INTRODUZIONE ( ved by 203x8y1

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									                  FRANCESCO PETRARCA A 700 ANNI DALLA NASCITA
                                     Conferenza del 19/02/2008
                  Relatore: Mariella Sartoris Letture dal Canzoniere: Flavia Rama
                         Centro Chantal, ore 15,30, Via Perazzo 7. Torino

“Sono stato uno della vostra specie, un pover’uomo mortale, di classe sociale nè elvata nè
bassa; di antica famiglia, come dice di se stesso Cesare Augusto; di temperamento per
natura nè malvagio nè senza scrupoli....
Da giovane m’era toccato un corpo non molto forte, ma assai agile. Non mi vanto di aver
avuto una grande bellezza, ma in gioventù potevo piacere: di colore vivo tra bianco e bruno,
occhi vivaci...La vecchiaia prese possesso d’un corpo che era stato sempre sanissimo e lo
circondò con la solita schiera di acciacchi...
Mangiando poco e semplicemente passai la vita più contento che con le raffinatissime tavole
di tutti i successori di Apicio...
La superbia l’ho riscontrata negli altri, ma non in me stesso....Ebbi la fortuna di godere la
familiarità dei principi e dei re, e l’amicizia dei nobili tanto da esserne invidiato...La mia ira
danneggiò assai di frequente me stesso, mai gli altri. Mi vanto francamente d’aver un animo
molto suscettibile, ma facilissimo a dimenticare le offese, ed al contrario saldissimo nel
ricordo dei benefici ricevuti...
Fui d’intelligenza equilibrata piuttosto che acuta; adatta ad ogni tipo di studio buono e
salutare, ma inclinata particolarmente alla filosofia morale e alla poesia....Tra le tante attività,
mi dedicai singolarmente a conoscere il mondo antico, giacchè questa età presente a me è
sempre dispiaciuta....
Quando trovai una valle piccola ma solitaria ed amena mi trasferii lì con tutti i miei libri
quando già avevo 34 anni...
La mia intelligenza è come il mio corpo: ha più agilità che robustezza; e perciò mi fu agevole
concepire tanti disegni che poi lasciai da parte per la difficoltà di eseguirli...” ( da Seniles :
Posteritati)
(In Secretum Agostino riconosce colpa grave di Franceso l’accidia, cioè quella sorta di
impotenza della volontà che procura al poeta un perenne senso di insoddisfazione e di
scontentezza di sè e del mondo).
“Davvero odioso e ridicolo è quell’odio che alcuni hanno immaginato ch’io porti a questo
poeta poichè, come vedi, non ho nessuna ragione di odiarlo, ma molte di amarlo; cioè la
patria comune e la paterna amicizia e l’ingegno e lo stile, ottimo nel suo genere, che lo
rendono immune da ogni disprezzo...Che io compiaciutomi tanto di far raccolta di libri, non
abbia mai ricercato l’opera di costui ... confesso che temevo di diventare senza volere e
senza avvedermene un imitatore...”
(Familiares , a Boccaccio)

INTRODUZIONE ( ved. slide n.1)

La vita e le opere di Petrarca offrono, per ricchezza e complessità, molti spunti di riflessione.
Io ho scelto di soffermarmi su quegli aspetti che, a mio parere, più avvicinano P. alla nostra
sensibilità moderna e mostrano il debito che la cultura europea, oggi, ha verso di lui.

VITA ( ved. slides n.2,3)

Di natura delicata, era moderato e sobrio nelle abitudini del vivere. Facile allo sdegno era,
però, subito pronto a placarsi. Il suo temperamento elegiaco, incline alla tenerezza e alla
malinconia, favorisce il ripiegamento nell’analisi interiore. Non aveva la capacità “costruttiva”
per es. di Dante, e questo fu un assillo mai risolto. Un persistente senso di insufficienza lo
spingeva a ricercare continue rassicurazioni, riconoscimenti da parte degli altri. Era narcisista
ed anche invidioso, ma fortunato perchè nella vita non ebbe uguali.
   Figlio di un notaio di Arezzo, fu avviato agli studi di legge a Bologna, mentre il padre era alla
corte papale di Avignone. Alla morte del padre, Francesco e suo fratello rientrarono ad
Avignone e Francesco, grazie al suo individuale senso del valore della poesia e della gloria
che ne deriva, intraprese con grande impegno morale e civile, una fortunata carriera di
intellettuale. Si ascrive, in genere, a lui un nuovo tipo di intellettuale serio, dignitoso, autentico
studioso, moralmente impegnato ad invitare i potenti ad operare per il bene. Quindi si pose
come intellettuale molto utile al decoro del potente suo protettore (sia esso, nel caso di
Petrarca, i Visconti o il vescovo Giovanni Colonna). Svolse attività diplomatica in numerosi
viaggi, in Europa, che gli permisero anche di soddisfare il suo spirito desideroso di conoscere
uomini e culture diverse. E’ considerato il primo umanista per il suo amore per i classici. In
essi trovava quel riconoscimento della nobiltà umana che attraverso umanesimo e
illuminismo è carattere fondante della nostra cultura. Nei viaggi scoprì testi importantissimi,
come orazioni e lettere di Cicerone, e per questi eccezionali ritrovamenti andò celebre. Aveva
corrispondenti in svariate aree d’Europa e riuscì a collezionare una straordinaria biblioteca
nelle due case in cui amò vivere, in ritiro solitario e di studio, a Valchiusa e ad Arquà.
Certo l’aspetto che i critici spesso ignorano e giustificano con i tempi o con l’instabilità
psicologica del poeta è il suo essere cortigiano, disponibile politicamente verso i signori dei
luoghi dove viveva. Petrarca avvia e inquadra la lunga ( e non sempre onorevole, penso io )
tradizione della nostra storia letteraria di cultura al servizio del potere, per motivi, molto
spesso, neanche ideologici, ma esclusivamente contingenti e personali.
 Sono moderni questi aspetti della sua vita? Certamente sì. E lasciando da parte il discorso
politico che ci porterebbe lontano, certo il Petrarca curioso e infaticabile viaggiatore e abile
collezionista ci incuriosisce. Siamo più abituati ad associare il suo nome all’amore per Laura e
alla corona di poeta, di poeta laureato appunto. Petrarca fortissimamente volle e lavorò
duramente per la gloria. Ed essa che altro è se non l’esaltazione di sè, come individuo
irripetibile, tanto cara anche ai nostri tempi? La corona di poeta, a Roma, fu la consacrazione
del suo essere riconosciuto intellettuale eccezionale, coltissimo poeta anche in latino, oltre
che il poeta d’amore del Canzoniere.

RITRATTI ( ved.slides n.4,5,6,7,8)

1)Anonimo …. miniatura del XV sec.
 Da notare: studiolo -libro-abito religioso.
Lo studio o studiolo nasce come usanza monastica, adottata, poi, dai papi di Avignone
(Benedetto XII, ad es) come luogo nel palazzo, ma contemporaneamente “fuori“ dal palazzo,
dove ritirarsi in meditazione e silenzio. Nell’umanesimo divenne comune presso i nobili ( per
es. il castello dei Montefeltro ad Urbino fu arricchito da ritratti degli uomini illustri da cui trarre
esempio).
2) Ritratto di Giusto di Gand (Wassenhove), pittore fiammingo del 1400 che lavorò a Roma e
Urbino ( Federico di Montefeltro gli commissionò il ritratto di P. per il suo studiolo).
P. è raffigurato al leggio nello studiolo, con alloro e gesto della mano a cerchio (pollice e
indice uniti) che indica affermazione, approvazione, è segno di argomentazione del discorso.
E’ gestualità presente sin dall’antichità ed è tipica nel Rinascimento.
3) Ritratto senza didascalie.
4) Ritratto di Simone Memmi , ovvero, Simone Martini (nome Memmi è un errore del Vasari)
in Santa Maria Novella. P. dedicò al pittore 3 sonetti.
 5))Ritratto di Altichiero (subì influssi di Giotto e lavorò a Padova, nella basilica di sant’Antonio
da Padova e a Verona con ritratti, oggi perduti, della corte scaligera dei Signori della Scala).
E’ il frammento di un affresco (XII imperatori romani) nella Sala dei Giganti in Palazzo della
Ragione, a Padova. E’ ritenuto il ritratto più somigliante dai critici.
CELEBRAZIONI (ved.slide n.9 )

Il ritratto del francobollo celebrativo è di Andrea del Castagno ( a villa Carducci di Legnaia –Fi
). Insieme agli altri ritratti di uomini illustri dello studiolo della villa fu staccato e ora è
conservato agli Uffizi. Lo stesso ritratto compare, come francobollo commemorativo anche
della Rep.Ceca, per ricordare il soggiorno di P. a Praga nel 1356, quale ambasciatore di
Galeazzo Visconti presso Carlo IV di Lussemburgo,re di Boemia, da cui fu nominato Conte
Palatino.
Parafrasando Longhi: i ritratti di Andrea del Castagno (fiorentino del 1400) sono realistici, ma
non solo. Grazie ad uno stile nuovissimo di linea robusta e nervosa(definita funzionale) la
figura umana è esaltata, accentuata e così trasformata in modo tale da infonderle il senso di
una invincibile vitalità. E’ la dignità dell’uomo, affermata nel Rinascimento, che balza
prepotente allo sguardo dell’osservatore ...e ben si attaglia a P. che di quella dignità umana,
scoperta nello studio degli antichi fu propugnatore.
 Alcuni significati della gestualità :
-Alzare braccio destro= invocazione a Dio per cose materiali
-Alzare braccio sinistro= invocazione a Dio per cose spirituali
-Alzare due braccia= invocazione a Dio per tutte le necessità ,volontà di comunicare con lui
per tutto.
-Mano tesa in avanti =richiesta, invocazione, domanda per avere risposta, simbolo di
comunicazione
-Mano tesa, con dita allungate in linea con il palmo ( a tavola )= mostrare una tavola su cui
Dio può scrivere,
7) Francobollo (filatelia di San Marino) della Principessa di Trebisonda (città nord orientale
del Mar Nero, in territorio turco sulla strada commerciale per l’Iraq). Dopo la 4°
Crociata(sec.XIII), tra i vari regni cristiani, sorse il regno di Alessio Comneno. La principessa
ritratta dal Pisanello ben raffigura Laura nell’immaginario collettivo.

Nel 2004 si è celebrato il 7° centenario dalla nascita (Petrarca nacque ad Arezzo nel 1304), in
Italia e all’estero con convegni, comitato ufficiale per le celebrazioni, mostre e giornate di
studio.
Ho persino trovato la celebrazione dell’evento sul sito internet dei Carabinieri. Per addetti ai
lavori è stato il convegno di Catania sull’imitazione di Petrarca (il Petrarchismo) fino ai giorni
nostri, altrettanto dotto quello di Basilea sul Canzoniere, ma il più curioso è stato quello
sponsorizzato da Benetton ( che sui colli Euganei è di casa) sul tema del giardino di Arquà.
Gli esperti sono stati invitati ad una gara: immaginare una ricostruzione del giardino di
Petrarca. E infine c’è persino l’associazione di alpinismo che sponsorizza questa pratica
sportiva indicando nel Petrarca il 1° esempio di reporter di viaggio alpinistico per l’ascensione
al Monte Ventoux che il Petrarca raccontò in una lettera ad un amico.
Nel 2004 sono stati riesumati anche i resti nella tomba. Hanno trovato uno scheletro, il suo
per documentate fratture da calcio di cavallo, ma la testa è femminile.

VIAGGI (ved.slides n10 -20)

 L’orizzonte dei suoi viaggi fu l’ambiente franco tedesco oltre che italiano, naturalmente,
tenendo conto che visse molto ad Avignone, in varie città d’Italia e alla fine della vita ad
Arquà, dove morì nel 1374.
Nella cartina, slide n.10, come vedete, sono segnate delle città : a Liegi scoprì l’orazione Pro
Archia di Cicerone. A Parigi si recò per commissione del vescovo. Di Basilea scrisse nelle
lettere che era quasi latina, di italica gentilezza. A Praga si recò per incontrare l’imperatore
Carlo IV.

Nelle carte geografiche, slide n.11, della Provenza sono riconoscibili i luoghi di Carpentras, e
Valchiusa, l’attuale Fontaine di Vaucluse, è poco distante, in quella dei Colli Euganei si vede
Arquà.

Possiamo vedere anche le immagini della casa di Arquà, slides n.12,13,14,15,16, oggi
museo, non lontano dalla tomba, voluta espressamente dal poeta. Non c’è stata uguale cura
a Fontaine de Vaucluse dove oggi, della casa del Petrarca sembra non esserci più traccia,
anche se negli anni’ 90 io l’ho ancora visitata. Ho potuto trovare i luoghi cari al Petrarca in
immagini delle celebri sorgenti, slides n.17,18,19,20, e vi parrà senz’altro di vedere Laura nel
prato fiorito, presso le chiare, dolci e fresche acque del Sorga con petali di fiori che cadono
dall’albero sui capelli d’oro fino....un classico della poesia d’amore, sempre attuale. E così
entriamo nel vivo della modernità del Petrarca.


LAURA ( ved.slides n.21,22,23)

Chi è Laura? Laura de Noves, coniugata con Ugo de Sade, nel 1327, precisamente il 6 aprile
incontra P., nel 1348 muore di peste.
Non esistono dipinti di lei. Pare ne avesse fatto un ritratto, così dice Petrarca, Simone Martini,
ma è andato perduto. Ho trovato delle miniature, di varie epoche. Il francobollo per le
celebrazioni del centenario, che vi ho fatto vedere, ritrae la principessa di Trebisonda che
nell’immaginario collettivo può impersonare Laura.
Laura è bellissima, la più bella delle vanità del mondo, dice P. Ha occhi sereni, ciglia stellanti,
una bella bocca, un sorriso dal lampeggiare angelico, le chiome crespe d’oro puro lucente, il
suo parlare è dolce e si muove come creatura del cielo trasformando la terra in Paradiso. E’
in un continuo interscambio di bellezza e vita con la Natura.
Ma è anche la musa ispiratrice di P. e, quindi, è dispensatrice di gloria al suo poeta
innamorato. Qualche critico considerando che Laura è l’oggetto dei desideri di amore e gloria
del poeta e che, forse, il secondo è per P. più importante del primo, giocando sui vocaboli
Laura-lauro, cioè alloro, finisce per sostenere che Laura è, in fondo, solo un simbolo della
gloria a cui il poeta aspira. Esagerazione? forse sì. Certo che Laura non è reale, è un’
immagine continuamente rievocata nella memoria ed è il ricordo che P. ne ha a ricondurre
continuamente a quell’interscambio donna –Natura di cui ho detto prima, per cui la Natura dà
freschezza perenne, accresce la vaghezza paradisiaca della bella donna che, a sua volta, fa
partecipe la Natura della propria umanità; e così le chiome crespe d’oro puro lucente ricevono
la pioggia di petali dall’albero, in uno sfondo di acque mormoranti e prati luminosi, gioiosi.



 Il Canzoniere ( in Codice Vaticano Latino 3195 che contiene più di 700 composizioni e
preziosi manoscritti) ovvero Rerum vulgarium fragmenta, autografo, in parte, e redatto sotto
diretta supervisione del P. comprende 366 componimenti. Appartenne a Pietro Bembo. La 1°
composizione è sulla labilità delle cose umane, l’ultima è il canto alla Vergine)
In qual parte del ciel, in quale idea

In qual parte del ciel, in quale idea
era l'essempio, onde Natura tolse
quel bel viso leggiadro, in ch'ella volse
mostrar qua giú quanto lassú potea?


Qual nimpha in fonti, in selve mai qual dea,
chiome d'oro sí fino a l'aura sciolse?
quando un cor tante in sé vertuti accolse?
benché la somma è di mia morte rea.

Per divina bellezza indarno mira,
chi gli occhi de costei già mai non vide,
come soavemente ella gli gira;

non sa come Amor sana, et come ancide,
chi non sa come dolce ella sospira,
et come dolce parla, et dolce ride.

n.159


COMMENTO ( slides n. 24,25,26 )
Il sonetto n.159 conferma l’immagine di Laura, donna ideale più che reale. Non ha vita
propria ma è quello che P. contempla nel suo animo. Infatti non crea stacco il richiamo alle
ninfe delle sorgenti e alle dee delle selve. I miti acquistano realtà. Ma tutta questa meraviglia
e perfezione (la Natura ha trovato il modello di Laura in un’idea divina e in Laura ha mostrato
quanto è grande la propria potenza creatrice) è causa della morte, per amore, del poeta. E
sì, perchè Francesco muore per quella bellezza e allora l’impressione che ce ne viene è che
alla fine Laura è un pretesto per parlare di sè, del suo animo sensibile, ripiegato sull’analisi
psicologica di ogni mutamento, ogni trasalimento della sua coscienza. Il centro vero di tutto è
Francesco che soffre da morire, canta il suo dolore e quanto è bravo! (narcisismo?!).
L’eleganza classica del verso si unisce al richiamo stilnovistico dantesco della donna
angelicata. Tutto per esprimere, nelle più intime pieghe il tenero, soave e tanto umano
sentimento d’amore del poeta tormentato. Quanto è raffinato e quanto si compiace del suo
soffrire! Osserva, analizza, esprime sapientemente gli stati d’animo di voluttuosa
contemplazione della divina bellezza di Laura (giunge a dire: chi non l’ha guardata non può
cercare la bellezza divina) che, dice, ha il potere di risanare i malati con la dolcezza dei
sospiri, con il suo parlare, con il suo sorridere, ma anche di uccidere il suo innamorato.
Il termine dolce ripetuto rende tutto bello, anche l’essere ucciso da Amore. E così si chiude il
circolo intorno al suo centro: la contemplazione del proprio stato d’animo da parte di P.
Il termine somma può significare castità oppure l’insieme delle perfezioni.
Laura diventa Medusa, il volto del peccato che fa diventare di pietra, che uccide. La passione
d’amore attraversa gioie e dolori, dubbi, indecisioni, ma soprattutto rimorsi perchè fa
dimenticare Dio, l’unico vero amore al quale l’uomo deve elevare lo spirito, liberandosi dal
peccato e quindi dall’attaccamento ad una creatura destinata a perire come tutte le cose del
mondo. Laura, viva, ha un duplice aspetto. E’ immagine del paradiso ma, come Medusa: è
fredda, insensibile all’amore che ha suscitato e che è incapace di ricambiare, paga solo della
sua civetteria, della sua bellezza mentre il poeta soffre, si dibatte per il dissidio inevitabile tra
amore terreno e divino. Quanto riconosciamo moderna e partecipiamo di questa sensibilità
nell’esprimere contraddizioni e debolezze dell’essere umano! E Petrarca è un essere umano
che vive in maniera personale anche la dottrina cristiana e propone una visione più laica della
vita.
Quel rosignol, che sí soave piagne
Quel rosignol, che sí soave piagne,
forse suoi figli, o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo et le campagne
con tante note sí pietose et scorte,

et tutta notte par che m'accompagne,
et mi rammente la mia dura sorte:
ch'altri che me non ò di ch'i' mi lagne,
ché 'n dee non credev'io regnasse Morte.

O che lieve è inganar chi s'assecura!
Que' duo bei lumi assai piú che 'l sol chiari
chi pensò mai veder far terra oscura?

Or cognosco io che mia fera ventura
vuol che vivendo et lagrimando impari
come nulla qua giú diletta, et dura.

n.311

Il tema del sonetto n.311 è la caducità delle cose, di tutte le cose del mondo. Per inciso
l’immagine dell’usignolo è presa dalle Georgiche di Virgilio (il fascino degli antichi nel P.
umanista come ho ricordato all’inizi, è sempre forte, ma in Virgilio l’usignolo piangeva i suoi
piccoli uccisi dal contadino, qui il poeta piange il suo amore perduto). Il poeta paragona il
pianto dolce, fatto di note commosse, sapientemente modulato (scorte) al proprio destino di
dolore. E’ ancora P. il centro della scena: il canto dell’usignolo che per tutta la notte dilaga per
la campagna è solo per- la mia pena-, dice. Vien da pensare che il confronto è soprattutto sul
piano melodico: dolcezza del canto dell’usignolo           e canto lirico del poeta. Così la sua
confessione personale diventa norma, simbolo e acquista dignità universale, così inserita
nella tradizione classica.
 Laura morta è ormai felice nel cielo e lui, invece, soffre soffre solo per colpa propria, perchè
si è illuso che la bellezza divina di Laura fosse senza tempo, quindi senza morte e
invece....Come s’inganna facilmente chi si ritiene sicuro! (-non pensavo che le idee
morissero-). Come poteva pensare che si oscurassero i begli occhi più luminosi del sole
stesso? Il culmine del dolore, però, è anche il suo placarsi nella constatazione che tutto
finisce. Ecco quale lezione gli dà il suo crudo destino: la bellezza del mondo che più ci dà
diletto e gioia (-bello e caro-) è effimera e fugace. Ogni speranza è esclusa. Ahimè il P. non
vive più nella certezza del divino propria del Medioevo, quindi, il lamento dell’anima si perde
nelle tenebre, nello sconforto. Proprio queste incertezze, questi dubbi, questo percorso di
ricerca avvicinano il poeta a noi. Vorrei ancora accennare ad una trasformazione di Laura,
veramente sconvolgente. Morta per tutti, Laura resta viva solo per il suo poeta. Ne diventa
amante e madre, consolatrice di affanni e dubbi. Questa Laura sempre più ideale riconosce
addirittura ( I Trionfi) che il suo amore non fu mai diviso da quello del poeta, che le fiamme
amorose furono quasi uguali e che, adesso, lo aspetta in Paradiso.
Tutto sommato è abbastanza facile notare come tutta questa storia d’amore Laura – Petrarca
sia solo nell’immaginazione, nel pensiero del poeta. Nella sua memoria prendono vita
immagini fuggevoli di bellezze, di giovinezza, d’amore, ma solo nella memoria purtroppo e
questo è il dramma: il tempo fluisce inesorabile, non si ricupera nulla, la morte implacabile si
abbatte su tutto, la speranza è vana. Ma P., più avanti negli anni , con più fermezza ritroverà
la speranza, non su questa terra, ma oltre la tomba, verso la vita vera.
Vorrei ancora farvi ascoltare un sonetto (n 132) a conferma di quanto detto finora.
S'amor non è, che dunque è quel ch'io sento?

S'amor non è, che dunque è quel ch'io sento?
Ma s'egli è amor, perdio, che cosa et quale?
Se bona, onde l'effecto aspro mortale?
Se ria, onde sí dolce ogni tormento?

S'a mia voglia ardo, onde 'l pianto e lamento?
S'a mal mio grado, il lamentar che vale?
O viva morte, o dilectoso male,
come puoi tanto in me, s'io no 'l consento?

Et s'io 'l consento, a gran torto mi doglio.
Fra sí contrari vènti in frale barca
mi trovo in alto mar senza governo,

sí lieve di saver, d'error sí carca
ch'i' medesmo non so quel ch'io mi voglio,
et tremo a mezza state, ardendo il verno.

n.132


RIEPILOGO (ved.slides n. 27,28,29)

Dato l’animo elegiaco ed instabile (e l’ultimo sonetto che abbiamo ascoltato lo conferma)
possiamo ben capire e compatire le sofferenze del P. Penso all’ascensione al monte Ventoux
che ho già citato. La riflessione centrale del Petrarca fu che il fratello prese la strada diretta,
faticosa e impervia, ma sicura e veloce per raggiungere la cima presto e bene, mentre lui, nel
tentativo di diminuire la fatica, lasciò spesso la strada diretta per indugiare su sentieri ameni,
piani e comodi e fuorvianti, rischiando anche di perdere la meta. E’ l’emblema della vita dei
due fratelli:- bellezza, amore, gloria sono illusioni, dovrei lasciarle ..ma quanto sono
allettanti....- pensa Francesco, mentre Gherardo scelse la vita monastica e vi si ritirò fin da
giovane.

La fortuna di Petrarca (ved. slides n.30,31)
Fu immensa e, si può dire, lo allietò anche in vita. E dopo la morte schiere di poeti si
ispirarono a lui perchè lo sentivano sempre “moderno”. Mi limito a citare alcuni nomi, dal
settecento al novecento, di poeti che tutti conosciamo da Alfieri a Leopardi, da Gozzano a
Pirandello e Montale, da Ungaretti a Rebora, da Zanetti a Pasolini. E’ difficile contare i tanti
a noi sconosciuti : poeti ungheresi, polacchi, croati, austriaci, per non parlare di più vicini e
noti poeti francesi ed inglesi che si sono, nei secoli scorsi, sentiti debitori nei confronti del
poeta dell’eros per antonomasia.

PETRARCA E IL CINEMA (ved.slides n.32,33,34)

In quali rapporti la decima musa sta con P.? E’ un rapporto per niente episodico, ma cruciale.
La donna- idea può materializzarsi in un quadro, una statua e questa figura ideale può
scontrarsi con la sensuale corporeità di una donna che scatena passioni e affetti. E’ il caso di
Marlene Dietrich in Song of Songs o Ava Gardner in Il bacio di Venere. Nel primo la statua
rappresenta la giovane Marlene che la Marlene invecchiata distrugge perchè non sopporta di
vedere grazia e bellezza chi ha conosciuto la corruzione del tempo e della vita. Nel secondo
la statua diventa corpo vivo al bacio dell’uomo innamorato: è il terreno e il divino che
temporaneamente possono concedersi l’un l’altro.
L’inesorabilità del fluire del tempo consente all’uomo solo una scelta: ricorrere
all’immaginazione per superare le frontiere tra vita e morte : Laura. Vertigine di Otto
Preminger, La donna che visse due volte di Hitchcock, Singapore con Ava Gardner e L’uomo
che amava le donne di Truffault. L’amore, il desiderio di realizzare il sogno conduce a cercare
disperatamente di annullare le distanze tra vita e morte, tra fantasia e realtà. L’immagine
ideale, virtuale di donna amante –madre può condannare l’uomo ad inseguire per tutta la vita
una chimera (realtà e immaginazione non coincidono mai) e condannarsi, così, ad una
perpetua immaturità di adolescente.
L’emozione è l’effetto ricercato dalla poesia come dal cinema e questa si esplica fisicamente
con le lacrime che schiere di spettatori hanno versato, “lacrime petrarchiste” che le tecniche
cinematografiche sempre più sofisticate, di eccelsa raffinatezza consentono a questo genere
di film giocato sull’ambivalenza e l’immaterialità fantastiche.
 Il petrarchismo è entrato così profondamente in noi, nel nostro immaginario che” leggiamo
Petrarca senza leggerlo” e così ....ecco Laura in cuffie (ved. slide n35) al Festival di Arezzo
2007.

								
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