MISSIONI POPOLARI by 3RDIA21k

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									               MISSIONI POPOLARI
     - origini, sviluppo storico e contenuti dottrinali, dinamica e frutti -


Per missioni popolari propriamente dette s’intendono forme organizzate e
metodiche di predicazioni straordinarie e periodiche, affermatesi a partire
dalla fine del sec. XVI e realizzate da “missionari” ben preparati nelle aree
rurali o urbane con il consenso dell’Ordinario del luogo per uno spazio di
tempo più o meno lungo secondo le epoche, gli ambienti e le condizioni
religiose delle popolazioni. Con la loro presenza e l’aiuto di collaboratori e
con il ricorso a un linguaggio semplice, familiare ed efficace, questi
missionari — di solito religiosi — si propongono di rinnovare la vita cristiana
del popolo di Dio mediante l’esposizione e l’approfondimento delle
principali verità della fede, con un’attenzione speciale rivolta al senso del
peccato, all’importanza della grazia e ai novissimi, e il ricorso a una serie di
celebrazioni liturgiche e devozionali, atte a indurre gli ascoltatori alla
conversione del cuore e al rafforzamento in essa per mezzo dell’osservanza
dei comandamenti, la degna recezione dei sacramenti, in particolare quelli
della riconciliazione e dell’Eucaristia, l’esercizio delle opere caritative e
assistenziali, l’impegno nel compimento dei propri doveri e la creazione di
“confraternite” e “associazioni” di perseveranza per i più volenterosi. Le
missioni popolari si distinguono dalla “predicazione missionaria itinerante
sviluppatasi soprattutto dopo la “missio” data dal papa Innocenzo III a san
Francesco d’Assisi e ai suoi compagni nel 1209-1210 e a san Domenico di
Guzmàn nel 1216, per il metodo con cui sono svolte, la loro durata, gli
argomenti proposti e i mezzi coordinati e finalizzati a promuovere e animare
un processo psicologico di conversione degli uditori, che sia motivato e
durevole.

1.     Origini.
Sull’inizio delle missioni popolari la discussione rimane aperta. Ciò è com-
prensibile, visto che si tratta di un’esperienza pastorale sorta in aree
geografiche diverse e in risposta ad esigenze concrete differenziate, con
caratteristiche proprie e in continua evoluzione. Storici gesuiti attribuiscono
l’intuizione e l’avvio delle missioni popolari al loro fondatore, Ignazio di
Loyola (+1556) e ai suoi compagni dopo il loro arrivo a Roma nel 1537,
richiamandosi alle sue Constitutiones circa missiones, inserite più tardi nelle
Costituzioni della Compagnia di Gesù, e al libretto degli Esercizi, e considerano
come primo grande missionario popolare il ven. P. Silvestro Landini (+1554).
Alcuni studiosi cappuccini, invece, ritengono che le missioni popolari
abbiano avuto principio con la pratica delle Quarantore. che è stata propagata
da membri del loro Ordine in tutta l’Europa dopo il 1537. Nel 1646 Francesco
Bourgoing, terzo superiore generale dell’Oratorio, fondato in Francia da
Pietro de Bérulle (+1629), affermava che le missioni popolari erano nate con
l’avvento di quella Istituzione. Vincenzo de’ Paoli (+1660), a sua volta, era
convinto che nessuno prima di lui avesse pensato alle missioni popolari. In
realtà, la riforma religiosomorale più volte richiesta da vivaci movimenti di
risveglio evangelico e confluita nei documenti del Concilio Tridentino, il
rinnovamento degli Ordini religiosi antichi, il riconoscimento dei Chierici
Regolari, l’urgenza di premunire i fedeli contro gli errori dei protestantesimo
e la redazione di nuovi catechismi concorsero a suscitare nel periodo post-
tridentino nuovi metodi di cura pastorale, tra i quali alcune forme di
predicazioni temporanee, che ricevettero il nome di “missioni interne” per
distinguerle dalle missioni estere dirette ai popoli non ancora evangelizzati, o
di “missioni popolari” perché destinate a incrementare la genuina religiosità
del popolo cristiano, rinvigorendone la fede e la purezza dei costumi.

2.    Sviluppo storico e contenuti dottrinali.
Le missioni popolari, diffusesi nell’epoca post-tridentina, ad opera dei
Gesuiti, dei Cappuccini, degli Oblati di sant’Ambrogio, fondati da san Carlo
Borromeo, e da altre istituzioni, si differenziarono a poco a poco da ogni altro
genere di predicazione, assumendo metodi propri che favorirono una loro
larga espansione dal sec. XVII fino ad oggi in tutta l’Europa cattolica, a
cominciare dall’Italia e dalla Francia, per estendersi poi ad altri Paesi e
continenti. Sia da un punto di vista cronologico che geografico la vasta
attività delle missioni popolari, le loro diverse matrici e il loro contenuto sono
tali da permettere, in questo ambito, soltanto alcuni richiami essenziali.
- Secoli XVll-XVIII . Nei sec. XVII-XVIII le missioni popolari rappresentarono
uno dei fenomeni psicologici di massa più affascinanti e ricevettero una loro
più organica struttura, in cui gli storici, allo stato attuale delle ricerche,
distinguono tre forme principali con una serie di variazioni, che si ricollegano in
maniera diversa all’una o all’altra forma in base alla correzione o al rifiuto de-
gli aspetti discutibili e all’integrazione di nuovi elementi.
Varietà di forme. — La prima forma. che predominava in Italia e nella Spagna,
aveva lo scopo precipuo di risvegliare il fervore religioso e la qualità della
vita morale dei fedeli. I temi principali delle prediche (fine dell’uomo, gravità
del peccato, passione e morte di Gesù Cristo, scelta di vita, necessità della
grazia per il conseguimento della salvezza eterna, la morte, il giudizio,
l’inferno e il paradiso), il cui contenuto generale s’ispirava agli Esercizi di
Sant’Ignazio di Loyola, il “genere letterario” austero e immaginoso,
suggestivo e commovente con cui erano presentati e le varie pratiche e
manifestazioni religiose che accompagnavano la missione (uso di teschi ed
evocazione di dannati: processioni penitenziali dove i partecipanti portavano
segni di compunzione: croci, flagelli, catene, abiti scuri, cappucci e veli che
coprivano il viso: roghi di libri riprovevoli, di ricordi d’amore, di legature
magiche, di fatture: bacio del crocifisso da parte di tutti: pacificazioni con
strette di mano e abbracci: confessioni e comunioni generali: solenni
promesse di perseveranza nel bene, ecc.) erano caratterizzati da un forte
richiamo penitenziale, carico di drammaticità e di emotività, allo scopo di
smuovere gli affetti degli ascoltatori e di renderli attivamente partecipi nel
loro cammino di conversione. Di questo si ha conferma nelle missioni
popolari realizzate dai Gesuiti nel regno di Napoli. Iniziate nel 1601 da Pietro
Antonio Spinelli (+1615) e promosse da Francesco Pavone (+1637) fondatore
della Congregazione sacerdotale delle Ss. Missioni, raggiunsero il loro
massimo splendore con Francesco de Geronimo (+1716). Anche a Roma, da
una originaria predicazione occasionale sulle piazze, inaugurata da alcuni
Padri del Collegio Romano intorno al 1600, tra cui uno studente di nome
Nicolò Promontorio, si sviluppò con un suo proprio metodo la “Missione
urbana mensile” che ebbe il centro animatore nel celebre Oratorio Caravita,
storpiamento popolare del nome del suo organizzatore, il P. Pietro Gravita
(+1658): ogni domenica e festa del mese i fedeli erano invitati a recarsi nella
chiesa designata per la missione, dove si teneva un’istruzione catechistica e il
dialogo, una breve meditazione sulle verità eterne e la benedizione del Ss.
Sacramento: nell’ultima domenica, in un clima di festa e di grande
partecipazione popolare, si chiudeva la missione con le confessioni e la
comunione generale, così ogni anno la missione raggiungeva a turno i
principali quartieri della città. Uno dei missionari popolari gesuiti più
prestigiosi per la sua eloquenza e cultura teologica fu Paolo Segneri senior
(+1694). Egli delineò un nuovo metodo missionario, che estese alle diocesi
dell’Italia centrosettentrionale, realizzandolo d’estate nei centri maggiori
verso cui convergevano le parrocchie circostanti. La sua predicazione era
vivacizzata da rapido e incalzante succedersi di Parola di Dio, di dottrina e di
forti esortazioni al cambiamento di vita. Essa era preceduta dalla istruzione
catechistica, ricca di episodi e di similitudini amene, del P. Giovanni Pietro
Pinamonti (+1703), per ventisei anni compagno inseparabile del Segneri e
confessore molto apprezzato dai penitenti. Lo stile di predicazione focosa,
drammatica e penitenziale del Segneri, che egli cercò di difendere dalle
critiche di alcuni suoi contemperai, rivedendone però alcuni aspetti esegeti,
venne ripresa da altri gesuiti e ottenne che risonanze positive in Spagna e in
Portogallo, dove conservò la sua impronta di immediatezza sensibile e di
partecipazione motiva da parte del popolo.
La seconda riforma di missioni popolari, che prevalse in Francia e in Germania,
non rifiutava alcuni elementi spettacolari e i contenuti del metodo
precedente, ma li adattava alle situazioni locali, servendosi di strumenti della
comunicazione più adatti alla sensibilità popolare e più persuasivi. La predica
diventava meno emotiva, più ragionata, organica e formativa: una speciale
attenzione era rivolta alla catechesi dei fanciulli in preparazione alla prima
comunione e alle conferenze e all’istruzione religiosa delle varie categorie di
adulti: venivano redatti catechismi di controversia per difendere i cattolici dal
pericolo dell’eresia, ed elaborate sintesi dottrinali per il tempo successivo alla
missione: si provvedeva al ritorno periodico dei missionari o a interventi
temporanei di sacerdoti ausiliari. Quest’impostazione più catechetica,
sistematica e costruttiva della predicazione e missione popolare ebbe come
iniziatori in Italia i Pii Operai, fondati a Napoli nel 1600 dal ven. Carlo Carafa,
e in Francia i Padri della Dottrina Cristiana, fondati da Cesare de Bus (+1607).
Originale fu l’esperienza del missionario Michele Le Nobletz (+1632), presso i
Bretoni. Egli era convinto che nelle missioni popolari la preferenza doveva
essere data alla catechesi. Per questo si serviva di quadri allegorici nel
presentare le principali verità della fede, i sacramenti, le virtù cristiane, e
componeva canti popolari per aiutare gli uditori a memorizzare quanto dove-
va servire al rinnovamento della vita cristiana. Nella predica dialogata e nella
spiegazione della dottrina cristiana stimolava l’intervento di ausiliarie laiche.
Il suo successore, il beato Giuliano Maunoir (+1683), gesuita, redasse un
Catéchisme des missionnaires, sollecitò la collaborazione dei preti diocesani,
predicò corsi di Esercizi spirituali ignaziani e introdusse la rinnovazione delle
promesse battesimali come atto conclusivo della missione. L’impulso
maggiore alle missioni popolari in terra francese fu dato dagli Oratoriani di
Pietro de Bérulle, dai Sulpiziani di Gian Giacomo Olier, dagli Eudisti di san
Giovanni Eudes che dal 1632 al 1674 predicò più di 110 missioni anche in
grandi città, da gruppi di sacerdoti locali, da vescovi, dai Missionari di san
Giuseppe di Giacomo Crétenet (+1666) e specialmente dai Preti della Missione o
Lazzaristi di san Vincenzo de’ Paoli (+l660). Quest’ultimo concepiva la
missione come un gruppo di lavoro. Seguendo le sue indicazioni, i Lazzaristi
operarono a favore delle popolazioni povere delle campagne con un loro
proprio metodo: alla spettacolarità delle processioni penitenziali e del canto
popolane preferivano un impegno più diretto nella catechesi, offerta alle
diverse categorie di persone, e il canto gregoriano: curavano la formazione
del clero e dei maestri con conferenze adatte e provvedevano alla
perseveranza con la fondazione di Confraternite della carità per l’assistenza
dei bisognosi. Novità nelle missioni popolari furono introdotte anche dai
Monfortani, fondati da san Luigi Maria Grignion de Montfort (+1716). Essi
svolgevano le missioni in piccoli centri, ricorrevano a una catechesi capillare,
valorizzavano la pietà popolare, tenevano conto del bisogno di incontro e di
festa che era insito nell’animo delle popolazioni organizzando anche sette
processioni per missione, che concludevano con la rinnovazione delle pro-
messe battesimali e la consacrazione alla Madonna.
Una variante o terza forma, rispetto alle forme precedenti si ebbe nelle missioni
popolari dei Cappuccini, fondati nel 1528. Fin dalle loro prime origini, essi
scelsero un genere di predicazione che doveva essere vivace nel linguaggio,
da adeguarsi il più possibile alla capacità di comprensione degli uditori,
saldamente ancorata alla Sacra Scrittura, principalmente al Vangelo e orien-
tata ad accrescere il culto della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia con la
solennizzazione delle Quarantore. Le norme, emanate dal Ministro Generale
Stefano da Cesena, superiore dal 1671 al 1678, dopo che il papa Clemente X
con il breve Coelestium munerum aveva concesso ai Cappuccini l’autoriz-
zazione formale a tenere missioni, ribadivano che la loro realizzazione
doveva essere fatta “non con curiosità di sermone ma con infuocata parola”,
predicando, confessando e istruendo il popolo, tanto al mattino quanto al
pomeriggio, allo scopo di portarlo ad abbandonare il vizio e a praticare la
virtù. Ai missionari era lasciata libertà di iniziativa. Uno dei loro esponenti
più qualificati. P. Onorato da Cannes (+1694), apportò alcuni elementi nuovi:
il ritiro di quattro giorni per le varie categorie di persone, l’uso della buona
stampa come mezzo di perseveranza e la pratica dell’orazione mentale.
Diffusione e innovazioni. Nel sec. XVIII le missioni popolari proseguirono la
loro espansione e si arricchirono di nuove esperienze. Di fronte alle critiche
che le ritenevano un “fuoco di paglia”, crebbe l’impegno dei missionari a
organizzarle meglio e a perfezionarle nei loro contenuti e nelle loro varie
manifestazioni per assicurare il risultato di frutti spirituali duraturi. In Italia
s’imposero tre grandi figure di missionari popolari: san Leonardo da Porto
Maurizio (+1751), san Paolo della Croce (+1775), e sant’Alfonso M. de’
Liguori (+1787).
Leonardo da Porto Maurizio, frate minore, non creò un metodo nuovo, ma si
avvalse del patrimonio preesistente, ideando una formula intermedia, ardente e
insieme ragionata, diretta a commuovere e a convincere. La sua missione
comprendeva prediche per tutti ed Esercizi spirituali per categorie di
persone, la formulazione di solidi programmi di vita cristiana con insistenti
richiami sull’importanza del sacramento dell’Eucaristia, le visite ai malati, le
processioni e la diffusione del pio esercizio della Via Crucis.
Paolo della Croce apprese i metodi delle missioni popolari dal libro del frate
minore Amedeo da Castrovillari: Il zelo apostolico. Roma 1720. Per favorire la
partecipazione della popolazione, le riunioni erano concentrate al mattino
con le catechesi di base, finalizzate all’istruzione religiosa, e alla sera con le
“prediche di massima”, seguite da meditazioni sulla Passione, entrambe
destinate a provocare un cambiamento di vita. Paolo, che usava disciplinarsi
pubblicamente quando lo riteneva opportuno, insisteva perché le
manifestazioni esterne (processioni o altre celebrazioni) fossero ridotte al
minimo per non distrarre la gente dal confronto con la Parola di Dio.
Considerava inoltre la meditazione quotidiana sulla Passione la via maestra
per portare il cristiano a un rapporto personale, fiducioso e filiale con Dio
attraverso il Cristo, perciò il pensiero della Passione era quello che doveva
permeare in qualche modo tutta la predicazione e le altre funzioni della
missione.
Un innovatore quanto al metodo missionario fu Alfonso M. de’ Liguori. Egli
riteneva che ogni strategia missionaria doveva essere collaudata sul campo in
base ai bisogni spirituali delle popolazioni, perciò alla missione centralizzata
del Segneri preferisce una missione estesa anche ai centri più piccoli. Nella
terza parte (Degli esercizi di missione) del suo scritto: Selva di materie predicabili e
istruttive per dare esercizi a preti, sant’Alfonso non escludeva il ricorso ai
sentimenti per risvegliare negli uditori il senso del peccato, la compunzione
del cuore, il desideri della grazia e della recezione dei sacramenti della
riconciliazione e dell’Eucaristia, il gusto della preghiera, ma era incline a dare
risalto più all’amore filiale di Dio che al timore servile. Auspicava inoltre in
due dei capitoli, che trattano Del catechismo piccolo ai fanciulli e Del Catechismo
grande al popolo, la diffusione di una ordinata catechesi sui misteri principali
della fede, i sacramenti e i comandamenti di Dio con l’avvertenza di non
spiegare ai fanciulli il sesto comandamento, limitandosi a dire che proibisce
“peccati brutti”. Come elementi di rilievo per la perseveranza il de’ Liguori
invitava i missionari popolari a suggerire: la fuga dal peccato, l’esercizio della
“vita devota, l’orazione mentale, la meditazione della passione di Gesù, la
devozione alla Vergine, l’impegno caritativo verso il prossimo.
Il Settecento fu considerato il secolo d’oro delle missioni non solo per il
surriferito trittico missionario italiano, che si segnalò questo campo, ma
grazie anche alla nascita di nuove Congregazioni: i Preti Secolari di S. Maria
della Purità di Antonio de Torres, i Passionisti di san Paolo della croce, i
Redentoristi di sant’Alfonso M. de’ Liguori, gli Oblati di Rho, la Missione
Imperiali”, un istituto di preti romani fondato da Francesco Imperiali (+1770),
ecc… e all’attività degli Istituti religiosi e delle Congregazioni di Preti
secolari che già in precedenzai erano interessati alle missioni popolari.


In Spagna operarono, tra gli altri, il gesuita Calatayud (+1773) e il cappuccino
Diego da Cadice (+1801). Nell’area di lingua tedesca diffusero le missioni
popolari i gesuiti, tra cui Ignazio Parhammer (+1786) con una chiara
impostazione catechistica, e i Redentoristi, san Clemente Maria Hofbauer
(+1820) e Taddeo Hubl, che raggiunsero anche la Polonia.
Verso la fine del sec. XVIII le missioni interne, pur non scomparendo del
tutto, subirono un improvviso arresto a causa della soppressione della
Compagnia di Gesù (1773) e lo scoppio della rivoluzione francese, che cercò
di cancellare l’esistenza degli Istituti e delle congregazioni religiose là dove le
forze eversive riuscirono ad avere il sopravvento.
Secoli XIX-XX. Rinascita e apertura verso nuove tematiche. Le missioni
popolari ripresero vigore dopo il Congresso di Vienna (1815) con vicende
alterne, dovute alle soppressioni, dispersioni, secolarizzazioni in cui furono
soggetti a intermittenza gli Istituti religiosi nel sec. XIX e all’inizio del sec. XX
in varie nazioni. La riorganizzazione delle istituzioni ecclesiastiche, la
ricostituzione della Compagnia di Gesù (1814), la crescita numerica del clero
secolare e dei membri degli antichi Istituti religiosi preesistenti e la nascita di
nuovi furono all‘origine di questo rilancio in tutti i Paesi dell’Europa. I
missionari si sforzarono di comprendere, non senza difficoltà e resistenze, le
nuove situazioni e di adattarvisi, ma senza rinunciare all’utilizzazione degli
elementi già collaudati nei secoli anteriori: l’istruzione religiosa sempre più
organica in vista della conversione e della maturazione nella fede, i canti le
processioni, il richiamo alla penitenza, la valorizzazione dei sacramenti, le
erezioni di Croci e “Calvari”, la rinnovazione dei voti battesimali, la
consacrazione alla Vergine Maria, come si può ricavare dal Metodo delle Sante
Missioni di Gaspare del Bufalo, Roma 1818: dal Direttorio delle Missioni,
pubblicato dai Passionisti nel 1838; da Il Metodo delle missioni del P. Celestino
M. Berruti del 1856; e da La Missione, Torino 1882, dell’oblato di Maria Vergi-
ne, F. Giordano.
Cominciarono tuttavia ad emergere a poco a poco alcune novità. Nella
predicazione missionaria si fece sempre meno uso di una certa oratoria
letteraria erudita e ampollosa propria dei grandi pulpiti, e decrebbe nelle
varie celebrazioni il ricorso alla spettacolarità teatrale a favore di un
atteggiamento di maggior compostezza e raccoglimento. Le comuni
tematiche sul Decalogo, il peccato, la passione di Cristo, le realtà eterne
furono integrate da altre su Dio rivelatore, su Cristo redentore, sullo Spirito
santificatore, sulla Chiesa, sull’importanza dei sacramenti, sul rapporto
scienza e fede per contrastare l’avanzata del razionalismo positivista. Nella
soluzione dei problemi morali ebbe sempre più seguito il pensiero del
Liguori. La predicazione fu accompagnata da conferenze dialogate per
uomini, donne, persone colte e giovani con forti accentuazioni apologetiche.
Aumentarono i corsi di Esercizi chiusi per categorie di persone (sacerdoti.
religiosi, religiose, maestri, professionisti. operai. ecc…), e pubblici nelle
chiese. Nuovo impulso fu dato alle associazioni, come le Congregazioni
mariane, l’Associazione delle Figlie di Maria, la Compagnia degli Amici di
Gesù, le Conferenze di san Vincenzo de’ Paoli. la Confraternita del Ss.mo
Sacramento, la Congregazione del sacro Cuore di Gesù, della cui devozione la
predicazione missionaria popolare del sec. XIX si fece propagatrice. In
Francia, dopo i danni religiosi e morali provocati dalla Rivoluzione e dalle
guerre napoleoniche, le missioni popolari apparvero come uno degli
strumenti più validi per la rinascita cristiana. Esse miravano a pacificare e a
riconciliare gli animi, a proporre e ad approfondire e principali verità della
fede con la predicazione e la catechesi, a ricostruire l’unità familiare, a portare
gli adulti alla pratica della vita cristiana e a un miglioramento dei costumi.
Quanto ai metodi. si notava ancora a volte in alcune manifestazioni religiose
una certa condiscendenza verso la ricerca dello spettacolare e dell’im-
pressionistico, bollata dai nazionalisti e dai volterriani come fanatismo
isterico e frutto di superstizione. Nella predicazione missionaria non era
assente qua e là l’auspicio a favore della restaurazione di una monarchia sullo
stile di quella dell’Antico Regime, che avrebbe potuto ridare prestigio alla
religione cattolica ponendola a fondamento dell‘ordine sociale. Delle nuove
istituzioni che organizzarono anche missioni popolari, oltre i gruppi
missionari di preti diocesani. si possono ricordare, tra altre: la Società del Cuore
di Gesù di Pietro Giuseppe de Clorivière (+1820): la Congregazione dei Sacri
Cuori di Pietro Coudrin (+1837): gli Oblati di Maria Immacolata di Carlo
Eugenio de Mazenod (+1861): i Missionari di Nostra Signora di “La Salette’’
(1852); i Missionari del Sacro Cuore di Gesti di Issidoun (1854) di G Giulio
Chevalier (+1907); gli Oblati di Sant’Ilario (1855).
In Italia si occuparono delle missioni popolari tra altri, gli Oblati di Maria
Vergine di Bruno Lanteri (+1830), che esercitavano il loro apostolato
missionario nelle zone rurali più abbandonate e nei sobborghi operai delle
grandi città: i Missionari del Preziosissimo Sangue di san Gaspare del Bufalo
(+1837), che si dedicavano alla predicazione degli Esercizi spirituali e delle
missioni popolari e alla creazione di una rete di associazioni estese a tutte le
categorie dì persone per immetterle nell’apostolato: la Società dell’Apostolato
Cattolico di san Vincenzo Paliotti (+1850), i cui membri s’impegnavano nella
formazione di apostoli laici con la predicazione missionaria e la diffusione
della buona stampa: e gruppi di Oblati Missionari diocesani come, ad
esempio: gli Oblati diocesani di Verona: gli Oblati della Madonna di san Luca di
Bologna: gli Oblati Missionari diocesani dell’Immacolata, di Vigevano (Pavia); gli
Oblati della Sacra Famiglia di Nazareth, di Brescia: gli Oblati del Ss. Sacramento,
di Sampierdarena (Genova), ecc… che operavano a beneficio della
promozione della fede autentica contro la corruzione dei costumi e le
ricorrenti superstizioni.
In Spagna una delle figure che eccelse nella catechesi e nelle missioni popolari
fu sant’Antonio Maria Claret, fondatore nel 1849 dei Missionari Figli del Cuore
Immacolato di Maria, e poi arcivescovo di Cuba. In Svizzera e nel mondo
germanico furono i gesuiti e i Redentoristi a riattivare le missioni popolari,
mentre la loro introduzione in Inghilterra e in Irlanda fu opera del rosmi-
niano Luigi Gentili e del beato Domenico Barberi della Madre di Dio (+1849).
Nell’America Latina, oltre il Claret e i figli spirituali, si dedicarono alle
missioni popolari i Missionari di san Giuseppe, del Messico (1872). Le missioni
popolari ebbero inizio negli Stati Uniti grazie allo zelo di alcuni preti giunti
dall’Europa per offrire a emigranti l’assistenza spirituale.
Confronto con le nuove situazioni. Dalla fine del sec. XIX fino alla vigilia della
prima guerra mondiale il potenziale numerico e qualitativo delle missioni
popolari, sia pur tra non poche resistenze create da governi anticlericali,
proseguì la sua attività avvertendo però la crescente difficoltà a farsi ascoltare
da alcune categorie di persone come gli intellettuali e gli operai. Fin dal 1885 i
Gesuiti di Francia, seguiti più tardi da quelli del Belgio e della Spagna,
diedero vita all‘Opera dei Ritiri Operai con esito positivo. Si trattava di un
corso di Esercizi spirituali della durata di tre giorni con la possibilità di
ulteriori incontri con i partecipanti. L’iniziativa sorse in Italia nel 1907, dove si
trasformò nell‘Opera Ritiri di Perseveranza che generò l’istituzione delle Leghe
di Perseveranza, i cui elementi fondanti erano la devozione al sacro Cuore e il
ritiro, la confessione e la comunione mensile. Documenti promozionali delle
missioni “interne” o popolari continuarono ad essere emanati superiori e da
Capitoli generali degli Istituti religiosi che consideravano tale ministero una
delle loro finalità principali. Vi furono pure Sinodi diocesani e provinciali che
si occuparono delle missioni “interne” o popolari e ne richiesero la
prosecuzione, unitamente a interventi pontifici. Va rilevato tuttavia, che le
predicazioni missionarie nel sec. XIX all’inizio del XX non erano tanto rivolte
alla conquista personale o collettiva degli agnostici o increduli, anche se non
la escludevano, ma nei loro contenuti erano piuttosto indirizzate a
salvaguardare, motivare, rinvigorire le convinzioni di fede dei credenti, che
specie nelle città avevano da fare con persone indifferenti od ostili al
cristianesimo, oppure con aderenti ad altre confessioni religiose.
Durante la prima guerra mondiale 1915-1918 le missioni popolari subirono
un notevole rallentamento in Europa. Ripresero nuovo slancio appena
terminato il conflitto, si trovarono di fronte a condizioni politico, sociali,
culturali e religiose nuove, soggette a profondi cambiamenti. L’affermarsi di
regimi autoritari e del totalitarismo marxista, l’accelerazione del processo di
urbanizzazione e di industrializzazione con lo spostamento di masse di
contadini verso i sobborghi cittadini, la lotta di classe, il diffondersi sempre
più largo delle correnti di pensiero acristiano o anticristiano, l’abbandono
della pratica religiosa da parte di numerosi credenti, l’aumento
dell’indifferenza religiosa resero più difficile il lavoro dei missionari e
richiesero da loro un impegno di formazione permanente alla preghiera e allo
studio, cui si dedicavano nei mesi di interruzione annuale della missione.
Istruttivo al riguardo il libro del gesuita Giuseppe Golia, Manuale pratico per le
missioni al popolo (Padova 1931) dove l’autore esamina brevemente venti
metodi, adottati da celebri missionari italiani ed esteri. Presenta quindi come
deve essere formato il missionario: come deve regolare le sue relazioni con
Dio, con il clero e i religiosi, con i fedeli, con gli avversari e gli eretici: i difetti
che deve evitare; i criteri per l’accettazione della missione; la conoscenza del
campo da coltivare; lo svolgimento dei vari momenti della missione con
schemi di prediche (fine dell’uomo, salvezza dell’anima, castighi del peccato,
inferno, ecc…), istruzioni e conferenze dialogate per dissipare errori e
approfondire punti fondamentali della vita cristiana; le funzioni o
celebrazioni da praticare (benedizione dei fanciulli, processione di penitenza,
giornata mariana, prime comunioni, confessioni, ecc…): e la conclusione con
una funzione mattutina e una vespertina con la celebrazione espiatoria per i
defunti, la distribuzione dei ricordi stampati e degli oggetti sacri da lasciare a
ogni nucleo familiare. Il manuale che ha fatto testo per i gesuiti italiani, una
miniera, che tenendo fermi i punti e tradizionali, offre una ricca fonte di
mezzi per adattare la missione alle diverse circostanze delle località ove viene
svolta. Esige nel missionario fantasia e strategia per adeguarsi alle condizioni
reali, superare difficoltà, indifferenza e inerzia delle popolazioni, e non
limitarsi ai soli fedeli, ma smuovere anche i lontani. Esige una profonda
conoscenza del livello religioso del popolo da missionare e (della) psicologia
della gente.
Dopo il secondo conflitto mondiale vi fu una breve ripresa delle missioni
popolari, principalmente in occasione dell’Anno Santo del 1950 e dell’Anno
Mariano del 1954. Da questa data fino al Cconcilio Vaticano II i gesuiti
realizzarono nella sola Italia circa 10.000 missioni. Tra i missionari popolari
gesuiti emerse la figura del P. Riccardo Lombardi che con le sue predicazioni
in numerose città italiane e la sua azione religioso-politica, valutata in modo
diverso anche da cattolici benpensanti, intervenne a difesa di una attiva
presenza dei cristiani nella ricostruzione morale e civile del Paese, invitandoli
a reagire con vigore contro l’invadente ideologia marxista e laicista. In
Francia fu creato il Centro Pastorale Missioni Interne, che svolse una buona atti-
vità per circa dieci anni e scomparve nel 1967. Va detto però che già prima del
Concilio Vaticano II (1962-1965) si notavano segni di sfiducia nell’efficacia di
questo tipo di predicazione straordinaria, sempre meno richiesta dai parroci,
e gli stessi missionari stentavano a trovare i mezzi, i modi e i contenuti per
renderla appetibile.
Crisi e sintomi di risveglio. Dopo il Concilio Vaticano II si allarga la crisi che
investe non soltanto la società civile ma anche la vita religiosa dei credenti:
crescono l’individualismo, la fuga dalle responsabilità, la diffusione
dell’ateismo pratico ed esistenziale, il disinteresse per il problema religioso, il
fenomeno della soggettivizzazione della fede, il travisamento del significato
vero della sessualità umana, la disgregazione dell’unità familiare: diminuisce
il senso di appartenenza alla Chiesa e del dovere: l’edonismo e il
permissivismo nell’ambito morale attenuano o tendono a far scomparire la
coscienza del peccato: i mezzi della comunicazione sociale spingono verso la
maturazione di una mentalità godereccia, consumistica e terrenista, chiusa ai
valori spirituali. Inoltre, fa mobilità della gente, il turismo di massa nei giorni
festivi, il distacco dall’ambiente parrocchiale, l’impegno di lavoro, rendono
sempre più precaria la possibilità della convocazione del popolo in
determinati momenti della giornata per la missione. Infine, i rapidi cambi di
mentalità e di costume inducono gli stessi missionari a interrogarsi se le
metodologie e i temi che avevano costituito i motivi ispiratori delle missioni
popolari precedenti con la loro carica emotiva, morale e pratica siano ancora
sufficienti a trasformare il cuore dell’uomo oppure sia necessario trovare altri
metodi e proporre tematiche nuove che facciano presa sulla coscienza degli
uomini e li aiutino a comprendere l’incidenza positiva che il messaggio
cristiano, se vissuto come si deve, ha nella loro vita e il contributo che può
dare nella costruzione di una società più giusta e fraterna.
Tra il 1970 e il 1980 le missioni popolari hanno difficoltà a farsi strada e a
trovare larghi consensi. Nell’enciclica Evangelii Nuntiandi Paolo VI non ne
parla, tuttavia nei nn. 40-48 dello stesso documento ne espone in qualche
modo i presupposti, la necessità e i criteri per una loro ripresa.
Nell’esortazione apostolica Catechesi Tradendae 47 Giovanni Paolo II invita a
ripristinare e a riorganizzare le “missioni tradizionali, spesso abbandonate
troppo in fretta”, affermando che “sono insostituibili per un rinnovamento
periodico e vigoroso della vita cristiana”. L’invito non rimane inascoltato. Dal
2 al 7febbraio 1981 viene celebrato a Roma il I Convegno Nazionale su
“Missioni al Popolo per gli anni 80”, che cerca di mobilitare la coscienza
cattolica a favore di “una efficace evangelizzazione a tutti i livelli”.I Ai
partecipanti al Convegno Giovanni Paolo Il esprime la riconoscenza sua e di
tutta la Chiesa “per l’impegno e la buona volontà nel mantenere e
nell’aggiornare la pia ed efficace pratica delle Missioni Popolari”, in un
discorso rivolto ai Provinciali della Compagnia di Gesù (27.02.1982) lo stesso
Pontefice ricorda che le missioni al popolo costituiscono una “nota
fondamentale” dell’Ordine e parla del “rigoglioso sviluppo” e del “vasto
benefico influsso” da esse offerto alla rivitalizzazione della vita cristiana
grazie anche al contributo dei missionari gesuiti. Il Codice di diritto canonico
raccomanda ai parroci, secondo le disposizioni del vescovo diocesano, di
organizzare “in tempi determinati” le predicazioni, “che denominano esercizi
spirituali e sacre missioni, o altre forme adatte alle necessità” (can. 770). Dal
1983 il Pontificio Ateneo Antonianum offre corsi di aggiornamento annuali
per predicatori impegnati nelle missioni popolari.
Di fronte a questi e altri incoraggiamenti dell’autorità ecclesiastica e a una
pastorale ordinaria che perde di mordente, gli Istituti religiosi, che hanno
come scopo specifico o almeno preminente le missioni popolari, e non
soltanto essi, riflettono sul da fare, come risulta sia dalle decisioni dei loro più
recenti Capitoli o Congregazioni generali sia dalle loro iniziative di gruppo,
tentando di discernere le nuove situazioni al fine di aggiornare questa forma
di pastorale straordinaria. E’ in atto una fase di rinnovamento dei missionari
e, quindi, di ricerca, di autocritica, di revisione e di adattamento alle esigenze
odierne. L’idea di Chiesa-comunione e di partecipazione alla sua
ministerialità da parte di tutti i membri del popolo di Dio, sebbene con ruoli
differenziati, e della sua presenza nel mondo, come viene descritta nella
Lumen gentium e nella Gaudium et spes, nonché nel magistero conciliare,
porta a utilizzare un numero sempre maggiore di fedeli cristiani, siano o no
appartenenti a gruppi, comunità e movimenti ecclesiali, e di religiose nella
preparazione, programmazione e attuazione delle missioni popolari. In tale
programmazione si prendono in esame i problemi umani e le istanze
religiose, che affiorano nell‘ambiente da “missionare”, ma anche gli aspetti
problematici negativi che toccano le persone, partendo dalla composita e
diversificata realtà politica, economica, sociale, culturale e spirituale in cui
esse vivono. I missionari riconoscono che non basta più richiamare
l’attenzione soltanto sulla salvezza individuale e su alcune verità
fondamentali della fede, anche se a queste non si può e non si deve
rinunciare, a meno che si voglia mutilare il messaggio cnistiano, ma alla luce
della Parola di Dio, interpretata autorevolmente dal magistero della Chiesa, e
avendo presente che i cristiani praticanti e convinti sono ormai una
minoranza nei paesi di antica cristianità, il discorso va allargato. A che cosa?
Ai rapporti interni tra i vari membri della Chiesa sino a formare una
“comunione di comunità” nell’ambito delle grandi parrocchie: alla vita
liturgica e sacramentale; alle relazioni dialogali con i fratelli cristiani separati,
con i seguaci di altre religioni, i lontani e gli atei; alla denuncia del peccato in
tutte le sue forme, individuali e sociali, occulte e pubbliche; ai temi della
famiglia, della donna, della pace, della solidarietà, della fratellanza
universale, della giustizia sociale, dell’inculturazione.
Dinamica e frutti. Lo svolgimento missioni popolari rivela che la scelta dei
modi, dei tempi, degli orari e dei luoghi va lasciata alla prudenza degli
organizzatori, i quali tengono conto dell’ambiente, della mentalità e delle
condizioni dei destinatari, del loro ritmo di lavoro e di vita.
Struttura e caratteristiche. Anche la durata delle missioni dipende da tutta una
serie di situazioni sociali, culturali e religiose e della varietà dei metodi che
via via mutano le         circostanze al fine di raggiungere l’obiettivo prefisso,
che è quello di muovere il popolo alla “compunzione” o conversione dei
cuori. Le missioni urbane di Napoli e di Roma, realizzate dai padri gesuiti
nella metà del sec. XVII esclusivamente nelle domeniche e nei giorni festivi,
duravano mesi; quelle del padre Segneri soltanto una settimana. Le missioni
di Leonardo da Porto Maurizio si prolungavano dai 15 ai 30 giorni.
Con il suo intuito pastorale di adattamento alle situazioni, sant’Alfonso
riteneva che per i paesi piccoli in via ordinaria potessero bastare dieci o
dodici giorni, mentre per la durata poteva superare anche il mese.
S. Vincenzo de’ Paoli fu il primo a organizzare le missioni popolari come
segue: due settimane per i piccoli centri, quattro per i medi e cinque per i
grandi, in modo da offrire a tutti la possibilità di approfittarne. In tempi a noi
vicini la durata della missione si protrae per tutto il tempo ritenuto necessario
a rispondere concretamente alle esigenze e della popolazione.
Pur nel1a loro molteplicità e diversità, le missioni popolari, che si sono
susseguite sin verso la metà del sec. XX. avevano in comune caratteristiche
fondamentali .Anzitutto la loro struttura portante era formata da questi
elementi:
- “Messa di missione”, che se in passato era considerata soprattutto in
funzione della possibilità di ricevere la comunione, in seguito fu anche
utilizzata come strumento di evangelizzazione e di formazione cristiana per
la ricchezza del suo contenuto di Parola di Dio e di preghiera:
la “predica grande” (o “predica di massima ), il cui intento principale era
quello di indurre a cambiare vita, a “darsi a Dio” e ad amare il prossimo:
- l’istruzione catechistica (catechismo “piccolo” e “catechismo grande”, a
seconda che si rivolgesse ai fanciulli o agli adulti), con lo scopo di insegnare
le verità della fede, di far maturare una retta coscienza cristiana nei fedeli e di
premunirli contro possibili errori e superstizioni.
Questi elementi di “base” erano accompagnati da varie manifestazioni
esterne (processioni di penitenza, canti., Rosario, Via Crucis): da visite alle
famiglie, agli infermi, alle carceri, alle scuole, alle fabbriche: da incontri per
categoria (mamme di famiglia, fanciulli, giovani, impiegati, operai,
professionisti, clero, religiose, ecc...). Le missioni popolari avevano, inoltre,
come punto irrinunciabile di riferimento la Parola di Dio. Per questo le loro
varie manifestazioni e funzioni, in particolare la predicazione e la catechesi,
erano organizzate in ordine all’annuncio di questa Parola, dalla cui efficacia i
missionari si attendevano il risultato positivo del loro lavoro. Ma è doveroso
riconoscere che a volte, nel clima surriscaldato della predicazione, vi furono
eccessi di interpretazione di tale Parola a riguardo di alcune verità eterne e la
richiesta di pratiche penitenziali “per lo meno discutibili” (Conti Guglia,
119122). Tali missioni, poi, erano state realizzate in prevalenza tra le
popolazioni rurali — specie nei Paesi come l’Italia — dove esse formavano la
maggioranza degli abitanti: si preoccupavano di presentare i loro contenuti
dottrinali con un linguaggio per lo più semplice, discorsivo, chiaro e
convincente: miravano a portare gli ascoltatori al cambiamento radicale della
loro vita mediante la recezione dei sacramenti della riconciliazione e
dell’Eucaristia: e s’impegnavano a fornire ai fedeli mezzi idonei di
perseveranza.
Per ultimo, la predicazione e la catechesi missionaria hanno sempre avuto
una chiara connotazione cristocentrica, mariana, penitenziale e formativa.
Una precisazione tuttavia va fatta. La storia delle missioni popolari, essendo
in buona parte ancora inesplorata, aveva indotto a credere che i contenuti
dottrinali della predicazione dei numerosi missionari, che in questi ultimi
quattro secoli della storia della Chiesa si sono dedicati a tale ministero, si
equivalessero, ad eccezione di alcune accentuazioni di singoli elementi e di
accorgimenti coreografici, psicologici e pedagogici, orientati a spronare
l’uditorio a chiedere perdono dei propri peccati e ad accogliere la grazia di
Dio. In realtà a mano a mano che si moltiplicano gli studi sulle missioni
popolari, svolte da figure significative di Ordini o Istituti religiosi, s’intravede
il delinearsi di una vera e propria letteratura, catechesi e predicazione
missionaria, varia nei suoi contenuti dottrinali e diversificata nelle sue
espressioni verbali, nel linguaggio delle immagini e dell’azione, più adatto ad
essere recepito dalla gente, secondo i tempi e i luoghi.
Risultati. A parte alcune critiche, a volte ingenerose, elaborate a riguardo delle
missioni popolari, non sì può negare il fatto che esse hanno svolto e
continuano a svolgere un servizio alla fede e alla promozione della
riconciliazione e della solidarietà umana.
Prima di tutto esse rappresentano un servizio reso al recupero e alla
maturazione della fede. Il fine delle missioni popolari è religioso, perché si
prefigge di istruire gli uditori nelle principali verità della fede, di portarli alla
conversione, di spronarli a un serio cambiamento nei loro comportamenti, di
impegnarli a vivere con coerenza il rapporto fede e vita. I frutti immediati
della missione si possono facilmente constatare dal numerosissimo concorso
di popolo alle prediche, alle istruzioni catechistiche e alle altre manifestazioni
penitenziali, dalle confessioni e dalle comunioni generali, specialmente degli
uomini, come sono descritte in “relazioni’’ di missionari (S. Paolucci, Missione
dei Padri della Compagnia di Gesù nel Regno di Napoli, Napoli 1651; P. Segneri -
P. Pinamonti. Breve relazione sopra una missione tenuta nella diocesi di Faenza,
Venezia 763). Ma i missionari, conoscitori della fragilità umana, non si
accontentavano dei frutti immediati. Per garantire la serietà della conversione
e assicurare la perseveranza, essi provvidero a denunciare le superstizioni: a
creare o a rinnovare per i laici impegnati confraternite e associazioni, i cui
soci, oltre che nel proprio rinnovamento personale, s’impegnavano anche in
opere apostoliche e caritative e assolvevano pure compiti sociali e di riforma
religiosa: a propagare e approfondire le devozioni ai Ss.mo Sacramento, al
sacro Cuore di Gesù, alla passione di Cristo, alla beata Vergine Maria, ai
Santi: a formare il clero locale con conferenze, istruzioni pastorali ed Esercizi
spirituali: a stimolare le comunità delle religiose con istruzioni appropriate: a
ritornare sul luogo dell’avvenuta missione per incoraggiare i fedeli a procede-
re sulla via del rinnovamento spirituale: a fondare case per Esercizi spirituali
e a sostenerli (si pensi, ad esempio, alle già menzionate Leghe di Perseveranza
che con i ritiri mensili si trasformarono in una specie di missione
permanente): a diffondere scritti devozionali, ascetici e apologetici, indirizzati
al clero e al popolo (basti ricordare Il Parroco istruito e il Cristiano istruito del
gesuita Paolo Segneri e Del gran mezzo della preghiera di Alfonso M. de
Liguori), e anche libri sui metodi missionari per favorire lo sviluppo delle
missioni popolari.
Il servizio della fede, realizzato dalle missioni popolari, non riguardava
soltanto ristabilimento o consolidamento della relazione filiale e comunionale
degli uomini con Dio in vista della salvezza eterna, ma comportava pure il
servizio della riconciliazione tra gli stessi uomini connesso con l’esercizio
della carità e quindi anche con la promozione della solidarietà umana. Questa
solidarietà si realizzava con il compimento delle opere di misericordia
corporali e spirituali, la creazione di opere sociali. Risulta infatti che, sia pur
con modalità diverse secondo le varie epoche e la percezione delle situazioni
personali e sociali che i missionari avevano la loro attività non si esauriva nel
solo ambito religioso, ma comprendeva anche la soluzione di problemi
concreti, come il raggiungimento di difficili pacificazioni tra persone o gruppi
di persone in lotta fra loro, stipulate spesso in forma giuridica alla presenza
di un notaio: l’opera di recupero delle donne di malavita, alfine di distoglierle
dalla prostituzione: l’assistenza alle ragazze pericolanti: la creazione di
associazioni di aiuto io per i poveri: la fondazione di orfanatrofi e di scuole: la
ricerca di lavoro per i disoccupati e di case per i senzatetto: le prese, posizione
contro il banditismo e brigantaggio, una piaga sociale che era assai di
principalmente nel Sud d’Italia, e contro sfruttamento dei più deboli: la
promozione dell’agricoltura: gli interventi per migliorare le condizioni degli
stabili, delle stanze, letti e delle infermerie negli ospedali e anche nelle carceri.
Nuove prospettive. Più che non nel passato, le missioni popolari dopo il
Concilio Vaticano II, si muovono oggi entro l’orizzonte della “nuova
evangelizzazione”’ e di una “promozione umana integrale”, di cui è convinto
portavoce Giovanni Paolo II. Esse presuppongo anzitutto esemplarità di vita
e una buona preparazione da parte dei missionari, sia riguardo al contenuto
del messaggio cristiano, le sue varie forme di presentazione e comunicazione,
sia riguardo alle sfide poste alla “missione” della Chiesa dagli uomini del
nostro tempo. Esigono, inoltre la ricerca dell’integrazione del servizio della
fede o promozione della giustizia e della solidarietà umana, connesse con la
costruzione della pace, cui tutti i popoli anelano; la mobilitazione in tal senso
di tutte le forze migliori della comunità ecclesiale; il ricorso agli strumenti
della comunicazione sociale: stampa, radio, televisione; la creazione di centri
di ascolto: l’avvicinamento delle persone nelle strade, nelle piazze, nei bar,
nei ritrovi pubblici, nei circoli ricreativi, sportivi, culturali ecc.. con un tipo
“di missione itinerante” che dia largo ai dialoghi personali e agli incontri per
gruppi e per categorie di soggetti, assillati più dagli stessi problemi, per
metterli a confronto con la Parola di Dio. Richiedono, infine, il coordinamento
tra missione popolare e pastorale ordinaria della Chiesa particolare e il
coraggio di aprire vie nuove a questo “apostolato d’avanguardia”, destinato a
portare il cristiano a una solida coerenza di vita e di creare iniziative capaci di
indurre un numero sempre maggiore di persone a collaborare a tale
apostolato secondo la loro specifica vocazione.
In Italia, dove operano una trentina di Ordini e Istituti religiosi dediti alla
predicazione itinerante e alle missioni al popolo e si tengono oltre 2500
missioni popolari all’anno, è stato istituito il Segretariato per la Missione al
popolo, allo scopo di coordinare tutte le forze disponibili in vista del servizio
da offrire alla “nuova evangelizzazione”.

								
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