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									Data: 28.03.1826
a:    ?????
in: ACM-PARIS

(28 marzo 1826)

La grazia di N.S. sia sempre con V.S.

O(noratissi)ma Sig.(nora)

Benedico il Sig. per le opere di carità che esercitate, e mi sembra che il Sig. l'abbia destinata a
qualche di maggiore sua gloria. La presenza sua potrebbe qui molto giovare a stabilire più
fermamente la Compagnia della Carità, che si è qui or ora eretta. Potreste recarvi qui Lunedì. In
casa ci sono gli animali, ne dispongo: qui avrebbe l'abitazione nella Casa nostra senza alcuna
soggezione, e sarebbe servita da buone Cristiane Benefattrici della Casa.
Risolva e mi prevenga di tutto

Pd. vi benedico

(….) 28 marzo 1826

V.D.Serv.
P. De J. d. Mis.



Data: 28.03.1826
a:    ???
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR


Benedico il Sig.r per le opere di carità che esercitate, e mi sembra che il Sig. l’abbia [destinata]
maggiore sua gloria. La presenza sua potrebbe qui molto giovare a stabilire più fermamente la
Compagnia della Carità che si è qui or ora eretta. Potreste recarvi qui Lunedì. In [Chiesa] ci sono gli
animali, ne disponga: qui avrebbe l’abitazione della Casa nostra senza alcuna soggezione, e sarebbe
servita da buona Cristiana Benefattrice della Casa.
Risolva e mi [provenga di tutto]

       C.G. vi benedica

               [Squinzano 28. Marzo 1826]

                                                            Suo U.o Serv. V.
                                                            P. D.S. De Jacobis
Data: 26.11.1826
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

       26 novembre 1826

Sig:ª
Il dolce incantesimo di quella prodigiosa Religione, di cui ha ripieno il cuore ha prodotto in Lei una
divota illusione rapporto alle qualità dell’ultimo ministro del Vangelo di G.C. A me basta essere
battezzato, per credermi avventurato.
Nulla più giusto di quanto Ella richiede dal mio ministero rapporto al dubbio insortole intorno al
dogma Cattolico della esistenza reale della intiera Persona di G.C. sotto ambedue le specie. Il di Lei
Spirito sempre docile alla Rivelazione, può bandire qualunque dubbio intorno a questo punto di
Fede dopochè il Concilio di Trento ha detto: Si quis dixerit sub utraque specie….. totum Christum
non contineri anathema sit: Sia scomunicato chiunque dicesse che non si contenga tutto Cristo sotto
ciascuna specie. Lo stesso avea detto S. Tommaso: Totum sumitur sub utraque specie: Questo punto
di dogma acremente oppugnato dai protestanti è stato mille volte difinito dalla Chiesa. Potrebbe
leggere la celebre Esposizione della Dottrina Cattolica di Bossuet Vescovo di Meaux opposto al
catechismo del Protestante Iario (?). Io Sig:ª che ho speso tutti i momenti della mia breve vita nella
lettura continua di ogni genere di Libri mi contento nei punti di fede di attivare il mio intelletto alla
parola adorabile di un Dio. La formola della Consecrazione per l’una, e l’altra specie poco provano:
poiché dicendo: questo è il mio corpo; questo il mio sangue, non esclude che nel corpo non ci sia
l’anima, e la Divinità neppure esclude dal sangue la divinità, e l’anima, il corpo. Qui potrei esporle
tutta la storia di questo dogma facendole osservare come furono confutate le Eresie degli Ussiti, dei
Zuingliani dei Sacramentarj, ma me ne dispensa la ristrettezza del tempo; poiché scrivo in quel
minuto di tempo libero dalle occupazioni della Missione; e molto più me ne dispensa la certezza in
cui sono che da questo punto Ella non avrà più difficoltà nel tempo della grande azione del
tremendo sacrificio dei nostri altari, non avrà più difficoltà dico di offerire nell’Elevazione del
Calice tutta la Persona di G.C. al Padre Eterno. Perdoni la maniera poco decente con cui le rescrivo.
Il suo Spirito fatto per l’Eroismo è superiore a queste minutezze. Viva sicura del secreto. Imploro
l’ajuto delle sue orazioni e mi rassegno:

P.S. Se quanto le ho detto non la quieta ancora: la prego a credere come le dico, e non mancherà
tempo da stendere dissertazioni sopra di un dogma a me molto caro perché riguarda G.C.; che in
verità vorrei amare assai. Non ho potuto risponderle prima, perché ho dovuto aspettare che finisse il
tempo destinato per ricevere le confessioni.

Il Suo U.mo ed Obb.mo Servo Giustino de Jacobis Prete della Missione



A S. E.
La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta
S.C.
Data: 12.12.1826 – S. Marzano (?)
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



Illustre Sig.ª
Gli infiniti segni delle obbliganti maniere di tutti i Sig.i della Vostra Illustre Famiglia, e
specialmente quelli di Lei, che hanno (mi permetta dirlo) del prodigioso, aveano già al maggior
segno eccitati in noi i più vivi sentimenti di gratitudine, e di ammirazione. Ora che ne aggiugnete
dei nuovi si rivelano per noi affatto incredibili. Sì incredibili sarebbero, se non ne fossimo noi stessi
l’oggetto. Il Sig.r Falcone che distintamente l’ossequia, è quasi confuso nel veder sentir Lei, che si
accusa dell’omissione di una parte che sarebbe stata l’effetto della sua gentilezza. Assicuro Lei e
tutti i Sig.i e Sig.e della Famiglia (giacchè tutti se ne mostrano premurosi) dell’ottimo stato della
nostra salute, per altro poco pregevole.
Io finalmente mi rassegno: il suo


                                                           U.mo ed Obl.mo Ser.vero
                                                           Giustino de Jacobis Prete
                                      Della Missione: questo è il mio indirizzo (?)

       A Sua Eccellenza
       La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta Fragagnano


Data: 01.01.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                     Casa (?) il p.mo Gennaro 1827


Sig:ª
Sommamente sensibile sui religiosi voti, che Ella invia al Cielo pel bene de Missionarj, e per la
memoria viva, che ancora conserva pei sentimenti Cristiani che concesse il suo cuore, sono costretto
ad innalzare anch’io le mie mani, ancorchè non assai monde, per pregarle dal Dio Manifestato agli
uomini l’accrescimento maggiore dei buoni sentimenti, l’incominciamento fausto dell’anno, che ora
nasce tra le nostre mani, come un mezzo di Santificazione.
Le premure, che Ella fa per sentire anche un’altra volta gracchiare un Corvo nojoso mi
sorprendono.
Mercoledì penso di trattenere questi buoni contadini sopra qualche punto più interessante del
Catechismo Cattolico in quella maniera stessa che mi sente gridare al giorno. Onde il mio
sentimento sarebbe che si risparmiasse la noja di assistere ad una astrazione appena soffribile pei
meno colti del popolo di S. Marzano. L’impegno grande di rendermi chiaro ad ogn’uno mi fa
seccante come lo sono stato specialmente nei due Mercoledì passati.
Mi raccomando alle di Lei preghiere, e nel Nome di Gesù mi raffermo pieno di stima.
D.S.E.
                                                           U.mo Servo Vero
                                                           Giustino de Jacobis Prete
                                                           d.ª Missione




A Sua Eccellenza
La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
Sue Mani




Data: 09.01.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

Cisternino 9 Genn. 1827

Signora

Se le pie intenzioni dell’Armiggero mi fossero state note nel p.mo giorno che lo vidi qua non avrei
permesso mai che si fosse rimasto; ma in ogni modo avrei secondato la sua divozione fin nel p.mo
giorno del suo arrivo. Egli tosto ritorna e può assicurarla del mio notabile miglioramento per
invitarla ad ajutarmi nel rendere le dovute grazie al Dio della Salute.
Sempre mi è piaciuto poco di lassare quegli atti buoni che debbono formare l’unica o almeno la più
interessante occupazione d’un cuore cristiano commosso per la Divinità; mi dispiacciono però gli
eccessi, poichè gli estremi si toccano, e l’estrema divozione è uguale alla totale indivozione.
Seguendo questa regola che sembra concederle grande libertà Ella non perderà neppure il merito
dell’ubbidienza.
La ragione della noja, da cui si vide assalita nel giorno della sua dimora in Cisternino, fu senza
dubbio la maniera poco soddisfacente con cui fu da me ascoltata; la rozzezza del mio temperamento
naturalmente ributtante, l’indisposizione fisica, la mia poco coltura tutto ci concorse, ed io ne sono
tanto confuso che mi manca fino la voglia di farne le scuse; che per altro tutte sono rinchiuse nel
suo buon cuore che è tanto felice nel ritrovare mezzi da scusare gli altrui difetti. Io mi rassegno
intanto continuamente
D.S.E.
                                                             U.mo Obb.mo Servo v.ro
                                                      Giustino de Jacobis P.d.M.



A Sua Eccellenza
La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
(Cose di Coscienza) Fragagnano
Data: 01.02.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                           Cisternino 1 Feb. 1827


Stimatiss.a Sig:ª
        L’occupazione continua del suo cuore ben formato per rilevare delle qualità buone in un
soggetto degno del solo titolo di miserabile mi cagiona la più viva delle impressioni di
ammirazione. Io intanto incomincio a riconoscere sensibilmente l’operazione di Dio nel suo cuore
che incomincia a gettare i fondamenti di quelle opere benefiche cui mi sembra averla Dio destinata.
Le difficili circostanze in cui l’ha la provvidenza costituita sono il chiaro-oscuro che fanno meglio
rilevare: l’armonia del disegno, del fresco, del colorito, dello spirante della pittura: ma non sono
affatto capaci a smentire il carattere dominante del suo spirito, d’essere superiore a qualunque
contrario avvenimento. Io mi contento, che Ella sia la stessa, nella maniera descrittami, e spero che
ne sia contento anche Dio.
        Non posso affatto dissimolare la gioia immensa che mi ha arrecata, dandomi conto dei suoi
rapporti colla Cong.ne di Oria: io, a mani giunte, ne rendo le dovute grazie all’autore di ogni bene.
Crederei, che la prudenza detterebbe di vingerla coll’Arciprete ma colle buone. Ella abbonda di
queste parti che non sono straniere al suo carattere, checchè ne possa pensare. Non tema più delle
mie negative rapporto alla sua direzione: mi permetta che finalmente io usi queste espressioni.
Le rendo i riossequj di tutti i miei compagni ed io nelle braccia di Gesù mi dico D.S.E.
                       U.mo Servo
                                                             Giustino de Jacobis P.d.M.



A Sua Eccellenza
La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta
Fragagnano




Data: 15.02.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                           Casa (?) 15 Feb. 1827


Signora
Vivamente commosso dalle critiche circostanze, cui vedesi ridotta dalla pertinace durezza di una
gente beneficata; vengo a pregarla, affinché mi addita il tempo e il luogo più a Lei commodo per
l’ordinato abboccamento.
Temo, che quanto D. Francesco Bechiva (?) aveami prevenuto, le sia stato comunicato: mentre io
non ho creduto espediente dircelo, per non crearle dell’inutile dispiacere: ma mi avveggo che in
questa maniera diffidando della di Lei fermezza l’abbia vivamente offesa. Ora gliene domando le
più umili scuse; ora, che il suo contegno ha smentito i miei timori
V.ne (?) D. S. E.

                                                           U.mo S. V.
Giustino Dejacobis


A S. E.
La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
S.P.M.




Data: 27.03.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


Martina 27 Marzo 1827

Pressato dagli urgenti affari del ministero mi veggo nell’obbligo di rispondere con poche parole alle
sue, che domandano risposte più lunghe. Torno a dimostrarle il mio rammarico per le sue posizioni,
che si rendono sempre più critiche; La prego a non parlare più dell’indifferenza de ricchi pei P.
poiché non sono questi i motivi che ci fanno stimare le persone.
Mi permetta, che per or ora finisca così, poichè sono aspettato dai Compagni, che s’incaminano per
la Chiesa
S.(?) D. S. E.


                                                   U.mo S. V.
                                                   Giustino Dejacobis
                                                   P.d.M.

A. S. E.
La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
Fragagnano
Data: 28.03.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



                                                                  Monopoli 28 Marzo 1827

Sig.ª

Accuso due ordinarj di attrasso1 alla risposta d’una di Lei pregiatissima pervenutami ai 22 del
Corrente. Mi farebbe bisogno d’una lunga Apologia, per giustificare il mio silenzio; ma qualunque
Apologia io preferisco alla di Lei bontà feconda di ragioni per diminuire le mancanze altrui.
Aspettava il giorno della posta, questo giunto mi trovai tanto distratto dalle facende, che non più
pensai al dovere di riscontrarla, cui ora adempio.
Mons.e Vescovo di Monopoli sta progettando altre Missioni nella sua Diocesi fuori dell’attuale;
onde non saprei determinarle il tempo del mio ritorno in Oria, temo però che tutto il tempo del
Precetto lo passeremo in questa Diocesi, e facilmente in Polignano. Ella prenda su questi dati le
misure opportune. Il Sig.e si compiace lasciarmi tanta forza, quanta n’è sufficiente per portare
avanti i travagli del mio Istituto miserabilmente; spero che voglia prolungare le sue grazie mediante
le di Lei preghiere. Mi parla a lungo degli imbarazzi, che potevano turbarla in Fragagnano (se non
fossero stati assai inferiori alla sua virtù) ma nulla mi dice della di Lei salute, il perfetto silenzio mi
fa crederla di perfetta sanità. Tutta la catastrofe dei contrattempi sopragiuntale per parte di chiunque
si fosse stato unitamente alla salutevole insinuazione di M.r Caputi sono tutti tratti benefici di
quella misericordia Divina, che ha in Lei cominciata l’opera buona, e vuole perfezionarla:
riguardate sotto di queste aspetto, essi sono avvisi di un Padre che corregge perché ama. Parli
spesso delle sue afflizioni con Gesù Cristo, fonte della pace vera. Egli sia il di Lei Savio primario, e
diventerà saggia, forte, prudente stabilmente; e la di Lei virtù meno soggetta alle vicende, che
occorrono sopra di questa terra, che è un punto di patimenti, di travagli.
Prenda pure le vie lunghe quanto quelle dell’eternità, per non servirsi della via breve del
giuramento; il quale dato da Lei a gente, che le appartenga ne sarebbe la sorgente di mille
inconvenienti. Nel caso che io fossi il primo a rivedere i suoi degni Parenti Ella sarà servita. Le
rendo i saluti di tutti, mi raccomando alle di Lei Orazioni, e mi rassegno sempre.
                                                        D.S.E. U.mo Servo Vero
                                        Giustino de Jacobis Prete d.ª Missione

A Sua Eccellenza
La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
Trani



Data: 10.05.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                                  Polignano 10 Maggio 1827


1
    Si legge chiaramente così nell’originale. L’espressione pare riferirsi al gergo postale: cfr. lettera del 10.05.1827.
Onoratissima Sig:ª

Rispondo alla sua stimatissima con un ordinario di attrasso. Di questa mia involontaria mancanza
primieramente le ne domando umilissime scuse e spero ottenerne facilmente un benigno
compatimento da Colei che è appieno informata delle facende delle Missioni. Alla prima occasione
che mi si presenterà dopo del mio prossimo ritorno in Oria, offrirò ai Signori Marchesi i suoi
benefici progetti. Sono vivamente penetrato dai motivi di dissapore che sanno continuamente
crearle i suoi più cari congiunti, che poi sono le conseguenze quasi necessarie delle liti per quanto si
possono spassionatamente agitare. In tanto il di Lei Spirito uso a rendersi sempre superiore ai colpi
dispiacevoli di qualunque caso procuri di non smentirsi mai; e quella generosità di carattere degna
di Lei dia l’esempio della pazienza, della moderazione al mondo spettatore delle sue intraprese, o
per dir meglio al Cielo testimonio delle sue azioni. Vi sono dei mali in questa vita che giungono
fino a renderci odiosa la luce del giorno, ma si ponno facilmente superare da una discepola del
Crocifisso. Non cessi di raccomandarmi al Signore. Lo farò ancor io per Lei, Le rendo gli ossequj
dei miei Compagni: La prego di onorarmi dei suoi comandi, ed in fretta mi dico pieno di stima

D.S.E.

                                                     U.mo Servo Vero
                                                     Giustino de Jacobis Prete
                                                            Prete Della M.ne



A Sua Eccellenza
La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
Trani



Data: 28.05.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                             Oria 28 Maggio 1827


Ornatiss.ma Sig:ª

Questa mattina appunto D. Luigi mi ha consegnata una vostra stimatissima di sua mano, e mi
affretto a tosto riscontrarla.
Fu il p.mo mio pensiero il fare pervenire nelle mani dei Sig.i Marchesi le vostre lettere, e mi hanno
promesso che si sarebbero presa fino la pena di venire in Oria per parlare del progetto da voi loro
offerto. Io sono in questa aspettazione; in tanto vi prego a darmi delle più precise idee intorno alle
vostre intenzioni; affinché non prometta quello che voi giammai vi siete sognato pensare.
Aspetto ancora da voi questo più preciso dettaglio. Ma trattandosi di progetti sotto qualunque
aspetto vantaggioso voi poteste loro mostrarlo, temo che abbia ad avere la stessa sorte dei progetti
precedenti.
Credea che finalmente fosse giunta quella staggione in cui meglio rettificate le sue idee intorno ad
un soggetto di verun conto la vostra penna avesse preso uno stile meno lusinghiero, e più veridico,
ma il fatto persuadenci del contrario, e mi costringe a pregarvi a non usare più delle espressioni…
non saprei dirle come, se bramate che mi sieno più gradite le vostre lettere. Conosco che lo stato di
mia sanità non dovrebbe interessare alcuno individuo, potendosi annoverare tra le cose indifferenti
almeno, se non vogliamo dire nocive, ma solo perché me ne domandate conto v’assicuro che il
Sigore me ne dona una, di cui posso esserne contento.
Non manchi di pregare G.C. per me: farò anch’io lo stesso per Lei.
Il mio Superiore, è attualmente fuori di casa; Le rendo gli ossequj di tutti i miei compagni, e passo
pieno di stima a ripetermi
D.S.E.

                                                    S. U.mo Servo Vero
                                                    Giustino de Jacobis P.d.M.



A Sua Eccellenza
La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
       Trani




Data: 21.06.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

Oria 21 Giugno 1827


Veneratissima Sig:ª

Mi è convenuto ritardare il riscontro ad una sua capitatami da qualche tempo nelle mani per mezzo
di D. Luigi; perché ho dovuto aspettare il riscontro dai Sig.i Marchesi intorno al progetto loro
offerto. Del mio in qualche modo colpevole silenzio sono sicuro riportarne un benigno
compatimento.
E apporto dunque ai comandi, di cui mi ha incaricato, dico, che il Sig.e Marchese è pronto ad
abbracciare l’offertagli partita; purchè il suo creditore Rispoli gliene concede il permesso: a questo
oggetto è pronto a domandarcelo, come mi scrive. Nel caso, che si ottenga, allora, permettendolo
Sanarica, per mezzo di un convenio nuovo si sceglierebbero gli amministratori. Io ho pena ad
esporle risposte tanto inconcludenti, e molto più sento pena quando si crede, che l’accomodo in
grande degli interessi della famiglia dipendino da me, e su di questa falsa supposizione mi si scrive,
mi si fanno delle continue premure ad affrettare l’affare.
L’assicuro Sig.ª, che su questa terra non credo, che ci possa essere un soggetto che più merita, dirò
anche le mie lagrime: quanto le strettezze dei Sig.i Marchesi, che mi sono assai note per mille vie, e
le sue angustie, senza poterci affatto riposare; e tutto ciò mi costringe ad esclamare: felice, chi si
riduce alla mendicità per Dio, per non interessarsi di beni di un istante, e cagione d’una perenne
afflizione.
Mi comandi con ogni libertà, mi raccomando alle sue Orazioni e mi rassegno pieno di stima
D.S.E
                                                            U.mo Servo Vero
                                      Giustino de Jacobis P.d.M.




A S. E.
La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
Trani




Data: 02.07.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

        Oria 2 Luglio 1827

Sig:ª

La di Lei gentilissima segnata colla data del 29 prossimo passato Giugno mi è giunta appunto
questo giorno, che scrivo. Ho letto in essa nulla più che poche espressioni di quel grande dispiacere,
che previdi dovesse cagionarle la mia umilissima, di cui punto non ne sono restato meravigliato:
conosco bene, che Ella niente ha esitato a scovrire che sentimenti, che sa assai bene moderare col
favore di quella sublime filosofia, che forma l’unico fondamento dei nostri scambievoli rapporti.
Non credo che altro mezzo, all’infuori di questa filosofia Celeste, cui Ella si è dedicata, avrebbe
pututo offrirmi il bene di fare la conoscenza della di Lei degnissima persona. Onde io
continuamente a questa filosofia del Cielo mi appello; fidato in essa temerariamente (perché non
diffidai abbastanza di me, che sono unicamente buono a sconcertare ogni cosa, ed a nulla più)
temerariamente dico, mi impegnai a dare qualche assetto agli affari della nobilissima Famiglia
Fragagnano: affari, che o non ammettono assetto alcuno in questo tempo della vita presente, o
aspettano altra persona, che non sono certamente io. Non so disapprovare i suoi disegni circa il
domicilio nel suo ritorno in questa provincia; purchè lo permette quella indifferenza propria dei
Cristiani illuminati per i beni di questo mondo, che fa preferire la concordia dei fratelli ad ogni altro
vantaggio della vita.
Il Dio dei nostri Padri, e del nostro cuore la tiene sotto il peso enorme di una forte tentazione,
avendola costituita nelle circostanze, in cui attualmente ritrovasi; ma lo braccio suo è bastantemente
forte per farnela uscire vittoriosa: Oh glorioso trionfo!
Io sono sempre lo stesso pei sentimenti di stima, che si debbono alle sue virtù, più che alla
specchiata nobiltà. Mi comandi sempre con ogni libertà.
Le rendo i saluti del mio Superiore e dei Compagni: intanto io mi rassegno pieno di rispetto
                Il Suo U.mo S. V.                                    Giustino de Jacobis P. della
                               Missione

        A S. E.
        La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta

                              Trani
Data: 10.08.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                            Oria 10 Agosto 1827


Signora
Al momento stesso in cui la di Lei gentilissima mi è capitata tosto mi affretto a riscontrarla. Ella ha
saputo scegliere l’unica via per indurmi ad ascoltare nuovamente la sua Confessione, dopoche
questo permesso venne negato alla Sig.ª Marchesa, che qui si era portata colle sue Signorine per lo
stesso oggetto. Io che sono creduto in Fragagnano (paese per ogni riguardo a me caro) l’autore dei
disguidi cagionati nella maggior parte del popolo per le posizioni attuali del Feudo, ho stimato
prudenza richiamarmi fuori perfettamente da quello accomodamento in cui mi ci avea impegnato il
ministero stesso, onde era caricato; volendo anche toglierne ogni sospetto, ma torno a ripetere, Ella
ha saputo indovinare l’unica via, che ha potuto farmi sospendere ancora la mia risoluzione. Non
trattandosi ora più, che del tempo in cui Ella desidera profittare dei Sagramenti di G.C. io mi
dichiaro pronto ad ascoltarla tosto che saprò il di Lei arrivo. Si prepari dunque a suo bell’agio e poi
me ne avvisi.
Ho comunicato al Superiore i suoi ringraziamenti per averle ottenuto il bene di Confessarsi ad un
ignorante senza spirito alcuno. Posto2 intanto dichiarandomi sempre
D. S. E.



                                                     U.mo D.mo S.V.
                                                     Giustino de Jacobis



A S. E.

La Si.ª D. Elena dell’Antoglietta

Fragagnano


Data: 16.08.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                Oria 16 Agosto 1827

Ornatissima Sig.ª



2
    Nel senso di “imposto”, “imbuco” (la lettera).
   Rispondo alla sua gentilissima e lunga lettera incominciando dal renderle i più vivi ringraziamenti
   di cui sono stato incaricato dal Superiore, per la diligente premura, colla quale ha corrisposto alle
   sue umili preghiere. Riguardo poi all’importantissimo quesito, con cui conchiude il suo foglio, io la
   prego a riflettere, che i docati 1200 che Ella teme di perdere anche guadagnandoli anderebbero nelle
   mani dell’amministratore; finchè non si decida il grande punto della graduazione; mentre un’accusa
   avvanzata contro del Sig.r Marchese di quel genere di cui si tratta avrebbe degli effetti funesti
   sicuri, belli ed ammanniti. Mi sembra che Ella si sia troppo avvezzata a riguardare i beni che sono
   in amministrazioni, come proprj mentre mi pare, che per ora siano ancora ben lungi dalle sue mani,
   e forse tanto incerti quanto è incerto trovarsi l’Araba Fenice. Del rimanente mi protesto di scriverle
   questo, per ritardare in qualche maniera il suo ardente temperamento che non ha affatto bisogno di
   sprono; e perché bramerei meglio conoscere come va, che restringendosi ai soli limiti pacifici della
   giusta difesa, senza dedurre sì frequentemente la sua gente in giudizio venga a perdere i docati
   1200. L’assicuro, che sono molto timoroso nel doverle dare un consiglio, il quale sarebbe
   sicuramente la funesta sorgente d’infiniti disguidi mentre per impedirne un solo darei anche quel
   sangue, che mi gira nelle vene. Mi perdoni: è questo un effetto del mio temperamento forse assai
   opposto al suo; ma pure è temperamento che non ho premura di correggere; perché lo stimo
   conforme al Vangelo, che è la prima legge del mondo. Mi dia dunque dei maggiori lumi circa ai
   suoi danni per darle una decisiva risposta.
   La prego a ricevere questa mia umilissima con quella stessa confidenza e libertà con cui l’ho scritta
   ed a non fermarvi sopra degli Almanacchi. Io ho sempre la medesima stima che merita la sua
   Chiarissima persona, e per maggiormente attestarlo mi ripeto sempre
   D. S.E.
                                                         U.mo Servo Vero
                           Giustino de Jacobis Prete della Missione
A.      S. E.

    La Si.ª D. Elena dell’Antoglietta

    Fragagnano



    Data: 22.08.1827
    a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
    in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


    Oria 22 Agosto 1827

    Eccell.ma Sig.a
    La ritirata dei Zoccatori (?) mi offre il comodo di rispondere ad una sua onorifica. E’ stata
    certamente una gran colpa, non voglio negarlo, l’essermi fin’ora abusato della sofferenza sua; ma se
    fossi capace di alcuna scusa, ne accuserei il mio rozzo e poco ripulito temperamento, e l’impegno di
    meglio informarmi dal Sig.r Falcone di ciocchè le dovessi rispondere per quello, che riguardava
    Lui. Il Sig.r Falcone dopo averle renduti i più distinti ringraziamenti, per le generose sue
    disposizioni a favore del suo Penitente, mi dice, che avendo detto Penitente pagato anche più di
    quello, che valesse il terreno usurpato, anche a giudizio del suo Confessore, il quale ha tutto
    calcolato, vorrebbe il favore di non essere più creduto per obbligato di cosa alcuna alla Casa
    Marchesale, mentre tutt’ora si gli minacciano nuove pretenzioni. Per quello, che riguarda Lei, si
    contenta di una semplice promessa orale di nulla più pretendere; per quello poi, che riguarda il
    Marchesino vorrebbe, che con una carta si dichiarasse sodisfatto. Onde non pretende più
   condonazioni; ma solo un’assicurazione di avere adempiuto al suo dovere perfettamente. Il Sig.r
   Falcone, ne ha parlato di ciò col Marchesino, ed ora con una lettera gli rinnova le sue preghiere,
   potendosi anche Lei Sig.a cooperare, le sarebbe molto tenuto. Ecco quanto riguarda il Penitente del
   Sig.r Falcone.
   Le farei il più grande affronto se sospettassi solo averla disgustata la ultima mia umilissima anzi la
   sua edificante risposta mi è stata di grande consolazione. Non sono le prime mosse del Cuore,
   quelle che dispiacciano a Dio, ma il perseverare in esse, quando, non dico il dovere, ma la sola virtù
   cristiana richiede così. Se la nebbia raccoltosi avanti della di Lei perspicacissima mente si fosse
   sofficientemente dileguata, potrebbero bastare questi pochi giorni di prudente ritirata dal contatto
   della Marchesa; ma se la funesta nebbia fosse ancora sullo stesso piede, aspetti pure l’istante, in cui
   un più ardente Sole venga a fugarla. Le prime mosse, su dette, del cuore poco sono imputabili
   avanti di un Dio calculatore degli atti umani. Imitiamolo, e saremo come Egli, giusti in questo
   punto. Mi contento, che differisca anche un altro poco il termine di 20 giorni. Veda quanto sono
   condiscendente; ma in certe cose so, che mi chiama rigido. Io me ne contento purché l’opera di Dio
   vada bene. Sconfida più dei suoi lumi rammentando, che la nobile semplicità dei fanciulli, e la loro
   perfetta rassegnazione ruba il cuore di Dio. Basta fin qui: non voglio farla più da P. Casalicchio.
   Ella è saggia abbastanza, Dio la guidi in tutto: mentre colla più sincera stima mi dico
   D.S.E
   P.S. Perdona se scrivo in una carta poco dicente, poichè è quella che mi si permette




                                                       U.mo Dev.to Servo Vero
                                 Giustino de’ Jacobis Prete della Missione




A.S. E.

   La Sig.ra D. Elena dell’Antoglietta

                         Fragagnano
   Data: 31.08.1827
   a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
   in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                                Oria 31 Agosto 1827

   Veneratissima Sig.ª

   Sono presso di me i due volumi inviatimi; dei loro destini poi ne parleremo. Falcone non puole non
   esservi sommamente tenuto, per la pena che vi siete presa a di lui riguardo. E’ Ella cosa
   sommamente grata per chiunque è interessato nel successo di una guerra, sentir dei vantaggiosi
   dettagli, come avviene a me quanto m’informate dell’esito delle azioni ostili (espressione non
   esatta, ma passabile) colla Sig.ª Marchesa. Vi date molta pena pei difetti, che vi ci commettete, per
   non essere ancora assai addentrata ad impugnare le armi del Vangelo, ma io mille volte me ne
   compiaccio, e ne rendo grazie a Colui, che dà le vittorie. Quanto ha voluto il Dio dei Padri nostri
   convertire in uso santo, ciocchè prima era stato profanato dal culto superstizioso, od idolatrico, il
   mondo sempre se n’è risentito. Trattavasi di convertire i tempj di Giove, di Venere, di Marte, in
   Chiese Cristiane: trattavasi convertire i Riti della Mitologia nella professione del vangelo, e la terra
   tremò. Non vi meravigliate dunque se anche voi fremete, ora che il Signore vuole cambiare le
   discordie domestiche, antiche sorgenti di disgusti di Dio, in mezzi della vostra Santificazione… sì
   santificazione. Dio santa vi vuole colla pazienza. Non vi opponghiate ai disegni della sua
   misericordia.
   Iddio è più grande di quello che noi possiamo immaginarci, e la sua Potenza quando opera ci ha da
   fare stordire, per mostrar potenza veramente Sua. Non senza che lo spirito suo sensibile, non senza
   che quel suo genio deciso per l’Eroismo… non senza… che debbo dir di più? Non misuriamo il
   Cielo colla vista corta di una spranna: è più alto di quello, che noi ci crediamo. Adoriamone i
   misteri. Mi è uscita questa lettera Romanzesca senza meditar nulla: la consideri come vuole: mi
   creda però sempre nello stesso modo
   D. S. E
                                                         U.mo Servo Vero
                                                         Giustino de Jacobis P.d.M.

A.S. E.

   La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta
          Fragagnano



   Data: 17.09.1827
   a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
   in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

   Oria 17 Settembre 1827



   Gentilissima Sig.ª

   Debbo domandarle le più umili scuse se questa volta mi prendo la libertà di differire qualche tempo
   il riscontrare a due di Lei stimatissime. Sono talmente occupato per alcuni altri giorni, che non ho
   avuto nemmeno il tempo di scorrere la sua ultima: mi perdoni, e mi raccomando al Signore mentre
   pieno di stima mi dico

   D.S.E.



                                  U.mo Serv. Ver.
            Giustino de Jacobis P.d.M.


A.S. E.

            La Sig.a D. Elena dell’Antoglietta

                                                                 Fragagnano




   Data: 21.09.1827
   a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
   in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




                                                                 Oria 21 Settembre 1827

   Veneratissima Sig.ª
   Ella mi lesse una lunga serie di quelli avvenimenti, che comunemente sono chiamati: disgrazie,
   persecuzioni, mali sotto titolo di piccoli avvenimenti; questo linguaggio, che al certo è quello del
   Vangelo mi rende attonito…. Macta nova virtute, sic itur ad altera. I Santi però sono andati un passo
   più oltre: solevano chiamare questi avvenimenti: grazie del Signore. Ella è molto vicino ad usare
   anche questo linguaggio……. E… ancor io… come i santi. E forse non è formato il di Lei Spirito
   per essere tale? Non facciamo questa ingiuria alla Provvidenza, così benefica. Prenda di mira questo
   sublime scopo degno veramente delle anime generose. I santi sono stati i migliori Spiriti
   dell’universo. Eglino non furono quel popolone di Pigmei, quali li vorrebbero i nemici dell’umanità.
   Voi potete ora darne giudizio, avendo veduto coll’esperienza qual nobiltà di Sentimenti richieggano
   le virtù del Vangelo. Il vero Cristiano è il Vero Uomo. Sopra di queste idee, per Lei così antiche
   accomodi ogni cosa, e tutto anderà bene. Quelli che nella commedia di questo mondo sono la prima
   figura sono posti in una folla di passi difficili simili a quei primi personaggi dell’Iliade, ed in questo
   di distinse Omero. Beato quell’attore, che sa bene eseguire la sua parte, altrimenti si dirà: Viva il
   poeta, pessimo commendiante. Qualunque Egli sia quell’Apostolo tenebroso, di cui Ella parla,
   quello che è certo si è che l’Altissimo l’ha presa particolarmente di mira. Vedremo se Ella sarà da
   tanto, fino ad annientare i di Lui benefici disegni.
   Oggi io parto per alcuni giorni, essendo stato destinato a dare gli Esercizj spirituali ad un Paese
   nelle vicinanze di Fasano. Sarò in Oria dopo quindici giorni: si regoli. Giovedì e Venerdì, giorni per
   me vuoti da varie occupazioni non vi ho vista: forsi gli accidenti hanno portato così. Nulla importa.
   Mi raccomandi al Signore e sono al solito
D.S.E.

                                                     U.mo Ser. Vero
                                                     Giustino de Jacobis
                                                     P.d.M.
                              A. S. E.

                              La Sig.ra D. Elena dell’Antoglietta
                                                   Fragagnano



Data: 21.09.1827 (?)
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                     Cisternino 21(?) 7bre 1827 (?)

Ornatissima Sig.ª
I miglioramenti, ovvero i deterioramenti di una salute affatto inutile per ogni genere di bene non
dovrebbero tanto interessarla, ma mi accorgo, che questo è il difetto di tutti i cuori ben formati ed io
ne l’assicuro della mia eterna riconoscenza ed aggiungo, che sono in uno stato di forze, che appena
mi esentano dal letto: ma in questo stato Iddio mi fa la grazia d’essere rassegnato alla sua Sovrana
Volontà, La prego a ringraziarlo da parte mia.
Qualunque fosse stato il motivo della di Lei melanconia dovea però per ogni rapporto interessarmi.
La spada del Signore che da più lustri è apparsa sulla sua famiglia è scorsa sì per buon tratto; ma
non ancora intieramente. Io non so riconoscere altra cagione, che questa, in quel gruppo di accidenti
che imperiosamente l’astringono ad essere ferma nei sentimenti ispiratile da quelle ragioni, che mi
accenna e che costituiscono me nella dura necessità di esserne afflitto senza poterla condannare.
Eleviamo dunque le nostre mani supplichevoli, affinché il Dio della pace dissipi una volta quella
nuvola nera, che sempre gira, di tratto in tratto scaglia le folgore e sempre minaccia fulmini
maggiori.
Una carità formata sul modello di quella del Dio dei Cristiani, che costituisce un cuore nella eroica
disposizione di dare anche la vita pel suo simile; questa sola generatrice di portenti potrebbe farla
dimendicare di qualunque ingiuria.
Questa carità appunto, che è nata, ma (mi permetta che la dica) è ancora bambina nel di Lei cuore;
questa è la cagione benefica di quella virtuosa preferenza, di cui mi parla; per gente, da cui ha
ricevuto mali. La sua alienazione per le ricchezze fu una delle prime cose, che ammirai in Lei, e
l’impegno deciso che sia pel bene del simile fu una delle prime cose, che mi fecero caratterizzare il
suo temperamento, per uno di quelli, che sono formati per le cose grandi. Onde la maniera con cui
in questi giorni Ella ha provveduto all’altrui bisogno; il pio maneggio per vantaggio della
Congregazione di S. Marzano, sono cose, che non mi sorprendono; ne aspetto delle maggiori. Il
dono, che premedita di fare ai suoi Confratelli, coll’impegno di M. Arciv.o le riuscirebbe assai
facile, onde non disapprovo affatto il progetto di indirizzarsi a Lui, che ha delle vie assai spedite,
per gli affari che dipendono da Roma.
Mi raccomando assai alle sue Orazioni. Le rendo gli ossequi di tutti i miei Compagni, mi esibisco
agli ordini suoi onorifici, e mi rassegno nel Cuore di Gesù e di Maria

D. S. E.
                                                         U.mo ed obbed. Ser. Vero
                           Giustino de Jacobis Prete della Missione




                           A Sua Eccellenza

                           La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta


                                                 Fragagnano



     Data: 03.10.1827
     a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
     in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                        Cisternino 3 ottobre 1827


     Veneratissima Sig:ª

     Sul punto che ricevo la su onorevolissima vengo a riscontrarla. Ai quattordici del corrente noi
     speriamo di essere in coteste parti. Mi raccomando alle sue orazioni, e mi dico pieno di stima

     D.S.E.

                                                                U.mo S. V.
                                                                Giustino de Jacobis
                                                                P.d.M.




A.     S. E.

     La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta

                           Fragagnano
Data: 26.11.1827
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                             Oria 26 9bre 1827



Veneratissima Sig.ª
Dall’estasi della confusione, in cui mi veggo gittato dalla sollecita premura, onde chiede delle
notizie di una vita tanto dispreggevole, quanto la mia le assicuro del mio buono stato di salute.
Serbi, serbi ad oggetti più degni il sacrificio della sua preziosa vita; ed io non dubito punto che il
Signore ne accetterà un giorno il generoso olocausto. Continui a beneficarmi col valore delle sue
preghiere, mentre io da servo inutile del Signore farò delle preghiere pel suo bene, in queste
disposizioni mi rassegno

D.S.E.


                                                             U.mo Ser. V.
                                                             Giustino de Jacobis
                                                             P.d.M.

                              A S. E.
                              La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
                                                     Lecce




Data: 29.12.1827 (?)
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

S. Giorgio, 29 dicembre 1827 (?)

Sig.ª
La somma sua sollecitudine, colla quale ha fatto giugnere nelle mani del mio Confratello una del
Superiore non ha potuto non riscuotere i sensi della più viva riconoscenza, coi quali ci diciamo
infinitamente tenuti a Lui, Signora.
In una lunga lettera, se permesso mi fosse dal tempo di stenderla, le potrei richiamare alla mente
infiniti motivi (di) vigoria negli stessi eccessi di abbattimento in cui vedesi precipitata dai domestici
disguidi. Ed oh con qual energia potrei parlare su tali soggetti ad uno spirito elevato quanto il suo.
Dirò solo che gli augi dell’eroismo si scovrono nei maggiori casi avversi.
Legga questa lezione salutare prima nel fondatore, e poi in tutti i luminari di quella religione, che
sola ha saputo offrire pensieri capaci di regolare uno spirito, come il suo, agitato.
Spero che comincerassi subito la missione di Monteparano. Mi raccomando alle sue orazioni e
sono
D.S.E.
                                                          U.mo Serv. V.
                                                          Giustino Dejacobis




A.                                        S. E.

     La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta

                           Fragagnano




     Data: 1827 (?)
     a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
     in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     Veneratissima Sig.ª
     Il risultato del consesso tenuto coi Sig.ri Marchesi, è stato nelle consequenze perfettamente
     conforme a tutti gli altri antecedentemente tenuti quando, trattavasi di qualche accomodo della loro
     famiglia. Con una carta, in cui eranvi notate tutte le obligazioni da estinguersi col frutto pendente da
     Lei sequestrato, vollero persuadermi, che i lori interessi non permettevano che abbracciassero il di
     Lei proggetto.
     Io in questo fatto ho riconosciuti gli antichi sintomi di quella specie di mania, da cui mi sembrano
     animati, ho disperato di effettuare cose vantaggiose e sempre maggiormente mi confermo, che il
     Signore non ha destinato me, per l’aggiustamento dei vostri interessi ancor se generalmente si
     opinasse che io sia l’anima informante dei di Lei affari; mentre esattamente mi restringo a quello,
     che riguarda semplicemente il mio ministero.
     Io mi credo dispensato dal fare le dovute scuse rapporto ad alcune inconsiderazioni da me usate
     riguardo alla di Lei rispettabile persona, poichè mi credo finalmente sciolto da quelle importune
     formalità solite usarsi con persone, per cui si hanno dei rapporti meno fermi dei nostri.
La di Lei donna di servizio si è presentata per la confessione, poco prima di andarmi vistire per la
messa; dopo celebrato sono ritornato al Confessionale, il quale essendo affollato da uomini accorsi
per udire il discorso, non mi hanno permesso ascoltarla: potrebbe dommattino avvicinarsi la prima.
Ella Sig.a che perfettamente conosce le mie idee, e tutte le posizioni degli affari della famiglia, mi
consigli in qual maniera io potrò soddisfare alle aspettazioni d’innumerabili persone, che
vorrebbero vedere terminati gli affari di Fragagnano pel mezzo mio? Io mi ci confondo, perché ho
dei talenti più limitati dei suoi, ma non si confonderà certamente ben Ella, che vede molto più in là
di me; mi consigli dunque. Ed è poi egli scritto negli eterni volumi dei divini decreti l’epoca di quel
dì universalmente aspettato, in cui i cuori di due germane vedransi rieletti all’unità loro nativa!!!
Affrettalo Sigoree e Dio della Pace.
Io sono sempre nelle antiche disposizioni, in cui mi segno
D.V.E.
P.S. Saranno almeno un centinaja di Eccellenze che Lei ha prodigalizzata ad un ministro di un Dio,
che ripone la sua gloria negli obbrobrj della croce: Sat prota liberant (?)
                                                     U.mo S.V.
        Giustino de Jacobis P.d.Missione
                        A S. E.
                        La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta




Data: 08.01.1828
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I – ACGR




S. Giorgio 8 Genn 18283

Veneratissima Sig.ª


E’ assai probabile , che dommattina saremo in Monteparano per la nuova Missione. Ella in questa
occasione suole avvalersi dei vantaggi della riconciliazione Sagramentale.
Finisco subito; perché pressato dai compagni per dar principio all’Ufficio Divino: mi raccomandi al
Signore e sono

D. S. E.




                                                                    U.mo S. V.
                                                                    Giustino Dejacobis

3
    La cattiva grafia sull’originale può essere letta così com’equi trascritto. Cfr. l’originale della lettera del 29.12.1827.
                                                               P.d.M.

                                           A S. E.

                                  La Sig.ª Elena dell’
                                                 Antoglietta
                                                 Fragagnano


     Data: 12.01.1828
     a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
     in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


             Pulsano 12 Gennaro 1828


     Sig.ª

     Dovrei incominciare a rispondere alla sua onorevolissima che in questo istante medesimo mi
     giugne, col fare le dovute scuse, per la somma confidenza presami nel rimandare un suo messo
     senza accompagnarlo da una lettera di ringraziamento, come era dovere, per la premura avuta; onde
     procurarci una assai comoda abitazione. Adempisco ora a questo doveroso officio, colla presente;
     non avendo l’esclusione (?) della Marchesina Bosi Cersi (?) affatto scemato il preggio del suo
     impegno, per nostro bene: rimetto poi al suo buon cuore l’invenzione di motivi, onde scusare in
     parte la mia colpa.
     Ella venga in nome di Dio, e lasci per qualche tempo sotto del patrio focolajo le cure nojose che
     l’opprimono.
     Gradisca gli ossequj dei miei compagni, uniti ai miei; mentre invariabilmente mi dico
     D.S. E


                                                       U.mo Ser. Vero
                                                       Giustino Dejacobis P.
                                                       della Missione



A.                                        S. E.

     La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta
                    Fragagnano


     Data:   16.01.1828
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



     Pulsano, 16 Gennaro 1828 (?)
     Sig.ª
     Sono grandemente dispiaciuto, per la malefica alterazione di salute sofferta; ma ne rendo nel
     medesimo tempo le dovute grazie al Signore, cui è piaciuto liberarnela sì presto. Si compiacesse
     finalmente darle ancora un freno a questo temperamento così impetuoso.
     Mio Dio: quando mai io ebbi il potere legislativo mentre il ministero stesso non mi autorizza, che ad
     esortare; ma giacché Ella riguarda come legge l’esortazione, io, le dico, che non mai ho preteso
     limitarla fino a non prendere dal consegnatario il necessario. Usi per questo i suoi diritti ma caute
     fiat.
     Era inutile farmi parlare col perito; il quale non mi ha dato che delle notizie assai vaghe.
     Ella si regoli con prudenza, e nel caso, che potesse, per qualche via, accordare al Marchese la
     somma da Lui richiesta sarebbe molto espediente, per la pace vostra.
     Non si dia pena pei compagni da Lei non avvertiti. Tutti l’ossequiano mentre io mi dico
     D.S.E


                                                                U.mo S. V.
                                                                Giustino Dejacobis
                                                                       P.d.M.




A.                                            S. Ecc.

     La Sigª D. Elena dell’Antoglietta

                            Fragagnano



     Data:      05.02.1828
     a:         Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:        Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


                                                        Pulsano 5 Febraro 1828




     Ho letto la di Lei elegante supplica; mi auguro, che sul cuor sensibile del vostro Arcivescovo farà
     tutto il colpo massimamente quando verrà accompagnato dalla di Lei persona. Corregga soltanto il
     cognome dell’Arcivescovo, il quale si scrive: De Fulgure; e non sarebbe male ancora esprimere i
     sensi suoi con maggiore chiarezza.
     Io sto bene: benediciamo Dio: mi raccomando alle di Lei orazioni, e sono

     D. S. E.
                                                                U.mo S.° V.°
                                                                Giustino Dejacobis Prete
                                                                Della Missione




A.                                       S. E.

     La Sigª D. Elena dell’Antoglietta


                   Fragagnano


     Data: 7(?) .2.1828
     a:     Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:    Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


                                                        Pulsano 7 (?)Febraro 1828




     Signora Veneratiss.ma

     Entro perfettamente a partecipare di quella consolazione, di cui è ripieno il di Lei benefico cuore,
     pel conto del Sig.r Lanzo. Anche io ho una morale certezza, che violentato sommamente il cuore
     dell’Arciv.° dalle premure dei buoni, faccia qualche Epicheja sul rigore dei Canoni.
     Mi dispiacciono non poco le sue inquietitudini, piacerà a Dio che finiscano presto.
     Grazie a Dio, sono ormai perfettamente bene in salute. Ella proccuri di conservare la sua, pei giorni
     di quiete, che succederanno a quelli dell’inquietitudini.
     Resto pieno di stima raffermandomi
     D.S. E.




                                                               U.mo Ser V.°
                                                        Giustino Dejacobis
A.                                        S. E.

     La Sig.ª D. Elena dell’
                            Antoglietta

                 Fragagnano


     Data:    01.03.1828
     a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                           Taranto p.mo Marzo 1828




     Veneratissima Sig.a

     Quest’ultimo foglio di Lei onorevolissimo è il terzo, che io ricevo e non do riscontro, che a
     quest’ultimo. Sarebbe questo attrasso assai colpevole se non ne venissi scusato di mille motivi.
     Approvo perfettamente tutte le risoluzioni prese per vantaggio dei suoi affari.
     Chiunque sia stato il Mediatore di Lanzo non ci impedisce però congratularcene sempre con Lui, il
     che ho fatto.
     Mi raccomandi al Signore
     P.S. Mi dispiace assai tutto quello, che ha da soffrire per parte E(cc).

     D.S.E.


                                                                        U.mo S. V°
                                                                 Giustino Dejacobis



A.                                        Sua Eccellenza

     La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta

                           Fragagnano
Data: 26.03.1828
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano4
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

Martano (?) 26 Marzo 18285


Veneratissima Sig.ª
Adesso in punto spiego una sua veneratissima consegnatami da un di Lei Messo. Quel mesto
silenzio, il quale spira in ogni sua parola mi informa perfettamente del suo stato; ma io non me ne
dò grande pena; poiché in Fragagnano dove nascono tutte queste moleste spine, che sì aspramente le
coronano il cuore, avvi ancora e Lei lo sa, quel Celeste agricoltore, che sa dissodare qualunque
terreno. Vada a’ Lui, gli parli franco, e se ha qualche fiducia nelle mie insinuazioni, dicagli pure,
che io la spingo a ricorrere a Lui. Ho detto tutto, non ho più cosa buona da comunicarle dopo questa
esortazione. Mi raccomandi a Dio mentre al solito mi dico
D.S.V.




                                                                       Suo U.mo S.vo
                                                                       Giustino Dejacobis



A S. E.
La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
Fragagnano



Data:     13.04.1828 (?)
a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                              Matina 13 Ap.(?) 1828



Sono assai dispiaciuto più per le cadute spirituali sue, che per tutti i contrattempi insorti nella sua
Patria. Iddio la perdoni.
4
  Elena dell’Antoglietta: nobildonna penitente di San Giustino.\
5
  La parola indicante la località è un po’ incerta nella grafia dell’originale, ma si può ben leggere Martano conoscendo
la scrittura di San Giustino. Lo stesso dicasi per l’anno, che però è sicuramente 1828.
     Avrà dal Superiore avuta notizia della Salute di tutti i miei Compagni, perciò mi credo dispensato
     dal dovere di dargliene ragguaglio.
     Mi raccomandi a Dio caldamente e sono


     D.S.E.


                                                        U.mo S. V.

                                                        Giustino Dejacobis




A.                                     S. E.

     La Sig:ª D. Elena dell’
                    Antoglietta

                   Fragagnano



     Data:    04.05.1828
     a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


                                                                Oria 4 Maggio 1828

     Sig.ª

     Ora che piucchè mai la veggo divenuta il bersaglio ed il trastullo della calunnia e della maldicenza
     v’osservo parimente una maggiore conformità tra Lei, e l’Autore della nostra salute, il quale nacque
     tra le più dispietate persecuzioni, morì nella più grande contradizione. S’attacchi dunque sempre più
     alla sua Croce; questo strumento di pene, e di obbrobrj è l’unico sostegno, che ha da reggere la
     nostra estrema debolezza.
     Scongiuro l’Arbitro Sovrano della nostra vita ad allungare i suoi giorni, che sono così minacciati da
     un gruppo di indisposizioni; ma non lascio ancora avvertirla a non trattare la sua sanità come se ne
     fosse despota assoluta, e non piuttosto usufruttuaria coll’obbligazione di doverne conservare intiera
     la proprietà a Colui, che ve la donò.
     Nulla ha detto il n.ro Visitatore intorno ai cangiamente di Soggetti, nè se ne temono. La mia
     partenza è ancora indecisa. Mi raccomando alle sue preghiere e mi dico

     D.S.E.


                                                          U.mo S. V.
                                                          Giustino dejacobis



A.                                        S. E.

     La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta

                            Fragagnano



     Data:    10.05.1828
     a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                          Oria 10 Maggio 1828
     Sig.ª

     Giacché ha trovato tanta buona disposizione nelle persone che dannificate furono dalle Vacche, di
     questo Ella suole prevalersene affinché l’affare si quieti con silenzio, ma la prego a sodisfare
     ogn’uno rigorosamente, e dopo di aver tutto accomodato la prego ancora di informarmi
     privatamente, ma con esattezza, della spesa, che si è dovuto fare. In tanto rendiamo le dovute grazie
     al Signore il quale ha benedetto il suo zelo per finire pacificamente ogni contesa.
     Si è ricevuta la manteca, ed il F.llo le rimette il panarino.
     Ella sa meglio di me, che il Figliolo di Dio è venuto a stabilire fra noi il suo regno, col mistero della
     Croce, mistero di apparenti contradizioni, ci chiama alla felicità, per la via, che sembrava condurre
     alla miseria. E tutto il sistema della nostra Religione è un sistema, il quale sconcerta le idee
     dell’uomo, ma quello spirito di fede, che gratuitamente abbiamo ricevuto del Dio Redentore, ha
     cattivato talmente il nostro intelletto, che niuna, o quasi niuna difficoltà noi ritroviamo in quelle
     verità, che sembravano follie al saggio del gentilesimo, e scandalo all’Ebreo. Avvezziamoci a
     riguardare la pietà cristiana sotto questo rapporto, di amore, cioè che si adempiano in noi tutte le
     contradizioni della Croce: e questo stato di tregua che attualmente le danno gli incomodi di salute e
     qualunque altro contrattempo proveniente dagli affari suoi sia destinato ad acquistare maggiore
     energia pel tempo del combattimento.
     Energia, che si ha da ricavare dalle piaghe salutari del Redentore, come dalla ben propria fonte
     mediante una considerazione divota, e più attenda. Ecco l’avvertimento, che era, stans in uno pede,
     credo più adatto al suo stato; del rimanente ne cerchi dei migliori al Padre di ogni Lume buono
     nella sua Orazione, cui mi raccomando, ed al solito, senza voler nulla variare mi dico
     D.S.E.
     P.S. Le raccomando a non moltiplicare i messi e le lettere senza una precisa necessità mentre,
     ponno supporsi da chiunque degli affari di somma importanza, e questi no ci sono

                                                          U.mo S.V.
                                                    Giustino Dejacobis


                      A S. E.

                      La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta

                                            Dei Marchesi di

                                            Fragagnano


Data:   14.05.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                    Oria 14 Maggio 1828


        Aspettava l’opportuna occasione di rimandarle l’imagine bendetta del S.G. quando Ella mi
ha onorato di una seconda dalla quale chiaramente rilevo, che gli incomodi della sua salute
progrediscono, in luogo di svanire perfettamente. Non è dunque, si conchiude, compito ancora il
disegno di G.C., il quale ci ha promesso di voler promuovere i nostri vantaggi Spirituali colle
indisposizioni del corpo. Io la credo perfettamente uniformata al volere di questo Padre che noi
sappiamo essere tanto buono. Rapporto poi alla confessione è buono che Ella sappia che in tutti i
giorni posso accettarla, poiché in tutti i giorni sono esercitando questo ministero esclusivamente pei
soli maschi eccettuatane Lei sola come mi ha ordinato il superiore. Onde veda pure che non ci
bisognano più prevenzioni, solo le raccomando nell’intraprendere questo viaggio a non
dimenticarsi, che ha un corpo infermo. Pieno in tanto della solita stima
Mi dico D.S.E.


              U.mo ser. v.° Giustino deJacobis



                                     A S. E.

                             La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta

                                                    Fragagnano

Data:   24.05.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                    Oria 24 Maggio 1828


Veneratissima Sig.ª
La di Lei risponsiva al Sig.r Sanarica, posta l’impossibilità di corrispondere ai desiderj suoi, va tutta
regolare. Solo Ella potrebbe, per impedire l’imminente male, prevederlo dallo stesso Signore,
ricordarsi, che le esibizioni (mi permetta ricordarcelo senza offendere la sua troppo grande
delicatezza) fattele dal Superiore sono le sincere espressioni del suo cuore. Del rimanente faccia
Lei.
Ho avuto il dispiacere di leggere un passaggio della sua, per altro onorifica, poco adattato alle
dottrine del Vangelo. “Sono abborrita da coloro, cui non ho nociuto, molto più lo debbo essere da
Dio che offendo”. Se ne dimendichi di questo prencepio, ne la prego.
Mi raccomandi al Signore e sono
D.S.E.



                                                      U.mo S. V.
                                                      Giustino Dejacobis


                              A    S.   E.

                              La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta


                                              Fragagnano



Data:   28.05.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                 Oria 28 Maggio 1828


Ornat.ma Sig.ª

Prima di far motto della sua diretta al generoso amico ho da parlarle d’un affare assai più
premuroso, come è quello della di Lei salute. Il Superiore ci ha recato a questo proposito delle
dispiacenti notizie. L’urto immenso impresso nel suo spirito dai disguidi dell’affare delle olive ha
sparso nel suo fisico un disordine niente mediocre. Vi è un ceto di persone il quale non già da una
stoica filosofia, ma dalle ammirabili verità vangeliche diretto, hanno acquistata una santa apatia per
gli accidenti temporali, in Lei ho continuamente ammirato il più vivo impegno per far acquisto di
questa scienza tutta nuova pel secolo e questo motivo più d’ogni altro mi spinge ad usare tutta
l’autorità ch’Ella mi ha dato sul suo spirito per piegarla ad occuparsi seriamente pel suo pieno
ristabilimento, affinché non tronchi intempestivamente le più belle fila, che la Provvidenza sta
ordendo. Le insinuazioni pacifiche dell’Amico di Bari non sono che degne di essere tostamente
abbracciate quando la rinunzia di questi cespiti litigiosi fosse un affare seguibile, non ne posso dir
nulla, perché nulla ne conosco. Si salvi pure la libertà del misero Schiavelli. Dalle carceri non
escono mai cose buone.
Le rimetto ambedue i fogli. Nel caso che volesse qui condursi aspetti prima il perfetto
ristabilimento. Io intanto mi dico al solito
D.S.E.
                                                    U.mo S.V.

                                                    Giustino Dejacobis

                             A. S.       E.

                      La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta


                                              Fragagnano


Data:   08.06.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                 Oria 8 Giugno 1828

Veneratissima Sig.ª

La processione del Ss.mo Sacramento, che facea sentire al cuore d’un Diderot tutto l’ascendente,
che la nostra Santa Religione esercita sullo Spirito umano, non potea in alcun modo divenire un
oggetto per Lei indifferente. Mercé una occulta operazione dell’adorabile mistero del Dio
Sacramentato noi ascendiamo fino ai giorni dell’infanzia del Cristianesimo, e colla divota
processione rinnoviamop[in faccia del Cielo e della Terra il commovente spettacolo delle numerose
turbe, che seguivano il Redentore. In questi momenti, è pur troppo facile, che sopraffatto il nostro
cuore dai sentimenti più energici di pietà, vada pronunziando gli inni dello stupore, e della
riconoscenza. Ammiriamo quell’artificio mirabile per mezzo di cui nobilita la religione il nostro
spirito, ricolmandolo dei più gentili, e nobili sentimenti. Artificio perfettamente ignorato dalla
filosofia del secolo, la quale quanto maggiormente si sforza, per nobilitare l’uomo senza il mezzo
della vera Religione accresce il di Lui barbarismo.
Sig.ª, anche quando il Signore moltiplicasse cento volte di più i contrattempi di Schiavelli
cesserebbe forse allora il dovere in Lei di rassegnarvici perfettamente? E’ Dio, che opera; non
temete nulla, pensate solo a non smentire le vostre promesse. Mi raccomandi al Signore e sono al
solito D.S.E.


                                                    U.mo ser. Giustino Dejacobis


                       A S. E.
La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta dei
       Marchesi di Fragagnano


Data:   14.06.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
Oria 14 Giugno 1828


Venerat.ma Sig.ª
Mi sono assai interessato per le avventure del suo ripatriamento, replicate cadute, e sempre illesa,
gli alluvioni che l’anno rispettata; ma niente più mi è sembrato commovente quanto la pietosa cura
presasi per la Sorella. Ella mi direbbe che non debbo di ciò meravigliarmi; perché il suo cuore non
ha giammai nutrito contro di Lei odio, ma nemmeno, ed Ella dovea confessarlo, è stato troppo
sensibile l’amore per Lei; ora che ne veggo qualche preludio, io ne godo.
Essendo il danno cagionato dagli animali della Casa un affare, il quale necessariamente verrà alla
notizia dei Superiori, io crederei espediente, che fattosi dai proprietarj offesi, per mezzo di perito,
calcolare il danno con tutta esattezza, nel caso, che questi non volessero aspettare il ritorno del
Sup.e da Lecce, può Ella promettere che saranno puntualmente rifatti dal Sup.e. La venuta costà del
Ill.o Sergente, senza saperla il Sup.e pro tempore, è un affare impossibile. Potrebbe Ella, per pochi
giorni, prenderne cura. Conosco che le arrecherà degli impicci nojosi ma Ella è solita a far del bene
col proprio incomodo. So che questa mia risposta poco conchiude ma non so dargliene una più
precisa, mentre non avendo io alcun mandato per gli affari temporali nulla posso risolvere, ancorché
il sapessi. Mi raccomando alle sue orazioni e mi dico D.S.E. U.mo Se. Gustino Dejacobis

Volti il foglio



I nostri Superiori hanno il diritto di leggere le lettere dei Soggetti loro quando non sono segnate in
modo che si conosca trattarsi di cosa di coscienza. Usandone legittimamente il Sig.e Martino ha
Egli stesso tolta la diretta a lui nella sua acclusami. Non conosco cosa sia per risponderle

                         A   S. E.


                  La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta dei
                                         Marchesi di

                                Fragagnano




Data:    28.06.1828
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                  Oria 28 Giugno 1828

Onoratissima Sig.ª

In esecuzione dei suoi comandi sono a dirle, che per la grazia infinita del Signore son già fuori di
letto convalescente; ma la malattia è perfettamente terminata. Grazie infinite al Signore.
Accuso due sue giuntemi in poco intervallo di tempo, cui tosto non ho riscontrato per mancanza di
salute.
Ho tutto disposto, per formare dei regolamenti per le Sorelle: attendo il momento ad ordinarli.
Mi raccomandi al Signore pensi solo agli affari suoi, che sono ben molti, anzicchè ad un pretuzzolo.
In tanto mi dico
D.S.E.
                                            U.mo Servo
                                            Giustino Dejacobis




Data:   02.07.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                           Oria 2. Luglio 1828
Venerat.ma Sig.ª
E’ da qualche giorno dacche sono fuori di letto, detenutovi da una infermità assai singolare nei suoi
eccessivi sintomi; ma ho in questa occasione, come in mille altre, chiaramente veduto, che la sanità
del corpo è un affare di cui quanto meno ci pensa l’uomo più Dio se ne incarica. Benediciamo
sempre la sua bontà.
Le ho inviata una mia umilissima in riscontro di due antecedentemente da Lei pervenutemi, ma
ignoro se fosse giunta nelle sue mani: per altro era di niuna importanza.
Godo del suo Cristiano dispreggio per le vanità della vita. Vero cieco chi le stima: in qualche
maniera illuminato chi incomincia a tenerle in non cale. Veramente serva di Gesù Cristo chi
nemmeno le avverte più.
Avviciniamoci al maestro di ogni verità quanto più possiamo, e cadrà come ombra ogni vanità. Mi
raccomandi al Signore nel cui nome mi dico
D.S.E.
                                                             U.mo Ser. V.
                      Giustino Dejacobis

                             A S. E.
                      La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta
                                     Dei Marchesi di
Fragagnano




Data:   17.07.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                           Oria 17 Luglio 1828
Veneratissima Sig.ª

Non ho mai voluto determinarle il giorno per la sua Confessione, stimando sempre, per Lei
vantaggioso lasciarla su questo affare nella più intiera libertà. Le ripeto adunque nuovamente
l’antica frase. Ella venga alla Confessione quando lo stima vantaggioso. La medesima libertà, però
non posso accordarle riguardo alla dilazione della esecuzione della penitenza Sacramentale, perché
essendo questa una parte integrale della penitenza come si esprimono i Teologi, non s’appartiene al
Confessore il dispensarne il penitente. Mi sembra che non le abbia mai assegnato i giorni, nei quali
dovea compiere perfettamente la penitenza, ma quando questa è di poco rilievo è obbligo del
penitente tostamente adempirla.
        La prego a non darsi più pena per la lettera scritta quasi nel delirio della febbre, e solo goda
che sia ben ferma nel grande principio dell’Apostolo il quale dopo di aver conquistato al Redentore
un mondo intiero riconoscevasi debole a segno di non fidarsi profferire con profitto il nome di
Gesù. Ma poi credeasi onnipotente quando poggiavasi alla di Lui Croce; come appunto io rilevo,
che Ella da gran tempo ha praticato.
        Ella non mi ha offeso, quindi non ho di che perdonarla. Solo la prego ricordarsi, che la mia
professione m’impone a seppellirmi nel generale oblio dell’universo; per fare unicamente regnare
Gesù. Niuno si ricordi di me; si accorcino pure i giorni miei: resti tutta la mia vita nascosta nella più
cupa oblivione, perché regni Gesù: Viva Gesù. Ecco i desiderj principali del mio cuore; chi li
seconda è da me stimato: chi li contradice con degli inopportuni elogj m’irrita. Si lodi il solo Dio-
uomo: e niuno simile a me misero pretozzolo. Questa espressione le cagionerà forse del riso; ma
pure è esatta: intanto, sono al solito
D.S.E.                                        U.mo S. V.°
                                       Giustino Dejacobis Prete d. Missione
                        A S. E.

               La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta

                              Dei Marchesi di Fragagnano




Data:   22.08.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                           Oria 22 Ag.to 1828



Stimatiss.ma Sig.ª


In riscontro della sua gentilissima le dico, che da jeri è con noi il visitatore; onde sarà avvisata
opportunamente del tempo in cui mi sarà permesso sedere al Confessionale. Mi raccomando al
Signore e sono
D.S.E.
                                                    U.mo S. V.

                                             Giustino Dejacobis
                                                    P.d.M.
               A   S.   E.

               La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta

                              Fragagnano



Data:    29.09.1828
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                  S. Anna 29 Sette. 1828

Veneratissima Sig.ª
Il suo onorevole foglio non mi venne dato, che vicino alle ore del mezzo giorno, senza nulla
cennarmisi della di Lei presenza in Chiesa, come poi ho rilevato dai suoi caratteri, e non prima
d’adesso mi s’è offerto il comodo di riscontrarla. Credo che per tale incidente divenga presso di Lei
scusabile la mia dilazione. Sicura quindi del suo benigno compatimento mi affretto a
dettagliatamente rispondere a ciascuno dei quesiti. Sospenda per tanto sì il perpetuo, che
l’accidentale turbamento, che le occupa lo spirito; poiché i miei incomodi, perfettamente cessati,
non ne ponno essere una ragionevole causa; nè qualunque altra accidente della vita; mentre
appartenghiamo ad un regno di pace, come l’è quello di G.C. Siamo solamente agitati dal salutare
turbamento, che nasce dall’infelice possibilità di offendere Dio in cui ci costituisce la misera nostra
vita, e dalla terribile incertezza in cui siamo dell’amicizia di Dio.

Mi sembra che Lei si metta sulla via dell’errore dando al Magistrato per principio di prova le
antiche, e nuove inimicizie di Piccinno; il quale per la sua assenza era incapace a produrre
un’azione nel territorio di Fragagnano; non così però pel secondo, che osò di venire fino alla
minaccia contro di Lei. Dia dunque al Magistrato questa indagine, e non la prima.
Non posso non approvare la restaurazione dei pozzi progettati, potendole questa in ogni modo
giovare senza lesione dei diritti altrui. Credo parimenti necessario, che procedasi al sequestramento
delle decime in Suo vantaggio; ma bramerei che questo mio parere non sia conosciuto da veruno di
Fragagnano.
        Si accrescano, Signora, le nostre sollecitudini pel grande affare della salute eterna, con
quella progressione medesima colla quale si moltiplicano quelle dolorose spine, che ci rendono
sempre più penosa la vita. Raccomandatemi a G. C. e sono al solito
D.S.E.

                                                    U.mo Ser. V.°
                                             Giustino deJacobis
                      A. S. E.
               La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
                      Dei Marchesi di
                                      Fragagnano
Data:     post 30.09.18286
a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

Sono costretto a commettere la succida impolitezza di risponderle sul dorso di questa sua,
mancandomi nella Casina carta migliore. Ma Ella tutto sa condonare ai suoi servi. La risoluta
resistenza fatta a coloro che pretendevano accomodare i loro conti, forse disordinati, colla sanzione
della di Lei firma, è stata saggia, e perfettamente conforme alla giustizia; come pure l’è la progettata
divisione del frutto pendente da Lei sequestrato, per ragioni che cennerò in altra più comoda
occasione. Torno nuovamente a domandarle scusa per la maniera impropria colla quale le ho
rescritto. Mi raccomando alle di lei orazioni e sono
D.S.E.

U.mo Ser. V.°
Giustino deJacobis

A.S.E. la Sig. D. Elena dell’Antoglietta Fragagnano



Data:     06.10.1828
a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                                 Santanna 6 8bre 1828




Gentiliss.ma Sig:ª



Mi ricordo dei comandati dati a me ed al Sig.r Iandoli per ritrovarle una persona da Servizio.
Sembra, che le nostre ricerche siano state avventurate; una giovine Donna libera da qualunque
impegno è pronta a recarsi presso di Lei bastandole un sol cenno di accettazione. Le difficoltà che
io trovai altra volta ad accordarle questa Donna svaniscono in faccia alla sua saggezza, colla quale
saprà regolarla. Affretti dunque al più presto possibile a manifestarci le sue determinazioni e
gradisca parimente più distinti miei ossequj uniti a quelli del Sig.r Iandoli, e passo tosto a
raffermarmi pieno di stima

D.S.E.
P.S. Nel caso, che Lei volesse recarsi costà, allora potrebbe condursela: mi accenni il giorno

6
 Trattasi di righe scritte a D. Elena sul retro di una lettera che la stessa gli aveva inviato perché la leggesse e datata
30.09.1828.
                                                                  U.mo S. V.
                                                                  Giustino de Jacobis

                                       A        S.   E.

                                       La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
                                              Dei Marchesi di

                                                                  Fragagnano



Data:     09.10.1828
a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                   Oria 9 8bre 1828

Ornatissima Sig.ª
Ella, che da gran tempo ha dei diritti inalienabili a comandarmi, è nel tempo medesimo molto
riservata ad usarne. Ciò sicuramente proviene dalla educazione ripiena di moderatezza; sotto tale
rapporto non posso non ammirarla. La mia sanità fa ancora dei Progressi. La coppia orgogliosa
dell’animale più superbo, e vano7 sono una bella imagine della vanità della mia salute, e dei
vantaggiosi miglioramenti. Sono depositati nella Masseria per essere offerti al Superiore, dal quale
le saranno rese quelle grazie, che io ignoro offrirle.
Relegato come sono in questa novella Siberia8, e proscritto da ogni Società non ho finora potuto
procurarmi delle dettagliate notizie circa la Donna. Ella la seguirà dovunque; non posso nulla dirle
per lo stipendio. Spero, che questa sera abbia a fine il mio Ostracismo. Domani potrò eseguire gli
ordini suoi: Deo adjuvante.
O quanto più interessante di quelle che riguardano la mia sanità sono le notizie che Ella mi dà della
sua condotta nella quale sebbene non vi sieno mancati dei difetti, ho notato nondimeno molte cose
buone. Potendolo con naturalezza, dica pure qualche parola in vantaggio della persona criticata. I
difetti, qualunque essi siano di una persona qualunque sebbene debbansi internamente disapprovare
da tutti, non danno però mai diritto ad una persona privata di farne un pubblica censura
Faccia gradire i miei distinti ossequj al Marchesino, ed assicuratelo dell’interesse, che io prendo
nella sua infermità, assicuratelo pure, che Iddio pretende da Lui qualche cosa con questa visita
paterna.
Mi raccomandi al Signore
E sono di D.S.E.


                                                                  U.mo Ser. V.
                                                                  Giustino Dejacobis

                            A.    S.       E.

                  La Sig:ª D. Elena dell’AntoglietTa
                         Dei Marchesi di
7
  Si potrebbe trattare di una pariglia di cavalli veri (di cui parlerà tra qualche rigo) e dalla quale Giustino trae
un’applicazione per la sua salute fisica.
8
  (?) da inserire commenti su questa affermazione……
                                     Fragagnano



Data:      15.10.1828
a:         Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:        Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                    Oria 15 8bre 1828

Sig.ª
Pochi momenti sono dacché ho ricevuto dalle mani del Sup.e una sua, che gentilmente prende
interesse dell’ultima mia, e della mia salute.
Non debbo tralasciare pertanto farle notare che qualunque fossero state le mie proposte avanzatele
non aveano sicuramente delle mire capaci di umiliarla, ma erano una semplice testimonianza della
disposizione di prontamente eseguire, occorrendo, i suoi giusti voleri. Della mia sanità posso
assicurarla, che per grazia di Dio è perfettamente valida, onde sono svaniti i motivi, che la ritennero
fin’ora dal profittare del Sagramento della Penitenza.
La Donna di cui le scrissi s’è recata in Oria, ed attualmente dimora nella casa di una divota
aspettando gli ordini suoi, giacché non v’è alcuno ostacolo sì dalla parte sua, né dal canto mio. Non
l’ho fatta partire per costà stimando più opportuno che fosse accompagnata da persona onesta. Mi
determini dunque circa questo affare con una risposta definitiva.
Qualunque difficoltà Ella potrebbe farmi, è stata già considerata e sciolta. Spero solo che il
serviziano di Costei possa sodisfarla pienamente.
Il Superiore è attualmente indisposto, e non manca farle pervenire i suoi ossequj, per mezzo mio.
Intanto continuamente mi ripeto

D. S. E.




                                             U.mo S. V.
                                             Giustino Dejacobis
                                             P.d.M.


                       A S. E.
                       La Sig.ra D. Elena dell’Antoglietta
                              Dei Marchesi di
                                             Fragagnano

Data:      16.10.1828
a:         Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:        Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                    Oria 16 8bre 1828


Si.g.ª
La Donna destinata a servirla è attualmente in una Casa, la quale non calcola affatto l’incomodo di
ritenerla qualche giorno di più; onde credo assai conveniente, che rimanga qui fin al di Lei arrivo,
per quindi accompagnarsi colla sua Padrona, nella quale considererà unicamente la pietà e la
materna vigilanza e niun conto farà del vano lusso. L’appartamento fissato le sarà nello stesso
tempo notificato.
Ritorna dunque il di Lei messo incaricato con questa mia a ringraziarla grandemente della
prontezza, colla quale avete eseguite le mie umili preghiere.
Il Sig.r Sparano va megliorando. Deo Gratias. Gradisca i rispetti di Lui e del Sig.r Iandoli ed i miei;
onde al solito mi dico
D.S.E.


                                                                     U.mo S.V.

                                                      Giustino de Jacobis
                                                             P.d.M.

                 A   S.   E.

                 La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta

                               Dei Marchesi di
                                     Fragagnano

Data:   15.11.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                           Oria 15 9bre 1828


Venerata Sig.ª


Le rimetto il libro della Confraternita, ma senza le aggiunzioni da Lei desiderate. Sono stato
manatore (?) di parola, e sembra che abbia voluto illudere le sue divote dimande, in somma
apparisco reo, ma mi dispenso dal produrre i motivi di mia discolpa, essendole questi ben noti.
Senonché aggiungo, che avendomi fissata l’idea delle costituzioni della Confraternita, mi sarà
facile, nel caso, che venisse confermata sul suo impiego, scrivere le aggiunte senza aver bisogno del
libro. Un parto della mia penna dovea senza dubbio esser distinto coi caratteri di ignoranza
dell’autore, ma pur mi indurrei a produrlo fuora, per compiacerla.
Non ho ammesso Lucia per parlarmi, come desiderava; ed ho creduto contenermi così per ogni
ragione. Il Superiore si occuperà dei suoi destini, io più con comparisco.
Moltiplichi il Signoree i gradi delle sue virtù colla proporzione stessa, che si moltiplicano le
apparenti disgrazie, che pur entrano nell’ordine eterno del sistema della sua giustificazione. Mi
raccomandi a Dio, e sono invariabilmente
D.S.E.

                                                      U.mo Ser. V.

                                                      Giustino deJacobis P.d.M.
                        A.   S.   E.

                 La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta

                        Dei Marchesi di

                                       Fragagnano




Data:   01.12.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                 Oria 1° Xbre 1828

Sig.ª

Adempisco questa volta alla risposta di un’altra sua, che ho ricevuto da qualche giorno. Scomparve
all’istante il messo; senza che io avessi altro mezzo per farla a Lei giugnere prima di questo tempo.
Molto mi dispiace la ferita ricevuta al piede, e molto ancora l’imbarazzo in cui Ella ritrovasi per
Lucia. Erami in verità molto rallegrato, allorchè intesi che viveva in Sua Casa contenta, quindi non
ha potuto non essermi sensibile questo suo cangiamento. Io sono sicuro di Lei per riguardo alla
maniera caritatevole, colla quale la tratta, ma diffidi assai della volubilità di una giovine del caso
(?). La prego ad usare tutti gli sforzi della sua industriosa carità, e nel caso che fosse decisa a partire
potrebbe allora farle intendere che ritrovandoci occupati noi nelle funzioni maggiori del Sacro
ministero non potremmo, per ora, occuparci di Lei in verun conto; onde uscendo dalla Sua Casa
rimarrebbe in mezzo alla strada. Pensi dunque bene ai casi suoi; noi non ne saremo risponsabili
presso di Dio.
Non si dia pena per la penitenza ingiuntale, poiché ponno adempiersi in altro tempo, mentre la
confessione è ancora aperta.
Proccuri in tutto adattarsi per quando può alla decenza ed al gusto di Lucia per quello che spetta i
cappelli.
Queste cose non toccano l’essenziale della vita cristiana, e Lei è più al caso di me nel giudicare
delle convenienze. Qui termino subito essendo sul momento chiamato ad occupazioni
indispensabili. Mi raccomando alle Sue orazioni, e mi dico sempre
D.S.E.



                                                      U.mo Serv. V.°
                                               Giustino de Jacobis P.d.M.


        A   S.    E.
                      La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta
                             Dei Marchesi di

                                            Fragagnano


Data:   06.12.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

Oria 6 Dicembre 1828



Sig. Veneratissima

Ho saputo da qualche giorno indietro la di Lei pericolosa indisposizione con pena; quindi non posso
non consolarmi pel presto ristabilimento della sua sanità, piaccia al Dio della vita prolungare i suoi
giorni come quelli di Nestore per la gloria sua. Nulla aggiungo pella domanda che riguarda la
confessione, in ogni tempo che Ella vorrà io sarò pronto ad ascoltarla. Non nutrendo io men fiducia
di Lei nell’efficacia del Sacramento, per la riforma della vita Cristiana.
Non manco porgere per Lei le umili mie preghiere all’Altissimo: Signore ascoltale! Le augurola
maggior copia delle benedizioni che discendono dalla mano del nostro Padre in questi giorni sacri
alla memoria d’uno dei più grandi Prodigi della sua destera. Finisco e passo al solito a dirmi
D.S.E.




                                                   U.mo Ser. V.°
                                            Giustino de Jacobis P.d.M.

                             A    S.   E.

                      La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta

                             Dei Marchesi di

                                            Fragagnano


Data:   24.12.1828
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                 Oria 24 Dicembre 1828

Veneratissima Si.:ª
Uopo sarebbe senza dubbio percorrere le combinazioni infinite delle figure dell’Algebra, onde
rinvenirvi un numero il quale potesse eguagliare gli augurj felici che Ella benignamente m’invia
nella ricorrente Solennità. Glieli respingo duplicatamente, invocandole di più le tenere benedizioni
del Divino Infante, unicamente capaci per calmare tante tempeste, e tanti temuti naufragi. Le divote
pratiche, che suffragano le ombre onorate dei nostri maggiori sono un desiderio efficace a rendersi
simili colle virtù a quegli spiriti immortali nel novero de’ quali piamente crediamo essere avvallati.
Le inquiete sollecitudini di qualunque genere, la determinata volontà di voler far quello che
difficilmente potrebbe riuscirci bene, i susseguenti furori: nulla nulla di ciò: eglino amano. Ma in
questi sì festivi giorni rilutta la mia penna a continuare uno stile grave: censore, catonico. Nasce la
vita, questo solo mi piace ricordarle, nascono nuovi ordini di cose eterne: cangiano essenzialmente
di aspetto le nostre sorti.
Appartenghiamo da questo dì cotanto augursto per adozione filiale al nostro Dio. Questo pensiamo,
questo ci rallegri, questo ci muti. Pregate Gesù Bambino per me, intorno alla cui culla mi ripeto
costantemente
D.S.E.

Perdonate l’indecenza di questo foglio; poiché non mi rimane tempo per rifarlo dovendo subito
partire il messo

                                                            U.mo S.V.
                                                            Giustino de Jacobis




Data:   08.02.1829
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



                                             Francavilla 8. Feb. 1829



Veneratissima Sig.ª



Debbo primieramente domandarle scusa per aver finora tardato a darle riscontro su degli oggetti per
quanto credo di rilievo; ed in secondo luogo debb’anche chiederle scusa, perché avendo ricevuta in
Luogorotondo9 una sua mentre era al sommo affollato da affari disgraziatamente la lacerai senza
pensare che doveaci ancora rispondere. La sua bontà mi assicura che questa mi arelevante colpa mi
verrà perdonata.
Le accludo le due del Cavaliere Ruggieri: mi raccomando alle sue orazioni e mi dico pieno di stima
mi dico
D.S.E.



Poscritto: Il Sup(eriore) la ossequia e le fa sapere che per g(razia) di Dio passa meglio




                                                            U.mo S.V.

                                                            Giustino de Jacobis

                           A.    S.      E.

                   La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta

                                      Dei Marchesi di

                                                     Fragagnano



Data:       20.02.1829
a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                              Francavilla 20 Feb. 1829


Veneratissima Sig:ª

Rispondo brevemente alla sua gentilissima e la prego incaricarsi dell’ammirazione che potrebbe
arrecare il dover spesso fare eccezione alle nostre costumanze di non confessarsi donne in Missione
da chi è destinato ad udire quelle degli uomini come lo sono attualmente. Onde Ella può favorire
per udire le prediche quando vuole; ma per le confessioni mi scuserà questa volta.
Il Sig:r Sparano è un poco incomodato dalla Podagra sebbene è assai civile.
Mi raccomando alle sue orazioni e sono pieno di stima
D.S.E.

P.S. Prepari intanto i comandi per Napoli per dove sono vicino a partire per trattenermi per pochi
giorni

9
    Evidentemente sta per Locorotondo.
                                                   U.mo Ser. V.

                                                   Giustino de Jacobis




                      A.   S.   E.

                      La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta


                                            Fragagnano



Data:   22.04.1829
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


                                                   Napoli 22 Ap.le 1829

Veneratissima Sig:ª

Nel medesimo tempo, che le rendo le più vive grazie sui felici augurj di cui mi ha onorato nella
ricorrenza della S. Pasqua le auguro parimente, e centuplicatamente benedizioni di ogni genere, nel
tempo, in cui gli infiniti abbassamenti del Figliuolo di Dio hanno arricchito l’universo.
Siamo troppo vicino a riportarci in coteste contrade; le sarei molto tenuto nel caso che occorrendole
cose dalla capitale potessi avere il bene di servirla.
Intanto non mi niega il vantaggio delle sue orazioni, officio cui non manco dal canto mio per Lei.
Finalmente ripieno dei sentimenti di stima mi ripeto
D.S.E.

                                                          U.mo Ser. V.°
                                                   Giustino de Jacobis Prete
                                                          Della Missione

Data:   09.05.1829
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                            Napoli 9 Maggio 1829

Veneratissima Sig:ª

Da quanto posso argomentare il nostro ritorno in cotesti luoghi non succederà certamente prima del
mese entrante. Onde veda…
Per le messe Ella sarà servita nella maniera indicatami, solo temo che non mi sia permesso recarmi
tre volte allo Spirito Santo: in questo caso ne dirò una nel luogo cennato, e due nella nostra chiesa
se pur Ella non giudicasse altrimenti. Per l’elemosina poi la prego a non pensarvi, essendo ciò a
carico mio.
Mi raccomando alle sue orazioni, mi dico invariabilm.e
D.S.E.

                                                               U.mo Ser. V.
                                                               Giustino de Jacobis Prete
                                                                      D.M.


                           A    S.    E.

                           La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta

                                             Dei Marchesi di Fragagnano




Data:     10.08.1829
a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                      Oria 10 Agosto 1829

Veneratissima Sig:ª

Poiché la direzione delle anime porta nel ministro della Penitenza una responsabilità eterna presso
il Sovrano Giudice degli uomini così dopo il Consiglio preso da personaggi illuminati, e dopo
matura riflessione ho determinato farle conoscere che la mia direzione è affatto nociva al suo
spirito. Potrebbe ciò sembrare alla sua buona opinione che ha de fatti miei un solenne Paradosso,
tale però non è sembrato a persone, cui ha Dio voluto che fossero i Luminari del mondo, non che
alle mie riflessioni, ed ai miei cortissimi Lumi. Dopo ciò, confesso il vero, non avendo cuore
d’annunziarle apertamente questa salutevole novella, mi era determinato a serbare un eterno
silenzio sulle sue onorevolissime a me dirette, onde con questo mezzo rozzo e villano all’eccesso,
ma per me pur tuttavia meno penoso e duro, avesse Ella potuto interpretare l’arcano.
Tuttocchè dovrei, in questa occasione per ogni titolo mostrare dell’interesse sui disguidi dei suoi
affari, e più ancora per quei della sua salute, volentieri mi taccio su tutto ciò onde rendere più
efficace questa mia umilissima di licenziata10.

10
  Cioè: Giustino, che è appena tornato da Napoli, pensa (o gli è stato consigliato) di interrompere le sue relazioni
spirituali con l’Antoglietta.
                                                    Suo U.mo S.V.
                                             Giustino de Jacobis prete
                                                           Della M.
                      A    S.    E.

               La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta

                                Dei Marchesi di Fragagnano



Data:    12.08.1829
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
 in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


Casa 12 Agosto 1829


Veneratissima Sig.ª


Le sue indisposizioni, i suoi disagi, le sue afflizioni non ponno non arrecare pena ad ogni cuore
sensibile, che ne ascolti il racconto, e molto più a me, che per non tradire, niente meno, i doveri del
ministero sono costretto involontariamente ad accrescerli. Onde per quando Ella ha di più caro sulla
terra, la scongiuro ad adattarsi alle disposizioni già con maturità prese pel suo profitto spirituale.
Non confondiamo per carità, le leggi di carità reciproca con quelle dei doveri dei Direttori di
Anime. Il confessore è Una persona Divina dirò così; quindi altre leggi, altri doveri, gli
appartengono cui colla grazia di Dio non controverrò in eterno.
Mi raccomando alle sue preghiere, e sono
D.S.E.



                                                             U.mo Ser. Vero

                                             Giustino de Jacobis Indegno Prete

                                                             d.c.d.M.




                                A S.   E.

                      La Sig:ª D. Elena dell’Antoglietta Fragagnano
Data:    20.08.1829
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
 in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




Oria 20 Agosto 1829

Veneratissima Sig.ª


La sua giuntami questo medesimo giorno mi ha raguagliato della maniera, colla quale pensa Mons.e
riguardo alla sua confessione. Quegli è un vero santo, cui bisogna in ogni modo ascoltare. Ella
dunque nella prossima ventura settimana puole qui recarsi per la confessione prevenendola che
rapporto alle imprecazioni mi troverà inesorabile: peroche mi sta fitto in capo che le abitudini della
lingua sieno l’espressione sincera di quelle del cuore quindi….

Mi raccomandi a Dio, e sono pieno della solita stima

D.S.E.

                      A   S.    E.

              La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta

                               Dei Marchesi di Fragagnano

                                     S. M. M.




Data:    11.09.1829
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


                                                            Oria 11 Settembre 1829


Veneratissima Sig.ª

Ella mi permetterà, che riduca a poche parole le mie richieste risposte, per potere in un foglio solo
sodisfare ad ogni sua dimanda.
Qualunque cosa le abbia detto riguardo alla meditazione, ed altre opere di pietà, non debbe in
veruna maniera prenderla come penitenza, ma, come fu mia intenzione, per semplice consiglio,
parleremo poi ad altro tempo di penitenza.
Non posso non approvare, ed anche lodare tutti i riguardi, che è disposta ad usare per D. Michele
Lanza, cui non avrei difficoltà fare una dolce, ed amichevole ammonizione, quando fossi sicuro dei
sospetti che come Ella mi ha cennato, vanno intorno di Lui diffondendosi. Me ne dia, adunque, se
pur lo giudica, un più preciso, e esatto dettaglio.
Qualunque si sia la cagione di quella sua libertà nel svilupparmi con ogni chiarezza ogni genere di
dubbj, debbo, rapporto al primo, dirle che sì l’autorità delle scritture divine sì quella della divina
tradizione, e delle decisioni della chiesa, vi mettono nella felice necessità di nulla pensare
dell’augusto mistero del prodigioso nascimento del Redentore che offenda la imaginazione anche la
più pura. L’Esempio del raggio solare che penetra i cristalli dichiara a meraviglia questo adorabile
mistero; poiché non trattasi del nascimento di altri che di colui che a porte chiuse entrò nel
cenacolo, e pieno di vita escì fuor del sepolcro chiuso da una grossa pietra. Era Maria il fonte
del Profeta, donde le acque della eterna vita uscivano senza mai dischiudersi. Ecco quando ne
impone a credere quella Religione, il cui Principale carattere è la divina e celeste purità.
Intorno alla s(econ)da questione le dico, che i profeti del nuovo e dell’Antico testamento, non che
L’autore di tutti i profeti che ci hanno dato la più terribile descrizione del fuoco e delle altre pene
dell’inferno, descrizione per altro secondo lo stile dei profeti accomodata all’imaginazione degli
uomini tuttoche non debbano intendersi che s(econ)do le definizioni della Chiesa Maestra di ogni
verità. Sono grandi le pene dell’inferno più di quello che possa dirsi: quindi per renderle sensibili i
predicatori sull’esempio dei Profeti si servono di figure le quali non sono per altro inesatte che per
essere assai deboli. Il fuoco dell’inferno è materiale e fa sentire la sua azione allo spirito in quella
stessa maniera arcana, ma vera, che il corpo materia fa sentire il dolore all’anima spirituale.
Finalmente riguardo ai piccoli (?), io sono della medesima vostra opinione; per la posta (?) poi
stimo che non essendovi urgente bisogno si aspetti prima la sentenza, e quindi deciderassi il caso.
Mi raccomando alle sue orazioni e sono

D.S.E.




                                                    U.mo Servo Vero
                                             Giustino de Jacobis Indegno prete
                                                    Della Congr. D:ª Missione



A.   S.   E.
                      La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta
                             Dei Marchesi di
                                             Fragagnano




Data:     25.12.1829
a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                    Monopoli 25 D.bre 1829



Veneratissima Sig:ª

Le confesso, che non saprei dirle cosa migliore sul mistero commoventissimo del S. Natale
temporale dell’Eterno Verbo, che dal medesimo pregarle eterne benedizioni, ed un felice
incominciamento dell’anno nuovo. E poi perfettamente tacermi. La parola di Dio che sulle lingue
Appostoliche di sei dei migliori miei compagni crea nuovi Cieli e terre nuove, sarebbe
soverchiamente avvilita sul labbro d’un grande peccatore. E avrebbe forse nelle mie parole, fredde,
povere, basse, una idea degli infiniti abbassamenti dell’Altissimo, della povertà di quella
incomparabile Reggia ove egli nacque: dei geli, degli aquiloni del rigidissimo inverno, che
presiedeva a quella incomprensibile notte, nella quale si compiacque Iddio mostrarci tutto aperto il
cuore, per far leggervi in esso, anche agli spiriti più insensibili la grandezza del suo amore. Io non
dubito affatto di sostenere, anche contro di me: che chi have la fede di questo mistero, e non si
perde negli eterni pelagi dell’amore di Dio, questi non appartiene più al genere umano, gli manca
quel nobile sentimento, che caratterizza la nostra razza; gli manca il cuore.
Ella è tutta di Gesù e vuole amarlo; dunque l’ama, dunque è tutta di Lui:l’invidio…. Ma si confessa,
per carità. Si compiaccia di far gradire i miei ossequi a questi ottimi, e cari miei compagni cui
auguro quanto a Lei ho augurato non che tutti i Sig.i e Sig.e di sua Casa.
Mi creda sempre di tutto cuore
D.S.E.                                                U.mo Ser: V.
                                                              Giustino de Jacobis I. P.
                                                                             d.M.




Data:    01.01.1830
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
 in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



                                            S. Giorgio Primo Gennaio 1830




Veneratissima Sig:a

Gli benevoli auguri, che Ella sull’alba del nuovo anno, ci invoca dal Cielo, obbligano ogni cuore
grato pregarne per Lei altrettanti. Quel Dio che dà la vita all’universo rinnovando gli giri periodici
delle stagioni ascolti e gli uni e gli altri voti.
Nulla ancora abbiamo di certo intorno alla giornata delle comunioni, essendo tuttavia ogni cosa nel
caos degli avvenire. E’ quasi certo solo che non predicherò io in tale festevole congiuntura.
        Continui a beneficarci colle sue preghiere, mentre pieno di vera stima mi dico
     D.S.E.




                                                                            U.mo Ser. Vero
                                                                            Gustino Dejacobis
                                                                                   Prete della
                                                                                   Missione



A.                  S. E.

     La Sig:a D. Elena dell’Antoglietta dei

                                        Marchesi di

                                                 Fragagnano




     Data:     01.02.1830
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


                                                                   Monopoli p.mo Feb. 1830


              Veneratissima Sig:ª


     Una sua ultimamente diretta al Sig:r Iovinelli, ed a me mi arrecò grande consolazione. E come non
     rallegrarmi vedendola finalmente ben sodisfatta della direzione del Sig:r Iandoli, il quale dieci volte
     più di me è al caso di darle lumi a suoi bisogni opportunissimi. Anderei perfettamente a traverso
     della Divina Provvidenza se novellamente permettessi, come sarebbe suo desiderio, confessarsi a
     me, fuorché nelle circostanze di essere, per suoi affari, più vicino a Monopoli, che al luogo ove
     ritrovasi il Sig.r Iandoli11.
     Ella pertanto non dimentichi mai raccomandarmi al Signore nel cui nome mi dico con ogni rispetto
     D.S.E.


                                                                 Umo Ser. V.
                                                          Giustino de Iacobis P.d.C.d.M.

     11
       Giustino distingue evidentemente, a questo punto, tra ministero della confessione ed esercizio pastorale della
     direzione spirituale.
                               A.    S.    E.

                               La Sig:ª D. Elena dell’
                                                     Antoglietta

                                                    Fragagnano




Data:        08.04.1830
a:           Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:          Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



                                                    Monopoli 8 Ap.le 1830



Stimatissima Sig:ª


Profitto della presente opportunità per ringraziarla della sua obbligantissima ultimamente speditami,
e per il degno dettaglio delle buone qualità da Lei riconosciute nell’ottimo Margarita 12. Bologna ne
lo rapisce, e le assicuro, con mio sommo dispiacere. Ma il Signore che divise agli Apostoli le
diverse regioni del mondo ove dovea ciascuno di loro spargervi sudore, e sangue per piantarvi la
fede, ha dato Bologna a Margarita, ove come fin’ora ha fatto, proseguirà senza dubio ad essere
l’apostolo. Consoliamocene nello stesso nostro rammarico.
Le auguro la santa Pasqua ricolma di quella copia immensa di benedizione onde il Redentore
ricolmò l’universo col suo glorioso risorgimento e pieno di ogni stima mi dico con fretta
D.S.E.




                                                           U.mo S. V.
                                                    Giustino de Jacobis P.d.M.



A.      S.    E.

La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta dei
                             Marchesi di
Bari Taranto per       Fragagnano

12
     Si tratta di un confratello di Giustino.
     Data:   03.05.1830
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



     Monopoli 3. Maggio 1830



     Rispettabilissima Sig.ª

     Bisogna dire che Ella abbia della molta bontà pei suoi debitori poiché quantunque io mi sia con voi
     un pessimo debitore moroso, e quel che è peggio inamendabile pure non mi ha ancora spedito alcun
     precetto di pagamento; la sua è dei 24 Aprile, ed io scrivo in risposta non prima del dì di oggi, per
     dirle, che per grazia di Dio noi stiamo di salute mediocremente bene, effetto come penso delle sue
     preghiere ferventi.
     Ecco Sig.ra quanti buoni effetti pel mio allontanamento da cotesti luoghi: frequenza di sacramenti,
     abitudini eradicate, carità ardente per gli Orfanelli, e che più? Tutto e tutto bene, fuorché quei
     contrattempi, che le cagionano i suoi affari, e la poca disciplinata gente di servizio, ma questo è
     poca cosa per uno spirito cotanto fervoroso!!!
     Io stimerei che all’Orfanello non se gli arrecasse il male di non fargli apprendere arte veruna. Vada
     dunque, direi io, alla bottega, e sia d’appresso a voi per l’educazione religiosa. Ella che ne ha, mi
     rimetto al suo savissimo discernimento
     Non cessi mai dal pregare G.C. per me. I miei rispettosi ossequj per i Sig.ri che sono nella N(ost)ra
     Casa di Lecce: mi comandi con ogni libertà e sono

     D.S. Il Sig.r Iovinelli, che tanto l’ossequia occupato dalle funzioni per le Monache incarica me a
     risponderle per lui, io credo che l’abbia fatto nell’ultima mia umilissima e lo ripeto adesso ancora.
     La ringrazio per l’avviso che riguarda il Sig.r Sparano, ne profitterò

     Suo U.mo Serv. V.°
                                                        Giustino deIacobis Prete d.M.

A.                              S. E.
     La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta dei
                            Marchesi di
                                  Fragagnano




     Data:    24.12.1830
     a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




                                                             Monopoli 24 D.bre 1830



Veneratissima Sig:ª


Eccomi confuso per tutti i versi. Buoni auguri senza fine; complimenti magnifici: che più?
Appresso scuse, ed umiliazioni: Io da parte del Sig.r Iovinelli che ritrovasi in Napoli per salute le
rendo centuplicati tutti i complimenti della lettera; ma che le renderò per le ostriche in conserva; pei
fichi eletti, per l’Olio in gran copia? Semplici parole, semplici ringraziamenti. Ed ecco perché
diceva, che mi veggo confuso per tutti i versi.
Vengo al suo prolungato silenzio. Avea di già capito, che qualche funesta vicenda fosse avvenuta in
riguardo alle promesse fatte al Dio di Fragagnano, e di Monopoli, al Dio di tutti i luoghi: ed ecco
perché in silenzio, ed ecco perché, dicea io, sì lungo silenzio. Ma Dio parla ancora, e parla ancora a
Lei: Lo ascolti…….Perché Dio non mai parla invano: Non dico più niente.
Io sono di mediocre sanità per g(razia) di Dio. Ella, mi dice il vetturino, gode anche salute buona:
Deo gratias. E gliela conservi Dio, quel Dio di salute vera, che ha voluto come noi meditiamo
solennemente in questi giorni santi, farsi nostra vera salute, nel cui nome le auguro a ribocco ogni
celestiale benedizione assieme col buono principio di anno. E sono sempre

D.S.E.

                                                            U.mo Serv. V.
                                                     Giustino de Jacobis

               A. S.   E.

               La Sig.a D. Elena dell’Antoglietta dei

                                      Marchesi di Fragagnano

                                      Fragagnano



Data:    26.02.1831
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                     Monopoli 26 Feb. 1831



Gentilissima Sig.
    Le dolorose catastrofi della sua vita non ponno non commuovermi quando giungono fino ad
    interessare i Santi del Cielo. Dio mio quai torrenti tutti insieme precipitansi di mali! Di mali? Ho
    detto male. E per un cristiano vero abbuso di linguaggi il chiamare mali questi dolorosi
    avvenimenti, che debbono necessariamente intessere l’amara catena della nostra vita. Dirò dunque
    piuttosto: Dio mio quanta pazienza in una fragile creatura a soffrire sì dolorose, e sì incalzanti
    catastrofi! Siate eternamente benedetta in questi prodigj, che scendono dalla pietosa vostra mano:
    Io dirò la desiata Messa, né intendo porre argine veruno alla religiosa vostra pietà.
    Prego Dio a pienamente dileguare i nembi che vanno agglomiterandosi sopra Fragagnano di duro
    orecchio, e di cuore non troppo pieghevole. Mi raccomando alle sue Orazioni e le rendo gli ossequi
    del Sig.r Iandoli, e sono sempre

    D.S.E.



                                                                                 U.mo S. V.

                                                                                 Giustino de Jacobis

                                                                                          Della Missione

A. S. E.
   La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta dei
   Marchesi di Fragagnano

                                           Fragagnano




    Data:        20.06.1831
    a:           Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
    in:          Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


                                                                       Monopoli 20 Giugno 1831

    Veneratissima Sig:ª

    Entrate a parte della mia consolazione: qui in Monopoli oltre al Sig.r Iandoli abbiamo il dolcissimo
    Sig.r Spaccapietra, personaggio onninamente raro. Non date poi verun peso alle parole scherzevoli
    del Visitatore: io sono in Monopoli, e secondo le attuali disposizioni sembra che debba esservici
    ancora per lungo tempo se la morte si tiene le mani sopra, altrimenti partirò, ma partirò per ben altri
    luoghi che quelli di questa terra. Sono altamente compiaciuto per ferventi desideri che sente il suo
    cuore a tutto occuparsi negli ufficj delle Figlie della Carità13. Nelle memorie d’una Dama di qualità
    intorno al Regno di Luigi decimo ottavo Madama la Contessa Olimpia che n’è l’autore

    13
         La sig.ra dell’Antoglietta si interessò infatti anche dei primi insediamenti delle Figlie della Carità in Puglia.
elegantissimo parla d’una Sorella Marta Figlia della Carità la quale andò a rendere visita a questo
Monarca con il petto fregiato di più che nove o dieci ordini cavallereschi, onde molti principi
Europei l’aveano onorata pei grandi servigi resi all’umanità. Sorella Marta vive ancora, chè delle
Compagne affatto Eroine s’è a voi comunicato il loro spirito benefico? Ne parleremo al mio ritorno.
Il Cav. Martinelli m’incaricò farvi pervenire una Crocetta del Legno della Madonna: è presso di me,
l’avrete al vostro passaggio per qua.
Prego frattanto Dio pel felice e presto disbrigo dei vostri […] per quindi occuparsi totalmente in
cose più conformi alla vostra Vocazione, ed allo Spirito vostro risolutamente Cristiano. Non siete
fatta pei litiggi… Lo vedete.
        Raccomandatemi a Dio: e se mai di qualche cosa avesse di bisogno costà me lo dica
candidamente, poiché io io sempre mi riprotesto nel Signore

D.S.E.
                                                       U.mo Serv: V.
                                                Giustino de Jacobis Prete
                                                       Della Missione

                     A sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di
                              Fragagnano

                                       Trani

Data:        28.07.1831
a:           Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:          Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


Monopoli 28 Luglio 1831

Veneratissima Sig.ra

Tutte le vicende dei suoi affari l’assicuro, che positivamente mi interessano, e sono astretto a
continuamente umiliarmi nel cospetto del Signore il quale non ancora si compiace accordarmi la
consolazione di vederla in seno d’una vita pacifica. Ma non per questo bisogna desistere dal pregare
con longanimità.
Il Crocifisso della qualità da Lei desiderato non è possibile ritrovarsi in Monopoli, ed anche quando
ciò fosse possibile la crocetta del legno della Madonna che il Cav.e Martinelli mi ha incaricato
inviarvi è d’una taglia assai piccola per un Crocifisso simile a quello dei Missionari. Mi dia dunque,
intorno a questo, nuovo ordine da eseguire.
Vuole che il quadretto del Miracolo si eseguisse qui, ma qual sensazione farebbe ai Monopolitani, i
quali sarebbero sicuramente informati, che questo quadretto, si sia fatto lavorare non dalla persona
che ha ricevuta la grazia, ma dai Missionari? Li esporremo a qualche diceria pregiudizievole alla
gloria del Santo, piucchè a noi. Onde …
La Messa non potè, secondo la sua intenzione, celebrarsi nel giorno del S. P. 14 perché la sua lettera,
che arrecavami questo comando non mi giunse, che dopo la festa. Che vuole che si faccia in questa
posizione?


14
     S.P.: facilmente si può leggere Santo Padre (S. Vincenzo: la cui festa, 19 Luglio , era infatti da poco trascorsa).
Il Sig.r Spaccapietra, che era capace colla sua Compagnia dolcissima a farmi perfettamente
dimenticare ogni amarezza della vita è stato da Dio visitato da replicata Emottisi: se questo
avvenimento funesto abbia dovuto ferirmi vivamente lasciolo considerare alla sensibilità del suo
cuore. Ma il nome di Dio si benedica sempre. Spaccapietra è attualmente alla campagna, ed il Sig.r
Iandoli ed io gli facciamo a vicenda compagnia.
Raddoppi dunque le sue preghiere per noi: mi comandi, e sono sempre

                                                          Suo U.mo Ser. V.
                                                                Giustino deJacobis d. M.

           A.    S.    E.
                      D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
                      Di Fragagnano
                                                    Trani



Data:       04.08.1831
a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                          Monopoli 4 Agosto 1831

Veneratissima Sig.ª

Per parte del Sig.r Spaccapietra, che attualmente rattrovasi alla Campagna, ed anche per parte mia
che avete voluto rilevare dalla pena sofferta per la malattia di sì prezioso compagno,Vi rendo grazie
infinite. Noi abbiamo ricevuto la scattola con otto bottigliette sigillate dell’acqua mirabile della
quale quantunque non ne avessimo attuale bisogno, essendo la salute di Lui assai migliorata, pure
come un segno del vostro buon cuore noi l’avremo sempre a caro.
Entro poi a parte sì delle consolazioni, che delle sue pene, mi rallegro per la vincita e mi attristo per
la malattia della Sig.r Marchesa vostra Sorella; ed in ogni cosa benedico Dio che tutto dispone per
lo meglio.
Sarà servita per la Messa, come mi comandate ma nel Mese di settembre se saremo vivi quando
ricorrerà il giorno della preziosa morte del Santo15.
L’Orfanello dunque va male! Non mancate a farlo confessare. Egli vorrà precederci per l’eternità.
Noi stiamo bene, grazie a Dio. Guardatevi la salute vostra, per le alunne della Carità, che porgono
per voi continue e ferventi preghiere. Vi rendo gli ossequj del Sig.r Iandoli, mi raccomando alle
vostre fervorose preghiere, e sono al solito nel Cuore di G.C. e di Maria S.ma

D.S.E.
Vi rimando la salvietta


                                                          U.mo ed oss.mo Serv. V.
                                                          Giustino de Jacobis Missionario


                      A.   S.   E.

15
     San Vincenzo: morto il 27 settembre.
               La Sig.ra D. Elena dell’Antoglietta
               Dei Marchesi di Fragagnano
                                            Trani


Data:     02.09.1831
a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




Ornatissima Sig.ª

Rispondo a parte a parte alla sua gentilissima dei 29 del corrente. Per quel che riguarda la salute del
Sig.r Spaccapietra progredisce sempre verso il migliore; il Sig.r Iandoli, ed io godiamo per grazia
di Dio buona salute piuttosto. Per l’esito infelice delle sue liti che vuole che le dica? Debbo
manifestarle quel pensiero che mi sorge in mente in pensandoci. E’ Dio che scherza con lei e invano
Ella chiede potersi sottrarre dagli giri della sua Provvidenza imperscrutabile: non pertanto
disapprovo il disegno come mi accenna di recarsi a piè del trono. Solo dico che determinandosi a
fare questo passo vegga prima spregiudicatamente se il Tribunale di Lecce sia realmente meritevole
del Giudizio di Dio, cui l’appella, a non prendere sbaglio in un affare che dedotto al piede del Re
fermerebbe la inevitabile rovina di una intiera Corte di Maggistrati. Ella potrebbe consigliarsi costà
con persona perita in tali cose, disinteressata e di netta coscienza e così dare dei passi che io affatto
non disapprovo dietro tale cautela. Sua Maestà è come sento dire per recarsi in Provincia di Lecce:
qual occasione di questa più favorevole agli affari suoi? Finalmente la permissione di licitare senza
deposito, che pensate ottenere dai Creditori Esproprianti è l’ultimo sano tentativo per non oscurare
intieramente il nome dell’illustre sua famiglia, ed io anco l’approvo ben volentieri.
Con ogni libertà mi comandi in tutto ciò che potrei giovarle, ancorché in questo tempo non ci siano
prediche in Santa Teresa, che Ella crede panacea per tutti i mali del suo Spirito, e del suo corpo.
Non cesserò. in tali difficili posizioni in cui la veggo. caldamente raccomandarla al Signore e farla
anche raccomandare dalle anime dei buoni Cristiani che qui sono moltissimi.
         Le rendo gli ossequi del Sig.r Spaccapietra uniti ai di Lui ringraziamenti per la cura che di
lui si prende, ed infine passo a dirmi al solito

Monopoli 2 Settembre 1831

                                              Suo U.mo Ser. Vero

A.   S.   E.
               La Sig.a D. Elena dell’Antoglietta dei
                      Marchesi di Fragagnano
                                                    Trani




Data:     06.10.1831
a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                                                  Monopoli 6 ottobre 1831

     Stimatissima Sig.ª

     Voi vi meravigliate perché la vegliantissima Provvidenza Divina voglia divertirsi con Voi; mentre è
     proprio della Sapienza Eterna bamboleggiare coi figliuoli degli uomini? Io piuttosto farei cadere le
     mie meraviglie su quel sangue freddo che con tutto il possentissimo vostro carattere sapeste
     conservare nella lettura del plico di Pisanelli. Questi fenomeni straordinari affatto sono uso
     chiamarli prodigi. Qual meraviglia, ripiglio quindi novellamente, se la Provvidenza voglia con voi
     scherzare; quando non disdegna mettere fuora a riguardo vostro questo genere di prodigi. Naviglio
     desolato, che sempre crede prendere porto e sempre viene respinto nell’agitato mare da nuovi flutti:
     tale voi mi rassembrate in mezzo alle vostre interminabili liti. Chi non sentirebbe pietà delle vostre
     posizioni? Ed io, in fatti, la sento, ad ogni nuova sua lettera sento crescermi il dovere di pregare Dio
     per la vostra pace. La preghiera, che mi avete ad litteram trascritta è dettata dal vostro spirito di
     Religione, e spero, che questo Spirito, che apporta la consolazione fin ove ne dovrebbe essere più
     lontano, voglia arrecarla nel vostro travagliato cuore.
     Nulla affatto posso dirle circa il disegno fatto di volervi unire nella accennata maniera alle figliole
     di S. Vincenzo: che posso dirle su di una istituzione che è ancora puramente in progetto? Quando il
     Signore si compiacesse affrettare l’arrivo del giorno, dal quale derivar debbono le più pure
     consolazioni per delle novelle figlie di S.V(incenzo) allora Voi ne potrete occupare un posto
     distinto; ma ora: ora nulla ancora esiste.
     Per la messa già siete stata obbedita. Mi raccomando fortemente alle vostre preghiere; vi rendo gli
     ossequi dei miei compagni. Sommamente mi piace, che abbiate seguito il consiglio dei savj sulle
     mosse, che meditavate fare presso S(ua) M(aestà). Di nuovo mi raccomando alle vostre preghiere, e
     nel Santo nome di Gesù nostra consolazione sempiterna passo a ripetermi

                                                                Vostro U.mo S.V.
                                   Giustino deJacobis della Missione

A.                             S. E.
     D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
     Di Fragagnano
                                   Trani

     Data:   22.12.1831
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

     Stimatissima Sig:ª

     Prima d’ogni altro dico che il Sig:r Iandoli non ha ricevuto lettere vostre prima di quest’ultima,
     quando io sono stato onorato al par di Lui di caratteri vostri. Sembra che vogliate ricordarmi
     qualche debito di risposta, che io abbia con voi. A dirvela sinceramente non ne conservo memoria.
     Potrebbe che essendo la memoria mia soverchiamente fiacca si fosse perfettamente dimenticata il
     debito. In questo caso sono nel debito ora di chiedervene scusa, come realm(ente) fo con questo
     foglio.
     Che debbo poi dirle per le tante benedizioni che voi mi pregate dal Celeste Bambino. Il Signore vi
     esaudisca perché emendandomi così dagli innumerevoli miei vizj sarei sulla terra meno inutile di
     quello che lo sia attualmente.
     Il Signore pure esaudisca i voti miei e nella prossima solennità nel prossimo incominciamento del
     novello anno e perpetuamente vi accordi tutto quanto io bramo di bene al suo spirito con il corpo:
     nel tempo e per l’Eternità; ma raglio di ciuco, dice il toscano, non giugne al Cielo. In questo caso mi
     ammutolisco.
     Sì, si veggasi una volta la fine di questi vostri eterni affari: è come l’eternità dei reprobi pieni di
     affanni, di travagli, di morte. Anche quando nulla acquistaste, pure colla pace acquisterete tesori
     immensi. Il Dio della pace: il Dio celeste tesoro dei cuori umani, secondi anche in questo i desideri
     miei.
     Pregate G.C. per me, assiduamente io lo fo per voi, e mi creda invariabilmente


                                Monopoli 22 Dic. 1831


                                                                               S. U.mo ed Obb.mo S.V.

                                                            G. De Jacobis della Missione


A.                                    S. E.
     La Sig.a D. Elena dell’Antoglietta dei Mar. di
     Fragagnano
                                          Trani


     Data:     14.01.183216
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     Veneratissima Sig:ª

     Vi chiedo primieramente scusa pel lungo ritardo onde rispondo alla sua onorevolissima e per subito
     rispondere a quel che più preme vi dirò che prontamente lodo la risoluzione fatta di ajutare quelle
     infelici di cui mi parlate.
     Qual opera più di questa grata a quel Dio che assunse il nome di Padre dei Poverelli e che giù venne
     dal Cielo per ritrovare la smarrita pecorella.
     Vi rendo grazie infinite per gli auguri fattimi nelle passate solenni festività. Mi sembra che abbia
     adempiuto con voi a questo dovere per mezzo del Sig.r Iandoli. E se non ancora l’avessi fatto
     intendo con questa mia umilissima adempirvi fedelmente.
     Non so esprimervi se l’afflizione recatami dalle dispiacevoli nuove che riguardano la salute della
     Marchesa fosse stata pari al piacere recatomi dai sentimenti di attaccamento da voi esternati piucchè
     mai in questa occasione per la medesima. Dico solo che entrambi sono stati notabili, ed entrambi mi
     obbligano a pregare il Signore tanto pel ristabilimento della sorella come per darsi perseveranza
     nell’intrapreso sistema.
     La salute mia è piuttosto buona grazie sempre alla bontà di Dio. Voi pur sempre combattete e quasi
     scherzate colla morte sì frequentemente. Abbiate più cura di questa defatigata vita vostra ve ne
     prego.
     Non mancate a raccomandarmi a Dio e credetemi sempre nel Signore

                                Monopoli 14 1832
     16
        La data nel testo della lettera non indica il mese: ma esso si deduce dalla lettera stessa e dal confronto con altre
     lettere.
                                                         V.° U. S.V.
                                                         Giustino de Jacobis
                                                                d.M.



          A.S.E.
     D. Elena dell’Antoglietta dei
     Marchesi di Fragagnano
                                     Lecce



     Data:   11.02.1832
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

     Stimatissima Sig.ª


     A dare una cotale risposta alla sua gentilissima ho tardato fino a questo; ma fatto sta che con tutti
     questi indugi, che mi hanno reso manchevole ai doveri della buona educazione, non ho trovato
     risposta adatta alle attuali sue posizioni. Le sue ragioni come sono esposte nel suo tono piuttosto
     rilevanti, le vicissitudini dei litigi, sono dispendiosi disturbatori della pace, eterni, ed all’attimo
     inconcludenti. Che debba dunque farsi per questo? Ecco il mio sentimento. Rimettete tutte le sue
     ragioni al discernimento di qualche savio di casta ed in tutto dipendete dai suoi divisamenti.
     Se opera da per sè sola un affare in cui è tanto interessata potrebbe sbagliarla facilmente. Un
     accomodamento ragionevole è fuori ogni suo progetto e questo potrebbe esser l’unica risorsa. Non
     comprometta più la pace del suo cuore per dei chimerici doveri.
     La defunta sua Genitrice sarà più paga quando vedrà sua figliuola meno occupata a rivendicare i
     suoi beni che a procacciarsi i beni del Cielo, che formano, come speriamo il consuolo della sua
     Ottima Genitrice.
     Scusi se non ricopio questa lettera sì malamente scritta, mi creda pure che mi manca il tempo. Ma
     l’assicuro per altro dell’alta stima e dei continui voti miei per la sua pace. Preghiamo Dio che ci
     degni farci partecipi di quella che scende dal Cielo, e perano pure tutti gli affari del tempo. Noi non
     siamo affatto del tempo. Raccomandatemi al Signore come io non cesso di fare quantunque da
     indegno, e mi ripeto infine


                           Monopoli 11 feb. 1832

                                                                S. U. S.V.
                                                         Giustino de Jacobis d.M.

A.                      S. E.
     La Sig.a D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
     Di Fragagnano
                                  Lecce
     Data:   08.05.1832 (?)
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




     O.ma Sig.ª



     Le sono assai obbligato per la lettera di Antonio che mi ha mandato. Trovandomi qua non posso
     dargli alcuna notizia per la persona, della quale mi parla. Vedrò procurargliene alcuna al ritorno,
     che farò in Lecce. Non si dia pena per le omissioni non gravi della ultima confessione. Sarebbe di
     grande gloria del Signore, se mai potesse recarsi qui domani al giorno, per altro la mancanza di
     decente abitazione per Lei mi obbliga a pregarla a differire simile incomodo da prendersi.
     Mi raccomandi alle sue orazioni e sono


             Da Manduria 8 Maggio 1832 (?)



                                                       U.S.
                                                       G.D.I.


A.                       Sua Eccellenza

     Elena dell’Antoglietta dei
            Lecce


     Data:   20.07.1832
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

     Ornatissima Sig:ª
O il bello equivoco di jer sera. “Vi è qui una canestrina con una lettera a Lei diretta” mi disse il
F.ll.° Vetere: Presi, aprii la lettera, lessi la firma, e non capiva niente. Osservai poi la soprascritta, e
viddi che non era a me diretta. Gliela accarto adunque così aperta come è : chiedo scusa dello
sbaglio mio, ed assicurandola di aver niente capito.
Pel fatto della veste, che dona al Santo, io non posso nulla accettare dipendendo tutto dal Sig.r
Iandoli il quale rattiensi ancora in letto. In tanto la pregherei a non più differire se si è risoluta far
viaggio: questa mattina il caldo si avanza. Le rimette il libretto con questo motto da me scritto: Non
sono i libri che fanno i santi, ma la perseveranza nel bene; e nulla più.
Verrei io ad ossequiarla, ed ad augurarle il buon viaggio; ma come uscir di casa quando tutti quasi a
casa dormono?
La veste resta in deposito qui e resterà pel santo nel caso che l’approvi Iandoli, altrimenti sarà sua
ancora.
Il Signore accompagni colle sue benedizioni i passi suoi; la raccomando a Dio di continuo: Ella sa
che per me fa lo stesso: ne la ringrazio e mi segno al solito


                       Casa 20 luglio 1832




                                               Suo S. V.
                                               G.D.J.

        A Sua Eccellenza
              D. Elena dell’Antoglietta
                                    Lecce (?)


Data:    30.07.1832
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




Ornat.ma Sig.ª



        Ho spedito per Fragagnano le acclusemi, perché ho giudicato potersi passare a Samarica (?)
la rata dispositiva, come giudico pure che possiate eseguire le piccole promesse, di cui mi parlate,
quando queste riguardano gli estremi bisogni della Sig.ª Marchesa.
        Quando speravasi buon giorno veggo addensarsi nugoli più neri. Il Signore voglia col fatto
smentire i miei pronostici.
Ho dato a Soria (?) il suo biglietto. Ella volea che le scrivessi non so di quale convenzione, che Ella
pretendea fare con Lei. Non la ricordo, né le scrivo con precisione.
        Prego G.C. che voglia darle pazienza di litigante interminabile. Mi raccomando alle sue
preghiere, e sono con ogni stima
                                  Monopoli 30 Luglio 1832



                                                               Suo U.mo Ser. Vero
                                                        Giustino deJacobis d.ª M.e




     A Sua Eccellenza

D.      Elena dell’Antoglietta


     Trani




     Data:   04.08.1832
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



     Ornatissima Sig.a



     Per taluni affari debbo recarmi in Andria colla massima sollecitudine. Onde profittando della sua
     bontà La prego a farmi costà ritrovare un legno che dovesse viaggiare per colà. Giovedì a mattina
     sarò piacendo a Dio costà; la sera debbo essere in Andria. Bramerei che il legno fosse di quei che
     come mi si dice del continuo per altri affari da Trani vanno in Andria.
     Profitterò di questa occasione per ossequiarla, e per ricevere i suoi comandi quanti ne avesse a
     darmene. Intanto raccomandatemi a G.C. come per Lei io non manco mai di praticare, e mi creda
     sinceramente e costantemente

                           Bari 4 agosto 1832


                                                              Suo U.mo Serv V.°
                                                              Giustino deJacobis della
                                                                            Missione


     A.s.e. Elena dell’Antoglietta di Fragagnano- Trani (?)
     Data:   07.08.1832
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




     Gentilissima Sig:ª



     Vi scrivo da Spinazzola. Domani a Dio piacendo sarò al mio destino. L’assicuro che il caldo è stato
     estremo; ma benedetto Dio, che ci ha fatto prendere paese. Ho segnato quante me ne ha fatte in
     questo mio viaggio. Glielo ho segnato per renderle la pariglia.
     Alla lettera che jeri sera mi mandaste io risposi in fretta in fretta senza averla bene capita. Era in una
     brillante conversazione: dovetti appartarmi per un momento in un angolo della Galleria, ed ad occhi
     chiusi rispondere su di quello, che io non sapea.
     Se erano così di rilievo potrà ridirmele, e mi scusi della mia trascuratezza.
     Scrivo dalla Cella di un P. Cappuccino: ecco perché in mezzo foglio… Mi raccomandi a Gesù
     Cristo che ci benedica.


                                    Spinazzola 7 Agosto 1832



                                                                           DeJacobis




A.                     S. E.
     D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di
                                   Fragagnano


                                           Lecce
Data:    10.08.1832
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


Ornatissima Sig.ª


Dunque era gloria di Dio che vi rimaneste in Trani. Così non fossero queste tristissime cagioni, che
ci rattengono.
Godo con sincerità di ogni spirituale vostro avvantaggiamento come se fosse propriamente mio.
Quello che temei avvenne, i sospetti dunque nelle perverse menti sono nate a detrazione del vostro
onore: In queste materia non tanto stoicismo mi piace. Starò a vedere se alla fine siete di bronzo;
che meraviglia che si manifestano nel corso della vostra sanità pacieri funesti (?). E’ vita quella che
da voi si vive fra sì continui disagi. Iddio vi rende piucchè di ferro.
Sono eseguiti i comandamenti vostri per Magno e quelli per Soria: vedrò eseguirli al più presto
possibile. Scrivo in fretta scusatemi per carità, e raccomandatemi a Dio.
Mentre con ogni sincera stima mi ripeto costantemente

                              Monopoli 10 Agosto 1832


                                                            Suo U.mo S.V.
                                                            G. DJ. P.d.M.




A   S.   E.

Donna Elena dell’Antoglietta dei M.i

Di Fragagnano

                              Trani
     Data:     26.12.183217
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




     Ornatissima Sig.

     Avete ogni ragione a dolervi del mio involontario silenzio.
     Involontario, perché avendo scritto la mia lettera non è pervenuta nelle sue mani. Avete ragione,
     come diceva a dolervi di un silenzio assai inopportuno in mezzo ad una ricorrenza di tempi, che ci
     offrono mille motivi a parlare; che quando trattasi di questi misteri che or ora abbiamo celebrato, è
     più difficile ritrovare il fine del favellare, come esprimesi un Santo Padre, che il principio; ma
     silenzio involontario, ripeto; quindi degno di ogni scusa. Le auguro adunque novellamente tutte
     quelle belle, e sante cose, che voi con tanta gentilezza avete a me ed al Sig.r Iandoli augurate:
     Piaccia al Signore esaudire i miei voti.
     La scusa per la quale la Sig.ra Marchesa non ha potuto accettare il suo casto invito, mi è sembrato
     assai giusto. Poiché come lasciare delle Figliuole nubili in Casa senza la madre! Su di questo punto
     in risposta ad una mia a Lei indiretta la Marchesa mi ha scritto, e mi ha persuaso.
     La somma di cui mi parlate potete molto bene spenderla per la famiglia della Illustre, sventurata
     Sorella senza pensare ad altro.
     Raccomandatemi al Signore e credetemi sempre con ogni sincerità

                               Monopoli 26 Db 1832

                                                                      U.mo S. servo Vero
                                                 Giustino deJacobis P.d.M.




     A Sua Eccellenza

D.Elena dell’Antoglietta
    Lecce




     Data:     08.01.1833 (?)
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

     17
       Nell’originale il mese non è molto chiaro. Ma poiché nel testo si parla di “misteri che or ora abbiamo celebrato”,
     crediamo si possa leggere Db = “Dicembre”.
     O.ma Sig.ª


     Scusatemi se rispondo dopo tanto ritardo. Le occupazioni della Missione qua incominciata ne sono
     state la cagione.
              Mi parlate della perdita che abbiamo fatto dell’ottimo Prelato!!! Ne siamo dolentissimi. Egli
     era ancora Missionario.
     Non le respingo lo stizzo della supplica, che mi inviò perché non lo stimo necessario: anzi penso
     che abbia già ottenuto quando domandò per l’infelice Donzella.
     Non mi ricordo se qualche suo comando io abbia trascurato: nel caso che sì la supplico a
     ripetermene gli ordini per tostamente eseguirli.
     Mi raccomando alle sue orazioni e sono con ogni stima

                           Monopoli 8 (?) Gennaro 1833

                                                                U. S.
                                                                G. deJacobis

A.                      S. E.
     D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
            Di Fragagnano
                                         Trani




     Data:   30.03.1833
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     O.ma Sig.ª
     Sono state di già celeb(rate) le quattro messe secondo la intenzione sua; una da ciascuno dei
     Missionari di questa casa. Oggi è terminata qui la santa Missione, nella quale io ho pochissimo
     travagliato per le malattie replicate, colle quali il Signore ha voluto visitarmi. Sia sempre benedetto:
     ora sono di alquanto buona sanità.
     Quante riprensioni non merito io da Lei! Lo conosco, e gliene chiedo scuse moltissime;
     assicurandola che non si è affatto in me scemato l’antico rispetto per la sua degna persona: mi
     raccomanda al Signore e sono con ogni sincerità.

                           Monopoli 30 Marzo 1833


                                                                 Suo Servo U.mo
                                                          G. de Jacobis d.ª M.e

A.                     S. Eccellenza
     D. Elena dell’Antoglietta dei
     Marchesi di Fragagnano
                                           Trani




     Data:   12.04.1833
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I -ACGR




     O.ma Sig.ª
Tutti gli auguri fausti ve li rimando centuplicati. Quanto bramerei che questi miei voti giugnessero
in lieto!
Voi poi sempre nelle battaglie continue, nei continui prodigi di vigore! Voglia accrescerla il Signore
sempre più questo eroico vigore, quanta superiorità ad ogni sciagura. Voi però guardatevi dal
provocarle tanto. Il peso delle sciagure provocato opprime pure i Giganti. Niuna parola sugli affari
vostri, intorno ai quali non avrete forse che altre risposte da darmi, che quelle della bersagliata
umanità.
Non cesserò dal raccomandarvi al Signore, voi fate lo stesso per chi si rafferma invariabilmente

                           Monopoli 12 Aprile 1833

                                                                         Suo U.mo Servo Vero
                                                                         Giustino deJacobis P.M.




                           A Sua Ecc.za

                           D. Elena dell’Antoglietta dei

                           Marchesi di Fragagnano

                                                                Trani




Data:     01.05.1833
a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

O.ma Signora

Da Filippo18 suo beneficato ho semplicemente saputo essere Lei la di Lui benefattrice. Non saprei
quanto Egli si fosse fatto reo nel manifestare il segreto affidatogli, so però che io avea ogni diritto di
conoscere quella mano, che largheggiava sì magnificamente terra bianca e gialla in pro della misera
sua famiglia. Come pure credo che mi competesse il diritto di sapere da Lei Signora la promessa
fatta al Signore come Confessore per meglio regolarne l’esecuzione, giacché mi pare che la qualità
di nobile persona non si fosse verificata in un giovinetto figlio di un Gentiluomo di Provincia
discendente da secondo genito di un Gentiluomo Napoletano. Ma non voglio in questo tormentarla
con immettere scrupoli: solo voglio attestarle che non potrò essere giammai immemore del
beneficio.
Abbenche conosca che non possa altrimenti ad esso corispondere che colla sola grata memoria.
Lo stabilimento per le Figlie della carità in provincia di Lecce 19 dopo tante contraddizioni hanno
meritato da Dio un secondo promotore, Lei è il primo, il secondo Monsignore Bruni al quale
18
   E’ il quarto fratello di Giustino: il più piccolo. Come Giustino, ed insieme, apparterrà alla stessa Comunità religiosa
di S. Vincenzo: cfr. LUCATELLO-BETTA, L’Abuna Yacob Mariam,Roma 1975, pag.202.
19
   Cfr. Lettera del 20 Giugno 1831.
     raccomanderò tutto col massimo calore. Spero che non voglia il Signore più maledire un’opera di
     carità per trovarmi io mischiato in essa.
     Per carità usi qualche riguardo per la sua tribulatissima sanità, questa è una di quelle preghiere che
     non mai ha potuta essere da lei esaudita. Sono consolatissimo per le buone cose che mi dice del
     Marchesino, cui mille ossequi assieme colla rispettabile sua Casa. Vorrei con me D. Donatino ma
     me lo fa vedere Lei questo fatto come quasi impensabile.
     Mi raccomando nelle sue orazioni, mi affido ai suoi comandi e mi ripeto
     Napoli primo Maggio 1833              Suo U.mo servo Vero
                                                          Giustino deJacobis


A.                              S. Ecc.
     D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
     Di Fragagnano                 Trani



     Data:   04.05.1833
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     O.ma Sig.ª


     Rispondo di gran fretta, e da Oria all’ultima sua gentilissima. Nelle sue lettere scorgo una patopia
     (sic!) inarrivabile, che consiste nel semplice racconto delle disastrose sue avventure. Il Signore
     regga colla sua grazia la debolezza del nostro frale.
     Qui sono a motivo di prendere aria, mi dicono, il resto lo sa Dio. Lei conosce molto bene il fare
     nostro in queste circostanze per domandarmi maggiori schiarimenti su questo fatto.
     Raccomandatemi al Signore e pieno di ogni stima mi dico

                           Oria 4 maggio 1833

                                                         U.mo ed Obb. S. V.
                                                         G. de Jacobis




     A Sua Eccellenza

     D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
                                   Di Fragagnano

                                          Trani
     Data:   05.05.1833
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     O.ma Sig.ª

     Primacche dica altra cosa debbo con Lei positivamente dolermi, per tanta dissipazione negli affari
     dell’animo! Abbattimento di spirito! Scoraggiamento… E sì Sig.ª mia! Come potrebbe essere
     altrimenti quando l’uso dei sacramenti è così raro. Naturalmente i disagi moltisimi e le pene
     continue debbono indebolirci di spirito e di corpo: solo il cuore potrebbe concepire un grado di
     energia divina da non scemarsi mai e questo non si ottiene senza l’uso dei sagramenti. Purché
     vogliate rispondermi; ma la lontananza da Monopoli, da Oria mi scusano. Ah, no Signora, no che
     per questo non siete affatto scusata. La fede ci apre da per ogni dove i fondi della divina
     beneficenza, ed è nostra colpa il non usarli. Perdoni se l’interesse che dal primo giorno che ebbi il
     bene di conoscerla, ebbe per l’anima sua , mi detta queste insinuazioni, che non andranno
     certamente a vuoto.
     Le sono molto tenuto pel conto di chiedere di mia salute, la quale, per grazia di Dio va bene colla
     cura che pratico, e spero che andrebbe meglio col favore delle sue preghiere offerte al Signore dopo
     la Divina comunione.
     La sua onorevole lettera mi fa conoscere che ha bisogno di mettere un qualche ordine sugli affari
     dello spirito, ed io, colla libertà che ho da Lei stessa avuta, l’esorto per le viscere della Divina
     Misericordia a non più differire. Ammiro le opere di carità usate colla giovine, di cui mi parla, ma
     non approvo che l’abbiate oppressa quando non è sicura della buona sua condotta. Mi comanda e
     sono sempre nel N. di G.C.

                           Oria 5 Maggio 1833

                                                                U.mo ed ob. S.V.
                                                                G. deJacobis


A.                             Sua Ecc.
     D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
     Di Fragagnano
                                         Trani


     Data:   26.06.1833
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




     O.ma Sig.ª
     Appena giunto in Trani ho domandato di Lei; niuno ha saputo indicarmi la sua abitazione: questo
     mi è stato di dispiacere. Era dovere andando io in Napoli ricevere per cale i suoi comandi. Non
     potendolo altrimenti lo fo alla meglio con questo foglio che raccomando al Cameriere della
     Locanda. Mi dimandate l’oggetto pel quale mi reco alla Capitale? Per salute. Così mi dice il
     Superiore.
     Mi raccomando alle sue orazioni, e mi dico

                               Trani dalla Locanda 26 Giugno 1833




                                                                           Suo U.mo Ser. V.
                                                                           Giustino deJacobis


A.                     S. E.
     D. Elena dell’Antoglietta
     Dei Marchesi di Fragagnano
                                        Trani




     Data:     03.07.183320
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

     O.ma Sig.ª


     Avete ragione di tanto lagnarvi di me; potea usare maggiori attenzioni a merito vostro: scusatemi;
     ma sappiate, che qui in Napoli ove va benissimo la mia salute per grazia di Dio io sarò per Voi
     sempre lo stesso. Adoriamo in tanto i tratti della Provvidenza che sconcertano i disegni degli
     uomini. Sappiamo però che tutto avviene pel meglio nostro.
     Mi sono consolato positivamente per la vostra confessione. State in essa perseverante.
     Passando per Fragagnano, da lungi presi congedo dal vostro Paese; ora spero che debba risuonare
     perpetuamente il vostro nome fatta che vi sarete santa: imperciocchè santa il Signore vi vuole
     assolutamente. Comandatemi, raccomandatemi a Dio, sono sempre

                                        Napoli 3 Giugno21 1833

     20
        Nel testo della lettera si legge “3 Giugno”; ma si deve pensare ad un lapsus. Infatti il timbro postale di Napoli
     chiaramente leggibile indica appunto “3 Luglio”. D’altra parte abbiamo già letto nella precedente lettera datata 26
     Giugno che Giustino sta appunto andando a Napoli. Inoltre leggiamo qui che la salute sta riprendendo, mentre nella
     citata lettera del 26 Giugno si affermava che essa non appariva sicura.
     21
        Vedi nota precedente.ò
                                                                  U. ed O. S.
                                                                  G. de Jacobis




                             A .S. E.

                             D. Elena dell’Antoglietta

                             Dei Marchesi di Fragagnano A.M.

                                                        Trani




Data:       17.07.1833
a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




O.ma Sig.ª


Vi sono assai obbligato per la conoscenza, che mi avete fatto fare del Cav.e Rugieri: persona a quel
mi pare, nè temo ingannarmi, veramente stimabile; dal suo discorre quanta saviezza tralucea! Vi
sono veramente obbligato, ne coltiverò l’amicizia con tutti i modi che mi sono permessi dal mio
rozzo carattere.
La mia salute, so che ne volete sapere qualche cosa, perché siete obbligante assai, va
mediocremente bene.
Quando godrei se continuaste la frequenza dei Sagramenti, imperciocchè qual’altra consolazione ad
uno spirito così come il vostro tribulato!
Conservate voi la vostra sanità: ve ne prego: e se il potessi vi direi ve lo comando. Vado
all’Ufficio22; perciò finisco: ma non finisco di raccomandarmi alle vostre orazioni, di ripetermi
                                              Napoli 17 luglio 1833


22
     Cioè alla preghiera in comune della Liturgia delle ore.
                                                                U.mo ob. V. S.
                                                                Giustino deJacobis




A.        S. E.

     D. Elena dell’Antoglietta

     Dei Marchesi di Fragagnano




     Data:   27.07.1833
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




     Veneratissima Sig.ª

     Vengo a darle una seccatura colla fiducia di essere dalla di Lei ben nota bontà compatito, tanto più
     che trattasi di aiutare una Vedova e degli Orfanelli: so che a questi alti benefici Lei è usa da gran
     tempo: forse faranno un giorno l’unica occupazione sua.
     Bramerei che le accluse carte passassero nelle mani dell’avvocato Pinto di Monopoli,che risiede in
     Trani: non sapea a chi meglio di Lei dirigerle pel sicuro ricapito.
     Coma va la sua salute? Io grazie a Dio sto piuttosto bene. Per Napoli non avete comandi da darmi?
     Sa con quanto gradimento gli accetterei. Mi raccomandi a G.C. e sono al solito con ogni rispetto
                                   Napoli 27 luglio 1833

                                                                       Suo U.mo Serv. V.
                                                                Giustino deJacobis

A.        Sua Ecc.
     D. Elena dell’Antoglietta dei
     Marchesi di Fragagnano
                                     Trani




     Data: 29.07.1833
     a: : Sig. ra Peppina Vernoleone
     in: ACPN
                                                  I.M.I.

                 1 – Lecce lì 29 Luglio 1833
                 O(noratissi)ma (?) Signora

                 Rompiamo il silenzio adesso che così richiede la gloria del Signore,
                 per la quale dobbiamo spendere anche la vita.
                 Buona figlia non vi spaventate, per le miserie di cui mi parlate; siamo
                 già nella terra delle miserie ma abbiate cura per fare risplendere la
                 grandezza di Gesù Cristo in mezzo alle miserie medesime. Ed in qual
                 modo, mi domandate? Con combattere valorosamente contro i nemici
                 non con gli sforzi nostri, dei quali i nostri nemici ne ridono; ma colla
                 piena fiducia e col continuo ricorrere a Gesù Cristo. Qualunque sia
                 quella molestia di senso che non sapete descrivere e qualunque ne sia
                 la sorgente, è sempre arma cacciata dall’arsenale dell’inferno. Voi
                 gittatevi nelle piaghe del Redentore senza punto curare i malvagi
                 pensieri che il ricorrere a questo buon Padre divino vi mette in mente.
                   Per non perdere poi il tempo prezioso dell’orazione ove vi accada
                 d’essere distratta ed agitata da imaginazioni laide aiutatevi colle
                 preghiere vocali, come ci consiglia quel gran Santo di S. Francesco di
                 Sales.
                  Tanti ossequii alla nuova Badessa che credo che sia quella religiosa,
                 che a tempo degli esercizi avea l’ufficio di Prima Sacrestana, e che era
                 di poco buona salute.
                 Chiunque peraltro si fosse fatele gradire i miei ossequii e Voi
                 riguardate nella di lei persona la Madre che è succeduta alla gloriosa
                 S. Chiara e con la ubbidienza procurate di avere quelle benedizioni
                 che il Signore ha promesso alle figlie docili ai comandamenti della
                 loro madre. E quando voi lascerete coteste vesti secolaresche? Che si
                 tarda più? Alle cose buone bisogna essere sollecita.
                   Raccomandatemi a G(esù) C(risto) e credetemi sempre
                                                 Vostro dev.
                                             Giustino De Iacobis




Data:   03.08.1833
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



Or.ma Sig.

Senza perdermi in ringraziamenti dicchè a dirle il vero ne ho poca voglia, Le manifesto un mio
pensamento coniato sul modello di quei tanti pensieri di Lei che così la distinguono: Chi vale tanto
quanto Ella vale nel guadagnare anche le più disperate cause negli umani tribunali, non perderà al
certo la Sua gran Causa che pende nella Gran Corte Divina. Per altro io sono appieno sodisfatto del
contegno che ha tenuto nel punto del suo trionfo: mi sembrava simile a quello di Corinna di Stael
     (?) quando marciava al Campidoglio. Vi sono dunque anche nelle tristi sue posizioni delle grandi
     consolazioni! Oh! Dio quanto mai sei amabile da per tutto.
     Avrei fatto leggere al Sig.r Sparano tutto, ma quella parola amara, che non so come le fosse
     scappata fuori dalla penna: “le bestemmie del Marchesino”, me lo divietano, ne lo ragguaglierò
     altrimenti.
     Qui non confesso Donne: mi mancano gli anni qui richiesti.
     In verità, che fui troppo poltrone a nascere!
     A Lei per altro non mancheranno mezzi onde riconoscere i favori di Dio colla maggiore frequenza
     dei Santi Sacramenti costà praticata. Io qui ho trovato gli affari di mia famiglia rovinati in un modo
     spaventevole, e siamo nella medesima posizione. Le dico questo per addimostrarle che la mano di
     Dio ci preme egualmente. Dio non è accettatore di persone, ma è sempre amabile, e più quando ci
     percuote.
     Pregate Dio per me, lo stesso che io non cesso mai di eseguire per Lei. Credetemi nel N. di G.C.

                            Napoli 3 agosto 1833


                                                          Suo U.mo Ser. V.
                                                          Giustino Dejacobis

B.        Sua Ecc.
     D. Elena dell’Antoglietta dei
     Marchesi di Fragagnano
                                     Trani


     Data:   03.09.1833
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




     Or.ma Sig.ra

     La morte del buono fanciullo se ha rattristati noi ha però rallegrato il Cielo. Voi in tutto il corso
     della vita fra tanti avvenimenti non avete fatto niuna cosa così rimarchevole come l’educazione che
     avete data a Pasquale per facilitargli l’ingresso nel cielo.
     Rapporto poi al parricidio di cui vi accusate credetemi, che è effetto di troppo delicata coscienza;
     non ci avete l’ombra della colpa in tutto il corso della malattia, che ha arrecato la morte a
     quell’innocente. Per altro possiamo dire di Lui quelle parole dello Spirito Santo “ha finito in breve i
     suoi giorni affinché la malizia non ne corrompesse i costumi”.
     Di questi tempi per un fanciullo della sua condizione avrebbe potuto nel corso di lunga vita
     ritrovare dei passi malagevoli. Invidiate forse al Cielo il frutto delle vostre mani, che vi ha carpito .
     Io l’ho raccomandato nella messa; continuerò a farlo. Per riguardo alle messe, che volete che si
     celebrino, non so che rispondervi, fate come volete: so quanto in questi punti è ferma la vostra
     volontà. Adesso avete un avvocato di più nel Cielo. Piccola ventura!!! Raccomandatemi a Dio.
     Sono piuttosto in buona salute per grazia sua
     Abbiate cura di voi ve ne scongiuro. Comandatemi con ogni libertà e credetemi nella carità di
     Nostro Signore
                    Napoli 3 Settembre 1833



                                                                    U.mo ed Obb. S.V.
                                                                    Giustino deJacobis
     A Sua Ecc.
                            D. Elena dell’Antoglietta dei
                            Mar. di Fragagnano
                                                            Trani
     Data:   11.09.1833
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     O.ma Sig.ª

     Sono grandemente edificato pei sentimenti di tenerezza Cristiana, che serbate per defunto
     Innocente, cui le opere soddisfattorie che per lui farete ponno essergli note col beneplacito del
     Signore. Soprattutto trovandosi in luogo di salute come fondatamente lo speriamo: ma sono
     benanche edificato dippiù per la cura che vi date della Marchesa tribulata, cui fate gradire i più
     sinceri attestati del mio rispetto. Voglia il Signore contracambiare tante sue buone operazioni con
     maggiore premura per la salute dell’anima propria. E lo farà.
     L’impresa di fare ammettere tra i Figli di S. Vincenzo il Defunto avea delle grandi difficoltà; ma
     adesso ave abbreviato il cammino: beve col santo Padre degli Orfanelli al medesimo fonte di
     felicità. Potessimo anche noi essere loro compagni!
     Pregate il Signore per me. Datemi dei comandi in libertà e finisco con dichiarami sempre

     P.S. Fui dal Cav. Ruggieri per rendergli visita, ma era uscito per infermità; non so se il servitore
     abbia fatta l’imbasciata. Ci andrò qualche altra volta piacendo a Dio; merita ogni attenzione.
     Napoli 11 Settembre 1833

     I miei ossequi a tutti i Nipoti e Nipote che tanto stimo


                                                                          U.mo Serv. Vero
                                                                          G. Dejacobis



A.               S. E.
     D. Elena dell’Antoglietta dei Mar.
            Di Fragagnano
                                   Trani



     Data:   28.09.1833
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
Ornatissima Sig.ª


Arrossisco per ciocche vengo a pregarla. Ho conosciuto che un dei Fratelli miei23 amerebbe andare
in pratica pella professione di legale alla quale si è addetto, col Cav.e Ruggieri vostro buono amico;
ma siccome le di Lui esibizioni, che mi ha fatte sono troppo grandi, e tutte a riguardo vostro io non
stimo bene profittarne in questa circostanza. Vorrei sapere su questo particolare il vostro parere e
nel caso che volesse di questo scrivere a quell’ottimo personaggio vi prego a non farlo prima di
avermene avvisato. Vedete quanta impudenza ho detto che ne arrossisco.
Come si sta a salute: quella della Marchesa come va? Vi prego a fare gradire a Lei ed a tutti di
famiglia gli umili rispetti miei. Voi non mancate a raccomandarmi al Signore. Io non me ne
dimentico mai per Voi. Così le mie preghiere avessero altra efficacia. Comandatemi mentre sono
invariabilmente

                             Napoli 28 settembre 1833


                                                               U.mo Suo Ser. V.
                                                               Giustino deJacobis


                    A Sua Ecc.

                    D. Elena dell’Antoglietta dei

                    Marchesi di Fragagnano

                                           Taranto per Fragagnano




Data:       16.10.1833
a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

O.ma Sig.ª

Usate talvolta delle espressioni capaci assolutamente a ricolmarmi di confusione ed alle quali non
posso altrimenti rispondere che col silenzio. Debbo poi assai ringraziarvi per la disposizione in cui
siete di indirizzare da parte mia delle preghiere al Cav. Ruggieri pel noto affare 24, di che ne
profitterò volentieri in caso di bisogno, e così potrò riguardarvi come mia benefattrice a giusto
titolo.


23
     Si tratta del fratello Donato.
24
     Cfr. lettera del 28 Settembre 1833.
Non pensate più, ve ne prego, alle sviste, che dite aver prese per la salute dell’innocente defunto:
egli ha conseguita quella trasformazione beata, alla quale noi non giugneremo che dopo pericoli e
travagli lunghissimi.
Prego per lui di cuore il Signore a rendere stabile quel cangiamento universale, che avete osservato
sui parenti illustri, nella servitù.
Voi poi fate bene a non imbarazzarvi molto nella vana gloria di questi passaggieri trionfi.
Aspirate sempre a quella gloria Cristiana che nasce dai trionfi riportati sulle proprie passioni. Godo
molto per la confessione fatta dal nostro Sig.r Cappellano. Che guadagni preziosi sono questi!
Degni unicamente della stima di un cuore cristiano.
Badate un po’ a cotesta logora sanità vostra: alla fine poi non siete di bronzo; ai travagli, alle
afflizioni, e diciamolo pure agli anni cede qualunque temperamento robusto. Pensateci con un po’ di
maggiore attenzione; vi restano ancora a compiere grandi cose per la gloria di Dio.
Comandatemi con libertà: raccomandatemi al Signore e sono

                              Napoli 16 Ottobre 1833


                                                            U.mo ed Obb. S.V.
                                                            Giustino deJacobis
       A Sua Ecc.
            D. Elena dell’Antoglietta dei
            Marchesi di Fragagnano
                          Taranto per Fragagnano



Data: 25.10.1833
a: Sig. ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                                                   I.M.I.

                  2. Napoli, lì 25 Ottobre 1833

                  Mia buona figlia in Gesù Cristo
                  La vostra lettera mi è stata di consolazione e di compassione. Avete
                  così bene espresso il compassionevole vostro stato, che avreste mosso
                  la pietà anche delle pietre. Vedete qual vita meniamo quaggiù? vedete
                  se possiamo fidarci degli ingannevoli giorni di questa vita presente;
                  vedete quanto sia vero il detto di Gesù: che stando da noi lontano lo
                  Sposo delle anime nostre, noi siamo, in lutto continuo.
                   Mi sono poi assai consolato nello scorgere belli caratteri di
                  predestinazione nella vostra lettera; perché tutta la vostra amarezza
                  nasce dal timore che avete di offendere il Signore e dall’amore che
                  avete alla santa purità che piace cotanto al Figliuolo purissimo della
                  Vergine Maria.
                  Posso poi assicurarvi che voi non peccate per le turbazioni che sentite;
                  anzi che confidando più nell’aiuto di Dio siate più libera e più sciolta
                  nelle azioni indifferenti umiliandovi assai, quando vi sentite dal
                  nemico umiliata.
                        Gesù Cristo vi ama, questo posso dirvi con sicurezza, e questo vi basta
                        per quietarvi, per mettervi in guardia maggiore nelle cose pericolose
                        ed essere più libera nelle azioni indifferenti. La direzione è questa
                                         Al M(ol)to R(everen)do Sig(no)r
                                          Il Sig(no)r Giustino de Iacobis Prete della Missione –
                               Alle Vergini – Napoli             Gesù vi benedica



Data:       13.11.1833 (?)
a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


I.M.I.

O.ma Sig.ª

Anche io sono dolente per non esserci incontrato in Lecce ove avrei dovuto pregarla di qualche cosa
in riguardo al caro nostro Marchesino. In Aredeo (?) discorreremo di tutto ed accomoderemo i
conti.
Per fare devenire il Visitatore ad accordarci il permesso desiderato, l’unico canale efficace è il Sig.r
Spaccapietra, il quale è col Visitatore tuttavia in Roma; potrebbe per altro essere giunto in Napoli.
In questa supposizione la mediazione di Rugieri sarebbe assai utile. Anche io scriverò. Sa il Signore
quanto bramo la pace della sua Casa!
Comandatemi con libertà. Gesù Cristo la benedica

                             Gallipoli in fretta 13 novembre 183325 (?)

                                                                                U.mo Servo vero
                                                                         Giustino de Jacobis

                    A S. E.

                    D. Elena dell’Antoglietta dei

                    Marchesi di

                                      Taranto per Fragagnano



Data:       20.12.1833
a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


O.ma Sig.ª


25
     L’anno 1833 in realtà non è sicuramente leggibile nell’originale.
Senza perdermi in inutili forme di rendimenti di grazie per il pensiero che Ella si da della mia salute
posso assicurarla, che per grazia del Signore niun male mi habbia arrecato fin’ora il Grippia (?) che
realmente infierisce in questa Capitale. Finora sono stato fuori Napoli per causa di Missioni ove le
fatiche mi sono state piuttosto di medicina, che di detrimento.
Ella poi di tutto mi parla che della sua sanità: grande lezione per me, che mi indica qual poco conto
debba farsi una vita sì labile come questa nostra, la quale non acquista valore, che quando si spende
per Dio.
Prego istantemente il Signore a compiacersi di metter termine ai perpetui litigii per dare così campo
a Lei di mettere in esecuzione tutti i progetti benefici, che Ella ha in cuore a riguardo della
Famiglia. Oltre a questo Augurio non saprei cosa dirle per darle animo in tanti contrattempi che
l’affliggono.
Non differisca l’uso salutare dei Sacramenti: metta questo tra gli affari più premurosi della vita ed
ad usarne utilmente non manchi mai a disporvi con la pratica continua delle opere di pietà.
Non vedo poi alcuna soda ragione per desistere dall’assistenza degli infermi: queste sono le opere
maggiori della carità Cristiana, dalle quali non possiamo allontanarci senza rinnegare questo nome
Augusto che tanto ci onora.
Niun Parrucchiere, niun denaro di suo conto ho finora visto. Dico ciò non perché approvassi la
determinazione presa di mandarmi il peculietto del Defunto Fanciullo; ma piuttosto affinché
prendesse conto di questa rimessa.
Ossequio Lo Marchese D. Donatino, D. Donata, D. Teresina… ho indovinato i nomi?
Mi raccomando alle sue orazioni: mentre io con augurare a Lei ed a tutta la Famiglia il Santo Natale
con l’accompagnamento delle più grandi benedizioni del Signore mi raffermo
                       Napoli 20 Dicembre 1833
                                                             U.mo S.V.
                                                             Giustino deJacobis d.M.

A S. E.
              D. Elena dell’Antoglietta
                                    Dei marchesi di
Bari-Taranto per Fragagnano


Data:       28.12.1833
a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



O.ma Sig.a

Sul punto di chiudersi la porta mi restringo ad augurarle il felice principio del nuovo anno. Che
debba poi dirle del magnifico reale26? Sono al sommo tenuto alla sua gentilezza. Il giorno 27
corrente col Sig.r Sparano abbiamo ricevuto i frutti di mare spartili (?), ed io di più un grosso
canestro degli scelti fichi. Il ritardo non è certamente provenuto da Lei, che ha voluto anche darsi il
pensiero di arricchirci di quella specie di crostacei di cui questi Napoletani sono ghiotti. In ogni
modo le ne professo grande obbligazione.
Qui sono di passabile salute, e potrei dire anche di buona salute senza mentire per grazia del
Signore al quale la prego raccomandarmi. Perché poi non mi onerate de’ comandi, solo complimenti
magnifici sa fare ai quali io ho la confusione di non corrispondere altrimenti, che con parole.

26
     Sta per regalo.
         Credami con ogni sincerità
               Napoli 28 dicembre 1833




                                                             U.mo ed Obb. S.V.
                                                             Giustino deJacobis
                                                                    d.M.

               A   Sua Eccellenza

               D. Elena dell’Antoglietta

               Dei Marchesi di F.

                       Bari Taranto p. Fragagnano




Data:    senza data
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


Sig.ª

Ecco, che finalmente un eccesso di Spirito di Religione ha preteso darmi degli attributi, che poco
convengono ad un Ministro della Religione. Non basta forse la semplice voce? Ci vogliono anche
delle carte, per accertarmi di fatti, che vengono da Lei attestati; tanto più ciò basta, quanto che io mi
sono dichiarato e con D. Luigi e con Schiavo, e col Marchese, che poco voleva occuparmi di affari
talmente intricati, che si richiede una mente piucchè Angelica, per afferrarne il solo stato delle cose.
Ella agisca, e nulla tema degli infermi, che possono venire a me delle sue operazioni. Mi dispiace
assai la sua indisposizione! Piaccia al Signore farle servire pel profitto spirituale.
Io nulla più capisco degli affari della sua famiglia.
Continui per carità le sue divozioni, le quali non debbono essere alterate nemmeno dal
rovesciamento dell’universo.
Dia un poco più di vigore alla virtù della Croce di G.C., il quale puole solamente sostenerla in
questo ammassamento di accidenti singolari, che l’affliggono. Non cessi raccomandarmi al Signore
mentre pieno di rispetto mi dico

D.S.E.




                                                      U.mo Servo V.
                                                      Giustino Dejacobis Prete
                                                                  Della Missione


                   A Sua Eccellenza
                   D. Elena dell’Antoglietta dei Mar. di
                   Bari Taranto per Fragagnano




     Data:   senza data
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



                                                                  Casa_________

     Ornatissima Sig.ª

     Egli è affatto impossibile, che tanta sensibilità, che Ella prova per tutto ciò che riguarda in
     qualunque modo la Religione non debba vivamente commuovere il cuore dell’Immortale lo Autore
     della medesima, il più sensibile dei Cuori! Io sono al primo giorno della convalescenza di una grave
     malattia, che da nove giorni mi tiene ancora in letto. Benediciamo sempre come ce lo dice il più
     innamorato di Lui, l’Apostolo S. Paolo, benediciamo sempre il nome di Gesù così nello stato di
     vigore, come in quello di infermità. Le auguro il buon’arrivo in Lecce, ove spero che ogni cosa le
     sia a seconda. Mi raccomandi forte al Signore e non pensi più a quello che fa il Superiore per dare
     piccoli segni di gratitudine ad un’Insigne Benefattrice. Io sono intanto col più sincero sentimento di
     stima
     D.V.E.


                                                           U.mo Servo V.
                                                           Giustino deJacobis

A.      Sua Eccellenza
B.      La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta

     Fragagnano
Data:   senza data
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                              Casa

Senza dubbio Sig.ª il parallelo da Lei istituito tra me e ‘l Santo era il più adattato per fare rilevare il
luminoso della pittura; come il chiaro-oscuro nell’impasto di più fini colori. Io e S. Vincenzo siamo
gli estremi della lunga catena dei virtuosi. Io ho la bella sorte di servire ad un Padrone il quale sa
riscaldarci anche sotto della neve come sotto della lana, non dee dunque meravigliarsi se le dico,
che l’essermi esposto al vento mi è stato di giovamento; ho sposato già la massima di quei
Missionarj che diceano che dieci anni di ministero sono una vita lunga per gente del nostro
mestiere: quindi consigliarmi circospezioni, riguardi è un perdere parole, e tempo. Sono nella
incredibile circostanza di essermi fin dimenticato di me stesso per le faccende della Missione, non
mi meraviglio se mi rimprovera d’essermi dimenticato di Lei.
Mi consola però il sapere che Ella è santamente occupata. Non ci vogliono anticamere: quando Ella
vuole venga, l’ho detto, e lo ripeto: mi dico in fretta
D.S.E.

U.mo Ser: Vero
Giustino de Jacobis P.d.M.

               A. S.     E.

               La Sig.ª D. Elena dell’
                              Antoglietta




Data:   senza data
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

                                                       Monopoli 16 Giugno

Veneratissima Sig.ª

Quantunque debba confessare, che sono affatto incapace ad assegnare la vera ragione dei suoi
progressi spirituali, non posso poi negare quello, che mi dimostra il fatto. Il fatto è che dopo essermi
da cotesti luoghi allontanato Ella è divenuta migliore; solo mi dispiace, che per riflessioni e per dei
motivi d’assai lievi Ella è quasi risoluta privarsi del bene, che arrecarle le potrebbe la frequente
Confessione fatta da Iandoli. Ma la sua (come ella dice) infusa liberalità offende la mia maniera di
pensare? E qual maniera di pensare debba più seguire se non quella unicamente, che è seconda le
massime del Vangelo una santa schiettezza, ed una nobile ingenuità anche per ciò che riguarda le
critiche posizioni sue di finanza; questa ammirabile virtù encomiata in ogni tempo dagli uomini
non è stata poi divinizzata dal Vangelo? Ella che già have acquistata l’abitudine ad opporsi ai
sentimenti più vivi, che ispirano le massime del decoro, dirò così mondano, si renderà ben tanto
superiore a questa troppo delicata maniera di pensare. Ne vivo sicuro.
Ho già molto; ho fatto tutto quello che dovea per rapporto alla sua conciliazione col Prefetto della
Congrega muliebre: non vi ci pensi più, e si rechi pure tranquillamente in Lecce.
Noi siamo qui per grazia di Dio bene, e nelle disposizioni di sempre servirla. Mi raccomando alle
sue orazioni, e sono
D.S.E.
                                                            U.mo S.V.
                                                            Giustino de Jacobis

                   A Sua Eccellenza

              La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta
Dei marchesi di
Mesagne per Fragagnano




Data:       senza data
a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



O.ma Sig.ª


Quanto era capace per se stessa ad ispaventare la catastrofe descrittami, tanto mi è stata di
consolazione e meraviglia la attività colla quale anche Ella ha operato portenti. Benedetto Dio dirò
col P. Cristoforo del celebre Manzoni: benedetto Dio nei flagelli, benedetto nella misericordia.
        Il rinchiudere una figliola in questo conservatorio richiede la mesata di quindici carli: poichè
la beneficenza a grande stento passa gratis la semplice abitazione. Onde si regoli colla solita sua
prudenza senza entusiasmo. Bada intanto alla sua sdrucita sanità, almeno quanto a quella degli altri.
Mi raccomando alle sue orazioni, e con la solita stima mi ripeto.

                   Mopoli27 28 Gennaro


27
     Con ogni probabilità è Monopoli.
                                                                      U.mo V.S.V.
                                                                      Giustino deJacobis…




                         A    S.    E.

D.           Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di

     Fragagnano - Trani




     Data:       24.01.183428
     a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

     O.ma Sig.ª


     Le do una nuova tutta inaspettata ed è che la Provvidenza mi ha destinato ad essere della Comunità
     di Lecce, per dove mi metterò in viaggio il giorno 29 corrente. Ed ecco come avrò occasione così a
     dirle a voce quel che penso intorno alla Sig.ra Zia, ed agli Orfani del disgraziato Calzolajo.

             Che vuole sono sorpreso quando considero il gusto che le dà il Signore per l’assistenza
     degli ammalati poverelli e sono costretto a lodare la bontà di Dio che la ispira sentimenti cotanto
     cristiani.

            Andrò dal Cav.e de Ruggieri a prendere congedo, e, se ne abbia, commissione per Lei che
     tanto Egli stima!
            Mi raccomandi al Signore e sono, nel cuore , di S.E.

                         Napoli 24       1834


                                                                                 U.mo ed Ob. Serv.
                                                                                 Giustino deJacobis d.M.



     28
          Nel testo non c’è il mese, ma si ricava dal timbro postale: Gennaio.
     A.    S.   E.

D.        Elena dell’Antoglietta dei Marchesi

     Di Fragagnano
                                   Trani




     Data: 01.02.1834
     a:   Moms. Palmieri, vescovo di Monopoli
     in: ACM-PARIS

     [a tergo:] A Sua Ecc. R(everendissi)ma
     Monsignor Palmieri Vescovo di
     Monopoli
     (1 febbario 1834)

     Venerat(issi)mo mio Monsignore

     Contro la decisa mia volontà eccomi destinato da quella di Dio, che è Onnipotente, a servire la Casa
     di Lecce. Dio sa quali amarezze mi abbia arrecata sì incomprensibile destinazione che considero
     come il mio obbrobrio! Ma sia di tutto benedetto Dio.
       In tali tribulazioni costituito io prego il suo animo Paterno a non negarmi la consolazione grande
     che provo, quando vengo considerato come l'ultimo dei suoi servi, ed il primo ammiratore delle sue
     virtù: e quando venissi esercitato da comandi Suoi onorevolissimi. Ho piena fiducia nelle Sue
     Orazioni alle quali caldamente mi raccomando, con ripetermi pieno di ogni rispetto, e con baciarle
     la S.M.
       Bari p(ri)mo Febraro 1834.

     Suo Um(ilissim)o ed Ob(ligatissimo) S.V.
     Giustino de Jacobis
     Indegno Prete d.M.



     Data:      14.06.1834
     a:         Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:        Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     O.ma Sig.

     Quando godo pel bene che fate.
     Mi fu data la sua lettera da mano incognita. Non era in casa quando forse il Sig.r Marchesino ci
     onorò; né l’ho visto più, per fargli quelle attenzioni, che merita un nobile benefattore dei Missionari.
     Continuate a fare delle buone cose per la gloria di Dio, sperate sempre fermamente in Lui, che non
     mancherà proteggervi sensibilmente.
     Le rimetto la supplica. Incenso ai morti: le carte non partono (?), e sono trascurate.
     Il Signore vi benedica

                    Lecce 14 Giugno 1834

                                                                  Suo U.mo Serv.
                                                                  Giustino deJacobis


             A Sua Eccellenza

D.           Elena dell’Antoglietta

     Trani




     Data:   17.06.1834
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




     O.ma Sig.ª


     Alla fine mi scontrai col Marchesino dentro Lecce in ritto che egli veniva da me per congedarsi.
     “Alla fine vi veggo”, gli dissi io: “siete arrestato: starete con me in casa”. “ Non posso - ripigliò
     Egli - parto questa notte per Fragagnano a riscuotere le decime”. Il tuono fermo col quale ripete più
     e più volte questo il sacerdote, persona che l’accompagnava, e che confermava quanto egli dicea mi
     fece credere, che non mentisse. Mi parlò profusamente delle finezze di Lei ricevute: sembrava
     fermo nella volontà di non dividersi da Lei negli affari di interesse: mi ragguagliò della salute dei
     Marchesi e ci dividemmo: e più non l’ho veduto. Oggi io parto per Galatina.
     Pazienza per tutto: non fate più conto delle parole o profferite o scritte che del dovere impostole dal
     Vangelo.
     Siate con Dio in tutti gli affari: tranquilla di spirito: di tutto Egli benedirà. Mi comandi e sono
     sempre

                    Lecce 17 Giugno 1834
                                                               U.mo ed Ob. S.V.
                                                        Giustino de Jacobis
                                                               d. M.




                   A Sua Ecc.

D.                     Elena dell’Antoglietta

     Trani


     Data:   23.07.1834
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     O.ma Sig.ra



     Ho diretto al Signor Guida la sua memoria. Spero, che voglia eseguire tutto col massimo zelo.
     Quanto godo per le belle opere sue di carità. Che mi dice poi per quelle scappate?!!
     Grazie tante e tante da mia parte col Cav. Ruggieri per la memoria che di me tuttavia conserva. Egli
     come Lei, hanno qui un inutile, sì ma zelante servo.
     Prego Dio che si acchetino una volta questi suoi chiassi forensi. Voglia il Signore darle la pace per
     tutti i lati!
     Sto grazie a Dio benone ed inutilmente benone.
     Mi raccomando alle sue orazioni, e mi ripeto.

                   Lecce 23 Luglio 1834


                                                        Suo U.mo S.V.
                                                        Giustino deJacobis
                                                        I.P.d.C.d.M.




     A Sua Eccellenza

D.      Elena dell’Antoglietta

     Trani
Data: 28.07.1834
a: Sig. ra Peppina Vernoleone
 in: ACPN

                                                 I.M.I.

                3. Lecce, 28 Luglio 1834.

                P(regiatissi)ma Signora
                Ho letto la vostra lettera con ogni attenzione (e) ho pregato Dio ad
                illuminarmi per rispondere ai vostri dubbi in modo che poteste
                quietarvi e poi mi sono posto a scrivere quanto siegue:
                  Vi lodo molto per la maniera con la quale vi siete confessata delle
                cose che mi avete scritto e continuate a farlo sempre così finchè il
                Signore vi farà la grazia di essere attenta come lo siete stata in questo
                tempo a non peccare.
                Non fate conto dei pensieri riguardanti Gesù Cristo e la Madonna:
                questi ci debbono anzi servire a prendere verso di loro maggior
                devozione. Quel camminare con maggior fretta che mi avete detto non
                potea essere peccato quantunque vi fosse sembrato che avesse
                accelerato dei sconcerti involontari.
                Abbiate sempre il cuore unito a Dio; siate sempre umile e piena di
                confidenza in Dio non lasciate l’orazione; frequentate la comunione e
                non ci è da temere per voi: vi salverete.
                Pregate Dio per la conversione dei peccatori, di che ne ho bisogno.
                G(esù) C(risto) vi benedica e sono
                                              Vostro U. Ser.
                                            Giustino de Iacobis
                                       Indegno prete della Missione




Data: 24.08.1834
a: Sig. ra Peppina Vernoleone
 in: ACPN

                Nardò 24 Agosto 1834. I.M.I.

                P(regiatissi)ma Signora
                Avete detto bene “Così permettendo Dio” parlando del mio passaggio
                per cotesti luoghi senza essermi avvicinato a Galatina. Il Signore
                dispone le cose tutte altrimenti di quello, che noi pensiamo. Ne sia
                sempre benedetto.
                 Vi prego poi a non isforzare mai con violenza l’intelletto per
                meditare: questo metodo è pregiudizievole alla sanità senza apportare
                utile all’anima.
                Piuttosto trattenetevi dolcemente alla presenza di Dio per via di brevi
                ma frequenti giaculatorie o per mezzo di qualche orazione vocale.
                Figlia in G.C. non fuggite mai dal (….) per la pena che vi ci provate e
                per le tentazioni che vi danno pene maggiori, perché questi sono
                esperimenti che fa G.C. di voi. Quando saggiate quelle lievi
                consolazioni ringraziatene il vostro caro Gesù che si benigna gittarvi
                qualche briccioletta della sua tavola; accoglietela voi con gratitudine.
                E tirate poi avanti così, che andiamo bene. Intanto lodate alla sanità,
                perché si avvicina il tempo per la vestizione. Non ci pensate voi? I
                cilizi, le catenelle, le discipline vostre sono quelle amarezza che dal
                coro escono con voi e vi accompagneranno poi come buoni amici, per
                tutta la giornata. Sono cilizii che vi mette la mano di Dio stesso:
                siatene contenta
                Gesù Cristo ci benedica sempre

                                            Vostro servo ..
                                            G.D.I. P.d.M.

Data: 16.09.1834
a: Sig. ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                Lecce 16 Settembre 1834. I.M.I.

           Avete mai inteso dire che chi vuole guarire da una malattia non voglia
            prendere i rimedi? Credo che no; ma voi siete in questo caso, come
           pare, Perché? mi domandate? Ecco perché! Le tentazioni crescono si
              aumentano e voi pensate di non stare in coro! Che risoluzione è
            questa! Non mi piace affatto affatto. Siate perseverante nel pregare;
           perché ha detto G.C. che niente si nega a chi prega continuamente; e
             se nell’orazione vi sentite così raffreddata non per questo dovete
              abbreviarla: Questo sì, non vi sforzate troppo con la testa: state
               placidamente alla presenza del Signore; e di quelle tentazioni
              continuate a farvene una bella risata. Non lasciate per questo la
           S(an)ta Comunione; lasciatela quando vi sarà negata dal Confessore.
                 I miei ossequii a tutte le compagne; raccomandatemi al Signore.
                Comandatemi e sono nel nome di G.C.
                                            Vostro servo
                                            Giustino de Iacobis


Data:   21.09.1834
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
      Onoratissima Sig.ª


      Novellamente mi protesto obbligatissimo alle sue gentili attenzioni usatemi. Le dico, che qui, in
      casa di questi ultimi miei congiunti, donde partirò domani a Dio piacendo, ho ogni agio della vita.
      Onde non ho che a ringraziarla di una sua esibizione che a dirle la verità io non ho affatto capito né
      capirò giammai finché non si darà la pena di esprimersi con più chiarezza ad uno come me di pasta
      grossa, come dicea il celebre conte Ruberti nelle sue lettere ad una donna egualmente stimabile che
      Lei. Dovendomi scrivere darete questa direzione: - Melfi per S. Fele.
      Vi auguro buona salute. Nulla le dico sul conto del mio ritorno perché nulla ne so ancora. Gliene
      scriverò a miglior tempo.
      Mi creda sempre con sincerità

                                   Potenza 21 Settembre 1834


                                                                 Suo U.mo ed. Ob. S.V.
                                                                 G. deJacobis



A.                  S. E

 D.      Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di Fragagnano

                                   Cerignola per Trani




      Data:    09.10.1834
      a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
      in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




      O.ma Sig.ra


      Mi è stata una vera sorpresa la nuova del suo arrivo costà. La sua lettera mi è sembrata un vero
      romanzo. Sono dispiaciuto, che triste finanze cui è ridotta la mia famiglia di quindici anni in qua, e
      per consiglio adorabile della Provvidenza Divina non mi permettono, che le venissero usati quei
      riguardi, che merita per ogni ragione.
      Le accludo un Viglietto del comune amico D. Carlo Berarducci. E’ alquanto dolente pel suo
      silenzio.
      La prego dei miei ossequj al degno Uomo il Cavalier Ruggieri.
     Mi comanda, e faccia costà delle buone faccende.
     Mi creda invariabilmente, con ogni stima.

     Lecce 9 ottobre 1834


                                                               Suo U.mo Servo

                                                               Giustino deJacobis




     A S.    E.

D.       Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
     di Fragagnano

                   Napoli (?)




     Data:   03.11.1834
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     O.ma Sig.ra



     Le succarto una lettera, che dee recarle estremo stupore; e stupirà maggiormente al riflettere che
     simiglievole lettera le venga diretta da me. Ella che non manca né di spirito, né d’ingegno, né di
     esperienza puole prevedere dopo quante considerazioni mi sia determinato a questo.
     Sono di opinione che Lei debba non dispreggiare quanto leggerà in questo foglio. Chi il crederebbe
     anche la fondazione della Compagnia della Carità nella sua Lecce sarebbe così facilitata! Le sembra
     paradosso? E’ fatto. Lei vi ci mediti a mente serena e conchiuderà quanto le ho umiliato.
     Aspetto suo riscontro.
            Mi comanda, e mi creda invariabilmente.

                            Lecce 3 novembre 1834


                                                               Suo U.mo Serv. V.
                                                               Giustino deJacobis
                                                               P.d.M.
A Sua Eccellenza
D.Elena dell’Antoglietta dei
Marchesi di Fragagnano
Napoli

Data: 21.11.1834
a: Sig. ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                                    Lecce, 21 Novembre 1834

                 Pr(egiatissi)ma Sig(nor)a

                  Lo stato attuale della vostra coscienza è quello nel quale ci vogliono
                 molte preghiere al Signore. Io sono persuaso, che niuna parte vi ci
                 abbia, in tutto quanto soffrite, la volontà, ed attribuisco tutta questa
                 battaglia vostra interiore ad uno sperimento che G.C. voglia fare della
                 vostra costanza in amarlo a costo di qualsivoglia fatica. In questo caso
                 io non debbo fare altro che esortarvi ad essere forte e costante, a non
                 perdere mai quella dolce confidenza in Dio, dalla quale viene la pace
                 dello spirito.
                  Di quel caso che mi accennate, quando conoscete che niente dipende
                 dalla volontà non vi date molta pena, e continuate a fare
                 quell’orazione che voi chiamate Distrazione; se lo siete oggi distratta
                 non lo sarete più domani. Diffidare di vostra salute! Non sia mai;
                 prima morire e poi diffidare di Dio. Portandovi così come vi lasciai
                 continuate la comunione quando il confessore ve l’ordina.
                  Pregate assai G.C. per me date i miei ossequii alla Madre Badessa.
                 Comandatemi!
                 Gesù Cristo vi benedica. Credetemi

                                                Um. Vs. S.
                                             Giustino de Iacobis




Data:   Senza data (1835) ?
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



La grazia di Nostro Signore sia con Voi


O.ma Sig.ª
     Finora non ho avuta occasione di parlare sull’affare di cui mi da dei comandi, con alcuno Surbino;
     mi riserbo a dargliene di tutto ragguaglio quando avrò potuto procacciarmi delle notizie. Lo stesso
     va per quelle di Squinzano.
     Quanto ha progettato scrivere al Sig.r Fiorillo, come cosa, che vale a maggiormente affezionarla
     alla sua santa vocazione, non posso non lodarlo sommamente. Che le dirò di Monopoli…… Non
     son l’apostolo di quel luogo quando ne sono stato lo scandalo…
     Purché vada ai selvaggi ivi l’opera sua non sarà, che necessaria. Ma lasciamo in mano della
     Provvidenza queste occultissime cose, delle quali me ne reputo affatto indegno.
     In riguardo alla causa vinta ne benedico il Signore della Giustizia, e molto più per gli equi
     sentimenti suoi in riguardo ai vinti. Vera romana … parcere victis.

     Gesù Cristo la benedica mai sempre.

             Casa … Ottobre (?)

                                                                   S. U.mo Serv. V.
                                                                   G. D.J. P.d.M.



A.        S. E.
     La Sig.ra D. Elena dell’Antoglietta Sue Mani




     Data:     07.01.183529
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



     I.M.I.
     Orn.ma Sig.ª

     Non le sarò più di tentazione nell’affare, che le reca tanta noja…
     Quanto il Sig.r Marchesino ci onorasse non dubiti, che la di Lui permanenza con noi non le sarebbe
     motivo di dispiacere; diverrei volentieri suo creditore per questo motivo; ma temo forte che non
     avremo mai il piacere di tenere con noi per qualche tempo sì degno Cavaliere, ci lusinga da più
     tempo. Ella ha veduto da vicino quanti motivi di pene mi esibisca la tribulata mia famiglia. Non ho
     voluto mai parlarle di questo proposito, perché è mio costume non chiamare mai a parte delle mie
     pene individui che mi onorano di loro fiducia. Il mio Papà educato a seconda della Cavalleria di
     mezzo secolo fa, ed ora per vicende amare a rimembrarsi, ridotto ad una tristissima posizione, mi è
     di grande cordoglio: Un Fratello seguace d’una filosofia tutta sua propria, non me ne reca meno: le
     virtù sublimi, non temo che ingannasi la penna nello scrivere questa parola, le sublimi virtù della

     29
       La data si ricava dalla lettera e dal timbro postale originale. Ricordiamo inoltre che in genere quando Giustino non
     indica il mese intende, appunto, Gennaio.
madre mia, che decorano mirabilmente la mediocrità dei suoi natali mi consola grandemente. Ma di
ciò ho detto ancor troppo. Ad alias.
Ho scritto a Nardò come bramava. Ma permetta una riflessione. Se con questo volesse procurarsi un
motivo decoroso per presentarsi a Sua Em. per altro cotanto accessibile! E va bene. Quanto poi
volesse in realtà soddisfare alle Messe per la defunta zia, io in questo vi veggo qualche cosa di
strano. Nella posizione attuale dovrebbe pensare, che ha giustissimo motivo a differire questo
adempimento quando anche fosse sicurissimo. Del resto per servirla ho scritto alle Monache di
Nardò, ne aspetto riscontro, che le comunicherò.
Finisco subito, per essere occupato nelle interminabili faccende della Missione. Comandami, mi
raccomanda al Signore e sono costantemente con augurarle il felice incominciamento del nuovo
anno.
da Lequile 7 del 1835
                                                                  Suo U.mo Ser. V.°
                                                  Giustino deJacobis d.M.

A Sua Eccellenza
D. Elena dell’Antoglietta
Napoli




Data: 11.01.1835
a: Sig. ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                 Lequile 11 Gennaio 1835.

                 Le notizie che mi date, per quanto vi studiate annerirle pure ci ho
                 veduto qualche cosa di buono. Delle tentazioni non ne abbiate tanta
                 paura: ringraziate assai il Signore per avere rassodata la vostra sanità.
                 Prendete l’abito senza timore, che così vuole il Signore per quanto mi
                 pare.
                  Di questi tempi è quasi impossibile recarmi costà, siamo in continue
                 occupazioni per le missioni. Altronde non credo neppure necessaria
                 questa venuta. Rasserenatevi nei dubbi col consiglio del Confessore,
                 che è bastantemente prudente.
                  Ossequio tutte coteste ottime sue compagne ossequio pure la sua
                 degna maestra raccomandandomi alle di Lei orazioni. Dite alla
                 penitente del Padre Serafino che mi raccomandasse al Signore. Voi
                 pure raccomandatemi a G.C. dal quale vi prego mille benedizioni e mi
                 dico in fretta

                                            Vostro um. e ob.
                                         Giustino de Iacobis d.m.
     Data:     22.01.183530
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     I.M.I.

     O.ma Sig.ª


     Ecco la risposta d’una intelligente Religiosa di Nardò sul conto della Sua Parente. La Religiosa
     scrivemi dal monastero di Santa Chiara di Nardò: “E’ vero che la Sig.ª D. Elena Basta (?) sia
     vissuta, e morta in questo Monastero; ma per quanti lumi ho preso nulla ne sanno le monache
     viventi se abbia lasciato obbligo di messe a suoi parenti; perché questo lascio se vi fosse stato ha
     dovuto essere fatto non nella sua morte, ma nella sua professione quando si riserbò il libello….. Si
     sa, dunque, che questa Signora si riserbò cento docati di libello per anno: che visse dieci anni
     religiosa, e si sa a che si spesero docati mille; ma se oltre a questi altri obblighi abbia lasciato nulla
     ne sanno perché niuna di queste che vivono la conoscono…..”. Attendo altri lumi per conoscere
     l’opera della sua professione, ed il notaro che stipolò la sua rinunzia, sapendo questo potranno i suoi
     parenti, se vogliono conoscere la verità presso del notaro stiputalore.
             Finora niuna di queste notizie: avendole Gliele comunicherò fedelmente. Mi ripeto
     costantemente con damandare per Lei ogni benedizione dal Signore.

                      Lequile 22 del 1835

                                                                            Suo U.mo Ob. S.V.
                                                                            G. DeJacobis




     A Sua Eccellenza

D.        Elena dell’Antoglietta

     Napoli



     Data: 23.01.1835
     a: Sig. ra Peppina Vernoleone
     in:    ACPN


                          Lecce 23 Gennnaio 1835.

                          P(regiatissi)ma Sig(nor)a
     30
       La data si ricava dalla lettera e dal timbro postale originale. Ricordiamo inoltre che in genere quando Giustino non
     indica il mese intende, appunto, Gennaio.
                 Eccomi a rispondervi subito come bramate. Mi dispiace che la mia
                lettera in luogo di arrecarle quiete di spirito le sia stata piuttosto di
                disturbo. Posso però assicurarvi che ciò è avvenuto contro la mia
                intenzione, che è stata unicamente quella di maggiormente
                incoraggiarvi a camminare per le vie del Signore. Noi altri missionarii
                siamo del continuo occupati ad ascoltare cuori tribolati ed animi
                afflitti, e siamo tanto assuefatti a questi racconti che non potea punto
                noiarmi per la vostra lettera, la quale, alla fine altro non conteneva,
                che piccoli cenni sulle pene interiori che soffre. Voglia Gesù Cristo
                raddolcirgliele colla grazia sua.
                Tanti ossequii alle sue compagne.
                D. Teresa Carozzini; animatevi scambievolmente ad essere
                unicamente di Dio, e pensate a rendervi presto figlie di S(an)ta Chiara.
                Ossequio la M(adre) Badessa e mi dico

                                        Vostro Um. Servo
                                         Giustino de Iacobis


Data: 26.02.1835
a: Sig. ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                Scorrano 26 Febbraio 1835. I.M.I.

                P(regiatissi)ma Signora. Rispondo brevemente alla sua ultima lettera
                con assicurarla che fa benissimo a dire al Signore quelle parole di
                lamento nelle oscurità. Da chi dovreste in quello stato chiedere luce se
                non dal Dio della luce sempiterna?
                Non vi perdete però di animo, ed aspettate da Dio unicamente la
                vostra consolazione.
                 Quando prenderete l’abito? non so più soffrirvi con queste vesti
                secolaresche in dosso! S. Chiara vi vuole fra le sue figlie, contentatela.
                 Finisco subito perché mi manca il tempo
                Pregate assai il Signore per me povero peccatore: mi raccomando pure
                alle orazioni della degna vostra Maestra e mi ripeto ancora (?)

                                          Vostro servo
                                          Giustino de Iacobis


Data:   12.03.1835
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


O.ma Sig.rª
     Don Carlo le avrebbe scritto, ma a mio consiglio non l’ha fatto essendo io compromesso di
     scandagliare l’ultimo stabile definitivo sentimento sul noto affare. Spero che vogliate essere
     compiacente a darmi materiale per fargli questa ultima parte.
     Qui avvi un servo creditore vostro di una risposta. Santa Quaresima. Mi comanda, e creda.

                               Monteroni 12 Marzo 1835




                                                                  Suo U.mo e ob.]S.V.
                                                                  Giustino de Jacobis



                      A Sua Eccellenza


D.                        Elena dell’Antoglietta

     S.P.M.     Napoli




     Data:    16.05.1835
     a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     O.ma Sig.ª


     A Lui dunque per tutti i titoli si debba l’onore di essere fondatrice della Compagnia della Carità 31 in
     Montero, l’accetti dunque tutto intero;perché cedo ad ogni pretenzione. Mi faccia poi capitare in

     31
      In seguito alle Missioni popolari date dai Vincenziani, Donna Elena interverrà spessissimo nella fondazione della
     Compagnia della Carità.
Napoli ogni carta che Lei stimerà opportuna al saldo stabilimento della Compagnia della Carità in
Monteroi, ed altrove.
       Quanta attività! Quanta fermezza! Quanta fatica per la gloria del Signore in figlia di S.
Vincenzo! [Scorno per me grandissimo. Il Santo so che ama Lei, e sotto dei suoi auspicj farà grandi
cose.
Recherò a miei l’onore dei suoi ossequj fedelmente.
Prega per me, Gesù Cristo la benedica e mi creda sempre nel suo Nome

              Oria 16 Maggio 1835

                                                                   U.mo S. V.

                                                                   G. D.J. d.M.


A       S.    E.

La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta

                      Lecce




Data:    01.06.1835
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



O.ma Sig.


Lei torna, ed io vado in Napoli, che bel gioco! Parto per colà tra pochi giorni: la terrò avvisata più
in là del giorno preciso per accogliere i suoi comandi in passando per Fragagnano.
Non mi dilungo di più. Tante grazie per la lettera del mio Antimo (?) buono figlio!
Gesù Cristo ci benedica e sono sempre

              Lecce p.mo Giugno 1835




                                                           Suo Umilissimo S.V.
                                                           Giustino deJacobis

A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta
     Taranto p. Fragagnano




     Data:     senza data32
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     O.ma Sig.

     Eccoci ad un punto assai difficile. Faccia grazia di leggere la risposta che da Napoli mi è stata
     scritta da chi fa le veci del Visitatore. In essa ritroverà delle consolanti novelle per riguardo ai n.ri
     Viaggiatori, ma delle poco soddisfacenti in rapporto al nostro Marchesino. Non ho detto niente a
     Lui, ma l’assicuro, che mi veggo in un garbuglio dispiacevolissimo. Sparsa già la voce della dimora
     che fra noi avrebbe fatto, quale compromesso io con Lei colla sua Ragguardevolissima Casa, e col
     Giudice, come muterò consiglio?
     Per altro il Sig.r de Eccelsiis è da scusarsi per le istruzioni secrete, che dal visitatore gli saranno
     state comunicate, e che io ignoro; ma non per questo non sono in un difficile imbroglio, dal quale,
     prego Lei a pensare una via per cavarmene fuora.
     Sono ai suoi comandi invariabilmente

     Casa




                                                                    U.mo S.V.

                                                           Giustino de Jacobis




     A sua Eccellenza

D.                         Elena dell’Antoglietta

     S.M.




     32
       E’ molto probabile però che l’anno sia il 1835: ciò per il riferimento al Marchesino, che è stato presso Giustino a
     Lecce proprio in quell’anno.
     Data:   02.09.1835
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

     O.ma Sig.ra

     Accettando il grado di figlia della Carità trova da per tutto da faticare pel sollievo degli infelici. Vi
     dico il vero, che incomincio ad invidiare la parte che l’è toccata in sorte. Prego intanto il Signore a
     confermarla in buona salute per continuare ad essere la madre dei poverelli ammalati.
     Per conto dello speso dal Marchesino, il quale tanto l’ossequia! E che è applicato a leggere non
     potendo per anco applicarsi all’esercizio di calligrafia, e di aritmetica per non essersi ancora trovato
     un buon maestro, il che non è affare sì facile, come pensava: pei conti suoi, e per quello che
     riguarda me non mi è debitrice, che di una pezza, che gli ho finora passato; per lo speso dal Giudice
     ne avrà esatto notamento da Lui. L’incomodo della casa lo calcoleremo qui… Antonio mi incarica
     dei suoi rispetti con premura. In Napoli tutti di buona salute per grazia del Signore. Qui anche lo
     stesso: E Lei?…
     Mille ossequj da mia parte ai Signori Marchesi ed ai signori tutti di casa: Per quel poco che valgo
     sono qui ai loro comandi.
             G.C. ci benendica, e mi creda

             Lecce 2 Settembre 1835


                                                          Di Lei U.° e Ob. V.S.
                                                          Giustino deJacobis


A.      S. E.
D.      Elena dell’Antoglietta dei
     Marchesi di          Fragagnano




     Data:   10.09.1835
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



     O.ma Sig.ra


     Alla fine abbiamo un prete per istituire il n.ro Signor Marchesino, ho parlato col medesimo, ed a me
     sembra al caso da far del bene; le condizioni però sono alquanto ardue. Il marchesino dovrebbe
     recarsi ogni giorno da Lui, che in una stanza a solo gli darebbe le lezioni opportune. Il Marchesino
     di buon grado ha annuito a questa prima. Inoltre dicea il prete, che egli avrebbe dato lezione di
     calligrafia, di aritmetica, di lingua italiana, di elementi di storia e di geografia, ed anche qualche
     cosa di letteratura italiana, e tutto questo con tal metodo, che dopo sei mesi avrebbe potuto fare in
una conversazione, ed in un qualche impiego ottima figura. Finalmente il Prete non ha voluto
sentire parlarsi di appuntamento mensile; ma stava fermo a dire: dopo sei mesi esaminerete il
Marchesino, e la riconoscenza per me sarà quale il richiederà il suo progresso in tutte queste sei o
sette differenti cose. Io non mi sono creduto autorizzato a fissar niente su tutto questo senza sentire
il suo parere. Aggiungo che quello che credevasi tanto facile ad istituire, cioè il Marchesino
qualcuna cosa in tre o quattro mesi ho trovato grandi difficoltà da parte dei maestri che finora non
abbiamo potuto trovare.
Qui godiamo tutti mediocre stato di salute per misericordia del Signore. Voglio sperare che vi state
perfettamente ristabilita. La prego degli ossequj miei per tutti i Sig.ri e Sig.re di casa e mi creda
costantemente

       Lecce 10 Settembre 1835

                                                     U.mo ed Obb. S.Vero
                                                     Giustino deJacobis


A Sua Eccellenza
D. Elena dell’Antoglietta

               Lecce

Data: 20.09.1835
a: Sig. ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                  Lecce 20 Settembre 1835. I.M.I.

                  G(entilissi)ma Si(gno)ra

                  Di salute sono nel medesimo stato, e benedico il Signore che mi
                  gastiga pei grandi miei peccati. Supplisco a quello che mancai
                  nell’altra mia lettera dicendovi che non dovete affatto affatto
                  inquietarvi per quelle tentazioni che riguardano Gesù Cristo e Maria
                  Santissima. Il Signore poi vi faccia tanto crescere nel distacco dal
                  mondo, che possiate dire veramente: il mondo è crocifisso per me ed
                  io sono crocifissa pel mondo.
                   Scacciate le distrazioni come Abramo scacciava gli uccelli da sopra ai
                  sacrifizii, e quando nell’orazione avete gusti non vi ci attaccate, ma
                  con semplicità affidate tutto al Signore, e ringraziatelo di tutto, per poi
                  avere la sorte di essere con Lui per sempre nel Regno suo.
                   Avvicinandosi il tempo della vostra vestizione affrettatevi a più
                  amare lo Sposo, al quale volete consacrarvi. Tutti gli ossequii alla
                  Signora Abbadessa. Raccomandatemi assai a Gesù Cristo, e sono
                  sempre.

                                              V(ostro) Ser(vo)
                                                  G.D.I.
Data:   22.09.1835
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



O.ma Signora

Ecco la notizia che desidera in riguardo al suo debito al Signor Marchesino a conto del suo
appuntamento mensile: carlini 12 quali uniti ad altri dodici e mezzo sono 24 e mezzo. Colla Casa
tira il conto a quindici grana al giorno, quanti giorni poi siano io l’ignoro: una qualche riconoscenza
al Barbiere: e questo pare che sia tutto. Stiamo rivoltando Lecce per avere il maestro e pare che in
Lecce non ve ne sia alcuno che voglia prendersi questo incomodo: aspettiamo se mantengono la
parola che abbiamo avuto da qualcheduno. Intanto qualche positivo bene sempre si fa al
Marchesino il quale fa le sue letture, e tiene una condotta lodevole. L’idea poi di insegnargli a
scrivere in tre o quattro mesi mi è sembrata sin dal principio un po’ romantica: applaudii ma per
tutt’altro fine che per quello di vedere il Marchesino divenuto d’un buon carattere. Pei fanciulli non
bastano anni per formare il loro carattere, e quando non giungono a perfezionarselo scriveno più
male di prima.
Voglio sperare, che godiate perfetta sanità a quest’ora. S. Vincenzo alla fine ha bisogno di una sua
figlia per gli ammalati di Fragagnano: io per misericordia del Signore sto bene: le rendo gli ossequi
di tutti
I miei rispetti ai Signori Marchese, Marchesa ed a tutti di casa: mi comanda e sono

        Lecce 22 Settembre 1835



                                                     U.mo ed Obb. S.V.
                                                     G. De Iacobis


A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta

                       Fragagnano

Data: 21.10.1835
a: Sig. ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                   Lecce 21 8bre (Ottobre) 1835. I.M.I.

                   Mia buona figlia in G.C.
                   Che volete che vi dica? Con tutta questa tiepidezza nella quale giacete
                   pure non vanno tanto male quanto voi credete gli affari dell’anima
                   vostra; questo mi dice il cuore e credo che non inganna. Del resto non
                   cessate mai di umiliarvi in ogni occasione, e specialmente quando
                   nell’Orazione siete così insensibile alla presenza di quel Dio che è
                   tutto fuoco.
                        Dice bene il direttore che questa non è vita di religiosa; perché la vita
                        della vera religiosa è vita di Angeli, e voi certamente che non vivete
                        ancora come gli Angeli. Ma vi perderete di animo per questo? Sapete
                        per quanti pericoli v’ha condotta la grazia di Dio a questo stato: e
                        questa grazia medesima vi insegnerà a vivere da Angiolo sulla terra.
                        Credo che bramiate molto essere religiosa, e come no quando il
                        Signore per una specie di miracolo vi ha dato una sanità capace ad
                        abbracciare questo sublime stato?
                        Affrettatevi dunque a dare questo passo che sarà di gloria del Signore
                        e di bene vostro.

                        Pregate Gesù Cristo per me e credetemi
                                                      Vos(tro)
                                                       G.D.I.



     Data:   29.10.1835
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




     O.ma Sig.



     Il Lettore del nostro caro Marchesino va per alquanti giorni fuori. Egli profitta di questa di lui
     assenza per rivedere la cara patria. Io profitto di questa occasione per togliere qualunque sinistro
     sospetto, che per questa sua venuta potreste fare contro del Marchesino, il quale divenuto
     docilissimo scolaro, è per attestare a tutti, ed a Lei i sensi dell’alta stima, coi quali mi dico

                   Lecce 29 ottobre 1835



                                                           U.mo ed Ob. S.V.

                                                           Giustino de Jacobis




     A Sua Eccellenza

D.      Elena dell’Antoglietta dei Marche di

     Fragagnano
Data:       23.11.1835
a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

I.M.I.
Or.ma Signora

Primamente accolga i debiti ringraziamenti pel grosso, e magnifico cesto di fichi eletti. Per altro
debbo farle osservare, che mentre siete estremamente delicata a non contrarre obbligazioni con
alcuno non avete poi alcuna difficoltà a caricarmene: ecco magnifico regalo di dolci, regalo
parimenti magnifico di fichi: ventisette docati per non so quali bagattelle, che così debbo chiamare
il trattamento pel solo pranzo del Marchesino. Su di questo terremo lungo discorso; per ora
l’assicuro, che mi opprime in modo di favori, a non farmi muovere da niun lato.
Ecco tutto l’enigma del Marchesino, che io le accenno per semplice suo regolamento, e per darle
campo a riflettervici sopra.
Un certo De Marco civil uomo di Lecce ha una figliola unica ereditiera, e di buonissimi costumi,
che volentieri darebbe in isposa al Marchesino quando Lei si degnasse fargli una carta di un
moderato assegnamento da eseguirsi dopo guadagnata la Lite, e a dire meglio: dopo finiti i suoi
affari giudiziari. Sembrava agli amici della famiglia rispettabilissima, alla quale appartiene, un
partito da non lasciarsi sfuggire. Poiché il Marchesino standosene in Casa di de Marco lasciarebbe
in perfetta pace la famiglia, ed egli fatto senno da dovere pel nuovo stato potesse addimostrarsi
degno Cavaliere, che ne dice di questi castelli in aria? A me pare cosa assi buona.
Non posso nulla dirle sulla missione, che a questa succederà: non è ancora nulla fissato. Per la
Missione di Nardò sono sorte novità tali da farcela differire per dopo Pasqua. Su di questo gliene
scriverò ad altro tempo. Quella indifferenza che bramerebbe acquistare in riguardo alla M.ª 33 se
non offende in alcuna cosa la carità, non è male in conto veruno.
Mi raccomando alle sue orazioni. I miei ossequj ai Sig.ª Marchesa, e Marchesino, e mi creda.
         Aradeo 23 Novembre 1835

                                                    U.mo ed Ob. Serv. Vero
                                                    Giustino deIacobis


A S.E.
Donna Elena dell’Antoglietta
LECCE




Data:       03.12.1835
a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


I.M.I.

33
     Forse si deve leggere. “Marchesa”.
O.ma Signora

Così penso ancora io in riguardo alla sua venuta in questo miserabilissimo paese. Campi per la
vicinanza, e per la grandezza offre più comodi a forestieri.
Resto inteso, delle sue riflessini circa alla proposizione di matrimonio in riguardo al Marchesino, il
quale, con grande mio piacere sarà, come spero, ad abitare con noi.
Finisco subito per mancanza di tempo. Sono chiamato a confessare. Pregate Gesù per me.

               Aradeo 3 Dicembre 1835


                                                           Suo U.mo Servo V.
                                                           Giustino deJacobis


A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta

               Lecce




Data:   29.12.1835 (?)
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




O.ma Sig.ª



        E’ qui giunto l’avviso del regalo di Ostriche tre giorni dopo del S. Natale. Bisogna dire che
non era volere del Signore che avessimo partecipato anche per questa parte ai suoi continui favori.
Non ho creduto necessario fare diligenza per avere le ostriche perché dopo sì fatto tempo quelle
delicate frutta di mare si trovano guaste. Io però ne serbo grato animo come quanto tutte fossero qui
giunte fresche e sane.
Spero che cogli occhi sia migliorata, e la prego ad avere un po’ più cura della sua salute.
        Pregate per me, ed accettate i fausti auguri che nel nome di G.C. vado continuamente per Lei
facendo e soprattutto nel principio dell’anno nuovo. Mi creda intanto con ogni più sincera stima

        Napoli 29 dicembre 1835
                                                                    Suo U.mo ed Ob. S.V.
                                                                    Giustino de Jacobis P.d.M.




     A Sua Eccellenza

D.        Elena dell’Antoglietta

     Dei marchesi di Fragagnano


     Data:     01.07.183534
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



     O.ma Sig.a

     La sua lettera piena di cose difficilissime a comporsi mi ha dato motivo a desiderare di non trovarmi
     fra mezzo a tanti fatti disperati. Ma contro il mio desiderio è avvenuto ogni cosa, e fra pochi giorni
     debbo essera costà a fare la volontà di Dio. L’essere in deputato all’assemblea di Parigi era un
     impossibile; non così mi sembrava poi l’essere liberato dal peso della carica che mi chiama in
     cotesti luoghi. Debbo benedire il Signore per tutto, ed al ritorno, che come penso avverrà, a Dio
     piacendo verso i dieci di questo mese, vedremo di mettere la mano a tante piaghe, con qual esito
     non lo saprei dire.
     Mi dite che non mi domandate permesso pel digiuno praticatosi da Lei per l’oggetto che l’è nato, ed
     io senza che mi si domanda permesso la prego a semplicemente raccomandarmi al Signore e di
     questo solo sarò contentissimo.
     Le porgo gli ossequj di tutti i suoi servi di mia Casa e specialmente di Donato Antonio, che è qui
     presente.
     La prego pure a fare capitare in Casa il Viglietto, che le succarto. Comandatemi e credetemi sempre
     nel nome di Gesù Cristo

     Napoli 1 Giugno 183535

                                                  Suo U.mo Servo V.
                                                  Giustino de Jacobis


              A Sua Eccellenza

     34
        Nel testo si accenna alla elezione dei candidati all’Assemblea di Parigi, che spettava all’Assemblea di Napoli. Questa
     si tenne dal 25 Giugno al 1 Luglio 1835, e nella lettera viene data per conclusa. E allora: com’è che Giustino data la sua
     lettera “1 Giugno 1835”? Forse vi è un lapsus: Giugno scritto al posto di Luglio. Il timbro postale sull’originale sembra
     confermare questa interpretazione.
     35
        Vedi nota precedente.
D.      Elena dell’Antoglietta
     Lecce



     Data: 22.02.1836
     a: Sig. ra Peppina Vernoleone
      in: ACPN

                      Surbo 22 Febbraio 1836.

                      P(regiatissi)ma Sig(nor)a – La grazia di Nostro Sig(nore) sia con Noi
                      La tiepidezza nella quale siete non vi deve abbattere di animo; anzi
                      deve far crescere più la confidenza nel Signore. Molto meno poi
                      dovete condiscendere alla pericolosa tentazione di abbandonare
                      l’orazione: questo sì quando siete distratta richiamate l’attenzione
                      dolcemente, senza defaticare la testa con isforzi grandi.
                      E se in questo modo non arrivate a quel raccoglimento che desiderate
                      umiliatevi nel cospetto del Sig(no)re e confidate nella sua
                      misericordia. Fate qualche disciplina di più col parere del confessore.
                      Finisco subito perché in missione mi manca il tempo fisicamente a
                      distendermi di più. G.C. vi benedica
                                                 Vostro servo
                                                    G. D. Iacobis




     Data: 04.07.1836
     a: Sig.ra Peppina Vernoleone
     in: ACPN

                                            Napoli 4 Luglio 1836

                      P(regiatissi)ma Sig(no)ra. Viva Gesù e Maria.

                      Pregate il Signore per l’anima di mia Madre trapassata da quindici
                      giorni. Mi parlate sempre dell’orrore che vi cagiona la tiepidezza, ed
                      io sempre vi esorterò ad abominare questa brutta nemica della vita
                      spirituale; ma nel medesimo tempo debbo esortarvi a non avvilirvi di
                      spirito per questi motivi. Voi sapete che se non è tiepida nel servire
                      Dio, è santa? E vi pare poca cosa il divenire santa? E’ grande cosa?
                      Bene: ma richiede grande Fatica richiede tempo: umiliatevi adunque
                      sempre nello stato della tiepidezza; ma non vi avvilite mai. Come pure
                      affatto non voglio perché non il vuole Gesù Cristo che perdiate il
                      coraggio nelle tentazioni. Qual soldato del Signore sareste voi senza
                      essere tentata? Sareste buona a niuna cosa. Intanto quel desiderio che
                      avreste ad essere più fervente di spirito, quel non lasciare le orazioni
                      abbenchè vi diano grande pena. Tutti sono buoni segni. Segni che lo
                      sposo vostro Divino vi ama assai. In riguardo alle mortificazioni
                      stimerei, che dovreste in tutto dipendere dal Confessore, e dalla
                      Superiora. In questo particolare Voi non potete né dovete fare altro
                      che semplicemente domandare tanto al Confessore che alla Superiore
                      il permesso di fare qualche mortificazione. Se vi viene dai medesimi
                      accordato il permesso potete eseguirli, altrimenti dovete contentarvi
                      semplicemente del permesso. Fatevi la Comunione ogni giorno
                      quando vi viene per ogni giorno accordata o comandata dal
                      confessore. La lascerete tutte le volte che così volesse il confessore. In
                      questo modo voi non vi renderete mai rea del Corpo e del Sangue del
                      Signore. Pregate per me e credetemi nell’amore di N.S.

                                              U.. e obl V. servo
                                              Giustino de Iacobis d.M.


     Data:   03.03.1836
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




     O.ma Sig.ª


     Donato Antonio mi scrisse che in un solo ordinario ha ricevuto cinque sue stimatissime lettere. Ecco
     spiegato il motivo del suo silenzio; crede che l’abbiate già per iscusato. E’ patrocinatore, è
     esaminato per la laurea, bisogna dunque avere per lui dei riguardi nuovi: un altro poco apparterrà
     alla classe dei Dottorozzi.
     Il Signore benedica sempre le opere sue di carità ai poverelli e le accorda mansuetudine eroica in
     tutti gli affari.
     Finisco. Saluto. Mi chiamano di premura, Gesù Cristo vi benedica e mi creda

                   Squinzano 3 marzo 1836

                                                         Suo U.mo e Obb. S.V.
                                                         G. D.J. d.M.

     A Sua Eccellenza

D.      Elena dell’Antoglietta

     Lecce


     Data:   11.04.1836
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
I.M.I.


La grazia di N.S. sia sempre con Noi

O.ma Sig.ª

Io me ne sto qui da neghittoso mentre le predilette Figlie del Santo Padre36 fanno d’intorno a me
prodigj di carità. Quanto le mie preghiere avessero qualche accesso al trono del Padre degli
orfanelli, e del Giudice protettore delle vedove, come dice Davide, per mezzo del Santo Padre siate
sicura che non mancherei mai ad usarle.
Da Surbo era per passare in Squinzano; ma ho dovuto fare ritorno in Lecce per affari. Venerdì sarò,
piacendo al Signore, colà ed annunzierò il suo arrivo. Quanto bramerei che dopo visitaste la
compagnia di Uggento. Ma a comodo.
Impartite da parte mia la benedizione alle ottime sorelle della Carità di Monteroni: dica da parte mia
perché io intendo darla a Nome di G.C. e del suo servo S. Vincenzo. Mi creda sempre nel cuore di
S.V. (?)
                Lecce 11 aprile 1836


                                                     U.mo ed Obb. S.V.
                                                     Giustino deJacobis d.M.


A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta

                    Lecce




Data: 13.04.1836
a:   Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR


                                                     Ugento 13 aprile 1836



[O.nd. ] Sig.



36
     Si riferisce al Santo Fondatore San Vincenzo.
E’ prossimo il nostro ritorno in cotesti luoghi: anche la prego a fare gradire i miei ossequj ai Sig.ri
Mascia ed a assicurarli, che di presenza parlerò a Monsignore per la desiderata Ordinazione.
        Qui si stabilirà la Compagnia della Carità; ma non posso dirle ancora se debba esservi
bisogno dell’opera Sua, ne la terrò a tempo prorpio pregata.
Benedico Dio ben di cuore per le grandi cose, che sta operando a sollevamento dei miseri, ed a
gloria del Sig.r [Da lui] chiedo per Lei ogni benedizione. Stiamo bene per grazia del Sig.r il solo
Sig.r [Archiuti] è un po’ febricitante: cosa di poco momento.
Pregate per me: [Sig.r … 13 … 1846 U.mo Ser. V.]
                                                     Giustino De Jacobis




A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
Di Fragagnano                 Lecce



Data:   24.05.1836
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



O.ma Sig.ª

Non andai dunque errato quando le scrissi, che la compagnia dei Fratelli, e delle Sorelle della
Carità, dopo Dio, debba, per la Provincia di Lecce riconoscere Lei per fondatrice; questo le
assicuro, che il Santo ne le sarà ben grato. Chi puole esprimerle la consolazione arrecatami dalla
sua obbligantissima dei 22 correnti, tutta ripiena di edificanti racconti! Non dubito più ad
assicurarla, che la Provvidenza l’abbia destinata ad essere la Madamoiselle de Gras di Napoli.
In cambio di tanta gioia che Ella ha saputo spandere nel mio cuore con siffatti racconti vo’ darle due
piuttosto consolanti notizie che no: Un giovine Cavaliere, Nipote del Santo direttore di Colei, nella
cui morte abbiamo pianto insieme nei funerali di Surbo viene costà in qualità di Segretario
Generale. In questa disposizione della Provvidenza vi veggo esaudita una parte dei nostri desideri.
Bramerei che lei procurasse far la conoscenza di questo Giovine forestiere, il quale merita tutti i
riguardi dei Signori di cotesta Provincia: dippiù puole aiutare l’ottimo e comune amico Sig.r
Berarducci (quanto sono dolente per non averlo abbracciato in partirmi da costà, e quanto di cuore
ora l’ossequio con l’intera sua Famiglia!) che in Italia abbiamo le Figlie della Carità, e per Lecce
potremo averne quante fossero dalla Provincia richieste. Quest’opera aggiungnerebbe alla vita di D.
Carlo Berarducci una pagina immortale.
Il Signore le accresca l’animo per l’opera grande, alla quale veggo essere lei destinata. Sono sul
punto di partire in diligenza di buona salute per Napoli: gli ossequj miei a quanti vi hanno diritto,
che sono moltissimi in cotesta affettuosa Lecce. G.C. la benedica e sono

        Bari 24 Maggio 1836
                                                   Il Suo S.Ver.
                                                   De Jacobis

A Sua Eccellenza

D.Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di Fragagnano
Lecce




Data:   08.06.1836
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

La grazia di N. S. sia sempre con noi

O.ma Sig.

Prima di tutto appena comparvi in seno alla mia famiglia tutti mi domandavano col massimo
interesse notizie della sua persona. Da questo solo quando mancassero altri argomenti, io conosco
che Lei siasi resa benefattrice dei miei. Che debbo dirle… mi suppone occupatissimo nella Capitale
eppure sono qui a passare le giornate tra le osservanze regolari e letture continue; non ho grandi né
picciole occupazioni. Son qui un vero corpo di buon tempo. Il Signore senza dubbio nota al libro
della vita quello che opera per lo stabilimento della Compagnia della Carità, ed io spero avere la
gioia coronarsi con gloria queste partite nel grande giorno del Signore. Chi avrebbe potuto
intraprendere quanto Lei fa senza essere animata dalla Carità del Vangelo? Voglia il Signore
coronare l’opera vostra.
        Sono stato onorato del Cavaliere Ruggieri di visita: è tutto impegno per adoperarsi per
l’opera grande. Ma né il cavaliere, né io possiamo fare alcuno passo se prima non venga
dall’Intendente il rapporto a S.E. e non si sappia da noi a chi sia indirizzato.
Non ho potuto nulla ancora conoscere sul tempo nel quale sarebbe passato per Fragagnano il
Segretario Generale di Lecce: avendone in appresso notizie ne la terrò avvisata.
Io sarò in Napoli fino alla morte da quello che appare : posso quindi scegliermi qui la sepoltura.
Mi comanda, e mi creda nel Cuore di Nostro Signore

              Napoli 8 giugno 1836

                                                           U.mo ed Obb. Ser. V.
                                                           Giustino deJacobis d.M.

A S. Eccellenza
C. Elena dell’Antoglietta
dei marchesi di Fragagnano

              Lecce



Data: 13.06.1836
a: ???
in:     ACM-PARIS

                 (13 giugno 1836)

                 Veneratissimo Amico

                 Ho già incaricato persona efficace pel suo affare, il quale presenta
                 grandi difficoltà a ben riuscire; per latro non posso ancora darle
                 novelle decisive tanto pel sì, come pel no. Accordami un altro poco di
                 tempo; questi affari caminano piuttosto lentamente che no.
                 Aspetto qui il Rapporto del Sig.r Intendente per lo stabilimento della
                 Compagnia della Carità senza del quale qui non posso niente
                 intraprendere; l'aspetto da giorno in giorno. Speriamo che se l'opera è
                 (di) Dio venga stabilita, se altrimenti vada pure in rovina. Ma le opere
                 di Carità non ponno essere che del Dio dei Cristiani: Dio della Carità.
                 Santi ossequi a fra' Domenico, ai Fratelli della Carità, come pure a
                 tutte le Sorelle, alle cui orazioni mi raccomando caldamente.
                   Comandami con libertà e mi creda costantemente

                 Napoli 13 Giugno 1836.

                 Um(ilissim)o ed Ob. S.
                 Gisutino de Jacobis




Data:    22.06.1836
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


O.ma Sig.ª

Voglio credere che abbiate ricevute le mie lettere sull’affare di tanto momento, quanto quello che
Lei sa. Voglio sperare che sì. Sono qui attendendo i favori del signore Intendente, il quale da
quanto pare, ci rende buone parole. Vorrei trovarmi bugiardo in questo particolare. Intanto l’ottimo
cavaliere Ruggieri tutto buona volontà se ne vien da me domandante conto del rapporto:
“Rispettiamo” rispondo io, e qui finisco. Del resto faccia il Signore quello che è di sua gloria.
Mi raccomanda al Signore, e mi creda invariabilmente

Napoli 22 Giugno 1836

                                                             U.mo ed Ob. S.V.
                                                             Giustino de Jacobis



A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di

                       Fragagnano

                       Lecce



Data: 16.07.1836
a: Sig.ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                   S. Nicola Tolentino 16 Luglio 1836 I.M.I.

                   La grazia di Gesù Cristo e la protezione di Maria SS. siano sempre
                   con Noi.
                   Con sommo piacere ho inteso il nuovo stato al quale siete passata, sì
                   perché è in se stesso pregevolissimo lo stato religioso, come perché
                   abbiamo speranza che foste Religiosa in cotesto Monistero, che io
                   stimo assai per lo spirito che lo regola. Vi assicuro che siete in mezzo
                   a molte persone sante, vi dico questo per maggiormente affezionarvi
                   al luogo nel quale siete, ed all’abito che ci avete in esso preso. Fra
                   quante comunità ho conosciuto la vostra è una delle più perfette.
                   Spero che il Signore voglia fra voi conservare quello spirito che io vi
                   ci ammirai con grande mia edificazione.
                   In quanto alle tentazioni, delle quali mi parlate, vi prego a non
                   prendervene grande pena. Il Confessore dice assai bene, che tutte le
                   occasioni debbono fuggirsi, e voi le fuggirete tutte coll’aiuto della
                   grazia di Gesù Cristo; ma senza tanto afflig(g)ervi; proponete di
                   sempre fuggire ogni occasione prima, che venga, quando vi trovate in
                   essa subito ricordatevi di G.C. e di Maria nostra Madre dolcissima, e
                   se mai avvenisse, che non foste stata assai vigilante a fuggire il
                   pericolo umiliatevene nel cospetto del Signore senza però, che
                   perdiate la pace dell’anima.
                    Non è peccato; ma neppure è lodevole cosa parlare delle solite vostre
                   malattie senza necessità; quando vi è una qualche ragione a farlo
                   disbrigatevene con poche parole. Iddio vi guardi dall’abbandonare e
                   dal dirvi la vostra orazione per la noia e per le tentazioni che vi
                   molestano: questo sarebbe un vero perdersi.
                Perseverate ferma fino a che piacerà al Sig(no)re darvi alcuna
               consolazione se pur questo è di sua gloria. Altrimenti vi basta fare la
               sentinella dove e come piace al nostro Divino Comandante.
                La ragione per la quale niente scrissi prima di partire da Lecce fu
               perché questi erano gli ordini datimi dai miei Superiori. Fate voi
               dunque le mie scuse colla comunità e specialmente colla Sig(no)ra
               Badessa che tanto ossequio.
                Pregate per me peccatore. Siate amante pazza per Gesù Cristo; tutta
               piena di divozione per l’Immacolata Madre di Dio e credetemi
                In Napoli si è stampata una eccellente Dottrina Cristiana, mi pare che
               si vendono ad un carlino o due se ne vuole per la comunità me lo
               avvisi.

                                            Um. Ser(vo)
                                         Giustino de Iacobis



Data: 18.07.1836
a:   Sig.ra Daria Panarese
in: ACM-PARIS

               [a tergo:] Sig.ra D. Daria Panarese
               Lecce

               Veneratissima Figlia in G.C.

               Non prima di oggi ho potuto vedere il caro D. Pace con D. Irena ed
               altri parenti, che sono tutti in ottimo stato di salute. D. Pace colla sua
               cura per grazia del Signore va ottimamente; speriamo che tra pochi
               giorni abbia ad essere perfettamente ristabilito in salute. Vi scrivo
               queste cose affinchè possiate ringraziare il Sig.r di tanti beneficj, che
               fa a Voi anche nella persona dei vostri parenti.
                 In tanto mi dispiace sentire che voi non stiate perfettamente quieta e
               tranquilla. Vi assicuro che questo mi dispiace positivamente, ed a
               Nome di Gesù Cristo vi prego a mettervi in allegria santa per
               maggiormente dare grazia al Sig(nore).
               Spero, che il Sig.r Margarita abbia presa tutta la cura dell'anima
               vostra: Consideratelo come un altro me stesso.
                Vi raccomando poi assai assai la degna D. Marianna, che tanto
               ossequio, ed alla quale dico in particolare, che la prediletta sua D.
               Irena sta assai bene; e che non sa dimendicarsi di Lei un sol momento.

               Raccomadatemi a G.C., e credetemi sempre

               Napoli 18 Luglio 1836

               Um(ilissim)o ed Ob(ligatissimo) S.
               Giustino de Jacobis d. M.
Data: 12.09.1836
a:   Sig. Alessandro d'Arpa
in: ACM-PARIS

                [a tergo:] A Sua Eccellenza
                D. Alessandro d'Arpa
                Lecce p. Monteroni

                Rispettabilissimo Sig.r D. Alessandro

                Ragguagliandomi della magnifica statua inalzata dalla devozione della
                degnissima sua compagna al glorioso S. Vincenzo, v'assicuro che
                m'avete arrecata una grande consolazione. Per altro so bene che senza
                che io ne parli avete potuto imaginarvelo. Ecco per me un nuovo
                impegno a non mai dimenticarmi di sì degne persone nelle mie
                qualunque orazioni. Voglia il Signore benedire il v(ost)ro viaggio per
                Bari ove vi recarete per sì santo motivo. Ecco quale debbono essere le
                cure di un padre veramente attendo al bene di casa sua. Non crediate
                che abbiamo mai dimendicato i suoi comandi; non ho più scritto su tal
                punto, perché non ancora mi si presenta occasione favorevole a
                scrivere cose che possono interessarvi. Più sono qui più veggo la
                difficoltà dell'opera. Siate non pertanto sicuro che non perderò alcuna
                opportuna occasione a servirvi.
                Speriamo cose buonissime per lo stabilimento perpetuo della
                Compagnia, quando voglia il Signore continuare a benedire le n(ost)re
                opere.
                 Tanti ossequi a F(rate)lli e Sorelle della Carità, ed in modo distinto ai
                Signori Sacerdoti; al caro fra' Domenico, ed a tutti i rispettabili
                individui di vostra Casa. Comandatemi, e credetemi nell'amore di N.S.
                Napoli 12 Settembre 1836

                Vostro Um.o Ser V. (…)
                Giustino de Jacobis




Data:   13.11.1836
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

I.M.I.

O.ma Signora

Credo che le sia ormai giunta la lettera, ove s’assicurava che tanto il Cavaliere Ruggieri, quanto il
mio Fratello aveano ricevuto il denaro per gli oggetti loro indicati; ma come su di questo non ho
ancora avuto una risposta le scrivo di nuovo per assicurarla di quanto le ho detto. Come va in
salute? Fui grandemente afflitto da quello che mi dicea intorno alla malattia sofferta: Prego G.C. a
custodirla nei presenti pericoli. Bramerei che non mancasse alla frequenza dei sagramenti; mentre il
potentissimo rimedio al Colera è la protezione di Dio.
Tutti i rimedii della medicina prescritti sono buoni per quanto non siamo attaccati affatto dal morbo,
o quando questo non sia venuto per uccidere. Qui stiamo sotto del flagello, ne muojono da
centoventi a centotrenta al giorno di Colera: la Città è per altro compresa da grande sentimento di
religione. La protezione dell’Immacolata invocata dai Napoletani ormai tutti quasi provveduti di
Medaglie Miracolose ci fa sperare molto. La Città ha fatto da tre o quattro voti pei presenti bisogni
fra i quali quello di osservare la Vigilia dell’Immacolata per dieci anni. Preghiamo assai.
         Tanti ossequj al Marchese, ed alla Marchesa: al Marchesino e famiglia. Comandatemi, e mi
creda nel Nome di Gesù Cristo, e di Maria.
                Napoli 13 novembre 1836

                                                    U.mo ed Obb. Ser. Vero
                                                    Giustino deJacobis d.M.

A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta
Taranto per Fragagnano




Data:    08.12.1836
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
        I.M.I.



O.ma Signora


Avendo parlato col Prefetto della Chiesa per le Messe che volevate essere celebrate mi è stato
risposto che non era affatto eseguibile la sua pia Idea: mancano i Missionari in questo numero, e
quelli che ci sono hanno altri obblighi; quando bramerebbe che si celebrassero da qualunque
sacerdote, ed in qualunque tempo potrei servirla. Mi avrà pur iscusato se scrivo in risposta tanto
tardi mentre non mi è pervenuta la sua lettera che coll’ultimo Ordinario.
Dio sa quanto mi sento tenuto alla di Lui infinita misericordia per la ricuperata sua sanità ad
intercessione di Maria S.ma Immacolata coronata nella sua miracolosa Medaglia! Qui stiamo alla
fine del male per misericordia di Dio e di Maria Immacolata, e stiamo alla fine quasi di una specie
di Missione fatta in Napoli con grande benedizione del Signore.
Sarà subito servita in riguardo ai comandi datemi in rapporto di mio fratello, dei miei genitori e del
Cavaliere; la prima uscita che farò di casa, ove sono occupato da continue funzioni, sarà servita.
Io non mancherò mai dal raccomandare Lei, la sua Famiglia ed i suoi affari al Signore. Spero che
voglia esaudirmi. Preghi per me e mi creda
               Napoli 8 Dicembre 1836

                                                    U.mo ed Obb. S.V.
                                                    Giustino deJacobis d.M.

A Sua Ecc.

D. Elena dell’Antoglietta
Dei Marchesi di Fragagnano
Lecce




Data:    20.03.1836
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




La grazia di Nostro Signore sia sempre con noi
O.ma Signora


Le sono debitore di una risposta; adempio a questo debito, sebbene non sappia come l’adempirò,
smarrii non so come La sua lettera dopo letta di gran fretta e non ricordo altro che il conto che mi
davate della cura dell’inferma, per la quale ho fatto fare delle preghiere al Signore; lo stato del suo
animo in rigurdo al Marchesino ed alla famiglia, pel che l’esorto sempre alla sofferenza come si
conviene ad una seguace della dottrina del Vangelo e finalmente della Orazione Funebre, la quale
come scritta da ignorante, ed a precipizio non posso mandarla. E’ piena di errori di ogni genere, ed
il mio amor proprio ne soffrirebbe una mortificazione alla quale non so ancora decidermi.
Mi raccomanda a G.C. e mi creda sempre nel di Lui Cuore Santissimo

                      Squinzano 20 Marzo 1836




                                                            U.mo Servo Vero
                                                            G. de Jacobis d.M.


A S.E. Donna Elena dell’Antoglietta
Lecce



Data: 31.12.1836
a: Sig. Alessandro d'Arpa
in: ACM-PARIS


                  [a tergo:] A sua Ecc[ellenza]
                  D. Alessandro d'Arpa
                  Lecce p. Monteroni

                  Mio caro D. Alessandro

                  Gradisca coll'ottima e pia sua compagna i miei fausti auguri per il
                  buono, e santo principio del nuovo anno. (…………..) tenute e ne la
                  ringrazio ben di cuore per quello, che fa per me Benedetto sempre
                  G.C. il quale le ha dato modo di bene collocare le sue figlioline in S.
                  Giacomo: vogliano queste formare la gloria e della religione cui
                  appartengono, e dei loro Genitori.
                    S. Vincenzo il di cui culto ha Lei tanto a cuore voglia sempre
                  prosperarle (?).
                   Io non dimendico i suoi comandi voglia il Signore benedire le sue
                  intenzioni.
                    Io qui non posso fare nulla per la compagnia della Carità se prima
                  non mi si faccia sapere a quale ministero sia stato indirizzato il
                            rapporto di cotesto Intendende; mentre fatta fare da per tutto diligenza
                            non si è trovato niente.
                             Mi comanda con libertà e mi creda per sempre nell'amore di G.C., e
                            di Maria Santissima.

                            Napoli 31 Dicembre 1836

                            Um(ilissim)o Obl(igatissimo) S.V.
                            Giustino de Jacobis




     Data:       Senza data37
     a:          Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:         Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


     Casa


     Sg.ª


     Sono sempre tenuto alla somma sua vigilanza nel rimettermi a tempo la lettera di D. Michele, cui
     mi farà il favore porgere questa che le accludo.
     Non si meravigli se qualche cosa di ruvido osservò jeri nel mio contegno, mentre è un effetto del
     mio rozzo temperamento, ed è difficile che alcuno dopo avermi avvicinato non ne parta dispiaciuta.
     Mi consolo per i favori divini, che ha ricevuto questa mattina nella partecipazione dei Divini
     misteri. Le sia di caparra per la beata felicità. Mi raccomandi a Dio e sono

     D.S.E.



                                                                     U.mo S.V.
                                                                     Giustino De Jacobis

     A Sua Eccellenza

D.          Elena dell’Antoglietta

     S.M.




     37
          Probabilmente non va oltre i primi mesi del 1835.
Data:   04.02.1837
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




O.ma Signora


In adempimento dei suoi comandi mi sono recato dal Cav.e il quale ben volentieri e con animo
filantropico ha accolto i suoi ordini. Si sta dunque attivando pel buon esito dell’affare, del quale
non posso ancora dargliene alcuno ragguaglio per non saperne ancora nulla. Incaricato della
direzione dei Novizj non mi resta atomo di tempo per il dispiego anche delle cose di questa
importanza. Siane però sempre benedetta la bontà del Signore.
        Antonio, che tanto l’ossequia mi ha assicurato che ha sempre domandato di sue lettere alla
potestà; non saprei spiegare questo enigma. Le presento gli umili rispetti dei miei. Le raccomando
la frequenza dei Sagramenti, e l’assiduità nelle giornaliere divozioni. Non si dementichi pregare per
me e credermi nel nome di G.C.

                      Napoli 4 Febbraio 1837


                                                           U.mo ed Ob. Ser. Vero
                                                           Giustino de Jacobis d.M.

A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di
Fragagnano
                                    Lecce




Data: 26.02.1837 ???
a:    Sig. Alessandro d'Arpa
in:     ACM-PARIS

                 [a tergo: 26 Marzo 1837 De Iacobis
                  A S. Eccellenza
                 D. Alessandro d'Arpa
                 Lecce p. Monterone]

                 Mio caro Amico

                 Dopo i debiti ossequi a Lei alla Sua On(oratissim)a Signora, ed tutti
                 gli altri di sua Casa Le dico pel suo impegno, che potrete qui
                 mandarmi l'incartamento di riquisiti che la riguardano, e che ponno
                 (sic) facilitare l'affare, e di già dee benignarsi farmi conoscere qual
                 somma (?) potrebbe Lei cimentare per ottenere l'intento. Tutto questo
                 mi è stato chiesto dall'unica persona, che è a mia conoscenza per
                 portare bene le cose.
                  Qui si fa tutto il possibile per ottenere il regio assenso per la
                 Compagnia della Carità, e spero che ogni cosa finisca benissimo. Le
                 raccomando la divozione a S. Vincenzo Nostro: mi comanda e sono

                 Napoli 26 feb. 1837
                 Um(ilissim)o ed O(b)bl(igatissimo) S.V.
                 Giustino de Jacobis

                 [Di altra mano:] La Laurea fu spedita in Napoli dalla Regia
                 Università de' Studj a 12 Marzo 1825 - Reg.ta al f.o 12 N.° 118.
                 Il permesso per insegnare con decreto dei 24 Agosto 1825
                 Nominato Patrocinatore presso il T(ribuna)le Civile di Lecce con
                 ministeriale dei 22 Marzo 1828.




Data:    20.05.1837
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
                                    …..dal38 che ne viene che ho perduto grande parte in
     quell’Appostolica Libertà della quale ho fatto sempre uso in riguardo alla sua direzione.
     Occupato ad assistere tutti i giorni i colerosi, ed a dirigere Novizi, Chierici Napoletani e Popolo non
     ho avuto un momento per recarmi da questo luogo tanto fuori Napoli fino dal Cav. Ruggieri per
     prendere conto dello stato delle cose per la Compagnia della Carità. In vece mia ho mandato
     Antonio dal quale non ho ancora avuta risposta alcuna; ma sono sicuro di avere eseguito i suoi
     ordini.
     Non sia manchevole in quella parte di doveri che riguardano Dio ne la prego caldissimamente in
     Nome di Gesù Cristo. Gesù Cristo stesso la benedica per tutto.

                       Napoli 20 Maggio 1837

                                                                    U.mo Ob.mo Servo
                                                             Giustino deJacobis




A.                                    S. E.

     La Sig.ª D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di
                    Fragagnano Trani




     Data:     24.06.1837
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



     I.M.I.

     O.ma Sig.a


     Non imaginai per nulla, che il ricordare a Lei un modo mio abituale, e notissimo di pensare avesse
     potuto dispiacerle cotanto. Il sentimento di gratitudine verso dei miei benefattori è quasi infinito, ed
     altrettanto è quello del disinteresse nel ministero del quale sono indegnamente caricato. E questo
     come cosa indifferente ebbi in mente di manifestarle nel passato mio foglio, sicuro che in questo
     avrei nel suo modo di pensare la difesa, e conferma del mio. Di questo non parlerò più mai.
     Parliamo di cose più amene: del Colera… Oh! Quanto si è inferocito questo orrendo mostro o
     38
       Il foglio originale risulta strappato e mancante della parte superiore: il testo viene trascritto dal punto in cui il foglio è
     leggibile.
diciamo meglio quanto questo flagello è divenuto terribile sul capo nostro. Tutti i Missionarj sì dei
Vergini che di S. Nicola sono di giorno e di notte fuori di casa per ajutare a ben morire una grande
parte dei due o trecento che in ogni giorno muojono di colera e tutti, che grande potenza di Dio, tutti
stiamo sani sebbene non perfettamente in sanità: vi scrivo in una bottega di Barbiere alle ora assai
vicine alla mezza notte ove sono per assistere una moribonda, che va per grazia del Signore
migliorando.
Finisco per dirvi qualche cosa in appresso di più consolante su questo luttuosissimo argomento. Mi
raccomandi al Signore e mi creda nel Nome di G.C.

Napoli 24 Giugno 1837

                                                U.mo e ob. S.V. Giustino De Jacobis d.M.



A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di

                             Trani Fragagnano




Data:        17.07.183739
a:           Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:          Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


I.M.I.

O.ma Sig.

Eccomi a darle conto di me. Sono ancora tra i vivi e scrivo dalla Casa di una Colerosa, circa alle ore
cinque della notte. Quei di mia casa, perché vi compiacete domandarmene conto, sono sani dalla
malattia dominante e desolante oltremodo di questa Città.
Questa mattina è partito di qui per cotesti luoghi Monsignor Bruni il quale farà grandi cose per le
figlie e sorelle della Carità. Lei facilmente sarà da Lui pregata a prendere parte nell’esecuzione di
questa grande opera ed io di tutto ne benedico il Signore. Che non farebbero qui nelle presenti
circostanze le figlie, o almeno le Sorelle della Carità! Ma i peccati miei hanno privato questo regno
di uno (?) spettacolo che nell’occasione del Colera ha edificato tutta l’Europa; di questo anche ne
benedico il Signore e mi dico 40
[P.S.] Antonio, che jeri fu Cresimato da M.r Bruni e da me tenuto alla Cresima mi dice che le sue
lettere siano sfortunate dappoi che sempre scrive, e sente sempre, che le sue lettere non giungano
mai alle sue mani




39
     La data si ricava dal timbro postale.
40
     Manca la firma, forse perduta per lo strappo presente in questo punto nella lettera originale.
     A Sua Eccellenza
D.      Elena dell’Antoglietta dei marchesi di Fragagnano Trani




     Data: 16.07.1837
     a: Sig.ra Peppina Vernoleone
     in:     ACPN


                     Napoli 16 Luglio 1837.

                     Figlia riveritissima in Gesù Cristo
                     Non potevi darmi al certo più grata notizia della professione religiosa
                     alla quale sei stata ammessa finalmente dalla divina bontà. Siccome io
                     non posso dal canto mio darti migliore avviso quanto quello di
                     assicurarti che sei sulla buona via. Che Gesù Cristo è di te quasi
                     pienamente contento. Un po’ più di rassegnazione e di pazienza nelle
                     tentazioni, alle quali ti vedi soggetta, un poco più di pazienza
                     nell’aridità che accompagna la tua meditazione e poi tutto andrà
                     benissimo. Mettiti dunque coll’animo in santa allegria, in questo modo
                     fa disperare il Demonio, dì con Davide: oggi incomincio ad essere
                     tutta del mio Gesù e non temere di niente.
                     Ecco le poche cose che ti dico nella grande strettezza di tempo in cui
                     siamo per assistere gli ammalati di colera de’ quali Napoli è pieno.
                     Prega assai per noi.
                     Ossequiami tutte: ti benedico nel nome di Gesù Cristo e mi dico

                                                      U. Ser.
                                                Giustino de Iacobis




     Data: 13.08.1837
     a: Sig.ra Peppina Vernoleone
     in: ACPN

                                         Napoli lì 13 Ag.to 1837

                     P(regiatissi)ma Signora.
                 Se volete stare al mio consiglio siate sicura che in tutte le molestie che
                 l’anima vostra ha dal corpo voi non ci peccate. Il Signore lo permette
                 per tre fini in voi; primo per accrescere nell’anima vostra la stima (?),
                 che dovete fare della santa purità.
                 2.° per farvi sempre ricorrere a lui con fiducia per mezzo della
                 continua preghiera. Terzo finalmente per tenervi sempre umile. Oltre a
                 questo non ci è niente più. Datevi dunque animo, non lasciate le
                 orazioni e specialmente la mentale (?) e le orazioni giaculatorie. Fra le
                 altre usate: Benedetta sia la Santa immacolata Concezione della
                 Beatissima Vergine Maria, e portate sempre sopra qualche imagine
                 della Santissima Vergine.
                  Assicurate Teresina che non manco a raccomandarla al Signore e che
                 bramerei sentirla subito Monaca: fate gradire gli ossequii miei alla
                 Badessa, raccomandatemi al Signore e credetemi nel suo santo nome

                                                Um. Ser.
                                           Giustino de Iacobis



Data:    09.08.1837
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



I.M.I.


O.ma Sig.ª

Più per grazia speciale di Gesù Cristo ottenutaci da Maria Santissima, il furore del Colera è quasi
dell’intutto calmato. Dei sei in sette cento al giorno che qui ne morivano adesso sono non più che
cento al giorno ed anche meno di questo. Io era piucché mai sicuro delle premure sue, e delle sue
preghiere per la cessazione di un male che indistintamente ha mietuto le vite di tanti napoletani.
Benedetto ne sia mai sempre quella bontà del Signore che mortificando e vivificando ci ha
conservato fra i viventi.
Spero che non abbia più a spendere così inutilmente, come finora ho fatto, questa vita che mi ha
lasciato…
Il culto che Lei proccura alla Madonna della Medaglia miracolosa, venendo da un animo come il
suo che sente vera Religione per la Regina dell’Universo, spero che voglia garantirla dalla cattiva
influenza del male, che diffondesi pel nostro regno da per ogni parte. Qui non cesseremo tenerla
sempre raccomandata al Signoee delle Misericordie, ed alla Madre della Pietà per motivi di
gratitudine che ci obbligano a desiderarle ogni bene. Il che non cesseremo dal praticare con modo
anche particolare per gli illustri individui di Sua Casa.
        Mi comanda e mi creda invariabilmente.
        Napoli 9 agosto 1837


                                                    U.mo ed Obb. S.V.
                                                    Giustino d. J. d.M.
P.S. Dall’Arciprete di Roccaforzata fui comandato di fare lavorare due corone di Argento per una
Statua della Beatissima Vergine col Bambino. Gli oggetti son tutti all’ordine, gli ho mandato il
notamento della spesa: gli ho notato il dippiù della somma mandatami che si è spesa, che è di carlini
37 ma non ne ho avuto alcuna risposta.
La pregherei a prendere su di ciò qualche conto se pure non le fosse di grave imbarazzo.


A Sua eccellenza
D. Elena dell’Antoglietta dei
                      Marchesi di
                      Fragagnano




Data:     30.08.1837
a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

I.M.I
O.ma Sig.ª

Primamente dico che i Sig.i Fiorillo, e Spaccapietra mi impongono a restituirvi centuplicati gli
ossequj, e gli auguri buoni, e si scusano con Lei in riguardo colle iscrizioni di varia idioma che
domandate41. In quanto alla parte mia spero, al più presto ed al primo momento libero, contentarvi.
Intanto potete inaugurare il monumento eretto alla grande Regina Concepita senza peccato.
A risparmio di posta Vi prego assicurare il Sig.r D. Michele Scarmiglia (?) Antico arciprete della
Roccaforzata che ho ricevuto il dippù delle spese per le due corone le quali sono qui, ma come tutto
adesso si affumica temo che il soverchio fumo non ne porta via oggetti di prezzo come sono due
corone di argento.
Non manco dal pregare per Voi, per la Sua Famiglia per quanti sono in timori ed in pericoli.
Esaudisca la misericordia del Signore le misere mie preghiere.
Intanto facciamo in questi casi prevalere le spereanze che ci vengono dalla Religione. Tutto è nelle
mani di Dio. Quali mani migliori di queste! Tutto dalle mani di Dio passa a Noi per quelle di Maria.
Quali mani di queste più amabili. Prendiamo dunque animo. Senza lasciare nel tempo stesso la
frequenza della preghiera e dei sagramenti.
Non veggo i miei da qualche tempo; ma io interpretando i loro pensieri rendo a Voi da parte loro
così tanto prodigamente da Voi beneficati ogni espressione di ringraziamento e di ossequio.
Pregate per me e credetemi sempre nel Nome di Gesù e di Maria.

Suo u.mo obb.mo Servo
Giustino de Jacobis d.M.

                  Napoli 30 agosto 1837

41
  Si tratta di iscrizioni per una statua dell’Immacolata voluta dalla devozione di Donna Elena. Cfr. lettera del 14
Ottobre 1837, del 29 Ottobre 1837 e del 23 Dicembre 1837.
     A Sua Eccellenza

D.      Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
     Di Fragagnano
     Bari – Taranto per Fragagnano


     Data: 16.12.1837
     a: Sig.ra Peppina Vernoleone
      in: ACPN


                        Napoli 16 Dicembre 1837. I.M.I.
                        Stimatissima figlia in G.C.

                        Prima di tutto Gesù Cristo vuole che tu ubbidisca alla Badessa per le
                        mortificazioni che non vi sono state imposte per penitenza dal
                        Confessore. Io sono perfettamente dello stesso sentimento del Padre
                        Pardo. Fa dunque quello, che ti ha egli detto: non ti impicciare tanto
                        con quello schifosissimo demonio che ti molesta. Ama Dio di tutto
                        cuore, digli spesso: Per questo corpo maledetto non ti voglio perdere
                        mio Sposo Amatissimo. Sono tutta cosa tua. Custodiscimi”.
                        La noia, la freddezza nell’orazione non ti deve atterrire. Per diventare
                        Religiosa Spirituale e di Orazione bisogna passare prima per questi
                        martirii spirituali. Che sorta di Sposa di Gesù tu saresti quando senza
                        fatica, senza pena, senza stento subito fossi arrivata alla pace di quelle
                        anime che hanno faticato assai.
                        Non ti sentiresti tutta ricoperta di rossore nel chiamarti Sposa di Gesù
                        con avere poco o niente patito col tuo amatissimo tesoro. Sta’ di buon
                        animo. Prega per me Gesù Cristo. Io ti benedico in suo nome e mi
                        dico (…)
                                                                              Giustino de Iacobis




     Data:   14.10.1837
     a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

     I.M.I
   Monsig.r Arciv. di Taranto ha preso un abbaglio: io non sono buono ad altro che a fare il
   Sagrestanello non già il Vescovo42.
   Parlerò nuovamente a Mons. Spaccapietra per la sua iscrizione, credo che abbia avuta quella del
   Sig.r Iandoli. Io debbo fargliela latina; subito dalla parte mia servita, per gli altri non posso
   compromettermi. Eglino sono più umili di me. Godo per aver Lei trattato Monsig.r Bruno, chiaro
   sulla repubblica delle lettere, per la confutazione fatta dell’empia opera di Mastrefino. Pregate per
   me, i miei Genitori parlano sempre di Voi. Comandami con libertà mentre mi ripeto sinceramente

   Napoli 14 ottobre 1837

   Di Lei

                                                                         U.mo ed Obb. S.V.
                                                                         Giustino deJacobis
   A Sua Eccellenza
D.    Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di
   Bari Taranto per Fragagnano




   Data:     29.10.1837
   a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
   in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

   I.M.I.




   Ho consegnata ad Antonio la sua lettera, la quale è nuovo monumento della grande sua bontà verso
   dei miei, i quali per volere santo ed adorabile del Signore fin dal giorno 27 del corrente, sono
   menomati avendo perduto il Capo43 dopo breve e violenta malattia. Dacché conosco l’interesse che
   42
      Cominciava a correre voce della nomina di Giustino a Vescovo: occasione, questa, che gli farà cogliere a volo,
   nell’anno seguente, la possibilità di fuggire in Abissinia come missionario !
   43
      Si tratta del padre di Giustino.
prende in tutti i nostri affari credo mio dovere parteciparle questa funesta nuova con augurare a Lei
ed a tutti i suoi lunghi anni di santa vita. Non ho avuto un momento libero a raccormi per scrivere
la Iscrizione pel monumento da Lei eretto alla Vergine Salvatrice di buona parte della Terra di
Otranto dal flagello del Colera, ed in ispeciale modo salvatrice di Fragagnano. Al primo momento
libero ne la scriverò.
Non manchi dal pregare per me il Signore, di credermi sempre nel nome del Signore, da cui le
prego mille benedizioni

              Napoli 29 ottobre 1837




                                                   U.mo ed Obb. S.V.
                                                   Giustino deJacobis

A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi

                             Di

Manduria per Fragagnano




Data: 23.12.1837
a:     Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


   I.M.I.




O.ma Sig.ª
Vengo ad augurare a Lei ed all’intera sua famiglia le Sante feste del Nascimento di Nostro Signore
in quel modo che si conviene a persone Cristiane; che vale a dire colme di prosperità principalmente
spirituali.
Quali ringraziamenti per gli ottimi fichi! Dico ottimi non perché gli abbia veduti, perché oggi
appunto ho mandato persona alla Taverna indicatami per averli; ma ottimi perché disseccati dalle
medesime sue mani, ed in tante differenti guisa continua sempre coll’antico suo sistema di
mortificarmi a furia di favori. Il Celeste Bambino voglia ricompensarnela.
        Temo che nella iscrizione mandatale non fosse corso qualche errore per la fretta che ebbi
nello scriverla, e per la maniera onde venne scritta costì. Affinché dunque non rimanga un perenne
monumento della mia ignoranza scolpito in pietra, se lo stima potrebbe rimandarmela affin di
correggerla.
Pregate per me: comandami, mentre nel nome di nostro Signore mi dico sempre

                  Napoli 23 dicembre 1837

                                                               U.mo ed Obb. S.V.
                                                               Giustino deJacobis d.M.

A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di

                                    Taranto per Fragagnano




Data: 05.09.183844
a:    P. Vito Guarini – Procuratore Generale c.m. presso la Santa Sede
in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR
n.b.: Copia di una lettera di cui manca l’originale.

Molto Rev.do Sig.r e P.ne Oss.mo
Dunque niuna cosa si è tanto buona, che non possa essere guastata per l’ignoranza!
Così ho detto quando leggendo la sua dolcissima lettera mi sono avvenuto in quelle parole: “ Non
sono interamente contento dell’ultima sua lettera direttami. Vi osservo un non so che di vuoto”.
Dunque, mentre credevo esprimere il pieno mio abbandono alle disposizioni di quell’amabile
Provvidenza, la quale erasi di V.S.M.R servita per farmi un bene da eguagliarsi quasi direi al
Battesimo, non feci, per eccesso di mia ignoranza che scrivere parole fredde, indifferenti e di poca
soddisfazione45. Caro Signore, quanto io l’abbia amato, non il crederebbe quando io volessi dirlelo,
44
   Il mese non è leggibile nell’originale, ma si può desumere da una successiva lettera del 2 Ottobre1838 indirizzata allo
stesso P. Guarini. Cfr. anche LUCATELLO-BETTA, pag.198.
45
   Giustino vive i primi giorni della realtà della sua destinazione in Abissinia come Missionario.
e molto meno quando volessi manifestarle il grande aumento di questo amore, dacché mi ha aperto
le nere, le calde ma care porte dell’Etiopia. Tacciamoci su questo ineffabile argomento per tema di
non isnervarlo credendo di ingrandirlo colla penna, che non dice mai quanto il cuore. Da niuna parte
mi è giunto avviso di quanto V.S. suppone che io sappia intorno al mio affare. Alcune dimezzate
notizie io ebbi con raccomandazione del segreto dal Sig.r Spaccapietra, e questo è tutto, sebbene
con linguaggio bastantemente intellegibile mi ripetea il cuore, che la mia spedizione era conchiusa.
L’Eminentissimo Franzoni è la mano che mi manda al cielo per quelle vie, dalle quali io non avrei
giammai voluto allontanarmi46 che il Signore ne lo rimuneri da Suo pari.
Eccole una lettera di Bianchi. Da quanto so Egli è destinato a rappresentare la corte di Napoli presso
il Principe Borbone.
D. Luca Riccardi non ha ancora avuto il rescritto. Dirogli quanto per lui mi dice V.S.
Ora (?) starebbe bene il terzo tra i due Degnissimi Prefetti Appostolici Signor Bricet e Bossut, ove
questo terzo non fossi io, ma uno di merito uguale a loro. Dica al Signor Bricet, che il Suo nome
per me è stato sempre un nome di grande divozione, e che ho appreso a rispettarlo dai pubblici
fogli.
Il Sig.r Manieri che col suo grand’animo sta bravando il suo male, l’ossequia tanto, gli
promette,colla benedizione del Signore, rendere giustizia a questo bello, e salutevole Cielo di
Napoli, che dippiù l’aspetta. E di questi che aspettano V.S. puole immaginare se io possa essere mai
degli ultimi.
Il Sig.r Montuori niente ancora ha avuto da Marsiglia.
Bramerei conoscere se costà si venda l’opera Catechistica di un Parroco, credo Milanese, Manzoni
di nome, Opera divisa in dodici volumi, che completamente tratta le materie catechistiche. Nel caso
affermativo ne bramerei di quest’opera due copie.
Infiniti ringraziamenti poi per le belle tante notizie che mi scrive circa le fatiche Apostoliche che
N.ro Sig.r Cuomo (….?) Spagnoli (?). Che dolce fatica quella delle Missioni. Ha ragione di sì
ardenetemente aspirarvi. Ma ne faremo delle moltissime aasieme quando V.S. da Prefetto ed io da
Cherico Apostolico andremo affumicandoci i visi per le contrade dell’Abissinia47.
Le accarto un viglietto del Sig.r Spaccapietra, ed una lettera del Sig.r de Bianchi, che me ne hanno
incaricato pel ricapito sicuro.
Bramerei conoscere se mi convenga far motto al N.O. P. sul fatto della mia deliberata spedizione
prima che da colà ne avesse avviso e se frattanto debba almeno di questo dir qualche cosa di
ringraziamento per lettera all’E.mo Fransoni.
Se questi mie piedi poggeranno una volta sul terreno bagnato dal sangue di tanti martiri, per poi
andarmene coll’Apostolica benedizione sulle terre africane, incomincerebbero allora quei
rendimenti di grazia per quello che V.S. ha operato per me, che spero quindi essere protratti per
tutti i secoli eterni nel paradiso. Amen. Bella chiusura di predica, è vero? Ma bella chiusa anche di
questa natura di lettera che le scrivo col cuore mentre col cuore, e nell’amore di N.S. mi ripeto
sempre
                 Napoli 5 del 1838


D.V.S.M.R.




46
   Giustino vuole qui dire che in qualunque caso, nell’intimo del suo spirito, mai avrebbe desistito dall’idea di essere
missionario in regioni straniere.
47
   Simpatico umorismo per il quale Giustino già si pensa e si guarda in viso Abissino con gli Abissini. Giustino si
rivelerà possiamo dire nel seguito delle sue lettere, come anche nel diario, eccezionalmente umorista, tanto come il suo
animo sarà eccezionalmente colmo di sofferenze di ogni genere.
                                             U.mo ed obb. Mo ed aff.mo fratello e servo Vero

                                                     Giustino deJacobis I. P.d.C.M.




A Sua Eccellenza
D. Elena dell’Antoglietta di
Taranto p. Fragagnano


Data: 09.03.1838
a: Sig.ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                  Napoli lì 9 Marzo 1838 I.M.I.

                  Veneratissima Figlia in G.C.
                  Quanto mi piace il modo che avete adottato per stare attenta
                  nell’Ufficio che io approvo volentieri, altrettanto mi dispiace quello
                  scoraggiamento nel quale siete per le importune tentazioni.
                  Rifugiatevi nelle piaghe di Gesù, giacchè ormai siete delle sue spose,
                  ché colà dentro non avete di che temere. Sono tutti venti queste
                  tentazioni mosse dal demonio per mettervi in tempesta; ma vi ripeto
                  non temete stando nelle mani di Gesù C. che vi custodisce. Le
                  freddezze nell’orazione vi debbono servire per sempre più avvicinarvi
                  a G.C. siccome chi più sente freddo più si avvicina al fuoco. Finisco
                  subito perché sono con gente che mi tiene del continuo occupato.
                  Pregate per me e credetemi sempre
                                                 U.V.Ser.
                                            Giustino de Iacobis



Data:   28.07.1838
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

Eccovi servita pei dieci docati tolti dal Suo deposito. Ho mandato dal Principe di Supino uno di
questi n.ri Sig.ri che è in grande amicizia con lui, ed ha fatte tutte quelle premure per sollecitare il
suo affare, che io non avrei certamente potuto fare, e con tutto questo poco ci è da spesare. Che
vuole che le dica? Quando è decisa a partire dalla sua casa sarebbe buona cosa tentare nel
medesimo tempo qualche altra via.
        Il Sig.r De Sanctis, che tanto la ringrazia per la cura, che di lui si prende, per grazia del
Signore migliora.
Mi comanda e sono sempre
Casa 28 luglio 1838
                                                                          U.mo e obb. S.Vero.
                                                                          Giustino deJacobis d.M.



   A Sua Eccellenza
D.    Elena dell’Antoglietta dei Marchesi
   Di Fragagnano Sue Mani
   Con ducati 10




   Data:     02.10.1838
   a:        P. Vito Guarini c.m., Procuratore Generale c.m.
   in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR (?)


   M.to R.do Sig.re e P.ne Oss.mo

   Ora che i miei sentimenti sulla missione di Abissinia sono stati ritrovati ad un di presso conformi a
   quelli del Sig.r Durante48, e che sono stati riconosciuti, come V.S.M.R. mi assicura per sentimenti
   giunti fin dal Cardinale Prefetto di Propaganda; io vivo in perfetta calma sull’esito di questo affare,
   e ripeto con indicibile soddisfazione: “Ecce ego, mitte me”. Non mai il cuore, trattandosi di questi
   affari, mi ha così, come questa volta predetto qualche buon esito intorno a questo antico mio
   desiderio, che per essere stato tanto differito è ormai cresciuto a dismisura.
   Per tanti titoli savissimamente accennati ho creduto che il ricevere fra noi l’E.mo Prefetto di
   Propaganda fosse dovere indispensabile. Egli dunque venga in nome di Dio49. Sarebbe buono
   prevenirlo intanto nella qualità dell’appartamentino che verrebbe ad onorare, il quale sebbene fosse
   il migliore, che abbiamo pure sente non poco della semplicità delle stanze da Missionario, e che
   dippiù ritrovandoci probabilmente, nel tempo del suo arrivo, occupati negli esercizi, abbia a
   permetterci che da noi fossero proseguiti, rimanendo Egli d’altronde nella sua piena libertà, e
   convenevolmente assistito.
   Fui ultimamente dal giovane Valente ammalato nell’ospedale dell’Incurabili, e trovai che il male
   dello braccio che è l’unico suo male migliorava, e che di nessuna cosa, come ei assicurò frattanto
   abbisognava. Qui S.S.M.R. è aspettato; sarebbe la sua venuta di non piccolo giovamento per
   l’Opera della Propagazione. Le invio una nota di quistioni su questo affare che richiedeva
   schiarimenti.
   Il Sig.r Pesole è come credo attualmente occupato nel visitare la casa di Bari. E’ sicuro poi che
   indirizzando per colà le sue lettere perverrebbero a lui sicurissimamente.
   Mille ossequj ai Sig.r Spagnoli e confratelli. Quanto bramerei vedere cotesta Roma! Spero venire in
   forma di peregrino….
   Le b.l.m.50, mi raccomando alle sue orazioni, e mi ripeto sempre, nell’amore di N.S.

   D.V.S.M.R.


   48
      E’ il Beato P. Marcantonio Durando c.m., allora Visitatore a Torino.
   49
      Giustino è Superiore a Napoli nella Casa dei Vergini, e intende ricevere il Card. Fransoni, Prefetto di Propaganda
   Fide.
   50
      Bacio le mani.
              Napoli 2 Obbre 1838
                                                    U.mo ed Obb. Ser.Vero
                                             Giustino deJacobis I.P.d.C.d.M.



Data: 04.08.1838
a: Sig.ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                Napoli 4 Agosto 1838. I.M.I.

                Pr. Sig(nora)

                Il Signore Gesù vi paghi la carità usata colla defunta mia genitrice. Io
                ne serberò sempre sentimenti di riconoscenza. Posso assicurarvi che
                camminando così un giorno giungerete ad avere qualche grado di quel
                tanto da voi desiderato amore di Gesù ed a salvarvi l’anima.
                 Per carità non siate tanto di spirito avvilita. Diffidate sempre di voi,
                ma sempre confidate di Gesù Cristo.
                 Quando la Superiora e il Confessore non sono d’accordo nel
                permettervi delle mortificazioni siate sicura che non vuole Gesù Cristo
                che ne facciate, e voi sempre dovete starvene tranquillissima.
                 Pregate per me. Raccomandatemi alle orazioni di tutte coteste Sante
                Religiose: Ossequiatemi la Superiora e credetemi sempre.
                                                 Um.V.S.
                                                G.D.I. dM.


Data: 05.09.1838
a:    Sig.ra Vincenza Carafa in de Sanctis
in:   ACM-PARIS

                [a tergo:] A Sua Eccellenza
                D. Vincenza Carafa in de Sanctis
                Lecce p. Calignano

                O(noratissi)ma Sig(nora)

                Avrete saputo, che il suo Signor Figlio è stato fin'ora ammalato. Ora vi
                scrivo affinchè vi consoliate e ringraziate il Signore, che gli ha
                restituito quasi perfettamente la salute di prima. Noi qui siccome
                abbiamo molto pregato il Signore affinchè per l'intercessione di S.
                Vincenzo de' Paolo (sic) l'avesse fatto star bene, così adesso li
                ringraziamo di tutto cuore per la grazia, che ha accordato. Voi fate lo
                stesso, e state allegramente. Coll'altra posta riceverete (….) lette(re) di
                mano propria di vostro figlio.
                Comandatemi, e credetemi sempre
                Napoli 5 settembre 1838
                Um. ed Ob. S.
                Giustino de Jacobis
Data: 17.10.1838
a: Sig.ra Peppina Vernoleone
 in: ACPN

                                      Napoli 17 Ottobre 1838
                 I.M.I.

                 Sono fuori di casa donde vi rispondo per subito darvi quelle risposte
                 che saprò meglio darvi in riguardo alla vostra orazione.
                  Quest’orazione vostra con tutte quelle amarezze di cui mi parlate, con
                 tutte quelle distrazioni e quei piccoli godimenti, è un’orazione della
                 quale io ne sono contento, perché spero che ne sia pure contento Gesù
                 Cristo.
                  Che preme a voi a sapere da che vengono tutte queste varie mutazioni
                 nell’orare quando vi basta il sapere che voi umiliandovi sempre ed
                 essendo sempre fedele a non lasciare la pratica santa della meditazione
                 siete come una vigna, un campo di cui il giardiniere, il vignaiuolo è
                 Gesù Cristo! Non sapete che il vignaiuolo taglia, rompe (?), in(n)affia,
                 copre le piante secondo il bisogno e per questo quando taglia sentite
                 dolore, quando rompe sentite noia, quando in(n)affia sentite gusti
                 santi, sempre però che colla condizione che le pene e le noie siano più
                 dei gusti santi, perché ci è più da tagliare nell’anima nostra che da
                 in(n)affiare. Siate voi sempre contenta di quanto opera in voi il
                 Dolcissimo Padre dell’anima vostra e badate solo ad essergli fedele
                 nell’umiliarvi, nel pentirvi, nell’amarlo solo solo senza unire altra
                 cosa a questo amore di Dio.
                 Gesù vi benedica. Pregate per me.
                 (Credetemi) Um. Obl.mo Serv.
                                             Giustino De Iacobis



Data:    17.11.1838
a:       Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:      Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR

I.M.I.

O.ma Sig.ª


Quanto mi ha consolato la sua presa risoluzione, di volersi presentare ad un qualunque confessore
per non interrompere la frequenza dei Sagramenti! Dopo questa gazia fattale dal Signore spero che
delle altre grandissime voglia Egli far piovere sull’anima sua.
Andai a ritrovare la sua fanciulla per pagare nello stesso tempo la mesata. Mi disse che era quieta e
contenta, sebbene l’educatrice avrebbe in Lei desiderata più senno nelle cose di pietà.
Mi comanda e mi creda sempre

Napoli 17 novembre 1838


                                                          U.mo ed Obb. Suo Servo
                                                   Giustino deJacobis d.M.



A.S.E. Donna Elena dell’Antoglietta - Trani

Data:   12.12.1838
a:      Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in:     Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR


O.ma Signora

In pochi giorni mi sono giunte due sue onoratissime lettere; alle quali rispondo con qualche ritardo,
e con brevità, perché attualmente sono al conchiudere di una Missione, che ci dà molto da faticare.
Che volete, che vi dica? Un sol giorno dippiù che andate a perdere per gli affari vostri, avuto
riguardo allo stato di vostra sanità, agli anni, che sempre più crescono certamente, e non
diminuiscono, ed al tremendo conto che dar dovete per i lumi innumerabili che da Dio avete avuti,
mi sembra una perdita maggiore di tutto il feudo che Vi appartiene! Onde un accomodo che vi
lasciasse agio a pagare i Creditori, a dare un pane ai vecchi e giovani parenti, ed un pane a Voi,
dovrebbesi in ogni modo pattuire, tuttocche tutti i magnifici vostri progetti, per tale accomodo
dovessero restare sul tappeto. Mi dice che mi unisco agli altri per farvi guerra. Ma io dico che
quando questa guerra vi viene mossa anche da me dovreste anteporla ad ogni sagrato trionfo; perché
sapete bene che il solo desiderio del vostro meglio è che mi muove a parlarvi.
Non ho visitata ancora in questo mese la vostra beneficata: sono fuori Napoli, fra giorni sarò colà a
pagare pel corrente mese.
Pensate un po’ più a Voi e credetemi in Gesù Cristo
Lettere 12 dicembre 1838

                                                          U.mo e ob. S.V.
                                                   Giustino de Jacobis P.d.M.

A Sua Eccellenza

D. Elena dell’Antoglietta

        Dei marchesi di Fragagnano Trani
     Data:     29.12.183851
     a:        Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
     in:       Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR




     O.ma Sig.ra



     E’ stata puntualmente servita per tutti i comandi, dei quali mi ha onorato. Sono stato fin’ora in
     Missione, e questo è il motivo pel quale ho fin’ora tardato a rispondere. Sono stato a ritrovare la sua
     Beneficata. Mi assicura Suora Celeste che progredisce, sebbene lentamente, nello sviluppo dei
     talenti. Di questo non che affatto esserne dispiaciuto, perché una fanciulla quando è di buoni
     costumi ha tutto il meglio che possa bramarsi, e tutto il resto, che stimasi è perfetta vanità, o vanità
     approssimativa.
     La prego ad iscusarmi per lo disbrigo delle tante volte chieste iscrizioni. Mio Dio quanti fastidiosi, e
     piccioli affanni, di tutto mi rubano il tempo. Ed appena mi lasciano libero qualche momento per
     eseguire i comandi delle persone, che tanto onoro.
     Accetti i fausti augurj pel già fatto natale, e pel principio del nuovo anno. Augurj che meglio che
     colla penna come sa mi sforzo farglieli all’altare. Si confessi bene ed a chiunque.
     Mi creda sempre52

                                Dicembre 1838

                                                                    U.mo ed Obb. S.V.
                                                                    Giustino deJacobis d.M.




     A Sua Eccellenza
D.      Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di

     51
        Il giorno del mese si ricava dal timbro postale.
     52
        E’ questa l’ultima lettera che Giustino indirizza a Donna Elena, in qualità di suo direttore spirituale. Giustino si
     prepara ormai a partire missionario e le poche lettere che ancora scriverà a Donna Elena saranno solo di saluto e di
     addio. Donna Elena scriverà un po’ dovunque ai vari Superiori di Giustino, per cercare di fermarne la partenza. Molto
     significativa e commovente è la risposta, datata 23 Febbraio 1839, ricevuta da P. Vincenzo Spaccapietra, l’amico del
     cuore di Giustino, che ci pare qui opportuno riportare per intero: “Veneratissima Sig.ra Donna Elena, il Signore la
     perdoni! Con la sua lettera ha gettato il sale e l’aceto sopra una piaga che fa vivo sangue, sulla piaga del mio cuore.
     Sente forse che insensibile sia rimasto alla partenza del mio vecchio amico De Jacobis, sì che dipendendo da me lo
     stornarla me ne fossi rimasto nelle mani nella cintola? No! Ma Dio lo ha voluto là. Egli cammina dietro i grandi apostoli
     lasciando nello spirito nostro l’ammirazione. Né il Sig. Fiorillo o il Superiore Generale ha avuto alcuna parte in questa
     destinazione. Il Cardinale Prefetto di Propaganda venne a Napoli: cercava un individuo per quelle contrade; conobbe il
     Sig. De Jacobis, che in altre occasioni avevagli detto del suo desiderio; gliene fece la proposizione; venne tosto
     accettata. Ecco la piccola storia. Ma vegga i decreti del cielo: giunto in Roma appena, pervengono colà tre abissini
     come ambasciatori presso il Santo Padre. Ne cercano la protezione ed amano ricercarla altresì al re dei francesi. Ed ecco
     lo stesso De Jacobis incaricato di accompagnarli in Parigi per ove partirà fra pochi altri giorni. Per me non so spiegare sì
     felici auguri senza ricorrere a quella mano onnipotente che vuol farne un santo. Ciò però non impedisce che io ne senta
     dolore, a costo della perdita di lui. Sic Domino placet. Ita Pater! Sia la migliore risposta.”
   Fragagnano
                                               Trani




   Data: 26.12.1838
   a:    P. Vito Guarini c.m., Procuratore Generale c.m.
   in:   Lettr. Manuscr. Vol.I - ACGR



   M.to R.do Sig.re e P.ne Oss.mo


   Non appena ritornato dalla Missione, che rispondo ai due suoi interessanti viglietti per assicurarle
   della piena mia soddisfazione circa il modo onde ha portato innanzi l’affare dell’Abissinia. Con
   somma pace aspetto le ultime decisioni sul destino riserbato a questo meschino avanzo dell’inutile
   mia vita. La corrispondenza dunque fra noi, sempre a me cara quanto mai, ora per le notizie che mi
   dà, mi si è resa ancora più cara. Tutto l’affare cammina benissimo.
   Non voglio mancare al dovere degli augurj buoni, e santi soliti a farsi nelle ricorrenti festività,
   sicuro che li aggradisca. Preghiamo a vicenda.
   Dopo gli ossequj, e gli augurj santi pel Sig.r Spagnoli la prego ad assicurarla, che i suoi comandi
   sono stati di già eseguiti: i rescritti muniti di regio Exequatur sono stati di già mandati al loro
   destino. Non gli scrivo direttamente per non caricare di maggiori spese la Casa.
D.     Luca Riccardi aspetta la grazia che chiedea. D. Peppino Bianchi tanto la ringrazia per la licenza
   ottenutagli. Egli forse sarà il Mentore del Principe Borbone che è costà, ma questo glielo dico in
   segreto.
   Abbraccio tanto tanto il caro fratello Pinto; bacio le mani, e mi dico sempre il
   D.V.S.M.R.
                   Napoli 26 dicembre 1838

                                                              U.mo ed Obb. Ser.V.
                                                       Giustino deJacobis P.d.M.




   Data: 19.09.1838
   a:    P. Vito Guarini c.m., Procuratore Generale c.m. a Roma
   in:   Propaganda Fide, III, 624
M(ol)to R(everen)do Sig(no)r e P(adro)ne Oss(equiatissi)mo


Veggo chiaro, che la bontà sua è l'unica ragione del pensare sì vantaggiosamente di me e delle mie
cose. Mio Dio! a quali mani affideremmo noi un'opera di tanta considerazione quanto è quella dello
stabilire una Cattolica Missione nell'Abissinia! In qualità adunque di semplice prete, eccomi, direi,
“mandami tosto!”, se una delle più care e più giuste affezioni del mio cuore quella dell'attaccamento
alla mia vocazione non me l'impedissero di farlo. Per talune voci non saprei di qual'indebita
promozione53, che non cessano ancora di andare d'intorno sul mio conto, m'indussi a domandare al
Nostro O.P.54 il permesso di far parte della Missione da mandarsi in Algieri, ove quella Missione
fosse stata affidata ai nostri. Dopo di avermi risposto per mezzo del Signore Etienne , che di quella
Missione non ci era da pensare, soggiugne: "Tuttavia, se voi avete dei segni certi sulla vostra
nomina, bisognerebbe non attendere più lungo tempo. E in questo caso voi fareste bene a venire in
Francia. Infatti varrà meglio allora che la Congregazione vi conservi nelle missioni estere che
perdervi a Napoli”55. Come potrei allontanarmi da una Congregazione che tanto ama i suoi figli!
Quando adunque Vostra Signoria M. Reverendo avesse modo di farmi ricevere i debiti permessi dal
Nostro Superiore Generale, sicuro allora della volontà di Dio, volerei fidato nei Suoi potentissimi
ajuti a spargere ancor'io qualche gocciola di sudore su quelle arene africane
Finisco subito perché il Corriere parte, e lascio (?). B.l.m., e dicendomi sempre nell'amore di N.S.


Napoli 19 Settembre 1838
Di V.S.M. R.

U.mo ed Obb.mo Servo
Giustino de Jacobis IPdCd M




Data: 05.01.1839
a:   P. Jean Pierre Nozò
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Napoli, 5 (Gennaio56) 1839

Onoratissimo Padre57

    Agli auguri i più felici ed i più gioiosi per l’inizio del nuovo anno, aggiungo buone notizie di
questa casa.58 Abbiamo già cominciato le missioni con previsioni le più favorevoli nella diocesi di
Castellammare. Le richieste di altre (diocesi) sono innumerevoli. I più distinti personaggi le
(richiedono). Ci si deve attendere un’abbondantissima mèsse. Io temo che i soggetti di questa casa
non saranno bastanti: le malattie con le quali nostro Signore ci ha visitato ci hanno ridotti ad un
numero poco (disponibile).

53
   Si vociferava di una elezione di Giustino a vescovo.
54
   Sta per Onoratissimo Padre. E’ il Superiore Generale della Congregazione della Missione.
55
   Nell’originale il testo tra virgolette è nel francese di difficile interpretazione di Giustino: cfr. nota (?) Diario.
Offriamo qui una nostra traduzione.
56
   Il mese non è scritto nella data; ma si evidenzia dalla lettera.
57
   Al P.Generale C.M. Jean Pierre Nozò 1835-1842 – Traduzione dal francese.
58
   Nel periodo della lettera, Giustino è Superiore della casa dei “Vergini” in Napoli.
    Dal racconto che vi faccio voi potrete giudicare i risultati delle missioni. Una giovane di 17 anni,
per essersi rifiutata alle sollecitazioni indegne di due mostri armati, ha ricevuto 17 pugnalate, una
per ogni anno (di età). L’onestissima vergine fino alla sua morte che è sopraggiunta due ore circa, si
è rifiutata di scoprire (le sue ferite) ed i ributtanti assassini.
    Quale grande castità e che carità!!
    Tuttavia vi devo tener informato che qualche volta in (questi casi) non si ha il coraggio di
rinviare (a casa loro) i giovani (che non) sono destinati dal Signore a vivere in Congregazione;
questo (……………………………) soggetti mancanti dello spirito del nostro Santo Padre.
    La comunità intera (di casa) composta di 18 sacerdoti, 19 studenti, 18 fratelli coadiutori,
inginocchiati ai vostri piedi vi chiede la paterna benedizione. Anche io faccio lo stesso e mi dico
nell’amore di nostro Signore di Voi Onoratissimo Padre:
    umilissimo servo ed affezionatissimo Figlio

   Giustino de Jacobis i.p.d.C.d.M.




Data: 16.01.1839
a: Sig.ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                  Napoli lì 16 Gennaio 1839.

                  Pr. Sig.

                  Dalla loro lettera rilevo che il rustico mio modo di ringraziare pel
                  complimento magnifico fattomi siale stato di non piccola
                  mortificazione. Io nell’atto stesso che vengo per questo a chieder loro
                  scuse; pure debbo assicurarle che ogni volta che mi veggo urtato ad
                  uscire dal mio proponimento di non mai ricevere regali da chiunque,
                  che anche per una sola volta avesse fatta da me la sua confessione, mi
                  indispongo di animo, e do corso al mio selvatico temperamento.
                  Badano dunque dopo questo avviso a non mai più provocarmi con tali
                  mezzi se le dispiace scrivere lettere simili all’ultima che hanno
                  ricevuto. Del resto facciamo che del passato non se ne abbia più
                  memoria, le LL. (…) col proporre di non mai mortificarmi con regali
                  ed io di non mai più scrivere di tali lettere, rimangono le cose nello
                  stato di prima.
                  Dì che per dar loro un segno sicuro vengo ad esortarle a non avvilirsi
                  mai nel cammino del cielo per le difficoltà che in esso ritroveranno,
                  quantunque queste possano sembrar loro grandi. Niuno ostacolo è
                  difficile a superarsi nelle vie di Dio per chi confida in Gesù Cristo; ed
                  ogni ostacolo ed ogni difficoltà con tale aiuto superato è sorgente di
                  meriti eterni, è sorgente che sarà sempre maggiore a proporzione che
                  diventi maggiore la nostra diffidenza nelle nostre forze e la nostra
                  confidenza negli aiuti divini.
                    Forse io partirò per quei paesi che sono al di là dell’Egitto, mandato
                  da chi rappresenta Gesù Cristo nella terra; in questo caso ho bisogno
                  delle loro preghiere, e di quelle delle altre buone religiose che
                     ritrovansi in cotesto santo luogo. Come conosco la loro carità così di
                     queste ne sono sicuro.
                      Mille ossequii alla Sig(nora) Badessa, ed alla Sig(nora) Maestra
                     nonché a quella Religiosa di cui ignoro il nome, ma che nel tempo che
                     ebbi l’onore di dare costì i santi Spirituali Esercizi era Refettoriera.
                     Mi raccomando alle di lei orazioni.
                     Pieno di ogni rispetto e nel nome di N.S. mi ripeto
                                                         (…)
                                                     Um. Serv.e
                                                Giustino De Iacobis


Data: 19.01.1839
a:     P. Pasquale Fiorillo c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR


19 Gennaio 183959

M.to R.do Sig. e P.ne Os.mo60

   Le tante negative avute alle moltiplicate domande che ho fatto in vari tempi per essere mandato
nelle missioni straniere e gli anni cresciuti, mi avevano sì perfettamente posto su questo punto in
pace che non avrei mai più pensato a fare dei nuovi tentativi, quando mi fu scritto da Roma: se,
dovendosi spedire in Abissinia una missione, vi ci sarei andato. Tutti gli assopiti, ma non spenti
desideri di missioni straniere a quest’invito si risvegliarono nel mio cuore e furono estremamente
infiammati dal sentire che “era la Propaganda che voleva affidare questa missione alla nostra
Congregazione”; al ricordarmi che nello stesso modo Propaganda medesima sotto il generale, se
mal non mi ricordo, De Bras61 avea mandato in Aleppo il sig. Bossou (?) a fondare quella sì
prospera missione di Siria. Solo avrei desiderato che questa domanda non da Propaganda, ma mi
venisse dal superiore cui ho fatto voto di ubbidire, quantunque grande fosse l’autorità
dell’eminentissimo Prefetto di quell’insigne Congregazione, pure sembravami essere quasi
un’apostasia dalla mia Congregazione ove mi fossi mosso alla voce di altri che del N.O.P. 62
   Questa considerazione raffrenarono in modo gli accesi desideri che ed in iscritto ed a voce
sempre era fermo a dire: Eminentissimo, io parto ma sol quando gli ordini mi verranno comunicati
da Parigi.
   Queste proposte furono da Dio benedette dacché in luogo di essere dispiaciuto, il cardinale disse
esserne anzi bene edificato e che di persona ne avrebbe direttamente scritto al Superiore Generale.
Tutto questo mi sembrava piuttosto sonno che fatto, al quale, per essere di sì arduo riuscimento, io
non vi pensavo più che tanto; ma non l’indovinai; perché qui dicesi che la domanda del cardinale
abbia di già avuto luogo; che sia stata di più ammessa la domanda fatta dalla persona mia per
l’ammissione dell’Abissinia e che a questa missione io già sia stato destinato.
   Queste notizie che non mi sono arrivate per canali legittimi, potendo non di meno essere vere,
così ho creduto bene interrogarne V.S.M.R. e pregarla ad adoperarsi a distruggere ogni prevenzione
che questo fatto abbia potuto arrecare nell’animo del nostro Onoratissimo Padre intorno al mio

59
   Questa data manca del mese; ma questo è stato aggiunto a matita in capo alla lettera la quale, a sua volta, da un
   semplice contesto di altre date, sicuramente è stata scritta in Gennaio.
60
   Molto Reverendo Signore e Padrone Osservantissimo…si può dire con certezza trattarsi del P. Fiorillo, a Parigi,
   Assistente italiano C.M.
61
   Luigi de Bras 8° Generale C.M., dal 1747 al 1761.
62
   Nostro Onoratissimo Padre.
attaccamento alla piena sua autorità sopra dei miei destini, ed intera mia dipendenza dai suoi
comandi.


   Sicuro di tutti i buoni uffici della sua carità in questo affare; ne la ringrazio ben di cuore e passo
a rammendarle la domanda del fu nostro signore Ossoni che vorrebbe fare ritorno alla
Congregazione; le domande del sig. Zazzara che chiede di essere raccomandato al Signore 63 dai
Missionari e dalle Figlie della Carità. Finalmente porgo i ringraziamenti di Don Salvatore de Curtis
addivenuto nostro quasi-confratello per suo favore. Io veggo spesso D. Raffaele suo sig. fratello: mi
incarica dei suoi ossequi per sé e per tutta la casa sua.
   La prego a porgere tutti i miei più profondi ossequi al nostro Onoratissimo Padre mentre col
baciare a V.S.M.R. le mani mi ripeto nell’amore di nostro Signore

U.mo ed Obb. suo servitore vero
  Giustino de Jacobis indegno prete d.c.d.m.


     Data: 21.01.1839
     a:    P. Guarino c.m.
     in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

M.to R.do Sig. e P.ne Oss.mo64

   Con tutta la mia brama di subito recarmi costà pure non potrò giungervi che dopo qualche
tempo. Gli affari della famiglia65, cui non ho potuto fin d’ora dare assetto, richieggono qualche poco
di tempo; e quando anche volessi deporne di questi affari ogni pensiero, la difficoltà a trovare un
compagno senza che questi fosse designato dal Superiore Generale, sembra grande e chiede anche
del tempo ad essere superata. Del rimanente, caro mio sig. Guarino, io veggo in tutto questo affare
molte tenebre e niente luce.
   Da Parigi mi si scrive che potrei partire e che dovea concertare con Propaganda il tempo e
tutt’altro; val quando dire debbo tutto disaminare io, e da me, in modo che tutta la responsabilità
sarebbe mia, ed io confesso che a tutto questo non ho abilità sufficiente e non farei, quando volessi
occuparmene, che grandi spropositi, specialmente ove per la soverchia fretta non mi si accordasse
tempo da tutto bilanciare e tutto disaminare.
   Vengo in Roma, e vi verrò al più presto piacendo al signore, e vi verrò anche solo, quando
mancasse affatto il compagno, ma non certamente per subito partire, gittandomi in qualche vascello
francese a guisa di vecchio sacco per essere indi sbarcato in qualche inospitale lido, ma per fare
quello che mi dice il Generale, cioè mettermi in accordo con Propaganda ecc.
   Mi perdoni il ritardo col quale rispondo; il tempo dirotto non permise che giungessero qui i
corrieri a tempo loro. Mi raccomandi assai al signore. La prego a non pensare solo che vada uno col
nome di missionario; ma che vada una missione in Etiopia mandata come io ho sempre creduto che
avesse dovuto essere, da Superiore Generale; noi siamo missionari, non preti semplici.
   Le b.l.m.66 e sono sempre nall’amore di N.S.

     Napoli, 21 Gennaio 1839

     di V.S.M.R.

63
   Nel testo si legge abbreviato Sig. che in questo punto può significare il signore del Cielo.
64
   Molto Reverendo Signore e Padrone Osservantissimo: è il sig. Guarino, a Roma.
65
   La comunità religiosa della casa dei “Vergini” della quale da poco era stato fatto superiore.
66
   Le bacio la mani.
      Um. Ed Obb. Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.

      Data: 28.01.1839
      a:   P. Pasquale Fiorillo c.m.
      in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

28 (Gennaio) 183967

M.to R.do Signore e P.ne Oss.mo68

   Le disposizioni del nostro Onoratissimo Padre in riguardo alla mia missione in Abissinia, che per
mezzo di V.S.M.R. mi vengono in termini così precisi comunicate, mi hanno obbligato a piegare
ciecamente il capo, ed umiliandomi, come per simili casi consigliato mi avrebbe il Santo Fondatore,
vedendomi ad onda delle innumerabili mie miserie destinato a sìffatta impresa, volia armarmi
contro il terribile apparato dei pericoli cui andava ad essere esposto, colla speranza d’esserci
mandato da Dio e colla sicurezza di esserlo dal nostro Onoratissimo Padre.
   Speravo che la lettera di V.S.M.R. mi arrecasse questo felice annunzio. In questa fiducia l’ho più
volte letta io stesso, l’ho fatta pur leggere da non pochi dei nostri e tutti in luogo dell’annunzio
bramato vi abbiamo lette parole che a me sono state più dure della morte. Un missionario che da
venti anni è in Congregazione; che ama la Compagnia come madre; che venera ed ama quanto un
padre il Superiore Generale; immagini qual pena debba sentire in sentirsi dire: “che dee andare nelle
ultime estremità dell’Affrica perché chiesto da Propaganda ed a Propaganda ceduto per non opporsi
ad ordini cotanto rispettabili; e dippiù che dee partire se vuole; e determinandosi a partire debbe
mettersi in contatto con Propaganda in quanto al tempo ed a tutto il dippiù”.
   So che con queste parole si vuole indicare che è tanto il dispiacere dell’Onoratissimo padre per
la mia condotta in questo affare, che non più vuole considerarmi come suo; e che Propaganda da
oggi innanzi sarebbe la mia guida; che mi vuole degno di essere percosso di tanto terribile anatema;
imperocché quando ciò non fosse vero con qual cuore potrebbe soffrire che io parta senza prima
darmi le convenienti istruzioni, senza assicurarmi che dovunque io debba vivere un’altra ora debba
essere considerato sempre come figlio suo e della Congregazione? Perché mi rimette
indeterminatamente ad una Congregazione che come quella di Propaganda io debbo, sì, venerare,
ma non riconoscere per mia madre? Ad una Congregazione al di cui Cardinale Prefetto che mi
richiedea per l’Abissinia risposi fermo: “Andrò, ma mandato dal mio Generale; ma sotto agli ordini
suoi e non mai di chiunque altro.”? Egli si dichiarò contento di questa mia protesta che sono ben
note al sig. Guarini, il quale fu da me pregato a farle pur note all’Onoratissimo Padre. Sperava che
l’avesse fatto ed in questa speranza mi astenni (dallo) scrivere, come avrei dovuto fare, costà.
   Chi intanto può dire la pena alla quale io mi veggo abbandonato?



    Prego Dio umilmente che ne preservi ogni cuore; e pregherei V.S.M.R. A NON FARNE
NULLA SAPERE al nostro Onoratissimo padre affinché neppure di riverbero saggiasse le
amarezze, se non dovessi assicurarla che non reggo al dolore di essere mandato in una missione la
quale non sia della Congregazione, per dipendere da Ufficiali di Propaganda, per non essere
assieme coi miei confratelli; questo timore mi uccide. Vado subito in Abissinia, vado in qualunque
altro luogo, purché mi manda la Congregazione, purché mi manda il nostro Onoratissimo Padre.
    Debbo confessare che quando mi fu parlato di questa spedizione, per la brama di essere alla
medesima destinato e pel timore che scrivendo io costà il primo, nulla se ne sarebbe conchiuso, mi
contentai protestarmi chiaramente, e più volte, che dovendo partire mettea per condizione che
67
     La data, posta in calce alla lettera, manca del mese facilmente computabile dalle lettere precedenti e seguenti.
68
     Molto Reverendo Signore e Padrone Osservantissimo: è il sig. Fiorillo a Parigi.
dovessi partire colla dipendenza del nostro Onoratissimo Padre. Contento per non avere
compromesso così in niente la mia coscienza, mi astenni dal prevenire chi si conveniva di quello di
che trattavasi; ed in questo ho fatto male ed in compenso merito una grande punizione: mi si dia
pure; io l’accetto volentieri, purché non sia quella di discacciarmi dalla Congregazione. In quella
spedizione io avrò molto bisogno dell’assistenza del nostro Padre e non essendo io più suo figlio,
con qual fiducia potrò invocarlo? Mi consolava il pensiero che essendo l’Affrica una terra bagnata
di sudori di tanti missionari e dal sangue del sig. Levacher, Mormasson (?), Francillon, avrei potuto
invocarli come confratelli. Ed ora questo conforto mi si toglie!
   Io dunque mi protesto che non ho mai chiesto di andare in Abissinia colla dipendenza di
Propaganda solamente, che quando questa mia spedizione non viene approvata dal Superiore
Generale, io mi ricuso sempre a Propaganda; e spero di farlo in modo che in niente resti
compromesso il decoro della Congregazione, né le parole dell’Onoratissimo Padre. Mi si parli
chiaro: se vogliono veramente e liberamente che io parta, partirò, sempre però da Missionario.69
   Se questo non si voglia, prego per amore di Gesù Cristo, a parlarmisi chiaro perché ho dei mezzi
da negarmi senza compromettere alcuno.
   Le bacio cento volte le mani ed in nome del Santo70 la prego a quietarmi mentre sono sempre
nell’amore di nostro Signore.

      Napoli, 28 del 1839

Giustino de Jacobis i.p.d.C.d.M

      Data: 02.02.1839
      a: D. Elena dell’Antoglietta Fragagnano
      in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR


A Sua Eccellenza
Donna Elena dell’Antoglietta
Trani

I. M. I.
O.ma Sig.

   Le scrivo per prendere congedo, giacché è piaciuto al Signore destinarmi per le missioni di
Etiopia, per dove mi metto in viaggio il giorno quattro del mese presente.
   L’avviso che per questa spedizione mi è stato dato essendomi giunto quasi d’improvviso, così
non ho potuto occuparmi per le altre due iscrizioni che brevemente. Le rimetto quella francese.
   Quel denaro che di nome vostro ho dato a Donato Antonio mio fratello, volendomelo voi
restituire, avrete la bontà mandarlo al sig. Sparano il quale è stato da me pregato per l’uso da
farsene.
   Si faccia santa e preghi per chi tanto da questi luoghi va lontano per la gloria sola del nome di
Gesù Cristo e credetemi sempre nel suo nome.

      Napoli, 2 Febbraio 1839

      U.mo ed Obb. Servitore (?)
               Giustino de Jacobis
      Data: 21.02.1839
69
     Cioè: appartenente alla Congregazione dei Missionari di S. Vincenzo de’Paoli.
70
     S. Vincenzo de’Paoli.
   a:    D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
   in:   Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

A Sua Eccellenza
Donna Elena dell’Antoglietta
Dei Marchesi di Fragagnano
Napoli/P/           Trani

I. M. I.
O.ma Sig.a

   Ora che sono fuori di casa ed incaricato di una missione sfornita di averi suoi, e che intanto
debbo provvedere ad una compagnia di Missionari bisognosi di tutto, non posso ricusare le
spontanee offerte che per quest’opera mi vengono fatte dai fedeli di tutti i luoghi. Accetto dunque la
sua elemosina magnifica e prego Gesù Cristo che mentre manda me a dilatare ancora il regno della
sua carità nel suo cuore.
   Riguardo alla liberalità che volete usare coi miei fratelli, io non ho che rispondere; solo debbo
consigliarla a ricordarsi delle altre più pressanti obbligazioni che avete coi vostri parenti e coi vostri
creditori. Qualunque sia stata la convenzione fatta tra voi e la defunta mia genitrice, sempre è vero
che non siete a lei tenuta a niente per giustizia e che per giustizia siete tenuta ai creditori ed ai
parenti. Di questo nulla più. Consigliatevi prima.
   Accetto assai volentieri l’offerta che poi fa non più delle sue robe, ma dell’opera sua per la
missione dell’Abissinia.
   Se giungerò colà a salvamento, se il mio sacro ministero avrà prospero successo in quei luoghi
fonderemo pel sollievo dei miseri stabilimenti di Figlie della Carità ed a quest’opera Lei con tutti gli
anni suoi, di cui parla, sarebbe attissima a fare grandi cose per la gloria del Signore. Per ora preghi
che abbia buon successo la spedizione progettata. Partirò tra poco coll’aiuto del Signore pel Cairo
donde debbo quindi recarmi in Etiopia.
   Vuole incaricarsi dei miei debiti! Vuole provvedere Filippo di patrimonio! Che debbo rispondere
a tanta liberalità? Dirò che mentre mi credea essere con Lei fuori di obbligo per quello che
riguardano interessi, adesso mi veggo minacciato di esserlo piucché mai. Benedetta.
   Siate sempre benedetta in qualunque tempo ed in qualunque luogo.
   Pregate per me e sono nel nome di Gesù Cristo.

   Roma, 21 Febraro 1839
   U.mo ed Obb. Servitore (?)
              Giustino de Jacobis


(degnatevi voltare)

Della lite che minacciava il miserabile avvanzo delle proprietà della mia famiglia non conviene che
ve ne prendiate pensiero. In Napoli trattai questo affare e viddi che poco ci era da tenere.
Il mio patrimonio e quanto potrebbe appartenermi resta perfettamente nel medesimo stato in cui
sono fin’ora stato. Non ho disposto di nulla. Io debbo trattenermi qualche tempo in Roma e
potrebbe frattanto avvenire che una qualche nomina che si dicea imminente di vescovato per le
diocesi vacanti di cotesto regno non mi astringa a rimanere ancora in Europa.
   Il degno Monsignor Paglia ed il Ministro D’Andrea potrebbero fare qualche mossa a questo
effetto. Per questi motivi che io ho detto solo a Voi e per altri non mi conviene dare e rinunziare a
niente.
Data: 23.02.1839
a:     Al Superiore Generale c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

La grazia di Nostro Signore sia sempre con noi.

Onoratissimo Padre71

   Per avere delle utili istruzioni da voi e per farvi delle importantissime domande su la missione
dell’Abissinia, son deciso di venire fin ai vostri piedi.
   Monsignor Cadolino, Segretario della Propaganda e l’eminentissimo Franzoni, Prefetto della
medesima Congregazione, hanno approvato questo pensiero. Ne hanno parlato al Santo Padre ed il
Santo Padre medesimo mi ha esortato a questo viaggio.
   Con tutto questo, sono sicuro della volontà di Dio. Nel suo santissimo nome, dunque, vengo a
Voi, Signore ed Onoratissimo Padre e ricevuto che avrò le vostre istruzioni e la vostra benedizione
sul (mio) campo (di lavoro), andrò in Etiopia.
   Accettate la testimonianza del mio attaccamento “inviolabile” con il quale sono.

      Roma, 23 Febbraio 1839

Vostro umilissimo ed aff.mo figlio in Gesù Cristo
       Giustino de Jacobis
                                                                          Indegno prete d.C.d.M.


      Data: 15.03.1839
      a:    D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
      in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

A Sua Eccellenza
D. Elena dell’Antoglietta
Dei Marchesi di Fragnano
Trani – Regno di Napoli

I.M.I

O.ma Sig.a
   Le scrivo da Parigi ove attualmente sono per prendere le necessarie istruzioni in riguardo alla
missione della quale sono stato incaricato. Memore delle sue generose esibizioni ho parlato dello
stabilimento delle Figlie della Carità in Abissinia; ma a tutti è sembrato che non fosse ancora
arrivato il tempo da pensare a simili intraprendimenti. Lei si conservi in questi medesimi sentimenti
e nella sicurezza che quando avrò potuto giudicare sul luogo e nel paese questo stabilimento capace
di essere eseguito, mi ricorderei in primo luogo di colei che ha tanto fatto per lo stabilimento delle
Figlie della Carità in sua provincia.
   Non ripeto altri ringraziamenti per la elemosina fattami e che da me è stata su questo titolo
accettata per non esserle di peso; ma sa il Signore quanta riconoscenza le serbo per questo.
   Sono qui di ottima salute. Il sig. Fiorillo la riverisce ed ha preso conto di lei con grande interesse.
Mi ha (domandato) delle iscrizioni e della statua.
71
     Al Superiore Generale della sua Comunità. Traduzione dal francese.
     Preghi e si santifichi e preghi per me, come io per lei e mi creda nel cuore di Nostro Signore.

     Parigi, 15 marzo 1839

U.mo ed Obb. Servitore
  Giustino de Jacobis C.M.


Data: 27.03.1839
a:     P. Guarino c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

27 Marzo (circa) 1839

M.to R.do Signore e P.ne Oss.mo72

   Dopo quindici giorni dacché partii da costà, per la grazia del Signore, eccomi finalmente vicino
alla gloriosa tomba del Santo Fondatore. Lei che sì perfettamente mi conosce, e che dippiù si bene
conosce la difficile mia destinazione, puole facilmente immaginare qual bene mi abbiano arrecato le
dolci accoglienze dei compagni, quelle più dolci ancora del N.O.P. e le dolcissime finalmente, come
spero, colle quali mi avrà accolto lo stesso Santo le cui veci sì degnamente fa il Superiore Generale
e del di cui spirito sono cotanto ripieni questi nostri confratelli.
   Per quindici giorni di peregrinazione ho vissuto come se non avessi alcun Superiore da ubbidire.
Ora è giusto che di tutto l’avvenutomi in questo tempo ne faccia a lei, mio buono Superiore, un
qualche ragguaglio.
   Da Roma a Civitavecchia viaggio per tutti i versi prospero. Dopo ventiquattrora di dimora che
feci colà col sig.r Abadie cogli Abissini73, fui sul vapore francese per Marsiglia.
   Di tutte le cose, dice l’adagio, lodane il fine. Io che per più ora andava sul mare col petto di vero
argonauta, mi credeva franco dalle noie delle prime navigazioni. Ma le ore di buona vita passarono
tostamente, ed eccomi invece crudelmente vessato dai malanni di uno che fosse stato briaco. Col
venire a terra nel porto di Livorno, presi fiato alquanto. Che dovette dire tutta la buona cristianità di
Livorno nel vedermi per più ore tutto occupato nella chiesa cattedrale nella recita del breviario e nel
raccomandarmi a Dio con un viso da morto piuttosto che da moribondo! Questi, come dissero i
maltesi di S. Paolo, è certamente uno perseguitato dal cielo. Io non so veramente se l’abbiano mai
detto, so ben io però che rientrato nel vapore, digiuno sempre, sempre disteso sul mio giaciglio,
convulso sempre di stomaco, come a Dio piacqui giunsi a Marsiglia, Ora però posso assicurarla, le
anticipo questa notizia, che sono addivenuto un uomo perfettamente di mare; dacché in un intera
giornata di navigazione sul vapore da Lione a Chalon, su pel Rodano, in luogo di quello di prima,
mi sentii in petto un cuore veramente di diamante.
   Siamo a Marsiglia. Lei durerebbe fatica ad immaginare, uno che senta bene della religione
cattolica, quanto resti commosso da quanto vede in questa estremamente ricca, ed estremamente
popolosa città.




72
   Molto Reverendo Signore e Padrone Osservantissimo: si può ben pensare che si tratti di una lettera inviata al
  sig. Guarino, a Roma.
73
   D’Abbadie (i fratelli Antonio ed Arnaldo); qui Antonio.
   I due fratelli già si trovavano in Abissinia dal 1838 con il Padre Giuseppe Sapeto il quale è ai primi tentativi per
   stabilire una missione Lazzarista in Abissinia.
   In questo momento Antonio D’Abbadie accompagna una delegazione diplomatica di Abissini presso la Francia
   (e lo Stato vaticano).
   Il culto del vero Dio si vede qui come rinascere dalle sue rovine colla semplicità e col fervore dei
primi cristiani. Le chiese sono generalmente povere e decentissime da per tutto. I preti poi sono tutti
d’oro. Popolo e sacerdoti tutti insieme hanno per la Santa Sede grande venerazione. Che tenerezza
vedere quei fanciulli, come agli altri preti, così pure avvicinarsi a me, e scopertosi il capo,
abbassarlo in segno di venerazione. E pure lei sa che con questa misera mia figura, poco differente
da quella del Negromante, sono stato anzicché ad ispirare venerazione a fare piuttosto spavento ai
fanciulli.
   Io li ho sempre benedetti, sebbene di soppiatto, anche col segno esteriore della mano. Alla fine,
ovunque io mi sia, sono anche io un prete. Tre giorni a Marsiglia, non essendosi potuto disbrigare il
sig.r Abadie dai suoi affari prima di questo tempo.
   Montati in diligenza andavamo a Lione per sotto quel cielo francese sì diverso dal lucentissimo
cielo d’Italia ed attraversando le terre del contado di Avignone che, come mi diceano i compagni di
viaggio, è il più bel terreno di Francia.
   Non appena giunti a Lione fummo a far visita al Consiglio della Propagazione della Fede. Quivi
viddi ed abbracciai il sig.r Poussout ragguardevole uomo, piucché per il decoro della prolissa barba
e per le magnifiche vestimenta orientali, pel sagace suo ingegno e per la sua dolce natura… Ei partì
e noi nel medesimo giorno fummo ammessi ad una sessione tenuta a bella posta per noi dal
Consiglio della propagazione della Fede.
   Il sig.r Abadie che in tutto il corso del viaggio ha dato segni di vera pietà, commosse tutti quei
Signori col racconto delle sue avventure e delle felici disposizioni degli Abissinesi a venire alla vera
fede e, quello che più interessa, fece ricredere quei signori ai quali era stato detto che quanta buona
accoglienza avea avuta il sig.r Abadie in Roma da…, altrettanto era stato mal ricevuto dalla Corte
romana. Dite tutto al contrario, disse il sig.r Abadie allora; perché io giunsi in Roma senza quasi
alcuna raccomandazione e pure dalla Corte romana fui tostamente accolto, udito, onorato, e
disbrigato. Il che fu di non piccola consolazione pei Signori della Propagazione della Fede che
prendono pel Sommo Pontefice più cura che pel medesimo loro padre.
   Le origini di questa istituzione ammirabile mi erano perfettamente ignote. Ma ora posso
assicurare che la prima idea si è dovuta a Monsignor De Bourge, vescovo una volta in America e
poi in Francia; e quelli poi che l’hanno sviluppata, stabilita e propagata sono pressocché tutti quelli
che attualmente costituiscono il Consiglio della Propagazione della fede in Lione. Che uomini
ammirabili quel Conte, per esempio, se non erro, Vernand attuale presidente; quel Conte Dercule;
quel sig.r Didiere Petit. Ogni sessione che tengano, è aperta dalla preghiera e dalla preghiera fatta
tutti assieme si chiude, e durante la sessione veggonsi tutti caldi di quella fede che viene alimentata
dalla preghiera.


    In Lione il cattolicesimo prospera a meraviglia. Quivi predicasi spesso in tutte quasi le chiese ed
ad un popolo sempre grande.
    Questa mattina, così mi dicea un prete, ho dato la comunione, meglio che a trecento persone, e
comunioni intanto si sono fatte a tutte le messe. Alla messa solenne che con riti alquanto proprii del
paese e con meravigliosa esattezza in ogni parrocchia si celebra, vedesi tanto concorso di gente nei
giorni festivi quale ve ne sarebbe ad udire la predica di un qualche singolare oratore: giovani e
vecchi, nobili e plebei, uomini e femmine tutti in ginocchio pare che preghino con una fede capace
a trasportare da un luogo all’altro le montagne. Quivi un prete è considerato come persona del cielo
e la vita dei preti sostiene a meraviglia questa credenza.
    Un’altra parola, ma non più consolante su questo argomento e finisco di darle noia con questa
diceria eterna.
    La Baronessa della Roche fervorosa Sorella della Carità in tutta Lione, mi dicea, duemila
protestanti solamente, ma che fanno un male grandissimo specialmente nei villaggi. Sull’ingresso
delle case ove quivi prendono alloggiamento, scrivono: Qui insegnasi la Dottrina Cristiana. Senza
sapere piucchè tanto la gente semplice accorreci e rimane presa dalle largizioni incredibili dei
ministri protestanti?
   Quante altre notizie interessanti non avrei a darle dell’ammirabile Lione la quale in quella
magnifica sua gotica chiesa cattedrale ha veduto due volte la Chiesa cattolica raunata in concilio
generale ed ha udito la voce del serafico dottore San Bonaventura!
   Ma è meglio finirla facendole osservare che i due grandi amici e grandi santi Francesco di Sales
e Vincenzo de Paoli di buon accordo ed a vicenda par che vogliano presiedere alla tutela di Lione.
   Dappoiché, trasportato altrove il cuore del santo vescovo di Ginevra, che fino al tempo della
persecuzione era stato conservato tra le più preziose reliquie del Duomo, nel medesimo tempo vi fu
portato quello di s. Vincenzo che attualmente quivi si venera.
   Conchiudiamo. Sono alla fine a Parigi; il tempo che debbo qui trattenermi e che sarà regolato dal
più o meno facile disbrigo degli affari del sig.r Abbadie mi darà campo a dirle più altre interessanti
cose. Per ora aggiungo che il sommo rispetto che ho di sua ecc. Monsignor Cadolini e
dell’eminentissimo Franzoni, ed il pieno conoscimento di quanto piccola cosa io mi sia, mi hanno
fatto astenere dallo scrivere direttamente a sì grandi personaggi e che del resto quando il ragguaglio
di quanto le scrivo potesse essere un segno del sommo mio rispetto pei medesimi, prego lei a farlo
in mia vece ed a voce.
   La prego degli ossequi miei a tutti i Signori, dal sig. Ugo, Spagnolo, Pellegrino, de Pace, Aprile
fino all’ultimo di vocazione.


   Ho il bene di presentare gli ossequi del N.O.P. e del sig. Fiorillo a lei ed atutti i Signori e Fratelli
e di dirmi sempre nell’amore di Nostro Signore

   Parigi, 15 Marzo 1839

                              D.V.M.R.
   U.mo ed Obb. Serv. Vero e Cfrat.
   Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.




Data: 28.03.1839
a:    P. Vito Guarini c.m., Procuratore Generale c.m. a Roma
in:   Propaganda Fide, III, 666-667

M.to R.do Sig.re P.ne Oss.mo

Sono ormai alla conchiusione degli affari per far tosto ritorno per costà. La prima settimana, al più
la seconda dopo Pasqua, coll'ajuto del Signore sarò onninamente in viaggio
Intanto accetti i fausti augurii, che forma il mio cuore per Vostra Signoria, e per tutti i Signori
Fratelli di Casa per la memoria che facciamo del risorgimento glorioso di Nostro Signore. Spero che
fra gli altri, il Signor Montuori, i cui comandi sono di già eseguiti, ed il Signor Tommaso mio
Maestro d'Arabo vogliano in particolar maniera gradirli
Con quanta consolazione poi in questi giorni non mi sarei presentato all'Eminentissimo Cardinale
Prefetto, ed a Sua Eccellenza Monsignor Cadolini per augurar loro la buona Pasqua in attestato del
sommo rispetto, che sì giustamente è loro dovuto! Ma lontano da Roma in questi giorni piucchè mai
solenni prego Vostra Signoria a far con loro le mie veci.
Una lettera ultimamente giunta al Signor d'Abbadie del Signor Sapeto ci avrebbe gittato in piena
costernazione, quando non si conoscesse, che le cose più di gloria del Signore sono le più
combattute dall'inferno. La mancanza di ricapiti avea ridotto quel nostro Confratello a tale estremo
di miseria, che per vendere i suoi abiti, unico espediente a non perire dalla fame, ha dovuto uscire
d'Abissinia, nella quale se gli è reso difficile di ritornare per la guerra di già dichiarata dal Pascià
d'Egitto. La crisi d'altronde Ministeriale, nella quale è al presente la Francia non permettono al
Signor d'Abbadie conchiudere qui qualche cosa se prima non vengono creati i Ministri. In tale caso
ho dichiarato a Lui, che mi sarei subitamente portato io a Roma, ed ivi presi gli ordini convenienti
dall' Eminentissimo Cardinale Prefetto, vedere, col di Lui beneplacito, di partire al più presto
possibile per Abissinia. Ora che in quei paesi, i torbidi sono nel nascere è meno difficile l'accedere;
cresciute le gelosie di Stato col crescere della tempesta ne avremmo trovate più chiuse le porte:
conviene infine in tutti i modi andare in ajuto del Signor Sapeto per non permettere, che prime
scintille che annunziano la facile conversione di quelli abbandonati non vengono ad essere spente:
per tutto questo è poca cosa il mettere in qualche pericolo questo, qualunque siasi avanzo di vita.
I consigli della Sacra Congregazione di Propaganda ci sarebbero non solo utili ma necessari; dappoi
come mi dice il Nostro O. Padre il Superiore Generale: il seguire gli ordini di questa Congregazione
di Propaganda è camminare nella via sicura quando trattasi di Missioni.
Il Signor d'Abbadie sempre eguale a se stesso nel preferire ad ogni cosa il bene della Religione m'ha
risposto: che quando devesi spendere in Parigi più tempo di quanto ne ha a sua disposizione si
sarebbe contentato mettersi subito in viaggio abbandonando anche non conchiusi i suoi affari in
Francia.
Qui poi sono le abusazioni degli Eretici tanto frequenti, che ponno dirsi fatti di tutti i giorni. Mentre
parlava della consolazione che provai nell'assistere all'abiurazione di una Signorina di 23 anni
Calvinista, e nel segnarne con altri l'atto, Madama O. Ferral sorella del Ministro Cattolico di tal
nome della Regina dell'Inghilterra, mi disse, che Miss Cookson fuggita dalla Casa di suo Padre
ricchissimo, volle essere deredata dal medesimo per rendersi, come di fatto si è resa in questi ultimi
giorni, Cattolica; come pure un'intera famiglia, che componevasi della Madre, e quattro figliuole da
eretica è da pochi giorni addivenuta Cattolica.
Il Signor Etienne ben la ringrazia per la notizia, che le ha data. Io mi riserbo per ritorno, che farò
costà le giustificazioni mie presso di V. S. M. R. Per ora la prego a credermi pieno del più alto
attaccamento verso della Sua persona, il quale cresce tanto più quanto meglio ora veggo con quanta
prudenza ha maneggiato questo affare della Missione di Abissinia, come tutti gli altri dei quali è
incaricato. Tutti qui le rendono questa giustizia.

Preghi per me, e per l'Abissinia, e mi creda sempre nell'amore di N.S Appassionato e Risorto.

Parigi 28 Marzo 1839
Suo U.mo ed Obb.mo Servo Vero
Giustino de Iacobis IPDCM


Data: 02.04.1839
a:    P. Vito Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Al M.to R.do Sig. e P.ne Oss.mo
Il Sig. D. Vito Guarini P.G. della Cong. Ne della Missione
Montecitorio                  Roma

M.to R.do Sig. e P.ne Oss.mo
   Se niuna novità è per arrivare, mi metterò in viaggio per ritornare costà, giovedì giorno quattro
Aprile. E’ facile che da Lione prenda in luogo di quella che mena a Marsiglia, la via di Turino.
   Ora, come cammino ben provveduto di libri, pregherei la sua esimia carità a procurarmi un
lascia-passare ed inviarmelo a Turino ovvero a Genova. Non faccia conto della brevità del tempo,
perché quando il lascia-passare da costà fosse al più subito inviato ad una delle indicate città,
giugnerebbe sempre a tempo.
   Cetera cum venero. Per ora infiniti saluti per tutti, in atto di dirmi sempre nell’amore di Nostro
Signore

   Parigi, 2 Aprile 1839
       U.mo ed Obb.mo Servitore
   Giustino de Jacobis I.P.D.C.D.M.


Data: 20.04.1839
a:   Donna Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

A sua eccellenza
D. Elena dell’Antoglietta
Dei Marchesi di Fragagnano – Trani

O.ma Sig.
   Per rispondere più adeguatamente all’ultima sua lettera scrittami da Trani il giorno due Aprile
ho voluto rileggere quella che mi scrisse il giorno dieci Febraro e che fu l’ultima che ricevei prima
di partire per Parigi. In quella mi accennava il continuo attaccamento del suo cuore alla fede, il
desiderio di essere apostolo nell’Etiopia, la così creduta visione della tavola nera della dignit……?
   Poi veniva a domandarmi se era volontà di Dio che mi seguisse.
   A questo ho risposto che questo tempo non ancora è giunto e che bisogna attendere altro tempo il
quale le sarà chiaramente poi indicato.
   Tutto questo dissi, ma non lodai i buoni suoi desideri i quali come così che riguardano la gloria
di Dio e che vengono da Dio sono sempre lodevoli e buoni quando sono sottomessi alla sua volontà.
   Dippiù volea sapere da me con precisione il debito da me fatto per la sua malattia. Su di questo
le dissi e le ripeto che non ho affatto più debito. Mio fratello dee a D. Nunzio Capo Bianco
duecento ducati; ma questo debito che è il solo, è anteriore alla sua malattia, ed intanto resta ancora
in quanto che il detto D. Nunzio, pregato da me a ripigliarsi i cento cinquanta ducati imprestati a me
pei bisogni della famiglia, ed egli non solo volle farlo ma volle imprestare dippiù altri cinquanta
ducati a Antonio mio fratello, e così restava con lui il debito di duecento ducati. Si quieti dunque su
questo punto. Ella per giustizia nulla mi dee e nulla dee ai miei fratelli.
   Ho accettato e ricevuto i (trecento) cinquanta ducati suoi non con altro titolo che quello di
elemosina, dei quali mi sono servito per pagare alcuni altri debiti miei e per fare il viaggio di Parigi
che pel bene della missione d’Etiopia era necessario a farsi.
   Di questa carità ne la pagherà il Signore. Io non posso altro offrirle in cambio che un piccolo
volumetto che riceverà da Napoli, che contiene in francese la vita della Fondatrice delle Suore della
Carità e siccome la leggeva nel viaggio, così troverà lei qualche cosa notato sui margini col lapis di
mio carattere e che riguarda la sua persona; ma è così malamente scritto pel moto della vettura che
difficilmente potrà capirne nulla. La prego ad accettare questo piccolo ricordo.
   D. Michele Pepe, mio grande amico bramerebbe avere in sua casa e pel suo figlio D.Amato,
D. Teresina sua Nipote e mi impegna con Lei delle buone parti per questo affare. Io non potrei su di
questo dire molto, essendo questa la regola datami dal N.S. Fondatore. Ma come trattasi di un sì
grande amico mio qual è Michele Pepe e di Lei che dicesi mia penitente, non ho scrupolo a
raccomandarglielo e questo il fo tanto volentieri quantocché gli interessi dei miei parenti vengono
così ad essere più trascurati! (Perché) mi ha detto Gesù Cristo che non sarei stato mai suo servo se
non avessi rinunciato alla carne ed al sangue. Vale a dire al desiderio di promuovere gli interessi
temporali dei miei congiunti.
   Da questi ultimi sentimenti qui espressi senza più aggiungere nulla Ella puole conoscere quale
sia la risposta che io vengo a darle (sull’onore) che pensa di fare al mio fratello Antonio ed a tutti i
miei. A me è vietato da tutte le leggi il prendere parte in questi affari; anche quando questo non lo
fosse, Ella pensa di abbassare tanto il decoro della sua famiglia che mi astringe ad esortarla ad avere
più riguardo pei suoi nobili maggiori. La famiglia cui appartengo per quanto leggo nelle memorie
della mia casa da cinque secoli è stata famiglia di proprietari e non mai trovo di Feudatari...
   Prima di questi cinque secoli non so cosa si fossero i miei maggiori per le memorie non dicono
di loro più nulla. Questi soli riguardi adunque mi obbligano a da una via a renderle i più grandi
ringraziamenti dell’onore che mi fa, e dall’altra a pregarla di permettere che in questo affare io
guardi il silenzio.
   In riguardo al voto (che il Signore la benedica!) sulla quantità dell’oro promesso all’Addolorata,
ne faccia elemosina che è meglio.
   Subito andrò a scrivere a Parigi (giacché la sua lettera giunse colà quando io ne era partito e l’ho
ricevuta in Roma) subito adunque vado a scrivere a Parigi per eseguire i suoi comandi e quelli di
Monsignore. Ella frattanto si compiacerà fare gradire i miei ossequi a sì degno Prelato coi
ringraziamenti convenevoli per l’onore che ci accorda. Grazie infine per la carità che mi usa.
G.C. le accordi tutte le sue benedizioni. Mi creda nel suo nome.

      Roma 20 Aprile 1839

          (……………………)
      Giustino de Jacobis



      Data: 04.05.1839
      a: P. Jean Baptiste Etienne, Proc. Generale c.m.
      in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Al Signore
Signor Etienne Procuratore Generale dei Lazzaristi
Rue de Sevrès – Paris
Roma, 4 Maggio 1839

Signore74

La grazia di N.S. sia sempre con noi.
Sono giunto qui in buona salute, grazie a Dio, il 26 Aprile; ma ho tardato a scrivervi perché non
avevo interessanti notizie da darvi su la Missione d’Abissinia che sarà d’ora in avanti il soggetto
della nostra futura corrispondenza.
    Tuttavia, perché non potrò dimenticare mai i benefici che ho ricevuto da voi, (pur) tenendomi in
silenzio con voi, ho sempre parlato e con tutti, di essi; ugualmente è necessario che mi ricordi
sempre della buona edificazione e dei benefici che ho ricevuto dovunque ho avuto la fortuna di

74
     E’ traduzione dal francese.
incontrare i nostri Confratelli e le Suore della Carità tornando a Roma. Aspettiamo qui di giorno in
giorno il caro sig. Poussout75 e speriamo di metterci in viaggio con lui in questo mese.
   Le nostre trattative con Propaganda sono quasi completate. A proposito è notevole che la
Congregazione ha stabilito che il Prefetto apostolico dell’Abissinia non sia soggetto alla
giurisdizione dei Vicari Apostolici76. Spero che (concedendo) grandi facoltà, essa ci darà i mezzi
per essere liberi e per lavorare molto in Abissinia.
   Il sig. Montuori che vi saluta e che vi prega di avere la compiacenza di offrire i suoi rispetti al
sig. Superiore Generale, ha fatto dei grandi progressi nello studio delle lingue Arabo ed Abissino.
   Egli è pieno di zelo per il bene della sua Missione e contentissimo della sua destinazione.
   Non voglio dimenticarmi qui di farvi sapere che Monsignor Francia, (Arcivescovo) di Trani e di
Nazaret, domanda le nostre Suore della Carità per stabilirle nella sua diocesi e chiede (di conoscere)
tutto quanto è necessario per stabilirle. Egli è conosciutissimo dalla Regina di Francia e scriverà alla
medesima Regina nel tempo stesso che voi darete una risposta alla sua domanda. Cosa che voi
potrete fare, (per favore) tramite il sig. Guarino.
   Avevo scritto questa lettera nel momento che ricevo la vostra del 24 Aprile. Quali ringraziamenti,
pertanto, per il passaporto, per la lettera di raccomandazione al console di Francia in Alessandria e,
più di tutto, per gli oggetti che avete inviato, via Marsiglia, a Civitavecchia. Pregheremo sempre il
buon Dio di conservarvi a lungo per il bene della Chiesa e particolarmente


per il bene delle missioni estere. Non dimenticherò di presentare i vostri desideri e la vostra
venerazione alle tombe di S. Pietro ed i S. Paolo pregando che vi conservino lo zelo di cui siete
pieno.
   Voi conoscete bene, signore, che io non so molto né parlare e né scrivere in francese; ma se voi
troverete passabile questa lettera, avrò il bene di scrivervi sempre in francese. Aspetto a proposito
una vostra decisione.
   Presento al Superiore Generale ed a Voi i rispetti dei Signori di questa casa, fra i quali,
particolarmente i rispetti del sig. Guarino e Montuori.
   Degnatevi (di fare le mie veci) ancora presso tutti i Confratelli e particolarmente presso il sig.
Superiore Generale, mentre che mi protesto di essere sempre nell’Amore di Nostro signore e
nell’unione della vostre preghiere, Signore,

     Giustino de Jacobis i.P.d.C.d.M.



Data: 24.05.1839
a:    P. Jean Baptiste Nozò, Sup. Generale c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Signore77
Signor Giovanni Battista Nozò
Superiore Generale dei Lazzaristi
Rue de Sèvres n° 95 – Paris

Civita Vecchia 24 Maggio 1839

Signore ed Onoratissimo Padre.

75
   ………………..? cfr. anche lettera 144; si tratta del Poussout c.m.? Cfr. S. Pane “Vita di S.Giustino” pag.151.
76
   Si può intendere: i Vicariati del Nord Africa.
77
   Traduzione dal francese.
   Finalmente il giorno della nostra partenza verso l’Egitto è giunto. Il buon Dio sia benedetto
sempre. Siamo (quasi) già in rotta su la nave a vapore dello Stato francese nella quale la Propaganda
ci ha procurato dei posti. I Signori medesimi di Propaganda ci hanno dato 200 scudi con diversi libri
molto utili. Poi, a me, hanno dato le facoltà di Prefetto Apostolico “Ethiopiae et finitimarum
regionum”, indipendentemente da tutti i Vicariati Apostolici. Le istruzioni che abbiamo avuto dagli
stessi Signori sono molto sagge: attendere in Egitto il sig. D’Abbadie per andare con lui in
Abissinia; avere cura di avere in Egitto stesso qualche buon prete copto cattolico per condurlo con
noi in Abissinia; di effettuare, infine, in Aden il nostro sbarco. Quel paese che appartiene agli
Inglesi, potrebbe facilitare, si dice, molte delle nostre operazioni. Ci sarebbe, penso, molto utile in
questo caso di avere una lettera dal governo inglese.
   Le “Dammes d’Affal (?)”, che sono delle Suore del Ministro cattolico della Regina britannica e
che sono anche ben conosciute dal sig. Fiorillo, mi dicevano durante il periodo che sono stato a
Parigi, che mi portavano esse stesse fino a Roma la detta lettera. Ma adesso che le medesime suore
non vengono più a Roma, prego la vostra bontà di chiederla e di mandarmela in Egitto.
   Ho la fortuna di farvi sapere che il Sommo Pontefice mi ha parlato di voi e che mi ha incaricato
di salutarvi particolarmente e di ringraziarvi per tutto quello che avete fatto per la missione di
Abissinia. Se vi piace, invece del sig. Justè (?), dateci per compagno il medico che è attualmente in
Siria e che ne sarebbe molto contento.
   Durante la nostra permanenza qui i nostri confratelli di Monte Citorio come anche quelli di
Monte Cavallo, ci hanno colmato di favori: quanto sono stati gentili e quanto sono stati buoni!
   A nome mio come anche a nome del sig. Montuori vogliate degnarvi presentare al sig. Etienne,
pieno di zelo per la missione d’Abissinia, i più riconoscenti rispetti. Con lo stesso sig. Montuori,
sono in ginocchio ai vostri piedi per chiedervi di nuovo la benedizione di s. Vincenzo del quale così
degnamente occupate il posto.
   Infine, nell’amore di N.S. e nell’unione delle nostre preghiere, mi dico sempre.



   Proprio all’ultimo momento ricevo tramite il sig. Régas l’obbligantissima lettera del sig. Etienne.
Aggiungo qui i più (sentiti) ringraziamenti. Lo assicuro di continuare con lui la corrispondenza in
lingua francese, come lui (………………..). Gli invierà copia della lettera del Ministro, come mi ha
richiesto. Lo ringrazio delle preoccupazioni che si è dato fino ad ora e di quelle che si darà in
avvenire per la missione. Bisognerebbe procurare un passaporto francese anche per il mio
compagno il sig. Montuori. Gli potrebbe essere molto utile.

   Vostro umilissimo ed obbedientissimo
   (…………..……) Giustino de Jacobis
                                                            indegno prete della C.d.M.
Data: 24.05.1839
a:    P. Vito Guarino c.m
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Al M.R. Sig. e P.ne Oss.mo
Il Sig. D. Vito Guarino Procur. G.le della Missione
Monte Citorio         Roma

Mio dolcissimo Compagnone

   Prima l’abbraccio col sig. Montuori cento e cento volte; l’assicuro del mio rispetto grande e
della affezione non minore.
   Mio Dio, non permetterà che mai queste mie espressioni abbiano ad essere prese nel senso di
semplice complimento da chi tanto ho stimato ed amato quanto continuerò a stimare e ad amare.
   Ho ricevuto le carte. E’ qui giunto il Sig. (Poussout) col fratello suo (compagno): con lui ho
ricevuto gli oggetti che aspettava da Francia; ho consegnato il quadro e la (lettera) per poi tutto
spedire per il suo destino. Mille e mille ringraziamenti e baciamenti di mano al Cardinale Prefetto
ed al Segretario. Avrei voluto conoscere se i duecento ducati, le siano stati dati; mortifichiamo la
curiosità.
   Partiamo al momento. Il mare è mal disposto; il mio stomaco anche peggio; ma la confidenza in
Gesù Cristo cresce piuttosto, che no.
   Scusi la qualità della carta.
   Preghi per me che non dimenticherò mai i suoi favori.
   Faccia gradire a mille a mille a mille gli ossequi miei e del Sig. Montuori a tutti e sono sempre
nell’amore di Gesù Cristo.

Civitavecchia 24 Maggio 1839
  ………Giustino de Jacobis
(Un P.S. del sig. Montuori):

Mio caro sig. Guarini
   Profitto dell’occasione per darle ancora un dolce addio dai lidi d’Italia, con attestarle ancora la
mia più sincera stima.
   Il vetturino Antonio……………che qui ci ha condotti…………………egregiamente e da prode,
ha chiesto un attestato di buona condotta e glielo rilascio di tutto cuore…………….in fretta.

Montuori

Data: 05.06.1839
a:    P. Vito Guarino c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Al M.to R.do Sig.e e P.ne Oss.mo
Il Sig.r D.Vito Guarino
Pr. Gl. Della Cong.ne d. Missione
Monte Citorio         Roma
Noxia78 5 Giugno 1839

Mio caro Signore
    Quando crederebbe che noi fossimo di già giunti in Alessandria, le scrivo da Noxia non per darle
dettagli del viaggio che è stato fin qui sempre prospero e senza rimarchevoli incidenti, ma per dirle
il motivo che ci trattiene tuttavia fuori dall’Egitto.
    In Malta ci fu detto che in Alessandria eravi la peste; questo ci venne confermato a Sira dal
console francese Mr. Deboy. I consigli presi per questo ci determinarono a sospendere il cammino,
almeno finché il sig. Poussout che ha continuato il suo viaggio, da Alessandria non ci avesse fatto
conoscere con sua lettera il vero stato della cose in quel paese. Per attendere queste notizie, da Sira
ci siamo portati qui ove abbiamo trovato la piccola nostra casa col solo sig. Boxò ed il F.llo Arroga.
Il Superiore è in Santonino.
    Qui abbiamo trovato la povertà e la carità dei vari missionari apostolici. Le stanze, il misero loro
stramazzo, tutti hanno dato a noi ospiti, contenti essi per questo di dormire quasi sui nudi tavolati.
Non ci sono industrie che non adoperi questo ammirabile confratello sig. Boxò per renderci dolce

78
     Isola di Nasso.
questa dimora. Ecco un tratto di quella divina Provvidenza che prepara gli alimenti alle fiere nei
deserti e che non dimenticasi giammai di noi.
   Tutti i giorni dell’ottavario abbiamo qui avuto nella nostra chiesa la benedizione del Sagramento;
questa mattina ottava del Corpus, messa cantata, ed oggi processione fra mezzo ad un paese di quasi
tutti greci scismatici. Sarà bello e tenero vedere gli scismatici stessi baciare prostrati a terra il lembo
del camice del sacerdote che porterà il Santissimo. E’ questo un fatto che ripetesi tutti gli anni. Chi
avrebbe mai creduto che camminando uno di noi per dove trovasi popolo di eretici questi si
sarebbero levati in piedi e scoperto il capo per farci riverenza! E’ pure questo un fatto col dippiù che
simili riverenze non vengono fatte ai Papas.
   L’ignoranza di questi è fuori di quanto possa immaginarsi; il nome di un santo greco scritto in
buoni caratteri è oscuro per essi come un geroglifico egiziano. Il governo greco ha preso delle
misure per riparare queste rovine con fondare pei scismatici un seminario e con dare ordine che i
soli allievi di questo potrebbero ascendere al sacerdozio. Da qui due grandi beni: avremo pochi
papassi in appresso e questi pochi come istruiti più facili a conoscere il torto che hanno ad essere da
noi separati; dappoi lo scisma è sostenuto qui dall’ignoranza. Le scuole pubbliche che ho


veduto in Sira e qui aperte dal governo pei fanciulli e per le fanciulle sono regolate con metodo da
far vergogna a non pochi paesi d’Europa.
    Lei conosce poi bene le fastidiose questioni fra i Lazzaristi nostri Confratelli ed i Galantuomini
del Paese. Vera orditura del diavolo per riempire di scandali questo misero paese. Le questioni sono
irragionevoli, ingiuste, calunniose, e pure neppure una via si apre ai nostri confratelli per calmarli. I
consoli qui francesi zelano la libertà degli stabilimenti francesi come il nostro, ed i Missionari
sfigurano. O quanto è difficile che il vero stato degli affari di questo paese possa conoscersi fuora!
    Il sig. Montuori l’ossequia. Io e lui ossequiamo tutti i Sacerdoti e Fratelli ed in modo speciale i
sig. Spagnoli, Ugo, Pellegrini, de Pace, ecc. Dovendo scrivere a Napoli la prego a fare lo stesso con
quei Signori e Fratelli.
    Le bacio le mani e mi dico sempre di V.S.M.R. u.mo ed obb. servitore

      Giustino de Jacobis i.P.d.C.d.M.


Data: 05.06.1839
a:    Mons. Cadolini, Segretario della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide, III, 680-681


Naxo 5 Giugno 1839
Eccellenza R.ma

Dei vantaggi che mi vengono dalla Missione affidatami, il maggiore è quello di doverla di tempo in
tempo ragguagliare dell'andamento della medesima per l'occasione che quindi avrò di
continuamente assicurarla del mio rispetto, che pure è grande, e di essere in tutto diretto dalla sua
saggezza che non è minore. Lo zelo poi singolare, col quale compie tutti gli uffizii della luminosa
sua carica mi assicura della benigna accoglienza che farà ad ogni mia lettera.
Scrivo da Naxo, che è il paese nel quale sono attualmente col mio Compagno 79, e vengo a
dichiararle i motivi di questa diversione inopinata dal cammino disegnatomi.
Dopo quasi quarantotto ore di prospera navigazione, senza né toccare il porto di Napoli, e né
passare pel Faro di Messina, da Civita Vecchia collo Scamandro Francese giungemmo a Malta.Le

79
     Si tratta di P. Luigi Montuori c.m.
cortesie che ci furono quivi usate da Don Giuseppe Carbonese, e da non pochi rispettabili
Chiesastici, assai devoti a tutti gli inviati dalla Sacra Congregazione alle Missioni Straniere, mi
porsero l'occasione opportuna a conoscere il florido stato delle cose della Religione in quest'Isola
memoranda. In nessun luogo meglio che in questo può chiamarsi la Religione: Giglio fra le spine.
L'Idioma volgare richiama alla memoria il fanatismo dei Propagatori del Corano; i padroni dell'Isola
fabricano Tempii al loro culto Eretico, e tra mezzo a tutto questo, splende il più bel Cattolicismo per
la modestia dei Fedeli, per la magnificenza del Culto, e per lo zelo degli Ecclesiastici generalmente
buoni. Non ostante le pratiche dei Metodisti per far proseliti tra i Cattolici un solo Apostata fin'ora
ha fatta onda alla nostra comunione; mentre tutto giorno dei Soldati Eretici passano al Cattolicismo.
Ed è un bello spettacolo, mi diceano, che questi Neofiti poi assieme coi Soldati Cattolici danno ogni
sera nella Chiesa alla preghiera. Monsignor Caraona (?), la cui memoria anche in quella avanzata
sua età, è depositaria d'interessanti notizie sulla storia degli ultimi tempi, sostiene tutto questo bene
colle sue virtù Episcopali. Lieti per tutto questo non appena passati dal Sesostri allo Scamandro80,
altro legno Francese, per continuare il cammino, che ci fu detto esservi la peste in Alessandria. Il
Console Francese di Sira, ove giungemmo dopo tre giorni di sempre prospero cammino, confermò
questa notizia. Eccoci quindi sul deliberare sul partito da prendere. Si considerò pertanto, che
Alessandria, ove dovevamo fermarci, non era il paese della nostra Missione; che avremmo potuto
aspettare il Signor d'Abbadie sì bene in Grecia, che in Egitto; che esporre ai danni della peste la vita
in un paese, nel quale non avremmo potuto esercitare il Sacro Ministero era imprudenza; che
conveniva aspettare fuori del paese infettato più precise nuove. A questo partito ci siamo appigliati,
frattanto, che il Prefetto Apostolico di Siria, il Signor Boussout, che ha continuato il suo viaggio si è
incaricato di scriverci da Alessandria, ed indicarci quello che si sarebbe convenuto fare. Naxo poi,
che è distante da Sira poche ore di navigazione ed ove eravi una Casa di nostri Confratelli ci è
sembrato il luogo più atto ad attendere queste notizie. Eccole la genuina narrazione dei motivi, pei
quali siamo tuttavia fuori d'Egitto; ed eccomi nel medesimo tempo a dichiarare, che ove la presa
determinazione sembrasse alla sua prudenza timidezza condannevole, sarei sempre pronto col mio
Compagno a proseguire il cammino senza più niente aspettare, ove si degnasse darmene il
comando. Tanto io, che il mio Compagno, il quale arde pel desiderio di presto vedersi fra i cari
nostri Etiopi, baciamo la Sacra Porpora dell'Eminentissimo Prefetto, e tutti insieme ancora baciamo
a Sua Eccellenza Reverendissima le mani pregandola a benedirci. Mentre pieno della più alta
venerazione passo a dirmi invariabilmente nell'amore di Gesù Cristo nostro Salvatore

U.mo ed Obb.mo Servo Vero
Giustino de Iacobis Prefetto Apost.o d'Etiopia




Data: 08.06.1839
a:   P. Jean Baptiste Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Signore81
Signore Etienne Proc. Gen. Dei Lazzaristi
Rue de Sèvres, n° 95               Paris
Noxia 8 Giugno 1839
Signore e carissimo confratello

80
   Poiché Giustino da Civitavecchia è partito col vapore Scamandro (cfr. qualche rigo sopra), qui bisogna invertire i
nomi delle due navi: dallo Scamandro al Sesostri.
81
   Traduzione dal francese.
   La prosperità con la quale abbiamo viaggiato fino a questo momento, (credevo) che ci avesse
accompagnato fin in Egitto dove noi saremmo già arrivati se un vociare pubblico come anche il
console di Sira non ci avesse messo al corrente che in Egitto, al presente, vi è la peste. Questa
informazione che ci ha determinato a restare in Grecia per attendere notizie che il sig. Poussout ci
invierà d’Alessandria, attualmente è il motivo per il quale noi siamo fino al presente fuori d’Egitto.
Per buona fortuna Noxia, dove c’è una residenza dei Lazzaristi, non è lontana da Sira che quattro
ore di navigazione.
   Ci siamo diretti (là) per restare presso dei nostri confratelli fino alla notizia del nostro imbarco.
   L’incomparabile sig. Boxò, poiché il sig Descamps è in Santorino, ci ha ricevuto con molta bontà
e ci ha testimoniato la più grande carità fraterna. E ci ricorderemo sempre i benefici che ci offre
continuamente questo degno figlio di s. Vincenzo de Paul.
   Spero che tutto questo che vi sto riferendo riceva l’approvazione del Signore il nostro
Onoratissimo Padre e quella vostra. D’altra parte noi siamo sempre disposti a fare al riguardo tutto
quello che vi degnate di dire.
   Questa piccola lettera non ha altro scopo che (far conoscere) la presente nostra posizione. Ma mi
(rallegro) dell’occasione di trovarmi in questo paese dal quale potrei scrivervi interessanti notizie.
   Mi affido, ugualmente che il mio compagno sig. Montuori, il quale sta molto bene, alle preghiere
dei nostri confratelli e delle nostre buone Suore della Carità e metto ai vostri piedi l’omaggio del
rispetto con il quale ho l’onore d’essere nell’amore del nostro divin Salvatore, per sempre vostro
umilissimo e carissimo confratello

      Giustino de Jacobis i.P.d; C.d.M.




      Data: 06.07.1839
      a:   P. Jean Baptiste Etienne c.m.
      in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Alessandria, 6 Luglio 1839

Signore e carissimo confratello82

Dopo i pericoli di una difficile navigazione, grazie al buon Dio siamo giunti in Alessandria d’Egitto
senza alcun incidente contrario. Qui, dal console di Francia ho ricevuto la vostra lettera del 7
Giugno dalla quale ho appreso sempre di più ciò che l’incomparabile bontà (vostra) medita per il
bene della mia missione.
   Prego sempre il buon Dio che vi ricompensi per me che non ho nulla da fare per testimoniarvi la
mia illimitata riconoscenza.
   Inoltre vi assicuro, Signore, che mai ho progettato seriamente di portarmi ai luoghi santi, per
quanto abbia detto occasionalmente a volte che sarebbe molto bello d’andarvi. La nostra
Gerusalemme per noi è l’Abissinia e noi vi andremo subito.
   Spero di ricevere al Cairo la lettera del Ministero d’Inghilterra che ci potrà essere di grande
utilità. Al momento del mio arrivo qui, sono andato a cercare il Sig. Console di Francia che era
malato e che per il vice-console mi ha restituito la visita subito e mi ha (assicurato) che potrò
contare sul suo zelo per il bene della missione.

82
     Originale in francese; la lettera è diretta al sig. Etienne, a Parigi.
   Qui più che altrove ho conosciuto la necessità, come si dice, di mantenere l’incognita perché il
rumore del nostro arrivo qui richiama l’attenzione di tutti gli eretici. Ci necessita fare attenzione per
non fare loro giungere la notizia del nostro arrivo. Per questo noi ci siamo già travestiti e vestiamo
come i nostri fratelli francesi perché questo costume da quasi tutti i consoli europei è stato
riconosciuto come il più a proposito. Ed ecco che una volta in più noi cambieremo costume in
Abissinia.
   Attualmente ci troviamo presso i Frati di s. Francesco, dove abbiamo trovato una carità senza
limiti. Il Presidente medesimo del convento ci accompagnerà fino al Cairo dove troveremo un
perfetto cattolico che verrà con noi sul mar Rosso fino a che avremo bisogno di lui. Questo ci
renderà ben facile il nostro avvicinarci all’Abissinia. Ho avuto l’occasione di vedere la nostra
missione di Noxia che (soffre) sotto le fiamme della più crudele calunnia. La Propaganda
certamente ci chiederà informazioni su gli affari di quella missione e sarà una buona occasione per
noi ricambiare qualche servizio ai nostri compagni che ci hanno offerto tutti i buoni uffici
dell’ospitalità.
   Fin ora non vi ho ancora dato interessanti notizie sul mio viaggio perché non vi avrei detto altro
che quello che scrivono quasi tutti i viaggiatori in oriente. Ma avrò molte cose ben interessanti da
scrivervi quando mi troverò in Abissinia.


   Vi prego di presentare i miei rispetti e quelli del sig. Montuori al Signor Superiore Generale. Voi
non dimenticherete mai, Signore, di pregare per noi e di raccomandarci alle orazioni delle due
famiglie di s. Vincenzo e più ancora attualmente che viene il tempo della sua festa e che noi
celebreremo, penso, sul mare.
   Vogliate darmi la vostra benedizione e di credermi nell’amore di N.S. sempre, Signore e
carissimo Confratello vostro umilissimo servo e (……………)

Giustino de Jacobis
  I.P.d.C.d.M.



      Data: 06.07.1839
      a:    P. Guarini c.m.
      in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Alessandria 6 Luglio 1839

M.to R.do Sig.re e P.ne Oss.mo83

Ricoverati in Noxia, come le ho scritto, eravamo come la famiglia di Noè, chiusi nell’arca che
aspettava buone nuove dalla colomba.
   La lettera difatti che ci scrisse il sig. Poussout, come ne l’avea pregato, da Alessandria,
quantunque con grande solennità ci desse del Poltrone, fu per noi una vera colomba di pace. “Non
ci è peste…appena qualche accidente al giorno…vi ho detto e vel ripeto che siete poltroni…”
Queste ed altre simili parole ci hanno dato tanto moto che già siamo in Alessandria, tra le
magnifiche rovine della casa di Cleopatre; e ci siamo senza più cuore nel petto tanto è miserabile
l’aspetto di questi arabi inselvatichiti!
   Si aspetta la V.S. sicuramente descrizioni, notizie, racconti senza numero ed io mi sento quasi
necessitato a farlo per quello che ho veduto e per quello che ho considerato e l’assicuro che pel mio

83
     E’ il sig. Guarini, a Roma.
amor proprio è un grande sacrificio il dovermi contentare per ora a darle per mancanza di tempo le
sole necessarie notizie.
   I consoli sardo e belgico ci hanno consigliato a guardare il più alto incognito; la stessa cosa ci
aveano scritto i signori Etienne e d’Abbadie da Parigi; noi stessi ne abbiamo conosciuta la
ragionevolezza e ci siamo determinati a vestire quasi alla maniera secolare.
   Immagini lei il ridicolo di questa metamorfosi avvenuta in me e nel sig. Montuori! Siamo nel
convento di Propaganda. Chi puole dirle le cortesie che ci usano questi buoni religiosi. “Fra voi
trovasi un vescovo” ci disse il guardiano; “è stato scritto a noi, ne siamo sicuri. E’ inutile tenercelo
celato. Chi dunque e di voi? Certamente è questi”, diceano altri, indicando il sig. Montuori. Noi
avevamo un bel dire ed un bel ridire no, no, no, che non eravamo affatto creduti.
   E bene, io allora dissi rivolto al sig. Montuori, questi signori vi vogliono vescovo, vi tratterò
dunque da Monsignore; e col mio caro monsignor Montuori mi diverto continuamente.
   Da qui passeremo tra pochi giorni al Cairo, accompagnati da un religioso, ove siamo aspettati
dai religiosi della Propaganda di colà.
   Ivi avremo un buon cattolico che è disposto a venire con noi fino quasi in Abissinia per esserci di
guida nel viaggio. Aspetto un medico che vuole essere nostro Compagno in Abissinia. Egli è stato
educato fra i nostri ed è buonissimo di costumi84.
   Le dirò una cosa che riguarda la nostra missione di Noxia. Fu la Provvidenza proprio che ci
condusse là. I nostri sono calunniati; se potesse V.S. disporre Propaganda a sentire quello che io



potrei dire sul proposito e farmene fare almeno indirettamente una domanda, io potrei dare qualche
notizia necessaria a bene giudicare in questo affare.
   Non ho stimato bene scrivere prima per non fare scuse non domandate.
   V.S. potrebbe ancora fare un gran bene a quell’isola procurando al vescovo del luogo un qualche
sussidio dalla Propaganda della Fede per i bisogni della sua miserabilissima chiesa, e per i fedeli di
Paros, che non possono avere un prete per mancanza di denaro.
   Le succarto due suppliche che quando si desse la pena di farle pervenire in Lione produrrebbero
sicuramente il loro effetto.
   Stiamo tutti e due di perfetta salute e pieni di coraggio per misericordia del Signore quantunque
le difficoltà della missione di Abissinia ci sembrano sempre più farsi maggiori. Iddio difenderà
l’opera sua.
   Finisco perché il vapore parte85. Saluti senza fine per me e per il sig. Montuori. Ai Signori di
Roma, a quelli di Napoli quando ne avesse l’occasione, ai Fratelli, insomma a tutti ossequi e saluti
senza fine.
   Baciamo la sacra porpora al Sig. Cardinale Prefetto, la mano (al M.R.) Cadolini. Da lei
cerchiamo la benedizione nell’atto di dirmi per sempre nell’amore di N.S. di V.S.(……………….)

      U.mo Obb. Servo……….
      Giustino de Jacobis i.P.d.C.d.M.




Data: 21.07.1839
a:   P. Guarini c.m.

84
     E’ il signor Derods. Cfr. S.Pane “Il beato Giustino de Jacobis” pag. 166 ss.; G. De Jacobis “Diario” pag.201 e ss.
85
     Poco sopra Giustino ha parlato di “pochi giorni”. Se a questo momento “parte”, è evidente che la stesura della lettera
     gli avrà preso più di un giorno.
     Alessandria – Cairo, navigazione fluviale sul Nilo.
in:      Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Dal Cairo 21 Luglio 1839

Mio carissimo sig. Guarini

    A continuare com’è di dovere il ragguaglio delle nostre cose che le sono si bene (amare), dirò
primamente che il signor Poussout mi scrisse una tale lettera da Alessandria, non appena giunto colà
che mandò via da noi ogni ombra di timore di peste.
    Da Nasso corremmo subitamente a cercare l’imbarco a Sira. Per giugnervi convenne fare un
piccolo tratto di mare; ma con una navigazione così difficile che dopo di avere errato per una intera
notte per quelle Cicladi tempestose, la mattina ci trovammo nel medesimo posto donde la sera
innanzi eravamo partiti. Tre altri giorni ne convenne restare in Nasso per aspettare il buon tempo o
dire meglio una più fiera burrasca; poiché in sedici ore di navigazione penosissima, per correre solo
sedici miglia di mare, fummo per ben tre volte nell’imminente pericolo di sommergere assieme
all’esperto tarabachiro che governava il timone. Quando avessi dovuto rimaner più lungo tempo in
Grecia erami proposto scrivere qualche foglio sullo stato attuale della Chiesa greca scismatica
nell’Arcipelago.
    La separazione di questa dal Patriarca scismatico di Costantinopoli; il novello Sinodo di prelati
creato in Grecia per ordine di re Ottone; l’assoluto modo col quale questo Sinodo tratta tutti gli
affari spettanti alla religione; la soppressione dei conventi greci scismatici e le loro rendite cedute
alla Stato; il Collegio per la gioventù ecclesiastica progettato dal Sinodo; i Metodisti discacciati; le
scuole per fanciulli d’ambo i sessi moltiplicate; questi ed altri simili sarebbero stati gli articoli che
avrei potuto trattare.
    Lasciamo ad altri queste noie e noi andiamo subito via di qua, perché non tarderà molto e la
Grecia potrà avere buoni scrittori delle cose patrie. Un certo Papas ha camminato molto e ha cercato
da per tutto ed ha raccolto tanto denaro che ha potuto aprire in (Antros) un magnifico collegio
gratuito per più centinaia di greci giovanetti e provvederlo di ottimi professori. Il governo se n’è
mostrato così soddisfatto che mandò un diploma a questo filantropo Papas di Cavaliere. “Serbate ad
altri, ei rispose rifiutandolo, questi onori e lasciatemi quelli che mi vengono dalla mia opera”.
    Antros presentemente da circa 20 anni è tutta scismatica. Gli ultimi cattolici malcontenti del loro
vescovo nel giorno solenne di Pasqua tutti di consenso passarono dalla Verità all’errore. Quanto ci è
da temere che non avvenga la stessa sciagura ancora ad altre isole.
    La più prossima al precipizio pare essere Paros ove i cattolici non hanno un prete con loro e tutto
lo zelo di Monsignor (Canton) non puole stabilirvelo per mancanza di mezzi. Quando non
giugnerebbe opportuno colà un qualche sussidio della Propagazione della Fede!


    Un altro racconto pur greco prima di metterci sulla via d’Egitto credo che non debba dispiacere.
Una tale signora (……..86……..) che oltre al merito di più di sei lingue che parla, della notizia che
ha (di) più scienze e dell’essere fin autore di grossi volumi, e di più un ottima cristiana, fu accusata
in Costantinopoli di non saprei qual delitto, di che era perfettamente innocente. Mohamedachi,
giovanetto venditore di carbone, fu il Daniele che Iddio suscitò per la difesa dell’innocente. “Voi,
madama, come mai siete voi qui”, domandò Mohamedachi non appena veduta la calunniata. “Per
essere condannata” quella rispose. Il piccolo venditore di carbone senza voler più sentir niente,
presentasi al Pascià e “Questa donna, Signore, è innocente. A lei ho più volte venduti i carboni; da
lei riceve mio padre del denaro nel luogo del suo esilio; da lei ricevè fino un cucchiaio per bevere il
povero padre mio il caffè”. “Andate, dunque, disse allora il Pascià, che ti assolvo”. Questa signora,
ben nota in Propaganda trovasi in Noxia con due figlioline; ha una fortuna capace ad educarle in
Italia. Bramerebbe chiudersi in qualche casa di ritiro. Ne avrei scritto a qualcuno dei molti vescovi
86
     Cfr. S. Pane o.c. pag. 158: leggerebbe HIEPPARIC (per le lettere di questo periodo cfr. Pane intorno alla pag. 163).
che nel regno di Napoli hanno della bontà per me; ma non potendo aprire corrispondenza con
alcuno (pel) viaggio nel quale sono, pregherei V.S. ad occuparsene. Potrebbe su questo proposito
scrivere al sig. Boxo che è il solo missionario che attualmente trovasi in Noxia. L’assicuro che
Roma e Napoli accoglierebbe nella persona della sig. Emidia una persona straordinaria.
    Il quattro luglio, giorno del nostro arrivo in Alessandria di Egitto, sarà il più memorando giorno
del nostro viaggio. Vedersi tutto ad (un ) tratto dalle amene isole greche sulle pallide arene
dell’Affrica, sotto di un cielo ardente, frai cenci interminabili degli arabi seminudi, ove veggonsi da
ogni parte femmine errare avviluppate in grandi neri laceri e succidi saji, coi brutti visi ricoperti da
lunghi e neri cenci, con il seno quasi per intero nudo. Camminare quindi fra miserabili muri per
entro ai quali apronsi pressocché tutte le strade della città; e frai miseri tuguri che hanno cinque o
sei palmi per ogni dimenzione, che sono fabbricati sui monticelli di arena col fanco e collo sterco
del bue. Qua cani senza numero che ti impediscono il passo, e qua cammeli enormi ricoperti di
piaghe e lamentosi. Guarda lei questo quadro ed immagini poi qual debba sentirsi un di noi che
arrivi in questi paesi ove è sconosciuto e bestemmiato Gesù Cristo.
    Eravamo a bordo ancora quando giunse il giannizzero del console francese, e ne venne a liberare
dalle insolenze dei facchini arabi per lo disbarcamento dei nostri effetti. Il giannizzero quindi monta
sul suo asino, che sono le sole vetture di questi paesi da città e dei quali trovasi un gran numero tutti
bardati, da per tutto. Il giannizzero dunque sull’asino avanti, dopo di lui una fila di cameli carichi,
finalmente il sig. Montuori ed io, così disposti ci convenne attraversare tutto il più miserabile della
città per giungere al consolato francese e poi al convento di Terra Santa.

    Le giamberge ed i pantaloni europei, le toniche ed i cappucci dei buoni frati ci sembrarono rose
nate nel deserto ed al vederle il nostro animo oppresso respirò più largo.
    Il male si fu che qui ci convenne cambiare i nostri abiti e cadere nuovamente nei pantaloni;
questa metamorfosi ci dié da ridere per più giorni. Tutti i sei giorni di dimora in Alessandria furono
assordati dal canto delle fanciulle arabe che trasportavano materiali per la fabbrica magnifica del
nuovo convento dei PP. Francescani, e celebravano le lodi di Maometto col battere in cadenza col
canto le mani; e dal Tallà Tallà che a gran voce dicono gli arabi quando trasportano un qualche
oggetto. In Alessandria fu mestieri aprire quell’enorme cassa nella quale era chiuso il bel quadro
dell’Immacolata per adattarlo in una cassa meno voluminosa. Un giovinetto abissino che era qui
giunto quasi nel tempo stesso che noi, al primo veder quella amabile immagine ne pianse e poi,
faccia per terra, ne baciava affettuosissimamente i piedi: “Quando lo vedranno in Abissinia, dicea
frattanto, tutti vi ameranno”. Questo sì che sarebbe il più bel presagio della Medaglia Miracolosa.
    Provveduti di ferri da falegname, dopo cinque giorni di deliziosa navigazione sul memorando
Nilo, fummo al Cairo. Le arabe feluce, ed i marinari arabi non sono poi né sì detestabili né sì
malvagi come mi era stato detto. Per mettere in comunicazione Alessandria col Nilo il presente
Pascià ha fatto scavare il Mohmadiè (così si chiama un) ben lungo canale aperto a traverso delle
paludi meotide……………sul lido chi per vendere (pane) e grossi poponi, queste erano femmine
che pel loro indecente modo di vestire ne ricavavano fastidio, e chi per chiedere elemosine e questi
erano ciechi e vecchi uomini che suonavano il timpano, cantarellavano arabi mottetti e come
Polifemi poggiati ad un gran bastone entravano nel fiume per avvicinarsi a noi.
    Il Cairo, con tutti i suoi 200.000 abitanti, i buoni edifici e le belle ville fatte nuovamente dal
vice-re, è peggiore ancora d’Alessandria. Fui a visitare nel Cairo vecchio che rimane una lega fuori
dalla città, la santa casa abitata dalla sagra famiglia. Entrasi in una chiesa ricoperta da travi e tavole
mirabilmente composte, poggiate su colonne di marmo di un gusto semplice, ha tre navate ed ha
tutte quelle divisioni che sogliono avere le chiese greche. Nella crociera superiore ed in egual
distanza dall’altare maggiore sul pavimento e sotto due lapidi di marmo apronsi due piccole oscure
scale che mettono nella grotta ove dicesi che la Sagra Famiglia abitasse. Piccola grotta a forma di
chiesetta a tre nave, poggiate sopra otto piccole e sozze colonnette di marmo. Alta quasi quindici
palmi; larga da un muro all’altro 18; altrettanto lunga. Un sozzo vecchio e tarlato tavolone è l’altare.
Il prete che dice messa ha rimpetto un’altra tavola ove veggonsi vari antichi dipinti in piccolo sulla
fuga in Egitto della Sacra Famiglia; e fra l’altare e questa tavola dipinta un’apertura come quella di
un forno per pane ed un vano che rappresenta la quarta parte di una sfera vota che


poggia su di un piano del diametro di circa tre palmi con una croce di marmo nel mezzo e (questa)
dicesi essere stata l’abitazione di Gesù di Maria e di Giuseppe nell’Egitto.
   Ma il foglio è finito; non ho voglia di aggiungerne un altro. Questo caldo caro sig. Guarini mi
disossa. D’altronde ho scritto sì male che durerà grande fatica a leggere. Ma chi mi darebbe forza a
ricopiare? Se scrivessi più, scriverei anche peggio; finiamola dunque sebene la voglia di parlare con
lei non finirebbe mai, e chiudiamo la lettera dopo di averla assicurata del nostro buono stato di
salute e di averle detto che abbiamo già spesi cinquecento e più scudi: Deus provvidebit, non si
affligga; non ci mancherà la Provvidenza.
   Tra tre o quattro giorni ci metteremo di nuovo sul Nilo per avanzarci lentamente verso Casseira.
Aspettiamo il medico di Antura87: ci ha scritto che viene a raggrupparsi a noi. Ossequio col sig.
Montuori tutti i Signori e Fratelli. Scrivendo a Napoli la preghiamo dello stesso favore con quei
Signori e Fratelli. Preghi e faccia pregare per noi e specialmente per me miserabile, che mi dico
sempre nell’ amore di N.S. U.mo e Obb.mo Servo

      Giustino de Jacobis i.P.d; C.d.M.



Data: 26.07.1839
a: P. Jean Baptiste Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Cairo 26 Luglio 1839

Signore e carissimo confratello88

    Dopo quello che vi ho scritto ultimamente da Alessandria, per darvi una più esatta conoscenza
del nostro viaggio, prima di parlarvi dell’Egitto, dove siamo al presente, vi prego di darmi permesso
d’aggiungere qui ancora una parola su la Grecia.
    La navigazione già sempre difficile tra le isole Cicladi, per noi è stata molto pericolosa. Per
portarci da Noxia a Sira per imbarcarci sul Minos francese, abbiamo corso per tutta la notte i
pericoli di una tempesta di mare ed al mattino ci siamo trovati nel medesimo porto dal quale
eravamo usciti la sera. Per attendere il bel tempo, ci siamo fermati a Noxia ancora tre giorni, ma il
mare la seconda volta è stato ancora peggiore che la prima, perché se il buon Dio che per
l’intercessione della Santa Vergine e dei nostri santi ci ha voluto salvare, non ci avesse protetto, noi
saremmo caduti a mare.
    Durante il nostro soggiorno in Grecia avevo progettato di scrivere qualche parola su la chiesa
scismatica che in quel paese ha procurato crisi rimarchevoli. Ecco i punti che avrei trattato, e cioè:
la separazione tra greci ed il patriarca scismatico di Costantinopoli; il Sinodo creato attualmente dal
governo per gli affari ecclesiastici; la completa soppressione di tutte le comunità religiose eretiche
in tutto il regno; le rendite delle comunità delle quali il governo si è impossessato; il seminario per
allievi eretici e gli studi regolari dei medesimi; le scuole per la gioventù dell’uno e dell’altro sesso
erette in ogni città ed in ogni villaggio.
    Dopo tutto questo avrei parlato ancora……………………………..……………(Cfr. Originale).


87
     Cfr. lettera precedente del 6 Luglio 1839.
88
     Originale in francese. E’ il sig. Etienne, a Parigi.
                Se fossi restato maggior tempo in Grecia avrei scritto di questo e di altri simili soggetti su la
             Grecia. Ma non mi dispiace di non averlo fatto perché penso che ben si avrà in Grecia dei letterati
             per scrivere le cose della loro patria meglio di me.
                In effetti, nell’isola di (Andros) vi è uno studioso e filantropo Papas che durante molti anni e tra
             le più ricche città ha cercato denaro per fondare nell’isola un magnifico e gratuito collegio che in
             pratica è organizzato già per tre, quattrocento allievi, d’ambo i sessi, che vengono provveduti di
             vestiti, di sostentamento, di bravissimi professori che ha ricercato da per tutto e che paga benissimo;
             di (completa) istruzione. Il governo, per testimoniargli la sua soddisfazione, gli ha inviato una
             nomina a cavaliere. Questo singolare Papas non l’ha accettata ed al re ha risposto: “Date, Sire, le
             vostre onoranze ad altra gente, poiché io mi trovo decorato sufficientemente dal mio stesso
             operare.” Ecco che la Grecia ha ancora dei Socrati e degli Alcibiadi! Al presente quest’isola ove vi
             è più istruzione, non ha più cattolici. Gli ultimi per burlarsi del loro proprio vescovo nel


            giorno di Pasqua e tutti insieme (sono 20 anni) che sono passati dalla chiesa cattolica alla chiesa
            greca, scismatica. C’è molto da temere il medesimo pericolo per molte altre isole della Grecia e la
            più vicina a cadere mi sembra che sia quella di Paros. Perché è tanto povero l’arcivescovo di Noxia,
            a cui quell’isola appartiene, che tutto lo zelo di monsignor (Canton) non è sufficiente a metterci là
            un prete.
                Credo che sarà necessario di interessare a proposito lo zelo dei Signori della Propagazione della
            Fede.
                Prima di lasciare la Grecia, ascoltate, Signore, ancora un altro edificante racconto. La signora
            Emilia (Emidia?)………..che è molto ben conosciuta dal sig. Bricit (?) ha il merito di parlare cinque
            o sei lingue; d’aver pubblicato, attraverso stampa, delle opere sotto altro nome e d’averne preparate
            ancora delle altre molto scientifiche da pubblicare in seguito. Questa signora, a tutti i meriti detti
            aggiunge quello della più sentita pietà cristiana. In Costantinopoli fu essa calunniata ed accusata
            dagli eretici di quel paese, di non so quale crimine, al Pascià. Mohamedachì, giovanetto e venditore
            di carbone a Costantinopoli, fu il Daniele che la Provvidenza suscitò per difendere l’innocente. “Vi
            trovate qui, Signora?” Le disse Mohamedachì scorgendola tra i criminali. “Sì, signore; e per essere
            condannata”. Il generoso (giovanetto) senza aspettare altra parola, al momento si presenta al Pascià
            e, “Signore, gli dice, vi assicuro che quella signora non è colpevole. Le ho venduto sempre il mio
            carbone; essa ha dato denaro a mio padre quando fu esiliato, gli diede anche un cucchiaio d’argento
            per il caffè”. “Andate, dunque Signora, ritornate a casa libera, le disse allora il Pascià, perché ho
            ben conosciuto la vostra innocenza”. Questa donna si augura molto di uscire dalla Grecia per
            portarsi con due figlie in Italia o in Francia a sue spese. Ora essa ha circa quarant’anni ed è di
            straordinaria intelligenza.
                Essa e le sue figlie potrebbero offrire alle Suore della Carità grandi servizi. Se vi piace, potreste
            offrirle un asilo tramite il sig. Boxo che ne è il confessore.89
            ………….(Manca buona parte del seguito almeno di un foglio. E lo rende evidente l’esclamazione
            alla Vergine Miracolosa, subito qui appresso, che nella lettera del sig. Guarini del 21 Luglio ha un
            ben lungo trattato di racconto.)……...
più gran miracolo della Vergine Miracolosa!
ano da inserire in questo punto.
                Il quattro Luglio che è il giorno del nostro arrivo in Alessandria, è anche il giorno io credo il più
            notevole del nostro viaggio. Passando in poco tempo dalle bellissime isole greche su le sabbiose,
            smorte e ardenti terre d’Africa, in mezzo a cenci sfilacciati di Arabi per metà nudi, in


             mezzo a cani, cammelli rognosi, orridi che riempivano quasi tutti i luoghi della città dove si vedono
             donne innumerevoli che avvolte con dei grandi neri e schifosi lenzuoli dalla testa fino ai piedi si
             89
                  Mancano fogli intermedi.
aggirano per tutti i punti della città e dei villaggi come fantasmi usciti fuori dalle loro tombe e che
con i loro orribili visi nascosti da veli lunghi e neri, (stretti e succinti) sono sedute sul pavimento
della strada pubblica.
   Nella città dovunque miserabili arabi, case molto alte il cui colore è il colore………e le
(cancellate in legno) si toccano le une le altre eccetto per le nuove case costruite dai francesi in
Alessandria e dal Cairo e per Mehamet Aly, tutte le altre sono (ammassate) e miserabili al di fuori,
tutte butterate, per nulla ben fatte. Voi potete ben immaginare, Signore, ciò che abbiamo potuto
provare a vedere per la prima volta questi paesi dove l’amato nome di Gesù Cristo viene maledetto
e dove si nota da per tutto su di un grande popolo il marchio della maledizione di Dio.
   Il console di Francia in Alessandria ed anche quello che è al Cairo ci hanno dato tutte le
testimonianze della loro bontà e del loro interesse per il progresso della religione tra gli infedeli…
   Tramite il signor Cochelet abbiamo avuto lettere di raccomandazione molto utili per il Cairo,
Cosseir e Djedda. Aspetto ancora da lui un firmano del Pascià che dicono esserci necessarissimo per
viaggiare sul mar Rosso.
   Siamo qui obbligati a travestirci per abbigliarci alla maniera laica francese. E’ l’abito più
rispettato tra gli arabi fino in Abissinia. In quel paese ci dovremo ancora travestire di nuovo ed
abbiamo con noi gli abiti dell’Abissinia.
   Presso il console di Alessandria abbiamo trovato il magnifico quadro e la cassa piena di abiti
sacri magnifici, di calici, di pissidi, di libri, di camici che avete avuto la bontà di inviarci. Quale
opportunità di cose e magnificenza di gesto in tutto! Ve ne ringrazio e prego molto il buon Dio di
ricompensarvene. Abbiamo aperta la cassa che racchiudeva il quadro per rifarla di nuovo. Un
giovane d’Abissinia che stava presente si è gettato ai piedi della Regina del Cielo con il viso per
terra e le lacrime agli occhi e l’ha (venerata) per molto tempo.
   Quando………………………….(per l’ultimo rigo cfr. Originale)
   A Roma, a Malta e in Alessandria abbiamo comprato molti oggetti per il viaggio e per
l’Abissinia, per noi e per i Ras e per gli altri ai quali è necessario far dei doni per guadagnarli poi a
Gesù Cristo.
   Abbiamo con noi degli strumenti per (artigiani); delle sementi per i contadini perché
(semineremo) tutto questo nei paesi della nostra missione. In cinque giorni sul rinomatissimo Nilo
da Alessandria noi siamo giunti al Cairo. Il “Mohamedié”, come dicono, è un grande (canale)
tagliato attraverso la palude meotida sotto il governo di Mahemet Aly per unire il mare
d’Alessandria con il Nilo. Abbiamo navigato prima su questo canale e poi sul Nilo con le barche

degli arabi che non sono tanto cattivi come si dice. Se il Corano potesse mai apportare civiltà a
popoli semi.selvaggi, potremmo dire che con le casette dei “Tardannes” costruite ed aggiustate dal
vice re, il Cairo ha fatto qualche progresso verso la civilizzazione nonostante che i 200.000 arabi
che sono nella capitale così come tutti gli altri, siano quasi completamente selvaggi.
   Qui ci sono ancora tre molto venerabili santuari. Quello dell’albero dove si riposò la Sacra
Famiglia è molto venerato; ma è più antico quello della Casa che resta nel Cairo vecchio 90 e dove si
dice che la sacra Famiglia abbia abitato durante il suo soggiorno in Egitto.
   Non vi dò descrizione di questi santuari perché ci sono (scrittori rinomati) che le hanno già date.
   Attendo qui il sig. Derods91. Mi ha scritto che si porterà qui al più presto. Sono molto contento di
questo buonissimo ed utilissimo compagno. Ed il Sig. D’Abbadie?92 Non so niente di lui.
   In Alessandria ho trovato il sig. Franc93 ben disposto a darmi fino a 10.000 franchi. Ne ho presi
sei mila perché è molto difficile la corrispondenza d’Alessandria con l’Abissinia.


90
   Cfr. lettera 21 Luglio 1839.
91
   Cfr. lettera al sig. Guarini del 6 Luglio 1839, in Nota.
92
   Cfr. lettera del 27 Marzo (circa) 1839, in Nota.
93
   Persona francese (Console?) in Alessandria e Cairo, che agirà da tramite tra Giustino in Abissinia ed i suoi Superiori
   a Parigi.
   Spero che abbiate già ricevuto le lettere che vi ho inviate da Alessandria. Il sig. Montuori sta
bene e così anche io. Ne sia benedetto sempre il buon Dio. I miei rispetti al sig. Fiorillo; ho ricevuto
qui la sua lettera (affettuosa); gli bacio sempre le mani.
   Vogliate, Signore, chiedere per me e per il sig. Montuori la benedizione del sig. Superiore
Generale.
   Aspetto il…………per chiudere le lettere. Perdonate questa specie di scrittura araba: mi trovo in
Arabia!94
   In unione di preghiera e nell’amore di N.S. mi dico sempre vostro u.mo e……...….confratello

      Giustino de Jacobis P.d.M.




Data: 26.07.1839
a: Mons. Cadolini, Roma
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Dal Cairo 26 Luglio 1839

Eccellenza Reverendissima95

Giunti al Cairo col favore del Signore possiamo dire giustamente di essere alla metà del viaggio ed
a principio ancora delle difficoltà che l’accompagnano. Non siamo pertanto abbattuti di animo; ché
come coll’aiuto divino abbiamo superate le minori, nell’aiuto medesimo speriamo superare anche le
difficoltà maggiori e ciò specialmente quando l’E.mo Prefetto e Lei monsignore proseguissero a
pregare pei poveri missionari d’Etiopia ed a non privarli della loro protezione.
   Non appena adunque assicurati che la peste in Alessandria era niente di niente, che subito dalla
Grecia, ove, come avea l’onore di dirle coll’ultima mia, ci siamo un po’ trattenuti, ci siamo posti
sulla via d’Egitto. I favori che quivi ne hanno reso i consoli francese, belga e sardo, nonché i
degnissimi religiosi di Terra Santa, sono stati continui e grandi. In tutti egual zelo pel buon
avviamento della mia missione; in tutti ho trovato consigli ottimi a ben incominciarla.
   Oltre a questo, nei padri francescani di Terra Santa ho ammirato virtù e zelo ed una modestia che
quanto li rende abili a far del bene, altrettanto li fa diligenti a tenersi celati. Ne videantur ab
hominibus. Mons. Il Vicario Apostolico dei Copti, dal quale almeno per adesso è ben difficile poter
avere un prete per condurlo in Abissinia, ha spiegato un vivo interesse per un’opera, (come ei dice),
di tanta gloria del Signore. Si è compiaciuto suggerirmi parecchie cose delle quali dobbiamo andar
(muniti) in quei paesi; da lui avrò dell’oglio santo per avere così, nella grande probabilità nella
quale sono di presto morire, la speranza di essere prima unto e munito della virtù della preghiera del
prete che avrò cura di chiamare.
   Zelo ancora e parole di consiglio e d’incoraggiamento ho trovato nel Patriarca Greco, ma in
niuno di tanti degni e santi personaggi ho trovato la fiducia, la consolazione, la forza che ispira ad
ognuno la Santa Casa nella quale ha abitato, come è tradizione la sacra Famiglia profuga in Egitto.
Non mi ha parlato no, quella sagra immagine che ivi si venera, che di questi favori niuno di me è
più indegno; ma sono tali le rimembranze che richiama nell’animo dei cristiani peregrini e tanti i
sentimenti che ispira la pietà, che dicono anche più delle parole e dei portenti.
   Alla fine, ho un terzo compagno. Ei non è prete, ma laico che ha tutte le qualità di ottimo
catechista. Dippiù egli è medico valentissimo ed è stato educato nella congregazione medesima alla
quale io appartengo: il suo nome è Derods. Chi puole dirle quali grandi motivi di ringraziare la
94
     Maniera faceta di esprimersi di Giustino; si trova in Egitto, luogo dove si parla e si scrive arabo!
95
     A Mons. Cadolini, a Roma.
Provvidenza divina abbia avuto per l’acquisto di siffatto compagno? Attualmente è in Alessandria
per fare provvista di medicamenti, di quante altre cose a lui potrebbero essere utili. Noi siamo
provveduti di moltissime cose per il bene della missione ed abbiamo per questo un bagaglio
piuttosto grande che no. Procureremo di tirarcelo appresso alla meglio.

    Sarei reo di grande omissione quando mettessi fine a questa mia umilissima senza ragguagliare
lei e, pel suo mezzo, anche l’E.mo Prefetto e fin l’istesso Santo Padre, se mi è permesso tanto, d’un
espressione che il patriarca copto scismatico ripete, quando viene richiesto di dire i motivi per i
quali è separato dalla Chiesa cattolica. “Lo sono, ei risponde, ma alla fine s’appartiene al Padre
richiamare a Sé lo smarrito figliuolo.”
    Sono cieco in tutto e specialmente in sì delicati affari; ma per quanto le stesse mie tenebre mi
permettono vedere, mi sembra che con qualche Breve, una qualche significazione di affetto o che so
io, che altro potrebbe se non altro confermarlo sempre più in queste lodevoli disposizioni e rendere
sempre più facile il ritorno di questo smarrito pastore e del suo considerevole gregge all’ovile di
Gesù Cristo.
    Io assieme col mio compagno baciamo a l’E.mo Prefetto la sagra porpora ed a lei Monsignore, la
mano col ripetermi sempre.

   P.S. Partiremo da qui verso la metà del mese d’Agosto.

Um. Ed Obb. Servitore
  Giustino de Jacobis Prete d.C.d.M.


   Data: 02.08.1839
   a:    D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
   in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

A sua eccellenza
La sig. D.Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di Fragagnano

- Per recapito sicuro: al Signor Spaccapietra           Napoli

Dal Gran Cairo 2 Agosto 1839

O.ma Sig.ra
   Eccomi alla fine per la speciale protezione del Signore e della Beatissima Vergine nella capitale
dell’Egitto a poche miglia lontana dalla santa Casa nella quale la Sagra Famiglia profuga abitò
come dice l’antica tradizione per ben sette anni. Io ho avuto la grande consolazione di celebrare la
messa su quel sito nel quale, come dicono, la beatissima Vergine solea adagiare il Bambino Gesù.
   Quante notizie non potrei darle del mio viaggio, dei costumi vari di queste genti, della prosperità
meravigliosa della salute del compagno e mia, e degli affari della mia missione; ma mi astengo
dallo scrivere a lungo, perché sono qui occupato a predicare in mezzo ad un paese turco, ai buoni
cristiani che ci sono.
   Lei puole domandare più copiose notizie al sig.r Spaccapietra al quale il sig.r Montuori ha scritto
una lunghissima lettera nella quale ha detto presso a poco ciocché avrei potuto dirle io stesso.
   Dovendomi scrivere, avrà la cura di scrivere sulla lettera o in francese o in italiano:
                              A Monsieur
                                Monsieur Justin de Jacobis
                                Massouah pour Adouah
                                Abissinie
   Questa lettera con questa iscrizione la chiuderà in una sopraccarta sulla quale scriverà:
                                Al Molto R.do Padre
                                Il P. Presidente di S. Francesco
                                Gran Cairo
   Con pregare il detto Padre a prendersi la pena di farmi pervenire la sua lettera in Abissinia.
   Darà poi questa lettera al Sig.r Spaccapietra affinché per mezzo del sig. Guarini me la spedisca
col mezzo della Cong.ne di Propaganda.
   Pregate assai pel bene degli Abissini che mi sono cari quanto l’anima, e per me, mentre sono
sempre nel nome di G.C. e di Maria Santissima
U.mo ed Obb. Suo servo vero
   Giustino de Jacobis

      Data: 20.08.1839
      a:    P. Guarini c.m.
      in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR


Dal Cairo 20 Agosto 1839

Mio caro sig. Guarini

La sua lettera mi è pervenuta sul momento quasi di mettersi in cammino dal Cairo in Abissinia, in
tempo vale a dire nel quale piucché mai avea bisogno di assaporare quella consolazione che mi
arrecano sempre le sue lettere. Che il Signore la rimuneri!
    Il sig.r Derods associato già alla Congregazione è con noi. Che benedizione singolare che è
quell’uomo ammirabile per la nostra missione!
    Homo veramente missus a Deo!
    Non mai come adesso che trattasi di dare incominciamento al più difficile del viaggio siamo stati
lieti e tranquilli. Un abisso di lettere di raccomandazioni che abbiamo avuto fin da questo Vice Re;
un abisso di assicurare notizie sulle vere condizioni dei luoghi pei quali dobbiamo passare ed ove
dobbiamo giugnere; l’accompagnamento di un cristiano arabo fino a Massua96; il tempo tutto
favorevole; insomma, tolti i soli miei grandi peccati che ci fanno guerra, tutto il rimanente arride a
noi ed al nostro viaggio.
    La prego a porgere gli ossequi miei a tutti i Signori di Roma, di Napoli, di Genova, che si
ricordano di noi; ché preghino continuamente. Il sig. Etienne mi ha fatto trovare in Alessandria a
mia disposizione 10.000 franchi. Ne ho presi 6.000. Benedetto Dio! E non finirei più se avessi
tempo….Ma perdoni e mi benedica (assieme) col signor Montuori.

Il suo Um.mo Servo
    Giustino de Jacobis



Data: 20.08.1839
a:    Mons. Cadolini, Segretario della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide, III, 686



96
     E’ tra le prime volte che Giustino scrive questo nome di Città (cfr. lettera precedente).
     Oggi si scrive all’europea: Massawa.
     Negli scritti di Giustino prevale di più la scrittura alla francese: Massouah.
Eccellenza Reverendissima


Sul punto di metterci sul Nilo per continuare il nostro viaggio in Abissinia per la via di Cosseir
adempisco al dovere di tenermela ragguagliata, e di continuarla ad assicurare dell'ottimo
procedimento dei nostri affari, per invitare la Sua esimia pietà a benedire Dio, che ne colma di
favori
Il Signor Derods ottimo Medico Francese, ed associato alla nostra Congregazione in qualità di
Laico, dalla Soria è venuto ad unirsi a noi. Egli che per motivo di Carità Vangelica avea
abbandonato la Francia per medicare esclusivamente i soli poveri del Levante, trovandosi poi,
contro dei desideri suoi, molto occupato nel curare i grandi ed i facoltosi di quel paese, ha
domandato ed ha ottenuto dal Superiore Generale, il permesso di venire in Abissinia, ove fino gli
stessi Re sono poveri. Alla perizia in medicina, aggiunge l'altra della musica, le cui armonie,
quando sono da Dio benedette equivalgono, come leggiamo nelle istorie delle Missioni, ad una
parte dell'Apostolato. Egli dippiù è uomo di isquisita pietà; e quando anche no'l fosse, la qualità,
nella quale rimane, di semplice Laico, basta a garentirci di qualunque male potrebbe la sua presenza
recare alla Missione.
Non appena giunto in Egitto, che da persone probe mi furono fatte notare mille motivi di temere
della condotta che il Patriarca Cupto Scismatico avrebbe potuto tenere in riguardo alla nostra
Missione, tanto, che abbiamo usato tutt'i mezzi per dimorare sconosciuti. La permanenza poi di
quasi un mese nel Cairo, mi ha fatto chiaramente vedere, che da questa parte non ci è nulla da
temere. Il Patriarca considera gli Abissini come "Scomunicati indegni delle Sue cure" sono
propriamente sue parole.
Siamo alla metà quasi della Stagione, nella quale sogliono spirare i buoni venti sul Mar Rosso per
coloro, che vanno in su. Un più lungo ritardamento potrebbe metterci fuora del buon tempo.
Abbiamo con noi un Arabo Cattolico grande conoscitore dei mari, che dobbiamo correre, e dei
paesi, che dobbiamo toccare, come quello che è stato solito ad accompagnare i Missionarii fino a
Malta, questo viene con noi fino a Massaua, ove speriamo trovare il Signor Sapeto. Il Console
Francese mi ha date molte lettere di raccomandazione: l'istesso Ibraim-Mahmet-Aly-Pascià mi ha
dato un Firmano, ed una lettera raccomandazione pel suo Console, che è in Massaua. A tutti questi
mancano solo quei vantaggi, che la compagnia del Signor d' Abbadie potrebbe arrecarci; ma non
credo doverlo più aspettare per essere di già passati i due mesi dopo dei quali, Egli dicea, sarebbe
qui venuto.
Nella sicurezza pertanto che Lei Monsignore, e l'Eminentissimo Prefetto, cui bacio coi compagni la
Sacra Porpora, approvino la presa risoluzione e continuino a benedirci, riprendiamo il sospeso
cammino nel nome del Signore.
Gradisca intanto i sentimenti di rispetto coi quali mi ripeto sempre.

                  Cairo 20 Agosto 1839

U.mo ed Obb.mo Servo Vero
Giustino de Iacobis dCdM



Data: 21.08.1839
a:    P. Jean Baptiste Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Cairo 21 Agosto 1839
Signore e carissimo confratello97

Al momento di metterci in viaggio dal Cairo per l’Abissinia è giunto il sig.r Derods per unirsi a noi
e per passare con noi in Abissinia.
   Mahmet Aly stesso ci ha dato un firmano ed una lettera per il governatore egiziano che si trova a
Massuhat98. I vènti sul mar Rosso sono attualmente molto favorevoli e per questo ci siamo decisi a
metterci in viaggio domani mattina, senza più aspettare né il sig. D’Abbadie, che saluto, né altro.
   Vi scrivo queste poche parole per impegnarvi sempre di più a pregare ed a far pregare gli altri
per noi; perché speriamo di (raggiungere) senza alcun danno l’Abissinia agli inizi di ottobre, con il
soccorso della grazia del buon Dio…Bisogna confessare, Signore, che tutti gli affari che riguardano
la nostra missione sono visibilmente diretti dal buon Dio stesso.. Temo molto dei miei peccati e non
del successo della missione. Il tempo non mi permette di scrivere più a lungo, ma in poche parole
ho detto tutto per il momento e spero di scrivervi delle bellissime cose in seguito.
   I miei rispetti e quelli del sig.r Montuori e Derods al Signore il Superiore Generale; i miei rispetti
particolarmente al sig. Fiorillo.
   Mi dico sempre nell’amore di nostro Signore
   Umilissimo servitore

     Giustino de Jacobis P.d.C.d;M.


Data: 14.09.1839
a:    P. J.B. Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Cosseir99 14 Settembre 1839

Signore e carissimo confratello100

Dopo essere passati attraverso il calore quasi infernale del deserto, pieno di cammello morti, infine
abbiamo lasciato l’Egitto e siamo giunti sul bordo del mar Rosso, per la gloria del buon Dio, senza
alcun danno e di buona salute. Poi, abbiamo già dato tutte le disposizioni per portarci a Djeddah su
l’altra costa del mare e per portarci di là a Massuah (sic), prima porta dell’Abissinia. Il tempo, a
causa dei venti che sono molto forti ci impedisce di imbarcarci su di una barca del governo egiziano
e che abbiamo già noleggiata.
    Le informazioni che ci pervengono continuamente su la facilità di giungere a termine del nostro
viaggio e di fare del bene, per la gloria del Signore, sono sempre più confortevoli. Da parte degli
eretici copti non c’è da temere. L’amore di Gesù Cristo che spinge i miei compagni e che ci ha
dolcemente (attratti), ci dà molto coraggio; ed infine il momento della misericordia di Dio per quel
popolo (abissino) e che sembra essere ormai arrivato, ci promette ogni bene per la santificazione
dell’Abissinia.
    Ecco, Signore, ciò che si augura il mio cuore, del resto, sia io che i miei compagni siamo pronti
a ricevere tutto ciò che la divina Provvidenza piace far di noi e delle nostre disposizioni.
    Pur tuttavia penso di far del bene alla missione d’Abissinia così come a quella di “Chene”101
raccomandandovi i Consoli francesi che si trovano a “Chene”, ultima città dell’alto Egitto, ove ci

97
    Il sig.r Etienne, a Parigi. – Dal francese.
98
    Sta per Massawa.
99
    E’ l’attuale El-Quseir su le sponde del mar Rosso egiziano. Dal Cairo, navigando sul Nilo verso Sud, presso Tebe si
   raggiunge una ampia ansa del fiume che si avvicina di molto al mar Rosso, e che quindi riduce assai la traversata del
   deserto fino a Cosseir.
100
     E’ il sig. Etienne, a Parigi. Originale in francese.
101
     Forse è l’attuale Quena, su l’ansa accennata del Nilo; e, forse, sede di qualche residenza missionaria cappuccina?
sono dei cattolici, ed a Cosseir che è il più comodo porto per imbarcarsi sul mar Rosso 102 e dove
non ci sono più cattolici, ma la sola famiglia del console francese.
   Questi due consoli che ci hanno fatto molto bene e per mezzo dei quali noi potremmo tenere in
seguito una regolare corrispondenza tra Abissinia e Francia, essi ancora non hanno ricevuto la
patente di consoli dal Ministero degli Affari esteri di Francia, ed essi ancora non sono autorizzati a
mettere su le loro abitazioni la bandiera tricolore. Vi assicuro, signore, poiché ne sono venuto bene
a conoscenza, che esse sono delle persone molto oneste e molto abili per ben fare gli interessi della
Francia, senza affatto compromettere l’onore della grande nazione. Sono molto (interessati) alla
missione; ma quando essi avranno per mezzo dei missionari ottenuto la grazia (su detta), dal
governo, credo che essi lo saranno ancora di più. Nella speranza dunque che vi vogliate degnare,
Signore, di occuparvi di questo affare, noto qui i nomi dei su detti consoli.


   Quello di “Chene”, nell’alto Egitto, si chiama Jsa Flafel e quello di Cosseir, sul mar Rosso, si
chiama Lia-Marà Amdel.
   Il signor Poussout103 ha dato al sig.r Derods trenta scudi per portarsi da Beirut ad Alessandria. Il
sig.r Derods che si è dimenticato di darmi la lettera del sig.r Poussout in Alessandria e nella quale
mi diceva di rimandargli questo denaro, (tale dimenticanza) mi ha impedito di conoscere la (data)
disposizione quando mi trovavo ancora al Cairo ove era facile la corrispondenza con Beirut. Al
presente mi trovo nella necessità di pregarvi d'avere la compiacenza di pagare voi per me. La
corrispondenza con Roma e Napoli per me è molto difficile, e dove vi sono molte persone che
desiderano ricevere notizie del sig. Montuori, di me, della Missione. (Per questo) vi prego ancora
quando voi ne avrete l’occasione di far conoscere a quei Signori che stiamo bene, per grazia del
buon Dio, e la necessità che noi abbiamo sempre più delle loro preghiere.
   Avrei il desiderio di aggiungere qui molte e molte cose, per il buon ed amabile signor Fiorillo da
parte mia e da parte del signor Montuori, ma penso di dirgli tutto assicurandolo che egli vive
sempre nel mio cuore per i sentimenti di riconoscenza e di gratitudine.
   La prego di salutarmi la signora (Offel), l’onoratissima signora (Nicolson), così come tutte le
buone Suore della Carità delle quali egli mi ha dato occasione di conoscere e particolarmente le
Suore di (Anveyrson, Morle) e la superiora “du Menage”.
   Il sig.r Montuori vi saluta particolarmente. Vi prego, con lui, Signore, di presentare i nostri
rispetti al Signor Generale ed a chiedergli per noi la benedizione paterna.
   Infine vi prego di presentare i miei rispetti a tutti i carissimi Signori e Confratelli di lì, alle
preghiere dei quali io mi raccomando molto.
   E nell’amore di N.S. ed in unione di preghiere mi dico sempre

Vostro umilissimo servo e confratello
  Giustino de Jacobis prete d.C.d.M.


Data: 15.09.1839
a:    P. Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Cosseir 15 Settembre 1839

Mio carissimo sig.r Guarini

Profitto del mal tempo che non ci permette di metterci in mare, per procacciarmi l’ineffabile
consolazione di chi scrive dal deserto ai suoi più cari d’Europa. Da due giorni abbiamo nolegiata la
102
      A questo tempo, Suez ed il suo canale erano oggetto di progetti.
103
      Inizialmente con la comitiva del De Jacobis; poi aveva continuato il suo viaggio verso la Siria.
barca che dee mandarci a Djeddah ed in questi due giorni si sono levati su tanti nuovi e forti venti
che la scombussata superficie delle acque mette orrori agli stessi più azzardosi marinai fatalisti. Ci
dicono che col buon tempo, in otto giorni a Djeddah e con due o tre altri giorni di più potremmo
essere a Massauah. Noi preghiamo Dio di tutto cuore ad accordarci questi sì pochi giorni di vento
buono; perché questa benedetta Massauah che è la prima porta d’Abissinia e che probabilmente è il
paese nel quale potremmo abbracciare il caro sig. Sapeto104, è da noi considerata come una terra di
misteri e di prodigi consolanti.
    Il Nilo sul quale abbiamo camminato per ben quindici giorni uscendo dal Cairo; le missioni,
dette di Propaganda, che in tale occasione abbiamo vedute; dippiù le magnifiche rovine di Tebe e
gli orrori sublimi del deserto, hanno reso il nostro viaggio fin qua di un carattere singolare che ad
un bell’ingegno darebbero materia bastante a scrivere dilettevolissimi racconti e che han ben dato a
me materia a fare molte considerazioni sui miglioramenti di cui queste missioni sarebbero capaci o
sulle mirabili disposizioni che questi popoli presentano a mutar la tristissima loro condizione
presente in un'altra felice.
    Ma le considerazioni d’un mio pari quanto valgono mai! Chiudiamole dunque nei secreti del
silenzio e parliamo di quello che più ci riguarda. Non so se le abbia ancora detto che il sig.r Etienne
mi ha fatto trovare in Alessandria aperta una borsa che non ha fondo.
    “Ho ordine, mi disse il corrispondente di Dromello, a darvi quanto denaro mi chiederete; ma
perché la regolarità degli affari di questa natura esigono che si metta un qualche termine a queste
commissioni, voi per ora potrete prendervi fino a diecimila franchi”. Ne ho presi sei mila, ed
abbiamo denaro per più mesi. Benedetta la divina Provvidenza! E’ con noi di già il medico francese
Mr. Derods la cui compagnia si è utilissima. Egli, per recarsi da Antura ad Alessandria, ebbe dal
sig.r Poussout trenta scudi; questo denaro, mi dicea in una sua lettera il sig.r Poussout, potrà
rimetterlo a suo comodo. Glielo avrei di già mandato se la lettera mi fosse stata consegnata al Cairo;
ma come mi fu data per dimenticanza di chi se n’era incaricato, nell’alto Egitto, così mi mancano le
vie per pagare questo debito. Tutto questo lo vado a scrivere al sig. Etienne, nel tempo stesso che lo
scrivo a V.S. pregando ambedue ad incaricarsi per me di questo affaruccio.


   Fin’ora il viaggio è tutto prospero. Le vie di entrare nel paese della nostra missione sono tanto
aperte e così agevoli che a considerarlo noi siamo fuori di noi stessi per la meraviglia ed oppressi
dal sentimento della riconoscenza verso una Bontà sì grande e sì cara come quella di Dio che non
sdegna accompagnarci in ogni passo.
   Le opposizioni tanto temute che gli eretici copti avrebbero potuto fare per impedire il progresso
della nostra missione, nel fatto sono state trovate niente di niente. Fin’ora niuna indisposizione
rimarchevole nella nostra santità nonostante gli eccessivi caldi, i pessimi alimenti, le acque
abominevoli e i luoghi infetti pei cadaveri dei cameli, nei quali abbiamo abitato e dormito. L’ilarità
e la pace dello spirito non ci ha quasi mai abbandonato e possiamo confessarlo che queste sono state
anche maggiori di quelle che solevamo gustare tra tante care persone etra tanti agi di che abbonda
l’Europa. Così paga piccole privazioni per lei sofferte l’incomparabile divina Bontà.
   Prego la sua bontà, scrivendo a Napoli, dar parte a quelli ottimi Signori, ai Confratelli di tutte
queste buone nuove; perché, affettuosi quelli non meno che V.S. e tutti i Signori e Confratelli di
Roma, prenderanno grande diletto in udirle e nuovi motivi a pregare Dio per noi, che poi, alla fin
dei conti, e quello che più abbiamo bisogno.
   Riguardo a quanto V.S. mi scrive sulle premure che non saprei né da quali né da quante persone
vengono fatte per avere la nostra missione, non mi ha punto turbato l’animo; ché anzi ho
considerato tutto questo come un effetto della divina Misericordia che volendo la piena conversione
dell’Abissinia, dà a molti suoi degni ministri il desiderio di occuparsi in quest’opera, e noi saremo

104
    Con una storia “sui generis”, inviato da Propaganda Fide, è lui che, praticamente, apre le porte della missione
  Lazzarista in Abissinia, con data ufficiale il 3 Marzo 1838. Quindi, precede Giustino de Jacobis di circa un anno. Per
  cenni biografici e storici sul Sapeto cfr. Lucatello-Betta in: l’Abuna Yaqob Mariam, pag. 214.
sempre ugualmente contenti sia che soli sia che saremo accompagni(ati) nelle fatiche apostoliche,
purché trionfi la croce di Gesù Cristo, in cui sta ogni nostra gloria ed emulazione.
    L’ultima volta che le scrissi dimenticai indicarle, come lei mi comandava, la via per quale
avremmo potuto avere regolare corrispondenza. Ne le chiedo scusa nel medesimo tempo che esegua
i suoi comandi.
    La corrispondenza dunque più sicura è per mezzo dei consoli francesi che sono, primo in
Alessandria; secondo nel Cairo; terzo a Chene, quarto a Cosseir; quinto a Djeddah. Tutti questi
consoli sono pieni di zelo pel bene della missione e per mantenere aperta la nostra corrispondenza.
Basta adunque che lei dirigga le sue lettere e quelle di altri al sig.r Cochelet, console generale di
Francia ad Alessandria con pregarlo a farle pervenire mano mano fino a Djeddah ove è costituito
l’ultimo console francese sul mar Rosso, per essere sicuro.
    Tutto questo è di già stato combinato da me coi suddetti consoli.
    Credo che sua E. R.ma Monsignor Segretario di Propaganda abbia ricevuto due mie lettere colle
quali volli semplicemente adempiere al dovere di ragguagliarla del progresso del nostro viaggio.

   Ora prego V.S. a fare lo stesso con lui e coll’Eminentissimo Prefetto il quale, come sento da lei
nell’ultima scrittami, continua ad essere il nostro dichiarato protettore. Gesù Cristo me lo rimuneri,
io le bacio col sig.r Montuori la sagra porpora, mosso non solo dal riguardo che merita la sua
dignità che dal rispetto che è dovuto alle sue virtù ecclesiastiche.
   Faccia gradire i miei ossequi ai signori Cuomo, Spagnoli, de Papa (?), Pellegrino, Aprile se è
costà, Pace con tutti gli altri che per finir breve non nomino, Signori e Fratelli di Montecitorio,
come al sig.r Ugo e tutti gli altri Signori e fratelli di casa. Che preghino per noi. Io le bacio le mani
col medesimo sentimento di rispetto e di sincero affetto col quale mi ripeto per sempre

      d.V.S.M.R…………



Data: 15.10.1839
a:   P. Guarini C.M.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Mio Rev.do Sig. P.ne Oss.mo105

Sul punto di metterci in cammino per le enormi montagne dell’Abissinia, che abbiamo sotto gli
occhi, le umilio qualche notizia sul nostro conto. La navigazione sul mar Rosso quantunque fatta
quasi sempre con vènti contrari, quantunque ci abbia qualche volta (messi) sul punto di essere
inabissati, pure possiamo dirla nel generale: navigazione mediocre, dalla quale io solamente ne ho
riportato un’alquanto molesta e pericolosa malattia che, grazie alla terra ferma, è quasi già
terminata. La grande consolazione nel giugnere qui ci è venuta dall’essere stati assicurati della vita
del sig. Sapeto della quale eravamo in grandi timori. Trovasi in Adova ove pare che sia rimasto fin
ora stazionario; speriamo abbracciarlo ben tosto. Il viso d’un cristiano per questi luoghi infedeli, che
delizia! Quello d’un confratello poi formerà il piccolo nostro paradiso in questo inferno generale nel
quale siamo entrati. Che natura inospitale! Che cielo sinistro! Ma ci è dio che ci rende di tutto
contenti. Siane sempre benedetto.
   Non posso dirle affatto nulla neppure in pronostico della nostra missione. Questo (favore)
portentoso che la Provvidenza ha per noi dichiarato nel condurci scevri di cosa sinistra, ci dà molto
da sperare.
   Queste genti nomadi quasi tutti nudi e male alimentati e nel medesimo tempo gaji all’eccesso,
non sono tormentati dalle ambizioni di conquistatori: sono tutti in pace. Ecco in quanto alla nostra
105
      E’ il sig. Guarini, a Roma.
corrispondenza ciocchè ho potuto assicurare. Il console generale di Francia in Alessandria, il sig.r
Cochelet (?), dal quale abbiamo avuto grandi favori, avrebbe ancora la bontà di fare pervenire
lettere, denari e qualunque altra cosa in mano del sig.r Fresnel console novellamente stabilito per la
Francia in Djeddah. Questi da colà corrisponde col governatore di Massauah il quale per un firmano
di Mahmet Aly, che gli abbiamo presentato ci ha fatto grandi onori, ci ha visitato due volte, ci ha
aperto quasi un alloggiamento nelle case del governo e si è compromesso di proteggere la nostra
corrispondenza con conservare presso di sé carte e qualunque altra cosa che potrebbe arrivare di
nostra pertinenza finacchè noi dal luogo dove saremo non manderemo a prenderli. Finora nessuna
lettera, nessuna carta delle tante che aspettavamo.
    Temo che i poveri missionari d’Etiopia che sono nel bisogno di tutto non abbiano ad essere ben
tosto obliati dall’intera Europa.
    Prego la sua bontà a presentare i rispetti miei e quelli del Sig.r Montuori e Derods all’E.mo
Prefetto ed a Mons. Segretario ed a ottenerci la benedizione di entrambi. I nostri rispetti pure pei
sig. Ugo Spagnoli con tutti gli altri dell’una ed altra casa fino ai Fratelli nostri. Che preghino per
noi.

      Lei mi conservi la sua buona grazia e mi creda sempre nell’amore di nostro Signore

      Massauah 15 Ottobre 1839
          Um. Ed Obb. Servo vostro
      Giustino de Jacobis i.P.d;C.d.M.


Data: 15.10.1839
a:    P. J B. Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Signore e carissimo confratello106

   Da Massauah, ove grazie al buon Dio noi siamo già arrivati, e da dove partiremo questa mattina
per andare ad Adua, di qui vi scrivo una parola per assicurarvi della buona salute della quale
godiamo assieme al signor Derods. La navigazione sul mar Rosso per quanto molto avversa, non ci
ha arrecato danno. Questa mattina dovremo caricare tutte le nostre cose su i muli e su i cammelli
per attraversare le altissime montagne d’Abissinia. Abbiamo sistemato diversamente (da com’era) il
quadro della santissima Vergine, per trasportarlo.
   Nel timore nel quale eravamo di più non trovare qui il signor Sapeto, siamo rimasti consolati
ricevendo notizie di lui tramite dei mercanti. Al presente egli si trova in Adua con Aleman Voujager
(sic)107.
   Noi speriamo di vederlo in capo a dieci giorni circa di viaggio, per lodare insieme il buon Dio di
(quelle) misericordie che ci fanno sperare sempre (maggiori) misericordie. Per ora dico che bisogna
ben ringraziare il buon Dio che ci ha permesso di farci giungere qui prima del signor d’Abbadie. Gli
interessi della missione sono così meglio assicurati. Quando voi avrete delle cose da inviarci
dovrete indirizzarle al signor Cochelet, console generale di Francia in Alessandria; ma bisogna
confezionare gli oggetti in piccoli pacchi per essere più facilmente trasportati attraverso le
montagne. Spero di scrivervi delle buone cose dall’Abissinia.
   I miei rispetti e quelli del signor Montuori e del signor Derods al Signor Superiore Generale.
L’affare di cui vi ha scritto ultimamente il signor Derods è della più grande importanza per il bene
della missione. Se gli Abissini (si trovassero) sotto la protezione della Francia, sarebbero

106
   E’ il Sig.r Etienne, a Parigi. Traduzione dal francese.
107
   Molto facilmente è l’Arnaldo d’Abbadie, fratello di Antonio.
  Cfr. lettera del 27-3-1839 e Lucatello-Betta in Abuna Yaqob Mariam, pag. 211.
contentissimi. Il console francese stabilito in Abissinia potrebbe impedire la schiavitù degli
abissinesi cristiani (attuata) dai turchi e la missione potrebbe esercitare la più grande influenza.
Spero che il vostro zelo, Signore, per la gloria della Religione vi impegnerà a fare di tutto per
effettuare questo buon progetto.
   I miei rispetti a tutti i Signori, particolarmente al signor Fiorillo.
   In unione di preghiera, io mi ripeto nell’amore di Gesù Cristo

Massauah 15 Ottobre 1839

                                                                      U.mo ed Obb. Vostro servo
      Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.

   P.S.
   Iosief Musà David, cattolico molto buono, ci ha reso dei grandi servizi durante il nostro viaggio
fin qui; è sempre disposto per accompagnare altri. Merita tutta la nostra (benevolenza). Se gli potete
ottenere un documento di particolare protezione da parte del governo francese, per lui e la sua
famiglia, egli ne sarà molto contento.

Data: 02.12.1839108
a:    P. Vito Guarino c.m., Procuratore Generale c.m. a Roma
in: Lettr. Manuscr. Vol.II – ACGR


Adova 2 Dicembre 1839

M.to R.do Sig.e P.ne Oss.mo109

La grazia di Nostro Signore sia sempre con noi.
Il più stimabile effetto che ebbe il firmano di Mahmet, del quale le ho parlato nell’ultima mia
lettera, furono le forti raccomandazioni che fece per noi il Caimacan di Massauah al Nayb
d’Alkico110, senza delle quali le nostre disavventure colà sarebbero state almeno eguali a quelle che
hanno ivi incontrato pressocché quanti hanno scritto il loro viaggio d’Abissinia. Veramente lo
spaventevole vomito che portandosi da Massuah ad Alkico tormentò il nostro dottore Derods per
tutto quel tratto di amenissimo mare che separa quei due paesi cotanto famosi per gli
avvelenamenti, ci pose in qualche timore di quella gente che dipoi conobbimo essere alienissima di
sì fatti delitti.
    Al primo giungere in Alkico fummo guidati nell’atrio di una casa a mettà scoperto e a mettà
chiuso da un tetto inclinato, per entro alle travi ed agli assicelli del quale nidificava
un’estraordinaria quantità di colombi delle varietà le più graziose. Nello scoperto di questo cortile e
sur un semplicissimo letticciuolo di cuojo sfornito di materasso e di lenzuola, giacea per la malattia
di Nayb come il patriarca Tobia, a pericolo ancor egli di perdere come quello gli occhi per le
necessarie occorrenze di quelli innocenti animali che cadevano del continuo e dapertutto. Dal fieno
che copriva tutto il pavimento di quel cortile, dalle misere ed affumicate cammere contigue, dalla
miseria che vedevasi in tutta la massarizia della casa, da tutto questo fui portato a credere che
questo Nayb fosse un povero campagnolo al quale porgendo familiarmente la mano credei fare
grande onore. Ma quegli fiero piucché non mel pesai di sua dignità, come per rabia mordevasi le
labra. Fummo ciò nulla ostante subito serviti della pippa, del caffè, dell’idromele, di che
quantunque per la prima volta, pure ne gustai volentieri. Io facea le più grandi meraviglie nel

108
    Esiste una copia di questa lettera in Propaganda Fide, III, 704
109
    E’ il signor Guarini, a Roma.
110
    Oggi è più in uso dire Arkico.
considerare il contegno del Nayb; ma le mie meraviglie finirono quando conobbi che questo
individuo sì semplice in tutto il modo del suo vivere, era il soltano della montagna, val quanto dire
che sebene subordinato ad Ubié, che attualmente regna dal Taranta al Semen, pure esercita un
dominio pressocché assoluto sul distretto di Kazarat e sulle tribù Shiho e di Bellessua e che in caso
di guerra mettea sull’armi piucchè nove mila uomini fortissimi.
   La casa intanto che questo Re-Patriarca tiene preparata per ricevere gli ospiti, è un piccolo
ricinto di pietre costruite a secco con una camera contigua dalla quale escono gli armenti quando
trattasi accogliere un ospite di qualunque grado si fosse fornito.



    Il pilas (?) di riso, pochi pezzi di montone preparato colla zaffarana era il regale desinare del
quale fummo serviti mattina e sera nei due giorni che vi restammo, assieme col latte inacidito e dei
focaccetti di frumento che per la fame noi mangiavamo con tanto gusto con quanto il poeta Maggio,
se non isbaglio, mangiava focaccette di s. Gregorio.
    In due giorni, essendo tutto presto fummo al caso di proseguire il nostro cammino con undici
camelli carichi della nostra bagaglia e dulle detestabili sellature di muli ancora più detestabili. Per
l’uso di andare pié nudi gli abissini hanno le dita del piede così agili quasi che quelle della mano.
Sei sorpreso da meraviglia vedendoli al travaglio seduti per terra come le loro scimie ed adoperare
sì bene le mani che i piedi.. Fanno uso i più agiati di una cotal foggia di pianella che sfornita d’ogni
mezzo per legarla ha solo all’estremità piantato un perno a guisa di biscaro che resta tra il primo e il
secondo dito di ciascun piede e che la tengono così assicurata alla pianta che qualunque altra più
comoda affibiatura. Quindi ad una sella quando pende attaccata una tale staffa che permette
all’abissino cavaliere cacciarvi dentro il solo grosso dito del piede, è per lui ben comoda, siccome è
un aculeo per un di noi che vi vuole cacciar per entro tutte le cinque dita ben calzate. Alle prime ore
di cammino fra le vallate dei Monti Assauli che restano alle spalle di Massauah, fummo sulla riviera
di una chiara e fresca acqua. L’assicuro che il mormorio delle acque che correvano e che
gocciolavano dalle nostre barbe, ormai cresciute e che noi tuffavamo e rituffavamo in esse per
dissetarci era un’armonia consolantissima dopo di avere sofferto il tormento della sete da Cosseir a
Massauah. Sopravvenuta la sera, fecimo alta nel più cupo di quelle vallate sì conosciute pei sciacalli
per le jene e pei leopardi che le frequentavano. Il primo affare, dopo ringraziato il Signore del
buono arrivo, del quale ci occupammo, fu l’andare in busca di legna per entro a quelle magnifiche
foreste. Io stesso che per una grave malattia fatta era estremamente rifinito, in quella faccenda mi
adoperai come i più vigorosi. Ne facemmo difatti tal provvisione che bastarono a tener accesi dei
grandi fuochi per l’intera notte, intorno a quei grandi e secchi fusti di sicomoro trasportati colà dai
torrenti nella stagione della pioggia. Ad un colpo di fucile tirato per azzardo di gran mattino ed in
sul punto proprio di metterci sul viaggiare, snidò dai loro covaccioli un grande numero di scimie di
ogni varietà che a guisa di un popolo che emigra, latrando sempre come i cani defilavano sulle coste
(delle coste) nell’atto che noi ne osservavamo di quelle di grande coda e quelle col deretano
perfettamente netto; quelle che a guisa di sentinelle fermavansi per garantirne la ritirata, sedute sulle
punte delle pietre, e quelle che camminavano coi loro scimiotti a cavalcioni sul dorso. Le donne di
questo paese che hanno i loro pargoletti figli sempre a cavalcioni sulle loro reni e chiusi in un cuoio
dentro del quale fanno tutte le loro bisogna, pare che abbiano adottato questo modo di allevarli dalle
bertuccie del loro paese.


   Così rifletteva nel metterci in cammino, le cui tappe sono invariabilmente di cinque ore di
cammino ad un dipresso il mattino, e poi un riposo di quasi quattro ora; due ore di marcia la sera e
quindi riposo di nuovo fino al seguente mattino ben avanzato.
    Con questo itinerario di questi infingardi, al quale ogni viaggiatore debbe (onninamente)
adattarsi, e per vie che vanno quasi sempre sui margini di bellissime riviere e fra le spine delle
mimose e dei cacti selvatici, giugnemmo infine a pié del rinomato Taranta.
    Immagini il centro di un trivio delle cui braccia uno è quello dal quale si viene, l’altro pel quale
si va ed il terzo che aprivasi sulla nostra dritta e che porta giù un filo di acque: due grande sicomori,
niuna casa, niuna capanna, ecco Taranta ove per quello che dicevano i nostri condottieri credevamo
trovare almeno un villaggio. Una figura umana di grande nera e frisata capigliatura, nuda nel capo,
nuda nei piedi, chiusa in un grande mantello che in originale era bianco e che pel sudiciume era
bruno quasi tanto che il suo viso, con al fianco una ritorta ed infoderata scialba, questa figura
piantata dritta sul ripianato d’una rupe di pietra calcarea credo ed aperta per violenza di terremoti,
fu la prima e l’unico vivente che trovammo nello giugnere colà. E’ qui Taranta, domandai in cattivo
arabo. Appunto così quello rispose. E le abitazioni per gli uomini, giacché era probabile che per le
fiere non ve ne fosse penuria, dove sono? Ripigliai. Nella montagna quello continuò a rispondermi.
Convien dunque qui fermarci, dissi ai compagni; ma tu chi sei mai? Sono il Soltano della montagna.
Sai dunque leggere, ripigliai a dire, tirando fuori frattanto dal mio portafoglio una lettera che il
Nayb ebbe la compiacenza di darmi, colla quale al sultano della montagna, di cui quell’uomo che ne
usurpava il nome erane l’inviato, come a suo suddito comandava di procurarci tutti i mezzi per
montare la montagna; dappoiché i camelli incapaci di farlo doveano ritornare tosto ad Alkico. Il
buon uomo, col rispondermi che no, non so leggere, mi tirò dall’imbarazzo nel quale altrimenti mi
sarei trovato; perché non trovai più la lettera che cercava.
    Due intere giornate sempre allo scoperto, che per le impertinenze di quei mezzo selvaggi ne
sembrarono lunghi come gli anni, ci convenne restare colà senza che, fatte le nostre devozioni,
avessimo altro a fare. Veramente le erbe, gli arbusti gli alberi mirabilmente svariati e mirabilmente
belli mi avrebbero dato luogo a farvi una buona botanica; ma, oltrecché questo non era lo scopo del
mio viaggio, dall’altra parte per essere appena un semplice dilettante in questa utile scienza, non
avrei potuto far nulla di rimarchevole dacché i signori Schimper e Dilò111 sono qui attualmente


occupati a fare delle ricche bottaniche collezioni che arricchirà grandemente, come ho potuto da me
stesso certificarmi, la flora abissina.
    Un zenzado di pelle di capra che cinto al fianco ricopriva la persona dall’ombelico alle
ginocchia, ed un altro brano della medesima pelle che malamente copriva il seno, tutto guarnito di
bianche conchigliette del mar Rosso, era tutto l’abigliamento di due giovinette le quali assieme con
giovani della montagna scesero a prendere acqua dalla riviera, dove seduti discorrevano col sig.r
Montuori di cento indifferenti ed utili cose. Risero al primo vederci del nostro abito europeo ed un
momento dopo restarono così rapiti del lucido dei nostri occhiali che credendo facile averne uno,
giù, una di loro, lasciato per terra il succido vaso di terra a forma di pera che allora allora avea
ripieno d’acqua, come a prenderselo con ambe le braccia aperte, e che restò di stucco quando noi
per guardare quella mezzo nuda persona volgendo lo sguardo ci ritirammo.
    Quando non ci sembrò il destino di queste figlie del deserto differente da quello di sette o otto
altre fanciulle che poco dopo passarono pur colà, piedi nudi, tuttocché sembrassero di distinti natali
e che erano guidate da un’orrida figura mussulmana, per essere vendute schiave sui bazar del Cairo
e di Alessandria!! Questo miserabile spettacolo ed il paragone che si fece ben tosto nel mio spirito
tra il lieto viso di quelle libere ed il viso inondato di mestissimo pianto di queste schiave fanciulle,
mi fecero desiderare che un qualche generoso cuore, che non mai mancano, di un qualche europeo
monarca, ne fosse stato spettatore, per essere spinto ad intraprendere qualche generosa impresa pel
bene di queste innocenti vittime della snaturata avarizia.
    Questo semplice racconto, quando ornato e rinvigorito dalle belle penne degli scrittori europei,
venisse presentato ai grandi della terra, non tarderebbe molto ad addivenire un giorno di salute per
111
   Naturalisti e viaggiatori. Lo schimper, protestante, fu poi cattolico per influenza di Giustino.
  Cfr. “Diario” Pagg. 451 ed anche 446; 448; 453; ecc.
la parte la più tribulata dell’umanità. Sono leggieri, sono insoffribili, io dicea, questi abissini nel
vederli così corrivi all’ira in quei due giorni che restammo fra loro; ma quando poi osservava che
tutti gli altri in luogo di rimanersi semplici spettatori si facevano pacieri efficacissimi a ricomporre
gli animi, con gittar le loro braccia chi sul collo dell’uno e chi su quello dell’altro dei due litiganti, e
poi sussurrare ai loro orecchi in disparte parole di pace, e poi palparne le piccole barbe come per
mandarne mandarne via il veleno dell’ira, che vi si era appigliata, senza mai lasciarli se non fattili
amici almeno quanto l’erano stati fino a quel punto, a considerar questo che ripetevasi ad ogni
momento sotto degli occhi nostri, questa gente, io dicea, ha la vivezza delle passioni come un
fanciullo; ma il cuore docile parimente pacifico come i fanciulli d’indole egregia. Se qualche padre
sorgesse per loro fra i tanti principi di Europa per ben allevarli, addiverrebbero una preziosa
posterità che benedirebbe perpetuamente alla memoria sui loro benefattori.
    Fra quante fantasticherie mentre io mi tratteneva, si rappresentò una ridicolissima scena che io
riferisco a motivo solamente di fare rimarcare i difetti dei governi mal costituiti dai quali l’Europa

si è tanto allontanata dopo l’annientamento del sistema feudale. Prima due armati di lancia e di
scudo; dopo questi venne fuora dai tortuosi giri di quelle vallate un altro che avea caricato le spalle
d’un enorme fucile a miccia, la cui canna per difetto di anelli di ferro era legata al legno con anelli
di pelle. Finalmente comparve uno grande della persona, di età matura capelli lunghi e neri come il
suo volto con cinque altri armati come i primi, dopo lui marciava seduto sul dorso ben bardato d’un
mulo, tutto ravviluppato nel “guaré” (mantello bianco abissino) con in mano un parasole di giunghi
elevato sul capo benché il sole in quel sito fosse già andato al tramonto. Con tutta la comitiva tirò
dritto e scomparve; dopo un istante ricomparve a piedi e sempre seguito dai suoi armati in mezzo
dei quali e rimpetto propriamente a noi s’assise per terra. Il capo dei nostri camelieri animatosi
allora ed assisosi rimpetto all’incognito parlò in idioma sconosciuto con forza e lungamente, quindi
levatisi in un tratto tutti in piedi tanto si fecero a noi vicini che fummo necessitati a chiedere chi mai
si fossero e qual cosa chiedessero mai. Egli è costui rispose allora uno di quelli, il sultano della
montagna al quale conviene dare un tallero.
   Noi che sapevamo per esperienza chi non dà subito quando questa gente domanda è obbligato dai
dispetti che gli vengono fatti a pagare poi sempre il doppio, senza indugio fecimo passare la moneta
in mano al capo cameliere che probabilmente era in intelligenza col pretesto sultano. Egli presala,
ed elevando tanto le mani che la moneta potea essere da tutti osservata: questo, disse a grande
porgendogliela, questo è un tallero che vi si dona e quello facendo col capo inchini ripetuti,
l’acchiappò con ambo le mani e disparve coi suoi e finì la farsata.
   Noi intanto, rimessici in cammino il seguente mattino, dopo un errar di qualche ora da valle in
valle fummo finalmente a pié del Taranta passando pel luogo ove poco tempo prima un domestico
del sig.r d’Abbadie era stato divorato da un leopardo. Per quelle coste del Taranta delle quali
parlando il P. Bernardo da Boemie che era capo dell'ultima missione cattolica inviata in questi
paesi, che disse che bisognava montarla carponi per terra, con averne le mani ed i piedi laceri dalle
taglienti pietre e dalle spine; e dopo un montar faticosissimo di circa a sei continue ora, fra un
continuo cadere per terra dei muli ed i loro carichi della bagaglia, giunsimo infine a quel ripianato al
quale Balbi dà mille e duecento tese in elevazione e donde scopresi un orizzonte che dalle montagne
spezzate del Tigré estendesi fino alla creste delle montagne di Adova, sotto di un cielo
luminosissimo e sopra un territorio mirabile per le vallate, per le riviere e per boschi verdegianti.
   Benché il freddo è sì grande su questa montagna che facea piangere la donna che seguiva Pource
(?), e che per riscaldarci a noi convenne camminare a grandi passi e per lunghe ore, pure sotto di
questo cielo fu la prima volta che dopo uscito dall’Egitto rividdi qualche piccolo campo coltivato
nei fondi più bassi del grande ripianato.
   La notte che seguì mentre stretti nelle nostre coperte ben solide di lana ci difendevamo per
prendere sonno, levossi un grido guerriero per mezzo ai venti o più individui che ci
accompagnavano. Al metter fuori il capo ed allo girar d’intorno lo sguardo, imagini chi può qual
meraviglia al trovarci circondati da tutti quei armati di lancia, di scudo e di scialba che dopo di
essere andati in giro per quel largo cantando cantici guerrieri, eransi avvicinati a noi e davano salti e
mettevano grida d’atterrire chiunque.
   E’ ammutinamento per semplicemente rubarci? Per rubarci ed assassinarci? Per semplicemente
intimorirci? Niente di tutto questo. Ma era quella medesima danza galante insieme e militare che
eseguivano per darci un divertimento e della quale parlando Salt nel suo viaggio dice: che eseguisi
al suono misurato delle mani che battono l’una coll’altra e con contorcimenti quasi convulsivo d’un
braccio, d’una spalla mentre tengono quasi ferma la persona, e con gesti come noi osservammo sì
poco modesti che ci determinarono ad ordinare loro che si ritirassero dopo averli regalato un tallero
per indurli a sparir il più presto possibile dinanzi a noi.
   Dopo un giorno di cammino sempre dilettevole per le amene campagne che attraversavamo,
benché fossero incolte e selvatiche sulla cima d’un edificio di figura conica e costruita di lungo
fieno, ci parve di vedere una croce innalzata che pel modo sommamente ornato col quale era stata
travagliata lasciava gran motivo a dubitare della verità di una apparizione così consolante come
puole essere quella del segno salutare della redenzione pubblicamente adorato, ad uno che ama la
religione del Crocifisso e che per quasi quattro continui mesi fosse stato senza più vederne tra paesi
infedeli da Malta fino a Dixa, che è il primo paese cristiano d’Abissinia al quale allora ci
avvicinavamo. In questo paese ove la corruttela singolare dei costumi disonora il nome cristiano per
mezzo a quei musulmani medesimi più di loro modesti, restammo due giorni. Il Coffin del quale
parla Salt nel suo viaggio e che da semplice marinaro inglese era divenuto padrone di più villaggi,
trovavasi ivi e venne a visitarci. Ci regalò del mele e due montoni dopo avergli dato da bere
dell’acquavita che egli aveaci cercata, e tre fazzoletti dei quali, come ci fé comprendere tirando
fuori il suo, che era lacero e succido, ne avea grande bisogno.
   Riportossi i suoi regali non avendo noi che uso farne in quel momento promettendoci che il
seguente mattino sarebbe venuto un suo domestico per portarceli di nuovo, ché il buon uomo
dimenticò di fare e noi più vedemmo né il suo mele, né i montoni ed ebbe anche la compiacenza di
disporre gli animi di coloro che doveano fare gli animali nuovi per proseguire il cammino, che non
potemmo averli per meno di cinquanta talleri detti della regina, che è l’unica moneta che qui corre,
mentre prima eransi contentati per trenta quattro.
   Ciò non pertanto la straordinaria devozione che tutti dimostravano alla Santissima Vergine,
quelli che ebbero da noi delle medaglie miracolose ci avevano quasi determinato a fissarci in

questo paese per incominciare in esso la nostra missione. Era consolante il vederli quelli Abissini di
ogni grado colla medaglia al collo sospese, dirci ovunque ci incontravano: siamo cristiani; e quelli
altri che non ne aveano ancora ricevuto venirsene in sì gran folla e sì fortemente gridando
per averne essi pure: siamo cristiani, che avrebbe infastidito chiunque non fosse stato disposto a dar
fin cento volte il sangue per la gloria di questo nome. Quella chiesa poi sulla quale avevamo veduto
piantata la croce era un simbolo vivo e parlante dello stato miserabile al quale l’eresia avea fatto
discendere quella cristianità. Un vecchio quasi nudo e che dichiaravasi per l’unico prete del paese,
era il solo uomo che viddi tutte le volte che vi passai vicino a quelle basse e cadenti porte che
chiudevano l’ingresso d’una chiesa, affatto simile ad una delle peggiori nostre stalle.
    Il sig.r Sapeto, della nostra Congregazione, del quale la provvidenza erasi servito per
nuovamente e per vie quasi prodigiose aprire una missione in questi paesi, aveaci scritto al primo
avviso del nostro arrivo in Abissinia, sarebbe tosto venuto ad incontrarci per rendere facile
l’ingresso in un paese ove fra le altre leggi ha quella della pena di morte pei preti cattolici che vi
giungono di nuovo, ed intanto non ancora compariva né egli, né la risposta ad una lettera che per un
espresso gli avevamo mandata. La sua ultima lettera scritta in Europa e che il signor Durando,
Visitatore della provincia di Genova112 ebbe la compiacenza di farmi vedere a Turino, dicea: che era
grandemente ammalato pel veleno propinatogli. In Massauah, un cotale che dicea di conoscere il
signor Sapeto, aggiugneva che trovavasi al momento nei dintorni di Gondar. Tutti questi incidenti
mi fece prendere la risoluzione che ai compagni sembrava azzardosa, ma che era l’unica da
abbracciare, di staccarmi dalla loro compagnia e col mezzo di un buon mulo tentare di precederli di
qualche giornata in Adova, per avere tempo da considerare il partito da prendere nel caso che non vi
trovassi il sig.r Sapeto, primacché l’arrivo del bagaglio avesse messo in rumore la città. Persuaso
che vi fosse alcun pericolo in questo, non eravi alcuna ragione da esporre piuttosto i compagni che
me stesso, mi staccai difatto da loro e mi incamminai innanzi e coll’aiuto del Signore senza avere
nulla sofferto giunsi ad abbracciare in Adova il Sig.r sapeto che per essere stato ammalato non poté
né venirmi incontro né rispondere subito alla nostra lettera.
    La vallata di Golzebbà, per la quale passai il primo giorno, presentava in tutte le sue estensioni le
singolarità geologiche la più rimarcabili in quei (fianchi) tutti chiusi da monti di un quarzo bianco
come la pietra calcarea che a guisa di muraglioni di un’estraordinariamente grande e sublime
edificio con un medesimo disegno ed al medesimo livello le girano d’intorno, lasciando all’oriente
un’apertura che per la giacitura del sasso tagliato a picco e per le pietre grandi ed uniformemente
tagliate ingombrano il cammino è piuttosto simile ad una porta chiusa di smisurata grandezza che
all’accidentale apertura di un sasso enorme, chi cammina per quelle tre miglia che

ha di lunghezza, sopra la larghezza ove più e ove meno ampia, sente quelli stessi sentimenti nascersi
nell'animo che si sperimentano da chi cammina per le rovine di Lussor e di Dondara in Eggitto ed
in quelle del Colisseo in Roma, quando lei voglia immaginare questi sentimenti come
immensamente aggraditi. Quivi trovasi la riviera del pianto come dice la parola amarica che
l’esprime, ove vengono dal vicino deserto del Semen gli elefanti per rimanersi tra quella
meravigliosa vegetazione.
   Al considerarsene tutta la costruzione dà da pensare che enormi montagne ribassate da cause
naturali abbiano dato luogo a quei grandi ripianati pei quali come da una all’altra cammera di un
distrutto edificio conviene che passi chi viaggia pel Tigré.
   Il villaggio di Belluia, come pare che chiamasi, fu ove allogiai la sera presso un individuo assai
cortese: ebbe a passare ben lungo tempo primacchè la curiosità della sua famiglia e dei suoi vicini
nel considerare ciascun bottone, ciascuna minuzia dei miei abiti. La notte che in buon ora
sopraggiunse, credea che mi avesse liberato da queste noie, quando mi viddi sopra un vecchio, il
capo deella famiglia, con un grande nappo di latte fresco e che per farmelo tutto bere, me lo
avvicinava con forza alle labbra, mentre un suo figlio mi tenea fermo per la testa così che non
avessi potuto sfuggire; tutto questo avveniva nella più fitta notte ed ebbi a faticar bene per salvarmi
da queste crudeli cortesie dei miei buoni ospiti che rimasero al partire che fui il mattino sì contenti
di me come io di loro.
   A Kuzat, ove giunsi la sera, fui il vero terrore dei fanciulli di quel villaggio, che al vedermi
fuggirono, credendomi un arabo colà giunto per menarli in schiavitù. L’oste non mi stimò degno di
entrare nella sua casa e mi lasciò sul primo ingresso della sua stalla dove col lume di pochi stecchi
accesi mangiai la polenta che mi mandò e dormii tranquillamente fino a giorno in compagnia di
moltissimi insetti, oltre agli animali grossi che vi erano in gran numero.
   Ero io tutto chiuso ancora nel mio grande mantello pel freddo grande della mattina, quando
giunto ad una riviera viddi che il mio domestico gettato via il suo “quaré”, il “tobù”, e tutto nudo
entrava in quelle acque ghiacciate quasi, e lavatosi tutto, non so per quale lordura contratta secondo
la superstizione del Corano che professava, ne sortì lieto come da un festino. A qual prezzo, allora
dissi, compra questo giovane un'effimera tranquillità di coscienza mentre molti cattolici ricusano di
procacciarsene una vera nel bagno della penitenza!
   Tutto il viaggio di questa giornata fu un camminar continuo sulle coste ricoperte di gelsomini, di
quelle graziose montagne, per villaggi ripieni di movimento per la ricolta di cereali e su per le
112
      Si intenda “provincia” religiosa, vincenziana alla quale il Sapeto apparteneva.
riviere di acque chiarissime. La più grande di queste è la riviera d’Unghià ove l’esercito d’Ubbié
tennesi qualche tempo accampato nel tempo della guerra che ha fatta ai figli di Sabagado.


    Alle tre della sera fui a Molluesatò, villaggio a quattr’ora lontano da Adova, ove presi
alloggiamento in una casa d’un grande musulmano che avea tutte le apparenze della più alta
miseria. Il sito più nobile era quel poggiuolo di pietre fabbricate col loto, su del quale mi convenne
dormire nel medesimo tempo che su di essa una mula mangiava la sua razione di fieno. Non
appena giunto mi presentarono del latte da bere, e poi del mele bianchissimo allora allora tolto
dall’alveare ed espressamente per me una magnifica scodella di pulenta per mangiare. Provveduto
di sete e di fame bastante, come io era, mi ci accomodai volentieri, mentre quei semi barbari mi
faceano cento interrogazioni su cento differenti argomenti, che nel medesimo tempo facea
conoscere il loro carattere curioso e la loro profonda ignoranza. Attorno del fuoco che accesero la
sera, erano seduti per terra i padroni ed i servi ed io solo fui pregato a rimaner in mezzo a loro
seduto sul poggiuolo del quale ho parlato or ora come in un piccolo trono per dare risposte e per
dicifrare questioni nel tempo che si mangiava da tutti il granone fresco e cotto sulla bragia. Tra il
mussulmano di fatto ed il religioso eutichiano ospite al par di me in quella casa nacque ben tosto
una quistione teologica. Il turco: non vi è, dicea, che un sol Dio. Tu mentisci per la gola, rispondea
l’eretico. Gli Dii solo tre. Esposti i loro (argomenti), ambidue si rivolsero a me per chiamarmi a
decidere sulla questione, dandomi essi campo a parlare sull’Unità e Trinità di Dio secondo la fede
cattolica della quale restarono ammirati ambidue e che mi fecero concepire le più belle speranze per
la conversione d’una gente sì disposta ad ascoltare la verità.
    Resi contenti quei buoni ospiti di me con regali e ringraziamenti che loro feci. Di grande mattino
fui sul proseguire il mio viaggio.
    Alle 4 della sera del 29 novembre113 era qualche miglio lungi da Adova; ad una piccola voltata
della strada mi trovai d’un tratto di fronte ad un bianco che sul suo mulo venivasene alla mia volta.
    Statura piuttosto bassa, nutrito sufficientemente della persona pallido nel viso per la sofferta
malattia; barba non lunga ma dalle basette al mento regolarmente stendea i rossi peli; fronte quadra,
occhio vivo e piccolo sotto di un ciglio biondo come i lunghi capelli, con il mantello bianco
abissino sugli abiti europei, colla testa coperta di Tarbuscio arabo. Quest’uomo al primo vedermi:
E’ lei forse il servo del signor Lefebre o il sig.r Montuori. Né l’uno né l’altro allora risposi. E lei è
Sapeto…e lei de Jacobis… allora scesi a terra, sperimentai quelle indicibili consolazioni di chi
ritrova ed abbraccia un caro ed incognito suo fratello su d’una terra straniera dopo i pericoli ed i
disagi di un lungo camminare. Che siane estremamente benedetto il Signore, autore di ogni
consolazione come questa grande, santa e vera. In mezzo ad i Signori Lefebre e


Petit114 che ebbero la compiacenza di venirmi ad incontrare, entrai in Adova con un lenzuolo gittato
sul capo e sulle spalle all’uso del paese per non essere riconosciuto.
   Giunti due giorni dopo e felicemente i compagni colla bagaglia ci recammo al campo dell’Ubié
che dopo la morte di Sabagadis è restato padrone del territorio che estendesi da Massauah al
Semen per (salutarvelo) come padrone del paese nel quale siamo 115. Fummo ammessi nella sua
tenda costruita con rami d’alberi, che toltone l’ambiezza ed un poco di disegno era per tutt’altro
simile ad una capanna per gli armenti. Nell’angolo più oscuro di questa regia singolare e su di un
poggiuolo guarnito di tela rossa, e su di un tappeto disteso per terra, era seduto l’Ubbié di bella e
maestosa fisionomia. Fatti i convenevoli saluti, ci sedemmo per terra dinanzi a lui su quel
medesimo tappeto ove sedevano i grandi del suo regno. Una tela in oro, un'altra di seta, delle

113
    Giustino che, ormai in Adua da un mese e poco più, scrive nei primi giorni di Dicembre; a questo punto importante
  della sua cronaca avrebbe dovuto scrivere giustamente un 29 Ottobre.
114
    Anche essi studiosi e viaggiatori.
115
    Cfr. “Diario” pag. 7.
Tabacchiere, delle collane di magaritini uniti ad un calice di argento per la sua chiesa ed al
bellissimo quadro della Vergine della Visione, furono gli oggetti del dono che gli presentammo.
Quella graziosa figura della regina degli Angeli dalle cui mani scendono raggi luminosi, collocata
in un quadro dell’altezza di otto o nove palmi, di fina doratura, attirarono gli sguardi di tutti, ottenne
le ammirazioni del re Ubbié e procacciò a noi la grazia pienissima di questo principe che ha
spiegata su di noi una particolare protezione, sebene non ci avesse ancora accordato il libero
esercizio del culto cattolico116.
   Trattenutici lungo tempo a parlare con lui di molte cose, fummo licenziati colle più obbliganti
maniere.
   Sarebbe una circostanza assai rimarchevole quella di vedere i missionari cattolici sì bene accolti
per il culto che prestano a Maria, in un paese donde furono discacciati i protestanti per la ragione
contraria.
   Questa, io dicea, sarebbe veramente un assai rimarchevole circostanza quando i motivi pei quali
i missionari inglesi furono rimandati, fossero stati quelli in verità, che più giornali hanno pubblicato
in Europa.
   Pio settimo, a coloro che gli consigliavano a far del male agli inglesi essendosene data
l’occasione, rispondea che gli inglesi non doveano aspettarsi da lui che benefici; dacché
consideravasi sempre essere loro padre quantunque quelli ricusassero di dichiararsi suoi figli. Noi
che ci facciamo qui un dovere di camminare sul medesimo principio del santo Pontefice ci serviamo
dell’opportunità che abbiamo qui a conoscere la verità dei fatti per giustificare e non per
condannare i nostri fratelli e ministri inglesi. Questo paese veramente non potea essere gran fatto

contento della religione che essi predicavano pel sommo attaccamento che essi hanno al culto della
Vergine, della Croce e dei Santi; erano però bene edificati per la condotta loro irreprensibile sul
rapporto dei costumi e sulla condotta lodevolissima su quello delle grandi elemosine che faceano.
L’Ubié rimandandoli fu tanto lungi dal prendere un’aria di giudice che fece anzi delle scuse con
loro, dicendo che non potea opporsi all’opinione pubblica. Del rimanente debbe confessarsi che
poi la persecuzione non fu sì violenta che avesse resa impossibile o pericolosa la loro presenza in
Abissinia quanto per effettuarla avessero adoperato tutti i mezzi che restavano a sperimentare, che
erano facili e molti. Ho insomma conchiuso che il signore Isemberg coi suoi compagni, uscì da
Adova piuttosto perché il volle e non perché vi fosse astretto. Se dovessimo credere alle
pubblicazioni di ogni specie, dice l’inglese Bork, parlando del clero cattolico francese, saremmo
indotti a crederlo una specie di mostro. Viaggiando poi io in Francia, ho osservato essere tutto il
contrario. Io rendo questa medesima giustizia ai ministri inglesi che avanti di me sono stati in
questo paese.
   Una legazione di signori abissini accompagnati dal signor Lefebre è spedita da questo re a Luigi
Filippo re dei francesi, affine di chiedergli la sua amicizia, e di proporgli Anfila con quasi tutta la
costa di mare di quelle vicinanze, per stabilirvi una colonia francese117.
   Questa determinazione del re del Tigré è senza dubbio la più grande benedizione che il Signore
abbia dato alla nostra missione in Abissinia.
   Vado a scrivere a tutti quei personaggi di Francia e di Roma che ho l’onore di conoscere e che
ponno molto fare pel buon esito di questo affare sì interessante. Noi qui, poi, pel bene della
medesima missione siamo obbligati a separarci. Il re dello Scioa domanda uno di noi e a questo
effetto ha spedito fino a Gondar la sua gente per rilevarlo. Il sig.r Sapeto che per la cognizione delle
lingua di questi paesi e pel suo spirito è capace di bene incamminare i più difficili affari,
intraprenderà questo viaggio di quasi due mesi pel bene del cristianesimo. Il signor Montuori va a



116
    Si deve aver presente che già da più di un anno il Sapeto risiedeva in Adua e con molta accortezza e fatica si era
  guadagnato buone relazioni con Ubié, il clero locale, la gente.
117
    Un interesse di Giustino a riguardo è testimoniato dalla prima oagina del suo “Diario”.
stabilirsi a Gondar per meglio istudiarsi la lingua e per considerare le vie più opportune a fare del
bene nelle tribù più vicine a questa capitale dell’Abissinia118.
   Io poi mi rimango per ora in Adova come il più inetto alle generose intraprese ed a solo fine di
meglio istabilire la nostra corrispondenza coll’Europa e di adoperarmi allo stabilimento della
colonia francese in Anfila. Avrei molte cose a dirle su questo paese in riguardo alla storia naturale e
civile ed ai costumi, che potrebbero molto interessare gli europei; avrei delle iscrizioni ad inviare
che potrebbero essere assai bene accette dalla gente letterata; ma accorgendomi che questa lettera è
andata di soverchio in lungo, mi riserbo a meglio preparare questa materia per poi inviarla in altra

occasione conchiudendo per ora col dire che noi ci portiamo tutti bene per grazia del Signore e che
imploriamo il soccorso della preghiera dei nostri confratelli nella fede e nella carità con dirmi
sempre.
   Adova 5 Dicembre 1839
   U.mo e Obb. Servo vostro
   Giustino de Jacobis C.M.




Data: 07.12.1839
a:    P. J.B.Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Adova 7 dicembre 1839

Signore e carissimo confratello119

La grazia di nostro Signore sia sempre con noi.
    Il signor Lefebre, ufficiale della marina francese e inviato in Abissinia dal governo della
medesima nazione è la rispettabile persona che vi porta e della quale io vi parlo (in questa) lettera
che vi indirizzo. L’insediamento di una colonia europea in Abissinia per affari politici, è stato
ritenuto sempre come un affare sicuramente degno di attenzione (da parte) delle più grandi nazioni.
Se, di fatto, non (mi) sbaglio, (a riguardo) di quasi tutti i viaggiatori che hanno scritto su gli affari
dell’Abissinia, bisogna dire che lo scopo ultimo delle spedizioni che hanno fatto gli inglesi dal
tempo di Bruce fino a Salt “par Valence et Paeric (sic)” in Abissinia, non è stato altro che quello di
cui adesso vi parlo. Salt, dopo le esplorazioni che aveva fatte accuratamente lui stesso, diceva che
quella di Anfila era la zona più comoda per stabilirvi una colonia inglese. E se la Provvidenza non
ha ancora permesso che il progetto di questo erudito non si sia ancora realizzato, penso che tutto
questo accade per dare comodo di stabilire là una colonia alla nazione che porta avanti sempre
insieme gli affari politici con le imprese della religione cattolica, e che ha tanti mezzi per rendere
socievoli coloro che non sono ancora civilizzati.
    Di questa affermazione ecco la prova la più lampante nel fatto seguente. Il signor Lefebre che
onora la sua patria e la sua religione con la luce del suo spirito e con i suoi costumi irreprensibili, ha
concepito il progetto di procurare alla Francia un insediamento nell’isola di Anfila che per la sua
posizione geografica e politica è senza dubbio il luogo più (opportuno) in tutta l’Abissinia per
stabilirvi una colonia francese che sia nel tempo stesso utile al commercio ed alla religione
cattolica. Questo progetto, pertanto, lungi dal rassomigliare ai progetti chimerici di colui il quale

118
    Per l’argomento cfr. “Diario” pagg. 31; 38 ss.
119
    Il signor Etienne, a Parigi. Traduzione dal francese.
  Parte di questa lettera è detta in lingua italiana da Giustino nella prima pagina del suo “Diario”. Qui viene data una
  traduzione letterale dell’originale.
cercava d’avere dei regni su la Luna, al contrario è un affare tutto fatto per l’attività, l’interesse, la
sagacia dei signori Lefebre e Sapeto. Il modo di agire senza alcun biasimo di questo nostro degno
confratello e le sue amabili qualità, da una parte, e la prudente condotta dall’altra del signor Lefebre
e dei suoi compagni, ed io aggiungo ancora, la viva e forte impressione che la vista del quadro della
santa vergine ha fatto sul cuore dell’Ubié, che al presente è colui che dirige tutto il Tigré, hanno
così ben disposto questo principe verso di noi che non ci sa più rifiutare niente di quanto noi gli
possiamo domandare.
   Pochi giorni dopo il nostro arrivo qui, i signori Lefebre e Sapeto gli hanno presentato una carta
nella quale avevano scritto i punti seguenti, e cioè: che Ubié farebbe dono al re di Francia


dell’isola d’Amfila per dargli la possibilità di stanziarvi una colonia d’operai della sua nazione; che
il su detto stanziamento (messo a punto), tutto il commercio (con) l’interno dell’Abissinia non si
farebbe più con i mussulmani a Massauah, ma ad Amfila con la nuova colonia; ed infine, per fare
accettare questo (progetto) al re di Francia, Ubié avrebbe inviato degli ambasciatori con lo stesso
signor Lefebre e con doni del paese.
    Ebbene, signore, questa carta stessa, così favorevole fu firmata in tutti i pinti da Ubié che in
pratica invia in Francia gli ambasciatori con Lefebre e doni che convengono alla dignità del Re dei
francesi; ed il signore che vi porta questa lettera è lo stesso signore del quale i meriti lo hanno
messo a capo della delegazione abissina.
    Fino a questo momento, ecco signore ciò che lo zelo, l’illuminata intelligenza, la virtù hanno
potuto fare di meglio per il bene della missione già qui stabilita. I vantaggi che da una colonia
francese vengono alla nostra missione sono evidenti e molti.
    Con questo (insediamento coloniale) ecco una chiesa per noi, aperta al culto pubblico che fin’ora
è qui proibito ed un luogo di rifugio nella persecuzione di cui (l’avvenimento) è facilissimo.
    Ora spetta a voi, al vostro zelo per la religione, al vostro delicato amore che avete per noi e del
quale non dubitiamo, di ultimare così bella opera di tutti i mezzi che il vostro spirito e le vostre
conoscenze vi offrono.
    Ho scritto le medesime cose al signor l’eminenza il Prefetto di Propaganda per impegnarlo a
servirsi di tutto il credito che il Sovrano pontefice gode presso il Re dei Francesi per il buon esito di
questo interessante affare. Ugualmente ho scritto a monsignor l’Internunzio che è a Parigi. Spero
che tutti (questi) personaggi così dotati di potere, di illuminata intelligenza, di virtù, (cioè):
Fransoni, l’Internunzio, Voi, otteniate quanto noi vi abbiamo chiesto.
    Una lunga lettera con le informazioni del viaggio in Abissinia l’ho indirizzata al signor Guarini
di Roma, scritta in italiano e che non ho potuto tradurre in francese per la partenza immediata del
signor Lefebre, ma che il signor Guarini vi invierà tradotta, come l’ho pregato di fare, al più presto.
    Aggiungo qui semplicemente la nota del denaro che mi avete dato voi di persona e per mezzo del
signor Franche, assieme a quello delle spese che abbiamo fatto, nel tempo stesso che vi prego di
presentare i nostri rispetti al signore il Superiore Generale e che mi credete sempre e nell’amore di
N.S.
    Vostro umilissimo ed affezionatissimo
        (Servo e Confratello)
    Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.

   Nota delle spese                                              Tallari
   Abiti europei ed arabi per tre                                  140
   Medicine                                                          60
   Regali per gli Abissini                                         110
   (Strumento) in ferro per le ostie                                 15
   Regali ai Padri di Terra Santa                                    18
   Barca per il Nilo                                                 25
          Cammelli per il deserto                                        40
          Barca da Cosseir a Djeddah                                     30
          A Massauah                                                     42
          Cammalli da Massauah a Taranta                                 60
          Viaggio del Medico                                             30
          A Dixa                                                         40
          Viaggio da Parigi a Roma                                       50
          A Adova                                                        60
          Dragomanno                                                     60
          Al maestro d’arabo                                             30
          Barca da Sira a Noxia                                          10
          Vettura da Roma a Civita Vecchia                               10
          Utensili di cucina                                             20
          Letti tre                                                      70
          Due mesi di spesa per la casa                                  80

          Ho ricevuto Franchi
          Dal sig. Etienne                             1500
          Dal sig. Franc                               6000
          Totale in Tallari                            1300
                                                                         _________
                                                                         990120
                                                       990
                                                       ________
          Resto                                        310

-             girate la pagina, prego.

       Ancora una parola. Se avete la compiacenza di inviarci degli oggetti, li potreste confezionare in
    piccole casse di cui la più pesante sia di 40 libbre. Ed a preferenza di tutte le altre (cose), sono qui
    ricercate le (pezze di stoffa) per i Re121 dei paesi ove andremo a stabilirci; con immagini della
    Vergine e di s. Pietro, in ferro122; dei drappi in seta, in (oro) ed in sasin (?) d’India; i colori siano
    molto vivi. Infine dei rosari e delle crocette.


    Data: 08.12.1839
    a:    P. Fiorillo c.m.
    in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

    Molto R.do Signore e P.ne Oss.mo123

       Sono alla fine in Adova col Signor Sapeto, ove per quasi direi una miracolosa protezione del
    Signore siamo giunti senza alcun sinistro accidente. Non vi è viaggiatore che quantunque bene
    accompagnato di armi e di armati, non abbia incontrato dei cattivi punti in un paese nel quale le
    fiere sono moltissime e gli uomini più delle fiere da temersi; e noi di tutto sprovveduti fuorché della
    protezione del Signore; abbiamo le membra tutte sane e la borsa, quantunque smunta, pure non mai
    tocca da altra mano. Benedica lei con me, che l’amo, sì cara provvidenza che ci protegge.

    120
        Rifacendo la somma, questo totale ammonta a 1000 e non a 990.
    121
        Si intende meglio dicendo Ras.
    122
        Si vorrebbe intendere: medaglie?
    123
        E’ il signor Fiorillo, a Parigi.
   Nonappena qui giunto ho conosciuto che l’abbandonare l’Italia colle sue bellezze, era un
sacrificio da poltrone quando ci convenne far l’altro del separarci, dopocché la fraterna carità
avvalorata dalla condizione del paese inospitale nel quale siamo, di tre ne aveva formato un sol
cuore. Ecco il sig. Sapeto, che io ho trovato più grande, più amabile e più virtuoso di quanto avessi
potuto immaginare, che va da quarantacinque giorni lungi da qui per accorrere alla domande del Re
di Scioa e per aprirsi nuove vie alla propagazione del Vangelo; ecco il Sig.r Montuori che per essere
l’unico compagno della giovinezza erami divenuto piucche mai dolce, va a stabilirsi nel Gondar per
ispezionare i siti più atti all’evangelico lavoro, mentre orbo, com’essi, di compagni, rimanco come
uno scomunicato ad Adova col solo piacere di dire qualche volta coll’Apostolo: amo d’essere
scomunicato per Gesù Cristo.
   Ed a che fare? Ad avere aperta la corrispondenza con l’Europa; a proteggere per quanto più
potrò la novella colonia francese che aspettiamo che venga a stabilirsi in Anfila, come lei saprà dal
Sig.r Lefebre, Officiale di marina, spedito in Abissinia dal governo francese e che ora dall’Abissinia
recasi presso quel governo per fargli la proposizione la più comoda per gli interessi del commercio
francese e la più utile alla missione cattolica che quivi esiste, per dire al Re dei francesi che il
Padrone di tutto il Tigré dona ai francesi Anfila per istabilirvi una colonia e per fare il commercio
esclusivo coll’interno del suo regno. Questo è il più bel miracolo che abbia fatto la Vergine
Beatissima quanto colla sola veduta del suo bel quadro ci guadagnò in tal modo il cuore di questo
Decesmarco124, come chiamasi il Re del Tigré, che non sa nulla negarci. Su questo proposito ho
scritto al Segretario Mr. Cadolini, all’Internunzio di Sua Santità a Parigi, ed al sig.r Etienne per
unire quante più forze potessi unire a bene trattare l’affare della colonia francese in Anfila. A lei
non dico parole; perché son sicuro, come di me stesso, che sarà tutto fuoco presso il cardinale
Prefetto di Propaganda, presso il Santo Padre, al sig.r Etienne colle visite, colle parole, collo scritto


per procurare, nello stabilimento della colonia francese in Abissinia, ai suoi poveri fratelli un rifugio
nel di lei seno quando la rabia di queste volubili genti volessero iscuoiarli e disossarli.
    Avea scritto una lunga diceria sul nostro viaggio in Abissinia, in Italia col pensiero, di poi recarla
in francese e di mandarla al Sig.r Etienne che domanda di queste cose come l’acqua l’assetato. Ecco
un subito moto ed il sig.r Lefebre parte senza che io m’abbia avuto il tempo di tradurla o ripulirla.
Che ne avrei fatto…Vedo la bella pensata che l’è saldata in capo, mi dirà con raggione, quando
sente che ho pensato di mandarla a lei, dopo di avere scritto una letteruccia in francese al sig.r
Etienne nella quale gli dicea che forse il sig.r Guarini le avrebbe mandato una lunga lettera tradotta
forse,…perdoni…tradotta in francese. Che superbia! Ha ragione; mi batta come vuole; ma se
puole…all’ultimo la potrebbe mandare al sig. Fiorillo che certamente la tradurrebbe per contentare
il sig.r Etienne.125
    Dia buone nuove di noi ai Signori di Roma, di Napoli e di tutto il mondo come io le aspetto e le
dò a voi. Saluti a tutti; da tutti chieda per noi aiuti di orazioni e ci creda sempre sempre nel cuore di
G.C.

      Adova 8 Dicembre 1839
      Il suo de Jacobis




124
    Dopo aver fatto un po’ l’orecchio al parlare locale, il De Jacobis scriverà, più o meno italianizzando, Deciasmaccio o
  altra piccola variante, invece del corrente odierno Deggiasmacch, titolo nobiliare.
125
    E’ difficile, da come giace lo scritto, ricavarne il pensiero di Giustino. Forse egli vuole rammaricarsi di aver inviato a
  Roma, al sig.r Guarini, una lettera che meglio, praticamente, andava indirizzata a Parigi, al sig.r Fiorillo, italiano,
  perché fosse data, tradotta, al sig.r Etienne.
Data: 20.02.1840
a: P. J.B. Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Adouah126 20 febbraio 1840

Signore e carissimo confratello127

La grazia di Nostro Signore sia sempre con noi.
Credo bene che qualcuna delle mie lettere che durante il mio viaggio e (dopo) il mio arrivo in
Abissinia vi ho scritto molto di frequente, sia infine arrivata fino a voi, L’ultima è stata quella che vi
ho inviata tramite il sig. Lefebre. Ora mi limito a scrivere qualche parola di quanto ci è capitato da
quel tempo là fino al presente.
    Prima di tutto il sig.r Fresnel, agente consolare francese ultimamente stabilito a Djeddah, è il più
gran vantaggio che, come credo, il vostro zelo, Signore, ci ha procurato. Già ci ha fatto sentire il
beneficio di quelli che godono della protezione del governo francese per quello che egli ha fatto a
riguardo del Caicaman di Massauah, presso il governo egiziano. Inoltre, l’insediamento di un agente
consolare anche a Zeila128, e di cui lo stesso sig.r Fresnel ha avuto la compiacenza di informarci, è
la seconda determinazione che merita il più alto ringraziamento di tutti i missionari di Abissinia per
coloro che ci hanno procurato così grande vantaggio.
La prima lettera che dopo il mio arrivo mi sia giunta da Parigi, è quella che voi avete avuto la
compiacenza di scrivermi in risposta a quella che io vi avevo scritto dalla Grecia. Per quanto piena
di rimproveri i quali, allontanandomi dal mio itinerario129, mi ero ben meritato, tuttavia questa
lettera stessa mi ha fatto gran piacere per le dolcissime informazioni che essa mi ha dato sul signor
nostro Onoratissimo Padre, su voi, su il signor Fiorillo il quale vi ha aggiunto di sua propria mano
molte cose affettuose e su quel mondo di santi, infine, in mezzo al quale voi avete la fortuna di
vivere e nelle orazioni dei quali, ugualmente che in quelle di suor Marta e di tutte la care (suore)
della carità, io spero molto per il bene di questi cristiani qui, tanto degenerati. Tutti i tre di noi,
siamo già dispersi per differenti punti di questo a metà barbaro ed a metà selvaggio impero
abissino. Questo sacrificio il più sanguinante dei nostri cuori era necessarissimo per stabilire
fermamente la missione cattolica in Abissinia, ove i missionari perseguitati ed anche cacciati di
quì130 avranno sempre altrove una terra di rifugio. Il signor Sapeto per il quale avevo ricevuto la
patente di vice-prefetto apostolico della Congregazione di Propaganda, per la missione che la
stessa sacra Congregazione ci ha affidato ultimamente, da Gonder, dove resterà il signor
Montuori, sta per andare presso il re dello Choa, di maniera che noi siamo piazzati in Adouah che
possiamo dire la porta, e nel cuore e negli ultimi confini di tutto l’impero131.
    Mi premuro di annunziarvi, Signore, che noi non abbiamo qui, al presente, neppure un solo
cattolico dichiarato. Per avere il tempo di studiare la lingua bene, i costumi del paese, e per non
mettersi in pericolo di chiudere per sempre le porte dell’Abissinia ai suoi compagni, il signor Sapeto
ha ben agito con non fare troppo rumore in questo paese. Il giorno di mettere le mani nella mèsse
sembra che sia giunto. Il signor Montuori che ha lavorato con un coraggio ed un ardore incredibile
126
    Giustino rende in francese il nome Adova, italianizzato e fino a questo momento usato.
127
    E’ il signor Etienne, a Parigi. Traduzione dal francese. Cfr. Diario pag. 63.
128
    Località nelle vicinanze di Massawa
129
    La comitiva di Giustino dovè fare sosta a Nasso, nel Mediterraneo. Cfr. Lettere relative a questo periodo. “Diario”
  pag. 200.
130
    Si può intendere: cacciati da un luogo.
131
    Per modo di dire; ma piuttosto: Adua, Axum, Gonder, e poco più a Sud; tutta quella zona, cioè, dove la vita politica e
  religiosa era più movimentata nel centro Nord-Est abissino.
(attorno allo studio della) lingua ed il signor Sapeto che già l’aveva molto bene appresa, sono già
sul campo per apportare ben grandi conquiste al regno dei Cieli. Io che sono il solo poltrone in
mezzo ai valorosi, mi sono occupato bene a tradurre in amarico ed in Tigrino il catechismo del
cardinale Bellarmino132, che mi darà facilità di dire molte buone cose alle poche persone che già
tutte le domeniche vengono da me per essere istruite. Si deve camminare a poco a poco. Al presente
non parlo ancora con molta facilità in abissinese e non ho ancora ben studiato il paese per muovere
passi ancora più grandi. Molto preti e monaci vengono da me ogni giorno e dei quali il buon Dio mi
ha fatto guadagnare la confidenza per mezzo dei rosari, delle medaglie che ho loro donato e che dò
sempre. Spero che le visite che mi sono proposto di continuare a fare 133 ai malati ed ai poveri di
tutta la città, saranno benedette dal buon Dio. A motivo che non siamo che tollerati qui, non mi è
permesso di dire pubblicamente la messa. Prima che venga chiaro, io ho già finito la messa, solo,
chiuso nella mia piccola camera tutta piena di topi i quali hanno il compito di svegliarmi di mattino
presto. Veramente la “Alga” che è il letto di pelle di vacca sul quale bisogna dormire ed i legumi
che bisogna mangiare qui assoluti e ogni giorno, non ci danno molto comodo per dormire lungo
tempo, per quanto io dorma tre volte di più che i miei compagni.
   I libri rituali di questa chiesa dei quali spero di farne ben presto una traduzione e che vi invierò,
non solo saranno una preziosissima (testimonianza) dell’antica liturgia orientale, ma ci
procureranno il giudizio che gli studiosi d’Europa daranno su la validità dei sacramenti che vengono
qui amministrati. Spero ancora di avere il codice preziosissimo sacro e profano per inviarlo a voi,
Signore, e con i quali voi potrete fare grandi regali ai più rispettabili di Parigi.
   Adesso vi dò conto dei motivi che mi hanno determinato a restare in Adouah mentre i miei
compagni sono penetrati più avanti.
   Prima di tutto a questo proposito devo confessare che il mio amor proprio ne ha sofferto molto.
Ma poiché mi ero (accorto) che i miei compagni non avevano gran piacere a restarci nel tempo


stesso che ambedue, veramente figli di s. Vincenzo mi dicevano: noi andremo dove voi vorrete; e
d’altra parte, sicuro che essi avrebbero fatto meglio il bene che me, io mi sono determinato a restare
qui dove è necessarissimo che resti sempre una persona per mantenere le comunicazioni con
Massaouah, per (ricevere) la colonia francese la quale, in seguito alla spedizione del signor Lefebre
è molto facile che venga; ed infine, ciò che è di più, per lavorare nei tre grandi regni del Tigré ove il
terreno (da lavorare) è più cattivo134, per questo non bisogna abbandonarlo alla mene del cattivo
Spirito. Per tutte queste considerazioni Adouah sarà sempre il paese nel quale converrà avere una
piccola casa per i missionari che in seguito verranno qui, per imparare la lingua.
   Prima di espandersi negli altri posti, ho già fatto il progetto di comprarne una con un molto
piccolo giardino. Ma non darò mai esecuzione a questo progetto prima d’intendere il vostro
consiglio e prima d’avere da parte vostra assicurazione che mi invierete dei compagni per studiare
qui la lingua; poiché, penso, che non abbiamo tempo da perdere.
   Ed allorchè il lavoro sarà cominciato, è necessario avere tutti disposti gli operai sacri per inviarli
e non permettere che la mancanza di missionari sia la causa di far ricadere i nuovi convertiti nelle
tenebre dalle quali sono usciti.
   Aggiungo qui una nota di libri che il signor Montuori desidera avere e di cui mi ha impegnato
pregarvene. Sono i seguenti.
   1° Una Bibbia in piccoli volumi. 2° Una Concordanza della stessa. 3° La Teologia del Billuard.
4° Le Opere di Boudrand. 5° L’insieme dei Discorsi di Lacoste. 6° il Catechismo dogmatico-morale
d’Endunier. 7° le Vite dei Santi, in francese rilegate in un solo volume.



132
    Cfr. “Diario” pag. 58 e relativa nota; pag. 64.
133
    Cfr. “Diario” pag. 99.
134
    In quanto centri della vita politica e religiosa.
   Il medesimo signor Montuori mi ha scritto da Gondar che vi ha richiesto molti oggetti per farne
dei regali ai grandi di qui; credo che la stessa richiesta egli (già vi aveva fatto) per il medesimo
motivo.
   Dopo tante richieste io sarei certamente indiscreto se vi aggiungessi anche le mie…Dopo
questo, sicuro che voi conoscete molto bene il tipo degli oggetti che qui sono apprezzati di più,
stimo meglio di rimettermi alla vostra liberalità. Soltanto vi prego di non inviare oggetti che
servono a fare regali, senza indirizzarli a me. Credo che questo sia molto necessario per evitare
profusioni mal fatte.
   La spedizione del signor Lefebre, ufficiale della marina francese ed inviato in Abissinia dal
governo della medesima nazione è stata essa considerata da tutti noi tre di così grande importanza
per la missione che io mi sono creduto autorizzato a fare una cosa che temo molto (sia marcata non
soltanto da) eccessiva confidenza nel vostro zelo e liberalità ed amore per il bene della religione, ma
ancora (sia) un fatto degno di ben grande castigo. Ecco, Signore, di che si tratta.

    Il signor Lefebre aveva duemila franchi in Alessandria; prima che la sua missione fosse
organizzata presso la corte di qui, egli aveva inviato un suo domestico per prelevarla. Tuttavia,
prima che il domestico con il denaro qui arrivasse, rimediato nella maniera che voi conoscete già,
gli fu necessario partire subito per non perdere la buona occasione e per impedire che il nemico del
bene non avesse fatto cambiar di opinione al Degiasmaccio Ubiè. Per il denaro che egli non aveva
per fare il viaggio, gli ho dato settanta tallari, per lui; cinquanta tallari per il signor Derods la bontà
di cuore del quale essendo uguale all’(incostante) carattere del suo spirito, ed alla (incapacità di
illuminarsi), il medesimo giorno in cui egli toccò l’Abissinia, prese la determinazione di ritornare di
nuovo in Siria.135
    Ma come poteva avvenire che il signor Lefebre avesse potuto non incontrare sul cammino il suo
domestico, come infatti è accaduto, io gli ho dato in più una lettera di cambio di tremila franchi per
il corrispondente del signor Dromel in Alessandria, nel tempo stesso che egli mi autorizzava a
prendere tremila franchi sul denaro che il suo domestico ha portato qui. Per questo, io ho preso in
Alessandria 9 mila franchi. Ecco, Signore, quello che io chiamo un grande crimine del quale non
potrei altrimenti chiedere perdono che sotto la considerazione dei motivi che mi hanno quasi
obbligato a (commetterlo).
    Ma poi, invierò il conto esatto di questo denaro, come ho fatto per l’altro che avevo già ricevuto.
    Faccio continuamente raccolta di notizie di ogni genere per scrivere delle notizie interessanti su
questo paese singolarissimo136 nel tempo stesso che io sono nella persuasione che voi facciate
ugualmente di grandi raccolte di preghiera tra i nostri confratelli e la Suore della Carità e degli altri
Santi che sono così (frequenti) in Francia per il bene della nostra nuova missione.
    Bacio le mani al signor Superiore Generale pregandolo di benedirmi sempre assieme ai miei
compagni, nel nome di Gesù Cristo e del nostro santo Padre.
    Bacio le mani ugualmente a voi, Signore mio grandissimo benefattore ed a tutti i Signori della
casa di S. Lazzaro, la nuova, mentre mi dico sempre nell’unione di preghiere

      Vostro umilissimo servo ed obbligatissimo confratello
                                              Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.



Data: 28.02.1840 137
a: Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

135
    Cfr. “Diario” pag. 32 e 203.
136
    Ecco, si può dire, una motivazione e lo spirito che ha originato il “Diario” del De Jacobis.
137
    Esiste altro esemplare della lettera in Propaganda Fide, III, 732-733
Eminenza138

La sua lettera onorevolissima del 13 Luglio 1839 e quella del P.Guarini del 3 Agosto del medesimo
anno, sono state le prime che mi siano giunte d’Europa dopo il mio arrivo in Abissinia. Ambedue,
nella supposizione che io avessi dovuto trattenermi più lungo tempo in Egitto, mi sollecitavano a
prestamente partire di colà, per recarmi sul campo del Padre di famiglia assegnatomi. I motivi che
mi si accennavano per determinarmici erano: perché nuove notizie, come l’Eminenza sua degnavasi
scrivere, sono qui giunte sulle favorevoli attuali disposizioni di quelle genti a rivenire al
cattolicesimo. Parta, dunque. E di più, come mi scriveva il P. Guarini, perché sua Eminenza il
Prefetto e monsignore Segretario mi hanno imposto ricordarle l’obbligo che ha di mandare qui
ragguagli veri. La sagra Congregazione sembra essere nel più vivo desiderio di avere notizie
veridiche dello stato della religione in quell’impero, dappoiché quelle che si hanno o sono assai
equivoche o contraddittorie , ciocché la mette in imbarazzo.
   Primacché ricevessi sì precisi ordini, io avea mandato più lettere alla sagra Congregazione nelle
quali avea omesso la relazione tanto da lei bramata sul rapporto dello stato positivo degli affari
religiosi in questo paese. Il pensiero di nulla dire su questo, che non fosse bene assicurato, da una
parte, e dall’altra la fastidiosa necessità nella quale le notizie che di giorno a giorno su di ciò
acquistava, mi mettevano a dovere in gran parte sminuire la consolante opinione nella quale è
venuta tutta l’Europa cattolica sulle lodevoli disposizioni degli Abissini in riguardo alla fede
cattolica; e dippiù la penosa necessità a scrivere relazioni in gran parte differenti che da individui
che io amo e venero moltissimo, aveano prima di me mandate a Roma. Ecco Eminentissimo, le
cause di quella mia colpevole omissione della quale la relazione che vengo ad umiliarle, sarà la
giusta emenda.
   Premetto per onore del vero, che l’arrivo in questo paese dei Signori Sapeto e Dabbadie ha
arrecato un marcato un vantaggio ben rimarcabile ai nostri affari, che quelli di Dio medesimo.
Quando i grandi pericoli che hanno corsi e le incredibili privazioni alle quali hanno dovuto
assoggettarsi non avessero fatto altro che semplicemente provare la possibilità di una novella
missione cattolica in un paese che a contare dalla sortita di frate Remigio da Boemia 139 per quasi
settanta anni non avea più veduto un sol ministro della vera religione, per questo solo si avrebbero
acquistato un titolo immortale alla riconoscenza di tutta la vera Chiesa. Ma io ho la vera
consolazione di riferire a sua Eminenza che sì pei larghi doni che il signor Dabbadie fece al
principe, come per le risposte apostoliche140 che diede in pieno concilio, come qui dicono, il
signor


Sapeto, in tempo che il concilio medesimo decretava l’espulsione dei missionari di altra
Comunione, ne hanno procacciato la grazia del principe medesimo e la benevolenza del popolo; la
tolleranza in riguardo ai preti e quello che è anche di più della semplice tolleranza, la buona
disposizione che in generale hanno i preti ad udire l’esposizione della dottrina cattolica. Sono tutti
questi veri beni dei quali godiamo e che ci permettono studiare tranquillamente la lingua ed i
costumi del paese; di crescere in numero, di spanderci per tutti i lati dell’impero, abbenché tutto il
mondo sappia che siamo cattolici e preti. Dippiù possiamo in privato disputare dolcemente e senza
contesa con avere la consolazione di sentire un Defterà141, per esempio, un Prete, o un grande, che
alla fine dell’amichevole conferenza confessa che la ragione è per noi; che veramente il successore
di s. Pietro sia il capo della vera Chiesa; ed altre simili consolanti confessioni che ci obbligano a
risponder loro: tu poi non sei molto lungi dal Regno di Dio. Tutto questo ha fatto Dio per mezzo dei

138
    E’ il cardinale Fransoni, prefetto della Congregazione “de Propaganda Fide” di un tempo.
139
    …………….
140
    Da intendersi: in accordo con la professione di fede cattolica.
141
    Maestro di canto liturgico.
Signori dei quali avea l’onore di parlare a vostra Eminenza, in quell’Abissinia medesima nella quale
dopo la sortita degli infaticabili ed illuminati Gesuiti, avvi la pena di morte fulminante precisamente
contro ogni prete cattolico che avesse in avvenire metterci più piede.
    Grandi beni, immensi beni sono riputati questi da chi versato come sua eminenza nello studio
della Bibbia e della storia del cristianesimo, conosce bene che la conversione dei popoli partecipa
all’economia della Redenzione anche in quello lentamente avanzarsi che fece verso di noi questa
Grand’Opera pel corso di interi ben quaranta secoli.
    E questo bene è nel medesimo tempo, il solo che io possa annunciarle dappoiché quelle
moltitudini di popolo che affrettasi a venire al seno della Chiesa vera o non esistono o sono ad ogni
uomo invisibili, dacché posso assicurarla che né io, né altri le ha mai qui vedute. E sono per ora sì
lungi dal chiedere un vescovo a Roma, che il principe del paese nel medesimo tempo che incaricava
il signor Lefebre di un’ambasciata pel Re dei Francesi, volea dippiù incaricarlo a chiedere al
Patriarca scismatico un Abuna142 e menarlo con seco al suo ritorno in Abissinia.
    Quantunque noi avessimo (carpito) questo momento per far comprendere al principe i vantaggi
provenienti dal chiederlo a Roma, piuttosto che ad Alessandria143, col dare per tutta risposta: qui si è
fatto sempre così, chiudeva tutte le nostre concepite speranze, ed il signor Lefebre ebbe bisogno di
tutto il suo spirito e di tutto il suo attaccamento alla religione dei francesi per uscire destramente
dall’imbarazzante richiesta.
    Un prete avvi qui che ha viaggiato in Gerusalemme e che d’altronde, per la sua condotta
lodevole fino al più alto punto cui possa esserlo quella di un eretico, gode e non all’intutto


indebitamente, un’universale opinione di grande bontà. Nel giorno del Tescar, o pubblico
banchetto144 che diede il vice-re a tutti i grandi e piccioli della sua provincia, volendo distinguermi
in un modo assai rimarchevole, mi fece sedere alla tavola sua, sul medesimo suo trono, in mezzo fra
lui ed il prete del quale le parlava. Questi ci ama molto; è quasi nostro; ci ha invitato in sua casa ed
io lo stimerei un assai opportuno soggetto ad essere promosso al vescovado ove si dichiarasse
apertamente cattolico, ed ove la passata sua eresia non impedisse tale promozione.
   Dappoiché sono d’opinione, che sottometto ai lumi dei miei maestri, che ogni altro che qui
giugnesse rivestito di questo sacro carattere senza avesse prima qui acquistato una grande opinione
di bontà, non potrebbe fare del bene; e d’altronde il bene che potrebbe qui fare uno degno del paese
è difficile aspettarlo da qualunque anche più degno straniero. Per altro non siamo ancora al caso ad
aver bisogno di un vescovo, mentre non abbiamo ancora un popolo cattolico; non abbiamo ancora
uno che professi pubblicamente la Verità. E mentre qui i musulmani, che veramente non sono tanti
quanti ne vorrebbe il Balbi nella sua Giografia, ma che sono sempre molti, mentre questi hanno qui
una piccola moschea, le proprie sepolture e la piena libertà di culto, noi, prescindendo dalle presenti
disposizioni favorevoli, non saremmo neppure tollerati, ed è sempre prudenza e tenerci in ogni caso
che riguarda il culto cattolico, in segreto; e sallo Gesù quanta paura mi fa ogni piccolo rumore
quando di notte ed a porte chiuse, celebro; perché mi hanno detto tutti i cattolici forestieri che sono
qui, che è niente difficile che vengano a sorprendermi in tal atto sacro; e che questo solo bastar
potrebbe a non solo farci discacciare, ma ancora a farci mettere a morte. Per la sola impossibilità
che provo a rimanere qui senza avere la consolazione di essere qualche volta da solo a solo con
Gesù per versare nel suo cuore divino tutte le pene e tutti i bisogni del mio cuore sì povero, questo
solo mi forza a celebrare con tale cautela per altro che sono moralmente sicuro di non essere affatto
esposto a compromettere la missione, né ad esporre i santi misteri alla profanazione degli eretici.
   A Gondar, capitale del fu impero, il capo dei preti ci invita a celebrare nelle sue chiese; vi sono
di quelli che amano sentire da noi l’esposizione della sagra Scrittura; qualche monaco chiede di far
da noi la sua confessione; pare, come mi si è fatto osservare, che voglia colà operarsi un grande

142
    Tradotto è: “nostro Padre”, cioè Vescovo.
143
    La Chiesa copta di Abissinia dipendeva dal Patriarca copto di Alessandria.
144
    Solenne commemorazione di un defunto.
movimento salutare. Ecco il più consolante che al già detto posso aggiugnere in riguardo a questa
novella missione.
   I due miei compagni sono colà sempre pronti a spiare il moto salutare di quelle acque per carpire
ogni momento propizio. Io qui mi sforzo a fare lo stesso aiutandomi con delle istruzioni cattoliche
e familiari; al quale oggetto mi giovo moltissimo della traduzione che ho quasi tutta


terminata di quella pregievolissima Dottrina Cristiana in Ghez del cardinale Bellarmino che trovasi
in Propaganda e che abbiamo tradotto in amarico145. Oltre a questo niente altro posso annunziare di
consolante al suo chiaro zelo, sulla mia cara missione; ma ho grande fiducia nella misericordia del
Signore che non voglia più permettere che io abbia ad inviare altre lettere umilissime in appresso sì
sfornite di edificanti novelle come questa che conchiudo dichiarandomi l’ultimo dei servi
dell’Eminenza sua e con chiederla della santa benedizione la bacio la sacra porpora e mi ripeto.

Adouah 28 Febraro 1840

                                                                      U.mo ed Obb.mo Servo (Vero)
Giustino de Jacobis Prete della Missione



Data: 29.03.1840
a:    Sig.a D. Elena dell'Antoglietta Fragagnano
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR


A sua Eccellenza
D. Elena Antoglietta dei Marchesi di Fragagnano
Italia – Napoli – Fragagnano
29 Marzo 1840

O.ma Signora e Figlia in Gesù Cristo

   Appena giuntami lessi tutta da capo a fondo la sua lettera che quantunque non fosse affatto
breve, pure non mi sembrò affatto lunga.
   Ora che vengo a rispondere alla medesima, la rileggo col medesimo piacere di prima quantunque
tutte le cose che mi scrive non siano di natura a far piacere. Il suo stile che si confonde nel trovare
espressioni bastantemente forti ad esprimere ciocché lei sente, non puole non può non fare la più
alta impressione sull’animo di un uomo che trovasi nel bel mezzo della più degradata parte della
razza umana e che dee prendere mille misure per non essere esposto o al soverchio affetto o all’odio
soverchio di un popolo di fanciulli per l’inghiaranza di ogni cosa in cui giace, o vecchio decrepito
pel barbarismo che lo deturpa.
   Io aspetto che il Signore si compiaccia verificare tanti buoni auguri che lei mi fa e che
procurarmi con le altrui e con le sue preghiere.
   I buoni segni di già appariscono e se il desiderio di vedere tostamente questa gente splendere di
vera luce non mi inganna, come potrebbe facilmente avvenire, pare che questo paese sia alla vigilia
pervenuto di un grande giorno. Quanto bramerei questa volta di essere profeta!



 145
    Cfr. “Diario” pag. 58, in Nota. Contrariamente alle supposizioni di quella Nota, qui Giustino afferma la presenza
   presso “Propaganda” di un esemplare “Gh’ez” del catechismo del Bellarmino.
   Le premure che poi si dà e che sono sempre gratuite non cessano dal riempirmi di confusione.
Ella non mi dee affatto nulla, nulla affatto; il ripeto per la millesima volta. Tutto è pura carità che
usa con me e con i miei. Nessuno verrà a farmi su di questo cambiare di opinione.
   Non posso esprimerle quanto dispiacere mi abbiano recato le novelle che riguardano mio
fratello………..Per altro adoro quanto Iddio dispone, ed in quell’affare la disposizione del Signore
appare assai chiara. Adoriamola tutti insieme.
   I turbamenti poi del suo spirito richiederebbero una lettera tutta apparte, quando non fossi sicuro
che il suo cuore sia ben fornito (di) principii sublimi che ha meglio attinti dalla Croce che dal
mondo è stato dalla Croce riprovato. Nella persuasione, poi, che i detti di paesi di uno il quale
trovasi sì lungi, come me, da cotesti paesi e che abita paesi sì strani, che questi (detti) possano fare
della forte impressione di chiunque, le ripeto pel solo bene dell’anima sua ciò che tante volte le
dicea. Sia, cioè, veramente di Dio. Il fine si appressa della misera vita e sarebbe troppo incomoda
cosa l’averci a trovare all’ultimo spiro sprovveduti o di sante opere o di amore sincero per Gesù
Cristo. Per uno spirito di tal carattere come il suo questa sola parola di edificazione è piucché
sufficiente a trasformarla in una santa per poco che si applichi a considerarla.


   A tutti quelli che ponno desiderare nuove di me abbia la compiacenza di dire che l’opera che mi
è stata da Dio affidata è grandissima e richiede lunghe, calde ed universali preghiere di coloro che
hanno la sorte di essere cattolici veri.
   La sua carità sempre mirabilmente ingegnosa quante volte trattavasi di beneficiare chi merita,
come me, sì poco di esserlo, adesso poi per accomodare gli affari di chi mi appartiene, par che sia
giunto all’eccesso. Su di questo mi taccio per non saper cosa dirle, fuorché espressioni di
riconoscenza, delle quali lei ne è ben sicura.
   Preghi per me come io prego per lei e facciamo in modo da poterci vedere nel Cielo. Io spero di
star fermo a questo ‘rendé vous’ (sic).
   La prego ad essermi interprete dei sentimenti di stima pei suoi illustri parenti e mi creda nel
nome di Gesù e di Maria.

      Adova 29 Marzo 1840

          Um.mo ed Obb.mo Serv.
      Giustino de Jacobis Prete della Missione




Data: 04.04.1840146
a:    Mons. Cadolini, Segretario della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide, III, 742-743

Eccellenza Rma


L'arrivo felice del Sig. Dabbadie in Adova credo che sia una novella degna d'interessare la Sagra
Congregazione di Propaganda Fide. Si è compiaciuto accettare per suo alloggiamento la mia casa,
ove lo veggo continuamente a speculare sui nuovi mezzi di fare maggiormente progredire la
Religione e le coscienze. Io prego Dio che voglia coronare di felice successo i suoi nobili
intraprendimenti.
146
      Cfr. Diario pag.70.
Fin dacche Egli era in Massaua ebbe la compiacenza di mandarmi anticipatamente il piego delle
lettere, che mi riguardavano, nel quale era il rescritto Apostolico sulla celebrazione della Messa
nelle Chiese degli eretici: la carta delle diciannove risposte della Sagra Congregazione ad altrettanti
dubii propostile dal P. Giuseppe Sapeto; dippiù cinque esemplari della istruzione degli Abissini
redatta a norma di quella progettata da Monsignore Lercari: due della formula di Fede di Papa
Urbano Ottavo per gli orientali volta dal latino nell'idioma Ghez; e finalmente le due lettere della
Sagra Congrregazione analoghe a queste preziose carte.
La sollecitudine pel bene della rinascente Missione Etiiope, che sì luminosamente manifesta la
Sagra Congregazione è stato per me grande argomento di consolazione e grande stimolo ad essere
tutto per la grande opera della quale sono stato dalla medesima incaricato. Iddio, in cui è ogni
paternità renda ai Padri Eminentissimi il degno compenso per la consolazione, e per la buona
edificazione, che degnonsi spandere nel cuore degli umili figliuoli loro.
Lo studio della Liturgia Abissina; la redazione sollecita della precisa ed esatta relazione sul valore
della Sagra Ordinazione Abissina specialmente del Diaconato e del Presbiterato, ed il parere sul
valore della versione del formulario di fede per gli Orientali di Papa Urbano Ottavo erano tre
comandi, che mi facea la Sagra Congregazione, e sono stati i punti più principali della mia
occupazione. Le umilio il successo del mio travaglio su questo proposito.
Tra poco tempo spero che con l'ajuto del Signore, possa mandare costà un lungo scritto della
Liturgia degli Abissini, sulla quale fò uno studio tutto particolare. Come attualmente noi siamo
dispersi per questi Regni, per eseguire i comandi della Sagra Congregazione, che chiedea il parere
mio, e quello dei miei compagni, sulla versione del Formolario di Papa Urbano, così ne ho mandato
una copia ai miei Compagni. Le mie note su della medesima sono compite. Aspetto quelle dei
Compagni, che no tarderanno molto a pervenirmi, per mandarle costà tutti insieme. La relazione
finalmente, sul valore della ordinazione, e specialmente quella del Diaconato e del Presbiterato, ho
la pena di umiliarle, che non è opera, che possa in alcun modo in questo paese eseguirsi.
I libri rituali in idioma Gheze, che è il solo idioma della Liturgia Abissina, sono qui mancanti tutti
di quella parte, che riguarda la Sagra Ordinazione. Il Vescovo Abissino, che da San Frumenzio fino
all' Abuna Chirillos, ultimo Vescovo qui giunto, ha sempre seguito la Sagra Ordinazione, secondo
la Liturgia Copta. L'ignoranza poi, che con l'Eresia è qui radicata nel Vescovo, nel Clero, e nel
popolo è stata in tutti i tempi sì grande, che ora non trovasi qui, non dico un uomo che intenda, ma
neppure un rigo di scritto su quell'antica lingua Egiziana. Delle ordinazioni poi tenute qui, come è
probabile, dai quattro Patriarchi Portoghesi Cattolici Gesuiti non rimane affatto vestigio. La
tradizione, infine, dopo di averne detto, che il Vescovo qui consagrava i Diaconi dopo una specie di
esame, e con spandere una benedizioni su tutti i candidati, e soffiare sopr'essi, si tace su tutto il
rimanente, ed obbliga chiunque intraprenda a scrivere disertazioni su tali Sagramenti a tacersi
egualmente. In tale caso pare, che il solo Vescovo Copto Cattolico, che è in Egitto possa dare
interessanti notizie sull'Ordinazione eseguita dal Patriarca Copto Scismatico, che debbe essere,
come pare la stessa, che quella dell'Abuna o Vescovo in Abissinia.
I desideri del Santo Padre, che bramerebbe avere degli Alunni Abissini nel Collegio di Propaganda
va ad essere in parte tostamente contentato. Al ritorno che farà in Europa un domestico del Signor
Dabbadi giungeranno in Civita Vecchia tre giovanetti Abissini per essere colà allevati. Il
Domestico del Signor Dabbadi, che non ha affari da disbrigare in Roma accompagnerà fino a Civita
Vecchia i giovanetti, ai quali, colà giunti non sarà affatto difficile afd arrivare a Roma.
Prima di conchiudere oso proporre un affare alla Sagra Congregazione, che potrebbe essere, come
pensa pure il Signor Dabbadi di grande giovamento alla nostra Missione.
Deciaccio Ubbiè ci propose di andare in Alessandria per domandare colà un Vescovo per
l'Abissinia. Questo Principe che è il Padrone di tutto il Tigrè sta fermo a sostenere che essendo stato
sempre l'uso di chiedere un Vescovo all'Egitto non debba farsi su questo proposito veruna novità.
Quindi anche con tutti i riguardi che qui hanno generalmente pei privilegi della prima Cattedra
Apostolica non si decideranno mai, umanamente parlando, a chiedere a Roma un Vescovo. Su
questa posizione ecco il progetto che Le umilio. Noi potremmo tebere all'Ubbiè, o a qualunque altro
di questi Sovrani che volesse darci la commissione di andare a domandare in Egitto un Vescovo
per l'Abissinia il seguente discorso. Lei sa, che noi siamo Cattolici, e che non conosciamo per vera
altra fede, che quella di Roma. Se andremo dunque in Egitto noi condurremo un Vescovo Copto
Egiziano come l'avete avuto in tutti i tempi, ma che sia Cattolico come noi, ma che comunichi come
noi con Roma, con questo solo di particolare, che dove prima voi siete andato in Egitto con ottomila
scudi per comprarci un Vescovo, adesso lo avreste senza fare alcuna spesa, o colle spese sole del di
lui viaggio fino a voi. Quando una si fatta proposizione venisse ad essere accettata com'è purtroppo
probabile che avvenga, lo stabilimento di un Vescovo Cattolico qui è bello che conchiuso.
Ove si fatta idea sembrasse alla Sagra Congregazione degna della sua attenzione, mi avanzerei a
pregarla a fare tostamente pervenire al Vescovo Copto Cattolico del Cairo le istruzioni ed i poteri
necessari, affinchè quello abbia sempre pronto un dei migliori del Suo Clero per essere da lui
consacrato, e mandato Vescovo in Etiopia ad ogni domanda di questa natura, che potrebbe da quella
gente venire ad essergli fatta, ed a mandare parimenti a me le istruzioni sulla condotta da guardare
in sì fatto affare.
Le chiedo infine la benedizione per me, e pei miei compagni, e mi ripeto nei sentimenti della debita
venerazione.
Adova 4 Aprile 1840
U(milissi)mo ed Obb(ligatissi)mo Servo Vero
Giustino de Jacobis Prete della Cong(regazio)ne della M(issio)ne e Prefetto Ap(osto)lico
dell'Etiopia



Data: 12.04.1840
a:    P. Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Molto R.do……..Oss.mo147

Alle consolazioni che le novelle di costà mi hanno arrecato, rispondo coll’inviarle novella di queste
parti, le quali se non saranno sorgenti di consolazioni, saranno certamente fomento all’amicizia che
piacque a Gesù Cristo far fiorire nei nostri cuori. Io l’amo e sono sicuro di essere a vicenda da lei
amato. Non vi sia adunque distanza sì grande che valga ad impedire una corrispondenza sì
altamente reclamata dal carattere della nostra amicizia.
   Affinché la pena che fa soprattutto in questi strani paesi la separazione dalle care persone fosse
completa, dopo la partenza del signor Lefebre, non mancava che quella dei signori Montuori e
Sapeto; questa seguì di fatti il giorno dopo dalla prima. Tenni loro compagnia fino ad Axum che
giace ad una giornata da Adova, alle radici di amenissima collina e le cui rovine chiama quanti
viaggiatori qui giungono.
   I ruderi più notabili di questa sì rinomata capitale degli antichi Assomiti, sono un grande
obelisco atterrato e rotto in più parti e l’altro che vedesi tuttavia in piedi. Ambedue non per le
iscrizioni che sono perfettamente mancanti, ma per la grandezza e per la regolarità del disegno sono
da paragonarsi ai più grandi conosciuti. Un sol pezzo di un bel granito bigio tagliato in forma di
piramide, divisa da si in giù in due parti uguali, dell’altezza di sessanta piedi, sulla cui facciata
anteriore veggonsi vari ordini di finestre, l’uno su l’altro disposto, al sito più basso la porta e la
serratura. Tutto questo eseguito in basso rilievo e di gusto perfettamente greco, è una grande
singolarità in una nazione ove pare che vi sia affatto gusto architettonico. Molti altri obelischi
piantati in giro di assai minore grandezza dei primi; i condotti di acqua e finalmente un’enorme base
di un sol pezzo di marmo su della quale dicesi che era innalzata una statua colossale la grandezza
della quale, quando fosse stata proporzionata alla base, avrebbe superato tutto quello che in cose sì
147
      E’ il sig. Guarini, a Roma.
fatte possa immaginarsi; ecco tutti gli avanzi dell’antica Axum, oltre ai grandi massi di pietre
perfettamente quadrate che in arrivare ad Axum da Adova, veggonsi di mano in mano sulla strada, e
che dicesi essere i gradini del trono dell’impero antico, e la pietra sulla quale è incisa l’iscrizione
greca riferita da pressocché tutti i viaggiatori che abbiano visitato questi paesi.
   Ritirati nel nostro piccolo accampamento nel quale allo scoperto dovevamo passare la notte,
seduti per terra, ed al lume di una Luna magnifica, tutti tre facemmo insieme una conferenza
spirituale secondo l’uso della nostra Congregazione e di cui il giorno antecedente aveane proposto il
soggetto. Ecco le cose principali che dopo avere tutti gli altri parlato, dissi in fine in tale
proposito.148


   Signori e fratelli miei. E’ tale la posizione nella quale siamo dalla Provvidenza collocati che la
morte non ha né più né infermità, né veleni, né coltella da essere da noi temuti. Nell’intraprendere la
missione presente, l’abbiamo perfettamente chiamata. I mari ed i deserti che abbiamo posto fra noi
e le patrie, e gli amici, ed i parenti, ed ogni altra cosa che potea esserci cara sulla terra e la
separazione dalle quali avrebbe potuto renderci amara la morte, ha operato tutto questo.
   Ed all’estremo nostro giorno la cotanto temuta morte verrassene a noi in aria dolce ed amica.
Ben volentieri noi ci daremo nelle sue braccia.
   Però, per essere fatti partecipi alla vera vita di Gesù Cristo convenivaci bere questo calice di
separazione. Egli l’ha bevuto prima di noi fino alla feccia. A tutte le altre conveniva aggiugnere
questa separazione che eseguesi in questo istante, fra noi, e che di tutte le altre è al certo la più
dolorosa In quanto a me vi confesso che ove l’anima nostra fosse divisibile, in perdendo voi io ne
perderei due più nobili parti e l’altra che rimarrebbe meco, ove non venisse in aiuto dell’umana
debolezza che ora vi parla, sarebbe del continuo sommersa nel pianto il più desolato. Confesso che
non mi sta bene il dolce titolo di pastore e padre delle anime vostre che ad altri piacque darmi e
confesso ancora che non posso non riconoscere in voi due di quelle pecorelle evangeliche su delle
quali cotanto era commosso Gesù Cristo, sul momento di andare incontro ai lupi.
   Accennai una parte dei pericoli che corronsi in questi paesi e continuai a dire. Quando fossimo
tutti insieme, ciascuno, di questi pericoli, ne avrebbe la sua parte; ma ora che mi separo da voi tutta
la piena dei mali che mi presenta l’intimidita immaginazione in riguardo a voi, piomba sul mio
cuore. D’altronde sono sicuro che la posizione nella quale attualmente trovansi i vostri cuori non è
affatto migliore di quella nella quale è il mio. Ho vissuto abbastanza col sig.r Montuori149 per
assicurarmi del suo amore; ed il poco tempo che sono stato insieme con lei, Signor Sapeto, è stato
bastante a farci conoscere che i nostri cuori sono fatti per amarsi a vicenda in modo non volgare.
   Las pena che la separazione nostra mi fa, non è dunque così mia che nel medesimo tempo che
non sia pure vostra. Sono sicuro che quando potesse farsi che separandovi da me io rimanessi quasi
senza alcuna pena, a qualunque prezzo voi il fareste volentieri.
   Qui dissi alcune cose sull’essere sempre fra loro concordi in tutto per la gloria di Dio e continuai
a dire; Si cari Amici, Fratelli, Figliuoli sì che potete fare che io non senta sì vivamente la pena della
separazione da voi. Se vi amerete sempre così come io vi amai, vi amo e vi amerò sempre io non
sarò in tanta pena nella medesima mia desolazione.




   Continuai ancora un poco a dire sui motivi tutti particolari che noi abbiamo ad essere
perfettamente uniti e conchiusi. E poiché sovente il Signore spande su gli uomini le sue benedizioni
per mezzo di altri uomini, sorga dunque uno in mezzo a noi e in nome suo ci benedica.


148
      Cfr. Diario pag. 38.
149
      Cfr. Diario pag. 199.
    Comprendo bene che ove io il primo dicessi a voi beneditemi, per lodevoli motivi vi neghereste;
mentre quando voi domandate che vi benedica non posso ricusare di farlo, sicuro, intanto, che dopo
di avervi benedetti io primo, voi non mi ricuserete di darmi entrambi quella benedizione sacerdotale
che forse non avrò più mai. In tal modo spero che la benedizione che io diedi loro, ricadde sopra di
me raddoppiata.
    Di gran mattino visitammo la chiesa che re Bàrasbà fece fabbricare sulle ruine dell’antica, la cui
scala che tuttavia conservasi pressocché intiera accenna una magnificenza di Tempio da paragonarsi
ai più celebri dell’antichità. Nel fronte di questa scala leggesi l’epitaffio di bazen (?) in caratteri ed
in lingua Ghez, riportata da Salt nel suo viaggio in Abissinia. La chiesa presente che è una delle più
grandi di tutta l’Etiopia e che è riguardata qui come un prodigio di arte e di magnificenza appena è
da paragonarsi alle mediocri dei nostri villaggi.
    I grossolani lavori e la pittura ancora più grossolana sono un vero vitupero. La gran casa dei
Molaxie, come qui chiamano i religiosi, che dà una viva idea degli eremi antichi, per la miseria in
cui vivono sebbene poco rassomiglino a quelli per la santità della vita, e la cappella colà vicino,
dove dicono che fossero stati depositati i libri santi la prima volta che vennero in questi luoghi al
tempo di Salomone, dicono alcuni, ed altri a quello della regina Cantace. Qui è da rimarcarsi che
quasi ogni cosa antica e di cui ignorasi l’origine, si fa derivare da Salomone, e gli uomini che
vogliono essere al più alto grado distinti, diconsi della progenie di Salomone. Nella casa di uno di
questi parenti di Salomone, il che quando fosse stato vero, bisognava dire il sangue di quel grande
era molto in lui degenerato, nella casa dunque di costui trovansi quattro grandi lapidi che il buon
uomo ha situato intorno all’apertura di un pozzo, che contengono quattro lunghe iscrizioni delle
quali tre sono scritte nell’antico idioma Ghez ed una che pei caratteri coi quali è scritta e per la
lingua non è possibile decifrarla. Il signor Sapeto ha mandato copia di tutte queste con delle note
all’accademia delle iscrizioni a Parigi. Al primo tempo libero spero farne io ancora un facsimile per
mandarle costà.
    Visitato tutto questo e fatto l’ultimo amaro addio coi miei compagni, ritornai in Adova che fu
stimato dai medesimi un posto da doversi guardare da me per tenere corrispondenza con quelli che
sono fuori e dentro l’Abissinia. Al momento di cui le parlo era sì sfornito di cattolici questo regno
che dovetti celebrare la messa nella mezza notte del santo Natale con il solo signor Petit,
viaggiatore francese, a porte chiuse ed usando tutte le diligenze affinché niuno venisse ad
avvedersene. Piaccia al Padre delle misericordie che nell’anno presente e nel medesimo giorno

abbia a celebrare nel bel mezzo di un grande popolo di veri credenti. La vigilia di Natale tutto il
mondo qui mangiò di grasso ed il giorno appresso come giorno di venerdì fu per tutti digiuno. Un
grande numero di queste pratiche che credo antichissime ed un cordone di seta blù appeso al collo è
tutto quello che distingue questi cristiani dai musulmani e dai giudei. Il pubblico costume è qui
corrotto a segno che non trova nulla a dire di un re che alla presenza di tutto il mondo procacciasi
nuove donne di piacere e che offre le proprie donne ai forestieri cui voglia onorare. Tutto questo è
avvenuto alla nostra presenza. E per me e pel buon signor Petit fu un assai difficile posizione quella
nella quale ci trovammo il giorno, credo, 31 Dicembre alla corte dell’Ubié. L’onore che avemmo in
quello giorno di essere alla mensa regia fu molto bene compensato dall’incomodo che ci recava lo
stare seduti per terra, sotto di un tetto di rami di alberi che rassomigliava bene un covacciolo di
fiere, per l’angustia del luogo che non lasciava spazio a distendere le nostre gambe, per le vivande
che dal piatto del re prese ci venivano date in mano, delle quali varie erano carne perfettamente
cruda, ed infine per l’offerta impudente che il medesimo principe ci fece di due sue dame di corte.
   Quest’Ubié, padrone di tutto il Tigré, di cui mi trovo averle scritto qualche cosa nella lettera
precedente, piccolo della persona, sagace, di grand’animo, ha poi un sangue freddo nel fare simili
offerte e nel condannare al supplicio i rei, che forma lo stupore di tutti.
   La procedura criminale qui ha tutto l’aspetto e tutti i fatti del più assoluto dispotismo. La pena
della mutilazione delle mani, dei piedi e l’altra simile alla grande ingiuria che fu fatta a Pietro
Abailard (?) sono fequentissime. Sul campo militare, sulla piazza del mercato, si ammira sovente la
perizia del carnefice che con un pessimo coltellaccio esegue la disarticolazione d’una mano, d’un
piede che qualche infelice tutto ravviluppato nel suo Guarì giace boccone per terra.150
   Eppure sono tanto ammirabili i consigli della Provvidenza che servesi di un tal uomo per i
vantaggi della nostra missione. Egli ci ama, egli ci offre la sua casa che ho ricusato di accettare per
godere di quella santa indipendenza di cui hanno bisogno i missionari di Gesù Cristo.
   Mi trovo di averle accennato i consigli della Divina Provvidenza in riguardo alla nostra missione
ed ho toccato così un argomento su del quale avrei da dire per interi anni senza mai esaurirlo
pienamente.
   Accenno qui un sol fatto che rassomigliasi ad infiniti altri che lo rassomigliano. Sulle dodici della
mattina del giorno 4 1840151, venne da me il signor Petit il quale al “commen vous portez vous
monsieur” che gli indirizzai rispose: “ce matin je ne suis pas gai”; e sedutosi: il nostro Drammano


Gabriele, mi disse, è stato divorato da un lione nelle vicinanze di Dixa. Per questo un felice
giovane, il più pericoloso uomo pei nostri affari, riferiva le cose in modo al principe che noi
temevamo da giorni essere fortemente compromessi. Educato presso dei protestanti inglesi di
Egitto, favorivali per tutto a pregiudizio dei francesi e della nostra missione. Si era preso il partito di
farlo partire per Europa col sig.r Lefebre, sebbene aveva molto da temere che anche colà avrebbe
potuto molto imbarazzarci. La disgraziata sua morte facea pena egualmente che a me, al sig.r Petit
il quale si accordava bene a riconoscere con me nella di lui disgrazia la mano di Dio che ci
protegge.
   Gli ordini civili in questo paese sono in una desolazione niente inferiori ai religiosi affari. Il
giorno quattordici di questo anno recandosi l’Ubié al Semen, col suo esercito, perché temeva di
essere attaccato da quella parte da Ras aly, viddi defilare al suono di un miserabile tamburo gran
parte del suo esercito che non conservava verun ordine militare. Due giorni avanti dei banditori
aveano annunziato che tutte le famiglie della città avessero preparato della tabità e del teg 152 per
l’esercito sotto pena per i negligenti di essere abbruciati nelle loro case. Quando vuole il principe
proteggere l’ingresso di un forestiero che entra nei suoi stati, mandagli ad incontrarlo un suo soldato
come praticò con noi, a cui dà ordine di fare dare al viaggiatore da mangiare e da dormire in ogni
villaggio in cui fermasi e di bruciare quei villaggi che ricusassero di farlo, come se un sol soldato
fosse sufficiente a bruciare un villaggio coi loro abitanti e coi loro effetti. Queste ed altre procedure
come queste ed anche più di queste bizzarre sono tutto il codice abissino.
   Otto Febraro, Aylé Ossen, governatore della città celebrò il tescar per un principe della famiglia
reale morto nel Semen. A questi banchetti ove i preti occupano sempre il primo posto, il bere che si
fa eccessivamente pel riposo dei morti e la grande quantità di femmine che vi mangiano e bevono
come tutti gli altri, unito al carattere lascivo del paese, ha potuto dar luogo alla indegna scena
immaginata e scritta da Bruce; dappoiché, invitato dal principe a prendere parte ad uno di questi
pubblichi banchetti che per la grandezza hanno qualche cosa di simile ai pranzi di Assuero, che qui
sono serviti nel più miserabile modo, e dal mio posto che era il più dignitoso ed il più comodo a
tutto osservare, dappoiché sedei alla destra niente meno del medesimo principe, viddi tutto quello
che passò in tutti gli angoli della grande sala, ed all’infuore di un mangiare di ghiotti e di un bere
continuo in profondo silenzio, non osservai altra indecenza, se V.S. voglia fare eccezione quel
indegno spettacolo che danno di loro questi buoni preti quando sono pieni di liguori inebrianti fino
agli occhi, vanno ad onda nel sortire dal banchetto. Il tescar è una parte del funerale in cui non vi è
niente di religioso e che sembra aver presa origine dalle agapi antiche e che la



150
    Cfr. Diario da pag. 41 a pag. 50 per molte delle cose dette.
151
    Questa lettera è dell’Aprile 1840. Ma il detto giorno ‘4’ sfogliando il Diario di Giustino, sembra appartenere al
  Gennaio.
152
    Tipo di focaccia e birra locali.
solennità colla quale qui onorano i morti ha fatto tuttavia conservare. Bisogna dare, almeno per le
esteriorità che praticano, agli Abissini il carattere di pietosi pei loro morti.
    Su questo proposito ecco quanto di più rimarchevole ebbi occasione di osservare alla morte di
una persona nostra domestica.
    Le dodici intere ora che passarono dall’ultimo spiro fino al momento dell’interramento furono
passate intorno al cadavere da una grande moltitudine di parenti di amici e di semplici conoscenti
nelle dimostrazioni del duolo il più disperato. Fui atterrito nel vedere queste incominciare le loro
cerimonie del pianto primacché fosse quello spirato, il moribondo unire le sue alle lagrime che gli
altri versavano per lui nella maniera la più dispietata. Questo è l’uso di qui, mi fu risposto quando
mi accingeva a farne conoscere l’inconveniente e dovei tacermi per allora per non rendere l’affare
anche peggiore. In tanto questo mescolamento crudele del pianto dei vivi e dei morenti che mostra
l’educazione selvatica di questo popolo, è un affare cui non è possibile essere presente senza
piangere cogli altri. Il cadavere fu tosto da capo a piedi ravviluppato in una natta di paglia
perfettamente chiusa la quale mentre nascondeva l’aspetto di uno umiliato dalla morte, avrebbe
impedito la respirazione in caso di morte apparente. Mi rammentai in quel punto il desiderio che gli
antichi Santi affricani in morendo dimostrarono di essere chiusi nella paglia della quale erasi
rivestito qualche altro santo più insigne e del modo di preparare le mummie degli antichi Egiziani.
Le mummie più meglio conservate che trovasi in Saccari e nelle vicinanze di Tene, hanno
un’apertura che in tutto sono simili alle stuoie mortuarie abissine. Tutta la moltitudine dei piangenti
teneasi in piedi, che più che meno lontano dal cadavere e dimenandosi colla persona ed agitando le
braccia rimproveravano il morto che avea lasciati loro, il loro padre, e la casa, in una cadenza di
voce nella quale tutte le voci entravano in accordo mi fecero rinvenire delle sapienti lamentatrici di
Isaia; e tutte quelle figure abissine delle quali altre erano tutte da capo a piedi chiuse in un manto
bianco, ed altre nude dai lombi in su, mezzo illuminati dalla luna che facea cadere i suoi raggi
pallidi su quei neri visi, rappresentavano al vivo le apparizioni delle ombre romane del Verri o di
quelle dell’inferno di Dante. Chi puole dirle come scendevano nel cuore quelle voci unite di tante
persone che sul medesimo “bemolle” chiamavano al nome il defunto. Il prete scismatico in tanto
che non erasi dato alcun pensiero di amministrare quei Sacramenti che da Gesù Cristo furono
istituiti pel sollievo dei morenti e che il giorno appresso venne a dirci che il defunto avealo fatto
erede delle mesate che avea in mano nostra depositate, questo prete entrato nella piccola cova ove
era il cadavere, recitava una lunga preghiera, componimento sublime dei Padri orientali, come sono
tutte le parti del Rituale Ghez, senza intenderne un’ “et”. Il mattino venne di nuovo accompagnato
dal chierico con un turibolo alla mano pei funerali. Tutta quella turba innumerabi(le), tutta pianto
appresso, fu portato il cadavere al sepolcro.

   Ad ogni trivio, ad ogni largo che incontravasi il cadavere deposto a terra ed il pianto e gli…..si
ripigliavano più forti per il prete spandeva incenso d’intorno e recitava delle preghiere.
   Questa cerimonia introdotta senza dubbio per procurare al defunto più orazioni dei fedeli, sono
oggi ad accrescere il numero dei piangenti. Di fatti ne viddi varii venir di nuovo grattandosi le
tempia sì fortemente colle estremità delle loro vesti che faceano sangue.
   Tutti del lutto fanno altrettanto nell’atto che piangono e rimangono per più giorni con quelle due
piaghe di lutto.
   Come quelli che accompagnano il cadavere non entra(no) né in chiesa né nel cimitero che è
d’intorno alla medesima, così la più (lu)nga stazione e le più lunghe preghiere del prete ed i più forti
pianti si fanno alla porta della chiesa. Di quanti ne osservai allora di quelli piangendi mi parea che
non ve ne fosse uno che sentisse veramente dolore, nemmeno in quelli che mostrando di volersi
gittare sul cadavere, aveano bisogno di uno che li tenessero per impedirlo. Scavato il fosso,
depostovi il cadavere ogn’uno dei circostanti gittava sopra un po’ di terra, infine il prete gittovvi
sopra la cenere del suo turibolo che avea tenuto in mano tutto il tempo della cerimonia.
   Al funerale succede un’altra funebre cerimonia che qui chiamasi Asambrà. Parenti, amici e
poveri piangendo vanno sulla cima di una montagna per rinnovare il lutto dei funerali. Finalmente il
tescar il cui nome ha dato luogo a questa lunga dissertazione seccantissima per soffrire la quale le
più bisogna di tutta la sua sperimentata pazienza.153
    La vigilia del giorno festivo di S. Giovanni Crisostomo diedi principio ai piccoli catechismi per
la prima volta a sole dieci persone e che spero debbano andare argomentando sempre più di giorno.
La traduzione che ho eseguito in amarico mi è di grande giovamento. Ho scritto una lunga lettera
all’eminentissimo Franzoni sullo stato positivo di questa missione onde mi astengo dal ripetere le
medesime cose a V.S. che pare che abbia bastantemente seccata. Il digiuno154 d’altronde di due
mesi di qui e durante il quale non potendo mangiare il solito pezzo di carne di capra e dovendomi
contentare per tutto pasto di soli legumi senza condimento non mi dà forza di scrivere più a lungo.
Sto di buona salute per grazia del Signore, come tutti i compagni. Mi raccomando alle sue orazioni
e sono; ma prima di stendere questo usatissimo formulario mi ricordo che è buono che V.S. sappia
che qui già abbiamo, come due primi elementi di fondazioni: in Gonder il sig.r Sapeto va a
comprare una piccola casa che sarà di nostra proprietà; ed io qui ne ho accomodata una in modo che
ha tutta l’aria di una casa per religiosi.




      Conchiudo dunque con dirmi sempre di V.S. M.to R.da

      Adua 12 Aprile 1840

U.mo ed Obb. suo servo vero e confratello
                                                                        Giustino de Jacobis Ind. Prete d.C.d.M.




Data: 26.04.1840
a:    P. J.B. Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Adova 26 Aprile 1840

Signore e carissimo Confratello155

La grazia di Nostro Signore sia sempre con noi.
   Le due lettere che vi invio nel medesimo tempo sono testimonianza chiarissima della
sollecitudine con la quale io mi disobbligo del mio dovere di scrivervi molto spesso, secondo la
promessa che ve ne feci.




153
    Cfr. la descrizione qui riportata da Giustino con la stessa del Diario a pag. 33-37.
154
    E’ il digiuno quaresimale che nell’ambiente di Giustino copriva oltre i cinquanta giorni.
155
    E’ il signor Etienne, a Parigi. Traduzione dal francese. Per questa lettera cfr. Diario pag. 90. Notare come Giustino
  usi riprendere e rifare le sue lettere quando da una prima bozza (nel Diario) compone le prime stesure.
    Per continuare a darvi notizie di noi e delle nostre cose, aggiungo inoltre che la Provvidenza,
anche se nelle difficoltà nelle quali si trovano al presente gli affari politici di questo paese, ci ha
permesso di stabilire qui i primi elementi di due fondazioni. A Gondar, dove il signor Sapeto è
autorizzato a comprare una piccola casa con un giardino, è molto facile, come mi ha scritto
ultimamente il signor Montuori, stabilirvi una abitazione per ricevere malati e curarli.
    Qui io ho accomodato una casa ugualmente comodissima per ricevere una dozzina di malati e
curarli; e così noi offriremo insieme alla missione di Etiopia come occuparci degli infermi, secondo
il comando del Salvatore. Il fuoco della guerra si è acceso in Abissinia. Ras Aly da Gondar ha
marciato sul Goggiam; Cugiù che ne era il re, ha lasciato il suo paese per rifuggiarsi presso i Galla.
Deciaccio Ubié, attualmente il padrone del grandissimo regno del Tigré, teme molto le armi di
questo giovane conquistatore. Per temperare la sua collera gli ha inviato in dono armi guarnite
d’oro; delle stoffe magnificamente ricamate ugualmente in oro; con dei cavalli ed altri oggetti che
poi Ras Aly non si è degnato di accettare, rimandandogli per tutta risposta: date la libertà al mio
amico che voi avete messo ai ferri e poi vedremo ciò che ci conviene fare a vostro riguardo. E
questo è considerato qui pari ad una chiara dichiarazione di guerra, tra questi due principi, il primo
padrone dell’Amara e di molti altri regni ed il secondo del Tigré, vale a dire tra i padroni di quasi
tutta l’Abissinia.
    Ras Aly di carattere ardente, da cristiano, mussulmano e da mussulmano di nuovo cristiano, di
24 anni, spande il terrore delle sue armi da per tutto e, si dice, che ripensi di ristabilire l’impero
d’Abissinia come prima. Egli ha molta considerazione per noi. Suo zio ci invita ad aver degli
incontri con lui, al primo momento che ci sarà tranquillità.
    Quali speranze da tutto questo per ben stare negli affari dei quali noi siamo qui incaricati! Ma
bisogna pregare molto…! La Provvidenza che fin ora si è tanto fortemente dichiarata per noi, essa
ci mette al di sopra di tutti i timori dei quali la guerra ci potrebbe dare ben giusto motivo. Ed io




sono così sicuro di questo che vi prego, Signore, affinché prendiate misure per inviarci subito dei
compagni. Mi scrivono da tutti i punti dell’Europa che un gran numero di volontari si presentano
tra di mezzo ai nostri confratelli, di tutte le nazioni e che dicono a gran voce: ecce ego, mitte me!
Tra tutta questa quantità di generosi vi prego di fare attenzione di non scegliere gente che mi
rassomiglia; ma gente che sia capace di sostenere le più dure privazioni. Qui si dorme per terra; si
mangia del pane detestabile; qualche volta c’è della cattiva carne di capra. Non vi è frutta, né vino,
né pesce; bisogna andare a piedi nudi; bisogna essere sempre pieni di (mortificazione). Ed a
completamento di tutte queste privazioni (è necessario) lavorare molto per imparare più e differenti
linguaggi e (sopportare di) trovarsi esposti a molto forti occasioni di seduzioni in un paese dai
caratteri molto sensibili, corrotti e nel quale tutta la gente va quasi completamente nuda. Fate
attenzione, signore, ve ne prego per la gloria medesima della nostra santissima religione, ad inviarci
dei compagni che siano tutti educati nella congregazione per essere ben pronti a sostenere le sfide e
tutte le arti dell’inferno. In mezzo ad un mondo il più depravato è necessario guadagnarsi la stima
d’angelo per fare del bene.
   Il signor Dabbadie è alloggiato da me; ma né lente di avvicinamento, né altro strumento di
astronomia mi ha portato da parte vostra, solo una lettera nella quale voi mi dite: non so che cosa ne
sia del signor Dabbadie. Pertanto, degli strumenti astronomici sono qui molto utili. Mi anticipo a
questo proposito con esporvi preghiera di inviarmi per mezzo dei compagni, che io attendo, degli
strumenti per misurare l’altezza delle montagne, per misurare la latitudine e la longitudine del paese
e per disegnare una carta geografica dell’Abissinia. I missionari che voi invierete, Signore, è bene
che siano versati in qualche scienza naturale per spanderci più facilmente dovunque ci sia speranza
di fare del bene.
    Il motivo per cui sono passato a chiedervi dei compagni è che tutto qui sembra che sia ben
preparato al lavoro e che quelli che arriveranno qui, inoltre, è necessario che restino molto tempo
senza nulla fare, per imparare la lingua che non è (possibile) imparare altrove. Ora che vi scrivo, sto
appena ricevendo una singolare testimonianza di rispetto e di attaccamento da parte di tutti e quattro
i “Cleri” della città. Per salutarmi nel giorno di Pasqua sono venuti l’uno dopo l’altro nella mia
miserabile abitazione accompagnati da strumenti musicali e rivestiti dei più belli paramenti sacri.
Hanno cantato delle preghiere. Per obbligarli sempre più, in seguito, a questi complimenti, ho fatto
loro dono di quattro vacche, una per ogni chiesa. Sono doni che hanno riscontrato effetto stupendo
in tutta la città. Mi sono costati circa quaranta franchi.
    Sto preparando delle conferenze in lingua amarica per il clero e per il popolo. Il signor Dabbadie
che ha avuto la compiacenza di leggerne qualcuna, mi ha assicurato che con la


benedizione del buon Dio, sono fatte in maniera da produrre buon successo. Penso di inviarvele in
seguito tutte assieme, se vi fa piacere, non per mettervi al corrente della controversia che è
necessario usare con gli eretici di questo paese ma per avere delle istruzioni a proposito molto
interessanti.
    Veramente non ho molto tempo da (aspettare) nell’attesa delle vostre risposte a proposito perché
io penso di dare inizio alle mie conferenze tra pochi giorni; ma sempre i vostri sapienti consigli mi
saranno utilissimi in tutti i tempi che essi possono giungermi.
    Mi sono proposto di seguire, più che altri, S. Agostino, S. Francesco di Sales, ed il Bossuet i
quali sono senza dubbio i controversisti più adatti a convincere ed a convertire; e vi dico ciò nel
tempo stesso che troverete il mio progetto ridicolo pari a quello di un gran poltrone che si propone
di imitare Alessandro, Cesare e Carlo Magno.
    Ma per (evitare alquanto) questa ridicolagine che cade così giustamente su di me, vi dico,
Signore, di ricordarmi bene quanto mi dicea sempre il sig.r Legò156, al quale bacio le mani. Mi
dicea che in Abissinia bisogna far miracoli. E considerando da una parte la mia ignoranza e
dall’altra parte la difficoltà dell’impegno, io conto tra i più grandi miracoli quello di discutere con
degli eretici con la scienza e lo spirito di questi grandi personaggi che ho citato.
    Miracolo, del resto, che non dubito di fare per ora, per il fatto che vengo ben assicurato da tutte
le parti che i buoni cattolici d’Europa sono tutti insieme a fare violenza al buon Dio per ottenere da
Lui la conversione dell’Etiopia. E così la storia ecclesiastica scriverà per la gloria del buon Dio
medesimo ancora per un’altra volta l’episodio dell’asino il quale dà istruzioni a dei profeti (sviati).
    Su la proposta che il re di qui ci ha più volte fatta di andare in Egitto per avere un vescovo per
l’Abissinia, di rito copto, su questa proposta che tutto sommato può sembrare d’importanza, sto
proponendo un progetto alla sacra Congregazione di Propaganda per dare facilissimamente
all’Abissinia un vescovo copto cattolico. Se il mio amor proprio non mi inganna, spero che il buon
Dio voglia fare con questo mezzo molto bene all’Etiopia.
    La distribuzione di medaglie Miracolose, che vengono venerate anche tra i mussulmani di qui, ha
procurato qui i più grandi effetti. Il consolante spettacolo di tutto questo mondo di eretici che
portano sul petto questo segno della protezione della Madre di Dio, contemporaneamente che un
suo grande quadro per ordine del Re è venerato nella più grande chiesa del paese, è tutto quello che
io dico che sia un ben grande miracolo della Santa Vergine. Per me è stato necessario venir
conosciuto sotto qualche aspetto religioso per fare qui del bene ed attualmente io ho il piacere di



essere qui conosciuto sotto il nome di Padre Jacob di Maria Denghel-Vergine. Ecco, Signore, quello
che propriamente chiamo un miracolo della Medaglia. Vi prego, dunque, di farmene una grande

156
      Questo nome è dato con differente grafia, nel Diario.
provvista, come ancora di aggiungervi dei rosari con i grani bianchi, come i soli preferiti dagli
Abissini.
    La circoncisione che come mi viene ben assicurato è praticata su i bambini dell’uno e dell’altro
sesso, anche se il signor Ludolf ha scritto con lunghe dissertazioni per assicurare del contrario,
questo uso è il più difficile punto di discussione. Sono così attaccati a questa usanza che un neonato
trovatello, che la sua spietata mamma aveva seppellito vivo e che io ho fatto battezzare157, aveva già
ricevuto la circoncisione. Ora che è sicuramente in Cielo, poiché egli è morto dopo d’aver ricevuto
il battesimo, spero che si trovi occupato ad impetrare per il suo paese la grazia di riconoscere
l’inutilità di questo vecchio rito ed il valore (invece) del battesimo soltanto, senza il quale,
nonostante che sia stato circonciso, non sarebbe mai arrivato dove è al presente.
    Una parola in fatto pecuniario. Il signor Franc, corrispondente del signor Dromel di Marsiglia,
mi diceva in Alessandria che aveva ordine di darmi tutto il denaro che gli avessi chiesto. Ma,
aggiungeva, per regolarità dei conti, noi limiteremo il conto per la prima volta a dieci mila franchi.
Quando voi avrete prelevato dieci mila franchi, noi apriremo il conto di diecimila altri franchi.
Dunque, noi siamo in questa intesa con lui. Fino a questo momento ho preso da lui nove mila
franchi. Restano ancora mille del primo conto che penso di prendere e di aprire il conto con gli altri
diecimila franchi. Vi ho (inviato) la nota delle spese fatte fino alla partenza del signor Sapeto e
Montuori per Gondar; vi avrei anche inviato il conto di questo tempo trascorso se il signor Sapeto
mi avesse rimesso il suo conto da Gondar. Tuttavia vi prego di darmi una regola fissa sul denaro
(come) potrei prenderlo da Alessandria. Se mi domandate quanti scudi sono sufficienti per tutti e
tre, vi assicuro che non ve lo potrò dire mai. Perché se vi darò il conto delle spese per il nutrimento
e per vestirci, è ben poca cosa; trecento tallari sono sufficienti per tutto un anno e per tutti e tre.
    Ma non sono queste le spese che è necessario fare qui. I doni in denaro ai grandi personaggi. Le
elemosine ai poveri. Le cure dei malati. Le costruzioni. I viaggi. Sono queste cose che comportano
grandi spese.
    Quando noi non avessimo che un po’ di denaro, potremmo sempre vivere; ma non molto fare per
il bene della missione. Alla luce di queste considerazioni vi prego di calcolare le elemosine che la
vostra carità ci regalerà e che fino al presente abbiamo ricevuto largamente.



   Perdoni, Signore, la lunghezza di questa lettera così malamente scritta. Di nuovo mi raccomando
alle vostre orazioni e mi ripeto nell’amore di N.S. Gesù Cristo

      Vostro umilissimo servo e carissimo confratello
          Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.

Signore, degnatevi di ricordarvi di inviarmi un timbro per (marcare) i libri.




Data: 07.05.1840
a:    Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide

Adova 7 Maggio 1840

Eccellenza R(everendissi)ma
157
      Cfr. Diario pag. 74 e 78.
       Da una malattia, che ha ultimamente fatta il P. Sapeto in Gondar impedito per ogni travaglio,
non ha potuto finora mandare le sue note sulla versione della Professione di Fede per gli Prientali di
Urbano VIII°. L'opportuna occasione d'altronde, che ora mi si presenta mi determina a rimetterle
quelle solamente che io aveva da qualche tempo preparato. Stimo, che non le farà dispiacere il
ricevere nello stesso tempo una versione della medesima Professione nell'idioma amarico, che è per
l'Abissinia quello che è il toscano per l'Italia; mentre la lingua Etiope propriamente detta, o Geez
nella quale è stata eseguita la versione, che ella ebbe la compiacenza di rimettermi, è precisamente
come il latino per tutta l'Europa, cioè la lingua dei sapienti, che in Abissinia sono oltremodo scarsi.
Quantunque la moltiplicazione degli esemplari di ambedue le versioni mi sembrasse assai utile per
lo scopo, cui sono dirette, pure le rimetto il manoscritto della seconda, affinchè Ella, Monsignore,
ne faccia l'uso che le parrà più conveniente senza accettare quello di farlo servire per accenderci il
Cammino.
       Aveva pensato ancora a rimettere nelle sue mani una versione già eseguita della Dottrina
Cristiana del Cardinale Belarmino nelle lingue Amarica e Tigrè; ma sì perché non ne ho, che un
solo esemplare, del quale mi servo per le istruzioni, che ho, colla grazia del Signore, di già
incominciato, e si ancora perché, stimo bene prima di spedire tante carte, che dai sapienti
potrebbero essere giudicate inutili, attenderei il di Lei avviso, mi sono astenuto dal farlo.
       La compilazione infine di un copioso Vocabolario Amarico, di cui tuti e tre attualmente ci
occupiamo, sarebbe un altro lavoro e per l'agio che darebbe ai nuovi Missionarii ad apprendere
questa principale lingua del paese sembrarebbe degna di qualche attenzione. Il Dizionaretto
Amarico da Ludolfo scritto sotto la dettatura dell'Abate Quarquorios Abissino è pieno di tanti errori,
che per altro quel grand'uomo non potea in modo alcuno conoscere, che questi Abissini, in sentirne
la lettura ridono profusamente. E pure questo è l'unico Dizionario della lingua cotanto qui
generalizzata, ed i cui esemplari sono così rari, che non ho mai potuto averne uno per me.
       Qui è giunto il Signor Edmont Combs accompagnato, come egli dice, da un Bastimento da
guerra, ed un altro mercantile. Egli dice che è incaricato a stabilire per il Governo Francese un
trattato di commercio con l'Abissinia. Il suo arrivo pare, che imbarazzi un poco la Missione del
Signor Lefebre, che è partito da qui per fare precisamente la medesima proporzione per parte
dell'Abissinia al Governo Francese. Pare, che per le circostanze, che accompagnano queste due
Missioni dovrebbe il Governo Abissino entrare in diffidenza di ambedue. Il che ci metterebbe nel
caso di essere tutti da qui discacciati . Del resto siamo nella piena fiducia, che dopo le dichiarazioni,
che potrei dare su di un fatto in apparenza poco regolare non avremo nulla a temere. Il Principe del
Tigrè, col quale principalmente trattasi questo affare, ha troppa buona opinione di noi per crederci
mentitori.
       Umilmente la prego, Monsignore, a non privarmi del bene delle Sue preghiere, a presentare i
miei umili rispetti all'Emo Prefetto, a benedirmi, ed a credermi sempre.
D.S.         Le difficoltà ad avere della carta in questo Paese mi obbligano a pregarla di perdonarmi
se non ricopio questa lettera sì poco decente per essere presentata a grandi Personaggi.

U(milissi)mo ed Obb(ligatissim)o Suo Serv(o) Vero
Giustino de Jacobis Prete della Missione
e Prefetto Ap(ostolico) dell'Etiopia




Data: 27.01.1841
a:    P. J.B. Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Ahalhe Maireal in Abissinia 27 gennaio 1841158

Signore159
La grazia di nostro Signore sia sempre con noi.
Dal tempo che vi avevo (scritto) la lettera dell’8 Luglio dell’anno passato160 fino al presente non mi
si è (presentata) ancora un’occasione per scrivervi161 per quanto abbia molte cose da dirvi.
    Voi siete ben buono per scusarmi di un silenzio che ho tenuto mio malgrado e con gran pena.
Grazie al buon Dio, però, ho il bene di farvi sapere che la nostra missione fin ora timida e riservata
sia come giunta alla vigilia del suo grande sviluppo.
    In verità lo studio della lingua e più ancora, il dizionario amarico162, i catechismi, i sermoni, i
dialoghi di controversia163 scritti nella medesima lingua, con altri opuscoletti per facilitarci i mezzi
di far conversioni ancora più numerose e più considerevoli di quelle che ci sono fino al presente
venute, per tutto questo non possiamo dire che l’anno durante il quale siamo stati qui sia trascorso
del tutto inutilmente164. Ma è vero ancora che la missione con tutto questo non avrebbe fatto
velocemente dei progressi considerevoli, quando il buon Dio non ci avesse aperto la grande porta
della salvezza che ci impegna ora a benedirne il Padre di tutte le misericordie.
    L’arrivo inatteso degli inviati del Patriarca scismatico del Cairo165 ed il movimento che ha qui
suscitato per andare a (richiedere) in Egitto l’Abuna, come chiamano qui il Vescovo, faceva temere
per la nostra piccola missione. Ma grazie al buon Dio, credo che tutto questo sia accaduto per il
meglio della missione, più che altro.
    Quando si discuteva di inviare una deputazione in Egitto per andarvi a ricevere l’Abuna, Ubié
con tutti i grandi del suo regno, e gli altri inviati dal Patriarca con i preti, i monaci di quasi tutta
l’Abissinia, hanno tutti insieme protestato che la deputazione non sarebbe mai partita altrimenti che
con me e nel caso che io mi fossi rifiutato, con in testa Coffin inglese protestante, che da lungo
tempo è in Abissinia. Per conoscere il motivo di questa determinazione è necessario sapere che gli
Abissini, dove passano tra i mussulmani, vengono trattati quali nemici e vengono fatti schiavi ed


una Deputazione d’Onore quale è quella d’uso inviare dall’Abissinia a ricevere in Abuna in Egitto,
verrebbe esposta a tutte le indegnità che si possono immaginare.
   E’ il motivo per il quale essi hanno in questo caso bisogno d’avere una guida ed un protettore, E
questa volta essi mi hanno considerato come il più a proposito per farli viaggiare con sicurezza,
grazie alla protezione che la Francia ha accordato e sempre accorda alla nostra missione. E Coffin,
inglese, non (partirà) che quando avrò rifiutato di farlo io stesso 166. L’Abissinia tutta intera ci ha
testimoniato la sua fiducia in un momento nel quale l’avrei meno atteso, cioè nel tempo che io
avevo presentato richiesta al re per dirgli che ero cattolico e che gli domandavo per questo il

158
    Con questa data si trovano segnate due lettere; una prima dalla calligrafia più accurata ed un’altra, che chiamiamo
  seconda, perché porta nel corpo della lettera una notizia che nella prima si trovava come ‘post scriptum’. E’ questa
  seconda che viene trascritta e tradotta nel francese. Le lettere sono un rifacimento una dell’altra e quindi, il contenuto
  di notizie è il medesimo; varia la dizione in francese ed anche un po’ la disposizione delle notizie. Le variazioni più
  rimarchevoli saranno date in nota.
159
    E’ il signor Etienne a Parigi.
160
    La prima stesura della lettera specifica l’anno 1840.
161
    Da intendersi: occasione di persone alle quali affidare lettere da inviare in Europa.
162
    Cfr. Diario pag. 96; 206.
163
    Cfr. Diario pag.79 e segg.; 165 e segg.; 206.
164
    Un esempio; ecco la differente dizione dello stesso periodo:
  …In verità, qualche buona conversione realizzatasi, i catechismi, i sermoni, i dialoghi scritti in amarico come mezzi
  per fare delle conversioni, non ci hanno lasciato tutti inutili durante l’anno che noi siamo restati qui…
165
    Cfr. Diario pag. 132.
166
    Nella differente dizione tutta la spiegazione ora esposta trova posto dopo quanto qui segue.
permesso d’aprire nel suo paese una chiesa di mia religione e che quando si trattava di chiedere
un’Abuna sarebbe stato sempre meglio chiederlo al vescovo copto cattolico che si trova parimenti
come il Patriarca scismatico, al Cairo.
   La risposta a questa domanda che avrebbe certamente attirato su di noi difficoltà, quando
(invece) la protezione dei grandi e del Re stesso, così come l’attaccamento del popolo (che non ci
lasciava) niente dubitare, in luogo dunque di una dispiacente risposta, Ubié ci dice che ci avrebbe
ben dato dei paesi per stabilirci con rendite sufficienti ma su l’affare delle chiese che mi proponevo
di costruire, essendo affare tutto ecclesiastico, era di pertinenza del Patriarca ed egli non mi poteva
dare di simili permessi167. Le cose stavano così, quando Ubié mi fece chiamare per chiedermi come
grazia di accompagnare la sua deputazione in Egitto. Durante la messa che avevo celebrato la
mattina stessa, avevo pregato Gesù di donarmi le risposte convenienti, così come egli ci ha
promesso, quando mi sarei trovato alla presenza di quel principe che mi chiamava. E la risposta che
io spero che il buon Maestro ha messo sulle mie labbra è stata questa di dire che io ero cattolico e
che non mi potevo mai incaricare di una simile commissione eccetto il caso nel quale Ubié avrebbe
inviato nel medesimo tempo una lettera al Patriarca per chiedergli per me il permesso di costruire
delle chiese cattoliche nel suo paese e di incaricare la sua deputazione di chiederlo (in più) a voce.
Di accordarmi il permesso di parlare al Patriarca stesso su i mezzi per ristabilire l’unione tra lui e
Roma; di presentare al Sovrano Pontefice i più grandi della sua deputazione con una lettera scritta
in suo nome per salutarlo come capo di tutta la Chiesa e per chiedergli la sua amicizia e protezione.
   Ubié mi ha accordato tutto e dopo che egli mi ha dato le lettere che gli avevo chiesto per il
Patriarca e per Roma, le condizioni accettate, mi sono trovato obbligato a partire. Con tutta (questa
deputazione) mi trovo in viaggio.


    Vi assicuro, Signore che mi sono trovato nel momento più difficile della mia vita quando tutto
questo accadeva in Adova ove, in quel tempo, stavo tutto solo. Il consiglio di tutti gli europei che si
trovavano nel Tigré, sia cattolici, sia protestanti, dicevano di partire per impedire che un rifiuto ci
facesse mettere alla (porta) da Ubié, e per impedire che una deputazione che fosse partita sola o
accompagnata dall’inglese Coffin ci procurasse un’Abuna mal disposto nei nostri riguardi. Ma io
non acquietai un po’ la tranquillità della mia coscienza che quando giunsero in Adova i signori
Sapeto e Montuori i quali come tutti gli altri mi obbligarono a partire.
    Il signor Sapeto per una malattia (molto cattiva) di sei mesi, impedito di portarsi oltre (era)
restato a (Gondar) con il signor Montuori; e ambedue docili alle mie osservazioni hanno lasciato
(Gondar) per stare tutti e tre insieme e cominciare a fare delle missioni e per scegliere un posto più
adatto per costruire una chiesa con una piccola casa allo scopo di ricevere i missionari che
sarebbero qui arrivati come nuovi per studiare la lingua e prepararsi alla missione.
    I vantaggi inoltre di questa spedizione con la quale mi trovo in viaggio sono tanto grandi e così
numerosi che non mi è possibile di (ripeterli) quando si conosce ciò che ho scritto a Propaganda,
che nel caso nel quale noi potremmo essere obbligati d’andare a cercare un vescovo in Egitto, sarà
necessario dare disposizioni (al riguardo) e che il cardinal Fransoni mi avea risposto che egli avea in
seguito alla mia domanda incaricato mons. Teodoro Aba-Carimà, vescovo copto cattolico al Cairo,
di tenersi pronto e di mettermi in corrispondenza per questo, con questo degno prelato. Dicevo che i
vantaggi di questa spedizione sono evidenti a motivo di questo ed aggiungo che lo sono ancora
perché i medesimi inviati del Patriarca hanno assicurato Ubié che il Patriarca stesso è ben disposto
per la comunione con Roma ed è in più l’amico intimo del console francese al Cairo. Dopo tutte
queste premesse i miei compagni ed io abbiamo pensato che un missionario a capo di una tale
spedizione alle su dette condizioni poteva fare tutto il bene possibile alla missione, senza
compromettere la sua coscienza. La qualità ed il carattere in più di coloro che compongono la
spedizione ci danno ancora buone ragioni di bene sperare per i nostri affari, dopo la benedizione del
buon Dio. Sono tutti Defterà e persone dotte del paese, monaci, preti e di grandi di tutte le parti dei
167
      Cfr. Diario pag. 132; 143.
tre regni cristiani dell’Abissinia, tra i quali voi non ne troverete uno che non sia di sentimenti
cattolici; e ci sono individui altamente distinti.
   Allecà o capo, come chiamano Aptà-Sellasiè, parente nel tempo stesso del re dello Scioa e primo
ministro di Ubié, per le qualità sue soltanto personali sembra l’uomo scelto dalla Provvidenza per
facilitare la pace tra Alessandria e Roma. Mi ha promesso che si darà da fare in favore dei miei
affari con tutto lo zelo di cui è capace. In qualità di capo della spedizione per una cosa tale quale è
quella dell’Abuna, che interessa tutta l’Abissinia, è considerato come il padre di tutti.

   Oltre lui, abbiamo l’Abba Ghidanà Maria, altra volta generale d’armata e padrone di metà
Goggiam e che ora è il secondo della spedizione. E’ proprio lui che più di tutti gli altri protestava di
non voler partire con me. I monaci che sono come i rappresentanti del Tigré, del Goggiam e dei
monaci di Qualdebà; cioè coloro che ci potevano fare più male, sono sì ben (disposti) con me che
mi considerano come loro fratello, anche quando io parlo con essi contro la loro eresia.
   Tra tutti questi monaci i più rispettabili sono quello che chiamano abba Qualdabà ed abba
Quorencì. Il primo considerato quale uomo da miracoli per tutta l’Abissinia mi diceva che nel
deserto, nel quale è restato 30 anni, vi erano vecchi religiosi che gli dicevano sempre che la sola
vera religione era la romana. Egli è cattolico e di una vita tutta affatto straordinaria. Continuamente
in preghiera durante la giornata, come l’ho visto quasi tutta la notte; è di una mortificazione di vita
fuori d’ogni immaginazione. Quanto desiderava baciare i piedi del Sovrano Pontefice.
   Abba Quorencì è un monaco che dopo di aver ricevuto gli ultimi sagramenti nella comunione
cattolica, è restato sempre cattolico. A questa preziosa qualità va ancora aggiunta l’altra di
confessore della fede! Ras Aly, padrone del regno dell’Amara dopo d’aver cambiato di religione
imprigionò, incatenò e condannò a morte il nostro abba Quorencì. Infine notando l’intrepidezza
della sua vittima, è ritornato alla credenza cristiana che egli aveva cambiato con il Corano e si
protestò obbligato della sua conversione al coraggio di quest’uomo forte il quale con la testa sotto il
ferro del carnefice, gli diceva non sarò mai del partito di colui che abbandona la sua primitiva
credenza. Abba Quorencì amerebbe restare a Roma, ma io gli ho consigliato di ritornare al suo
paese. Individui di tale stampo che sono scelti da tutte le parti dell’Abissinia mi hanno promesso di
fare del tutto per il buon successo della mia missione in modo che anche quando non potremmo
ottenere in vescovo cattolico, accettando di (accompagnare) questa deputazione, noi avremo
impedito molte cose che minacciano la rovina della missione.
   Abbiamo impedito, per esempio, che un certo inglese chiamato Coffin sia andato in deputazione,
come sarebbe avvenuto se io mi fossi rifiutato di andare, ed egli avrebbe attirato gli scismatici agli
interessi degli inglesi protestanti che cercano sempre di ritornare in Abissinia.
   Ed oltre a ciò, quando noi non potessimo avere un abuna cattolico, noi potremo avere uno che
non sia nostro nemico e che ci accordi di aprire chiese e di fare delle istruzioni pubbliche per tutti,
ciò che è il solo e il più gran bene di cui sia attualmente capace la nostra missione. Il popolo e la
generalità non è ancora preparato a ricevere un Abuna cattolico. Bisogna preparargli la strada. Un
abuna o un vescovo cattolico verrebbe certamente cacciato via quando si presenterebbe qui come
capo di tutti i cristiani dell’Abissinia, in forma pubblica.


   Per giungere a questo momento è necessario spandere l’istruzione ed affermarla bene, il che noi
(non possiamo mai) farlo ove non abbiamo il permesso di aprire chiese e di predicarvi
pubblicamente e continuamente. Ciò che è tutto quello che noi abbiamo ben fondate speranze di
ottenere con la presente spedizione in Egitto e per i motivi che vi ho esposto se il buon Dio non mi
abbandonerà per i peccati di cui sono pieno. Mi trova dunque in viaggio e spero d’essere in Egitto,
per spedirvi subito queste lettere, alla metà di Aprile e dove sarò obbligato a restare in quarantena,
(per cui) il tempo è sufficiente per farmi avere una risposta vostra che attendo con grande (interesse)
per essere istruito su come comportarmi in questo grande e difficile affare.
    Non bisogna dimenticare, pertanto, che questa è la più preziosa occasione per mandare altri
missionari in Abissinia e dei quali abbiamo grande bisogno. E’ necessario che non manchino gli
operai nel tempo che la mèsse è matura; e mi ricordo bene di quello che il signor Superiore
Generale mi ha promesso assieme a voi per questo affare.
    A Napoli io ne ho lasciati molti e molto buoni che desiderano di essere (qui) inviati. Gli studenti,
per esempio, ed i nostri Fratelli coadiutori, il Signor Serao…. 168. Padre Durando scrive di avere
tutto preparato nella sua provincia. A Roma ve ne è altri, e i signori Montuori e Sapeto sono
impegnati a costruire nel regno dell’Amara e del Tigré una casa per i nuovi missionari che noi
attendiamo, per là poter studiare la lingua, quella che è più necessaria a ciascuno.
    Forse all’inizio del mese di Maggio andrò a Roma per presentare al Sovrano Pontefice la
Deputazione dei Grandi d’Abissinia e sarà bene di farmi trovare là i missionari che avrete destinati
per l’Abissinia e che subito in seguito potranno partire con me.169
    Per questo progetto è vero che bisogna spendere un po’ di denaro; ma voi non sarete affatto
scoraggiato per questo. Conosco molto bene la grandezza della vostra confidenza in Dio per (non)
dubitarne. Però va bene considerare anche che credo che questa sarà l’ultima volta che noi abbiamo
bisogno di domandarvi denaro e che ci sarà sufficiente di chiedergli soltanto consigli, disposizioni,
il soccorso della preghiera.
    Con il capitale di tre o quattrocento talleri noi compreremo del bestiame e dei campi sufficienti
per ricavarvi tutto quanto ci è necessario e (questo) non abbiamo ancora potuto farlo perché non ci
siamo ancora stabiliti definitivamente in alcun luogo dell’Abissinia.



   Potrà essere che vi sarà inviato da un capitano di un vapore mercantile francese e del quale ho
dimenticato il nome, un ordine di 1.000 franchi che mi sono dato la libertà di caricare su di voi,
Signore.
   Ci trovavamo in questo periodo nella necessità di qualche oggetto per farne dono al principe
Ubié il quale a noi aveva fatto più volte dei regali, e degli oggetti per nostro uso, e che il capitano ci
ha procurato. Credo che questo ordine vi sia già giunto. Vi prego di volermelo pagare ed a
perdonarmi questa libertà che mi sono preso.
   Non ho ancora preparato il nostro conto con il signor Franc, ma spero di poter subito di seguito
mandarvi la lista del denaro e delle spese, appena avrò fatto i conti con questo signore.170


168
    Questi punti sospensivi nell’altra stesura sono occupati dal nome Rouger.
169
    Dopo l’elogio dei due monaci su descritto, tutto il lungo brano che è seguito fin qui, manca quasi tutto nell’altra
  stesura della lettera. Invece si legge questa notizia assente nella stesura che si sta trascrivendo:…”Ho con me quattro
  Abissini per farli restare in Europa, per esservi (istruiti), come sua eminenza il cardinal Fransoni mi aveva ordinato di
  fare…”
170
    Quest’ultimo tratto, nella stesura dell’altra lettera è preceduto, un poco più sopra, dalla notizia riguardante il viaggio
  degli Abissini a Roma e vi è detto:..”Ma questo viaggio non avrà luogo che al ritorno che essi faranno da
  Gerusalemme….” In realtà avverrà al contrario: prima a Roma e poi a Gerusalemme. Poi sempre per il viaggio a
  Roma, precede ancora la seguente proposta: “Il governo francese, l’unico protettore tra (quelli) cattolici delle missioni
  romane, aveva promesso al signor Lefebre di inviargli un vapore in Abissinia. Se potesse partire con noi, noi
  avremmo un grande risparmio sulle spese.
  Ma quando il vapore non dovesse partire vi pregherei di ottenerci di fare il viaggio fino a Roma e di ritornare da
  Roma ad Alessandria con un bastimento francese, con quelli della deputazione Abissina.
  Quale grande effetto su (l’animo degli) Abissinesi l’essere certi di quanto vi ha di grande e di buono nella religione
  cattolica, per i Grandi, per i Preti, per i Monaci che sono in deputazione!
  Vi prego, Signore, ed impegno tutto il vostro zelo a procurare con tutte le vostre forze questo trionfo della nostra santa
  religione.
  Tutti coloro che verranno a Roma sono quindici, non più. Al governo così (generoso) di Francia è proprio niente
  offrire (agli inviati) di fare questo viaggio su i suoi vapori.
  Vedete, Signore, come questa lettera è scritta in viaggio, brano dopo brano; vogliatemi perdonare questa maniera tanto
  cattiva di scrivere: sono assolutamente una bestia.
   Tutto ciò che vi scrivo, Signore, vogliate farlo conoscere al signore nostro Onoratissimo Padre il
Superiore Generale, al quale non scrivo direttamente perché ben conosco fino a che punto egli sia
sempre occupato. Che il buon Dio conservi questa preziosa salute tanto minacciata da continue e
serie preoccupazioni. Chiedo da lui per me e per i miei compagni la sua paterna benedizione ed il
soccorso delle sue preghiere.
   Vogliate ancora salutarmi e chiedere per noi tutto l’aiuto delle preghiere sia dei Signori che delle
Suore delle due Comunità del nostro Santo Padre: noi ne abbiamo grande bisogno!!
   Il signor Degoutin, agente consolare francese a Massauah, mi ha dato la vostra amabile lettera.
Vi ringrazio ben di cuore delle istruzioni preziose che mi date. Ci siamo messi d’accordo con lui
per tutto ciò che riguarda la nostra missione, così come mi avete ordinato.
   Al presente noi non ci troviamo più separati per il timore del “vae soli”!
   Mi dico infine con il più grande rispetto di voi signore e Carissimo mio Confratello, umilissimo
servo

   Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.




Data: 03.05.1841
a:    Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide


Cairo 3 Maggio 1841

               Eminenza

      Eccomi in Cairo per ragioni quanto impredute altrettanto interessanti. Le difficoltà che prova
la corrispondenza tra l'Abissinia, e l'Europa m'à reso impossibile di darle notizie di questo
avvenimento prima di questo momento. Spero quindi che abbia a perdonarmi volentieri questa
colpa involontaria.
      Direi che la nostra Missione Etiope fino ad oggi timida e riserbata, fosse pervenuta alla vigilia
di un grande aumento, se non temessi di ingannarmi nei miei giudizi. L'esposizione semplice, che
vengo a presentarle dei fatti darà modo alla saggezza Sua a decidere la questione.
      Ecco che giungono d'improviso in Abissinia dal Cairo gli inviati dal Patriarca Scismatico ed
Eretico, ed ecco subito eccitarsi in ogni parte di quel Paese un movimento universale per mandare
in Egitto, com'era di uso, uomini e denari per dimandare l'Abuna, come essi chiamano il Vescovo.
Questa novità dalla quale pare avesse dovuto tutto temere la nostra cara e nascente Missione
arrecolle salute piuttosto che altro, ed il male stesso pare che questa volta sia stato dal Padre delle
Misericordie convertito in vero nostro bene. Sul momento di mettersi in viaggio la Deputazione
Abissina il Signore cambia in modo i cuori di tutti, dippiù il Re del Tigrè, e gli stessi Deputati del
Patriarca Scismatico ed Eretico tutti di accordo dichiararono, che non sarebbe mai partita persona
alcuna per l'Egitto quando io non fosi alla testa della spedizione. Questo caso che sembravami
semplicemente possibile, e che dalla saggezza di Sua Eminenza, e di tutta la Congregazione di
Propaganda fu preso in sì seria considerazione, che destinò Monsignor Teodoro Aba Carima a
venire Visitatore Apostolico in Abissinia, questo caso dicea ha avuto luogo in un tempo nel quale
meno l'apprezzavamo, nel tempo cioè, che io aveva presentato al Governo Abissino una memoria,
nella quale rilevava i vantaggi di un Vescovo Cattolico in luogo dell'Eretico, e domandava
permesso di aprire in Abissinia Chiese della mia Religione, che come dicea, era appunto la
Cattolica.
       La vista dell'imminente persecuzione che il venturo Abuna non avrebbe certamente mancato
di muovere contro noi, la protezione e l'amicizia illimitata accordataci dai grandi e dalmedesimo
Re: e molto più ancora la fiducia in Dio, che un Missionario è come sensibilmente spinto ad avere
del continuo, questi furono i motivi, che mi spinsero a tentare gli ultimi mezzi per istabilirci in quei
paesi permanentemente prima dell'arrivo dell'Abuna. Al ritorno che feci dallo Scirè in Adova dopo
essere restato colà quasi due mesi per assistere i Cattolici che morivano della terribile febbre, di cui
tutti gli scrittori delle cose Abissine hanno parlato mi portai in Corte per sapere novelle della mia
pericolosa domanda. Il Re mi rispose che subito mi avrebbe dato dei Paesi in proprietà; ma che
quando trattavasi di aprir Chiese Cattoliche non potea darmene il permesso senza informarne il
Patriarca.
       Era in questo stato il nostro affare, quando chiamato al Consiglio Regale, il Re mi propose di
andare in Egitto alla testa della sua Deputazione. La mia posizione, si comprende bene, quanto si
fece difficile in quel momento. Un rifiuto avrebbe contro noi eccitato la persecuzione di quello che
aveva di più da temere, cioè la persecuzione dei dottori, dei Preti, dei Religiosi e del Principe
medesimo non contro me solamente, né contro i soli miei Compagni, ma contro tutti i Cattolici
Europei ed Abissini. Ma tutto questo è nulla quando trattasi di fare ciocchè o in te stesso, o nelle
circostanze è intrinsecamente male. Nel Santo Sacrifizio che aveva celebrato prima di recarmi al
Consiglio Regale aveva pregato Gesù a darmi quelle risposte che lo Spirito Santo dà a coloro, che
sono chiamati per Lui nel cospetto dei Presidi, e mi contentai di rispondere: che un Cattolico, come
io era, non poteva accettare simili commissioni. Quando tutti quelli del Consiglio Regale, ed il
medesimo Re ebbero dichiarato, che andando io in Egitto non mi sarei occupato di altro, che di
proteggere gli Abissini in Deputazione contro gli insulti dei Musolmani senza niente prender parte
nello affare dell'Albuna, allora sì i miei compagni, che tutti gli Europei sì Cattolici che Protestanti
che erano in Abissinia mi assicuravano, che poteva partire senza scrupoli, ma io non mi
tranquillizzai alquanto che dopo di aver dichiarato, che andava in Egitto per trattare col Patriarca
l'unione della setta Copta Scismatica colla Chiesa Cattolica, e dippiù dopo di avere domandato che
il Re medesimo avesse in una lettera al Patriarca domandato il permesso per noi di fabbricare
Chiese Cattoliche nei suoi paesi, e che tutta la tutta la Deputazione che era destinata per recarsi in
Egitto si sarebbe di più recata in Roma per protestare ubbidienza al successore di S. Pietro, e
domandargli la Sua amicizia. Quando queste domande mi furono pienamente accordate mi
determinai a partire.
       Considerando che se un Vescovo, che tenesse qui nascosta questa Sua qualità potrebbe essere
molto utile ala Missione, l'arrivo pubblico poi di un Abuna Cattolico avrebbe qui eccitato an'aperta
persecuzione ed una sanguinosa guerra di Religione non sì è stimata prudente spingere troppo oltre
questa domanda, ed accettando l'incarico di accompagnare la Deputazione colle condizioni
predette, si è procurato il più grande vantaggio di cui sia ora capace la nostra Missione. Questi
vantaggi poi sono quello di impedire che un certo Protestante non fosse partito colla Deputazione in
mio luogo; quello di procurare se non di avere un Abuna Cattolico, che fosse almeno nostro amico;
quello di far conoscere agli Abissini quanto la Religione Cattolica sia superiore alla loro Setta, e
finalmente quello di ottenere permesso di aprire Chiese ed esercitare pubblicamente il nostro
Ministero. Prima di domandare che venga in Abissinia in forma pubblica il Vescovo Cattolico
bisogna preparare a riceverlo tutti quei quattro o cinque Regni su dei quali stendesi la Sua
giurisdizione. Ed era quasi impossibile a pervenire a questo punto senza istruire il popolo in grande,
e non come abbiamo finora praticato, a poco a poco ed in segreto.
       La Deputazione è composta di tali individui, che sono come i rappresentanti di tutti i varii
Regni Abissini. Avvene dello Scioà, dell'Amara, del Cogiani, e del Tigrè, e sono inoltre le più
considerate persone di questi differenti paesi, Monaci cioè considerati come uomini o miracoli dai
Re medesimi. Dottori dei meglio istruiti, ed alla testa di tutti l'Allaea Afita Salassia, che ai grandi
suoi meriti personali accoppia quelli di essere nel medesimo tempo il parente del Re di Scioà, il
Suddito il più considerato di Ras Aly padrone dell'Amara ed il primo Ministro del Re Ubiè. Tutti
questi sono incaricati di recarsi a Roma, come ho di sopra accennato. Questo uomo considerato
come padre della Patria è tutto per noi come tutto il rimanente della Deputazione. Quale rispetto
non hanno essi pel Vicario di G. C. ' Un grande numero poi di altri Monaci e pellegrini tutti
dell'Abissinia, a cui ho procurato l'imbarco franco per recarsi ai luoghi Santi, come essi muoiono
del desiderio di vedere il Successore di S. Pietro! Ma come faremo la spesa per l'imbarco di tanta
gente fino a Roma?
       Sono dunque in Egitto per gli accennati motivi. Quante buone cose non avrebbe qui fatte
Monsignor Aba Carina se le disposizioni date dalla propaganda per nostra Missione non fossero
state per giusti motivi cangiate! La lettera che mi annunziava questa verità mi è pervenuta nel
tempo, che di già era fuori dell'Abissinia. Se non in pubblica forma almeno di nascosto quai beni
non avrebbe fati un Visitatore Apostolico in Abissinia. Al presente mi conviene direttamente
indirizzarmi alla carità dell'Eminenza Sua ed a quella della Sagra Congregazione della Propaganda
per domandare lumi a ben dirigere questo affare che non so quanto sia ben cominciato; ma che non
potrebbe negligersi ora senza rovinare fino le speranze di stabilire la Missione in Etiopia. Io qui
prendo tutti i mezzi per impedire che il Patriarca non dia l'Abuna agli Abissini, e di disporlo
coll'aiuto di Dio ad unirsi con Roma. L'illimitata fiducia che i Principi Abissini hanno in noi che
siamo Missionari Cattolici lo fa pensare seriamente. Frattando attendo le istruzioni che giudicherà
espediente a Sua Eminenza darmi soprattutto sul venire o no gli Abissini costà a presentare i loro
omagi al Sommo Pontefice. Tutti questi buoni Abissini sono Cattolici, e non manca che far loro
vedere Roma per renderli Apostoli della vera credenza. Prego l'Eminenza Sua adeguarsi di subito
rispondermi.
       Per non perder tempo, e per subito mandare questa ben lunga lettera mi dispenso dal dovere di
ricopiarla per essere degna di essere a Sua E nenza presentata. La sollecitudine necessaria a ben
condurre questo affare mi fanno dimenticare le convenienze.
       Assieme con questa mia umilissima l'Eminenza Sua riceverà ancora un piego che contiene
una incompleta dissertazione sulla Liturgia Etiope: un dialogo in lingua Amarica Istorica
Dogmatica sulla controversia che tiene separati i Copti dai Cattolici, ed un Catechismo parimenti in
lingua Amarica per gli Abissini.
       Nell'incertezza nella quale sono di dovermi o no recare costà ho stimato bene mandare questi
scritti dai quali potrebbe l'Eminenza Sua conoscere a qual genere di studi diamo la preferenza, e per
sentire il giudizio che Ella ne fa per continuare o sospendere queste occupazioni.
       Mi dimenticava di dire che la Deputazione Abissina ha una lettera da presentare da parte del
Re Ubiè a Sua Santità.
       Avrei molti casi a proporre alla Sagra Congregazione , che mi riserbo di farlo in Roma. Ma
come suole essere che non si stimi bene, che io continuassi fino a costà il mio viaggio, così
pregherei in questo caso l'Eminenza Sua ad avvisarmene subito perché allora lo farei in iscritto.
       Nella grande fretta nella quale scrivo spero di non aver nulla dimenticato delle cose principali,
che dovea umiliare. I cento dettagli poi interessanti che mi resterebbero a darle sulla Missione mi
riserbo ad umiliarglieli o a viva voce o in iscritto secondocchè mi sarà ordinata o di proseguire il
viaggio o di far ritorno in Abissinia al più presto.
       L'abito che ho ricevuto dal Signor Dabadi per il Re Ubiè e la magnifica medaglia coll'effigie
del Santo Padre hanno prodotto il più bello effetto imaginabile: Tenete questa medaglia : dissi al
Re, e quando i vostri Deputati torneranno da Roma vi diranno se l'originale è affatto simile al
Ritratto. Gradì ben di cuore il partito.
       Baciando infine il lembo della Sagra Porpora mi dichiaro invariabilmente dell'Eminenza Sua.

U(milissi)mo ed Obb(ligatissim)o Servitore
Giustino de Jacobis della C(ongregazione)d(ella) M(issione)
Cairo 3 Maggio 1841



Data: 03.05.1841
a:   P. Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Al M.to R.do Sig. e P.ne Oss.mo
Il Sig.r Guarini Procuratore Gen. Della
Cong. Della Missione a
Monte Citorio                Roma

Cairo 3 Maggio 1841

M.to R.do Sig. P.ne Oss.mo

   Che novità l’annunzio! Quella di essere al Cairo con una deputazione abissina pel Sovrano
Pontefice. I dettagli di questo affare V.S. li sentirà da sua eminenza il cardinale Fransoni cui scrivo
una lunga lettera su questo proposito. Prego V.S. a tenere disposti e preparati in Roma quei soggetti
che potrebbero partire con me nel ritorno che farò in Abissinia. Il sig.r Durante ne ha di già pronti;
in Napoli ce ne sono, anche in Roma. Dico questo perché quei cinque o sei missionari dei quali
abbiamo assoluto bisogno, bramerei che non fossero francesi.
   E’ gran tempo che non ho lettere. I signori della Propaganda solamente ed il sig.r Etienne non
hanno mai mancato di scrivermi. Gli altri tutti ci hanno dimenticati.
   Prego V.S. a farmi subito pervenire nel Cairo dove siamo nella peste che infierisce ogni giorno
più, una pronta e precisa risposta.
   Questo Padre Presidente non ha ancora ricevuto i denari che V.S. mi disse fargli pagare. Come
debbo regolarmi? Pagherò io? Veramente non sono molto ricco. Dei quaranta mila franchi che la
Propagazione della Fede ha liberati per noi, non ne abbiamo avuto neppure il terzo.
   Il sig. Dabbadie mi ha dato la veste pel re, la medaglia ed i quadri.
   E’ buono che V.S. lo sappia per discolpa di quel galantuomo.
   Se vengo in Roma quante cose non debbo domandarle. Le sarei troppo seccante. Ci badi dunque.
Se ci dimendicono nello scriverci, sono persuaso che non ponno dimendicarci nel pregare e
specialmente adesso che de re summa agitur. La riuscita di questo affare che abbiamo per le mani
stabilirà in modo meraviglioso la nostra missione; ma ho paura dei grandissimi e moltissimi miei
peccati. Dio mio misericordia.
   Scrivo di fretta per mandare subito la lettera.
   Saluti e raccomandazioni a tutti. Le bacio le mani e sono di V.S.M.R.

       U.mo ed Obb.mo servo
   Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.




Data: 14.06.1841
a:    P. Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Signor Guarini
Procuratore Generale della Missione
(Monte Citorio)            Roma
Malta 14 Giugno 1841

Mio caro signor Guarini

   Eccomi a Malta in quarantina. Venti giorni di carcere e poi sulla via di Roma, coll’aiuto del
Signore, per venirla ad abbracciare.
   Siamo dunque a tempo per ottenere che il vapore francese ci accolga se sarebbe possibile, gratis.
Siamo 24. Di questi, 7 dovrebbero essere ammessi alla 2^ piazza ed il rimanente sul ponte o sur
coverta, come si dice. L’ambasciatore francese, pregato da qualche grande, ci accorderebbe tutto.
Pare così. Anzi, spererei che il medesimo ambasciatore potrebbe raccomandarci dippiù agli ufficiali
del vapore affinché trattassero bene i poveri Abissini. Sui due vapori coi quali siamo venuti fin qua
da Alessandria, ho trovato ufficiali di una compiacenza singolare; con tutto questo i poveri miei
Abissini erano spettacolo e soggetto di pietà a vederli da quei marinai sbalzati di qua di là sul ponte
senza che trovassero luogo da riposarsi.
   Questo si dee intendere dei servi; perché in quanto ai grandi, allocati com’erano alla seconda
piazza e tra galantuomini, sono rimasti come oppressi di gentilezze.
   Perché tanta gente! Ventiquattro abissini! Si puole fare quello che si vorrebbe in tempo di una
battaglia, di una persecuzione?
   E l’uscita nostra dall’Egitto fu vero fatto di guerra.
   Il Patriarca eretico, per minacce vero Faraone; gli Abissini per le di costui oppressioni e pel
desio di sottrarsene, vero popolo in schiavitù, ed io caporale miserabile, tirai fuori quanti ne potei
più. Giunsi in Alessandria con 24; altri erano stati spediti prima in Gerusalemme quando il Patriarca
non avea ancora tutta dichiarata la sua mente perversa. Se in Alessandria avessi tolto quei solamente
che erano bastanti a comporre la spedizione, degli altri cosa ne avrei fatto? Lasciarli in Alessandria?
Mandarli in Gerusalemme? Nell'uno e nell’altro partito chi avrebbe protetto questi innocenti
fuggitivi dai carri infernali dell’eretico uomo? Dovevamo dunque o tutti imbarcarci o nessuno per
Roma. Non so se io abbia scelto il partito migliore appigliandomi al primo. Un poco di spesa di più,
è vero; ma il Signore ha fatto crescere l’annona secondo il bisogno.
   Il Signor Etienne mi scrive che non doveva (toccare) il credito che avrei trovato aperto per me in
Alessandria; perché non conoscendo ancora l’oggetto del mio viaggio il Superiore Generale gli
aveva proibito di farmi pervenire denaro fino a che questo oggetto fosse conosciuto. Questa lettera
era del 6 Giugno pp. Ma qual modo potrei impiegare a far conoscere a Parigi l’oggetto del mio


viaggio quando lo scrivere ed il mandar lettere colà del continuo per ogni occasione, per ogni
corriero, non è mezzo sufficiente? Questa difficoltà di corrispondenza per un uomo che trovasi in
un altro mondo, che ha bisogno di ricevere ordini, poteri e mezzi per eseguire qualche intrapresa
ardua, dispendiosa ed indispensabile, è un vero martirio, la distruzione della vita per…spero…per
Dio, solo per Dio.
   Accettate o Signore il misero dono che voi stesso mi necessitate ad offrirvi.
   Non posso più scrivere; parte il vapore subito. Supplisca la bontà di V.S. ai miei doveri con
l’Eminentissimo e con mons. Segretario, non che coi Signori e Fratelli tutti.
   Non dimentichi di farmi trovare compagni.
   Le bacio le mani.

       Il suo………………….
   Giustino de Jacobis i.p.d.C.d.M.
Data: 14.06.1841
a:    P. Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Cairo 14 Giugno 1841

R.do Sig.r e P.ne Oss.mo171

Le ragioni principali che mi hanno fatto differire fino a questo momento a scriverle di nuovo, sono
state la speranza di essere subito riscontrato sull’ultima mia umilissima inviatale dal Cairo, e l’altra
speranza di darle buone notizie sul successo del nostro affare in Egitto. Deluso in ambedue, pel
timore che la mia lettera si fosse smarrita e per adempiere al dovere che mi corre di ragguagliarla
così delle prosperità come delle cose avverse al bene della nostra missione, le diriggo questa
seconda lettera.
   Prima d’ogni altro mi permetta che la trattenghi un momento sulla necessità, i danni ed i
vantaggi del mio arrivo in Egitto. Le conversioni che avvenivano, colla benedizione del Signore, in
Abissinia di giorno in giorno; le buone disposizioni che finalmente dopo un anno di considerazioni,
scoprimmo negli Abissini ad essere istruiti nella vera credenza, ci fece pensare a procacciarci una
chiesa cattolica.
   Punto delicato; ma gli attestati di benevolenza che i Grandi del Tigré ci davano, ci fecero
coraggio a presentare a Ubié una domanda in iscritto su tal proposito. In questo tempo, tre inviati
del Patriarca copto scismatico del Cairo promettevano in nome del loro mandante che quante volte
fosse stata spedita una deputazione in Egitto dall’Abissinia come era di uso, il Patriarca avrebbe
subito mandato l’Abuna, come essi chiamano il vescovo e di cui erano mancanti da quasi dieci anni.
   Ecco in un momento cangiato affatto l’aspetto dei nostri affari. L’arrivo di un vescovo eretico
non ci avrebbe certamente lasciati in pace; d'altronde quali i mezzi per impedirne la nominazione?
Dei quattro regni cristiani abissini, eccettuata la provincia del Quontquontì che pare tutta fatta
cattolica e quelli altri pochi che di tempo in tempo si convertivano, tutto il rimanente era eretico e
domandava così esclusivamente un vescovo della sua Comunione, ché non si avrebbe potuto tentare
di dargliene uno cattolico con tutte le solennità senza provocare una rivoluzione pericolosissima.
D'altronde i principi attuali di Abissinia rei quasi tutti di fellonia contro l’imperatore e di
usurpazione sui popoli, seggono su dei troni tanto mal sicuri che hanno bisogno di tutte le risorse
della politica per sostenersi senza trascurare quello di procacciarsi la benevolenza dell’Abuna.
   Per l’Abissinia non vi è che un sol vescovo il quale stende la sua giurisdizione sui monaci, sui
preti senza numero e dei semplici fedeli dei quattro o cinque regni cristiani. Questo grande diritto

di giurisdizione rende l’Abuna di una importanza superiore a quella di qualunque di quei principi
sudditi, ognuno dei quali trova grande interesse nel renderselo obbligato. Ubié, quindi, che non
manca affatto di spirito, persuaso di questo, non si fece sfuggire di mano la favorevole occasione
che la deputazione del Patriarca gli presentava a stabilire un po’ meglio il suo impero novissimo.
Quantunque gli avessi fatto noti in una carta che fecegli presentare i vantaggi che avrebbe potuto
trarne dall’avere, in luogo dell’eretico, un vescovo cattolico del suo paese, pure si affrettò a
mandare gente e denaro per avere l’Abuna da l’Egitto. Non trattavasi che di trovare uno che fosse
stato capace a proteggere gli inviati nel cammino dalle angarie dei mussulmani. Fu proposto un tale
uomo inglese che dimora da lungo tempo in quei paesi ed è uno dei comandanti delle truppe d’Ubié.
Le cose erano a questo punto quando ad insinuazione dei grandi, dei deputati per la spedizione, e

171
   E’ il signor Guarini, a Roma. Ma, cancellato si intravede, invece, il titolo “Eminenza”. Spiegazione di questo cambio
  di destinatario è data dalla lettera seguente del 16 Giugno 1841, ugualmente inviata al Guarini e dove Giustino si
  scusa perché gli sta inviando, per conoscenza, una brutta copia di lungalettera già spedita al cardinale Fransoni, e cioè,
  questa attuale di cui ora si dà la trascrizione.
per l’amicizia che avea per me, egli stesso mi fece chiamare e mi domandò se in luogo di
quell’uomo inglese, sarei partito per l’Egitto. La mia risposta fu che non potea per essere io
cattolico, non della loro comunione. Ma mi ripigliò Ubié non vi occuperete per niente dell’affare
dell’Abuna, proteggerete i miei e niente più. Questo stato di cose costituivami come in una
necessità a partire.
   Frattanto non il pensiero del denaro che avrei dovuto spendere, non i pericoli della navigazione,
ma il male che io conosceva in una cooperazione di questa natura, mi fece pensare a cercare dei
mezzi se era possibile per (non) esporre la missione alle tristi conseguenze che il mio rifiuto
avrebbe senza dubbio portato e di tranquillizzare la coscienza. Rammentandomi allora che Ubié mi
avea detto che senza l’autorizzazione del Patriarca egli non mi avrebbe potuto permettere di
fabbricare delle chiese e riflettendo di più del grande bene che avrebbe potuto produrre l’arrivo a
Roma dei deputati per avere un abuna in Egitto, mi fecero avanzare due condizioni, ammesse le
quali avrei potuto compiacere Ubié. Primo quella (di) domandare Ubié medesimo per me il
permesso di fabbricare chiese cattoliche in Abissinia. Secondo quella di presentare a sua Santità
tutta la sua deputazione tra i componenti della quale ci è il primo suo ministro che è parente di Ayle
Salasié, re dello Scioa. Conosceva bene che l’esecuzione di queste due condizioni avrebbero potuto
incontrare grandi difficoltà in Egitto; ma mi parvero adattate a togliere l’aspetto di cooperare al
male e lo scandalo che quindi poteane venire nel mettermi in una deputazione di quella natura, dopo
di essermi consigliato non solo coi miei compagni ma quanti europei erano allora in quel paese; ed
avuta l’approvazione di tutti, accettai infine la commissione che dava Ubié. Tutte queste cose si
passarono in così poco tempo che non potei scrivere prima di mettermi in viaggio per informare la
Sagra Congregazione.



    Veramente io chiedeva che le disposizioni che in Egitto si erano date fossero permanenti e mi
avrebbero facilitato nell’intrapresa. Ma il Signore dispose altrimenti per la malattia di monsignore
Abuna Carimà.
    Nella supposizione che non debba chiamarmi cooperatore d’una cosa male in questo affare (su
questo mi rimetto interamente al giudizio di sua Eminenza e mi dichiaro colla grazia del Signore
pronto ad accettare tutte le misure che saranno prese per mia emenda) nella supposizione dunque, di
non avere peccato su questo, rapporto i mali che conosco come provenienti di questo viaggio e lo
dispendio.
    Mi è convenuto procurare il passaggio franco sul mar Rosso a quaranta pellegrini abissini che si
recavano a Gerusalemme e che erano bisognosi di tutto. Per la deputazione, quanto dispendio
nell’impegno di fare loro conoscere il disinteresse cattolico a fronte della simonia degli eretici.
Spero che nel tenere questa condotta non abbia mancato.
    La Provvidenza poi mi ha fatto trovare tutti i modi opportuni a fare queste spese. L’altro male
poi credo che sia stato quello del dovermi allontanare dall’Abissinia nel tempo che il P. Sapeto era
tanto rifinito dopo una malattia di sei mesi, che mi facea piangere nel vederlo.
    Mancante io la missione è tutta poggiata al presente al P. Luigi Montuori che è in perfetta sanità.
Oltre a questi mali non mi pare che ne siano pervenuti degli altri. I beni, poi, se non mi inganno non
paiono di così poca importanza. Questo viaggio, in luogo di renderci nemici principi abissini ci
dovrebbero essere molto obbligati. Si è impedito che la spedizione non si trovasse sotto l’influenza
assoluta dei missionari inglesi come sarebbe avvenuto nel caso che in mio luogo fosse partito
l’inglese di cui ho parlato. Ritornando in Abissinia la nostra missione sarà conosciuta da tutti gli
Abissini sotto di un aspetto importante che disporrà meglio gli animi ad ascoltarci. La
conversazione tenuta nel viaggio con quelli della deputazione gli ha illuminati in modo che sebene
non si siano dichiarati cattolici, per ora ci è speranza che lo facciano al ritorno che faremo in
Abissinia, quando il timore di irritare il Patriarca non agirà più sul loro spirito.
       I pellegrini sono restati tanto contenti della compagnia d’un prete cattolico che si sono quasi tutti
    dichiarati della nostra comunione.
       Finalmente, dovendo tornare in Abissinia col novello vescovo, potrei coll’aiuto del Signore,
    disporlo a nostro vantaggio.
       Questi beni, aggiunti a quello di inviare costà quattro o cinque giovani per esservi educati nella
    Propaganda e nelle case dei Lazzaristi e quello di potere introdurre nel ritorno che faremo in
    Abissinia nuovi missionari, dappoiché ne abbiamo indispensabile bisogno di cinque almeno o sei,
    sono i principali della spedizione che ho seguita.


       Non ho annoverato quello di ottenere il permesso di fabbricare chiese in Abissinia e di condurre
    tutta la deputazione costà; perché questi grandi passi pel bene della missione, pei miei peccati, ci
    sono venuti meno.172
       Giunto nel Cairo in tempo di peste mi sono trovato come in un deserto nel tempo che avea
    bisogno delle più forti raccomandazioni per indurre il Patriarca eretico a………………….

-           manca almeno una pagina di seguito anche nell’originale –

    la volontà del principe Ubié sul rapporto di fabbricare chiese cattoliche in Abissinia e di condurre
    quelli della deputazione a Roma.
       Ubié mi avea dato due lettere segnate col suo sigillo ed in bianco: una per iscriverci la domanda
    che egli facea per me al Patriarca nel modo che mi sarebbe più piaciuto e l’altra per iscriverci in bel
    linguaggio abissino una lettera al Santo Padre. Mi diede queste due lettere in bianco per mancanza
    di tempo a farle scrivere, perché dovetti partire al momento che accettai ed incaricò il segretario
    della spedizione di scrivere l’una e l’altra lettera nei sensi nei quali eravamo convenuti. I signore
    Glot Bey, cavaliere dell’ordine di S. Gregorio il G.(rande) ed il console russo signor Boctì che
    meriterebbe di esserlo, presentarono la lettera al Patriarca. Chi puole ridire i passi e gli antirivieni
    dell’eretico uomo per niente concederci. Ha assolutamente detto ai deputati che quando sarebbero
    andati a Roma non avrebbero potuto ritornare più al loro paese senza passare pericolo di essere
    trucitati come traditori della setta. I poveri abissini quanto hanno pianto? Ma non si trovavano di
    essere abba stanza forti per disprezzare le fiere minacce. Forse andremo col principe Ayla Selasié
    capo della spedizione in Gerusalemme e poi conviene di ritornare in Egitto per subito ripartire in
    Abissinia. Ed io partirò con loro. I giovani destinati per essere costà allevati saranno spediti soli al
    primo comodo. In tanto prego colle ginocchia per terra sua Signoria173 a mandare subito
    inAlessandria i missionari di cui abbiamo bisogno.
       Che danno sarebbe per la missione partire senza di loro! Mio Dio, non considerate tanto il mio
    demerito fino a permettere questo in pregiudizio totale dell’opera vostra.
       Credo che il signor Ceruti, console generale sardo in Alessandria abbia denaro della Sagra
    Congregazione. Egli mi ha offerto fino a seimila franchi. Nel ritorno che farò in Abissinia penserei
    di portare con me qualche somma che potesse bastarci per un anno. Le corrispondenze sono


    difficilissime coll’Abissinia anche adesso che abbiamo un agente consolare francese in Massauah. Il
    signor Etienne, procuratore generale della Congregazione della missione non mi ha fatto mancare di
    niente fino a questo momento; ma come adesso mancherà il tempo per avere risposte da Parigi,



    172
        Le tante difficoltà che al Cairo scontravano il De Jacobis (cfr. Diario pp. 224-229) avevano infranto il suo animo per
      cui molti progetti dei quali aveva già precedentemente scritto ed annunciato in Europa, ormai li vedeva
      definitivamente cancellati.
    173
        Qui si intravede sotto la cancellatura il titolo “Eminenza”.
pregherei la carità sua174 di provvedere al momento pei bisogni dei nuovi missionari che è per
mandarmi per poi rimborsare la spesa del signor Etienne.
   Questa lettera, veggo bene, che va troppo in lungo. E quantunque avrei ancora molte cose da
dire non stino però bene stancare più lungamente la sua bontà. Accolga dunque i sentimenti dell’alta
stima onde mi dico sempre si sua signoria.175

          U.mo Serv. (vero)
      Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.




Data: 14.06.1841
a:    Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide


Cairo 14 Giugno 1841
Eminentissimo

L'attenzione nella quale era di un subito riscontro all'ultima mia umilissima e la speranza di poterle
dare da giorno a giorno qualche buona novella sull'andamento del nostro affare qui, sono le ragioni,
per le quali ho fin'ora differito a scriverle di nuovo. Ora nel dubio, in cui sono, di essersi smarrita la
mia lettera; e l'obbligo che ho di ragguagliarla così delle prospere come delle avverse cose in
riguardo alla Missione, mi hanno determinato ad umiliare a Lei Eminentissimo questa seconda
senza che abbia ricevuto riscontro dell'altra.
 Ritorno nuovamente ai motivi che m'hanno menato fin qui. La faciltà colla quale avvenivano in
Abissinia le conversioni e le buone disposizioni di quella gente ad essere istruite ci fecero pensare a
procacciarsi una Chiesa esclusivamente per noi. Passo difficile, ma che non era azzardato dopo i
grandi attestati di amicizia che ci davano indistintamente i Principi, i grandi dei paesi ed i semplici
Cittadini.
 Nel medesimo tempo giunsero a Ubiè Principe del Tigrè tre inviati del Patriarca Copto Scismatico
di Alessandria per offrire all'Abissinia il Vescovo, di cui erano da gran tempo privi, e la nostra
Carta, colla quale domandavamo il permesso di aprire Chiese, e proponevamo i vantaggi, che
doveano nascere pel bene del suo paese quando in luogo di un Vescovo Eretico vi fosse giunto uno
di Comunione Cattolica
 Prima di ragguagliarla, Eminenza, del modo come furono accolte queste sì opposte domande, è
bene farle notare, che il Vescovo di Abissinia è sempre un solo, la cui Diocesi è sì estesa che i
quattro o cinque regni cristiani, che vi si trovano quando le conversioni quindi al Cattolicismo non
sono al numero di bilanciarsi con quelli che restano nelle altre comunioni, il tentare a far venire un
Vescovo Cattolico con quelle solennità onde suol venire il Vescovo in Abissinia è un volere
eccitare una completa rivoluzione non tanto religiosa, che civile. Dall'altra parte Ubiè aveva una
grande ragione a fare in tutti i conti venire il Vescovo prima che gli altri Principi Abissini ci
pensassero.
 Dalla caduta dell'Impero Abissino tutti i Re ed i Principi assoluti sono giunti al trono per via di
fellonie e di usurpazioni. Poteri che poggiano su basi cotanto vacillanti hanno bisogno continuo di
sempre più consolidarsi. Per questi motivi Ubiè aveva mandato in Parigi dei Deputati per
domandare la protezione e l'amicizia di quel Re. Ma i Francesi pare che abbiano fatto poco
174
      Ancora qui è cancellato il titolo “Eminenza”.
175
      Vedi nota 4.
attenzione agli uomini neri e dai piedi nudi. Avveduto come è Ubiè ha pensato prevalersi dei
vantaggi che poteano venire dall'avere in Abissinia un' Abuna o Vescovo, che gli fosse obbligato e
riconosciuto da tutti gli Abissini. Per questi motivi subito pensò a mandare gente in Egitto con
denari per domandare un'Abuna Copto Eretico.
 Eccoci ad un momento giunti assai difficile per la nostra Missione. L'arrivo di un tal'uomo non ci
avrebbe certamente lasciato vivere in pace. D'altronde come avremmo noi potuto impedirlo? La
Provincia solamente del Quenquendi vicino ai Saltatti è cattolica, in tutto il resto i Cattolici sono
pochi e dispersi. La proposizione quindi che io facea ad Ubiè di domandare in luogo dell'Eretico un
Vescovo Cattolico non era secondo i suoi interessi. Ed egli in quel tempo non era bastantemente
convinto del Cattolicismo per trascurarli. Fu dunque un grande che il ricordarsi solo della mia carta
e della mia domanda. Egli peraltro se ne ricordò sì bene, che mi fece proporre di accettare dei paesi
per ivi stabilirmici con i compagni, e di andare coi Deputati suoi in Egitto per domandare un
Vescovo. Quando le disposizioni saggiamente date dalla Sagra Congregazione in persona di
Monsignor Teodoro Abuna Corima non fossero state congiunte come poi ho conosciuto nel viaggio
potea forse combinarsi qualche cosa di buono; ma con tutte queste speranze che sussistevano nel
momento che il Principe Ubiè mi destinava ad andare in Egitto pure credei rispondere bene,
dicendogli, che un Cattolico e Prete come me, non potea andare in Egitto che solamente per indurre,
se era possibile, il Patriarca ad essere Cattolico, per ottenere dei mezzi da far Chiese Cattoliche in
Abissinia, e per far conoscere agli Abissini la differenza che vi è tra il Successore di San Pietro ed il
loro Patriarca.
 Ubiè, per indurmi a partire incominciò dal dichiarare che io sarei andato in Egitto solo per
difendere dalle oppressioni di Musulmani in istrada i suoi inviati; e quindi per rendermi più
contento mi diede una lettera nella quale domandava egli stesso che il Patriarca Copto non si fosse
opposto alla domanda che aveagli fatta di fabbricar Chiese, e che dasse permesso ai suoi Deputati di
andare fino a Roma per riverire in suo nome il Sommo Pontefice, e per domandargli la Sua
amicizia. Diede inoltre una lettera sigillata da Lui diretta al Papa a questo medesimo oggetto.
 Dopo queste cose mi sembrò che niuno avrebbe potuto prender scandalo nel vedermi giungere con
tale gente in Egitto. Così pensarono i Compagni e quanti Europei erano in quel tempo in Abissinia.
E fu da tutti quanti deciso, che dovea partire per impedire i gravi danni che poteano nascere dal
rifiuto, e per procacciare tutti i grandi beni, che poteano provenire da questa spedizione.
 Sebbene io considerassi che il Patriarca Eretico avrebbe difficilissimamente accordatomi alcuna
delle cose che Ubiè domandava per me, pure contento che queste condizioni erano bastanti a
togliere ogni scandalo mi determinai a partire col grande dispiacere di non aver potuto prima tenere
al corrente di questo fatto la Sagra Congregazione.
 In succinto i vantaggi che da questo viaggio provengono alla Missione, oltre a quelli di domandare
alla Propaganda dei giovani Abissini, oltre a quell'altro di ritornare in Abissinia con cinque o sei
Compagni che spero che mi saranno dati e di cui ora abbiamo assoluto bisogno, oltre a questi sono
da notarsi quello di disporre nel viaggio i Deputati a favore della nostra Religione a via di beneficii
e di ragionamenti: di fare lo stesso in riguardo a quel grande numero di Pellegrini che recavansi
dall'Abissinia in Gerusalemme. La sorpresa che ha cagionata la esattezza del Dogma Cattolico
esposto nella conversazione, ha convertito circa dieci, che sono dichiarati Cattolici, e tutti gli altri
sono molto disposti a seguire il loro esempio. Chi puole dire lo stato di conflitto nel quale sono ora
gli animi dei Deputati? Persuasi delle verità Cattoliche, ed impegnati a menare in Abissinia un
Vescovo Eretico avrebbero bisogno della grazia perfettamente del martirio per operare secondo
l'attuale credenza loro. Dappoichè è sicuro che quando in luogo dell'Abuna della Comunione
Eretica ne domandassero uno Cattolico, oltre che cadrebbero dalla grazia del loro Principe,
sarebbero dippiù discacciati dal loro Paese a furia di popolo. Inoltre al ritorno che faremo in
Abissinia, nel medesimo tempo che saranno tutti persuasi che non tenghiamo alla credenza
dell'Abuna. Chi potrebbe più ignorar ciò dopo tante dispute, e tanto chiasso che si è fatto per questo
per istrada ed in Egitto, il Re Ubiè ci sarà più obbligato che prima, e si stimerà nel dovere di
contentarci dopo che noi abbiamo contentato lui. E sono nella quasi sicurezza che egli ci
accorderebbe al nostro ritorno nel suo Paese il permesso di farvi delle Chiese che prima aveaci
negato. Come lo spedire una Deputazione in Egitto per l'Abuna era un affare cui prende parte tutta
l'Abissinia Cristiana, l'essere stato messo uno della Missione Cattolica alla testa della medesima ci
viene a procacciare una celebrità che non potrà non essere utile di molto.
 Giunti qui siamo stati un po inoperosi per la peste che impediva ogni maneggio di affari. I tempi
fattisi un po migliori incominciai ad adoperarmi per fare avere il desiderato successo alle
raccomandazioni di Ubiè. In questi affari fui come solo ad agire ad eccezione del Signor Glot-Bey,
del Signor Boeti Console Russo e del Signor Mathieu Console Sardo che fecero quanto poteano per
la Missione, gli altri non si sono affatto mossi. Ed a questo attribuisco il poco successo che hanno
avuto le mie premure. Quale carattere versipelle furbo disprezzante mentitore non hanno in questa
occasione mostrato i Copti Eretici! Hanno finito col dire che non mi avrebbero mai permesso di
aprire Chiese in Abissinia, né di condurre in Roma quelli della Deputazione dell'Abissinia.
 Questa risoluzione presa e risolutamente sostenuta, mi ha obbligato a prevenire l'Eminenza Sua che
in luogo di venire in Roma, accompagnato che avrò gli Abissini in Gerusalemme ritornerò con essi
in Abissinia, se non avvenisse qualche incidente, che mi obbligasse a fare altrimenti
 Gli Abissini sono dispiacentissimi del Vescovo che il Patriarca ha loro dato. Egli è un giovanotto di
22 anni quasi quasi niente istruito, e d'una condotta tenuta per l'innanzi poco edificante. Dippiù egli
è riconosciuto come allievo delle Scuole Inglesi. Il che solo sarebbe sufficiente ad essere
discacciato. La gioventù del nuovo Vescovo ci apre la via a conciliarci nel viaggio che faremo
insieme in Abissinia, se non la sua amicizia almeno la sua toleranza. Il poco credito poi nel quale è
fin avanti dal giungere in Diocesi farà meglio prezzare i Cattolici, e le conversioni nel paragone dei
ministri della Religione potranno rendersi più facili.
 Non venendo io in Roma vedrò di spedire per costà quelli giovani che sono destinati ad essere
educati in Propaganda, o nelle case dei Lazzaristi come meglio loro piacerà. E' probabile che mandi
qualche fanciulla Abissina per essere educata tra le Suore della Carità in Francia, per quindi
ritornare ad essere istruttrice delle Fanciulle in Abissinia.
 Quando prego Eminentissimo la Sua carità illuminata a subito mandarci Compagni, se si trovassero
in Alessandria pè principii di Agosto potremmo partire insieme. Qual vantaggio per quei che
entrano per la prima volta in Abissinia!
 Non posso passar sotto silenzio che l'impegno in cui mi trovo di far conoscere il disinteresse
cattolico in fronte alle turpi e simoniache esazioni degli Eretici mi ha fatto fare molte spese. Il
viaggio per venire in Egitto è stato quasi tutto fatto a conto della Missione. Sarebbe questo il tempo
di battere, come dicesi, il ferro quando è caldo un po di spesa ancora e tutte le probabilità ci dicono,
che poi non avremo più grande bisogno di altri Soccorsi Europei, che di quelli delle preghiere.
Quando avessimo il permesso di fare una Chiesa, come è più che probabile, avremo bisogno di un
soccorso un po’ più generoso. Ci sarebbe qualche dono da fare ad Ubiè ai Grandi suoi al ritorno che
d'Egitto faremo in Abissinia.
 Debbo domandarle perdono, Eminentissimo, per una di quelle licenze che mi sono preso e che
diconsi poetiche. Il Signor Antonio Dabbady mi aveva dato una veste che era per Ubiè, ed una
medaglia in oro da darsi al Capo dei Monaci. Mi trovai in un punto, nel quale pensai che un doppio
regalo fatto ad Ubiè avrebbe prodotto l'effetto, che bramavamo pel bene della Missione. E questa fu
la licenza poetica che mi son preso, col proponimento di farne la restituzione o di domandarne
perdono a Sua Eminenza
 Mi riserbo a scrivere subito fra pochi giorni per tenerla al corrente di tutto.
 Intanto l'Eminenza Sua si degni benedir me e la mia Missione, e ad accogliere i sinceri sentimenti
di alta stima e piena ubbidienza onde mi dico sempre.
Dell'Eminenza Sua

U(milissi)mo ed Obb(ligatissi)mo Serv(o) Vero
Giustino De Iacobis
Prete della Cong(regazione) della Missione
Data: 16.06.1841
a:     P. Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Cairo 16 Giugno 1841


Mio caro signor Guarini176

Il caldo e la peste di questo Egitto non mi lasciano forza a scrivere lunghe lettere in grande numero.
Lei dunque colla sua carità mi scuserà se per informarlo di tutto il mio affare le mando una brutta
copia della lettera che avea scritta al cardinale Prefetto, dove troverà tutto dichiarato.
La prego a prendere conto di alcini manoscritti che avea diretti alla Propaganda e che non so se
sono giunti.
    Non trascuri l’affare dei missionari di cui abbiamo bisogno. Se si trovassero in Alessandria sui
principi o al più tardi alla mettà di Agosto in Alessandria, potrebbero partire con noi. Qual
vantaggio.
    Mi saluti tutti e mi creda di cuore.

      Cairo 16 Giugno 1841
      D.V.S.M.R.

U.mo ed Obb. Servo
  Giustino de Jacobis



Data: 26.06.1841
a:    Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide

Alessandria 26 Giugno 1841
Eminenza
La sua Onorevolissima lettera dei 3 Giugno 1841 mi è arrivata nel Cairo, e nel momento che le
nostre negoziazioni col Patriarca Copto Scismatico avevano un esito tutto affatto contrario ai nostri
desiderii. In luogo di accordarci quanto ha per noi domandato Ubiè, sul proposito di fabbricar
Chiesa Cattoliche in Abissinia, e di far partire per Roma la sua Deputazione, Egli si è a tutto questo
dichiarato contrario in un modo, che si è reso noto a tutti i Cristiani di Egitto. E per meglio riuscire
nel suo proponimento ha dichiarato, che quando i Deputati di Ubiè si sarebbero recati in Roma
contro del suo avviso, egli avrebbe fatto partire un Vescovo per l'Abissinia sotto la protezione
Inglese, di cui quelli Eretici vanno fieri. I Copti Eretici di Egitto che permetterebbero ad uno dei
loro di rendersi Musulmano piuttosto che Cattolico, hanno poi tanta tolleranza per gl'Inglesi, che
mandano i loro figliuoli alle Scuole Metodiche aperte nelle vicinanze della casa del medesimo
Patriarca. Dicono che le Chinee Inglesi abbiano tanto ammolliti gli animi venali di quei miserabili.
176
   Questo foglio accompagna la lettera precedente del 16 Giugno 1841 della quale, per chiarezza, va bene riprendere la
  nota n° 2.
Il Vescovo poi che manderanno in Abissinia è un giovanotto di 23 o 24 anni, alunno altra volta dei
Metodisti. Questi fatti uniti a quelli altri degli Stabilimenti che gli Inglesi vanno facendo sulle Coste
Orientali della Abissinia rendono quest'affare bastantemente serio. I Signori Dabbady e Comby
altro viaggiatore Francese, sono impediti dall'entrare in Abissinia dalla parte di Aufila e di Zeila,
come mi assicura un francese or ora venuto da colà, a causa degl'Inglesi che hanno comprato il più
interessante porto di quel littorale. Nuovi pericoli quindi ci forzano a prendere nuove risoluzioni. I
Deputati Abissini essendo pieni di timori per i passi che contro di loro potrebbe fare il Patriarca non
sanno a qual partito appigliarsi, ed io non sono in una posizione molto diversa dalla loro. Il partito
preso infine è il seguente, di dividere, cioè, quelli della Deputazione in due parti uguali. Tre
resterebbero in Cairo per osservare le operazioni del Patriarca e del Vescovo, e per impedire che
questi non vada in Abissinia cogli Inglesi, e gli altri sono partiti con me, dicendo di andare a visitare
i Santuarii di Gerusalemme per poi prendere secondo i casi nuove risoluzioni. E' dunque con me il
Capo della Spedizione Allaca-Apta Salassie parente del Re dello Scioa e Primo Ministro di Ubiè,
due altri Deputati il Segretario di Stato di Sabagady predecessore di Ubiè nel Dominio del Tigrè.
Questi sono dispostissimi a venire in Roma, due dichiarati Cattolici, e due presto a dichiararsi.
Inoltre ho pure sei o sette giovani, che verrebbero costà per esservi allevati. Sono tutti questi
Cattolici. Non parlo del grande numero degli altri Abissini servi dei primi, e religiosi più o meno
dichiarati Cattolici, e più o meno vogliosi di prestare ubbidienza al Sommo Pontefice; ma come
menarli costà col pericolo imminente di tutti rovinare gli affari della Missione in Abissinia? Quelli
che verrebbero per restare potrebbero partire; ma quelli della Deputazione non così facilmente. Si è
pensato presentare questi al Pascià Mahmet Aly, e domandargli che trovasse modo da impedire che
il Vescovo Copto Eretico non parta prima dei Deputati per l'Abissinia. Il Signor Console Francese
non ha trovato male quest'idea. Si è incaricato di ottenere udienza da Sua Altezza e presentarsi a lui.
Quando questo pensiere avesse buon esito i tre succennati della Deputazione Abissina, gli alunni
Abissini per la Propaganda si recherebbero costà, come sua Eminenza mi ordina di fare. In quanto a
me sono ancora incerto se mi convenga o no venire con loro. Pare che dovessi restar qui in
osservazione, ed implorare le protezioni opportune per impedire i passi, che gli Eretici potrebbero
fare contro di noi. In questa incertezza sono al momento che scrivo. Dopo l'udienza del Pascià
potrei decidermi, e potrebbe quindi avvenire, che prima di scrivere a Sua Eminenza di nuovo ci
mettessimo in viaggio. Pregherei intanto l'Eminenza Sua a prendere delle misure per darci dei
compagni in tutti i casi, di cui la Missione ha bisogno. Quattro o cinque non sarebbero troppo,
questi potrebbero partire con noi al ritorno che faremo in Abissinia. Non so se abbia ricevuti alcuni
manoscritti che mi presi la libertà d'inviarle. Non mancherò di scriverle e di tenerla al corrente di
tutto quello che sarà per succederci. Non mi voglia intanto privare del bene delle Sue orazioni e di
quella della sua benedizione. Quanto ho bisogno di Dio in questi momenti!
    Mi do infine l'onore di baciarle la Porpora e dirmi sempre.
Di Sua Eminenza

U(milissi)mo ed Obbl(igatissimo) Sev(o) Vero
Giustino de Iacobis Prete della Cong(regazio)ne della Missione



Data: 27.06.1841
a:    Al Vescovo da Matta Macuensem
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

(Cairo) 27 Giugno 1841177

177
   Nell’originale – una minuta – questa lettera è scritta in latino. In calce porta la data, ugualmente detta in latino (V
  Kalendas Julii – sic! – MDCCC41) che tradotta dovrebbe dare il 27 Giugno 1841.
  A chi è indirizzata? “Ad episcopum da Matta Macuensem”.
Al Vescovo “da Matta Macuensem”

Mio Signore e venerato Fratello
La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con noi.
Prima della tua santa vita vissuta tra i sacerdoti della Congregazione della Missione e poi della tua
dignità episcopale alla quale sei stato elevato, me ne hanno dato notizia gli “Annali della Santa
Infanzia”. Avvinto da questo duplice vincolo di carità della nostra fraternità, godo di premettere i
miei affettuosissimi saluti con questa umilissima mia lettera che ti invio.
   Dovunque dispersi nel mondo sicuramente in niente veniamo privati della quotidiana nostra
“sanctorum conversatione” mediante la comunione della preghiera e della celebrazione dei divini
misteri.
   Se tuttavia a volte abbiamo in più sia con (notizie) e sia con missive di raggiungere i
desideratissimi nostri fratelli, allora si aggiunge un grande peso di santa consolazione.
   In questa tua grande selva di animali selvatici cinesi, oggi si apre al Vangelo anche una grande
porta. Il sangue di venerabili nostri fratelli il sangue sparso di tante fortissime persone indigene, già
è diventato ubertosissimo seme di cristiani. Però, noi qui che stiamo in queste ingratissime terre
d’Etiopia, ancora ci cibiamo del pane del dolore e delle lacrime. Arde qui una grande guerra tra la
colluvie delle eresie che miseramente qui regnano, ed i purissimi dogmi della santa nostra divina
religione sembra che preannunzino una grande e prossima vittoria della Chiesa. Tuttavia, il grande
pericolo di persone indigene religiose, degli alunni del nostro seminario insieme con me dispersi, di
cadere per il ferro dei persecutori, si congiunge anche con un grande gaudio. Fuggitivi per deserti,
per quanto si abiti in grotte, il Signore pietosissimo riempie i cuori dei suoi fedeli di gaudio che
supera ogni senso umano.


   E quindi? Venerato fratello, forse vorresti effondere per noi e con noi le tue sante invocazioni a
Dio ed alla sua Madre concepita senza peccato? Per cui ti prego insistentemente non ti dimenticare
di noi (e vicendevolmente).
   Il nostro venerato fratello, il signor Poussout, moderatore di tutta la nostra Comunità, mi ha
annunciato una sua venuta qui e mi comanda di inviargli lì una mia lettera di risposta. Questa letera,
quindi, qui inclusa assieme a quella che mando a te, quando la riceverai, ti prego umilmente
affinché ti incarichi di rimettergliela, ovunque si trovi.
   Data in Abissinia degli Etiopi 27 Giugno, anno della Redenzione 1841.

- Al Signor Poussout.178


  Interpretando e ricavando il resto dallo scritto latino, potrebbe trattarsi di un Vescovo Vincenziano a Macao, in Cina,
  al quale s. Giustino scrive per affidargli una lettera da far recapitare al P. Poussout. Per questi, infatti, in continuazione
  alla brutta copia latina, vi è uno scritto in francese, abbondante di correzioni.
  Da dove s. Giustino ha scritto?
  Stando alla data della lettera latina, egli dovrebbe trovarsi al Cairo; ma sempre da quanto viene detto dalle due lettere
  e da come viene detto, sembra che Giustino scriva dall’Abissinia!…..a meno che egli non faccia uso di un “presente
  o……….futuro storico”!!
  A pag. 160 del Diario, si trova un accenno di lettera in latino datato 14 Maggio 1841 (cfr. tale lettera nel testo
  originale del “Diario”); Giustino è al Cairo in questo periodo. Se si tratta di una stessa lettera in latino, ed allora la
  differenza delle date si può spiegare la prima come quella del primo abbozzo e la seconda come quella di questa prima
  stesura.
  Si è accennato alla difficoltà di lettura dello scritto francese, ma c’è ancora la difficoltà di interpretazione di un latino
  che vorrebbe essere classico. Di tutto si cerca di dare una traduzione se non sempre strettamente letterale, sicuramente
  molto vicina al testo.
178
    Traduzione dal francese. Come già si è accennato, questo scritto al Poussout fa seguito, nello stesso foglio, alla
  lettera latina. Può avere, quindi, la stessa data.
Ho ricevuto la vostra onorata lettera mediante la quale voi mi annunciate la vostra partenza per le
nostre care missioni di Cina e mi richiedete anche di scrivervi affin di concertare su i modi di
incontrarci nel vostro passagio (sul mar Rosso) di ritorno.
   Se fosse piaciuto alla volontà del divin nostro Maestro, che avessi potuto conoscere il tempo del
vostro passagio sul mar Rosso, avrei potuto prendere le mie misure per procurarmi la grande
consolazione di abbracciarvi e di affidarvi i messaggi che il mio cuore mi avrebbe ispirato per i
nostri confratelli amati e le nostre Sorelle del Celeste Impero.
   Non voglio mancare, tuttavia, di seguirvi con i nostri Confratelli, i nostri cattolici e gli allievi,
per mezzo delle nostre preghiere presentate a Colui che comanda alle tempeste degli oceani perché
voglia accordarvi, per il bene della Chiesa e della Congregazione, una felice navigazione e tutto il
successo che la vostra eroica dedizione si attende da Colui che sa ben apprezzare i grandi sacrifici
che Egli stesso vi ispira.
   Noi ci troviamo, Signore e venerato Confratello, sempre nel fuoco della persecuzione; i bisogni
dei nostri cattolici che l’Abuna eretico tenta sempre di far apostatare con le prigioni, le flagellazioni
e la confisca dei loro beni, si fanno sempre più gravi.
   Speriamo poterli (soccorrere) ed aiutarli in parte con il denaro che la vostra carità ci assegnerà
per l’anno 1841. Il vostro cuore paterno può ben immaginare sotto quale pressione dolorosa deve
trovarsi lo spirito dei Vostri poveri confratelli qui…………….179
………………………………………………………………………………………………………..



    Notizie che voi avete voluto darmi del carattere sacerdotale e della qualità del mio caro
confratello di vocazione assunto dal sig. Boré180.
    Consacrando in modo così definitivo i suoi talenti ed il suo lavoro alla causa della religione e
dell’umanità, egli ha aggiunto una nuova e preziosissima corona ad una vita tanto degna di un
sapiente ed umile discepoli di Gesù Cristo. Il suo esempio, ne ho una molto intima convinzione,
non resterà senza imitatori degni di un così illustre prototipo. Fortunatamente il nostro nuovo e caro
confratello è incontestabilmente irreprensibile, ed anche se lo fosse, non sarebbe certamente
conveniente di rivolgergli dei rimproveri nel tempo stesso che lo festegiamo (in modo) così grande
e giustamente.
    Altrimenti vi assicuro (assolutamente) che avrei avuto un grande motivo di riprenderlo per lo
sporco e villano dono che vi ha fatto rimettendovi le mie miserabili annotazioni che non hanno
alcun senso e che mi ero permesso di inviargli unicamente per testimoniargli fino a qual punto
rispetto i suoi minimi desideri. Egli mi avrebbe risposto lo so benissimo, che affidandoli a mani così
degne e così indulgenti, non pensava affatto di offendermi e comprendo anche che ad una
osservazione così vera io non avrei avuto nulla da replicare. E’ dunque meglio lasciar tranquillo il
nostro amabile novizio nella sua felice e mistica culla e vi prego Signore (= M.le m.) 181 di armarvi
di tutta la vostra eroica pazienza affinché possiate leggere cose tanto detestabilmente (scritte) e non
condannarmi alla pena del fuoco ardente come una di quelle streghe del Medio Evo.
    Non domenticherò di far conoscere la fortunata posizione che voi avete procurata a Tesfai vostro
protetto, alla prima occasione che avrò.
    Non dimenticherò, inoltre, la massima celebre dei (governanti) l’antica repubblica di Venezia; ed
(anche quando) me ne avreste fatto un obbligo, mi sarei sempre ricordato che l’anima degli affari è
il “segreto”. Io non ne parlerò con nessuno.


179
    Manca il foglio di continuazione e si suppone che quanto segue appartenga a questa lettera. Studiare bene se la
  fotocopia non abbia invertito la pagina ma allora la lettera resta comunque sospesa.
180
    Il Superiore Generale della Congregazione?
181
    Queste lettere puntate forse si potrebbero leggere con: “Monsieur le moderateur”, rifacendoci alla lettera precedente
  in latino in fondo alla quale il Poussout viene detto ‘moderatore’ della Congregazione.
   Non ho notizie d’Abissinia sufficiente ad interessarvi. Noi ci troviamo sempre in questa
agitazione tanto simile all’anarchia che (fomenta) i diversi governi di questo disgraziato paese e che
al presente è il più degenerato per le pretese eccentriche dell’Abuna, in un vero dispotismo
religioso. Il buon Dio soltanto può salvarci e noi abbiamo posto in lui solo tutta la nostra
confidenza.

      Sono, Signore (M.le m.) vostro indegno servo182


Data: 01.07.1841
a: P. J.B. Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Alessandria183 1 Luglio 1841

Signore e carissimo Confratello184

La grazia di nostro Signore sia sempre con noi.
Mi trovo a supporre che una persona, colui del quale voi, Signore, mi avete scritto: “Confidate più
in lui che in tutti gli altri francesi”, vi abbia scritto che io mi sia impegnato in un affare che non
potrà mai avere buona (riuscita). (Direbbe) bene, Signore; (ma) considerando che io mi misi in
viaggio con degli eretici, incaricato di chiedere al Patriarca eretico copto un vescovo o anche che
venivo in Europa per domandarne uno cattolico, egli aveva ben ragione di scrivere, con più
moderazione, che io mi trovo in un affare molto difficile. D’altronde non mi trovavo nella
possibilità di consigliarmi in questo affare con lui, come mi ordinavate di fare, perché mi sono
incontrato con lui in un momento nel quale non mi era più possibile ritornare su i miei passi, dopo
d’aver fatto un mese di viaggio con tutta la deputazione per portarmi dall’interno dell’Abissinia
verso il mare di Massauah dove egli si trovava in quel tempo.
   In questa supposizione nella quale mi trovo, voi mi permettete di informarvi sommariamente sui
differenti ed (inevitabili) motivi che mi hanno obbligato di mettermi in viaggio per l’Egitto.
   Tutti coloro che son di opinione che io avrei dovuto partire d’Abissinia soltanto per (andare) a
chiedere un vescovo cattolico, costoro mi mettono nel numero certamente degli eretici constatando
che io sono partito con degli eretici incaricati di chiedere ad un Patriarca copto eretico, un vescovo
eretico. Ma io prego la carità dei miei confratelli e di tutti a non giudicarmi prima d’avermi
ascoltato.
   Io penso di essere uscito dalla mia patria nel proposito di effondere tutto il mio sangue, con
l’aiuto di Gesù Cristo, per sostenere la santità del suo Vangelo. Mi è dunque molto doloroso e di
afflizione il pensiero dello scandalo che abbia potuto dare a riguardo della mia fede. Penso che in
questo caso mi sia permesso di (fare) dell’apologia alla mia condotta.
   Mi sembra di avervi scritto, (Signore), che il numero delle conversioni in Abissinia non era
ancora sufficiente per poter domandare pubblicamente e di pubblicamente presentare a questo paese
un vescovo cattolico. Noi avremmo compromesso con questo per sempre la missione.
   D’altra parte la confidenza che in re Ubié aveva messo in noi altri era giunto fino a metterci alla
testa di una deputazione incaricata di chiedere un vescovo al Patriarca della loro comunione.
   In questa posizione, vi erano molto pericoli sia nell’accettare che nel rifiutare questa
commissione.

182
    Manca la firma
183
    D’improvviso il viaggio di Giustino e della deputazione abissina continua. Infatti questa lettera è da Alessandria, sul
  mar Mediterraneo. Quanto si è verificato perché ritornassero i primi progetti è detto nelle lettere seguenti; ma cfr.
  anche “Diario” a pag. 228 e seg.
184
    E’ il Signor Etienne a Parigi. Traduzione dal francese. In questa lettera lo scritto di Giustino è particolarmente di
  brutta copia e presenta molte difficoltà di interpretazione.
   I pericoli: Ubié, offeso, ci avrebbe messo alla porta; ci avrebbe sempre interdetto di costruire
delle chiese cattoliche.
   I vantaggi: quello, prima di tutto di impedire che un inglese protestante, che vive da lungo tempo
in Abissinia e che sarebbe partito al mio posto quando io mi fossi rifiutato di partire, che non sia
venuto in Egitto ad imbrogliare i nostri affari. I protestanti che si trovano in Egitto, e soprattutto agli
inglesi, attirano per mezzo di denaro il Patriarca stesso dei copti eretici alla loro parte.
   Una spedizione di Abissini condotta da un inglese avrebbe dato l’ultimo tocco alla perversione
dello sventurato Vegliardo che onorano in Abissinia col titolo di Patriarca, lui che dice spesso che
preferisce più che i suoi sudditi si facciano mussulmani anzicché cattolici, (costui) avrebbe ben
permesso agli inglesi di ristabilirsi ancora una volta in Abissinia dalla quale sono stati scacciati.
   (Un secondo vantaggio è quello) di procurarci il permesso di costruirci delle chiese cattoliche in
Abissinia. Abbiamo stipulato con Ubié come condizione del mio viaggio di chiedere per noi al
Patriarca il permesso di farci costruire delle chiese cattoliche. Questa domanda, come ci
attendevamo, è stata rigettata dall’eretico Patriarca; ma sempre è questa una grande testimonianza
del progresso del cattolicesimo (e cioè) una lettera firmata da un re dell’Abissinia e nella quale
domanda permesso al suo stesso Patriarca, permesso di costruire chiese cattoliche in quel paese
stesso nel quale l’anno (precedente) non ci era permesso di dire il nostro breviario a voce alta e
dove bisognava fare il santo Sacrificio prima che si facesse chiaro.
   Del resto vi potrei ben assicurare che malgrado la proibizione del Patriarca, noi costruiremo delle
chiese e la prima nel territorio dove il sig. Montuori, forse, fa costruire una casa per i missionari che
arriveranno nuovi in Abissinia.
   Tutti quelli della deputazione estremamente offesi per la cattiva condotta del Patriarca e del
nuovo vescovo eretico, mi assicurano che per questo non vi è nulla da dubitare. Le disposizioni
pertanto degli Abissini per ritornare al cattolicesimo sono così favorevoli da sembrare che non
(resta) altro per riceverli e per istruirli, che chiese cattoliche aperte ed a tutti.
   (In terzo luogo) ho intrapreso il viaggio con lo scopo di far uscire i missionari da una certa
condizione di diffidenza e di oscurità nella quale si trovano sempre i missionari in paesi eretici.
   Ora che gli Abissini parlano a cuore aperto mi dicono sempre: Quando voi siete arrivati da noi ci
siamo detto gli uni gli altri, questa (gente) sono eretici, nestoriani, facciamo attenzione a non
avvicinarli; ma ora che abbiamo conosciuto la vostre conversazioni, ascoltate le vostre dispute
amichevoli, noi vi consideriamo come i veri eredi della fede di S. Pietro.



   Ci si avvicinano e ci indirizzano domande su le cose controverse e ci chiedono di istruirli.
L’esempio di un re che con il consenso del suo consiglio ci intromette in affari di religione nel
tempo stesso che noi ci dichiariamo di essere cattolici romani; nel tempo stesso che noi
(affermiamo) che bisogna essere cattolici al pari di noi per salvarsi, ha completamente mutata la
nostra posizione; l’opinione pubblica, ed anche se non lascia ancora l’eresia, dà come
avvantaggiarsi al cattolicesimo e noi non abbiamo bisogno d’altro, dopo l’aiuto della grazia di
Gesù Cristo, che di chiese aperte e di compagni per avere l’indicibile consolazione di vedere la
verità (impadronirsi) di tutta l’Etiopia e per morire dicendo: Nonc dimittis servum tuum in pace. La
richiesta che gli Abissini hanno fatto al Cairo; le discussioni religiose che per questo fanno oggi e
da per tutto su la religione, hanno messo in tutte le coscienze abissine dei dubbi, dei salutari
perturbamenti che sono l’aurora ordinariamente di grandi cambiamenti (in fatto di fede). Essi non
sono più sicuri delle loro antiche credenze, non più delle credenze del Patriarca ed in questi dubbi il
cattolicesimo guadagna molto. Le conversazioni in materia di fede, la considerazione di tutto ciò
che differenza tra gli eretici e noi cattolici ha prodotto una grande e felice rivoluzione di idee nei
loro spiriti.
    (in quarto luogo) mi ero proposto di condurre con me a Roma tutta la deputazione abissina. La
Sacra Congregazione di Propaganda mi ha chiamato per andarci con Aptà-Sellasié, primo ministro
del re Ubié e parente del re dello Scioa. Gli intrighi dell’eresia non mi permettono più di farlo. Ubié
mi ha dato una lettera che i suoi deputati (dovrebbero) presentare al Sovrano Pontefice. Lettera
d’amicizia, di rispetto, di venerazione, non ancora di (professione) di fede, ma che può ben
introdurre (ad essa). Il Patriarca scismatico ha proibito a tutta la deputazione di andarci e forte della
protezione inglese, nel caso di contravvenzione, egli ha minacciato di inviare il vescovo in
Abissinia con gli inglesi. Un giusto timore di questo ci impedisce di portarci a Roma; il timore che
il vescovo eretico non vada in Abissinia per poi chiuderci la porta e cacciare via i nostri compagni il
sig. Sapeto e Montuori, ciò che non capiterà se noi giungiamo con tutta la deputazione prima o con
lui.
    Ho quattro giovanetti Abissini con me185 cattolici dichiarati ed intenzionati d’andare in Europa
per studiare e per ritornare poi nel loro paese e spandervi quella luce che essi avranno ricevuta.
    Il Fratello Giovan Battista…………….si incarica di condurli fino a Napoli ove egli (stesso)
andrà prima di tutto. Propaganda preferirebbe d’averli, ma io preferisco più che un piccolo collegio
per gli Abissini sia aperto presso di noi. Se così vi piace, potrete farli (sbarcare) a Napoli e poi
chiamarli a Parigi, in modo però che il cardinal Fransoni non si dispiaccia di noi per questo. Io
scriverò al riguardo anche al signor Guarini in Roma. Vi avrei ancora inviato delle ragazze

abissine, ma non vi potevo impegnare a viaggiare con delle ragazze, senza pericolo. Ma se voi
(crederete) bene di averne per farle educare presso le suore della Carità, potrete farmelo conoscere
ed io cercherò il mezzo di accontentarvi.
   Partendo dall’Abissinia per venire in Egitto avevo dichiarato che avrei tentato di mettere il
Patriarca eretico in accordo con il Sovrano Pontefice. Impresa difficile, ma protesta a me necessaria
per far chiaramente conoscere a tutti che non mi sarei mai portato in Egitto semplicemente per
proteggere degli inviati per domandarvi un vescovo eretico. La storia di questo Patriarca è troppo
conosciuta per riprometterci facilmente a riguardo della sua conversione.
   L’ipocrisia crudele con la quale altra volta egli ha fatto imprigionare Basilios-Bey eccellente
cattolico e suo amico intimo, pagando al governo, credo che Mons. Teodoro AbaCarima, vescovo
cattolico al Cairo, mi diceva trenta mila piastre per farlo imprigionare, (istruisce a sua riguardo che
aveva) promesso di ritornare al cattolicesimo, d’aver ricevuto delle lettere magnificamente
affettuose da Pio VII e d’averne ricevuto ancora dei ricchi doni.
   Ma (considerate) Signore, che questa dichiarazione di andare in Egitto per tentare la conversione
del loro stesso Patriarca mi era come indispensabile nella mia posizione nella quale mi trovavo
messo, per l’incarico che Ubié mi dava.
   Un sesto ed altro scopo del mio viaggio era quello di renderci Ubié obbligato. Egli ava un gran
bisogno che il vescovo che sarebbe stato inviato in Abissinia gli fosse obbligato della sua nomina,
per meglio stabilirsi sul suo trono al quale era pervenuto non per diritto di nascita, ma per mezzo
della guerra niente affatto, penso, giusta. Ed è ugualmente nei nostri interessi che il vescovo sia
come obbligato della sua eccellenza tra tutti i principi dell’Abissinia, a colui al quale noi avevamo
reso un grande servizio.
   Ubié ci aveva proposto di accettare paesi nel suo regno. Abbiamo creduto bene rifiutarli. Tutti
hanno ben conosciuto da questo che non ci troviamo in Abissinia per (commerciare) con cose
temporali.
   (Considerate) Signore, quale ammirazione in un paese dove i preti ed i vescovi non ricercano
che quei beni. Ed ora, imbarazzato com’è Ubié per trovare dei mezzi per testimoniarci la sua
riconoscenza, farà molto per i vantaggi della missione.
   Una settima altra considerazione, infine, per portarmi in Egitto è stata quella di (poter) mandare
degli abissini in Europa per esservi là formati e di domandare dei missionari dei quali noi qui
abbiamo bisogno grandissimo e di presentare la necessità nella quale ci troviamo di avere qualche
185
      Cfr. “Diario” pag. 219.
cosa per costruire almeno una chiesa cattolica. Io non ho mai scritto ai Signori di Propaganda Fide
di Lion. La vostra carità, Signore, ci ha fornito di tutto quanto avevamo bisogno.


Ma poiché si tratta adesso di (costruire) chiese, se lo credete bene, io scriverò a Lione lettere; ma
protesto che non farò nulla fino alla vostra risposta.
   Mi accorgo di avervi ben lungo tempo intrattenuto, ma spero che con la chiarezza del vostro
spirito non vi sarà difficile riconoscere che (se) non sono venuto in Egitto per cercare un vescovo
cattolico (il tempo non è ancora giunto; un vescovo cattolico presente in forma ufficiale avrebbe
causato una rivoluzione nel paese sotto tutti gli aspetti) non mancano dei motivi pressanti perché mi
(sia messo) in questo viaggio tanto costoso. Se il buon Dio vuole continuare a benedire il bene che
da questo viaggio deriva alla missione, io avrò molto con cui rifarmi delle tribolazioni che è
necessario (sopportare) per mare e per terra. Tutti coloro che non conoscono tutte queste cose che vi
sto dicendo, sono ben autorizzati a pensare ed ascrivere che mi son messo, appunto, in così grande
difficoltà.
   Mi ricordo di avervi inviato una nota di oggetti che il sig. Sapeto pensa opportuno avere in
Abissinia. Se vi è qualche cosa di pronto voi sarete tanto buono da inviarcela il più presto possibile.
   Spero che non ci dimenticherete e che ci manderete dei compagni dei quali qui abbiamo molto
bisogno.
   Il signor Franc mi ha informato che state lavorando per uno studio di Storia Naturale. Sono
molto spiacente di non aver portato delle belle cose. Sono uscito d’Abissinia senza aver tempo di
preparare niente. Non ho che cinque o sei uccelli d’Abissinia che lascio al Signor Franc se vuole
incaricarsi di inviarveli quando sarà possibile di mandare in Europa oggetti (delicati).
Dall’Abissinia potrò inviarvi (raccolte) interessanti e lo farò con grande piacere.
   Signore, vi prego, infine, di raccomandarmi alle preghiere dell’una e dell’altra comunità186,
perché è grande il bisogno che qui ne abbiamo.
   In questo istante ricevo la lettera del 6 Giugno che voi, Signore, vi siete degnato di scrivermi.
(Pensate) al dispiacere con il quale apprendo che le mie lettere non vi sono ancora arrivate.
   Spero che a questo momento tutto il mio affare sia ben conosciuto da voi, Signore; dal Signore il
Superiore Generale e da tutti coloro ai quali spetta giudicarmi e che……………………………...
e che sia…………………………piacevole o no, sempre per il meglio.
   I miei compagni sono restati in Abissinia sufficientemente forniti di denaro e di ciò che può loro
(servire) fino al mio ritorno in Abissinia. Del resto vi assicuro che avrei bisogno di un po’ di denaro
per riportarmi là il più presto possibile.
   Mohamet Aly ha lasciato Massauah e per questo la corrispondenza tra l’Abissinia e l’Europa
diventa sempre più difficile. E poi un corriere costa troppo caro e poiché noi avremmo bisogno di

costruire almeno una chiesa, vi prego di non volerci abbandonare in questo istante decisivo del
successo della missione. Potrei portare con me del denaro che voi vorrete, Signore, inviarci. Il card.
Fransoni ha autorizzato il cavaliere Cerruti, agente della Propaganda, a darmi tutto il denaro di cui
potrò avere (certamente) bisogno per continuare il mio viaggio. Ma non ho niente ancora accettato.
Aspetto vostre istruzioni. Le cifre delle distribuzioni della Propaganda della Fede di Lione mi
impediscono di fare tutti i passi a questo riguardo.
   Vi rimetto un biglietto del Signor De Bourville per farvi notare l’interesse con il quale egli
prende parte al mio affare, ma restando sempre (a sé stesso coerente) in ragione della Porta.187
   La causa della quale egli parla, una è quella di eliminare tutti gli impedimenti alla costruzione di
chiese cattoliche in Abissinia e l’altra di condurre con me i deputati del re Ubié a Roma per loro
fargli presentare gli omaggi del medesimo re, ed una lettera del Patriarca è più forte di me. Dicendo
che egli avrebbe inviato in Abissinia il vescovo sotto la protezione inglese, ci ha messo in molto
186
      Le due comunità Vincenziana dei Sacerdoti e delle Suore.
187
      Interpretando così la parola, si tratta dell’autorità turca.
timore (e ne ha guadagnato). Se io avessi qualche protezione qui per fargli dire per mezzo del
Pascià Mohamet Aly che il vescovo (non parta) di qui per portarsi in Abissinia prima del nostro
ritorno da Roma, noi non saremo perduti. Ma quest’uomo (protettore) non c’è per noi qui. Che il
buon Dio sia sempre benedetto.
    Bisognerebbe portarli a Roma, se è possibile senza farlo conoscere agli eretici. Tenteremo di
farlo quando saremo a Beirut, ritornando da Gerusalemme. Del resto, tutte le volte che voi potrete
darmi consiglio e farmi conoscere la vostra volontà e la volontà del Signor Superiore Generale, mi
guarderò bene dal fare diversamente. Finisco questa lettera mentre arriva qui un vapore francese, il
quattro Luglio. Spero di ricevere risposta alle mie lettere. Ma mi sbaglio. Nessuna lettera per me.
    Pertanto gli Abissini si sono, dopo di aver meglio riflettuto, si sono decisi di andare a Roma, di
presentarsi al Sovrano Pontefice a nome di Ubié, re del Tigré e di presentargli una lettera del
medesimo re. Le minacce del Patriarca copto eretico li aveva intimoriti molto. Ma il buon Dio ha
loro dato molta grazia per niente temere quando si tratta di conoscere la verità e di farla conoscere
agli altri. Il solo inconveniente di questa determinazione improvvisa è che dobbiamo partire per
Roma il più presto possibile e senza lasciare alcuno di tutti gli Abissini che sono venuti in
Alessandria per andare poi a Gerusalemme. Un solo che (restasse) sarebbe sufficiente a far
conoscere agli eretici la nostra determinazione di andare invece di Gerusalemme, a Roma.
    Ed allora potrebbe accadere che il Patriarca faccia partire il vescovo sotto la protezione inglese e
spandere calunnie contro noi prima del nostro ritorno dall’Europa. Noi siamo in tutto circa 23
individui. Sua Eminenza il Cardinale Fransoni aveva scritto già al suo corrispondente in


Alessandria di fornirmi di tutto quanto avrei avuto bisogno per andare con tutta questa gente a
Roma.
   Signore, spero che il momento verrà quando il buon Dio permetterà di far conoscere al Signore il
Superiore Generale tutti i motivi dei miei rischiosi passi; ma se il buon Dio ugualmente permetterà
che questo non accada, io sarò sempre contento di essere punito per la mia temerità reale o
giustamente supposta.
   L’ho detto e lo ripeto ancora un’altra volta, io stesso sono spaventato dalla impresa alla quale
sono strettamente obbligato di condurre fino a questo momento. La difficoltà di corrispondenza
quando si tratta di affari simili tra i sudditi e i superiori è una privazione che dà la morte. Il buon
Dio solo conosce ciò che passa nella mia anima per questo.
   La mia carta è finita188 e sarei importuno nell’aggiungere ancora un altro foglio. Che il Superiore
Generale mi dia la sua benedizione e voi, Signore, la vostra.
   Credetemi, Signore, nell’Amore di N.S.G.C. vostro

      Giustino de Jacobis, Prete Lazzarista




Data: 07.07.1841
a:    Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide


188
   La lettera è stata scritta durante cinque giorni e, quindi, come minimo in cinque riprese. Si tratta di giorni di
  improvvisi avvenimenti stressanti e spesso contrari tra loro.
  La psicologia di Giustino è all’ultimo della resistenza. Questo motiva l’affollarsi del dire e delle ripetizioni.
Eccellenza R(everendissi)ma

(Alessandria 7 Luglio 1841)

Oggi giorno 7 Luglio parto d’Alessandria col Vapore Francese con 23 Abissini. Faremo quarantina
a Malta. Frattanto la pregherei a procurarmi delle raccomandazioni e proseguire il viaggio fino a
Civita Vecchia col minor dispendio possibile.
Mi protesto sempre ed invariabilmente
Di Sua Eccellenza R(everendissi)ma
Alessandria 7 Luglio 1841
U(milissi)mo Obbl(igatissim)o Servo V(ero)
Giustino de Iacobis Prete d(ella) M(issione)


Data: post 07.07.1841
a:    Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide


Eccellenza R(everendissi)ma

(post 7 Luglio 1841 Alessandria)

Incomincio a scriverle nell’idea di presentarle sotto il vero punto di veduta l’affare, che mi ha
determinato di venire in Egitto, e col presentimento di non dovervi riuscire. Gl’incidenti, le
considerazioni, i motivi sono sì varii, sì moltiplicati, che non potrebbero essere altrimenti
conosciuti, che in una prolissa conversazione. Sono tanto persuaso di ciò che ho stimato lo incontro
dell’Egregio Frate Giambattista Carmelitano Scalzo un tratto dei più marcati della Amabile
Provvidenza Divina. Nell’impossibilità in cui sono di recarmi in Roma, chi meglio di lui avrebbe
fatte le mie veci? Dopo lunghe e replicate conversazioni l’ho messo quindi a giorno di tutto, ed Egli
mi ha promesso che avrebbe di tutto informato S(ua) E(ccellenza) Reverendissima.
Sono adunque obbligato a ritornare nella mia Missione senza recarmi in Roma, e senza presentare al
Santo Padre gl’inviati del Principe Ubiè. Dopoché il Patriarca Eretico si è dichiarato aperto nemico
di ogni tentativo che potremmo fare per lo stabilimento del Cattolicismo in Abissinia, tutto si dee
temere da ogni suo movimento. Non ha voluto riconoscere la lettera di Ubiè per non accordarci
nulla. Si oppone all’idea che ha quel Principe di farci fabbricare delle Chiesa, e di fare partire la di
lui Deputazione per costà, colla minaccia, in caso di disubbidienza, di fare partire il Vescovo, che
ha consagrato per l’Abissinia sotto la protezione Inglese. Quali mali per Signori Deputati di
Abissinia se ciò avvenisse! L’Eretico Vescovo preverrebbe e Re e Popolo contro noi, e contro i
Deputati. Conseguenze poi di ciò per noi Missionarii l’essere per lo meno discacciati dall’Abissinia
senza speranza di potervi più entrare; persecuzione contro dei Signori “Sopet” e “Mentuari” che
rimangono colà; per Deputati sarebbero l’essere in disgrazia col loro Principe; perseguitate le loro
famiglie, ed astrette ad andar raminghe fuori della patria. Per impedire tanti mali bisogna che io
sacrifichi la dolcissima soddisfazione di venire fino ai piedi del Santo Padre per prendere consiglii,
istruzioni, Compagni e poteri di cui abbiamo bisogno; ed i Deputati che sacrifichino i grandi
vantaggii, che potrebbero trarre, non dico d’altro, che dal semplice spettacolo della maestà del
Cattolicismo in Roma, e da tutta quella grande luce che sviluppasi quando si confrontano insieme
sotto la considerazione del nostro Spirito Santità di Religione ed Eretica pravità. Visitati dunque i
Luoghi Santi subito di nuovo sulla via veramente non gran fatto ameno dell’Abissinia
Quando dunque non trattasi più di venire in Roma sembrerebbe inutile darmi la pena di spendere
tempo e denari per andare in compagnia degli Abissini in Gerusalemme. Riflessione che ha
l’apparenza di essere giusta, ed io mi ci era appigliato. Aveva pregato un Padre di Terra Santa, che
dovea recarsi in Gerusalemme ad accompagnare in vece mia fin colà gli Abissini. I Padri stessi però
di Terra Santa, Monsignore Teodoro Abà Carina, e quanti hanno mostrato più zelo per il bene della
mia Missione mi hanno fatto conoscere, che quando avessi fatto così mi sarei appigliato al consiglio
peggiore. “Perderete quanto si è finora fatto: dal Cairo a Gerusalemme sempre incontansi Copti
Eretici: questi Abissini cadranno nuovamente nelle loro mani” Con siffatti ragionamenti mi hanno
deciso a non abbandonarli. Una lagrimevolissima istoria avvenuta fra gli Armeni, Copti Eretici ed
Abissini ultimamente in Gerusalemme ha fatto, quasi direi, giurare questi grandi Abissini, che sono
con me, e dire: che se le cose riferite saranno da loro trovate vere faranno di tutto per mettere tutti i
Pellegrini, che giungerebbero in avvenire in Gerusalemme sotto la protezione Cattolica. La
generosa e caritatevole condotta del Padre Cherubino attuale Custode di Terra Santa, se questo
avviene, avrebbe grande parte al bene che ne proverebbe, ed il bene, che se ne spera, sarebbe
grande, la conversione di qualche cinquanta o sessanta Abissini in tutti gli anni in Gerusalemme
solamente. Veduto che avrò quello che su tal proposito sarebbe espediente di fare non mancherò di
tenerne informata la Sagra Congregazione.
Ora esporrò i principali motivi che mi hanno determinato a venire in Egitto per protegere, come
Ubiè mi ha ordinato, una Deputazione di Abissini, che veniva in Egitto per domandare un Vescovo,
secondo lo antico loro uso, al Patriarca Eretico di Alessandria, senza però che io avessi dovuto
prendere altra parte in questo affare, che quello di tentare, se era possibile di unire Marco a S.
Pietro. Ardua impresa al certo, ma pure confidatami da un Re Abissino. Impresa nella quale mi ci
sono messo non tanto spinto dall’effimera speranza di vedere coronata un’opera, che quantunque
facile per Colui che ha i cuori degli uomini nelle mani, pure eccessivamente temeraria per un’ombra
di Missionario come io lo sono, senza spirito e senza lumi; quanto per non fare partire una
spedizione di questo genere senza uno di noi, che avesse potuto difendere nel miglior modo
possibile la nascente Missione nel Consiglio stesso di maligni. M’ingannai che un Missionario
quando avesse potuto con questo modo immischiarsi in questa spedizione molti mali avrebbe potuto
allontanare, e procacciare molti beni. Il bel modo ci venne offerto dalla provvidenza, fu il comando
di Ubiè, il voto del popolo, degli stessi Deputati abbenchè tutti sapessero, che essendo Cattolico,
sarei andato in Egitto per parlare al Patriarca del Cattolicismo; per procacciarmi facoltà di aprire
Chiesa Cattoliche in Abissinia, per presentare al Capo del Cattolicismo, al medesimo Sommo
Pontefice i Deputati, non dico d’un solo Regno, ma dell’intera Abissinia. Queste cose conosciute,
ridotte in patto, stipulate, messe in iscritto, mi determinarono a partire quantunque bastava poco
senno per conoscere che queste condizioni avrebbero potuto trovare dei grandi ostacoli.
Il Patriarca di fatto non aveva peggiori macchine infernali di quelle che ha mosso contro di noi in
Egitto; mi ha confessato però che bastava che i Deputati Abissini si recassero in Roma, per non solo
essere veri Cattolici, ma per essere cangiati in zelantissimi Apostoli della verità; che quando una
sola Chiesa Cattolica avessimo in Abissinia tutto il mondo seguirebbe questa Comunione. Queste
cose Egli le ha dette; gli Abissini le hanno intese. Hanno di più gli Abissini considerato l’ignoranza,
la mala fede, la malizia dell’eresia nel medesimo suo focolajo. Non più pensano quindi che il
Patriarca fosse uomo a miracoli, che anzi sono di lui fortemente scandalizzati; gli hanno
rimproverato la malafede. Erano sulle mosse di romperle con lui per sempre, fuggirono una volta
dalla sua presenza inorriditi. E tutto questo perché il Patriarca trovossi nella necessità di manifestare
il vero suo fondo nelle dispute che dovette tenere con un Cattolico, che, come io faceva,
domandavagli a nome di Ubiè permesso di far Chiese, di condurre i Deputati del Re in Roma. Io
credo che non poteasi mettere fondamento migliore per la conversione degli Abissini come quello
di far loro conoscere, qual mostro fosse quel Dio che essi hanno fin’ora adorato; di avvezzarli a
disprezzarne l’ignoranza e la malizia. Il Patriarca da oggi in poi non sarà più l’assoluta divinità dei
poveri Abissini; e tolto di mano in mano questo grande impedimento verrà anche questo popolo
singolare o più lesto o più tardo, secondo è scritto in Cielo, al centro dell’unità, ove annichilate
rimangono tutte le false credenze. Questo fondamento l’ha posto Dio stesso. Imperocchè chi altro
fuoricchè Lui potea mettere in cuore ad un Re e ad un popolo di chiamarmi in un affare, al quale io
non avrei mai pensato, e concedermi tante e tai [sic] cose che mi avrebbe messo in relazione col
Patriarca alla presenza dei più grandi dell’Abissinia, per far meglio loro conoscere il torto che essi
hanno a tenersi separati da Roma. Questo bene sarebbe stato perfetto quando giunti in Roma
avessero potuto dire questi Abissini, come disse un(’) antica loro Regina, quello che gli occhi miei
ora veggono è assai più di quello che hanno i miei orecchi udito narrare di te o mio Re. A questo
aspiravano i miei desiderii, ma, come quelli dei peccatori, i desiderii miei sono rimasti confusi. Ed
io ne piangerò finché avrò un respiro di vita. Del rimanente altri beni non mancano per consolarci.
Contro non avrebbero machinato contro la povera figliuola del deserto, contro della nostra Missione
ancora tenerissima se al furore dell’eresia dei Copti, della pericolosa semplicità degli Abissini si
fosse unita la metodica perversità dei Protestanti. Quando in luogo di esserlo da me fossero stati
accompagnati in Egitto i Deputati di Ubiè da “Coffin” uomo Inglese di natali e di credenza quanti
mali non avremmo noi dovuto aspettarci! Ora il permesso di fabbricar Chiesa, è come ottenuto,
sebbene il Patriarca l’abbia proibito; Voi fabbricherete Chiese a vostro modo nel nostro Paese, così
mi dicono questi Abissini. Ubiè vi sarà troppo riconoscente, ed a voi che ricusate tutto ciò che egli
vi offre, senza dubbio accorderà la sola cosa che vi fa piacere. Ora, Monsignore, s’immagini un
poco i Missionarii d’Abissinia in una Chiesa Cattolica, ad altra voce ed in piena libertà annunziare
le Dottrine Cattoliche ad un popolo perfettamente ignorante di ogni altra istruzione, naturalmente
pietoso, pieno di religione e presagisca poi i progressi che il Cattolicismo farà in virtù di sì
favorevole tolleranza, che ci ha ottenuto il viaggio intrapreso. Quanti pensieri, quanti mezzi per
ottenere ciò? Fino quello, che si direbbe imprudentissimo, di domandare ad un Principe nemico, il
fabbricare una Chiesa.
In una Missione, inoltre, come quella di Etiopia; Missione fra gli Eretici, ai quali lo spettacolo
dell’ipocrisia, dello infingimento, della diffidenza è come naturale ed affare di tutti i giorni, i
Missionarii aveano bisogno di una certa rinomanza pubblica ed accreditata non solo per fatti privati
pubblici ancora in modo da poter dire ognuno; questi che ci predicano sono amici di Re, quelli
stessi che hanno protetto i nostri Preti e Monaci pellegrini, quelli che nei loro Paesi hanno cose, che
noi non sapremmo neppure imaginare. Quantunque non sia necessario tutto questo per convertire i
popoli, pure dicono le storie delle più famose Missioni, che questa disposizione dei popoli
convertiti è sempre quasi preceduta alla loro conversione. La spedizione di Egitto quantunque non
coronata da intero successo pure ne ha arrecato questo non piccolo vantaggio. Veramente nessun
uomo avrebbe intrapreso un viaggio di questa natura per procacciarsela; ma quando si era come
astretto a farlo è giusto che queste conseguenze siano marcate. A tutto questo quando si voglia
aggiungere anche il motivo di condurre in Roma giovani Abissini per esservi allevati, e l’altro di
potere ottenere Compagni, di cui la nostra Missione ha grande bisogno, si avrà in ristretto il quadro
dei motivi, che mi hanno determinato di intraprendere questo, non saprei dire, se avventuroso o
infausto viaggio. Il timore di essermi ingannato sui punti di veduta sotto dei quali ho considerato
questo affare, e la responsabilità nella quale potrei per questo entrare con Dio mi macera il cuore.
Mi pare di non avere niente promesso, che non fosse conforme agli inalterabili principii Cattolici;
mi sembra che non abbia mai osservato alcuno atto in questo affare, al quale la Santa Sede non
avesse potuto prender parte, e sono certo dall’altro canto di essere cecità sola, e solamente tenebre
negli affari che mi riguardano da vicino. Dico sempre salvare gli altri e non perdere me stesso; ma
potrebbe stare che abbia fatto questa volta tutto il contrario. Assicuro la sua benignità che quel
pensiere [sic] di avere viaggiato con degli Eretici che avevano il proposito di domandare un
Vescovo Eretico, quantunque tanti plausibili motivi, quanti ne ho finora esposti, pare che mi
autorizzassero a farlo, pure non cessa di darmi pena. Un giudizio proferito chiaramente dal suo
labro quantunque avesse a severamente condannarmi, mi torrebbe da questo tormentoso stato di
sospensione di animo, in cui sono.
Il troppo noto, e commendevole Fra Giambattista Cassini Carmelitano Scalzo si è incaricato di
menar seco quattro Abissini destinati ad essere educati, come Sua Eminenza il Cardinale Prefetto
bramava che si facesse, in qualche Collegio d’Europa. I loro nomi sono Aba Siefri Monaco- Aba
Gualda Gabriele Prete- Zaccaria e Gualda Michele. Tutti di buon cuore, tutti Cattolici e fra loro chi
più chi meno intelligenti; ma nessuno mancante del talento sufficiente a rendersi utile alla Sua
Patria. Se mai Sua Eccellenza Reverendissima stimasse bene farli educare nelle Case dei Lazzaristi
sono sicuro che i miei Confratelli coglierebbero questa occasione di travagliare ai successi della
Missione di Etiopia con grande piacere.
 Aspetto Compagni buoni e molti. La messe va facendosi grande, e le ore s'avanzano. Sono partito
dall'Europa in atto che tutti mi promettevano che nel bisogno non mi sarebbero mai mancati
Compagni.
 Ho dato Cento Tallari ai quattro Abissini per fare il viaggio. Spero che il Signor Ceruti, che ha
avuto la compiacenza di farmi mille obbliganti esibizioni da parte della Sagra Congregazione voglia
passarmeli, esso mi ha pagato una lettera di credito del Signor Sapeto di Cento Talleri che la Sagra
Congregazione aveagli inviati prima ancora che io fossi partito da Roma, ma che il Signor Sapeto
non avea ancora incassati. Il Signor Cavaliere Ceruti le manderà la cambiale che ha da me ricevuto.
 Qualche regalo converrebbe che si facesse ai Grandi ed al Principe stesso del Tigrè nel ritorno che
farò in quei Paesi. La medaglia che era destinata pel Capo dei Monaci, e che il Signor Antonio
Dabbady mi rimise assieme al ricco Buruny fu regalata ad Ubiè in tempo che bisognava placare la
collera di quel Principe eccitata contro dei degni Signori Dabbady per nere calunnie contro di lor
fatte, come mi pare, dagli stessi Abissini.
 Ecco Eccellenza Reverendissima una grande novità. Quelli della Deputazione del Re Ubiè, a
dispetto di tutt'i mali temporali, che ne potrebbero arrivare, si sono determinati a recarsi costà per
presentare al Sommo Pontefice gli omagi, ed una lettera del loro Padrone. Non v'è dubbio che
quando il Patriarca Copto Eretico verrà a saperlo andrà in furore per una disubbidienza sì aperta ai
suoi comandi, e per un dispreggio sì autentico della Sua autorità e minacce. Il più gran male che
potrebbe farci sarebbe quello di mandare il Vescovo in Abissinia colla protezione Inglese; ma
spesso che il Signor de Bourville Console Francese al Cairo ed ultimamente decorato dalla Santità
di Nostro Signore impedirà tutto. Il Signor Glot-Bey, che ha dichiarato nel mio affare in Cairo un
zelo veramente Apostolico travaglierà allo stesso oggetto. Scrivo nel momento d'imbarcarci ad
ambedue quei degni Cattolici per sempre più impegnarli a sorvegliare ed a sconcertare tutte le
mosse che l'Eretico potrebbe fare per nuocerci.
 Da questa subitanea risoluzione presa per partire per Europa in luogo di Gerusalemme ha menato
l'inconveniente, che verrà con noi più di gente che ne richiedea il bisogno. Saremo 20, quanti cioè
eravamo venuti in Alessandria per recarci in Gerusalemme; giacchè aveva come perfettamente
deposto fin quasi la speranza di venire in Roma. Per imbarcarci con quei solamente, che erano
puramente necessarii che venissero in Roma, avremmo dovuto o mandare di nuovo in Cairo, o far
rimanere in Alessandria, o far partire per Gerusalemme gli altri Abissini, che trovavansi in nostra
compagnia. Qualunque di questi partiti che avessimo preso, avrebbe sempre portato l'inconveniente
di far subito sapere agli Eretici la risoluzione ultimamente presa, e dar loro tempo di crearci nuovi
imbarazzi. Tenuto consiglio quindi con quei del Consolato Francese e Sardo abbiamo deciso
d'imbarcar tutti per Roma. Risoluzione che ci manifesta sempre più le mire di misericordia che ha il
Signore sull'Abissinia, dappoichè con quel poco di dispendio di più che per questo richiedesi
abbiamo il grande vantaggio di aumentare il numero dei testimonii di ciò che avvi di grande, di
edificante, di Santo nella Capitale del Cattolicismo. Fidato quindi nella permissione accordatami di
condurmi costà con quella gente, che avrei creduto più opportuna a fare del bene ci mettiamo in
viaggio nel nome del Signore
 Eccellenza R(everendissi)ma mi perdoni questa lunga e sconnessa diceria. Non è possibile far
meglio a chi è in viaggio e di sì poca testa come io lo sono. Non mi privi del bene delle Sue
preghiere a Dio pel bene di un miserabile come me. Le bacio le mani e mi do l'onore di dirmi
sempre
Di Sua Eccellenza R(everendissi)ma
U(milissi)mo ed Obbl(igatissim)o Servo Vero
     Giustino de Iacobis Prete della Missione




Data: 14.07.1841
a:    P. J.B. Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Malta 14 Luglio 1841

Signore e carissimo confratello189

La grazia di nostro Signore sia con noi.
Pur nella persuasione che le mie lettere non arrivino mai a Parigi, scrivo semplicemente per
disobbligarmi materialmente dal mio dovere. Sono giunto a Malta. Ieri siamo entrati in quarantena.
Io con 24 Abissini; resteremo qui 20 giorni e poi andremo a Roma. Visiteremo il Santo Padre; gli
presenteremo la lettera del re Ubié: i preti, i monaci, ed il capo della deputazione Allecà Aptà
Sellasié finiranno, lo spero con la grazia di Gesù Cristo e la protezione di Maria concepita senza
peccato, col darsi per cattolici. A Roma resteranno cinque o sei Abissini per esservi formati ed io
con tutti gli altri partiremo per l’Abissinia subito. Spero di trovare a Roma i compagni dei quali
abbiamo indispensabile bisogno; partiranno con me.
    Le lettere che ho scritto durante il mio viaggio a Propaganda, nel tempo stesso che io scrivevo a
voi, Signore, sono giunte a Roma esattamente. La corrispondenza è stata così regolare. Mi hanno
ordinato di portarmi dall’Egitto a Roma. Il buon Dio solo ha conosciuto la pena, le lagrime, i dolori
che ho sofferto a causa di questo, io che non volevo partire la prima volta per l’Abissinia senza
l’aver discusso a viva voce con il Signore il Superiore Generale e con voi.
    Attualmente mi trovo come uno scomunicato da mio Padre e dai miei Confratelli senza colpa di
alcuno, ma soltanto per difetto di corrispondenza e per la difficoltà di farvi giungere le mie lettere.
    Del resto, io resterò qui ancora 23 giorni ed a Roma circa una quindicina di giorni. Vi prego per
il (nostro) santo padre s. Vincenzo de Paoli a farmi (giungere) vostre istruzioni. Con il (precedente)
corriere vi ho scritto una lunghissima lettera ove c’erano tutte le notizie che voi potevate desiderare
a riguardo dello scopo del mio viaggio. Stimo inutile riscrivere le stesse cose perché quella lettera e
questa partiranno con la stessa nave a vapore. Sono ben contento di aver trovato nel mio portafogli
la minuta di una lettera che vi scrissi dall’Abissinia, in viaggio per l’Europa; ve la rimetto. Se vi
giungerà sarà questa la più grande giustificazione al mio involontario silenzio. Signore, io sono in
realtà italiano; ma per genio ed elezione, sono francese. Sono contento al considerare di essere
mandato in una missione che se sarà benedetta dal buon Dio, sarà sempre anche una missione
francese. Non dimenticate dunque, Signore, la vostra opera. E’ il tempo di un grande sviluppo per la
missione d’Abissinia. Non ho capacità di dirvi tutto ciò che penso a riguardo sopra tutto quando
sono costretto a scrivere in una lingua che non conosco se non molto imperfettamente. Ma spero
che il buon Dio e la santa Vergine faranno in modo che i fatti (saranno) la completa spiegazione
della mia anima e del mio pensiero.
189
      E’ il sig. Etienne, a Parigi. La traduzione è dal francese e da una minuta di lettera di difficile interpretazione.
   Il governo francese ci potrebbe dare un passaggio gratis su le sue navi a vapore da Civitavecchia
a Beyrut poiché gli Abissini che son con me non vogliono tornare in Abissinia prima d’aver visitato
Gerusalemme. Nel caso che non sarà possibile avere un passaggio fino a Beyrut, almeno bisognerà
procurarlo per Alessandria; un passaggio per 16 persone. Il vostro zelo per la mia povera missione
mi (dà coraggio) a scrivervi tante cose (penose) con molta fiducia; voi non sarete mai stanco delle
preghiere umili di un povero missionario di S. Vincenzo de Paoli, che durante sei mesi di viaggio si
è trovato sempre circondato da (circostanze) di morte e che si trova al momento di riprendere il
medesimo viaggio nella morale certezza di non arrivar(ci).
   Il signor Lefebre aveva ottenuto dal governo francese il viaggio gratis ed egli ha viaggiato sul
mar Rosso con una barca di Mohamet Aly senza niente pagare e tutta a sua disposizione.
   Io scrissi che non sarà difficile ottenere la stessa cosa per noi.
   Il governo francese aveva quasi promesso allo stesso signor Lefebre che avrebbe inviato su le
coste dell’Abissinia (una imbarcazione francese). Se ha mezzo di ricordargli questa quasi promessa,
noi potremmo profittare di questa buona occasione.
   Signore, finisco per avere il tempo di scrivere qualche altra lettera; il vapore sta per partire.
   Degnatevi, vi prego, di presentare i miei rispetti senza limiti al Signore il Superiore Generale
così come al signor Fiorillo.
   Mi diceva in una lettera che ho ricevuto in Alessandria datata da un anno e mezzo, che farò
sempre bene ad indirizzarmi a voi perché voi mi amate. Conosco bene questo come tutti gli altri che
hanno la fortuna di conoscervi.
   Ho bisogno di preghiera e dell’orazione dell’una e dell’altra comunità; mi raccomando ad (esse)
fortemente.
   Vogliatemi, Signore, credere sempre e nell’amore di nostro Signore di voi signore

      Sempre umile ed affezionato servo
      Giustino de Jacobis i.p.d.C.d.M.


Data: 25.07.1841
a:    P. J.B. Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Alessandria 25 Luglio 1841190

Signore191

La grazia di nostro Signore sia con noi.
Tutte le mie lettere che vi ho scritto da quando sono arrivato in Abissinia sono restate senza
risposta. La posizione della mia anima è per questo nella più penosa situazione. Mio Dio! Quale
disgrazia il non avere corrispondenza in affari i più interessanti con coloro i quali il buon Dio ha
dato autorità di governarci! Penso che sia questa la più temibile punizione dei miei peccati.
   Dopo che Ubié mi obbligò a venire in Egitto con la sua deputazione che era incaricata di
chiedere al Patriarca copto eretico un vescovo, io vi annunciai ultimamente che dopo aver stipulato
con lui delle condizioni capaci di legittimare la mia coscienza, io mi misi in viaggio. Le condizioni
(sono) le seguenti:


190
    A questa data Giustino si trova a Malta, in quarantena con i suoi Abissini. Il 25 Luglio non combina, dunque, con
  Alessandria e né con il contenuto della lettera. Questa potrà essere stata scritta in Alessandria; ma allora il mese sarà
  Giugno, per un lapsus di Giustino scritto con Luglio.
191
    E’ il signor Etienne, a Parigi. Traduzione dal francese.
   Sapere che sarei andato in Egitto semplicemente per proteggere i deputati; che sarei autorizzato a
trattare con il Patriarca la riunione degli eretici copti e Abissini con Roma; che il Degiasmac Ubié
avrebbe domandato per me il permesso di costruire chiese cattoliche in Abissinia; ed infine, che
tutti i deputati si sarebbero recati a Roma per trattare un’amicizia tra Roma ed il loro paese.
   Comprendevo bene che condizioni di tal natura per quanto accettate da Ubié e dal suo consiglio
nel quale tutto questo affare è passato, e per quanto fortemente raccomandate da lettere di Ubié
stesso al Patriarca, avrebbero incontrato grandi contraddizioni da parte degli eretici. Ben mi ricordo
di avervi indicato le principali ragioni che mi decisero a non rifiutarmi alla richiesta del re. Le ho
rimesse al giudizio di Roma medesima e mi tengo nelle disposizioni di accettare di buon grado il
giudizio di coloro ai quali appartiene il farlo.
   Del resto, quando voi, Signore, desiderate d’avere più dettagliate informazioni sul bene che ho
creduto fare alla missione, caricandomi di una simile commissione, e sul male che ho pensato di
allontanarle, io lo farò ben volentieri.
   Ora (desidero) farvi conoscere che la guerra che il Patriarca copto ci ha fatto per distruggere la
nostra cara missione, è stata perfettamente straordinaria; apparentemente la vittoria è restata a lui.
   Ha consacrato un vescovo per l’Abissinia; ha cercato di inviarlo sotto la protezione inglese che
lo guadagnato, come si dice, con denaro; ci ha risposto che potrebbe mai permetterci d’avere delle
chiese cattoliche in Abissinia, anche se il desiderio di Ubié sia il contrario; infine, egli ha proibito a
quelli della deputazione di portarsi a Roma. I deputati adiratissimi per la condotta del Patriarca,
temono molto di fare il contrario di quanto loro ha ordinato.

    Hanno paura che il vescovo eretico venga inviato in Abissinia sotto la protezione degli inglesi.
    Il signor Clot-Bey, generale francese di Mohamet Aly Pascià, il signor Bocte, console di Russia e
su tutti il signor Malhic (?) viceconsole sardo, hanno fato molto per far riuscire al Cairo in nostro
affare. Tutti gli altri, la protezione dei quali ci avrebbe fatto forse del bene, per differenti ragioni
non si sono (interessati).
    Il Sovrano Pontefice mi ha fatto dire tramite il cardinale Fransoni che mi sarei potuto portare a
Roma con i deputati. Ma dopo tutte le novità che dopo il mio arrivo in Egitto sono accadute, mi
sono deciso ad uscire dal Cairo ove l’influenza degli eretici è grande, il più presto possibile, per
andare con i deputati in Alessandria e dar loro la libertà di decidersi apertamente di andare a Roma
prima o dopo l’aver visitato Gerusalemme.
    Da quando stiamo qui, gli Abissini son quasi decisi a (sottovalutare) il giuoco del Patriarca. Se
questo avviene, essi andranno o con me o con qualche altro a Roma; per cui penserei di non lasciare
l’Egitto durante l’assenza dei deputati Abissini per impedire al meglio possibile i pericolosi passi
degli eretici.
    Per addolcire un poì il dolore di quando vado dicendo aggiungo qui che quand’anche il Patriarca
non ci concedesse il permesso di costruire chiese, come Ubié gli aveva chiesto, e quand’anche abbia
proibito ai deputati di andare a Roma, i vantaggi che provengono da questo viaggio alla missione
sono considerevolissimi. Io temevo molto di aver mancato al mio dovere incaricandomi della
commissione del re, ma dal momento che le stipulate condizioni sono, come spero, sufficienti a
giustificarmi presso il buon Dio, bisogna dire che il mio viaggio non è stato del tutto inutile. I
missionari, per l’incarico il più delicato senza dubbio che il governo ha loro confidato, hanno
acquistato una grande considerazione in tutto il paese dell’Abissinia.
    Circa 50 Abissini con i quali ho viaggiato, di tutti i paesi, di tutte le condizioni anche le più
distinte sono testimoni oculari della condotta del Patriarca che prima era stimato uomo da miracoli e
da questo dei cattolici192. Hanno aperto gli occhi: dieci si sono dichiarati cattolici e quasi tutti gli
altri sono così ben disposti che io non dubito, con l’aiuto di Dio, della loro prossima conversione.
Lo stesso vescovo eretico che andrà in Abissinia è quasi spaventato della (alta) considerazione nella

    192
      Espressione non chiara di Giustino il quale in francese scrive così: ….”du Patriarche qui auparavant etai estime
    homme a miracles et de ce là des cattoliques……”.
    Avanzando una interpretazione si potrebbe intendere:…stimato…anche dai cattolici…..
quale sono i missionari in Abissinia. Se ci dà il permesso di costruire ai cattolici una sola chiesa in
Abissinia e di inviare una deputazione come quella di oggi a Roma, l’Abissinia tutta intera non
tarderà a farsi cattolica immediatamente. Questa è la più grande e la più ripetuta ragione che il
Patriarca dà sempre al suo rifiuto. Ciò è perfettamente vero.

   Del resto Ubié che è a noi obbligato, dopo il viaggio intrapreso per lui, non potendoci nulla dare
perché noi abbiamo rifiutato tutto di quanto ci voleva regalare, ci darà il permesso di costruire
chiese malgrado la proibizione del Patriarca. Sarà meglio per noi che non sembriamo di aver
ricevuto dei permessi dagli eretici.
   Non ho nessuno da darvi, Signore, dettagli particolari o raccontarvi dei fatti interessanti o curiosi
perché non so, alla fin fine, se con questo vi faccio contento ed anche perché sempre in viaggio non
ho la tranquillità necessaria per farlo (almeno) passabilmente.
   Spero, al primo momento tranquillo e prima di ritornare di nuovo in Abissinia, di scrivervi più a
lungo.
   Giungendo qui, mi sono sorpreso nell’apprendere che fino al presente non sono giunte nostre
notizie in Europa. Il signor Fiorillo, il signor Superiore di Smirne hanno scritto a Napoli, a Roma, a
Gerusalemme, in Egitto per avere informazioni. Bisogna dire che la corrispondenza tra l’Abissinia e
l’Europa sia completamente impedita.
   Ho ricevuto cinque mila franchi che è il credito che ultimamente Voi, Signore, mi avete aperto
presso il signor Franc. Da quando sono partito dall’Europa fino ad oggi, ho ricevuto dal signor
Franc 20.000 franchi. Con questo denaro abbiamo fatto fronte alle spese di due anni e che dal tempo
che siamo partiti da Roma sono già finiti.
   Signore, ancora un poco di pazienza e spero che noi non avremo più bisogno d’altro dall’Europa
che delle vostre preghiere.
   Come…..al momento ho bisogno di un po’ di denaro in più; non potrei partire per l’Abissinia
senza avere una (certa quantità) di denaro con me. Può darsi che cominceremo presto a costruire
una chiesa. Più ancora che di denaro, noi abbiamo bisogno di compagni; cinque o sei non saranno
troppi per le necessità del momento. Spero che il nostro Onoratissimo Padre e voi, Signore, non
dimenticherete l’Etiopia sfortunata. Bisogna organizzare in maniera questo affare che i missionari
che (vi piacerà) di darci siano pronti a partire con noi; cioè al più tardi agli inizi di Settembre.
   I miei rispetti al nostro Onoratissimo Padre; che ci voglia benedire.
   I nostri rispetti a tutti i Signori e Confratelli, alle Suore della Carità: che non ci dimentichino
nelle loro orazioni.
   Vi bacio la mano e mi dico di V.S.M.R. vostro

       u.mo ed obb. servo
   Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.
Data: ??.07.1841
a:    P. Luigi Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Al M.to R.do Sig.e P.ne Oss.mo
Il Sig.Luigi Guarini Procur.e G.le
Della Comgreg. Della Missione a
Monte Citorio                Roma

Dopo il Giug. 1841 da Alessandria193

      Consolazioni e pene mi arrecò la sua ultima lettera del 3 Giugno; e l’uno e l’altro grandi.

193
      La data così manomessa coma appare, sembra dare, però, giusta posizione a questa lettera.
   La vista dei suoi caratteri, le notizie che mi dava, i consigli, cose tutte consolantissime; ma quel
disturbo di sua Eminenza appena accennato, quelle lettere del console di Massauah e quel
sentimento di rassegnazione che mi suggerisce: “Bisogna adorare i giudizi di Dio che tanto
permette”. Queste cose quanto mi danno da pensare.
   La Propaganda mi permette di venire costà. Gli eretici del Cairo mi aveano preparati tali
impedimenti che era impossibile il proseguire il viaggio fin costà. Mi era messo l’animo in pace a
quantunque si trattava ritornare in Abissinia senza avere conchiuso niente sul più grande scopo del
mio viaggio: presentare al Santo Padre la deputazione medesima che era venuta a domandare in
Egitto un vescovo eretico, ed ottenere che tutti gli eretici ci impedissero di fabbricare chiese in
Abissinia. Tutto questo, adesso è conchiuso in due giorni per mezzo di una specie di miracolo che il
Signore ha voluto fare per mezzo di una donna: di Madama Rossetti, moglie del console toscano in
Alessandria. E’ l’ultima parte di una lunga lettera che prima che ciò avvenisse avea preparato per
monsignor Cadolini e che annunzia questa novità, cangia tutto il contenuto della medesima nelle
parti precedenti. Dicea che ripartiva per l’Abissinia; che l’eresia l’avea vinta; che mandava soli
quattro Abissini per rimanere in educazione a disposizione della Propaganda. Ed altre cento simili
cose e poi di botto cangiato tutto l’affare annunzio il viaggio che era vicino ad intraprendere per
costà nella quasi sicurezza dippiù che avrei potuto al ritorno in Abissinia fabricar chiese.
   Questo cangiamento avrebbe potuto darmi grande consolazione. Ma quanto sono miserabile! Per
quelle cose che V.S.M.R. mi ha scritto, temo Roma dove vengo senza sapere ciocché in essa sarà
per accadermi.
   Ma bisogna andare sempre vanti senza mai fermarci finché i voleri di Dio non siano compiuti.
Vengono dunque questi Abissini le condizioni dei quali sono le seguenti.
   Allacà Aptà Selasié parente del re di Scioa, ministro generale o generale ispettore della dottrina
in tutta l’Abissinia, e primo ministro di Ubié, non figliuolo, né parente di lui. Uomo inoltre che
negli abiti miseri d’un abissinese racchiude non solo un maestoso personaggio, ma un cuore ed un
carattere magnifico. Tutti quelli che hanno parlato dell’Abissinia ultimamente dopo Salt, hanno


parlato di lui e l’hanno fatto addivenire così uomo di storia e più lo addiverrà dopo questo viaggio.
Egli è il capo della deputazione.
   Aba Gualdà Michele titolare secondo il miserabile modo del suo paese, prete di grande
riputazione di bontà.
   Aba Ghebrà Michele. Uno dei più dotti Defterì o dottori di tutta l’Abissinia e terzo deputato194.
   Defterà Destà, antico segretario di quel Sabagadis di cui puole V.S.M.R. leggere qualche cosa
nello Balbi e che poi fu morto in guerra, e rimpiazzato da Ubié.
   Tutti gli altri sono giovani destinati ad essere allevati in Propaganda o nelle case nostre per quei
motivi che le dirò a voce195.
   Bramerei che V.S. facesse disporre le cose in modo da accogliere questi grandi pezzenti196
dell’Abissinia, in modo da farli trasecolare; bisogna cancellare dalla loro fantasia fin le ultime orme
del patriarca copto scismatico che per loro era altra volta il non plus ultra dei grandi e dei buoni.
Belle accoglienze, divoti spettacoli, buona abitazione e tutte le altre cose buone che lei, che non ha
come me il gusto guasto della miserie dell’Abissinia e della Turchia, puole immaginare e suggerire.
M’immagino di vedere Sua Eminenza con quell’aspetto suo angelico venirsi prima di tutti ad
impossessarsi dell’affetto di questi semplici e mezzo selvatici uomini197.

194
    In lui è da identificarsi il futuro convertito al cattolicesimo e martire, il Beato Ghebré Micael.
195
    Qui Giustino parla in genere, pur dovendosi riferire a solo quattro dei detti giovani.
196
    Ugualmente che altrove, non si prenda in senso negativo o dispregiativo l’espressione di Giustino. Anche se ci mette
  dell’umorismo (è suo carattere), lo rileva dalla realtà e pur in tanta povertà, egli vede apprezzabili persone.
197
     Ripetendo e spiegando: se “selvatico” significa abituato alla campagna, alla selva, questo carattere è proprio di
  persone che non vivono in città, ammesso anche normali inavvertenze a relative esigenze cittadine (…….v.g. sedersi
  su sedie o poltrone!)
   Non dimentichi il mio ritorno in Abissinia e prepari col zelo attentissimo compagni assai;
partiremo subito.
   Parleremo di interessi in qualche giornata piovosa di Roma; sento che ho bisogno di rallegrarmi
un pochetto tuttocché lo stato ordinario del mio cuore è addivenuto quello di una istucchevole
insensibilità e penosissima tristezza.
   Preghi per la mia conversione; mi ami veramente come per l’innanzi e mi creda sempre tutto suo
e pieno di rispetto e di amore

Giustino De Jacobis
  i.p.d.c.d.m.

P.S. La corrispondenza è affatto impedita colla Francia; il signor Etienne non riceve più le mie
lettere tutto (che) ne scriva per lui molte e lunghe.


Data: 13.08.1841
a:    P. Pasquale Fiorillo c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Roma 13 Agosto 1841

Molto R.do Sig. e P.ne Oss.mo198

    Ho scritto più volte e lungamente sui motivo del mio viaggio. Ma le mie lettere non sono mai
giunte a Parigi. Il sig. Etienne nommeno che il nostro Onoratissimo Padre, debbono essere per
questo nel più grande disgusto con me. Chi avrebbe potuto mai far conoscere loro un affare come
quello che mi ha astretto ad uscire dall’Abissinia, ripieno di mille incidenti estraordinari. Le lunghe
lettere che avea scritto avrebbero potuto farlo. Senza di queste io sono nell’opinione dei miei
superiori doppiamente reo. Reo dell’impresa; reo del silenzio.
    Sua eminenza il cardinale Fransoni non solo. Ma il medesimo Santo Padre danno qui tutto giorno
segni di estraordinario contento per gli affari della missione abissina, tuttocché non siano tanto
prosperi quanto io potrei desiderarlo; i nostri di qui ne benedicono Iddio di tutto cuore; ma in Parigi
non so cosa si pensi, né conosco quello che costà si decide sul mio conto.
    In questa situazione penosissima ricorro alla sua carità per averne dei consigli, dei lumi. Mio
Dio!! Tutto quello di cui possa aver bisogno che trovasi in una posizione così difficile come quella
nella quale io sono; mi faccia grazia di dirmi se mi conviene distendere altri racconti dei motivi pei
quali sono venuto dall’Abissinia fin qui. Io non giudico bene per ora farlo per la ripugnanza che ho
a prendere il tuono di apologista nella causa propria; ma vincerei me stesso quando V.S.M.R.
giudicasse necessario che io lo facessi.
    Non posso rimanere lungo tempo qui. 23199 Abissini quasi tutti cattolici domandano ritornare nel
loro paese; ed hanno ragione di desiderarlo; siamo ora nella buona stagione per viaggiare; ma come
partirò quando il signor Etienne si è protestato in nome del medesimo Superiore Generale di non
volermi più dare denaro finché non avranno conosciuto i motivi del mio viaggio. Ho scritto ed ho
tutto narrato. Le lettere non giungono mai200; che mi rimane a fare per informarli delle cose che essi
desiderano sapere? Io non lo so; V.S.M.R. bisogni che un poco si vesta dei miei panni e vegga di

198
    E’ il signor Fiorillo a Parigi.
199
    Questo numero sotto la penna di Giustino varia secondo che egli considera tutto il gruppo abissino, compresi i
  pellegrini a Gerusalemme o i soli deputati del re Ubié, ed anche gli accompagnatori, e quelli che Giustino aveva scelti
  perché si formassero in Europa.
200
    Un certo interrogativo si pone; come mai Giustino afferma di non ricevere alcuna lettera da Parigi ed intanto sa che i
  suoi Superiori si lamentano di lui.
  Forse egli lo ricava da accenni di lettere che riceve dal signor Guarini, di Roma.
indirizzare un po’ questo affare impicciato. Prima di partire scriverò ancora altre volte nella
speranza che alla fine qualcuna delle mie lettere abbia ad arrivare fino a Parigi.
   Per istrada, venendo qui, ho ricevuto una graziosissima sua lettera che V.S. mi scrisse colla data
6 Aprile 1841, ripiena di tanti interessanti notizie! Quante io non avrei a darlene! Quelle che
riguardano il motivo del mio viaggio è probabile che non le siano ignote; ma le farà piacere sentire


che cinquanta Preti, Monaci e Grandi abissini coi quali ho viaggiati fino in Egitto, sono quasi tutti
cattolici.
   Questi, al ritorno che faranno nei loro paesi. Saranno veri missionari.
   Abbiamo tutte le probabilità di avere la libertà di predicare nelle nostre chiese il cattolicesimo e
questo puole portare, colla grazia del Signore, la conversione di tutta l’Abissinia in poco tempo.
   I capi, quelli stessi che erano venuti in Egitto per domandare al Patriarca eretico un Abuna, si
sono determinati a venire in Roma.
   Dopo domani, il Sommo Pontefice ci concederà un’udienza pubblica nella forma della più alta
diplomazia. Tutti questi 23 Abissini, distinti tutti per natali, per regio parentato e per sapere,
presenteranno al santo Padre la lettera del re Ubié nella quale quel principe professa riconoscere il
primato della santa sede. Gli Abissini presenteranno al Papa un regalo di incenzo e di altri aromi
orientali.
   V.S. dovrebbe essere qui per conoscere questo popolo romano ammira la pietà di questi poveri
neri e come questi Abissini piangono per tenerezza ad ogni passo che danno nella Città Santa.
   Il signor Sapeto va rimettendosi in salute dopo una malattia mortale di un anno. Il signor
Montuori ha fatto una grande malattia per il pessimo aglio di cui ha dovuto fare uso in tutta la
quaresima e per la vita faticatissima che fa; adesso va meglio. Avrei condotto meco dall’Abissinia
delle fanciulle per essere allevate fra le Suore della Carità; ma la convenienza non me lo ha
permesso. Quanto bene non farebbero le Suore della Carità in Abissinia? Ma Dio sa quando questa
benedizione potrà scendere su quella misera terra.
   Il viaggio dell’Abissinia che la Suora di Ivergrans (?) le ha dato a leggere, credo che sia quello di
Combs e Tomissor (?). Ci è là molto del romantico.
   Mi dimenticava di dire che ho quattro o cinque uccelli abissini imbalsamati che ho promesso al
signor Etienne; sono ancora con me, glieli manderò al primo comodo. Non si son ben conservati.
Qualche buon preparatore però potrebbe rimetterli.
   Tanti ossequi a tutti. Mi raccomando alle preghiere delle due Comunità. Mi creda sempre
nell’amore di N.S. di V.S.M.R.

      Um. ed obb. serv. Giustino de Jacobis

Data: 13.08.1841
a:    P. J.B. Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Al Signor
Signore Etienne Procuratore Generale dei Lazzaristi
Rue de Sèvres n° 95 Paris
Roma 13 Agosto 1841

Signore e caro Confratello201
La grazia di nostro Signore sia con noi



201
      E’ il signor Etienne, a Parigi. Traduzione dal francese.
   Vengo a chiedervi quello che voi non potete rifiutarmi di accordarmi. Chiedo nel nome di Dio
pietà e misericordia.
   Non posso comprendere come le mie lettere mai vi siano giunte e sono tentato di dire che il
vostro silenzio sia una specie della più atroce punizione con cui la collera del Supremo Giudice mi
colpisce.
   La necessità nella quale mi sono trovato di uscire dalla mia missione senza attendere risposta
vostra e del signore il Superiore Generale, credevo che mi avesse giustificato presso tutti; ma mi
sono ben sbagliato. Poiché, anche se i Signori della Propaganda mi hanno ben ricevuto ed approvato
la mia condotta, io sono sempre afflitto dal silenzio che voi mantenete. Questo silenzio è come una
specie di anatema. Mio Dio, quanto è doloroso sentirsi separato dal proprio padre amato, dai propri
confratelli.
   Abbiate dunque pietà di me, Signore perché la mia anime è in (condizione) di morte. Sono
venuto fin qui per presentare, il prossimo lunedì, 23 abissini quasi tutti cattolici, al Sovrano
pontefice; partiremo di nuovo per l’Abissinia; andremo ancora una volta a combattere contro gli
eretici del Cairo e voi, Signore, ed il signore Superiore Generale non mi accordate almeno la
consolazione di una sola parola, di un sol indizio, un avviso, un castigo stesso dei più solenni, che
sarebbe sicuramente non così penoso quanto il vostro silenzio e la vostra indifferenza. Signore,
pietà di me che muoio per l’afflizione!!!
   Ho bisogno di compagni; ve ne ho chiesto qualcuno, ma nessuna risposta. La missione
d’Abissinia alla quale il buon Dio ha donato l’inizio ed il cominciare a vivere per le vostre cure,
essa morirà se voi non la considererete.
   Si dice qui che l’assemblea sia finita e che i signori assembleisti d’Italia son di ritorno già da
qualche tempo. Sono per questo nella speranza di (incontrare specialmente) il signor Guarini e di
conoscere per mezzo suo qualche cosa (della mia situazione). Ma se tarda ancora molto, io partirò
nella più grande desolazione.



    Attendo una risposta di qualcuno di voi per conoscere se mi conviene prendere un tono
d’apologista o di mantenere sempre il silenzio su i motivi del disgusto che io vi avrei dato.
Veramente, per quanto sia affaticato da ben penose considerazioni, non penso di conoscere ancora
le ragioni del vostro malcontento. Non disdegnate di accordarmi il bene delle vostre preghiere.
    Vogliatemi credere nei sentimenti della più alta stima ed attaccamento, di voi, Signore
Umilissimo servo e carissimo confratello

   Giustino de Jacobis I.D.C.d.M.
Data: 22.08.1841
a:    Sig.a D. Elena Dell'Antoglietta Fragagnano
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

A Sua eccellenza
D. Elena Antoglietta
Dei Marchesi di Fragagnano – Napoli
Roma 22 Agosto 1841

Figliuola mia in Gesù Cristo

   Rispondo nel medesimo tempo alle due sue pregiate lettere, in poco tempo ed in più poche
parole. Sono senza un istante quasi a mia disposizione. La morte dei due suoi amati parenti era un
caso da doverla affliggere cristianamente ed io avrei dovuto prendere parte al suo dolore; ma non
me ne è venuta la nuova che da lei stessa nelle ultime lettere scrittemi. Preghiamo dunque in pace
ed eterno riposo a quelle defunte e pensiamo a trarne tutto il possibile frutto dal tempo che il
Signore ci accorda ancora e che è poco e labilissimo.
    Tutti i suoi progetti sono nobili, degni del suo magnanimo cuore quando fossero possibili; ma mi
pare che faremmo meglio ad occuparci delle cose concrete e che ci sono presenti e che hanno
conseguenze eterne. Ad occuparci un po’ di più di quest’anima poverina che avvicinasi sempre più
al temibile passo irreparabile.
    Sono sempre grato alla sua carità pel pensiero che si dà di me e dei miei fratelli. Vedrò di fare
quanto potrò per accontentare il caro mio Antonio.
    Mi parlava di qualche passo dato per fare colletta per gli Abissini. Il Signore le ne paghi il
centuplo. Tutto quanto faremo per questi poveri neri tocca dolcemente il cuore proprio di Gesù
Cristo amante di tutti gli uomini.
    Preghi e faccia pregare per me i miei nuovi fratelli.
    Gesù Cristo la benedica e sono di lei.

      U.mo Servitore
  Giustino de Jacobis


Data: 27.08.1841
a:   Sig.ra Peppina Vernoleone
in: ACPN

                 Roma 27 Agosto 1841.

                 Stimatissima figlia in Gesù Cristo
                 Ho ricevuto la vostra lettera e l’ho tutta letta con attenzione. Per
                 venire subito a rispondere alle due domande che in essa mi fate, dico
                 che le tentazioni ed il raffreddamento di spirito che vi danno tanta
                 pena (…..) cagionarvi grandi beni spirituali, purché siate attenta a
                 mortificare la curiosità della vista al più possibile con umiliarvi di
                 spirito avanti a Gesù Cristo ogni volta che vi ci mancate ed ad aiutarvi
                 parimenti con umiliarvi quando pregate o fate altre opere di pietà
                 senza fervore. Io credo difficile che vi siano peccati nelle tentazioni,
                 delle quali mi parlate, solo vi può essere qualche leggiero
                 mancamento, del quale giugnerete con la grazia del Signore a
                 liberarvene, quando unite insieme mortificazioni del corpo e dello
                 spirito. Del resto non vorrei che vi metteste in grande apprensione per
                 quelle importunità che vi fanno sperimentare i sensi, ed il consiglio
                 del P. Modestino Iandoli vi può servire di regola benissimo.
                 Non faticate troppo il capo nella preghiera contentandovi di stare alla
                 presenza di Dio al miglior modo possibile e di recitare qualche
                 orazione vocale nelle aridità. Io credo che fin da adesso il vostro
                 Cuore sia già di Gesù. Di questo vorrei che ve ne rallegraste con
                 sentimenti di filiale riconoscenza e di umiltà. Del resto sapete che
                 l’amore di Dio è una via che non finisce mai. Camminate dunque in
                 modo da avanzarvi sempre più.
                 Pregate per me. Fate pregare ancora la Madre Badessa e la Madre
                 Cap(…) che tanto ossequio.
                                        Gesù Cristo vi benedica
                                                 de Iacobis
Data: 01.09.1841
a:    P. Nozò, Superiore Generale c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Al Signore
Signor Nozò
Superiore dei Lazzaristi
Rue de Sèvres n° 95 – Paris202
Roma 1 Settembre 1841

Signore ed Onoratissimo Padre

   Importanti nuovi che ho spiegato ai signori Etienne e Guarini mi hanno obbligato a mettermi in
viaggio dall’Abissinia a Roma.
   Questa impresa pericolosa certamente e difficile, io credo che sia stata benedetta dal buon Dio. I
Cardinali, il Sovrano Pontefice hanno testimoniato la più grande soddisfazione ed il più vivo
interesse a riguardo. Sono stato impegnato dal Papa a portare al principe del Tigré una lettera e dei
magnifici doni.
   Tutti questi abissini che sono qui si sono quasi tutti dichiarati cattolici, mentre partendo
dall’Abissinia, non vi era in mezzo a loro un solo cattolico. Quattro di essi resteranno a Roma per
essere istruiti. Tutto ciò, senza dubbio, sono benedizioni certamente amabili che il buon Dio ha
donato alla sua opera
   Ma, mio Onoratissimo Padre, il mio cuore resta sempre nel più grande (abbattimento). Fino a
che io non verrò a conoscere quello che voi giudicate a riguardo del mio comportamento, non avrò
mai un istante di tranquillità, Spero che la vostra carità voglia pur darmi qualche consolazione a
proposito.
   Avrei bisogno d’avere dei compagni. Avrei bisogno di qualche prete e di qualche Fratello laico.
Ne ho trovato molti di quelli che sarebbero ben disposti a venire in Abissinia; ma mi sono rifiutato
d’accettarli prima del vostro permesso. Vi prego a volermi pur dare qualche autorizzazione a questo
riguardo.
   Sono, mio Onoratissimo Padre, vostro umilissimo servitore e confratello

   Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M

Data: 07.09.1841
a:    P. J.B. Etienne c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Roma 7 settembre 1841

Signore203

La grazia di nostro Signore sia con noi



 202
      Questo indirizzo scritto da Giustino è stato cambiato probabilmente a Parigi o più facilmente prima che vi
  giungesse, così: Signor Nozò, Superiore generale dei Lazzaristi, a Dieppe.
  La sopraccarta (o busta) porta il timbro postale di Roma del 3 settembre e quello di Dieppe del 13 settembre.
203
    E’ il signor Etienne, a Parigi. Traduzione dal francese.
Assicurato dal signor Fiorillo e più ancora dalla lettera del 21 Agosto che voi avete voluto
scrivermi, che l’affetto che mi avete testimoniato non è per nulla cambiato, trovo in più (che) tutto
quello che mi dite (è) per farmi comprendere la ferma intuizione che il buon Dio vi ha dato di
aiutarmi con tutte le vostre forze, sopra la povera missione d’Etiopia.
   Avevo ben ragione di temere di me e della mia condotta in un affare così difficile e così pieno di
(difficoltà) tanto difficili a farle comprendere agli altri; ma avevo niente altro che del bene da
ripromettermi dallo zelo che voi avete per l’estensione del cattolicesimo in Abissinia. Ora che a
Roma il pubblico, i Cardinali, i Signori di Propaganda e più ancora che altri lo stesso Sovrano
Pontefice hanno giudicato quanto ho intrapreso in quel modo che tutti conoscono; ora che voi con la
vostra saggezza avete giudicato la mia condotta e mi assicurate in più di non essere affatto in collera
con me, io non desidero più niente e mi rimetto in tutto a quello che vi piacerà fare della mia
missione: perché voi non le farete che del bene.
   Senza aggiungere altro, rispondo a tutto quello che voi desiderate sapere per meglio conoscere i
bisogni nei quali ci troviamo.
   Uscendo dall’Abissinia, ho inviato nel tempo stesso a voi ed a Propaganda (lettere) per
informarvi sullo scopo del mio viaggio e per chiedervi se era conveniente continuare il mio viaggio
fino a Roma.
   Le mie lettere che voi non avete ricevuto se non dopo lungo tempo, sono (invece) esattamente
giunte a Roma e Roma mi impegnò a continuare ed a venire a Roma.
   Considerate voi, Signore, la mia difficile posizione in Egitto ove si trattava di combattere l’eresia
nel suo impero, con l’aiuto soltanto del buon Dio il quale in fine mi ha accordato la vittoria.
   Per uscire da un paese ove la fede dei nuovi convertiti correva grande pericolo, mi sono
attaccato al primo permesso di mettermi in viaggio senza troppo considerare da qual parte quel
permesso mi era giunto. Per questo io sono arrivato qui senza aspettare il permesso che vi avevo pur
domandato.
   Sono partito per l’Abissinia il mese di Maggio 1839. Da quel tempo fino ad oggi sono trascorsi
due anni e cinque mesi. Durante tutto questo tempo ho prelevato dal sig. Franc in Alessandria, 20


mila franchi i quali vengono 8 mila franchi per ogni anno quasi, comprese le spese per portarci in
Abissinia e per ritornare fino in Egitto.
   Se voi pensate che questo sia troppo, vi prego di fissarci ciò che noi possiamo prelevare per ogni
anno in avvenire.
   Ritornando in Abissinia costruiremo delle chiese, almeno una sola, secondo il permesso che voi
ci accorderete certamente. Abbiamo creduto opportuno di nulla accettare dal principe (Ubié)
nonostante che ci proponessero di darci dei paesi per cui abbiamo bisogno di comprare delle terre e
degli orti per coltivarli.
   Infine, io parto di qui con i signore Biancheri e Boccardi i quali mi sono stati dati dal signor
Guarini e dal signor Cremisini204 con due Fratelli laici almeno. Le spese per tutto questo saranno
considerevoli; per questo avete molte ragioni di patrocinare gli interessi dell’Etiopia presso l’opera
della propagazione della Fede con tutto lo zelo che voi avete per la gloria della religione cattolica.
   Se ci abbandonate in questo momento correremo pericolo di perdere tutto ciò che il buon Dio ha
fatto per il bene della nostra cara missione. Vi rendo con tutto il mio cuore i più vivi ringraziamenti
per i posti che ci avete ottenuto sulla nave a vapore da Civitavecchia fino ad Alessandria. Che il
buon Dio sia la vostra ricca (ricompensa). Credo che non sarà difficile di procurarci pure dal
governo francese una barca per passare il mar Rosso e per andare a Massauah.
   Il signor Lefebre ha ottenuto per lui ed i suoi compagni questo passaggio gratis. Da quanto mi ha
detto il signor Montuori, gli affari del signor Lefebre non vanno male. Egli ha ricevuto dei paesi dal

204
   I due visitatori in quel tempo delle province religiose C.M. di Roma e di Torino (?)
  Dei quattro nuovi missionari, solo due si decideranno a partire con il De Jacobis; il Biancheri ed il fratello laico,
  Abbatini.
re Ubié al quale ha fatto dei molto ricchi doni. Potrebbe farci del bene; ciò che non pensate del
Kovin (?) francese che viene ad esplorare le coste dell’Abissinia con lo scopo che voi mi dite. Gli
inglesi tentano di fare oggi la medesima cosa, ciò che potrebbe far (accadere) qualcosa di
spiacevole. Del resto spero di sbagliarmi a proposito.
   Un insediamento progettato ad Alessandria certamente che potrebbe esserci utile; prego con tutto
il mio cuore il buon Dio perché lo faccia presto riuscire.
   Vi chiedo perdono per gli uccelli che vi avevo promesso. Non avevo niente da donare al sovrano
pontefice; è lui che ho preposto a voi; perdono ancora un’altra volta. Ma vi prometto di darvi
completa soddisfazione di questa mancanza di promessa poiché conosco al presente che vi farebbe
piacere di avere delle rarità dall’Etiopia; mi impegno di inviarvene il più possibile.


   Non saprei dirvi il denaro di cui avrò bisogno; da quanto ho avuto l’onore di dirvi, potrete
facilmente conoscere meglio di me il nostro bisogno. Mi rimetto alla vostra carità. Solamente vi
prego di volermi mandare ciò che vi piacerà accordarmi il più presto possibile.
   Vogliate gradire le espressioni del mio rispetto ed attaccamento sincero e di credermi nell’amore
di nostro Signore:
   Signore, di voi umilissimo ed affezionatissimo servitore e confratello

      Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.

P.S. Partirò da qui dopo poco tempo; ma quali saranno i mezzi non lo so.




Data: 16.09.1841
a:    P. Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR
Napoli 16 Settembre 1841

Molto Rev.do Sig. e P.ne Oss.mo205

   Siamo qui giunti ieri al mattino senza alcun caso contrario.
   Il ricevimento avuto dal popolo e più ancora dai nostri è stato affatto commovente. I poveri
Abissini sono in un’estasi proprio di ammirazione. Che ne sia di tutto benedetto il Signore.
   Mi sono recato dall’Ambasciatore di Francia per aver nuova delle disposizioni date dal governo
francese pel nostro passaggio sui vapori. Non ho potuto saperne nulla. L’Ambasciatore francese a
Roma è partito per costà il medesimo giorno nostro. Spero che abbia alla fine ricevuto qualche
ordine. Se non mi inganno, prego V.S.M.R. a farmelo conoscere.
   Se V.S.M.R. puole ottenermi che resti libero il mio patrimonio affinché i parenti miei potessero
disporne a loro piacere, gliene sarei molto obbligato. Ella ha per trattare questo affare che mi preme
molto, tutte le facoltà che potrebbero abbisognarle. Depongo la mia volontà nelle sue mani; faccia
tutto quello che poteri fare io stesso. Mi perdoni però per questi fastidi che vengo a darle.
   La prego a presentare i miei rispetti i più distinti a sua eminenza il Cardinale Prefetto ed a mons.
Cadolini. Gli assicuri sempre più della gratitudine che sento per quanto hanno fatto per la mia
nascente missione. Gli ossequi miei ai signori Cremisini ed Ugo (?) coi signori De Pace, Capri (?) e
tutti gli altri Sacerdoti e fratelli. Soprattutto poi al signor Biancheri. Il suo fratello è qui tutto
contento e di buona salute.
205
      E’ il signor Guarini a Roma.
   Caro signor Guarini, si compiaccia aggradire i sinceri sentimenti del mio affetto e stima onde mi
dico sempre nell’amore di N.S. di V.S.M.R.

   Um. Ed obb. Serv. Vostro (?)
   Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.
Data: 22.09.1841
a:    P. Vito Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Al molto Rev.do Sig. e P.ne Oss.mo
Il sig.r D. Vito Guarini
Procuratore Generale della Missione
Monte Citorio                Roma
206
    Napoli 22 settembre 1841

M.to R.do signore e P.ne Oss.mo207
   Ho ricevuto nella sua lettera affrancata e scritta il giorno 18 del corrente la cambiale esigibile a
vista di 1500 scudi. I passi da sua signoria fatti e la generosa dilazione che mi ha accordata per non
farmi tenere meno dell’accennato (comma), sono tutto affatto in corrispondenza dell’eccedente
bontà sua in riguardo di me, e del suo zelo pel bene della mia povera missione; ma tutt’affatto
superiore ai miei ringraziamenti. A tante testimonianze di zelo quanto mi si rende amara la
rimembranza di qualche insensata espressione sfuggitami dal labbro che sembrava nascente da
persuasione contraria!
   Caro signor Guarini creda al suo antico amico e beneficato; che in quello istante non parlò il
cuore o la persuasione ma il male umore nel quale mi avea messo un’indisposizione fisica.
   Bisogna dire che il signore N. non era dei nostri dacché su sì leggieri motivi ha voluto da noi
separarsi. Pur si adempia per tutto il volere di Gesù Cristo! Io intanto non cesserò mai amarlo e
rispettarlo quanto prima. Ho parlato qui pei 3 signori destinati dal sig.r Durante 208 per esserci
compagni. V.S. potrebbe compiacersi di (avviarli) al signor Sparano in Napoli con una sua lettera.
   Qui sarebbero bene accolti e potrebbero aspettare tutto il tempo che sarebbe necessario. Quanto
sarei dolente se qualche novità venisse a privarci di tanto generoso e caro dono che ci fa il sig.r
Durante!
   Impegno la carità di V.S. ad impedirlo in tutti i modi. (Che) vorrei che il signor Durando non
voglia prendere in tal senso la mia lettera che debba ritenere i signori accordatici.
   Fino ad oggi nessuna disposizione del governo francese è qui giunta del passaggio gratis sui
vapori. Il duca Montebello, ambasciatore di Francia a Napoli mi ha promesso di interrogare Parigi
per i telegrafi, della ragione di tal ritardo. Nel caso che gli ordini aspettati giungessero costà sono
sicuro che tanto la bontà di V.S. che quella del signor Conte di Raymond (?) me ne terrebbero
avvisato senza ritardo.
   Domani sua maestà riceverà in grande tenuta gli Abissini. Vuole regalarli e trattenersi con loro
in lunghi discorsi. Pensa rendere loro l’onore di mandarli a rilevare colle carrozze di corte per


dimostrare che individui tanto onorati dal Santo Padre meritano tutte le distinzioni dei principi
cattolici.
   Le accludo il ricevo della cambiale e vado a scrivere a sua Eminenza il Prefetto per ringraziarla
del denaro che mi ha fatto tenere.


206
    Il timbro postale della sopraccarta porta il giorno 21 Settembre e quello dell’arrivo a Roma, il 23 settembre.
207
    E’ il signor Guarini, in Roma.
208
    Correttamente detto è il Signor Durando.
  Prego V.S. a presentarle la lettera che qui le accludo e di supplire di persona a ciocché avrei
dovuto e non ho saputo dire di più conveniente per dimostrare la mia gratitudine a tanta generosità.
  Questi Signori e segnatamente il signor Biancheri la rieossequiano.
  Io le bacio le mani e mi dico per sempre nell’amore di nostro signore di V.S.R.ma

P.S.
   Nell’avviare qui i tre missionari destinati per l’Abissinia vorrebbe il sig. Sparano che V.S.R.ma
ne scrivesse un poco prima al Sig.r Pesole. Il sig.r Jandoli (?) amerebbe venire in Abissinia; le dico
questo nel massimo segreto. Egli si incaricherebbe di trovare altri compagni per la nostra missione
di concerto con V.S.R.ma. Amerei che aprissero per questo una corrispondenza. Che ne dice?
Perdoni.

   Suo umilissimo ed Obb.mo Servo Vero (?)
   Giustino de Jacobis i.p.d.c.d.m.

(Riportato sulla sopraccarta)
   Vi diedi una preghiera nel mese di Giugno o anche prima. Una indulgenza che si chiedeva lo
giorno della Visitazione della SS.V., in S. Bernardo e Margarita; però non solo non mi favoriste ma
né anche mi onoraste di riscontro. Sono il vostro u.mo servo.…




Data: 23.09.1841
a:    Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide

            Eminentissimo
(Napoli 23 Settembre 1841)
In una Cambiale pagabile a vista mandatami dal Signor Guarini coll'ultimo Corriere ho ricevuto
1500 Scudi, che Ella si è degnata assegnare per il ritorno degli Abissini nel loro Paese. Questi
uomini grati e semplici aveano molte cose a narrare ai Concittadini loro della vera grandezza di
Roma.
 L'accoglienza, il trattamento del Santo Padre e degli Eminentissimi non sarà mai da loro
dimenticato, e non cesseranno mai da pubblicarne le finezze e la magnificenza. Adesso poi che
conoscono che Sua Eminenza ha provveduto fino per i mezzi da ritornare in Etiopia, la
riconoscenza mia e loro è divenuta senza limiti. Gli Abissini mi stimolano a ringraziarmela, ed io
adempio a questo dovere comune che ho con loro di assai buon animo.
 Non ancora sono qui giunti gli ordini del Governo Francese per aver il passaggio gratis per
parecchi Abissini, come è stato scritto da Parigi. Il Signor Duca di Montebello Ambasciatore di
Francia a Napoli ha scritto per far domandare pei Telegrafi da Marsiglia a Parigi la causa di questo
ritardamento. Saremo quindi astretti a rimanere qui ancora qualche giorno di più di quello che io
pensava. Frattanto questo Religioso Monarca, emolando lo zelo del Santo Padre, va prodigalizzando
continui favori a questi poveri Abissini. Ha voluto che tutti i siti regali fossero loro accessibili:
questa mattina li riceverà in udienza di grande etichetta, e forse farà anche di più. Che il Signore ne
lo rimuneri.
 Prego l'Eminenza Sua a non privarmi mai del bene della Sua protezione, e delle preghiere, mentre
nei sentimenti della più profonda stima, e baciando la Sacra Porpora mi raffermo costantemente
Di Sua Eminenza

Napoli 23 Settembre 1841
U(milissi)mo Obbl(igatissim)o Servo Vero
Giustino de Iacobis della Missione



Data: 09.11.1841
a:    Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide

Giaffa 9 Novembre 1841

Eminenza


Ho l'onore di farle noto che siamo in istrada per recarci alla visita dei Luoghi Santi. Fermi gli
Abissini nel proponimento di eseguire il devoto pellegrinaggio non ho potuto oppormici
risolutamente perché avea loro promesso, che al ritorno dall'Europa vi ci saremmo andati, e perché
il Santo Padre mi avea fatto conoscere, che non era prudente cosa mandarveli tutti soli. Un piccolo
peculio che io aveva disponibile ha tolto la difficoltà del dispendio di questo viaggio. Finito che
avremo la quarantina continueremo subito il viaggio per subito ritornare in Egitto. Colà il Signor
Biancheri col Fratello Abalini aspettano, compagni promessici dal Signor Durando, ed il denaro per
proseguire il nostro viaggio senza più interromperlo fino al luogo del nostro destino. Il Signor
Etienne fin ora non ha ancora autorizzato il Mercante di Alessandria a darmi il denaro, che per altro
mi ha promesso di subito mandare. Il Lazzaretto ove siamo è cangiato in Ospedale. La maggior
parte degli Abissini seriamente ammalati. Tra le angustie di sì affligente posizione il Signore mi dà
un grande argomento di consolazione nella premura colla quale questi poveri ammalati vanno
disponendosi a morire da Cattolici, ove l'ultima ora fosse per loro giunta. Questa mattina per grazia
del Signore, manifestasi in tutti visibile miglioramento
 In osservare che faranno in Gerusalemme come l'hanno finora fatto in Egitto quello che sono sotto
tutti i rapporti gli Eretici, il disinganno di questi Abissini si spera che sarà compiuto. Si spera pure
che al ritorno che faranno essi nel loro Paese faranno in modo, che i Pellegrini che tutti gli anni
dall'Abissinia recansi a Gerusalemme non saranno più per accostarsi, come fin'ora hanno fatto agli
Eretici per essere alloggiati ed alimentati
 Ho trovato l'Abate Giorgio Monaco Abissino convertito ultimamente al Cattolicismo in
Gerusalemme. Gli abbiamo fatto sentire la determinazione presa dalla Sagra Congregazione a suo
riguardo, e comunicatagli per mezzo di Monsignor Perpetuo. Non sa ancora determinarsi a ritornare
in nostra compagnia. Ora è con me Vaolda Chires è nel Cairo, e ci aspetta per accompagnarsi a noi.
Non l'ho ancora veduto. Tutti quanti l'hanno veduto ne fanno grandi elogii. Ne sia benedetto il
Signore.
 L'Abuna Eretico è da qualche tempo partito per l'Abissinia. Egli ha fatto un grande sbaglio a partire
solo. Bisogna dire che il Signore l'abbia acciecato per liberar noi dall'imbarazzo che la sua presenza
ne avrebbe arrecato ed affinchè ammassasse sempre più carboni sul suo capo. Questi Abissini, che
godono al par di questo, assicurano che non sarà ricevuto in Abissinia. Questa ancora è una delle
grandi e numerose speranze su delle quali poggia finora il bene della nostra Missione. Abbiamo
grande fiducia nel Signore e nelle tante preghiere che si fanno dai buoni Cattolici, per vedere
compiute le speranze nostre.
 Il Signor Ceruti e Mathieu, il primo Console Generale ad Alessandria, e l'altro Vice Console del Re
Sardo nel Cairo si sono assai distinti per lo zelo col quale mi hanno in tutti i modi facilitati i mezzi a
far progredire la nostra Missione. Se alla Saggezza di Sua Eminenza non sembrasse altrimenti
convenire, mi parrebbe bene incoraggiare il loro zelo con qualche parola che facesse loro conoscere
il gradimento suo in riguardo alla loro maniera di interessarsi pel bene delle Missioni Cattoliche.
 Umilmente poi pregandola a non mai privarmi del bene delle sue preghiere e delle sue benedizioni
col bacio della Sagra Porpora mi ripeto nei sentimenti del più alto ossequio

Di Sua Eminenza

U(milissi)mo ed Obb(ligatissim)o Servo Vero
Giustino de Iacobis Lazarista




Data: 16.11.1841
A : P. Spaccapietra cm
In: OPM Fonds Lyon G2


Lettera al Sig. Spaccapietra
Missionario Lazzarista a Napoli

16 Novembre 1841 Giaffa
Dopo il lungo discorrere, e le discussioni clamorose che gli Abissini premettono sempre ad ogni
loro comecche piccola facenda tutti montati a cavallo diamo finalmente a Giaffa l’ultimo addio.
Questa città si celebre nell’istoria, e nella favola è fabbricata sul pendio settentrionale d’una piccola
collina che s’erge immediatamente sul Cielo del Mediterraneo che per distinguere dal Mare – Morto
e dal lago di Tiberiade vien qui chiamato Mare – Grande. In questi lidi che abbandoniamo, Noè,
come si vuole, fabbricò l’arca che salvò la razza umana dal totale esterminio (sic): furono qui
sbarcati i cedri che doveano servire alla costruzione del Tempio di Salomone: Giuda Maccabeo qui
bruciò la flotta Siriana: e qui Giona imbarcossi per Tarso. Inoltre S(an) Pietro fece qui risorgere la
benefica Tabita, e nella visione che vide del lenzuolo ripieno d’ogni qualità d’animali conobbe che
la legge parziale di Mosè aveva fatto luogo alla dolce ed universale legislazione del Vangelo. E, per
nulla tacere delle cose memorande di Giaffa aggiu(n)giamo che la favola dice che a questi scogli
asprissimi Andromeda fu attaccata, e che Perseo combattuto che ebbe il Centauro lavò in queste
acque il sangue delle riportate ferite. Su queste arene finalmente, come narra la più crudele pagine
della storia di Napoleone furono avvelenati gl’infermi soldati ed i prigionieri scannati. Tra le gesta
scolpite dell’Eroe di Corsica sulla colonna Vandome e sul Mausoleo degl’Invalidi la verità di questa
sanguinosa storia ha inutilmente cercato un luogo, una memoria
Usciti da Giaffa mettiamo piede in quell’unica terra che conservò per lungo tempo il culto del Vero
Dio ove il Cristianesimo ebbe culla, e che è ricca di tanti monumenti santificati dal Uomo – Dio,
dalla sua Divina Madre, e dagli altri gloriosi suoi primi discepoli
Per un’ora quasi la strada cammina fra giardini di Granati, e di Aranci assiepati dai giganteschi
Nopal guarnite nelle massiccie foglia (sic) di spine enormi e cariche di frutta. Quindi si trova quel
piano sì celebre nella Scrittura per la fertilità, e che incominciando da Gaza alla parte di
mezzogiorno si estende al Nord fino al monte Carmelo. Ora quei ricchi campi per manacnza di
coltivazione poco differiscono dal puro deserto. Qualche Moschea che quà (sic) e là trovasi in sul
cammino annu(n)ziano purtroppo la presenza colà dello straniero profetizzato da Isaia, e che rende
conto di miserabile stato delle cose di questo paese altra volta si abbondante di ogni sorte di beni. Il
visibile avveramento dei detti profetici che qui osservasi ad ogni passo è il punto più interessante a
prendersi in considerazione da chi intraprende la incommoda peregrinazione ai luoghi santi.
A quattro ora di cammino e sul tramontar del giorno la miserabile nostra Carovana pervenne infine
all’Ospizio che i Padri Francescani di Spagna hanno nel villagio (sic) di Ramita e che offre un
comodissimo momentaneo asile a quelle che vanno a Gerusalemme e che ne ritornano. I tre
Religiosi che ne compongono tutta la comunità non essendo ritornati dal campestre loro passeggio
trovammo la casa senza uno che avesse potuto darne un ricovero. Nella piene certezza non per tanto
di avvere a passare colà dentro quella notte feci smontare da cavallo e scaricare il nostro bagaglio.
Gli ammalati allora o distesi per terra o seduti su quegli involti più molli in un momento
convertirono quel tratto di terra in una vera Infermeria. Questo spettacolo che era troppo fastidioso
ed a sgomentare troppo capace la carità fin di un S. Giovanni di Dio, fu compassionato dall’egregio
Padre Guardiano, il quale non appena vedutolo che fece subito, per accoglierci, aprire tutte le porte
del suo convento. Complimenti misurati ma di cuore erano sostenuti da quell’aria sua di volto nella
quale era dipinta la compassione che fin dalla fanciullezza dovette prendere per sua eredità
quell’ottimo Religioso. I fatti indi quanto a tutto che furono d’accordo volsero molto a confortarci
Per questi stabilimenti incomparabili e che richiamano si bene alla memoria i tempi dei Patriarchi e
di cui la sola Religione Cattolica offre degli esempi passano alle volte cotali viaggiatori di bello
spirito, i quali dopo d’averne avuto ed allogiamento e trattamento col gratis non di ferma ma di tutta
realtà scrivono poi e pubblicano delle villanie che offendono la santa ospitalità. Procedimento
vilissimo in chiunque ed empio poi soprattutto quando si fa in un uomo che dichiarisi Cattolico
Composta poi ogni cosa nel miglior modo possibile e desideroso allora di visitare Gesù
Sacramentato. Indicatami la Chiesa, dissi ad un di quei domestici del convento che il primo mi
venne innanzi; Colui mi ci conducea subito, ma era si mal pratico del luogo che ei stesso abitava,
ovvero, il che è più verisimile, io parlai in un arabo si incomprensibile, che quel galantuomo in
luogo della Chiesa apertami la Sagrestia ed indrodottami (sic) in quell’oscuro che vi faceva dentro
in un tratto scomparve di là. Il non vedere intanto alcuna lampada accesa ed il non sentire per niente
quel tale calor di vita che respiriamo nei luoghi abitati da Gesù Sacramentato, mi resero più che
certo che quel luogo per nulla fosse Chiesa. Volsi dunque sulla destra e brancolando ed
incespicando or nei gradini ed or nelle pietre del mal commesso pavimento entrai infine in una tal
porta la quale spontaneamente s’aprì e lasciò scappar fuori uno spicolo di luce dalla lampada accesa
che era colà dentro sospesa alla volta e venne a battere sul mio viso. Il bel pavimento di fino marmo
sul quale mi trovai ben mi fé comprendere che quella grotta sì bassa, sì angusta e sì lunga era più
che                                   Chiesa vera e Chiesa col Sagramento chiusovi dentro. In questo
modo fortuito mi trovai ad adorare il Redentore vivo e vero in quella casa medesima che fu abitata
da Giuseppe d’Arimatea o di Ramla il quale come leggiamo nel santo Vangelo avendo domandato
ed ottenuto da Pilato il Corpo del Nostro Signore Gesù, lo distornò dalla croce, l’avvolse nel
lenzuolo, e lo ripose nel monumento nuovo che si aveva fatto costruire. La tradizione, che
conservasi da questi Religiosi dice che la Cappella del loro Convento occupa di fatti il medesimo
sito della Casa abitata un tempo da quel santo e pietoso uomo.
Il piano di Saron pel quale ora viaggiamo dall’Occidente a Levante estendesi dal Gran-Mare
(Mediterraneo) fino ai paesi montuosi della Giudea. Oltre alla grande Cisterna che gl’indigeni
attribuiscono alla Madre di Costantino, e la di cui volta forata a giorno riceve le acque piovane nel
centro sostenuta da pilastri e grossi archi non si osservano in tutto quel Classico territorio di
Palestina né città considerevoli, né vestigii di alcuna altra antica o moderna grandezza, che meriti
attenzione.
Fui sorpreso non poco a vedere in quella catena di montagne collegate fra loro per le base, e che
innalzansi in tante svariate forme e sempre aspre e salvatiche andarvi per entro serpendo una strada
ben disegnata e quasi tutta in buon ordine conservata. Domandai di qual mano benefica fosse
quell’opera del Sig.r Moratui fu risposto, armeno di nazione, uomo facoltoso e dippiù console
Americano Napoletano e Sardo a Giaffa.
Gli armeni pel loro buono carattere si distinguono fra tutti gli Orientali. Quantunque non abbiano
Re e si trovino fin dal Concilio di Calcedonia separati dalla Chiesa Cattolica, la religione non
dimeno e per essi il principale affare è bastata a tenerli uniti in corpo di nazione. Fra gli Eretici
esistono quelli che per la retitudine del loro cuore vengono più facilmente al Cattolicismo. Furono
di buon’ora convertiti al Cristianesimo. Nel quarto secolo impegnati in una guerra coi Persiani loro
vicini trascurarono di mandare al Concilio di Calcedonia i loro inviati come avevano fatto gli altri
Cristiani. Il Concilio fu unanime a condannare gli errori presi in considerazione. I soli Armeni,
perché non avevano avuto parte alle deliberazioni ricusarono aderire ai termini della Condanna.
Nacque quindi allora il funesto scisma che tuttora li tiene da Noi separati sebbene in tempi non
molto da noi lontani si poté concepir speranza di vederli riuniti al Capo legitimo della Chiesa.
Oggidì qui si parla di una grande conversione di Armeni avvenuta in Costantinopoli per motivo
poco onorevole all’Eretico Patriarca della loro Nazione. I Cattolici sono ordinariamente buoni come
quelli che tuttavia rimangono nell’errore sentono sommo rispetto per i Cattolici. Il Vescovo Armeno
Eretico nel Cairo sarebbe venuto con gli Abissini sino a Roma come diceami per essere Cattolico se
la peste che allora infieriva nell’Egitto non l’avesse obbligato a far quarantena in sua Casa. Promise
per altro che mi avrebbe data una lettera scritta di suo pugno per esortare gli Armeni che sono in
Abissinia ad unirsi a noi nella medesima credenza. Il Governo spirituale di tutta la Nazione Armena
è divisa tra il Patriarca di Costantinopoli e quello che risiede a Etehmiadzin. I Patriarchi sono
nominati dal Predecessore o dal Clero quando come avviene negli stati non soggetti al Gran-Signore
il deritto della nomina non è stato usurpato dal Principe cui ubbidiscono. Il Patriarca quindi che
governa gli Armeni di Russia di Persia e delle altre contrade dell’Asia Minore nomina gli
Arcivescovi, ed i Vescovi di sua giurisdizione. Secondo l’uso di quasi tutti gli scismatici
dell’Oriente le dignità sono conferite ai Religiosi. Quelli del Clero secolare che sotto talune
condizioni possono maritarsi, sono presi della Classe de’ Cittadini. Le rendite de’ primi provengono
dalle spontanee offerte de’ fedeli dai dritti sui Battesimi sul Matrimonio, la Confermazione e dal
Simoniaco trafico delle altre cose sante. Pei secondi presso gli Armeni consistono semplicemente
nel prodotto della benedizione che danno due volte per anno ai domestici secola(r)i dei Cristiani
della loro Comune. La riconoscenza che raccomanda ad ogni Pellegrino il Sig.r Morat, e la sua
qualità di Agente Consolare di due Monarchi egualmente proteggitori dei Missionari dell’Etiopia-
mi hanno dettato questo cenno istorico sulla Religione del paese cui Egli appartiene
Io prego ben di cuore il Padre delle Misericordie per la conversione di un uomo che senza punto
conoscerci ci apre a noi poveri pellegrini sì commodo passaggio. Il suono frattanto dell’umile
zampogna che ripetuto da mille echi va oggidì ancora ronzando fra queste valli, produce nell’animo
specialmente del Pellegrino Italiano un effetto piacevolissimo. Il suo sguardo va cercando da per
tutto i Pastori che avviansi a Bettelemme per vedere, quando fu loro annu(n)ziato dall’Angelo il
Fanciullo collocato nel presepe e ravvolto nei panni. Ma in luogo di quegli uomini pacifici rivestiti
della spoglia d’innocenti agnelli ed in vece di quelle donne dai grandi zoccoli con alla mano i
panieri di fiori e di frutta ricolmi incontrasi nei figliuoli di quella razza che ora abita la Palestina che
pel mescolamento di tante nazioni e di tanti culti sì miseramente è degenerata. Gli sparsi armenti
però i diruti Villaggi e i ponticelli gittati sui disseccati torrenti e cento altre simili case campestre di
questi luoghi sono i veri modelli a rappresentazioni di quelle sul disegno delle quali sono composti i
divoti Presepi d’Italia.
In sul finire delle strettoje tra monti la strada esce nella valle di Anatol Patria come credesi di
Geremia col cui nome viene oggidì chiamato dai Cristiani il villaggio detto dagli Arabi Kariet-el-
Eneb ch’è il più ragguardevole di questa contrada. In quelle vicinanze sono le ruine ancora di un
monistero e di una Chiesa fabbricata probabilmente a tempo delle Crociate. E’ un seculo mi dicea
un Musulmano dacché trucidati dagli Arabi i religiosi di S. Francesco che l’abitavano, questo luogo
rimanè intieramente derelitto. Mi coprii di rossore pensando allora che un infedele conservava
memoria di un fatto sì degno della storia del Cristianesimo e sì perfettamente dimenticato. Mi vado
quindi sempre più persuadendo che la parte forse più edificante dell’istoria de’ Santi sia in
temporanea oblivione sepolta per poi comparire tutta intera e tutta brillante di luce nel dì estremo
del Signore
Da questa in brev’ora passammo alla valle dei Terebinti celebre per l’abbattuto Gigante dal Giovine
Figliuolo di Gesse. Al fondo di essa vedesi il ponte sotto del quale passa il torrente donde
probabilmente Davide tolse le cinque pietre per la frombola che fu al superbo Filisteo segno di
morte. E questo è propriamente il sito nel quale la gente dello SceiK Aban Ghosh domanda il
tributo dai pellegrini per la protezione che pretende loro accordare contro ogni altro bandito che non
fosse dei suoi. Il degno Francese Clot-Bey al servizio di Mahmet-Aly Viceré di Egitto quando passò
per questo medesimo luogo avea trattato sì bene questo Tirannetto che potea ripromettersi della sua
amicizia. In questa persuasione degnossi munirmi di una lettera a Lui diretta per usare rispetto col
mio numeroso seguito. La lettera era scritta nell’idioma ed in un foglio Arabo. Il Bravo delle Sceik
che si presentò per riscuotere il denaro al vedere quella lettera che sottomisi subito ai suoi sguardi e
che dovette parergli un Grande Firmano della Sublime Porta rimase in tal modo sconcertato che non
trovava modo di scusare la temeraria domanda, e senza osar neppure fissarvi un solo sguardo su
quel magico figlio ne sgombrò dalla sua persona il cammino e noi senza menomo disturbo
passammo avanti. Se non che fatti oltre pochi passi un vero rampollo della stirpe di Goliat di
smisurata grandezza si provò a fare un bel giochetto al povero Resedebre il più buon uomo che
abbia conosciuto in mia vita.
Resedebre dei Tre deputati da Ubiè al Santo Padre è il secondo. Uomo d’una semplicità
perfettamente da fanciullo. Era in quel momento all’invasione della febre terzana cui va da gran
tempo soggetto. Sedeva sì malamente su quell’enorme macchina di cavallo che gli era toccato
montare che tutti quanti l’osservavano in quel pericolo di fracassarsi ad ogni momento le ossa
cadendo giù per terra da quell’eminenza. Gli andavano del continuo ripetendo: Guardati per non
cadere” ed egli cadeva di fatti e rimettevasi sempre colla stessa negligenza su quella bestia, che non
volle mai cambiare con verun’altra per lui più comoda cavalcatura. In quello stato egli era quando
quel Arabo gigantesco se gli presentò e toltolo di polso da terra sulla quale era allora allora già
precipitato lo rimise in sella in un baleno e poi presentategli un vaso di terra ripieno di acqua fresca,
bevi, gli dicea: e dopo che quello avea bevuto lo esortava a bere un’altra volta: ed il mio buon uomo
bevea sempre ad invito che da Colui gli veniva fatto, anche quando avesse dovuto mettersi in corpo
un fiume intero di acqua. Vuotato ch’ebbe il fiasco l’Arabo maligno mutò scenata ed in luogo di
quel bevi, che aveva fin’allora sempre detto incominciò poi a dire al povero Resedebre che non
avea addosso neppure un’Obolo: pagami l’acqua; ed impossessatosi frattanto delle scarpe che gli
avea cavate dai piedi per pagarsi da sé. Per liberarlo da tale imbarazzo giu(n)gemmo poco dopo colà
tutti noi che forse egli altrimenti resterebbe ancora a dibbattere con quel maligno la causa
dell’acqua e delle sue scarpe.
Tirando un po’ più innanzi, e guadagnata l’ultima collina di quella catena di montagne giunse la
nostra carovana ove da passo a passo si aspetta vedere comparire Gerusalemme. Tirato allora fuori
il fascio delle lettere di raccomandazione che mi erano state date da vari amici come a Michele
Guerguer figlio dell’Agente Consolare del Belgio a Giaffa portaimi in avanti per cercare un
ricovero a tanta gente
In quel tratto di strada che dovetti percorrere per giungere a Gerusalemme tutto ingombrato da
sepolcri dei Musulmani e da Cappelle erette a perpetuare colà la memoria dei loro fanatici Santoni
un sol Cieco incontrai il quale poggiato alla spalla del fanciullo che lo procedeva la punta del suo
bastone camminava sicuro su quel suolo sassoso e deserto. Gli umili fatti donde prendevano
argomento le sapientissime parabole e gl’immortali discorsi della sapienza incarnata ancora ancora
esistono ove quei funebri monumenti dicono che ogni grandezza ed ogni corona cadde dal Capo di
Gerusalemme ora fatta sì orba sì profanata.
Le mura che cingono oggigiorno Gerusalemme collocata sul pendio orientale di una bassa e larga
collina ad eccezione di qualche torre di Musulmana Moschea che le sorpassa in altezza nascondono
interamente il resto della città agli sguardi di chi v’entra dalla parte del Nord, o per la parte di
Bettelemme. Quel maestoso muro merlato che quando più ti avvanzi più pare che s’innalzi e segni
nel Ciel una più vasta e sublime curva in mezzo a quei d’intorno ove uomo non si vede, uccello non
canta, pianta non cresce, sembra un vero muro di divisione posto da Dio fra il Cielo e la terra. Il
pensiero allora delle avverate profezie sulle sciagure della Città di Davide sorgono nell’animo del
pellegrino, e si dispone ad entrarvi senza che vi pensi con quell’aria di tristezza dipinta sul volto che
costituisce lo stato abituale di chiunque respira quell’aere misterioso
Un drappello di soldati del Gran – Signore in quella grottesca figura che loro da l’abito europeo
ultimamente adottato guardava silenzioso la porta per la quale entrammo in Gerusalemme. Fatto un
piccolo giro a sinistra giu(n)gemmo al monte Gihon su del quale come credesi è fondato il convento
di S. Salvatore residenza del reverentissimo Custode di Terra Santa. Il Padre Cherubino da Civezza
religioso rigido solo con se stesso ed in riguardo agli altri dolce compassionevole ed amabile, nei
due anni che n’è il Superiore erasi reso la delizia dei Religiosi suoi Confratelli dei Fedeli suoi
sudditi e fin dei medesimi Eretici. Gli Abissini che erano in Gerusalemme nel tempo del Padre
Cherubino nelle malattie trovarono in lui il medico e le medicine e tutto. Discacciati quei poveri
crudelmente dagli Armeni (?) che per giustizia erano obbligati ad alimentare trovarono nella carità
di questo degno Religioso ricovero e protezione. Per non so qual preteso delitto imposto ad un
Abissino allora allora giunto dal suo paese in Gerusalemme era già sotto il Bastone dell’inumano
Turco quando il Padre Cherubino corse a liberarlo da quel obrobrio. Molti religiosi dal Padre
Cherubino incaricati in tempo di peste a visitare gl’infermi Abissini ed a provederli di ogni
bisognevole mi hanno assicurato che un poco più che fosse Ei restato a Gerusalemme i Pellegrini
dell’Abissinia guadagnati dal di lui caritatevole zelo si sarebbero tutti dichiarati Cattolici.
Ne guadagnò alcuni che abjuraro(no) nelle sue mani i loro errori e tutti gli altri sono si pieni di
riconoscenza per l’insigne loro benefattore che ogni volta non finiscono mai di farne gli elogi i più
solenni e magnifici. Sono pochi mesi solamente da che ho avuto per successore il P. Cherubino da
Cori, ed ora tutti due insieme sono in Cipro. Lo zelo però per la conversione degli Abissini che
l’esempio di sì degno figliuolo di S. Francesco ha comunicato a tutti questi Religiosi temperano il
dispiacere che provo per la di lui assenza. Al primo mettere piede in questa casa esemplarissimo la
folla sempreppiù crescente dei buoni frati cortesi mi si fece subito d’intorno. Fra’ Remigio, del
quale avrò occasione di parlare più volte nel progresso di questi racconti, e ch’è l’incaricato della
Frateria spiegò tutti gli amabili suoi talenti per preparare quanto a noi faceva di bisogno. Allora
stanze, letti, e come era sera avvanzata anche la cena fu subito pronta e subito servita; cosi(c)ché gli
ammalati, ed i lassi pel cammino tutti trovarono conveniente conforto al loro bisogno. Io ancora non
tardai molto ad andare a letto. E quella fu per me la prima notte che passai in un sito ove Gesù tra
mortali affanni disse ai tre Discepoli che dormivano. Voi altri dormite e riposate, e l’anima mia è
trista fino a morire.
Ma quel sonno non saprei dire perché non fu per me né lungo né troppo tranquillo. Prima di giorno
era in piedi. Da lì a pochi istanti venne ad avvisarne, che aperta la Chiesa dai Turchi che ne
guardano le chiavi potevamo recarci alla visita del Santo Sepolcro. Raccolti (g)li Abissini, e messici
tutti a seguire Frate Remigio, che ci precedea discendemmo per un viottolo diserto della Città;
voltammo poscia alquanto a dritta; nuovamente facemmo una piccola disce(s)a a destra ed eccoci
giunti alla portella ferrata del grande Cortile del Tempio Santo. Scendemmo ancora forse altri dieci
grossi gradini dalla parte interna camminando sempre tra il muro a sinistra del convento Greco, e a
destra quello della casa degli Uffiziali che i Turchi tengono colà come i Doganieri destinati ad
aprire ed a chiudere l'’ngresso, e ad esigere il tributo di quanti passa(n)o oltre per visitare quei
Santuari. Giunti al piano e fatto un mezzo giro a dritta entrammo nella piazza della Chiesa. A dritta
vedesi il prospetto del Convento dei Greci a sinistra quello degli Abissini (occ)upato adesso dai
Copti loro tiranni spirituali e di fronte quell’unica parte esteriore del tempio che non è ingombrata
da altre fabriche ad esso poggiate come sono tutti gli altri lati, e donde vedesi discoperto (il) gusto
dell’ornato esteriore della Chiesa della Risurrezione o del Santo Sepolcro. La magnifica Cupola
tutta coperta di piombo che scuopresi da ogni punto quasi della Città da questo sito non (re)ndesi
visibile che nella più alta sua cima. Un fascione di ben connesse pietre calando da cima a fondo
segna dalla parte esterna la linea di divisione del Duomo dalla Navata mag(g)iore della Chiesa.
Questa sola parte alquanto più bassa dell’altra è sormontata da un balcone di ferro posto colà per
sicurezza di chi cammina sul terrazzo della grande Navata
Nell’altra parte poi di questo medesimo muro della Chiesa sono praticate quattro grandi aperture,
cioè due finestre su due porti fra loro perfettamente uguali ed i di cui ar(ch)i sono del medesimo
gusto, detto comunemente Gotico. Dette sue accennate porte quella che è a destra è murata, e l’altra
aperta è l’unica che da’ l’ingresso al Tempio. In (m)ezzo a quella piazza poi ed intorno a quei
mercanti di oggetti di divozione quasi tutti Bettelemiti che seggono, aggiransi del continuo una gran
folla di pellegrini. Gli uni per comprare dei Crocifissi gli altri delle corone di madreperle o di
nocciuoli di Mecca. Questi prende uno di quei modelli del Santo Sepolcro lavorato in legno ornato
di madreperle a quelli ….. delle conchiglie sulle quali veggosi ritrattati vari misteri della nostra
Religione.
I Greci ed i Russi preferiscono a quelle che hanno figure in rilievo le conchiglie lavorate a semplici
tratti, ove i Cattolici e gli Armeni prendono indifferentemente or gli uni or gli altri. In quella
riunione di Cristiani di tante sette varie, di tante lingue e costumi differenti ammirasi uno spettacolo
in questo genere unico al mondo. Ivi sono riuniti Cattolici, Scismatici Eretici, Israeliti, Musulmani
che vengono dalla Russia, dalla Francia dall’In(g)hilterra, d’Italia, di Siria, di Persia, di Grecia,
d’Arabia, di Egitto, d’Abissinia; ciascuno dei quali ha per lo più i suoi usi, il suo modo di vestire, la
sua lingua propria, e differente da quella degli altri. Non mancava colà che solo il Principe degli
Apostoli che predicasse in quel mirabile suo idioma da tutti inteso per vedervi rinnovati i prodigi
della predica fatta sortito appena dal Cenacolo.
Finalmente, giunto l’istante, varcai la soglia di quel Santo Luogo. L’idea che bisogna farsi
dell’interiore del Tempio della Resurrezione di Gerusalemme è quella di una Chiesa nuova di bel
disegno riccamente ornata eretta in un altro tempio vasto magnifico sostenuto intorno intorno da un
grande colonnato. Il tempio interiore contiene il Duomo nel cui centro e sotto la di cui magnifica
cupola è il Santo Sepolcro di N.S.G.C. che appartiene indist(int)amente a tutte le Nazioni Cristiane,
e la Nave(?) che prima apparteneva e che dal tempo dell’incendio del 1808 cagionato come dicesi
per opera dei Greci fu usurpato da questi astuti Scismatici. Le guerre che in quel tempo ardevano in
tutta l’Europa sbandarono fino in questi paesi i Fedeli custodi del S. Sepolcro. I Greci frattanto col
denaro loro provenuto da Russia (?) rifabricarono quello che essi stessi avevano incendiato per
acquistare in questo sacrilego ed astuto modo un dritto perpetuo sulle cose usurpate. Tutte le
iscrizioni latine di cui prima era ripieno quel tempio furono rimpiazzate dalle iscrizioni che ora
leggonsi in Greco. I depositi delle ceneri dei Campioni che avevano sì gloriosamente combattuto
per la conquista dei Santi Luoghi furono violati. Le ceneri di Godefredo de Bouillon furono
empiamente sparse al vento. I Padri di Terra Santa altra reliquia ora non conservano di questo
illustre difensore della fede che lo sperone e la rugginosa di lui spada, colla quale danno
l’investitura ai novelli Cavalieri del santo Sepolcro che hanno per istituto di conservare i santi loghi
contro gli attentati degli empii e di protegere il cammino dei pellegrini che recansi in Gerusalemme
Quello spazio che rimane tra l’antico ed il nuovo tempio disadorno ed invecchiato serve di
passaggio per recarsi in qualunque parte che ad ognuno più piace di quell’immenso edificio. Passata
indi che avete la porta di primo ingresso, entrate in quella parte propriamente di questo corridoio
comune a tutti nella quale adorasi la pietra detta dell’Unzione. Sopra di questa pietra schiodato e
disceso dalla Croce fu deposto unto e imbalsamato il divino Corpo del N: S: G: C: E’ ricoperta da
una tavola di figura (.....) sprolungata di finissimo marmo ed incassata in una cornice di marmo pure
e di rilievo che inalzasi di qualche mezzo palmo sul pavimento. Ivi dentro è chiusa la pietra della
sagra Unzione, sulla quale con tanto sentimento di divozione baciano i pietosi pellegrini
Il Divano su del quale siede il Turco che ha esatto l’indegno tributo fino ad Ibraim Pascià è poco di
la discosto. La politica di quel superbo infedele, il quale per rivalità di religione tanti insigni
monumenti ha distrutto del Cristianesimo, avrebbe egli poi conservato il santo Sepolcro per solo
motivo di guadagno? Il fedele in luogo di questo inetto motivo vi ci vede per entro un tratto di
quella divina Providenza la quale coll’umiliare l’orgoglio dei Cristiani prevaricatori, ha voluto in
questo modo, che gli uomini di tutte le credenze, e fine l’istesso infedele stesse là a rendere
glorioso, secondo l’antica profezia il Sepolcro dell’Unigenito del Padre, e del Figliuolo Unigenito di
Maria. Il Brittanno quindi, il Franco, l’Alemanno, l’Italiano, lo Spagnolo, che tanti prodigi ha altra
volta fatto di Valore e tanto sangue ha sparso su questa terra non può non umiliarsi, quando vedesi
astretto a pagare il vile tributo agl’infedeli fin per comprarsi il mesto piacere di pian(g)ere sul
sepolcro del Dio che adora, e per aspergerne i freddi marmi di pietose e calde lagrime. L’orgliosa
politica, quindi del fiero musulmano conservando il santo Sepolcro è riuscito nel proposito di
attaccare alla gloria degli Europei il vitupero, fin del servaggio. La istoria racconterà ai tardi posteri
questo grande disonore, ed a quelli dureranno fatica a crederlo. L’eletto fedele intanto, pel cui bene
tutte queste cose avvengono, volentieri e con piena rassegnazione assoggetasi all’infame legge del
servile tributo, e pieno di divozione passa a venerare il disonore della tomba cui volle scendere
l’autore stesso della vita per la salvezza del mondo.
Il Sepolcro è nel bel mezzo del Duomo, che elevasi come un ampio cilindro sormon(ta)to da un
segnamento di sferica figura, che forma la Cupola sorretta è da pilastri ricoperti di marmo. Nei vani
di questi pilastri sono i vari ordini di tribune, che vanno in giro entro a quel maestoso ricco ed
elegante edificio. S’entra nella camera funerea dalla parte di mezzo – giorno. Ivi alla porta, vedesi
seduto per terra un orientale, le gambe incrociate che custodisce le scarpe dei Cristiani dell’Oriente,
che nè entrerebbero mai altrimenti che scalzi in quel Santuario. Quest’uso che non è un
contrassegno di rispetto che per gli Orientali non è osservato dai Franchi. Tutto il sacro Monumento
è diviso in due stanze l’una posta dopo l’altra. Sulla porta si veggono tre immagini della
risurrezione di G: C: una posta sopra dell’altra, avanti a ciascheduna delle quali arde perpetuamente
una lampada sospesa di argento. La prima dipinta in tela s’appartiene ai Latini, quella di mezzo in
rilievo è degli Armeni, la terza finalmente dipinta su tavola dei Greci. Tutti gli ornati, tutte le
lampade, tutti i ceri sono colà sempre distribuiti colla medesima economia. Ogni piccolissimo
can(g)iamento darebbe motivo ad un litigio dispen(d)iosissimo, e viene sovente provocato dai
Greci, che sono i più ricchi, e che tentano tutti i mezzi per impossessarsi di ogni cosa. Il grande
danaro ed i grandi donativi che lo si offrono dall’Imperatore di Russia rendeli orgogliosissimi
contro specialmente dei Latini, che non godono altro che la protezione semplicemente nominale di
tanti Principi Cattolici.
Nel centro della prima stanza del santo monumento, dalla cui volta pendono sospese quindeci
lampade di argento sempre accese, vedesi su di una elegante Piramidetta di marmo la pietra sulla
quale credesi, che l’Angelo fosse assiso, quando disse alle sante donne costernate “E’ risorto, non è
qui”. Lavori finissimi di bellissimo marmo dal pavimento fino all’ultima cima adornano questa
stanza, capace solo di contenere qualche quindeci persone che stassero in piedi. Conviene quindi
abbassarsi notabilmente per entrare nella suddetta stanza, che è quella propria sotto la quale giacque
per tre giorni la spoglia allora mortale di Gesù Nostro Signore. La pietra che chiudeva il sepolcro
ora forma l’altare maggiore della Chiesa che hanno gli Armeni nella casa altra volta del Pontefice
Anna. A dritta vi è un altare eretto sul Sepolcro nuovo, ove secondo l’antichissima tradizione
Nicodemo, e gli altri pietosi che occuparonsi della sepoltura del Signore deposero il suo Corpo
divino. Colà dentro, ove lo spazio è sol capace a contenere tre o quat(t)ro al più persone insieme,
arde del continuo un grande numero di lampade di oro e d’argento dono di diversi Re Cristiani, e
fanno vedere il bel marmo grigio che ne copre le mura è la volta tutta annerita dal fumo. I Greci
aspergono quell’altare di (e)ssenze odorose quando ci entrano i pellegrini per odorarle. In
ginocchio, e baciando del continuo quel Beato Marmo andai alquando pensando al mistero della
nostra redenzione, che ebbe luogo là, prima di uscirne e far luogo alla folla dei pellegrini, che per
quella angustia di luogo è sempre grande, e che irrompeva sempre da ogni parte per entrarvi. Per
dare quella forma nella quale vedesi oggidì, al santo Sepolcro è naturale il pensare che l’architetto
incaricato ad inalzare colà quel magnifico tempio, dovette far rompere da per tutti i lati il monte di
vivo sasso nel quale Nicodemo erasi fatto scavare recentemente quel Sepolcro, nel tempo forse che
abbandonata Romla sua patria aveva scelta Gerusalemme per sua residenza. Ma il lavoro dovette
essere regolato in modo che spianato quel sasso per farvi un bel levigato pavimento restasse però
intatto tutta la parte interna del Sepolcro
Paratomi quindi nella Sagristia dell’A(p)parizione ossia della Cappella dei Padri di S. Francesco
fabbricata nel luogo ove si vuole che Gesù Risorto apparisse per la prima volta alla SS Vergine
seguito dagli Abissini, ascesi ancor io il monte Calvario per celebrare senza spargimento di sangue
quel medesimo Sacrifizio che Gesù Cristo vi aveva offerto tutto versando il prezioso suo sangue
fino all’ultima stilla. Gli Abissini in Gerusalemme sono conosciutissimi. I Copti e gli Armeni sono
con essi strettamente uniti. Alla voce già sparsasi che fra quelli recentemente venuti eraviri dei
grandi i Greci come i più vigilanti a colpire ogni occasione lucrosa furono i primi a mettersi loro a
fianco. Quando poi tutta quella Massa di Eretici osservolli in ginocchio ad ascoltar la Messa di un
Cattolico nel sito ove stava la Vergine ai piedi della Croce tutti allora stupefatti guardavansi
sconsolati gli uni gli altri, e l’uno dopo l’altro si ritornavano pieno di apprenzione (sic) per l’effetto
che quel fatto straordinario potea produrre su l’innumerevole moltitudine d’Eretici pellegrini di ogni
nazione. Da quel momento che era colà presente, gli Abissini che hanno baciato il piede a Gregorio
XVI, sono qui chiamati Abesce Francis. Gli Abissini Franchi, ossia Cattolici Latini. Quale
spettacolo in tanto mirare quella moltitudine di pellegrini di tutte le credenze e di tutte le sette errare
da questa a quella parte del tempio, da uno all’altro di quei preziosi santuari di molti di questi riluce
la buona fede nell’esteriore composto, nel raccoglimento e nel fervore della preghiera. Questo
toccante spettacolo ci muove a pregare il misericordiosissimo nostro Padre a metter pace fra tanti
suoi figliuoli raccoldi (sic) cola a piangere ed a compungersi sul medesimo sasso sepolcrale, ed a
non permettere che la misericordia si prot(r)agga fin oltre al Sepolcro del Divino suo Figliuolo. I
Padri di S. Francesco posseggono molti conventi in vari siti di Terra Santa, ed in tutti ove più, ed
ove meno rendono grande servigi alla Causa della vera Religione. L’abito loro sembra essere in
tutto il levante uniforme del Cattolicismo. Ove quest’abito appare ivi sono Cattolici, ed ovunque
abitano Cattolici i Religiosi di quest’ordine non mancano mai. Il Convento loro, che è attaccato al
tempio della Risurrezione in Gerusalemme non ha altra porta per entrare ed uscire, che la medesima
porta del S. Sepolcro. Debbono quindi rimanere chiusi dentro tutto il tempo che il S. Sepolcro (è)
dai Turchi tenuto chiuso, val quando dire quasi che sempre. Questa santa prigione inoltre è piccola,
oscura , di mal odore, sotto delle stalle fabricate, e le abitazione dei Santoni o Preti Musulmani.
Quelli che rimangono chiusi dentro sono mutati da tre a tre mesi se pur non volessero
spontaneamente rimanervi per più lungo tempo. Il genere di vita che colà dentro fanno quei degni
Religiosi è sem(b)rato si duro a non pochi protestanti, che non potendo neppure immaginare un
volontario sacrifizio sì penoso hanno calunniosamente pubblicato che sono ivi mandati, come
discoli per gastico. Ed invero quel levarsi di mezza notte ed eseguire il divino servizio in quella
carcere capace a sconcertare la medesima infaticabile ippocrisia degli eretici è sacrificio
incomprensibile al materiale Protestante. Detta dunque la messa, e fatto il ringraziamento, con tutti
gli Abissini fummo a bere il cafè in quella casa di Santi, ove fra noi or ora giuntici, e quei religiosi
ebbe luogo una conversazione da paragonarsi ad una di quelle ineffabile, che temono fra loro i Santi
M….firi allorchè trovavansi nella medesima prigione per la gloria del nome di Gesù Cristo.
25 del mese. oggi ha avuto luogo un'interessante discussione fra gli Abissini, ed il Patriarca Eretico
Armeno, ad inten(d)erne i motivi della quale, è d'uopo conoscere, che, caduto l'Impero Abissino, la
miseria ed il dispreggio per le cose sante crebbero tanto in questo malaugurato paese, che
vendettero agli Armeni non solo i Santuari di Gerusalemme posseduto da Cristiani di altre nazioni.
In questo modo gli Armeni acquistarono la facoltà di cui ora godono di celebrare sul Golgota e nella
Cappella del Santo Sepolcro. La parte poi onerosa di questa vergognios alienazione fatta dagli
Abissini, fu per gli Armeni l'obbligo contratto di dovere alimentare quanti pellegrini dall'Abissinia
sarebbero venuti in seguito a visitare in Gerusalemme i luoghi Santi. Una tal natura di contratto,
come è chiaro, avrebbe dovuto dare motivo a continui litigi, e contestaggioni, se gli Abissini che
sono finora qui giunti non avessero troppo sentita la loro debbolezza per contentere sopra qualunque
punto, con isperanza con questi ricchi e potenti Armeni di Gerusalemme. I Pellegrini che
dall'Abissinia ven(g)ono in Gerusalemme sono ordinariamente i più mendici ed i più ignoranti del
loro paese. Ed inoltre il paese loro è troppo lungi da qui per dare loro protezione di qualunque sorte.
Gli Abissini pertanto reduci da Roma hanno sagacemente pensato a tirare il migliore partito
possibile dalla nuova, che abbiamo trovata qui divulgata dalle buone accoglienze che i Principi
Cattolici per far piacere al S(anto) Padre hanno loro fatta in Europa. Onde deposta la naturale loro
timidezza vanno ora orgogliosi del titolo che loro danno di Abissini Cattolici Latini.
In tale stato di cose gli Abissini tornati da Europa vestiti dei loro belli abiti che ivi aveano ricevuti,
ed uniti a quelli altri loro compatriotti così ricoperti di cenci, ed infermi… come erano, quelli che
dimorano qui tutti insieme si sono recati dal Patriarca Armeno. Dopo i primi complimenti Costui
levata su la voce, con tuono veramente patriarcale andava loro dicendo "Che non era possibile
alimentare tanti dell'Abissinia quanti di là ne vengono in tutti gli anni: Che dovrebbero perciò
alme(no) i principali, ed i più facoltosi di essi venire a far fronte al grande dispendio con dei doni
(?) almeno gratuiti. E passando oltre, e dando più forza alla loquela dirigendosi conclusivamente a
quelli che erano stati in Roma proseguiva dicendo. Voi poi ci siete venuti non è vero ai Cattolici!!!
e non pensate al grande male che avete indi commesso, il grande peccato di cui vi siete quindi
caricati. Questi Cattolici… Era per dire: sono purtroppo malvaggi quando allora Apta Salazie,
spezzatagli in bocca la parola: Voi mentite, disse pieno di coraggio. E facendogli quindi eco tutta
quella turba di piucchè trenta….: I malvaggi dicevano tutti a coro, siete ben voi e non già i Latini.
Siamo con loro perché gli abbiamo trovati non quali ne li avete sempre dipinti Eretici, e tristi; ma
professori della vera fede e pieni di opere sante.
Il Re di Napoli che in Gerusalemme è molto bene appreso per la generosità usata cogli Abissini
debbe riconoscersi dopo Dio come causa principale di questo fatto, che ha prodotto buonisseme
conseguenze. I Copti, e gli Armeni sono nella più grande apprensione di perdere l'Abissinia su della
quale hanno per tanto tempo dominato in riguardo allo spirituale. Un Cattolico che allora entrò dal
Patriarca mise fine alla contesa, la quale abbassò le pretensioni ingiunte degli apprensori, e
procacciò buoni trattamento a quegli Abissini che noi trovammo qui e che ora sono in casa dei
Copti a spese degli Armeni.
Questi fatti consolanti mi assicurano, che quando il S(anto) Padre in Roma più e più volte
m'inculcava ad accompagnare gli Abissini in Gerusalemme, la sua mente prevedeva cosa che io non
avrei saputo mai immaginare. E conosco ora purtroppo il bene, che uno stabilimento per gli
Abissini, come il proggettava il Cavaliere Vallea già Ministro di Sua Maestà Cattolica potrebbe fare
alla Missione Cattolica in Etiopia. Questa mattina mi sono trattenuto a discorrere giusto di ciò con
R(evere)ndo Padre Procuratore Generale di Terra Santa, Religioso pieno di zelo pei progressi della
S(anta) nostra Religione: sono pochi mesi, Ei mi dicea quell'istruito Padre, che da noi si tenne qui
capitolo per deliberare se Terra Santa dovesse incaricarsi degli Abissini che arrivavano in
Gerusalemme: Le mutazioni poi venute nel nostro religioso governo non fece più andare innanzi
questi tentativi. Padre: allora io ho soggiunto, lo zelo di tutta questa comunità per la conversione
specialmente degli Abissini è purtroppo fatto manifesto. Io vengo quindi a proporle un proggetto sul
medesimo scopo con intera fiducia della sua cooperazione attivissima, quando lo creda meritevole
di essere promosso.
Il progetto, che manifestai al R(everendissi)mo P(adre) Procuratore a V.S.M.R. pregandola a
volergliene incaricare col zelo suo ordinario per la parte che la riguarda.
Bisognerebbe persuadere i Signori della Propagazione della Fede di Lione a depositare un qualche
peculio in mano dei PP: di Terra Santa per ajuto degli Abissini che vengono in pellegrinaggio a
Gerusalemme, e per quelli semplicemente che vi giungessero con una lettera di raccomandazione di
qualcuno dei Missionari che sono in quel paese. Il P(adre) Procuratore vorrebbe che qui si erigesse
un ospizio per loro. Questa sarebbe la corona dell'opera da farsi pel bene degli Abissini. Farei
ingiuria allo zelo notissimo dei Signori del Consiglio di Lione quando sol supponessi che il timore
del grande dispendio abbia a far loro mettere in dimenticanza questa idea, che un giorno o l'altro
potrebbe essere effettuita. Per altro contentandomi per ora del meno, che è il più facile prego V. S.
M. B. a non lasciar intentato alcun mezzo per effettuire il deposito succennato al più presto
possibile. A questo effetto stimo bene mettere a sua conoscenza, che i Signori del Consiglio di
Lione camminando sempre su quelle linee di gloria vera che si son prescritte per norma, l'anno
scorso, se pur non erro nell'assegnar la rata (?), senza che alcuno li avesse stimulati, ma per sola
intima persuasione dei vantaggi del suddetto proggetto, aveano di già messi fra mani del
R(everendissi)mo Padre Perpetuo Custode in quel tempo del S(anto) Sepolcro, ed ora Vescovo di
Fez, e Delegato Ap(o)s(toli)co in Egitto, cinquemila franchi per i bisogni dei Pellegrini
dell'Abissinia. Per nuovi, e più urgenti bisogni, quindi giunti questo danaro fu destinato ad altro uso.
La prima destinazione intanto basta a farle conoscere le disposizioni nelle quali di già si trovano
quei Signori per bene accogliere il proggetto, che propongo a V.S. e che V.S. dovrebbe promovere
presso di loro. Su di questo ci siamo messi di accordo con questi rispettabili P(adri) e siamo
convenuti che le lettere de' Missionari, delle quali verrebero muniti quei Pellegrini, che soli
dovrebbero sentire vantaggi di si fatta provvidenza servirebbe ai P(adri) di Terra Santa, e
specialmente al R(everendissi)mo Custode ed al Procuratore pro tempore, per rendere certo
dell'impiego fatto del succennato deposito, al Consiglio centrale di Lione.
Pel 26 del mese cangiamento, che oggi à qui avuto luogo del Guardiano di Betlemme abbiamo
dovuto differire per altro giorno la gita a quei Santuari. Io intanto per darmi un occupazione, udito il
suono di pezzi di legno sospesi in alto, che per gli Greci, ed Armeni tengono qui luogo di campane,
sicuro di trovare a quell'ora il S(anto) Sepolcro aperto mi sono colà recato col cuore esultante per la
speranza di avere a passare qualche tempo solo, ed in preghiere accanto del Sepolcro di Cristo
Signor Nostro. Trovai nella piazza della Chiesa gli stessi Pellegrini, ed i medesimi venditori colà
riuniti del giorno inna(n)zi; ma delle porte delle Chiese non vidi aperto che un piccolo portellino
difeso da ben ferma cancellata di ferro, che ne impediva ad ogni anima vivente l'ingresso. Armeni
Greci, e Muscoviti avvicinavansi là facendo profondi inchini, e segni continuamente di croce;
mentre un povero Frate affaciavasi dalla parte interna di quei cancelli per respirare un poco d'aria
sana con un viso sfinito e pallido da mettere pietà al medesimo Ponzio Pilato. Seduto per terra, e
cogli sguardi fissi alla porta aspettai lungo tempo inutilmente che fossero aperte. Levatomi indi di
quel luogo, tutto solo feci il giro della città per la strada che va intorno intorno a quelle superbe
mura. L'altezza mi sembrò maggiore di quante ne avea fino a quel momento vedute, e le pietre
erano in vari punti più grandi ancora delle pietre fino delle rinomate Piramidi di Egitto.
Indi a pochi passi un miserabile Arabo fermossi e volgendo a me quel suo viso in cagnesco,
langiommi contro una catena lunghissima di maledizioni e di improperi, che io non comprendeva
bene, ma che dovevano essere dei più villani; perchè poi appressandosi appressandosi sempre più a
me andava sputandomi addosso coll'idea forse di mettere fuora ancora qualche argomento ad
hominem più a proposito per tirarmi fuora da quello stoico apatismo, che la prudente paura mi
andava consi(g)liando. Mi trovai allora come colui che cammina fra gli urli dei mastini e con
affettata gravità senza ne restare, ne volgermi altrove tirava dritto dritto inna(n)zi il mio cammino.
Fatto qualche passo più oltre un giovinetto presami la mano rispettosamente la baciò! Altri fanciulli
occupati a raccorre Olivi sotto di quelle piante che sono una continu azione degli olivi del monte
Oliveto, e del Getsemani si misero a dirmi Sambarca Sceik taib (Benedizione buon Maestro) Più in
là ove la strada andava di mano in mano facendosi perfettamente deserta di piante e di viventi mi
scontrai con un Turco armato mi guardava di cipiglio sì sinistro che ebbi bene a rimproverarmi del
cimento, al quale mi andava imprudentemente esponendo. Tutto questo avveniva in quel paese e fra
quel medesimo popolo che un tempo aveva cantato in onore di Gesù. Hosanna in Eccelsis e poco
dopo disse contro di Lui Crucifige. Da quel sito nel quale allora mi trovava io aveva sotto gli occhi
il luogo del martirio di S(anto) Stefano, il sepolcro della Beatissima Vergine, il monte Oliveto, la
Valle di Giosafat, il Getsemani, la grotta ove Gesù sudò sangue, il luogo ove ci fu catturato, dove
gli Apostoli dormivano: dippiù il pozzo di Neemia, la piscina di Siloe. Tutti io guardava questi
luoghi si sagri, gli occhi miei si fissavano or sull'uno, or sull'altro di questi memoranti siti: il mio
cuore si prendeva un interesse di cui io stesso non sapea rendere a me medesimo certo. Nessuno
ancora mi avea indicato alcuno di quei monumenti per visitarli, i quali vengono da tanto lungi, ed in
tanto numero i pellegrini, ed io vidi per la prima senza conoscerli i coperchi soltanto innumerabili
dei sepolcri degli Ebrei scavati sul pendio occidentale del monte Oliveto vicino alla tenda di
Giosafat sulle sponde del torrente Cedron, e che presendono il prospetto di una città in ruina,
trattenevano la mia attenzione. Non seppelliscono gli Ebrei due nel medesimo sepolcro per
risparmiare essi dicono l'imbarazzo, che ciò arrecherebbe ai morti nel giorno della risurrezione.
Ogni morto adunque sotto una grande pietra e così quella terra per un tratto considerevole è tutta
coperta di grosse pietre quadre per lo più ripiene di isrizione in caratteri Ebraici. Osservava di più
gl'innumerevoli sepolcri dei Musulmani in mezzo ai quali m'inoltrava seguito dal fremito
semplicemente de miei passi che solo udivasi in quel solenne silenzio. Due musulmani taciti e mesti
scavavano ivi un sepolcro nuovo a qualche uomo trapassato in quel giorno le porte per avanti delle
quali passava guardate dai soldati Turchi erano silenziose e deserte. L'avveramento delle
profetizzate sventure di Gerusalemme è tanto ivi visibile che chi passa per colà senza neanche
pensarci ripete "Come questa Città altra volta si piena di popolo ed ora fatta cosi solitaria. Colei che
era grande fra le nazioni è fatta vedova. La regina delle provincie è stata soggettata al tributo. tuttE
le port sono deserte.
26 (novem)bre. A punto di giorno, a piedi, vero pellegrino, con Frate Remigio di compagnia
m'incamminai verso Bettelemme distante a cinque o sei miglia da Gerusalemme, è posta al Sud
della valle, che a motivo della vantaggiosa statura de' suoi abitanti vien detta valle de Bafaim, ossia
dei Giganti. Nelle vicinanze della città vedesi l'arco gittato sulla valle di Ghion su del quale passa il
condotto dell'acqua detta di Salomone; perché credesi, che sia quel medesimo condotto, e quella
medesima acqua, che per opera di quel re fu fatta derivare fin nel tempio da lui fabbricato e che
oggi provede di acqua la si rinomata Moschea di Omar, che sorge sulle rovine, e sul medesimo
suolo di quel tempio famoso. Il bel giorno che allora sorgeva in modo quelle abbandonate contrade,
che la triste descrizione che comunemente ne hanno fatto i viaggiatori mi sembrò grande
esagerazione. Quel terreno rossiccio, sebbene pietroso, è infecondo più per mancanza di
coltivazione che per naturale sterilezza. Progredendo oltre fra quelli olivi di bell'aspetto, e carichi di
frutta, che incontransi di tratto in tratto sulla strada arrivammo al pozzo su del quale credesi che la
stella ricomparisse ai Maggi d'Oriente. Baciando quel sito dopo recitato un Pater ed Ave
guadagnansi sette anni d'indulgenza. Altrettanta indulgenza colla stessa opera ingiunta guadagnasi
al luogo poco di la discosto, ove Elia fuggendo la collera d'un empio tiranno riposò alquanto, e fu
dall'Angelo ristorato con sopranaturale cibo. Per entro ad una valle che abbassasi fra quella
continuazione di montagne vedesi quella grande di acque dormenti nelle quali come immenso
lenzuolo funebre sono avvolte le città una volta si fertili di Sodoma, Gomorra, Adoma, Sebeim, e
Zoara. In quel d'intorno parimenti e propriamente a qualche dieci passi sul lato destro della strada,
che facevamo, trovasi l'umile monumento si frequentato dalle Figliuole d'Isdraello e che dicesi
essere il Sepolcro di Rachele, intorno del quale il grido alzossi delle madri inconsolabili pei loro
figliuoli che trucidati per ordine d'Erode, non erano più. Bokta (?) ci viene pure di fronte situata un
po più al mezzo-dì di Bettelemme sul pendio di quella montagna si ricca di oliveti e di ficaie. Sono
quasi due anni dacchè questa Bokta abbandonato lo scisma e l'eresia dei Greci, che fino a quel
momento avea seguito, dichiarossi quasi tutta Cattolica e con intrepidezza d'animo affatto degni dei
migliori giorni del Cristianesimo continuo a sostenere la fiera persecuzione, che il Greco
indispettito non finisce ancora di farle. Il Sindaco di Bokta è tuttora detenuto in prigione per le
trame orditegli contro, dagli Eretici, presso il governo turco. A(?) misura che il viaggiatore s'avanza
su quella strada che va accando (sic) al canale delle acque di Salomone, ei volge sempre più ad
oriente; e lasciata Rakma alle spalle entra fra quei continui ficheti di Efrata o nella fertile
Bettelemme. Veggonsi ancora i ruderi di quell'antica parte di Bettelemme, alla quale Booz era
assiso, allorché uno del suo parentato, alla presenza di dieci anziani del paese, comprò le
possessioni di Noemi (?), e ricevé la mano della virtuosa Rut: ed ove era pure il pozzo, donde i tre
forti di Davide attinsero l'acque, che questo mansueto Principe in luogo di bere, perché prezzo di
sangue volle levarla al Signore, queste ruine però rimangono alquando (sic) al Nord della strada per
la quale noi entrammo in Bettelemme, e che è tutta contaminata del sangue delle bestie scannate nei
macelli. I Bettelemiti godono opinione di bravi. Generalmente grandi ed agilissimi della persona
non abbandonano che rare volte il lungo loro fucile, la cui canna è tutta coperta di larghi anelli di
argento e di ottone, e che fanno pendere alla loro spalla per una striscia di cu(o)io. Ancora più
difficilmente poi lasciano quella gran lama di sciabla (sic) chiusa nel fodero d'ottone, e che
passando da destra a sinistra a traverso della fascia che cinge loro i lombi rimane fissata, ed
alquanto incrociata dinanzi al loro ventre.
Le porte generalmente si basse, ed anguste di questi Santuari, e si ricoperte di salde lastre di ferro, e
grandi teste di chiodi inchiodano le persecuzioni di già sofferte, e quelle che temono ancora di avere
a soffrire i Cristiani di questi luoghi. Passata una di queste porte, ed attraversato quell'atrio
magnifico in origine, ed ora ristretto da muri fra mezzo eretti per le rivalità, probabilmente degli
Eretici, entrammo nel tempio maestoso che la S(anta) Madre di Costantino fece fabbricare sulla
grotta ove nacque Gesù.
Non ho veduto mai la desolazione, e la magnificenza l'una dappresso all'altra come collocate in
questo tempio.
Quaranta bellissime colonne di granito rosso, di ordine Corintio piantate in numero eguale su
quattro linee fra loro parallele dividono il grande quadrato, che forma il corpo della Chiesa in
cinque navi delle quali quella di mezzo alquanto più ampia e notabilmente più alta della rimanente,
illumina tutto il tempio per le finestre in bella semetria aperte nella sua parte superiore un grande
muro di separazione taglia il corpo della Chiesa da quell'altra parte la quale, sorretta da simili
colonne ed unita al Duomo veniva a terminare una Croce Latina, che costituisce il disegno totale di
tutto quel sacro edificio. E' coperto da legni ingegnosamente tra loro connessi. I pezzi dell'antico
Mosaico, che ornava tutti i muri dalla parte più elevata della nave di mezzo, per mancanza di
governo vanno in rovina totale. Sulle colonne osservansi ancora dipinte le antiche immagini colle
iscrizioni latine ove più, ed ove meno visibili il mosaico nobilissimo trasportato ora nella grande
Moschea, tutto il pavimento è miserabilmente formato dal cemento smosso, e dalla polvere
soprapposta. I Greci cui appartiene dacché fu da loro usurpato non ne hanno alcuna cura. L'uso cui
trovasi quindi destinato è quello di grande sala di passaggio per recarsi nella più interiore parte ove
officiano i Greci, e sotto il cui Grande Altare è la Beta Grotta di Bettelemme. In quel santo sito
quindi profanato una volta pel tempio eretto dai Pagani al loro Adone, e ridotto era pel
raffreddamento della fede nei Cattolici, a quell'indegno stato, trovan i PP di Terra Santa, cui
essendo impossibile far meglio sono a vedere ed a piangere l'abbominazione della desolazione che
ha avuto luogo in questo santo tempio.
Benché a piedi, e con continuo discorrere col ben Erudito e compiacente Frate Remigio pure giunsi
in Bettelemme prima degli Abissini che ci seguivano a cavallo. Tanto parte ancora conservano
quelli Etiopi della solenne gravità che mettono gli Orientali in ogni loro operazione. Paratomi del
ricco sacro abito che Frate Lorenzo di Abruzzo sagrestano avea cavato fuora, seguito dagli Abissini
allora allora giuntim'incaminai a celebrare nella Grotta di Bettelemme sull'altare eretto colà a
perpetuare la memoria dell'arrivo (dei) Magi. Fra il dolce piangere di quelli buoni stranieri
incominciai prosegui(i), e terminai la celebrazione dei divini Misteri. In quel tempo pianse il
bambino di una Cristiana che era ivi per pregare con noi. Il più insensibile a tanti argomenti di
divota tenerezza fu senza dubio questo mio cuore lapideo; dappoichè gli occhi di tutti gli altri erano
molli di pianto. Dalla Cappella di S. Caterina che appartiene ai Latini e nella quale dicesi che questa
S. Vergine di G(esù) C(risto) ricevesse insigni favori celesti, ciascuno di noi con una candela accesa
alla mano discendemmo per una piccola scala nei sotterranei della Chiesa, tutti scavati nel sasso
vivo. la prima cosa che visitammo fu il Mausoleo degli Innocenti. Quella apertura chiusa da
un'inferriata che vedesi sotto dell'Altare, e nella quale i santi corpi furono riposti, pare, che metta
fuora la voce che dice: Signore Signore prendete vendetta del nostro sangue. Nella camera
Mortuaria conticua veggonsi gli Altari sotto dei quali riposano le due Sante Donne Romane Paola,
ed Eustachia sua figliuola. Continuando sempre a caminare sotterra, poco di là discosto, venerasi il
Sepolcro del Dottor Massimo. Passammo nella vicina stanza nella quale si occupò l'incomparabile
Santo per cinquanta anni quasi nell'interpetrazione della Scrittura. E' quella appunto la tomba che
abitò vivente, ed alla quale uscirono la versione, i commentari, e le immortali Epistole; ed ove la
grande compu(n)zione del suo cuore faceagli come sentire la tromba estrema, che appellava gli
estinti al giudizio inesorabile. Le ceneri di S. Eusebio suo insigne collaboratore sono collocate sotto
di un altro altare poco di là discoste. I Monisteri fatti in quei dintorni fabbricare dalle S(antissime)
Dame per gli uomini Religiosi, e per le Vergini esposte al continuo movimento delle umane cose,
sono in parte rovinati, ed in parte passati ad altri usi; quei monumenti poi sequestrati dal consorzio
degli uomini sono sempre sul piede medesimo sempre gli stessi. Prima che termini il giro di quella
pacifica dimora incontrasi il sito nel quale riposava lo Sposo di Maria quando apparve per la prima
volta al mondo il Verbo nell'assunta umanità. E' un piccolo scavo nel vivo sasso appena capace a
contenere la metà di una persona di giusta statura, ed è vicino ad una porta, che conduce nella
Grotta della Natività. Quei Presepii di divozione, che soglionsi fare in Italia specialmente, di tanti
differenti disegni, mi aveano dato ad un dipresso l'idea giusto di questo santo Presepe. La
dimenzione (sic) di dieci passi presso a poco sopra quattro di largo: lo stato naturale nel quale
l'hanno giudiziosamente conservato, che insieme insieme è annerita ed illuminata dalla luce, e dal
fumo delle tante lampade in sospese, e soprattutto quel sito, nel quale il sasso sporgendo alquanto in
fuora presenta un'apertura in forma di ar…. alto di otto a nove palmi, su tre forse di largo piantata
sopra ripianato della figura quasi di semicerchio del medesimo diametro, questo, è quanto
costituisce il vero carattere di quel Santuario, non avea per me altro di nuovo, che l'essere quello il
luogo proprio, nel quale avvenne il Parto glorioso della Vergine.
Tutto quel piano dalla pietà dei Principi fedeli era stato ricoperto di argento tempestato di pietre rare
e preziose. In tempi miserabili, venuto quel Santuario in possesso dei Greci, il ricco tesoro fu
sagrilegamente da loro delapidato. Per la vile sete di oro, e più ancora per distruggere quella
descrizione latina fatta di rilievo intorno al centro di un'aoreola di argento, che è proprio nel sito,
che con tanta divozione si bacia dai pellegrini, e che dice "Hic de Virgine Maria Iesus Christus
natus est" per distruggere questo monumento del possesso, che hanno goduto i Latini di questo
Santuario hanno pur tentato toglier via quel solo pezzo in argento, che ivi rimane. I raggi di fatti di
quell'aoreola in varie parti spezzati, le ……… che ora sono vuote, e dove prima erano incassate le
pietre preziose indicano l'opera inefficace della mano sacrilega. Frate Lorenzo Sacrestano antico di
Bettelemme: Quanti scalpelli, mi dicea, furono dai Greci adoperati, per toglier via di qua questa
iscrizione tutti, in modo straordinario si fecero in pezzi. Ed entrato una volta il buon     Frate     in
racconti di questo genere, di cui era ricca la sua memoria, non trovava più modo di finirla. Fra tanti
che me ne disse, fattomi prima osservare sul pavimento della Cappella un grande pezzo di marmo
spezzato tutto, e tutto intaccato in vari punti, mi ricordo, che mi disse: Quelle anime, senza fede dei
Turchi eransi innamorati di questo bel pezzo di marmo; ma un nostro Francese che era qui
Sacristano in quel tempo, prima che spuntasse il giorno destinato a torlo da qui, e trasportarlo alla
Moschea di notte, a colpi di marra, e di martelli, il rudesse (ridusse) in questo modo. Voleano
ancora quei figli di Maometto trasportare il bel colonnato della grande Chiesa di qui su alla
medesima madeletta (maledetta) Moschea; ma furono ben serviti gl'indegni quando essendo
scappato fuora un orrido serpentaccio dalla prima colonna, che attentarono smovere, morti dalla
paura si diedero a precipitosa fuga. Tali e simili altre leggende narrate in quel sito, ove il più grande
dei Prodigi, il Parto Sacratissimo di Maria, ebbe luogo, si ascoltano con animo tanto disposto a tutto
credere, che senza alcuna difficoltà esclamai: In tal modo Iddio, e gli uomini vegliano alla custodia
della Culla del Cristianesimo contro gli attentati dell'Eresia, e dell'infedeltà.
Fra' Remigio assuntisi gli uffici di Marta, giunta l'ora del desinare ci invitò a prendere posto alla ben
provveduta tavola. Un imbandigione sì copiosa in un povero Villagio sembrò agli Abissini una
spezie di prodigio, che animolli mirabilmente a prendere parte di assai buono appetito alla mensa
dei Religiosi ospitali.
Montato quindi coi Religiosi insieme, e cogli Abissini su quel largo ed elevato terrazzo del
Convento, scoprimmo in quell'ampio orizzonte la parte senza dubio la più interessante della
Geografia Sacra sotto dei nostri sguardi distesa come in una amplissima carta. Quelli che
meritavano più attenzione era in primo luogo quella valle, che va dall'Est all'Ovest, e dove veggonsi
dei pastori, che guardano le greggi loro affidate.
Diciotto secoli fa un Angelo del Signore apparve a degli altri pastori, che per giro vegliavano alla
guardia dell'armento per annunciar loro il gaudio grande, il quale diceva "Quest'oggi nella Città di
Davide (cioè in questa Bettelemme ove noi siamo) vi è nato il Salvatore, che è Cristo Signore.
Inoltre la caverna, che ci indicarono, nella quale S. Giuseppe nascose la Vergine Maria, e l'Infante
Gesù prima di fuggire con loro in Egitto. Al Nord del Villagio verso il Mare - Morto è la caverna
nella quale David tagliò una parte della veste di Saulle. Su quelle Colline il Regio bardo di Isdraello
menava a pasturare il suo armento mentre facea sentire il dolce accordo dell'arpa, e degli accenti
consonanti della sua voce invitando tutto l'universo a celebrare le glorie del Creatore. Osservammo
la montagna volgarmente detta dei Franchi, che dovette essere a' tempi de' Saraceni una piazza forte
occupata dagli Europei. Chi dice essere quella la Betari sulla quale dicea un Profeta che bisogna
inalzarci un faro; chi poi dice che quella collina fosse la Massadee di Giuseppe fabbricata da
Gionata l'Armonea e resa inespugnabile da Erode.
29 (novem)bre. Questa superba veduta per i miei Abissini fu il vero monte della tentazione. Ne
rimase così inebriato di piaceri il loro cuore, che dispiaciuto di avere ad abbandonare sì tosto questi
luoghi risolverono prolungare fino alla ventura pasqua la loro dimora nella Terra Santa. I Greci, i
Copti, gli Armeni fanno pasqua nel medesimo giorno. In tal tempo celebrano qui i Divini Misteri
con tanta magnificenza, che probabilmente avrebbero fatto volgere il capo a questi leggieri
Abissini. I Greci danno a credere, che al Sabato Santo, nel tempo che il loro Papas celebra nel santo
Sepolcro discenta colà dentro in modo sopranaturale il fuoco santo. I pellegrini di quasi tutte le
Eretiche comunioni credono alla solenne impostura. Quelli poi della comunione Greca si affollano
con tanto impeto ad accendere a quel fuoco i preparati loro lerci, che per la calca, ed in tutti gli anni
ne muoiono fino a più centinaia. L'istesso Ibraim Pascià in un anno che erasi colà recato pel desio di
vedere un miracolo fu atterrato sotto i piedi della moltitudine, ove, sarebbe morto se alcuni delle sue
guardie non curando se stessi, ed uccidento altri (con) colpi di sciabla non fossero venuti a capo di
trarnelo fuori semimorto. Quando la tentazione quindi fosse stata più costante, mi sarei trovato nella
necessità o di rimanere qui sì lungo tempo, o di recarmi senza di loro in Abissinia. Inoltre
l'avvicinamento degli Eretici, questi clamorosi spettacoli della falsa loro divozione avrebbero
distrutto tutto il bene, che le cose vedute, ed intese in Roma avea loro recato, ed il frutto quindi di sì
lungo difficile, e dispendioso viaggio sarebbe stato in un momento annientato. Questo terribile
prospetto mi riempì di apprenzioni (sic) tormentosissime; mi diedi quindi a mettere tutto in opera
per chiamarli alla primiera risoluzione. Il Signore non tardò guari a venire in nostro soccorso. Tre
soli giorni di freddo straordinario bastarono a mutare i loro cuori. Partirono così presto quindi di
qui, lasciando intanto pieno di confusione colui, delle cui vergognose sconfitte i tanti monumenti,
che veneriamo rendono sì gloriosa testimonianza.
Nella santa grotta di Bettelemme, oltre al sito ove credesi che i natali avvenissero del Celeste
Bambino, si osserva di più quel punto nel quale sostò la stella che precedeva i Maggi: il luogo in
oltre nel quale questi grandi Orientali furono ammessi all'adorazione del divino Infante: quella parte
del sasso vivo e saldo su del quale assedevasi la Vergine Madre, il quale vedesi ancora così nudo e
rozzo conservato come l'era in quei tempi: finalmente si venera il luogo nel quale riposava Gesù,
quel Presepe stesso, la culla del quale, trasportata nella Basilica di S(anta) Maria Maggiore a' tempi
di Sisto V° ove venerasi. Di pochi palmi sono questi beati siti l'uno dall'altro discosti. Prima di
lasciare Bettelemme, nelle ore pomeridiane, quando suol esser vuoto di Pellegrini il Santuario vi
discesi tutto solo, e prostrato per terra avea una mano gittata sul sasso, sgabello un tempo della
Regina del Cielo, e l'altra su gli orli del Santo Presepe, e passai così qualche tempo nella
considerazione del Paradiso nel quale mi trovava.
30 (novem)bre. Sono le 8 quasi della mattina ora che mettiamo piede fuori del Convento di S(an)
Salvatore di Terra Santa, e ci incaminiamo, fra gli altri con gli Abissini per continuare la visita dei
santi luoghi. Questa strada che passa per avanti proprio del convento, e per la quale incominciamo a
discendere può dirsi l'incominciamento della Via dolorosa, la quale dalla casa di Pilato, che è quella
medesima ove trovasi oggi il palazzo del Governo Gerusalemme, viene fin al punto in cui siamo,
che è sì prossimo al Calvario. Da qui dunque noi incominciamo a discendere per la china di quella
strada medesima, per la quale Gesù montava carico di croce. Tutta questa strada, della lunghezza
forse di un buon quarto di miglio era altra volta spazzata tutti i giorni da' Discepoli di S(an)
Francesco. In tempi pel Cristianesimo migliori la maligna detrazione diceva, che quella spazzatura,
raccolta per ispirito di guadagno distribuita per divozione ai fedeli d'Europa ritornava qui convertita
in oro. Nei tempi poi così miserabili come lo sono al presente, dicea che quella pietosa opera era
publico attestato del servaggio, nel quale i Franchi debbono rimanere nelle terre dell'impero
Musulmano. La calunnia ha finito di parlare quando per giuste ragioni hanno i Religiosi
abbandonato quest'opera di sì viva fede. Discendendo sempre per questa strada passammo la porta
giudiziaria, che marcava altra volta i confini della città, e fuori della quale rimane il Calvario. I
luoghi nei quali cadeva Gesù sotto il peso della croce sono segnati, e sono stati sempre venerati dai
fedeli. Venuta Gerusalemme in potere degl'Infedeli questo segno di pietà nei cristiani eccittava il
fanatismo dei Turchi i quali gittavano lordure nei siti più venerati dai divoti pellegrini. Ad evitare
quest'inconvenienti pensarono di distruggere in qualche modo quei luoghi, e passandovi per innanzi
contentarsi venerarli in silenzio. Frate Remigio adunque in aria di mistero andavami indicandomeli
mano mano che s'incontravano. Questi segni poi sono or un grande intacco praticato sulla pietra
viva del muro più vicino, ed ora un tronco di colonna atterrato. Passammo quindi per innanzi alla
casa dalla quale sortita la Veronica o Berenice present(ò) un fazzoletto al Signore per asciugarsi il
sangue sul viso. Per quella del ricco malvaggio alla cui porta pativa inutilmente il povero Lazzaro
mentico (mendico): per la casa di Lazzaro amico di Gesù Cristo: per quel luogo ove soggiaciuto
Gesù al peso della croce i Soldati costrinsero Simeone Cireneo ad ajutarlo. Questo luogo è segnato
da un tronco di colonna, che trovasi sui confini della città bassa. Il luogo ove la Vergine testimone
di vista della spietata scena presa da materno dolore tramortì: il luogo ove volgendosi Gesù alle
pian(g)enti, che lo seguivano e commosso dal loro dolore indirizzò parole di consolazione dicendo
loro: Figliuole di Gerusalemme non piangete su di me. Finalmente l'arcata gittata in alto sulla
publica strada chiamto l'arco dell'Ecce - Homo, sopra del quale vedesi una graticcia divisa in due
parti. Da quel sito Pilato mostrò Gesù al popolo dicendo Ecco l' Uomo. Viene infine il palazzo di
Pilato sul muro (?) meridionale del quale vedesi la porta ora fabricata, e donde uscì Gesù
condannato, e donde fu tolta la scala santa che conduceva alla Sala Giudiziar(i)a, e che fu
trasportata nelle vicinanze di S(an) Giovanni Laterano in Roma, e donde pure furono tolti e
trasportati in loro patria dai Pisani tutti i marmi di quella porta che erano a destra di chi ne sortisse,
e che ora veggonsi ivi mancanti. Di rimpetto è la cappella della Flagellazione.
I Musulmani impatronitosi di quel santo luogo ne convertirono la cappella in iscuderia di cavalli.
Finchè andata in ruina come tutti gli altri edificii di quei d'intorni, era per due terzi sepellito sotto
dei rottami delle pietre, e del terreno che a guisa di monte eravi cresciuto ad di sopra
Ultimamente i Padri di Terra Santa comperarono quel luogo, hanno fatto scavare e trasportare
altrove tanto di quel materiale, che la Cappella dissippellita è venuta fuori fino al suo bel pavimento
di marmo di vari colori. Ornata quindi come si vede adesso, viene visitata dai pellegrini.
Il sito ove credesi, che era posta la colonna di marmo, alla quale Gesù attaccato fu per ordine di
Pilato flagellato, e sotto l'altare maggiore. Questi sono i santuari più degni di considerazione di
quella Via, che in memoria dei dolori che Gesù caricato di Croce dovette soffrire per salirla e
rendersi fino al Calvario è detta dai Cristiani Via Dolorosa. Cresce il pendio gradualmente finché
approssimandosi al Calvario diviene più erta. Col pensiero seguivamo nei per così dire a passo a
passo nostro Signore Gesù Cristo nel tempo che ci erano indicati, nell'ordine suddetto le differenti
stazioni.
Nel proponimento di giungere a venerare la grand'orme del Redentore sul monte Oliveto, o del
Gibol - el - Sor come ora è chiamato proseguimmo il cammino dalla volta della porta di S(anto)
Stefano. Su quel tratto di strada intra moenia trovasi la Casa ove nacque Maria - Vergine, su della
quale eravi altra volta edificato un convento, la cui chiesa dedicata a S(anta) Anna ora è Moschea
dei Turchi.
Incontrasi dippiù la Casa di Simone il Leproso memoranda per la commentovata istoria della
penitenza della Maddalena che vi ebbe luogo. Prima di uscire fuora delle mura alla porta del Nord
vedesi il luogo ove era il Tempio di Salomone con tutte le magnifiche sue aderenze. L'Haram -
Scorif o grande Moschea, che ora occupa ..nel sito guardata dal Monte - Oliveto, donde discopronsi
i suoi dintorni, presenta un bel prospetto. In altri tempi il Cristiano, che in qualunque modo avesse
cola messo piede, se ricusava il Korano era senza rimissione messo a morte. Dicesi che a que' tempi
mossi molti Cristiani da fervore temerario, v'entravano di proposito per addivenire, come
erroneamente pensavano, beati Martiri di Gesù Cristo, e questa superstizione progrediva tanto, che
venne da Sommo Pontefice fulminata scomunica contro chiunque cercasse entrare in quel
(…)riglioso recinto. Il grande recipiente di acque, lungo cento venti piedi, largo quaranta e dieci
profondo, era disse(mi)nato, colmato in qualche punto d'immondezze, i cui bordi sono coperti di
Nopal, e di erbe che vi crescono, questo recipiente che senza dubio è il più antimonumento di
Gerusalemme trovasi alla porta dell'atrio della grande Moschea. Fu chiamata Betsaida, Casa di
Misericordia, per quella moltitudine che colà accorreva di malati, e per le miracolose guarigioni,
simili a quelle del Paralitico, che vi operava Gesù Cristo. Ivi fin ad oggi osservasi qualche arcata
chiusa da muro, di quei cinque magnifici portici, che altra volta la circondavano, e che offre agli
amatori di architettura un esemplare interessante del gusto primitivo degli abitanti di questi luoghi.
Tutti dicono d'accordo che questo "Stagno del Palazzo Bire - el - Perai come viene ora chiamato dai
Mahmettani fosse la Probatica Piscina del Vangelo, nel quale gli Agnelli, prima di essere offerti nel
tempio venivano purificati
Varcata indi la porta ed attraversato il Cimitero dei Turchi incominciammo a discendere su pel
pendio del monte, che mena al Torrente Cedron, nella vallata di Giosafat. La discesa finita quasi, la
guida ci indicò un sasso di pietra calcarea, il quale come se una volta fosse stato di molle cera
composto, conserva l'orma della persona intera come di un uomo che ci si fosse su coricato. Ivi la
santa spoglia cadde del protomartire S(anto) Stefano, quando per quei cieli, che al di sopra la santa
e forte anima volò nelle braccia di Gesù che gli apparve mentre la tempesta su di lui cadeva dei
sassi che l'uccise. I divoti pellegrini col baciare or qua or la e col radere alquanto per conservare le
polvere di quella pietra vi hanno scavato quella marca visibile. Di la un punto più su vuolsi che
assiso Saulo, guardava a suo bell'agio quello scempio senza tema di essere offeso dai sassi lanciati
dai carnefici, di cui Egli custodiva le vesti.
Scesi in fondo alla valle, passato il ponte di un sol arco colà gittato sul disseccato torrente, e fatto
piccol giro a sinistra, per una scalinata di quasi quindici gradini, scendemmo all'ampio spianato di
figura quadra, che vedesi avanti il Mausoleo di Maria sempre Vergine. L'ingresso ampio ma basso
ha un arco di pietra lavorato sul gusto gotico. Apertane la porta ferrata, e tutta tempestata da enorme
teste di chiodi, per la larga e bella scala di pietra, di quaranta sei gradini, giungemmo al pavimento
di quel magnifico sotterraneo. Discendendo per quella scala si passa avanti a due scavi fatti sul lato
destro uno, e sul sinistro l'altro di quel saldo muro di vivo sasso, nel quale tutta la scala è tagliata in
quello a destra vi sono due altari, dei quali uno s'innalza sulla tomba di S(an) Gioacchino, e su
quella di S(anta) Anna l'altro. In quello poi a sinistra trovasi l'altare eretto sul sepolcro di S(an)
Giuseppe sposo di Maria.
La traccia di pietà che i pellegrini di tutti i secoli hanno a forza di soli baci scavati fin su i macigni
più duri basta a convertire fin quelli che qui giungono persuasi della plausibilità degli argomenti di
cui si servono a provare che questo sepolcro non sia quello della Vergine. Gli Armeni che uniti ai
Greci ne sono presentemente i soli padroni e accendono dentro un grande numero di lampade con
bell'ordine sospeso in aria d'inna(n)zi all'altare eretto sul sepolcro di Maria, nel tempo che si
celebrano i divini Misteri. Ieri mi trovai in compagnia di tre vecchissimi Frati Laici di S(an)
Francesco in quelle sante vicinanze. Il più vecchio fra loro semplice a segno di credere che S(an)
Tom(m)aso era stato l'Apostolo dell'America(?) e che Gerusalemme, prima anche di Davide,
conteneva diciotto milioni di abitanti, era il nostro Cicerone. Io non saprei nonpertanto esprimere
con qual gusto me ne stassi a sentire quel Patriarca allorché avvicinati ad un sasso per un viottolo,
che colà conducea, e su del quale per la frequenza de' pellegrini non nasceva mai erba, ne andava
dicendo: Nel tempo che Maria Santissima sopravvisse al Divino Figliuolo tutti i giorni recavasi alla
visita di quei luoghi santificati dall'estreme sofferenze di Gesù. Su questo sasso poi, ci soggiungeva
la S(anta) Vergine costumava assidersi, ed era in questo luogo quando i Giudei lapidavano S(anto)
Stefano sotto quasi degli occhi suoi. Colà, aggiungeva un altro sasso al quale parimenti conduceva
un viottolo e su esso stava l'Apostolo S(an) Tommaso, che giunse al suo solito, un po troppo tardi
dalla sua America per vedere e per sentire ciò che viddero i suoi Colleghi nel tempo che la Beata
Vergine fu assunta in Cielo: giunto che fu colà trovò su quel sasso parte delle vestimenta di cui era
Ella per lo inna(n)zi vestita.
Quei sassi erano di fatto consunti quasi dalle labra dei pellegrini che da tanti secoli vanno a
stamparvi su dei baci divoti. La vista di tutti questi monumenti uniti insieme astringono ognuno a
deporre lo scetticismo, e a renderlo persuaso, che in quel luogo, ed in quei dintorn(i) ove ritrovansi
avven(n)ero questi fatti creduti da tanti secoli.
Sortito da questo sotterraneo e camminando alquanti passi a sinistra s'entra nella grotta che aveva
fino a pochi anni una comunicazione sotterranea coll'oliveto, e che fino ad oggi chiamasi la chiesa
dello strettojo, ed in Ebreo Getsemani. Si fa ancora vedere il sito di quella grotta nel quale Gesù
erasi ritirato in quel giorno quando nell'agonia dell'anima sua cadde in ginocchio, e sudando come
gocciole di sangue che stillava a terra fu confortato dall'Angelo. Questa grotta è in grande
venerazione. Vi sono dentro tre altari tutti i giorni quasi, ed il venerdì impreteribilme(nte) un Padre
di quei di S(an) Francesco a' quali appartiene questo insigne Santuario, vi celebra la messa con
grande concorso di pellegrini colà accorsi per visitarla.
Sortendo di là alla parte Est della strada che ascende al monte - Oliveto, dopo pochi passi trovasi
una piccola chiusura di forma quasi quadra sulla base di venti a trenta palmi, che racchiude i
decrepiti alberi di ulivo, quali appartengono al Convento di S. Francesco. Dei nocciu(o)li di questi
olivi sono formate le Corone dette del Getsemani perché frutti di quelli alberi sotto dei quali
ritiravasi Gesù coi discepoli ad orare. Si crede che questo fosse il giardino del quale parlano gli
Evangelii, posto al dilà del Cedron, nel quale fu catturato Gesù. Un piccolo sentiero che non
ispunta, e che gira atraverso dalla parte superiore di questo piccolo oliveto è tenuto per maledetto
colà è il sasso, di un sol tiro di pietra discosto dal luogo ove Gesù fu baciato da Giuda, e sul quale
aveano dormito gli Apostoli: su questo sentiero ebbe Malco mozzo un orecchio, e poi risanato:
questo finalmente è il sentiero pel quale avvicinavasi Giuda a consumare il tradimento, e la sua
dannazione. Un punto più su trovasi il sito donde Gesù seduto di fronte a Gerusalemme, ne pianse
la purtroppa avverata rovina. Guadagnata infine l'ultima cima del monte trovasi la Moschea
circondata da poche case di Fallha o contadini e che prima era la chiesa dell'Ascenzione. Un
edificio di otto dieci ornate di colonnette di marmo è il luogo che contiene l'orma del piede che
Gesù vi lasciò impressa come dicesi ascendendo al Cielo. L'edificio suddetto è chiuso in un recinto
di fabbriche, contiene tre altari, dei quali il primo è per i Greci, il secondo è per gli Armeni, il terzo
è per i Copti. Da poiché essi soli hanno conservato il dritto di celebrare dentro quella Moschea, e gli
altri al di fuora di essa nel giorno solenne dell'Ascenzione del Signore al Cielo.
Rimpetto al Monte Oliveto un po’ al Sud - Ovest da Gerusalemme è il monte Sion, ove è il cimitero
de' Cristiani, e nel quale abbiamo or ora interrato Michele il fatuo. Precedevano i fanciulli colla
croce, e coll'incensiero, seguiva il Parroco vestito di cotta e stola. I fedeli che venivano appresso in
gran numero succedendosi per giro, ed a piccoli tratti trasportavano il feretro. Quindi il povero
Michele giunse al fosso preparatogli trasportato sulle spalle di quanti erano quasi alle sue esequie,
che tutti parimenti vollero aver parte a coprirlo di terra, dopo di avere cantato a coro lungo la strada
il Pater e l'Ave ed il Miserere in Arabo pel riposo dell'anima sua. Le donne pregando in silenzio
dietro di tutti seguivano il convoglio, finché giunte sul Cimitero ognuna di esse andò a piangere
sulla tomba di qualche parente recentemente sepoltovi. I Re della Giudea erano sepelliti sul monte
Sion "Nella città di David lor Padre" Giuseppe Ebreo non di meno parte d'una camera sepolcrale pei
Re poste nelle vicinanze della Porta che ora chiamasi di Damasco. Qualche viaggiatore pretende
che quei sepolcri fossero stati costruiti dai Agrippa, che notabilmente aggrandì la città da quella
parte. L'opinione più comune non dimeno è che sieno opere di Elena Regina d'Adiebia e d'Isate di
Lei Figliuolo. Dal monte Sion mi sono recato colà per visitarli sono scavati nel vivo sasso di pietra
Calcarea. Le celle sono tutte vuote, neppure un osso vi si vede di morto mentre su pel suolo donde
estraggonsi le mummie di Menfi sono dispersi da per tutto cadaveri fatti in pezzi. Queste
circostanze fanno sospettare che da quel sepolcro sconosciuto poterono risorgere corpi di Santi nel
giorno in cui Gesù Cristo morì sulla croce.
Le Dame musulmane in ogni giovedì per diporto vanno a passare la giornata ne' loro Cimiteri che
sono fabricati nelle vicinanze di quasi tutte le porte della città. Per recarmi a S. Giovanni che trovasi
a quatro miglia al Nord di Gerusalemme uscì di mattino, e di giovedì per la porta di Bettelemme
ove i sepolcri dei Musulmani sono più abbondanti. Quelle compagnie di Signore Turche avvolte dal
capo ai piedi in amplissimi manti di mussollino bianco, e col viso ricoperto da un drappo oscuro che
passo passo incontravamo, o sulla strada, o intorno ai monumenti su quel terreno rosso e pietroso,
facevano la comparsa la più romantica che possa immaginarsi. Passato oltre, guadagnata la
montagna e camminato un buon tratto in piano su quell'altura finalmente discendemmo nella valle
di S. Giovanni. La chiesa a tre navi ha un pavimento di marmo assai bello. A sinistra del grande
altare per una scala di otto o dieci gradini di marmo asiano si scende nella Cappella ove si crede che
nascesse il Santo Precursore. Le lampade sempre accese sotto di quello altare illuminano l'aureola
di marmo posta sul sito medesimo ove avvenne il parto di S(anta) Elisabetta: l'agnello sul libro
sigillato di marmo collocato nella parte superiore ed intorno intorno fanno vedere cinque bassi
rilievi di alabastro dove sono espressi il mistero della Visitazione la nascita del Battista, la sua
decollazione: il battesimo da Lui dato al Redentore, e la sua predicazione nel deserto. Il P(adre)
Provinciale del Convento mi fece osservare una cronica manoscritta in idioma spagnuolo ripiena di
fatti prodigiosi in persona dei Turchi che ivi sono molti senza che il Cronologo avesse mai notato
una sola conversione da quei fatti seguita. Sì grande è il timore che ispira ai Musulmani la pena di
morte fulminata contro chiunque di loro abbandoni il Corano pel Vangelo. Tutti ora convengono
che questa iniqua legge venisse ad essere abrogata gran parte dei Turchi verrebbe al Battesimo.
Beato il Principe dalla Provvidenza destinato a dilatare fra essi il regno di Dio!!!
Fino ad oggi non ho veduto ancora oscurato il bell’azzurro del Cielo del monte – Oliveto. Quel
sentiero trionfale mi è sempre parso or sereno, ed ora ornato di sottili e candide nubi in bellissima
forma disposte. Il Cielo poi della Valle di Giosafat che siegue immediatamente, e sotto del quale
vanno radendo del continuo l’aria quei corvi straordinari il cui forte e sonoro gracitare rassomiglia
si bene al suono della Tromba, questo cielo ha sempre un aspetto malinconoso. Ed io colà seduto
quando aprii a caso l’imitazione di Gesù Cristo, e sa lei dove? al Capitolo del Giudizio Finale!
Questa mattina Domenica Laetare la Comunione che ha avuto luogo degli Abissini Cattolici ha
rallegrati tutti questi Gerosolimitani. Tutte le parole della Messa corrente mi sono sembrate …ora
rimprovero fatto alla mia picciolezza d’animo ed erano promesse chiare del buon successo della
nostra Missione
Compatisca se non v’in….nga di teoretiche discussioni di politica e di religione di cui danno
soggetto queste classiche contrade, ove tutto infiamma l’immaginazione, ed altronte sento pur
troppo la mia debbolezza per entrare in argomenti sì grandi. Cio non pertanto a chiusa di questa
interminabile diceria noterò qui una qualche si sia considerazione sullo spirito della Gerusalemme
attuale = Molti valenti uomini di proposito sono entrati a purgare dalle calunnie della Filosofia anti
Cristiana la gloria di quei nostri Padri, che sì fortemente e sì felicemente trattarono le tante rinomate
guerre della Crociata. Per altro la piena loro giustificazione nasce dalla semplice ispezione di questi
luoghi santi. Cosicché se invece di scrivere ciò che dettava loro il delirio anti – religioso quei
diplomatici si fossero qui recati coi loro occhi propri a tutto osservare si sarebbe continuato a
scrivere Poemi alla gloria di quei Campioni di Cristo che non avrebbero mai avuto bisogno di
apologie = Gerusalemme in mezzo alle tenebre medesime dalle quali è oggidì piucche mai
incombrata non ha cessato di essere la città dell’anima(?). Se cerchi la scienza della mercatura devi
recarti nella Capitale della GranBrettagna o in qualche altro paese del Nord emulatore dello spirito
che ama quell’immensa Capitale: Se le scienze accompagnate da tutte le delicate forme del buon
gusto e della degna(n)za recati a Parigi. In Italia troverai la scuola delle belle arti. Altri paesi hanno
ricevuti altri talenti ché Dio a ciascuno ha dato la sua particolare benedizione.
Quindi Roma fatta da Lui posseditrice tranquilla di ricchi tesori della rivelazione sarà Ella sempre la
Maestra universale della verità e Gerusalemme carica di maledizioni sarà sempre il campo ferale
ove le quistioni religiose prese nel più esteso senso, saranno sempre vivamente agitate. Sembra che
i destini di questa città siano quelli di cantare a vicenta fino alla consumazione de’ secoli il
Benedictus qui venit, ed il Crucifigitur alla Sapienza incarnata. Non per istituzione umana ma per il
solo Divino volere questa città è addivenuta come la più grande università religiosa del mondo. il
Musulmano fin dalle più remote Indie viene qui attirato dal Tempio d’Omar. Le profezie malamente
intese ed i sepolcri dei Patriarchi vi chiamano in questo paese il Giudeo dall’ultimo Nord del mondo
fino alla parte più meridionale dell’America. Il sepolcro infine da tanti secoli glorioso di Gesù
v’appella il Cristiano dalla Siberia fino all’Oceania. Una lunga serie di maravigliosi avvenimenti
succeduti santa(?) e manegiati dalla Provvidenza con modi arcani richiama tutte le credenze
dell’Universo mondo come a consiglio generale a Gerusalemme. Ed in tutto questo fatto è tanto
chiaro l’intervento di colui che fin dal(………). (Il periodo si spezza qui. Il racconto riprende
qualche rigo più avanti con un nuovo periodo.)

Quindi gli iniziati nei gradi maggiori di ogni religione i più istruiti ed i più entusiasti di ogni
credenza vengono qui ed espongono nel più vantaggioso punto di veduta ciascuno le sue opinioni
ed il suo culto. Tutti gli spiriti per dare al proprio partito il vanitagio su quello degli altri, sono
quindi in un incredibile tenzione; eccetto i Cattolici tutti gli altri hanno tutti tesi i muscoli per
attaccare per respingere e per abbattere il partito più rivale coi spettacoli, cogli inganni e fin colle
più empie imposture. In questo stato di cose giungono qui i divoti che sono ordinariamente i più
semplici da tutte le parti del mondo. Giungono in oltre i malcontenti dell’ereditarie credenze per
care lume nell’occhio propriamente del Levante. Questi uomini per lo più di vivo sentire, e di
accesa immaginazione sogliono per questo essere i più esposti a prender l’ombra pel lume il
movimento per la vita, l’errore per la verità, l’eresia pel Dogma: ingannati essi stessi passano ad
ingannare agli altri. Avviene quindi di sovente che gli Abissini, gli Armeni, Copti Greci, Vallachi e
Moldavi Tedeschi e Russi illusi dal movimento straordinario degli Eretici di Gerusalemme, dal
grande numero de’ santuari da essi posseduti dall’impostura del fuoco sacro tornano nei loro paesi
dopo il pellegrinaggio e non Apostoli, che l’errore non ha Apostolato almeno fatti emissari
ardentissimi dell’errore. E lo scandalo di Gerusalemme spandesi così per tutto il mondo. I più
zelanti quindi del progresso del Cattolicismo non dovrebbero mai perderlo di vista per combatterlo
fino ad annientarlo. La Signora Veronica di Baviera è ultimamente partita da qui per recarsi in
Europa affin di cercarvi dei mezzi per istabilire in Gerusalemme una casa di educazione per i
Cattolici del suo sesso. Di questi stabilimenti ella mi(………) (Il periodo si interrompe. Il discorso
riprende più avanti.)

Questa umile donna egualmente che (…….) cosi detto oscuro medio Evo meglio che i profondi
della politica incredula hanno conosciuto l’importanza religiosa, e quindi ancora politica di
Gerusalemme. Dotati essi di buon senso capirono l’influenza che questa città aveva per
l’incivilimento dell’universo. Oltre al buon senso dotati di più que’ nostri padri, come tutti i grandi,
di sentimento vivissimo di Religione, d’animo intrepido, e … ….. spiriti levaronsi su, armaronsi, ed
abbandonata patria, e famiglia vennero, s’imbatterono con varia fortuna e sempre da prodi per
aprirsi la strada fino al sepolcro di Cristo, per la quale essi aveano sì lungamente camminato a
tempo del Califato, e dei Fatins(?), e che per il turco rozzo conquistatore, e di più frangitore di fede,
conculcatore dei diritti delle genti, usurpatore, prevaricatore, cercava chiuder loro dianzi. Quegli
antichi giustamente s’avvisavano che abbandonare Gerusalemme era in certo modo come
abbandonare la cauas medesima di Dio. Quindi per due secoli non sapevano rimanere tranquilli
all’aspetto dei pericoli che correa la santa città. Noi quindi per essere degni prosa… di antenati sì
grandi dovremmo adottare la medesima loro filosofia e difenderla non più coi modi violenti, che
erano i soli conosciuti in quei tempi, ma con quelli egualmente efficaci della nostra moderna
deplomazia. Beato il popolo che fattosi difesa, e custodia dei luoghi santi saprà guadagnarsi in
Gerusalemme l’ascendenza della publica opinione.
Se voglia considerarsi Gerusalemme colle idee che oggi abbiamo delle città interessanti troverassi
essere l’ultima di tutte. Imperocchè Gerusalemme con tutte queste sue inespugnabili mura non pare
essere un punto militare assai rimarcabile. In oltre questa città non è né un bel porto di mare né una
scala delle considerabili del Levante.
Qui dove mancano affatto i Teatri, ed i Saloni di sollazzo la gente di bel tempo vi farebbe vita
purtroppo nojosa. Gli edificii sono in gran parte in ruina, le strade strette mal costrutte e succide.
Nessun lusso negli abiti, nessuna ricchezza nei fondachi. Frequentemente visitata dalla febre inter
mittente e dalla stessa peste. Taciturna infine mesta luttuosa. Dall’altra parte lo stato dei suo(i)
cittadini in tante fazzioni, l’arrivo continuo dei forastieri a solo oggetto di adempiere qui ad un
qualche dovere di coscienza: la natura spietata e stupida del governo Turco sotto del quale è
miseramente tornata per benefizio degli Inglesi Civilizzatori e più il continuo conflitto che ha qui
luogo di opinioni religiose rendono Gerusalemme simile piuttosto ad un campo di battaglia che ad
una santa città. Onde qui sono quasi estranei all’intutto quei che noi chiamiamo comodi e piaceri
della vita. Su questo teatro di spirituale combattimenti in luogo dei dilicati non dovrebbero
giungervi che uomini ripieni di Spirito Santo per convertire il mondo. I neofiti quindi troverebbero
qui ne’ Cattolici di Gerusalemme il solo tipo che oggi esiste forse in tutto il mondo del vivere
Apostolico.
Quei guerrieri religiosi delle sei guerre Crociate se avessero sempre camminato sulle tracce de’
primieri campioni forse che avrebbero conseguito il fine pel quale furono fin con prodigi da Dio
suscitati. Ma la verità della Storia ci obliga a confessare che il religioso scopo del loro combattere
infine degenerò in crudeltà e cupidigia. Iddio allora abbandonolli, ed il fine santo divenuto profano
in luogo di produrre il conquisto pacifico del santo sepolcro non ebbe che più o meno utili profane
conseguenze. Come a dire maggiore movimento del vivere civile: accordo maggiore di nazioni o
nemiche o per l’inna(n)zi sconosciute per conseguire lo scopo medesimo: fine di querele, e di
reciproche pretenzioni fra queste medesime genti: aumento di umanità per le scienze avanzamenti,
come pure per le belle arti, e per le ricchezze specialmente in Italia: conoscimento scampievole fra
l’Occidente ed il Levante: novità nel sistema feudale: tolleranza politica. Tai conseguenze ottenute
più o meno utili alla vita materiale della società, la causa pertanto della Religione fu da loro
interamente perduta
Tutto il Levante allora tremò sotto la spada pur troppo accesa della collera di Dio; e successe da per
tutto separazione di capretti dagli Agnelli. La terribile staggione di quella vendemia passò. Gli
strettoi non più rigurgitarono sangue. Il Padre del campo infine mandò gli Angeli suoi per raccorre
le spighe cadute dalla falce, gli acini dispersi nelle pigne gli olivi obliati in vista degli Alberi, e le
pecore scappate dal dente del Lupo. Questi mandati da Dio erano uomini sì semplici, umili poveri di
cuore ripieni in somma dello spirito di Gesù che comunicatosi prima al Patriarca in grande copia poi
si diffuse nel cuore dei di Lui discepoli. Fattosi eglino a tutti modelli di pazienza di mansuetudine di
fortezza e dando passo passo il sangue e la vita sotto il ferro e nelle fiamme andavano in giro
raccogliendo gli acini caduti, e rammassando le spighe disperse; ed ora ritirando uno da un’eresia,
ed ora un altro da una setta; oggi era un turco che convertivasi domani uno scismatico, in tal modo
riuscirono infine a raccorre lo sbandato gregge ed a formare in Oriente quelle umili Chiese
Cattoliche che adoravano Gesù come nel tempio dei Martiri nelle tenebre, e nel silenzio dei
sotterranei. Gli umili figliuoli dunque di S(an) Francesco mentre in Europa mandavano i Frati Laici
da porta a porta per raccorre il superfluo da ogn’uomo per alimentare così una società di preti
laboriosissimi nel Levante poi essi stessi i Leviti ed i Sacerdoti erano sempre alla porta diremo così,
ed intorno alle mense degli empii fatti ricchi di rapine commesse sul Cattolicismo per raccorne le
bricciole acciocché non perissero. E quanti ne venivano nelle mani ricoperti di ferite nella morale e
nel dogma tutti erano curati col vino, e l’olio di questi veri Samaritani.
Tale è l’origine in breve di quelle Chiese Latine che oggidì come in Gerusalemme si trovano per
tutto il Levante, e quasi tutte poste pei motivi ora detti, sotto la cura spirituale dei Padri di S.
Francesco. Fra queste Chiese che sono prezzo di tanti sudori, e di tanto sangue quelle continuano ad
essere felici ove non sono ancora pervenuti gli scandali degli Europei fuorusciti dalle loro patrie, e
rifugiati nel Levante. Una delle (?) quali poche è fortuna senza dubio quella di Gerusalemme
15 Dicembre = Otto di quelli Abissini che prima di noi erano giunti in Gerusalemme essendosi posti
in nostra compagnia per ritornare al loro paese tutta la nostra Carovana era quindi di 19 Cameli per
24 persone. Le nuvole che dove più oscure e dove meno incombravano (sic) il cielo da tutte le parti
mi fanno montare le montagne col cuore chiuso da tristo presagio. Più si montava su quella china,
più il freddo facevasi sentire vivo e tagliante. Le speranze di avere buon tempo ed i timori della
pioggia succedevasi nell’animo di tutti noi secondoche il vento addensava o diradava sul nostro
capo le nuvole incostanti. Quel freddo vento che ristretto dalle valli per le quali ad ora ad ora
discendevamo investivaci sempre di fronte, e faceaci molto desiderare la presenza del sole. Passata
la Valle di Rafain (?) la più ricca senza dubio di quante ne giacciano fra quelle serie di coniche
montagne, e mano mano passando per le altre che sono specialmente per chi vi passa per la seconda
volta, di nessuno interesse finalmente, dallo stretto delle valli incominciavamo ad uscire sul
Mediterraneo nelle aperte campagne della Palestina. Quello per altro amplissimo orizonte era tanto
dalle nuvole ristretto che il Mare era invisibile. In mezzo alla calma d’ogni vento i primi sprizzi
della pioggia incominciavano allora a cadere sulle varie parti delle nostre umane figure
miseramente raffinate. Alla paura di quella notte, e di quella pioggia che tutti ad un tempo ci
venivano addosso. In sulle prime ognuno facendo prove di tutte risorse del coraggio, e dello spirito
la conversazione addivenne … un tempo piacevole ed animata, finché affievolendosi affievolendosi
sempre più ispenta in un perfetto silenzio quel cinquettare discordante della lingua araba ed
Abissina più non udivasi che il suon della pioggia, e quello del calpestio delle bestie su quel lubrico
cammino. Il tenebrio si fece allora tanto addensato che appena vedevansi ondeggiare su
quell’oscuro quadro i mal formati (?) contorni dei cavalli, e dei cavalieri a guisa di fantasime. I
crepacci del terreno aperti in quella strada per l’oscuro che faceva non potevasi imitare. Le bestie
atterrite o stavano o andavano non erano mai d’accordo col Cavaliere. Debboli voci di chi
domandava a…..a udivasi or da questa or da quella parte. Le guide in sul principio accorrevano in
loro soccorso ma veduto poi il male ormai fatto irrimediabile montavano essi sulle vuote selle dei
caduti, ed affrettavano più che potevano dicendo continuamente: siamo morti. Ciò conosciutasi da
tutti non più alcuno domandava da loro soccorso. Chi perdeva la sua cavalcatura sforzavasi a tener
piede al più grosso della comitiva mettendo con gran fatica il passo per entro a quella liquida creta.
Il mio asino frattanto su del quale andava al miglior modo reggendomi sulle staffe di funicella
camminava da bravo, e sceglieva sempre meglio di me la più sicura strada. Cadde il medesimo una
volta sola e dopo essermi tutto rivoltato in quel profondo fanco (sic) per prendere la diritta mi riusci
di mettermi a cavallo a traverso come Bertoldo, e con grande fatica. L’acqua che era penetrata fino
alle ossa aveva come incatenate le braccie e le gambe nelle vesti. L’asino però che camminava
sempre non avea perduto il passo cosicche il rumorio udivasi delle genti che difilavano avanti di me
e non mi dispersi. Due volte mi riuscì fermare tutta la carovana per chiamare tutti all’appello e
vedere se qualch’uno mancasse. Con tutto ciò il monaco Abissino Gebra Salapie dopo essere più
volte caduto smarrì la via pel deserto. Di quanta tristezza sembravano allora ripiene le grida di
quelli Abissini i quattro venti chiamavano il compagno senza che mai ne un eco ne un uomo avesse
o ripetute le lor voci o dato loro risposta. Qual’eco in quella pianura ove neppure il rombare forte
del tuono ne troverebbe uno? In tanti pericoli il cuore pure era tranquillo perché pregava ed era
sicuro di essere esaudito. Le grandi cose che Gesù Cristo ci ha detto dell’efficacia della preghiera
sensibilmente si veggono verificate quando il Signore cinge l’anima nostra di angustie per eccitarla
a pregare.
Dopo di avere errati per cinque ora avvolti nel perfetto oscuro e sotto di quella pioggia sempre
incalzante un leggiero vento del Nord fatto cadere su tutta l’ampiezza dell’orizonte quella nera
nuvola descoprì un cielo brillante e sereno. Discoprimmo quindi la torre dei quaranta Martiri nelle
vicinanze di Ramla; entrammo nelle strade fiancheggiate di Nopal dei giardini di questo Villagio, e
proseguendo un po’ oltre il cammino alla parte ovest pervenimmo all’ospizio di Terra Santa in sulle
dieci ore della sera. Tutti i condottieri si fecero allora alla porta ed impossessatasi del grosso anello
di ferro coi picchi e coll e grida facevano colà un rumore infernale. Un domestico affacciatosi dal
terrazzo che domina il portone, ed udito lo strano linguaggio Abissino andò e riferì al P(adre)
Guardiano, che i Turchi erano ad assaltare la casa. Il P(adre) ……. Presidente dell’Ospizio venne
egli proprio per vedere di che si trattasse e fattosi avanti domandò in Italiano qual gente mai fosse
quella colà giunta. Allora io tutto tremante dal freddo incominciai a pronunziare in tuono patetico la
lunga supplica che per intenerire il cuore il più spietato che avremmo potuto trovare colà, mi era
andato studiando per la via; ma venne subito con piacere interrotto dal Presidente che conosciutici
mandò tosto gente ad aprire ed egli stesso preso un lume venne cordialmente a riceverci. Per suo
ordine il fuoco di già spento fu riacceso nella cucina, ed il Buon Frate Laico dié subito moto per
preparare la cena che un momento dopo fu servita. In quella sera solamente quel Religioso ospitale
salvò 24 vite di uomini in pericolo
Il Capo dei Camelieri che non men di noi avea molt’acqua a cavarsi di dosso, e che quindi tutt’altro
potea desiderare che subito partire, per offerirci come grazia quel giorno di riposo e per farsi così un
titolo di più a dimandar regali se ne venne di buon mattino a dirci che era ormai tempo di partire.
Noi che avevamo tutti gli abiti al sole pure per non esser presi da lui rispondemmo subito “se sei
pronto andiamo”. Questo bastò a mettere sul vero tuono il Cameliere che vedendo sconcertato il
proggetto di guadagno venne subito dicendo che aveva gli abiti molli ancora dalla pioggia della
notte passata, e che era bene partire (ciocchè noi desideravamo) l’indomani di buonmattino.
Vincitore in questo primo attacco dell’Arabo interessato, mi convenne perdere nel sito: quando cioè
mi dimandò il regalo per la felice invenzione da lui fatta dell’Abate Ghebra Salapie che erasi
sperduto nel tempo della pioggia. Il titolo era purtroppo giusto per guadagnarsi una dicina di piastre
turche (….. scudo romano) che gli regalai.
Riparati i danni recatici dalla burrasca col riposo, e coi conforti apprestatici dal P(adre) Presidente
tutti in buono stato, e di buon mattino ci rimisimo in viaggio sul piano amenissimo del
Mediterraneo verso Gaza superba Satropia dell’impuro dei Filistei. Sebbene non ci rimane
dell’antica superba coltivazione che pochi miseri oliveti, l’aratro Arabo tirato dagli uomini, dagli
asini, e qualche volta da un solo Camelo, e delle magnifiche città sebbene altro oggidì non vedesi
che qualche bel fusto di colonna qua e là sparsa pei Villaggi e pei campi seppure (?) guardata queste
pianure colla luce chiarissima di questo lido presenta ancora qualche cosa di sì nobile e grande in
quelle sue verdeggianti colline che come isolette sorgono in tutta la sua ampiezza che ben
facilmente si conosce essere quella una delle più belle parti della terra promessa.
Il gracitare poi dei polli di cui tutti quei cinque o sei villaggi pei quali siamo oggi passati erano
ripieni, ed il frequentissimo armento che pasturava nei d’intorni spandevano in ogni uno di noi una
tal piacevole sensazione di vita che en faceva facilmente obliare le misere casipole di fanco, e di
paglia di cui erano composti. Non avrei potuto mai comprendere perché mai niuna città di riguardo
esistesse in mezzo a sì ricche contrade, se i Profeti che ne avevano annu(n)ziato il totale esterminio
non ci dicessero che fin il nome sarebbe colà sconosciuto di qualsisia città
Il lume della lucerna che l’Arabo ospitale ha qui acceso ove sono per questa notte alloggiato, e che
va spegnendosi mi obbliga a metter fine a questa nota. Tutti in un tugurio, e chi alla bella stella
dormono profondamente. Questo Arabo Falascia che è qui disteso per terra, e col capo ravvolto nel
suo Burusora volgesi all’altro lato e ripiglia s(econ)do saporoso sonno. Io solo che combatto con
non saprei quante varie schiere di molesti insetti che mi assalgono da per tutto sono ancora
vegliante. Ho vuotata (?) tutta scodella di lenticchie che qui trovato di buono appetito, l’acqua
sebbene pel calore simile alla limonata gassosa pure sento che m’abbia fatto il buon pro, e se
dovessi bevere sempre quest’acqua torbida forse ingrasserei come i cavalli. Ora fatta la preghiera
mi distendo sulla mia notta (?) pieno di desiderio di mettermi a russare per qualche ora di accordo
con tutti gli altri. Amen
Con un Cielo magnifico, ravvivati dal delizioso tepore di questo sole entriamo nel magnifico oliveto
che da tutti i lati circonda Gaza. La strada spaziosa e fiancheggiata da Olivi di bel fusto va fino al
piede della Collina sulla quale sorge la città che come un altare è tutta ornata di Nopal, di Ficheti, e
di palme speciose. In mezzo al tenue vapore onde sembra tutta la collina avvolta elevansi le torri
delle Moschee. Il viaggiatore coll’animo pieno della maestà delle contrade percorse da Ramle a
questo punto contento del bel ponte di pietra a due archi gotici sul quale è pochi istanti prima
passato; pieno di ammirazione per la fontana publica che vede in quelle vicinanze provveduta
dell’acqua attinta dal pozzo per mezzo di una lunga catena di secchia messe in moto da una grande
ruota aspetta da momento in momento l’istante di fare il suo ingresso nelle magnifiche porte, e di
passare per le strade per mezzo agli edificii di una rimarchevole città. Entrammo intanto con questa
disposizione in un recinto di Nopal magnifici: incontrammo il soldato di guardia che chiama tutti i
nuovamente arrivati al Lazzaretto, come se facesse loro l’invito ad un bagno turco o ad un piacevole
spettacolo. Noi gli ripetemmo che non facevamo quarantena, ed egli senza impedirci il cammino
inna(n)zi senza neppure capire egli stesso l’interesse di questa misura sanitaria ci seguiva ripetendo
sempre: quarantina fino al luogo del nostro allogiamento che era nel centro proprio della città ed
ove noi giun(g)emmo passando sempre per mezzo a piantagione di Nopal ed a qualche edificio
miserabile e mezzo in ruina. Niente più magnifico di Gaza veduta dal punto, e nel momento nel
quale noi per la prima volta la vedemmo e niente così misero come l’interiore parte di questa città.
Tutti gli elementi antisociali di cui è pieno il Corano, e sotto il suo malefico influsso giacciono da
tanto tempo queste nobili contrade non hanno potuto distruggere la magnificenza del sito ove
trovasi il misero villagio chiamato dai Naturali Ghez e che è l’antica famosa Gaza della Scrittura, e
delle cui grandezze passate sono ora miserabili avanzi i fusti di colonne di bel marmo che trovansi
ad ogni passo dispersi.
Non è perdonabile che in un qualche estremo caso colui che venisse domandando alloggiamento per
24 individui nella casa di un privato cittadino. Quindi sebbene fossimo raccomandati al Sig(no)r
Giuseppe Giudei di Cognome, Greco di Nazione, e Cattolico di credenza, pure in luogo di accettare
la sua casa che ci offriva la discrezione ne consigliò ad andare nel Nam el Hagi (nella Casa dei
Pellegrini)
I servi di questo publico albergo aveano tutti il Turbante di color verde ed il titolo di Sceik; perché,
come pretendono discendenti generosi del sangue di Maohomet. Queste Signorie spazzarono le
stanze posto intorno, e dalla parte interiore dell’edificio quadrangolare nel quale entrammo per noi
poveri pellegri(ni), e cristiani. Nuovi uomini allora spediti dalla fatalista commissione sanitaria
Turca venivano per persuaderci ad entrare in quarantina senza neppure comprendere il ridicolo di
questa inutile formalità! Il Bisciurdi e le altre nostre carte tutte nette appena giunsero a toglier loro
di speranza quel guadagno che in una ventina di giorni di Quarantina avrebbe loro potuto rendere la
nostra Comitiva
La mattina seguente ci recammo tutti perché Domenica alla Messa che celebravasi su d’uno altare
portatile nella casa del Signor Giudei unica famigli(a) cattolica in Gaza. Abuna Basilios Superiore
del Convento Greco Cattolico di Giaffa celebrò assistito da un prete del medesimo rito in tutta la
pompa sacra della Liturgia Greca. Niente produce sì buono effetto sul cuore ancora dubioso di
qualcuno di questi Abissini quanto il conoscere che nel solo Cattolicismo si celebra in tutti i riti.
Finita le messa serviti quindi delle pipe e del Caffè fummo di più costretti dal cortese Sig(no)r
Giuseppe a far digiunè con lui. Gauri di fatti non tardò, che piantato il piede, e postovi sopra il disco
di ferro rotondo in mezzo al divano che eravamo in conversazione, fummo invitati a prendere posto
intorno mentre i servi andavano guarnendolo di piatti di uova fritta, di varie qualità di formaggio
spezzato, di frittelle, e di qualche altro piatto di gusto arabo. I pani a forma di focaccie (sic) calde
furono gittate per terra intorno al piede del disco inna(n)zi ad ognuno assieme coi tovaglioli di
bucato. Fatta breve preghiera e bevuto come usano gli Arabi Cristiani prima di pranzo, una fresca di
acquavita, che aguzza mirabilmente l’appetito, l’assalto fu dato, e da tutti proseguito, e terminato
prodemente.
Il movimento necessario ai fanciulli è ben conosciuto in questi paesi, era quindi un bel vedere quei
fanciulli seduti in giro per terra in mezzo alla publica strada, che aggitandosi tutti dalla taglia in su
andavano ripetendo a coro non saprei quale sconnessione andava loro ripetendo con tutta la serietà
pedantesca un Scheik Turco loro Maestro. Non così sgraziato come costui mi è sembrato Said
Mahmet Tucura o Prete Beduino nel cui orto siamo insieme con Abuna Basilios entrati. Uomo lui di
piccola taglia che fra le due età conserva tuttora tutto il vigore della giovinezza. La magnifica
bionda capellatura, il grande turbante rosso, e quei due occhi vivissimi beduini, che scintillavano
sotto le grandi ciglia disponevano in suo favore chiunque l’avvicinasse. Pieno di cortesia Patriarcale
accese le pipe, servì il caffè, e bevutone anche egli alla sua volta, e presa la pipa colla destra
poggiata in tal modo sul suo ginocchio, che rendeva a tutti visibile il bel rubino incastrato
nell’anello d’argento del dito mignolo incominciò con armonica voce ad improvisare una delle tante
rinomate avventure dei Beduini.
L’orto che coltivava questo Bardo Arabo colle sue proprie mani era contiguo alla Moschea di cui
era pure egli il Sacerdote. Meno pregiudicato di quello che sogliono ordinariamente essere i
Musulmani ci permise entrarci. Niente contenea di rimarcabile fuorché una tomba di marmo in
forma di una sedia curule rovesciata ed alquanto più lunga che larga sormontata nella parte più
anteriore da un globo parimente di marmo con una fascia che in forma di zodiaco la circondava. Ma
in luogo di avere qualche senso m’assicurò Said essere Fantasia o semplice ornamento. L’iscrizione
poi araba, che era sulla tavoletta scolpita che ne chiudeva l’ingresso diceva ai curiosi che quello era
il deposito delle cenere di una Devisce o Religiosa Turca.
Seppi quindi a poco che due dei nostri Abissi(ni) erano andati a visitare la Chiesa Greca Scismatica
che solamente trovasi in Gaza, attirativi senza dubio da uno che erasi prima a me annu(n)ziato per
Armeno convertito al Cattolicismo e che poi scoprimmo per un emissario degli Eretici, gelosi di
qualunque importanza che potrebbero colà darsi i pochi Cattolici che vi si trovano. Queste
congetture addivennero poi fatti quando il Parroco medesimo degli Eretici a tentare le acque (?) ed
entrò senza farsi annu(n)ziare dall’Allaca Apta Salapie. Abbiamo inteso dire, incominciò a dirittura,
che 24 Abissini sono andati a Roma, forse siete voi appunto quelli medesimi? Colui che faceva da
interprete e che era il più fervente dei novelli convertiti rispondevali come dicesi per le rime “Noi
siamo appunto quelli, e siamo tutti Cattolici, qui mentì alquanto ma acerbamente restò il Greco.
Abiamo conosciuta ed abbracciata volentieri la verità: voi dovreste imitarci ed unirvi a noi” Dacché
i Patriarchi di Antiochia di Alessandria e fin quello di Costantinopoli fu dato agli Infedeli noi non
avevamo più un Padre nella fede che ne meritasse il nome. Abbiamo viaggiato fin in Eurpoa e
siamo felici di averlo finalmente trovato nella persona di Gregorio XVI Vicario di Gesù – Cristo e
successore di S. Pietro nel Sommo Pontificato. Una sola pena ancora ci rimane dacché l’abbiamo
conosciuto, quello di essere stati sì lungo tempo da Lui separati, sebbene siamo disposti a ripa(ra)re
questo male con accrescimento di fedeltà, e di amore” Il Curato Greco frattanto dondolava il Capo
per discacciare il buon pensiero che con sì sensato parlare forse suggerivali che ei forse credeva
essere la peggiore tentazione di Satanasso finché ripigliò dicendo “No non vogliamo essere
Cattolici. Voi poi che eravate dei Nostri dell’Abissinia che fu dai Greci illuminata”. Con questo
preambolo voleva entrare ad esortarli a rendersi Greci di fede, quando Allaca Apta Salapie nella cui
stanza ciò avveniva tagiando corto solennamente discacciò quell’impertinente con dirgli “Nel
nostro paese niuno mai entra nella casa altrui senza farsi prima annu(n)ziare per non esporsi
all’affronto di essere giustamente discacciato. Ora che venite ad annu(n)ziarvi da voi medesimo in
modo sì impertinente in conseguenza dei nostri usi vi fo sapere che non gradiamo la vostra
presenza. Andate dunque e lasciateci nella nostra pace. Io desiderava che si desse qualche occasione
per conoscere l’eff(ett)o che la venuta dei Greci Eretici di Gerusalemme avesse prodotto sull’animo
dei pellegrini dell’Abissinia. Non potea darsene una migliore di questa che mi obbliga a ringraziare
il Signore che ha liberato questi semplici da quel grande e pericoloso scandalo. Deftera Confù
Cattolico fervente uno de’ più istruiti fra essi mi assicura che non vi è setta di Eretici da essi più
detestata di quella dei Greci. La novella Deputazione Abissina al Sommo Pontefice colla celebrità
che ha acquistata in Gerusalemme che è come il punto di riunione di tutte le Eresie ha gittati fra tutti
i nostri Fratelli separati un grande allarme
22 Verso le tre della sera usciamo da Gaza per passare al chiaro della Luna la notte e per cadere il
mattino seguente dopo poche ore di cammino in una di quelle paralisi cui va frequentemente
soggetto chi viaggia alla n(ost)ra maniera questi paesi. Per darmi quindi qualche occupazione mi
sono dato a fare un piccolo giro nei dintorni di Nam – Cagnuunis (?) nel quale rimanemmo (?) il
restante di questa giornata ed ecco qui le cose più rimarcabili (che) ebbi luogo ad osservare. Ho
attraversato varie di quelle montagne d’intatte arene che al levarsi de’ venti spandono sui sentieri un
tal tenebrio che i viaggiatori hanno bisogno della Bussola come in alto mare per non uscir di strada
senza però avere per nulla il desiderio di assicurarmi col fatto di sì terribile spettacolo. Su quelle
levigate superfici segnai forse io il primo un’orma umana dalla quale quei Beduini che dall’orma
conoscono qual persona sia per colà pieno di timore passata leggeranno in essa il passaggio di un
Franco
Porgendo inna(n)zi …… da per tutto frammenti di belle colonne qua e là disperse alcune delle quali
servivano di rinforzo alla fabrica del Kan che dà il nome al Villagio: Su di una strada che usciva in
un magnifico campo di terriccio vegetale erano i sepolcri circondati, perché di Giovedì, di donne
Musulmane le quali come se avessero voluto indicare essere sui confini della Siria e dell’Egitto
erano alcune di esse all’uso Siro avvolte nel Manto – Bianco ed altre in quello rigato di Nero e di
Rosso delle donne d’Egitto. Un grande grido, ed un gran cerchio era d’intorno al monumento nel
quale, come mi dissero, era stato sepolto un morto. Mi avvicinai ad esso pian piano per non espormi
ad affronti arrivai in tal distanza da poter osservare nel centro di quella radunanza una corona di
piangenti, le quali aggitando (sic) una benda che teneano per le due estremità innalzata sul capo e
cantando in un ritmo di cinque piedi dansavano (sic) d’intorno al monumento alla maniera delle
Baccanti alla battuta dei loro passi. Era quello spettacolo del gusto misterioso della favola. A poca
distanza avendo voglia di bere mi avvicinai ad uno di quei vasi di acqua che in tutti i paesi
Musulmani sono fabricati all’ingresso delle case per uso publico e bevvi in un piccolo secchio di
legno che era ivi nel cui fondo per il lungo che aveva servito al publico era cresciuto molto Musco. I
Musulmani difficilmente rubano ciocchè ha un uso così sacro.
23. Il giorno seguente camminando sempre in poca distanza dal mare che rimanea alla nostra destra
e coll’ambio del Camelo (2 miglia ad ora) scoprimmo due fusti di colonne che ancora restano in
piedi sul piano di Raiffa (Rafa). I Racconti poi che fanno gli Arabi di quelle colonne e di tutto quel
vasto piano che così elevato come vedesi indica di coprire rovine di grandi città sono veramente del
gusto dei Romanzi Arabi. Maschebruk, per esempio, Cameliere, è giovine d’ilare conversazione
nato da un Arabo, e da una Schiava Abissina ci dicea che altra volta tutta quella contrada era dei
Cristiani i quali vinti poi dai Musulmani andarono a stabilirsi sulla costa ivi vicina del
Mediterraneo, dove attendevano a rubare (i) Musulmani per astringerli ad essere Cristiani.
Raccontava dippiù la trista avventura di un tale Franco il quale in quel sito avea dissotterrato una
statua ed un tesoro. Saputosi ciò dal Re di Egitto, il povero Francese conchiudeva il giovine
Cameliere perdé tutto ed andò a finire i suoi giorni nelle prigioni. Finalmente diceva che altri
Franchi giungevano tutto dì armati di Cannochiali e di penne di legno (Lapis) per osservare tutto, e
descrivere tutti i luoghi dei nascosti tesori.
Questi popolari racconti per altro contengono tutta la verità della storia alquanto alterata. Rafa di
fatti fu una delle Città del piano del Mediterraneo che più facilmente si rese ai …….. I Cavalieri in
lorso (?) dippiù doveano facilmente scendere in quei lidi non meno che gli Eunuditi (?) Viaggiatori.
Gli uni per combattere e prendere i Pirati e per far ricerca i secondi di monumenti per illustrare
qualche parte dell’Istoria dell’impero Filisteo
24 I Beduini nelle vicinanze delle loro tribù sono forti come potenze e terribili come un Despota. I
nostri Conduttori che erano di questa nazione giunti ad Habu – Iefa luogo appartenente alla loro
tribù si dichiararono di voler far alto per tutta la seguente giornata. Frattanto tre o quattro piccoli
mercanti Musulmani, che eransi uniti alla nostra Carovana indifferenti per principio fatalista al
fermarsi egualmente ed al progredire intavolarono fra loro una conversazione che fummi di
opportuna distrazione in quel contro tempo che senza rimedio venia ad arrivarci. Il primo a parlare
fu un giovine Dervisce, il quale fidatosi senza dubio di quel forte e solenne tono di voce che
possedea pretendeva primeggiare fra gli altri. Avvenne però che un secondo Dervisce più di lui
istruito attirò a sé l’attenzione di tutto quel circolo cosicché il primo dopo di esse(r)gli stato dato il
titolo di malcreato ripetuto fra le risa di tutti dovette cedere il posto al suo competitore. Questi
rispose ad una folle di domande che il Capo dei nostri Camelieri gl’indirizzava sull’Ismalismo (sic)
comparato al Cristianesimo. Le sue risposte comecchè di un Turco faceano però onore al
Cristianesimo. Sentii sospirare forte alcuni Musulmani al quadro che il Dervisce andava facendo del
Giudizio che Gesù Cristo farà alla fine del mondo. E passando poi mano a mano la conversazione
da materie religiose a punti di Geografia, quel Dervisce che avea viaggiato Og e Magon faceva
consistere tutto il mondo nel territorio dell’Egitto bagnato dal Nilo nel Hegiac e nel Iemen ove
trovansi ci dicea Godola, Mocca, Mecea, Medina, Bafora, Bagdad, finalmente le Indie che egli
credeva essere come queste una se(m)plice città. Il Capo dei Camelieri con quell’aria di volto
concentrata colla quale stava ad udirlo pareva che in cuor suo dicesse; quest’uomo come à fatto per
sapere tanto! Di questa natura sono le cognizioni dei più addottrinati Musulmani. L’altra distrazione
era quella di appartarmi alquanto dal rimanente della comitiva e disegnato sull’arene una Croce col
nome scritto di Gesù nei caratteri e nelle lingue delle due Nazioni di quelle genti colle quali
viaggiava per trattenermi inna(n)zi a quel semplice oratorio a considerare or l’uno or l’altro de’
sublimi misteri rivelati da Gesù Cristo. Una volta che più del solito mi trattenni così gli Abissini
entrati in sospetto di qualche sinistro accidente che avesse potuto succedermi si posero con grande
sollecitudine a ricercarmi. Quando finalmente vedutomi mi vennero su in silenzio ed inosservati; io
mi credetti per un istante caduto nelle mani dei Beduini ladri di quei d’intorni. Un momento dopo
da una di quelle valli che andavano là formando quei monti d’arena come per magica virtù vennero
fuora dieci persone armate ed a cavallo. Un’apparizione sì capace ad intimidire in quel punto mi fu
piuttosto di conforto “Questi sono certamente soldati Egiziani dai quali potremo esser protetti
contro gli attentati dissi allora, dei Camelieri” Per la prima parte l’indovinai; erano di fatti soldati di
Mahmet – Aly; in quando alla seconda rotondamente la sbagliai. In luogo di venirci a protegere
venivano a prendere i nostri Cameli per loro uso. Verso le quattro o cinque della sera astretti quindi
a montare sui Cameli, e seguito da quel distaccamento di cavalleria caminando tutta la notte
freddissima del Natale abbattuti dal sonno, dalla fame, e dal freddo giunsimo ad un’ora prima di
giorno a Laviscia dove sono i confini naturali tra la Siria e l’Egitto. Presi colà i nostri Cameli
restammo otto interi giorni in quel deserto nella tormentosa incertezza di ciò ch’era per avvenir in
appresso. I poveri Abissini che credevansi presi avevano bisogno continuo di chi facesse loro
coraggio. Finalmente trovati alcuni altri Cameli parte a piedi e parte di noi montati su di essi
camminando sempre pel deserto fino a che giunti a Cank e continuando su di una linea parallela la
direzione che tiene quel braccio del Nilo che va a scaricarsi a Damiata siamo finalmente giunti nel
Cairo trenta giorni dopo essere partiti da Gerusalemme e probabilmente su quella medesima strada
che fu fatta dalla Sagra Famiglia profuga dalla città di Davide per recarsi secondo il comando
avutone dal Cielo in Egitto. Nel Cairo ci prepariamo a ripartire per l’Etiopia.
Data: 16.12.1841
a:   Sig.a Elena Dell'Antoglietta Fracagnano
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

A sua eccellenza
D. Elena dell’Antoglietta dei Marchesi di Fragagnano
                      Fragagnano – Regno di Napoli
Ramla 16 Dicembre 1841


Onoratissima Signora
    Lei sarà ammirata della estraordinaria indifferenza onde ho ricevuto il dono di 25 ducati. Debbo
quindi giustificarmi.
    Quella mattina ed in quel momento quando il buonissimo fratello Carella 209 mi recò la carta che
lei avea a lui data, otto o dieci notizie mi erano giunte tutte imbarazzantissime, che mi occupavano
in modo estraordinario. Non fu affatto in quel punto possibile pensare a nessun’altra cosa.
Aspettava l’ordine per imbarcare gratis gli Abissini, dal governo francese, e questo non essendo
venuto dovetti pagare 800 ducati per comprare i posti. Questa spesa quasi impreveduta sconcertava
perfettamente tutti i miei affari. Il Signore grande sempre presiede a tutto; ma io miserabile sempre
e di poca confidenza in Dio m’imbicciai molto. E tanto che senza neppure vedere quel suo involto
lo gittai in un cantoncino della stanza dicendo al Fratello Carella che non mi parlasse di niente
perché era occupato di altro. Quel buon Fratello fu mortificato! Che villanaccio che sono! Iddio mi
perdoni. Renda il Signore il centuplo spirituale e temporale secondo la sua sapienza del dono che ha
fatto alla missione abissina.
    Lei procuri di farsi santa e ricordisi che dobbiamo vederci al giorno del finale giudizio. Non so
come!!!
    Gesù allora giudice inesorabile ed ora padre pietoso ci (benedica).
    Ossequi alla signora marchesa e figliuola.

      Um. Suo serv. vero (?)
      Giustino de Jacobis




Data: … .12.1841
209
   Fratello converso (?) della Comunità di Giustino, probabilmente di Napoli ove Giustino ha ricevuto il dono della
  marchesa (o si è a Civitavecchia? Cfr. Diario).
a:     Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:    Propaganda Fide

Dicembre 1841
A Sua Eccellenza Reverendissima
Il Prefetto della S. Congregazione di Propaganda
Cardinal Fransoni


Antonio de Iacobis si dà l'onore di rassegnare all'Eminenza Vostra Reverendissima che il suo
fratello Giustino de Iacobis, Napoletano, dimorante in Abissinia, in Febbraio del 1839 fu spedito
Prefetto Apostolico dell'Etiopia dalla S. Congregazione di Propaganda. Nel 1841 per affari del suo
Ministero si recò in Roma, ed in tal circostanza chiese da Sua Santità la grazia che il suo patrimonio
particolare, con cui venne ordinato Prete nella Congregazione di San Vincenzo di Paoli, venisse
sciolto dal vincolo sacro, sostituendosi quello delle Missioni estere. Il Sommo Pontefice si benignò
accordargli la grazia con le espressioni Benigne a………. pro gratia contenute nel Breve del dì 11
ottobre 1841.
 Rimasto sciolto il patrimonio particolare del de Iacobis dal vincolo Sacro, bisognava che questo
venisse dichiarato libero anche dal Foro Civile di Napoli; e poiché non appare dimostrato nel Breve
surriferito il modo come è avvenuta la surroga col Patrimonio delle Missioni estere, è perciò che il
Tribunale di Napoli richiede un certificato col quale si attesti che la Congregazione delle Missioni
estere possiede un patrimonio in Cenifondi per le spese che occorrono ai Missionarii Apostolici, e
che il patrimonio particolare di Giustino de Iacobis è stato sostituito da quello della menzionata
Congregazione delle Missioni estere, e che non è minore di Scudi Cinquanta annui, quindi bastante
a tener luogo del patrimonio particolare. Il postulante prega perciò l'Eminenza Vostra
Reverendissima benignarsi ordinare che si rilasci siffatto certificato, ad oggetto di rendere efficace
la grazia compartita dalla Santità di Nostro Signore, e che si augura ottenere come favore speciale
di Vostra Eminenza Reverendissima.

Antonio de Iacobis supplica
                                                                          come sopra




Data: 21.01.1842
a:      P. Jean Baptiste Etienne c.m.
in:    Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR


Cairo 21 Gennaio 1842

Signore210

La grazia di N.S. sia sempre con noi.
Accuso ricevuta di due amabili vostre lettere, del 7 Ottobre e del 7 novembre, che ho trovato qui al
momento del mio ritorno che ho appena fatto da Gerusalemme ed alle quali mi obbligo di
rispondere.
   La cassa con gli oggetti che avete voluto (annunciarmi) non è ancora arrivata, ma sono sicuro
che il degno signor Franc non mancherà dall’inviarmela subito, appena la riceverà. Il signor Franc
mi ha pure annunciato il fondo di 6000 franchi che voi, Signore, mi avete aperto presso di lui per le
necessità dell’Abissinia e da cui vado a prelevare subito per partire di qui per la nostra destinazione.
Ecco, Signore, quanti motivi di ringraziamento ai quali il mio cuore non può restare insensibile.
Sono persuaso, pertanto, che (non sono buono ad altro) che a darvi fastidio per le difficili condizioni
nelle quali qualche volta sono messo; la vostra carità fraterna non soffrirà né mutamenti, né
diminuzione alcuna.
   Colui che vi ha dato in così gran cuore sia lui stesso la degna ricompensa di tutto ciò che farete
per noi poveri missionari della più desolata parte del mondo.
   Siamo nella morale certezza di poter costruire chiese quando saremo rientrati in Abissinia; il re, i
grandi, il Patriarca stesso copto eretico non fanno che incoraggiarci a costruirle. Il signor De
Bourville che ha fatto molto per avere il (desiderato) permesso, lui stesso ve ne darà certamente
notizia.
   Mi trovo in imbarazzo nell’indicarvi il denaro che potrebbe essere sufficiente a questo genere di
costruzioni che dipende dalla più o meno grandezza e magnificenza del disegno. Ed a proposito vi
prego piuttosto, di farmi conoscere il vostro pensiero al quale mi atterrò esattamente. Nella
sicurezza che voi non mancherete a darci di tempo in tempo delle risorse, noi potremmo cominciare
con piccole somme di denaro che ci invierete in seguito per le chiese.
   Il signor Biancheri che certamente è un degnissimo missionario, ugualmente che il Fratello
Abatini, è tutto dedito al progresso del Regno.
   Adesso vi scrivo parte di una conversazione che ebbe luogo tra gli Abissini ed il Patriarca copto
che altra volta veniva considerato da loro come il Papa da noi.
   - Noi abbiamo visto, gli dicevano, il Papa seduto in mezzo ai cardinali come in mezzo ai
Cherubini ed al Serafini. La magnificenza delle cerimonie sacre era perfettamente superiore a cose
umane e la carità con la quale siamo stati accolti e trattati era tutto a fatto simile a cose del cielo.

Noi siamo restati lungo tempo in mezzo ai cattolici per ben conoscerli e abbiamo imparato, infine,
che essi non sono quella cattiva gente come voi ci avete detto prima. Se si trovasse (presso di voi
quella) carità, voi stesso non potreste impedirvi d’essere cattolico.
   La verità di questo semplice ragionamento ha obbligato il patriarca a confessare che era vero e
che anche lui non aveva ricevuto dai cattolici che benefici; ed ha finito dicendo che non ci avrebbe
impedito di costruire chiese in Abissinia.
   Il signor Console si è incaricato di farci avere per iscritto quanto ci ha promesso verbalmente.
   La seconda vostra lettera mi faceva il giusto rimprovero di non avervi avvertito della
determinazione presa di andare ad imbarcarci invece che a Civita. Vecchia, a Napoli. Per tutta mia

210
   E’ il signor Etienne; traduzione dal francese.
  Di questa lettera se ne può trovare l’abbozzo o la prima stesura nel Diario, a pag. 294. Dal confronto dei due scritti si
  ha ancora un esempio di come variino le dizioni di Giustino in un primo scritto e poi, nella stesura finale.
giustificazione io non vi potrei dire altro che questo è accaduto per l’impossibilità di non poter più
attendere a Roma ove noi eravamo.
   Il signor Segretario dell’ambasciata di Francia a Roma ci aveva assicurato che nessun ordine era
giunto e che quando sarebbe venuto ne avrebbe scritto per farcelo sapere al signor Monte-bello,
ambasciatore di Francia a Napoli ove avremmo potuto ugualmente ben imbarcarci come a Civita-
Vecchia, appena gli ordini attesi dalla Francia sarebbero giunti all’ambasciata di Roma.
   Il signor Monte-bello a nostro riguardo si è degnato far domanda a Parigi, via telegrafo, per
conoscere il motivo (che ritardava) l’arrivo degli ordini per imbarcarci gratis. Ma dopo di aver
atteso molto tempo non è arrivato niente di niente.
   Fu allora che dopo il consiglio dei Signori Lazzaristi di Napoli, di Roma, e dello stesso signor
Jimon (?) che si trovava là, ci decidemmo a partire. La lettera con la quale ci avevate detto: “Avete
ottenuto che il ministro degli affari esteri scriva all’ambasciatore di Francia a Roma per far
imbarcare gratuitamente 26 Abissini per Alessandria”, era del 21 Agosto 1841. E diceva
continuando: “(vi sarà sufficiente) di presentarvi all’ambasciata per ottenere il loro passaggio”. E
noi dopo d’aver più volte fatto inutilmente tentativi all’ambasciata, non siamo partiti da Roma che
l’11 Settembre e da Napoli, mi sembra, il 4 Ottobre.
   La lettera che mi autorizzava a prelevare dal signor Franc 6000 franchi, è giunta ben in tempo,
senza la quale sarei restato ancora molto tempo in Egitto con il mio mondo d’Abissini.
   Ho scritto a Propaganda che ci avete inviato i mezzi per continuare il nostro viaggio, senza dire
in dettaglio la somma che voi avete potuto mettere al momento a nostra disposizione. Penso che
questo farà piacere nel tempo stesso a voi ed ai Signori di Propaganda i quali erano molto
preoccupati di voi.




    Non sono passato d’Alessandria da quando stava là il signor Combs, in ossequio assieme a lui ai
vostri consigli. Ma con la conoscenza che già avevo di questo degno viaggiatore e la maniera di
vedere a riguardo dell’Abissinia, vi posso assicurare che i nostri modi di pensare sono
perfettamente d’accordo su quanto riguarda la missione tra i Galla. E’ per realizzarla che dal primo
istante da che stiamo in Abissinia, che il signor Sapeto era destinato ad andarci.
    La lunga e pericolosa malattia che obbliga questo buon compagno a letto fino ad oggi, ha
impedito l’esecuzione del nostro progetto.
    E tuttavia non abbiamo abbandonato il pensiero di far dei tentativi per andarvici appena potremo
farlo, con la speranza di realizzare. Secondo l’espressione del signor Combs, una grande missione.
    Per ciò che riguarda in seguito le difficoltà per stabilirci in paesi cristiani dell’Abissinia, io non
potrò pensare come quel degno viaggiatore, senza mancare di riconoscenza al buon Dio che va
facendo prodigi per (aprirci) una grande porta. Posso ben assicurare in un sentimento di umiltà e di
riconoscenza che il buon Dio ci ha messo alla vigilia di veder presto realizzate le nostre speranze su
la conversione dell’Abissinia cristiana.
    Sono molto dispiaciuto, Signore, di non avervi inviato per il vostro “cabinet geologique” gli
uccelli che vi avevo annunciato di mandarvi. (Ero) nella persuasione che voi avreste ben facilmente
ceduto al diritto che voi avevate già acquisito per la mia promessa, quando si è trattato di farne un
dono al Sovrano Pontefice.
    Non ne avevo abbastanza per tutti; ma spero di risarcirvene presto inviandovene di più belli e
curiosi che non erano quelli là.
    La circolare che avete voluto mandarmi ci fa conoscere le novità che si stanno realizzando nel
governo della Congregazione.
    Ho la fortuna di conoscere il reverendissimo padre Poussout e non voglio mancare al mio dovere
di scrivere una lettera per richiamarmi al suo ricordo paterno. (Nonostante) le mie miserie, in ogni
modo il signor Poussout mi ha sempre testimoniato la sua benevolenza alla quale io non posso
privarmi di testimoniare la mia riconoscenza mentre sempre mi metto con tutto il cuore nelle sue
mani e sotto la sua legittima autorità nuovamente ricevuta.
   Vogliate, Signore, presentare i miei rispetti al signor Onoratissimo Padre Generale e di
richiamarmi al ricordo di tutti i Signori che ho avuto la fortuna di conoscere lì. Ho gran bisogno
delle loro preghiere così come delle preghiere delle nostre Suore della Carità.
   Degnatevi ricevere gli omaggi del mio rispetto nel quale io mi dico sempre di voi, Signore



      Umilissimo servo
      Giustino de Jacobis lazzarista e missionario in Abissinia.211




Data: 21.01.1842
a: P. Antonio Poussout, Superiore Generale
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR

Signor
Signor Antonio Poussout
Vicario Generale dei Lazzaristi
Rue de Sèvres n° 95    PARIS
Cairo 21 Gennaio 1842

Onoratissimo Padre212

    Vengo a conoscere con molto piacere dalla lettera circolare ultimamente (inviata) del Signore il
Generale, il felice conferimento della sua autorità che egli fa, alle vostre cure paterne ed illuminate.
    Egli ci indirizza come un altro tempo un grande re dell’Egitto indirizzava i suoi soggetti a
Giuseppe, a voi esortandoci a mettere la nostra piena confidenza nei vostri lumi, bontà e potere; ciò
che comincio a fare in questo momento pregandovi di voler bene accettare la sottomissione
obbediente con la quale io e tutti coloro che sono a mia dipendenza ci mettiamo ai vostri piedi con
la piena volontà di fare e di non fare tutto quello che voi vorrete o che non vorrete che facciamo.
    Mi dispenso dal raccomandarvi la povera missione abissina nella sicurezza che il vostro zelo farà
più di quello che noi potremmo desiderare per il suo bene. Voi che siete lo scelto del Signore per far
del bene alle due famiglie di S. Vincenzo de Paoli, certamente non dimenticherete mai la nostra
missione.
    Degnatevi, mio Onoratissimo Padre di accettare gli omaggi della mia obbedienza e rispetto tutto
filiale con il quale vi chiedo la benedizione e mi dico di voi, Signore ed onoratissimo Padre

Umilissimo ed obbedientissimo figlio e suddito
Giustino de Jacobis Prete della C.d.M. dei Lazzaristi




211
    Modo di firmarsi alquanto insolito in Giustino.
212
    E’ traduzione dal francese. Cfr. “Diario” pag. 297 ed ancora qui notare la differente dizione tra abbozzo e stesura di
  lettera.
Data: 21.01.1842
a:    Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide


Cairo 21 Gennaio 1842

Eminenza

Le difficoltà della Socia per corrispondere coll'Europa mi hanno obbligato differire sino ad ora
l'onore di darle nuove di noi. Un silenzio quindi serbato per non poter fare altrimenti non mi verrà
certamente dall'Eminenza Sua imputato a colpa.
 Le malattie sopraggiunte a parecchi di questi Abissini in viaggio, e le quarantine ci hanno fatto
prolungare fino a tre mesi il nostro faticoso Pellegrinaggio.
 Questa parte del Mediterraneo è troppo funestamente famosa pei naufragii che vi accadono nella
stagione d'inverno. Ci siamo quindi determinati a fare il nostro viaggio di ritorno pel deserto. Niente
sì male come il viaggiare sul mare con compagni sì suscettibili come gli Abissini. Il male del mare
ed i timori gli uccide. I disagi, le privazioni ed i fastidi dei viaggi di questa natura, ed in tale
compagnia non ci sono mancati; ma sono stati largamente compensati dalla consolazione che ci ha
fatto provare il Signore nel tenere gli Abissini lontani dagli Eretici, e nel determinarli a subito
partire da quel paese di scandali per gli spiriti deboli. Il carattere inerte, timido e curioso gli avrebbe
senza dubbio impegnati a rimanere forse un anno in Gerusalemme per non esporsi alle fatiche del
viaggio, e per vedere l'impostura del fuoco Sacro che ha luogo in Gerusalemme nel giorno della
Pasqua degli Eretici. Noi quindi saremmo stati obbligati o a partir soli per l'Abissinia, o ad aspettare
sì lungo tempo in Egitto, ed a sperimentare tutte le conseguenze di questa alternativa. Quindi io
sono venuto nella persuasione, che quando il Santo Padre caldamente mi esortava ad accompagnare
alla visita di Santi Luoghi gli Abissini era sicuramente ispirato per impedire un caso, che avrebbe in
gran parte annientate le ben concepite speranze sull'Abissinia.
 In Gerusalemme siamo stati negli alloggiamenti di Terra Santa. Quei degni Padri emulando in zelo
col Santo Padre, e coll'Eminenza Sua pella conversione dell'Abissinia non hanno voluto ricevere
neppure un obolo pel trattamento generoso di 24 individui per un mese continuo. Nel mio giornale
di questo Pellegrinaggio che ho mandato al Signor Guarini ho lungamente parlato di ciò che hanno
fatto e sono disposti a fare quei degni Religiosi pel progresso della nostra Missione, e soprattutto ho
voluto notare un mezzo escogitato, ed esaminato col Molto Reverendo Padre Procuratore di Terra
Santa per impedire ai Copti ed agli Armeni Eretici, che sono fino ad oggi i loro protettori e
provveditori.
 Il Signor Biancheri che era rimasto col Fratello Laico in Cairo ad attendervi il nostro ritorno, per
santamente essere occupato, oltre alle prediche di tutte le Domeniche, ha dato qui col pieno piacere
dei Religiosi gli Esercizii Spirituali ai Franchi con soddisfazione di tutti. Era ancor lui ad aspettarci
il degnissimo Padre Cirillo, che arde dalla brama di tosto vedere tutta la sua gente Cattolica. Dal
momento che ci siamo incontrato ho avuto la consolazione di vederlo contentissimo per la promessa
che gli ho fatto di dover essere in tutto considerato come uno della medesima nostra famiglia
quando le istruzioni avute direttamente da Sua Eminenza non vi si oppongono. Spero condurre di
più quell'Abissino, che, dopo di aver lungo tempo dimorato nel Monte Libano è venuto in Egitto.
Potrebbe essere un buon Catechista, come lo potrebbe essere da qui a poco tempo qualcuno di quelli
che sono rimasti in Propaganda. Fra loro ve ne è uno di nome Siefù, che difficilmente potrebbe fare
gli studi in regola. Per la nostra Missione basterebbe che partisse da costà ben fondato nel semplice
Catechismo Cattolico, e contento di Roma. La Missione d'Abissinia propriamente non ha bisogno
che di testimonii che attestino coi fatti e colle parole la verità delle cose che noi andremo dicendo
per affezionarli al Capo Legittimo della Chiesa. Due Abissini, che dopo di essere stati qualche
tempo in Propaganda ne sono partiti dispiacentissimi ed ostinati adesso fanno in Gerusalemme dove
è uno, ed in Abissinia dove è l'altro un male incredibile. Temo assai che la vita severa del Collegio
non sia una pruova troppo forte per gente sì debole.
 Le do' la consolante notizia, che finalmente le lettere mie dirette al Signor Etienne, e quelle di lui
dirette a me, per sì lungo tempo ritardate, sono finalmente pervenute alla loro destinazione. Quindi
dal momento che il Signor Etienne ha conosciuto il mio bisogno mi ha aperto un fondo in
Alessandria pei più pressanti bisogni. In una sua lettera, che dopo lungo ritardo finalmente mi è
giunta, dichiara la medesima sua inalterata disposizione a secondare i progressi della nostra
Missione. Noi quindi non abbaiamo che soli motivi ad essere contenti di lui.
 Il Signor Guarini non ha mancato ad informarmi che Sua Eminenza per non fami mancare di mezzi
erasi degnata fare scrivere al Signor Ceruti di Alessandria per provvedermene in caso di bisogno.
Nuovi e dolci titoli sono questi tratti di sua bontà alla nostra doverosa riconoscenza. Non appena qui
giunti gli Abissini, che hanno aperta una interessantissima conferenza col Patriarca Copto, nella
quale, fra le altre cose diceano: Abbiamo veduto il Santo Padre fra i Cardinali come che fosse stato
nel coro dei Cherubini e dei Serafini. I Cattolici amano secondo il comandamento del Vangelo, ed il
Papa dà il primo a tutti i fedeli l'esempio di quest'amore divino. Noi l'abbiamo veduto noi stessi.
Voi altri poi non conoscete la carità, e quindi avete perduta ogni scienza, e dimorate nello scisma.
Se voi imparaste ad amare come comanda il Vangelo sareste Cattolici; alla forza di un lungo
discorso tutto di questa natura il Patriarca non potè non confessare, che essi diceano purtroppo il
vero: e soggiungeva, che Egli stesso non avea ricevuto che dei beneficii dai Cattolici. Ha quindi
solennemente promesso che in niente avrebbe mai contrariato lo stabilimento dei Cattolici
nell'Abissinia. Voglia Dio che questa volta la promessa dell'Eretico sia simile a quella dell'uomo da
bene. Del resto le buone disposizioni nelle quali vanno sempreppiù confermandosi gli Abissini che
sono stati tante volte benedetti dal Vicario di Gesù Cristo non ci fanno sperare che un buono
avvenire.
 Sul punto di chiudere questa lunga diceria le domando scusa del tempo che vengo ad occuparle.
Umilmente quindi la prego a non privarmi del vantaggio delle Sue preghiere e benedizioni, e ad
accogliere gli omagi del profondo rispetto onde col bacio della Sacra Porpora mi dico.
Di Sua Eminenza

U(milissi)mo ed Obbl(igatissim)o Servo e Sud(dit)o
Giustino de Iacobis Prete della Missione

Data: 06.02.1842
a:     P. Guarini c.m.
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR


Molto R.do SIGNORE Guarini P.G. dei Lazzaristi
Missione MONTE CITORIO          ROMA
Cairo 6 Febbraio 1842

Molto Rev. do Signore e Padrone Ossequiatissimo
Col vapore che da Francia giunse in Alessandria il giorno 27 Gennaio p.p. mi è pervenuta una
lettera del sig. Etienne la quale quando mi fu cara per la mano di chi l’avea scritta, tanto mi dava
pena per le cose che conteneva.
    Nella persuasione che questa mia lettera non sarà letta che solamente da V.S.R.ma, trascrivo qui
la parte più dispiacevole della lettera scrittami dal più amabile uomo. “Sono molto dispiaciuto di
dirvi che ignoro come le cose si metteranno in avvenire per ciò che riguarda i fondi necessari alla
vostra missione. E’ possibile che voi abbiate mosso dei lamenti a Roma a riguardo del (passato). Mi
hanno fatto delle osservazioni che mi sono state molto penose. Ho creduto dover rispondere che noi
(consentiamo) a che non (apriamo) più alcun conto con la vostra missione e che la Propaganda ne fu
incaricata essa stessa. Essa se la intenderà con l’Opera della Propagazione della Fede a riguardo, la
quale vi destinerà una somma in particolare per la vostra missione. In questo modo non avremo più
a temere di ricevere rimproveri su questo argomento. Questo non mi impedirà tuttavia di avere il
più vivo interesse alla vostra missione e di continuare la corrispondenza.
    Vi sarò utile per quanto potrò in tutte le altre cose. Devo aggiungere pertanto che la Propaganda
non ci ha ancora significato alcuna decisione a riguardo. Attendo risposta (sicura) per
informarvene.213
    Questa novità sarebbe capace a tutto rovinare senza le dichiarazioni necessarie. Io non mi
ricordo di essermi lamentato di alcuno colla Sagra Congregazione. Ma siccome questo è un fatto
affidato alla sola memoria, che puole mancarmi, non entro in giustificazioni cosa che per altro non
esiterei a fare che a solo oggetto di addolcire il dispiacere che ho potuto dare al Signor Etienne che
tanto sinceramente io amo.
    Per non trovarmi esposto a rimanere nell’Abissinia senza mezzi, prego lo zelo e la carità di V.S.
ad avere a cuore questo affare. Abbiamo denaro per fare il viaggio di ritorno e giunti là rimarremo
perfettamente come i polli del corvo aspettano la Provvidenza nel deserto.
    Credo necessario in tutti i casi informarla che ho dato una procura in regola al signor Franc il
Primogenito in Alessandria per fare in mio nome le ricevute e per mandarmi il denaro che per
mezzo suo potrebbe venirci dall’Europa.

   La medesima precauzione si è presa pel Cairo ove il signor Giovanni Mazzarra dragomanno
maggiore del consolato inglese ha ricevuto la nostra procura.
   Questo degnissimo cattolico è ancora procuratore dei missionari dell’Arabia che sono i più vicini
a noi. Se dunque rimarrà deciso che l’Opera della Propagazione della Fede abbia ad assegnarci una
elemosina separatamente per la nostra missione potrebbero spedirla al signor Franc il Primogenito
in Alessandria dal quale sarebbero in mio nome quietanzate. Potrebbero mandarla nel Cairo al
suddetto signor Giovanni Mazzarra che farebbe lo stesso.
   Se poi si volessero mandare al signor Cerruti console generale di Sardegna in Alessandria
bisognerebbe avvertirlo che sì in Alessandria come nel Cairo trovasi un procuratore per
consegnargli per me la ricevuta convenevole.
   Abbiamo risoluto dopo il parere di tutti gli amici di qui, rimandare in Europa un magnifico
arazzo che il Santo Padre per mezzo dell’Em.mo cardinal Sarti mandava in Abissinia. Colà quelli
rozzi non ne avrebbero conosciuto affatto il valore e l’avrebbero fin ricusato di riceverlo come non
secondo il loro gusto. Per non isciupare dunque (cosa) di tanto valore, si è stimato meglio
rimandarlo per avere in cambio qualche altro oggetto più utile: abiti sagri, per esempio; panni, ecc.
ho pregato i Signori Spaccapietra ed Adamo a mettersi in accordo con V.S.M.R. nel caso che il
tappeto venisse in Europa, per vedere di utilmente cambiarlo, o in Napoli o in Roma senza fare
dispiacere alla (mente) del donante. Il peso della cassa inoltre rendealo affatto incapace ad essere
trasportato in Abissinia per le asprissime montagne di Taranta. Mi raccomando per non farmi fare
una figuraccia in questa misura che era necessaria a prendersi.


213
   Per quanto nel “Diario” Giustino accenni a questa lettera, coerente al segreto che inizialmente chiede al Guarini, egli
  non rende pubblica la cosa. Cfr. Diario pag. 300, 5 Febraro.
   E’ stata una grande grazia che ci ha fatto il Signore nel permettere che la lettera del signor
Etienne ci fosse giunta prima di partire da qui per avere l’agio da accomodare in modo le cose che
non dovessimo perire di fame. Per altro, non appena avremo ritirato il denaro, che il sig. Franc ha
ricevuto ultimamente dal sig. Etienne, partiremo subito.
   E’ un mese quasi dacché ritornato in Gerusalemme, stiamo qui aspettando per riceverci il denaro
come V.S.R. conosce, esige sempre del tempo (quando dee pagarsi in cambiali).
   Il P. Cirillo è qui con noi e non ha niuna carta con seco né di ordinazione né di confessione. Io
non sono autorizzato a dare la confessione. Questo potere non è compreso nelle attribuzioni mie.
   La prego quindi a passare una parola a sua Eccellenza Mr. Cadolini per conoscere la condotta
che debba tenere con lui. Spero che le sono pervenute altre mie lettere che non ho mai mancato
spedirle in tutte le volte che ne ho avuto il mezzo. Mi raccomando assai alle sue orazioni ed a quelle
della Comunità e mi creda sinceramente e nell’amore di N.S. di V.S.M.R.

U.mo ed Obb.mo Servo vero
  Giustino de Jacobis I.P.d.C.d.M.214

P.P. Oggi 9 Febraro tutti gli affari sono qui terminati; abbiamo ricevuto il denaro e domani, al più
dopodomani partiremo coll’aiuto del Signore. I miei rispetti e quelli dei compagni a sia Eminenza
ed a sua Eccellenza. Che ci benedicano.




Data: 11.02.1842
a:    Card.Fransoni - Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide
in:   Propaganda Fide


Cairo 11 Febbraio 1842


Eminentissimo

Benché persuasi che la perfidia dell'Eresia di oggidì è come quella di tutti i tempi passati, pure si è
stimato bene ricordare al Patriarca Copto Eretico le buone promesse che avea fatto a questi
Abissini. Il Signor Console Francese M(onsieu)r de Bourville, tutto zelo per la gloria della nostra
Santa Religione, ha fatto vedere in questa occasione tai tratti di questo spirito che lo anima, che non
potrò mai più dimenticarmene. Dopo di avere esaurito con poco successo tutti i mezzi dolci di
imbasciate, di visite, e di lunghe conferenze era disposto a mettere in opera mezzi di tale energia
che avrebbero espugnato quel perfido Vecchio indubitatamente. Avendo poi osservato che la
detestabile condotta avea posto l'Eretico in tale discredito presso tutti questi Abissini che le sue
buone parole non avrebbero potuto essere più utili per noi, né più nocevoli i suoi improperii,
abbiamo stimato utile e decoroso l'interrompere ogni trattativa con un tale uomo, sicuri che le ire
sue non giungerebbero neppure a mordere le nostre calcagna. Darà per altro il Patriarca Eretico una
lettera a questi Abissini per il Principe Ubiè, nella quale dichiara, che se i suoi inviati sono andati
fino a piè del Capo Leggittimo della Vera Chiesa questo fu col pieno suo consentimento. Questa
testimonianza che l'errore rende al verità, come altra volta il Demonio la rese al Salvatore del
Mondo speriamo che voglia piegare su questi traviati le misericordie eterne del Signore.
 Noi partiremo domani, o al più tardo dopo due giorni, non avendo potuto prima di questo tempo di
sbrigarci. Tre di questi Abissini, giunti che saremo coll'ajuto Divino nel loro Paese, fervorosi come
214
      Questo brano è tradotto dal francese.
sono, ed assai istruiti saranno colà ottimi Catechisti non meno che sarà ottimo Missionario Don
Cirillo che si mette in viaggio con noi. Non sa poi a qual ragione attribuire la mancanza di ogni
carta di confessione di ordinazione, nella quale l'ho trovato. Sarebbe forse effetto di dimenticanza?
Il che non mancherebbe di darmi delle angustie, sfornito come sono di qualunque potere a dare la
Confessione ad uno, che non l'abbia ricevuta dalla Sagra Congregazione.
 Io di unita ai miei Compagni posti ai suoi piedi le demandiamo la Santa Benedizione nel tempo
stesso che la prego umilmente ad accettare l'omagio col quale mi dico sempre.

Di Sua Eminenza

U(milissi)mo ed Obbl(igatissim)o Servo Vero
Giustino de Iacobis Indegno Prete della
Missione




Data: Gennaio-Febbraio 1842
a:    ??
in: Lettr. Manuscr. Vol.II - ACGR - Fogli sparsi



Viaggio a Gerusalemme215

215
    Questo lungo scritto di Giustino manca dei fogli iniziali e di quelli in fine.
  Potremmo chiamarlo “lettera” solo nel senso che egli lo invia a qualcuno, come si rileva da alcuni punti dello scritto
  medesimo.
  E’ in pratica una relazione, come ci è pervenuta e così come è qui esposta, manca nel “Diario” di Giustino (cfr. Scritti,
  I Diario, pagg. 242-245 circa) ove invece, c’è abbondanza di descrizione del viaggio di ritorno (cfr. idem, pagg. 264 e
  seg.) oltre a precedenti riflessioni su i luoghi visitati ed altre generiche.
  Lo scritto del quale si fa la descrizione, forse è proprio la prima bozza di quanto Giustino andava scrivendo nei ritagli
  di tempo. Abbonda di rifacimenti e correzioni per cui in non poche parti si presentano forti difficoltà di lettura e di
  continuità; ed allora ci si è affidati all’interpretazione.
  A che è indirizzata la relazione; e quando e dove la sua stesura finale? Si può pensare, per quest’ultimo punto, il
  Cairo, ove Giustino si ferma per un po’ di tempo e sbriga corrispondenza (cfr. “Diario” pag. 290 e seg.).
……………………………..
……………………………….
   Dopo due ore sono finalmente terminate le difficoltà, le discussioni che gli Abissini premettono
sempre ad ogni piccolo affare.
   Tutti sono alla fine montati a cavallo e diciamo l’ultimo addio a Giaffa, a quella Joppe sì celebre
nella Storia Santa, nella profana e fin nella favola. Imperocché si vuole che Noé fabricasse nel porto
di Jaffa l’arca che salvò dall’esterminio totale il genere umano; ed è per certo che i cedri del Libano
che erano destinati alla costruzione del tempio di Salomone, furono qui sbarcati; e che Giuda
Maccabeo qui abbia bruciato la flotta dei Siri. S. Pietro, risuscitò qui la benefica Tabità; e come il
ricorda il bel quadro che adorna l’altare maggiore dei Latini, il Principe degli Apostoli nella visione
del lenzuolo ripieno di ogni qualità di animali, apprese qui che la legge parziale di Mosé avea fatto
luogo alla universale legislazione della carità vangelica.
   La favola poi dice che a questi scogli così antichi come il mondo, fu attaccato Andromeda; e che
Perseo lavò in queste acque il sangue delle ferite riportate nel combattere il Centauro.
   Un paese come questo, la cui istoria non avesse quella pagina scellerata che racconta
l’avvelenamento degli ammalati e l’uccisione dei prigionieri eseguita come pretendesi per ordine
data da Napoleone, non conterebbe che memorie e racconti (gloriosi), non si abbandona mai con
animo tutto affatto indifferente.
   Giaffa, dove siamo stati fino a questo punto, è situata propriamente sul lido del mare Grande
come chiamano qui il Mediterraneo, per distinzione dal mare Morto o asfaltidico e da quello di
Gennesaret che sono laghi e chiamansi semplicemente mare.


    E’ questo giorno nel quale usciamo di questa memorabile città che possiamo dire che sia la
prima volta che mettiamo piede in quella contrada dell’universo che per trenta secoli sola conservò
il culto del vero Dio ed ove la religione cristiana che serbasi così pura presso dei cattolici, fu istuita
dal suo Autore, ebbe culla.
    Il divoto pellegrino se recasi a visitare Roma, calca quella terra tutta bagnata dal sangue
generoso dei martiri, con religioso rispetto; se poi recasi nella terra d’Israello, sente
quell’impressione misteriosa o timore riverenziale che ispirano i tanti monumenti santificati dal Re
della gloria e dalla Regina dei martiri e dove ebbero luogo la maggior parte dei grandi fatti e degli
(immortali) prodigi operati da Dio in riguardo al suo popolo.
    I villaggi che incontronsi su le sei miglia di pianura, sei ad un di presso di montagne che bisogna
di percorrere per giugnere (a) Gerusalemme, sono: Ebnaben, la moschea detta Hidrà, Bed, Degià,
Jaddah, Dibel, (Atrin), Daniel, Sabah era distrutta dalle armi di Ibrahim Pascià, figliuolo di
Mohamet Aly, Pascià di Egitto, Alonia.
    Le rovine sono poche e queste conservano sì male il carattere della antica loro grandezza che
sono quasi inosservabili.
    La vista di quella terra sì popolosa una volta ed ora così deserta, mi fece sentire quella specie di
melanconia di cui l’uomo non sa rendersi conto nel vedere un tale stato miserabile di cosa in un
paese altra volta così abbondante di ogni sorta di beni.


 Il Tempo. Giustino, da Gerusalemme rientra in Cairo il 12 gennaio 1842 (idem) e ne riparte, questa volta per
 l’Abissinia, il 14 Febbraio. Inoltre una indicazione, di scritto come si è già completato e spedito da tempo, si rileva
 sempre dal “Diario” pag. 293, al terzo rigo di una lettera al Guarini. Ed allora, se Giustino ha abbozzato la sua
 relazione durante tutto il viaggio Cairo.Gerusalemme-Cairo, alla fine del viaggio, in Gennaio al più tardi, si può
 pensare già pronta anche nella sua stesura finale (cfr. anche Nota 6).
 Il Destinatario. Riprendendo la lettera al Guarini appena sopra indicata, Giustino gli fa conoscere che tramite suo
 fratello, gli ha spedito relazione del suo viaggio a Gerusalemme. Ma se si può pensare che la stesura finale di quella
 relazione trovi nella bozza, che noi trascriviamo, il suo originale; la seguente Nota 5 indicherà tutto un contesto
 precedente che non fa del fratello del De Jacobis il primo destinatario della relazione. Ed allora si può pensare
 direttamente al Guarini, a Roma, e potrebbe confermarlo un “V.S.” (Vostra Signoria) indicato dalla stessa nota 5.
   Su di questa terra cammina sempre quello straniero che “divorerà come profetizzò Isaia ai
figliuoli d’Israello il loro paese dinanzi agli occhi loro (Is. 1,7,9)”.
   Le 24 ora italiane del dì 22 Novembre erano vicino a battere quando giunsimo all’ospizio di
Rama o Ramla, come dicono qui, il quale fu fondato nell’idea di offrire un asilo momentaneo ai
pellegrini che vanno nella santa città o che ne ritornano.
   I P.P. Francescani che lo custodiscono sono spagnoli. Dovettimo aspettare che ritornasse dalla
passeggiata il P.Presidente per esservi ammessi. Cosicché quantunque ei ci offrisse la più cordiale
ospitalità senza dare verun segno di quell’infastidimento di cui parla non saprei con quanta verità un
inglese che ha recentemente pubblicato il suo viaggio nella Palestina, pur essendo noi molti, non
potemmo dirci alloggiati che a notte bene avanzata.
   “Mostratemi la chiesa, dissi allora ad un arabo servo probabilmente dell’ospizio. Subito mi ci
condusse, ma era sì mal pratico del luogo che serviva che invece della chiesa mi aprì la sagrestia e
subito partì. Non vedeva alcuna lampada colà accesa, né a dir vero sentiva quel tale calor di vita che
fa più largamente battere il nostro cuore quando siamo dove trovasi Gesù sagramentato.




    Volsi dunque sulla mia destra e brangolando ed (urtando poi nei) gradini o delle pietre
dell’ineguale pavimento, m’imbattei infine ad una porta che spontanea aprissi e lasciò scappar fuora
e (battere) sul mio viso uno (spicolo) di luce che veniva dalla lampada colà dentro accesa e sospesa
alla volta. Il bel pavimento di fino marmo mi fece ben conoscere che quella bassa e stretta grotta era
chiesa col Sagramento dentro. In questo modo ed a caso ebbi la sorte di adorare Gesù in quel
medesimo sito nel quale abitava quel Giuseppe di Ramla o di Arimathea che, avendo ottenuto da
Pilato il corpo del nostro Signore Gesù, lo distaccò dalla croce, l’involse nel lenzuolo e lo mise nel
sepolcro nuovo che si era fatto costruire.
    Seppi difatto che secondo una tradizione conservata presso i religiosi di quel luogo che la
cappella del loro convento occupa il medesimo sito della casa nella quale dimorava quell’uomo pio.
    Il paese a lei216 conosciuto e che più rassomigliasi a questa terra che formava la maggior parte
dell’impero della Palestina, quelli che in Oria chiamano “giardini”, se avessero le (siepi) formate di
Nopal, che credo essere i fichi d’india così grandi come questi di qui che hanno un fusto elevato
come ogni altro albero; e se di più fossero pieni d’arangeti, le darebbero la più esatta idea della
giacitura, del clima, della qualità del terreno che è nei dintorni di Giaffa, se questi però avessero
quelle casine sì frequenti, sì amene di quella provincia del nostro Regno. Quel tratto poi di paese
che da Francavilla si distende fino ciglioni che da Taranto vanno a conversano, rassomiglia
mirabilmente alla parte montagnosa della Palestina che è discritta con tanta semplicità nella Santa
Scrittura ove dice “il paese montuoso della Giudea”. Questo è il piano di Saron che dall’Ovest è
limitato dal mare; all’Est dalle montagne della Giudea, sulla parte più orientale della quale è situata
Gerusalemme, città dell’anima.
    Da mezzo giorno fino alle quattro il nostro cammino fu trai burroni della montagna che o si apre
o si innalza prostra sempre i fianchi ripidi e scoscesi e selvatici frai quali risuona ancora l’umile
zampogna del pastore che (veglia) alla guardia del suo armento.
    Chi ha voluto celebrare per lungo tratto della sua vita la memoria dei misteri della vita, delle
sofferenze e della morte di Gesù Cristo, nella Chiesa cattolica, in ogni oggetto che scontra sente
battersi più forte il cuore. Gli uomini, veramente non hanno quelle pellicce sulle spalle dei pastori
dei nostri presepi; né le donne il zendado, i soccoli e li panieri ricolmi di fiori e frutta. Quella lunga
camicia bianca per gli uomini o blù per le femmine mette grande differenza fra gli usi immaginati e
gli usi veri della Palestina. Pur tuttavia i duriti villaggi, gli armenti, le aspre schiene delle montagne,
i ponticelli dei torrenti e tante cose simili che esistono come anticamente, rammentano bene al
viaggiatore il paese nel quale ritrovasi.
216
      E’ la persona non identificata alla quale il De Jacobis destina la relazione.
217
   …………………………
    Bisogna dire che il rinomato Abau-Cash abbia abbandonato il privilegio che arrogavasi, come un
diritto ereditario, quello di dimandare un tributo a tutte le persone che passano per le vicinanze di
Kariat el Aaneb patria di Geremia, per la protezione che i suoi banditi intendono accordare contro
tutti gli altri ladri che non fossero dei loro. Mi bastò mostrare ad un arabo che fece la domanda, una
lettera in arabo che il Clot-Bey mi aveva dato per il capo di questo ladroni, per passare liberamente.
La lettera era scritta in arabo ed in una grande carta. Il buon cavaliere dovette credere che quella
fosse un gran firmano della Gran Porta per.…………….
neppure guardato pel grande rispetto che (ispiravamo) noi passammo senza nessun disturbo.
    Residebré, il secondo dei tre deputati da Ubiè al santo Padre, era sì penetrato frattanto del
pensiero del luogo dei misteri cui avvicinavasi, che era divenuto come insensibile ad ogni cosa.
    Sedeva sopra un enorme macchina di cavallo arabo e sì malamente che tutti gli dicevano: guarda
di non cadere. Ed egli cadeva e rimettevasi sempre colla stessa negligenza su quel grande animale.
    Un arabo, vero figlio di Saulle, per l’istra ordinaria grandezza della persona, gli presenta un
orciolo da bere; ci bevé. Quando poi quel maligno domandavagli che gli pagasse l’acqua,
impossessandosi frattanto delle di lui scarpe per compensarsi dell’acqua nel caso che non vi fosse
moneta. Residebré non rispondeva un “a” neppure.
    Questi abissini sotto taluni riguardi sono incomparabili!
    Da la vallata montammo infine sul piano della ultima parte della montagna; Gerusalemme era
vicino.
    Seguito da Michele, figliuolo di Niccolò Cuorquor, console belgio a Giaffa, avanzai il passo per
presentare al reverendissimo le lettere di raccomandazione e vedere di ottenere un alloggiamento
per la nostra gente. Un povero cieco fu il solo uomo che trovammo in quel tratto di (via). Egli avea
poggiato sulla spalla sinistra di un fanciullo la punta di un suo bastone e camminava sicuro di non
cadere nei fossi che scontrasi su quella strada.
    Gli umili fatti donde Gesù Cristo prendeva ordinariamente il soggetto delle parabole e delle
similitudini dei suoi immortali discorsi, esistono ancora mentre le grandezze di Gerusalemme tutte
disparvero sotto le divine maledizioni.
     Più ti avvicini a Gerusalemme, più il suolo diviene sassoso.
    I sepolcri dei mussulmani e le cappelle da essi erette a perpetuare la memoria dei più fanatici
discepoli del falso Profeta, questi soli, mutoli e tristi monumenti dicono al passeggero che degli


esseri umani abitano colà dove non erra animale, uccello non canta, alcuna pianta non cresce. I
giovani ulivi che crescono su quei terrazzi disposti a modo di anfiteatro e sostenuti da muri a secco,
della valle dei terebinti, sono gli ultimi segni di vegetazione.
    La valle dove ebbe luogo il duello memorando fra Davidde e Goliat non avea sì potentemente
attirate su di sé le maledizioni come il luogo dove ebbe luogo il duello della morte colla vita, di
Gesù coll’inferno. E pure quel sito non è discosto da questo che di qualche miglio.
    Al primo aspetto Gerusalemme presenta una linea di muro merlato che serbando sempre la
medesima altezza, si innalza e si abbassa secondo la varia giacitura del terreno su cui è fabbricato; e
qualche torre di moschea turca che lo sorpassa.
    L’esattore turco del tributo alla porta di Giaffa per la quale siamo entrati. Case in rovina e saldi
muri su dei quali rare volte osservasi aperta qualche finestra difesa da grate e qualche porta si apre
che un uomo a cavallo non potrebbe mai passarvi, fiancheggiano le strade mal basuolate e
silenziose della città fatta orribilmente vedova. Dicono che il monticello su del quale è fondato il
convento dei Padri di Terra Santa, detto di S. Salvatore, fosse il monte Ghion. Entratovi dentro,
poco durò quell’incerto silenzio e quello stato penoso in cui siamo allorchè non si conoscono gli
individui della casa ospitale. La folla dei buoni frati ossequiosi cresceva sempre più di momento a
momento; tutte le porte della così detta casa nuova ci furono aperte. I letti poggiavansi sui muri
217
      Da come prosegue il testo originale, a questo punto si può supporre la perdita di un foglio.
delle medesime (stanze?) in numero uguale ai pellegrini. L’ora di cena arrivata, ci assidemmo ad
una tavola di magro, sì, per la quaresima dell’avvento, ma abbondante. Ammalati quindi e i sazi,
tutti andarono a riposo. Fu quella la prima notte che dormii, sì da vicino a quel sito ove pieno di
affanni mortale disse Gesù ai tre discepoli: “Dormite voi altri e riposate si bene, mentre l’anima mia
sente tristezza di morte”. Ma quel sonno non saprei dire perché, non fu né lungo né tranquillo. Di
grande mattino fui in piedi non appena ricevuto avviso che i Turchi, veri custodi del santo sepolcro,
ne aveano aperte le porte, che assieme cogli Abissini ed accompagnati dall’incomparabile fra
Remigio da………, mi ci recai.
   In quella folla pur di cristiani di tante sètte, di tanti paesi, e di differenti maniere di vestire, (che)
spettacolo imponente ed unico al mondo! Coi cattolici, cogli eretici della Grecia, dell’Armenia,
dell’Egitto, dell’Abissinia che ve ne erano colà e coi Moscoviti entrai in quel sacro tempio che tante
volte avea richiamato alla mia memoria quante volte quasi avea meditato sui misteri della vita e
della morte di Gesù Cristo.
   Non posso darle al momento alcun dettaglio esatto (e dell’atrio) e del vestibolo del tempio
perché in quello stato nel quale trovossi in quel punto il mio spirito, non potea freddamente
osservare oggetti di pura curiosità. Una tavola di fino marmo di figura rettangolare lunga presso a


poco di cinque piedi e tre larga, incassata in una cornice parimente di marmo, elevata di qualche
mezzo piede nel bel mezzo del vestibolo è il primo oggetto che attira la nostra divota attenzione.
Sotto di questa tavola e dentro di quel quadro è la pietra su la quale fu unto ed imbalsamato il divino
corpo del signore. Con che nuovo sentimento di devozione si baciano questi venerandi oggetti, sotto
gli occhi medesimi dei Turchi che siedono sul divano posto all’ingresso del tempio.
    Quale mezzo chiederebbe lei che la Provvidenza impiegasse per impedire la distruzione di quelli
santi monumenti che racchiude il tempio presente di Gerusalemme, nel medesimo tempo che
permise che venisse nelle mani dei più accaniti nemici del Figliuolo di Maria.
    Il più debole, il più vile, se si considera il carattere turco.
    Quello che ha distrutto i più ricchi monumenti per odio del cristianesimo, ha conservato il
tempio di Gerusalemme per esigerne alla porta il tenue tributo dei pellegrini che vi si recano a
visitarlo.
    Il Britanno adunque, l’Alimanno, il Francese, l’Italiano, lo Spagnuolo che tanto segue ha altra
volta sparso pel conquisto del gran Sepolcro, ora docile paga il tributo vergognoso per comprarsi il
mesto piacere di piangere sulla tomba del suo Dio e per spargere di caldo pianto il freddo marmo.
L’istoria intiera parlerà per lungo tempo di questa incredibile bassezza di anime dei principi
cristiani ed i tardi nipoti dureranno grande fatica a crederlo.
    Son per dire che non l’interesse, ma il superbo piacere di riscuotere il tributo fin dal suddito del
più potente della terra ha fatto conservare il Santo sepolcro all’orgogliosa politica del Turco che in
questo modo è riuscito ad attaccare alla gloria europea il vituperio fin della servitù. L’umile fedele
pertanto trova in ogni modo sempre di che istruirsi anche quando assoggettatosi a questa infame
legge nel caso che viene a visitare i monumenti del disonore ineffabile cui il Salvatore del mondo
volle assoggettarsi per operare la nostra salute, fino all’umiliazione scese del sepolcro che vedesi ed
onorasi fino ai nostri giorni.
    La descrizione di questo esimio santuario è stata tante volte fatta da scrittori egregii che sarebbe
superfluo ripetere qui cose sì bene scritte da tanti altri. Il Sepolcro innalzasi propriamente nel mezzo
di un edificio rotondo, vasto che riceve il lume dal centro della cupola che poggia su sublimi pilastri
ricoperti di marmi, fra mezzo ai quali sono due o tre ordini e forse anche più di tribune che vanno in
giro. Il piano poi del sepolcro è un pochino più elevato del pavimento di questa parte del tempio,
che è come il duomo di tutto il tempio. Dirimpetto all’ingresso del Sepolcro, è il corpo della chiesa
e dove dovrebbe essere la porta maggiore, trovasi il grande altare dei greci scismatici e, dopo, il
coro pei medesimi. In tal modo la porta del sepolcro e l’altare maggiore sono l’uno a fronte
dell’altro, su il medesimo piano.
   Prima di entrare nel Sepolcro bisogna passare per un piccolo atrietto di un disegno, di un ornato
mirabile alla cui volta pendono accese tre fila di lampade delle quali quella di mezzo è dei Latini,
quella alla destre di chi entra dei Greci, e l’altra degli Armeni.
   Qui gli ornati i quadri, i (rilievi), i cerei sono tutti divisi colla stessa economia tra le diverse
comunioni.
   Un Turco seduto per terra alla porta del Sepolcro, custodisce le scarpe degli Orientali che
sogliono entrare scalzi. Gli Europei si dispensano da questo atto che non ha un senso di ossequio
che nel Levante. Per passare dal vestibolo al Sepolcro, bisogna abbassarsi alquanto al lato destro di
quella piccola cava di cui non posso dire altro perché non ho altro veduto che la pietra di marmo
bianco che è sul suo muro destro ed elevato da terra di un palmo e mezzo e due palmi di altezza,
sopra della quale giacque la spoglia una volta mortale del Figliuolo di Dio. Quella pietra si bace e si
bace con un sentimento di indicibile malinconiosa consolazione tra i profumi dei balsami che si
spargono del continuo di sopra dai sacerdoti addetti alla custodia del santo luogo. Un momento
dopo, vestiti i paramenti sacerdotali, ascesi il calvario per celebrarvi la messa votiva della passione.
Per racchettare il divoto pispiglio dei visitandi unito alla feconda ciarlataneria dei greci che
procuravano di stornare l’attenzione dei fedeli del sacrificio incruento che andava a celebrare dove
Gesù Cristo avealo Egli stesso celebrato collo spargimento
   Di tutto il suo sangue, mi convenne far posa due volte e due volte raccomandare il silenzio come
fu subito fatto. Feci il ringraziamento nella cappella assai divota dove officiano i Latini ed il cui
altare maggiore occupa il sito come cedesi sul quale Gesù comparve risorto alla beatissima Vergine.
   Eccettuato i sacerdoti eretici che pare che siano di già stati giudicati da Dio, tutti gli altri
cristiani di ogni comunione, sembravano trasportarsi da questo a quel santo sito del tempio, mossi
da vera pietà. La preghiera che io feci più frequentemente in quel tempo e forse ancora con più
forza, fu questa: “Padre amorosissimo, deh! Metti pace tra questi tuoi dispersi figliuoli che
unisconsi a pregare sulla medesima vostra pietra e sul medesimo vostro sasso sepolcrale.
    Porteremo noi forse la discordia più oltre, al vostro sepolcro?
   Rappacifica, o Padre, la discordante famiglia che crede e spera in Te.”
   Preghiera peraltro di peccatore!!!
   Recatomi quindi nel convento di S.salvatore, quei buonissimi Padri mi condussero sul più alto
terrazzo dell’edificio e sotto di un tal colpo d’occhio, mi indicarono i vari punti nei quali più volte
avea sofferto Gesù cristo. Non perderò mai la memoria di quel che sentii quandi il buon frate
Remigio stese tutto il suo braccio destro e l’indice della medesima mano: “Guarda, mi dicea, in
quella direzione, veda quella torre di moschea, quella strada poi, quell’arco; quell’arco sotto del

quale adesso, adesso passa un uomo: quella è la loggia dalla quale Pilato mostrò Gesù flagellato e
vestito da re al popolo che chiedea il suo sangue. Quella contigua è la casa di Pilato; “quella dalla
quale, allora soggiunsi, fu tolta la scala santa che ho venerato a Roma”. “Appunto quella; ed il tratto
corso da Gesù carico della croce; e quel tratto che (segue quell’arco) indicatovi dalla cupola
appresso, sotto della quale è il monte Calvario.
   Un pellegrino che visita un qualche luogo celebre per le memorie dei fatti che ne rammenta, non
fa attenzione alla distanza dei tempi e sente il racconto delle più interessanti istorie come fatti di
ieri.
   Ciò che contribuisce molto ad infiammare la di lui immaginazione ed ove trattasi di istorie sì
pietose come queste di cui parliamo, piucché l’immaginazione, infiammano il cuore.
   I padri Francescani hanno moltissimi conventi nei varii paesi della Terra Santa. Nel Santo
Sepolcro poi, ne hanno uno piccolo, oscuro, umido, sotto della moschea e della stalla dei santoni
musulmani.
   Abitazione di pessimo odore nella quale a stento penetra qualche raggio di luce pallido e smorto..
Questo vero sepolcro è abitato da una famiglia di religiosi che si cambia da tre a tre mesi e ne
sortono quasi sempre ammalati. Levansi di mezza notte a matutino e seguono l’ufficio divino in un
modo sì esatto ed edificante da sconcertare fin l’ipocrisia infaticabile dei Greci scismatici.
    In questo santo ospizio entrai cogli Abissini dopo detta messa a bere con essi il caffè. Sorse
frattanto una conversazione sì cordiale, sì amabile, che l’avreste paragonata a quella che teneano i
santi martiri quando erano chiusi in una medesima prigione. Quasi tutti quei padri erano napoletani,
marchigiani e qualche spagnolo.
    25 - 218Occupato oggi a scrivere questa interminabile ciarlataneria, non ho altro di rimarchevole
a riferire che la rimarcabile discussione che questa mattina si è vivamente agitata tra gli Abissini e
gli Armeni eretici. Gli Abissini che sono in mia compagnia uniti a quelli che già erano in
Gerusalemme, si sono questa mattina alloggiati dal Patriarca armeno. Costui, in tuono autorevole di
voce e patriarcale andava dicendo che non era possibile alimentare tanti Abissini quanti qui ne
vengono tutti gli anni e che ordinariamente vi si fermano per mesi ed interi anni. Dovrebbero perciò
gli Abissini contribuire colle loro elemosine a far fronte al grande dispendio.
    E passando oltre continuava a dire a quelli che erano venuti con me a Roma: “Voi, poi, perché vi
siete uniti ai cattolici; questo è male, è grande peccato. I cattolici sono…” Era per dire malvagi,
quando tutto insieme quella turba di quasi quaranta neri, gli spezzarono la parola in bocca e
ripigliarono in tuono di voce ancora più elevato dicendo: “Voi mendite; malvagi siete voi e non i

cattolici. Abbiamo conosciuto voi e loro e siamo orami al caso di fare il paragone. Noi amiamo i
cattolici; noi siamo cattolici perché li abbiamo trovati migliori di voi. Questo fatto, com’è naturale,
ha prodotto un grande movimento. E’ facile quindi che gli Abissini distaccansi perfettamente dai
Copti e dagli Armeni. Gli Armeni temono di perdere questi poveri sedotti coi quali sono uniti per
interessi di natura assai differenti. Coi Copti per l’antico spirituale potere che questi hanno
esercitato nell’Abissinia; e cogli Armeni per convenzioni e patti per gli Abissini (tutti)
vergognosissimi. Caduto l’impero, la miseria e la negligenza per le cose anche le più sante crebbero
tanto nell’Abissinia che per un boccone di pane ed un pugno di orzo venderono i santuari di Terra
Santa che loro aveano appartenuto fin dalla più remota antichità, ed il diritto prezioso (in più)
alienarono di celebrare in alcuni santuari delle altre nazioni.
   I compratori ne furono gli Armeni che così vennero nel possesso della chiesa della flagellazione
del Signore che gli Abissini chiamano Zerà.Zion e del diritto di celebrare in alcuni tempi dell’anno
sul Golgota e nella cappella del Santo Sepolcro. Per tali cessioni gli Armeni obbligaronsi ad
alimentare tutti gli Abissini che da allora in poi sarebbero venuti alla visita dei luoghi santi e che
avrebbero preso alloggiamento nel convento abissino esistente nel quartiere.
   Una convenzione sì malamente ideata non avrebbe mancato a produrre continue contestazioni e
querele. Almeno se l’Abissinia fosse stata meno lontana da Gerusalemme ed i pellegrini che di colà
vi giungono non fossero stati sempre dei più miseri e dei più ignoranti del paese. Il vestito netto e
bello col quale gli Abissini reduci da Roma si sono qui presentati, e la novella sparsa
dell’accoglienza loro fatta dal Santo Padre e dai principi cattolici, sconcertava la ribalderia dei
prepotenti eretici. Questi con il livore dipinto con tutto il contorno del viso, correvano ad ammirare
il nuovo spettacolo che davano gli Abissini tenendosi in ginocchio in tutto il tempo che io
celebrava, come un tristo presagio.
   Gli Abissini che si sono avveduti della vantagiosa posizione nella quale il favore dei principi
cattolici gli ha collocati, pensono sagaciamente di titrarne il miglior partito possibile. Hanno quindi
rinfacciato agli Armeni la morte di innumerabili loro concittadini avvenuta pei disagi
dell’allogiamento e la pessima nutrizione loro fornita.
   E’ consolante lo spettacolo di questi Etiopi fino a questo punto sì circospetti nel manifestare il
loro attaccamento al cattolicesimo, andarne ora santamente fieri di questa qualità e manifestarla nel

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   Quest’unica data contenuta nella relazione, può essere pensata appartenente al mese di Novembre (cfr. Diario, pag.
  248).
modo più energico. Quelli Abissini che dall’Etiopia vennero con me fino in Egitto, ora sono
inconsolabili per non essere venuti fino al centro del cattolicesimo. Gli eretici emuli degli Armeni e
dei Copti, applaudiscono agli Abissini, ai pregi del culto cattolico, all’edificante visione dei
religiosi romani, che per la prevenzione della spirito di partito non erano osservati, ora sono
riconosciute e confessate. Questo movimento impreveduto da ogni altro uomo fuorché dal Santo
Padre, che più e più volte mi ripetè: “va cogli Abissini in Gerusalemme”, ha dello straordinario e mi
ha fatto seriamente riflettere a quello zelo del sig.r (Vagliecchi? Cfr. Lettera…) ex ministro
spagnolo, per fare se non ancora uno stabilimento per gli Abissini in Napoli, come quello
sperimentato e religioso uomo sostenea, almeno procurare che gli Abissini che da oggi in avanti
verranno qui, abbiano modo di non avvicinarsi né ai Copti, né a gli Armeni.
   Le esprimo quello che io avea immaginato e la prego per lo zelo che lei sente per i progressi
della fede cattolica, a volerne essere il promotore nel caso che le sembrasse degno di essere preso in
considerazione. I Signori della Propagazione della Fede, continuano sempre a camminare quella
linia di vera gloria che renderà immortale i loro nomi, dovrebbero mettere nelle mani del
Reverendissimo Custode di Terra Santa e di altre persone di loro fiducia, una sufficiente somma di
denaro per alimentare quei soli Abissini che verrebbero in Gerusalemme muniti di una lettera di
raccomandazione che fosse segnata da qualcheduno dei missionari di quel paese e del sigillo della
missione di Etiopia. Queste lettere, poi, servirebbero all’incaricato di quest’opera a dare conto del
denaro presso di lui depositato.
   Io parto per l’Abissinia tra poco tempo; la lontananza di (quei) paesi e la difficoltà di
corrispondere coll’(Europa), difficilmente mi permetterà a qui ritornare a parlare di questo
interessante affare che solo potrebbe decidere del successo della missione a noi affidata.
   I Signori del Consiglio di Lione al cui illuminato zelo difficilmente sfugge ogni qualunque
minima cosa che farebbe progredire l3e missioni, di già aveano messo nelle mani di monsignor
Perpetuo, ora Vicario Apostolico dei Latini in Egitto ed219 allora Custode di Terra Santa, cinque
mila franchi per facilitare il pellegrinaggio degli Abissini in Gerusalemme. E’ vero che questo
denaro fu per quella volta assegna mento che non avea altro fondo che un (errore) semplicemente di
calcolo; però è vero ancora che V.S. non propone un’idea nuova a quei Signori a così adoperarsi ad
(attuare) ciò che eglino medesimi aveano giudicato necessario di fare.5
   Quest’oggi è succeduta mutazione di guardia tra questi religiosi e noi siamo stati obbligati per
questo a differire fino a domani la gita Betlehem che rea determinata per questo giorno220.
   Udito quindi il suono delle spranghe di ferro, delle tavole, delle pietre sospese di cui fanno uso i
Greci in luogo di campane, preso così un mio libro di guida, e solo con esso, mi sono
incamminato alla volta del S.Sepolcro. Col cuore tutto consolato dalla speranza di poter passare
qualche ora tutto solo (vicino) a quel santuario.
   Metteva tutta l’attenzione a ca