italiana contemporanea.
        In altri termini, se è vero il legame tra antifascismo, repubblica e costituzione, risulta
chiara l’attualità di questo nodo storico. Ciò tanto più in un momento in cui l’assetto
costituzionale nel suo insieme è sottoposto a ipotesi di modifica profonda, che investono dunque
gli stessi fondamenti logici e storici della sua formazione. Ma la stringente attualità del problema
non è un ostacolo, anzi semmai un motivo in più per approfondirlo: ovviamente considerando lo
studio della storia non un’esercitazione accademica o retorica, ma un effettivo strumento di
formazione civica.




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CRONOLOGIA

OTTOBRE 1942: con la conclusione della battaglia di El Alamein termina la resistenza italo-
tedesca in Africa.
GENNAIO 1943: completa disfatta dell’Armata italiana in Russia, inizia una dura ritirata con
pochi superstiti.
5-15 MARZO 1943: gli scioperi nelle grandi fabbriche del nord mostrano l’estensione
dell’opposizione al fascismo
10 LUGLIO 1943: sbarco alleato in Sicilia, che sarà liberata definitivamente il 17 agosto. Il 19
bombardamenti alleati su Roma.
25 LUGLIO 1943: il Gran Consiglio del fascismo sfiducia Mussolini. Il Re lo fa arrestare e
nomina al suo posto il generale Badoglio. Manifestazioni antifasciste in tutta Italia.
8 SETTEMBRE 1943: il governo Badoglio annuncia l’armistizio con gli angloamericani. I
tedeschi occupano l’Italia fino a Napoli, mentre Re e governo riparano a Brindisi, lasciando
l’esercito senza ordini. Il 10 a Roma sei partiti antifascisti fondano il CLN, che nelle zone
occupate dai tedeschi agirà clandestinamente come coordinamento politico delle attività
partigiane, iniziate spontaneamente immediatamente dopo l’8 settembre.
SETTEMBRE 1943: liberato dai tedeschi il 12, Mussolini fonda un nuovo governo fascista
(RSI) nelle zone occupate dai Tedeschi, A sud il governo Badoglio si affianca
all’amministrazione militare alleata, mentre i partiti antifascisti discutono animatamente su quale
futuro dare all’Italia liberata.
27-30 SETTEMBRE 1943: le “quattro giornate di Napoli”. La città insorge contro i tedeschi,
costringendoli a ritirarsi prima dell’arrivo degli alleati.
13 OTTOBRE 1943: Badoglio dichiara guerra alla Germania, e l’Italia è considerata
“cobelligerante” da Usa, Urss e Gran Bretagna.
18 OTTOBRE 1943: Rastrellamento tedesco del ghetto ebraico di Roma, con la deportazione ad
Auschwitz di 1035 cittadini; ne torneranno solo 16.
28 NOVEMBRE 1943: nell’incontro di Teheran Churchill, Stalin e Roosevelt decidono la
prosecuzione dell’offensiva in Italia e lo sbarco in Normandia per la primavera 1944.
23 DICEMBRE 1943: esaurita l’offensiva alleata, i tedeschi si trincerano sulla “linea Gustav”.
22 GENNAIO 1944: sbarco alleato ad Anzio per liberare Roma.
28 GENNAIO 1944: al Congresso di Bari il CLN chiede l’abdicazione del Re e la formazione di
un governo di unità nazionale, rimandando ad una futura assemblea costituente la scelta
costituzionale. Vittorio Emanuele III e Badoglio rifiutano.
1-8 MARZO 1944: imponenti scioperi nelle principali fabbriche del nord. Hitler reagisce
ordinando la deportazione in Germania di migliaia di lavoratori, molti dei quali non torneranno.
24 MARZO 1944: come rappresaglia all’attentato partigiano di Via Rasella, alle fosse Ardeatine
vengono uccisi 335 tra prigionieri politici ed ebrei.
27 MARZO 1944: sbarcato a Napoli dopo 18 anni in Urss, il capo comunista Togliatti dichiara
la disponibilità del suo partito ad entrare nel governo Badoglio senza pregiudiziali; la clamorosa
“svolta di Salerno” sblocca la situazione politica italiano.
12 APRILE 1944: Vittorio Emanuele III annuncia il “ritiro a vita privata” alla liberazione di
Roma.
22 APRILE 1944: al nuovo governo Badoglio partecipano rappresentanti di tutti i partiti del
CLN.
5 GIUGNO 1944: Roma viene liberata. Vittorio Emanuele III trasmette i suoi poteri al
luogotenente Umberto II (figlio e erede al trono). Nasce il primo governo Bonomi
(demolaburista), ancora di unità nazionale. Il CLNAI è investito dei poteri di governo nell’Italia
occupata dai tedeschi.
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6 GIUGNO 1944: lo sbarco in Normandia segna l’inizio dell’offensiva finale degli alleati verso
la Germania, ma ciò comporta un relativo indebolimento del fronte italiano.
19 GIUGNO 1944: la resistenza viene organizzata nel Corpo Volontari della Libertà, guidato dal
generale Cadorna, con vicecomandanti Ferruccio Parri (PdA) e Luigi Longo (PCI).
25 GIUGNO 1944: Un decreto luogotenenziale fissa per dopo la fine della guerra la
realizzazione di un’assemblea costituente, da eleggere a suffragio universale, con il compito di
scegliere la forma istituzionale della nuova Italia e di redigere una nuova costituzione.
2 SETTEMBRE 1944: liberazione di Firenze.
NOVEMBRE 1944: Fallita l’offensiva finale alleata, i tedeschi organizzano l’ultima difesa sulla
“linea gotica”, mentre la richiesta degli inglesi (generale Alexander) di abbandonare l’attività
della resistenza provoca una crisi politica, al termine della quale Bonomi forma un secondo
governo di cui non fanno parte PSI e PdA.
INVERNO 1944-45: le formazioni partigiane e le popolazioni civili sono colpite da numerosi
rastrellamenti e rappresaglie nazifasciste.
7 FEBBRAIO 1945: nell’incontro di Yalta Urss, Gran Bretagna e Usa delineano il l’assetto
internazionale del dopoguerra, ipotizzando la formazione dell’ONU e il riconoscimento di “zone
d’influenza” in Europa.
25 APRILE 1945: mentre gli alleati sfondano la linea gotica, il CLNAI proclama l’insurrezione
nel nord, le cui principali città vengono liberate da fascisti e tedeschi prima dell’arrivo degli
angloamericani.
28 APRILE 1945: Benito Mussolini viene fermato dai partigiani e fucilato su ordine del CLNAI
mentre tenta di raggiungere la Svizzera.




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DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

UNA QUESTIONE STORIOGRAFICA E CIVILE SEMPRE ATTUALE
A conclusione della prima organica storia della resistenza in Italia, Roberto Battaglia (già
partigiano azionista) sottolinea il carattere vivo, le implicazioni attuali di quel fenomeno.
Stupisce rilevare come queste parole risalgano al 1953 (I edizione dell’opera), perché gli stessi
termini ricorrono – pur se con interpretazioni molto divergenti– ancora oggi, sia nella ricerca
storiografica che nella polemica politica. E’ il segno della vitalità, della straordinarietà di
quella stagione.

L’azione armata della Resistenza non fu fine a se stessa; si tradusse, malgrado tutte le difficoltà,
nell’instaurazione della Repubblica italiana e nella promulgazione della carta fondamentale del
nuovo Stato: la Costituzione. Punto di partenza e non d’arrivo. Qualunque siano le vicende che il
futuro riserba all’Italia è certo che la strada dell’avvenire passa per la Resistenza, è certo che le
forze popolari hanno messo nel paese quelle radici profonde che erano mancate nel primo
Risorgimento, è certo che mai più un qualsiasi tentativo di dominazione straniera o interna potrà
strappare al popolo italiano la patria così faticosamente conquistata. N’è prova lo stesso fatto
che, a tanti anni di distanza, la lotta di liberazione si sottrae a qualsiasi facile schema celebrativo,
rifiuta d’essere “imbalsamata”, ma conserva intatta la sua carica polemica e il suo messaggio di
speranza.
(R. Battaglia, Storia della resistenza italiana, Einaudi, Torino 1979, p. 663)

UNA SCELTA OBBLIGATA, UNA SCELTA DIFFICILE
Il primo capitolo della riflessione di Claudio Pavone sulla “moralità della Resistenza” è
dedicato al problema della scelta: la tragedia della guerra, della caduta del fascismo, dell’8
settembre, posero centinaia di migliaia di italiani, come forse mai nella loro storia passata e
recente, di fronte alla necessità di “prendere posizione”. Tra questi spiccavano i giovani, specie
nell’età della leva militare.

Eventi grandi, eccezionali, catastrofici pongono i popoli e gli uomini davanti a drastiche opzioni
e fanno quasi di colpo prendere coscienza di verità che operavano senza essere ben conosciute o
la cui piena conoscenza era riservata a pochi iniziati. Il vuoto istituzionale creato dall’8
settembre caratterizza in questo senso il contesto in cui gli italiani furono chiamati a scelte alle
quali molti di loro mai pensavano che la vita potesse chiamarli. Nelle situazioni di normalità,
infatti, “non è necessario prendere continuamente posizione a favore del sistema”. Ma la
necessità di esplicitamente consentire, o dissentire, diventa impellente quando il sistema
scricchiola, il monopolio della violenza statale si spezza, e gli obblighi verso lo Stato non
costituiscono più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali, in quanto lo
Stato non è più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” sui quali spesso fa affidamento.
All’Italia del settembre 1943 sembrava piuttosto che potesse applicarsi una classica pagina di
Hobbes:
L’obbligo dei sudditi verso il sovrano si intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in
grado di proteggerli e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se
stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto (…). Il fine
dell’obbedienza è la protezione e ad essa ovunque un uomo la veda, o nella propria spada o in quella di un
altro, la natura applica la sua obbedienza e il suo sforzo per mantenerla. (Thomas Hobbes, Il Leviatano,
XXI, La Nuova Italia, Firenze 1976, p.121)
Il venir meno della presenza statale poteva essere avvertito con una senso di smarrimento o come
un’occasione di libertà. Prima ancora, poteva essere immediatamente vissuto come eccezionale
momento di armonia in una comunità sciolta dai vincoli del potere (…).
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Quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione
alla loro violenza, che aveva dilagato per tutto il campo lasciato scoperto dall’eclisse delle
autorità italiane, e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica sociale, quando cioè il
vuoto istituzionale fu in qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da
compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà dei primi giorni
non fu più sufficiente. La scelta dovette esercitarsi fra una disobbedienza dai prezzi sempre più
alti e le lusinghe della pur tetra normalizzazione nazifascista.
Le parole con cui Sartre inizia un suo scritto famoso, “mai siamo stati tanto liberi come sotto
l’occupazione tedesca”, individuano bene questo nocciolo dell’esperienza resistenziale: una
scelta tanto più autentica quanto più la situazione obbligava a scegliere, e la posta in gioco
poteva essere espressa dalla formula “piuttosto la morte che …”
(C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della resistenza, Bollati
Boringhieri, Torino 1991, pp. 23-25)

TRASMETTERE LA MEMORIA
L’autore di questo scritto ha vissuto appena diciottenne la stagione della resistenza,
scontandola con la prigionia e la tortura della SS, nonché con la perdita del fratello maggiore,
Giaime, saltato su una mina tedesca mentre cercava di passare il fronte per unirsi ai partigiani.
Giornalista di lungo corso, ripercorre qui con lo stile asciutto che lo ha reso celebre, la
relazione tra le vicende dolorose di una generazione e il lascito problematico e difficile, ma
forse necessario, alle generazioni attuali.

(…) Non però una storia ripetuta o reinventata a piacere, come oggi usa, ma ripercorsa nelle sue
vicende anche da chi la visse da giovane, come sono giovani oggi molti a cui queste pagine si
rivolgono. Le generazioni di quel tempo si trovarono immerse in una tragedia senza paragone,
che decideva del destino dell’uomo e imponeva scelte assolute, o da una parte o dall’altra. Ma
non è una storia remota, anche se così appare, noi ne viviamo le conseguenze e l’incerta eredità.
Non so se quelle generazioni sono invidiabili o se sia preferibile un’epoca che non ha bisogno di
eroi o di idealità ma solo di tecnologie. Forse è meglio credere che Auschwitz sia solo un luogo
geografico e dimenticare il senso di quella guerra visto che un suo grande vincitore (il
comunismo internazionale) è sinonimo del male e l’altro (le democrazie capitalistiche) governa
un pianeta e un’umanità sofferenti. Chi avrà vent’anni nel 2000 è probabilmente più fortunato di
chi li aveva nel 1940. Ma non conosce il proprio futuro e gli sarà più difficile scegliere e
determinarlo. E questa non è una fortuna.
(Luigi Pintor, introduzione a “Vi ricordate quel 25 aprile?” fascicolo1, supplemento a “Il
Manifesto”, gennaio 1995)

A PROPOSITO DI REVISIONISMO
Negli ultimi anni la polemica sul revisionismo, ovvero su un complesso di interpretazioni
storiografiche che tendono fra le altre cose a diminuire il valore fondante dell’antifascismo e
della Resistenza nella storia della repubblica italiana, ha infuriato non solo nella ricerca
storica, ma soprattutto nel dibattito pubblicistico e politico. In questo articolo, Claudio Magris,
noto germanista e romanziere di grande valore, prende posizione su questa vicenda,
sottolineando che più volte, anche in passato, la svalorizzazione della resistenza, magari sotto le
vesti della sua “imbalsamazione” retorica, ha fatto da copertura a operazioni politiche tutt’altro
che limpide e oneste.

Un tempo era vietato - o almeno disdicevole politicamente e moralmente scorretto - parlare male
di Garibaldi ovvero della Resistenza. Chi sollevava critiche o dubbi nei riguardi dell'immagine
                                                                                                11
ufficiale e oleografica di quest'ultima incorreva in una specie di delitto di lesa maestà, come chi
offende la patria attraverso il vilipendio di uno dei suoi padri fondatori quale l'Eroe dei due
mondi. A criticare la Resistenza erano i suoi sconfitti avversari della destra più o meno radicale,
che nel dibattito politico - culturale nazionale non avevano voce in capitolo e non venivano presi
in alcuna considerazione. Da alcuni anni la situazione è mutata e la Resistenza non è più oggetto
di liturgia, bensì (in innumerevoli pubblicazioni, interventi, seminari e convegni, fino a quello
recentissimo svoltosi a Roma nella sede della Fondazione Basso) di discussione - ora aperta e
serena, ora vigorosamente polemica, ora livorosamente querula e supponente. Sono stati,
giustamente, sbriciolati i pilastri del monumento ufficiale della Resistenza. Allo stereotipo della
sua compattezza si è contrapposta l'analisi della sua complessità anche eterogenea e lacerata da
conflitti. Sono state messe in evidenza le diversità e contrapposizioni fra i resistenti azionisti,
comunisti, cattolici, monarchici, liberali, repubblicani, le differenze di fondo tra l'antifascismo
democratico e quello comunista e tra i due modelli di società per i quali essi si battevano.
Giustamente si è proclamato che la Resistenza è stata una guerra civile ossia tra due Italie, e non
tra l'Italia e una banda di delinquenti; interpretazione, quest'ultima, insostenibile al pari di quella
di Croce che, per difendere il liberalismo da qualsiasi ipotesi di responsabilità nei confronti del
fascismo, cercava di convincersi che quest'ultimo non fosse nato dalla storia e dalla società
dell'Italia liberale, bensì fosse un'esplosione irrazionale arrivata chissà da dove, un'invasione
barbarica come quella - egli diceva - degli Hyksos in Egitto.
L'interpretazione semplificatrice e paludata - che diviene uno strumento ideologico di potere di
una classe politica - non è prerogativa della classe dirigente uscita dalla Resistenza, come spesso
vorrebbe un revisionismo fazioso il quale volentieri dimentica che, se la Resistenza è stata una
guerra civile e il rispetto è dovuto a chi vi si trova coinvolto e travolto - la parte che ha vinto era
quella indiscutibilmente migliore, quella che si è oggettivamente battuta per l'umanità e la
libertà.
Giustamente si mette in evidenza come la Resistenza antifascista, usante quale collante
ideologico dell'Italia repubblicana, sia pure servita al partito comunista, quand'era ancora
totalitario e staliniano, a darsi una legittimazione democratica. Si dimentica spesso però di
aggiungere che quel collante ideologico è servito pure alla classe dirigente centrista per dare un
colore progressista alla sua lotta contro il comunismo, grazie a un antifascismo ridotto a
grancassa e alla segregazione (a fatti e soprattutto a parole) dell'estrema destra in un ghetto.
Questo fervore di studi e discussioni - ben più complesso e articolato di quanto sia possibile
riassumere in questa sede - permette, forse per la prima volta, di scorgere nella Resistenza un
fondamento essenziale del Paese, proprio perché la libera da falsificazioni retoriche. Anzitutto va
detto che queste ultime condizionavano il linguaggio ufficiale di molti politici e intellettuali, ma
non la consapevolezza della maggioranza delle persone, spesso più libere, ragionevoli e razionali
di chi, a furia di parlare e pensare secondo i modi e le forme del proprio ambiente (politico,
accademico, giornalistico, televisivo), finisce per restarne prigioniero, per scambiare la lingua,
del proprio clan per l'unica lingua del mondo e dimenticare il mondo che sta fuori dalla porta di
casa sua. Chi, in tutti questi decenni del dopoguerra, è cresciuto spiritualmente in un
antifascismo libero da enfasi ha sempre chiaramente saputo che l'antifascismo non era la ricetta
del paradiso terrestre né era privo di limiti e contraddizioni, ma non per questo ha creduto di
meno nel valore essenziale del suo buon combattimento contro il Leviatano. Non occorreva e
non                 occorre              essere               un                genio               per
sapere che la Resistenza, come ogni guerra civile, ha la responsabilità e la colpa di errori e orrori,
che la sua vittoria non avrebbe instaurato una volta per sempre un mondo definitivo di giustizia,
bensì avrebbe solo creato - ma è un merito enorme - le possibilità per il difficile, prosaico lavoro
quotidiano inteso a rendere il mondo un po' più giusto, anche di pochissimo.
Abbiamo sempre saputo:che il partito comunista - al cui tributo di sacrificio e di sangue
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l'antifascismo deve un apporto incancellabile - perseguiva, oltre alla Liberazione, pure altri scopi
e abbiamo sempre saputo - e scritto, anche quando tali temi non erano all'ordine del giorno del
dibattito politico-culturale - di Malga Porzus o delle foibe, pure sul "Corriere". Forse anche per
questo a molti di noi sembra comico sentire lezioni di anticomunismo da chi ancora negli anni
Settanta credeva nella lotta armata contro il sistema borghese considerato infame e dato per
morente.
Tutto ciò permette di scorgere autenticamente, con la chiarezza della verità e non nelle nebbie
dell'idolatria, il senso e il valore dell'antifascismo e della resistenza che esso ha opposto al
fascismo e al nazismo. E' verissimo, come ha scritto Giovanni Belardelli, che rispetto alle
aspirazioni umane che trascendono un momento storico limitato - come quelle espresse da
socialismo, liberalismo e democrazia - l'antifascismo è legato a una stagione particolare. Anche
per tale ragione, un concetto e un sentimento corretto dei valori storicamente vissuti e difesi dalla
Resistenza impedisce - e ha sempre impedito a ogni persona che non fosse un imbecille - di usare
indiscriminatamiente la parola "fascista" come un insulto rivolto a tutto ciò che si giudica
negativamente,         "come       una        metafora        del      nemico       totale",      ha
scritto Paolo Conti. Ma l'antifascismo è stato la forma che quelle aspirazioni ideali umane
generali hanno assunto in un preciso momento storico; forma limitata, ma perciò concreta e
quindi espressione concreta, in quel momento, dell'universale-umano. A volerlo oggi scordare
sembra essere non solo una neodestra pacchiana, ma anche una sinistra insicura e petulante,
ansiosa di far dimenticare la sua storia, anziché assumerne l'eredità di grandezza e miseria,
smaniosa di diventare non già liberale bensì radicaloide. Ci si lamenta o compiace che
l'antifascismo non sia più un mito fondante; può essere invece fondante proprio e solo perché
non è più un mito. Il valore di una visione dei mondo si afferma solo quando la
si libera dall'imperiosa rigidezza del mito e dell'idolatria. Può essere bene parlare anche male di
Garibaldi; tanto, diceva Croce, Garibaldi rimane Garibaldi anche se ha scritto alcuni brutti
romanzi.
(Claudio Magris, La Resistenza smitizzata ora che si può parlare male di Garibaldi, “Corriere
della Sera”, aprile 2002)




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 BIBLIOGRAFA SULLA RESISTENZA
Questa scelta è sommaria e indicativa, vista l’impossibilità di dar conto dell’enorme mole di
studi sull’argomento, continuamente aggiornata da nuove uscite sia su aspetti locali che
nazionali.

F. Barbagallo, La formazione dell’Italia democratica, in Storia dell’Italia repubblicana, I. La
costruzione della democrazia, Einaudi, Torino 1994, pp. 5-128.
R. Battaglia, Storia della resistenza italiana, Einaudi, Torino 1979.
G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza, Bari 1970.
G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, X. La seconda guerra mondiale. Il crollo del
fascismo. La Resistenza, Feltrinelli, Milano 1990.
P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi. Società e politica 1943-1988, Einaudi,
Torino 1989.
S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni Novanta, Marsilio,
Venezia 1992.
C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della resistenza, Bollati Boringhieri,
Torino 1991.




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CANTI PARTIGIANI

Quasi in ogni reparto della resistenza, certamente in tutte le regioni in cui questa è stata
combattuta, esistono canzoni che vengono composte per l’occasione (magari su motivi musicali
già noti), alcuni in dialetto, altri in lingua. Come nota Roberto Battaglia (Storia della Resistenza
Italiana, p. 462), “I canti della Resistenza fanno dunque parte del genere “popolaresco”, a
metà strada tra la musica colta e quella autenticamente popolare, e attingono tutti o quasi tutti a
motivi preesistenti, operando tra questi una scelta che non può essere ritenuta casuale o senza
significato. C’erano due grandi modelli, si può dire gli unici modelli italiani di poesia o meglio
di epica popolare; le canzoni del Risorgimento (…) e le canzoni della classe operaia. Modelli
divergenti nella tematica e negli accenti, “militari” nel primo, “sociali” nel secondo. Fu
compito della poesia popolare della Resistenza ricomporre in un unico indirizzo ciò che nella
tradizione nazionale aveva avuto origini o fonti diverse. (…) Altri sono i problemi da affrontare,
tipici della Resistenza che fu guerra “patriottica” e “sociale” al tempo stesso, che aveva molti
nodi da sciogliere, fra cui quello, per tanti ancora insoluto della ‘guerra fascista’ “.
Di seguito riportiamo i testi di tre canti molto diffusi della Resistenza italiana, e uno
specificatamente veneto.

PIETA’ L’E’ MORTA
L’inno della prima divisione partigiana alpina di Giustizia e Libertà, testimonia il legame tra la
campagna di Russia e l’adesione successiva alla resistenza di tantissimi militari che avevano
visto nella rovinosa ritirata dal Don non solo il crollo dei miti del fascismo, ma anche la
spietatezza – anche verso i propri alleati – dell’esercito tedesco: così l’accusa di tradimento
accomuna tedeschi e fascisti.

Lassù sulle montagne – bandiera nera
E’ morto un partigiano – nel far la guerra
È morto un partigiano – nel far la guerra
Un altro italiano – va sotto terra
Laggiù sotto terra – trova un alpino
Caduto nella Russia - con il Cervino
Ma prima di morire – ha ancor pregato
Che Dio maledica – quell’alleato
Che Dio maledica – chi ci ha tradito
Lasciandoci sul Don – e poi è fuggito.
Tedeschi traditori – l’alpino è morto
Ma un altro combattente – oggi è risorto
Combatte il partigiano – la sua battaglia
Tedeschi e fascisti – fuori d’Italia
Tedeschi e fascisti – fuori d’Italia
Gridiamo a tutta forza – “Pietà l’è morta”

FISCHIA IL VENTO URLA LA BUFERA
Tra i più noti e diffusi canti partigiani, questo testo è composto sull’aria di Katiuscia, canzone
popolare d’amore russa, adottata dai partigiani russi, che gli alpini avevano ascoltato durante
la campagna sul Don.

        Fischia il vento, urla la bufera
Scarpe rotte eppur bisogna andar
A conquistare la rossa primavera
Dove sorge il sol dell’avvenir
        Ogni contrada è patria del ribelle
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Ogni donna a lui dona un sospir
Nella notte lo guidano le stelle
Forte il cuore e il braccio nel colpir
         Se ci coglie la crudele morte
Dura vendetta sarà del partigian
Ormai sicura è la dura sorte
Del fascista, vile e traditor
         Cessa il vento, calma è la bufera
Torna a casa il fiero partigian
Sventolando la rossa sua bandiera
Vittoriosi, alfin liberi siam

BELLA CIAO
Di origine piemontese – a lungo si è discusso sulla sua presunta filiazione da un canto di lavoro
delle mondine – ha avuto un’enorme diffusione durante la guerra di liberazione, ma anche dopo,
divenendo un canto popolare a tutti gli effetti, conosciuto in tutto il mondo: ancora attorno al
1980 il FMLN salvadoregno, ovvero la guerriglia rivoluzionaria locale, lo adottava – in italiano
– come uno dei propri inni.

         Una mattina, mi sono svegliato
O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
Una mattina, mi son svegliato
E ho trovato l’invasor
         O partigiano, portami via
O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
O partigiano, portami via
Che mi sento di morir
         E se io muoio, da partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
E se io muoio da partigiano
Tu mi devi seppellir
         E seppellire, lassù in montagna
O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
E seppellire, lassù in montagna
Sotto l’ombra di un bel fior
         E le genti che passeranno
O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
E le genti che passeranno
Mi diranno: che bel fior.
         E questo è il fiore, del partigiano
O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
E questo è il fiore del partigiano
Morto per la libertà.

VEDEMO, SPETEMO
La canzone è una satira dei partigiani bellunesi verso i loro compagni padovani, di cui viene
canzonato il tipico intercalare vedemo, spetemo; è una testimonianza del lato allegro, scherzoso,
che non è estraneo alla Resistenza.

        E se i tedeschi
Ne ciapa de giorno
Alora bojorno
Alora bojorno
        E se i tedeschi

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Ne ciapa de note
Madona che bote,
Madona che bote
        Ma se i tedeschi
Ne ciapa ‘ne ‘l treno
Vedemo, spetemo
Vedemo, spetemo.




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FILM SULLA RESISTENZA

La tematica della guerra e della resistenza costituisce l’occasione immediata, il filone
privilegiato da cui muove, nell’immediato dopoguerra, la stagione più fortunata e prestigiosa
del cinema italiano, passata alla storia col nome di neorealismo. In esso la rappresentazione
dell’Italia delle classi subalterne, la lotta di liberazione, la tragedia della guerra, la miseria del
dopoguerra, assumono un significato documentario e al tempo stesso “programmatico”: nelle
lotte degli umili si intravede la possibilità di un riscatto, di una rinascita; per questo anche i film
più drammatici ispirano un sentimento di speranza. La resistenza resta un argomento ben
trattato anche nella cinematografia successiva (da fine anni cinquanta in poi), intrecciandosi sia
con l’evoluzione della commedia all’italiana, sia con gli sviluppi più recenti. Nei film sulla
resistenza talvolta prevale l’aspetto propriamente documentario e celebrativo, altre volte lo
spessore problematico è più accentuato, in un intreccio di aspetti storici e individuazione di un
“epos” che ha in molti casi esiti artistici molto validi. L’elenco che segue indica alcuni tra i più
significativi film sul tema, che testimoniano anche delle diverse “letture” che nel corso del
tempo si sono avvicendate nel corso degli anni.

    Roma città aperta, Rossellini 1944: le vicende dell’occupazione tedesca di Roma, con la
     tragedia delle Fosse Ardeatine e la resistenza degli umili.
    Paisà, Rossellini 1946: sei episodi sulla guerra e la resistenza, forse il più bel film sul tema.
    Sciuscià, De Sica 1946; la vita quotidiana di Napoli, tra guerra e dopoguerra
    Il sole sorge ancora, Vergano 1947: l’epopea della resistenza, con l’unità tra gli italiani
     contro l’oppressione
    Achtung banditi!, Lizzani 1951
    I dannati di Varsavia, Wajda, Polonia 1957: sulla rivolta di Varsavia dell’agosto 1944
    Il generale Della Rovere, Rossellini 1959: un eroe della resistenza militare al fascismo
    Tutti a casa, Comencini 1960: commedia e tragedia nella confusione dell’8 settembre
    La Ciociara, De Sica 1960: un episodio di violenza sulle donne, vittime assolute della guerra
    La lunga notte del 1943, Vancini 1960: agonia e fine del fascismo
    Un giorno da leoni, Loy, 1961
    Una vita difficile, Risi, 1961: le speranze tradite e le alterne vicissitudini di un ex partigiano
     nell’Italia del dopoguerra
    Il federale, Salce 1961
    Le quattro giornate di Napoli, Loy 1962: la liberazione di Napoli ad opera di una rivolta
     popolare
    I sette fratelli Cervi, Puccini 1968; la triste vicenda dei sette fratelli partigiani uccisi dai
     fascisti
    L’Agnese va a morire, Montaldo 1976; l’umile staffetta, la madre votata alla causa
     partigiana, dal romanzo omonimo di Renata Viganò
    La notte di San Lorenzo, F.lli Taviani 1982: la resistenza in Toscana, tra mito e storia
    I piccoli maestri, Lucchetti 1998: la scelta partigiana di un gruppo di giovani vicentini, tra
     disorganizzazione e ideali, dal romanzo omonimo di Meneghello.




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LA RIVOLTA DEL ‘68

        Attorno al 1968, un unico (e)vento sembrava soffiare ovunque, quello del rifiuto del
consueto, del sempre uguale, della riproduzione decennio dopo decennio, degli stessi passi e
percorsi: la rivolta contro i “padri” d’ogni genere (dalla potenza coloniale alla famiglia borghese,
dal “barone” universitario al parroco). L’elemento della rivolta contro l’autorità costituita, così
preminente nel ’68, metteva in luce l’insorgere di una generazione nuova, nata durante o
all’immediata conclusione del secondo conflitto mondiale, che aveva vissuto, specie in
occidente, l’avvio della rivoluzione dei consumi e di alcuni stili di vita, cui non corrispondeva
un’uguale evoluzione delle tradizionali forme di riproduzione sociale (scuola, posto di lavoro,
famiglia).
        In altri termini, i “giovani”, una cui caratterizzazione vagamente trasgressiva risale
perlomeno al romanticismo, diventano per la prima volta soggetto sociale e politico “in quanto
tale”, categoria a parte, studiata dai sociologi, fatta oggetto di particolari attenzioni da industria,
spettacolo e pubblicità. Le mode musicali e di comportamento degli anni '50 e '60, culminate nel
clamoroso fenomeno della “beatlesmania” e nei raduni musicali di massa (Isola di Wight,
Woodstock), acquistano sullo scorcio degli anni ’60 una più marcata caratterizzazione di
impegno politico, con una carica di ribellione fantasiosa, confusa e generosa, che spiazza e
investe anche le istituzioni politiche, specie laddove, come in Italia, esse sono più distanti dalle
trasformazioni avvenute sotterraneamente nella società civile.
        In ogni caso, nell’Europa occidentale, il carattere antiautoritario, libertario del ’68 è la sua
carta d’identità più autentica, la sua carica di fondo. Le altre determinazioni – la lotta per una
scuola diversa, l’internazionalismo, la formazione dei gruppi politici, il dibattito teorico – sono
importanti ma accessori, o successivi. All’origine vi è un’ondata di rinnovamento, il bisogno di
protagonismo e partecipazione, la volontà di superare i confini angusti di un mondo che non si
percepisce più come immutabile. E’ giusto e desiderabile cambiare, è possibile farlo
impegnandosi in prima persona.
        All’origine del sommovimento giovanile vi è senza dubbio la trasformazione sociale che
ha investito le società europee dopo la seconda guerra mondiale. In particolare l’Italia ha
compiuto nel volgere di pochi anni – tra la ricostruzione e il “boom” del 1958-1963 – un salto di
proporzioni enormi. L’intensificazione dell’industrializzazione, l’esodo dalle campagne,
l’urbanizzazione e la motorizzazione di massa, la ripresa di cospicui movimenti migratori,
indirizzati questa volta verso l’Europa e verso l’Italia settentrionale: sono tutti fenomeni che
incidono in profondità sulla vita quotidiana, sulla mentalità delle persone e dei gruppi sociali. La
crescita economica lascia aperti enormi squilibri: tra nord e sud, tra industria e agricoltura, tra
città e campagna, tra uomini e donne, tra consumi privati e servizi pubblici. In qualche modo la
contestazione giovanile esprimerà la tensione della società verso una modernizzazione
incompiuta, a macchia di leopardo, una specie di “crescita senza sviluppo”.
        La scuola e l’università sono i punti cardine dei movimenti giovanili, i luoghi chiave in
cui matura la crescita di un impetuosa presa di coscienza, di un protagonismo di massa senza
precedenti; sui sistemi di istruzione europei e americani premono gli esiti dello sviluppo
economico postbellico: miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne, sviluppo
demografico e urbanistico, impulso al miglioramento professionale rispetto alla generazione
uscita dalla guerra. Ma dal mondo della scuola la protesta si allarga a macchia d’olio alle più
diverse istituzioni sociali: nel “Sessantotto lungo”, che specie in Italia prosegue ben dentro gli
anni Settanta, sono coinvolti e travolti il mondo della scienza, la magistratura, fino alla chiesa
cattolica (in alto e soprattutto in basso). Se le rivendicazioni del “movimento” appaiono spesso
confuse, e adottano stilemi e culture politiche a volte obsolete, tuttavia la carica di rinnovamento
democratico che sta alla base investe anche le strutture più restie al cambiamento.
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        Il tema riassuntivo di questo complesso sommovimento è molto probabilmente quello
della condizione della donna: i movimenti femministi rappresentano una novità che continua in
forme diverse ad operare fino ad oggi, ponendo domande radicali di senso a politica, società,
cultura. E’ una tematica che meriterebbe una trattazione specifica.
        Fuori del mondo occidentale ci si trova di fronte a situazioni politiche e istituzionali
completamente differenti, per cui modalità di impegno, forme di aggregazione, obiettivi hanno
segno diverso: la liberazione dai residui del colonialismo, la lotta per democratizzare regimi privi
di spazi di libertà, sia nel campo socialista sia – ad esempio – in America Latina.
        Tuttavia la carica giovanile e antiautoritaria, il conflitto generazionale esplicito, appare
ovunque, manifestando modalità simili. Basta pensare da un lato al ruolo decisivo degli studenti,
trainante a Praga come a Città de Messico, negli Usa come nelle colonie asiatiche e africane;
dall’altro all’importanza degli aspetti simbolici, alla ricerca di espressioni che abbiano già nella
forma un carattere di contestazione (i sit in, le provocazioni sessuali, la contraffazione di
immagini e simboli tradizionali): i giovani del ’68 sono i primi depositari (consapevoli) del
messaggio di Mac Luhan “Il mezzo è il messaggio”. L’era della comunicazione globale è forse
cominciata prima di Internet e dei telefonini. In ogni caso i giovani degli anni ’60 manifestano
una precoce capacità di usare in forme autonome e critiche gli strumenti della moderna
comunicazione di massa (non è un caso, ad esempio, che i primi studio sul PC e sui linguaggi
macchina nascano nell’ambito del movimento studentesco californiano, e siano improntati ad
un’idea di totale condivisione gratuita delle scoperte e delle realizzazioni). I poster e i concerti,
l’abbigliamento (i jeans, l’eskimo, i pantaloni a zampa, la minigonna), anche se nati in contesti
diversi, sono adottati e ripresi dai giovani contestatori come elemento di identità, trasgressione,
contrapposizione con il mondo adulto. Molti segnali in questo senso (i capelloni ad esempio) si
manifestano ben prima dell’espressione politica della rivolta studentesca. Vi è un’evoluzione dei
linguaggi del corpo che una qualsiasi rassegna fotografica o cinematografica può rapidamente
evidenziare. Alle prime occupazioni universitarie nell’autunno 1967 troviamo ancora giovani
vestiti come i loro padri, soprattutto maschi in giacca e cravatta: piccoli uomini pronti a
riprodurre anche nelle forme esteriori i ruoli assegnati loro dalla società. Pochi mesi dopo, per
esempio nelle immagini degli scontri di Valle Giulia, la rottura è evidente: maglioni larghi,
eskimo, ragazze (molto più presenti) in minigonna; le “controculture giovanili” cominciano a
giocare un ruolo importante. Come rivoluzione del “costume” (della morale sessuale, delle
relazioni uomo-donna, delle relazioni familiari), del resto, il ’68 dà gli esiti forse più importanti e
duraturi.
        Non si vogliono qui sottovalutare e trascurare i risultati più direttamente politici, tra i
quali il complesso rapporto tra il Sessantotto e il terrorismo degli anni ’70. Si tratta soltanto di
sottolineare che l’elemento di fondo della stagione dei movimenti degli anni ‘60 consiste in un
punto di precipitazione dell’evoluzione della società, che agisce molto più in profondità del
livello politico-istituzionale. Un solo esempio per concludere: la riforma della scuola – prima
rivendicazione del’68- in fondo deve ancora venire; l’assemblea studentesca ha perso gran parte
della carica radicalmente democratica di allora. D’altra parte i cambiamenti nel costume
appaiono per molti aspetti irreversibili, rendono non eccessivo pensare di un mondo (e un’Italia)
prima e uno dopo il 1968.




20
CRONOLOGIA

1967 - Gli studenti occupano le università in molte città italiane, per protestare contro la riforma
Gullo. In particolare a Pisa, Torino (la prima occupazione di Palazzo campana è del 1 febbraio),
Trento, Venezia, Milano, si elaborano le linee di sviluppo e le forme organizzative che
caratterizzeranno la stagione del ’68: nasce il nuovo “movimento studentesco”, che attraverso la
forma assembleare mette in discussione le forme tradizionali di rappresentanza del mondo
studentesco in tutte le sue componenti, da quelle che fanno riferimento al Pci a quelle cattoliche
(Fuci).
OTTOBRE 1967 – la notizia dell’uccisione da parte di reparti speciali dell’esercito boliviano
dell’argentino Ernesto Guevara de la Sierna, il Che, che dirigeva la guerriglia antimperialista in
quel paese, dopo aver contribuito alla rivoluzione cubana, genera un’ondata di manifestazioni in
tutto il mondo. La figura del Che, la cui foto più famosa diventa un poster che popola piazze e
camere da letto di giovani di tutto il mondo, è uno dei simboli chiave del ’68, rappresentandone
sia lo spirito ribelle, antiautoritario, “romantico”, sia la fondamentale componente terzomondista,
la scoperta dell’oppressione dei popoli del terzo mondo.
27 GENNAIO 1968 – In occasione del capodanno lunare (il Tet) l’esercito nordvietnamita e la
guerriglia comunista del sud promuove una offensiva generale contro i soldati americani: la lotta
di liberazione dei Vietnamiti – che sarà vincente tra il 1973 e il 1975 – è un altro tema cruciale
del 1968. Il rifiuto della guerra è sempre più diffuso negli Usa, anche con gesti clamorosa di
disobbedienza, mentre il popolo asiatico si trasforma in tutto il mondo nel segno concreto della
possibilità di “vincere” contro un nemico infinitamente più potente.
GENNAIO 1968 – Il Comitato centrale del Partito Comunista Cecoslovacco elegge come
segretario generale Aleksander Dubcek: inizia quel tentativo di democratizzazione del socialismo
che passerà alla storia come “primavera di Praga”, capace di generare grandi speranze in tutto il
mondo per poi concludersi tragicamente con l’invasione sovietica.
GENNAIO-FEBBRAIO 1968 – Quasi tutte le università italiane sono occupate, a Roma diversi
scontri tra studenti di sinistra e neofascisti; già nel 1966 vi era stata l’uccisione di uno studente
comunista, Paolo Rossi, alle origini della canzone di Paolo Pietrangeli Contessa (testo a p. 31).
1° MARZO 1968 – A Roma, di fronte alla Facoltà di Architettura, la polizia carica
pesantemente gli studenti, che reagiscono con cartelli e bastoni
15 MARZO 1968 – Gli americani compiono un massacro di civili a Mylai; la notizia accresce
l’opposizione interna e internazionale alla guerra del Vietnam.
4 APRILE 1968 – A Memphis, Tennesee, viene assassinato Martin Luther King, leader della
protesta antirazzista e delle lotte per i diritti civili; esplodono disordini razziali in ogni parte degli
Usa.
11 APRILE 1968 – Nel pieno della contestazione studentesca, che coinvolge tutto il paese, il
leader del movimento tedesco Rudi Dutschke è ferito con tre colpi di pistola da un neonazista.
19 APRILE 1968 – A Valdagno gli operai della Marzotto in sciopero si scontrano con la polizia
e abbattono la statua del fondatore della fabbrica: è il tramonto del vecchio modello
paternalistico, ancora molto diffuso in alcuni centri industriali.
10 MAGGIO 1968 – Il “maggio” francese inizia con una battaglia notturna, con tanto di
barricate, nel Quartiere Latino (quello degli studenti); alla Sorbona occupata si elaborano gli
slogan più famosi del ’68, da “sotto il pavé la spiaggia” a “vietato vietare”, fino al celeberrimo
“ce n’est qu’un debut, continuons le combat” (“non è che l’inizio, continuiamo la lotta”). Il
presidente francese De Gaulle promette la “linea dura”
13 MAGGIO 1968 – Tutto il mondo guarda alla Francia, dove lo sciopero generale paralizza
ogni attività, e trecento tra le più grandi fabbriche sono occupate, anche se l’alleanza studenti-


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operai non si attua. Pochi giorni dopo la contestazione raggiunge il festival del cinema di
Cannes, che viene sospeso.
18-19 MAGGIO 1968 – elezioni politiche in Italia: l’avanzata del Pci è compensata dal buon
risultato della Democrazia Cristiana, mentre la secca sconfitta di Psi e Psdi (uniti) rende
problematica la ricostruzione dell’alleanza di centrosinistra. Fanfani guiderà per pochi mesi un
governo “di transizione”.
24 MAGGIO 1968 – Dimostrazioni studentesche a Parigi si concludono con sanguinosi scontri,
con un morto e oltre duemila feriti.
30 MAGGIO 1968 – Un’imponente manifestazione indetta dai gollisti mostra a Parigi la parte
della società che si oppone alla rivolta, che si dimostrerà decisiva, dando a De Gaulle una
maggioranza schiacciante nelle elezioni del 22 giugno, che chiudono in pratica il “maggio
francese”.
5 GIUGNO 1968 – Assassinio di Bob Kennedy, fratello di John, candidato alla presidenza degli
Usa.
8-9 GIUGNO 1968 – Violente manifestazioni a Milano, dopo lo sgombero dell’Università
Statale occupata da parte della polizia
25 GIUGNO 1968 – Occupato il campus univesritario newyorkese di Berkeley, fin dal 1964
culla della contestazione negli USA, alle origini delle manifestazioni contro la guerra del
Vietnam.
MAGGIO-GIUGNO 1968 – Con la liberazione dei prigionieri politici e la fine della censura
sulla stampa, la “primavera di Praga” tocca l’apice del suo sviluppo. La democratizzazione è
sostenuta da un vasto movimento popolare, con decine di iniziative in ogni angolo del paese.
Dubcek dichiara che il suo “socialismo dal volto umano” non intende mettere in discussione
l’appartenenza cecoslovacca al campo socialista. L’Urss e gli altri paesi del blocco di Varsavia
reagiscono con irritazione.
21 AGOSTO 1968 - Nella notte le truppe sovietiche e degli altri paesi del Patto di Varsavia
occupano la Cecoslovacchia, stroncando la “primavera di Praga”. Dubcek viene portato a Mosca
e costretto a firmare un piano di “normalizzazione” (sarà rimosso dalla sua carica nel 1969); nel
paese si hanno massicce manifestazioni contro l’occupazione, con episodi di disobbedienza
civile (i cartelli stradali cancellati per ritardare l’avanzata dei carri) e drammatici tentativi di
“dialogare” con i soldati schierati nelle strade. Nei mesi successivi seguirà un’emigrazione di
massa. In tutto il mondo l’invasione viene condannata, in Italia anche dal Partito Comunista, che
aumenta le distanze dal socialismo sovietico, senza rompere del tutto.
2-6 SETTEMBRE 1968 – Rappresentanti studenteschi da tutta Italia si incontrano a Venezia per
rilanciare la protesta nelle università: a ottobre riprenderanno ovunque assemblee, cortei,
occupazioni, mentre il movimento si allarga alle scuole medie superiori e comincia ad interessare
le fabbriche.
3 OTTOBRE 1968 – A Città del Messico, che si prepara ad ospitare le Olimpiadi, una
manifestazione studentesca viene accolta a colpi di mitragliatrice in Piazza delle Tre Culture: 26
i morti ufficiali, circa trecento secondo altre fonti.
16 OTTOBRE 1968 – La protesta entra alle Olimpiadi: i neri Tommie Smith e John Carlos,
medaglia d’oro e di bronzo nei 200 metri, salgono sul podio alzando il pugno chiuso stretto nel
guanto nero, simbolo della lotta degli Afroamericani contro le discriminazioni razziali. Saranno
espulsi dal Comitato olimpico americano.
5 NOVEMBRE 1968 – Il repubblicano Nixon vince le presidenziali negli Usa.
NOVEMBRE 1968 – Occupazioni e scontri nelle università di Torino, Pisa, Bologna, Cagliari,
Palermo Catania, Milano, Venezia.
2 DICEMBRE 1968 – Ad Avola, in Sicilia, la polizia spara sui braccianti in sciopero,
uccidendone due; manifestazioni di protesta dilagano in tutta Italia.
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3 DICEMBRE 1968 – A Roma sfilano trentamila studenti delle medie superiori, gridando
slogan contro la selezione e la dequalificazione della scuola
7 DICEMBRE 1968 – La serata inaugurale della Scala di Milano, tradizionale appuntamento
mondano, è contestata dagli studenti (guidati da Mario Capanna), con lanci di uova sui lussuosi
abiti esibiti per l’occasione.
31 DICEMBRE 1968 – Contestatori e polizia si scontrano davanti alla Bussola di Viareggio; il
sedicenne Soriano Ceccanti, ferito da colpi d’arma da fuoco, rimane paralizzato.




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DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

NO ALL’AUTORITARISMO, NO ALLA SELEZIONE DI CLASSE ALL UNIVERSITA’
Questo testo, scritto da uno dei più noti leader del movimento studentesco torinese, contiene
molte delle posizioni da cui prese il via la rivolta degli studenti nelle università italiane, con le
occupazioni dell’autunno 1967. Forte è la denuncia contro il carattere chiuso dell’università di
allora, colpisce il carattere di “autodenuncia” come élite da parte di coloro che ne fanno parte.
E’ evidente il precoce tentativo di collegare la questione scolastica alla questione sociale più
complessiva. Emerge anche quella caratteristica di “critica globale” che anima il ’68, nonché i
primi passi di uno schematismo di analisi che sfocerà più tardi in intolleranza ideologica.

Neppure quelli che arrivano alla laurea sono tutti uguali. All’interno della élite che va
all’università si crea un élite ancora più ristretta. Lo stesso meccanismo della frequenza e degli
esami, sul quale è congegnata tutta l’università, è fatto apposta per produrre questa ulteriore
discriminazione. (…) All’Univesrità entrano in molti ed escono in pochi. Escono innanzitutto
coloro per i quali la collocazione professionale in una posizione privilegiata è già garantita dalla
situazione sociale della famiglia di provenienza. I figli dei medici faranno i medici, e i figli dei
farmacisti fanno tutti i farmacisti. Gli iscritti all’Università provengono da una base molto larga.
Non più soltanto i diplomati con la maturità rilasciata dalla serra classista del liceo classico e
scientifico, ma anche i maestri, i geometri, i periti, i ragionieri. Tutti costoro vogliono entrare
all’Università, perché vogliono continuare a studiare (anche a costo dei notevoli sacrifici
economici e personali che ciò comporta) e perché vogliono utilizzare quelle possibilità di
promozione sociale che il sistema offre loro, cioè il conseguimento di un titolo di studio. Ma i
laureati devono essere pochi, perché oltre a un certo numero non servono. Come avviene questa
selezione? Quali ne sono i criteri? Il primo e fondamentale criterio di selezione è di carattere
economico. Studiare e mantenersi agli studi costa. L’Università non fornisce aiuti economici ai
sui iscritti che in misura risibile. Chi proviene da famiglie non abbienti, per mantenersi agli studi
deve lavorare.
La radice dell’autoritarismo accademico, come tutte le forme di potere autoritario, non risiede
soltanto in una serie di strutture istituzionali ed economiche, ma risiede soprattutto e in primo
luogo nel consenso da parte di coloro che il potere lo subiscono. L’Università è organizzata in
modo da creare e conservare questo consenso, cioè in modo da mantenere gli studenti in uno
stato di passività e divisione reciproca. E’ questo che intendiamo dire quando affermiamo che la
didattica autoritaria è una forma di violenza esercitata sugli studenti.
(Guido Viale, Contro l’Università, in “Quaderni piacentini”, n. 33, 1968)

UNA CRISI DI VALORI
Nell’introdurre un interessantissimo strumento didattico sul ’68 Antonio Desideri ricorda la
matrice morale e culturale della rivolta, l’insofferenza delle nuove generazioni verso valori
considerati ormai superati.
Il Sessantotto fu il segno più clamoroso della crisi di valori che si manifestò nei paesi
dell’Occidente europeo (Francia, Germania, Italia), come già era accaduto negli Stati Uniti
d’America, e investì impetuosamente il mondo studentesco. La rivolta, del tutto inaspettata dalla
classe politica e dai ceti abbienti soddisfatti del benessere raggiunto nel decennio precedente (si
pensi all’Italia del miracolo economico), rappresentò un netto rifiuto dei tradizionali modelli di
vita e dei valori più radicati: rifiuto della vita borghese, considerata mediocre, oppressiva, intesa
solo ad assicurare sbocchi economici e professionali, e insieme ansia di ritrovare un nuovo modo
di concepire la vita, più schietto, più libero, più disinteressato.
(A. Desideri, Il Sessantotto. Miti e realtà di un movimento, La Nuova Italia, Firenze2000, p. 8)
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LA FORTUNA DI ESSERE CRITICI
Lo storico ed editorialista del Corriere della Sera conclude una riflessione piuttosto amara
sull’esperienza del ’68, che ha però un lascito certamente positivo: quella generazione, che è
anche la sua, ebbe in sorte la possibilità di sviluppare uno spirito critico, una capacità di
mettere in discussione le cose che – al di là delle esasperazioni e delle ingenuità di quei tempi –
ha reso quegli uomini e quelle donne in grado di valutare senza pregiudizi ma anche senza
abbagli le ripetute “ventate” di novità che di volta in volta si ripropongono.

(…) A quel gruppo di uomini e di donne, infatti, è capitato in sorte di essere sì la prima
generazione moderna del paese, tutta cioè formatasi sotto il segno della modernità, ma è pure
capitato – probabilmente proprio perché erano i primi – di avvicinarsi alla modernità con un
abito culturale fortemente – se si vuole anche ciecamente critico, come si vide per l’appunto nel
’68. Credo che qualcosa di quella contraddittoria combinazione è rimasta e ha lasciato il segno.
Rispetto ai padri, per lo più gettatisi in braccio alla modernità con l’entusiasmo dimentico dei
poveri avidi a tutti i costi di non esserlo più, ovvero accorati negatori di essa – rispetto ai più
giovani – che paiono fruire la modernità con una disponibile naturalezza che sfiora l’indifferenza
– coloro che sono stati giovani nei Sessanta forse sono oggi quelli più capaci di guardare alla
grande trasformazione dell’Italia contemporanea senza rifiutarla ma anche senza farsene
incantare. Forse sono quelli più in grado di ospitare dentro di sé una qualche consapevolezza del
carattere ambiguo della modernità, e quindi degli effetti pure dolorosi e distruttivi che essa
produce; e più capaci forse di dare a quella consapevolezza, in un trasalimento che laceri
all’improvviso la trama obbligata della vita quotidiana, la forma preziosa della ragione e della
pietà. O perlomeno così a me piace sperare.
(E. GALLI DELLA LOGGIA, E l’Italia cambiò, in Storia dei giovani prima, durante e dopo il
Sessantotto, supplemento a “Panorama” n° 1136, 24/1/1988, p. 19)

CONTINUITA’ O ROTTURA?
Riflettendo sull’esperienza (vissuta anche personalmente) di venti anni prima, Rossana
Rossanda pone il problema del rapporto tra l’ondata di lotte studentesche ed operaie con le
stagioni precedenti del movimento operaio. L’aspetto immediato fu senz’altro quello della
rottura con ogni tipo di tradizione, ma nel corso del tempo questa relazione divenne più
complessa, soprattutto laddove – come in Italia – al movimento studentesco si affiancò presto un
forte sviluppo delle lotte operaie, anch’esse caratterizzate da un radicalismo nuovo, di matrice
giovanile.

Tra le molte domande che si sono fatte negli ultimi anni sul ’68, perlopiù astiose o retoriche, una
ci pare invece importante: i movimenti che vi appaiono e vi si moltiplicano sono in qualche
continuità con le lotte del passato (qualcuno afferma che il ’69 ne rappresenta l’ultima grande
espressione) o sono in rottura con esse? Come rottura il ’68 è stato vissuto: Cours camarade, le
vieux monde est derriére toi [Corri, compagno, il vecchio mondo è alle tue spalle, slogan del ’68
francese, ndr]. E questo non può essere messo tra parentesi, chi in qualche modo vi partecipò
non si sentì in serie a nulla, volle reinventare tutto. Ma non esime dal chiedersi fin dove fu un
separarsi e un innovare, se e su che cosa si innestava una discontinuità, e soprattutto se in essa si
rivelava una sintomatologia che, al di là del momento eroico, sarebbe stata presente, significativa
per il futuro.
(Rossana Rossanda, Le chiavi del ’68. Fu la fine di un’epoca o l’apertura di un ciclo?)


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TRA PASSATO E FUTURO
Questo bilancio critico del ’68 italiano mette in luce la compresenza di una spinta verso il
futuro, in qualche modo impedito dalle vecchie strutture della società italiana, e di una
“nostalgia” per un passato ormai in dissoluzione, di cui si cerca di riprendere tradizioni
organizzative e forme espressive desuete. Mentre apriva alla modernità, il ’68 veniva a sua volta
travolto dalla “postmodernità”.

Eccoci al termine della prima dimostrazione: il Sessantotto, essendosi svolto al limite estremo di
una declinante modernità, fu uno slancio rivoluzionario utopico destinato a rapido dissolvimento
perché il tempo storico di quel suo formidabile “tempo” era già invaso dai processi della
postmoderrnità che l’avrebbero costretto a subire una drammatica archiviazione.
Rimane, adesso, il secondo teorema: “fu un tentativo ‘controrivoluzionario’ fallito”. Se ne
comprende il senso se si riesce a capire che, alla base del pathos rivoluzionario della gran parte
dei sessantottini, c’era qualcosa di simile ad un angosciato panico per il futuro. Quei militanti
dell’utopia stavano drammaticamente reagendo alla temperie dell’emergente postmodernità (…)
con un’eccezionale impegno di fantasia e, mossi dalla preoccupazione che la loro generazione
stesse perdendo il controllo della storia (…) erano dediti al tentativo eroico di predeterminare il
futuro, ovvero di vincolarlo agli ideali e alle passioni di una cultura politica ancora alimentata
dalle lezioni dei padri e dei maestri: il socialismo, l’internazionalismo proletario e la centralità
operaia, la redenzione dell’alienazione (…) Al repertorio classico dell’anticapitalismo si
aggiungevano i grandi temi dei diritti civili da conquistare annientando le resistenze della
mentalità borghese, tutti variamente collegabili anche alla richiesta della liberazione sessuale e a
una parziale condivisione delle richieste e degli obiettivi del femminismo.
Non c’è chi non veda quanto e come tale repertorio di rivendicazioni, pur con i suoi importanti
aggiornamenti, risalisse in gran parte a moduli ideali, a schemi di valutazione della realtà e a
categorie di giudizio politico dipendenti da una tradizione che la cultura della sinistra si era
costruita in passato all’interno dei processi della Rivoluzione industriale e delle contraddizioni,
dei conflitti sociali e delle lotte che tale rivoluzione aveva generato.
Quindi nel complesso si trattava di vecchie idee e di vecchie strategie adottate con generosità per
una controffensiva (che si illudeva di dar vita ad un’azione rivoluzionaria) da opporre, alla fin
fine, alla postmodernità incalzante. Non avevano del tutto torto quei ragazzi democristiani che,
stigmatizzando i loro coetanei rivoluzionari, avevano ironizzato sul fatto che si riempissero la
bocca dei “fiacchi slogan dei bisnonni”.
(G.C. MARINO, Biografia del Sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamenti, Bompiani, Milano
2004, pp. 475-476)

UN VENTENNE DEL 1968
Nel testo che segue, pubblicato da l’Espresso nel ventennale del ’68, abbiamo l’esempio di
un’esperienza tipica per i giovani del ’68, in cui la presa di coscienza politica è solo un tassello
di una maturazione complessiva che fa parte di quel processo di “modernizzazione” della
società italiana che fa seguito allo sviluppo economico postbellico. Personale e politico
procedono di pari passo in una scoperta continua di novità.

Passare da una vita vuota a una piena. Questo è stato quell’anno per me. Prima trascorrevo
stancamente i miei pomeriggi con i due amici più cari; andavamo in libreria e nei negozi di
dischi, a ascoltare gli ultimi 45 dei folk-singer. La domenica, se andava bene, si mangiava una
pizza. Poi è cambiato tutto. E non ho più saputo cos’era la noia. La figura decisiva di questo
passaggio è stata mia sorella più grande, che a un certo punto se ne è andata di casa rompendo
con i miei genitori. Lei allora frequentava la facoltà di Lettere, e non c’era davvero paragone tra
26
quanto accadeva lì rispetto ai licei, dove all’inizio si faceva solo qualche giornalino un po’ scemo
e si organizzavano le manifestazioni sui marciapiedi e in silenzio per non disturbare i passanti.
La prima e grande emozione politica l’ho vissuta proprio a Lettere, quando per la prima volta ho
visto il sangue durante una manifestazione. C’era gente con la testa spaccata, che veniva portata
via a braccia. Rimasi spaesato, stretto tra lo spavento e il desiderio di tornare a casa a mangiare,
mentre lì intanto si stava consumando una piccola tragedia.
Gli avvenimenti, da allora, precipitarono con grande rapidità. Metà della mia classe, non fu
neanche sfiorata dagli eventi. Ma c’era anche un gruppetto di una decina di persone molto
omogeneo e determinato che si buttò a capofitto nella politica. Questo non impediva loro di
ascoltare musica e giocare al calcio. Il caso mio fu un po’ diverso, perché alla politica mi ci
dedicai totalmente. Leggevo molto. Manco a dirlo Mao, Il Manifesto di Marx, Marcuse per quel
tanto che ci riuscivo a capire. Scrivevo ininterrottamente, volantini e documenti. E nello spazio
di poco tempo mi ritrovai nel ruolo di leader della scuola: il che mi portò ogni tanto a riflettere su
come dietro tutto questo potesse esserci solo del puro narcisismo. O a riscoprirmi dogmatico,
quando parlando con altre persone più forti e preparate di me, mi rifiutavo di ascoltare le loro
ragioni perché potevano mettere in crisi le mie certezze.
Ma la politica, innanzitutto, rappresentò la scoperta della libertà di movimento e di incontro.
Allora abitavo al quartiere Tuscolano, e mi occorrevano 40 minuti per arrivare al centro.
L’opportunità di rimanerci anche il pomeriggio e di scoprire i diversi luoghi dove di volta in
volta venivano tenuti i coordinamenti dei medi, mischiarmi alle persone, mi esaltava. E il
Corsarino Morini 50, che mi era appena stato regalato, fu in quei continui spostamenti più che un
compagno fedele.
A marzo poi mi innamorai di una compagna di classe: tutto nacque traducendo le canzoni dei
cantanti rock inglesi e americani. Per un breve periodo la cotta mi allontanò dalla politica, ma
successivamente rinsaldò ulteriormente la mia attività. Era bello, il sabato, andare insieme alle
manifestazioni. E poi, mi viene da sorridere a pensarci adesso, che di questi concetti si è fatto uso
e abuso, ma grazie alla scoperta di Wilhelm Reich, vivevo una connessione strettissima tra
ideologia e sessualità. Rivoluzione e liberazione sessuale erano proprio due parole che potevano
e dovevano stare assieme.
Nella tarda primavera, infine, con altri ragazzi della scuola prendemmo una cantina a Fontana di
Trevi. C’era un via vai ininterrotto di persone. Diventò da subito un luogo di grandi discussioni
e gran sesso. In fin dei conti stare fuori di casa il più possibile, e ritrovarsi insieme, era quanto
più stava a cuore a tutti quanti noi. Parlare molto con gli altri, e mischiarsi con loro, era il vero
desiderio dei ragazzi della mia età. Forse è anche per questo che quando in ottobre finì la mia
storia d’amore non mi depressi più di tanto. Mi sentivo intero nel collettivo e nel sociale, più che
nel privato. E questo, allora, sembrava darmi una forza infinita.
(Carlo Moroni, I pensieri di un ragazzo del movimento, in ’68 vent’anni dopo. Una storia aperta,
supplemento a “L’Espresso”, n. 3, 25 gennaio 1988, p. 6)




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BIBLIOGRAFIA
Anche qui la scelta è tra una messe incredibile di pubblicazioni. Una pista di ricerca
interessante da proseguire è quella iconografica: foto, poster, locandine d’epoca sono una
testimonianza irripetibile. Per ulteriori, corpose e aggiornate indicazioni bibliografiche si
rimanda ai testi qui citati di A. Desideri e G. C. Marino.

*N. BALESTRINI (con P. MORONI), L’orda d’oro 1968-1977, SugarCo, 1988.
*M. CAPANNA, Movimento studentesco, crescita politica e azione rivoluzionaria, Ed. Sapere,
Milano 1968.
*M. CAPANNA, Formidabili quegli anni, Rizzoli, Milano 1988.
*M. CAPANNA, Lettera a mio figlio sul ’68, Milano, Rizzoli 1998
*G. CHIARANTE, La rivolta degli studenti, Editori Riuniti, Roma 1968.
A. CHIUPPANO (a cura di), Il Sessantotto e dintorni, Einaudi, Torino 2004.
G. CRAINZ, Il paese mancato, Donzelli, Roma 2003.
A. DESIDERI, Il Sessantotto. Miti e realtà di un movimento, La Nuova Italia, Firenze 2000.
M. FLORES, A. DE BERNARDI, Il Sessantotto, Il Mulino, Bologna 1998.
E. GALLI DELLA LOGGIA, Ideologie, classi, costume, in L’Italia contemporanea, Einaudi,
Torino 1976.
G. GALLI, Storia del partito armato 1968-1982, Rizzoli, Milano 1986.
G.C. MARINO, Biografia del Sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamenti, Bompiani, Milano
2004.
R. MASSARI, Il ’68 come e perché, Massari, Bolsena 1998.
P. ORTOLEVA, Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, Editori Riuniti, Roma
1998.
M. REVELLI, Movimenti e spazio politico, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. II, tomo 2,
Einaudi, Torino 1995.
*R. ROSSANDA, L’anno degli studenti, Bari De Donato, 1969.
E. SANTARELLI, Storia critica della Repubblica, Milano, Feltrinelli 1996.
*SCUOLA DI BARBIANA (Don Lorenzo Milani), Lettera a una professoressa, Firenze,
Libreria editrice fiorentina, 1967.
*A. SOFRI, Il ’68 e il potere operaio, Massari, Bolsena 1998.
S. TARROW, Democrazia e disordine: movimenti di protesta e politica in Italia, 1965-1975,
Laterza, Roma-Bari 1990.
N. TRANFAGLIA, Vite sospese. La generazione del terrorismo, Milano, Garzanti 1988.
*G. VIALE, Il Sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione, Mazzotta, Milano 1968.
*G VIALE, Contro l’Università, in L. Baranelli e M.G. Cerchi (a cura di), Quaderni Piacentini.
Antologia 1962- 1968, Milano 1977.

(*l’asterisco indica le opere di protagonisti diretti del ’68)




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CANZONI DEL E SUL ’68
E’ un luogo comune che corrisponde alla realtà profonda: la musica fu il bordo di coltura e il
tessuto connettivo della rivolta del ’68, un potente fattore di riconoscimento e di costruzione di
una cultura con caratteristiche universali, internazionali. Già la straordinaria novità del rock ‘n
roll di Elvis Presley, sul finire degli anni ’50, aveva scosso la cultura americana e mondiale.
Sempre negli Usa, all’inizio degli anni ’60, la riscoperta della canzone folk e di lotta segnò gli
inizi di una nuova generazione di cantautori, il più importante dei quali, Bob Dylan, partì
proprio dall’identificazione – vocale e musicale – con Woody Ghutrie, il leggendario folksinger
degli anni della grande depressione. Rock e folk accompagnano in parallelo l’esplosione
giovanile. In Italia esiste un filone preciso di protesta, che si riconnette alle canzoni partigiane
e del movimento operaio, ma anche la “canzonetta” leggera è influenzata dall’ondata della
contestazione: la guerra del Vietnam risuona in Gianni Morandi (C’era un ragazzo che come
me), mentre Caterina Caselli afferma risolutamente “Nessuno mi può giudicare”. Uno degli esiti
più interessanti del ’68 in musica è probabilmente la “canzone d’autore”, influenzata dai
modelli francesi e americani ma capace di svilupparsi con forte originalità: Francesco Guccini,
Gino Paoli, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, ne sono alcuni dei più importanti esponenti
ancora in attività, da poco è scomparso il più lucido e poetico, Fabrizio De Andrè.

I TEMPI STANNO CAMBIANDO (THE TIMES THEY ARE A-CHANGIN) Bob Dylan, 1964
Geniale nell’avvertire i segni dei tempi, Dylan registra il blowin’ wind, il vento che soffia nella
direzione del cambiamento della mentalità, dei costumi; il suo linguaggio poetico, allusivo, ha il
tono di una profezia, ed accompagnerà un’intera generazione di qua e di là dall’Oceano.

Come gather ‘round people                           Venite intorno a me voi tutti
wherever you roam                                   ovunque vaghiate
and admit that the water                            e ammettete che le acque
around you have grown                               attorno a voi sono salite
and accept it that soon                             e accettate che presto
you’ll be drenched to the bones                     sarete inzuppati fino all’osso
if your time to you is worth saving                 se per voi il tempo ha qualche valore
then you’d better start swimming                    allora è tempo di cominciare a nuotare
or you’ll sink like a stone                         o affonderete come pietre
for the times they are a-changin                    perché i tempi stanno cambiando
          Come writers and critics                           Venite, scrittori e critici
who prophecie with your pen                         che profetizzate con le vostre penne
and keep your eyes wide                             e tenete gli occhi bene aperti
the chance won’t come again                         non vi sarà data un’altra scelta
and don’t speak too soon                            e non parlate troppo presto
for the wheel’s still in spin                       perché la ruota sta ancora girando
and ther’s no telling who that it’s naming          e nessuno può dire chi sarà scelto
for the loser now                                   il perdente di adesso
will be later to win                                sarà il vincente di domani
for the times they are a-changin                    perché i tempi stanno cambiando
          Come senators, congressmen                         venite senatori e deputati
please heed the call                                ascoltate vi prego il richiamo
don’t stand in the doorway                          non vi fermate sulla soglia
don’t block up the hall                             non bloccate l’ingresso
for he that gets hurt                               perché colui ci rimetterà
will be he who has stalled                          che ha cercato di rallentare
ther’s a battle outside raging                      c’è una battaglia fuori che infuria
it’ll soon shake your windows                       presto scuoterà le vostre finestre
and rattle your walls                               e farà tremare i vostri muri
for the times they are a-changin                    perché i tempi stanno cambiando

                                                                                                 29
          Come mothers and fathers                               venite madri e padri
throghout the land                                     da tutto il paese
and don’t criticize                                    e non criticate
what you can’t undesrtand                              quello che non potete capire
your sons and your daughters                           i vostri figli e le vostre figlie
are beyond your command                                non li potete comandare
your old road is rapidly aging                         la vostra vecchia strada invecchia
please get out of the new one                          andatevene vi prego dalla nuova
if you can’t lend your hand                            se non potete dare una mano
for the times they are a-changin                       perché i tempi stanno cambiando
The line it is drawn                                   la linea è tracciata
the curse it is cast                                   la maledizione scagliata
the slow one now                                       l’uomo lento di adesso
will later be fast                                     sarà il più veloce domani
as the present now                                     così il presente di adesso
will later be past                                     sarà passato domani
the order is rapidly fading                            l’ordine sta rapidamente scomparendo
and the first one now                                  e il primo di adesso
will later be last                                     sarà l’ultimo domani
for the times they are a-changin                       perché i tempi stanno cambiando

PER I MORTI DI REGGIO EMILIA (F. Amodei, 1960)
Come si è accennato nell’introduzione, questa canzone, nel denunciare l’uccisione di alcuni
operai da parte della polizia nel luglio 1960, mette in relazione quelle morti ai partigiani, la cui
lotta di liberazione si era conclusa da quindici anni: gli ideali della resistenza e
dell’antifascismo sono giudicati ancora attuali e trasmessi ai giovani degli anni ’60.

          Compagno cittadino, fratello partigiano
teniamoci per mano, in questi giorni tristi.
Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo giù in Sicilia,
son morti dei compagni, per mano dei fascisti
Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera
Fischia il vento ed urla la bufera
          A diciannove anni è morto Ovidio Franchi
Per quelli che son stanchi, o sono ancora incerti.
Lauro Farioli è morto per riparare al torto
di chi sé già scordato, di Duccio Garimberti
Son morti sui vent’anni, per il nostro domani
Son morti come vecchi partigiani
          Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli,
ma gli occhi dei fratelli, si sono tenuti asciutti.
Compagni, sia ben chiaro, che questo sangue amaro,
versato a Reggio Emilia, è sangue di noi tutti
Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi
Come fu quello dei fratelli Cervi
          Il solo vero amico, che abbiamo al fianco adesso,
è sempre ancora quello, che fu con noi in montagna.
Ed il nemico attuale è sempre ancora uguale
A quel che combattemmo, sui nostri monti è in Spagna
Uguale è la canzone, che abbiamo da cantare
Scarpe rotte eppur bisogna andare
          Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,
e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli.
Dovremo tutti quanti, aver d’ora in avanti,
voialtri al nostro fianco per non sentirci soli

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Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa
Fuori a cantar con noi bandiera rossa

CONTESSA (P. Pietrangeli, 1966)
Scritta all’indomani dell’uccisione dello studente Paolo Rossi da parte dei fascisti, la canzone
mette in scena il contrasto tra la mentalità borghese impersonata della contessa, e il sorgere del
vento della contestazione, che ricerca le radici nella storia movimento operaio

Che roba contessa, all’industria di Aldo/ hanno fatto uno sciopero, quei quattro straccioni/ volevano avere
i salari aumentati/gridavano, pensi, di essere sfruttati/ E quando è arrivata la polizia/ quei quattro
straccioni han gridato più forte/ di sangue han sporcato i cortili e le porte/ chissà quanto tempo ci vorrà
per pulire
         Compagni, dai campi e dalle officine
Prendete la falce, impugnate il martello
Scendete giù in piazza, picchiate con quello
Scendete giù in piazza, affossate il sistema
         Voi gente per bene, che pace cercate
La pace per far quello che voi volete
Ma se questo è il prezzo, vogliamo la guerra
Vogliamo vedervi finir sotto terra
Ma se questo è il prezzo, l’abbiamo pagato
Nessuno più al mondo deve essere sfruttato

Sapesse Contessa, che cosa mi ha detto/ un caro parente dell’occupazione/ che quella gentaglia rinchiusa
lì dentro / di libero amore facea professione / Del resto mia cara, di che si stupisce/ oggi anche l’operaio
vuole il figlio dottore / e pensi, che ambiente ne può venir fuori / non c’è più morale contessa
         Se il vento fischiava ora fischia più forte
Le idee di rivolta non sono mai morte
Se c’è chi lo afferma non state a sentire
È’ uno che vuole soltanto tradire
Se c’è chi lo afferma sputategli addosso
La bandiera rossa ha gettato nel fosso
         Voi gente per bene…

Pier Paolo Pasolini, IL PCI ALLE GIOVANI GENERAZIONI, 1968
All’indomani degli scontri di fronte alla facoltà di architettura di Roma del marzo 1968, questa
poesia di Pasolini, scrittore e regista da sempre “contestatore”, anche dentro il Pci cui
apparteneva, destò enorme scalpore, polemiche, rancori. Letta a distanza mostra uno dei grandi
limiti del ’68, quel cercare ma non trovare un’alleanza tra élite intellettuali rivoluzionarie e
soggetti sociali tradizionalmente antagonisti, operai in primo luogo. La sintesi artistica, come
spesso accade, semplifica i termini della questione ma li rende più chiari. Pasolini mostra, nel
ritratto bello e struggente dei poveri celerini mandati allo sbaraglio, i tratti di un’Italia povera e
contadina che, ancora ben presente, andava scomparendo, con grande rammarico per il poeta
delle “lucciole” e delle borgate.

Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccolo-borghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
                                                                                                         31
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
Il loro modo di essere stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamnet d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
Che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici

Fabrizio De Andrè, CANZONE DEL MAGGIO
Nel 1974 De Andrè dedica un intero album (Storia di un impiegato) al racconto del ’68,
ripercorso attraverso le riflessioni e i sogni di un trentenne che ripensa alla sua mancata
partecipazione a quegli avvenimenti. Il ricordo muove dall’ascolto di una canzone del maggio
francese, che suona come un monito contro il disimpegno e l’indifferenza. Recentemente Claudio
Bisio ha messo in scena “Storia di un impiegato”, alternando dei monologhi alle canzoni di De
Andrè.
         Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato le vostre “Millecento”
anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti
         Anche se avete chiuso le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere ci mordevano il sedere
lasciandoci, in buona fede, massacrarci sui marciapiede

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anche se allora vi siete assolti, siete lo stesso coinvolti
        E se nei vostri quartieri tutto è rimasto come ieri
senza le barricate, senza feriti senza granate
se avete preso per buone le verità della televisione
anche se allora vi siete assolti, siete lo stesso coinvolti
        E se credete ora che tutto sia come prima
perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina
convinti di allontanare la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.

Francesco Guccini, ESKIMO, 1978
A distanza di una ventina d’anni, il cantautore modenese ritorna con perplessità agli anni
Sessanta, rivissuti attraverso la lente di una storia d’amore giovanile. Questa riflessione
“privata” illumina un lato importante del ’68: la ricerca anche nei rapporti umani e
sentimentali di un percorso diverso, più autentico, con esiti non facili, e un senso di nostalgia
che dura, ma anche di mai raggiunta “maturità”.

         Questa domenica in settembre non sarebbe pesata così
l’estate finiva più “nature” vent’anni fa o giù di lì.
Con l’incoscienza dentro al basso ventre, e alcuni audaci, in tasca “l’Unità”
la paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman la maturità.
Ma tu non sei cambiata di molto anche se adesso è al vento quello che
Io, per vederlo, ci ho impiegato tanto, filosofando pure sui perché
Ma tu non sei cambiata di tanto, e se cos’è un orgasmo ora lo sai.
potrai capire i miei vent’anni allora, e i quasi cento adesso, capirai?
         Portavo allora un eskimo innocente, dettato solo dalla povertà
Non era la rivolta permanente, diciamo che non c’era, e tanto fa.
Portavo una coscienza immacolata, che tu tendevi a uccidere, però
inutilmente ti ci sei provata, con foto di famiglia e paltot
E quanto son cambiato da allora, e l’eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mi fratello ancora, e tu lo porteresti e non puoi più
Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà
tu giriadesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa.
         Ricordi, fui con te a Santa Lucia, al Portico dei Servi per Natale
credevo che Bologna fosse mia, danzammo assieme all’anno, o a Carnevale
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno, che non ne fece un dramma o non lo, so
ma con i miei maglioni ero a disagio, emi pesava quel tuo paltot.
Ma avevo la rivolta tra le dita, dei soldi in tasca niente, e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita, e non ti era toccato farlo mai
Perché mi amavi, non l’ho mai capito, così diverso da quei tuoi cliche
perché tra i tanti, bella, che hai colpito, ti sei gettata addosso proprio a me.
         Infatti i fiori della prima volta non c’erano già più nel ’68
scoppiava finalmente la rivolta, oppure in qualche modo mi ero rotto
Tu li aspettavi ancora ma io già urlavo, che dio era morto a monte, ma però
contro il sistema anch’io mi ribellavo, cioè sognando Dylan e i Provos
E Gianni ritornato da Londra, a lungo ci parlò dell’LSD
tenne una quasi conferenza colta, sul suo viaggio di nozze stile freak.
E noi non l’avevamo mai fatto, e noi che non l’avremmo fatto mai
quell’erba ci cresceva tutta attorno, per noi crescevan solo i nostri guai.
         Forse ci consolava far l’amore, ma precari in quel senso si era già
un buco da un amico, un letto a ore, su cui passava tutta la città.
L’amore fatto alla boia d’un Giuda, e al freddo in quella stanza d’altri e spoglia
vederti o non vederti tutta nuda, era un fatto di clima e non di voglia
E adesso che potremmo anche farlo, e adesso che problemi non ne ho

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che nostalgia per quelli contro un muro, od entro un cine o là dove si può
E adesso che sappiam quasi tutto, e adesso che problemi non ne hai
per nostalgia lo rifaremmo in piedi, scordando la moquette stile e l’HiFi
         Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perché
se penso a quella ch’eri a quel che ero, che compassione che ho per me e per te.
Eppure a volte non mi spiacerebbe, essere quello di quei tempi là
sarà per aver quindici anni in meno, o avere tutto per possibilità
Perché a vent’anni è tutto ancora intero, a vent’anni è tutto chi lo sa
ma a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età
Oppure allora si era solo noi, non c’entra o meno quella gioventù
di discussioni, caroselli, eroi, quel che è rimasto dimmelo un po’ tu.
         Questa domenica in settembre se ne sta lentamente per finire
come le tante, via, distrattamente, a cercare di fare e di capire
Forse lo stan pensando anche gli amici, gli andati, rassegnati, soddisfatti
giocando a dire che si era più felici, cercando chi si è perso o no a quei fatti
E io che ho sempre un eskimo addosso, uguale a quello che ricorderai
io come sempre faccio quel che posso, domani poi ci penserò, semmai
E io ti canterò questa canzone, uguale a tante che già ti cantai
ignorala, come hai ignorate le altre, che poi saran le ultime oramai.




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I FILM DEL ’68

Ci sono molti film che si ispirano alle vicende del ’68; ce ne sono tantissimi che, pur non
affrontandone direttamente la tematica, danno un’idea del clima, delle aspirazioni, dei
mutamenti della società di quegli anni. Il recente La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana
è probabilmente l’affresco più obiettivo e al tempo stesso partecipe della generazione del ’68 e
dintorn. Qui segnaliamo pellicole uscite allora, ovviamente solo a titolo indicativo.

   Easy rider, Denis Hopper 1969 : la dimensione del viaggio, così centrale in tutta la storia
    americana, acquista qui il colore mitico e il senso liberatorio che ebbe per tutta una
    generazione.

   Il Laureato, Micke Nichols 1967: film tutt’altro che politico, evidenzia però il conflitto
    generazionale che sta investendo – a cominciare dai ceti alto borghesi – il mondo
    occidentale. Fanno epoca le canzoni scritte per l’occasione da Simon & Garfunkel.

   La cinese, Jean-Luc Godard 1967: un gruppo di giovani comincia a sperimentare forme di
    vita e di lotta che diverranno di lì a poco patrimonio di massa.

   I pugni in tasca, Marco Bellocchio 1965: la crisi della famiglia tradizionale viene messa in
    evidenza attraverso una situazione estrema dell’Italia degli anni Cinquanta.

   Fragole e sangue, Stuart Hagmann 1970: scene della contestazione dentro un’università
    statunitense; storica la scena finale, con lo sgombero da parte della polizia, e la resistenza
    passiva degli studenti che intonano ossessivamente Give peace a chance dei Beatles.

   Woodstock, Michael Wadleigh 1970: il documentario ripercorre le tre giornate di “love,
    peace and music”, il mitico raduno rock del 1969, che si chiude su Jimi Hendrix che, al
    tramonto, distorce magistralmente con la sua chitarra elettrica, le note dell’inno Usa.




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