Naturalismo e Verismo Classe V 12 ottobre 2006 by Zw48Ik7

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									IISS “L. PInto – F. Anelli” – Castellana Grotte                                 Classe V A SIRIO




      NATURALISMO E VERISMO
                      Classe V SIRIO – 12 ottobre 2006

     IL NATURALISMO FRANCESE

     La tendenza realistica in campo letterario ebbe le sue prime manifestazioni in
Francia, ove assunse il nome di “naturalismo”.

     Ne fu precursore il Honoré de Balzac (“La Comédie humanine”) e primi
rappresentanti Gustave Flaubert, autore di opere famose, quali “La Signora Bovary”,
“Salammbô” e “L’educazione sentimentale”, e Guido Maupassant, autore di celebri
novelle e romanzi, come “Palla di sego”, “Una vita”, e “Forte come la morte”.


         Romanzi veristi = si ispirano alla vita contemporanea e studiano
  l’uomo nella società e nel suo mondo reale, con particolare attenzione alla
                         società capitalista e ai bisogni economici

                                È il rifiuto del romanzo storico

            ROMANZO STORICO = ROMANZO LEGATO ALLA STORIA DEL PASSATO

         ROMANZO VERISTA = ROMANZO CONTEMPORANEO LEGATO ALLA REALTÀ

     Ma la voce più autorevole del naturalismo francese fu Emile Zola al quale si deve

la definizione di “romanzo           sperimentale”,         cioè la teoria secondo la quale lo

scrittore di romanzi deve descrivere la realtà quotidiana anche, anzi principalmente, nei
suoi aspetti più squallidi e deteriori, deve affondare il proprio “bisturi” nelle viscere della
società per metterne a nudo le passioni e le angosce, i vizi e le turpitudini, deve
“fotografare” la realtà per rappresentarla e farla conoscere nuda e cruda come è, senza
alcuna ingerenza di natura sentimentale e personale.

     Questa teoria, che fu poi detta dell’ “impersonalità dell’arte”, fu variamente
interpretata dai vari esponenti del realismo europeo, che in linea di massima l’accettarono

prof. Martino Cazzorla                    12 ottobre 2006                                     1
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anche se non sempre l’applicarono rigidamente, come invece fece lo Zola. Questi, in ben
venti romanzi (fra cui “Teresa Raquin”, “Lo scannatoio”, “Il ventre di Parigi”, “La terra”,
“Nanà”, ecc.), descrisse la “commedia umana del Secondo Impero” francese.

     I naturalisti francesi rivolsero di preferenza la loro attenzione ai bassifondi
parigini, agli ambienti più malsani della metropoli, ai vizi più degradanti dell’umanità, ai
personaggi più squallidi dell’emarginazione sociale. Loro intendimento era di portare alla
luce quegli aspetti della vita sociale che generalmente si tende a nascondere ed
ignorare, ma che esistono ed hanno una spiegazione e non è giusto considerare un
problema che non riguardi l'intera società. La loro fu dunque un’opera di denuncia

sociale, cui sovente sacrificarono l’orgoglio dell’artista per non tradire il linguaggio degli
ambienti descritti.




     IL VERISMO ITALIANO

     Anche in Italia la tendenza realistica generò una corrente letteraria che interessò
anche la poesia, ma soprattutto, col nome di “verismo”, la narrativa ed il teatro.


     Il primo autore verista fu Luigi Capuana, che fu anche il teorico del movimento, il
quale,    richiamandosi     al   naturalismo      francese,   faceva   proprio   il   principio   dell’
“impersonalità dell’arte”, la tendenza a fotografare la realtà e rappresentare il
documento umano oggettivamente. E' però da chiarire subito che nelle loro opere i
veristi italiani furono assai meno “oggettivi” di quanto si proponessero e non seppero mai
sottrarsi completamente alla tentazione di partecipare coralmente alle vicende dei propri
personaggi. Inoltre essi, a differenza dei francesi, rivolsero la propria attenzione alla
misera condizione degli “umili” dei piccoli ed arretrati paesi del Meridione d’Italia, anche
se il centro di maggior diffusione del verismo fu, come sempre, il capoluogo lombardo,
Milano.

     Gli autori veristi trovarono una tiepida accoglienza negli ambienti dell’intellettualità
borghese del loro tempo, nonostante l’esplicita adesione al movimento di Giovanni

Verga, uno scrittore rinomato e che aveva in passato assecondato con libri di successo il
gusto borghese ancora legato al sentimentalismo del tardo romanticismo: solo più


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tardi la critica ufficiale scoprirà la validità della loro opera e lo stesso Verga ebbe il
riconoscimento che gli si doveva per l’opera sua verista - grazie all’intelligenza di Luigi
Russo - verso la fine della vita.

     Per meglio illustrare la poetica del verismo italiano, giova rifarsi alla prefazione del
Verga alla novella “L’amante di Gramigna” (della raccolta “Vita di campi”):

         «Caro Farina, eccoti non un racconto, ma l'abbozzo di un racconto. Esso
    almeno avrà il merito di essere brevissimo, e di essere storico - un documento
    umano, come dicono oggi - interessante forse per te, e per tutti coloro che studiano
    nel gran libro del cuore. Io te lo ripeterò così come l’ho raccolto pei viottoli dei
    campi, press’a poco colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione
    popolare, e tu veramente preferirai di trovarti faccia a faccia col fatto nudo e
    schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello
    scrittore. Il semplice fatto umano farà pensare sempre; avrà sempre l’efficacia
    dell’essere stato, delle lagrime vere, delle febbri e delle sensazioni che sono
    passate per la carne; il misterioso processo per cui le passioni si annodano, si
    intrecciano, maturano, si svolgono nel loro cammino sotterraneo, nei loro
    andirivieni che spesso sembrano contraddittori, costituirà per lungo tempo ancora
    la potente attrattiva di quel fenomeno psicologico che forma l'argomento di un
    racconto, e che l'analisi moderna si studia di seguire con scrupolo scientifico. Di
    questo che ti narro oggi, ti dirò soltanto il punto di partenza e quello d’arrivo, e per
    te basterà, - e un giorno forse basterà per tutti.

         Noi rifacciamo il processo artistico al quale dobbiamo tanti monumenti gloriosi,
    con metodo diverso, più minuzioso e più intimo. Sacrifichiamo volentieri l’effetto
    della catastrofe, allo sviluppo logico, necessario delle passioni e dei fatti verso la
    catastrofe resa meno impreveduta, meno drammatica forse, ma non meno fatale.
    Siamo più modesti, se non più umili; ma la dimostrazione di cotesto legame oscuro
    tra cause ed effetti non sarà certo meno utile all'arte dell'avvenire. Si arriverà mai a
    tal perfezionamento nello studio delle passioni, che diverrà inutile il proseguire in
    cotesto studio dell'uomo interiore? La scienza del cuore umano, che sarà il frutto
    della nuova arte, svilupperà talmente e così generalmente tutte le virtù
    dell'immaginazione, che nell'avvenire i soli romanzi che si scriveranno saranno i



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    fatti diversi?

         Quando nel romanzo l'affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così
    completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi
    delle passioni umane, e l'armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità
    della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così
    necessarie, che la mano dell'artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà
    l'impronta dell’avvenimento reale, l'opera d'arte sembrerà essersi fatta da sé, aver
    maturato ed esser sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun
    punto di contatto col suo autore, alcuna macchia del peccato d'origine.»

     La nuova arte deve partire dal “documento umano”, seguire lo “sviluppo logico delle
passioni” senza indulgere all’ “effetto” artificiosamente drammatico, narrare il “fatto” con le
stesse parole “semplici e pittoresche della narrazione popolare”: creare, insomma,
un’opera che sembri “essersi fatta da sé”. E' questa la poetica verista cui il Verga aderì a
partire dal 1875, anno della pubblicazione di “Nedda”. Ma, come abbiamo già detto, né
lui né gli altri autori italiani veristi seppero rinunziare alle esigenze del proprio cuore e
parteciparono con intima e sofferta solidarietà ai drammi dei loro personaggi.

     Fra i maggiori scrittori del verismo italiano - oltre al Verga, del quale tratteremo a
parte - ricordiamo il già citato Luigi Capuana, autore siciliano di romanzi (fra cui il suo

capolavoro     “Il marchese di Roccaverdina”), novelle              (“Profili di donne”, “Le
appassionate”, “Le paesane”, “Le nuove paesane”, ecc.), libri per l’infanzia (“C’era una
volta”, “Scurpiddu”, “Cardello”, ecc.) e numerosi saggi critici (“Il teatro italiano
contemporaneo”, “Studi di letteratura italiana contemporanea”, “Gli ismi contemporanei”,
ecc.); Matilde Serao, greca di origine ma napoletana di adozione, che scrisse
numerose novelle e romanzi (“Piccole anime”, “ Terno secco”, “Il ventre di Napoli”, ecc.)
descrivendo il mondo minuto e pittoresco dei vicoli napoletani; i toscani Mario Pratesi (“Il
mondo di Dolcetta: scene della vita toscana del 1859”) e Renato Fucini (“Le veglie di
Neri”, “All’aria aperta”, “Nella campagna toscana”, “Foglie al vento”); la scrittrice sarda
Grazia Deledda, Premio Nobel per la letteratura nel 1926 (“Il vecchio della montagna”,
“Elias Portolu”, “Cenere”, “Canne al vento”, ecc.).

     Come si vede da queste sommarie indicazioni, i veristi italiani furono legati ai
problemi ed ai costumi delle regioni in cui vissero.

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     GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

                                                                  Così        nel       QUARTO
                                                            STATO, iniziato nel 1898 e
                                                            terminato nel 1901, è evidente
                                                            che    Pellizza     non      intendeva
                                                            rappresentare           esclusivamente
                                                            una    scena,     sia     pure    molto
                                                            importante, della vita sociale del
proprio tempo, vale a dire un momento di sciopero e di protesta.

     Vi compaiono, infatti, delle figure che avanzano verso la piena luce, mentre sullo
sfondo campeggia un tramonto: è chiara l'allegoria sociale del popolo che avanza verso
un futuro radioso, lasciandosi alle spalle l'età dell'oppressione. Il tema era già stato trattato
più volte e continuamente rielaborato da Pellizza, a partire dal 1891, con Ambasciatori
della fame, attraverso Fiumana, completata nel 1896, e il bozzetto preparatorio del
Quarto stato del 1898, Il cammino dei lavoratori, secondo il titolo inizialmente
prescelto, ed era andato ampliandosi ed approfondendosi durante questo percorso, di pari
passo con l'evoluzione artistica del soggetto.




prof. Martino Cazzorla                    12 ottobre 2006                                         5

								
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