Dopo il collegato Lavoro

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					Dopo il collegato Lavoro

Conciliazioni in sede sindacale-Stefano Malandrini-Ipsoa.it

   1.   Contesto legislativo previgente
   2.   Nuovo quadro regolamentare
   3.   Problematiche applicative
   4.   Accorgimenti operativi

Il combinato disposto degli artt. 410 e 411 c.p.c., ha rappresentato, per lungo tempo, il riferimento
legislativo esclusivo per la regolamentazione dei confronti finalizzati alla conciliazione delle
controversie individuali di lavoro. Tale contesto legislativo è stato parzialmente ridefinito dall'art.
31 della legge n. 183 del 4 novembre 2010, che modificando gli artt. 410-411 c.p.c. ha
conseguentemente alterato alcune implicazioni di tali norme nonché reso opportuna la verifica
delle prassi operative precedentemente invalse

Contesto legislativo previgente

Il combinato disposto degli artt. 410 e 411 c.p.c., ha rappresentato, per lungo tempo (1), il
riferimento legislativo esclusivo per la regolamentazione dei confronti finalizzati alla conciliazione
delle controversie individuali di lavoro. In particolare tale impianto normativo, tutt'ora
sostanzialmente valido, consente di inficiare con specifiche procedure il diritto altrimenti
spettante al lavoratore di chiedere, ai sensi dell'art. 2113 c.c., l'annullamento delle dichiarazioni di
rinuncia eventualmente espresse o delle transazioni eventualmente concordate con il datore di
lavoro, aventi ad oggetto propri diritti inderogabili derivanti da leggi o contratti collettivi. In
mancanza di tali adempimenti procedurali, è consentita l'impugnazione entro 6 mesi decorrenti
dalla data di cessazione del rapporto o dalla data della rinuncia o transazione, se successiva. La
disciplina citata assoggetta pertanto al medesimo regime due fattispecie dissimili. Le «rinunce»
rappresentano infatti dichiarazioni unilaterali di volontà, esprimibili con qualsiasi comunicazione
(2) che renda nota l'intenzione di non esercitare un diritto, le «transazioni» consistono invece, ai
sensi dell'art. 1965 c.c., in negozi giuridici con i quali due soggetti pongono fine o prevengono
l'insorgenza di controversie facendosi reciproche concessioni. Questa seconda ipotesi implica
perciò l'esistenza di un contenzioso, effettivo o potenziale, tra le parti interessate, nonché il
raggiungimento di un accordo. In particolare quando le transazioni sono realizzate con le modalità
previste dagli artt. 410-411 c.p.c. assurgono a «conciliazioni», da intendersi quindi quali confronti
negoziali di natura transattiva vertenti sulla sussistenza/insussistenza di obbligazioni afferenti il
rapporto di lavoro, in occasione della cui esecuzione le parti fruiscono, con particolari forme, di
assistenza da parte di soggetti terzi c.d. conciliatori. Ai sensi delle considerazioni sopra esposte
l'effettuazione delle conciliazioni presuppone quindi la inderogabilità dei diritti rinunciati o
transatti, la sussistenza dei requisiti di forma previsti dalla normativa, il mancato decorso del
termine di decadenza di 6 mesi.
L'impianto normativo definito dal codice di procedura civile contempla infine tre soluzioni
alternative, per quanto attiene le procedure necessarie perché si produca con immediatezza la
decadenza del diritto di impugnazione di cui all'art. 2113 c.c., sopra richiamato. Sono infatti
esperibili, con la medesima efficacia:
1) conciliazioni in sede giudiziale, ex art.185 c.p.c., ossia promosse dal giudice in fase di istruttoria
della controversia;
2) conciliazioni in sede amministrativa, ossia svolte presso le competenti Direzioni provinciali del
lavoro, con le modalità di cui all'art. 411. c.p.c.;
3) conciliazioni in sede sindacale, ossia realizzate nelle forme disciplinate dalla contrattazione
collettiva.
La disciplina sopra riepilogata era peraltro integrata, prima dell'entrata in vigore, il 24 novembre
2010, dell'intervento riformatore di cui alla legge n. 183 del 4 novembre 2010, c.d. “collegato
lavoro”, da altre norme (3) ai sensi delle quali il ricorso giudiziario per la risoluzione di ogni
controversia vertente sui rapporti di cui all'art. 409 c.p.c. (4) doveva essere preceduto da un
tentativo obbligatorio di conciliazione, eseguibile indifferentemente ed alternativamente in una
delle forme di cui ai precedenti punti 1) e 2), ossia in sede amministrativa od in sede sindacale.
Le procedure conciliative previste dalla contrattazione collettiva venivano pertanto attivate, in
base a tale regime, per due distinte ragioni:
a) ratificare il contenuto di intese già intervenute tra datori e prestatori di lavoro, quindi allo scopo
di prevenire l'insorgenza di contenziosi giudiziari ed evitare che, nel termine di decadenza di 6
mesi previsto dall'art. 2113 c.c., sopravvenisse la revoca unilaterale, da parte del lavoratore, degli
affidamenti già formalizzati;
oppure
b) quale passaggio procedurale indispensabile per consentire il ricorso giudiziario, al fine pertanto
opposto di consentire l'avvio di un contenzioso.
In entrambi i casi si trattava di un'attribuzione non esclusiva, in quanto analoghi risultati erano
perseguibili attraverso atti di rinuncia unilaterale o di transazione stragiudiziale ex art. 1965 c.c.,
seguiti dal decorso del citato termine di decadenza di 6 mesi, oppure con le procedure arbitrali
rituali od irrituali ex artt. 806 e ss. c.p.c. e 412 ter e quater c.p.c., oppure con la conciliazione
giudiziale ex art. 185 c.p.c., promossa dal giudice del lavoro, od ancora con la conciliazione svolta
presso le commissioni istituite ex art. 410 terzo comma c.p.c. presso le Direzioni provinciali del
lavoro. La specificità della sede sindacale era pertanto riferibile non agli effetti della conciliazione
né all'ambito di competenza della stessa, ma alla remissione alla contrattazione collettiva delle
relative modalità di esecuzione.
Nel definire tali procedure, la contrattazione soggiaceva peraltro a pochi limiti esterni,
sostanzialmente rappresentati:
1) dalla natura transattiva degli atti, che imponeva la reciprocità delle concessioni finalizzate alla
prevenzione o risoluzione della controversia;
2) dalla praticabilità, avverso le pattuizioni raggiunte, delle azioni ordinarie di annullamento e
nullità, in presenza delle condizioni dettate dagli artt. 1418 e 1453 e ss. c.c., ovvero delle azioni di
risoluzione ex art. 1483 e ss c.c.;
3) dalle esigenze probatorie, che rendevano opportune specifiche ritualità e formalismi;
4) dall'obbligo, previsto dagli artt. 411 e 412 c.p.c., di redazione di un documento contenente il
processo verbale d'accordo, anche parziale, oppure di mancato accordo, rispettivamente da
depositare presso la Direzione provinciale del lavoro, per acquisire il valore di titolo esecutivo,
ovvero da allegare al successivo ricorso in giudizio, rappresentando in tale ipotesi una condizione
di procedibilità del medesimo.
(1) L'impostazione risale alla legge n. 533 dell'11 agosto 1973.
(2) Purché in forma scritta, ai sensi del terzo comma dell'art. 2113 c.c..
(3) In particolare l'art. 5 della legge n. 108 dell'11 maggio 1990 e l'art. 36 del D.Lgs. n. 80 del 31
marzo 1998.
(4) Ossia di lavoro subordinato, di collaborazione, di agenzia e rappresentanza.
Nuovo quadro regolamentare

Il contesto legislativo succitato è stato parzialmente ridefinito dall'art. 31 della legge n. 183 del 4
novembre 2010, che modificando gli artt. 410-411 c.p.c. ha conseguentemente alterato alcune
implicazioni di tali norme nonché reso opportuna la verifica delle prassi operative
precedentemente invalse. Più specificamente si osservi che:
1) la richiesta del tentativo di conciliazione da parte di «chiunque intenda proporre in giudizio una
domanda relativa ai rapporti previsti dall'art. 409» del codice di procedura civile è stata resa una
semplice facoltà e, qualora esercitata, l'adesione della controparte non è obbligatoria. L'istanza
infatti «interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione, e per i
venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza», ma la
costituzione del convenuto, con la presentazione delle memorie difensive, delle eccezioni, delle
domande riconvenzionali, avviene solo se il medesimo «intende accettare la procedura» ed «ove
ciò non avvenga, ciascuna delle parti è libera di adire l'autorità giudiziaria»;
2) la nuova procedura prevede, allorché eseguita in sede amministrativa ovvero presso le
competenti commissioni ricostituite (5) presso le Direzioni provinciali del lavoro, rilevanti
adempimenti a carico sia del proponente la conciliazione, sia della controparte. La richiesta deve
infatti contenere elementi di particolare dettaglio, tra i quali «l'esposizione dei fatti e delle ragioni
posti a fondamento della pretesa», inoltre il processo verbale deve riportare le «valutazioni
espresse dalle parti» in merito alla proposta di bonaria definizione formulata dalla commissione di
conciliazione, qualora non accettata e «delle risultanze della proposta formulata dalla
commissione e non accettata senza adeguata motivazione il giudice tiene conto in sede di
giudizio»;
3) viceversa l'art. 412-ter, modificato anch'esso dall'art. 31 della legge n. 183 del 4 novembre 2010
e riguardante le conciliazioni c.d. in sede sindacale, ha disposto semplicemente che la gestione
delle controversie, insorte o potenziali, nelle materie di cui all'art. 409 c.p.c. possa essere svolta
«presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni
sindacali maggiormente rappresentative» (6);
pertanto mentre le procedure conciliative eseguite presso le Direzioni provinciali del lavoro sono
state gravate, all'esito dell'intervento riformatore, da particolari oneri (7), le procedure conciliative
in sede sindacale, alle quali sono attribuite analoga efficacia ed ambito di competenza, sono
ancora pressoché integralmente rimesse alla disciplina dei contratti collettivi, che sino ad ora
hanno definito impostazioni per lo più contraddistinte da un elevato grado di informalità e
suscettibili di applicazioni elastiche (8). In presenza pertanto di controparti interessate a gestire le
conciliazioni con approccio agevole, tempi ridotti, prevalenza della dialettica negoziale sulla
disamina dettagliata degli aspetti giuridici e degli elementi probatori, la sede sindacale
rappresenta un contesto più adeguato. Viceversa la propensione al contenzioso giudiziario può
rendere più opportuna, per la parte che dovesse ritenere particolarmente sicura la propria
situazione giuridica, la proposizione o l'adesione al tentativo di conciliazione presso una
commissione istituita in sede amministrativa. Le relative modalità di esecuzione tendono infatti a
stimolare maggiormente i partecipanti al raggiungimento di una intesa, almeno parziale, inoltre
condizionano comunque l'eventuale prosecuzione del contenzioso in sede giudiziaria: l'art. 411
c.p.c., come novellato dall'intervento riformatore, prevede infatti che della proposta di
conciliazione formulata obbligatoriamente dalla commissione e non accettata senza adeguata
motivazione «il giudice tenga conto in sede di giudizio».
Il regime sopra esposto peraltro è di applicazione immediatamente successiva all'entrata in vigore
del “collegato lavoro”. A tale proposito si valutino alcune implicazioni di diritto intertemporale.
Innanzitutto la circolare del Ministero del lavoro n. 11 del 25 novembre 2011 ha interpretato l'art.
31 della legge n. 183 del 4 novembre 2010 come riferibile, per quanto attiene la nuova disciplina
delle conciliazioni presso la Direzione provinciale del lavoro, compresa la facoltatività del ricorso,
anche alle procedure pendenti alla data del 24 novembre 2010, di entrata in vigore della riforma.
In ragione dell'integrazione tra le regolamentazioni di cui agli artt. 410-411 e quella di cui all'art.
412-ter c.p.c. è forse sostenibile che anche ai tentativi di conciliazione in sede sindacale,
eventualmente pendenti a tale data, si possa ritenere esteso il nuovo criterio della sopravvenuta
opponibilità, da parte del convenuto, del rifiuto di concludere il confronto già avviato. Per quanto
riguarda poi l'ipotesi di richieste di conciliazione inoltrate ma non accettate dalla controparte
entro il 23 novembre si consideri che: a) se presentate in sede amministrativa, la circolare
ministeriale citata ha precisato che non sussiste più un obbligo di attivazione della negoziazione,
stante la sopravvenuta procedibilità dell'azione giudiziaria; b) se presentate in sede sindacale,
continua a sussistere analoga facoltà di rifiuto del convenuto, in quanto alternative a quelle
eseguibili in sede amministrativa e, anche ai sensi del nuovo disposto dell'art. 412-ter c.p.c., non
obbligatorie. In merito infine alle procedure di conciliazione in sede sindacale avviate dopo
l'entrata in vigore della riforma, è attualmente dubbio che sussista ancora l'obbligo legale, non
espressamente previsto dalla nuova normativa, di procedere alla redazione di un verbale di
mancata o parziale conciliazione (9) qualora gli interessati non pervengano ad una intesa
risolutiva. In ogni caso sembra attualmente sostenibile - per lo meno in assenza di giurisprudenza
contraria - che tale documento, qualora redatto, non debba avere le forme e non produca le
conseguenze vincolanti definite dal comma 2 del nuovo art. 411 c.p.c.
(5) La legge n. 183 del 4 novembre 2010 ha infatti modificato i criteri di composizione di tali organi
e la circ. Min. lav. n. 11 del 25 novembre 2010 ha precisato la necessità di procedere alla
costituzione di «nuove commissioni e sottocommissioni».
(6) La formulazione non è molto chiara per quanto attiene il livello di contrattazione interessato,
ma sembra riferirsi - secondo i primi commenti di dottrina, tra cui la circ. Confindustria del 24
novembre 2010 - alla sola contrattazione nazionale.
(7) L'art. 31 comma 1 della legge n. 183 del 4 novembre 2010 prescrive anche la consegna o
spedizione dell'istanza con raccomandata con avviso di ricevimento, l'inoltro anche alla
controparte, l'indicazione nella stessa degli estremi del convenuto, del luogo di insorgenza del
rapporto o di esecuzione della prestazione, del recapito per le comunicazioni procedurali.
(8) Cfr. i successivi paragrafi.
(9) La previgente disciplina prevedeva, per disposizione dell'art. 412 c.p.c., la redazione del
processo verbale di mancata conciliazione anche nell'ipotesi di procedure eseguite in sede
sindacale.

Problematiche applicative

Per quanto attiene le modalità effettive di esecuzione delle conciliazioni in sede sindacale,
attuative del rinvio presente nel nuovo art. 412-ter c.p.c., si consideri che le procedure elaborate
dai Ccnl (10) prima dell'entrata in vigore della legge n. 183 del 4 novembre 2010 sono per lo più
contraddistinte da ambiti di applicazione ampi e da impostazioni autoreferenziali, ossia prive di
espressi rinvii alla regolamentazione codicistica. Di fatto si tratta di norme che impegnano sia i
destinatari del contratto, sia le associazioni sindacali e datoriali sottoscrittrici, a prescindere
dall'attribuzione, operata dalla normativa legale sopra esaminata, ai contratti collettivi per
regolamentare procedure che, superando il vincolo temporale semestrale di decadenza altrimenti
previsto dall'art. 2113 c.c., di cui si è detto, rendano irrevocabili i contenuti degli atti transattivi
intervenuti tra datori e prestatori di lavoro.
Ad esempio l'art. 7 Sez. IV Titolo VII del Ccnl 15 ottobre 2009 per l'Industria Metalmeccanica
dispone, in merito ai reclami ed alle controversie eventualmente insorte nell'applicazione delle
regolamentazioni contrattuali, l'effettuazione in prima istanza di un confronto diretto tra Direzione
aziendale e Rappresentanza sindacale unitaria, in seconda istanza prevede l'intervento delle
«rispettive competenti organizzazioni sindacali». La formulazione non riporta riferimenti alle
previsioni del codice di procedura civile afferenti le conciliazioni in sede sindacale, quindi è
contrattualmente vincolante indipendentemente da tali norme ed è particolarmente inclusiva, al
punto da essere espressamente finalizzata, con modalità indifferenziate, anche alla risoluzione
conciliativa di contenziosi collettivi. Per entrambe le tipologie di controversie il confronto
territoriale interviene solo in “difetto di accordo” e nell'ipotesi di contenzioso individuale l'atto
acquisisce autonomamente, avendo la forma di transazione assistita da conciliatori, gli effetti di
cui all'art. 2113 c.c.. Peraltro questa fase di confronto, quando eseguita presso gli uffici-vertenze
delle strutture sindacali territoriali, quindi non da funzionari delle associazioni sindacali categoriali
stipulanti il Ccnl, rappresenta una modalità non espressamente conforme al dettato dell'art. 7 Sez.
IV Titolo VII del Ccnl 15 ottobre 2009 ed in tal caso solo un'interpretazione estensiva delle norme
contrattuali, asseverata dal comportamento concludente dei soggetti sindacali coinvolti, consente
di ritenere comunque sussistente una commissione di conciliazione corrispondente alle previsioni
della contrattazione collettiva a cui rinvia l'art. 412-ter c.p.c. Altri Ccnl (11) prevedono
un'impostazione più formale rispetto a quella testé esaminata, in quanto precisano i tempi di
esecuzione del confronto conciliativo e la composizione dell'organo collegiale deputato a gestirlo,
ma articolano comunque in varie fasi la discussione, rendendo residuale il coinvolgimento delle
associazioni sindacali e datoriali territoriali (12) e comunque non precludono gestioni alternative o
adattamenti operativi.
In linea generale, si può quindi ritenere che nel contesto normativo precedente all'entrata in
vigore della legge n. 183 del 4 novembre 2010 la correlazione tra le norme di legge afferenti le
conciliazioni in sede sindacale e le procedure di risoluzione dei reclami e delle controversie insorte,
disciplinate dalla vigente contrattazione collettiva nazionale, sovente non era esplicita, ma
derivava comunque dalla corrispondenza di fatto tra le regolamentazioni, i comportamenti dei
soggetti coinvolti, il dettato legislativo. Del resto oltre alle prassi operative sopra richiamate, anche
i medesimi atti conciliativi, formalizzati in documenti che sancivano l'avvenuta conciliazione ai
sensi degli artt. 410-411 c.p.c., potevano esplicitare efficacemente e chiarire ulteriormente la
corrispondenza tra la procedura eseguita e le norme di legge riguardanti i confronti in sede
sindacale, richiamando le norme legali e dando atto dell'assolvimento di procedure applicative del
rinvio alla sede sindacale di confronto.
Atteso poi che:
a) l'art. 412-ter, introdotto dall'art. 31 comma 6 della legge n. 183 del 4 novembre 2010,
limitandosi a sancire che «la conciliazione e l'arbitrato, nelle materie di cui all'art. 409 c.p.c.,
possono essere svolti altresì presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi
sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative», non ha disposto la
ricostituzione delle commissioni in sede sindacale già operative;
b) il successivo comma 7 ha adeguato all'intervento riformatore l'art. 2113 comma 4 del codice
civile, limitandosi tuttavia ad integrarlo con il riferimento all'art. 412-ter;
anche dopo l'entrata in vigore del “collegato lavoro” sono da ritenersi generalmente - stante la
genericità del dettato normativo ed in assenza, per lo meno ad oggi, di giurisprudenza contraria -
ancora valide le procedure di conciliazione definite dalla contrattazione nazionale previgente ed
ancora operabili eventuali gestioni alternative ed adattamenti in fase applicativa.
(10) Si consideri che la durata triennale dei cicli negoziali, prevista dall'A.I. del 15 aprile 2009,
unitamente alla sopravvenuta sottoscrizione, nel 2009-2010, di numerose intese nazionali,
comporta che gli adeguamenti delle norme di Ccnl al “collegato lavoro” interverranno
prevedibilmente solo in un arco temporale prolungato.
(11) Cfr. il Ccnl per l'industria Tessile del 9 luglio 2010, art. 6 oppure il Ccnl 18 dicembre 2009 per
l'industria Chimica, art. 65.
(12) In merito a questo aspetto differiscono solo pochi Ccnl, tra i quali rileva per diffusione l'intesa
nazionale per il Terziario, Distribuzione e Servizi del 18 luglio 2008, che all'art. 37 riporta espliciti
riferimenti alla normativa del codice di procedura civile e attribuisce la competenza esclusiva, per
la composizione delle controversie, a particolari commissioni paritetiche territoriali di
conciliazione, alla quale compete anche la ratifica delle intese individuali già realizzate in azienda,
previa spontanea comparizione delle stesse.

Accorgimenti operativi

Nonostante la non indispensabile modifica delle modalità di esecuzione delle procedure
conciliative disciplinate dai Ccnl previgenti all'entrata in vigore del “collegato lavoro”, per
consentire alle intese individuali di acquisire l'efficacia di cui all'art. 412-ter, sono comunque
opportuni alcuni adeguamenti operativi. Le prassi invalse nella redazione dei documenti
riepilogativi degli accordi realizzati in sede sindacale, sono infatti state condizionate lungamente
da un quadro normativo composto, oltreché dalle norme contrattuali, anche dalle norme legali
riguardanti sia le transazioni sia il regime di decadenza semestrale di cui all'art. 2113 c.c.,
esaminato nei precedenti paragrafi e superabile con modalità che l'intervento riformatore ha
parzialmente alterato. Occorre pertanto che, dopo l'entrata in vigore della legge n. 183 del 4
novembre 2010, in parte siano conservati gli approcci pregressi, stante l'invarianza di alcuni
riferimenti normativi, in parte siano adottate nuove determinazioni ed accorgimenti, per evitare
contrasti tra i comportamenti usuali e la nuova regolamentazione legale. In particolare, in attesa
dell'eventuale insorgenza di orientamenti giurisprudenziali univoci, tali da conferire maggiore
certezza ai comportamenti agiti dai conciliatori e dalle parti direttamente interessate alla
conciliazione, si possono ritenere valide le seguenti indicazioni:
• per quanto attiene l'impostazione generale delle intese, è ancora indispensabile adottare
formule corrispondenti al disposto dell'art. 1965 c.c., evidenziando sia la sussistenza od il rischio di
insorgenza di una controversia giudiziaria, sia le concessioni reciproche finalizzate a prevenirla, a
motivo della necessaria riconduzione delle procedure ex art. 412-ter allo schema giuridico della
transazione rafforzata dall'assistenza delle parti ad opera di soggetti terzi nel ruolo di conciliatori.
La nuova disciplina non ha infatti introdotto modifiche alla nozione di conciliazione alla quale
rinvia l'art. 2113 c.c., ancora riferibile quindi agli orientamenti illustrati nei precedenti paragrafi,
rinvenibili in dottrina e giurisprudenza;
• in merito alle formule di rinuncia, con le quali le parti della conciliazione si vincolano a non agire
in giudizio, è ancora opportuno rispettare l'orientamento della Corte di Cassazione affermato con
sentenza n. 15371 del 14 ottobre 2003, ai sensi del quale sono inidonee dizioni eccessivamente
generiche, in quanto non dimostrano la piena conoscenza, da parte dell'interessato, dei diritti che
intende dismettere. Si tratta, come è noto, di un indirizzo interpretativo che la Suprema Corte
aveva maturato in relazione alla diversa fattispecie delle rinunce unilaterali, ossia espresse non
nell'ambito di transazioni o conciliazioni, successivamente esteso dal pronunciamento citato alle
procedure ex artt. 410 e 411 c.p.c. In base a tale impostazione occorre procedere, quale
condizione di validità del negozio posto in essere, all'esplicitazione dei diritti discussi e transatti,
citandoli espressamente ed analiticamente sia nelle premesse del verbale d'accordo, come
argomenti di confronto dialettico che hanno prodotto il rischio o l'insorgenza effettiva della
controversia, sia quale oggetto della rinuncia ad agire esplicitata da una delle parti e correlata ad
una concessione della controparte. Nell'ipotesi quindi rappresentata dalla formalizzazione
dell'impegno del lavoratore a non esercitare azioni nei confronti del datore di lavoro, a fronte di
un riconoscimento economico, qualora si intendesse prevenire il maggior numero di rivendicazioni
è quindi ancora opportuno, pur dopo l'intervento riformatore, che sia nella premessa dell'intesa,
sia nella dichiarazione di rinuncia sia riportato l'elenco analitico dei diritti rivendicati e transatti. Si
tratta infatti di criteri interpretativi generali, sostenuti dalla Corte di Cassazione in base a
deduzioni vertenti su principi ordinamentali generali, quindi non inficiate dalla sopravvenuta
modifica delle norme procedurali in esame;
• le clausole asseverative della natura dell'atto conciliativo in sede sindacale devono citare, dopo
l'entrata in vigore della legge n. 183 del 4 novembre 2010, quali riferimenti normativi idonei ad
esplicitare la volontà delle parti, sia gli artt. 410 e 411 c.p.c., che riguardano rispettivamente, come
si è detto, la conciliazione ed il relativo processo verbale, sia l'art. 412-ter, che definisce quale
alternativa alla sede amministrativa il confronto in sede sindacale normato dalle disposizioni
contrattuali collettive, conferendo al medesimo la stessa efficacia e lo stesso ambito di
competenza. La disciplina sull'interpretazione dei contratti, rinvenibile negli artt. 1362 e ss. c.c. ed
applicabile anche alle transazioni ed alle conciliazioni, in quanto appartenenti a tale categoria
negoziale, attribuisce infatti rilievo, quale criterio soggettivo prioritario, alla «comune intenzione
delle parti», prevalente sul «senso letterale delle parole» ogni qual volta la forma prescritta ex
lege non sia sufficiente a chiarire i contenuti dell'intesa realizzata. A tal fine la corretta
identificazione degli estremi di legge rappresenta quindi un requisito formale particolarmente
rilevante. Considerata peraltro l'incertezza caratterizzante la disciplina in esame, dovuta:
a) al rischio di declaratoria di incostituzionalità della normativa de quo, stante la novità dei
contenuti e la difficile previsione - attualmente - della propensione dei giudici di merito a
riconoscerne o contestarne la validità;
b) al possibile intervento di norme modificative, che alterino nuovamente le procedure
disciplinate dall'art. 31 della legge n. 183 del 4 novembre 2010, con effetti retroattivi, sui
contenuti delle intese già realizzate, che non è possibile escludere con sicurezza;
c) all'eventuale insorgenza di orientamenti di giurisprudenza che subordinino il riconoscimento
della fattispecie di cui all'art. 412-ter, nonché il superamento del regime di decadenza semestrale
di cui all'art. 2113 c.c., alla sussistenza di alcuni specifici requisiti formali, irrigidendo
l'interpretazione estensiva sino ad ora invalsa, alla quale si sono uniformate le prassi applicative
delle regolamentazioni contrattuali nazionali;
è opportuno adottare una formulazione cautelativa, che riconosca comunque all'accordo
realizzato dalle parti l'efficacia di atto transattivo qualora non dovessero risultare sussistenti,
nell'ipotesi di accertamento giudiziario susseguente ad un contenzioso, i requisiti della
conciliazione in sede sindacale. A tal fine è possibile suggerire l'apposizione in calce ad ogni atto
transattivo, ratificato in sede sindacale, di una clausola formulata come di seguito riportato, od
altra similare:
«le parti si danno atto di avere conciliato la controversia ai sensi del combinato disposto degli artt.
410-411 e 412-ter c.p.c. e comunque di avere operato una transazione ai sensi dell'art. 1965 c.c.
produttiva degli effetti di cui all'art. 2113 c.c. ultimo comma, ai quali sono condizionate le
spettanze concordate».
In particolare il riferimento conclusivo alla norma del codice civile è finalizzato a sospendere
temporaneamente, nell'ipotesi di intese che dovessero risultare per qualsiasi ragione mere
transazioni, prive della natura e degli effetti propri delle conciliazioni, la spettanza delle
concessioni concordate a carico del datore di lavoro - ad esempio il riconoscimento di un
emolumento o di una condizione di lavoro - sino all'avvenuto decorso del termine di decadenza di
6 mesi entro il quale è possibile la denuncia dell'accordo da parte del lavoratore, oppure sino alla
conferma dei contenuti dell'accordo medesimo presso le commissioni di conciliazione istituite
presso la competente Direzione provinciale del lavoro (13). Si tratta di una clausola di garanzia che
rafforza la parte datoriale inducendo il lavoratore, legittimato dall'art. 2113 c.c. a revocare la
propria disponibilità alla transazione, a lasciare decorrere il termine di decadenza o ad anticiparlo
con una conciliazione in sede amministrativa.
(13) Nell'ipotesi di trattamenti già corrisposti la clausola legittima il datore di lavoro a chiederne
temporaneamente la ripetizione.

				
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