tesina primo novecento by epjriZoz

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Ilaria Collini
Classe 5° sez. A
Liceo Scientifico A.M.E. Agnoletti
Anno scolastico 2007\08
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  Mappa concettuale:



                  I primi anni del
                  900 in un
                  periodo di crisi:
                  con le sue
                  inquietudini ed
                  illusioni




                              Storia:
Italiano:    Filosofia:       La Prima   Inglese:
Pirandello   Schopenhauer     guerra     James Joyce
                              mondiale
                                                                                             3

Introduzione:
La cultura dell'Ottocento è saldamente ancorata a una concezione forte dell'io, inteso
come sostanza razionale e unitaria. Già nel corso dell'Ottocento, tuttavia, non erano
mancate autorevoli voci controcorrente, precorritrici della successiva evoluzione
culturale, che rimasero non a caso isolate, incomprese e a volte perfino sconosciute fino
all'ultimo trentennio del secolo. Una di queste è Schopenhauer, che con il libro “Il mondo
come volontà, e rappresentazione” (1818) riduce il soggetto umano a semplice
manifestazione di un principio metafisico, impersonale e del tutto irrazionale: la volontà
di vita.
Con l’avvento del nuovo secolo si ha l’esplosione della crisi. La prima meta del Novecento
è segnata da due catastrofiche guerre mondiali, dalla Rivoluzione russa dalla prima
grande crisi economica di livello mondiale, da conflitti sociali violenti che spesso
sfociarono in tentativi insurrezionali falliti o repressi, da genocidi tecnologicamente
pianificati, da regimi dittatoriali e totalitari. In questo contesto storico il mito
ottocentesco di un io razionale capace di esercitare un controllo sugli istinti attraverso la
morale e la politica, e sulle forze della natura grazie alla scienza e alla tecnica, si
frantumò definitivamente. Nel primo Novecento il tema della crisi dell'io è il motivo
fondamentale dei grandi romanzi europei: nell’Ulisse (1922) di James Joyce , l'eroe del
romanzo ottocentesco si trasforma in antieroe, l'inetto, l'escluso, l'uomo senza qualità, e,
parallelamente, viene attuata una rivoluzione nella forma romanzesca: il narratore
onnisciente viene sostituito dallo stream of consciousness (lett. "flusso di coscienza"),
dalla mera registrazione dei mutevoli stati dell'io, che disarticola in tal modo la continuità
spazio-temporale della narrazione. L’autore italiano che, almeno sul piano del contenuto,
ha forse espresso con più radicalità la dissoluzione dell'io - e con largo anticipo sugli altri
- è Luigi Pirandello. I personaggi di Pirandello sono uomini disgregati, dalla personalità
alterata, maniacale, emblemi del caos dell'esistenza. Essi scoprono l’inconsistenza del
proprio io che diviene un flusso di percezioni mutevoli, un susseguirsi di frammenti in
perenne mutamento, il frutto delle innumerevoli proiezioni del suo ambiente sociale. In
altre parole, il soggetto si frantuma in una miriade di frammenti attraverso i quali
sembra impossibile poter ricostruire una realtà.
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         Luigi Pirandello (1867 – 1936)




Il senso di inquietudine e di smarrimento, di incertezza che caratterizza la letteratura
italiana del Primo Novecento, trova la sua espressione artistica , nella vasta produzione
narrativa e drammatica di Luigi Pirandello, nato ad Agrigento nel 1867 compì gli studi
prima a Roma poi a Bonn dove si laureò con una tesi in linguistica. Dopo il tracollo del
patrimonio paterno insegnò a Roma presso l’istituto magistrale. La vita familiare fu
segnata dal dolore per le condizioni mentali della moglie. Il successo gli arrivò improvviso
e clamoroso intorno al 1920 e si consolidò fino a procurarsi una fama mondiale che
culminò con il conferimento del premio Nobel per la letteratura nel 1934. Morì a Roma
nel 1936.
L’opera pirandelliana mira a rappresentare la complessità del dramma umano nel suo
ritmo biologico ed esistenziale come si evince dalle numerose Novelle (confluite nella
raccolta “Novelle per un anno”) e da “L’esclusa”. Quest’ ultima segna, in modo
particolare, il distacco dello scrittore dal Verismo alla cui oggettività sostituisce una
visione personale della vita, in quanto ritiene che nulla esiste, di vero e di oggettivo al di
fuori dell’animo umano.
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Marta Ajala, protagonista del primo romanzo “L’esclusa” , è una donna che viene
cacciata di casa perché ritenuta adultera e poi riammessa in famiglia quando
effettivamente, per varie circostanze, commette adulterio. E proprio in questo romanzo si
rivelano i temi di fondo di tutta la produzione pirandelliana:
1) contrasto tra apparenza e realtà;
2) lo sfaccettarsi della verità in tante verità quanti sono coloro che presumono di
possederla;
3) l’assurdità della condizione dell’uomo e della sua catalogazione (adultero, innocente,
ladro, jettatore (il personaggio della “Patente”)), in una forma cristallizzata che soffoca la
vita. Di questa assurdità che deriva sia dal caso che regna nelle vicende umane, sia dalle
convenzioni sociali, che sono il prodotto della storia, Mattia Pascal è un esemplare
testimone.
Il fu Mattia Pascal racconta la strana vicenda di un uomo Mattia Pascal, che
allontanatosi da casa per liberarsi da un matrimonio fallimentare e dalla vita asfissiante
di un piccolo centro provinciale, apprende per caso dal giornale la notizia della propria
morte. La moglie l’ha riconosciuto nel cadavere di un annegato trovato nelle acque di un
canale. Mattia Pascal si ritrova così inaspettatamente liberato dalla “forma” in cui la vita
lo aveva cristallizzato e decide di costruirsi un’ esistenza diversa e migliore. Ma dovrà ben
presto accorgersi che la società non gli concede questa libertà. A Roma, dove si stabilirà
sotto il nome di Adriano Meis gli ingranaggi sociali lo riprendono, si rende conto di non
poter vivere senza un’ identità anagrafica , non può affittare una casa, non può sposare
la donna che ama, perciò si rassegna a tornare al paese col proposito di rientrare nella
sua “parte” originaria. Ma neanche questo gli è ormai concesso, la moglie si è ormai
risposata e ha avuto un figlio e per tutti egli è ormai un estraneo. Dopo un momento
iniziale di rabbia egli rinuncerà a presentare un’ azione legale, rinuncerà ad esistere,
accetterà di restare per tutti il “fu Mattia Pascal”.

Il brano “ Lo strappo nel cielo di carta” tratto dal capitolo XII del “Fu Mattia Pascal”
evidenzia motivi e temi che poi saranno propri delle successive opere dello scrittore.
Il protagonista, nella nuova identità di Adriano Meis, a Roma vive in una pensione presso
la famiglia di Anselmo Paleari , un funzionario del ministero della Pubblica istruzione
mandato in pensione per le sue stranezze, che ama intrattenere il suo ospite enunciando
bizzarre teorie filosofiche.


“ - La tragedia d'Oreste in un teatrino di marionette! - venne ad annunziarmi il signor
Anselmo Paleari. - Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e
mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.
     - La tragedia d'Oreste?
     - Già! D'après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l'Elettra. Ora senta un pò, che
bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta
che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si
facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.
     - Non saprei, - risposi, stringendomi nelle spalle.
     - Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel
buco nel cielo.
     - E perché?
     - Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl'impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli
con smaniosa passione , ma gli occhi , sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo,
donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le
braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la
tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.
     E se ne andò, ciabattando.
     Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor Anselmo lasciava spesso precipitar
così, come valanghe, i suoi pensieri. La ragione, il nesso, l'opportunità di essi rimanevano
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lassù, tra le nuvole, di modo ché difficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci
qualche cosa.
     L'immagine della marionetta d'Oreste sconcertata dal buco nel cielo mi rimase
tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto: «Beate le marionette,» sospirai, «su le
cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né
ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender
gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza
soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è
un tetto proporzionato.”

Il dialogo tra Anselmo Paleari e Mattia-Adriano, inserito quasi di passaggio nel corso del
romanzo , ruota attorno a tre immagini che hanno un evidente significato metaforico:
    1) il teatrino di “ marionette automatiche” che richiama la commedia della vita, nel
        corso della quale gli esseri umani recitano inconsapevolmente una parte che gli è
        stata assegnata dal caso o dal destino.
    2) Lo “strappo nel cielo di carta” collegato da Paleari alla differenza fra tragedia
        antica e moderna: la metafora allude al fatto che i punti saldi di riferimento
        religiosi, ideali, morali che caratterizzavano il mondo antico sono caduti.
    3) Per questo l’uomo moderno non può più assomigliare a un eroe come Oreste,
        sostenuto da un saldo sistema di certezze nel componimento della sua vendetta,
        ma ad Amleto , individuo problematico e contraddittorio, pieno di dubbi,
        inquietudini e oscillazioni.

L’assenza di certezze di fronte ad una realtà in continuo mutamento è alla base di
“Uno, nessuno e centomila” il romanzo di scomposizione della vita. Qui tutta la
narrazione mette in luce l’autodistruzione di una personalità consapevole della propria
incapacità di chiudersi in una forma coerente e autentica, della falsità ineluttabile dei
rapporti con altri e con se stessi. La crisi di Vitangelo Moscarda inizia quando sua moglie
gli fa osservare che il suo naso pende verso destra, cosa a cui non aveva mai fatto caso.

“ “Che fai?” mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo
specchio.
    “Niente”, le risposi, “mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo,
avverto un certo dolorino.”
Mia moglie sorrise e disse:
    “Credevo ti guardassi da che parte ti pende.”
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
    “Mi pende? A me? Il naso?”
E mia moglie, placidamente:
    “Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.” ”

La prima reazione del protagonista è il “proposito disperato” di conoscere quell’ estraneo
che è in lui, credendo in maniera sbagliata che esso sia solo uno per tutti. Il dramma si
complica quando scopre di essere centomila non solo per gli altri, ma anche per se
stesso. Inizia così per lui la crisi della sua personalità e del principio d’identità. Egli cerca
di distruggere le false immagini di sé che sono negli altri e in lui stesso, ma non potrà
farlo se non estraniandosi dal contesto sociale. Moscarda alla fine rinuncia all’ambizione
di darsi una forma per lasciare che la vita viva in lui, senza la volontà di costruirsi, senza
più sentimenti e memoria. Solo ora è felice, avendo rinunciato ad ogni pretesa d’identità,
non riconoscendosi più nel proprio nome e vivendo completamente fuori di sé, vagabondo
nel flusso della vita universale come un albero, una nuvola, il vento. E solo così egli si
salva.
Da tutto ciò si evince che l’uomo è sempre un vinto, la cosiddetta personalità è un puro
sogno, perché l’Io, costretto ad entrare in continuo rapporto con il mondo esteriore, non
può mai definirsi, nella sua completezza, ma solo relativamente al singolo rapporto.
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L’uomo è uno, nel momento del singolo rapporto; è nessuno, quando si distruggerà per
determinarsi in un altro rapporto; è centomila per questo suo farsi continuo; e se manca
il rapporto con l’altro, l’uomo continua a costruirsi lo stesso, alimentando le illusioni,
perché bisognoso di illudersi, per non vedersi quale esso è.

Particolarmente significativo è il contributo di Pirandello come autore teatrale egli
comincia a scrivere presto per il teatro, ma in modo episodico. Solo durante la I Guerra
Mondiale vi si dedica completamente, ottenendo dopo qualche anno, un clamoroso
successo dovuto all’attualità della sua produzione che mette in discussione tutte le
certezze tradizionali già duramente colpite dagli strascichi della guerra appena finita, dal
trionfo della rivoluzione sovietica, dai contrasti internazionali e dall’aggravarsi della crisi
sociale. Il teatro, pertanto, è la logica evoluzione della sua arte. Numerosi sono i lavori
teatrali (una quarantina raccolti insieme con il titolo di “Maschere nude”) che alludono
alla duplicità di ogni personaggio costretto a svelare la propria dolorosa essenza
rompendo la maschera che la società gli impone. “L’Enrico IV” e i “Sei personaggi in cerca
d’autore” sono le opere che meglio esprimono la sua concezione dell’arte e della vita.
In “Enrico IV” il tema centrale è la pazzia: la lucida follia, tipica condizione del
personaggio pirandelliano, cioè di colui che comprende la propria inconsistenza come
persona. Il personaggio, aprendo la valvola della pazzia, si accorge che in lui vi coesistono
due identità, quindi possiamo dire che nell’opera pirandelliana è presente il dramma
della vita e del gioco delle parti, di cui ognuno, di volta in volta, è chiamato a svolgere un
ruolo come ha fatto Enrico IV.

 Nei “Sei personaggi in cerca d’autore” invece si evidenzia un duplice dramma: quello
dell’incomunicabilità e quello dell’incapacità di poter diventare personaggi.
La novità dell’opera consiste nell’impossibilità di mettere in scena un dramma, poiché
ognuno è condizionato dalle proprie opinioni e dai propri sentimenti e perciò incapace,
essendo relative le visioni individuali, di comprendere appieno quelle degli altri.
Questa opera è uno dei capolavori del teatro pirandelliano, anche dal punto di vista
tecnico-strutturale, per il rifiuto della scena convenzionale e per l’eliminazione dello
spazio teatrale, come spazio distinto da quello della realtà.
Da quanto espresso i personaggi pirandelliani non conoscono l’illusione e il loro autore li
nutre più di angosce che di speranze. Essi si muovono in un universo problematico, che
ammette la negazione, ma non impedisce loro la rivolta contro se stessi prima, che contro
gli altri, perché non solo la realtà esterna all’uomo è contraddittoria e meschina, ma
anche quella interna psichica e intellettiva.
Nasce così la teoria tipica della vita, come flusso continuo, inarrestabile, contraddittorio,
relativo, che ripropone il drammatico contrasto tra vita e forma. La realtà è molteplicità
di cui riusciamo a cogliere solo singole forme che pretendiamo di fissare. Tutto questo lo
sanno bene i personaggi “in cerca d’autore” di Pirandello, i quali si sentono vivere ma non
possono veder realizzata la loro condizione. Non bisogna pensare che il complesso delle
idee, proprie dello scrittore, sia il frutto di una pura e personale elaborazione
intellettuale; ma elementi molto complessi e storicamente individuabili hanno favorito la
sua grande e unica personalità: vicende di vita privata e familiare, le condizioni civili
della nazione, la tragica esperienza della follia della moglie, la considerazione e la
sofferenza della crisi della società italiana prima, durante e dopo la guerra.
Infatti l’atteggiamento di Pirandello nei riguardi della vita, dell’uomo e del mondo può
essere definito relativismo applicato alla conoscenza della verità, poiché non è possibile
conoscere la verità per il semplice motivo che non ne esiste una sola; quelle che si
conoscono sono “tante verità”, tante quante sono gli individui che la cercano. La
conseguenza del relativismo filosofico è il relativismo psicologico che è legato al
cambiamento dei nostri stati d’animo a seconda degli ambienti e delle situazioni in cui ci
troviamo. E così la continua diversità e il mutare degli stati d’animo favoriscono
nell’individuo la frantumazione dell’Io nella speranza di ritrovare la propria identità.
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A questa concezione della vita se ne collega una dell’arte, che Pirandello cerca di definire
teoricamente in uno suo saggio “L’Umorismo” del 1908. “Umorismo” per lui è il
sentimento del contrario, cioè la compresenza del poeta e del critico nello stesso uomo. In
un primo momento afferma Pirandello, di fronte a tanti casi della vita noi proviamo
“l’avvertimento del contrario”, cioè la comicità. In effetti quando avvertiamo il contrasto
tra l’essere e l’apparire, tra sostanza e forma, ridiamo.
Ma se siamo capaci di passare dall’avvertimento al sentimento del contrario, cioè se
siamo capaci di vedere nello stesso tempo la maschera e il volto, l’esterno e l’interno
dell’uomo, non ridiamo più. Tutto questo avviene, chiaramente, attraverso la riflessione.
Ecco perché lo scrittore prova pietà per i suoi personaggi, vittime dell’assurdità della vita
e prova per loro una dolorosa fraternità.
In conclusione, non c’è una spiegazione valida per comprendere il male di vivere dei
personaggi pirandelliani anche se lo scrittore attribuisce la responsabilità di tutte le
catene che imprigionano l’uomo alla storia e al caso. Tale processo si manifesta in
particolare nel romanzo “I vecchi e i giovani”, dove l’autore affronta il problema della
società italiana in una dimensione storica. Infatti esso è incentrato sull’amara delusione
post-risorgimentale, sul conflitto tra la vecchia generazione e la nuova, sul fallimento
degli ideali di libertà e di rinnovamento.
In nessun altro autore, più che in Pirandello, si può cogliere meglio il passaggio dal
razionalismo all’irrazionalismo, in quell’ attimo improvviso di creazioni capaci di rendere
l’ istante in cui il subconscio diventa conscio, in cui l’ignoto diventa noto.



          Arthur Schopenhauer (1788 - 1861)
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Come Pirandello in letteratura aveva centrato la sua produzione sul contrasto tra realtà-
apparenza e essere-apparire, così Schopenhauer già nell’Ottocento aveva posto
l’attenzione su questa contrapposizione, togliendo all’uomo l’illusione di essere in grado
di avere gli strumenti per comprendere il vero. Egli affermò che ciò che noi vediamo e che
riteniamo essere la realtà è invece una semplice illusione: noi ci accontentiamo si una
rappresentazione del reale che, come il velo di Maya, ci fa sembrare vere delle semplici
illusioni. Il dovere del filosofo è quello di strappare questo velo per giungere al nucleo più
profondo delle cose.
La filosofia dell’Ottocento fu dominata dell’idealismo e dal positivismo tuttavia.
All’idealismo romantico di cui Hegel è capostipite, Schopenhauer contrappone la tesi che
la vita sia eterna sofferenza, al di là di qualsiasi ingannevole apparenza.
Il punto di partenza della sua filosofia è la distinzione kantiana fra fenomeno e noumeno.
Schopenhauer analizza la contrapposizione tra realtà (volontà) e apparenza
(rappresentazione) nella sua più grande opera: “Il mondo come volontà e
rappresentazione”.
Per Kant il fenomeno è la realtà, l’unica realtà accessibile alla mente umana; e il
noumeno è un concetto-limite che serve da promemoria critico per ricordarci i limiti della
conoscenza. Per Schopenhauer, invece, il fenomeno è parvenza, illusione, sogno, ovvero
ciò che nell’antica sapienza indiana è detto “velo di Maya”; mentre il noumeno è una
realtà che si “nasconde” dietro l’ingannevole trama del fenomeno, e che il filosofo ha il
compito di “scoprire”.
Schopenhauer analizza la contrapposizione tra realtà (volontà) e apparenza
(rappresentazione) nella sua più grande opera: “Il mondo come volontà e
rappresentazione”.
La rappresentazione è ciò che noi vediamo, non ha alcun fondamento oggettivo quindi
quello che noi riteniamo che sia la realtà è un semplice inganno, un’illusione. La
rappresentazione ha due aspetti essenziali e inseparabili, la cui distinzione costituisce la
forma generale della conoscenza: da un lato c’è il soggetto rappresentante, dall’altro c’è
l’oggetto rappresentato. Soggetto e oggetto esistono soltanto all’interno della
rappresentazione, come due lati di essa, e nessuno dei due precede o può sussistere
indipendentemente dall’altro. Di conseguenza, non ci può essere soggetto senza oggetto.
Tuttavia a differenza di Kant, Schopenhauer ammette solo tre forme a priori:spazio,
tempo e causalità. Quest’ultima è l’unica categoria , in quanto tutte le altre sono
riconducibili a essa. La causalità, afferma Schopenhauer, assume forme diverse a
seconda degli ambiti in cui opera, manifestandosi come principio del divenire (come le
necessità fisiche), del conoscere (come le necessità logiche), dell’essere (come le necessità
matematiche) e dell’agire (come le necessità morali). Poiché Schopenhauer paragona le
forme a priori a dei vetri sfaccettati attraverso cui la visione delle cose si deforma, egli
considera la rappresentazione come una fantasmagoria ingannevole, traendo la
conclusione che la vita è “sogno”.
Ma al di là del sogno esiste la realtà vera, sulla quale l’uomo non può fare a meno di
interrogarsi. Infatti, sostiene Schopenhauer, l’uomo è un “animale metafisico”, che, a
differenza degli altri esseri viventi, è portato a stupirsi della propria esistenza e a
interrogarsi sull’essenza ultima della vita.

Caratteri e manifestazioni della “volontà di vivere”

L’essenza profonda del nostro io, o meglio, la cosa in sé del nostro essere, è la “volontà di
vivere”, cioè un impulso che ci spinge a esistere e ad agire.
Schopenhauer afferma che la volontà di vivere è l’essenza segreta di tutte le cose ossia la
cosa in sé dell’universo, finalmente svelata.
Innanzitutto la volontà è inconscia cioè è un impulso inconsapevole, il termine “volontà”
si identifica con il concetto di energia o di impulso.
La volontà risulta unica ed è anche eterna e indistruttibile, ossia un Principio senza
inizio né fine.
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Essendo al di là della categoria di causa si identifica anche come una forza libera e cieca,
come un’energia incausata, senza un perché e senza uno scopo.
Miliardi di esseri (vegetali, animali, umani) non vivono che per vivere e continuare a
vivere. E’ questa, secondo Schopenhauer, l’unica crudele verità sul mondo, anche se gli
uomini hanno mascherato la sua terribile evidenza postulando un Dio. Ma Dio,
nell’universo doloroso di Schopenhauer, non può esistere. Infatti i suoi caratteri di fondo,
cioè il fatto di essere unica, eterna, incausata, sono i caratteri che da sempre si sono
conferiti a Dio e con cui hanno caratterizzato l’infinito.


Dolore, piacere, noia e la sofferenza universale

Per Schopenhauer volere significa desiderare, e desiderare significa trovarsi in uno stato
di tensione, ossia dolore, per la mancanza di qualcosa che non si ha e si vorrebbe avere.
E poiché nell’uomo la volontà è più cosciente, egli risulta il più bisognoso degli esseri, e
destinato a non trovare mai un appagamento vero e definitivo.
Pertanto, mentre il dolore, è un dato primario, il piacere è solo una funzione derivata del
dolore.Accanto al dolore e al piacere, che è qualcosa di momentaneo: la noia, la quale
subentra quando viene meno il desiderio. Di conseguenza, conclude Schopenhauer, la
vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra il dolore e la noia,
passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.
Schopenhauer approda dunque allo stadio della sofferenza universale: tutto soffre.
Nella globalità della sua filosofia, una via di liberazione apparentemente sicura dal dolore
potrebbe essere il suicidio, condannato invece fortemente dal filosofo perché è
un’emblematica affermazione della Volontà stessa di vivere.
La vera risposta al dolore del mondo non consiste nell’eliminazione di una o più vite,
bensì nella stessa liberazione dalla Volontà di vivere; l’iter salvifico delineato da
Schopenhauer consta di tre momenti essenziali:

1. l’arte: è la conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alle idee ed ha un carattere
contemplativo.
La sua funzione è però temporanea e parziale, come un incantesimo;

2. la morale: la morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. L’etica è un
tentativo di superare l’egoismo compatendo il prossimo e identificandoci con il suo
tormento.
La morale si concretizza in due virtù:
•giustizia: rappresentata dal principio “neminem laede”, consiste nel non fare del male
agli altri e perciò costituisce il carattere “negativo” della pietà.
• carità: riassunta nel principio “omnes, quantum potes, juva”, coincide con la volontà di
fare del bene al prossimo, ossia con l’ aspetto “positivo” della pietà.

3.l’ascesi: è l’esperienza per la quale l’individuo, cessando di volere la vita ed il volere
stesso, si propone di estirpare il proprio desiderio di esistere, di godere e di volere
mediante una serie di accorgimenti (castità, umiltà….) il cui culmine porta al
raggiungimento del Nirvana.
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                  La prima guerra mondiale
                       (1914 – 1918)




L’Europa a cavallo dei due secoli era una realtà molto complessa: l’ aumento delle spese
militari che costituì una dei tratti distintivi di questo periodo si accompagnò quasi
ovunque a una parallela crescita della spesa sociale. Alla diffusione di movimenti
nazionalisti a sfondo autoritario fece riscontro una tendenza generalizzata
all’allargamento della partecipazione alla vita politica. La borghesia europea vedeva con
ottimismo il continuo progresso economico a cui faceva riscontro un progresso materiale
che mai come allora sembrava alla portata di tutti.

Eppure in questo clima ottimistico che non a caso fece definire quest’epoca come la “belle
epoque” si andavano preparando una serie di avvenimenti che avrebbero cambiato
irrimediabilmente il volto dell’Europa: primo fra tutti la prima guerra mondiale, evento
che segnò il crollo della civiltà occidentale dell’Ottocento che era capitalista nel piano
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economico, liberale nell’istituzione e borghese nell’immagine della classe che aveva
l’egemonia sociale. Era una civiltà che si gloriava dei progressi della scienza, del sapere,
dell’istruzione e che credeva nel progresso della morale. La popolazione europea era
cresciuta fino a formare un terzo della razza umana. I decenni che vanno dallo scoppio
della prima guerra mondiale fino agli esiti rovinosi della seconda furono per quest
società un’ epoca catastrofica. Quella società fu squassata da due guerre. Gli enormi
imperi coloniali, costruiti nell’Età degli imperi, furono sciolti e crollarono nella polvere.
Per di più una crisi economica mondiale mise in ginocchio anche le più robuste economie
capitalistiche.

Il ‘900 fu indubbiamente il secolo più sanguinario che la storia ricordi , per la
dimensione, la frequenza e la lunghezza delle guerre. Basti pensare al grave errore di
valutazione che fecero gli stati europei che si gettarono nell'avventura della guerra
sottovalutandone completamente i costi economici ed umani. Essi affrontarono quasi con
leggerezza la tragica avventura poiché pensavano a una guerra breve come quelle che si
erano combattute nell'800. Anzi ritenevano che la potenza delle nuove armi avrebbe
ancora di più accelerato i tempi della conclusione. La guerra durò invece 4 anni e i suoi
danni furono terribili.

 Altro errore di prospettiva fu quello di pensare che la supremazia in Europa avrebbe
avuto di conseguenza il dominio sul mondo, ignorando completamente le due nuove
superpotenze, gli USA e il Giappone, le quali uscirono fortemente rafforzate dal conflitto,
mentre l'Europa ne uscì gravemente indebolita sia per le perdite umane che per i costi
economici.
Si immaginava, infine, questa guerra come le altre precedenti, con vittime, costi e
conseguenze gravi, ma in qualche modo limitate e prevedibili: con dei vincitori che
avrebbero acquistato nuovi territori e maggiori mercati e degli sconfitti che li avrebbero
perduti. Si trattò, invece, di un conflitto di dimensioni mai viste in precedenza, che:

       •costò milioni di morti;
       •produsse sofferenze gravissime e immense difficoltà economiche;
       •cancellò quattro grandi e potenti imperi (Tedesco, Russo, Austriaco, Turco);
       •favorì la nascita di nuove nazioni;
       •diede inizio al declino economico dell'Europa e all'affermazione degli Stati Uniti
       sul piano mondiale.

Osservando la prima guerra mondiale viene certamente da chiedersi perché non si cercò
di trovare una soluzione di compromesso ai conflitti internazionali. La maggioranza delle
guerre non ideologiche e non rivoluzionarie del passato non erano state condotte come
una lotta fino alla morte e all’esaurimento totale dei contendenti. Perché, dunque, la
prima guerra mondiale fu condotta dalle potenze che guidavano i due schieramenti come
un gioco all’ultima mossa, cioè come una guerra che poteva essere o totalmente vinta o
interamente perduta?
La ragione fu che questa guerra aveva come posta scopi illimitati. Nell’età degli imperi, la
politica e l’ economica si erano fuse. La rivalità politica internazionale si modellava sulla
crescita e sulla competizione economiche, ma la caratteristica di questi processi era per
l’appunto la loro illimitatezza. Cercando di schematizzare le cause dello scoppio della
guerra, ci troviamo a spaziare dall’ambito politico, a quello economico, militare, e
culturale.
Le cause politiche riguardavano i contrasti fra gli Stati europei ed alcuni problemi
presenti al loro interno, e precisamente:
     Il desiderio di rivincita dei Francesi rispetto alla grave sconfitta subita dai
        Tedeschi nel 1870-71 che era costata alla Francia la perdita dell’Alsazia e la
        Lorena.
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      La competizione fra Austria e Russia per il predominio nell’area dei Balcani.
      Il malcontento delle varie nazionalità presenti all’interno dell’Impero austro-
       ungarico e la spinta sempre più spiccata verso la loro autonomia.
      La crisi dell’Impero ottomano, acuita dalle guerre balcaniche del 1912-13.

Le cause economiche:
    La competizione economica, riguardante anche le colonie, fra la Gran Bretagna e
      la Germania, provocata soprattutto dalla rapida crescita industriale di
      quest’ultima.
    La necessità per tutte le potenze industriali di espandere il proprio mercato e di
      garantirsi il rifornimento delle materie prime. A questo scopo avevano creato dei
      grandi imperi coloniali,che occorreva difendere e possibilmente espandere.

Le cause militari:
Le cause militari sono da ricercarsi nella politica militarista delle grandi potenze e nella
“corsa agli armamenti” dei paesi europei più industrializzati.

Le cause culturali:
Sin dai primi anni del Novecento, in larghi strati della popolazione si diffusero
atteggiamenti favorevoli alla guerra. La scelta dei governi di dichiarare la guerra o di
entrare nel conflitto già in atto fu facilitata:
 Dal diffondersi del nazionalismo.
 Dall’applicazione del darwinismo alle relazioni internazionali, cioè dalla convinzione
    che la guerra tra gli Stati fosse l’equivalente della lotta per la sopravvivenza nella
    natura.
 Dal fatto che molti giovani vedessero nella guerra l’unica possibilità di cambiamento
    della situazione sociale e politica, l’occasione che avrebbe consentito loro di
    realizzarsi.

In questo clima si erano creati i due schieramenti di stati contrapposti che si erano
formate: la Triplice Alleanza (Germania, Austria, Italia) e la Triplice Intesa ( Gran
Bretagna, Francia, Russia).
Come già visto la Germania voleva una posizione di predominio politico e marittimo
mondiale pari a quella britannica, che avrebbe perciò automaticamente relegato a un
rango inferiore la potenza inglese gia in declino.
Per la Francia, la posta in gioco non era così alta, ma era ugualmente pressante:
controbilanciare la crescente inferiorità economica e demografica dinnanzi alla
Germania, che sembrava inevitabile.
Anche per quanto riguarda l’Italia, oltre ai motivi di ordine ideologico culturale molte
erano le forze interne ed esterne di carattere economico che la spingevano verso la
guerra. La grande industria vedeva nella guerra un'occasione unica e grandiosa di
espansione economica grazie alle forniture per l'esercito. I maggiori quotidiani italiani
cavalcavano le tesi dei nazionalisti e attaccavano in maniera violenta i neutralisti fino a
definire traditore Giolitti. Molte manifestazioni di piazza si svolgevano a favore della
guerra e molti interventisti tra cui Gabriele D'Annunzio, vi pronunciavano infuocati
discorsi patriottici. Anche dall'estero le spinte non mancavano: l'Italia importava il 90%
del suo carbone dall'Inghilterra e dipendeva da Inghilterra e Francia anche per altre
importanti materie prime: questo era un formidabile strumento di pressione nelle mani
dell'Intesa. Così dopo essere rimasta neutrale durante il primo anno di guerra, nel mese
di aprile del 1915 il governo italiano firmò a Londra un patto segreto nel quale l'Italia
s'impegnava ad entrare in guerra con Francia e Inghilterra. I giornali sottovalutavano i
costi e le conseguenze della guerra. Il re era decisamente favorevole. Il Parlamento,
ancora contrario, fu praticamente obbligato ad approvare il patto di Londra. Il 24 maggio
1915 anche l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa.
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Dopo che era rapidamente sfumata la possibilità di una “guerra lampo” e che il complotto
andava trascinandosi ormai da anni in un estenuante guerra di trincea, l’anno della
svolta decisiva fu sicuramente il 1917 che portò una grande svolta: sia per quanto
riguarda il ritiro della Russia , sia per l’entrata in guerra degli USA. Quest’ultima già nel
1914 era la più grande economia industriale, il modello d’avanguardia e la forza
propulsiva nella produzione dei beni di consumo e della cultura di massa che
conquistarono il pianeta durante il secolo. Nel mese di aprile del 1917 il governo USA
dichiarò guerra alla Germania: questo comportò l'arrivo in Europa non solo di truppe
fresche, ma di viveri, materiali, prestiti.
Per quanto riguarda invece la questione russa nella primavera del 17 scoppiarono diverse
rivolte che costrinsero lo Zar Nicola II all'abdicazione. L'esercito stanco e sfiduciato si
sfaldava, i soldati a milioni tornavano a casa. Il partito bolscevico di Lenin prendeva il
potere e Lenin firmava l'armistizio di Brest-Litovsk (dicembre 1917) e poi il trattato di
pace con la Germania. La Russia usciva così dal conflitto perdendo Polonia, Estonia,
Lettonia, Lituania, Finlandia.

Nella primavera del 1918 gli imperi centrali fecero un ultimo, disperato tentativo di
rovesciare il destino della guerra. In Francia l'esercito tedesco riuscì a raggiungere
nuovamente la Marna, ma furono respinti definitivamente dalle truppe francesi e
americane oltre che da cannoni, carri armati, aerei.
L'esercito Italiano respinse gli attacchi austriaci e ottenne la vittoria decisiva a Vittorio
Veneto. Proseguirono verso Trento e Trieste dove entrarono il 3 novembre.
Il 4 Novembre fu firmato l'armistizio con l'Austria.
L'11 Novembre la Germania chiese la pace.
L'imperatore tedesco e quello austriaco furono costretti ad abdicare da violente rivolte
popolari.

Ci furono considerazioni predominanti nella definizione degli accordi di pace imposti
dalle potenze vittoriose, conosciuti col nome di Trattato di Versailles.
•La prima fu la preoccupazione per il crollo di molti regimi in Europa e per l’insorgere in
Russia di un regime bolscevico rivoluzionario.
•Il secondo motivo ispiratore fu la necessità di tenere sotto controllo la Germania, che
aveva quasi sconfitto da sola l’intera coalizione alleata.
•In terzo luogo bisognava ridisegnare la cartina geopolitica dell’Europa sia per indebolire
la Germania sia per riempire quei larghi spazi vuoti che si erano formati in Europa.

I trattati di pace furono firmati tra il 1919-1920. Le decisioni più significative furono le
seguenti:
1. vennero riconosciuti indipendenti alcuni nuovi stati europei:
l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Lettonia, la Lituania e l’Estonia.
2. L’Austria perse 7/8 del suo antico impero e si trovò ridotta ad appena 85000 kmq
3. la Turchia perse tutti i territori europei, tranne la città di Istanbul.
4. La Palestina e l’Iraq furono affidati all’Inghilterra, la Siria alla Francia

5. La Germania con il trattato di Versailles del 28 giugno 1919, venne riconosciuta
responsabile del conflitto. Pertanto:
- fu costretta a pagare i danni di guerra( 132 miliardi di marchi d’oro), e a mantenere una
flotta e un esercito molto ridotti.
- L’Alsazia e la Lorena tornarono alla Francia, che venne autorizzata a sfruttare per 15
anni le miniere della regione tedesca della Saar.
- Altri territori tedeschi passarono alla Polonia e alla Danimarca; alla Polonia venne
garantito uno sbocco al mare mediante una stretta striscia di territorio che separava la
Prussica orientale dal resto della Germania( il corridoio polacco): la città di Danzica
venne dichiarata città libera sotto il controllo internazionale.
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- Furono annullati gli accordi di Brest-Litovsk con la Russia e quindi alla Germania
furono sottratti i territori baltici e quello tolti alla Romania.
6. L’Italia ricevette dall’Austria:il Trentino,l’Alto Adige, la Venezia Giulia e Trieste.
L’Italia voleva anche i territori promessi con il patto di Londra in Albania, Dalmazia e
Turchia, e in aggiunta l’annessione di Fiume.
Le altre potenze ritenevano però che tali concessioni avessero violato il principio
dell’autodeterminazione e si opposero alla richiesta.

Il principio fondamentale per riordinare l’assetto europeo fu quello di creare stati
nazionali su basi etnico-linguistiche , secondo l’idea che le nazioni hanno il diritto
all’autodeterminazione . Il presidente americano Wilson , era un appassionato e convinto
assertore di questo principio, anche se poi questo tentativo si rilevò disastroso. Basti
pensare a molti conflitti che in tempi recenti hanno lacerato alcune aree europee come
per esempio la guerra civile nell’ex Jugoslavia. Infine le potenze vincitrici cercarono
disperatamente di stabilire con la pace un assetto internazionale che avrebbe reso
impossibile un'altra guerra, simile a quella che aveva devastato il mondo, i cui effetti
catastrofici erano visibili da ogni parte. Alla Germania fu imposta una pace punitiva,
giustificata con l’argomento che lo stato tedesco era l’unico responsabile della guerra e di
tutte le conseguenze, che aveva lo scopo di indebolirlo permanentemente. Questo
obbiettivo fu raggiunto non tanto attraverso le perdite territoriali inferte alla Germania,
quanto col privarla di una marina militare e di ogni forza aerea.
Quanto al meccanismo che avrebbe dovuto prevenire lo scoppio di un altro conflitto
mondiale, fu istituita la Società delle Nazioni che avrebbe dovuto dirimere le controversie
internazionali con metodi pacifici e democratici, prima che esse sfuggissero al controllo
diplomatico. I negoziatori sarebbero dovuti essere pubblici, perché la guerra aveva
accresciuto i sospetti verso la “diplomazia segreta”. La Società delle Nazioni nata
nell’ambito dei trattati di pace si dimostrò però un fallimento pressoché totale. Il rifiuto
degli USA di aderire privò questa organizzazione di ogni reale significato. Gli USA infatti
quasi subito si svincolarono dagli impegno contratti, questo fece si che nessun trattato
che non fosse stato sottoscritto da quella che era diventata una potenza mondiale di
prima grandezza poteva rivelarsi efficace.
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              James Joyce                     (1882 – 1941)




James Joyce was born near Dublin, in 1882. The eldest of ten children, he grew up in a
middle-class Catholic family. Uhappy of Irish culture, and especially the stifling role of
the Church, he left for Paris, where he briefly studied medicine.
He returned to Dublin for a short period in 1903, when his mother became terminally ill.
After his mother’s death he left Ireland definitively with Nora Barnacle, who became his
lifelong companion. They settled in Trieste, where Joyce found a job teaching English
and met Italo Svevo, who became Joyce’s close friend and encouraged him in his work.
Joyce and Nora had a son in 1905 and a daughter in 1908.
In 1905 Joyce completed his first work, a collection of fifteen stories entitled Dubliners,
but it took him several trips to England and almost ten years to get the book published.
The poet Ezra Pound reviewed the work enthusiastically and helped the author to
publish his next work, A Portrait of the Artist as a Young Man (1916), which established
Joyce’s literary reputation.
With the outbreak of the First World War, Joyce moved to neutral Switzerland, where he
wrote a novel, Ulisses. The book was first pubblished in serial form in New York, but
pubblication was suspended when the publisher was prosecuted for printing obscene
material. In 1922 Ulysses appeared in book form in Paris, where Joyce had settled, but
continued to be banned in English-speaking countries. The first English edition appered
in 1936.
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Joyce’s personal life was not happy. He suffered from glaucoma, an eye condition that
forced him to undergo many operations and caused him to be almost blind in the last
years of his life. Besides, the family’s finances were not good, and for many years the
Joyces lived on money donated by patrons.
Joyce’s last novel, Finnegans Wake, appeared in 1939. considered to be too obscure, the
novel received negative reviews and was not well received by the public. At the outbreak
of the Second World War the family returned to Switzerland, where Joyce died at the age
of fifty-eight.
Joyce’s innovative literary techniques make him one of the most influential writers of the
twentieth century, though it is curious to note that his distinguished reputation is based
on just four works.


Ulysses
Joyce attained international fame with the publication of Ulisses in 1922. The time span
of this long and complex novel is one single day, 16th June 1904, the day Joyce met Nora
Barnacle. The novel describes a day in the life of two main characters: Leopold Bloom, an
unsuccessful advertising agent and a modern Ulysses wandering through the streets of
Dublin, and Stephen Dedalus, the young writer of the Portrait. In Ulysses, Joyce
describes both the interior and exterior worlds of his characters.
The realistic descriptions of the external events are mixed with historical, literary,
religious and geographical allusions, while interior monologue is used to recreate the
characters’ most intimate and random thougnts. The triviality of everyday life is
sometimes described in minute detail, while elsewhere there are intensely poetic
passages and a variety of styles that range from the literary to the journalistic.


Ulysses is the main novel by James Joyce, written between 1914 and 1921 and
published in Paris in 1922. The novel, takes place in one day the sixteenth of June 1904
and the setting place is Dublin. Joyce’s Ulysses is structured like Homer’s Odyssey: each
chapter corresponds to a hand of the Odyssey. The novel was written using different
narrative tecniques.
Between the characters of the Ulysses and the Odyssey’s one there are a lot of
corrispondences: Ulysses is Leopold Bloom; Penelope is his wife, Molly Bloom; the role of
Telemachus is assumed by Stephen Dedalus. The structure of the Ulysses is divided into
three main parts and eighteen secondary episodes; the main parts are usually called:
Telemachiad, Odyssey, Nostos, embodying the three main characters, as the three parts
of Odyssey. While the Homeric parallers are the most important structural device in the
novel, each chapter is additionally organized around a different hour, a colour, an organ
of the body, a sense, a symbol, a narrative technique suitable for the subject-matter.

The setting
Like all the works of Joyce, the Ulysses is set in Dublin. He placet them in houses he
knew, drinking pubs he had attended, walking on cobblestones he retraced. He made the
very air of Dublin, the atmosphere, the feeling, the place, all indistinguishable, certainly
inseparable, from his human characters. Consequently, dublin itself became a character
in this novel.

Characters

The wife of Leopold Bloom, Molly, is compared to Penelope, although there is a
substantial difference between them and betweeen their behaviour, towards the
husband: while Penelope embodies the prototype of a faithful woman, Molly is a very
passionate woman, bodily, physical and unfaithful woman ; she represents the body. The
body is countered by the mind, reason, the intellect, who open field in the person of
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Stephen Dedalus, the young artist met by Bloom in a brothel and that the latter becomes
almost an adopted child, albeit for a few hours. However Mr. Bloom represents the union
of physical and mental components.

Realism is led by Joyce to the extreme consequences. The experimentation of the langage
becomes for Joyce an instrument of representation. He adopts a particular language for
each character to distinguish the thoughts of a character from another.
A main thing in the Ulysses is the introduction of the stream of consciousness a
narrative technique which consists in a free representation of the thoughts of a character
as they appear in the mind, before being reorganized logically in sentences. This tecnique
is used in psychological novels, or in novels based in the foreground of the individual,
with its inner conflicts and its emotions, feelings, passions and sensations.

The historical importance of the "Ulysses" is: the recovery of Joice’s daily life, the hosting
of every aspect of daily life with physical function, thought of the protagonists. The
Ulysses was considered a scandalat the time because there isn’t aesthetic or moral
hesitation. Joyce represents a sad and opaque reality; the day is a failure for all; all
human relationships in the novel are superficial or false; friendship is simulated; men
died for his absence. A clear example is the final monologue of Molly Bloom, where she
sees this continuous scroll of thoughts and where she speaks of her childhood, in
particular about the first time she met Leopold.

Molly’s Monologue

      "I was thinking of so many things he didn't know of Mulvey and Mr Stanhope and
   Hester and father and old captain Groves and the sailors playing all birds fly and I say
 stoop and washing up dishes they called it on the pier and the sentry in front governors
     of the house with the thing round his white helmet poor devil half roasted and the
    Spanish girls laughing in their shawls and their tall combs and the auctions in the
   morning the Greeks and the jews and the Arabs and the devil knows who else from all
    the ends of Europe and Duke street and the fowl market all clucking outside Larby
   Sharans and the poor donkeys slipping half asleep and the vague fellows in the cloaks
  asleep in the shade on the steps and the big wheels of the carts of the bulls and the old
   castle thousands of years old yes and those handsome Moors all in white and turbans
    like kings asking you to sit down in their little bit of a shop and Ronda with the old
  windows of the posadas glancing eyes a lattice hid for her lover to kiss the iron and the
    wineshops half open at night and the castanets and the night we missed the boat at
   Algeciras the watchman going about serene with his lamp and O that awful deepdown
  torrent O and the sea the sea crimson sometimes like fire and the glorious sunsets and
 the figtrees in the Alameda gardens yes and all the queer little streets and pink and blue
 and yellow houses and the rosegardens and the jessamine and geraniums and cactuses
 and Gibraltar as a girl where I was a Flower of the mountain yes when I put the roses in
   my hair like the Andalusian girls used or shall I wear a red yes and how he kissed me
  under the Moorish wall and I thought well as well him as another and then I asked him
with my eyes to ask again yes and then he asked me would I yes to say yes my mountain
flower and first I put my arms around him yes and drew him down Jo me so he could feel
 my breasts all perfume yes and his heart was going like mad and yes I said yes I will Yes
                                               "

Satisfied himself with his leisure, his music, his secret lover, became sad and restless for
lack of love, which can find only in the illusion.The "yes" is a final acceptance of life.
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Fonti Biblografiche:
Italiano:
•”La letteratura italiana Primo Novecento volume 7” di Guido Armellini e Adriano
Colombo, casa editrice Zanichelli.
•www.Pirandelloweb.com/Romanzi/1926_uno_nessuno_centomila.
Filosofia:
•”Protagonisti e testi della filosofia volume C ” di Nicola Abbagnano e Giovanni Foriero,
casa editrice Paravia.
Storia:
•” Il secolo breve” di Eric J Hobsbawn edizione Bur .
•www.scuolascacchi.com/storia.
Inglese:
•” Lit & Lab volume three “ di Marina Spiazzi e Marina Travella, casa editrice Zanichelli.
•www.wikipedia.it

								
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