Il 15 maggio 1994 fu proclamato beato padre Damiano di Molokai

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					                               Beato Damiano de Veuster




ALLEGATO A




LINEE STORICO-BIOGRAFICHE


Il 3 giugno 1995 fu proclamato beato padre Damiano de Veuster. È il riconoscimento ufficiale della
testimonianza limpida e incontestabile di un uomo che scelse liberamente una vita “nel cuore
dell'impossibile” fra i lebbrosi abbandonati sulla penisola di Kalaupapa, a Molokai (Isole Hawaii)


P. Damiano de Veuster nacque a Tremelo (Belgio), il 3 gennaio 1840, in seno ad una famiglia
contadina e profondamente cristiana. Venne battezzato con il nome di Giuseppe. Era il settimo
degli otto figli di Francesco ed Anna Caterina de Veuster, proprietari di una piccola fattoria. Dotato
di un temperamento forte, gaio e vivace, naturalmente incline all'azione, il giovane Giuseppe
amava il gioco e, d'inverno, si dedicava con entusiasmo al pattinaggio, sport nel quale non temeva
rivali: a 18 anni già faceva parte della squadra nazionale belga di Hockey su ghiaccio. Finiti gli
studi elementari, Giuseppe cominciò ad aiutare i genitori nei lavori della fattoria; il padre vista la
sua intelligenza, lo iscrisse alle scuole superiori di una località vicina per farne un bravo
commerciante, ma il Signore aveva disposto diversamente. In occasione di una Missione dei Padri
Redentoristi, tenutasi nella chiesa parrocchiale di Braine-le-Comte, Giuseppe ascoltò uno di quei
Padri; forse una frase, forse una sola parola del predicatore toccarono nell'intimo il cuore del
giovane che senti, ben distintamente, la vocazione sacerdotale. Qualche tempo dopo scriveva ai
genitori : "Babbo e mamma carissimi, non posso fare a meno di scrivervi, in questo bel giorno di
Natale che mi ha portato un'importante certezza: Dio vuole che io lasci questo mondo per
abbracciare la vita religiosa ...Io non temo che voi vogliate impedirmi di intraprendere la strada
dell'eterna felicità..." Ed in un'altra lettera di nuovo: "Non crediate che questa idea di abbracciare la
vita religiosa venga da me. E' la Provvidenza che m'ispira... Dio mi chiama, io devo obbedire."

A 19 anni, lascia gli studi commerciali, per entrare nella Congregazione dei Sacri Cuori di Gesú e
di Maria (Picpus), nella quale farà professione religiosa con il nome di DAMIANO, nome con cui
diventerà noto in tutto il mondo. Sin dai primi anni di vita religiosa, Damiano nutriva un profondo
desiderio di consacrare la propria vita alle missioni. Un giorno, il Superiore, avendolo sorpreso
mentre pregava davanti ad un'immagine di San Francesco Saverio, gli chiese che cosa mai
venisse a fare nella cappella, dove si trovava quell'immagine. "Vengo qui a pregare San
Francesco", rispose il novizio, "affinché mi conceda la grazia di poter partire anch'io un giorno per
le missioni" L'occasione si presentò in modo decisamente provvidenziale e prima di quanto lo
stesso Damiano sperasse: Monsignor Maigret, Vicario Apostolico delle Isole Hawaii, aveva
richiesto con urgenza dei missionari, ed i Superiori avevano organizzato una spedizione composta
da molti sacerdoti, alcuni fratelli e dieci religiose. Fra i sacerdoti vi era il fratello di Damiano, Pànfilo
ma, poco prima della partenza, a causa di un'epidemia che colpi la popolazione dei dintorni di
Lovanio, si ammalò: la sua partenza fu quindi impossibile. Damiano chiese ai superiori di partire al
suo posto.


Il 19 marzo 1864, non ancora sacerdote, dopo oltre quattro mesi di navigazione, sbarcava sulle
isole          Hawaii,               dove             sarebbe                  rimasto          per        sempre.
Dopo due mesi fu ordinato sacerdote e svolse la sua attività missionaria in diverse regioni per
quasi dieci anni. Nel 1873, in un incontro dei missionari con mons. Maigret, diventato Vescovo, si
parlò dell'isola di Molokai e dello stato di abbandono dei lebbrosi. Padre Damiano si offrì allora di
andarci       e       il        10           maggio          era         nel        villaggio         di   Kalawao.
Nell'arcipelago delle Hawaii la lebbra cominciò a diffondersi in maniera rapida e terrificante dal
1850. Di questa malattia il cui bacillo fu identificato nel 1873, non si conoscevano le vie di
trasmissione. Inoltre non c'era ancora la possibilità di predisporre un vaccino efficace: la lebbra era
un male terribile, che non si poteva curare. Il principio per arginare l'epidemia era dunque la
segregazione dei malati. In base a tali persuasioni era stato dunque realizzato l'insediamento di
Kalawao, nell'isola di Molokai: un promontorio basso, roccioso e spoglio, tra la scogliera e il mare,
scelto proprio perché inaccessibile. A partire dal 1866, ogni mese, da Honolulu, la capitale, partiva
una          nave             carica            di               lebbrosi,          requisiti          a      forza.
Se per i bianchi il problema 'lebbra' automaticamente voleva dire 'assenza di ogni contatto', anche
se si trattava dei propri congiunti, per gli hawaiani invece il contatto umano, anche fisico, restava
un        valore           irrinunciabile,           più           importante            di     ogni       pericolo.
I malati sospetti venivano requisiti per una diagnosi. Tutto avveniva tra la ribellione dei parenti: i
malati venivano occultati; i nuclei familiari si trasferivano per questo anche nei villaggi più sperduti,
alla polizia ci si opponeva anche con le armi. E non era infrequente il caso di amici e parenti che si
fingevano malati per accompagnare i loro cari.


Quando Padre Damiano giunse sull'isola con il breviario e un piccolo crocifisso, i lebbrosi che
vivevano nella colonia di Kalaupapa erano oltre 600. Nessun bianco vi aveva mai soggiornato. Era
passato in fretta qualche medico (che visitava i malati sollevando le vesti con la punta del suo
bastone e lasciando le medicine fuori dalla porta dell'ambulatorio) e qualche Pastore protestante
che predicava da lontano, sulla veranda. Ma non volevano essere toccati e gli hawaiani non se ne
curavano. Tra i lebbrosi stessi l'interesse e la solidarietà erano limitati ai propri congiunti; tutto il
resto                                                      era                                              nemico.
Così la colonia dei lebbrosi era un inferno, non solo per quello che accadeva ai corpi, soggetti a un
orribile disfacimento, ma ancor più per quello che accadeva alle loro anime e alla loro tragica
società.
Rovina fisica e psicologica: un'incredibile sporcizia (mancava perfino l'acqua!), una violenza pronta
ad esplodere ad ogni provocazione, l'esasperazione degli istinti più bassi, l'abolizione di ogni limite
sessuale, la schiavizzazione dei bambini e delle donne, alcolismo e droghe, il latrocinio
generalizzato, il risorgere di pratiche idolatriche e superstiziose. Il tutto peggiorato da un
disinteresse generalizzato. All'inizio nulla era stato predisposto per loro: né abitazioni, né ospedali,
né dispensari, né uffici amministrativi, né chiese, né cimiteri. La colonia si reggeva sulla massima
suprema, che gli anziani si affrettavano ad inculcare nei nuovi arrivati: "A'ole kanawai ma keia
wahi: qui non c'è nessuna legge".


P. Damiano scelse subito di immergersi volontariamente in quel mondo in putrefazione. Capì
subito che i malati non lo avrebbero mai accettato, se egli avesse cominciato a preservarsi, a
usare precauzioni, a evitare i contatti, a mostrare ripugnanza. Di poter essere contagiato non si
preoccupava. Diceva d'aver affidato la questione a Nostro Signore, alla Vergine e a san Giuseppe.
I superiori gli scrivevano sempre di badare al contagio, ma egli sapeva che era assolutamente
inutile essersi recato a Molokai se restava un 'haole', 'un bianco': di quelli che per definizione
'rifiutavano di toccare'. Era difficile per un prete 'rifiutarsi di toccare', quando bisognava deporre
l'ostia consacrata su lingue rose dal male, o ungere con l'olio santo mani e piedi cancrenosi, o
bendare con tenerezza quelle orribili piaghe; o anche solo prendere in mano la corda della
campana          su       cui      s'erano       arrampicati       per      gioco          i          bambini!
Ma egli non agiva così solo per rispettare la sensibilità degli hawaiani, e quella ancora più acuta
dei malati. Egli voleva vivere fino in fondo la realtà della Chiesa stessa di cui lui era ministro:
essere il Corpo di Cristo. Attraverso il contatto con i malati, egli era conscio di toccare e di porgere
le sue cure a quello che era il corpo di Cristo stesso: Mt 25. Da questo si comprende perché la
festa più grande nell'isola di Molokai era il Corpus Domini, celebrato con solenni processioni.
Padre Damiano aveva perfino introdotto la pratica dell'Adorazione perpetua: i turni e gli orari, di
giorno e di notte, non era facile osservarli; ma quando un 'adoratore' non poteva occupare il suo
posto in chiesa, si inginocchiava a pregare sul suo giaciglio. Ebbe la gioia di ricevere molte
conversioni e di battezzare un centinaio di adulti ogni anno. La sua chiesetta, quando celebrava
Messa,     era   sempre    piena   di   fedeli   che   pregavano    e    cantavano    le       lodi   a   Dio.



Egli, però, non fu solo pastore di anime: si fece carpentiere, falegname, infermiere per i suoi
lebbrosi. Con l’aiuto dei più robusti e volenterosi abbatté alberi, costruì chiese e casette decenti,
insegnò a coltivare la terra. Visitava sistematicamente tutti i lebbrosi. Arrivava col sorriso e la borsa
piena di medicine e di bende per pulire e fasciare le piaghe con le proprie mani, nonostante egli
provasse una forte repulsione a causa del fetore che le piaghe emanavano: "Più volte – confessa
– sono stato costretto a chiudermi le narici e a correre fuori a respirare aria pura". Trovò un
parziale antidoto nell’uso della pipa. Per le sue opere, gli aiuti economici a padre Damiano non
mancarono essendo stato aiutato dalla fama internazionale che lo aveva accompagnato fin dagli
inizi grazie alle notizie diffuse dai giornali. Appena tre giorni dopo il suo arrivo sull'isola, il giornale
delle Hawaii, l'Advertiser, lo definiva 'un eroe cristiano' e alla sua morte il Times scrisse: "Questo
prete cattolico è divenuto per tutta l'umanità un amico". La Commissione Ministeriale d'Igiene
dapprima lo avversò, ma poi finì per offrirgli la carica di Sovrintendente di Molokai, con una paga
annua di diecimila dollari. E padre Damiano disse che lì non ci sarebbe stato cinque minuti con
una       paga     di    centomila       dollari:    ma      ci    stava      per     amor       di    Dio.
Ben presto il lebbrosario di Molokai cambiò volto e altre persone vennero ad affiancarlo nella sua
opera apostolica. Sorse un orfanotrofio e una casa per le suore Francescane venute a curare gli
orfani.
Nel dicembre del 1884, P. Damiano, mettendo a bagno i suoi piedi nell'acqua calda, non poté
sentirne il calore: si accorse così di aver contratto la lebbra. Aveva visto immediatamente
arrossarsi la pelle e formarsi delle vesciche. Stupito aveva toccato l'acqua con la mano: era
bollente e non se n'era accorto! Aveva perso la sensibilità agli arti inferiori e seppe così
inequivocabilmente d'aver contratto la lebbra.         Scrisse umilmente ai suoi superiori: “...Sono
diventato lebbroso. Penso che non tarderò ad essere sfigurato. Non avendo alcun dubbio sul vero
carattere della mia malattia, io resto calmo, rassegnato e felicissimo in mezzo al mio popolo. Il
Buon Dio sa bene ciò che vi è di meglio per la mia santificazione, e ogni volta ripeto con tutto il
cuore: Sia fatta la tua volontà!” La notizia che l'eroe di Molokai era divenuto lebbroso fece il giro
del mondo e suscitò una nuova ondata di solidarietà. Nonostante la scoperta continuò a lavorare
attivamente per portare a fine i suoi progetti fino a quando, al termine della Quaresima del 1889,
s'accorse che le piaghe si chiudevano e la crosta si anneriva: capì che stava per morire. Ne aveva
assistiti tanti che aveva imparato a riconoscere bene quei segni infallibili di una fine prossima.
Quando morì, Il 15 aprile 1889, lunedì santo, aveva quarantanove anni e ne aveva passati sedici
tra i suoi lebbrosi.




TRATTI DELLA SUA SPIRITUALITÀ E DELLA SUA MISSIONE

Dall’omelia del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di
P. Damiano de Veuster, Bruxelles, 4 giugno 1995


Cari fratelli e sorelle , tocca oggi a voi riprendere la fiaccola di Padre Damiano, che
spontaneamente scelse e chiese ai suoi Superiori di essere segregato in mezzo ai
lebbrosi di Molokai, per rimanere insieme con loro e per comunicare ad essi la
speranza evangelica, ed infine, colpito dal morbo, condivise la sorte dei suoi fratelli
sino alla morte. La sua testimonianza è per voi un appello, soprattutto per voi giovani,
affinché possiate tutti conoscerlo, e, attraverso il suo sacrificio, crescano in voi il
desiderio di amare Dio, fonte del vero amore e di una vita felice, e il desiderio di fare
della vostra vita un’autentica offerta. È diventato lebbroso in mezzo ai lebbrosi, è
diventato lebbroso per i lebbrosi. Ha sofferto ed è morto come loro, credendo nella
risurrezione in Cristo, poiché Cristo è Signore!




Dagli scritti del Mahatma Gandhi

La politica e il mondo giornalistico possono vantare eroi, ma pochi possono essere
paragonati a Padre Damiano di Molokai. Vale la pena dare un'occhiata alle fonti di tale
eroismo.




Dalle lettere di Padre Damiano, Vol. "Lettres du P. Damien de Veuster", Postulazione
Generale, 1990


'Prega di ottenere lo spirito di umiltà, in modo da desiderare il disprezzo. Se vieni
schernito, devi gioirne. Non lasciamoci incantare dalle lodi degli uomini, non siamo
soddisfatti di noi stessi, siamo grati a chi ci causa dolore o ci tratta con disprezzo e
preghiamo Dio per loro. Per fare questo c'è bisogno, oltre che della grazia, di una
grande abnegazione e di una costante mortificazione, grazie alla quale veniamo
trasformati                    in                  Cristo                    Crocifisso.'"



Dalle lettere di Padre Damiano, Vol. "Lettres du P. Damien de Veuster", Postulazione
Generale, 1990. Lettera n. 14, ai genitori, 30 ottobre 1863, p. 43.


E voi, cari genitori, non abbiate la benché minima inquietudine sulla nostra sorte. Tutti
noi siamo nelle mani del Buon Dio, di un Dio onnipotente che ci prende sotto la sua
protezione...




Dalle lettere di Padre Damiano, Vol. "Lettres du P. Damien de Veuster", Postulazione
Generale, 1990. Lettera n. 19, ai genitori, 23 agosto 1864, p. 64.
Ora sono sacerdote... ora sono dunque missionario in un paese corrotto, eretico ed
idolatra. Sento l'imponenza dei miei doveri... Pregate giorno e notte per me, vi
scongiuro. Se il Signore è con me, non avrò a temere alcun male e potrò tutto, come
San Paolo, in Colui che mi dà forza..."




Dalle lettere di Padre Damiano, Vol. "Lettres du P. Damien de Veuster", Postulazione
Generale, 1990. Lettera a suo fratello Panfilo


Te lo devo dire : il Signore ha messo gli occhi su di me e mi ha scelto. Devo
riconoscere al Signore questa grazia. Sarà la malattia che mi porterà direttamente
nella patria celeste. E accetto questa speranza come mia croce privata. Sto
sforzandomi di metterla sulle spalle, come fece Cireneo con la sua. Devi aiutarmi con
le tue suppliche. Ho bisogno di forza per perseverare, per arrivare felicemente in cima
al Calvario.




Dalle lettere di Padre Damiano, Vol. "Lettres du P. Damien de Veuster", Postulazione
Generale, 1990. Lettera a suo fratello Panfilo


Sono colpito dalla lebbra, ma sono forte, sono robusto come una volta…le mie mani
non sono ancora state colpite. Posso ancora celebrare la messa. E questa è una
grazia che mi consola e mi rassicura. Ti dico la verità: mi sento felice.




Dalle lettere di Padre Damiano, Vol. "Lettres du P. Damien de Veuster", Postulazione
Generale, 1990. Lettera al Padre Generale


Non deve essere triste, P. Generale, perché uno dei suoi figli è stato decorato non solo
con la Real croce di Kalakaua (un titolo d’onorificenza dello Stato Hawaiano), ma
anche con la Croce della Lebbra, più onerosa, meno onorevole. Nostro Signore Gesù
Cristo ha voluto che io ricevessi le stigmate con essa.
Dalle lettere di Padre Damiano, Vol. "Lettres du P. Damien de Veuster", Postulazione
Generale, 1990. Lettera al Reverendo Chapman, protestante


Benedico il Salvatore di tutti noi che le ha dato questa luce. Sono un semplice prete
che compie i suoi doveri di amore e vocazione. Trovo la forza nel Sacramento ogni
mattina. Lì capisco che devo rinunciare ad ogni ambizione umana. E’ il pane
quotidiano per un prete come me. Per un sacerdote come lei.




Dalle lettere di Padre Damiano, Vol. "Lettres du P. Damien de Veuster", Postulazione
Generale, 1990. Dal suo diario personale


La Comunione è il pane del sacerdote. Me ne cibo e mi sento felice, contento,
dolcemente rassegnato a questa situazione un po’ eccezionale nella quale la
Provvidenza di Dio ha pensato bene di collocarmi. L’Eucarestia è per me – e per
tutti noi – lo stimolo vivo che mi porta a rinunciare ad ogni ambizione terrena
o che il mondo può darmi. Mi sembra che senza la presenza continua del
nostro Maestro nella mia povera cappella, io non avrei mai accettato di legare
la sorte della mia vita alla sorte dei lebbrosi di Molokai.




Dalle lettere di Padre Damiano, Vol. "Lettres du P. Damien de Veuster", Postulazione
Generale, 1990.


Dalla mattina alla sera vivo in mezzo alle miserie fisiche e morali che addolorano il
cuore, ma mi sforzo di apparire prima di tutto un uomo felice che vuole aiutare i suoi
fratelli lebbrosi a superare le loro miserie.




BIBLIOGRAFIA


Eduardo T. Gil De Muro, Damiano di Molokai - Biografia di P. Damiano De Veuster,
EMI (Editrice Missionaria Italiana) della Coop. SERMIS



A.Sicari "Il quarto libro dei ritratti di Santi" - Ed. Jaca Book, Milano 1994 (pagg. 101-
122)
SITOGRAFIA


www.saveriani.bs.it/Missionar...1/pdamiano.htm


http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1995

				
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