22 OSTETRICIA FORENSE by 4Rwfzxz9

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									                              22. OSTETRICIA FORENSE

Sommario. 1. Generalità. 2. Consultori familiari. 3. Tutela delle lavoratrici
madri. 4. Interruzione di gravidanza. 5. Procreazione medicalmente assistita.
6. Responsabilità professionale. 7. Sentenze.

Il testo stampato è stato notevolmente abbreviato rispetto all’originale, che
trovi comunque nel folder “testi per esteso”.

                                   1. Generalità.
L’ostetricia forense rappresenta un vasto settore della medicina legale, sia dal
punto di vista giuridico sia dal punto di vista applicativo forense.
Anche per la crescente diffusione di insegnamenti specifici per i laureati in
Ostetricia, ritengo utile, oltre che per comodità del Lettore, tenere separato
questo argomento. Le nozioni di ordine scientifico richiedono l’ampiezza di un
manuale, per il quale non ho lo spazio né la competenza. Mi limiterò a proporre
le leggi principali e le sentenze più importanti. Mi rendo perfettamente conto
che hai bisogno dell’informazione di base: la scelta è            cercarla dal tuo
consulente o in un libro, o leggere questo testo, che è molto autorevole
http://www.childbirthconnection.org/article.asp?ck=10218
e ti dà l’informazione che cerchi. Il testo è in inglese, in italiano non l’ho
trovato.


                  2. ISTITUZIONE DEI CONSULTORI FAMILIARI.

Con legge 29 luglio 1975 n. 405 (GU n. 227 del 27/08/1975) sono stati istituiti
i consultori familiari. Il loro scopo, indicato nell’art. 1, è rappresentato da:

            A) l'assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla
            maternità ed alla paternità responsabile e per i problemi della
            coppia e della famiglia,anche in ordine alla problematica minorile;
            B) la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le
            finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla
            procreazione responsabile nel rispetto delle convinzioni etiche e
            dell'integrità fisica degli utenti;
            C) la tutela della salute della donna e del prodotto del
            concepimento;
            D) la divulgazione delle informazioni idonee a promuovere ovvero
            a prevenire la gravidanza consigliando i metodi ed i farmaci adatti
            a ciascun caso.

La legge 194/1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza e la legge
40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita hanno portato compiti nuovi
e più importanti ai consultori familiari. Nel tempo, la legge 1204/1971 sulle
lavoratrici madri si è progressivamente espansa (vedi sotto), cosicchè ora i
Consultori Familiari potrebbero assumere un ruolo molto importante nel
counseling delle famiglie e delle donne, anche se, a dire il vero, il loro ruolo
non è pregiudizialmente escluso per i maschi.

                     3. TUTELA DELLE LAVORATRICI MADRI
Le norme, che via via sono state emanate, sono riunite nel decreto legislativo
151/2001, che rappresenta un vero e proprio testo unico. Troppo lungo per
essere stampato, trovi citati gli argomenti sotto ogni articolo. Lo trovi anche in
www.giustizia.it, che è il sito del Ministero della Giustizia.

                           INDICE del D. Lgs. n. 151/2001:
                                    CAPO I - Disposizioni Generali

                                           Art. 1. - Oggetto
  (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 1, comma 5; legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 17, comma 3)

                                         Art. 2. - Definizioni
                     (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 1, comma 1, e 13)

                                  Art. 3. - Divieto di discriminazione

                       Art. 4. - Sostituzione di lavoratrici e lavoratori in congedo
            (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 11; legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 10)

                        Art. 5. - Anticipazione del trattamento di fine rapporto
                                   (legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 7)

                             CAPO II - Tutela della salute della lavoratrice

                               Art. 6. - Tutela della sicurezza e della salute
    (decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 645, art. 1; legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 9)

                                        Art. 7. - Lavori vietati
   (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 3, 30, comma 8, e 31, comma 1; decreto legislativo 25
             novembre 1996, n. 645, art. 3; legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 12, comma 3)

                             Art. 8. - Esposizione a radiazioni ionizzanti
                         (decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230, art. 69)

                         Art. 9. - Polizia di Stato, penitenziaria e municipale
              (legge 7 agosto 1990, n. 232, art. 13; legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 14)

                                 Art. 10. - Personale militare femminile
                     (decreto legislativo 31 gennaio 2000, n. 24, art. 4, comma 3)

                                    Art. 11. - Valutazione dei rischi
                        (decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 645, art. 4)

                               Art. 12. - Conseguenze della valutazione
                        (decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 645, art. 5)

                          Art. 13. - Adeguamento alla disciplina comunitaria
                     (decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 645, articoli 2 e 8)

                                      Art. 14. - Controlli prenatali
                        (decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 645, art. 7)

                                   Art. 15. - Disposizioni applicabili
                        (decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 645, art. 9)

                                   CAPO III - Congedo di maternità
                              Art. 16. - Divieto di adibire al lavoro le donne

                                   Art. 17. - Estensione del divieto
        (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 4, commi 2 e 3, 5, e 30, commi 6, 7, 9 e 10)

                                          Art. 18. - Sanzioni
                         (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 31, comma 1)

                                  Art. 19. - Interruzione della gravidanza
                               (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 20)

                           Art. 20. - Flessibilità del congedo di maternità
      (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 4-bis; legge 8 marzo 2000,n. 53, art. 12, comma 2)

                                     Art. 21. - Documentazione
                     (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 4, comma 5, e 28)

                             Art. 22. - Trattamento economico e normativo
(legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 6, 8 e 15, commi 1 e 5; legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 3,
  comma 2; decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito dalla legge 19 luglio 1993, n. 236, art. 6,
                                               commi 4 e 5)

                                     Art. 23. - Calcolo dell'indennità
                               (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 16)

           Art. 24. - Prolungamento del diritto alla corresponsione del trattamento economico
(legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 17; decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito dalla legge
                               19 luglio 1993, n. 236, art. 6, comma 3)

                                   Art. 25. - Trattamento previdenziale
                 (decreto legislativo 16 settembre 1996, n. 564, art. 2, commi 1, 4, 6)

                                    Art. 26. - Adozioni e affidamenti
                           (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6, comma 1)

                       Art. 27. - Adozioni e affidamenti preadottivi internazionali
   (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6, comma 1; legge 4 maggio 1983, n. 184, art. 31, comma 3,
                                  lettera n), e 39-quater, lettere a) e c)

                                     CAPO IV - Congedo di paternità

                                     Art. 28. - Congedo di paternità
                        (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6-bis, commi 1 e 2)

                             Art. 29. - Trattamento economico e normativo
                         (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6-bis, comma 3)

                                  Art. 30. - Trattamento previdenziale

                                    Art. 31. - Adozioni e affidamenti

                                       CAPO V- Congedo parentale

                                    Art. 32. - Congedo parentale
              (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 1, comma 4, e 7, commi 1, 2 e 3)

                                 Art. 33. - Prolungamento del congedo
       (legge 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, commi 1 e 2; legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 20)

                             Art. 34. - Trattamento economico e normativo
               (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 15, commi 2 e 4, e 7, comma 5)

                                Art. 35. - Trattamento previdenziale
 (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 15, comma 2, lettere a) e b); decreto legislativo 16 settembre
                              1996, n. 564, articoli 2, commi 2, 3 e 5)
                                  Art. 36. - Adozioni e affidamenti
 (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6, comma 2; legge 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 7;
                            legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 3, comma 5)

                      Art. 37 - Adozioni e affidamenti preadottivi internazionali
  (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6, comma 2; legge 4 maggio 1983, n. 184, art. 31, comma 3,
                                  lettera n), e 39-quater, lettera b)

                                         Art. 38. - Sanzioni
                        (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 31, comma 3)

                                CAPO VI - Riposi, permessi e congedi

                                Art. 39. - Riposi giornalieri della madre
                             (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 10)

                                 Art. 40. - Riposi giornalieri del padre
                             (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6-ter)

                                  Art. 41. - Riposi per parti plurimi
                        (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 10, comma 6)

                       Art. 42. - Riposi e permessi per i figli con handicap grave
                      (legge 8 marzo 2000, n. 53, articoli 4, comma 4-bis, e 20)

    Art. 42-bis - Assegnazione temporanea dei lavoratori dipendenti alle amministrazioni pubbliche

                            Art. 43. - Trattamento economico e normativo
(legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 8; legge 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 4; decreto-legge
     27 agosto 1993, n. 324, convertito dalla legge 27 ottobre 1993, n. 423, art. 2, comma 3-ter)

                                Art. 44. - Trattamento previdenziale
(legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 10, comma 5; legge 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 4)

                                  Art. 45. - Adozioni e affidamenti
   (legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 3, comma 5; legge 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 7)

                                         Art. 46. - Sanzioni
                        (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 31, comma 3)

                             CAPO VII - Congedi per la malattia del figlio

                             Art. 47. - Congedo per la malattia del figlio
         (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 1, comma 4, 7, comma 4, e 30, comma 5)

                            Art. 48. - Trattamento economico e normativo
                         (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 7, comma 5)

                                 Art. 49. - Trattamento previdenziale
                        (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 15, comma 3)

                                   Art. 50. - Adozioni e affidamenti
                            (legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 3, comma 5)

                                      Art. 51. - Documentazione
                         (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 7, comma 5)

                                         Art. 52. - Sanzioni
                        (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 31, comma 3)

                                     CAPO VIII - Lavoro notturno

                                     Art. 53. - Lavoro notturno
                 (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 5, commi 1 e 2, lettere a) e b)
                     CAPO IX - Divieto di licenziamento, dimissioni e diritto al rientro

                                    Art. 54. - Divieto di licenziamento
(legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 2, commi 1, 2, 3, 5, e art. 31, comma 2; legge 9 dicembre 1977,
   n. 903, art. 6-bis, comma 4; decreto legislativo 9 settembre 1994, n. 566, art. 2, comma 2; legge 8
                                 marzo 2000, n. 53, art. 18, comma 1)

                                        Art. 55. - Dimissioni
       (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 12; legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 18, comma 2)

                      Art. 56. - Diritto al rientro e alla conservazione del posto
  (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 2, comma 6; legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 17, comma 1)

                                       CAPO X - Disposizioni speciali

                 Art. 57. - Rapporti di lavoro a termine nelle pubbliche amministrazioni
      (decreto-legge 29 marzo 1991, n. 103, convertito dalla legge 1 giugno 1991, n. 166, art. 8)

                                       Art. 58. - Personale militare
            (decreto legislativo 31 gennaio 2000, n. 24, art. 4, comma 2, e 5, commi 2 e 3)

                                        Art. 59.- Lavoro stagionale
                           (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 2, comma 4)

                                     Art. 60. - Lavoro a tempo parziale
                      (decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61, art. 4, comma 2)

                                    Art. 61. - Lavoro a domicilio
      (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 1, 13, 18, 22; legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 3)

                                    Art. 62. - Lavoro domestico
      (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 1, 13, 19, 22; legge 8 marzo 2000, n. 53, art. 3)

                                      Art. 63. - Lavoro in agricoltura
    (decreto-legge 22 dicembre 1981, n. 791, convertito dalla legge 26 febbraio 1982, n. 54, art. 14;
   decreto-legge 12 settembre 1983, n. 463, convertito dalla legge 11 novembre 1983, n. 638, art. 5;
  decreto legislativo 16 aprile 1997, n. 146, art. 4; legge 17 maggio 1999, n. 144, art. 45, comma 21)

 Art. 64. - Lavoratrici iscritte alla gestione separata di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto
                                                  1995, n. 335

                                    Art. 65.- Attività socialmente utili
   (decreto legislativo 1 dicembre 1997, n. 468, art. 8, comma 3, 15, 16 e 17; decreto legislativo 28
                                  febbraio 2000, n. 81, articoli 4 e 10)

                                      CAPO XI - Lavoratrici autonome

         Art. 66. - Indennità di maternità per le lavoratrici autonome e le imprenditrici agricole
                                 (legge 29 dicembre 1987, n. 546, art. 1)

                                     Art. 67. - Modalità di erogazione
                                 (legge 29 dicembre 1987, n. 546, art. 2)

                                      Art. 68. - Misura dell'indennità
                            (legge 29 dicembre 1987, n. 546, articoli 3, 4 e 5)

                                       Art. 69. - Congedo parentale
                           (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 1, comma 4)

                                      CAPO XII Libere professioniste

                       Art. 70. - Indennità di maternità per le libere professioniste
                                 (legge 11 dicembre 1990, n. 379, art. 1)
                              Art. 71. - Termini e modalità della domanda
                               (legge 11 dicembre 1990, n. 379, art. 2)

                                   Art. 72. - Adozioni e affidamenti
                               (legge 11 dicembre 1990, n. 379, art. 3)

                      Art. 73. - Indennità in caso di interruzione della gravidanza
                                (legge 11 dicembre 1990, n. 379, art. 4)

                          CAPO XIII - Sostegno alla maternità e alla paternità

                              Art. 74. - Assegno di maternità di base
(legge 23 dicembre 1998, n. 448, art. 66, commi 1, 2, 3, 4, 5-bis, 6; legge 23 dicembre 1999, n. 488,
            art. 49, comma 12; legge 23 dicembre 2000, n. 388, art. 80, commi 10 e 11)

                    Art. 75. - Assegno di maternità per lavori atipici e discontinui
(legge 23 dicembre 1999, n. 488, art. 49, commi 8, 9, 11, 12, 13, 14; legge 23 dicembre 2000, n. 388,
                                         art. 80, comma 10)

                                          CAPO XIV - Vigilanza

                                     Art. 76. - Documentazione
                 (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 29 e 30, commi 2, 3 e 4)

                                         Art. 77. - Vigilanza
               (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, articoli 30, comma 1, e 31, comma 4)

                         CAPO XV - Disposizioni in materia di oneri contributivi

                             Art. 78. - Riduzione degli oneri di maternità
                     (legge 23 dicembre 1999, n. 488, art. 49, commi 1, 4, e 11)

                       Art. 79. - Oneri contributivi nel lavoro subordinato privato
                              (legge 30 dicembre 1971, n. 1204, art. 21)

                       Art. 80. - Oneri derivanti dall'assegno di maternità di base
                      (legge 23 dicembre 1998, n. 448, art. 66, commi 5 e 5-bis)

           Art. 81. - Oneri derivanti dall'assegno di maternità per lavori atipici e discontinui
                         (legge 23 dicembre 1999, n. 488, art. 49, comma 9)

           Art. 82. - Oneri derivanti dal trattamento di maternità delle lavoratrici autonome
  (legge 29 dicembre 1987, n. 546, art. 6, 7 e 8; legge 23 dicembre 1999, n. 488, art. 49, comma 1)

            Art. 83.- Oneri derivanti dal trattamento di maternità delle libere professioniste
     (legge 11 dicembre 1990, n. 379, art. 5; legge 23 dicembre 1999, n. 488, art. 49, comma 1)

  Art. 84. - Oneri derivanti dal trattamento di maternità delle collaboratrici coordinate e continuative
                         (legge 27 dicembre 1997, n. 449, art. 59, comma 16)

                                      CAPO XVI - Disposizioni finali

                                     Art. 85. - Disposizioni in vigore

                                    Art. 86. - Disposizioni abrogate
(legge 9 dicembre 1977, n. 903, articolo 3, comma 2; legge 29 dicembre 1987, n. 546, articolo 9; legge
                           8 marzo 2000, n. 53, articoli 15 e 17, comma 4)

                           Art. 87. - Disposizioni regolamentari di attuazione

                                       Art. 88. - Entrata in vigore

                                              ALLEGATO A

                                              ALLEGATO B
                                    ALLEGATO C

                                    ALLEGATO D

                                       NOTE


                         INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA
In senso ostetrico, l’aborto è l’interruzione della gravidanza prima che il feto
sia vitale. In senso medico- legale, è l’ interruzione della gravidanza con morte
del prodotto del concepimento, a qualunque epoca di gravidanza ciò avvenga.
La possibilità di vita extrauterina, con la necessaria assistenza medica, si
raggiunge verso la 22^-24^ settimana. Si distingue l'aborto spontaneo
dall'aborto provocato, e quest'ultimo può essere legale o criminoso. L'aborto si
può provocare mediante raschiamento, aspirazione, iniezioni di soluzioni saline
ipertoniche nel sacco amniotico, o mediante somministrazione                     di
prostaglandine.
L’aborto è incompleto quando vi siano l’espulsione e la morte del prodotto del
concepimento, con ritenzione della placenta e/o delle membrane. L’aborto
incompleto può essere causa di metrorragia e di C. I. D. (coagulazione
intravasale disseminata), cioè di emorragie che possono essere anche mortali.
Sarebbe gravemente imprudente l’ostetrico che, dopo un aborto o un parto,
non si assicurasse che placenta e membrane siano state espulse.
Si distinguono anche l’aborto spontaneo, che è la morte ed espulsione del
prodotto del concepimento per cause naturali, e l’aborto terapeutico, che è
l’espulsione e la morte del prodotto del concepimento attraverso mezzi medici
o chirurgici, e con finalità terapeutiche nei confronti della madre. E’ lecito,
secondo le disposizioni contenute nella legge 194/1978 che consente
l’interruzione volontaria della gravidanza, in qualunque momento della
gravidanza, in particolari condizioni.
Una causa dell’aborto, che frequentemente dà origine a problemi medico-
legali, è il distacco intempestivo di placenta, cioè il distacco della placenta
dall’utero prima della espulsione del feto. E’ causa della morte del feto e talora
anche della madre, in quanto il distacco della placenta interrompe il flusso di
sangue dalla madre al feto, sangue che si versa nella cavità uterina e poi
all’esterno attraverso la vagina.

INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA (Art. 41 cod. deont.).
L'interruzione della gravidanza, al di fuori dei casi previsti dalla legge,
costituisce grave infrazione deontologica tanto più se compiuta a scopo di lucro.
Il medico obiettore di coscienza, ove non sussista imminente pericolo per la vita
della donna, o, in caso di tale pericolo, ove possa essere sostituito da altro
collega altrettanto efficacemente, può rifiutarsi d'intervenire nell'interruzione
volontaria di gravidanza.
 Secondo la Legge 22-5-1978, n. 194, può essere legalmente ammessa
l’interruzione volontaria entro 90 giorni dal concepimento solo se la
prosecuzione della gravidanza comporti un serio pericolo per la salute fisico-
psichica della madre, in rapporto alle condizioni economiche, sociali, familiari,
alle circostanze del concepimento, o anomalie o malformazioni del concepito.
L’interruzione volontaria dopo i 90 giorni, invece, è ammessa solo quando vi è
grave pericolo per la vita della partoriente o per la sua salute fisico-psichica, in
presenza di accertati processi patologici. La legge indica le modalità
dell’interruzione della gravidanza, garantendo l’obiezione di coscienza           del
personale sanitario.
 La legge 194/78 ha abrogato il titolo X del libro II del codice penale,
prevedendo i seguenti reati.
Art. 17: Aborto e parto prematuro colposi. Commette il delitto in esame chi
cagiona ad una donna, per colpa, l’interruzione della gravidanza o un parto
prematuro. Lo scopo della norma è da individuarsi nella tutela della vita
prenatale il cui sacrificio è ammesso solo nel caso in cui, in base ad un giudizio
di bilanciamento, risulti prevalente il diritto della madre alla vita e alla salute.
Art. 18: Aborto di donna non consenziente e aborto preterintenzionale. Si
tratta di due distinte ipotesi delittuose. Commette il reato previsto nel 1°
comma dell’art. 18 chi cagiona l’aborto senza il consenso della donna. Il
consenso deve essere valido e si considera non prestato quando è estorto con
violenza o minaccia oppure carpito con l’inganno. Il 2° comma dell’art. 18
disciplina l’ipotesi delittuosa di chi provochi l’interruzione della gravidanza con
azioni dirette a provocare lesioni alla donna.
Art. 19 Interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle norme
di legge.
Art. 21 Divulgazione di notizie relative ad interventi di interruzione della
gravidanza.
IL CONSENSO.          La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le
procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna.
Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l'interruzione della
gravidanza è richiesto lo assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o
la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che
impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o
la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano
pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico
di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all'articolo 5 e rimette entro
sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al
giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque
giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che
adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non
soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.
Qualora il medico accerti l'urgenza dell'intervento a causa di un grave pericolo
per la salute della minore di diciotto anni, indipendentemente dall'assenso di
chi esercita la potestà o la tutela e senza adire il giudice tutelare, certifica
l'esistenza delle condizioni che giustificano l'interruzione della gravidanza. Tale
certificazione costituisce titolo per ottenere in via d'urgenza l'intervento e, se
necessario, il ricovero. Ai fini dell'interruzione della gravidanza dopo i primi
novanta giorni, si applicano anche alla minore di diciotto anni le procedure di
cui all'articolo 7, indipendentemente dall'assenso di chi esercita la potestà o la
tutela.
Se la donna è interdetta per infermità di mente, la richiesta di cui agli articoli 4
e 6 può essere presentata, oltre che da lei personalmente, anche dal tutore o
dal marito non tutore, che non sia legalmente separato.
Nel caso di richiesta presentata dall'interdetta o dal marito, deve essere sentito
il parere del tutore. La richiesta presentata dal tutore o dal marito deve essere
confermata dalla donna.
Il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia,
trasmette al giudice tutelare, entro il termine di sette giorni dalla
presentazione della richiesta, una relazione contenente ragguagli sulla
domanda e sulla sua provenienza, sull'atteggiamento comunque assunto dalla
donna e sulla gravidanza e specie dell'infermità mentale di essa nonché il
parere del tutore, se espresso.


      NORME IN MATERIA DI PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

Legge 19 febbraio 2004, n. 40, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 45 del 24
febbraio 2004



 Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è consentito qualora non vi
siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o
infertilità. Ai Consultori familiari sono affidati i compiti informativi sui problemi
della sterilità umana, nonché sulle tecniche della procreazione medicalmente
assistita (PMA).
 Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo
quando sia accertata l'impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive
della procreazione, secondo i principi della gradualità e del consenso, e con il
divieto delle tecniche di tipo eterologo.

I requisiti soggettivi dei candidati alla PMA hanno suscitato moltissime
discussioni, in quanto è stato stabilito che possono accedere alle tecniche di
procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso,
coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi,
escludendosi con ciò coppie del medesimo sesso, coppie casuali, coppie troppo
anziane, e le vedove.
Il consenso informato ha caratteristiche particolari. Anzitutto deve essere
scritto, e firmato dalla coppia e dal medico, e deve essere completo,
includendosi tutte le informazioni mediche, etiche, giuridiche ed economiche.
 I nati a seguito dell'applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente
assistita hanno lo stato di figli legittimi o di figli riconosciuti della coppia.
Qualora si ricorra a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo
eterologo in violazione del divieto, il coniuge o il convivente, il cui consenso è
ricavabile da atti concludenti, non può esercitare l'azione di disconoscimento
della paternità e la madre del nato a seguito dell'applicazione di tecniche di
procreazione medicalmente assistita non può dichiarare la volontà di non
essere nominata, mentre il donatore di gameti non acquisisce alcuna relazione
giuridica parentale con il nato e non può far valere nei suoi confronti alcun
diritto né essere titolare di obblighi.
Divieti e sanzioni sono minuziosamente elencati, e le pene sono rappresentate
di solito da sanzioni amministrative, salvo per la clonazione di esseri umani,
per la quale sono previsti da 10 a 20 anni di detenzione e, per il medico, la
interdizione perpetua dall’esercizio della professione.

Le misure di tutela dell'embrione sono molto severe.
 È vietata qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano.
 La ricerca clinica e sperimentale su ciascun embrione umano è consentita a
condizione che si perseguano finalità esclusivamente terapeutiche e
diagnostiche ad essa collegate volte alla tutela della salute e allo sviluppo
dell'embrione stesso, e qualora non siano disponibili metodologie alternative.
 Sono, comunque, vietati:
a) la produzione di embrioni umani a fini di ricerca o di sperimentazione o
comunque a fini diversi da quello previsto dalla presente legge;
b) ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti
ovvero interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o
comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio
genetico dell'embrione o del gamete ovvero a predeterminarne caratteristiche
genetiche, ad eccezione degli interventi aventi finalità diagnostiche e
terapeutiche, di cui al comma 2 del presente articolo;
c) interventi di clonazione mediante trasferimento di nucleo o di scissione
precoce dell'embrione o di ectogenesi sia a fini procreativi sia di ricerca;
d) la fecondazione di un gamete umano con un gamete di specie diversa e la
produzione di ibridi o di chimere.
Limiti all'applicazione delle tecniche sugli embrioni.
1. È vietata la crioconservazione e la soppressione di embrioni, fermo restando
quanto previsto dalla legge 22 maggio 1978, n. 194.
2. Le tecniche di produzione degli embrioni non devono creare un numero di
embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico e
contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre.
3. Qualora il trasferimento nell'utero degli embrioni non risulti possibile per
grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della
donna non prevedibile al momento della fecondazione è consentita la
crioconservazione degli embrioni stessi fino alla data del trasferimento, da
realizzare non appena possibile.
4. Ai fini della presente legge sulla procreazione medicalmente assistita è
vietata la riduzione embrionaria di gravidanze plurime, salvo nei casi previsti
dalla legge 22 maggio 1978, n. 194.
5. I soggetti di cui all'articolo 5 sono informati sul numero e, su loro richiesta,
sullo stato di salute degli embrioni prodotti e da trasferire nell'utero.
6. La violazione di uno dei divieti e degli obblighi di cui ai commi precedenti è
punita con la reclusione fino a tre anni e con la multa da 50.000 a 150.000
euro.
7. È disposta la sospensione fino ad un anno dall'esercizio professionale nei
confronti dell'esercente una professione sanitaria condannato per uno dei reati
di cui al presente articolo.
8. È consentita la crioconservazione dei gameti maschile e femminile, previo
consenso informato e scritto.
9. La violazione delle disposizioni di cui al comma 8 è punita con la sanzione
amministrativa pecuniaria da 5.000 a 50.000 euro.

E’ prevista l'obiezione di coscienza, che esonera il personale sanitario ed
esercente le attività sanitarie ausiliarie dal compimento delle procedure e delle
attività specificatamente e necessariamente dirette a determinare l'intervento
di procreazione medicalmente assistita e non dall'assistenza antecedente e
conseguente l'intervento.

Il Regolamento della legge (Decreto 16 dicembre 2004 n. 336 Ministero della
salute e Ministero della giustizia) lo trovi qui
http://www.giustizia.it/cassazione/leggi/d336_04.html
E se hai un problema giudiziario da comprendere e valutare, ti suggerisco
vivamente di leggerlo, compresi gli allegati.


                       RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE
I casi di responsabilità professionale per il medico e per l’ostetrica sono
numerosi, e attengono prevalentemente al mancato riconoscimento di
malformazioni fetali e quindi alla mancata IVG, a lesioni subite dal feto durante
il parto, specie quelle neurologiche, alla morte del feto durante il parto o del
neonato subito dopo il parto. I casi di lesione cerebrale durante il parto sono
quelli che hanno i risarcimenti massimi.
Per queste ragioni, sembra opportuno riportare con una certa ampiezza alcune
linee guida e alcune sentenze.
                                               LINEE GUIDA

http://www.gfmer.ch/Guidelines/Obstetrics_gynecology_guidelines.php?langue=Italien

Offro alla considerazione del Lettore queste Linee Guida, che propriamente non sono (non
possono essere) vere e proprie linee guida. Suddivisi per argomento, trovi infatti una serie di
articoli in italiano, che ti danno l’informazione cercata, se solo cerchi bene. Trovi anche i
suggerimenti per la diagnosi e la terapia, all’interno dei capitolo che hai scelto. Mi permetto di
suggerire al Lettore, che sia un Giurista, di farsi aiutare dal proprio Consulente nella lettura. In
sostanza, si tratta di un manuale di ostetricia, confezionato raccogliendo articoli sui singoli
capitoli dell’ostetricia.
All’interno del sito principale, Ti segnalo, per la sua importanza anche giudiziaria
http://www.gfmer.ch/Guidelines/Gravidanza_neonato_it/Natimortalita.htm, la natimortalità e
il controllo elettronico del benessere fetale, che contiene linee guida ed altri articoli
http://www.saperidoc.it/ques_140.html
Il parto e il puerperio possono rivelarsi critici per il benessere del feto nascente e del neonato.
Informazioni utili su forense le trovi in
http://www.gfmer.ch/Guidelines/Parto_puerperio_it/Parto_puerperio_mt.htm

Qui trovi le linee guida del Piano Nazionale Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità, organo
tecnico del Ministero della Salute. Esse vengono riportate per esteso, date le dimensioni della
sofferenza perinatale del feto, e della entità eventuale del risarcimento del danno, che è la
massima possibile. [La Guida completa ai servizi clinici di prevenzione la trovi qui
http://www.pnlg.it/tskfrc/index.php ]

In donne a basso rischio, l’esecuzione di routine del monitoraggio fetale elettronico in travaglio non è
raccomandata. Sulla scorta dei dati disponibili non è possibile formulare raccomandazioni a favore o contro
l’impiego del monitoraggio fetale elettronico intra partum in donne con gravidanze ad alto rischio. Anche se,
ma questo è solo il mio personale parere, l’impiego del cardiotocografo può aiutare in caso di processo
contro il medico.

L’asfissia fetale intra partum è una causa importante di mortalità intrauterina e neonatale. Alcuni neonati con
ipossia intrauterina necessitano di manovre di rianimazione ed altri necessitano di pronto intervento per
complicanze quali acidosi e convulsioni. L’asfissia è inoltre una delle cause di paralisi cerebrale, benché la
maggior parte dei casi di paralisi cerebrale si verifichi in soggetti senza segni d’asfissia alla nascita o altri
incidenti intra partum.
La maggioranza dei feti sopporta l’ipossia intrauterina durante il travaglio e nasce senza complicanze, ma il
sospetto di sofferenza fetale determina un aumento della probabilità di parto cesareo (63 per cento rispetto
al 23 per cento di tutte le nascite).


La principale tecnica di screening per la sofferenza fetale e l’ipossia durante il travaglio è la misurazione
della frequenza cardiaca fetale. Per questo motivo, almeno in sede giudiziaria, è molto considerato il
tracciato cardiotocografico. La comparsa di decelerazioni anomale durante il travaglio e la riduzione della
variabilità durante le contrazioni uterine sono suggestive di sofferenza fetale. La presenza di queste
caratteristiche durante il monitoraggio mediante auscultazione o elettronico (cardiotocografia) aumenta la
probabilità che vi sia una sofferenza fetale, anche se, di per sé, non ha valore diagnostico. Inoltre, frequenze
cardiache normali o dubbie non escludono la diagnosi di sofferenza fetale. Tuttavia, non vi sono dati precisi
sulla percentuale di risultati falsi negativi e falsi positivi, in parte per la mancanza di una definizione precisa
di sofferenza fetale. Un altro fattore che influenza l’affidabilità della cardiotocografia su ampia scala è
rappresentato dalla non univocità nell’interpretazione dei risultati. Numerosi studi hanno documentato
variazioni significative intra e inter osservatore, anche quando i tracciati venivano interpretati da esperti del
monitoraggio elettronico fetale. Prevedibilmente, l’interpretazione del monitoraggio di routine in ospedali
pubblici da parte di clinici meno esperti determina una percentuale più elevata di risultati scorretti e porta ad
un numero di interventi non necessari superiore rispetto a quanto si verifichi in grossi centri.



Di queste linee guida riporto solo l’indice, perché sono molto lunghe. Le trovi in
Bibliografia, o cliccando qui sotto.
Allegato 1 - Indicazioni per il taglio cesareo - Linee-guida per gli operatori sanitari



INDICE
Introduzione
Pregresso cesareo
Distocia
Presentazione podalica
Monitoraggio del benessere fetale in travaglio
Parto pretermine
Gravidanza plurima
Malattie materne
Età materna avanzata
Bibliografia
Ringraziamenti ed elenco componenti gruppo di lavoro


TAGLIO CESAREO - Nella maggior parte dei casi di asfissia perinatale ricorre l’esecuzione,
spesso tardiva, del taglio cesareo. Riporto di seguito le indicazioni, significando che il taglio
cesareo viene eseguito in circa il 30% dei parti, e che le amministrazioni sanitarie fanno il
possibile per ridurne la frequenza.
Da Nappi C., Guida M: Complicanze, errori e problematiche medico-legali in Ostetricia e
Ginecologia. CIC Edizioni Internazionali 2004.

Tab. 2: Possibili indicazioni “cliniche”, documentabili e non documentabili, al taglio
cesareo
Indicazioni documentabili
- Presentazione o posizione anomala
- Infezioni da HIV-1
- Anomalie fetali
- Cancro cervicale invasivo
- Massa ostruente la vagina
- Gravidanza plurima
- Alterazioni del bacino
- Placenta previa e distacco di placenta
- Taglio cesareo pregresso
- Prolasso del cordone
- Minaccia di rottura d’utero

Indicazioni non sempre documentabili
- Alterazioni del battito cardiaco fetale/Sopravalutazione della
cardiotocografia
- Sproporzione feto-pelvica
- Mancata progressione della parte presentata
- Distress fetale
- Basso peso alla nascita
- Macrosomia e macrocefalia
- Patologia materna

Tab. 3: Indicazioni “non cliniche” al taglio cesareo
- Età avanzata della gestante
- Preferenza della gestante (“autodeterminazione”). Paura del dolore
- Insufficiente collaborazione della gestante
- Assenza di una persona di supporto durante il travaglio
- Pressione psicologica (gestante-familiari)
- Eliminazione del danno perineale
- Ridotta parità
- Gravidanza dopo sterilità
- Condizioni socio-economiche medio-alte
- Cattiva organizzazione della sala parto
- Inadeguata preparazione del personale di sala parto
- Indisponibilità e/o emotività del medico al travaglio di parto
- Indisponibilità dell’anestesista 24/24 h
- Timore del medico di non evitare o di causare danni alla madre e/o al feto
- Convenienza del medico
- Clima legale ostile; “medicina difensiva”
- Incentivi finanziari (alto valore del DRG, maggior guadagno, assicurazioni)
- Paura di cattiva pubblicità da parte del medico

Il parto può rappresentare un evento traumatico per il neonato, costretto ad attraversare un
canale sostanzialmente più piccolo di lui ed a subire manipolazioni o interventi a volte
eccessivi. Nella grande maggioranza dei casi i neonati superano questo evento senza alcuna
conseguenza. In rari casi possono riportare lesioni traumatiche, per lo più di natura meccanica,
spesso a risoluzione spontanea: i cosiddetti traumi da parto.
Alcuni dei più frequenti traumi da parto sono:
Tumore da parto. E’ pressoché costante nei parti con presentazione cefalica. E’ dovuto ad un ematoma che si
forma nel passaggio attraverso il canale del parto. Scompare in alcuni giorni.
Cefaloematoma. Una raccolta ematica che si forma sotto il periostio. Scompare in qualche settimana.
Frattura della clavicola. E' la più comune frattura al momento del parto ed è dovuta alla difficoltà che può esserci
nel disimpegno della spalla. Di solito non comporta postumi.
Lesioni dei nervi periferici. Lesioni del nervo faciale, da compressione, di solito guariscono rapidamente. Lesioni
da stiramento del plesso brachiale possono lasciare l’arto superiore completamente paralizzato, con postumi
dunque molto gravi.
        .




                                                 SENTENZE


Sentenza Tribunale di Monza, sezione IV civile,sentenza n. 388 del 26.1.06.

Separazione fra coniugi – pronuncia di addebito – aborto deciso dalla moglie – non
configurabilità

Oggetto del processo : separazione coniugale. “La resistente ha esercitato in modo legittimo,
indipendentemente dalle dinamiche relazionali e psicologiche interne al matrimonio, il proprio
diritto di interruzione della gravidanza, dovendo il rispetto delle ragioni e delle procedure
previste dalla legge n. 194/1978 presumersi fino a prova contraria (in alcun modo offerta dal
marito, che al riguardo si è limitato a sollecitare, a scopo inammissibilmente esplorativo, un
ordine di esibizione della relativa documentazione medica). Pertanto, la interruzione della
gravidanza non potrà essere in alcun modo considerata quale questione rilevante ai fini
dell’addebito della separazione”.




                                 RESPONSABILITA’ DEL PRIMARIO
Cass. Civ., III Sez., sent. n. 6318 del 16 Maggio 2000

Responsabilità civile - Colpa professionale del medico - Ravvisabilità della responsabilità del
primario dell'ospedale, per danno neonatale dovuto a difettosa assistenza al parto, nella
mancata acquisizione di informazioni sullo stato della partoriente e sull'attività dei medici che
la avevano in cura, nonché nella mancata adozione di possibili accorgimenti sostitutivi della
contingente carenza di apparecchiatura essenziale per una corretta terapia, e nella mancata
informazione alla paziente di tale indisponibilità - Sussistenza della responsabilità del medico di
fiducia, operante nello stesso ospedale, per inosservanza dell'obbligo, determinato dal rapporto
di natura privatistica con la paziente, di informare la stessa della eventuale inadeguatezza della
struttura, e di fornirle l'assistenza che non sia incompatibile con la propria posizione di
dipendente pubblico

Il primario ospedaliero ben può essere chiamato a rispondere del danno derivante al neonato
da difettosa assistenza alle fasi del parto, avvenuto nello stesso ospedale, in quanto, anche se
non si può esigere da lui un controllo continuo ed analitico di tutte le attività terapeutiche che
si svolgono all'interno del reparto, egli ha, però, la "responsabilità del malato", ciò che gli
impone la puntuale conoscenza delle situazioni cliniche dei degenti, e la vigilanza sull'attività
del personale sanitario, con obbligo di assumere informazioni precise sulle iniziative degli altri
medici cui il paziente sia stato affidato, ed indipendentemente dalla responsabilità degli stessi.
Ed anche in caso di contingente mancanza dell'apparecchiatura necessaria, per quanto non
imputabile al primario, questi ha l'obbligo di adottare i possibili accorgimenti sostitutivi, e di
informare la paziente del maggior rischio di un intervento che si svolga senza l'ausilio di detto
strumento (nella specie, il cardiotografo, necessario per il monitoraggio del feto), anche se la
legislazione nazionale non prevede uno standard di riferimento degli strumenti di cui una
struttura pubblica deve essere dotata. Parimenti, è configurabile la responsabilità del medico di
fiducia della paziente, operante nella stessa struttura pubblica, che presumibilmente, proprio
per tale ragione, la stessa abbia scelto per il parto, per difetto di assistenza alle varie fasi del
parto, in quanto, anche se a lui non possono essere addebitate le carenza della struttura
stessa, né la condotta colposa di altri dipendenti dell'ospedale, tuttavia egli è tenuto, in virtù
del rapporto privatistico instaurato con la paziente, ad informarla della eventuale
inadeguatezza dell'ospedale, ed a prestarle ogni attenzione e cura che non siano incompatibili
con la propria posizione di dipendente pubblico.
Cod. civ., art. 2043
D.P.R. 27 Marzo 1969, n. 128, art. 7



                    DANNO DEL NEONATO CEREBROLESO
http://www.altalex.com/index.php?idstr=130&idnot=3115
(dalla sentenza del Giudice unico del Tribunale di Nola del 2 novembre 2004. Il professionista è
responsabile se non osserva la diligenza richiesta nell’esercizio della propria attività, il cui
grado deve essere commisurato alla difficoltà della prestazione resa. Nel caso di specie il
giudice ha individuato la responsabilità di natura contrattuale della ginecologa di fiducia e della
Clinica per i danni subiti dal neonato durante il parto).
………
Accertata la fondatezza della domanda occorre, ora, procedere alla liquidazione dei danni subiti
dagli attori.
Circa il quantum della pretesa risarcitoria appaiono congruenti e correttamente formulate le
conclusioni dei consulenti tecnici d'ufficio; infatti, come abbiamo detto, risulta dalla consulenza
che a seguito del sinistro TIZIO Bx riportò risulta una paralisi cerebrale infantile con tetraparesi
spastica.
A tali lesioni sono residuati postumi invalidanti consistenti in ipotonia muscolare, adduzione
degli arti superiori, chiusura a pugno delle mani, piedi in equinismo con conseguente
impossibilità della deambulazione, capacità motoria minima, secrezioni mucose bronchiali con
colpi di tosse produttiva, lingua protrusa in avanti con conseguente impossibilità di qualsiasi
articolazione del linguaggio, epilessia e deficit cognitivo comportante l’assenza di qualunque
capacità di relazionarsi con l’ambiente esterno.
In sostanza la sfortunata bambina si trova in uno stato di vita pressoché vegetativa, non
avendo sin dalla nascita alcuna capacità di relazionarsi con l’ambiente esterno.
Ciò si traduce in un tasso di invalidità permanente che può essere determinato in misura del
100 %.
Deve pertanto essere liquidato il danno biologico, inteso quale lesione della salute
concretizzantesi nella menomazione della integrità psicofisica della persona, la cui ingiustizia e
la conseguente risarcibilità discendono direttamente dal collegamento tra gli artt. 32 Cost. e
2043 c.c., e più precisamente dall'integrazione di quest'ultima con la prima; va liquidato
secondo una valutazione equitativa ex artt. 2056 e 1226 c.c., utilizzando quale criterio di
riferimento il parametro offerto dal cd. punto medio di invalidità.
In tal modo esso viene determinato in euro 630.000 (espressi all'attualità).
Veniamo ora al danno morale.
Al riguardo si osserva che la recente giurisprudenza della Suprema Corte ha previsto in
generale la risarcibilità del danno morale, senza più ricollegarlo alla commissione di un reato.
In ogni caso si osserva che il comportamento negligente della dott.ssa MEVIA e della Casa di
Cura FFFF integra gli estremi del reato di lesioni personali colpose.
Da questo punto di vista va detto che la vittima ha perso ogni capacità cognitiva, se non già
alla nascita, immediatamente dopo per cui non ha avuto una significativa consapevolezza dello
stato in cui versava: non ha, quindi, maturato alcun danno morale.
Diversa è la situazione dei genitori della piccola Bx.
Essi non solo non avranno mai né la gioia il sostegno morale che è patrimonio di ogni genitore,
ma saranno per sempre testimoni della tragedia della povera Bx.
Appare, dunque, indubbio che competa ai familiari il danno morale, concretantesi nella
sofferenza psichica determinata dall’angosciosa situazione in cui versano.
In relazione alla massima gravità del perturbamento d’animo subito appare equo liquidare la
somma di euro 160.000 ciascuno per un totale di euro 320.000, calcolata all’attualità.
Quanto al danno patrimoniale si osserva che la vittima non potrà, ovviamente svolgere alcuna
attività lavorativa; orbene, in assenza di ogni possibilità di quantificare il reddito che avrebbe,
altrimenti, potuto percepire, il danno potrà essere equamente determinato in via presuntiva
utilizzando come valore il triplo della pensione sociale che nel maggio 1995 era all’incirca di lire
4.500.000 annue e, quindi, lire 13.500.000.
Applicando il coefficiente di capitalizzazione desunto dalle tavole di cui al R.D. 9.10.22 n. 1043
relativo all’età di anni 12, la minima prevista, (20,048) si ottiene la somma di lire 270.648.000
pari ad euro 140.000.
Tale somma appare equa tenuto conto che la vittima godrà sicuramente anche della pensione
di invalidità.
Sono poi dovute agli attori, a titolo di risarcimento del danno patrimoniale subito, le spese
sostenute per le cure prestate alla minore e quelle che i suddetti dovranno presumibilmente
sostenere per accudirla in seguito, essendo ovviamente la bambina bisognosa di assistenza in
tutto.
A tal riguardo si osserva che gli attori avranno indubbiamente diritto alle provvidenze
dell’assistenza sanitaria che copriranno una parte dei costi e potranno anche godere della
somma riconosciuta alla figlia quale risarcimento del danno patrimoniale.
Pertanto in assenza, peraltro, di specifiche deduzioni in merito appare equo riconoscere agli
attori, a questo titolo, la somma di euro 60.000 comprensiva della rivalutazione.
In conclusione il risarcimento totale dovuto agli attori è pari ad euro 1.150.000.
MEVIA Cx e la Casa di Cura FFFF srl, pertanto, vanno condannate solidalmente al pagamento
della somma di euro 1.150.000 in favore degli attori.


                           DECESSO DI NEONATO PREMATURO

RESPONSABILITA' DI SANITARI PER IL DECESSO DI NEONATO PREMATURO. Cassazione -
Sezione Quarta Penale - Sent. n. 1108/2000
Un caso con due gravi errori: prima la diagnosi di morte, e poi l’erronea intubazione (in
esofago anziché in trachea).
Questi sono i fatti. I1 10.9.1991, alle ore 22, la V. dava alla luce un bambino che l'ostetrico
dott. F. giudicava morto; alla stessa conclusione perveniva la dott.ssa E. S., pediatra in
servizio presso l'unità neonatologica dopo aver auscultato con il fonendoscopio il battito
cardiaco ed avere verificato il tono muscolare mediante estensione delle braccine.
La notizia del decesso viene comunicata al padre del bambino C. B..
Verso le ore 24 il dott. F. che aveva in corso una ricerca sui feti, prelevava il corpo del neonato
da una termoculla del nido dove era stato deposto ed in laboratorio praticava sul cuoio
capelluto un taglio di otto centimetri per prelevare dal cranio l'ipofisi, ma si accorgeva che il
bimbo reagiva con un movimento delle gambe per cui si arrestava e rideponeva il corpicino nel
nido; una infermiera trovava il bimbo che si muoveva sotto il lenzuolo ed allertava nuovamente
il dott. F. e le altre infermiere; si provvedeva a ricucire il taglio al cranio e veniva chiamata
nuovamente la dott.ssa S.; alle ore 0,10 dell'11.9.1991 il cuore del neonato evidenziava una
frequenza di 100 battiti al minuto ma la neonatologa si accorgeva che non respirava per cui
veniva chiamato il rianimatore dott. L. il quale, constatava invece che il bambino respirava
autonomamente ma tuttavia riteneva opportuno intubarlo dopo il trasporto al reparto di
neonatologia e gli somministrava nel frattempo dell'ossigeno.
Alle ore 1,30 l'altro rianimatore dott. P. eseguiva l'intubazione e le condizioni del bambino
peggioravano costantemente; alle ore 11 veniva eseguita una radiografia la quale rivelava -
all'esame successivo dei periti - che l'intubazione era stata male eseguita in quanto il tubicino
anziché essere inserito nella trachea era finito nell'esofago.
Alle ore 2,30 del 12.9.1991 si constatava il decesso del neonato.
Nel corso delle indagini preliminari successivamente avviate venivano nominati tre periti per
individuare la causa del decesso; il collegio peritale la identificava in una pluralità di situazioni
costituite dalla immaturità del feto, dalla affrettata ed erronea diagnosi di morte, resa possibile
dalla omissione dei necessari controlli per verificare l'equilibrio acido basico dell'organismo, e
degli errori della tardiva intubazione.
I periti sottolineavano che il feto era giunto alla maturità di 24 o 25 settimane dal
concepimento, pesava 770 grammi ed era in condizioni di poter sopravvivere ove tale
possibilità non fosse stata compromessa da una serie di azioni ed omissioni che contribuirono a
rendere inevitabile il decesso.
Si procedeva pertanto nei confronti del dott. F. e della dott.ssa S., oltreché degli altri
neonatologi che a questa erano subentrati nel reparto ed il Pretore di Modena affermava la
responsabilità del solo ostetrico assolvendo gli altri imputati.
A seguito dell'appello del P.M. in ordine alle assoluzioni, la Corte di Appello di Bologna con
sentenza del 21.12.1998 giudicava, stracciandone la posizione,la sola dott.ssa S. e, andando di
diverso avviso rispetto alle conclusioni del primo Giudice che aveva escluso la sussistenza di
nesso causale tra il decesso del neonato e le omissioni attribuibili alla neonatologa essendo
questa stata chiamata dopo 20 minuti dal parto quando già si erano prodotte conseguenze
cerebrali irreversibili, affermava la responsabilità della imputata condannandola alla pena
ritenuta di giustizia.

Le parole dei giudici della Suprema Corte sono severe.

Quando la dott.ssa S. dopo il parto venne chiamata per visitare il neonato, dato erroneamente
già per morto, omise di porre la dovuta attenzione ad alcuni segnali che pure le infermiere
avevano colto e che poi riferirono: il bambino accennava a muoversi emetteva suoni ed aveva
una debole attività cardiaca; pertanto in quel momento in presenza di segni vitali sarebbe
stato dovere del medico recepirli ed attivare senza indugio le pratiche rianimatorie anzichè
adagiarsi sulla erronea diagnosi dell'ostetrico.

Fu da tale negligente ed imprudente comportamento che scaturirono una serie di conseguenze
che, nonostante una sorprendente capacità di resistenza dimostrata dal neonato, portarono,
prima, al tentativo di asportazione, per finalità scientifiche, dell'ipofisi con incisione del cuoio
capelluto, poi, una volta che l'ostetrico nel corso del tentativo si accorse della presenza di segni
di vita, alla restituzione del neonato al nido senza, ancora una volta, alcun ausilio ai conati di
sopravvivenza della sventurata creatura, ed infine alla intubazione imperita quando i sanitari
constatavano che era in atto una ventilazione pressoché normale.

Anche, secondo la sentenza impugnata, in questa ultima fase il comportamento della S. fu
distratto e disattento tanto che non si accorse neppure che la intubazione era stata male
eseguita con il tubicino inserito in esofago e non in trachea.

Dopo questa serie incredibile di traversie l'organismo del piccolo cedeva nonostante che,
tenuto conto della nascita prematura, avesse dimostrato una sorprendente capacità di
resistenza che avvalora in concreto le conclusioni peritali che assegnavano una probabilità di
sopravvivenza fino al 40%; il comportamento dell'organismo del neonato e la percentuale di
sopravvivenza conclamano come le omissioni della dottoressa S., anche se non furono causa
esclusiva dell'esito infausto, contribuirono concretamente ed in grado elevato ad aggravare il
rischio derivante dalla nascita prematura; di qui - in conformità alla migliore giurisprudenza -
la sussistenza del necessario nesso causale tra condotta omissiva ed evento che è sotteso a
tutta la motivazione della sentenza impugnata che si dimostra adeguata ed alla cui stregua
non vi è spazio per introdurre, come si accenna in alcune parti del ricorso, valutazioni che,
comportando una rilettura degli elementi processuali acquisiti condurrebbero a conclusioni
alternative a quelle adottate, estranee all'ambito proprio del giudizio di legittimità.

Segnalo, infine, che la sentenza cita ripetutamente le altrettanto severe valutazioni dei periti.

           NESSO EZIOLOGICO- RILEVANZA DELLE LEGGI STATISTICHE

CASS., Sez. IV penale Sentenza 9 febbraio 2006/12 aprile 2006, n. 12894

[Fattispecie di distacco intempestivo di placenta con morte della madre e del
feto.]
Al riguardo, come puntualizzato anche in dottrina, bisogna partire dalla
considerazione che la risposta sulla sussistenza o meno del nesso eziologico
non può essere, in effetti, esaustivamente e semplicisticamente trovata,
sempre e comunque, nelle leggi statistiche. E" un assunto ormai non più
dubitabile, dopo quanto ampiamente, ed esaustivamente, osservato proprio
dalle Sezioni unite, con la sentenza Franzese.
Però, non può neppure affermarsi che le leggi statistiche, in precedenza
considerate decisive, debbano essere completamente trascurate.
Le leggi statistiche, in vero, sono solo uno degli elementi che il giudice può e
deve considerare, unitamente a tutte le altre emergenze del caso concreto.
Con la conseguenza che il giudizio positivo sulla sussistenza del nesso
eziologico non si baserà più solo sul calcolo aritmetico/statistico (quale che sia
la percentuale rilevante), ma dovrà trovare il proprio supporto
nell'apprezzamento di tutti gli specifici fattori che hanno caratterizzato la
vicenda concreta.
Il giudice, in buona sostanza, potrà (anzi, dovrà) partire dalle leggi scientifiche
di copertura e in primo luogo da quelle statistiche, che, quando esistano,
costituiscono il punto di partenza dell'indagine giudiziaria. Però, dovrà poi
verificare se tali leggi siano adattabili al caso esaminato, prendendo in esame
tutte le caratteristiche specìfiche che potrebbero minarne -in un senso o
nell'altro- il valore di credibilità, e dovrà verificare, altresì, se queste leggi
siano compatibili con l'età, il sesso, le condizioni generali del paziente, con la
presenza o l'assenza di altri fenomeni morbosi interagenti, con la sensibilità
individuale ad un determinato trattamento farmacologico e con tutte le altre
condizioni, presenti nella persona nei cui confronti è stato omesso il
trattamento richiesto, che appaiono idonee ad influenzare il giudizio di
probabilità logica.
In una tale prospettiva, il dato statistico, lungi dall'essere considerato ex se
privo di qualsivoglia rilevanza, ben potrà essere apprezzato dal giudice, nel
caso concreto, ai fini della sua decisione, se riconosciuto come esistente e
rilevante, unitamente a tutte le altre emergenze fattuali della specifica vicenda
sub iudice, apprezzando in proposito, laddove concretamente esistenti ed
utilizzabili, oltre alle leggi statistiche, le "regole scientifiche" e quelle dettate
dall"'esperienza".
E' ovvio poi che, in questo giudizio complessivo, il giudice dovrà verificare
l'eventuale emergenza di "fattori alternativi" che possano porsi come causa
dell'evento lesivo, tali da non consentire di poter pervenire ad un giudizio di
elevata credibilità razionale ("al di là di ogni ragionevole dubbio") sulla
riconducibilità di tale evento alla condotta omissiva del sanitario.
Ed è altresì ovvio che, in questo giudizio complessivo, il giudice dovrà porsi
anche il problema dell' "interruzione del nesso causale", per l'eventuale,
possibile intervento nella fattispecie di una "causa eccezionale sopravvenuta" -
rispetto alla condotta sub iudice del medico- idonea ad assurgere a sola causa
dell'evento letale (articolo 41, comma 2, c.p.).
Nel rispetto di tale approccio metodologico, il giudizio finale, laddove di
responsabilità a carico del sanitario, non potrà che essere un giudizio
supportato da un "alto o elevato grado di credibilità razionale" ovvero da quella
"probabilità logica" pretesa dalle Sezioni unite Franzese; mentre l'insufficienza,
la contraddittorietà e/o l'incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione
del nesso causale e, quindi, il ragionevole dubbio sulla reale efficacia
condizionante della condotta omissiva del medico, rispetto ad altri fattori
interagenti o eccezionalmente sopravvenuti nella produzione dell'evento lesivo,
non potrà che importare una conclusione liberatoria.




                             DANNO RIFLESSO IN OSTETRICIA


TEMI romana 2002 31
DIRITTO CIVILE/GIURISPRUDENZA
CORTE DI APPELLO DI ROMA SEZIONE I SENTENZA 18 MARZO 2002, n. 1123
La responsabilità dell’ente pubblico e quella del medico dipendente, per i danni cagionati al
paziente, sono entrambe di tipo professionale contrattuale. Ai fini dell’accertamento della
responsabilità medica, trovano applicazione diretta gli artt. 2236 e 1176 a seconda che si tratti
di interventi di “difficile” o di “facile esecuzione”. Anche ai fini della ripartizione dell’onere
probatorio occorre distinguere tra interventi di “difficile esecuzione” e interventi di “facile
esecuzione”. Con riguardo al fatto illecito che abbia colpito il congiunto senza causarne la
morte, è stato ritenuta ammissibile la richiesta di risarcimento della lesione dei c.d. diritti
riflessi, di cui sono portatori soggetti diversi dalla vittima del fatto ingiusto, quando la lesione
di tali diritti sia eziologicamente collegata con il fatto illecito.
Occorre tener presente che, in tema di responsabilità medica, la sussistenza della negligenza
va valutata in relazione alla specifica diligenza richiesta al debitore qualificato dall’art. 1176
comma 2, c.c.: “Il medico chirurgo, nell’adempimento delle obbligazioni contrattuali inerenti
alla propria attività professionale, è tenuto ad una diligenza che non è solo quella del buon
padre di famiglia ex art. 1176, comma 1, c.c., ma è quella specifica del debitore qualificato,
come prescritto dall’art. 1176, 2 comma, c.c., la quale comporta il rispetto di tutte le regole e
gli accorgimenti che nel loro insieme costituiscono la conoscenza della professione medica, ivi
compreso l’obbligo di sorveglianza sulla salute del soggetto operato anche nella
fase postoperatoria” (Cass. 11.3.02 n. 3942).
Il principio è questo: “ai prossimi congiunti della persona che abbia subito, a causa del fatto
illecito costituente reato, lesioni personali, spetta anche il risarcimento del danno morale
concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non
essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa
immediata e diretta nel fatto dannoso, con conseguente legittimazione del congiunto ad agire
iure proprio contro il responsabile” (Cass., sez. un., 22 maggio 2002, n. 9556 e conf. Cass. 7-
31 maggio 2003 n. 8827).
Non sussistono, dunque, più ostacoli al risarcimento del danno morale a favore dei prossimi
congiunti del soggetto che sia sopravvissuto alle lesioni seriamente invalidanti ad agire iure
proprio contro il responsabile” (Cass., sez. un., 22 maggio 2002, n. 9556 e conf. Cass. 7-31
maggio 2003 n. 8827).
I principi giuridici sopra enunciati fanno parte di una pubblicazione di Vincenza Di Martino, in
Temi Romana 2002, a commento di una sentenza della Corte d’Appello civile di Roma.

Si tratta di un caso di asfissia perinatale, che ha richiesto un parto cesareo, rivelatosi tardivo. I
genitori del bambino hanno citato in giudizio l’ Università di x, ma non i medici, che tuttavia
nella CTU, in primo grado, erano stati riconosciuti negligenti e imprudenti, ed in parte imperiti.
Il giudice civile ha riconosciuto l’obbligo dell’Università di risarcire i danni sia al bambino sia ai
genitori. La sentenza in primo grado ha riconosciuto il danno biologico ed il danno morale, ma
non ha esaminato il danno riflesso, riconosciuto invece in appello.

Colpa medica e diritto del concepito a non nascere se non sano
Cassazione , sez. III civile, sentenza 29.07.2004 n° 14488 (Stefano Cultrera)
http://www.altalex.com/index.php?idnot=2391
La vicenda all'esame dei giudici della Corte riguarda la nascita di una bimba affetta da
talassemia, affezione che non era stata pronosticata dal medico che seguiva la gestazione della
donna incinta, pur in presenza di una situazione che, secondo lo stato attuale della scienza
medica e la documentazione clinica fornita dalla coppia di genitori, poteva far prevedere allo
stesso medico il rischio per la bambina di non nascere sana.




             ECOGRAFIA- FETO MALFORMATO- DANNO ESISTENZIALE

Questa sentenza è molto articolata, e meritevole di attenta lettura. Essa
riempie molte pagine, ma è densa di scienza giuridica ed anche medico- legale.
Perdonatemi se la pubblico per intero.

Corte d’appello di Perugia- Sentenza nella causa civile in grado d’appello iscritta al numero 261
del ruolo generale degli affari contenziosi dell’anno 1998, posta in decisione all’udienza del
giorno 14 ottobre 2004 e vertente

TRA
U. U. ed A. R.,
PARTE APPELLANTE ED APPELLATA INCIDENTALE
E
ASL n. 3 di Spoleto,
PARTE APPELLATA
E
R. A. e R. L.,
PARTE APPELLATA ED APPELLANTE INCIDENTALE
E
Z. F.,
PARTE APPELLATA
E
RAS Spa,
PARTE APPELLATA
E
Assicurazioni Generali Spa,
PARTE APPELLATA
OGGETTO: risarcimento danni.

CONCLUSIONI
All’udienza di precisazione delle conclusioni i procuratori della parti hanno così concluso: per la
parte appellante: «Piaccia all’eccellentissima Corte d’appello adita, respinta ogni contraria
istanza, accogliere l’appello proposto, ritenuti fondati i motivi esposti con il presente gravame e
per l’effetto ed in riforma della sentenza impugnata: 1) accertare e dichiarare la responsabilità
ex articolo 2049 c.c. per le inadempienze dei sanitari dipendenti, della ASL di Spoleto, in
persona del legale rappresentante pro tempore … e per l’effetto condannarla al risarcimento
dei danni tutti in favore degli odierni appellanti; b) accertare e dichiarare la responsabilità del
professor Tommaso R. ex artt. 2222, 2236 e 2043 c.c. per i fatti di causa e per l’effetto
condannarlo al risarcimento dei danni tutti in favore degli odierni appellati; c)accertare e
dichiarare la responsabilità del dottor Filippo Maria Z. ex artt. 2222, 2236 e 2043 c.c. per i fatti
di causa, e per l’effetto condannarlo al risarcimento dei danni tutti in favore degli odierni
appellanti in solido fra loro od ognuno per le proprie responsabilità, danni che si quantificano
nella somma di £ 10.000.000.000 (dieci miliardi) o di quella maggiore o minore che risulterà di
giustizia. Con vittoria di spese diritti ed onorari di causa di entrambi i gradi di giudizio»; per
ASL n. 3 di Spoleto: «Piaccia all'eccellentissima Corte d'appello di Perugia, ogni contraria
istante eccezione e deduzione disattesa, confermare integralmente la sentenza resa dal
Tribunale di Spoleto con ogni consequenziale provvedimento in ordine alle spese di primo e
secondo grado»; per gli R.: «Voglia l'eccellentissima Corte respingere l'impugnazione
proposta dai signori U. ed A. confermando integralmente la sentenza impugnata con vittoria di
spese; in accoglimento dell'appello incidentale condannare gli appellanti alla rifusione delle
spese del giudizio di primo grado»; per Z. F.: «Piaccia all'eccellentissima Corte d'appello adita,
contrariis reiectis, pregiudizialmente in rito dichiarare l'improponibilità della domanda proposta
volta all'accertamento di una responsabilità contrattuale del dottor Z. e conseguentemente
dichiarare l’improcedibilità di questo giudizio, nel merito respingere in toto la domanda di
appello poiché infondato in fatto ed in diritto e, conseguentemente, confermare la sentenza di
primo grado con condanna degli attori alla rifusione delle spese dei due gradi di giudizio»; per
RAS Spa e Assicurazioni Generali Spa: «Voglia la Corte d'appello di Perugia, rigettare ogni
contraria istanza, eccezione e deduzione anche istruttorie: dare atto che l'appello è stato
proposto solo dai signori L. quali genitori della figlia minore S. e non anche in proprio e che gli
stessi, di conseguenza, per quanto riguarda le loro persone, debbono ritenersi aver fatto
acquiescenza alla sentenza impugnata, respingere l'appello in ogni caso confermando la
sentenza del Tribunale di Spoleto numero 226 del 1997 depositata il 25 settembre 1997.
Respingere in ogni caso le domande proposte con l'atto di appello perché infondate in fatto e in
diritto. Darsi atto che alcuna domanda è stata proposta dalla ASL 3 di Spoleto e confronti delle
compagnie: mandare comunque e di conseguenza assolte le dette compagnie o come è meglio,
dandosi atto che alcun contraddittorio sussistere tra gli appellanti e le concludenti. Respingere
conseguentemente ogni domanda di chiunque verso le concludenti. Ferma in ogni caso e
ribadita l'eccezione di non operatività della garanzia cautelativa mente si oppone il massimale
di polizza di £ 2.000.000.000 onnicomprensivo ripartito pro quota tra RAS, Generali e Toro
nella proporzione della loro partecipazione alla polizza e senza alcun vincolo di solidarietà tra di
esse. Spese compensate».
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto notificato il giorno 13 ottobre 1998 U. U. ed A. R., genitori di una bambina, U. S.,
nata affetta da agenesia totale di un arto inferiore e da focomelia dell’altro, hanno proposto
appello, nei confronti di ASL n. 3 di Spoleto, R. T., Z. F., RAS Spa e Assicurazioni Generali Spa,
contro la sentenza del giorno 25 settembre 1997, resa tra le parti dal Tribunale di Spoleto, con
la quale quest’ultimo aveva respinto la domanda di risarcimento danni da essi proposta in
dipendenza della tardiva diagnosi della menzionata malformazione fetale.
Costituito il contraddittorio, ASL n. 3 di Spoleto, R. Tommaso, Z. Filippo Maria, RAS Spa e
Assicurazioni Generali Spa hanno resistito al gravame. R. Tommaso ha inoltre spiegato appello
incidentale per le spese compensate in primo grado.
Il giudizio è stato interrotto per la morte di R.T. e riassunto nei confronti di R. A. e R. L., che si
sono costituiti ribadendo le difese e domande del proprio dante causa.
L’appello, istruito con prova orale e CTU, è stato posto in decisione all’udienza collegiale del
giorno 14 ottobre 2004.
MOTIVI DELLA DECISIONE
§ 1. — I termini della vicenda oggi in esame possono riassumersi come segue.
I coniugi U. ed A., in proprio e nella qualità di esercenti la potestà sulla figlia minore S., hanno
inizialmente agito in giudizio nei confronti della ASL di Spoleto, di R. T. e di Z. F. esponendo:
— la A. era rimasta incinta alla fine del giugno 1989;
— il 7 agosto 1989 era stata ricoverata per una minaccia di aborto presso l'ospedale civile di
Spoleto, nel reparto di cui era responsabile il professor Tommaso R., reparto dal quale era
stata dimessa il successivo 11 agosto;
— soltanto qualche mese dopo lo stesso professor T. R., ossia il ginecologo della A., aveva
disposto un esame ecografico per verificare le condizioni del feto;
— l'esame ecografico era stato eseguito il 5 gennaio 1990 presso il medesimo ospedale civile di
Spoleto, del quale il dottor Z. era primario radiologo, non rivelando alcuna anomalia;
— un nuovo esame ecografico, effettuato il 28 febbraio 1990, aveva rivelato gravi anomalie
agli arti inferiori del feto;
— il 27 marzo 1990 era nata S. affetta da agenesia all'arto inferiore destro e focomelia all'arto
inferiore sinistro.
Gli attori hanno sostenuto che, se la diagnosi fosse stata tempestivamente effettuata,
attraverso l'esame ecografico, la nascita della bambina affetta dalla menzionata patologia
avrebbe potuto essere evitata mediante il ricorso all'interruzione volontaria della gravidanza,
dal momento che tale nascita aveva provocato loro enormi problemi di ordine morale,
psicologico, economico e relazionale.
Su tali premesse, U. ed A. hanno chiesto condanna dei convenuti, ritenuti responsabili
dell'occorso, al risarcimento dei danni.
Nel costituirsi in giudizio, tutti e tre i convenuti hanno osservato che, alla data del 5 gennaio
1990, l’interruzione volontaria della gravidanza era comunque preclusa, per il decorso del
novantesimo giorno dall'inizio di essa.
Per il resto, la ASL ha sostenuto che l'ecografia era stata eseguita, in mancanza di ragioni di
urgenza, nei tempi consentiti dalla propria disponibilità; l’R. ha negato ogni rapporto
professionale con la A. successivamente alla dimissione dall'ospedale civile di Spoleto dell'11
agosto 1989; lo Z. ha negato di aver eseguito qualsiasi esame sulla A..
Nel corso del giudizio sono intervenuti in causa RAS Spa e Assicurazioni Generali Spa,
assicuratori della ASL di Spoleto.
Il primo giudice, dopo aver limitato l'istruttoria all'assunzione di un'informativa presso il
consultorio medico di Bastardo, che aveva richiesto l'ecografia poi effettuata il 5 gennaio 1990,
ha rigettato la domanda attrice con compensazione di spese.
Il tribunale ha anzitutto ritenuto l'improponibilità della domanda spiegata da U. S., per
l'inesistenza di un diritto «a non nascere» e la non pertinenza, nel caso esaminato, del
richiamo ad un diritto a «nascere sani», dal momento che la patologia da cui ella era risultata
affetta non aveva avuto causa nel comportamento della struttura sanitaria e dei due medici.
Dopodiché il tribunale ha soffermato la propria attenzione sulla posizione dei genitori,
osservando che il loro diritto alla procreazione cosciente e responsabile, pur certamente
configurabile, non rendeva possibile l'interruzione della gravidanza fuori delle condizioni
rigorosamente previste e disciplinate dalla legge. Il primo giudice si è dunque sommariamente
soffermato sul contenuto di essa ed ha svolto alcune considerazioni sulla normalità del ricorso
all'esame ecografico nel corso della gravidanza:

«Dovendosi anzitutto distinguere i due periodi fondamentali presi in considerazione dalla legge
numero 194 del 1978, va ricordato che nei primi novanta giorni sono sufficienti, tra le altre, le
previsioni di anomalie nella formazione del concepito per giustificare, sia pure con le cautele e
le forme assistenziali descritte nell'articolo 5, l'interruzione della gravidanza. Peraltro, non pare
al tribunale che si possa sempre ravvisare, pur nel detto limite di tempo, una seriazione
causale ... della sequenza: silenzio del medico - proseguimento della gestazione - nascita di un
malformato - danno per i genitori. Non si può non muovere dalla premessa che l'accertamento
con l'ecografia delle condizioni del feto, per quanto frequente nella metodica ... non si può
considerare tra le prescrizioni obbligatorie tanto che neppure parte attrice lo ha affermato; va
invece eseguita l’indagine o quando vi è ragione di temere la possibilità di malformazioni,
tenendo presenti certe situazioni biologiche o condizioni di incompatibilità cromosomiche
ovvero situazioni patologiche verificatesi in corso della gravidanza; fatto salvo, naturalmente, il
caso di richiesta proveniente dalla gestante. Nella specie — escluso, perché la stessa A. non lo
afferma, che vi sia stata richiesta di lei — è pure da dire non essersi registrato, in quel primo
periodo, alcun elemento che potesse orientare il medico, chiunque fosse, verso l'opportunità di
un accertamento ecografico ... Si trattava ... di una trentunenne sana, che aveva già portato a
termine altra gravidanza del tutto normale, capace persino per cultura ... di non disorientare il
medico; la minaccia di aborto spontaneo risoltasi in quattro giorni non era certo motivo di
sospetto di malformazioni fetali di quel tipo (d'altra parte, un esame ecografico venne eseguito
con risultati di normalità, mentre le settimane successive registrarono l'evoluzione del tutto
fisiologica della condizione di gestante)»

Il tribunale, dunque, ha ritenuto che l'ecografia costituisca non già esame routinario, bensì tale
da essere alternativamente eseguito: a) su richiesta della donna; b) sulla base di precise
indicazioni diagnostiche nella specie mancanti. La sentenza, poi, ha esaminato la posizione
dell’R., ritenendo non provato un qualche suo intervento successivo al ricovero dell'agosto
1989:

«Non sembra fuori luogo, comunque, un accenno alla posizione del professor R., per il quale
non c'è prova che abbia intrattenuto rapporti professionali dopo i quattro giorni di ricovero nel
reparto ospedaliero del quale è primario, salva, forse, l'assistenza al parto. E in qualche modo
sintomatico, intanto, che la stessa citazione si esprima nei confronti di lui in termini piuttosto
sfumati e problematici ...; ma — quel che più conta — l'unico documento datato circa la
prescrizione dell'ecografia poi eseguita il 5 gennaio, è quello del 6 ottobre 1989, dove però si
richiede l'accertamento specialistico da parte di un medico del consultorio al quale
evidentemente la A. si era rivolta. Opportunamente la difesa del convenuto osserva che
sarebbe stata del tutto inutile la visita al consultorio se la prescrizione fosse stata fatta dal
professor R. ... Reputa il collegio di non dover neppure ammettere sull'argomento la prova
testimoniale ... perché, oltretutto, il capitolo 3 tace sulla data (elemento essenziale)
dell'asserita prescrizione dell'ecografia da parte dell’R., mentre il capitolo 2 è formulato in
modo da non sciogliere il nodo relativo al perché l'esame risulti prescritto dal consultorio di
Bastardo e non sia emersa altra documentazione medica».

Passando all'esame delle due date ritenute decisive nello svolgersi la vicenda, ossia il 6 ottobre
1989 (data della richiesta di ecografia proveniente dal consultorio di Bastardo) ed il 5 gennaio
1990 (data di esecuzione dell'ecografia presso l'ospedale civile di Spoleto), il tribunale ha
osservato:

«Qui ... l'elemento dirimente è costituito dal fatto che già alla prima data erano, sia pure da
poco, decorsi i 90 giorni utili, per il che l'eventuale interruzione della gravidanza era ormai
soggetta alle forti restrizioni e prescrizioni di cui agli articoli 6 e 7 della legge. Com'è noto ...
trascorsi 90 giorni, l'interruzione può essere praticata, quando esiste possibilità di vita
autonoma del feto, soltanto in presenza di "grave pericolo" per la vita della donna e con
obbligo per l'operatore di adottare le misure idonee alla salvaguardia della vita del nascituro.
Chiaro è che a sei mesi compiuti dall'inizio della gravidanza il feto aveva, grazie anche alle
note tecniche di assistenza medica, altissime probabilità di sopravvivere: sì che sarebbe stata
irrilevante l'esattezza di diagnosi già al 5 gennaio quando l'interruzione della gravidanza non
era più legalmente praticabile. Vi è, per la verità, anche qualche motivo di dubbio sulla reale
volontà dei coniugi qualora si fossero trovati di fronte alla possibilità di impedire la nascita
della piccola S.: l'ipotesi negativa ha già fatto loro onore, mentre la stessa mancanza di
allegazioni in senso contrario non incoraggia il tribunale ad approfondire il tema sul piano di
possibili aspetti di incostituzionalità della normativa».

Il tribunale ha poi escluso anche che i genitori abbiano subito un qualche pregiudizio per non
aver saputo delle condizioni della nascitura al momento dell'ecografia del 5 gennaio 1990:

«Resta da esaminare, con riguardo alla mancata diagnosi di malformazioni della indagine
ecografica del 5 gennaio ... se sia stato violato il diritto dei genitori alla informazione con
conseguenti stati di impreparazione psicologica al drammatico evento ed ulteriori riflessi sulla
salute psichica di ciascuno ... Orbene il principio che qui interessa risulta autorevolmente
affrontato per la prima volta in giurisprudenza di legittimità da Cass. pen. 21 marzo 1997 … Il
tribunale non può non condividere questo importante precedente ... E però il caso all'esame si
presenta in termini fattuali ben diversi: anzi tutto perché non risulta che alcuno dei coniugi si
fosse espresso per la necessità dell'indagine e della successiva conoscenza dei risultati (la
stessa A., con grande onestà, non si dice affatto preoccupata, per l'una o per l'altra ragione,
delle condizioni del figlio che stava per dare alla luce: non ce n'era, come detto, alcuna
ragione); in secondo luogo perché questi genitori non sono affatto arrivati impreparati al
momento del parto (27 marzo 1990) a fronte di una certezza di malformazioni acquisita,
purtroppo, già con l’ecografia del 28 febbraio e del 17 marzo ... Certo si potrebbe anche
affermare — ma i coniugi L. non lo fanno — che la rivelazione fatta due mesi prima avrebbe
potuto almeno migliorare le loro condizioni psicologiche al momento del parto: ma questo
assunto non sarebbe ancora conducente al fine di un possibile risarcimento perché
occorrerebbe dimostrare qualcosa in più, cioè la compromissione della salute (in genere
psichica) o almeno un pericolo prossimo come conseguenza di quella ritardata informazione.
Prova, come ognun vede, ardua in presenza di persone che: in citazione, a distanza di un anno
e mezzo dal fatto, cioè quando le reazioni più gravi devono ormai di aver avuto possibilità di
scatenarsi (come pure è sacrosanto) se ci sono, non vengono prospettate altro che come
problemi sia pure gravi di ordine psicologico ...; serbano silenzio sullo stesso piano probatorio
in tutto il corso della trattazione; si avvalgono della consulenza di un qualificato professionista
che si diffonde ... su ciò che poteva e doveva rilevare l'ecografia, sulla possibilità di aborto
terapeutico se diagnosticata in tempo la situazione, accennanti, come dato del tutto teorico,
alla possibilità ... di una sindrome psico-reattiva a carico della madre, ma nulla dice di avere
riscontrato di concreto ...; nulla di più allegano di tipo specifico. Per il che disporre oggi ... una
consulenza tecnica diretta ad accertare se vi sia stato un pregiudizio del tipo detto e se questo
potesse essere in tutto o in parte evitato con un’informazione trasmessa circa tre mesi prima
dal parto (anziché uno soltanto), significherebbe fare opera soltanto esplorativa con
scarsissime possibilità di apprezzabile successo».

§ 2. — Prima di passare all’esame dei motivi occorre interrogarsi se i genitori di U. S. abbiano
proposto il gravame in proprio o nella qualità, ovvero se abbiano agito sia in proprio che nella
qualità.
Non v’è dubbio, infatti, che, in primo grado, U. U. e A. R. avessero promosso il giudizio sia per
sé (lamentando la lesione del diritto ad interrompere la gravidanza a causa della tardiva
diagnosi di malformazione fetale), sia quali genitori esercenti la potestà sulla minore U. S.
(lamentando la lesione del diritto a non nascere di costei).
L’atto di appello, invece, è intestato «per U. U. e A. R., quali genitori della minore U. S.»,
sicché da parte degli appellati (in particolare degli assicuratori) si è sostenuto che i genitori, in
proprio, avrebbero prestato acquiescenza alla statuizione resa nei loro confronti, mentre
avrebbero riproposto soltanto la domanda avanzata nella qualità, in dipendenza della lesione
del diritto di U. S. a non nascere.
Viceversa, ritiene la corte che l’appello sia stato proposto dai genitori in proprio e che la
dicitura «quali genitori della minore U. S.» sia da attribuire ad una sbadataggine non
commendevole, ma — tutto sommato — inoffensiva.
Difatti, una volta riconosciuto che l’atto di appello deve essere valutato nel suo complesso e
che singole frasi non possono essere intese avulse dal contesto, è facile constatare che U. U. e
A. R., con l’atto introduttivo di questo grado di giudizio, non hanno svolto alcuna
considerazione sul diritto a non nascere della figlia, ma hanno esclusivamente trattato della
propria posizione, soffermandosi — essenzialmente — sulla lesione del diritto ad interrompere
la gravidanza e sui conseguenti pregiudizi da essi (non dalla bambina) subiti.
Dal contesto dell’atto d’appello, dunque, emerge con sufficiente chiarezza che ciò di cui gli
appellanti ancora intendono discutere è soltanto il preteso diritto al risarcimento dei danni che
essi stessi vanterebbero nei confronti degli originari convenuti per effetto dell’asserito errore
nella diagnosi di malformazione fetale.
In tal senso, perciò, è da accogliere la precisazione contenuta nella prima conclusionale degli
appellanti, laddove essi hanno espressamente chiarito di aver agito in proprio e di aver fatto
acquiescenza alla sentenza nella parte in cui escludeva l’esistenza di un diritto a non nascere
della bambina.

§ 3. — Il motivi di censura della sentenza impugnata possono essere riassunti come segue, nel
rispetto dell’ordine — non del tutto ineccepibile — seguito dagli appellanti.

§ 3.1. — Il primo motivo si articola in più punti.

§ 3.1.1. — Il primo dei punti si incentra sull'esclusione di responsabilità dell'R.. Gli appellanti
sostengono, in proposito, che il tribunale avrebbe errato nel denegare l'ammissione della prova
testimoniale volta a dimostrare l'esistenza del rapporto professionale intercorso con questi.
L'assunzione del mezzo, viceversa, avrebbe consentito: a) di dimostrare che il professionista
aveva seguito la gestazione della A. sin dal suo inizio, operando con ripetuta negligenza; b) di
chiarire che la richiesta dell'ecografia poi effettuata il 5 gennaio 1990 non risultava provenire
dall’R. perché questi non usava effettuare prescrizioni mediche, limitandosi semplicemente a
suggerire l'inoltro della richiesta degli esami da effettuare.

§ 3.1.2. — Il secondo si rivolge contro la tesi del tribunale che aveva considerato l'ecografia
come prescrizione non obbligatoria, essendo invece tale indagine un comune strumento
diagnostico di natura preventiva.
§ 3.1.3. — Il terzo svolge l'argomento secondo cui il tribunale avrebbe omesso completamente
di valutare che il contratto di prestazione d'opera intercorso con l’R. comportava un dovere di
informazione la cui violazione era fonte di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale.
Viceversa, il tribunale avrebbe dovuto valutare l'intera condotta del professionista ed in
particolare: a) l'omessa informazione circa i termini legali per accedere all’aborto terapeutico;
b) l'omessa prescrizione nei termini di legge dell'esame ecografico; c) l'omessa prescrizione
con carattere di urgenza dell'esame ecografico eseguito il 5 gennaio 1990, nonostante la
minaccia di aborto del 7 agosto 1989.
Tale complessivo comportamento, secondo gli appellanti, avrebbe determinato responsabilità
contrattuale ed extracontrattuale del professionista per lesione del loro diritto ad una
procreazione cosciente e responsabile, ai sensi degli articoli 2 e 29 Cost., in dipendenza
dell'impedimento alla tempestiva conoscenza della futura nascita della bambina malformata.

§ 3.1.4. — Il quarto si sofferma sul diritto degli appellanti ad una procreazione cosciente e
responsabile.
Tale diritto, secondo U. e A., si fonderebbe su una corretta e scrupolosa interpretazione del
testo normativo della legge numero 194 del 1978.
Difatti — si sostiene — l'articolo 4 della legge riconosce alla madre la facoltà di ricorrere
all'interruzione volontaria della gravidanza entro 90 giorni nel caso di anomalie o
malformazioni del concepito, sicché la disposizione riconoscerebbe ai genitori un legittimo
diritto di scelta «circa il diventare madre di un minore con problemi fisici, oppure rinunciare per
motivi di ordine personale».
La lesione del diritto alla procreazione cosciente responsabile, d'altro canto, assumerebbe
rilievo anche al di là del decorso dei 90 giorni previsti dall'articolo 4 della legge numero 194 del
1978, poiché l'articolo 7 prevede altresì interruzione della gravidanza qualora il suo
perseguimento od il parto possano comportare grave pericolo per la vita della donna o per le
sue condizioni di salute fisica e psichica.
In definitiva se correttamente eseguita l'ecografia del 5 gennaio 1990, sebbene oltre i termini
di cui all'articolo 4 della legge numero 194 del 1978, essa avrebbe consentito l'esercizio di un
diritto di scelta ex articolo 7 della legge numero 194 del 1978.

§ 3.1.5. — Il quinto ha ad oggetto il ragionamento seguito dal tribunale con riferimento al
diniego del risarcimento del danno biologico.
Il tribunale — essi affermano — aveva escluso a priori l'esistenza di un danno psichico a loro
carico per aver appreso circa 20 giorni prima del parto l'esistenza di malformazioni a carico del
feto ponendo l'accento sulla mancata deduzione, da parte degli attori, dell'esistenza di una
compromissione della loro salute psichica, nonché sull'inidoneità di un eventuale indagine
peritale a conseguire risultati convincenti.
Viceversa essi appellanti avevano evidenziato i pregiudizi sofferti versando in atti una
consulenza tecnica di parte ed illustrandoli in comparsa conclusionale.

§ 3.2. — Con il secondo motivo di censura della sentenza impugnata gli appellanti si dolgono
dell'omessa ed insufficiente motivazione sulla responsabilità contrattuale dello Z., riguardo al
quale la sentenza non aveva preso posizione.

§ 3.3. — Con il terzo motivo di censura della sentenza impugnata gli appellanti lamentano
l'omessa ed insufficiente motivazione sulla responsabilità contrattuale dell'ospedale civile di
Spoleto.

§ 4. — I motivi di gravame vanno esaminati come segue, muovendo in primo luogo dalla
ricostruzione dei dati di fatto concernenti il preteso errore professionale — la tardiva diagnosi
di malformazione — rilevanti per la decisione.

§ 4.1. — Va dato conto, in primo luogo, della evidente fondatezza della censura con cui gli
appellanti hanno lamentato la mancata ammissione della prova testimoniale articolata in primo
grado.
Detta prova, indubbiamente ammissibile e rilevante, vertendo su fatti diretti a provare
l'esistenza del rapporto professionale tra la A. e l’R., nonché la condotta di quest'ultimo nel
corso della vicenda, è stata ammessa ed assunta da questa corte con i risultati che seguono.
La teste C. D. ha dichiarato:

«La circostanza è vera. Sono collega di lavoro della signora A. la quale mi ha riferito che faceva
visite mensili presso il professor R. soprattutto dopo la minaccia di aborto che aveva subito»
(capitolo 1); «Di questa specifica circostanza nulla so, ma posso dire essendo stata anch'io
cliente del professor R. che quest'ultimo mi faceva le prescrizioni mediche di volta in volta
necessarie» (capitolo 2); «Nei primi giorni dell'ottobre del 1989 accompagni la signora A. dal
professor R. che le prescrisse una ecografia da eseguire nel più breve tempo possibile. Seppi
poi dalla signora che quest'ecografia era stata fissata per i primi di gennaio» (capitolo 3);
A.D.R.: «Faccio presente che le circostanze precedenti mi sono state verbalmente riferite dalla
signora A. subito dopo questa visita»; … A.D.R.: «Non so dire se la signora A. dopo aver avuto
la prescrizione di una ecografia urgente da parte del professor R. e aver avuto la fissazione
della data per l'effettuazione dell'esame circa due mesi dopo abbia comunicato la circostanza
allo stesso professor R.».

La teste S. ha dichiarato:

«È vero, conosco la circostanza per avere io stessa accompagnato qualche volta a mia
cognata, anche se non ricordo quando e quante volte» (capitolo 1); «È vero che le prescrizioni
mediche venivano fatte dal professor R., come mi ha riferito mia cognata. Non so dire però
quale fosse la prassi successivamente seguita» (capitolo 2); «Sono convinta che la prescrizione
sia stata effettuata dal professor R. perché era l'unico medico curante di mia cognata. Tuttavia
devo dire che in quell'occasione io non accompagnai l’A.». A questo punto ad istanza
dell'avvocato S. viene esibita alla teste la richiesta di ecografia ostetrica del 6 ottobre 1989.
A.D.R.: «Non ho mai visto il documento che mi si mostra. Escludo che la A. fosse paziente del
consultorio di Bastardo, per quanto posso ricordare. Per quanto posso ricordare a distanza di
tanti anni il professor R. faceva a mia cognata prescrizioni scritte. Non ho mai visto le
prescrizioni delle quali ho appena parlato»; «È vero lo so per averlo appreso da mia cognata»
(capitolo 4).

La teste U. A. ha dichiarato:

«È vero, conosco la circostanza perché in quel periodo anch'io ero incinta e andavamo molto
spesso insieme» (capitolo 1); «È vero, ero anch'io cliente del professor R. il quale faceva le
prescrizioni per iscritto, dopo di che noi le portavamo al nostro medico generico che faceva la
ricetta vera e propria. Non so dire quali fossero le ragioni di questa condotta, era la prassi»
(capitolo 2) … «Andavamo dal professor R. una volta al mese. Non so dire se mia cognata
avesse comunicato al professor R. della fissazione dell'ecografia al 5 gennaio 1990».

§ 4.2. — La Corte ha inoltre ritenuto l'opportunità di disporre un accertamento tecnico sul
seguente quesito:

«Dica il CTU, esaminati gli atti di causa, sentite le parti ed i loro eventuali CT, acquisita la
documentazione eventualmente necessaria presso l'ospedale civile San Matteo degli Infermi di
Spoleto, svolta ogni altra opportuna indagine:
1) se una o più indagini ecografiche rientrino nel normale protocollo di trattamento di una
gestante, ovvero se tali indagini siano consigliate soltanto in casi particolari, in dipendenza
delle specifiche condizioni della persona;
2) se la patologia che ha colpito L. S. (agenesia di un arto inferiore e focomelia dell’altro)
possa essere considerata normalmente diagnosticabile attraverso l'esame ecografico e,
eventualmente, se la possibilità della diagnosi sia condizionata dall'epoca di effettuazione
dell'indagine in relazione allo stato di avanzamento della gravidanza;
3) se la A. risulti essere stata sottoposta ad esame ecografico presso l'ospedale civile San
Matteo degli Infermi di Spoleto nel periodo compreso tra il 7 agosto 1989 e l'undici agosto
1989, e se possa affermarsi, ovvero presumibilmente ritenersi, che la menzionata indagine
ecografica dovesse evidenziare la già indicata patologia».

Questi gli argomenti svolti in proposito dal CTU:

«Nel caso in questione si configura il ritardato accertamento di malconformazioni multiple a
carico degli arti del feto di R. A.. Successivamente è nata una bambina con assenza totale
dell'arto inferiore destro e assenza parziale del sinistro. Il primo quesito che ci viene posto è di
facile risposta in quanto l'esecuzione di indagini ecografiche costituiva, anche nel periodo in cui
avviene il fatto (1989), una parte indispensabile dell'assistenza ostetrica. In mancanza di linee
guida ufficiali da parte delle società scientifiche competenti ... era, in effetti, una prassi già
consolidata che il decorso di una gravidanza normale fosse controllato da almeno due
ecografie, una da effettuare tra la ventesima e la ventiduesima settimana (la cosiddetta
ecografia morfologica, in quanto rivolta ad accertare la "normalità" del feto e a scoprire
eventuali alterazioni morfologiche maggiori) e l'altra, tra la trentaduesima e la
trentaquattresima settimana, rivolta soprattutto ad accertare lo stato di accrescimento del
feto. Tale prassi era, peraltro, suggerita nei manuali di ginecologia e ostetricia dell'epoca e
reiteratamente discussa a congressi e corsi nazionali. Per quanto riguarda la patologia che ha
colpito S. L., l’agenesia di un arto e la focomelia dell'altro sono certamente malconformazioni
evidenziabili ecograficamente e certamente identificabili anche con gli apparecchi di cui si
disponeva all'epoca (fine anni 80). Con la sensibilità delle attuali apparecchiature questo tipo di
malconformazioni è evidenziabile, oggigiorno, già nel primo trimestre, si può speculare che una
amelia e una focomelia sarebbero state sicuramente evidenziabili ad una ecografia
morfologica, se eseguita al 20-22 settimane, anche alla fine degli anni 80. Nel caso in
questione, la signora A., all'epoca alla seconda gravidanza, fu sottoposta ad una prima
ecografia il giorno 8 agosto 1989, ovvero all'ottava settimana durante la quale fu rilevata la
presenza di un embrione vitale di 1 cm di lunghezza con presenza di un normale battito
cardiaco. Certamente quest'epoca gestazionale era impossibile, ancor più con i mezzi
dell'epoca, visualizzare le malformazioni che si rivelarono successivamente».

L’appagante risposta dell'ausiliare è stata in definitiva la seguente:

«1) due indagini ecografiche erano di prassi dell'assistenza ostetrica di una gestante non a
rischio alla fine degli anni 80 anche se non esistevano linee guida ufficiali né emanate dal
ministero né da società scientifiche del settore;
2) le malconformazioni di cui è affetta S. L. erano diagnosticabili in utero tramite esame
ecografico a partire, quantomeno, dalla sedicesima settimana di gravidanza tenendo conto
delle apparecchiature dell'epoca;
3) risulta che la signora A. si è sottoposta ad un esame ecografico all'ospedale civile di Spoleto
in data 8 agosto 1989. Riteniamo impossibile, tenendo anche conto degli strumenti dell'epoca,
aver potuto diagnosticare la patologia malconformativa che aveva colpito il feto in tale epoca di
gravidanza».

§ 4.3. — Gli elementi rilevanti ai fini del giudizio, per quanto emerge dalla prova testimoniale e
dalla CTU, nonché dalla documentazione versata in atti già in primo grado, sono dunque i
seguenti:
— la A. è stata ricoverata presso l'ospedale civile di Spoleto, nel reparto diretto dal professor
R., dell'8 all’11 agosto 1989, quando era all’ottava settimana di gravidanza;
— in quell’occasione la patologia dalla quale era affetto il feto non era riscontrabile attraverso
l'indagine ecografica eseguita;
— nell'arco temporale compreso tra la dimissione dall'ospedale civile di Spoleto, avvenuta l'11
agosto 1989, e la visita effettuata dall’R. ai primi di ottobre 1989, nonché nel successivo
periodo fino all’ecografia del 5 gennaio 1990, la A. non ha avuto altri rapporti con il medesimo
professionista: la prova testimoniale ha genericamente riferito, in proposito, che la A. si recava
dall’R. con una certa cadenza, il che non è sufficiente ad affermare con adeguata sicurezza che
vi siano state una o più visite ulteriori rispetto a quella di cui le testi hanno parlato;
— il professor R. ha visitato la A. «nei primi giorni dell'ottobre del 1989» e nell'occasione le ha
prescritto «un’ecografia da eseguire nel più breve tempo possibile»;
— l'ecografia, da eseguirsi a detta del professionista nel più breve tempo possibile, è stata poi
fissata dalla struttura ospedaliera al 5 gennaio 1990;
— eseguito l’esame, esso non ha rivelato la patologia da cui il feto era affetto;
— la diagnosi di malformazione è stata invece effettuata a seguito della successiva ecografia
eseguita il 28 febbraio 1990;
— il 27 marzo 1990 è nata la bambina affetta da agenesia all'arto inferiore destro e focomelia
all'arto inferiore sinistro.

§ 5. — Sulla base della ricostruzione che precede, occorre ora interrogarsi sul quesito se e
quale dei tre convenuti — R., Z. ed ASL di Spoleto — siano incorsi nella asserita responsabilità
professionale denunciata dalla parte attrice.

§ 5.1. — Va senz’altro esclusa ogni responsabilità dell’R..
Questi dirigeva il reparto presso cui la A. fu ricoverata dall’8 all’11 agosto 1989, ma a
quell’epoca — indipendentemente dalla configurabilità di una responsabilità del professionista
per il solo fatto di aver ricoperto l’incarico apicale nel reparto di degenza — la malformazione
non era diagnosticabile, come ha chiarito il CTU.
Per quanto consta con certezza, l’R. ha visitato l’A. una sola volta, ai primi dell'ottobre 1989.
In tale occasione ha prescritto l’ecografia nel quadro del normale protocollo di cui ha parlato il
CTU: difatti l'ecografia morfologica (ossia la prima ecografia routinaria di cui ha parlato
l’ausiliare) andava eseguita tra la ventesima e la ventiduesima settimana, ossia in un periodo
successivo a quello dell'accertata visita (primi di ottobre del 1989) e collocabile intorno alla
prima decade di novembre 1989.
In questo contesto, non v’è assolutamente nulla a carico dell’R.: egli non ha fatto altro che
prescrivere l’ecografia che andava prescritta con un ragionevole anticipo e, se essa fosse stata
fatta al momento giusto (tra la ventesima e la ventiduesima settimana) e con adeguata
perizia, nessun ritardo né errore diagnostico vi sarebbe stato.

§ 5.2. — Va parimenti esclusa la responsabilità dello Z..
Questi era semplicemente il primario del reparto di radiologia presso il quale è stata eseguita
l’ecografia del 5 gennaio 1990, ma quel giorno era in ferie.
Ciò è dimostrato dal cartellino marcatempo del mese di gennaio 1990, prodotto
dall’interessato, dal quale risulta che egli era in ferie nei giorni 4 e 5 gennaio 1990 ed assente
nei giorni 6 e 7 per recupero riposo.
Ora, non è dato comprendere come possa predicarsi la responsabilità di un soggetto che, al
momento dell’ecografia in contestazione (quella del 5 gennaio 1990), non era presente in
ospedale e, dunque, non può avere egli stesso eseguito l’esame né può essersi reso
responsabile — ammesso che una simile responsabilità in capo al primario possa essere
astrattamente configurata — per non aver controllato l’operato dei medici del reparto.
Prima di quella data, poi, lo Z. non risulta avere avuto alcun contatto con la A., sicché la
domanda spiegata nei suoi confronti va senz’altro respinta.
Né rileva alcunché la circostanza, allegata dagli appellanti, secondo cui il professionista
avrebbe firmato il referto successivamente al suo rientro (in realtà occorre una buona dose di
fantasia per ritenere che la firma sia dello Z.), giacché, anche ad ammettere la veridicità del
fatto, esso non può porre nel nulla il dato obbiettivo che l'errore professionale in discorso non
dallo Z. ma da altri è stato compiuto.

§ 5.3. — La responsabilità della tardiva diagnosi della malformazione fetale va invece attribuita
alla ASL di Spoleto, da cui dipende l’ospedale presso il quale è stata eseguita l’ecografia del 5
gennaio 1990.
Bisogna premettere, in primo luogo, che la ASL appellata risponde a titolo di responsabilità
contrattuale, in dipendenza del contatto sociale intercorrente con il degente, degli
inadempimenti posti in essere nell'eseguire le prestazioni sanitarie richieste: in tal senso è
sufficiente richiamare, in generale, il dictum di Cass. 22 gennaio 1999, n. 589 ed in particolare
le recenti pronunce di Cass. 21 giugno 2004, n. 11488, resa in un caso sostanzialmente
identico a quello in esame (qui l’errore diagnostico riguarda la formazione degli arti inferiori, lì
la formazione di un arto superiore) nonché di Cass. 29 luglio 2004, n. 14488, resa anch'essa in
una fattispecie di «nascita indesiderata» (ma, sulla responsabilità contrattuale da contatto
sociale si veda anche, in fattispecie diversa, Cass., Sez. U., 27 giugno 2002, n. 3346).
Deve riconoscersi, dunque, che la relazione che si instaura tra la struttura sanitaria ed il
paziente dà luogo ad un rapporto di tipo contrattuale, quand'anche fondato sul solo contatto
sociale, sicché, in base alla regola prevista dall'articolo 1218 c.c., il paziente ha l'onere di
allegare l'inesattezza dell'adempimento e non, invece, la colpa — né tantomeno la sua gravità
— da parte della struttura sanitaria, mentre spetta alla controparte la dimostrazione della non
imputabilità dell'inadempimento (così, sostanzialmente alla lettera, Cass. 21 giugno 2004, n.
11488; e, negli stessi termini, sulla questione, si veda, sempre in un caso di errata diagnosi di
malformazione fetale, la più ampia Cass. 10 maggio 2002, n. 6735).
Il punto fermo da cui occorre partire, dunque è che la ASL risponde della prestazione fornita a
titolo di inadempimento contrattuale.
Ciò detto, non c'è dubbio che la coppia U. -A. sia rimasta vittima di un duplice inadempimento:
una disfunzione organizzativa- strutturale senz’altro comune, ma non per questo tollerabile, ed
un errore professionale colossale.
Sotto il primo aspetto, occorre dire che la ecografia richiesta dall’R., avrebbe dovuto essere
effettuata, nell'osservanza dei parametri comunemente accettati indicati dal CTU, dalla
ventesima alla ventiduesima settimana di gestazione, mentre è stata effettuata (ancorché
tempestivamente richiesta in data 7 ottobre 1989, come da documentazione in atti) soltanto il
5 gennaio 1990, ossia intorno alla ventottesima settimana, dunque con ritardo di circa due
mesi sul dovuto.
A tal proposito nulla valgono le obiezioni della ASL, né con riguardo all'indisponibilità di mezzi
per effettuare prima l'ecografia, né con riguardo alla assunta mancata segnalazione
dell'urgenza.
Quanto alla prima obiezione, infatti, è facile osservare che la ASL non ha affatto dimostrato
(trattandosi di fatto impeditivo la cui prova gravava senz'altro sul debitore inadempiente) di
non aver potuto effettuare in precedenza l'esame.
Quanto alla seconda obiezione, poi, è altrettanto evidente che, esistendo un normale protocollo
alla stregua del quale l'ecografia cosiddetta morfologica andava effettuata dalla ventesima alla
ventiduesima settimana, secondo quanto chiarito dal CTU, essa avrebbe dovuto essere
disposta entro quell'arco temporale non già per l'allegazione di specifiche ragioni d'urgenza,
ma per le caratteristiche proprie dell'esame da compiere.
Sotto il secondo aspetto, poi, non può davvero dubitarsi dell'errore professionale consistito nel
non aver diagnosticato la gravissima patologia da cui il feto era affetto.
Il CTU ha con chiarezza affermato che la patologia da cui alla nascita è risultata affetta S. U.
(agenesia di un arto inferiore e focomelia dell'altro) era certamente evidenziabile
ecograficamente anche con gli apparecchi di cui si disponeva alla fine anni '80 attraverso una
ecografia morfologica eseguita alla ventesima- ventiduesima settimana.
Nel caso di specie, poi, se è vero che l'ecografia è stata fatta con grave ritardo, è altrettanto
vero che, a quel punto di sviluppo del feto, la visibilità degli arti inferiori non poteva che essere
sensibilmente maggiore di quella possibile nel periodo in cui l'ecografia morfologica avrebbe
dovuto essere fatta: l'ecografista, dunque, non ha visto la mancanza di arti che di lì a poco
(l'ecografia è del 5 gennaio, mentre il parto è del 27 marzo) avrebbero dovuto essere gli arti di
un neonato.
Né è possibile giustificare un simile macroscopico errore in ragione dei naturali movimenti del
feto, i quali potrebbero indurre ad identificare il medesimo arto una volta come destro e l'altro
come sinistro: in questo caso gli arti mancavano (pressoché integralmente) entrambi, sicché
nessuna confusione del genere poteva essere ammissibile.
In definitiva, la ASL di Spoleto é senz'altro responsabile della tardiva diagnosi di
malformazione fetale, sia perché l'ecografia avrebbe dovuto essere eseguita a tempo debito,
prima del 5 gennaio 1990, sia perché, quando è stata eseguita essa non ha evidenziato ciò
che, operando con una normale diligenza ed utilizzando la strumentazione dell'epoca, un
ecografista non già eccelso, ma neppure completamente negligente, un medio ecografista
insomma, avrebbe dovuto saper vedere.

§ 6. — Si tratta, a questo punto, di verificare se l'errata diagnosi di malformazione fetale abbia
o meno impedito alla coppia U.- A. di decidere per l'interruzione volontaria di gravidanza.
La questione si articola in tre aspetti: in primo luogo se simile doglianza possa essere avanzata
soltanto dalla A. o anche dal marito; in secondo luogo se l'interruzione volontaria di gravidanza
fosse giuridicamente possibile; in terzo luogo se sarebbe stata effettivamente praticata dai
coniugi.

§ 6.1. — Il primo quesito, ossia se entrambi i coniugi possano dolersi per l'errata diagnosi di
malformazione fetale non merita di essere discusso per essere stato già affrontato e risolto da
Cass. 10 maggio 2002, n. 6735, la quale ha osservato:

«Ne deriva che l'inadempimento si presenta tale anche verso il padre ed espone il medico al
risarcimento dei danni, immediati e diretti, che pure al padre possono derivare dal suo
comportamento. Né rileva che l'uomo possa essere coinvolto dalla donna nella decisione circa
l'interruzione della gravidanza, ma non chiederla. Ciò attiene al nesso causale. La madre, pur
informata, può scegliere di non interrompere la gravidanza: l'ordinamento non consente al
padre di respingere da sé tale eventualità e nulla potrebbe imputarsi al medico. Ma, sottratta
alla donna la possibilità di scegliere, al che è ordinata l'esatta prestazione del medico, gli effetti
negativi di questo comportamento si inseriscono in una relazione col medico cui non è estraneo
il padre, rispetto alla quale la prestazione inesatta o mancata si qualifica come inadempimento
e giustifica il diritto al risarcimento dei danni che ne sono derivati».

Non c'è dunque alcun dubbio che anche U. U. sia stato vittima dell'inadempimento
contrattuale.

§ 6.2. — La seconda questione da scrutinare, come si è detto, è se l'interruzione volontaria di
gravidanza fosse giuridicamente possibile.
Dal momento che la ASL di Spoleto, successivamente al ricovero dell'agosto 1989 (in occasione
del quale, come si è visto, la diagnosi di malformazione fetale non era tecnicamente possibile),
si è occupata della A. dopo che era ampiamente decorso il novantesimo giorno della
gravidanza, si versa in questo caso nel campo di applicazione degli articoli 6 e 7 della legge 22
maggio 1978, n. 194.
La prima disposizione stabilisce che:

«L'interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata:
a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o
malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica
della donna».

La seconda disposizione, per quanto rileva in questa sede, stabilisce che:

«Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione della gravidanza può
essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell'articolo 6 e il medico che esegue
l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto».

Alla luce della menzionata disciplina, giacché in questo caso non c'è dubbio che la A. non abbia
corso pericolo di vita, si tratta di verificare:
a) se il feto avesse possibilità di vita autonoma, nel qual caso nessuna possibilità di
interruzione volontaria della gravidanza, in assenza di pericolo di vita per la donna, avrebbe
potuto ammettersi;
b) se, una volta esclusa la possibilità di vita autonoma del feto, sussistesse, per effetto delle
malformazioni del nascituro, un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

§ 6.2.1. — Non può ritenersi che il feto, sulla base del quadro probatorio disponibile nel
giudizio, avesse possibilità di vita autonoma.
Ciò per le ragioni che seguono.
La già citata Cass. 10 maggio 2002, n. 6735 ha chiarito in argomento due questioni essenziali.
La prima riguarda la nozione stessa di «possibilità di vita autonoma del feto», la quale non ha
nulla a che vedere con l'attitudine del nascituro a pervenire naturalmente alla nascita come
normale esito della gravidanza, ma va intesa come possibilità che il feto, una volta separato
dall'utero materno, possa sopravvivere:

«Possibilità di vita autonoma del feto è cosa diversa dalla possibilità che il concepito, se la
gravidanza fosse portata a termine, nascerebbe capace di condurre una vita autonoma da un
punto di vista fisico e psichico. La situazione cui la norma si riferisce e che è descritta come
situazione relativa al feto e non al nascituro, è quel grado di maturità del feto che gli
consentirebbe, una volta estratto dal grembo della madre, di mantenersi in vita e di
completare il suo processo di formazione anche fuori dall'ambiente materno».

La seconda riguarda l'onere probatorio dell'attitudine del feto alla vita autonoma. Poiché, come
si è visto, si versa in ipotesi di responsabilità contrattuale, e la possibilità di vita autonoma del
feto costituisce fatto impeditivo del diritto ad esercitare l'interruzione della gravidanza in
presenza degli altri presupposti di legge, la prova sul punto incombe non già su chi ha patito
l'inadempimento, ma sul debitore della prestazione rimasta non adempiuta. In tal senso la
menzionata pronuncia ha affermato che:

«Quindi non spetta alla donna provare che quando è maturato l'inadempimento del medico il
feto non era ancora pervenuto alla condizione della possibilità di vita autonoma, spetta al
medico provare il contrario».

Riassunti i pertinenti principi da applicare, va osservato che, nel caso di specie, il primo giudice
si è limitato alla non dimostrata affermazione secondo cui sarebbe stato chiaro — non è
neppure accennato sulla base di quali elementi —

«che a sei mesi compiuti dall'inizio della gravidanza il feto aveva, grazie anche alle note
tecniche di assistenza medica, altissime probabilità di sopravvivere».

In ciò il tribunale è incorso in una pluralità di errori.
In primo luogo, occorre rammentare che l'ecografia è stata effettuata il 5 gennaio 1990, ma
avrebbe dovuto essere effettuata tra la ventesima e la ventiduesima settimana di gestazione:
e non sembra possa dubitarsi che un feto di cinque mesi non abbia possibilità di vita
autonoma.
In secondo luogo, anche ancorando il giudizio alla data del 5 gennaio 1990, il primo giudice ha
errato nel considerare, ai fini dello scrutinio della possibilità di vita autonoma, non meglio
identificate «tecniche di assistenza medica». È in particolare da escludere, al contrario, che
possa parlarsi di possibilità di vita autonoma quando la sopravvivenza del feto, una volta
espulso dall'utero materno, sia condizionata all'utilizzazione di strumenti terapeutici quali
l'incubatrice: in tal caso, infatti, il feto — non più tale per essere stato ormai separato dalla
madre — non sopravvive autonomamente (usufruendo, come è evidente, della normale
assistenza di cui necessita qualsiasi neonato) ma sopravvive grazie ad un apporto sostitutivo
del ventre materno dal quale è stato separato.
Escluso che possa parlarsi di possibilità di vita autonoma in dipendenza del progredire del
processo di maturazione del feto all'interno del incubatrice, il giudizio effettuato dal tribunale
ha da essere senz'altro capovolto, giacché è semmai nozione di comune esperienza che, se
hanno qualche buona possibilità di sopravvivenza i neonati «settimini», quelli di sei mesi,
normalmente, non ne hanno affatto.
Al di là della considerazione che precede — alla quale taluno potrebbe obiettare che questa
corte si riconosce arbitrariamente cognizioni che non possiede, incorrendo nel medesimo errore
addebitato al tribunale — è assorbente l'osservazione che il primo giudice ha integralmente
omesso di evidenziare quali elementi giustificassero l'affermazione secondo cui il feto aveva
possibilità di vita autonoma. Ciò, in effetti, poiché il punto non era stato oggetto di alcuna
discussione nel corso del giudizio di primo grado, nel senso che la parte gravata del relativo
onere probatorio, ossia la ASL di Spoleto, nessuna prova aveva dedotto e tantomeno fornito
sul punto.
Secondo questa corte, in definitiva — all'esatto contrario di quanto ritenuto dal tribunale —, è
evidente che il feto, dopo cinque mesi di gestazione, o anche dopo sei mesi circa, facendo
riferimento alla data del 5 gennaio 1990, non aveva, come è normale, possibilità di vita
autonoma.
Ma, ove non si accedesse a questa soluzione, dovrebbe comunque riconoscersi che, in
mancanza di specifica dimostrazione, non può ritenersi provato che il feto avesse tale
possibilità: e così dovrebbe ammettersi che la ASL di Spoleto, onerata della relativa prova del
fatto impeditivo della propria responsabilità, non l’ha fornita.

§ 6.2.2. — Deve, poi, ritenersi, che le malformazioni del nascituro determinassero un grave
pericolo per la salute psichica della donna e che — esclusa la possibilità di vita autonoma del
feto — sussistessero, dunque, i presupposti di legge per il ricorso all'interruzione volontaria
della gravidanza.
Il punto è che, una volta fallita la tempestiva diagnosi, la donna ha comunque perso la
possibilità di seguire la strada dell'interruzione volontaria di gravidanza. Sicché, sulla
questione, la già citata Cass. 21 giugno 2004, n. 11488, ha osservato che:

«Il criterio della certezza degli effetti della condotta omessa risulta ... espressamente
abbandonato da Cass. 4 marzo 2004, n. 4400 in favore di quello della probabilità degli stessi e
dell'idoneità della condotta a produrli ove posta in essere, essendosi affermato che
l'aggravamento della possibilità che, a causa dell'inadempimento del medico, un effetto
negativo si produca, può essere apprezzato anche in termini di perdita di chances "non
essendo dato esprimere, in relazione ad un evento esterno ... non più suscettibile, di
verificarsi, certezze di sorta, nemmeno di segno morale, ma solo semplici probabilità di
un'eventuale diversa evoluzione della situazione stessa"».

Ed allora, una volta venuta meno la possibilità di verificare al momento debito la sussistenza
del grave pericolo per la salute psichica della donna, non può che ritenersi altamente probabile
(ponendosi nella prospettiva della prognosi postuma, ossia formulando un giudizio ex ante) che
la conoscenza della patologia del feto, nel periodo compreso tra la ventesima e la ventiduesima
settimana, o tutt'al più alla data del 5 gennaio 1990, avrebbe determinato il pericolo di una
reazione depressiva e, dunque, avrebbe posto a repentaglio la salute psichica della donna.
Questa corte, in un precedente caso di mancata diagnosi di malformazione fetale, ha già avuto
modo di affermare che:

«La nascita di un figlio, che ella saprà invalido al 100% per il resto della vita, continuamente
bisognoso di cure ... è sicuramente un fatto tale da generare nella madre qualcosa di più della
sofferenza e ribellione ..., ma certamente un trauma psichico di notevole gravità. La legge
stessa (art. 6 cit.) prevede che la "rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro" possano
gravemente influire sulla salute psichica della donna e, nella specie, tali anomalie o
malformazioni esistono e sono purtroppo estremamente rilevanti».

Orbene, il ragionamento che precede — che ha ricevuto l'avallo di Cass. 10 maggio 2002, n.
6735 — ben si attaglia al caso in esame, tenuto conto della particolare gravità della
malformazione patita da U. S.. Occorre cioè ribadire che la circostanza decisiva ai fini della
verifica della sussistenza del diritto all'interruzione volontaria della gravidanza non è costituita,
ex post, dall'insorgenza di una patologia a carico della donna (patologia cui troppo
genericamente accenna la perizia di parte depositata dagli originari attori, datata 31 luglio
1991 e redatta dal dr. Valter Patumi, in cui si fa riferimento ad una sindrome psico-reattiva
secondata dall'errore diagnostico), ma va individuata, ex ante, in relazione al pericolo che la
malformazione fetale può costituire per la salute della medesima.
In definitiva, quindi, valutando la questione dal corretto punto di vista, certo la A. avrebbe
ottenuto il consenso medico all'interruzione della gravidanza se fosse stata correttamente
informata dal professionista sulle malformazioni del feto.

§ 6.2.3. — Occorre ancora chiedersi se la A., avendo la possibilità di optare per l'interruzione
della gravidanza lo avrebbe fatto.
Si è già visto che gli originari attori, nell'introdurre la lite, hanno appunto lamentato di non
aver potuto far ricorso all'interruzione volontaria della gravidanza: ma, anche in questo caso,
la prova che i coniugi avrebbero effettivamente fatto quest'ultima scelta non può essere
fornita. Quel momento è ineluttabilmente trascorso e nessuno può dire (nemmeno i coniugi a
se stessi) se, posti dinanzi alla situazione, avrebbero o non avrebbero scelto la soluzione
dell'interruzione della gravidanza. Essi, cioè, hanno definitivamente perso, per effetto
dell'errata diagnosi di malformazione fetale, ogni possibilità di scegliere.
Soccorre ancora una volta, a risolvere la questione, l'autorità della S. C., la quale,
nell'esaminare specificamente il punto (confermando, come accennato, una precedente
pronuncia di questa corte), ha già avuto modo di chiarire che:

«La circostanza che, nel ricorso di dati presupposti, tra i quali sono le anomalie e
malformazioni del nascituro, la legge consenta alla donna di evitarle il pregiudizio che da quella
condizione del figlio le deriverebbe al suo stato di salute, rende legittimo per il giudice
assumere come normale e corrispondente a regolarità causale che la gestante interrompa la
gravidanza se informata di gravi malformazioni del feto e perciò rende legittimo anche il
ricondurre al difetto di informazione, come alla sua causa, il mancato esercizio di quella
facoltà».

Dunque, è legittimo ritenere che la coppia U.- A. avrebbe optato per l'interruzione volontaria di
gravidanza.

§ 6.2.4. — Nulla rileva, poi, che la diagnosi di malformazione fetale sia stata effettuata il 28
febbraio 1990: a quel punto si era all’ingresso del nono mese di gravidanza, ed è difficile
negare che, ormai, il feto avesse possibilità di vita autonoma, preclusiva del ricorso
all’interruzione volontaria di gravidanza.

§ 7. — È certo, in conclusione, che l'inadempimento contrattuale posto in essere dalla ASL di
Spoleto abbia impedito ai coniugi U.- A. di interrompere la gravidanza.

§ 8. — Si deve passare, dunque, all'esame dei danni determinati dall'inadempimento
contrattuale, nel quadro di applicazione degli articoli 1223 ss. c.c..
In proposito, vale ancora una volta richiamare Cass. 10 maggio 2002, n. 6735, la quale ha
chiarito che:

«Non sono danni che derivano dall'inadempimento del medico quelli che il suo adempimento
non avrebbe evitato: una nascita che la madre non avrebbe potuto scegliere di rifiutare; una
nascita che non avrebbe in concreto rifiutato; la presenza nel figlio di menomazioni o
malformazioni al cui consolidarsi non avrebbe potuto porsi riparo durante la gravidanza in
modo che il figlio nascesse sano».

La stessa pronuncia (sulla scorta di Cass. 1° dicembre 1998, n. 12195) ha d’altro canto
confermato App. Perugia 24 maggio 2000, che, a propria volta, aveva riconosciuto come
dovuto il risarcimento di più tipi di danno:

«Un primo danno è di natura patrimoniale: danno emergente, per le spese mediche già
sopportate e che dovranno essere sopportate in futuro, ma anche per le necessità di costante
cura del minore totalmente invalido, a sua volta destinata a provocare spese; lucro cessante,
perché la necessità di accudire il figlio totalmente invalido si è tradotta in una limitazione del
tempo da dedicare all'attività professionale ed alla vita di relazione e per queste vie in
diminuzione di reddito. Un secondo danno attiene agli effetti non patrimoniali della diminuita
vita di relazione. Un terzo danno è quello riconosciuto già dal tribunale, che lo ha individuato
nel trauma subito per essersi i genitori trovati senza alcuna preparazione psicologica di fronte
alla realtà di un figlio menomato».

§ 8.1. — Vi è da scrutinare, in primo luogo, se gli attori abbiano subito un qualche danno
patrimoniale.
Esso, in astratto, può presentarsi sia in veste di danno emergente (ad esempio come spese
mediche e, comunque, come esborsi necessari per il mantenimento di una persona, per di più
bisognosa di maggiore assistenza in ragione della patologia dalla quale è affetta) sia in veste di
lucro cessante (per effetto della sottrazione al lavoro del tempo da dedicare all'assistenza della
bambina).

§ 8.1.1. — Sotto questo secondo profilo, però, gli attori non hanno né dedotto, né provato
alcun danno.
U. U., per quanto consta coltivatore diretto, non ha indicato un qualche specifico pregiudizio da
contrazione del reddito suscettibile di essere risarcito.
Per quanto riguarda la A., poi, risulta che la medesima svolge l'attività di insegnante e che,
dunque, non ha subito un pregiudizio in termini di lucro cessante per effetto della vicenda in
esame.

§ 8.1.2. — Diversa la questione del danno emergente.
In proposito è da credere che ai coniugi appellanti debba essere riconosciuto l'importo
corrispondente alla spesa per il mantenimento della bambina fino al momento del
raggiungimento dell'autonomia economica da parte sua, sul rilievo che quest'ultima, affetta da
un deficit di natura esclusivamente fisica, ben potrà trovare un adeguato inserimento nel
mondo del lavoro, dedicandosi ad un'attività confacente alle sue attitudini.
Non sembra invece rilevante, ai fini della determinazione del danno emergente, la circostanza
che U. ed A. avessero deliberato di avere un figlio che, comunque, avrebbe costituito un costo
per il bilancio familiare, sì da pervenire alla liquidazione, in loro favore, del solo differenziale
tra la spesa per il mantenimento di un figlio «sano» e la spesa per il mantenimento di un figlio
affetto dal deficit di cui si è detto: una volta stabilito che i coniugi avrebbero optato per
l'interruzione volontaria di gravidanza, l'inadempimento posto in essere dalla ASL ha fatto sì
che la coppia debba sopportare per intero un costo economico che altrimenti non avrebbe
avuto.
In analogo frangente un giudice di merito (Trib. Venezia 10 settembre 2002, Resp. civ. prev.,
2003,117; Danno e resp., 2003, 403; Giust. civ., 2003, I, 2597; Foro it., 2002, I, 3480) ha
ritenuto di riconoscere la complessiva somma di € 61.974,83 considerando un costo medio
mensile di € 258,23 fino al raggiungimento dell'autonomia economica, fissata al compimento
dell'età di vent'anni.
Tale valutazione — nel caso di cui oggi si discute — appare a questa corte alquanto ottimistica
con riguardo alla spesa mensile e decisamente ottimistica con riguardo alla protrazione di essa,
ché il risultato dell'indipendenza economica a vent'anni è sovente un miraggio anche per chi
non soffra delle maggiori difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro senz'altro derivanti da
un deficit quale quello che ha colpito U. S.. Più ragionevole, dunque, sembra un importo, ad
oggi, intorno agli € 400,00 mensili ed il pronostico del raggiungimento dell'indipendenza
economica ad un’età aggirantesi sui 30 anni.
Sicché, considerato che l'importo oggi liquidato va a coprire un periodo già trascorso ed uno a
venire, la corte stima equo liquidare l'importo complessivo all'attualità di € 140.000,00.
Dunque, presumendo un pari apporto dei coniugi alle spese familiari, in € 70.000,00 ciascuno.
Per quanto attiene ad eventuali spese mediche, invece, nulla può essere riconosciuto agli
appellanti: in realtà, nessuna specifica deduzione di spesa essi hanno fatto in proposito,
deduzione che, viceversa, avrebbe dovuto essere particolarmente rigorosa, anche sotto il
profilo della dimostrazione della necessità di spese mediche non coperte dal servizio sanitario
nazionale.

§ 8.2. — Poi c'è il capitolo del danno non patrimoniale.
Dopo la ridefinizione della materia dovuta alla S.C. ed alla Corte costituzionale (Cass. 31
maggio 2003, n. 8828; Cass. 31 maggio 2003, n. 8827; Corte cost. 11 luglio 2003, n. 233),
occorre verificare — volendo citare il giudice delle leggi — se gli originari attori abbiano subito:

«sia il danno morale soggettivo, inteso come transeunte turbamento dello stato d’animo della
vittima; sia il danno biologico in senso stretto, inteso come lesione dell’interesse,
costituzionalmente garantito, all’integrità psichica e fisica della persona ...; sia infine il danno
(spesso definito in dottrina ed in giurisprudenza come esistenziale) derivante dalla lesione di
(altri) interessi di rango costituzionale inerenti alla persona».
§ 8.2.1. — Per quanto riguarda il danno morale soggettivo, esso continua ad identificarsi con il
«transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima» (Corte cost. 11 luglio 2003, n. 233,
la quale riprende l’espressione di Corte cost. 14 luglio 1986, n. 184) ovvero con la «sofferenza
contingente» (Cass. 31 maggio 2003, n. 8828), ma si presenta oggi come specie del più ampio
danno non patrimoniale, comprensivo di ulteriori voci di danno.
Nel caso di specie, è certamente da considerare un’acuta sofferenza concentrata
successivamente all’ecografia del 28 febbraio 1990, sofferenza resa ancora più viva dalla
circostanza che, dopo l’ecografia del 5 gennaio, i genitori non potevano paventare una diagnosi
così sfavorevole quale quella poi correttamente formulata.
Tale sofferenza è sicuramente proseguita, ragionando secondo un criterio di normalità, fino alla
nascita ed anche dopo, fin tanto che — come è nella natura delle cose, salvo che il dolore non
vada come si suol dire ad incitarsi, finendo per trasformarsi in vera e propria patologia psichica
— i genitori non hanno accettato l’accaduto, ponendosi nella prospettiva di farvi fronte.
Tenuto conto della intensità e protrazione della sofferenza la corte stima equo liquidare per
danno morale, a ciascuno dei coniugi, all’attualità, la somma di € 30.000,00.

§ 8.2.2. — Per quanto riguarda il danno biologico nulla spetta ad U. U., che non ha neppure
dedotto di essere rimasto vittima, in conseguenza della vicenda in questione, di una qualche
patologia medicalmente accertabile, quantomeno specificamente indicata. Manca, in ogni caso,
qualsiasi elemento probatorio di una patologia a carico dell’U..
Il medesimo ragionamento appare da svolgere con riguardo ad A. R.: in questo caso il solo
elemento da considerare è la relazione medica di parte, già menzionata, del 31 luglio 1991. E,
tuttavia, in mancanza di altra probante documentazione medica (e, per la verità, anche nella
specifica deduzione dell'esistenza di un circostanziato danno biologico), la corte non ritiene
provata alcuna patologia medica a carico della donna e neppure sussistenti elementi probatori
tali da giustificare un'indagine sul punto a mezzo di CTU.

§ 8.2.3. — Vi è poi il danno derivante dalla lesione di interessi di rango costituzionale inerenti
alla persona, ma diversi dalla salute, «spesso definito in dottrina ed in giurisprudenza come
esistenziale» (Corte cost. 11 luglio 2003, n. 233), danno che anche questa corte ha in più di
un’occasione così definito (App. Perugia 13 marzo 2003, SARA Spa c/Granocchia ed altri; App.
Perugia 2 ottobre 2003, Cirenei c/ Cerci ed altri).
Con riguardo al caso dell’omessa diagnosi di malformazione fetale, l’inquadramento dei
pregiudizi di ordine personale nell’ambito del danno esistenziale non è nuova nella
giurisprudenza di merito (Trib. Locri 6 ottobre 2000, GI, 2001, I, 2, 735; Resp. civ. prev.,
2001, 409; Trib. Busto Arsizio 17 luglio 2001, Resp. civ. prev., 2002, 441). Viceversa, la S. C.,
sempre in un caso di omessa diagnosi di malformazione fetale, ha in proposito recentemente
affermato (il riferimento è ancora a Cass. 29 luglio 2004, n. 14488) che «non esiste la
categoria del cosiddetto danno esistenziale, essendo, invece risarcibili le lesioni di specifici
valori costituzionalmente protetti».
Qui la S.C. (a differenza del giudice delle leggi, che aveva seguito la strada della prudenza) si
cimenta in un’affermazione tanto netta quanto immotivata: ad essa, perciò, non può attribuirsi
alcun decisivo peso, sicché non v’è ostacolo a dissentirne.
In effetti, secondo il giudizio di questa corte, le conseguenze personali della mancata
interruzione volontaria della gravidanza costituiscono, per la parte più rilevante, un caso tipico
di danno esistenziale, nel senso in cui l’espressione si è andata man mano precisando in
giurisprudenza (anche di legittimità: basti ricordare Cass. pen. 22 gennaio 2004, n. 2050,
Giur. it., 2004, 1025) e dottrina: ossia come ostacolo allo svolgimento di attività realizzatrici
della persona, per utilizzare la nota espressione della Corte costituzionale.
La verità è che, se si discorre di risarcibilità delle lesioni «di specifici valori costituzionalmente
protetti» (come fa Cass. 29 luglio 2004, n. 14488) non si dice ancora nulla del danno che
occorre risarcire: ragionando con i concetti della responsabilità extracontrattuale si potrebbe
dire che, in questo caso, l’attentato al valore dotato di tutela costituzionale —
l’autodeterminazione della donna nella scelta di portare a termine la gravidanza, senz’altro
riconducibile all’ambito dell’articolo 2 Cost., quale clausola generale aperta — si colloca dal
versante della lesione dell’interesse giuridicamente protetto, dunque del danno-evento, ma
lascia completamente in ombra le conseguenze della lesione.
E però, come ha bene chiarito proprio la S.C. (Cass. 31 maggio 2003, n. 8828) il danno
risarcibile non coincide con la lesione dell’interesse protetto, ma con le conseguenze della
lesione. In un caso di rottura del rapporto parentale è stato osservato che: «il danno non
patrimoniale da uccisione di congiunto non coincide con la lesione dell'interesse protetto, esso
consiste in una perdita, nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito
della irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle
reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si
esprimono nell'ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono
conseguenza della lesione dell'interesse protetto. Volendo far riferimento alla nota distinzione
tra danno-evento e danno-conseguenza ... si tratta di danno-conseguenza».

Danno, damnum (da demere, diminuire) è dunque la perdita patrimoniale o non patrimoniale
(qualsiasi perdita, a partire dall’impostazione del Domat, che impregnò il Code Napoléon e di lì
i nostri codici), che la lesione dell’interesse giuridicamente protetto produce.
Nel caso dell’erronea diagnosi di malformazione fetale — in una vicenda come quella oggi in
discussione, in cui si è accertato che la A. aveva il diritto di interrompere la gravidanza e lo
avrebbe esercitato — occorre domandarsi quale sia il danno alla persona che la lesione del
diritto all’autodeterminazione della donna, con la conseguente nascita indesiderata, determina.
Esso determina normalmente danno morale soggettivo: sofferenza. Il punto è stato esaminato
ed il danno liquidato.
Può produrre danno biologico, ma non è detto. In quell’area (visto che non ce n’era un’altra) la
giurisprudenza ha spesso in passato cercato di collocare, con più di una forzatura, il danno
derivante dall’errata diagnosi di malformazione fetale (Cass. 8 luglio 1994, n. 6464; App.
Bologna 19 dicembre 1991, Arch. civ., 1992, 295; Dir. fam. pers., 1993, 1081; Trib. Roma 13
dicembre 1994, Dir. fam. pers., 1995, 662), magari accogliendo un’idea di salute, e quindi di
danno biologico, particolarmente dilatata, tale da ricomprendere quelle perdite che non la
salute impegnano, ma le conseguenze relazionali della lesione.
La verità, però, è che la nascita indesiderata incide massicciamente su altri aspetti
dell’esistenza, diversi dalla sofferenza e dalla salute. La S.C. se ne è avveduta (Cass. 10
maggio 2002, n. 6735) laddove ha evidenziato che uno dei danni che si producono «attiene
agli effetti non patrimoniali della diminuita vita di relazione»: ma il ricorso al rispolverato
danno alla vita di relazione sembra tutt’altro che appagante, per quanto siffatta figura è
ampiamente superata dall’elaborazione giurisprudenziale degli ultimi due decenni.
La nascita indesiderata, invero, determina una radicale trasformazione delle prospettive di vita
dei genitori, i quali si trovano esposti a dover misurare (non i propri specifici «valori
costituzionalmente protetti», ma) la propria vita quotidiana, l’esistenza concreta, con le
prevalenti esigenze della figlia, con tutti gli ovvi sacrifici che ne conseguono: le conseguenze
della lesione del diritto di autodeterminazione nella scelta procreativa, allora, finiscono per
consistere proprio nei «rovesciamenti forzati dell’agenda» di cui parte della dottrina discorre
nel prospettare la definizione di danno esistenziale.
Insomma, la fattispecie in esame sembra costituire un caso paradigmatico di lesione di un
interesse che non determina un prevalente danno morale o biologico, peraltro sempre
possibile, ma impone al danneggiato di condurre giorno per giorno, nelle occasioni più minute
come in quelle più importanti, una vita diversa e peggiore (quanto si voglia nobilitata dalla
dedizione al congiunto svantaggiato, ma peggiore, tanto che nessuno si augurerebbe di avere
un figlio senza gambe piuttosto che con) di quella che avrebbe altrimenti condotto.
Tale è il danno che la coppia U.- A. ha subito e subisce ed esso, secondo questa corte è un
danno esistenziale.
Se, poi, questa definizione è inadatta, lo si chiami come si vuole, ma la sostanza sembra
decisamente rimanere quella che si è cercato di illustrare.

§ 8.2.3.1. — Occorre quindi chiedersi a quanto ammonta questo danno.
Come utile parametro di riferimento sembra potersi ricordare che, all’epoca della
consumazione dell’inadempimento, A. R., nata il 31 marzo 1958, aveva 31 anni (non emerge
invece dagli atti la data di nascita di U. U.).
Ebbene, se a quella data la donna avesse subito un danno biologico del 99%, le sarebbe
spettato (attualizzato ad oggi) l'importo di € 559.766,41 (tabelle Perugia, disegnate su quelle
Milano: Guida al diritto, Dossier mensile n. 6 del 2004).
Il danno esistenziale che ella ha subito, tuttavia, va ritenuto sicuramente meno grave di un
simile danno biologico, dal momento che quest'ultimo avrebbe integralmente precluso qualsiasi
attività della persona, mentre il pregiudizio in termini di deterioramento della qualità della vita
derivante dalla nascita indesiderata è senz'altro più contenuto, poiché i genitori conservano un
ampio margine di «realizzazione», pur deteriorato in conseguenza dell'evento verificatosi.
In particolare, se si pensa ad una empirica suddivisione delle attività della persona in più aree
— ad esempio: a) attività biologico- sussistenziali (muoversi, mangiare ecc.); b) affetti, sesso,
famiglia, figli; c) lavoro; d) arte, scuola, scienza, cultura; e) svago, sport, vacanze, tempo
libero — è facile osservare che, con riguardo alla coppia U.- A., nessuna compromissione si è
avuta con riguardo alla sfera sub a, imponente è stata la compromissione con riguardo alla
sfera sub b, senz’altro rilevante è stata la compromissione concernente le altre sfere, non
foss’altro che per il minor tempo disponibile allo scopo, dovendo i genitori occuparsi in misura
superiore alla norma della bambina.
Per quanto riguarda la permanenza del danno, la corte stima che esso sia destinato ad
affievolirsi, ma — ragionando per via presuntiva — non a scomparire: si è detto che la
bambina potrà inserirsi nel mondo del lavoro, ma sembra difficile pronosticare che essa potrà
affrancarsi integralmente dalla dipendenza dai genitori e, dunque, affrancare questi ultimi da
ogni impegno nei suoi confronti.
In definitiva, adottando come parametro di riferimento il menzionato danno biologico, sembra
alla corte ragionevole liquidare unitariamente il danno esistenziale di cui si discorre nella
misura, per ciascun coniuge, di € 200,000,00, all'attualità.

§ 9. — Concludendo, a ciascun coniuge spetta il complessivo importo di € 300.000,00, senza
rivalutazione, essendo stata effettuata la liquidazione all’attualità.

§ 10. — Al danneggiato, inoltre, deve essere liquidato, nell’osservanza del combinato disposto
degli artt. 2056 e 1223 c.c., il danno per lucro cessante — conseguenza immediata e diretta
dell’illecito, ex art. 1219 c.c., secondo comma, n. 1 — determinato dalla mancata disponibilità
della somma, come sopra quantificata, per il periodo indicato.
Tale danno può essere liquidato con criterio equitativo, secondo l’orientamento
giurisprudenziale elaborato da Cass., Sez. U., 17 febbraio 1995, n. 1712, avuto riguardo, nel
caso di specie, al rendimento medio dell’investimento in titoli di Stato della somma dovuta,
adottando come base di calcolo l’equivalente monetario del danno al tempo del fatto illecito
rivalutato anno per anno in base a nozioni di comune esperienza.
L’entità del credito, infatti, induce ad escludere un diverso impiego remunerativo e fa reputare
preferibile l’utilizzazione di un parametro ricavato in via orientativa dai tassi di rendimento dei
BOT.
Il applicazione dei criteri esposti il danno da lucro cessante (tenuto conto che il credito di €
70.000,00 per il mantenimento della bambina è andato e va a maturare progressivamente) va
liquidato equitativamente in complessivi € 100.000,00.

§ 11. — Il definitiva spetta a ciascun coniuge l’importo di € 400.000,00. Segue condanna della
ASL di Spoleto al relativo pagamento, con interressi legali dalla pronuncia al saldo.

§ 12. — Per quanto attiene all'appello incidentale spiegato con riguardo alla pronuncia sulle
spese dagli R., esso appare da respingere, ritenendo questa corte che il primo giudice (pur nel
quadro di una decisione meritevole di riforma) abbia rettamente operato la compensazione di
ragione della peculiarità, complessità e (relativa) novità delle questioni trattate.

§ 13. — Le stesse ragioni inducono di integrale compensazione anche delle spese di questo
grado. Spese di CTU definitivamente a carico della ASL n. 3 di Spoleto.
                                       PER QUESTI MOTIVI
definitivamente pronunciando sull’appello proposto da U. U. ed A. R. nei confronti della ASL n.
3 di Spoleto, R. A. e L., Z. F., RAS Spa e Assicurazioni Generali Spa contro la sentenza del 25
settembre 1997 resa tra le parti dal Tribunale di Spoleto, nonché sull'appello incidentale
spiegato dagli R., ogni altra conclusione disattesa, così provvede:
1. — condanna la ASL n. 3 di Spoleto al pagamento, in favore di U. U. ed A. R., della somma,
quanto a ciascuno, di € 400.000,00, con interessi nella misura legale dalla pronuncia al saldo;
2. — spese del grado integralmente compensate;
3. — spese di CTU definitivamente a carico della ASL n. 3 di Spoleto.
Così deciso in Perugia il giorno 28 ottobre 2004.



 SENTENZA DEL TAR DEL LAZIO- PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

Tar Lazio Sezione III- ter
Sentenza 7 aprile-23 maggio 2005 n. 4047
Le strutture ricorrenti impugnano le Linee guida di cui al D.M. 21/7/04, assumendone
l'illegittimità. La Corte respinge il ricorso. Estratto da Altalex, 10 giugno 2005. Nota di
Giuseppe Buffone

La vicenda giudiziaria muove dal ricorso della “WARM - World Association Reproductive
Medicine”, associazione che organizza e rappresenta gli interessi collettivi di molti centri e
singoli professionisti che svolgono attività di procreazione medicalmente assistita, la quale,
ritualmente, impugna il D.M. 21/7/2004 assumendone la lesività in ragione del carattere
vincolante sancito dall'art. 7 della legge 19/2/2004, n. 40.

Il Collegio affronta uno dei temi centrali della querelle, avente ad oggetto profili di bioetica ed
eugenetica, già, tra l’altro, affrontati, seppur per altri aspetti, da Cassazione , sez. III civile,
sentenza 29.07.2004 n° 14488 : il Collegio, infatti, statuisce che “non esiste un diritto al
concepimento di un figlio sano”, e la procreazione assistita, quindi, deve essere solo intesa a
favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti da sterilità e infertilità, non potendo
essere strumentale alla selezione del figlio “perfetto”

 Sullo stesso argomento, con lo stesso attore,con la stessa sezione del TAR del
        Lazio Tar Lazio - Sezione III- ter- Sentenza 7 aprile-5 maggio 2005 n. 3452

La WARM - World Association Reproductive Medicine, associazione che organizza e rappresenta
gli interessi collettivi di molti centri e singoli professionisti che svolgono attività di procreazione
medicalmente assistita, impugna il D.M. 21/7/2004, recante «Linee guida in materia di
procreazione medicalmente assistita», assumendone la lesività in ragione del carattere
vincolante sancito dall'art. 7 della legge 19/2/2004, n. 40.
Premette un'esposizione generale sulle tecniche di procreazione medicalmente assistita,
evidenziando le limitazioni apportate dalla legge n. 40/04 e dal provvedimento impugnato; in
particolare sottolinea che per effetto della nuova disciplina legislativa è consentita
l'inseminazione di soli tre ovociti con il liquido seminale del compagno, essendo vietata
l'inseminazione eterologa; aggiunge che, mentre in precedenza il medico trasferiva in utero,
entro sei giorni dall'inseminazione, due embrioni, in conformità delle raccomandazioni
dell'O.M.S. e della ESHRE, crioconservando gli embrioni in eccesso, a causa della nuova legge,
il ciclo di procreazione o non consentirà di ottenere alcun embrione da impiantare, imponendo
di conseguenza di ripetere la terapia di stimolazione farmacologica, ovvero, in bassa
percentuale, comporterà il trasferimento nell'utero di tutti gli embrioni formati, determinando
una gravidanza trigemellare, con rischio per la salute della donna e per la vita dei concepiti.

Nel respingere il ricorso, la Corte fa questa importante affermazione: “Esula dunque dalla
biologia la possibilità di dire quando è che un embrione divenga persona (rectius: sia tutelabile
in quanto tale); ove se ne ravvisi la necessità, ciò potrebbe essere il frutto di una “convenzione
umana”, che, per la sua massima rilevanza, e per le ricadute connesse, non può che
configurarsi come scelta espressione di discrezionalità politica del legislatore (come è avvenuto
in altri ordinamenti), e giammai competere, praeter legem, ad un provvedimento
amministrativo, chiamato solamente a dare attuazione tecnica alla legge, e non ad esprimere
opzioni ideologiche, come è quella secondo cui l'embrione non è soggetto di diritto fin dal
momento del concepimento.

								
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