Carme 51 di Catullo e ode 31 Voigt di Saffo by RtA098

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									                Carme 51 di Catullo e ode 31 Voigt di Saffo
L’ode di Saffo descrive la potenza dell’amore e i suoi effetti devastanti sull’animo della poetessa.
Senza dubbio questo è il carme più famoso della letteratura greca tanto che, date le sue
innumerevoli imitazioni, alcuni studiosi l’hanno definito il più celebre di tutta la letteratura
mondiale. Esso esprime l’amore che la poetessa prova per una fanciulla appartenente al tìaso.
Purtroppo non si sa con esattezza quale sia stata l’occasione per cui l’ode fu composta:
probabilmente la partenza di una ragazza che doveva andare sposa, o, forse, un epitalamio per il
giorno delle nozze; si è parlato anche di “canto di consolazione”. Anche l’interpretazione del testo,
costellato di ambiguità semantica e sintattica, è assai problematica. La definizione di “ode della
gelosia”, molto utilizzata, è la più fortunata, ma, allo stesso tempo, anche la meno accettata dagli
studiosi: questo sentimento, infatti, non viene menzionato accanto al turbamento d’amore, anche
perché l’uomo, oltre che fidanzato, potrebbe essere solo una semplice persona seduta accanto alla
fanciulla.
Il carme 51 di Catullo è una “traduzione”, o meglio un libero rifacimento (arte allusiva), della
celeberrima ode 31 Voigt della poetessa greca Saffo. L’opera del poeta romano ci viene presentata
come un’efficace espressione d’amore alternata ad un leggero sintomo di gelosia. Il carme, infatti,
appartiene al primo periodo del rapporto tra Catullo e Clodia, che qui egli chiama esplicitamente con il
nome di Lesbia in omaggio alla poetessa di Lesbo (ma, in questo carme, l'omaggio a Saffo consiste anche
nell'adozione del metro, la strofe saffica) e quindi è difficile pensare che Catullo abbia provato un
sentimento prevalentemente di gelosia in un periodo durante il quale non poteva avere nessuna
pretesa sulla donna amata. E’ interessante notare come Catullo esalti l’uomo che contempla Lesbia,
proprio perché egli non è sconvolto dall’amore, come lui, e riesce continuamente (“identidem”) a
osservare Lesbia senza avere eccessivi turbamenti.

Confronto
Catullo ha chiaramente preso ispirazione per comporre questo carme da un’ode della poetessa greca
Saffo. Tuttavia Catullo non si è limitato a “tradurre” l’ode di Saffo, ma ha piuttosto apportato
numerose innovazioni. Il poeta comunque “segue” la poetessa fino alla terza strofa; la quarta,
infatti, risulta completamente differente. Saffo inoltre inserisce nella sua ode elementi tipicamente
femminili, che Catullo elimina. E’ interessante chiedersi perché Catullo abbia scelto proprio Saffo
come fonte d’ispirazione. Alla base della sua scelta si pensa ci sia il fatto che comunque, anche se in
una situazione completamente diversa, il poeta abbia ritrovato nell’ode di Saffo una descrizione di
sensazioni molto simili a quelle che lui provava. Diverse sono quindi le situazioni, ma analoghe le
reazioni fisiche ed emotive (Catullo osserva Lesbia come Saffo scruta una sua allieva: Saffo aveva
tendenze omosessuali e così, vedendo la ragazza parlare con un uomo, prova gelosia, stesso
sentimento provato da Catullo nel guardare l'amata Clodia). Catullo differisce dall’originale, poi,
per alcuni elementi che indicano anche una diversa sensibilità:

      verso 2: “fas est”: inciso (proposizione parentetica) che serve ad attenuare l’iperbole
       “superare divos” che poteva risultare blasfema. Questa accortezza manca in Saffo. Questa
       espressione quindi era utilizzata soprattutto in un contesto religioso.

      verso 3: aggiunta di “identidem” (incessantemente): questo avverbio è stato ritenuto poco
       poetico perché pesante, sebbene Catullo lo utilizzi spesso. Egli qua vuole soprattutto fare un
       riferimento al carme XI. Non è presente in Saffo.
      verso 4: ampliamento della sensazione uditiva, presente nell’ originale, in una nota anche
       visiva (“Spectat e audit”: riguardo al confronto con Saffo notiamo che Catullo esprime una
       sensazione sia visiva che acustica, mentre Saffo solamente acustica).

      verso 5: inserzione di “misero”, che aggiunge l’idea della sofferenza d’amore, in forte
       contrasto con “ille” del primo verso.

      verso 7:”Lesbia”: Catullo nomina la donna amata, mentre in Saffo non viene pronunciato
       alcun nome femminile.

      verso 10: nell’ espressione “sonitu suopte” la specificazione del sintomo è più efficace che
       in Saffo, nella cui ode manca il dato relativo all’origine interna dl ronzio ( “suopte” con
       suffisso rafforzativo –pte). “Sonitu suopte tintinant”: l’allitterazione e l’onomatopea
       (“tintinant”), coniate direttamente da Catullo, potenziano a livello fonico l’immagine.

L’immagine fisiologica inventata da Saffo (“a me questo il cuore fa sussultare nel petto”) è
trasformata da Catullo nei versi 5-6 con sensibilità psicologica di timbro ellenistico in “omnis eripit
sensus mihi”, “mi toglie tutti i sensi”.
Ha avuto una particolare eco nella critica il problema presentato dalla quinta strofe saffica, quasi
totalmente perduta, a confronto con l’ultima strofa del carme 51, nella quale il poeta latino
abbandona il modello per svolgere un ripensamento personale della propria esperienza di amante.
Catullo, infatti, introduce una strofa di carattere gnomico, contenente una riflessione sull'ozio.
Il termine “otium” non deve essere inteso in contrapposizione al “negotium” (amore per la vita
pubblica, quindi, politica); nel lessico erotico “otium” equivale ad “amor”, come spiega Ovidio
(Remedia amoris, 137ss.). L’otium che, come dice lo stesso Catullo, “ha rovinato re e città beate” è
dunque l’amore, che già aveva provocato la fine di Troia e la rovina di Priamo.
 Tuttavia, se si considera che della quinta strofe dell’ode 31 di Saffo ci è giunto soltanto l’incipit del
primo verso e che esso indica un ripensamento sull’opportunità di liberarsi della sconvolgente
passione amorosa, il divario di Catullo rispetto all’originale si riduce di molto per il semplice fatto
che la quarta strofe catulliana rappresenterebbe solamente una personalizzazione del testo della
poetessa.
Analizzando dettagliatamente il carme, notiamo che il poeta ha ripreso alcuni elementi ricorrenti in
altre sue opere. Già nella prima strofa, infatti, egli utilizza un'iperbole (verso 2), probabilmente per
accentuare il sentimento di profonda invidia (o forse pesino di ammirazione) nei confronti di chi si
trova con la donna da lui amata, attraverso un paragone con le divinità. Questa figura retorica è una
delle più sfruttate da Catullo, che la inserisce nei suoi carmi, sia con valore numerico, sia
qualitativo. L'occasione nel carme catulliano, diversamente dall’ode di Saffo, è facilmente
individuabile: a differenza che nel testo latino il poeta descrive le reazioni di un innamorato di
fronte alla sua amata, che viene osservata da un altro uomo; siamo dunque di fronte ad una vicenda
di amore eterosessuale: la differenza di fondo risiede allora nella situazione amorosa, ma ciò che
non muta è il tipo di reazione di chi, trovandosi ad essere spettatore, suo malgrado, di una scena che
egli stesso narra, soffre e descrive nel dettaglio i termini di tale sofferenza. Con Saffo nasce
l'interiorità, l'amore diventa nella coscienza un valore, una nuova "aretè". La lirica è per i greci la
voce dell'interiorità: tra poesia e musica esiste per loro un legame indissolubile. Per Catullo, invece,
è molto più difficile esprimere, forse anche concepire, la passione amorosa che prova per Lesbia,
donna che appartiene a quel gruppo di donne che sfidano il mos maiorum. Ecco che si ha un
rovesciamento della gerarchia dei valori: al "vir gravis" del mos maiorum subentra il "vir lepidus",
uomo in cui raffinatezza e drammatiche tensioni si fondono abilmente. Catullo è totalmente preso
dalla sua passione amorosa, angosciato perché il suo amore non viene ricambiato, tuttavia egli
ridimensiona molto, e quindi limita il suo ardore nel momento in cui definisce il rapporto d'amore
foedus, patto. Ci parla in termini giuridici e politici, non lasciandosi travolgere e stravolgere
dall'amore come invece fa Saffo. L'individualità e l'unicità di cui racconta Saffo nella sua poesia è
staccata da qualsiasi legame logico: lei ama e basta. Nell'ode ci racconta tutti i sintomi, è questa
profondità del suo sentimento che rende ciò che lei dice universale, mentre il vincolo morale di
Catullo, l'eterno patto di inviolabile affetto, pone degli argini all'amore di cui ci parla. L'unità
poetica di Catullo è definita da “pathos e ethos”: egli non si limita a raccontare la sua storia d'amore
come fa Saffo, che nell'ode descrive i sintomi dell'amore e non dà un giudizio di valore su di essi,
mentre il poeta latino affianca alla descrizione un giudizio morale su questo sentimento. In tutta la
descrizione dei sintomi del "mal d'amore" Saffo dà il meglio di sé: il ritmo in questi versi (1-12) si
fa incalzante, e pare vedere veramente questa donna con la "lingua spezzata", presa da tutte queste
sensazioni che la lasciano senza fiato. Catullo non riesce a rendere lo sconvolgimento di Saffo: usa
"torpet" (intorpidita, immobile), che dà un senso più lieve dell'azione.
L'espressione di Catullo"gemina nocte teguntur lumina" è più pesante di quella di Saffo,
οππάττεσσι δ' ουδέν όρημμ ', επιβρό- perché nel dire "l'ombra si moltiplica davanti agli occhi"
sembra quasi che l'innamorato sia smarrito a tal punto da avere paura della donna, forse si sente
catturato dalla sua bellezza, mentre Saffo continua a sottolineare con estrema delicatezza
l'atteggiamento di smarrimento dell'innamorata, atteggiamento che, pur essendo portatore di pene
amorose, non viene rifiutato dalla poetessa, anzi accolto pienamente. Entrambe le espressioni che
indicano il ronzio avvertito dall'innamorato si equivalgono, infatti riscontriamo la presenza di due
verbi onomatopeici, "tintinnant" e "επιβρόμεισι": mentre il primo comunica un suono quasi
sgradevole, il secondo mostra lo stordimento dell'innamorato. I versi 13-15 di Saffo sono del tutto
assenti in Catullo, mentre la poetessa esplicita le altre pene d'amore. La punta più alta dell'ode, dove
realismo e suggestione si fondono a meraviglia, è "χλωροτέρα δέ ποίας έμμι" (sono più pallida di un
filo d'erba) e poi continua dandoci un'immagine quanto mai suggestiva, precisa e puntuale:
“τεθνάκην δ ' ολίγω 'πιδεύης”, è come se mancasse poco per morire. Catullo non riesce a riprodurre
la dolcezza trascinante dei suoni e dei ritmi dei versi saffici, lo straordinario legame che instaura la
poetessa con la natura. Saffo è una donna greca, che vive appieno la sua passione amorosa,
raccontata in una dimensione intimistica che, per la sua efficacia espressiva e stilistica, rapisce il
lettore che si rivede in essa: ecco universalizzato il sentimento personale. Catullo, invece, è uomo e
romano, tende a condensare, a drammatizzare, forse anche a dominare il suo sentimento, per paura
di esserne irrimediabilmente rapito.
In quest'ottica si può leggere l'ultima strofa del carme di Catullo (v. 13-16): il poeta avverte il
pericolo della propria rovina morale, universalizzando il problema. Riscontra, infatti, nel vivere in
ozio e nelle dissolutezze la causa della rovina degli uomini e degli stati.
 E questa conclusione così amara, "La tua pace, Catullo, è per te un peso" (Otium, Catulle, tibi
molestum est) è un ammonimento che egli fa a se stesso, poiché pensa che, travolto dalla passione
amorosa, possa perdere di vista il vero scopo della vita, sente la gravità della sua caduta, che prima
gli era parsa giovamento per la sua esistenza. Molti critici pensano che questa strofa sia staccata a
tal punto dal resto del carme da appartenere al frammento di un altro carme perduto, altri ritengono
che faccia parte del carme, ma che alcuni versi che "collegavano logicamente" le strofe precedenti
siano andati perduti. Forse si potrebbe intendere il finale del carme in questo modo: Catullo ha
paura che il rincorrere a tutti i costi la donna amata possa portarlo alla rovina. Le riflessioni
gnomiche contenute nelle due poesie sono però molto diverse tra loro: Catullo ci mette in guardia
dai mali dell'amore, Saffo invece, o cerca di porvi un limite o si rassegna, con “τόλματον”"ma
tutto bisogna osare". Se da un lato esse indicano la volontà dei due autori di dare nel finale il modo
con il quale porsi davanti all'amore, dall'altro mostrano in modo evidente la loro diversità: Saffo ha
una concezione più positiva dell'amore, l’amore per lei è il sentimento per eccellenza, per Catullo,
in definitiva, è un sentimento forte che per potersi realmente realizzare ha bisogno di essere
ricambiato.

                                                       CALVANESE CELESTINO IC

								
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