UNIVERSIT� DEGLI STUDI DI ROMA

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					    UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA
                “TOR VERGATA”




   FACOLTA’ DI MEDICINA E CHIRURGIA

      CORSO DI LAUREA IN MEDICINA E CHIRURGIA

           CATTEDRA DI MEDICINA LEGALE

           DIRETTORE: PROF. GIUSTO GIUSTI




                      TESI DI LAUREA


“ASPETTI MEDICO-LEGALI NELL’AMBITO DEI
                 DIRITTI UMANI”




RELATORE: CHIAR.MO                     CANDIDATO:
PROF. GIUSTO GIUSTI                    MOIKA SCALABRELLI
                              ANNO ACCADEMICO 2005 – 2006
                                          INDICE

1 Diritti umani: dalle origini alla attuale legislazione internazionale e
    regionale
          1.1 Introduzione                                                       Pag. 1
          1.2 Cenni storici                                                      Pag. 2
          1.3 La Dichiarazione Universale dei diritti umani                      Pag. 3
                     1.3.1 Storia e sviluppi della Dichiarazione                 Pag. 4
                     1.3.2 Strutturazione della Dichiarazione                    Pag. 5
          1.4 Legislazione internazionale dei diritti umani                      Pag. 6
                     1.4.1 Le Convenzioni internazionali delle Nazioni Unite     Pag. 7
                     1.4.2 Principali organi della Nazioni Unite per i diritti
                              umani                                              Pag. 12
          1.5 Le Convenzioni e i sistemi regionali per i diritti umani           Pag. 15
                     1.5.1 Sistema Europeo                                       Pag. 16
                     1.5.2 Organizzazione degli Stati Americani                  Pag. 22
                     1.5.3 Organizzazione per l’Unità Africana                   Pag. 24
                     1.5.4 Lega Araba                                            Pag. 25
                     1.5.5 Organizzazione della Conferenza Islamica              Pag. 26
2    Le associazioni internazionali per la promozione e la salvaguardia
     dei diritti umani
          2.1 Amnesty International                                              Pag. 27
                     2.1.1 Storia                                                Pag. 28
                     2.1.2 Organizzazione                                        Pag. 30
                     2.1.3 Lavoro                                                Pag. 31
          2.2 Human Rigths Watch                                                 Pag. 33
                     2.2.1 Storia                                                Pag. 34
                     2.2.2 Organizzazione                                        Pag. 35
                     2.2.3 Lavoro                                                Pag. 35
                     2.2.4 Confronto tra HRW e AI                                Pag. 36
          2.3 Physicians for Human Rights                                        Pag. 37
                     2.3.1 Storia                                                Pag. 37
                     2.3.2 Lavoro                                                Pag. 39
         2.4 Asian Human Rights Commission e Asian Legal Resource
              Centre                                                              Pag. 41
                    2.4.1 Il programma di AHRC                                    Pag. 42
                    2.4.2 Il lavoro di AHRC                                       Pag. 44
                    2.4.3 Background di ALRC                                      Pag. 46
                    2.4.4 Obiettivi di ALRC                                       Pag. 46
                    2.4.5 Il lavoro di ALRC                                       Pag. 47
                    2.4.6 I programmi di ALRC                                     Pag. 48
3   La situazione in Italia: tra tutela e violazioni dei diritti umani
         3.1 Le istituzioni italiane per i diritti umani                          Pag. 49
         3.2 Amnesty International in Italia
                    3.2.1 La sezione italiana di AI                               Pag. 53
                    3.2.2 Il rapporto 2006 di AI sull’Italia                      Pag. 55
         3.3 Violazioni dei diritti umani in Italia
                    3.3.1 Relazione sulle carceri italiane                        Pag. 60
                    3.3.2 L’irragionevole durata dei processi in Italia           Pag. 78
4   La situazione internazionale: le principali violazioni dei diritti umani
    nel mondo
         4.1 La pena di morte nel mondo                                           Pag. 86
         4.2 La violenza contro le donne e gli abusi sui minori                   Pag. 98
         4.3 La tortura nei sistemi di giustizia e nelle carceri internazionali   Pag. 103
                    4.3.1 I medici e la tortura                                   Pag. 111
    Tabelle                                                                       Pag. 115
    Statistiche                                                                   Pag. 118
    Bibliografia                                                                  Pag. 123


                                        CAPITOLO 1


DIRITTI UMANI: DALLE ORIGINI ALLA ATTUALE LEGISLAZIONE INTERNAZIONALE
                                       E REGIONALE
1.1 INTRODUZIONE


I diritti umani o diritti dell’uomo indicano i diritti fondamentali della persona umana, civili e
politici, economici, sociali e culturali, oggetto di tutela da parte del diritto internazionale [1].
Tra i diritti fondamentali dell’essere umano si possono annoverare il diritto alla libertà
individuale, il diritto alla vita, il diritto all’autodeterminazione, il diritto ad un’esistenza
dignitosa, il diritto alla libertà religiosa e, più recentemente, il diritto alla protezione dei
propri dati personali [2]. I diritti umani sono inalienabili e spettano a tutti gli esseri umani e
dunque non dipendono dalle leggi dei singoli stati ma dalla stessa appartenenza al genere
umano. Secondo l’ Alto Commissariato ONU per i diritti umani, tali diritti sono universali,
indivisibili, interdipendenti e interconnessi, ciò significa che devono essere gli stessi in ogni
parte del mondo e per ogni persona. Inoltre, anche se si deve tener conto delle
particolarità nazionali e regionali e dei diversi contesti storici e culturali, è dovere e
responsabilità di tutti gli stati promuovere e tutelare i diritti umani e le libertà fondamentali
indipendentemente dai sistemi politici, economici e culturali vigenti. I diritti umani sono
anche indivisibili e interdipendenti ciò significa che i diritti civili e politici ed i diritti
economici, sociali e culturali vanno posti tutti sullo stesso piano. L’interdipendenza di tali
diritti richiede inoltre che essi vengano presi in esame, tutelati e promossi
simultaneamente, senza dare priorità ad alcuni rispetto ad altri. Con il termine “sistema
internazionale dei diritti umani” si intende l’insieme di Patti, Convenzioni, Trattati,
Protocolli, Organismi di promozione e controllo costruito dalla comunità internazionale a
partire dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948. Esso in realtà ha origini
ancora più antiche ed è oggi articolato in maniera molto complessa sia a livello
internazionale che regionale [3].




1.2 CENNI STORICI


Tra i primi ad affrontare il tema dei diritti umani furono senz’altro i filosofi greci in
particolare Aristotele e gli Stoici, anche se è indubbio che già nel Codice di Hammurabi,
scritto in Mesopotamia intorno al 1780 A.C. sono presenti regole e punizioni per la tutela
dei diritti delle donne e dell’infanzia.
Durante l’Impero Persiano vengono stabiliti principi riguardanti i diritti umani che non
hanno precedenti. Sotto il regno di Ciro il Grande, successivamente alla conquista di
Babilonia nel 539 A.C., il sovrano creò il Cilindro di Ciro; tale cilindro, rinvenuto nel 1879,
viene oggi riconosciuto come il primo esempio di documento sui diritti umani in quanto
dichiarava che i cittadini dell’impero erano liberi di manifestare il loro credo religioso. Il
cilindro inoltre aboliva la schiavitù, avvenimento storico che trova riscontri anche nella
Bibbia dove si racconta che sotto il regno di Ciro gli schiavi Ebrei poterono far ritorno alla
propria terra d’origine in quanto liberati.
A riconoscere i diritti umani come diritti naturali è il pensiero del Medio Evo, periodo nel
quale tra i numerosi giuristi e filosofi che se occuparono si distingue la figura di Tommaso
d’Aquino [2].
Nel 1215 i baroni inglesi imposero al re Giovanni “senza terra” la Magna Charta
Libertatum, documento che rappresenta il primo abbozzo di una moderna Costituzione,
contenente il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali dell’uomo. Sempre in Inghilterra
nel 1679 il Parlamento emanò l’ Habeas Corpus Act volto a garantire la libertà personale
del cittadino e a limitare gli abusi d’autorità da parte dello stato. Ad esso seguì nel 1689 il
Bill of Right, atto approvato dal Parlamento inglese che dichiarava decaduto il re Giacomo
II Stuart, riconosceva la sovranità di Guglielmo III e Maria D’Orange e regolamentava i
poteri dei reali attribuendo al Parlamento poteri di controllo finanziario [4].
In età moderna, dopo il movimento del giusnaturalismo, emergono le teorie
dell’illuminismo e l’affermazione del concetto di libertà dell’individuo in opposizione
all’assolutismo, la forma di governo fino ad allora predominante.
Le prime evidenze di tale tendenza si riscontrano nella Dichiarazione di Indipendenza
degli Stati Uniti d’America (1776) che afferma gli “inalienabili diritti” di cui tutti gli uomini
sono dotati dal Creatore, fino alla prima vera e propria carta dei diritti dell’uomo nata nel
1789 dalla Rivoluzione Francese, conosciuta come Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino.
Fu poi Napoleone Bonaparte ad esportare il concetto di diritti umani negli altri paesi
d’Europa, tuttavia negandoli di fatto. Pertanto, una vera e propria diffusione degli stessi si
ebbe soltanto dopo i moti del 1848 e la conseguente proclamazione delle prime
costituzioni liberali nei vari paesi.
Un’ulteriore grande affermazione dei diritti umani si ebbe alla fine della Seconda guerra
mondiale con la redazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo da parte delle
Nazioni Unite, siglata a New York nel 1948. Con questa Carta si stabiliva, per la prima
volta nella storia moderna, l’universalità dei diritti umani, basati su un concetto di dignità
umana intrinseca e inalienabile [2].
1.3 LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI


La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu ratificata dall’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 al Palais de Chaillot a Parigi. I principali autori del
progetto furono: Eleanor Roosevelt (Stati Uniti), René Cassin (Francia), Charles Malik
(Libano), Peng Chun Chang (Cina), Hernan Santa Cruz (Cile), Alexandre Bogomolov –
Alexei Pavlov (URSS), Lord Dukestone – Geoffrey Wilson (Gran Bretagna), William
Hodgson (Australia) e John Humphrey (Canada) [5].
I trenta articoli di cui si compone sanciscono i diritti individuali,civili, politici, economici,
sociali, culturali di ogni persona. Vi si proclama il diritto alla vita, alla libertà e sicurezza
individuali, ad un trattamento di uguaglianza dinanzi alla legge, senza discriminazioni di
sorta, ad un processo imparziale e pubblico, ad essere ritenuti innocenti fino a prova
contraria, alla libertà di movimento, pensiero, coscienza e fede, alla libertà di opinione, di
espressione e di associazione. Vi si proclama inoltre           che nessuno può essere fatto
schiavo o sottoposto a torture o trattamenti o punizioni crudeli, disumane o degradanti e
che nessuno potrà essere arbitrariamente arrestato, incarcerato o esiliato. Vi si sancisce
anche che tutti hanno diritto ad avere una nazionalità, a contrarre matrimonio, a possedere
dei beni, a prendere parte al governo del proprio paese, a lavorare, a ricevere un giusto
compenso per il lavoro prestato, a godere del riposo, a fruire di tempo libero e di adeguate
condizioni di vita, a ricevere una istruzione. Si contempla inoltre il diritto di chiunque a
costituire un sindacato o ad aderirvi, a richiedere asilo politico in caso di persecuzione.
Molti paesi hanno compendiato i termini della Dichiarazione entro la propria costituzione.
Gli stati membri delle Nazioni Unite non furono tuttavia tenuti a ratificarla sebbene
l’appartenenza alle stesse venga di norma considerata un’accettazione implicita dei
principi della Dichiarazione. Va sottolineato che in base alla Carta delle Nazioni Unite gli
stati membri s’impegnano ad intervenire individualmente o congiuntamente, per
promuovere il rispetto universale e l’osservanza dei diritti dell’uomo e delle libertà
fondamentali e questo è un obbligo di carattere legale. La Dichiarazione rappresenta
pertanto un’indicazione autorevole di che cosa siano i diritti umani e le libertà fondamentali
con appello rivolto all’individuo singolo e ad ogni organizzazione sociale al fine di
promuovere e garantire il rispetto per le libertà e i diritti dell’uomo [6].
1.3.1 Storia e sviluppi della Dichiarazione


Prodotto storico delle atrocità della Seconda guerra mondiale, la Dichiarazione Universale
dei Diritti dell’ Uomo fa parte dei documenti di base delle Nazioni Unite insieme alla Carta
delle Nazioni Unite del 1945. Benché naturalmente non giuridicamente vincolante la
Dichiarazione è un codice etico di importanza storica fondamentale. Idealmente
rappresenta il punto di arrivo di un dibattito filosofico sull’etica e i diritti umani che nelle
varie epoche ha visto impegnati filosofi quali John Locke, Jean Jacques Rousseau,
Voltaire, Immanuel Kant, fino ai contemporanei. Non si deve dimenticare poi l’importanza
che ha avuto la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del cittadino stesa nel 1789 durante la
Rivoluzione Francese, i cui elementi di fondo sono confluiti in questa carta. Fondamentali
infine nel percorso che ha portato alla realizzazione della Dichiarazione sono stati i
Quattordici punti di Woodrow Wilson (1918) e i quattro pilastri delle libertà enunciati nella
Carta Atlantica di Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill del 1941. Alla Dichiarazione
sono poi seguiti il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e il Patto
internazionale sui diritti civili e politici, elaborati dalla Commissione per i Diritti dell’Uomo
ed entrambi adottati all’unanimità dall’ONU il 16 dicembre 1966. La Dichiarazione è la
base di molte delle conquiste civili della seconda metà del XX secolo e la base ideale della
Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea confluita poi nel 2004 nella Costituzione
Europea [7].




1.3.2 Strutturazione della Dichiarazione


La Dichiarazione si compone di un preambolo e di 30 articoli che sanciscono i diritti
individuali, civili, politici, economici, sociali, culturali di ogni persona. I diritti dell’uomo
vengono suddivisi in due grandi aree: i diritti civili e politici e i diritti economici, sociali e
culturali. La Dichiarazione può essere suddivisa in argomenti:
       Il preambolo enuncia le cause storiche e sociali che hanno portato alla necessità
        della stesura della Dichiarazione con chiaro riferimento a quanto successo nella
        seconda guerra mondiale.
       Gli articoli 1-2 stabiliscono i concetti basilari di libertà ed eguaglianza.
       Gli articoli 3-11 stabiliscono i diritti e le libertà individuali.
         Gli articoli 12-17 stabiliscono i diritti dell’individuo nei confronti della comunità in cui
          vive.
         Gli articoli 18-21 sanciscono le cosiddette “libertà costituzionali” quali la libertà di
          pensiero, opinione, fede e coscienza, parola, associazione pacifica.
         Gli articoli 22-27 sanciscono i diritti economici, sociali e culturali.
         Gli articoli 28-30 stabiliscono le modalità generali di utilizzo di questi diritti e gli
          ambiti in cui tali diritti non possono essere utilizzati [7].




1.4       LEGISLAZIONE INTERNAZIONALE DEI DIRITTI UMANI


I diritti umani tutelati dalle convenzioni giuridiche internazionali possono essere
raggruppati nel seguente modo:
         Diritti civili e politici:
          Diritto alla vita, diritto all’integrità fisica e psichica, diritto a non essere tenuto in
          stato di schiavitù, diritto all’identità personale, diritto a non essere arrestato e
          detenuto arbitrariamente, diritto alle garanzie processuali, diritto alla libertà di
          pensiero, di coscienza, di espressione, di religione, diritto alla libertà di riunione e di
          associazione, diritto alla privacy, diritto di elettorato attivo e passivo, diritto di
          proprietà, diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di tornare al proprio
          paese, diritto alla parità giuridica tra uomo e donna, diritto di sposarsi e di formare
          una famiglia, diritto della famiglia quale “nucleo naturale e fondamentale della
          società”, ad essere protetta dalla società e dallo stato.
         Diritti economici, sociali e culturali:
          Diritto alla libertà dalla fame, diritto al lavoro, diritto ad un’equa remunerazione,
          diritto ad un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia (alimentazione,
          vestiario, alloggio), diritto alla sicurezza e all’igiene nel lavoro, diritto al riposo, diritto
          di aderire a sindacati e a costituirli, diritto di sciopero, diritto all’assistenza in caso di
          necessità, diritto alla salute fisica e psichica, diritto all’educazione e all’istruzione,
          diritto a partecipare alla vita culturale, diritto a godere dei benefici del progresso
          scientifico e delle sue applicazioni, diritto alle pari opportunità tra uomo e donna.
         Diritti in condizioni di vulnerabilità:
          Diritti del fanciullo, diritti dei rifugiati e degli sfollati, diritti delle donne contro la
          discriminazione, diritti dei migranti, diritti dei portatori di handicap.
      Diritti collettivi:
       Diritto all’esistenza, diritto dei popoli all’autodeterminazione, diritto all’indipendenza
       dei paesi e dei popoli coloniali, diritto dei popoli alla sovranità permanente sulle
       proprie ricchezze e risorse naturali, diritti delle popolazioni indigene, diritti delle
       minoranze.
      Diritti di solidarietà o di terza generazione:
       Diritto allo sviluppo, diritto all’ambiente, diritto alla pace.
      Principali divieti e obblighi per gli stati e per i singoli:
       Proibizione della guerra, divieto di far propaganda della guerra, divieto di riduzione
       in schiavitù, divieto di torturare, divieto di arresto e detenzione arbitraria, divieto di
       impedire la libertà di pensiero, coscienza e religione, divieto di uccidere donne
       incinte e bambini, divieto di negare alle minoranze il diritto alla cultura, religione,
       lingua, obbligo di presumere innocente l’imputato fino a sentenza definitiva, divieto
       di retroattività della legge penale, obbligo di combattere il razzismo, la
       discriminazione, l’intolleranza e l’apartheid, obbligo di cooperazione internazionale
       sui diritti economici, sociali e culturali [8].




1.4.1 Le Convenzioni Internazionali delle Nazioni Unite


Dopo la Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 le Nazioni Unite hanno
ratificato una serie di Patti e Convenzioni internazionali per regolamentare i diritti umani.
Nel 1966 l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato il Patto internazionale sui diritti civili
e politici ed il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali che entrarono in
vigore nel 1976 ed insieme alla Dichiarazione universale dei diritti umani costituiscono la
Carta internazionale dei diritti umani. L’art. 1 di entrambi i Patti afferma il principio
dell’universalità del diritto all’autodeterminazione dei popoli e invita tutti gli stati ad
assumersi il duplice obbligo di rispettare il diritto all’autodeterminazione e di promuovere la
realizzazione di tale diritto in tutti i loro territori. In base all’art. 3 gli stati firmatari si
impegnano a riaffermare il principio di uguaglianza fra uomini e donne e a tradurre tale
principio in realtà. Il Patto internazionale sui diritti civili e politici compendia tali diritti: diritto
alla vita (art. 6), diritto alla privacy (art. 17), diritto a un giusto processo (art. 2), libertà di
espressione (art. 19), libertà di religione (art. 18), libertà dalla tortura (art. 7), uguaglianza
di fronte alla legge (art. 16). Inoltre il Patto definisce quelle che sono le limitazioni o
restrizioni accettabili ai diritti esposti. Prevede che i diritti e le libertà di cui tratta non
debbano essere soggetti ad alcuna restrizione, eccetto quelle previste dalla legge, oppure
necessarie a tutelare la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, la salute o la morale
pubblica o i diritti e le libertà di altri (art. 22). In nessuna circostanza sono consentite
deroghe che comportino una discriminazione legata a razza, colore, sesso, lingua,
religione o origine sociale o che tocchino i seguenti diritti fondamentali: diritto alla vita, alla
libertà di pensiero, di religione e di coscienza, il diritto a non essere incarcerato per
l’incapacità di adempiere ad obblighi contrattuali, il diritto a non essere considerato
colpevole per un’azione che all’epoca in cui era stata commessa non costituiva un reato
penale. Il Patto è giuridicamente vincolante, pertanto gli stati sono tenuti a rispettarne le
procedure attuative e in particolare ad inviare periodicamente rapporti nazionali
sull’adempimento degli obblighi previsti dal Patto stesso. L’attuazione del Patto è verificata
costantemente dal Comitato per i diritti umani costituito ai sensi dell’art. 28 del Patto
stesso.
I   diritti riconosciuti dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali
includono: diritto al lavoro (art. 7), diritto alla costituzione e adesione a sindacati (art. 8),
diritto alla sicurezza sociale (art. 9), diritto ad un tenore di vita adeguato, con
alimentazione, vestiario e alloggio adeguati (art.11), diritto alla protezione della famiglia
(art. 10), diritto ad un livello di salute fisica e mentale il più elevato possibile (art. 12), diritto
all’istruzione (art. 13), diritto alla partecipazione alla vita culturale (art. 15). Ogni stato
contraente si impegna ad adottare misure per ottenere gradualmente la piena
realizzazione dei diritti riconosciuti nel Patto (art. 2). Non si potrà sospendere il godimento
di nessuno dei diritti previsti nel Patto. Per l’attuazione di tale Patto l’organismo di
supervisione è rappresentato dal Comitato per i diritti economici, sociali e culturali
costituito dal Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC) nel 1985 [9].
Altri strumenti giuridici creati dalle Nazioni Unite sono:
       La Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, adottata
        nel 1948 ed entrata in vigore nel 1951.
       La Convenzione sulla soppressione della tratta delle persone e dello sfruttamento
        della prostituzione altrui, adottata nel 1949 ed entrata in vigore nel 1951.
       La Convenzione sullo status dei rifugiati, adottata nel 1951 ed entrata in vigore nel
        1954.
       La Convenzione sui diritti politici delle donne, adottata nel 1952 ed entrata in vigore
        nel 1954.
   La Convenzione sullo status degli apolidi, adottata nel 1954 ed entrata in vigore nel
    1960.
   La Convenzione aggiuntiva per l’abolizione della schiavitù, della tratta e delle
    istituzioni e prassi affini, adottata nel 1956 ed entrata in vigore nel 1957.
   La Convenzione sulla nazionalità delle donne sposate, adottata nel 1957 ed entrata
    in vigore nel 1958.
   La Convenzione sulla riduzione dell’apolidia, adottata nel 1961 ed entrata in vigore
    nel 1975.
   La Convenzione sul consenso al matrimonio, l’età minima per il matrimonio e la
    registrazione dei matrimoni, adottata nel 1962 ed entrata in vigore nel 1964.
   La Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale,
    adottata nel 1965 ed entrata in vigore nel 1969. La Convenzione definisce
    discriminazione razziale “ogni distinzione, esclusione, limitazione o preferenza
    basata sulla razza, il colore della pelle, la discendenza o l’origine nazionale o
    etnica, che abbia lo scopo o l’effetto di annullare o compromettere il
    riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e
    delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni
    altro ambito della vita pubblica”. La Convenzione ha inoltre previsto la creazione di
    un Comitato sull’eliminazione della discriminazione razziale, il primo organo di
    monitoraggio previsto da un trattato sui diritti umani che tutela l’applicazione della
    Convenzione attraverso lo studio dei rapporti inviati dagli stati aderenti.
   La Convenzione per l’eliminazione e la repressione del crimine di apartheid,
    adottata nel 1973 ed entrata in vigore nel 1976.
   La Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le
    donne, adottata nel 1979 ed entrata in vigore nel 1981. La Convenzione definisce la
    discriminazione contro le donne “ogni distinzione, esclusione o limitazione basata
    sul sesso, che abbia l’effetto o lo scopo di compromettere o annullare il
    riconoscimento, il godimento o l’esercizio da parte delle donne, indipendentemente
    dal loro stato matrimoniale e in condizioni di uguaglianza fra uomini e donne, dei
    diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale,
    culturale, civile, o in qualsiasi altro campo”. La Convenzione indica misure per
    eliminare la discriminazione: dal diritto al lavoro ai diritti nel lavoro (art. 11), dai diritti
    relativi alla salute e alla pianificazione familiare (art. 12) all’uguaglianza di fronte alla
    legge (art. 15), nella famiglia e nel matrimonio (art. 16), nell’educazione e
       nell’istruzione (art. 5-10), nella partecipazione alla vita politica (art.7-8), nello sport,
       nell’accesso al credito (art 13), nella concessione o perdita della nazionalità (art 9).
       Gli stati che ratificano la Convenzione si impegnano non solo ad adeguare ad essa
       la loro legislazione, ma anche ad eliminare ogni discriminazione praticata da
       “persone, enti e organizzazioni di ogni tipo”, nonché a prendere ogni misura
       adeguata a modificare costumi e pratiche consuetudinarie discriminatorie.
      La Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o
       degradanti, adottata nel 1984 ed entrata in vigore nel 1987.
      La Convenzione sui diritti dell’infanzia, adottata nel 1989 ed entrata in vigore nel
       1990. La Convenzione è composta di 54 articoli suddivisi in tre parti: la prima parte
       si occupa dei diritti (sez. 1 art. 1-41), la seconda parte di occupa delle garanzie
       (sez. 2 art. 42-45), la terza parte si occupa delle norme di attuazione (sez. 3 art. 46-
       54). L’art. 1 della Convenzione definisce bambino ogni essere umano di età
       inferiore ai 18 anni, o che comunque non abbia raggiunto la maggiore età se questa
       è stabilita prima dei 18 anni in un paese specifico. I quattro principi fondamentali su
       cui si fonda la Convenzione sono: la non discriminazione (art. 2), ogni stato deve
       assicurare che tutti i bambini sotto la sua giurisdizione godano i rispettivi diritti
       senza discriminazioni; il superiore interesse del bambino (art. 3), l’interesse del
       bambino ha la priorità su tutte le decisioni prese dagli stati riguardo all’infanzia; il
       diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo (art. 6); il dovere di ascoltare le
       opinioni del bambino (art. 12). La Convenzione riconosce il bambino come soggetto
       portatore di diritti umani e obbliga gli stati firmatari a predisporre adeguate misure
       per l’attuazione degli stessi.
      La Convenzione sui diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, adottata nel
       1990 e non ancora entrata in vigore.
A queste Convenzioni se ne aggiungono altre adottate da Agenzie specializzate che
afferiscono al sistema delle Nazioni Unite, in particolare quelle redatte dall’ILO
(Organizzazione internazionale del lavoro) e dall’UNESCO (Organizzazione per
l’educazione, la scienza e la cultura) [8].




1.4.2 Principali organi delle Nazioni Unite per i diritti umani
Gli organi principali dell’ONU sono: l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza, oltre
ai quali esistono il Consiglio Economico e Sociale, il Consiglio di Amministrazione
Fiduciaria, la Corte Internazionale di Giustizia e il Segretariato. L’Assemblea Generale è
composta da tutti gli stati membri, ha una competenza generale ma i suoi poteri sono
assai limitati in quanto normalmente può soltanto svolgere discussioni, adottare
raccomandazioni e formulare dichiarazioni di principio. Il suo ruolo è perciò quello di
essere una tribuna internazionale di dibattiti politici piuttosto che di decisioni e i suoi lavori
si svolgono per la maggior parte nelle varie Commissioni. Il Consiglio di Sicurezza,
composto da 15 membri, è il centro decisionale dell’ONU con competenza specifica nel
campo del mantenimento e del ristabilimento della pace e della sicurezza internazionale. Il
Consiglio Economico e Sociale, composto da 54 stati eletti dall’assemblea generale, ha il
compito di promuovere la collaborazione internazionale nel campo economico e sociale
sotto la direzione dell’assemblea stessa. Il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria ha il
compito di controllare, anch’esso sotto la direzione dell’assemblea, l’amministrazione dei
territori sottoposti ad amministrazione fiduciaria. La Corte Internazionale di Giustizia è il
principale organo giudiziario dell’ONU. Il Segretariato è composto dal Segretario Generale
e dal personale da lui dipendente. Il Segretario Generale nominato dall’assemblea
generale è il più alto funzionario amministrativo dell’ONU che esercita importanti compiti
politici. Le principali agenzie specializzate che fanno capo all’ONU sono: ILO
(organizzazione internazionale del lavoro), UNESCO (organizzazione per l’educazione, la
scienza e la cultura), WHO (organizzazione mondiale della sanità), FAO (organizzazione
per l’alimentazione e l’agricoltura), WB (banca mondiale), IMF (fondo monetario
internazionale), WTO (organizzazione mondiale del commercio) [10].
I principali organi delle Nazioni Unite che si occupano di diritti umani sono: gli organi
ausiliari del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, i Comitati di monitoraggio
creati dalle convenzioni sui diritti umani, l’ Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti
umani.
Gli organi ausiliari del Consiglio Economico e Sociale sono:
      La Commissione diritti umani, si compone di 53 membri. Fu istituita nel 1946 con
       l’incarico di predisporre il testo della Dichiarazione Universale dei diritti umani.
       Attualmente si occupa di presentare proposte, raccomandazioni e rapporti
       all’ECOSOC su ogni materia concernente i diritti umani e in particolare di
       codificazione internazionale dei diritti umani. Si riunisce una volta l’anno a Ginevra.
       Le risoluzioni della Commissione sono uno dei principali strumenti di valutazione
       della condotta degli stati in materia di diritti umani e di guida all’azione
       internazionale sia per i governi sia per le Ong. I Gruppi di lavoro e i relatori speciali
       creati dalla Commissione sono incaricati a monitorare il rispetto dei diritti umani e
       ad investigare su presunte violazioni.
      Sottocommissione per la prevenzione della discriminazione e per la protezione
       delle minoranze, si compone di 26 esperti indipendenti. E’ un organo ausiliario della
       Commissione diritti umani creato da questa nel 1946. Ha il compito di intraprendere
       studi e di fare raccomandazioni alla Commissione. Dispone di quattro gruppi di
       lavoro: comunicazioni, forme contemporanee di schiavitù, popolazioni indigene,
       minoranze.
      Commissione sulla condizione delle donne, si compone di 45 membri. E’ stata
       costituita nel 1946 quale organo ausiliario dell’ECOSOC. Suo compito è suggerire
       alle Nazioni Unite misure normative e politiche per favorire i diritti delle donne e
       promuovere le pari opportunità.
I Comitati di monitoraggio creati dalle Convenzioni sui diritti umani sono:
      Comitato contro la discriminazione razziale, si compone di 18 esperti indipendenti.
       Verifica dal 1969 l’implementazione della Convenzione sull’eliminazione di tutte le
       forme di discriminazione razziale.
      Comitato diritti umani, si compone di 18 esperti indipendenti. Istituito nel 1976,
       esamina i rapporti degli stati sulle misure intraprese per attuare i diritti previsti dal
       Patto Internazionale sui diritti civili e politici, sottopone osservazioni conclusive e
       raccomandazioni agli stati e all’Assemblea Generale, produce osservazioni generali
       sul significato e la portata dei diritti previsti dal Patto, esamina comunicazioni su
       presunte violazioni del Patto.
      Comitato per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne, si compone di 23
       esperte donne indipendenti. Creato nel 1982 sulla base della Convenzione per
       l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne ne verifica le
       modalità di applicazione, analizza i rapporti degli stati sulle misure attuate,
       predispone osservazioni, suggerimenti e raccomandazioni sulla base delle
       informazioni ricevute, adotta raccomandazioni generali sui singoli articoli.
      Comitato contro la tortura, si compone di 10 esperti indipendenti. Dal novembre
       1987 sovrintende all’applicazione della Convenzione contro la tortura, osserva i
       progressi compiuti nell’applicazione della Convenzione, analizzando i rapporti
       periodici degli stati produce proprie osservazioni generali.
         Comitato sui diritti economici, sociali e culturali, si compone di 18 esperti
          indipendenti. Istituito dall’ECOSOC nel 1985, esamina i rapporti degli stati in merito
          all’attuazione del Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali ed
          elabora osservazioni generali.
         Comitato sui diritti dell’infanzia, si compone di 10 esperti indipendenti. Dal 1991
          studia le misure e le politiche intraprese dagli stati per dare attuazione alla
          Convenzione sui diritti dell’infanzia.
Dal 1994 il principale organismo di coordinamento per le politiche sui diritti umani delle
Nazioni Unite è l’ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani. L’Alto Commissario ha la
responsabilità principale per le attività delle NU in questo settore e opera sotto l’autorità
del Segretario Generale e nell’ambito delle linee politiche decise dall’Assemblea Generale,
del Consiglio economico e sociale e della Commissione diritti umani [8]. [Tab.1].
Il Consiglio per i diritti umani è stato istituito nel giugno 2006 per sostituire la Commissione
sui diritti umani, che è stata operativa dal 1946 al 2006. Diversamente dalla Commissione,
il nuovo Consiglio è un corpo sussidiario dell’Assemblea Generale. Questo fa si che esso
debba rendere direttamente conto a tutti i membri delle Nazioni Unite. Il Consiglio
rappresenta il principale foro delle Nazioni Unite per la discussione e la cooperazione sul
tema dei diritti umani. Esso è amministrato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i
diritti umani. Louise Arbor è stata nominata Alto Commissario per i diritti umani nel luglio
2004.
Nel 1988, ad una conferenza tenutasi a Roma, 120 nazioni si sono accordate per istituire
un Tribunale Penale Internazionale permanente. E’ di competenza del Tribunale
perseguire alcuni tra i più gravi crimini quali il genocidio, i crimini di guerra, i crimini contro
l’umanità. Fino al novembre 2005, 139 paesi avevano firmato lo Statuto di Roma sulla
Corte Penale Internazionale e 100 lo avevano ratificato. Esso è entrato in vigore il
01/07/2001[11].




1.5       LE CONVENZIONI E I SISTEMI REGIONALI SUI DIRITTI UMANI


Un ruolo importante e di crescente rilevanza per l’attuazione dei diritti umani è svolto dalle
organizzazioni regionali. Molte organizzazioni si sono dotate di convenzioni o dichiarazioni
specificamente dedicate ai diritti umani e numerose sono quelle che hanno approntato
meccanismi specifici di tutela di tali diritti. La funzione degli organismi regionali sui diritti
umani è fondamentalmente quella di dialogare con gli stati allo scopo di migliorare il livello
di godimento dei diritti delle persone che risiedono nella regione [8].




1.5.1 Il sistema europeo


Le principali convenzioni adottate dal sistema europeo sono:
      La Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, fu firmata il 4 novembre 1950 ed
       entrò in vigore il 3 settembre 1953. Essa fu concepita come una sorta di baluardo
       che gli stati contraenti intendevano erigere sia contro il ritorno a ideologie e pratiche
       del fascismo e del nazismo, sia contro i principi e le pratiche autoritarie seguite in
       altri paesi. Attualmente diciotto stati europei tra cui l’Italia sono vincolati dalla
       Convenzione che ha per tanto valore di legge negli stati che aderiscono. L’aspetto
       più significativo della Convenzione consiste nel fatto che essa non si limita a
       sancire a livello internazionale una serie di diritti e libertà fondamentali, ma ha
       voluto altresì garantirne il rispetto a livello internazionale. A tal fine, essa ha istituito
       la Corte Europea per i diritti umani: ogni individuo che ritenga violati i propri diritti
       nell’ambito di uno stato aderente alla Convenzione può fare ricorso alla Corte. Le
       decisioni della Corte sono legalmente vincolanti e possono indurre lo stato
       responsabile a riparare l’illecito anche risarcendo il danno arrecato all’individuo
       illegittimamente privato di un diritto di libertà. L’istituzione di una Corte che protegge
       i diritti umani è una innovazione nel campo del diritto internazionale per la
       salvaguardia dei diritti dell’uomo in quanto pone in primo piano il rispetto dei diritti e
       delle libertà dell’individuo indipendentemente dallo stato di appartenenza. Anche gli
       Stati possono presentare ricorso alla Corte ma ciò accade raramente. Il testo della
       Convenzione ratificata a Roma il 4/11/1950 ha subito negli anni una serie di
       variazioni grazie all’aggiunta di numerosi protocolli, fino al maggio 2006 sono stati
       approvati 14 protocolli. Il testo originale della Convenzione si apre con un
       preambolo e con l’art.1 che sancisce l’obbligo di rispettare i diritti umani. Dopo le
       modifiche approvate dal Protocollo 11 la Convenzione consta di più parti: nella Sez.
       1 (art 2-18) sono contenuti i principali diritti e libertà       più alcune limitazioni e
    proibizioni, animate dall’intento di salvaguardare i diritti dell’uomo; nella Sez. 2 (art
    19-51) si parla dell’ordinamento che regola la Corte Europea per i diritti umani; nella
    Sez 3 (art 20-37) e nella Sez 4 (art 38-59) sono incluse disposizioni varie che
    regolano i poteri della Commissione Europea per i diritti umani e della Corte
    Europea per i diritti umani; la Sez 5 contiene varie disposizioni finali. I 14 Protocolli
    aggiunti alla Convenzione si possono suddividere in due grandi gruppi: un gruppo
    costituito dai protocolli num. 2,3,5,8,9,10,11,14 che hanno sostanzialmente
    modificato l’ordinamento della Corte Europea per i diritti umani e della
    Commissione Europea per i diritti umani, un altro gruppo è costituito dai protocolli
    num. 1,4,6,7,12,13 che hanno aggiunto altri diritti umani a quelli già difesi dalla
    Convenzione originaria. Per la ratifica dei protocolli del primo gruppo è stata
    necessaria l’unanimità di approvazione da parte degli stati membri, mentre quelli
    del secondo gruppo sono protocolli opzionali per i quali sono stati sufficienti
    semplici accordi tra gli stati [12].
   La Carta Sociale Europea, adottata nel 1961 ed entrata in vigore nel 1965.
    Nell’ultimo decennio il testo originale è stato affiancato da 3 Protocolli aggiuntivi: il
    primo adottato nel 1988 ed entrato in vigore nel 1992 riconosceva una serie di
    nuovi diritti rispetto al testo originale; il secondo è stato adottato     nel 1991 ed
    emenda la Carta Sociale riformandone il sistema di supervisione e la procedura per
    la divulgazione dei rapporti; il terzo adottato nel 1995 ed entrato in vigore nel 1998
    introduce un sistema di ricorsi collettivi riconoscendo a specifiche organizzazioni il
    diritto di presentare ricorsi relativi all’insoddisfacente applicazione della Carta. Nel
    1999 è entrata in vigore la Carta Sociale Europea emendata, adottata nel 1996. Il
    nuovo testo protegge i cittadini degli stati aderenti, gli stranieri, i rifugiati e gli
    apolidi; allarga la gamma dei diritti sociali ed economici riconosciuti; tuttavia
    concede agli stati ratificanti un’ampia discrezionalità rispetto al numero dei diritti da
    riconoscere (almeno 6 su una lista di 9).
   La Convenzione Europea per la prevenzione della tortura e dei trattamenti o delle
    punizioni crudeli, inumane o degradanti, adottata nel 1987 ed entrata in vigore nel
    1989.
   La Convenzione Europea sullo status legale dei lavoratori migranti, adottata nel
    1977 ed entrata in vigore nel 1983.
   La Convenzione sulla protezione degli individui rispetto ai sistemi automatici di
    trattamento dei dati personali, adottata nel 1981 ed entrata in vigore nel 1985.
       La Convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica locale,
        adottata nel 1992 ed entrata in vigore nel 1997.
       La Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali, adottata nel
        1995 ed entrata in vigore nel 1998.
       La Convenzione Europea sulle lingue minoritarie, adottata nel 1992 ed entrata in
        vigore nel 1998.
       La Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei bambini, adottata nel 1996.
       La Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere
        umano nei confronti dell’applicazione della biologia e della medicina: Convenzione
        sui diritti dell’uomo e la biomedicina, ratificata a Oviedo il 04/04/1997. Protocollo
        addizionale del 12/01/1998 n. 160 sul divieto di clonazione di esseri umani. In tale
        Convenzione sono enunciati i principi etici validi per i medici dell’Unione Europea.
Il sistema europeo si compone di tre organi: l’UNIONE EUROPEA,                    il CONSIGLIO
D’EUROPA e l’OSCE. Gli organi principali dell’Unione Europea sono il Consiglio Europeo,
il Parlamento Europeo, il Consiglio dei Ministri, la Commissione e la Corte di Giustizia. Gli
organi specializzati sui diritti umani sono: la Sottocommissione diritti umani del
Parlamento, il Mediatore Europeo, l’Unità diritti umani e democratizzazione della
Commissione, l’Ufficio affari umanitari e l’ECHO. [Tab.1].
Il Consiglio d’Europa, creato nel 1949, è un’organizzazione intergovernativa il cui fine
principale è di rafforzare nell’ambito dello spazio comune dei suoi stati membri, la
democrazia, i diritti dell’uomo e lo stato di diritto. Il Consiglio d’Europa è una delle principali
istituzioni regionali dove vengono elaborate le risposte ai differenti problemi della società
europea: esclusione sociale, intolleranza, integrazione degli emigrati, terrorismo, traffico di
droga, protezione dei dati personali. Il Consiglio d’Europa si riunisce a Strasburgo (sua
sede permanente) e nel 1950 elaborò la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. A tutt’
oggi sono state elaborate 175 tra convenzioni e protocolli. Il Consiglio d’Europa opera
attraverso il Comitato dei Ministri quale organo decisionale, l’Assemblea Parlamentare
quale    organo    deliberante,    il   Segretariato    che   prepara     e   gestisce    l’attività
dell’organizzazione. Gli organi specializzati sui diritti umani del Consiglio d’Europa sono: la
Corte Europea dei diritti umani, il Commissario per i diritti umani, il Comitato di esperti
indipendenti, il Comitato per la prevenzione della tortura, la Direzione diritti umani del
Segretariato. Il Comitato per la prevenzione della tortura è stato istituito nel 1987 secondo
le direttive della Convenzione sulla prevenzione della tortura e delle altre forme di
trattamento o punizione crudeli, inumane o degradanti adottata dal Consiglio d’Europa. Il
Comitato compie oggi visite in luoghi quali prigioni, carceri minorili, stazioni di polizia,
caserme dell’esercito, ospedali psichiatrici, per constatare come sono trattati gli ospitati e,
se necessario, avanzare raccomandazioni. Per svolgere tale compito il Comitato si avvale
di esperti indipendenti quali giuristi, medici, esperti di politiche carcerarie. Il Comitato non
può prendere in considerazione casi individuali che sono di competenza della Corte
Europea dei diritti umani.
La Corte Europea dei diritti umani fu istituita presso il Consiglio d’Europa nel 1998 con
l’entrata in vigore del protocollo numero 11 alla Convenzione Europea per la salvaguardia
dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Il nuovo organismo sostituisce il sistema di
controllo precedente imperniato su tre organi: la Commissione dei diritti umani, la Corte
Europea e il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. L’attuale Corte ha giurisdizione
permanente su tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa e giudica su “tutte le questioni
concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei Protocolli” sollevate
nell’ambito di ricorsi stato contro stato ma anche di ricorsi presentati da singoli individui,
organizzazioni non governative o gruppi di individui contro uno stato. I lavori della Corte
vengono svolti da tre tipi di organismi: i Comitati che esaminano l’ammissibilità dei ricorsi
presentati; le Sezioni che decidono sull’ammissibilità dei ricorsi ed emettono sentenze di
merito; la Sezione allargata che emette sentenze sui ricorsi presentati contro le decisioni
di primo grado delle Sezioni.
L’attuale Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), è stata
creata nel 1994 e i suoi documenti costituzionali sono l’Atto finale di Helsinki del 1975 e la
Carta di Parigi per una nuova Europa del 1990. Gli organi principali dell’OSCE sono il
Consiglio dei Ministri, l’Assemblea parlamentare, la Corte di conciliazione e arbitrato e il
Segretariato. Gli organi dell’OSCE specializzati sui diritti umani sono: l’Ufficio per le
istituzioni democratiche e i diritti umani (ODHIR), l’Alto Commissario per le minoranze
nazionali, il Rappresentante per la libertà dei Media, il Centro per la prevenzione dei
conflitti [8] [13].
Il 15/02/2007 il Consiglio d’Europa ha adottato il regolamento (CE) n. 168/2007 che
istituisce l’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali. L’Agenzia è entrata in
funzione il 01/03/2007, sostituendo l’Osservatorio Europeo dei fenomeni di razzismo e
xenofobia. L’Agenzia per i diritti fondamentali è un’agenzia comunitaria indipendente ed in
quanto tale, ha lo scopo di fornire alle istituzioni competenti della Comunità e agli Stati
membri, nell’attuazione del diritto comunitario, assistenza e consulenza in materia di diritti
fondamentali, in modo da aiutarli a rispettare pienamente tali diritti quando essi adottano
misure o definiscono iniziative nei loro rispettivi settori di competenza. L’Agenzia sarà un
organo di raccolta e analisi dei dati con la capacità di formulare pareri, proprio come
l’attuale Osservatorio Europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia, con un campo di
applicazione sostanziale più ampio. Il regolamento di base dell’Agenzia, però, rispetto a
quello   dell’Osservatorio    attribuisce   maggiore    importanza     a   due    elementi:    la
sensibilizzazione del pubblico e la cooperazione con la società civile. I principali compiti
dell’Agenzia saranno: raccogliere, registrare, analizzare e diffondere informazioni e dati
rilevanti, obiettivi, attendibili e comparabili; predisporre metodi per migliorare la qualità dei
dati; svolgere o promuovere la ricerca e le indagini scientifiche; formulare e pubblicare
conclusioni e pareri per l’Unione e per gli Stati membri quando danno attuazione al diritto
comunitario, di propria iniziativa o a richiesta del Parlamento Europeo, del Consiglio o
della Commissione; pubblicare una relazione annuale sulle questioni inerenti ai diritti
fondamentali che rientrano nei settori di azione dell’Agenzia, segnalando anche gli esempi
di buone pratiche; pubblicare relazioni tematiche; predisporre una strategia di
comunicazione e favorire il dialogo con la società civile, per sensibilizzare il vasto pubblico
in materia di diritti fondamentali e informarlo attivamente sui suoi lavori. L’Agenzia non ha
competenze a esaminare singoli ricorsi, a prendere decisioni in ambito legislativo, a
verificare il rispetto dei diritti fondamentali negli Stati membri, a controllare la leggittimità
degli atti legislativi o a verificare se uno Stato membro abbia ottemperato ad un obbligo
che gli incombe in forza del trattato CE. L’Agenzia svolgerà i suoi compiti nell’ambito delle
competenze della Comunità, quali previste dal trattato CE, in particolare dato che
l’Agenzia è destinata ad acquisire una competenza generale sui diritti fondamentali, le
istituzioni dell’Unione Europea, nel quadro del processo legislativo e dei rispettivi poteri,
potranno beneficiare di tale competenza, nei casi opportuni e su base volontaria, anche
nei settori della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale; tale competenza
generale potrà inoltre essere utile agli Stati membri che intendano avvalersene quando
applicano atti legislativi dell’Unione nel settore in questione. Dal punto di vista geografico,
l’Agenzia copre l’UE e i suoi 27 Stati membri. L’Agenzia sarà inoltre aperta alla
partecipazione, come osservatori, di paesi candidati (Turchia, Croazia, ex Repubblica
jugoslava di Macedonia), previa decisione del pertinente consiglio di associazione, che
stabilirà la natura, la portata e le modalità della partecipazione di quei paesi ai lavori
dell’Agenzia, tenendo conto dello status specifico di ciascun paese. L’Agenzia coopererà
con numerosi enti: gli organi dell’OSCE e dell’ONU competenti nel settore dei diritti umani;
gli Stati membri, in particolare tramite i funzionari nazionali di collegamento, che potranno
fra l’altro formulare un parere sul programma di lavoro annuale dell’Agenzia; le istituzioni
nazionali di difesa dei diritti dell’uomo negli Stati membri; altre agenzie della Comunità
dell’Unione, quale l’Istituto europeo per la parità di genere, per garantire il sostegno
reciproco ed evitare duplicazioni; tale cooperazione sarà ottenuta soprattutto con la
sottoscrizione di protocolli di intesa e permettendo la partecipazione dei membri di
un’agenzia alle riunioni delle altre; la società civile: la cooperazione sarà organizzata
tramite una rete flessibile, la piattaforma dei diritti fondamentali, che è un meccanismo di
scambio di informazioni e di messa in comune di conoscenze. L’Agenzia dovrebbe
diventare pienamente operativa entro la fine del 2007, quando sarà in funzione il quadro
pluriennale e sarà in carica il direttore. Nel frattempo si occuperà del razzismo, della
xenofobia e delle forme di intolleranza connesse [57].




1.5.2 L’Organizzazione degli Stati Americani


L’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) è una organizzazione internazionale
regionale fondata il 30 aprile 1948 per unire gli Stati del continente intorno ad obiettivi
comuni, nel rispetto della sovranità nazionale dei singoli Stati. Nella stessa data l’OAS
adottò la Dichiarazione Americana dei diritti e doveri dell’uomo, che rappresenta il primo
documento internazionale sui diritti umani a collegare in modo esplicito i diritti e i doveri. I
diritti contemplati dalla Dichiarazione riguardano il riconoscimento di tutti i diritti umani:
civili, politici, economici, sociali e culturali. Benché la Dichiarazione Americana
formalmente non abbia valore legale vincolante, la Commissione Interamericana dei diritti
umani ritiene che essa sia divenuta nei decenni dopo la sua adozione una norma
internazionale consuetudinaria che tutti gli stati dell’Organizzazione Americana sono tenuti
legalmente a rispettare. L’OAS era inizialmente composta da 21 stati membri (Argentina,
Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Repubblica Dominicana, Ecuador,
Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù,
Stati Uniti, Uruguay, Venezuela). Ad oggi tutti i 35 stati del continente americano fanno
parte dell’OAS: Barbados, Trinidad e Tobago (1967), Jamaica (1969), Grenada (1975),
Suriname (1977), Dominica e Santa Lucia (1979), Antigua e Barbuda, San Vincenzo e
Grenadines (1981), Bahamas (1982), San Kitts e Nevis (1984); Canada (1990), Belize e
Guyana (1991). L’ OAS ha sede a Washington.
L’OAS ha adottato in seguito una serie di Convenzioni sui diritti umani:
      La Convenzione americana sui diritti umani (Patto di San Josè, Costa Rica) , fu
       adottata nel 1969 ed entrò in vigore nel 1978. Istituisce la Commissione
       interamericana dei diritti umani e la Corte interamericana dei diritti umani.
      La Convenzione per la prevenzione e la punizione della tortura, adottata nel 1985
       ed entrata in vigore nel 1987.
      La Convenzione interamericana sulle sparizioni forzate, adottata nel 1994 ed
       entrata in vigore nel 1996.
      La Convenzione interamericana contro il traffico di minori, adottata nel 1994 ed
       entrata in vigore nel 1997.
      Il Protocollo addizionale al Patto di San Josè riguardante i diritti economici, sociali e
       culturali (Protocollo di San Salvador), del 1988 non ancora in vigore.
      Il Protocollo facoltativo alla Convenzione americana sui diritti umani sull’abolizione
       della pena di morte, del 1990 non ancora in vigore.
      La Convenzione interamericana per la prevenzione, la punizione e lo sradicamento
       della violenza contro le donne (Convenzione di Belem do Parà), del 1994 non
       ancora in vigore.
Gli organi principali dell’OAS sono l’Assemblea Generale, il Consiglio permanente e il
Segretariato Generale. Gli organi specializzati sui diritti umani sono la Commissione
Interamericana sui diritti umani e la Corte interamericana sui diritti umani. La Corte
sorveglia direttamente l’esecuzione delle proprie sentenze e può condannare gli stati non
solo a corrispondere un’equa soddisfazione ma anche a risarcire i danni. E’ inoltre molto
ampia e importante la facoltà della Corte di emettere pareri, anche sulla congruenza con la
Convenzione di leggi interne [8] [13]. [Tab.1].
1.5.3 L’Organizzazione per l’Unità Africana


Le Convenzioni principali dell’ Organizzazione per l’ unità Africana sono:
      La Carta africana dei diritti umani e dei popoli, adottata nel 1981 ed entrata in
       vigore nel 1986. Essa istituisce una Commissione dei diritti dell’uomo e dei popoli
       (art. 30-36) che può ricevere comunicazioni stato contro stato e di individui contro
       stato ma può emanare solo rapporti e non condannare uno stato membro.
      La Convenzione per la gestione di aspetti specifici del problema dei rifugiati in
       Africa, adottata nel 1969 ed entrata in vigore nel 1974.
      La Carta africana sui diritti e il benessere dei bambini, adottata nel 1990 e non
       ancora in vigore. Istituisce il Comitato sui diritti dei bambini.
      Il Protocollo della Carta Africana dei diritti umani e dei popoli che istituisce la Corte
       africana dei diritti umani e dei popoli, adottata nel 1998. Il Protocollo entrerà in
       vigore dopo 15 ratifiche e ammette i ricorsi della Commissione di stati membri del
       protocollo, organizzazioni intergovernative africane, organizzazioni non governative
       con status consultivo presso la Commissione e di individui. Queste ultime due
       categorie avranno diritto di petizione solo contro gli stati che accettano con apposita
       dichiarazione la competenza della futura Corte. Le sentenze potranno condannare
       uno stato a misure appropriate per rimediare alla violazione, incluso il pagamento di
       una somma a titolo di compensazione o di riparazione.
L’OUA, composta di 55 stati membri, ha come organi principali l’Assemblea dei Capi di
Stato e di Governo, il Consiglio dei ministri e il Segretariato Generale. Gli organi
specializzati sui diritti umani sono la Commissione Africana sui diritti umani e dei popoli, la
Commissione economica e sociale, la Commissione per l’educazione la scienza e la
salute, la Commissione rifugiati, la Commissione difesa e la Commissione per la
mediazione la conciliazione e l’arbitrato [8] [13]. [Tab.1].


1.5.4 La Lega Araba


Per quanto non sia corretto parlare di un vero e proprio sistema arabo di tutela dei diritti
umani, esiste una Carta Araba dei diritti umani adottata nel 1994 dalla Lega degli Stati
Arabi. La Lega è un organizzazione internazionale regionale fondata nel 1945 da Egitto,
Giordania, Iraq, Libano, Arabia Saudita, Siria e Yemen             con sede al Cairo. Scopi
dell’organizzazione sono il rafforzamento delle relazioni tra              gli Stati Arabi, il
coordinamento delle loro politiche e la promozione degli interessi comuni. Attualmente i
membri della Lega degli Stati Arabi sono: Algeria, Bahrain, Comore, Egitto, Gibuti,
Giordania, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Mauritania, Marocco, Oman, Palestina, Qatar,
Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Siria, Tunisia, Emirati Arabi e Yemen. La Carta Araba dei
diritti umani adottata dalla Lega non è ancora entrata in vigore poiché non ha raggiunto il
numero di ratifiche necessarie per la sua adozione. Ad oggi solo Siria e Iraq hanno
ratificato la Carta. Essa istituisce un Comitato di esperti di diritti umani che sarà incaricato
di esaminare i rapporti presentati dagli stati membri sullo status dei diritti riconosciuti nella
Carta e di riferire su di essi ad una Commissione Permanente della Lega Araba per i diritti
umani. Né il Comitato né la Commissione della Lega avranno tuttavia potere vincolante
per gli stati membri. La Carta Araba non prevede l’istituzione di una Corte. Riguardo i diritti
in essa contenuti la Carta non prevede diritti di associazione né diritti di partecipazione
politica. La Carta Araba permette inoltre restrizioni e limitazioni dei diritti umani in
considerazione dei diritti altrui e anche per ragioni economiche, di sicurezza nazionale e di
ordine pubblico. Essa non definisce i requisiti per la dichiarazione dello stato di emergenza
ma prevede che nel corso di tale stato siano garantiti soltanto pochi diritti quali la
proibizione della tortura e la salvaguardia dell’equità dei processi [8] [13].[Tab.1].




1.5.5 L’Organizzazione della Conferenza Islamica


L’Organizzazione della Conferenza degli Stati Islamici creata nel 1969 ha sede a Jedda
(Arabia Saudita) e riunisce 56 paesi islamici asiatici, africani ed europei. Il 5 agosto 1990
nell’ambito della XIX Conferenza Islamica dei Ministri degli Esteri ha adottato la
Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’islam, un documento politico che tuttavia non
prevede strumenti di implementazione o monitoraggio specifici. Bisogna tuttavia
specificare che precedentemente alla Dichiarazione del Cairo e, più precisamente, il 19
settembre 1981 presso l’UNESCO a Parigi fu proclamata la Dichiarazione Islamica dei
diritti dell’uomo. Essa risulta essere la versione islamica della Dichiarazione Universale dei
diritti dell’uomo dell’ONU ritenuta dai popoli islamici non compatibile con la concezione
della persona e della comunità tipiche dell’islam. La Dichiarazione islamica si compone di
un corposo preambolo e di 23 articoli molti dei quali divisi in più commi nei quali vengono
proclamati i principali diritti umani riconosciuti. La Dichiarazione del Cairo è un testo molto
più compatto, si compone infatti di 25 articoli e di un breve preambolo che sembra non
riconoscere l’esistenza della Dichiarazione Islamica di Parigi [8] [13]. [Tab.1]




                                         CAPITOLO 2


LE ASSOCIAZIONI INTERNAZIONALI PER LA PROMOZIONE E LA SALVAGUARDIA
                                     DEI DIRITTI UMANI
2.1 AMNESTY INTERNATIONAL


Amnesty International è una organizzazione non governativa sovranazionale impegnata
nella difesa dei diritti umani. Il suo scopo è quello di promuovere, in maniera indipendente
e imparziale, il rispetto dei diritti umani sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo e quello di prevenirne specifici abusi. La visione di AI è quella di un mondo in cui
ad ogni persona siano riconosciuti tutti i diritti umani sanciti dalla Dichiarazione universale
dei diritti dell’uomo e da altre convenzioni internazionali sui diritti umani. Nel
perseguimento di questa visione, la missione di AI è quella di svolgere ricerche e azioni
per prevenire e far cessare gravi abusi dei diritti all’integrità fisica e mentale, alla libertà di
coscienza e di espressione e alla libertà dalla discriminazione, nell’ambito di una più vasta
opera di promozione di tutti i diritti umani. AI costituisce una comunità globale di difensori
dei diritti umani che si riconosce nei principi della solidarietà internazionale, di un’azione
efficace in favore delle singole vittime, della copertura globale, dell’universalità e
indivisibilità dei diritti umani, dell’imparzialità e indipendenza, della democrazia e del
rispetto reciproco. AI si rivolge a governi, organizzazioni intergovernative, gruppi politici
armati, imprese ed altri attori non statali. AI si propone di accertare abusi dei diritti umani
con accuratezza, tempestività e continuità nel tempo. L’organizzazione svolge ricerche
sistematiche e imparziali su singoli casi di violazione e su violazioni generalizzate dei diritti
umani. Le conclusioni sono rese pubbliche e i soci, i sostenitori e lo staff di AI mobilitano la
pressione dell’opinione pubblica sui governi e su altri soggetti allo scopo di porre fine a
questi abusi. In aggiunta al suo lavoro su specifici abusi dei diritti umani, AI chiede a tutti i
governi di rispettare la sovranità della legge e di ratificare ed attuare gli atti sulla
protezione internazionale dei diritti umani; svolge un’ampia gamma di attività nel campo
dell’educazione ai diritti umani; incoraggia le organizzazioni intergovernative, i singoli
individui e gli organi della società a sostenere e rispettare i diritti umani.




2.1.1 Storia


Il 28 maggio 1961 l’avvocato inglese Peter Benenson lanciò dalle colonne del quotidiano
londinese The Observer un “Appello per l’amnistia”: il suo articolo, intitolato “I prigionieri
dimenticati” raccontava la vicenda di due studenti portoghesi arrestati e condannati a sette
anni di reclusione per aver brindato alla libertà. Da quell’ articolo e dalla campagna per
l’amnistia per i prigionieri dimenticati che ne seguì nacque Amnesty International.
Benenson scrisse quell’ articolo a tredici anni di distanza dalla Dichiarazione universale
dei diritti umani. Quel fondamentale documento era allora largamente inapplicato e
l’intuizione di Benenson fu quella di lanciare un appello internazionale affinché le singole
persone insieme reagissero a questa situazione. La campagna lanciata da Benenson nel
1961 portò alla creazione di un ufficio a Londra incaricato di raccogliere informazioni sui
casi di “prigionieri di coscienza” o “prigionieri per motivi di opinione” e affidarli in adozione
ad un gruppo locale che si sarebbe impegnato per ottenerne la scarcerazione grazie a
campagne di pressione sui governi. Nel 1962 i gruppi locali, sorti in appoggio all’iniziativa
di Benenson, decisero di fondare un’ organizzazione permanente chiamata Amnesty
International. Furono inoltre istituite una biblioteca ed una rete di gruppi locali chiamata
“THREES”, all’interno dei quali gruppi di lavoro si occupavano di tre prigionieri di
coscienza alla volta, uomini e donne imprigionati solo per aver espresso i propri
convincimenti politici o religiosi. Nel 1963 furono istituiti il Segretariato Internazionale e il
Comitato Esecutivo Internazionale, alla guida di diverse Sezioni che comparirono in diversi
paesi. Nel 1964 le Nazioni Unite conferirono ad AI lo status consultivo, ottenuto anche nel
1965 presso il Consiglio d’Europa. Negli anni ’70 AI affiancò all’azione in difesa della
libertà di espressione quella per il rispetto dell’integrità fisica dei prigionieri. Il suo mandato
pertanto si ampliò fino a comprendere la richiesta di processi equi e tempestivi per i
prigionieri politici, l’abolizione delle torture e della pena di morte, la cessazione delle
esecuzioni extra-giudiziali e delle sparizioni. Nel 1977 inoltre AI è stata insignita del
Premio Nobel per la pace e nel 1978 si è guadagnata il Premio delle Nazioni Unite per i
diritti umani. Negli anni ’80 AI organizzò due campagne contro la tortura, una campagna
contro la pena di morte, estese il suo mandato ai rifugiati politici ed organizzò l’importante
evento “Human Rights Now!”, un imponente concerto a cui parteciparono famosi musicisti
e cantanti per commemorare il quarantesimo anniversario della Dichiarazione universale
dei diritti umani. Negli anni ’90 AI si fece promotrice di una vasta campagna
sull’interdipendenza e l’indivisibilità dei diritti umani raccogliendo lo spirito più genuino
della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo,       che ha avuto come conseguenza
l’ampliamento dei temi delle proprie campagne e l’allargamento del novero dei soggetti
che devono essere considerati responsabili del rispetto dei diritti umani. In particolare AI
ha posto l’attenzione sulle violazioni commesse nei confronti di specifici gruppi quali
rifugiati, minoranze razziali, etniche e religiose, le donne, i condannati a morte. Nel ’98 con
la campagna “Get up, Sign up” AI raccolse tredici milioni di firme a sostegno della
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, in occasione del cinquantesimo anniversario
della sua adozione. Molto importante da ricordare è anche la mobilitazione di AI in questi
anni in favore della creazione di un Tribunale penale internazionale permanente, che fu
poi istituito nel 2002. Attualmente AI è diventata la più grande organizzazione non
governativa per i diritti umani diffusa in tutto il mondo. Può contare infatti su circa 2 milioni
di soci e sostenitori in oltre 150 paesi e territori in ogni parte del mondo. Accanto ad azioni
specifiche come quelle contro la pena di morte e per la scarcerazione di prigionieri di
coscienza, porta avanti campagne importanti quali il diritto d’asilo per i rifugiati, la
discriminazione, la violenza sulle donne, i conflitti armati, il commercio delle armi.
2.1.2   L’Organizzazione


AI è una comunità mondiale di attivisti per i diritti umani, volontari che offrono
gratuitamente il proprio tempo e le proprie energie in solidarietà con le vittime di violazioni
dei diritti umani. I soci di AI sono di estrazione sociale assai diversa, hanno idee politiche e
credi religiosi differenti, ma sono uniti dalla ferma determinazione a lavorare per un mondo
in cui ognuno possa godere dei diritti umani fondamentali. I soci di AI sono organizzati in
diverse migliaia di Gruppi locali, Gruppi studenti e Gruppi professionali (medici avvocati
ecc..) in oltre 100 paesi o territori. Le loro attività sono coordinate da Sezioni di AI in 53
paesi o territori e da Strutture in 22 paesi e territori. Le Sezioni coordinano l’attività di base
di gruppi numerosi di attivisti e staff professionali e dispongono di un Consiglio
d’amministrazione. Le Strutture coordinano l’attività di base di gruppi più piccoli di attivisti
e professionisti. Nei paesi in cui non esistono Sezioni e Strutture ci sono i Membri
internazionali, le Reti internazionali e i Gruppi affiliati che operano individualmente. Le
campagne mondiali intraprese da AI si basano su informazioni raccolte e vagliate dallo
staff del Segretariato internazionale, che ha sede a Londra, ed è composto da circa 300
ricercatori provenienti da oltre 50 paesi. Ripartiti in programmi tematici o geografici, i
ricercatori provvedono alla valutazione delle informazioni che ricevono sulle violazioni dei
diritti umani e all’elaborazione di azioni adeguate per contrastarle. I ricercatori effettuano
visite nei paesi per svolgere inchieste, incontrare vittime di violazioni e associazioni locali
per i diritti umani, fornire assistenza ai prigionieri durante i procedimenti legali, avere
colloqui con le autorità, partecipare a riunioni intergovernative ecc.. Inoltre, una parte dello
staff provvede a seguire lo sviluppo del movimento in paesi in cui non ci sono ancora
Sezioni nazionali stabili. A capo della struttura Londinese vi è il Segretario Generale,
responsabile sotto la direzione di un Comitato Esecutivo eletto ogni 2 anni dal Consiglio
Internazionale, della conduzione quotidiana degli affari generali del movimento nonché
primo portavoce di AI in tutto il mondo. L’attuale Segretario Generale di AI è Irene Khan. Il
Consiglio Internazionale, diretto da un presidente, si compone dei membri del Comitato
Esecutivo internazionale e dei rappresentanti delle Sezioni e delle Strutture che si
riuniscono ogni 2 anni. Anche le Reti di attivisti indipendenti possono partecipare alle
riunioni del Consiglio ma non hanno diritto di voto. La funzione del Consiglio internazionale
è di coordinare l’azione dei membri e degli organi di AI             e determinare la direzione
generale del movimento. Il Comitato Esecutivo internazionale, diretto da un presidente, si
compone di otto membri e di un Tesoriere che viene eletto dal Consiglio internazionale. Si
riunisce ogni due anni e si occupa di applicare le decisioni e le strategie approvate dal
Consiglio internazionale, previo accertamento della loro conformità allo statuto di AI. Le
Sezioni nazionali e i Gruppi locali di AI sono i primi responsabili del finanziamento del
movimento. Nulla è chiesto o ricevuto dai governi per il lavoro che AI compie durante le
sue ricerche e le sue campagne sulle violazioni dei diritti umani. Le donazioni che
sostengono queste attività provengono dai soci dell’organizzazione e dalla gente comune.




2.1.3 Il lavoro


Lo scopo principale di AI è quello di promuovere il rispetto e la salvaguardia dei diritti
umani sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e quello di prevenire e
impedire specifici abusi. Le più importanti battaglie storicamente portate avanti da AI
riguardano: la liberazione dei prigionieri di coscienza; l’abolizione della pena di morte;
porre fine alle esecuzioni extra-giudiziali e alle “sparizioni”; garantire condizioni carcerarie
che rispettino gli standard internazionali sui diritti umani; garantire equi processi ai
prigionieri politici; combattere le impunità dei sistemi di giustizia; impedire l’utilizzo e lo
sfruttamento dei bambini soldato; promuovere il rispetto dei diritti economici, sociali e
culturali per le minoranze; proteggere i difensori dei diritti umani; impedire l’utilizzo della
tortura e di altre forme coercitive inumane e degradanti; porre fine agli omicidi ingiustificati
durante i conflitti armati; proteggere i diritti dei rifugiati, dei migranti, di coloro che chiedono
asilo politico e delle donne. Il fine primario di AI          è perciò quello di ottenere dei
cambiamenti e in tutte le attività in cui sono impegnati i soci, i sostenitori e i professionisti
che lavorano per AI, l’intento è quello di aiutare le vittime di violazioni dei diritti umani e
quanti si adoperano in loro favore, nonché di influenzare coloro che hanno il potere di far
cambiare lo stato delle cose. Per far ciò, AI sottopone ai governi i risultati delle sue
ricerche; lavora per accrescere la sensibilizzazione sui diritti e sugli strumenti a
disposizione per difenderli; mostra, attraverso milioni di lettere, e-mail e petizioni quanto
diffuse e condivise siano le preoccupazioni che esprime; utilizza i media e internet per
puntare i riflettori su abusi altrimenti nascosti; cerca, infine, di persuadere quanti hanno la
responsabilità di decidere e quanti contribuiscono a formare l’opinione pubblica, ad unirsi a
milioni di attivisti per i diritti umani in tutto il mondo. Di tutte le modalità d’azione che AI ha
messo a punto nella sua lotta contro le violazioni dei diritti            umani, la “campagna
internazionale” è una delle più impegnative. Una campagna può riguardare un paese, un
gruppo di paesi, un tema comune a più paesi o uno di portata universale. Essa coinvolge a
tutti i livelli il movimento mondiale di AI e prevede l’utilizzo delle più diverse tecniche di
sensibilizzazione dell’opinione pubblica e di pressione verso i governi o le altre parti cui si
rivolge: invio di appelli, contatti con le ambasciate, organizzazione di eventi pubblici,
attività di lobby presso le istituzioni locali, nazionali e internazionali. Le “azioni urgenti” di
AI consistono nell’invio immediato di un elevato numero di appelli alle autorità dei paesi in
cui delle persone stanno subendo gravi violazioni dei diritti umani e la cui vita o le cui
condizioni di salute appaiono in forte pericolo. I mezzi di comunicazione sono uno
strumento indispensabile per l’azione di AI. Gli Uffici Stampa delle Sezioni nazionali infatti
hanno il compito di lanciare e diffondere comunicati stampa nonché di impostare e
realizzare una strategia di comunicazione che consenta la massima visibilità
dell’associazione. I mezzi sono molteplici: incontri con i giornalisti, interviste alla stampa,
alla radio e alla televisione, pubblicazioni, campagne pubblicitarie con annunci, spot radio
e tv, banner su internet, azioni di e-mailing. Attraverso l’Educazione ai diritti umani (EDU)
AI promuove la conoscenza, la consapevolezza e l’adesione attiva ai valori contenuti nella
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nelle altre convenzioni internazionali che
definiscono e proteggono tali diritti. L’EDU non è una semplice trasmissione unilaterale
d’informazioni ma un processo partecipativo che mira alla crescita delle persone e che
conduce all’azione in difesa e per la promozione dei diritti umani per tutti. L’EDU ha un
ruolo centrale nella strategia di AI a tutti i livelli del movimento: in tutti i paesi vengono
infatti promosse strategie educative a lungo termine che si concretizzano soprattutto
nell’elaborazione di strumenti e materiali, nella progettazione e realizzazione di percorsi
educativi e nell’organizzazione di corsi di formazione e di iniziative pubbliche, sia nel
mondo della scuola che in ambito informale. Le finalità del progetto educativo di AI si
possono riassumere in tre punti chiave: promuovere la cultura della comprensione e del
rispetto reciproco attraverso l’educazione e la sensibilizzazione ai propri e altrui diritti;
formare e informare gli educatori affinché ispirino il loro impegno professionale ai principi
enunciati dalle Nazioni Unite in materia di istruzione; stimolare in ogni fascia d’età e in ogni
ambito sociale e professionale la cultura dell’impegno e della solidarietà concreta verso le
vittime di violazioni dei diritti umani [15] [16] [17] [18] [19].




2.2 HUMAN RIGHTS WATCH


Human Rights Watch è una delle maggiori organizzazioni non governative internazionali
per la promozione e la salvaguardia dei diritti umani, con sede negli Stati Uniti. HRW
conduce ricerche e stila rapporti sulle violazioni internazionali dei diritti umani sanciti nella
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nelle altre convenzioni internazionali sui
diritti umani. Il suo scopo è quello di puntare l’attenzione sugli abusi perpetrati nei confronti
di tali diritti e di fare pressione sui governi e le organizzazioni internazionali affinché
prendano provvedimenti. I collaboratori di HRW effettuano ricerche sul territorio in ogni
regione del mondo in cui si sospettino violazioni dei diritti umani e successivamente
pubblicano libri e rapporti che documentano tali situazioni. I fatti documentati nei rapporti
di HRW includono: discriminazioni di minoranze o gruppi sociali, l’utilizzo della tortura, lo
sfruttamento dei bambini soldato, la corruzione politica e gli abusi dei sistemi di giustizia,
le violazioni delle leggi di guerra e dei trattati umanitari internazionali.




2.2.1 Storia


Human Rights Watch fu fondata con il nome di Helsinki Watch nel 1978 allo scopo di
monitorare le violazioni del trattato di Helsinki da parte dell’ex Unione Sovietica. Negli anni
’80 con il nome di Americas Watch tale organizzazione si è occupata delle violazioni dei
diritti umani occorse in quegli anni nei conflitti dell’America centrale ed ha ampliato il suo
mandato aggiungendo specifici programmi dedicati ai diritti delle donne, dei bambini, dei
lavoratori, dei detenuti, dei rifugiati, dei migranti, degli studenti universitari, degli
omosessuali e dei malati di AIDS. L’organizzazione è poi cresciuta e si è sviluppata in
molti altri paesi del mondo finchè nel 1988 tutti i suoi comitati si riunirono con il nome di
Human Rights Watch. Il principale fondatore ed il primo presidente di tale organizzazione
fu Robert L. Bernstein. HRW fu inoltre una delle sei organizzazioni non governative
internazionali che formarono nel 1998 la coalizione contro l’utilizzo dei bambini soldato.
HRW fu anche tra i principali fautori della campagna internazionale contro le mine anti-
uomo, una coalizione di gruppi internazionali che ha portato all’adozione della
Convenzione di Ottawa la quale proibiva l’utilizzo delle mine anti-uomo. HRW è infine uno
dei fondatori del Movimento Internazionale per la libertà di espressione, una rete
internazionale di organizzazioni non governative che combatte la censura di stampa.




2.2.2 L’organizzazione


La sede centrale di HRW è a New York ma vi sono altri importanti uffici anche a Bruxelles,
Bujumbura, Freetown (Sierra Leone), Kigali, Ginevra, Londra, Los Angeles, Mosca, San
Francisco, Santiago del Cile, Tashkent, Tblisi, Toronto, Washington, Hong Kong. Spesso
vengono inoltre istituiti degli uffici temporanei nelle regioni in cui i ricercatori di HRW
conducono indagini. Fino al dicembre 2005 lo staff di HRW comprendeva 233 impiegati
fissi e stipendiati più vari consulenti e soci temporanei. Lo staff professionale di HRW si
compone di avvocati, giornalisti, docenti universitari ed esperti provenienti da varie nazioni
e di diversa cultura. Molto importante è anche il contributo di membri e soci volontari.
L’attuale direttore esecutivo di HRW è Kenneth Roth. L’organizzazione non accetta
finanziamenti dai governi e da agenzie governative ma dipende interamente dai contributi
che provengono da fondazioni private e donazioni di volontari.




2.2.3 Il lavoro


Lo scopo di HRW è quello di promuovere e difendere i diritti umani enunciati nella
Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e prevenire violazioni e abusi. Le principali
battaglie portate avanti dall’organizzazione riguardano: l’abolizione della pena di morte;
l’abolizione di ogni forma di discriminazione sessuale o razziale; la libertà religiosa e di
stampa; impedire il traffico internazionale di armi e l’utilizzo delle mine anti-uomo;
salvaguardare i diritti degli omosessuali e dei malati di AIDS; impedire il coinvolgimento
dei civili nelle guerre e opporsi all’uso delle “cluster bombs”; proteggere i diritti dell’infanzia
combattendo lo sfruttamento del lavoro minorile, l’uso dei bambini soldato e
l’emarginazione dei minori; porre fine a genocidi, crimini di guerra e crimini contro
l’umanità; impedire l’utilizzo della tortura e le esecuzioni extra-giudiziali; bloccare lo
sfruttamento e il traffico della prostituzione; avviare procedimenti giudiziari contro coloro
che hanno violato i diritti umani.
I ricercatori di HRW conducono indagini sugli abusi dei diritti umani perpetrati dai governi e
da privati in varie parti del mondo. Gli esperti visitano i luoghi incriminati, intervistano
vittime e testimoni. Successivamente pubblicano libri e rapporti che vengono diffusi dai
media. Tale pubblicità serve a far pressione sui governi e sui privati violatori dei diritti
umani affinché prendano provvedimenti. HRW è supportata da organismi influenti quali le
Nazioni Unite, l’Unione Europea, l’Istituzione Finanziaria Internazionale e il governo degli
Stati Uniti. In condizioni particolarmente gravi HRW può richiedere a tali organismi
l’intervento delle Forze Armate.




2.2.4 Confronto tra HRW e Amnesty International


HRW è un organizzazione senz’altro minore rispetto ad AI . HRW ha il suo quartier
generale negli Stati Uniti dove svolge la maggior parte del suo lavoro; AI invece ha la sede
centrale a Londra ma possiede anche numerose Sezioni nazionali in molti altri paesi del
mondo. Il lavoro di HRW si basa principalmente sulla conduzione di ricerche mirate sul
territorio, sulla successiva stesura di rapporti e infine sulla pubblicazione di tali resoconti
che mirano ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e a spingere i responsabili delle
violazioni dei diritti umani a cambiare condotta. AI invece lavora su più ampia scala
organizzando campagne internazionali, eventi mondiali, raccolte di firme, adozioni di
prigionieri politici, per poi servirsi dei mezzi di comunicazione di massa quale strumento di
sensibilizzazione universale. AI si occupa principalmente di abusi nei confronti di
prigionieri politici e di coscienza mentre HRW si occupa anche di altri tipi di cause tra cui
le discriminazioni, la censura, i diritti degli omosessuali e dei malati di AIDS, i diritti dei
minori e delle donne, i diritti dei lavoratori, dei migranti ecc. [20] [21].


2.3    PHYSICIANS FOR HUMAN RIGHTS


Physicians for human rights è una organizzazione internazionale non governativa che si
propone di promuovere la salute proteggendo i diritti umani. Nella sua visione il rispetto dei
diritti umani è una condizione essenziale per la salvaguardia della salute e del benessere
di tutte le persone. Tramite l’utilizzo di metodi medici e scientifici PHR indaga sulle
violazioni dei diritti umani nelle varie parti del mondo e si impegna affinché tali abusi
abbiano fine. PHR supporta le istituzioni internazionali che combattono contro gli abusi dei
diritti umani e condanna gli addetti alle professioni sanitarie responsabili di violazioni di tali
diritti. PHR organizza anche seminari di educazione per gli addetti alle professioni
sanitarie quali medici, infermieri, studenti e pubblico impiego del settore sanitario e
organizza con essi campagne in favore dei diritti umani allo scopo di creare una cultura
umanitaria nell’ambito delle professioni mediche e scientifiche. Dal 1986 i membri di PHR
si impegnano contro l’esercizio della tortura, le sparizioni, gli omicidi politici commessi da
governi e gruppi oppositori; per migliorare la salute e le condizioni sanitarie nelle prigioni e
nei centri di detenzione; per indagare le conseguenze fisiche e psicologiche delle
violazioni delle leggi umanitarie nei conflitti interni e internazionali; per difendere la
neutralità dei medici e il diritto di civili e militari a ricevere assistenza medica in tempo di
guerra; per proteggere i professionisti sanitari vittime di violazioni dei diritti umani; a
prevenire la complicità di alcuni medici nell’esercizio della tortura e di altri abusi.




2.3.1 Storia


Nel 1981 Jonathan Fine, medico di pronto soccorso, lavorava al North End Neighborhood
Health Center di Boston quando ricevette la chiamata di un professore di storia
dell’università di Harvard che gli riferì la notizia di tre medici arrestati in Cile sotto il regime
del Generale Pinochet. La settimana successiva il Dr. Fine decise di partire, dopo aver
ottenuto il permesso militare, alla volta di Valparaiso insieme ad una delegazione di
persone. Arrivati sul posto il Dr. Fine e la sua delegazione ottennero il permesso di
incontrare i tre colleghi cileni che li misero al corrente dei trattamenti inumani e degradanti
cui erano stati sottoposti durante la detenzione. Il racconto dei tre cambiò per sempre la
vita del Dr. Fine che decise da quel momento in poi di dedicarsi a tempo pieno alla
salvaguardia dei diritti umani. Alla prima missione del Dr. Fine ne seguirono altre in
Guatemala, nelle Filippine, nella Corea del sud che furono pubblicizzate dai media e
scatenarono gran clamore nell’opinione pubblica, tanto da portare al rilascio di molti
prigionieri politici tra cui i tre medici cileni sopracitati. Il Dr.Fine si convinse che,
pubblicizzando attraverso i media il suo lavoro di indagine e difesa dei diritti umani, poteva
cambiare lo stato delle cose. Fu così che nel 1983 istituì il Comitato Americano per i diritti
umani.
Nel 1985 Jean Mayer, rettore della Tufts University, inviò la professoressa di pediatria
Jane Green Schaller in Sud Africa per esaminare lo stato di salute dei bambini durante
l’apartheid. Questo viaggio sconvolse e cambiò per sempre la vita della dottoressa
Schaller che decise di tornare a Boston intenzionata a mobilizzare i suoi colleghi per
migliorare la situazione attuale dei bambini in Sud Africa.
Robert Lawrence fu il mentore di diverse generazioni di studenti di medicina interna al
Cambridge Hospital e professore all’università di Harvard. Egli lavorò nell’America
Centrale e del Sud negli anni ’60 compiendo studi di epidemiologia. Nel 1983, tornando da
una missione a El Salvador sponsorizzata dall’Institute of Medicine of the National
Academy of Sciences, incontrò il Dr. Fine ed Eric Stover dell’AAAS in una missione nelle
Filippine e decise di unirsi a loro.
Carola Eisenberg, decano della scuola di medicina di Harvard, si unì al gruppo del Dr.
Fine insieme ad altri colleghi che come lei avevano visto morire i loro parenti e amici
durante la guerra civile in Argentina. Nel 1983 anche lei partecipò ad una ricerca sui diritti
umani condotta a El Salvador insieme ad una delegazione inviata dall’American Public
Health Association.
Dall’unione di tutte queste persone nacque nel 1986 Physicians for Human Rights. Nel
1997 PHR è stata insignita del premio Nobel per la pace per aver condotto una campagna
internazionale contro l’utilizzo delle mine anti-uomo. PHR attualmente è ancora uno dei
principali coordinatori della campagna statunitense contro le mine anti-uomo.




2.3.2 Il Lavoro


I professionisti sanitari che lavorano per PHR portano avanti il diritto alla salute, alla
dignità, alla giustizia per tutti. PHR adotta professionisti specializzati, rigorosi e
appassionati quali medici, infermieri, specialisti sanitari e scienziati al fine d’indagare sugli
abusi dei diritti umani e impedirli. La ricerca di PHR porta i suoi professionisti nelle zone
del mondo in cui si combattono conflitti armati, nelle regioni dell’Africa in cui dilaga l’AIDS,
nelle prigioni statunitensi e nelle carceri minorili, presso gli uffici delle delegazioni
governative. Le Corti internazionali, i governi e i media giudicano l’operato di PHR
attendibile e qualificato. Motivato dall’urgenza morale, basato sulla scienza e conforme
alle convenzioni internazionali sui diritti umani il mandato di PHR si propone di
salvaguardare la salute pubblica e di proteggere i diritti umani. Il movimento di PHR si
fonda sulla base del rispetto dei diritti umani, sull’utilizzo di indagini scientifiche e accurate,
sulla perizia dei suoi esperti al fine di promuovere la difesa dei diritti umani. Il metodo di
indagine e di ricerca di PHR è basato su rigorosi criteri medici e scientifici. Il procedimento
di ricerca si fonda sulla raccolta di dati derivanti dall’osservazione clinica e sulla
successiva analisi e valutazione di tali reperti. Utilizzando i criteri dell’indagine
epidemiologica PHR è riuscita anche ad ottenere un quadro generale sullo stato di salute
delle popolazioni nelle quali si sono verificate violazioni dei diritti umani secondo gli
standard sanciti dalla legge. Molto importanti sono stati gli studi effettuati da PHR
sull’utilizzo delle mine anti-uomo e nei paesi dilaniati dalla piaga dell’AIDS. Tali studi per il
loro carattere rigoroso e scientificamente attendibile sono serviti a fare prevenzione su
certe forme di abusi e a scuotere i governi locali a cambiare condotta. Le indagini di PHR
hanno anche contribuito a condannare i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e i
genocidi, la chiusura dei luoghi di detenzione non idonei e hanno fatto sì che i governi
fossero sensibilizzati a destinare risorse alle popolazioni straniere più deboli. Le
pubblicazioni su riviste medico-scientifiche di PHR hanno anche contribuito a formare una
coscienza più consapevole sui diritti umani presso la classe medica. La squadra di
professionisti che lavorano per PHR si è arricchita negli anni del contributo di vari tipi di
esperti tra cui: archeologi forensi, antropologi, patologi, specialisti per la salute dei rifugiati,
pediatri, psichiatri e psicologi, epidemiologi, tossicologi, specialisti nel settore sanitario tra
cui internisti, ortopedici, infermieri, assistenti sociali, medici d’urgenza, ginecologi,
specialisti sull’AIDS e professionisti nel settore della sanità pubblica. Il lavoro di PHR si è
inoltre ampliato a comprendere l’impegno per la salvaguardia del diritto alla salute e al
benessere, con tutti i diritti ad essi collegati. Adottando un approccio umanitario alla salute
le indagini di PHR sono state rivolte a tutte le strutture socio-assistenziali, andando a
valutare la distribuzione delle malattie nella popolazione in rapporto ai servizi forniti dai
sistemi territoriali. Ciò è servito a far pressione sui governi e sulle istituzioni affinché
mettessero in atto programmi per la salute basati sul principio del rispetto dei diritti umani.
Attualmente i principali programmi messi in atto da PHR sono l’International Forensic
Program (IFP) e l’Asylum Network (AN).
IFP fornisce esperti nel campo forense e altri servizi al fine di indagare sugli abusi e le
violazioni dei diritti umani. IFP fornisce questi servizi con la convinzione che le vittime degli
abusi dei diritti umani hanno ragione di ottenere giustizia. IFP offre esperti forensi
indipendenti che documentano e raccolgono informazioni sulle violazioni inflitte. Tali
esperti possono essere richiesti da istituzioni, organizzazioni e privati che necessitano di
una documentazione scientifica sugli abusi dei diritti umani subiti. I risultati delle indagini
forensi condotte dagli esperti dell’IFP sono curati con il necessario livello di perizia tale da
assicurare che i fatti documentati e raccolti possano poi essere utilizzati nei procedimenti
giudiziari. IFP comprende i seguenti servizi: assistenza legale, documentazione e raccolta
prove sulle scene del crimine delle violazioni dei diritti umani, valutazione legale e tirocinio
forense.
I membri del programma Asylum Network di PHR assistono coloro che richiedono asilo
politico negli Stati Uniti conducendo valutazioni sullo stato di salute fisica e mentale che
documentino legalmente l’evidenza degli abusi subiti. Gli esperti inoltre usano la loro
esperienza per addestrare i loro colleghi volontari e per informare l’opinione pubblica sulle
condizioni di salute dei rifugiati e di coloro che chiedono asilo politico. PHR riceve
comunicazione da avvocati che richiedono una valutazione sullo stato fisico e psicologico
dei loro clienti richiedenti asilo politico. Il coordinatore di AN assegna il caso ad un gruppo
di volontari della rete che effettuano la perizia e stilano un rapporto utilizzabile
successivamente in sede giuridica. Gli esperti medici di AN devono avere specifici requisiti
quali: esperienza nella diagnosi e nel trattamento di pazienti che presentano ferite da arma
da fuoco, abusi fisici o incidenti sul lavoro. Occorre inoltre la presenza di personale
esperto in ginecologia in particolare per quanto concerne gli abusi sessuali, esperti in
psichiatria in particolare per quanto concerne il disturbo post-traumatico da stress. Tutti i
volontari di AN devono essere abilitati negli Stati Uniti. PHR organizza periodicamente
seminari per l’addestramento di personale qualificato che entri a far parte del programma
AN. Il personale medico-sanitario può entrare a far parte del programma di AN anche in
altri modi oltre a quello di condurre valutazioni: gli esperti possono diventare istruttori di
corsi professionalizzanti, possono organizzare seminari per informare altri colleghi,
possono organizzare gruppi di lavoro con altri volontari. [22] [23].




2.4    ASIAN HUMAN RIGHTS COMMISSION E ASIAN LEGAL RESOURCE CENTRE


Asian human rights commission è un’organizzazione regionale non governativa per la
promozione e la difesa dei diritti umani in Asia. Fu fondata nel 1986 da un gruppo di
giuristi e attivisti per i diritti umani dell’Asia.
Lo scopo di AHRC è quello di promuovere la garanzia e il rispetto dei diritti umani nelle
regioni asiatiche e quello di mobilizzare l’opinione pubblica asiatica ed internazionale al
fine di ottenere giustizia per le vittime delle violazioni dei diritti umani. AHRC promuove il
riconoscimento e il rispetto dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali sanciti dalle
leggi internazionali e regionali.
Asian Legal Resource Centre è un’organizzazione indipendente, regionale, non
governativa gemellata con AHRC e dotata di uno status consultivo generale presso la
Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite. AHRC e ALRC hanno le loro sedi
principali ad Hong Kong.




2.4.1 Il programma di AHRC


AHRC si propone di raggiungere i seguenti obiettivi:
       Proteggere e promuovere i diritti umani controllando, indagando, difendendo e
        promuovendo azioni di solidarietà a vantaggio degli stessi.
       Realizzare il principio dell’uguaglianza sociale, con particolare riguardo alle
        minoranze più frequentemente discriminate quali le donne e i bambini.
       Sviluppare un sistema di comunicazione efficiente usando le moderne tecnologie al
        fine di incoraggiare azioni tempestive per la difesa dei diritti umani, riparare gli
        errori e prevenire violazioni future.
       Sviluppare appropriati programmi di educazione ai diritti umani e in particolare
        promuovere programmi scolastici per la formazione della popolazione.
       Promuovere riforme legali, amministrative, giudiziarie e politiche per garantire il
        rispetto dei diritti umani.




       Sviluppare stretti contatti con le vittime di violazioni dei diritti umani al fine di
        promuovere la solidarietà, preservare la memoria e organizzare commemorazioni
        che coinvolgano e sensibilizzino gran parte della popolazione sul tema dei diritti
        umani.
       Partecipare a procedimenti di “peace keeping”, riconciliazioni e risoluzioni di
        conflitti creando commissioni e tribunali internazionali che garantiscano il rispetto
        della legge.
       Sviluppare programmi culturali e religiosi per la promozione dei diritti umani.
       Incoraggiare la ratifica di convenzioni da parte delle Nazioni Unite, sviluppare la
        legislazione regionale, applicare gli strumenti legislativi e giuridici per l’attuazione
        dei diritti umani, rendere efficenti le commissioni nazionali per i diritti umani.
       Promuovere l’azione delle Nazioni Unite e particolarmente delle sue agenzie
        dedicate ai diritti umani, assistere organizzazioni e privati in Asia che ricorrono a
        queste agenzie per far rispettare i diritti umani.
       Impegnarsi per lo sviluppo di sistemi regionali per i diritti umani e incoraggiare la
        partecipazione delle persone in questo processo promuovendo l’attuazione della
        Asian Human Rights Charter.
I principi guida dei programmi di AHRC sono:
       Approccio diretto con le vittime combinato a riforme strutturali, allo scopo di
        prevenire gli abusi e promuovere la giustizia.
       Proteste combinate ad un approccio di tipo comunitario, in cui abbiano una parte
        preponderante gruppi religiosi e politici.
       Approccio diretto delle Nazioni Unite combinato con attività promotrici dei diritti
        umani a carattere regionale e territoriale.
       Salvaguardia dei diritti umani combinata alla promozione della democrazia e del
        rispetto della legge.
       Priorità nei programmi per temi quali l’eradicazione della povertà, l’uguaglianza
        sociale e i diritti degli indigeni e delle minoranze.




2.4.2 Il lavoro di AHRC


La funzione investigativa di AHRC si attua nel seguente modo: una organizzazione o un
privato presentano una documentazione che attesti una violazione dei diritti umani. AHRC
mette in atto il suo iter procedurale codificato in modo da assicurare che le sue indagini
siano valide e attendibili, includendo metodi quali la raccolta di informazioni,
l’interrogazione di testimoni e missioni investigative. Ogni indagine su di uno specifico
caso di violazione dei diritti umani viene condotta da una Commissione investigativa
composta da tre membri. Al fine di assicurare l’indipendenza dell’indagine nessuno dei
membri della Commissione deve essere collegato con il paese sotto inchiesta.
Uno dei principi basilari del lavoro di AHRC prevede l’utilizzo di strumenti di promozione
dei diritti umani. La funzione promozionale si attua tramite la creazione di gruppi locali e di
programmi di educazione collettiva con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica e
prevenire abusi futuri. La funzione informativa sviluppata da HRC si attua mediante diversi
strumenti tra cui: la pubblicazione della rivista mensile “Human Rights Solidarity”, diversi
siti web, libri, volantini e rapporti. La rivista mensile “Human Rights Solidarity” si rivolge a
privati e organizzazioni asiatiche e di altri continenti, riporta informazioni dettagliate e
analitiche sulle varie forme di violazione dei diritti umani allo scopo di creare una
coscienza forte e solidale a carattere universale per la difesa dei diritti umani. Il sito
www.ahrchk.net dà informazioni generali sui programmi e le pubblicazioni di AHRC,
pubblicizza documenti, articoli e rapporti. Il sito www.disappearances.org è dedicato alle
sparizioni, esprime solidarietà alle famiglie dei scomparsi e ribadisce la gravità dei crimini
contro i diritti umani. Il sito www.hrschool.org illustra i programmi di AHRC e in particolar
modo gli strumenti educativi della Human Rights School accessibili a tutti coloro che voglio
partecipare.
Il programma educativo di AHRC si estrinseca mediante l’istituzione della Human Rights
School che si propone di spiegare e rendere accessibile a tutti la metodologia finalizzata
all’azione sviluppata nei programmi di AHRC per l’insegnamento e l’apprendimento dei
diritti umani. Lavorando con coloro che sono personalmente coinvolti o comunque attivi
nella lotta alle violazioni dei diritti umani in specifiche località, il programma si propone di
facilitare lo studio orientato all’azione e l’analisi a livello regionale e nazionale allo scopo di
creare strategie risolutive di tali situazioni. La Human Rights School si propone inoltre di
rendere disponibili materiali e risorse educative inclusi moduli d’insegnamento, esempi di
azioni strategiche, interviste condotte in diversi paesi, rapporti consultivi e campagne
attive.
Un altro programma messo in atto da AHRC è l’Urgent Appeal Programme che crea una
rete di contatti tra migliaia di persone e organizzazioni che hanno a che fare con le
violazioni dei diritti umani in Asia. Opera tramite la pubblicazione giornaliera di e-mail e
news-letters che informano l’opinione pubblica su quanto sta accadendo negli altri paesi e
incita a chiedere risoluzioni per le vittime. L’UAP si propone di sviluppare una coscienza
collettiva per i diritti umani e di dare ad essa un valido canale di espressione. I suoi appelli
ricordano ai governi e alle autorità che persone di tutto il mondo sono a conoscenza delle
violazioni dei diritti umani e si aspettano che prendano provvedimenti. L’UAP organizza
anche on-line tavole rotonde di discussione, forum aperti a tutti e conferenze stampa attive
a tempo pieno.
AHRC coinvolge nel suo lavoro anche vari gruppi religiosi tra cui Buddisti, Induisti, Islamici
e Cristiani. L’obiettivo che accomuna AHRC ai gruppi religiosi è quello della promozione e
salvaguardia dei diritti umani. Il programma di AHRC facilita l’incontro tra gruppi religiosi e
non, creando una rete di e-mail e news-letters su temi comuni come ad esempio il rispetto
della Convenzione ONU contro la tortura e altri trattamenti inumani e degradanti. Il
programma di AHRC prevede inoltre occasioni d’incontro per religiosi e capi di comunità al
fine di far conoscere i concetti e la pratica inerenti i diritti umani.
L’organigramma di AHRC, approvato nel 1996, comprende i seguenti organismi:un
consiglio d’amministrazione, un consiglio dei soci composto da 10 a 20 membri, un core
group composto da circa 200 membri e una membership composta da un numero illimitato
di partecipanti.
2.4.3 Background di ALRC


Asian Legal Resource Centre è una organizzazione non governativa regionale con status
consultivo generale presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. Fu
fondata nel 1986 da un gruppo di giuristi e attivisti per i diritti umani dell’Asia. ALRC offre
sostegno e assistenza legale nei casi di violazione dei diritti umani. ALRC si occupa anche
di promuovere e sviluppare il rispetto dei diritti culturali, sociali ed economici. Lavora a
contatto con gruppi regionali, nazionali e locali che si occupano di diritti umani
promuovendo allo stesso tempo l’autonomia e l’indipendenza degli stessi gruppi. ALRC
promuove e supporta servizi regionali e programmi di sviluppo territoriale autogestiti.
Appoggia e incoraggia azioni legali in favore dei diritti umani con l’ausilio di altri organismi
forensi locali e nazionali. ALRC fa pressione sui governi per l’introduzione e l’attuazione di
servizi legali idonei. Dal ’96 al ’98 ALRC ha esteso il suo mandato in diversi paesi
dell’Asia, da ricordare la campagna condotta in Cambogia e nello Sri Lanka nella quale
giuristi e avvocati di vari paesi sono convenuti insieme ad altri esperti per discutere e
approvare programmi che spingessero i governi locali ad attuare riforme.




2.4.4 Gli obiettivi di ALRC
ALRC lavora per rendere disponibili risorse legali per i poveri e gli svantaggiati dell’Asia,
specialmente per coloro che vengono sottoposti a varie forme di oppressione. Gli obiettivi
di ALRC sono:
       Promuovere la consapevolezza tra gli oppressi dei loro diritti inalienabili in quanto
        esseri umani e porre rimedio alla loro condizione tramite strumenti nazionali,
        regionali e internazionali.
       Promuovere la consapevolezza e l’accettazione tra i giuristi e tra gli attivisti per i
        diritti umani della loro responsabilità a servire e proteggere gli oppressi.
       Garantire scambi di conoscenze tra organizzazioni per i diritti umani e gruppi
        forensi.
       Ingaggiare una ricerca interdisciplinare sui diritti umani e mettere a disposizione
        risorse legali a supporto del rispetto dei diritti umani nei vari paesi.
       Promuovere la formazione di avvocati che diano assistenza agli oppressi e alle
        vittime di violazioni dei diritti umani.
       Sviluppare metodologie per perfezionare il tirocinio di lavoratori para-legali e
        facilitare lo scambio di conoscenze tra di essi.
       Sviluppare programmi di educazione di massa sulla legislazione dei diritti umani e
        facilitare lo scambio di conoscenze tra coloro che sono coinvolti in questi
        programmi.
       Promuovere la creazione e il rafforzamento di organizzazioni legali nelle varie
        regioni.
       Promuovere riforme da parte delle istituzioni per incrementare la loro capacità di
        provvedere tempestivamente al sussidio delle vittime.




2.4.5 Il lavoro di ALRC


Le funzioni principali di ALRC sono:
       Coordinare e condividere tra gruppi locali, nazionali, sub-regionali e privati
        informazioni riguardanti programmi di servizi e iniziative legali intraprese nei paesi
        asiatici tramite e-mail, news-letters, pubblicazioni, scambio di materiali e laboratori.
       Facilitare gli scambi tra persone che lavorano nel campo dei diritti umani e risorse
        legali, incoraggiare la condivisione di informazioni e competenze, sviluppare
        programmi nei paesi in cui non esistono tramite visite e scambi di notizie.
      Sviluppare strategie per la creazione e l’attuazione di programmi per l’utilizzo di
       risorse legali e para-legali, promuovere l’attivazione d’iniziative sub-regionali.
      Indagare e analizzare procedimenti legali inerenti violazioni e abusi dei diritti umani
       su persone asiatiche, incoraggiare lo sviluppo di prospettive più ampie su questi
       problemi, procurare informazioni per AHRC.




2.4.6 I Programmi di ALRC


I principi guida dei programmi di ALRC sono gli stessi di AHRC.
I programmi messi in atto ALRC sono i seguenti:
      Programmi per la formazione di giuristi e avvocati in Cina.
      Programmi per la formazione di giuristi , avvocati e para-legali in Sud Asia, Est Asia
       e Sud-est Asiatico.
      Organizzare consultazioni che coinvolgono giuristi provenienti da differenti paesi al
       fine di promuovere riforme legali per la salvaguardia dei diritti civili, economici,
       sociali e culturali.
      Organizzare campagne di promozione per la creazione della Asian Human Rights
       Charter e meccanismi regionali per i diritti umani.
      Organizzare programmi di promozione della Dichiarazione di Copenaghen per lo
       sviluppo sociale, promuovere cause legali per l’eradicazione della povertà. [24] [25]
       [26].




                                        CAPITOLO 3


                                LA SITUAZIONE IN ITALIA:
                      TRA TUTELA E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI
3.1 LE ISTITUZIONI ITALIANE PER I DIRITTI UMANI


In Italia non esiste una Commissione nazionale diritti umani o un ufficio nazionale
dell’Ombudsman secondo i canoni previsti dalle Nazioni Unite. Esistono tuttavia autorità
pubbliche di promozione dei diritti umani con mandati settoriali: bioetica, pari opportunità,
tutela dei minori ecc. Presso il Governo esistono due organismi sui diritti umani: una
Commissione per i diritti umani presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e un
Comitato interministeriale per i diritti umani istituito presso il Ministero degli Affari Esteri.
La Commissione per i diritti umani, composta da personalità indipendenti e competenti
nell’ambito dei diritti umani, è stata istituita con D.P.C.M. del 31/01/1984. I compiti della
Commissione previsti dal decreto sono: “acquisire la più ampia informazione in ordine ai
fatti che, in ogni parte del mondo, possono mettere a repentaglio i fondamentali diritti
dell’uomo universalmente riconosciuti”; “assistere il Presidente del Consiglio dei Ministri
nella predetta attività d’informazione in vista della promozione delle opportune iniziative
del governo della repubblica”. La Commissione trasmette i rapporti sui risultati delle sue
indagini al Presidente del Consiglio dei Ministri, il quale decide se possano o meno essere
resi pubblici (art.1). La Commissione si caratterizza per un mandato dal contenuto
generico, per essere un organo funzionale alla persona del Presidente del Consiglio e per
occuparsi del versante esterno dei diritti umani. Attualmente la carica di Presidente è
vacante e di fatto la Commissione è inattiva.
Il Comitato interministeriale per i diritti umani, in piena attività, è stato istituito con D.M. n.
519 del 15/02//1978 con le seguenti funzioni: “realizzare un sistematico esame delle
misure legislative, amministrative e altre che siano state prese o che si reputi opportuno e
possibile prendere, tenuto anche conto di esperienze straniere, per attuare gli impegni
assunti o che saranno assunti dall’Italia con la ratifica di convenzioni internazionali sui
diritti dell’uomo, adottate da organizzazioni internazionali di cui l’Italia è membro”;
“collaborare con il Ministero degli Affari Esteri alla preparazione dei rapporti periodici che
lo Stato italiano è tenuto a presentare alle Organizzazioni internazionali in attuazione di tali
convenzioni nonché di altri rapporti, periodici e non, che vengano richiesti in relazione ad
eventi di particolare rilievo (Conferenze internazionali, Anni internazionali, ecc..)”. Il
Comitato prepara i suoi rapporti mediante la raccolta d’informazioni presso i vari ministeri;
li presenta e li commenta in sede internazionale e infine prepara un resoconto di tali
dibattiti per i Ministeri competenti. I contenuti di questi documenti sono generalmente
sconosciuti all’opinione pubblica, in quanto né i rapporti né i successivi resoconti hanno
adeguata diffusione nel paese. La composizione del Comitato è stata aggiornata con D.M.
del 16/02/1998, attualmente fanno parte del Comitato rappresentanti delle seguenti
istituzioni: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero degli Affari Esteri, Ministero
dell’Interno, Ministero di Grazia e Giustizia, Ministero della Pubblica Istruzione, Ministero
della Salute, Ministero del Lavoro, Ministero per le Pari Opportunità, Dipartimento per gli
Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Comando Generale dell’Arma dei
Carabinieri, C.N.E.L., Istituto Nazionale di Statistica, Istituzioni Universitarie, Commissione
per i diritti umani della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per le Pari
Opportunità, Commissione italiana per l’UNESCO, Società Italiana per l’organizzazione
internazionale. Vi fanno attualmente parte anche tre esperti indipendenti nel campo dei
diritti umani: la Prof.ssa Angela Del Vecchio (università Luiss Guido Carli Roma); il Prof.
Antonio Papisca (università di Padova) e la Prof.ssa Maria Rita Saulle (università La
Sapienza di Roma).
Con la riforma delle strutture centrali del Ministero degli Affari Esteri entrata in vigore il
01/01/2000 è stata creata una Direzione Generale per gli affari politici multilaterali e i diritti
umani, al cui interno opera un ufficio dedicato esclusivamente alla tematica dei diritti
umani. Alla Direzione Generale è anche collegato il Comitato interministeriale.
Esistono altri organismi nazionali creati da specifici strumenti normativi con funzioni
connesse alla tutela e promozione dei diritti umani.
      Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati, istituita presso il
       Dipartimento per gli Affari sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri ai sensi
       dell’art. 46 del Testo Unico sull’immigrazione (D.P.C.M. 07/07/1998 e D.P.C.M.
       16/10/1999); la Commissione ha terminato i suoi lavori il 06/07/2001.
      Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità tra uomo e donna,
       istituita nel 1984 con D.P.C.M.; successivamente, la legge 164/90 ne ha definito i
       ruoli, le competenze, la composizione, la durata e la disponibilità finanziaria. Uno
       dei suoi compiti, in particolare, è curare “la raccolta e diffusione delle informazioni
       concernenti lo stato di attuazione della parità tra i sessi e la legislazione di
       particolare interesse per le donne”, attraverso i mass-media e promuovendo
       iniziative specifiche.
      Commissione       Nazionale     Italiana   per   l’UNESCO,       istituita   con   decreto
       interministeriale nel 1950 (aggiornato con D.M. 05/06/1989) e composta da
       rappresentanti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di vari Ministeri ed Enti
    pubblici e privati, nonché da personalità della cultura. Promuove a livello nazionale
    gli scopi e le attività dell’UNESCO, tra i quali la diffusione e l’approfondimento della
    tematica dei diritti umani.
   Osservatorio Nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, istituito con legge 451/97;
    l’Osservatorio è presieduto dal Ministro del Welfare e ha sede presso il
    Dipartimento per le politiche sociali e previdenziali del Ministero a Roma.
    L’Osservatorio svolge una funzione di indirizzo e promozione generale delle
    politiche riguardanti l’infanzia e l’adolescenza. Ogni due anni elabora il Piano
    d’azione e di interventi del Governo a favore dell’infanzia e dell’adolescenza e
    redige il Rapporto del Governo (da presentarsi ogni cinque anni) al Comitato dei
    diritti del fanciullo istituito dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia.[8].
   Comitato Nazionale per la Bioetica,istituito nel 1990 presso la Presidenza del
    Consiglio dei Ministri. Al Comitato è affidata la funzione di orientare gli strumenti
    legislativi ed amministrativi volti a definire i criteri da utilizzare nella pratica medica e
    biologica per tutelare i diritti umani ed evitare gli abusi. Il Comitato ha inoltre il
    compito di garantire una corretta informazione dell’opinione pubblica sugli aspetti
    problematici e sulle implicazioni dei trattamenti terapeutici, delle tecniche
    diagnostiche e dei progressi delle scienze biomediche. Tra i compiti del Comitato
    c’è anche quello di formulare Pareri e indicare soluzioni anche ai fini della
    predisposizione di atti legislativi. I Pareri del Comitato offrono un approfondimento
    tematico e una riflessione sui problemi di natura etica e giuridica che emergono con
    il progredire delle conoscenze nel campo delle scienze della vita. Il Comitato
    esprime pareri anche su richiesta di organismi istituzionali o su questioni di attualità
    di particolare rilevanza etica e sociale. Questi Pareri, solitamente più sintetici,
    assumono la forma di comunicati o dichiarazioni ufficiali. Dal 1991 al 2006 il
    Comitato ha espresso 73 Pareri. Il Comitato è composto da professori, giuristi e
    ricercatori. L’attuale composizione comprende un Presidente (Prof. Francesco
    Paolo Casavola, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Presidente
    dell’Istituto   dell’Enciclopedia    Italiana   Treccani),    cinque     Presidenti   Onorari,
    trentaquattro Membri. [8] [27] [28] [29].
3.2 AMNESTY INTERNATIONAL IN ITALIA


3.2.1 La Sezione Italiana di Amnesty International


Il primo tentativo di costituire una Sezione italiana di AI       risale al 1963, ad opera di
Gustavo Corba ed Anna Amstrong Torre. Il movimento si sviluppò rapidamente: nel 1964
esistevano già otto gruppi per la liberazione dei prigionieri appartenenti a 14 paesi. Questa
prima esperienza si concluse nel 1972, sia per la diffidenza incontrata da AI in Italia, che
per l’insorgere di problemi interni alla Sezione stessa. La ricostituzione della Sezione ebbe
inizio nel 1973 grazie a Lydia Colin Mazzotti, residente a Roma, che cominciò a prendere
contatti con il Segretariato Internazionale a Londra e raccolse attorno a sé un gruppo di
persone interessate al progetto. Tra le loro prime attività fu particolarmente significativa
l’adesione alla campagna per l’abolizione alla tortura, nell’autunno 1973, con la raccolta di
tredicimila firme in tutta Italia. Mentre il movimento cominciava a svilupparsi anche al nord,
a Roma si decise l’apertura di un ufficio nazionale, avvenuta nell’ottobre del 1974 presso
un piccolo appartamento in Via della Penna, 51. La graduale crescita del movimento rese
necessaria una prima Assemblea Generale, tenutasi a Roma nei giorni 15 e 16 novembre
1975, che sancì la ricostituzione formale della Sezione italiana. Vi parteciparono 52 soci,
provenienti da tutta Italia, tra i quali Lydia Mazzotti, Anna Maria Masini (responsabile della
campagna per l’abolizione della tortura), Margherita Boniver (in rappresentanza dei gruppi
nord-italia), Mariano Salemme (responsabile della redazione della bozza di statuto) e il
Senatore Umberto Terracini. In quella sede si valutò l’ampiezza della Sezione, composta
da 260 soci e 5 gruppi, di cui 3 nel nord-italia e 2 a Roma. In particolare, il gruppo 1 di
Roma curava le traduzioni di documenti provenienti dal Segretariato Internazionale e la
redazione dell’estratto italiano del News-letter mensile (il primo notiziario integrale in lingua
italiana sarà pubblicato nel novembre 1976). Nel corso dell’Assemblea Generale furono
inoltre illustrate le attività fino ad allora intraprese dalla Sezione, come l’accoglienza dei
profughi Cileni, le campagne stampa a favore di singoli prigionieri, la denuncia delle
sparizioni in Brasile e anche una vasta opera di pubblicizzazione degli scopi e delle attività
di AI, mediante i primi contatti con i giornalisti, con le istituzioni e con personalità del
mondo politico e culturale. Al termine del dibattito, vennero nominati di primi 5 Consiglieri
Assembleari e i 3 Revisori dei conti. Il Consiglio, riunitosi subito dopo la conclusione
dell’Assemblea elesse come primo Presidente Margherita Boniver, che mantenne la carica
fino alla fine del 1978. Negli anni successivi la popolarità del movimento in Italia cominciò
a crescere, anche in seguito a due avvenimenti di carattere internazionale: l’attribuzione
del Premio Nobel per la Pace ad AI nel 1977 e l’appello lanciato nel 1978 dal Segretariato
Internazionale per la liberazione di Aldo Moro. Questi eventi contribuirono ad un aumento
delle iscrizioni e del numero di gruppi, che alla fine del 1978 erano diventati 55, con una
distribuzione geografica prevalentemente settentrionale. Nella terza Assemblea Generale
tenutasi a Milano nell’aprile del 1978, si era intanto deciso di introdurre il sistema delle
circoscrizioni, vale a dire articolazioni territoriali più estese. Nel dicembre 1978 il Consiglio
Nazionale elesse il nuovo Presidente della Sezione italiana nella persona di Cesare
Pogliano. Durante il periodo della sua presidenza si pervenne ad una ridefinizione delle
strutture delle Sezioni in base ai risultati di due conferenze organizzative tenutesi nel 1979
e nel 1983. Nel settembre del 1979 l’ Ufficio Nazionale veniva trasferito dalla sede
originaria in Viale Mazzini, 146. Le principali strategie successive a questa fase furono
dirette ad allargare le partecipazione attiva dei soci, a rafforzare le strutture
decentralizzate, con particolare attenzione a quelle meridionali più carenti, a sviluppare
nuove tecniche di lavoro. Intanto la Sezione continuava a crescere: nel 1980 AI contava
circa 3000 soci, distribuiti in 11 circoscrizioni e 69 gruppi. Nel 1985 i soci erano più di 6700
distribuiti in 15 circoscrizioni e 151 gruppi. L’8 settembre 1988 si svolse a Torino il primo
grande evento pubblico di AI: un concerto in occasione del quarantesimo anniversario
della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo a cui parteciparono numerose star della
musica internazionale. Nel giro di un anno i soci raddoppiarono e i gruppi salirono a circa
200. Nel 1997 venne dedicato ad AI il tradizionale concerto romano del 1 maggio.
Iniziative di massa come queste, una maggiore presenza di AI sul territorio italiano, la
progressiva specializzazione di decine di volontari su tematiche ed aree geografiche, oltre
all’investimento su uno staff di professionisti hanno reso l’associazione un riferimento
sempre più credibile, autorevole e stimato per i mezzi di informazione, le istituzioni e il
pubblico in generale. Nel 1998 la Sezione italiana di AI fu protagonista di una campagna di
lobby e di sensibilizzazione in occasione della Conferenza di Roma, convocata dalle
Nazioni Unite per adottare lo Statuto del Tribunale Penale Internazionale permanente. Il 4
luglio dello stesso anno AI organizzò davanti al Colosseo la manifestazione “Tutti giù per
terra!” cui presero parte migliaia di cittadini e di esponenti dell’associazione italiana e
internazionale. Attualmente i soci italiani di AI sono oltre 80000 organizzati in 16
circoscrizioni e 250 gruppi. Gli Uffici nazionali della Sezione italiana di AI hanno
attualmente sede in Via G.B. De Rossi a Roma. Vi lavorano oltre 20 persone che svolgono
funzioni di direzione, coordinamento e organizzazione delle attività: la gestione
dell’archivio soci, i rapporti con la stampa, lo svolgimento delle campagne, i programmi di
educazione e formazione, le iniziative nazionali di raccolta fondi, la produzione di materiale
promozionale e di pubblicazioni, i notiziari per i soci. [18]




3.2.2 Il rapporto 2006 di AMNESTY INTERNATIONAL sull’Italia


Il rapporto 2006 di AI sull’Italia è incentrato su alcune problematiche principali: la denuncia
di violazione dei diritti dei rifugiati, la condanna della condotta brutale di alcuni agenti delle
forze dell’ordine, i maltrattamenti nelle carceri e il mancato rispetto da parte dell’Italia di
alcuni precetti sanciti da Convenzioni dell’ONU e dell’Unione Europea, peraltro già
ratificati.
        Minaccia ai diritti dei rifugiati
Nonostante abbia ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati, l’Italia non si è
ancora dotata di una legge specifica e completa sul diritto di asilo. Nella pratica, l’asilo è
disciplinato dalla legge sull’immigrazione del 1990, così come emendata nel 2002 dalla
legge Bossi-Fini, il cui regolamento di attuazione è entrato in vigore il 21 aprile 2005. La
legge ha istituito centri di identificazione per la detenzione dei richiedenti asilo e una
procedura veloce per la determinazione del diritto di asilo per i richiedenti detenuti,
generando preoccupazione per l’accesso alle procedure di asilo, per la detenzione dei
richiedenti asilo in violazione degli standard previsti dalla normativa internazionale e per la
violazione del principio del non-refoulement (non respingimento) che vieta di rimpatriare o
espellere forzatamente i richiedenti asilo verso paesi in cui potrebbero essere a rischio di
gravi abusi dei diritti umani. E’ stato espresso il timore che molte delle migliaia di migranti
e richiedenti asilo giunti in Italia via mare, principalmente dalla Libia, siano stati
forzatamente respinti verso paesi in cui erano a rischio di violazioni dei diritti umani. Tra
gennaio e ottobre almeno 1425 persone sono state deportate in Libia. Tra il 13 e il 21
marzo, sull’isola di Lampedusa sono arrivati 1235 cittadini stranieri. Il 14 marzo l’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNUR) ha chiesto di poter accedere al
centro di detenzione dell’isola, ma la richiesta è stata respinta per ragioni di sicurezza. Il
16 marzo il Ministro dell’Interno ha riferito al Parlamento che nel centro erano stati
ammessi funzionari Libici, per identificare i trafficanti di esseri umani. Secondo quanto
riferito, il giorno seguente sono state espulse 180 persone, scortate in volo da agenti delle
Forze dell’ordine italiane fino alla capitale Libica Tripoli. Il 18 marzo l’ACNUR ha
sottolineato che, se al momento delle visite dei funzionari libici nel centro fossero stati
presenti richiedenti asilo libici, tali visite avrebbero contravvenuto i principi basilari della
tutela dei rifugiati. Il 14 aprile il Parlamento Europeo ha espresso preoccupazione per le
espulsioni dei migranti da Lampedusa attuate tra l’ottobre 2004 e il marzo 2005. Il 10
maggio la Corte Europea dei diritti umani ha ordinato alle autorità italiane di sospendere
la prevista espulsione di 11 migranti che erano giunti a Lampedusa a marzo. Nei Centri di
permanenza temporanea e assistenza (CPTA) sono stati detenuti migliaia di cittadini
stranieri senza permesso di soggiorno, mentre da alcuni di tali centri sono state segnalate
aggressioni verso detenuti da parte di agenti delle forze dell’ordine e personale di
sorveglianza. Sono state anche segnalate condizioni di sovraffollamento e mancanza
d’igiene; assistenza medica inadeguata unita a somministrazione eccessiva e illegale di
sedativi; difficoltà per i detenuti a ottenere assistenza legale e accesso alle procedure di
asilo. Condizioni analoghe sono state riferite nei Centri di identificazione, di nuova
creazione, dove sono stati trattenuti centinaia di richiedenti asilo. Nel mese di luglio il
tribunale di Lecce ha condannato 16 persone accusate di aggressione e maltrattamenti
razzisti avvenuti nel novembre 2002 ai danni di detenuti nel CPTA Regina Pacis, in
Puglia. Il direttore del centro, un prete cattolico, e due dei carabinieri addetti alla sicurezza
sono stati condannati a 16 mesi di reclusione, con sospensione condizionale della pena.
Gli altri imputati, 6 dipendenti amministrativi, 2 medici e altri 5 carabinieri, hanno ricevuto
condanne dai 9 ai 16 mesi di reclusione, anch’esse con sospensione della pena. Nel
corso dell’anno fonti non ufficiali hanno riferito della decisione dell’Italia di costruire tre
strutture di detenzione in Libia, nelle località di Gharyan, vicino a Tripoli, di Sheba, nel
deserto, e di Kufra, vicino al confine con Egitto, Sudan e Ciad. Sono stati espressi timori
che i diritti umani dei migranti potessero essere seriamente messi a rischio. La Libia non
ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati, né il suo Protocollo, e non
riconosce la presenza di rifugiati e richiedenti asilo sul suo territorio, né lo status ufficiale
dell’ACNUR.
      Brutalità della polizia
L’Italia ha continuato a non voler introdurre nel proprio codice penale il reato di tortura
così come definito dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Inoltre, non ha
adottato alcuna misura per creare un istituto nazionale indipendente per la tutela dei diritti
umani o un organo indipendente che accolga le denunce contro la polizia e ne individui le
responsabilità. Le operazioni di mantenimento dell’ordine pubblico non sono risultate in
linea con il Codice Europeo di etica per la polizia che, ad esempio, richiede agli agenti di
indossare in modo ben visibile qualche segno di identificazione, come il numero di
matricola, per far sì che possano essere individuati e chiamati a rispondere delle proprie
azioni. Sono proseguiti i processi nei confronti di agenti di polizia impegnati nelle
operazioni di controllo dell’ordine pubblico durante le manifestazioni di Napoli del marzo
2001 e del Summit G8 di Genova nel luglio 2001. E’ proseguito il processo, avviato nel
dicembre 2004, contro 31 agenti di polizia imputati per reati commessi durante la
manifestazione di Napoli, che andavano dal sequestro di persona, alle lesioni personali e
alla violenza privata. Nel mese di marzo la Procura della Repubblica di Genova ha
presentato prove di maltrattamenti verbali e fisici ai danni delle persone trattenute nella
struttura detentiva temporanea di Bolzaneto in cui, durante il Summit G8, furono condotti
più di 200 arrestati, i detenuti avevano denunciato di essere stati colpiti con schiaffi, calci,
pugni e sputi; sottoposti a minacce, anche di stupro, e insulti anche di natura sessuale e
oscena; privati di cibo, acqua e sonno per lunghi periodi. Il 16 aprile sono stati decisi 45
rinvii a giudizio per imputazioni varie nei confronti di agenti di polizia, carabinieri, agenti di
custodia e personale sanitario. Il processo è iniziato l’11 ottobre. Il 6 aprile è iniziato il
processo a carico di 28 agenti di polizia, tra cui alcuni funzionari di grado superiore,
coinvolti in una irruzione notturna in una scuola di Genova durante le manifestazioni del
2001. Nel corso del raid quasi cento persone vennero ferite e tre di esse entrarono in
coma. Gli agenti sono stati accusati di vari reati, tra cui lesioni gravi e percosse,
falsificazione e occultamento di prove, abuso d’ufficio. Nessuno è stato sospeso dal
servizio. Decine di altri agenti delle forze dell’ordine ritenuti coinvolti in aggressioni fisiche,
a quanto pare non hanno potuto essere identificati.
      Maltrattamenti nelle carceri
Negli istituti di pena non è mutata la situazione di sovraffollamento cronico e insufficienza
di personale, unita a un’alta incidenza di suicidi e atti di autolesionismo. Sono pervenute
molte segnalazioni di condizioni sanitarie carenti e di assistenza medica inadeguata e non
è diminuita l’incidenza di malattie infettive e problemi di salute mentale. Nel corso
dell’anno sono proseguiti procedimenti penali nei confronti di un gran numero di membri
del personale carcerario, relativi a maltrattamenti di singoli detenuti o, talvolta, di gruppi di
reclusi. Alcuni processi si sono contraddistinti per gli eccessivi ritardi. Le accuse si
riferivano a presunti abusi psicologici e fisici ai danni di detenuti, in alcuni casi condotti in
maniera sistematica e talvolta equivalenti a tortura.
      Monitoraggio internazionale
A gennaio il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le
donne ha reputato inadeguate le misure adottate dall’Italia per risolvere il problema della
bassa partecipazione delle donne alla vita pubblica. Il Comitato ha raccomandato che
nella legislazione pertinente sia inclusa una definizione di discriminazione contro le
donne, per allineare l’Italia alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle donne. Il 28 ottobre
il Comitato diritti umani delle Nazioni Unite, in risposta al rapporto presentato dall’Italia
sull’applicazione del Patto Internazionale sui diritti civili e politici, ha raccomandato la
creazione di un organismo nazionale indipendente per la tutela di diritti umani. Il Comitato
ha sollecitato maggiori sforzi sia per garantire che i presunti maltrattamenti compiuti da
agenti dello stato siano oggetto di indagine immediata e imparziale, sia per eliminare la
violenza domestica. Il Comitato ha anche espresso preoccupazione riguardo al diritto di
asilo e ha richiesto informazioni dettagliate in merito agli accordi di riammissione conclusi
con altri paesi, compresa la Libia. Inoltre ha sollecitato l’Italia a garantire l’indipendenza
della magistratura dal potere esecutivo e ha evidenziato le proprie preoccupazioni per il
sovraffollamento delle carceri.
      Corte penale internazionale
Nonostante l’importante ruolo svolto dall’Italia nella redazione dello Statuto di Roma della
Corte penale internazionale e la ratifica del medesimo, già avvenuta nel 1999, a fine anno
le autorità non avevano ancora promulgato norme attuative che consentirebbero di
indagare e processare presso i tribunali nazionali reati inseriti nel diritto internazionale o di
cooperare con la Corte penale internazionale nel corso delle sue inchieste. [30].


3.3 VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI IN ITALIA


3.3.1 Relazione sulle carceri italiane


      L’ordinamento penitenziario
L’ordinamento penitenziario in Italia è attualmente regolato dalla legge n. 354 del
26/07/1975 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative
della libertà” e dalle modifiche successive a tale documento legislativo. La riforma
penitenziaria del 1975 segna una storica svolta, almeno dal punto di vista dei principi
ispiratori, della legislazione sul penitenziario, poiché sostituisce definitivamente il
regolamento carcerario fascista del 1931. La riforma dell’ordinamento penitenziario del
1975 mette finalmente in pratica, dopo molti anni, un dettato costituzionale rimasto per
molto tempo inattuato: l’art. 27 della Costituzione enuncia che “le pene non possono
consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione
del condannato”. Principio basilare di questa concezione è che la pena possa e debba
essere tendenzialmente rieducativa, e cioè debba includere una serie di attività e
interventi di natura trattamentale, finalizzati al reinserimento sociale del detenuto.
L’impianto dell’ordinamento penitenziario pone alla base del trattamento i valori
dell’umanità e della dignità della persona, ai quali fa da corollario l’affermazione del
principio dell’assoluta imparzialità nei riguardi di tutti i detenuti “senza discriminazioni in
ordine di nazionalità, razza, condizioni economiche e sociali, opinioni politiche e credenze
religiose” (art. 1, 2” comma, ord. penit.) . Ai detenuti viene assicurata parità di condizioni
di vita negli istituti penitenziari (art. 3 ord. penit.) e nessuno fra essi “può avere, nei servizi
dell’istituto mansioni che comportino un potere disciplinare o consentano una posizione di
preminenza sugli altri” (art. 32, 3”comma ord. penit.) . Il rispetto per la persona si esprime
anche nella previsione per cui “i detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro
nome” (art. 1, 4”comma, ord. penit.). L’ordinamento penitenziario vigente è stato dunque
concepito e voluto dal legislatore in funzione non della sola custodia del detenuto e
neppure del mero riconoscimento del suo diritto elementare ad un trattamento conforme
alla sua qualità di persona, ma in ossequio all’art. 27 della Costituzione anche in funzione
del recupero sociale del condannato. La legge n. 354/75 è divisa in due titoli:
“Trattamento penitenziario “ e “Disposizioni relative all’organizzazione penitenziaria”. Il
primo titolo si rifà ai principi costituzionali, sia per quanto concerne le modalità detentive
(art.27 Cost.) sia per tutto quello che riguarda la libertà personale. Il concetto di
umanizzazione della pena è bene evidente nell’art. 1 comma 1 della legge che stabilisce
“il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il
rispetto della dignità della persona”. L’ultimo comma dello stesso articolo recita: “Nei
confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo
che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno al reinserimento sociale
degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto
alle specifiche condizioni dei soggetti”. Di fondamentale importanza è l’art. 4
dell’ordinamento che assicura ai detenuti e agli internati l’esercizio personale dei loro
diritti anche se si trovano in stato di interdizione legale. La riforma interviene poi sui vari
aspetti dell’istituzione carceraria quali ad esempio le spese per l’esecuzione delle pene e
delle misure di sicurezza detentive, gli edifici penitenziari, l’igiene personale, il servizio
sanitario, le attrezzature per le attività di lavoro, di istruzione e di ricreazione. Ulteriore
elemento innovativo della legge è il trattamento all’individualizzazione: si prescrive infatti
l’osservazione scientifica della personalità di ciascun detenuto così da costituire un
programma individuale utile per assegnare al detenuto il luogo in cui scontare la pena
(tipo d’istituto e sezione) esemplificato nell’articolo 13. Gli elementi del trattamento previsti
dalla riforma comprendono anche l’istruzione, il lavoro, le attività culturali, ricreative e
sportive nonché i contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia. Vi sono due
principi molto importanti nella legge: uno riguarda la discontinuità della pena con la
flessibilità dei permessi, l’altro riguarda la flessibilità della pena con la liberazione
anticipata. Nel testo della legge si parla poi di misure alternative alla detenzione che
possono consistere nell’affidamento in prova al servizio sociale, nella semilibertà o nella
detenzione domiciliare dopo aver scontato metà di determinate pene. L’affidamento in
prova al servizio sociale è regolamentato dall’articolo 47 dell’ordinamento penitenziario e
modificato dall’articolo 2 della legge n. 165 del 27/05/1998 e consiste nell’affidamento al
servizio sociale del condannato fuori dall’istituto di pena per un periodo uguale a quello
della pena da scontare. La semilibertà è regolamentata dall’articolo 48 dell’ordinamento
penitenziario e consiste nella concessione al condannato e all’internato di trascorrere
parte del giorno fuori dall’istituto di pena per partecipare alle attività lavorative, istruttive o
comunque utili al reinserimento sociale, in base ad un programma di trattamento la cui
responsabilità è affidata al direttore dell’istituto di pena. La riforma del 1975 permette ai
detenuti, al fine della rieducazione e del conseguente reinserimento sociale, di avvalersi
dell’istruzione, del lavoro, della religione, delle attività ricreative, culturali e sportive,
agevolando opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia. Un
principio importante è quello che prevede la partecipazione della comunità esterna,
l’articolo 17 infatti stabilisce che la finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli
internati deve essere perseguita sollecitando la partecipazione di privati e di istituzioni
pubbliche o private all’azione rieducativa. Inoltre esso stabilisce che tutti coloro i quali
sono interessati all’opera di risocializzazione dei detenuti sono autorizzati a frequentare
gli istituti penitenziari con il permesso del magistrato di sorveglianza, su parere favorevole
del direttore, contribuendo in tal modo a promuovere lo sviluppo dei contatti tra la
comunità carceraria e la società. L’organizzazione di tale attività è curata da una
commissione composta dal direttore dell’istituto, dagli educatori e dagli assistenti sociali,
dai rappresentanti dei detenuti e degli internati, la quale ha per altro il compito di
mantenere contatti con il mondo esterno utili al reinserimento sociale. L’articolo 19
dell’ordinamento penitenziario riguarda invece la formazione professionale intesa come
attività istruttiva parascolastica che mira a favorire il reinserimento sociale del detenuto
attraverso l’apprendimento delle tecniche per lo svolgimento di una attività produttiva. Nel
corpo dell’articolo 19 è compresa anche la possibilità di accesso alle pubblicazioni
contenute nella biblioteca che deve essere istituita presso ciascun istituto. Nella scelta dei
libri e dei periodici si deve peraltro realizzare una equilibrata rappresentazione del
pluralismo culturale esistente nella società (art.21, 2”comma). Le attività culturali sono più
specificamente menzionate nell’articolo 27 dell’ordinamento penitenziario nel quale trova
definitiva espressione la generale apertura verso tutte quelle attività che contribuiscono
all’affermazione della personalità dei detenuti. Oltre ai benefici che possono essere
concessi per la partecipazione a queste attività, importante sembra la previsione per cui “i
programmi delle attività culturali, ricreative e sportive sono articolati in modo da favorire
possibilità di espressioni differenziate” (art. 59). Nel secondo titolo della legge troviamo
tutta una serie di disposizioni relative all’organizzazione penitenziaria, le quali
intervengono in materia di istituti, di giudici di sorveglianza, di procedimento di
sorveglianza, di servizio sociale e assistenza e infine di personale penitenziario. Vengono
dunque introdotte, al fine dell’osservazione scientifica e del reinserimento sociale del
detenuto, delle figure professionali nuove all’interno dell’istituzione carceraria: agenti di
custodia preposti alla custodia del detenuto e al mantenimento dell’ordine pubblico,
educatori con il mandato preciso del trattamento rieducativo, assistenti sociali e un gruppo
di osservazione scientifica della personalità costituito da un nucleo stabile di professionisti
quali medici, specialisti, psicologi.
La prima rivisitazione dell’ordinamento penitenziario risale al 1985 quando il Ministro
Martinazzoli decise di ampliare il testo della legge num. 354/75, fu così che nacque la
legge 663/1986 che prese il nome di legge Gozzini. Tale legge ha introdotto tra le misure
alternative la detenzione domiciliare che consiste nell’esecuzione della pena nella propria
abitazione o in altro luogo di privata dimora, ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza e
accoglienza. L’art. 47 ter è stato modificato poi dalla legge num.165 del 27/05/1998 (legge
Simeone- Saraceni) che ha ampliato la possibilità di usufruire di questo beneficio. Sono
stati introdotti poi i permessi premio concessi a quei detenuti che non risultano di
particolare pericolosità sociale. Essi hanno durata non superiore ogni volta ai 15 giorni per
consentire di curare interessi affettivi, culturali e di lavoro. La durata dei permessi non può
comunque superare complessivamente i 45 giorni in ciascun anno di espiazione e
possono essere concessi a chi ha condanne non superiori a 3 anni o a chi ha già scontato
un quarto della pena. Infine la legge 663/86 ha introdotto la liberazione anticipata
applicabile a ciascun condannato la quale consiste nello sconto di 45 giorni per ogni
semestre scontato con regolare condotta. Le modifiche più recenti apportate
all’ordinamento penitenziario del 1975 derivano dalla necessità di trovare una risposta a
significativi problemi rimasti irrisolti quali il sovraffollamento e l’insufficienza delle strutture,
le condizioni sanitari, la crescente conflittualità interna, il limitato ricorso all’area penale
esterna. L’esigenza di fronteggiare il fenomeno del sovraffollamento degli istituti di pena è
alla base della legge n. 165 del 27/05/1998 la quale amplia la possibilità di fruizione delle
misure alternative, in particolar modo dell’affidamento in prova al servizio sociale per i
condannati fino a tre anni di reclusione. Il problema del sovraffollamento, che ha
comportato la frequente assenza delle principali norme di igiene, ha ispirato la legge
n.231 del 1999 la quale ha introdotto il principio dell’incompatibilità del regime carcerario
per i malati di AIDS e quelli affetti da altre gravi malattie, in ragione dei maggiori rischi di
contagio all’interno delle strutture penitenziarie. Occorre richiamare inoltre anche il
decreto legislativo n. 230 del 22/06/1999 che stabilisce principi diritti e competenze in
materia di sanità penitenziaria. I detenuti e gli internati hanno diritto, in base a tale legge,
alla prevenzione, alla diagnosi, alla cura e alla riabilitazione. Alle detenute madri è poi
rivolta la legge n. 40 dell’ 08/03/2001 che introduce la detenzione domiciliare speciale e
l’assistenza all’esterno dei figli minori. Altro ambito interessato da recenti interventi
normativi è quello del lavoro dei detenuti per agevolare il quale è stata prevista la
defiscalizzazione degli oneri contributivi a carico delle imprese dall’art. 3 della legge n.
193 del 2000. Ulteriori novità sono costituite dalla previsione dell’incremento degli organici
dell’amministrazione penitenziaria e dell’adeguamento dei profili professionali di tutto il
personale (decreto legislativo n. 146 del 21/05/2000), nonché dagli stanziamenti per
l’attuazione di un programma d’investimenti nell’edilizia penitenziaria (legge n. 388 del
23/12/2000). E’ necessario inoltre citare l’adozione del nuovo regolamento di esecuzione
dell’ordinamento penitenziario (d.p.r. 30/06/2000 n. 230) che rappresenta la più
importante realizzazione del movimento riformatore di questi anni. Il nuovo regolamento di
esecuzione si ispira espressamente alle “Regole minime per il trattamento dei detenuti”
adottate dall’ONU nel 1955 e alle “Regole penitenziarie europee” del Consigli d’Europa
del 1987. Esso è molto importante poiché ribadisce la necessità, nonché il dovere, di
umanizzare le condizioni di vita dei detenuti. A tale proposito si dispone nell’art. 1, primo e
secondo comma, che “il trattamento degli imputati sottoposti a misure privative della
libertà consiste nell’offerta d’interventi diretti a sostenere i loro interessi umani, culturali e
professionali. Il trattamento rieducativo dei condannati e degli internati è diretto inoltre a
promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali,
nonché delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo a una costruttiva
partecipazione sociale”: L’istituto penitenziario deve poi assicurare l’esistenza di luoghi di
pernottamento e di locali comuni per le attività da svolgersi durante il giorno, le singole
camere devono essere dotate di finestre che consentano il passaggio dell’aria e della
luce, di acqua calda e bidet. Massima attenzione è inoltre riservata all’alimentazione
poiché si deve tener conto oltre che delle esigenze dietetiche anche delle diverse usanze
culturali e delle prescrizioni religiose. Viene successivamente ribadito che il programma di
trattamento deve essere riferito al singolo individuo, cioè deve essere idoneo a fornire
linee guida per il recupero sociale del singolo condannato. Al problema dei detenuti
stranieri sono dedicate delle disposizioni apposite. Altro momento fondamentale è quello
dell’ingresso in istituto, in cui viene predisposto l’accertamento di eventuali maltrattamenti.
Viene inoltre data molta rilevanza agli incontri con i familiari, previsti in appositi locali o
all’aperto e si ampliano in linea generale i colloqui e le comunicazioni telefoniche con i
congiunti. In tema di collaborazione tra carcere e società esterna si dispone nell’art. 4,
d.p.r. n. 230/2000 che “alle attività di trattamento svolte negli istituti e dai centri di servizio
sociale partecipano tutti gli operatori penitenziari, secondo le rispettive competenze. Gli
interventi di ciascun operatore professionale o volontario devono contribuire alla
realizzazione di una positiva atmosfera di relazioni umane e svolgersi in una prospettiva
di integrazione e collaborazione. A tal fine, gli istituti penitenziari e i centri di servizio
sociale dislocati in ciascun ambito regionale, costituiscono un complesso operativo
unitario, i cui programmi sono organizzati e svolti con riferimento alle risorse della
comunità locale; i direttori degli istituti e dei centri di servizio sociale indicono apposite e
periodiche conferenze di servizio. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e i
provveditori regionali adottano le opportune iniziative per promuovere il coordinamento
operativo rispettivamente al livello nazionale e regionale”. [31]
Con la legge n.241 del 31/07/2006 è stato concesso il provvedimento di indulto per tutti i
reati commessi fino al 02/05/2006 puniti entro i tre anni di pena detentiva e con pene
pecuniarie non superiori a 10000 €, sole o congiunte a pene detentive. Il provvedimento
prevede anche uno sconto di tre anni per coloro che sono stati condannati ad una pena
detentiva di maggiore durata e abbiano commesso il fatto precedentemente alla data
sopraindicata. Sono esclusi dalla concessione dell’atto di clemenza i colpevoli di alcuni
reati previsti dal codice penale: associazione sovversiva, reati di terrorismo, strage,
sequestro di persona, banda armata, associazione per delinquere finalizzata alla
commissione dei delitti di cui agli art. 600, 601, 602 del codice penale, associazione di
tipo mafioso, riduzione in schiavitù, prostituzione minorile, pornografia minorile, violenza
sessuale, usura, riciclaggio, produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze
stupefacenti. Il beneficio dell’indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette,
entro cinque anni dalla data della sua entrata in vigore, un delitto non colposo per il quale
riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni. Il provvedimento nasce con
l’obiettivo esplicito di rimediare ad una situazione di sovraffollamento degli istituti
penitenziari che, a partire dagli anni ’90, ha visto aumentare progressivamente il numero
di presenze all’interno delle carceri italiane, arrivando a toccare tassi di detenzione mai
raggiunti durante l’epoca repubblicana. Tale grave indice di sovraffollamento ha
storicamente contribuito a porre dei seri interrogativi sulla legalità stessa della modalità di
esecuzione della pena nel nostro paese, così come più volte testimoniato dagli
osservatori delle associazioni non governative impegnate nella tutela dei diritti
fondamentali nel sistema penale e dagli          organismi internazionali che vigilano nella
prevenzione della tortura all’interno dell’Unione Europea. Il provvedimento nasce quindi
con l’esplicita finalità di riportare il sistema penitenziario italiano all’interno dei parametri
della legalità e di permettere condizioni di esecuzione della pena compatibili con i principi
posti a tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà. Per tale motivo il
provvedimento di clemenza coinvolge un largo numero di tipologie di reato, escludendo le
fattispecie di reato considerate più gravi, in particolare i reati connessi all’attività della
criminalità organizzata e delle associazioni terroristiche. [32].
      Statistiche sulla popolazione carceraria
Per quanto riguarda i numeri della popolazione detenuta in Italia è necessario fare una
distinzione tra la situazione al 31/07/2006, prima dell’entrata in vigore della legge n.
241/2006, e la situazione attuale, successiva all’entrata in vigore di tale legge. Secondo i
dati forniti dalla Direzione Generale di Statistica del Ministero della Giustizia il numero dei
detenuti in carcere al 31/07/2006 era pari a 60.710. Tra di essi gli imputati ammontavano
a 21.330 (cioè il 35,1%, di cui il 54,9% giudicabili, il 30,2% appellanti e il 14,9% ricorrenti),
i condannati erano 38.134 (cioè il 62,8%) e gli internati erano 1.246 (cioè il 2,1%).
Secondo i dati forniti dalla Direzione Generale di Statistica del Ministero della Giustizia il
numero dei detenuti in carcere al 30/09/2006 era pari a 38.326, al 15/11/2006 era pari a
39.176 e al 31/12/2006 era pari a 39.005. Secondo il Dipartimento dell’Amministrazione
Penitenziaria per effetto dell’indulto sono uscite dal carcere ad agosto 2006 16.658
persone, a settembre 2006 514 persone, ad ottobre 2006 292 persone, nelle prime due
settimane di novembre 2006 81 persone. In totale quindi le persone che sono uscite dal
carcere per effetto dell’indulto sono 17.455. Nel numero dei detenuti scarcerati è
compreso quello dei 1.131 detenuti in semi-libertà. I detenuti che hanno usufruito
dell’indulto per uno o più titoli di detenzione ma che sono rimasti in carcere in base ad altri
titoli detentivi sono 4.757. I soggetti per i quali erano applicate misure alternative cessate
per effetto dell’indulto sono i seguenti: 14.009 quelli affidati in prova, 3.414 quelli in
detenzione domiciliare per un totale di 17.423. I detenuti ammessi alle misure alternative
per effetto dell’indulto sono 480. I soggetti in stato di custodia cautelare rimessi in libertà
con provvedimento richiamante l’indulto sono 5.905 ad agosto 2006, 656 a settembre
2006, 493 ad ottobre 2006 e 131 nei primi quindici giorni di novembre 2006 [33]. [Fig.1-
13].
Secondo i più recenti dati forniti dall’Associazione Antigone, che svolge attività di
osservatorio e tutela dei diritti nel settore del sistema penitenziario, le persone uscite dal
carcere grazie all’indulto sono al 31/01/2007 25.563 mentre quelle uscite dalle misure
alternative sono 5.764 per un totale di 31.327. Le presenze negli istituti di pena al
31/01/2007 arrivavano a 39.663. Sempre secondo i dati pubblicati da Antigone le persone
rientrate in carcere dopo aver beneficiato delle misure di clemenza al 25/10/2006 erano
1.336 mentre secondo il Ministro della Giustizia Clemente Mastella al 15/11/2006 i
detenuti rientrati in carcere erano 1.715. Dei 1.336 rientrati in carcere secondo i dati di
Antigone 1.115 sono stati arrestati in flagranza di reato. Di questi 537 stranieri per la
mancata ottemperanza al provvedimento di espulsione al momento dell’uscita dal
carcere. Quasi tutti gli stranieri sono rientrati in carcere nelle regioni settentrionali: in
Emilia Romagna sono rientrati 77 stranieri e 42 italiani, in Toscana 82 stranieri e 39
italiani, in Veneto 37 stranieri e 22 italiani, in Lombardia 149 stranieri e 108 italiani, in
Calabria 15 stranieri e 17 italiani, in Campania 11 stranieri e 154 italiani, in Puglia 5
stranieri e 58 italiani, in Sicilia nessuno straniero e 83 italiani. L’associazione Antigone ha
infine evidenziato che l’indulto non è ancora stato applicato in maniera rilevante alle aree
penali esterne:al 30/06/2006 le persone interessate dalle misure alternative erano 37.175
di cui 24.883 in affidamento in prova al servizio sociale, 2.637 in semi-libertà e 9.655 in
detenzione domiciliare. Al 25/10/2006 solo 4.708 persone hanno visto finire le misure
alternative anticipatamente. [34].
Secondo i dati forniti dalla Direzione Generale di Statistica del Ministero della Giustizia il
numero di reati commessi in tutto il territorio nazionale nel terzo trimestre del 2005
ammontava a 474.480, quelli commessi nel terzo trimestre del 2006 sono 461.651 con un
calo di reati nel 2006 del 2,5%. Il numero d’ingressi in istituto da parte di soggetti
provenienti dalla libertà ammontava al 31/12/2006 a 90.714 di cui 47.426 italiani (cioè il
52%) e 43.288 stranieri (cioè il 48%) [33]. [Fig.1-13].
        Composizione della popolazione carceraria
Secondo i dati forniti dalla Direzione Generale di Statistica del Ministero della Giustizia
aggiornati al 31/12/2006 la popolazione carceraria si compone nel seguente modo.
a) Sesso: il 95,7% sono uomini e il 4,3% sono donne.
b) Età: il 3,3% hanno tra i 18/20 anni, l’8,5% hanno tra i 21/24 anni, il 15,5% hanno tra i
     25/29 anni, il 17,6% hanno tra i 30/34 anni, il 16,7% tra i 35/39 anni, il 13,2% tra i
     40/44 anni, il 9% tra i 45/49 anni, il 10,9% tra i 50/59 anni, il 3,4% tra i 60/69 anni, lo
     0,7% oltre 70 anni e lo 0,3% n.r.
c) Titolo di studio: gli analfabeti sono l’1,5%, i senza titolo sono il 3,8%, quelli con licenza
     elementare sono il 19,4%, quelli con licenza media inferiore sono il 35,62%, quelli con
     titolo professionale l’1,6%, quelli con licenza media superiore sono il 4,6% e quelli con
     laurea sono l’1,1%.
d) Posizione giuridica: il 39% dei detenuti sono condannati definitivi, il 4% sono internati
     e il 57% sono imputati.
e) Reati commessi: reati contro il patrimonio 28,5%, reati riguardanti la legge sulle armi
     16,9%, reati contro la persona 17%, reati riguardanti la legge sugli stupefacenti 14,9%,
     altri reati 22,7%.
f)   Presenza di stranieri: gli stranieri rappresentano il 32% sul totale dei detenuti. Il
     43,8% sono Europei, il 43,85 sono Africani, il 5,6% sono Asiatici, il 6,6% provengono
     dalle Americhe, lo 0,2% è di provenienza imprecisata [33]. [Fig.1-13].


            Gli istituti penitenziari
Gli istituti penitenziari per adulti si dividono in tre categorie: istituti di custodia cautelare (
case circondariali e mandamentali), istituti per l’ esecuzione delle pene ( case di arresto e
di reclusione), istituti per l’esecuzione delle misure di sicurezza (colonie agricole, case di
lavoro, case di cura e custodia, ospedali psichiatrici giudiziari). In Italia gli istituti di
custodia cautelare ammontano attualmente a 160, gli istituti per l’esecuzione delle pene a
37 e gli istituti per l’esecuzione delle misure di sicurezza a 8 per un totale di 205 istituti
penitenziari. La capienza regolamentare di tali istituti ammonta a 42.223 posti e i detenuti
totali al 31/12/2006 erano pari a 39.005.
Il personale che lavora presso gli istituti penitenziari si compone di personale del
compartimento ministeriale che comprende 6.957 impiegati e personale di polizia
penitenziaria composto da 42.267 addetti per un totale di 49.224 persone [33]. [Fig.1-13].
Le principali carenze strutturali degli istituti penitenziari denunciate nel rapporto 2006
dell’associazione Antigone sono le seguenti: l’89,4% dei detenuti non ha una doccia nella
propria cella, il 69,31% dei detenuti non ha acqua calda in cella, il 60% delle detenute non
ha bidet in cella, il 12% dei detenuti vive in carceri dove nelle celle il bagno non è situato
in un vano separato ed è collocato vicino al letto, l’82,6% dei detenuti vive in carceri dove
non vi sono cucine ogni 200 persone ristrette, il 55,6% dei detenuti vive in carceri dove
non sono consentiti colloqui in spazi all’aria aperta, il 29,3% dei detenuti non può
direttamente accendere le luci dall’interno della propria cella in quanto vive in camere
dove gli interruttori sono situati solo all’esterno, il 7,69% dei detenuti vive in carceri dove
nelle celle non c’è sufficiente luce naturale in quanto vi sono schermature alle finestre, il
18,4% dei detenuti vive in celle dove anche durante la notte vi è luce intensa e non c’è
luce fioca o attenuata, il 64,39% dei detenuti vive in carceri dove non c’è neanche un
mediatore culturale. [34]
Secondo i dati forniti dalla Direzione Generale di Statistica del Ministero della Giustizia
aggiornati al 31/12/2005 negli istituti penitenziari esistono 15 asili nido funzionanti mentre
le detenute madri con figli conviventi in istituto sono 64. I bambini di età inferiore ai 3 anni
presenti negli istituti penitenziari sono 64. Le detenute incinte sono 31 [33]. [Fig.1-13].
      La tutela della salute in carcere
L’art. 32 della Costituzione dispone: “La Repubblica tutela il diritto alla salute come
fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite
agli indigenti”. Il diritto alla salute di coloro che si trovano in condizione di privazione della
libertà trova quindi tutela e garanzia quale diritto inviolabile della persona. Tale tutela
avviene nel contesto sociale dove la personalità dell’individuo trova espressione e,
l’istituto penitenziario, concretizzandosi in una formazione sociale, è il luogo in cui il
detenuto esplica la propria personalità. Il servizio sanitario all’interno degli istituti
penitenziari è previsto anche dalle Regole Minime dell’ONU per il trattamento dei detenuti,
approvate il 30/08/1955 (art. 22-26) e ribadite dal Consiglio d’Europa il 19/01/1973.
L’Amministrazione penitenziaria applica le norme della legislazione italiana relative
all’assistenza sanitaria dei detenuti. Esse dettano principi e criteri organizzativi per
l’adeguamento del sistema alle esigenze della popolazione detenuta e il criterio generale
dell’integrazione tra il Servizio Sanitario Penitenziario e il Servizio Sanitario Nazionale, in
modo che l’istituzione penitenziaria possa rispondere a qualsiasi esigenza anche
avvalendosi di quello Nazionale. L’art. 11 della legge sull’Ordinamento Penitenziario (
L.354/1975), stabilisce che ogni istituto sia dotato di “servizio medico e servizio
farmaceutico rispondenti ad esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti e
degli internati e che disponga di almeno uno specialista in psichiatria”. Con le espressioni
“servizio medico” e “servizio farmaceutico” si deve intendere l’organizzazione in ogni
istituto, anche di dimensioni ridotte, di un servizio che assicuri un armadio farmaceutico,
una infermeria, attrezzature diagnostiche e cliniche e la presenza continuativa di un
medico, mentre gli istituti di maggior dimensione, dispongono di strutture sanitarie
organizzate e personale presente nell’intero arco della giornata e possono disporre di
Centri Diagnostici Terapeutici. Sempre nell’art. 11 si definiscono le attività sanitarie
interne agli istituti: l’obbligo di visita all’ingresso nella struttura, la discrezionalità di visita
medica dei detenuti indipendentemente da richiesta, la disponibilità del medico per le
visite quotidiane dei malati, l’adozione di misure per l’isolamento sanitario in caso di
malattie contagiose e nel rispetto delle norme in tema di malattia psichiatrica e salute
mentale, particolare attenzione alla tutela della salute delle detenute madri e dei loro figli.
Lo stesso art. 11 prevede che, nell’ipotesi in cui gli interventi diagnostici o terapeutici, non
possano avvenire nell’ambito dell’istituzione penitenziaria, è consentito il trasferimento del
paziente-detenuto in ospedale o in altro luogo esterno di cura. L’assistenza sanitaria può
dunque essere organizzata in “collaborazione con i servizi pubblici sanitari locali ed extra-
ospedalieri, d’intesa con la Regione e secondo gli indirizzi del Ministero della Sanità”.
Anche l’art. 7 della legge 296/1993 prevede l’istituzione di reparti ospedalieri destinati ad
ospitare i detenuti per la cura delle patologie che non possono essere affrontate in
ambiente penitenziario. L’innovazione del servizio sanitario penitenziario è iniziata nel
1992, con il raggruppamento delle attività dell’istituto penitenziario in aree individuate in
base ai diversi fini istituzionali. Tra le diverse aree è stata individuata l’area sanitaria con
l’obiettivo di adeguare il servizio al bisogno di salute psico-fisica dei detenuti e degli
internati. Il servizio infatti non può essere considerato di ausilio per il perseguimento di
altri scopi come quello della sicurezza e del trattamento, pur tenendo conto della
peculiarità del contesto. L’area sanitaria fa parte del tessuto connettivo degli istituti
penitenziari, e mediante la collaborazione e l’integrazione il fine particolare che persegue
deve confluire nel fine generale dell’istituzione carcere. L’assistenza sanitaria per i
detenuti e gli internati è assicurata in ogni struttura detentiva con la presenza di personale
medico e para-medico. All’area sanitaria appartengono le seguenti figure professionali:
medici incaricati, medici di guardia, medici specialisti, infermieri professionali e generici,
ausiliari socio-sanitari, farmacisti, personale tecnico. Considerando la diversa capienza
degli istituti penitenziari, l’Amministrazione ha organizzato tre diversi livelli di assistenza in
modo il più possibile uniforme sul territorio nazionale. Le strutture sanitarie di primo livello:
negli istituti in cui sono presenti fino a 225 detenuti, la presenza di personale sanitario è
garantita per buona parte della giornata. Le strutture sanitarie di secondo livello: negli
istituti in cui sono presenti oltre 225 detenuti, è previsto un servizio sanitario continuativo
per 24 ore al giorno. Le strutture sanitarie di terzo livello: strutture penitenziarie di grandi
dimensioni, sede anche di centri clinici, in grado di affrontare necessità mediche di
particolare    rilievo   in   taluni   casi anche   chirurgiche.   Queste    strutture   sanitarie
corrispondono ai Presidi sanitari. Le diversità delle realtà locali ha portato alla recente
istituzione di una nuova struttura: l’Unità Operativa di Sanità Penitenziaria regionale che
svolge un’azione di coordinamento, di pianificazione, di attuazione dei programmi di
intervento, di verifica dei risultati delle attività realizzate, di potenziamento dei servizi
assistenziali specifici per la popolazione detenuta mediante l’instaurazione di forme di
integrazione con le strutture del Servizio Sanitario Nazionale e i servizi socio-familiari del
territorio. [35].
       Statistiche sulle condizioni di salute in carcere
Secondo i dati forniti dalla Direzione Generale di Statistica del Ministero della Giustizia
aggiornati al 31/12/2006 i detenuti affetti da HIV sono 1.522 pari al 2,5% sul totale della
popolazione carceraria. Tra di essi il 60,1% sono asintomatici, il 28,4% sono sintomatici e
l’11,5% sono affetti da malattie indicative di AIDS. E’ importante comunque sottolineare
che il test per l’HIV è volontario e quindi tali dati potrebbero essere sottostimati.
Per quanto riguarda i tossico-dipendenti risultano essere 16.145, cioè il 26,4% sul totale
della popolazione detenuta. Gli alcool-dipendenti sono 1.496, cioè il 2,4%. I detenuti in
trattamento metadonico sono 2.043, cioè il 3,3%. [33]. [Fig.1-13].
Secondo i dati pubblicati nel dossier “Morire in carcere” realizzato dallo staff di “Ristretti
Orizzonti”, il giornale della casa di reclusione di Padova e dell’istituto femminile di
Giudecca, sono stati complessivamente 70 i detenuti morti nelle carceri italiane nel 2006.
La principale causa di decesso sono stati i suicidi (46 casi), seguiti dalle malattie (11
casi), dalle overdose (4 casi) e dagli incidenti (2 casi). In 7 casi invece le cause della
morte non sono state ancora accertate. Sempre secondo i dati del dossier “Morire in
carcere”, aggiornati al 31/12/2006, i fondi stanziati per la medicina penitenziaria nel 2006
prevedono un budget totale per l’amministrazione penitenziaria pari a 2.864.608 €, per le
spese del personale dell’amministrazione penitenziaria           2.279.035 €, per le spese di
gestione degli istituti 565.865 € e 99.000 € di spese per la medicina penitenziaria [36].
Secondo i dati contenuti nel “Rapporto sui diritti globali 2006” casa editrice Ediesse curato
da CGL, Arci, Antigone, Forum Ambientalista, Confederazione Nazionale Volontariato,
Coordinatore nazionale comunità di accoglienza, Legambiente, i dati del Ministero della
Giustizia sarebbero sottostimati. In tale rapporto sono contenuti                 i dati espressi
dall’associazione dei medici penitenziari secondo i quali il 7,5% dei detenuti sarebbe
sieropositivo, il 38% positivo al test per l’epatite c, il 50% positivo al test per l’epatite b e il
18% positivo al test della tubercolosi. Nel 57,5% delle carceri si sarebbero registrati casi
di tubercolosi e nel 66% di scabbia; il 19,83% dei detenuti sarebbero affetti da patologie
del sistema nervoso e da disturbi mentali. Il costo dell’assistenza sanitaria ripartita per
ogni detenuto è passata dai 1.846€ spesi nel 1995 agli attuali 1.607€ , contro i 1.557€ di
costo per ogni cittadino libero. Il 13% dei detenuti presenterebbe uno stato di salute
compromesso, a fronte del 7% della popolazione libera. La tossico-dipendenza
riguarderebbe il 21,54% dei detenuti, contro il 2,10% dei cittadini liberi. La spesa annua
per un detenuto tossico-dipendente ammonta a circa 1 miliardo di €, mentre la retta
pagata dalle ASL per i tossico-dipendenti in comunità terapeutiche è pari a 32/47€ al
giorno. Secondo l’Osservatorio Europeo sulle droghe inoltre sino al 21% dei detenuti che
fanno uso di sostanze stupefacenti hanno cominciato proprio in carcere. L’8-60% (a
seconda dei paesi europei) dei detenuti segnala il consumo di sostanze stupefacenti in
carcere e il 10-42% sostiene di farne un uso regolare. Circa il 20% dei detenuti soffrirebbe
di disagi psichici: il 10,25% di depressione, il 6,04% di altre patologie mentali, il 3% di
malattie neurologiche e lo 0,8% di deterioramento psicologico. Il 46% dei farmaci utilizzati
in carcere sarebbero benzodiazepine . Il 30% delle visite psichiatriche è richiesto per gli
stranieri. Le malattie epato-biliari e del pancreas affliggono il 10,9% dei detenuti (contro il
4,2% dei cittadini liberi), quelle dell’apparato digerente il 9,1% (contro il 10,1% della
popolazione). [37].
      Conclusioni
Dall’analisi dei dati finora esposti emerge una situazione di profonda crisi nell’ambito del
sistema penitenziario italiano che, è ragionevole supporre, rispecchia una condizione
analoga, se non più grave, all’interno del più vasto panorama sociale. Le norme introdotte
dalla legge 354/75 e le disposizioni successive hanno tentato di riformare e
regolamentare il sistema carcerario in maniera tale che esso non rappresentasse più una
crudele vendetta della collettività nei confronti di chi viola la legge ma piuttosto una forma
di punizione improntata a criteri di umanità, prendendo in considerazione la possibilità e la
necessità del reinserimento sociale del detenuto, dopo una opportuna opera di
rieducazione. La realtà dei fatti, purtroppo, risulta assai lontana da tali disposizioni, le
quali oggi sembrano trovare, per una serie di motivi, difficoltà di attuazione. Innanzitutto le
norme che tutelano i diritti umani fondamentali del detenuto non trovano applicazione
pratica nel contesto di istituti penitenziari sovraffollati, privi di servizi essenziali quali
docce, bidet, cucine, sistemi di illuminazione idonei e spazi sufficienti e adeguati allo
svolgimento di attività culturali, ricreative, sportive, carceri in cui dilaga la tossico-
dipendenza e si diffondono patologie quali l’AIDS, l’epatite e la tubercolosi, in cui
aumentano i suicidi e le pratiche auto-lesionistiche, in cui l’assistenza e i servizi sanitari
sono del tutto insufficienti, in cui il personale è ridotto, impreparato e spesso incline ad atti
di violenza. Per quanto riguarda il problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari
italiani si è cercato di porre rimedio prima con l’introduzione delle misure alternative al
carcere e, più recentemente, con la legge 241/06 che ha introdotto l’indulto. Nel primo
caso il fallimento dei propositi legislativi è documentato dal fatto che la popolazione
detenuta ha continuato a crescere in maniera esponenziale nel corso degli ultimi anni
(così come il numero dei reati) e tutto ciò testimonia che non solo i provvedimenti varati
hanno fallito nel loro scopo rieducativi ma soprattutto che le misure alternative create con
la finalità di umanizzare i trattamenti punitivi, rieducare i detenuti e reinserirli nella società
sono divenute il “contenitore” in cui relegare le persone reputate socialmente meno
pericolose per dare respiro alle carceri sovraffollate. Per quanto riguarda il provvedimento
dell’indulto invece esso è senz’altro riuscito a diminuire fortemente le presenze all’interno
degli istituti consentendo l’esecuzione della pena detentiva in condizioni di maggior
vivibilità ma non ha posto risoluzione a molti altri problemi critici all’interno delle carceri nè
tantomeno alle questioni di ordine socio-culturale che hanno concorso a determinare il
boom di crescita della popolazione detenuta negli ultimi decenni. Andando ad analizzare
la composizione della popolazione carceraria infatti si può capire come essa rifletta lo
specchio di una società in piena crisi economica, sociale e culturale: la netta
preponderanza delle presenze maschili, l’età media dei detenuti tra i 30-34 anni, l’alta
presenza degli stranieri, l’alta percentuale di soggetti analfabeti o con titoli di studio molto
bassi ci fanno capire come il carcere sia ormai divenuto il luogo preferenziale in cui
contenere persone socialmente svantaggiate. In una società che non è in grado di
garantire il diritto allo studio e alla formazione professionale per tutti, di creare posti di
lavoro per i giovani né per gli stranieri ai quali non resta altra opportunità che essere
reclutati dalla criminalità, ecco che il carcere diviene il luogo “ideale” per rinchiudere
questi emarginati. A mio parere quindi ai provvedimenti finora varati dovrebbero nel
prossimo futuro seguire riforme sostanziali per fronteggiare problemi sociali rilevanti quali
quello dell’immigrazione e della criminalità diffusa; l’impiego di strategie basate su una
attenta azione di prevenzione individuale e sociale, soprattutto verso quei soggetti che
risultano più esposti al contagio criminale; l’adozione di leggi efficaci e una più severa e
più rapida applicazione delle leggi esistenti; operare in modo da promuovere la giustizia
sociale e rimuovere le cause che determinano emarginazione e disoccupazione giovanile;
educare le masse ai valori della giustizia, della legalità e del lavoro onesto nell’ambito di
una più vasta opera di educazione ai diritti umani. I problemi di sanità penitenziaria che
emergono dai dati raccolti riguardano essenzialmente: la tossico-dipendenza, che
interessa gran parte della popolazione carceraria; la diffusione di patologie quali l’AIDS,
l’epatite, la tubercolosi legate sia alla tossico-dipendenza stessa ma anche al
sovraffollamento, al mancato rispetto degli standard igienici, all’uso promiscuo di oggetti
per la cura personale quali rasoi, forbici, lamette, alla pratica dei tatuaggi e ai rapporti
sessuali non protetti; l’assistenza e i servizi medico-sanitari insufficienti. Per porre rimedio
al problema della tossico-dipendenza diffusa bisognerebbe innanzi tutto organizzare validi
programmi di recupero per coloro che entrano in carcere già dipendenti; aumentare i
controlli per evitare l’ingresso e la diffusione delle sostanze stupefacenti tra i detenuti;
limitare il ricorso generoso a farmaci sedativi quali le benzodiazepine da parte del
personale sanitario; creare un contesto generale di maggior vivibilità all’interno degli
istituti penitenziari in modo tale da scoraggiare il ricorso a sostanze stupefacenti da parte
di detenuti che vivono un disagio interiore legato alla loro condizione. Riguardo alla
diffusione di patologie quali l’AIDS, l’epatite B e C, la tubercolosi è necessario ridurre il
sovraffollamento, aumentare le misure igieniche preventive in termini di maggior pulizia
dei locali e dei detenuti stessi, dotare le celle di docce, bidet, servizi igienici, scoraggiare
la pratica dei tatuaggi, evitare gli scambi di rasoi, lamette, forbici e altri oggetti per la cura
personale, fornire i farmaci necessari alla cura di tali patologie, risolvere prima di tutto il
problema già menzionato della tossico-dipendenza. Per quanto concerne l’assistenza
sanitaria è necessario un adeguamento di tutte le strutture penitenziarie alle norme che
tutelano la sanità in carcere precedentemente menzionate, garantire la presenza di
personale medico e para-medico qualificato nell’arco delle ventiquattrore, dotare le
strutture degli adeguati strumenti diagnostico-terapeutici. Per risolvere tutte le
problematiche degli istituti penitenziari finora messe in luce è ovvia la necessità dello
stanziamento di fondi adeguati, evitando i tagli ma soprattutto le speculazioni che
impediscono di fatto di migliorare lo stato attuale delle cose. Nondimeno è necessario
che, ancor prima di attuare riforme, le norme esistenti vengano applicate nel modo più
corretto ed ossequioso al fine di garantire a tutta la popolazione detenuta il rispetto dei
diritti umani fondamentali che dovrebbero comunque poter essere goduti da tutti
nell’ambito di una società civilizzata. A proposito di tutela dei diritti umani è importante
ricordare che sono attualmente in discussione alla Camera due proposte di legge, una per
l’istituzione di una Commissione nazionale sui diritti umani e l’altra per l’istituzione di un
Garante nei luoghi detentivi. La nascita della Commissione nazionale sui diritti umani è
suggerita dalle Nazioni Unite, la nascita del Garante delle persone private della libertà è
imposta dal Protocollo addizionale alla Convenzione ONU contro la tortura che l’Italia ha
firmato ma non ancora ratificato. Il Garante nei luoghi detentivi avrebbe il compito di
monitorare il rispetto dei diritti umani negli istituti penitenziari, negli ospedali psichiatrici
giudiziari, negli istituti penali, nei centri per minori, negli enti convenzionati con il Ministero
della Giustizia che ospitano persone sottoposte a misure alternative alla detenzione, nelle
camere di sicurezza presso caserme dei Carabinieri della Guardia di Finanza, nei
commissariati di Pubblica Sicurezza e nei centri di permanenza temporanea e assistenza
per stranieri. In tutti questi luoghi, la Commissione avrebbe accesso senza obbligo di
preavviso né restrizioni. In caso di inadempienza da parte delle amministrazioni
interessate da sue raccomandazioni, il Garante potrebbe rivolgersi, a seconda dei casi,
alla Magistratura di sorveglianza, al Questore o al Comandante Provinciale dei
Carabinieri, al Comandante Provinciale della Guardia di Finanza, all’autorità giudiziaria
competente. Si tratta di una legge di grande significato simbolico che va di pari passo con
un’altra proposta di legge, già approvata dalla Camera e in discussione ora a Palazzo
Madama, che riguarda l’introduzione nel codice penale del reato di tortura.




3.3.2 L’irragionevole durata dei processi in Italia


L’articolo 6 paragrafo 1 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo del 04/11/1950,
ratificata in Italia ai sensi della legge n.848/1955 sancisce il diritto ad un equo processo:
“Ciascuno ha diritto che la sua causa sia trattata equamente, pubblicamente e in un
termine ragionevole, da un tribunale indipendente e imparziale stabilito per legge, che
deciderà sia sulle contestazioni dei suoi diritti e obbligazioni di carattere civile, sia del
fondamento di tutte le accuse in materia penale dirette contro di lui”. A partire dall’agosto
1973 e fino all’aprile del 2001, il cittadino italiano che voleva ottenere la riparazione del
danno sofferto a causa della irragionevole lunghezza di un procedimento giudiziario
doveva rivolgersi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo con sede a Strasburgo, presso il
Consiglio d’Europa. La domanda a Strasburgo era presentata secondo quanto previsto
dall’articolo 35 paragrafo 1 della Convenzione: “Condizioni di ricevibilità. La Corte non può
essere adita se non dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne, quali è inteso secondo i
principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti ed entro un periodo di sei mesi a
partire dalla data della decisione interna definitiva.” Fu così che nel corso di questi anni
furono presentati migliaia di ricorsi da parte dei cittadini italiani e furono comminate
migliaia di condanne al Governo italiano da parte degli organi giurisdizionali del Consiglio
d’Europa. La Corte Europea dei diritti dell’uomo infatti aveva constatato in numerose
cause l’esistenza in Italia di una prassi contraria a quanto sancito nell’articolo 6 della
Convenzione sotto il profilo del termine non ragionevole della durata dei processi italiani.
Non solo, ma la stessa Corte avendo constatato il ripetersi di tale trasgressione, ha
ravvisato una circostanza aggravante in merito alla violazione del suddetto articolo 6.
Dopo tali condanne il Governo italiano dovette dimostrare al Consiglio d’Europa di voler
rimediare in qualche modo a tale prassi illecita e di voler riformare il proprio sistema di
giustizia. I buoni propositi dello stato italiano si possono ravvisare nella riforma dell’articolo
111 della Costituzione, dove con la legge di revisione costituzionale n. 2 del 23/11/1999 il
Parlamento italiano decise di inserire il principio dell’equo processo nella stessa
Costituzione. L’articolo 111 della Costituzione recita testualmente: “La giurisdizione si
attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel
contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La
legge ne assicura la ragionevole durata.” Al fine di rendere effettivo a livello interno il
principio del risarcimento del danno derivante all’utente della giustizia a seguito della
durata non ragionevole il Parlamento ha successivamente deliberato il 24/03/2001 la
cosiddetta legge Pinto n. 89/2001 che ha previsto che la parte che lamenti la eccessiva
durata dei processi davanti ai giudici italiani possa presentare in Italia un ricorso alla Corte
d’Appello per ottenere, a carico del Governo italiano, il risarcimento dei danni morali o
patrimoniali conseguenti alla eccessiva durata del suo processo. Il ricorso alla Corte di
Strasburgo potrà essere presentato solo dopo aver effettuato tale prassi. Questa legge
prevede anche che, per quanto riguarda i ricorsi già presentati davanti alla Corte Europea
dei diritti dell’uomo ed aventi ad oggetto la eccessiva durata dei processi e che non siano
ancora stati dichiarati ricevibili dalla stessa Corte Europea, il ricorrente deve ripresentare
lo stesso ricorso alla Corte d’Appello in Italia, entro il 18/04/2002, allegando una fotocopia
del ricorso e della documentazione già inviata alla Corte Europea precisando la data
dell’avvenuta spedizione a Strasburgo [38]. Il ricorso alla Corte d’Appello deve essere
sottoscritto da un difensore munito di procura e depositato a pena di decadenza entro sei
mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento irragionevolmente
lungo sia divenuta definitiva, cioè non più impugnabile; in alternativa esso può essere
depositato anche quando il processo sia ancora in corso, benché questo possa rendere
difficile la quantificazione della sua effettiva durata e quindi dell’ammontare della
riparazione. Nel ricorso devono essere indicati i fatti posti a fondamento della domanda: si
dovrà visionare tutta la documentazione del procedimento in questione e rilasciare al
proprio legale una procura per esaminare gli atti ed ottenere copie del fascicolo d’ufficio.
Secondo la legge, su domanda dei ricorrenti, la Corte d’Appello stessa può acquisire
d’ufficio la documentazione, è però consigliabile esaminarla in via preventiva per valutare
la fondatezza della domanda. Il ricorso deve essere proposto nei confronti del : Ministro
della Giustizia quando si tratta di processi civili e penali del giudice ordinario, Ministro della
Difesa quando si tratta di procedimenti del giudice militare, Ministro delle Finanze quando
si tratta di procedimenti del giudice tributario, Presidente del Consiglio dei Ministri negli
altri casi. Il procedimento è veloce e strutturato in modo da assicurare che la Corte si
pronunci con decreto entro quattro mesi dal deposito del ricorso: è infatti previsto un
termine breve tra la data di notifica dell’atto all’Amministrazione convenuta e quella di
fissazione dell’udienza (che non è pubblica), nella quale le parti, con i propri difensori, se
compaiono hanno diritto di essere sentite. Il decreto è impugnabile in Cassazione ed
immediatamente esecutivo, il che significa che nel caso di riconoscimento del diritto ad
una riparazione, questa potrà esigersi subito, pur se ancora pendente il termine per
impugnare. Come già accennato, nel caso di rigetto o comunque di accoglimento parziale
della domanda, esaurite le vie interne, ci si potrà rivolgere alla Corte Europea di
Strasburgo, entro sei mesi dalla data della decisione interna definitiva. La legge 89/2001
prevede che nell’accertare la violazione dei tempi ragionevoli, il giudice consideri la
complessità del caso e, in relazione ad essa, il comportamento delle parti (e degli avvocati
che le rappresentano), del giudice del procedimento, nonché quello di ogni altra autorità
che sia stata chiamata a concorrervi. La riparazione viene determinata in base alle regole
generali del nostro ordinamento, ed esclusivamente in riferimento al periodo eccedente la
ragionevole durata di un processo (in via generale, è ritenuto ragionevole un processo di
primo grado che si esaurisca in due anni). Sono risarciti perdita effettiva e mancato
guadagno che siano conseguenza immediata e diretta del ritardo. Si ha una valutazione
equitativa quando il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare.
L’eventuale comportamento negligente tenuto da colui che in seguito voglia ottenere la
riparazione, può influire negativamente sulla determinazione del danno e del ristoro. Il
danno non patrimoniale è risarcibile, oltre che con una somma di denaro, anche con
adeguate forme di pubblicità della dichiarazione di avvenuta violazione. L’accoglimento del
ricorso può inoltre comportare responsabilità e azioni disciplinari, da parte dei competenti
organi, nei confronti dei pubblici dipendenti coinvolti nel procedimento esaminato [39].
La Corte Europea dei diritti umani, riunita a Strasburgo in una Grande Camera, ha emesso
in data 29/03/2006 nove sentenze definitive di condanna a carico della Repubblica Italiana
per la eccessiva durata delle procedure davanti ai giudici nazionali. In tutte queste nove
sentenze la Corte Europea ha effettuato un controllo circa l’efficacia della legge italiana n.
89 del 24/03/2001 o legge Pinto. In tutti questi casi la Corte Europea, pronunciandosi
all’unanimità, ha concluso per la sussistenza della violazione dell’articolo 6 della
Convenzione europea dei diritti umani a causa della durata eccessiva delle singole
procedure, ponendo a carico dello Stato italiano una liquidazione supplementare rispetto a
quella riconosciuta dalle Corti d’Appello italiane nel quadro della legge Pinto. Inoltre,
essendo consapevole del rilevantissimo numero di procedure di applicazione della legge
Pinto in Italia, la Corte Europea ha emanato una direttiva rivolta allo stato italiano affinché
adotti tutte le misure di carattere generale necessarie per fare in modo che le decisioni
nazionali siano non soltanto conformi alla giurisprudenza della Corte Europea, ma che
siano condotte a termine con il relativo pagamento della equa riparazione entro i sei mesi
successivi all’inizio della procedura di riparazione. La Corte Europea ha anche sottolineato
che, malgrado il decreto delle Corti d’Appello sia immediatamente esecutivo,
l’Amministrazione pubblica italiana costringa la vittima ad intentare anche un processo
esecutivo per ottenere l’effettivo pagamento dell’indennità per l’equa riparazione. Viene
censurata anche la mancata fissazione di un termine entro il quale la Corte di Cassazione
debba pronunciarsi, allorquando venga investita del gravame sul decreto delle Corti
d’Appello. In pratica la Corte Europea ha sostanzialmente confermato le sentenze rese
dalla Camera della stessa Corte in data 10/011/2004, pur avendo riscontrato la positiva
evoluzione della giurisprudenza della Cassazione, riguardo all’applicazione della legge
Pinto. La Corte Europea ha ancora una volta espresso delle considerazioni politiche
sull’Italia, facendo un bilancio oltremodo negativo della situazione relativa alla non
efficienza della macchina della giustizia in Italia. La Corte ha concluso, che malgrado gli
interventi legislativi di riforma anche sollecitati dagli organi politici del Consiglio d’Europa,
da un punto di vista sostanziale la situazione non è sufficientemente cambiata per
rimettere in discussione la valutazione già fatta in passato dalla Corte, secondo la quale
l’accumulo di inadempimenti è certativo di una prassi sistematica e generalizzata
incompatibile con la Convenzione. La Corte auspica che lo Stato italiano possa introdurre
un meccanismo per accelerare la procedura interna dopo che si sia verificato il
superamento del termine ragionevole di durata della procedura. Resta infine confermato
l’orientamento della Corte Europea nel sottolineare ai giudici italiani il principio di
sussidiarietà per cui la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti umani deve essere
considerata come fonte di diritto primaria per gli stessi giudici nazionali [40].
Il 13/02/2007 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha effettuato un nuovo
sollecito all’Italia affinché ponga rimedio all’eccessiva durata dei processi. La sua
Risoluzione riconosce la persistente disfunzione del sistema giudiziario italiano e la
minaccia che ciò rappresenta per lo stato di diritto. Il documento ricorda che il problema
presenta caratteristiche strutturali, essendo sotto osservazione da più di venti anni. In
modo particolare, l’elevato numero di giudizi emessi dalla Corte Europea dei diritti
dell’uomo sulla cui esecuzione vigila lo stesso Comitato. Il problema corrisponde infatti a
ripetute violazioni dell’articolo 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle
libertà fondamentali. Un elenco complessivo di 2.183 casi giudiziari riportato a margine
della Risoluzione indica i procedimenti civili, penali e amministrativi interessati. La
Risoluzione riconosce peraltro lo spirito di collaborazione e la consapevolezza dimostrata
a più riprese dai massimi rappresentanti delle istituzioni italiane. Il Comitato dei Ministri
ricorda con favore la promulgazione della legge 89/2001 per il risarcimento economico da
attuare in caso di violazione dei termini ragionevoli del processo, il costante aumento delle
somme erogate e gli sforzi compiuti in vista di ulteriori riforme legislative del sistema
giudiziario. Il costante afflusso di nuovi casi e la persistente lentezza delle procedure
giudiziarie indica tuttavia la necessità di una effettiva inversione di tendenza ed una
completa e approfondita analisi per l’attuazione di una strategia complessiva. Le autorità
italiane sono quindi invitate a intraprendere azioni per coinvolgere in modo interdisciplinare
i principali attori del sistema giudiziario. I nuovi orientamenti legislativi di riforma sono
attesi entro la fine di ottobre 2007, a cura di una Commissione ministeriale ad alto livello
[41].
In conclusione si può affermare che nel 2006 la giurisprudenza della Corte Europea dei
diritti dell’uomo non appare costellata, come negli anni precedenti, di condanne dell’Italia
per la violazione della ragionevole durata del processo e ciò si deve sicuramente
all’applicazione della legge Pinto che ha previsto e regolamentato l’equa riparazione,
demandando alle Corti d’Appello i relativi accertamenti e le corrispondenti liquidazioni.
Tuttavia il problema dell’eccessiva durata dei processi italiani permane; attualmente vi
sono infatti circa 8,5 milioni di processi irrisolti tra cui 3 milioni circa sono penali e 5,5
milioni i civili. La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha già comminato all’Italia 276
condanne, per una somma di 17 milioni di euro a causa della lentezza dei processi e dei
danni che la giustizia provoca ai cittadini. Dopo l’entrata in vigore della legge Pinto che ha
trasferito alle Corti d’Appello il giudizio sui ricorsi dei cittadini, dalla Corte Europea ne sono
stati trasferiti 12 mila e sono state già comminate 700 condanne al Presidente del
Consiglio e al Ministro della Giustizia. Risulta perciò necessario attuare riforme per
cambiare le regole dei processi civili e penali. Per una riduzione dei tempi del processo,
può fare ben sperare il fatto che sin dalla conferenza stampa di fine anno il Presidente del
Consiglio abbia indicato tra le priorità il nodo della giustizia e che il Ministro della Giustizia
abbia predisposto le linee guida di una offensiva legislativa mirante a ridurre i tempi, tanto
nell’ambito penale quanto in quello civile, al fine di rispettare gli standards indicati dalla
Corte Europea, da introdurre per legge nel nostro ordinamento. Tuttavia operare riforme
nell’ambito del sistema giudiziario non basta, ma occorre contemporaneamente che gli
uffici siano forniti delle risorse necessarie, umane e materiali, essendo a tutti noto come
nell’anno appena decorso da più parti si siano levate fondate proteste per la mancanza di
fondi per supplire ad esigenze elementari, quali i computers e la loro manutenzione, gli
straordinari del personale e persino, in taluni casi, la carta per le fotocopiatrici, proteste
elevate pressoché da tutti i presidenti di Corte. L’impegno di ulteriori risorse, per quanto
necessarie, presuppone di analizzare se e in quali limiti la distribuzione di quelle esistenti
risponda alle esigenze dei singoli uffici giudiziari, anche sotto il profilo della loro
distribuzione territoriale, e se una migliore distribuzione non possa già sortire maggiori e
migliori risultati, mediante l’adozione di quei semplici provvedimenti ordinamentali resi
possibili dalla legge sulla istituzione del giudice unico di primo grado [42].
                                        CAPITOLO 4


                           LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE:
             LE PRINCIPALI VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI NEL MONDO




4.1 LA PENA DI MORTE NEL MONDO


Secondo il rapporto 2006 dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” l’evoluzione verso
l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da almeno dieci anni, si è confermata
anche nel 2005 e nei primi sei mesi del 2006. I paesi o i territori che hanno deciso di
abolirla per legge o in pratica sono oggi 142. Di questi, i paesi totalmente abolizionisti sono
90; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 10; 1 paese, la Russia, in quanto membro del
Consiglio d’ Europa è impegnato ad abolirla e, nel frattempo, attua una moratoria delle
esecuzioni; quelli che hanno introdotto una moratoria delle esecuzioni sono 5; i paesi
abolizionisti di fatto, che non eseguono cioè sentenze capitali da oltre 10 anni, sono 37. I
paesi mantenitori della pena di morte sono 54, a fronte dei 60 del 2004 e dei 61 del 2003.
La tendenza ad un abbandono della pena di morte trova conferma anche nel fatto che
diminuisce ogni anno non solo il numero dei paesi mantenitori, ma tra questi anche quello
di coloro che la praticano effettivamente. Nel 2005, solo 24 di questi paesi hanno
effettuato esecuzioni, a fronte dei 26 del 2004 e dei 30 del 2003. Di conseguenza, è
diminuito anche il numero delle esecuzioni nel mondo. Nel 2005 sono state almeno 5.494,
a fronte delle almeno 5.530 del 2004. Ancora una volta, l’Asia si è confermata essere il
continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se contiamo che
in Cina vi sono state almeno 5.000 esecuzioni, il dato complessivo del 2005 corrisponde
ad almeno 5.413 esecuzioni, in diminuzione comunque rispetto al 2004, quando erano
state registrate almeno 5.450 esecuzioni. Le Americhe sarebbero un continente
praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico paese del
continente che ha compiuto esecuzioni nel 2005: 60 le persone giustiziate (erano state 59
nel 2004 e 65 nel 2003). In Africa la pena di morte è caduta ormai in disuso:nel 2005 è
stata eseguita in soli 4 paesi- Uganda (8), Libia (6), Sudan (4), e Somalia (1)- dove sono
state registrate almeno 19 esecuzioni contro le 16 del 2004 e le 60 del 2003 effettuate in
tutto il continente. In Europa vi è una sola macchia che deturpa l’immagine del continente,
altrimenti totalmente libero dalla pena di morte: la Bielorussia che nel 2005 ha effettuato
almeno 2 esecuzioni.
Dei 54 mantenitori della pena di morte, 43 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In
questi paesi, nel 2005, sono state compiute almeno 5.420 esecuzioni, pari al 98,7% del
totale mondiale. Un paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5.000, circa il 91% del
totale mondiale; l’Iran ne ha effettuate almeno 113; l’Arabia Saudita almeno 90; la Corea
del Nord almeno 75; il Pakistan 42; il Vietnam almeno 27; la Giordania 15; Mongolia,
Uganda e Singapore 8; Kuwait e Yemen almeno 7; l’Uzbekistan 2. Molti di questi paesi
non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, per cui il numero delle
esecuzioni potrebbe essere molto più alto. [Tab.2].
La pena di morte continua ad essere considerata in Cina un segreto di stato ma nel marzo
2005, Liu Renwen, professore dell’Accademia delle Scienze Sociali cinese, ha detto che
sarebbero circa 8.000 le esecuzioni compiute ogni anno secondo una stima che circola in
ambiente accademico, frutto di informazioni ottenute da funzionari e giudici locali e che
sarebbe la più accurata tra quelle finora realizzate. Nel 2004, Chen Zhonglin, deputato al
Congresso Nazionale del Popolo per la municipalità di Chongqing, aveva reso noto che
“ogni anno in Cina vengono emesse circa 10.000 condanne a morte che vengono
immediatamente eseguite”. La sua dichiarazione era stata pubblicata dal “Quotidiano della
Gioventù Cinese” il 15 marzo 2004. Nessuno tocchi Caino ritiene che la stima più vicina
alla realtà sia, anche per il 2005, tra le 5.000 e le 10.000 esecuzioni. Il 14 marzo 2005, il
premier Wen Jiabao ha dichiarato che la Cina, pur non avendo intenzione di abolire la
pena capitale, sta attuando riforme affinché venga usata con prudenza. A questo proposito
è entrata in vigore, il 01/01/2006, una legge in base alla quale tutte le sentenze capitali
devono essere confermate dalla Corte Suprema del Popolo, come avveniva fino al 1983.
Prima di questa riforma, una gran parte delle sentenze capitali erano approvate dalle Alte
Corti delle Province, che sono 300 in tutto il paese e solo i casi più importanti arrivavano
alla Corte Suprema. La restituzione alla Corte Suprema di questo potere esclusivo,
dovrebbe portare ad una notevole riduzione del numero di esecuzioni praticate nel paese.
Il 07/01/2006, la Corte Suprema del Popolo ha comunicato di aver commutato l’11,2%
delle condanne a morte prese in esame nel 2005, senza però precisare il numero dei casi
valutati.
Nel 2005, l’Iran ha effettuato almeno 113 esecuzioni, a fronte delle 197 del 2004. Le 87
esecuzioni compiute fino al 30 giugno 2006 segnano una recrudescenza nel ricorso alla
pena capitale. I dati reali sulle esecuzioni potrebbero essere ancora più alti: le autorità non
forniscono statistiche ufficiali e i numeri riportati sono relativi alle sole notizie pubblicate dai
giornali iraniani, che evidentemente non riportano tutte le esecuzioni. Nel 2005 due donne
sono state giustiziate e 13 condannate a morte, tra loro vi sarebbero almeno due ragazze
minorenni al momento del fatto, almeno tre donne sarebbero state condannate alla
lapidazione per adulterio e il 05/06/2006 siti iraniani di lingua persiana hanno riportato la
notizia di un uomo e una donna lapidati circa tre settimane prima. L’Iran ha giustiziato
almeno 8 minorenni nel 2005, di cui 2 avevano meno di 18 anni anche al momento
dell’esecuzione, altri 8 sono stati condannati all’impiccagione. Il 13/05/2006 è avvenuta la
prima esecuzione nota di un minorenne. In Iran non c’è solo la pena di morte, secondo i
dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e
altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in
aperto contrasto con il Patto Internazionale sui diritti civili e politici che l’Iran ha ratificato.
L’Arabia Saudita ha eseguito nel 2005 almeno 90 esecuzioni, un numero tra i più alti al
mondo, sia in termini assoluti che in percentuale sulla popolazione. Nel 2004 erano state
38, il numero più basso nella storia degli ultimi anni. Il record era stato stabilito nel 1995
con 191 esecuzioni. Un drastico calo nel ricorso alla pena di morte è stato registrato nel
2006, al 26 giugno infatti erano solo 3 le esecuzioni compiute dall’inizio dell’anno. Molte
delle esecuzioni rese note sono state inflitte per omicidi, stupri e reati connessi al traffico di
droga, leggera e pesante. Ma in questi anni anche fatti che in quasi tutto il mondo non
costituiscono reato, come apostasia, stregoneria, rapporti omosessuali, si sono risolti in
Arabia Saudita con la decapitazione. Quasi i due terzi delle persone giustiziate sono
stranieri, provenienti quasi tutti dai paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia.
Spesso non sanno di essere stati condannati a morte. In molti casi, non sanno neanche
che il loro processo si è concluso. I giustiziati hanno potuto capire ciò che gli stava
accadendo solo all’ultimo momento, quando un certo numero di poliziotti ha fatto irruzione
nella cella, ha chiamato la persona per nome e l’ha trascinata fuori con la forza.
Dei 54 paesi mantenitori della pena di morte, sono 11 quelli che possiamo definire di
democrazia liberale, ciò considerando non solo il sistema politico del paese, ma anche il
sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle
regole dello stato di diritto. Le democrazie liberali che nel 2005 hanno praticato la pena di
morte sono state 5 e hanno effettuato in tutto 74 esecuzioni, pari all’1,3% del totale
mondiale: Stati Uniti (60), Mongolia (almeno 8), Taiwan (3), Indonesia (2) e Giappone (1).
Il 01/04/2006, dopo due anni di sospensione sono riprese le esecuzioni in Botswana con
l’impiccagione avvenuta in segreto di Molisane Ping. Nel 2005, non vi sono state invece
esecuzioni in India, l’altra democrazia che nel 2004 aveva compiuto 1 esecuzione.
Nel 2005, si è confermata negli Stati Uniti la tendenza in corso da 6 anni ad una
diminuzione del numero delle condanne e dei detenuti nel braccio della morte. Nonostante
nel 2005 vi sia stata una esecuzione in più rispetto al 2004 (60 contro 59), il numero
complessivo segna un calo del 39% rispetto al 1999 - anno record con 98 esecuzioni
effettuate - nella storia moderna della pena di morte in America, iniziata con la sua
reintroduzione nel 1976. Nel 2005, secondo il Death Penalty Information Centre il numero
delle sentenze capitali è rimasto lo stesso del 2004: 125, il 54% in meno rispetto al 1999
ed il numero più basso da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976. In Texas,
nella Contea di Harris, considerata la “ capitale della pena capitale” sono state pronunciate
solo 2 condanne a morte in tutto il 2005. In questi anni hanno contribuito a ridurre il
numero complessivo della popolazione dei bracci della morte sia la decisione del
governatore dell’Illinois George Ryan di commutare tutte le condanne a morte (167) che la
decisione della Corte Suprema del 01/03/2005 di abolire la pena di morte per i minorenni
all’epoca del reato. La decisione ha esonerato dai bracci della morte 75 persone. Hanno
inciso sul numero delle condanne a morte e delle esecuzioni capitali altre 2 sentenze della
Corte Suprema del 2002 che hanno stabilito, l’una l’incostituzionalità delle norme che
attribuiscono ad un giudice monocratico, anziché ad una giuria, la decisione della pena nei
casi capitali e, l’altra che l’esecuzione di condannati a morte minorati mentali è una pena
“crudele e inusuale” e per questo incostituzionale, anche se quest’ultima ha avuto un
effetto più contenuto per la tendenza dei procuratori a non riconoscere la condizione di
ritardo mentale dei condannati a morte. La vera battaglia sulla pena di morte negli Stati
Uniti si sta giocando a livello di legislature statali, dove si è continuato a discutere di
moratoria delle esecuzioni capitali o abolizione della pena di morte. In Illinois, per il sesto
anno consecutivo, è stata rispettata la moratoria delle esecuzioni. Il 31/01/2005, in Sud
Dakota la Commissione Affari Statali ha votato 10 a 3 contro una proposta di legge volta
ad abolire la pena di morte nel paese. Il 28/02/2005 la Camera dei Rappresentanti del
New Mexico ha approvato un disegno di legge che abolisce la pena di morte,
sostituendola con l’ergastolo senza condizionale. Ora il testo deve passare all’esame del
Senato, dove ci si aspetta un voto combattuto. Il 12/04/2005 la Commissione Giustizia
dell’Assemblea dello Stato di New York ha respinto con 11 voti contro 7 il progetto relativo
a una nuova legge sulla pena di morte lasciando così in vigore il blocco delle esecuzioni
stabilito nel giugno 2004 dalla Corte d’Appello di Albany. Il 15/11/2005 la Camera dei
Rappresentanti del Massachussetts con 100 voti contro 53 ha respinto una proposta di
legge del governatore repubblicano Mitt Romney che avrebbe reintrodotto la pena di morte
nello stato in cui l’ultima esecuzione è avvenuta nel 1947. Il 12/01/2006 il New Jersey è
divenuto il primo stato ad aver introdotto per legge una moratoria delle esecuzioni capitali,
quando il Governatore Richard Codey ha firmato la legge che oltre ad introdurre una
moratoria fino al 15/01/2007 istituisce una commissione di studio che dovrà presentare le
proprie conclusioni entro novembre 2006. L’8 marzo 2006 in Alabama per il secondo anno
di seguito la Commissione Giustizia del Senato ha approvato, 5 a 3, un disegno di legge
per l’istituzione di una moratoria di 3 anni ed il miglioramento delle procedure penali per
garantire che vengano eliminati i rischi di discriminazione in base alla razza sia della
vittima che dell’imputato. In controtendenza a quanto sta accadendo negli Stati Uniti, il
Connecticut ha effettuato nel 2005 la prima esecuzione dopo 45 anni. Il 29/06/2006 la
Corte Suprema degli Stati Uniti ha definito illegittimo il sistema di tribunali militari
approntato dall’amministrazione USA per processare i prigionieri di Guantanamo. Con 5
voti a 3, la Corte ha stabilito che i tribunali, creati dal Presidente USA George W. Bush
dopo gli attentati dell’11 settembre, violano la convenzione di Ginevra e le regole militari
USA.
Il 07/01/2005 il Parlamento di Taiwan ha promulgato una riforma del Codice Penale che
prevede l’abolizione graduale della pena di morte e nello stesso tempo impone norme più
rigide sulla liberazione condizionale al fine di stabilire una alternativa socialmente
accettabile in caso di abolizione. Dalle 32 esecuzioni del 1998 si è passati alle 24 del
1999, alle 17 nel 2000, alle 10 nel 2001 alle 9 nel 2002, alle 7 nel 2003 e alle 3 soltanto
effettuate nel 2004 e nel 2005.
Il Giappone mantiene il massimo riserbo sulle esecuzioni. I detenuti di solito non sono
informati sulla data della loro esecuzione fino al giorno dell’impiccagione. Poiché vengono
avvertiti dell’esecuzione solo un ora prima, non possono incontrare i parenti o presentare
un appello finale. Il Governo si limita a dichiarare il numero di detenuti giustiziati, rifiutando
perfino di rivelarne i nomi. Nel 2005 è stata giustiziata una sola persona, nel 2004 due.
L’India che nel 2004 è stata una delle quattro democrazie a compiere una esecuzione
capitale interrompendo una moratoria di fatto che durava da 9 anni, nel corso del 2005 e
dei primi mesi del 2006 ha espresso segnali incoraggianti nel senso dell’abolizione.
Il trend mondiale verso l’abolizione di diritto o di fatto della pena di morte in corso ormai da
oltre 10 anni ha trovato una decisa conferma anche nel 2005 e nei primi sei mesi del 2006.
Sei stati sono divenuti abolizionisti a vario titolo: il Tagikistan, la Liberia e le Filippine
hanno abolito totalmente la pena di morte, mentre Saint Vincent e Grenadine , Santa Lucia
e Lesotho hanno superato 10 anni senza praticare la pena capitale e quindi vanno
considerati abolizionisti di fatto. Altri 2 paesi hanno compiuto un passo in avanti nel campo
abolizionista: la Grecia e il Messico, già abolizionisti per crimini ordinari e che hanno
abolito la pena di morte in tutte le circostanze. La Moldova sta abolendo la pena di morte
dalla Costituzione. In Kirghizistan la moratoria delle esecuzioni (in vigore dal 1998) è stata
prorogata fino alla abolizione della pena di morte. Ulteriori passi verso l’abolizione o
sviluppi positivi si sono verificati in Corea del Sud, Uzbekistan, Papua Nuova Guinea,
Guatemala, Ghana, Repubblica Democratica del Congo e Zambia. Sentenze che
sanciscono l’incostituzionalità della pena di morte obbligatoria sono state pronunciate nelle
Bahamas e in Uganda.
Sul fronte opposto, nel 2005 e nei primi sei mesi del 2006, 5 stati hanno ripreso a praticare
la pena di morte dopo anni di sospensione. Nel 2005 l’Autorità Palestinese del Presidente
Abu Mazen ha ripreso le esecuzioni dei condannati a morte dopo un’interruzione di 3 anni.
Le ultime esecuzioni legali in Palestina erano state 3, avvenute nel 2002 e tutte per
omicidio. Nel luglio 2005 la Libia ha messo a morte 6 cittadini stranieri dopo 8 anni in cui
dal paese sono continuate a filtrare notizie di condanne a morte ma mai di esecuzioni. Il
01/09/2005 sono state compiute in Iraq le prime esecuzioni dalla caduta del regime di
Saddam Hussein. La pena capitale era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della
Coalizione il 09/04/2003 giorno della caduta del regime di Saddam Hussein ed era stata
ripristinata l’8 agosto 2004 dal Governo iracheno ad interim guidato da Iyad Allawi. Il
28/04/2006 la Guinea Equatoriale ha ripreso le esecuzioni che non venivano effettuate dal
1997. Il 01/04/2006 dopo due anni di sospensione sono riprese le esecuzioni in Botswana
con l’impiccagione di un uomo avvenuta in segreto. Il 13/05/2005 il Connecticut ha ripreso
le esecuzioni dopo 45 anni di sospensione di fatto.
Nel 2005 almeno 302 esecuzioni, contro le 362 dell’anno prima, sono state effettuate in 14
paesi a maggioranza musulmana, molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base ad
una stretta applicazione della Sharia. Dei 48 paesi a maggioranza musulmana nel mondo,
23 possono essere considerati a vario titolo abolizionisti, mentre i mantenitori della pena di
morte sono 25, dei quali solo 14 l’hanno praticata nel 2005. Impiccagione, decapitazione e
fucilazione sono stati i metodi con cui è stata applicata la Sharia nel 2005. Condanne a
morte tramite lapidazione sono state emesse nel 2005 solo in Nigeria e in Iran. Una donna
è stata lapidata in Afghanistan nel 2005, si è trattato di una esecuzione extra-giudiziaria
effettuata dal marito della donna a seguito di una decisione di un Mullah locale.
L’alternativa alla lapidazione, in esecuzione di sentenze capitali in base alla Sharia, può
essere l’impiccagione, la quale è preferita per gli uomini ma non risparmia le donne.
Impiccagioni in base alla Sharia sono state effettuate nel 2005 in Iran, Kuwait, Pakistan e
Sudan. L’impiccagione è spesso eseguita in pubblico e combinata a pene supplementari
come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione. E’ quel che è
accaduto in molti casi in Iran, dove le esecuzioni sono state a volte contestate dalla folla
chiamata ad assistervi. La decapitazione come metodo per eseguire sentenze in base alla
Sharia è un esclusiva dell’Arabia Saudita, il paese islamico che segue l’interpretazione più
rigida della legge islamica e che fa registrare un numero di esecuzioni tra i più alti al
mondo. La fucilazione è stata applicata nel 2005 e nel 2006 per l’esecuzione di condanne
in base alla Sharia in Pakistan, Yemen e Somalia. Secondo la legge islamica, i parenti
della vittima di un delitto possono richiedere un compenso in denaro, detto “prezzo del
sangue”, graziare l’autore del fatto o permettere che l’esecuzione della pena abbia luogo.
Casi di perdono dietro compenso in denaro si sono verificati nel 2005 e nel 2006 in Arabia
Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti.
Applicare la pena di morte a persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato
è in aperto contrasto con quanto stabilito dal Patto Internazionale sui diritti civili e politici e
dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Nel 2005 sono stati giustiziati
nel mondo almeno 11 minorenni: in Iran (8), in Sudan (2) e Pakistan (1). Nel 2006 almeno
un minorenne è stato giustiziato in Iran. Nel novembre 2005 almeno 126 persone erano
detenute nel braccio della morte in Arabia Saudita per crimini commessi prima di aver
compiuto 18 anni. Il 01/03/2005 dopo che 22 minori di 18 anni al momento del reato sono
stati giustiziati dal 1976, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionale
questa pratica. L’8 luglio 2005 il Sudan ha approvato una nuova Costituzione ad interim
che consente la pena di morte per i minori di 18 anni e il 31 agosto l’ha eseguita nei
confronti di 2 giovani. Vi sarebbero inoltre minorenni detenuti nei bracci della morte della
Repubblica Democratica del Congo, Bangladesh e dello Yemen.
Il proibizionismo sulle droghe ha dato un contributo consistente alla pratica della pena di
morte nel 2005 e nei primi mesi del 2006. Nel nome della guerra alla droga e in base a
leggi sempre più restrittive, sono state effettuate esecuzioni in Arabia Saudita, Cina,
Kuwait, Iran, Singapore e Vietnam. Condanne a morte per droga sono state pronunciate
anche in Laos, Indonesia, Malesia, Birmania, Thailandia, Sri Lanka, Bangladesh, Yemen e
Filippine. Delle 90 esecuzioni del 2005 in Arabia Saudita 18 sono state effettuate per reati
di droga.   Come accade di solito in Cina in prossimità di feste nazionali e di date
simboliche internazionali, decine di trafficanti di droga sono stati condannati a morte o
giustiziati in occasione del 26/06/2005 e 2006, Giornata Internazionale contro la droga.
Delle sette persone messe a morte in Kuwait nel 2005 due erano state condannate per
traffico di droga e un'altra persona condannata per droga è stata impiccata il 02/05/2006.
Secondo le stesse autorità molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga ma è
opinione di osservatori sui diritti umani che molti di quelli giustiziati per reati comuni, in
particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. A Singapore la pena di
morte è obbligatoria per il traffico di 15 grammi o più di eroina, 30 grammi di cocaina o 500
grammi di cannabis. Almeno due delle otto esecuzioni effettuate nel 2005 sono avvenute
per traffico di droga. Delle 27 esecuzioni riportate dai media statali in Vietnam nel 2005, 9
sono state effettuate per droga. Almeno altre 10 persone condannate per traffico di droga
sono state giustiziate nei primi sei mesi del 2006. Una direttiva della Corte Suprema del
Popolo del luglio 2001 raccomanda la pena di morte per possesso di oltre 600 grammi di
eroina.
Nel 2005 solo l’Iraq ha approvato una legge antiterrorismo. Una proposta di legge che
prevede la pena di morte per azioni terroristiche è stata presentata dal Governo del
Bahrein nell’aprile 2005, mentre in Bangladesh è all’esame del Governo un disegno di
legge che prevede l’applicazione della pena di morte e una restrizione delle libertà
pubbliche e dei diritti civili. Nel 2006 il Presidente degli Stati Uniti George Bush ha firmato
la nuova versione del Patriot Act, la legge antiterrorismo varata dopo gli attentati dell’11
settembre 2001 che scadeva il 31/12/2005. Una parte della legge prevede una
diminuzione delle garanzie di appello per i condannati a morte.
Nel 2005 e nei primi sei mesi del 2006 sono continuati in alcuni paesi gli attacchi, gli
interrogatori, le incarcerazioni e i maltrattamenti fisici nei confronti di membri di movimenti
religiosi o spirituali non autorizzati dallo Stato, in particolare in Cina, Corea del Nord e
Vietnam.
Molti paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche ufficiali sull’applicazione della
pena di morte. In Cina e Vietnam la questione è considerata per legge un segreto di stato
e le notizie di esecuzioni riportate dai giornali locali rappresentano una minima parte del
fenomeno. La pena di morte è considerata un segreto di stato anche in Bielorussia e
Uzbekistan. In questi paesi i dati disponibili su condanne a morte ed esecuzioni sono quelli
forniti da organizzazioni internazionali oppure relativi solo a notizie uscite su media statali
o dalle prigioni tramite parenti dei giustiziati. Anche qui il numero reale delle esecuzioni
potrebbe essere molto più alto. In quasi tutti i paesi autoritari, dall’Egitto all’Iran, allo
Yemen o al Sudan, dove pure non esiste segreto di stato sulla pena di morte, il Governo
non pubblica statistiche né fornisce dati ufficiali. Le sole informazioni disponibili sulle
esecuzioni sono tratte da notizie uscite su media statali che evidentemente non riportano
tutti i fatti. Ci sono poi situazioni in cui le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste e
le notizie non filtrano nemmeno dai giornali locali, E’ il caso della Corea del Nord. Vi sono
paesi infine dove le esecuzioni sono di dominio pubblico solo una volta che sono state
effettuate. I familiari, gli avvocati e gli stessi detenuti condannati a morte sono tenuti
all’oscuro del giorno in cui sarà eseguita la sentenza. E’ quel che avviene ad esempio in
Arabia Saudita e in Giappone.
I paesi che hanno deciso recentemente di passare dalla sedia elettrica, dall’impiccagione
o dalla fucilazione alla iniezione letale come metodo di esecuzione, hanno presentato il
cambio come una conquista di civiltà e un modo più umano e indolore per giustiziare i
condannati a morte. La realtà è diversa. Il 15/04/2005 la rivista scientifica The Lancet ha
divulgato una ricerca dell’Università di Miami secondo la quale la procedura seguita negli
istituti penitenziari degli Stati Uniti che applicano la pena di morte per iniezione letale
infligge sofferenze e dolori atroci ai condannati. Secondo il gruppo di ricercatori dell’Istituto
di Medicina Miller dell’Università di Miami, il modo in cui vengono praticate le iniezioni non
è in linea neppure con gli standard utilizzati dai veterinari per la soppressione degli
animali. Prima dell’iniezione del veleno che ne provocherà la morte per soffocamento, al
condannato viene oggi praticata una anestesia per ridurre al minimo il dolore fisico che
altrimenti risulterebbe particolarmente devastante. Esaminando i dati degli esami post-
mortem compiuti sul sangue di 49 carcerati uccisi in Arizona, Georgia e nella Carolina del
Nord e del Sud, i ricercatori hanno trovato in 43 casi una dose di anestetico inferiore a
quella normalmente usata per gli interventi chirurgici. In 21 casi, la concentrazione era tale
da far dire che i prigionieri potevano essere coscienti quando è stato iniettato loro il
veleno. E’ possibile che alcuni fossero del tutto svegli e dunque hanno dovuto sopportare
impotenti, senza muoversi e respirare, mentre il cianuro di potassio bruciava nelle vene.
Nel 1997 la Cina ha introdotto il metodo dell’iniezione letale e da pochi anni in molte
province sono state allestite delle unità mobili su dei furgoni opportunamente modificati
che raggiungono il luogo dell’esecuzione. Il furgone della morte è una comune camionetta
della polizia bianca e blu che attende parcheggiata davanti al tribunale che deve
pronunciare la sentenza. Al suo interno si trova un lettino che si alza e abbassa come un
tavolo operatorio. E’ collocato al centro del veicolo e c’è spazio su entrambi i lati per
l’ufficiale giudiziario, per l’esperto medico di tribunale e per uno o due poliziotti che
immobilizzano il condannato assicurandolo con delle cinghie al lettino. Una volta inserito
l’ago, un poliziotto preme un bottone e automaticamente la sostanza letale viene iniettata
nella vena. L’esecuzione può essere seguita su un monitor accanto al posto di guida ed
eventualmente registrata. Le esecuzioni possono così effettuarsi in pochi minuti dopo
l’emissione della condanna a morte, senza la necessità di trasferirsi in luoghi pubblici dove
possono verificarsi tumulti. I furgoni, che costano 48.000 € ciascuno, sono dotati di
televisione a circuito chiuso, il che permette di trasmettere in diretta l’esecuzione ai
membri locali del Congresso Nazionale del Popolo, riuniti nella camera mortuaria della
città. I furgoni per l’iniezione letale circolano in diverse province e sono considerati “sistemi
puliti e semplici “ dai funzionari cinesi. La morte con iniezione costa allo stato circa 92 €
ma è gratis per i parenti della vittima, che una volta dovevano pagare il costo della
pallottola che aveva ucciso il proprio caro. L’11 agosto 2005 il Ministero della Giustizia del
Vietnam ha presentato un progetto di legge che propone l’iniezione letale come metodo di
esecuzione alternativo alla fucilazione. Il Ministero ha detto che l’iniezione letale
aiuterebbe ad alleviare i boia dalla pressione psicologica di sparare. Il 07/06/2006 un
condannato a morte in Giappone ha proposto che l’esecuzione non avvenga più per
impiccagione ma con un’iniezione.
Nel 2005 è accaduto di nuovo che in alcuni stati la mancanza del boia abbia impedito o
ritardato l’esecuzione di condanne a morte. In Bangladesh in mancanza di boia ufficiali, si
è pensato di far ricorso a detenuti “affidabili”, a Singapore i boia non possono andare in
pensione per mancanza di sostituti, in Malesia si è pensato ad un incentivo economico.
In conclusione si può affermare che i dati numerici e i fatti politici contenuti nel rapporto
2006 di Nessuno tocchi Caino documentano la costante riduzione del numero dei paesi
che applicano la pena di morte e una disposizione sempre più favorevole dei Governi a
prendere posizione contro la pena capitale in sede internazionale [43].




4.2 LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE E GLI ABUSI SUI MINORI


Le norme che tutelano i diritti delle donne e dei minori sono contenute rispettivamente
nella Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne
(adottata nel 1979 ed entrata in vigore nel 1981) e nella Convenzione sui diritti dell’infanzia
(adottata nel 1989 ed entrata in vigore nel 1990). Tuttavia sempre più spesso tali norme
vengono violate, anche all’interno degli stati che hanno ratificato tali convenzioni.
Secondo i dati dell’OMS riportati nel rapporto “I diritti dei bambini” redatto dall’ONU ad
agosto 2006, nel 2002 53.000 bambini sono morti per omicidio nel mondo; il 20-65% dei
bambini in età scolare è stato vittima di atti di bullismo verbale o fisico; 150 milioni di
ragazze e 73 milioni di ragazzi con meno di 18 anni nel 2002 sono stati costretti ad avere
rapporti sessuali o hanno subito varie forme di violenza sessuale; 100-140 milioni di
ragazze sono state sottoposte a escissione/mutilazione dei genitali; secondo i dati
dell’UNICEF nel 2005 nell’Africa Sub-Sahariana, in Egitto e in Sudan ogni anno 3 milioni di
ragazze e donne sono vittime di escissione/mutilazione dei genitali; secondo i dati dell’OIL
nel 2004 i bambini lavoratori erano 218 milioni, di cui 126 milioni utilizzati in lavori a
rischio; nel 2000 5,7 milioni di bambini sono stati costretti a lavorare o ridotti in schiavitù;
1,8 milioni di bambini sono stati coinvolti nel giro della prostituzione e della pornografia;
1,2 milioni sono state le vittime di traffici illegali [44].
Secondo i dati del rapporto UNICEF “La condizione dell’infanzia nel mondo 2007”, oltre
200 milioni di bambini hanno subito rapporti sessuali o altre forme di violenza. 19 milioni
sono le donne che nel 2005 sono state colpite dal virus dell’HIV e 2 milioni i bambini fino ai
14 anni. Nel 2005 quasi la metà dei 39 milioni di persone affette dal virus dell’AIDS erano
donne. Un sondaggio su 24 paesi dell’Africa Sub-Sahariana ha rivelato che due terzi o più
delle ragazze non hanno una conoscenza esauriente dell’HIV: l’ignoranza e la scarsa
informazione, oltre a causare gravi conseguenze alla vita delle donne stesse, espone al
rischio di infezione i bambini, poiché i neonati possono essere infettati dalla madre sia
durante la gravidanza che durante il parto e l’allattamento. Sono altissime le cifre
riguardanti i matrimoni precoci e le gravidanze fuori dal matrimonio. Nel mondo il 36%
delle donne tra i 20 e i 24 anni si sono sposate prima di avere compiuto 18 anni,
soprattutto nell’Asia meridionale e nell’Africa Sub-Sahariana. I motivi che spingono i
genitori ad acconsentire ad un matrimonio precoce possono essere la necessità
economica o la convinzione che il matrimonio protegga le bambine dalla violenza sessuale
e dalle gravidanze fuori dal matrimonio, che allunghi l’età feconda delle bambine o
garantisca l’obbedienza nei confronti della famiglia del marito. Si stima che oltre 130
milioni di donne e bambine siano state sottoposte a mutilazioni e quindi alle relative gravi
conseguenze di salute che queste menomazioni implicano. Il rapporto dell’UNICEF
sull’infanzia è dedicato anche alla vita delle donne nel mondo in quanto l’uguaglianza di
genere è collegata al benessere dei bambini: quando le donne vivono pienamente ed
attivamente la loro vita, i bambini crescono bene. Il rapporto del 2007 intende fornire una
mappa per accelerare i progressi verso l’uguaglianza di genere attraverso l’istruzione, i
finanziamenti, la legislazione, le quote legislative, il coinvolgimento di uomini e bambini,
l’empowerment delle donne e studi e dati migliori [45].
Secondo i dati resi noti in occasione della Conferenza internazionale “Liberiamo i bambini
dalla guerra” svoltasi a Parigi il 05/02/2007 organizzata dal Governo francese e
dall’UNICEF, si calcola che in tutto il mondo siano tra 200 e 300 mila i minori, spesso
bambini di non più di 7-8 anni, impegnati dalle forze armate o da formazioni irregolari di
guerriglia in operazioni militari. I bambini vengono utilizzati come veri e propri combattenti
armati, oppure come cavie sui campi minati; vengono inviati in territorio nemico come spie,
oppure come esche. Le bambine e le ragazze sono spesso costrette alla prostituzione. Il
fatto è che, deboli come sono fisicamente e psicologicamente, i bambini sono, in molte
circostanze, dei soldati perfetti: obbedienti, incoscienti, sprezzanti di fronte ai pericoli e
disposti al fanatismo. Inoltre, nelle zone di guerra, i minori, privati della scuola e spesso
orfani dei genitori, trovano nel gruppo di un esercito organizzato o di una formazione
paramilitare, una comunità nella quale vengono accolti, accettati e gratificati. Per
moltissimi, l’accoglienza in un gruppo è l’unica speranza di sopravvivenza. I paesi in cui
sono stati registrati dalle organizzazioni umanitarie internazionali e dall’ONU i più rilevanti
fenomeni di utilizzazione di minori in operazioni militari sono almeno 13 tra cui l’Angola, la
Birmania, il Burundi, la Colombia, la Repubblica Democratica del Congo, il Libano, la
Liberia, il Nepal, la Sierra Leone, lo Sri Lanka, il Sudan e l’Uganda. Ovviamente si tratta di
un elenco assolutamente incompleto. In passato inoltre l’organizzazione internazionale
Human Rights Watch ha sollevato obiezioni anche contro gli Stati Uniti e l’Italia, giacchè
dei minorenni in tutti e due i paesi vengono ammessi all’istruzione bellica nelle accademie
militari. I dati dell’ONU per l’infanzia dicono che dal 1998 in Burundi sono stati smobilitati e
reintegrati 3.015 minori, 1.194 in Costa d’Avorio, 27.346 nella Repubblica Democratica del
Congo, 360 in Somalia, 16.400 in Sudan, 2.916 in Colombia, 5.900 nello Sri-Lanka,
20.000 in Uganda, 11.780 in Liberia, 3.200 in Angola, 4.000 in Afghanistan e 8.334 in
Sierra Leone [46].
Le violenze inflitte alle donne affondano le proprie radici in una cultura universale che
nega la parità dei diritti e considera legittimo appropriarsi con la forza del corpo femminile
per il piacere degli uomini o per fini politici. In questi ultimi decenni, un po’ ovunque nel
mondo, molte donne e molti militanti dei diritti umani hanno lottato per frenare le violenze e
ottenere una maggiore eguaglianza tra i sessi. In molti paesi hanno realizzato progressi
importanti e, sul piano internazionale, hanno modificato in modo irreversibile i termini del
dibattito sui diritti della persona. Tuttavia, a dispetto di tutte le conquiste raggiunte nel
mondo con l’affermazione dei loro diritti, le donne continuano a guadagnare meno degli
uomini, possiedono meno beni e hanno minore accesso all’istruzione, al lavoro e alla
salute. Una discriminazione largamente diffusa continua a rifiutare loro la piena parità
politica ed economica. La violenza si nutre di una discriminazione che contribuisce a
perpetuarla. Che una donna sia martirizzata in carcere, violentata dalle forze armate come
bottino di guerra, segregata in casa col terrore, tutto ciò testimonia una profonda
disuguaglianza nelle relazioni di potere tra i due sessi. Gli autori degli atti di violenza
possono essere di volta in volta ufficiali dello stato o poliziotti, guardie carcerarie o soldati,
membri di gruppi armati in lotta contro il governo. Tuttavia la maggior parte delle
aggressioni subite dalle donne nella vita quotidiana sono compiute da persone con le quali
vivono, membri della famiglia, della comunità o datori di lavoro. Amnesty International ha
denunciato innumerevoli casi di donne torturate in prigione, seguendo i conflitti armati ha
denunciato l’abuso sessuale sistematico usato come arma di guerra. Dal 1997 si occupa
delle aggressioni commesse ai danni delle donne e reclama una carta dei diritti umani per
lottare contro la violenza esercitata sulle donne, sottolineando che lo stato ha il dovere di
proteggerle dai maltrattamenti, siano essi imputabili a rappresentanti dello stato o a
singoli. Ben lontani dal fornire una adeguata protezione alle donne, la maggior parte degli
stati convivono con le violenze, le coprono o le accettano, permettendo che si perpetuino
senza ostacolarle. Ogni anno, la violenza all’interno delle famiglie e delle comunità
devasta la vita di milioni di donne. Nel giugno 2000 l’ex Segretario Generale dell’ONU Kofi
Annan, ha riconosciuto che a distanza di cinque anni dalla quarta conferenza mondiale
sulle donne, la violenza pur dichiarata illegale praticamente ovunque, nei fatti è aumentata
notevolmente. Essa si radica nella discriminazione e la rafforza. Il fallimento di uno stato
nel garantire pari opportunità nell’accesso a istruzione, casa, cibo e lavoro, oltre che ai
poteri pubblici, costituisce un altro aspetto della sua responsabilità nei confronti delle
violenze subite dalle donne. Una costante discriminazione contribuisce a rendere le donne
scarsamente partecipi dei momenti decisionali, farne ascoltare la voce a tutti i livelli di
governo è invece fondamentale per permettere loro di contribuire a scelte politiche che
sappiano contrastare le violenze e combattere la discriminazione. Le donne povere ed
emarginate sono particolarmente esposte a torture e maltrattamenti. In molti casi, scelte
politiche e comportamenti razzisti e sessisti aggravano la violenza subita e amplificano
una vulnerabilità esasperata da norme sociali e culturali che negano la parità dei diritti. I
rischi più gravi per quanto riguarda l’esposizione alla violenza da parte delle donne non
provengono da pericoli esterni ma più spesso da uomini della famiglia. La violenza
domestica è un fenomeno molto diffuso. In passato la violenza domestica contro le donne
era considerata un fatto privato. Oggi la comunità internazionale l’ha esplicitamente
riconosciuta un problema di responsabilità dello stato. Secondo le stime della Banca
Mondiale almeno il 20% delle donne di tutto il mondo è stata aggredita sessualmente o
fisicamente. Fonti ufficiali statunitensi riportano che ogni 15 secondi una donna viene
picchiata e 700.000 donne sono violentate ogni anno. Secondo alcune inchieste condotte
in India oltre il 40% delle donne sposate afferma di essere stata picchiata o aggredita
sessualmente perché il marito era scontento della cucina o della pulizia, per gelosia o per
altri pretesti di vario tipo. In Kenya tra il 1998 e il 1999 almeno 60 donne sono morte di
violenza coniugale, in Egitto il 35% ha affermato di essere stata violentata dal marito. La
violenza coniugale è una violazione del diritto all’integrità fisica. Può durare anni e
intensificarsi nel tempo, oltre ai danni immediati può provocare gravi problemi di salute a
lungo termine con ripercussioni fisiche e psicologiche [47]. Secondo uno studio pubblicato
nel 2006 dal Consiglio d’Europa tra un quarto e un quinto dell’intera popolazione femminile
negli stati membri è stato vittima di violenze fisiche almeno una volta e più del 10% ha
subito violenze sessuali. Se poi si considerano molestie, minacce e pedinamenti la
percentuale sale al 45%. Anche qui nella maggior parte dei casi gli abusi si consumano
all’interno delle mura domestiche. Se lo stato non agisce per prevenire, perseguire e
punire simili atti, dai maltrattamenti si può arrivare alla tortura [48].
La mutilazione/escissione dei genitali femminili (FGM/C) comporta la rimozione totale o
parziale o altre lesioni ai genitali femminili per motivi culturali e non di natura sanitaria. La
FGM/C viene praticata soprattutto nei paesi dell’Africa Sub-Sahariana, in Medio Oriente e
Nord Africa e in alcune parti dell’Asia Orientale e Meridionale. Secondo le stime
dell’UNICEF oltre 130 milioni di donne e bambine attualmente in vita sono state sottoposte
a tale pratica. La FGM/C può avere gravi conseguenze per la salute come il rischio che la
ferita non si rimargini, una maggiore predisposizione all’infezione da HIV, complicanze
durante il parto, malattie infiammatorie, incontinenza urinaria. L’emorragie ed infezioni in
taluni casi possono addirittura portare alla morte [45]. Secondo quanto risulta da una
statistica raccolta presso la struttura di Medicina Preventiva delle Migrazioni dell’Istituto
San Gallicano di Roma l’8% delle donne immigrate infibulate e non avrebbe sviluppato un
carcinoma della cervice uterina. Si tratterebbe di donne provenienti soprattutto
dall’America Latina e dall’Africa che a causa delle insufficienti condizioni igieniche si
contagiano con il virus HPV e sviluppano successivamente il carcinoma della cervice
uterina [49].




4.3 LA TORTURA NEI SISTEMI DI GIUSTIZIA E NELLE CARCERI
    INTERNAZIONALI


L’articolo 5 della Dichiarazione Universale dei diritti umani sancisce che:”Nessun individuo
potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o
degradanti”. La Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli,
inumane o degradanti fu adottata dalle Nazioni Unite nel 1984 ed entrò in vigore nel 1987;
l’articolo 1 di tale Convenzione definisce tortura “qualsiasi atto con il quale sono inflitti ad
una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di
ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un
atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di
intimidirla o esercitare pressioni su di lei o di intimidire o esercitare pressioni su una terza
persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione,
qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi
altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo
consenso espresso o tacito”. Il Protocollo di Istanbul, stilato nell’agosto 1999 su iniziativa
di oltre 75 medici legali, psicologi, avvocati ed esperti di diritti umani in rappresentanza di
40 organizzazioni e istituzioni di 15 paesi, raccoglie le linee guida ed elabora gli standard
minimi di comportamento che gli stati, i singoli cittadini e in prima fila i medici, devono
adottare nei confronti di torture e maltrattamenti denunciati o sospettati. Tale Protocollo è
la prima raccolta di linee guida internazionali per la documentazione della tortura e delle
sue conseguenze. Esso è divenuto un documento ufficiale delle Nazioni Unite nel 1999. Il
Protocollo di Istanbul è concepito con lo scopo di fornire una raccolta di linee guida
internazionali per la valutazione di persone che hanno subito tortura, per indagare su casi
di presunti o accertati maltrattamenti e torture, stilare rapporti e perizie utili ai fini
investigativi e giudiziari [50]. La Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri del
1955 vieta espressamente il ricorso alla tortura o ad altri tipi di maltrattamenti nell’ambito
di tutti i conflitti. Nonostante la presenza di tali normative internazionali, Amnesty
International nel 2003 ha registrato casi di tortura e maltrattamenti da parte di forze di
sicurezza, agenti di polizia e altri organi dello stato in ben 132 paesi. La tortura è una
violazione dei diritti umani vietata, dunque, ma non impedita. Secondo AI in 132 paesi del
mondo si tortura per estorcere confessioni, punire reali o presunti colpevoli di reati,
imporre disciplina o supremazia psicologica, seminare il terrore. La tortura è, dal punto di
vista di chi la usa, un metodo estremamente efficace: anche quando non uccide, incute
paura e annichilisce. Il suo obiettivo ultimo non è la morte della vittima ma il suo
annientamento come essere umano, l’annullamento della sua personalità, dignità,
individualità. Non a caso, le conseguenze psicologiche e sociali della tortura sono ben più
profonde e difficili da cancellare di quelle fisiche. La tortura esiste perché fa parte di un
vero e proprio “sistema”, fatto di azioni (l’ordine di torturare, la “formazione”del torturatore,
l’atto della tortura, la supervisione da parte di un medico) e di omissioni (la negazione delle
responsabilità, le mancate indagini, l’assenza di punizioni) e reso possibile da una parola
chiave: impunità, ovvero quel meccanismo per cui i responsabili della tortura non vengono
puniti e le vittime della tortura non ottengono giustizia. Dal 2000 Amnesty International
porta avanti una campagna mondiale contro la tortura, per denunciare e fermare questa
violazione dei diritti umani, ribadendo lo slogan “Non sopportiamo la tortura!”. AI ha
documentato che torture e maltrattamenti inflitti da agenti di stato sono stati riscontrati in
oltre 130 paesi, in più di 70 sono assai diffusi, in oltre 80 paesi le torture hanno provocato
morti. Oggigiorno la tortura continua ad essere praticata e non è limitata a dittature militari
o a regimi autoritari ma è inflitta anche in stati democratici. Vittime della tortura sono
presunti criminali e prigionieri politici, dissidenti ed emarginati, persone perseguitate per il
loro credo o per le proprie opinioni, donne e uomini, adulti e bambini. La ricerca di AI
sembra suggerire che le vittime di tortura, da parte di agenti di polizia, sono soprattutto
delinquenti comuni, veri o presunti. Sono state registrate torture e maltrattamenti anche
contro prigionieri politici in oltre 70 paesi e contro dimostranti non violenti in 60. La ricerca
di AI rivela come le percosse siano ampiamente il metodo di tortura più diffuso tra gli
agenti di polizia in oltre 130 paesi,. Le percosse vengono inflitte con pugni, bastoni, calci di
pistola, fruste improvvisate, tubi di ferro, mazze da baseball, fili elettrici. Le vittime
patiscono contusioni, emorragie interne, fratture di ossa, perdita di denti, danni ad organi
vitali, molti perdono la vita. Lo stupro rappresenta la forma di tortura riservata alle donne.
Tra gli altri metodi di tortura più comuni, c’è l’elettroshock (accertato in 40 paesi),
sospensione del corpo (oltre 40 paesi), colpi di bastone sulla pianta dei piedi (oltre 30
paesi), soffocamento (oltre 30 paesi), finte esecuzioni e minacce di morte (oltre 50 paesi),
detenzioni in isolamento prolungate (oltre 50 paesi) e altri metodi quali l’immersione in
acqua, lo spegnimento di sigarette sul corpo, la privazione del sonno e delle funzioni
sensitive, cinture elettriche. Recentemente la tecnologia si è inserita nel settore della
tortura con la produzione di strumenti “hi-tech” che non rendono più necessario il contatto
diretto tra il torturatore e la sua vittima: basta azionare un telecomando a distanza per
scaricare elettricità sul corpo di un detenuto. Uno degli aspetti più spregevoli della tortura
moderna è proprio che essa rappresenta un ottimo business. Sono sempre più numerose
le aziende che producono, pubblicizzano ed esportano strumenti di tortura: ceppi e
manette, manganelli elettrici, spray urticanti, schiume, pistole elettriche, cinture elettriche,
sedie da immobilizzazione. Il mercato globale della tortura comprende un flusso continuo
di denaro e strumenti attraverso molti paesi. Negli ultimi anni i prodotti più richiesti sono
stati gli strumenti per l’elettroshock. Negli anni ’90 l’elettroshock è stato effettuato in
carceri, centri di detenzione e stazioni di polizia in oltre 60 paesi. In almeno 20 paesi sono
stati usati bastoni e pistole appositamente costruiti per essere usati su esseri umani. Più di
120 imprese in 22 paesi sono coinvolte nella produzione, nella vendita, nella diffusione e
nella fornitura di simili equipaggiamenti. Le cinture elettriche sono largamente usate sui
detenuti negli USA e possono essere azionate a distanza di 300 piedi. Queste cinture
rilasciano scariche di 50 mila Volt della durata di 8 secondi che inibiscono i movimenti e
procurano dolore molto intenso. La tortura moderna tende, comunque, sempre più a “non
far male”, o meglio a provocare un male difficile da scoprire in un’aula di tribunale o ad un
esame medico: basti pensare alle innumerevoli forme di deprivazione sensoriale (uso di
bende e cappucci, isolamento fisico e acustico) e alle perverse manifestazioni di dominio
psicologico (costringere un prigioniero a stare in piedi per ore, privarlo del sonno, del cibo
o dell’acqua, esporlo a temperature estreme o a musica assordante, inscenare una finta
esecuzione, minacciare di stupro sua moglie o sua figlia) utilizzate nel corso degli
interrogatori per abbattere la resistenza e distruggere l’identità delle vittime della tortura.
Tutti questi metodi, anche se non lasciano tracce durevoli sul fisico, possono provocare
danni psicologici che si protraggono anche per molti anni o addirittura per sempre. La
privazione del sonno porta ad una menomazione delle capacità conoscitive, ivi compresi
deficit   dell’attenzione   e   indebolimento   della   memoria,    del   ragionamento,   della
comunicazione verbale e della capacità di prendere decisioni. Gli effetti di un prolungato
isolamento possono essere particolarmente devastanti e procurare incapacità di pensare e
concentrarsi, nonché disorientamento, allucinazioni, depressione e altri gravi problemi di
salute mentale, fino all’auto lesionismo e al tentativo di suicidio [51]. [Tab.3].
Physicians for Human Rights ha pubblicato nel 2004 un rapporto completo di 135 pagine
in cui sono raccolte le prove in base alle quali la tortura psicologica è sistematicamente
utilizzata negli interrogatori dei detenuti in Iraq, Afghanistan e Guantanamo. Lo scopo
dell’accurato e documentato lavoro dell’organizzazione è sottolineare non solo le pratiche
messe in atto, ormai più volte e da più voci segnalate, ma soprattutto le conseguenze a
lungo termine di tali violenze psicologiche sulla salute dei torturati e sulla loro vita futura.
Le tecniche utilizzate comprendono l’isolamento prolungato, la privazione di sonno,
l’obbligo di spogliarsi e rimanere nudi, l’utilizzo di cani per incutere timore, le umiliazioni
sessuali e culturali, le finte esecuzioni capitali, le minacce di violenza e morte nei confronti
dei detenuti stessi o dei loro cari. Tutte queste pratiche comportano conseguenze sulla
salute dei prigionieri che le subiscono, anche a lungo termine. Diversi studi hanno infatti
rivelato come, a seguito di violenze psicologiche, i torturati sperimentino anche a distanza
di tempo disturbi di memoria, depressione grave, disturbi fisici come cefalea e rachialgia,
incubi, sensazione di vergogna e umiliazione, ridotta capacità di concentrazione. Secondo
fonti di PHR a conoscenza delle condizioni a Guantanamo, i detenuti manifesterebbero
eloquio incoerente, disorientamento, manie e paranoie. L’organizzazione sottolinea quindi
le possibili conseguenze trattamento per trattamento. L’isolamento, anche breve, causa
difficoltà di concentrazione e di pensiero, ansia, disorientamento spaziale e temporale,
allucinazioni e perdita della capacità di movimento. La privazione di sonno può dare
disturbi di memoria, di apprendimento e di ragionamento logico, oltre a possibile
ipertensione e malattia cardiovascolare. Le vittime di torture sessuali portano sempre con
loro il marchio di quanto hanno subito. Le umiliazioni sessuali sono spesso causa del
Disturbo Post-Traumatico da Stress, di depressione e di disturbi fisici di vario tipo (cefalea,
disturbi dell’appetito e digestivi), inoltre, a meno di forti convinzioni religiose che lo vietino,
possono anche portare al suicidio. Nonostante le denunce e la scoperta delle violazioni e
degli abusi a carico dei detenuti a Guantanamo, in Iraq e in Afghanistan, è amara la
conclusione del rapporto di PHR, che sottolinea come la diffusione e la dimensione reale
dell’utilizzo di torture psicologiche rimanga sconosciuta e ci siano forti indizi sul fatto che
siano tuttora utilizzate [52].
I casi più eclatanti di tortura e violazioni dei diritti umani, recentemente denunciati dalle
organizzazioni internazionali e pubblicizzati dalla stampa, riguardano le carceri statunitensi
di Guantanamo, Abu Ghraib (Iraq) e in Afghanistan. L’11 gennaio 2002 i primi prigionieri
catturati in Afghanistan e in Pakistan fecero il loro ingresso in quello che allora si chiamava
Camp X-ray e ora è invece Camp Delta, nella base militare statunitense di Guantanamo,
Cuba. 116 chilometri quadrati che gli Stati Uniti hanno ricavato sull’isola caraibica dopo la
guerra contro la Spagna del 1898. Vi sarebbero attualmente detenute, secondo stime non
ufficiali, oltre 500 persone che il governo americano riterrebbe collegate ad attività
terroristiche. Solo per 10 di queste persone è stato formalizzato un capo di imputazione
con conseguente rinvio a giudizio. La maggior parte di questi detenuti vive in gabbie
metalliche singole di circa 2 metri per 3, il minimo indispensabile per contenere una
cuccetta metallica dove dormire, un rubinetto e un gabinetto. Questo è il trattamento
standard, ma a seconda della condotta tenuta e della disponibilità a collaborare con i
militari americani, il livello di decenza della prigionia sale fino all’alloggio in una specie di
dormitorio dove si è liberi di incontrarsi con gli altri detenuti. C’è anche una sezione
speciale riservata ai minorenni prigionieri nella base. I reclusi nella base militare sono
praticamente isolati dal resto del mondo: possono parlare solo con i militari americani e
con i membri della Croce Rossa Internazionale, l’unica organizzazione a cui è concesso
visitarli. Circa le modalità di funzionamento della parte carceraria della base, si sono levate
polemiche riguardo alle condizioni di reclusione e l’effettivo status giuridico dei reclusi. Da
parte di alcuni osservatori si sostiene infatti che i reclusi non sarebbero classificati dal
Governo USA come prigionieri di guerra, né come imputati di reati ordinari (il che potrebbe
garantire loro processi e garanzie ordinarie), ma sarebbero invece ristretti come detenuti
senza dichiarato titolo. La questione ruota intorno al riconoscimento dello status di
prigionieri di guerra garantito dalla terza Convenzione di Ginevra. L’amministrazione USA
non si ritiene obbligata a concederlo, perché considera i detenuti “nemici combattenti fuori
legge”, una definizione non contemplata dal diritto internazionale. Le organizzazioni
umanitarie come Amnesty International e Human Rights Watch chiedono che ai prigionieri
siano almeno concessi i diritti degli altri detenuti nelle carceri americane. Il governo USA
risponde sostenendo che Guantanamo, pur essendo una sua base militare, non si trova
sul territorio statunitense e quindi non è tenuta ad applicare nessuna delle leggi che
valgono nei 50 stati dell’unione. Il disaccordo è totale. Amnesty International nel rapporto
2006 riporta che i Tribunali di revisione dello status di combattente istituiti dal governo nel
2004, hanno reso noto nel marzo 2004 che il 93% dei 554 detenuti esaminati erano da
considerarsi a tutti gli effetti “combattenti nemici”. I detenuti non avevano un
rappresentante legale e molti di loro hanno rinunciato a partecipare alle udienze dei
Tribunali, che potevano avvalersi di prove segrete e testimonianze estorte sotto tortura.
Nell’agosto 2005 un imprecisato numero di reclusi ha ripreso lo sciopero della fame già
iniziato a giugno per protestare contro la perdurante mancanza di accesso ad una corte
indipendente e contro le dure condizioni di detenzione, che sarebbero state caratterizzate
da violenze e pestaggi. Più di 200 detenuti avrebbero partecipato almeno ad una fase
della protesta. Diversi detenuti hanno denunciato di essere stati vittime di aggressioni
fisiche e verbali e di venire alimentati a forza: alcuni hanno riportato lesioni causate
dall’inserimento brutale di cannule e tubi nel naso. Il governo ha negato qualsiasi
maltrattamento. A novembre 2005 tre esperti in diritti umani delle Nazioni Unite hanno
declinato l’offerta di visitare la base di Guantanamo presentata dal governo degli Stati
Uniti, poiché quest’ultimo aveva posto restrizioni contrastanti con quanto normalmente
stabilito dagli standard internazionali sulle ispezioni di questo tipo [53].
La prigione di Abu Ghraib è l’istituto di detenzione situato nella omonima città in Iraq, al
centro dall’aprile del 2004 di una storia di sevizie e umiliazioni ai danni di detenuti iracheni
compiute da parte di soldati statunitensi e britannici in servizio in quel carcere. Si estende
su di una superficie di circa 115 ettari, con 24 torri di guardia. La celle misurano
approssimativamente 4x4 metri e possono occupare fino a 40 detenuti ciascuna. La
vicenda della prigione di Abu Ghraib è venuta alla luce intorno alla fine di aprile del 2004
quando le cronache internazionali hanno iniziato a riferire di umiliazioni e torture che
venivano compiute su detenuti iracheni da parte di soldati statunitensi della Forza di
Coalizione. E’ stato in particolare un rotocalco televisivo americano, “60 Minutes” a
diffondere inizialmente con un proprio reportage la storia di abusi ed umiliazioni ai danni
dei reclusi. Sui media di tutto il mondo sono così iniziate a circolare le crude immagini
degli abusi. Lo scandalo si è allargato fino a coinvolgere anche soldati del Regno Unito.
Numerose sono state le proteste che si sono elevate dalla comunità internazionale per
bocca di diverse organizzazioni umanitarie. Secondo un rapporto della Croce Rossa
Internazionale le autorità statunitensi erano al corrente dell’accaduto fin dalla primavera
del 2003, motivo per il quale l’amministrazione Bush ha dovuto esprimere davanti alla
nazione e alla comunità internazionale pubbliche scuse per l’accaduto [54]. Nel “Rapporto
sul trattamento da parte delle Forze della Coalizione dei prigionieri di guerra e altre
persone sotto tutela in Iraq” il Comitato Internazionale della Croce Rossa attira l’attenzione
delle Forze della Coalizione su un certo numero di gravi violazioni del diritto umanitario
internazionale. Queste violazioni sono state documentate e spesso osservate durante la
visita a prigionieri di guerra, detenuti civili ed altre persone tutelate dalle Convenzioni di
Ginevra in Iraq tra i mesi di marzo e novembre 2003. Durante le sue visite nei luoghi di
reclusione delle forze di coalizione, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha
raccolto delle accuse precise durante colloqui privati con i prigionieri, in relazione al
trattamento delle persone sotto tutela ricevuto durante la loro cattura, l’arresto, il
trasferimento, la reclusione e l’interrogatorio. Le violazioni principali descritte nel presente
rapporto includono: violenza nei confronti delle persone tutelate al momento della cattura e
della custodia preventiva, che spesso hanno causato il loro decesso o gravi ferite;
mancata notifica dell’arresto dei prigionieri ai loro familiari; coercizione fisica o psicologica
durante gli interrogatori per strappare informazioni; prolungata reclusione in isolamento in
celle senza luce naturale; utilizzo eccessivo e sproporzionato della forza contro prigionieri
che ha causato il decesso o il ferimento durante il loro periodo di reclusione; sequestro e
confisca di beni personali appartenenti ai prigionieri; esposizione dei prigionieri a mansioni
pericolose; custodia dei prigionieri in luoghi pericolosi, nei quali non erano al riparo dai
bombardamenti [55].
La situazione nelle carceri statunitensi in Afghanistan risulta essere la medesima:
prigionieri di guerra torturati dai soldati statunitensi.
Amnesty International nell’ambito della sua campagna contro la tortura ha raccolto e
documentato i più comuni metodi di interrogatorio e le pratiche detentive adottate ed
autorizzate dal governo USA nell’ambito della cosiddetta “guerra al terrore” ingaggiata dal
governo statunitense dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Tali pratiche
comprenderebbero: sequestro di persona, far camminare a piedi nudi sul filo spinato,
bendare gli occhi, bruciature di sigaretta, manipolazione della dieta, privazione di acqua e
cibo, incappucciamento, insulti ed umiliazioni a sfondo razziale o religioso, privazione
sensoriale, molestie sessuali, minacce, negazione di cure mediche, e molte altre [51].




4.3.1 I medici e la tortura


L’etica della professione medica impone di rifiutarsi di assistere o assecondare chi pratica
la tortura. Le prese di posizione formali contro la tortura e, più in particolare sugli obblighi
della professione medica in questo contesto, sono numerose. Fra le più significative figura
senz’altro la dichiarazione di Tokyo del 1975 dell’Associazione medica mondiale che ha
fissato una serie di raccomandazioni per i medici, fra cui spiccano:
      Il medico non deve permettere o perdonare la pratica della tortura e altre procedure
       crudeli, degradanti o disumane, né partecipare ad esse;
      Il medico non deve fornire né i locali, né gli strumenti, né sostanze o conoscenze
       che facilitino la pratica della tortura, o riducano la capacità della vittima di resistere
       a simili trattamenti;
      Il medico non deve essere presente nel corso di qualsiasi procedura durante la
       quale venga usata o minacciata la tortura;
      Un medico deve avere completa indipendenza clinica nel decidere sulla cura di una
       persona di cui ha responsabilità.
L’etica della professione medica in tempo di guerra dovrebbe essere identica all’etica della
professione medica in tempo di pace. Può sembrare ovvio, ma i delegati dell’Associazione
medica mondiale (WMA) provenienti da 40 paesi, hanno ritenuto opportuno ribadirlo il
09/10/2004 a Tokyo nel corso dell’Assemblea Generale annuale. “Non è etico per gli
operatori sanitari fornire consigli o mettere in atto procedure che non siano giustificabili per
la cura del paziente o che indeboliscano la forza fisica o mentale di un uomo, in assenza
di una giustificazione terapeutica”, si legge nel comunicato dell’Associazione medica
mondiale, che ribadisce ancora una volta quanto già detto nel 1975 a Tokyo. Le recenti
cronache sulle torture nella prigione irachena di Abu Ghraib e sul silenzio e la possibile
connivenza dei professionisti della salute in quello che stava accadendo continuano ad
occupare il mondo medico e le pagine delle riviste di settore, a porre interrogativi sugli
obblighi dei sanitari inseriti in un corpo militare. La WMA ribadisce che la salute del
paziente, chiunque esso sia, da qualunque parte stia, viene prima di tutto fra i doveri del
medico. “L’operatore sanitario deve fornire sempre le cure necessarie imparzialmente e
senza discriminazione di credo, origine etnica, sesso, nazionalità, affiliazione politica,
razza, orientamento sessuale o stato sociale”. Non solo, la WMA afferma anche che è
necessario che tutti cooperino, governanti, forze armate e chiunque sia in una posizione di
potere, affinché i medici possano prestare assistenza a chiunque abbia bisogno in
situazioni di conflitto armato. Tale monito della WMA fa seguito alla pubblicazione di due
articoli nel luglio / agosto del 2004 sulle autorevoli riviste medico scientifiche New England
Journal of Medicine e Lancet. Il New England Journal of Medicine ha pubblicato alla fine di
luglio 2004 un articolo a firma di Robert Jay Lifton, psichiatra della Harvard Medical School
di Boston, sui medici e la tortura: vi si affermava che vi erano prove sempre maggiori della
complicità di medici ed infermieri statunitensi nelle torture e in altri atti illegali in Iraq,
Afghanistan e Guantanamo. Lifton affermava allora che non vi erano notizie sul grado di
coinvolgimento medico nel ritardo o nella falsificazione dei certificati di morte di prigionieri
uccisi dalle torture, cosa che invece ora appare essere confermata. Lifton riporta articoli
usciti in maggio e giugno 2004 su diverse testate ad ampia diffusione, tra cui il New York
Times e il Washington Post, dove la denuncia di abusi con la complicità dei sanitari era già
stata pubblicata. Lifton nel suo scritto affronta anche la questione dei doveri dei medici
militari, potenzialmente soggetti a conflitti morali fra l’etica professionale e la gerarchia
militare, portando avanti una analisi sui contesti in cui si verificano e si sono verificate tali
connivenze e di come i medici ad Abu Ghraib si siano trovati in una “situazione che
produce atrocità”. Sulla rivista Lancet vengono invece ribaditi i principi sanciti dalla WMA
nel 1975 a Tokyo e in più vengono riportate indagini condotte in ambito militare dalle quali
è emerso che alcuni medici militari statunitensi avrebbero partecipato, coperto o
semplicemente ignorato trattamenti degradanti ed abusi sui prigionieri, si sarebbero
prestati per false certificazioni di morte, avrebbero messo a punto sofisticate tecniche di
torture fisiche e psicologiche.
L’etica medica in regime di guerra o tirannia era già stata oggetto di un editoriale e di una
ricerca pubblicate a marzo 2004 sulla rivista dell’American Medical Association: la ricerca,
condotta dal gruppo Physicians for Human Right, ha indagato la partecipazione dei medici
agli abusi e alle violenze perpetrate in Iraq sotto Saddam Hussein, e gli autori,
commentando i dati raccolti da circa un centinaio di sanitari, hanno sottolineato
l’importanza di una rete di aiuto per i medici coinvolti, affinché si sentano appoggiati e
sostenuti nell’opporsi a tali pratiche.
In conclusione si può affermare che il medico non solo dovrebbe sottostare alle leggi
internazionali che vietano l’esercizio della tortura, come è del resto per tutti i cittadini, ma
ancor prima non dovrebbe in nessun caso venire meno ai propri impegni assunti con il
giuramento di Ippocrate. All’inizio della sua carriera professionale infatti il medico giura di:
“perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica
dell’uomo e il sollievo della sofferenza”, “di non compiere mai atti idonei a provocare
deliberatamente la morte di un paziente”, “di curare tutti i pazienti con eguale scrupolo e
impegno indipendentemente dai sentimenti che essi ispirano e prescindendo da ogni
differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica”, “di
prestare assistenza di urgenza a qualsiasi infermo ne abbisogni” [56]. Contravvenire a tali
principi è un atto deplorevole e senza alcun dubbio da condannare perché ogni medico ha
il dovere di garantire a tutti le stesse cure e mettere sempre in primo piano il rispetto del
diritto alla salute.
Tab. 1 : Sistemi Universali e Regionali per i diritti umani [8]
LA PENA DI MORTE NEL MONDO (al 2 gennaio 2007, a cura di: Nessuno tocchi Caino)

Abolizionisti: 89
   Andorra, Angola, Armenia, Australia, Austria, Azerbaigian, Belgio, Bermuda*, Bhutan, Bolivia, Bosnia-
Erzegovina, Bulgaria, Cambogia, Canada, Capo Verde, Cipro, Città del Vaticano*, Colombia, Costa d’Avorio,
Costarica, Croazia, Danimarca, Ecuador, Estonia, Filippine, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Gibuti,
Grecia, Guinea Bissau, Haiti, Honduras, Irlanda, Islanda, Isole Marshall, Isole Salomone, Italia, Kiribati, Liberia,
Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Macedonia (Ex Repubblica Iugoslava di), Malta, Mauritius, Messico,
Micronesia (Stati Federati della), Moldova, Monaco, Mozambico, Namibia, Nepal, Nicaragua, Norvegia, Nuova
Zelanda, Paesi Bassi, Palau, Panama, Paraguay, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Repubblica
Dominicana, Romania, Samoa, San Marino, São Tomé e Principe, Senegal, Serbia e Montenegro**, Seychelles,
Slovacchia, Slovenia, Spagna, Sudafrica, Svezia, Svizzera, Tagikistan, Timor Est, Turchia, Turkmenistan, Tuvalu,
Ucraina, Ungheria, Uruguay, Vanuatu, Venezuela.

Abolizionisti per crimini ordinari: 10
  Albania, Argentina, Brasile, Cile, El Salvador, Figi, Isole Cook*, Israele, Lettonia, Perù.

Abolizionisti di fatto (non eseguono sentenze capitali da almeno 10 anni): 37
   Antigua e Barbuda (1991), Barbados (1984), Belize (1985), Benin (1993), Birmania (1988), Brunei Darussalam
(1957), Burkina Faso (1988), Camerun (1988), Congo (1982), Dominica (1986), Eritrea (non risultano esecuzioni
dall’indipendenza del paese nel 1993), Gabon (1979), Gambia (1981), Ghana (1993), Giamaica (1988), Grenada
(1985), Kenia (1987), Laos (1989), Lesotho (1995), Madagascar (1958), Malawi (1992), Maldive (1952),
Marocco (1993), Mauritania (1987), Nauru (nessuna sentenza eseguita dall’indipendenza, 1968), Niger (nessuna
esecuzione o condanna a morte dal 1976), Papua Nuova Guinea (1957), Repubblica Centroafricana (1981), Santa
Lucia (1995), Saint Vincent e Grenadine (1995), Sri Lanka (1976), Suriname (1982), Swaziland (1982), Tanzania
(1994), Togo (1978), Tonga (1982) e Tunisia (1991).

Paesi membri del Consiglio d’Europa, che attuano una moratoria delle esecuzioni e si sono impegnati ad
abolire la pena di morte: 1
  Russia.

Paesi che attuano una moratoria delle esecuzioni: 5
  Algeria, Guatemala, Kazakistan, Kirghizistan e Mali.

Mantenitori: 54
   Afghanistan, Arabia Saudita, Autorità Nazionale Palestinese*, Bahamas, Bahrein, Bangladesh, Bielorussia,
Botswana, Burundi, Ciad, Cina, Comore, Corea del Nord, Corea del Sud, Cuba, Egitto, Emirati Arabi Uniti,
Etiopia, Giappone, Giordania, Guinea, Guinea Equatoriale, Guyana, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait,
Libano, Libia, Malesia, Mongolia, Nigeria, Oman, Pakistan, Qatar, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda,
Saint Kitts e Nevis, Sierra Leone, Singapore, Siria, Somalia, Stati Uniti d’America, Sudan, Taiwan*,
Thailandia, Trinidad e Tobago, Uganda, Uzbekistan, Vietnam, Yemen, Zambia, Zimbabwe.

 In grassetto, le democrazie liberali 1 (11) che mantengono la pena di morte
* Stati non membri dell’ONU
** Il Montenegro è divenuto una Repubblica indipendente con il referendum del 21 maggio 2006
1 La classificazione “democrazia liberale” si basa sui criteri analitici usati in Libertà nel mondo 2005”, il rapporto
annuale di Freedom House sulla situazione dei diritti politici e delle libertà civili paese per paese (vedi
www.freedomhouse.org).

Tab.2 : La pena di morte nel mondo [43]
La tortura nel mondo

Nel 2003 Amnesty International ha registrato casi di tortura e maltrattamenti, da parte di
forze di sicurezza, agenti di polizia ed altri organi dello Stato in 132 paesi.
Africa: Algeria, Angola, Burundi, Camerun, Ciad, Comore (Isole), Congo
(Repubblica del), Congo (Repubblica democratica del), Costa d’Avorio, Egitto,
Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea, Guinea Bissau, Guinea Equatoriale, Kenya,
Liberia, Libia, Madagascar, Malawi, Marocco / Sahara Occidentale, Mauritania,
Mozambico, Namibia, Niger, Nigeria, Rwanda, Senegal, Sudafrica, Sudan,
Swaziland, Togo, Tunisia, Uganda, Zambia e Zimbabwe.

Asia: Afghanistan, Bangladesh, Cambogia, Cina, Corea del Nord, Corea del
Sud, Filippine, Giappone, India, Indonesia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Laos,
Malaysia, Maldive, Mongolia, Myanmar, Nepal, Pakistan, Singapore, Salomone
(Isole), Sri Lanka, Tagikistan, Taiwan, Turkmenistan e Uzbekistan.

Americhe: Argentina, Bahamas, Belize, Bolivia, Brasile, Canada, Cile,
Colombia, Ecuador, Giamaica, Guyana, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua,
Paraguay, Perú, Stati Uniti d’America, Suriname, Trinidad e Tobago, Uruguay
e Venezuela.

Europa: Albania, Armenia, Austria, Azerbaigian, Belgio, Bielorussia, Bosnia
Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Ceca (Repubblica), Estonia, Federazione
Russa, Francia, Georgia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania,
Macedonia, Moldova, Polonia, Portogallo, Romania, Serbia e Montenegro,
Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria e Ucraina

Medio Oriente: Autorità Nazionale Palestinese, Arabia Saudita, Bahrain,
Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iran, Iraq, Israele / Territori Occupati, Kuwait,
Libano, Qatar, Siria e Yemen.
Tab. 3 : La tortura nel mondo [51]
                                           STATISTICHE



                    PRESENTI
                                                 Nr.
Tipo Istituto      Donne Uomini Totale
                                               Istituti
CASE DI RECLUSIONE                                  37
Condannati            108     4.642    4.750
Imputati               34     1.077    1.111
Internati                5     131      136
Totale                147     5.850    5.997
CASE CIRCONDARIALI                                 160
Condannati            487    10.116   10.603
Imputati              947    20.030   20.977
Internati                6      22       28
Totale              1.440    30.168   31.608
ISTITUTI PER LE MISURE DI SICUREZZA                  8
Condannati               7     108      115
Imputati                 9      48       57
Internati              67     1.161    1.228
Totale                 83     1.317    1.400      205
Totale generale     1.670 37.335 39.005
Fig. 1: Presenze all’interno degli istituti penitenziari italiani al 31/12/2006 [33].




Fig. 2: Ingressi dalla libertà nell'anno 2006: 90.714 di cui: 48% di soggetti stranieri [33].




Fig. 3: Soggetti ristretti negli istituti penitenziari: Rapporto Uomini-Donne al 31/12/2006 [33].
Fig. 4: Soggetti ristretti negli istituti penitenziari: distribuzione per età al 31/12/2006 [33].




Fig. 5: Asili nido e detenute madri con figli di eta' inferiore a tre anni conviventi al 31/12/2005 [33].




Fig. 6: Soggetti ristretti negli istituti penitenziari: distribuzione per titolo di studio al 31/12/2006 [33].
Fig. 7: Stranieri presenti all’interno delle carceri italiane al 31/12/2006 [33].




                      Dati riferiti al 30 giugno 2006


                                                              In tratt.
          Tossicodipendenti       Alcoldipendenti
                                                             Metadonico
Sesso
           valori     valori %     valori     valori %    valori     valori %
          assoluti       (*)      assoluti       (*)     assoluti       (*)
Donne           599     20,5%            61      2,1%          144        4,9%
Uomini       15.546     26,6%         1.435      2,5%        1.899        3,3%
Totale      16.145      26,4%        1.496       2,4%        2.043       3,3%


Fig. 8: Detenuti tossicodipendenti [33].




Fig. 9: Detenuti affetti da HIV al 30/06/2006 [33].
Fig. 10: Soggetti ristretti negli istituti penitenziari: distribuzione per posizione giuridica al 31/12/2006
[33].




Fig. 11: Condannati definitivi negli istituti penitenziari: distribuzione per durata della pena inflitta al
31/12/2006 [33[.




Fig. 12: Condannati definitivi negli istituti penitenziari: distribuzione per durata della pena residua al
31/12/2006 [33].
Fig. 13. Reati ascritti al 31.12.2006. [33]
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[36] http://www.ristretti.it > Dossier “Morire di carcere” – Anno 2006 e Dossier “Morire di carcere” – Gennaio
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[41] http://www.europalex.kataweb.it/article_view > Risoluzione del Comitato dei Ministri del Consiglio
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[42] http://www.cortedicassazione.it > Lo Stato Italiano e il diritto al giusto processo. Del 01/03/2007

[43] http://www.NessunotocchiCaino.it > Rapporto 2006. Del 08/03/2007

[44] “I diritti dei bambini” – Rapporto a cura dell’esperto indipendente delle Nazioni Unite P. S. Pinheiro,
incaricato di realizzare uno studio sulla violenza dei bambini, così come previsto dalla Risoluzione n. 60 /
231 dell’Assemblea Generale – Nazioni Unite, Assemblea Generale agosto 2006

[45] “La condizione dell’infanzia nel mondo 2007” – UNICEF, 2006

[46] http://www.dirittiglobali.it > news > diritti umani & discriminazioni. Articolo del 05/02/2007:”A Parigi la
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[47] Amnesty International “Broken bodies, shattered minds. Torture and ill – treatment of women”.
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[48] “Europa: mutilazioni genitali, una piaga sociale ed economica” da www.vita.it del 06/02/2007
[49] “Donne: mutilazioni, 8% immigrate colpite da cancro alla cervice” da www.vita,it del 07/02/2007

[50] http://en.wikipedia.org/wiki/Istanbul Protocol.Del 09/02/2007

[51] http://www.amnesty.it > Campagne > “Non sopportiamo la tortura!”. Del 13/03/2007

[52] http://www.peacereporter.it > home > storie > tortura.V. Confalonieri “Segnati per tutta la vita “,
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[53] http://it.wikipedia.org/wiki/Baia di Guantanamo. Del 12/03/2007

[54] http://it.wikipedia.org/wiki/Prigione di Abu Ghraib. Del 12/03/2007

[55] “Rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CIRC) sul trattamento da parte delle Forze
della Coalizione dei prigionieri di guerra e di altre persone tutelate dalle Convenzioni di Ginevra in Iraq
durante il loro arresto, la loro detenzione e i loro interrogatori” Febbraio 2004

[56] http://www.peacereporter.it > home > storie. V. Confalonieri “Medici, anche in prima linea”, del
25/10/2004. V. Confalonieri “Giuramento ipocrita”, del 23/08/2004. Fonti: Lenzer J.”World Medical
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[57] http://www.europa.eu.int/italia/news > Europa > Commissione Europea > Rappresentanza in Italia >
News:”Inaugurazione dell’Agenzia UE per i diritti fondamentali”; “Diritti fondamentali: nuova Agenzia UE” >
Europa > Press Room > Press Releases > Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali. Del
01/03/2007

				
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