MUSARRA III Alcuni termini particolari del latino cristiano by 4XP137

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									III. Alcuni termini particolari del latino cristiano

Categorie e sotto-categorie:
 latino ecclesiastico: sacrale, liturgico, biblico;
 latino cristiano letterario;
 latino cristiano popolare;

Peculiare è poi la lingua monastica.

I primi studi: XIX secolo, francese di origine italiana Ozanam e tedesco Koffman.
In Olanda: scuola di Nimega (Joseph Schrijnen e l’allieva Christina Mohrmann), sviluppa il
concetto di latino cristiano come Sondersprache, “lingua speciale”, parlata da un gruppo di persone
posto in speciali condizioni.

Quali funzioni aveva il latino cristiano?

1) Funzione caratterizzante. Il messaggio religioso del cristianesimo richiede ai suoi seguaci un
   cambio di vita radicale, che li separa dal resto della comunità: conversione. L’utilizzo di una
   terminologia identifica tale mutamento di vita.
2) Funzione di coesione del gruppo. Gli appartenenti a un gruppo sono portati a formulare dei
   moduli comportamentali omogenei.

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CRISTIANISMI:

A) Assoluti: termini che ricorrono solo in autori cristiani.
- diretti: designano fatti e idee caratteristici del Cristianesimo (trinitas, incarnatio, missa,
  evangelium, martyr, sanctificare);
- indiretti: non designano fatti e idee caratteristici del Cristianesimo ma devono il loro ingresso nella
  lingua latina all’influsso cristiano (es. eremus).
B) Relativi: termini che si ritrovano con significato analogo in autori non cristiani (es. sepultor,
    subintrare, honorificare, supereminentissimus).

- I Cristiani erano coscienti della diversità del loro linguaggio.
- L'influsso principale è greco o ebraico, mediato dal greco.
- Necessità di sostituire gradualmente la terminologia di provenienza greca o con nuove formazioni
  schiettamente latine o con la risignificazione di parole già esistenti: ATTENZIONE! evitare quelle
  parole e quei termini che apparivano troppo marcati in senso pagano. Lo studio dei testi più
  antichi mostra come sussistessero a lungo incertezze ed esitazioni nella scelta del termine latino, e
  in qualche caso l’accettazione del termine greco risultò più comoda, e alla fine vincente.

    Esempio 1: per indicare il luogo di culto nessuno dei termini presenti (templum, fānum,
delūbrum) si poteva prestare a una riutilizzazione: la parola greca ecclesia, che designa a un tempo
il luogo di culto e l’assemblea dei fedeli, finì per prevalere.

  Esempio 2: non si utilizzarono, per tradurre il greco sotér = salvatore, servātor o cōnservātor: si
trovavano nella titolatura pagana di Giove: Iuppiter servātor = Zeus sotér. Si ricorse a salvificator
(Tertulliano), sospitator (Arnobio), salvator, e alla fine prevalse quest’ultimo.

  Esempio 3: cōnfessiō: al tempo di Tertulliano ancora non era a disposizione un equivalente latino
per il sacramento della confessione, in greco exomologesis: necessario dare un contenuto nuovo a
un termine preesistente, vale a dire al verbo cōnfiteor e al suo derivato cōnfessiō, già impiegati dai
cristiani per la professione della propria fede.

   Esempio 4: parabola. Gerolamo preferisce il grecismo parabola rispetto alla parola latina
similitudo: parabola già in Seneca; nella versione dei Settanta era venuta ad assumere un significato
più vasto di quello che aveva nel greco classico, in quanto ricopriva tutta l’area semantica dell’ebr.
māšāl = ‘paragone’, proverbio, modo di dire’: l’uso che si fa di parabola in ambiente cristiano è
coerente col significato che aveva preso nel greco biblico-cristiano, come risulta dal fatto che il
titolo del libro dei Proverbi, in greco nella Vulgata suona Parabolae Salomonis: il trapasso verso il
valore di ‘parola, detto’ è già praticamente compiuto nel testo biblico, ove troviamo espressioni
come assumpta parabola dixit (Num. 23, 7). Ma la ragione principale sta nel fatto che parabola nel
senso di ‘parola’ si stava rapidamente diffondendo nella lingua della Chiesa, poiché, a mano a mano
che il lat. verbum assumeva il valore pregnante di ‘parola divina, Verbo’ diveniva palese la
necessità di trovare una parola adatta per ‘parola, fatto’.
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La lingua è innovata attraverso l’adattamento di vocaboli greci od ebraici (prestiti), il cambiamento
di significato di parole latine già esistenti sul modello delle parole greche od ebraiche
corrispondenti (calchi), l’invenzione di parole nuove (neologismi)

a) Prestiti
Si tratta soprattutto di grecismi. Più rari gli ebraismi (attraverso il greco del Nuovo Testamento).

     1) Grecismi
      agape, non indica l’amore (per indicare “amore” si usò dilectio o caritas) ma il “banchetto”
      anathema
      angelus preferito a nuntius, termine compromesso con la realtà pagana.
      apostata in luogo di transfuga e transgressor, termini mancanti di specificità .
      apostolus in luogo di missus .
      baptisma.
      catechumenus, invece di auditor.
      clerus
      diaconus
      episcopus, invece di antistes.
      evangelium
      martyr, in luogo di testis.
      paradisus
      psalmus
      presbiter
      epifania è un prestito della seconda ora. S. Agostino usa anche manifestatio
      monacus
      monasterium
      orthodoxus

     2) Ebraismi
      gheena “inferno”
      satanas
      pasca, gr. πάσχα

b) Calchi
    1) Parole singole
     adversarius e advorsarius, indica il diavolo.
     benedicere, diventa transitivo con il significato di “benedire”, “consacrare”, “invocare il
         favore divino” su qualcuno; di qui benedictio, gr. εὐλογία.
     caritas, “amore” in senso cristiano gr. ἀγάπη.
     caro, carnis, “carne” in contrapposizione allo spirito.
     confiteor, “confessare” il peccato (confiteor peccata). Confessio indicava anche il luogo del
         martirio. Confiteor acquista anche il significato di “lodare”.
     consubstantialis, gr. ὁμοούσιος.
     creo, “creare dal nulla”.
     dominus, “il Signore”.
     gentes, gentiles da “popoli” a “pagani”. Anche il termine pagano possedeva un valore
         antitetico e peggiorativo: contrapposto al populus Romanus, le gentes erano i barbari. La
         stessa connotazione negativa rimane nel latino cristiano.
     gratia, da “favore”, “comprensione” a “benevolenza di Dio”, “forza salvifica”. Al plurale,
         gratiae = “doni dello Spirito”.
     lavacrum, da “bagno” a “battesimo”
     mundus, indica la realtà terrena in contrapposizione al mondo dello Spirito.
     oratio, da “discorso” a “preghiera”. Il termine precatio era troppo compromesso con il culto
         pagano.
     paenitentia da “pentimento” finisce per indicare il sentimento di conversione interiore che
         porta a rifiutare il peccato. Significa anche “sacramento penitenziale” e “punizione”.
     paganus, assume il significato di “non cristiano” già nel IV secolo
     passio, “passione di Cristo”.
     pax, indica la pace fra stato e chiesa, fra Dio e gli uomini.
     praedicatio, gr. κήρυγμα.
     redimo, redemptio, da “pagare il riscatto” a “riscattare dal peccato”.
     resurrectio da resurgo, gr. ἀνάστασις
     revelare, “togliere il velo alla verità divina” da cui il neologismo lessicologico revelatio.
     revelatio, da revelo, gr. ἀποκαλύπτω.
     sacramentum, contrapposto al grecismo mysterium.
     saeculum, da “generazione” a “mondo profano”.
     salus, “salvezza” spirituale.
     scriptura, “testo sacro”.
     verbum e sermo, vengono usati per rendere il greco λόγος, anche se ratio sarebbe stato il
         termine più consono. In area italica prevale verbum, altrove sermo. Tertulliano preferisce
         sermo; Cipriano, nelle sue opere, usa esclusivamente sermo, ma quando cita passi biblici
         trascrive verbum.

    2) Nessi di due parole
     ignis aeternus, indica il fuoco infernale.
     catholica fides
     dies iudici, “giorno del giudizio (universale)”; precedentemente (vedi Cicerone) indicava il
         giorno di discussione di una causa in tribunale.
     Spiritus sanctus

c) Neologismi

Per i termini astratti non si ricorre al grecismo, ma si stimola il latino a produrre parole nuove.
Comunque il greco fornisce sempre il modello.
      apostolatus, neologismo creato sul modello greco con l'aggiunta del suffisso latino. Altri
           esempi: episcopatus, blasfemator.
      carnalis, carnalitas, carnaliter. Sul modello di σαρκικός da σάρξ.
      incarnor, incarnatio
      dilectio, da diligo nel senso di “amare” cristianamente.
      peccator.
      salvator, autonomo nei confronti di servator.
      spiritualis, da spiritus, sul modello del greco πνευματικός da πνεῦμα.

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Lāĭcus
Sost: Laicus, laici
s. m., II decl.
Significato: (eccl.) laico.

Agg: Laicus, laică, laicum
agg. I cl.
Significato: (eccl.) 1) comune, non consacrato; 2) laicale.

Il termine laico deriva dal greco laikós = uno del popolo, dalla radice laós = popolo. La parola
contraddistingueva in origine l'appartenente alla moltitudine del popolo in contrapposizione agli
appartenenti a una comunità chiusa. Il termine fu usato in ambito religioso per indicare coloro che,
appartenenti alla moltitudine dei fedeli, non fanno parte gerarchia del suo clero.

   Al giorno d’oggi v’è una grande confusione sulla reale portata del termine “laico”. Siamo di
fronte ad un autentico caso di “revisionismo linguistico”.

Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium (Concilio Vaticano II):

“l'insieme dei cristiani ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli
cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi
partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la
missione propria di tutto il popolo cristiano”1.

Ed ancora:

“Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano essere
impegnati nelle cose del secolo, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono
destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo
splendido ed esimio che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini. Per loro
vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” 2.

Nel corso del tempo il termine “laico” ha imboccato altre strade: in molti casi è diventato sinonimo
di agnostico, non credente, non appartenente ad alcuna religione o addirittura anticlericale.
Sempre più spesso con il termine “laicità” si è rivendicato un atteggiamento intellettuale di
autonomia e libertà rispetto al presunto dogmatismo delle religioni3.
1
  Concilio Vaticano II, Lumen gentium, in Enchiriodion Vaticanum, I, Bologna, 1979, pp. 189 - 191.
2
  Ibid., p. 191.
3
  In termini linguistici la parola “laico” ha assunto i connotati della figura retorica dell’antanaclasi, la quale consiste
nell’usare, nello stesso periodo, un termine che possiede più significati (es. la rosa è rosa). Spesso queste parole
risultano caricate di significati tra loro opposti: pensiamo al termine “sanzione”, “sanzionare” che può significare, in un
contesto, “approvazione o conferma” e in un altro “disapprovazione, rimprovero e multa”.
Per venire a capo delle trasposizioni di significato del termine dobbiamo fare riferimento alle
definizioni che si danno, oggi, del termine.

- Dizionario della lingua italiana di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli (Zanichelli, Bologna 1983):
  troviamo accomunati i termini “laicale”,“laicato”, “laicismo”, “laicista”, “laicità”, “laicizzare”
  venendo poi rinviati semplicemente all'aggettivo “laico”. Notazione storica: “laicu(m) da laicós è
  una traslitterazione introdotta da Tertulliano (II-III sec. d. C.)”. In realtà il termine greco laicòs
  non fu usato immediatamente da tutti nell’ambito del latino cristiano. Tertulliano, nel De
  Baptismo (17) lo utilizza in contrapposizione al termine maiores, indicante il clero. Cipriano però,
  verso la metà del III secolo, preferisce ancora in suo luogo il termine plebs4.
- Dizionario di Nicola Zingarelli (Zanichelli, Bologna 1986): chiarisce ulteriormente l’etimologia
  del termine “laico”: “voce dotta, del latino ecclesiastico laicu(m), dal greco laikos = popolare,
  derivato da laós = popolo”, distinguendo cinque aree di significato dell’aggettivo sostantivato:
1) laico contrapposto a chierico;
2) laico contrapposto a letterato (in età antica e medievale l’alfabetizzazione era caratteristica del
clero);
3) laico contrapposto a specialista in senso generico;
4) laico contrapposto a giudice professionale. Il giudice laico indica il “giudice popolare”;
5) laico contrapposto a credente di una confessione religiosa.

- Devoto-Oli, Dizionario della lingua italiana (Le Monnier, Firenze 1971): è il più esplicito: “laico”
  significa anzitutto “credente cattolico non appartenente allo stato ecclesiastico (contrapposto a
  chierico); e religioso non sacerdote (detto anche “fratello laico” o “converso”)”.

- Palazzi-Folena, Novissimo dizionario della lingua italiana (Loescher, Torino 1986): “religioso che
  non ha preso gli ordini sacerdotali e non può svolgere compiti direttivi, pur godendo degli stessi
  diritti dei chierici”.

   Siamo dunque di fronte ad alcune evidenze:
1) il termine “laico” è di derivazione cattolica. Tutte le estensioni successive di significato
   avvengono per sinonimia o per antonimia al contesto di riferimento originario. Nei due ultimi
   significati, indicati da Nicola Zingarelli, notiamo come la figura del laico indichi persino una
   persona colta la quale si occupa di argomenti che solitamente sono trattati da specialisti, esercita
   la funzione di giudice o di membro di un organo di controllo della magistratura. Nel significato
   vulgato però “il laico” rimane sempre un po’ ai margini. Per il clero è colui che “vive nel
   mondo”; per i letterati è un analfabeta; per gli specialisti è un dilettante; per i giudici è un collega
   che rischia sempre di essere troppo politicizzato.

2) nell’ultimo secolo il termine ha subito un rovesciamento, per contrapposizione specifica al
   campo religioso, mutando nel significato di “non credente”, “agnostico” o “ateo”.

3) in seguito abbiamo assistito ad una correzione attraverso la dizione: “laicismo”. Da ciò le lunghe
   disquisizioni sulla reale portata del concetto stesso di “laicità”.

Benedetto XVI, al Convegno nazionale dell’Unione dei giuristi cattolici italiani (9 dicembre 2006):

 “oggi la laicità viene comunemente intesa come esclusione della religione dai vari ambiti della società e come suo
confino nell’ambito della coscienza individuale. La laicità si esprimerebbe nella totale separazione tra lo Stato e la
Chiesa, non avendo quest’ultima titolo alcuno ad intervenire su tematiche relative alla vita e al comportamento dei
cittadini; la laicità comporterebbe addirittura l’esclusione dei simboli religiosi dai luoghi pubblici destinati allo

4
    Cfr. SORDI M., I cristiani e l’Impero romano, 2004, p. 223.
svolgimento delle funzioni proprie della comunità politica [...]. In base a queste molteplici maniere di concepire la
laicità si parla oggi di pensiero laico, di morale laica, di scienza laica, di politica laica. In effetti, alla base di tale
concezione c’è una visione a-religiosa della vita, del pensiero e della morale: una visione, cioè, in cui non c’è posto per
Dio, per un Mistero che trascenda la pura ragione, per una morale di valore assoluto, vigente in ogni tempo e in ogni
situazione. Soltanto se ci si rende conto di ciò, si può misurare il peso dei problemi sottesi a un termine come laicità,
che sembra essere diventato quasi l’emblema qualificante della post-modernità, in particolare della moderna
democrazia”5.



Saecŭlum
Saeculum, saeculi
s. n., II decl.
Significato: 1) generazione, età, epoca; 2) razza, stirpe; 3) secolo; 4) spirito dei tempi, moda dei
tempi; 5) (al pl.) posterità, età future; 6) (eccl.) mondo, paganesimo, vita mondana.

   “Secolarizzazione” - oggi un termine molto in uso - è termine di origine latina. Deriva infatti da
saeculum = generazione, età, spirito di un’età o di una generazione e, nel latino ecclesiastico e
tardo, soprattutto: mondo.

DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis, vol. VI, p. 264: alla voce saeculum /
seculum, riporta un uso particolare del termine entrato in voga nel latino ecclesiastico:

                               monachis praesertim dictum, quidquid extra claustrum [...],

e alla voce saecularis riporta: mundanus. Il “secolo” si contrappone pertanto alla condizione
ecclesiastica e concerne tutto quanto non appartiene alla serena quiete del chiostro.

  Dal punto di vista etimologico, il termine saecularisatio - derivante da saeculum - è caratterizzato
dal suffisso -tio, desinenza tipica del nominativo dei nomina agentis, ovvero di quei nomi derivati
che designano colui che compie una azione6.

 Diritto canonico: con il termine saecularisatio si intende il passaggio dallo stato religioso o
sacerdotale allo stato laicale - uso consolidato nel latino ecclesiastico solamente a partire dall’inizio
del secolo XIX, benché esso fosse già presente nelle dispute canonistiche francesi del XVII secolo.

 Al giorno d’oggi il termine “secolarizzazione” indica quel fenomeno per il quale la società - nel
suo complesso - non adotta più un comportamento sacrale, si allontana da schemi, usi e costumi
tradizionali di matrice religiosa. Il fenomeno investe pertanto tutto il sistema dei valori,
modificandoli e, con essi, trasformando anche le identità, le appartenenze, comprese quelle laiche o
laicizzate. La secolarizzazione pertanto è un processo tipico dei paesi occidentali in età
contemporanea, che induce ad agire e a pensare in modo sperimentale ed utilitaristico, mai sacrale e
trascendente. La secolarizzazione, in particolare, può essere identificata, in alcuni paesi e ambiti
culturali, con il concetto di scristianizzazione in correlazione con la perdita di incidenza del sacro
sulla società.


Anĭma
Animă, animae

5
  BENEDETTO XVI, Messaggio ai partecipanti al convegno nazionale dell’Unione dei giuristi cattolici italiani (9
dicembre 2006), in Insegnamenti di Benedetto XVI, II, 2 (2006), p. 789.
6
  Ad esempio, in italiano: “accusatore” da “accusare”; “collezionista” da “collezione”; il fenomeno è interessante in
quanto accade spesso che alcuni nomi italiani derivino da una base latina ormai scomparsa: ad esempio, “pastore” da
“pascere”, “dottore” da “doctor”, “docere”, “attore” da “actor”, “agere”.
s. f. I decl.
Significato: 1) fiato, respiro; 2) aria; 3) soffio, vento; 4) anima, principio o spirito vitale; 5)
persona, essere umano; 6) (al plur.) ombre, spiriti dei morti.

Il termine “anima” deriva dall’omonimo termine latino, connesso con il greco ànemos, = «soffio»,
«vento». Tale termine, in molti sistemi religiosi e filosofici, indica la parte spirituale (ed eterna) di
un essere vivente, comunemente ritenuta distinta dalla parte materiale dell’essere umano. I termini
«anima» e «spirito» sono spesso usati come sinonimi. In effetti nella Grecia antica si faceva
riferimento all'anima con il termine psyche, da collegare con psychein, «respirare», «soffiare».

Baptīzo
Baptīzo, baptīzas, baptizavi, baptizatum, baptīzāre
V. tr., I coniug.
Significato: 1) aspergere; 2) (eccl.) battezzare; 3 (rifl.) bagnarsi.

  La Chiesa nasce con il battesimo. Nel giorno di Pentecoste Pietro annunzia la necessità del
battesimo. Leggiamo infatti in Atti 2,37-41:

37 All'udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare,
fratelli?». 38 E Pietro disse: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione
dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per
tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». 40 Con molte altre parole li scongiurava e li
esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa». 41 Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e
quel giorno si unirono a loro circa tremila persone.

Nella chiesa apostolica il battesimo era il normale ed essenziale mezzo di ammissione nella
comunità cristiana (cfr. 1 Corinzi 12,13; Galati 3,27). Gesù stesso invio gli apostoli a predicare e li
aveva autorizzati a battezzare (cfr. Matteo 28,19-20; 16,15-16; Luca 10,1-12). Il battesimo non fu
però sempre amministrato allo stesso modo: presso la Chiesa d’Oriente, ad esempio, si utilizza
ancora oggi il battesimo per immersione; nella Chiesa latina lo si fa invece per infusione (versando
cioè l’acqua sul battezzando); vi è inoltre chi amministra il battesimo esclusivamente ai credenti
adulti o chi ammette al battesimo i bambini. Diverse controversie hanno accompagnato, nel corso
della storia, il modo di amministrare il battesimo.
   L’etimologia può venire in nostro aiuto per ricostruire il modo in cui esso era amministrato ai
tempi di Gesù e durante i primi passi della Chiesa primitiva. I termini italiani battesimo e battezzare
risalgono infatti al latino ecclesiastico baptismus e baptizare, adattamento del greco, già classico,
baptismós e baptízein, derivati dal verbo báptein che ha in greco il significato originario di
“immergere”. In effetti questa era la pratica in uso tra il I secolo a. C. e il I secolo d. C. Gesù stesso
ricevette – da parte di Giovanni il Battista (= il Battezzatore) - il battesimo per immersione (cfr.
Matteo 3,1-13 e parall.; Giovanni 3,23). Ciò è confermato anche dalla descrizione del rito vigente
nella chiesa primitiva: una “abluzione” (cfr. 1 Corinzi 6,11; Atti 22,16; Ebrei 10,22), un vero e
proprio bagno avente la funzione di “lavacro di rigenerazione” (cfr. Efesini 5,26; Tito 3,5); e dalla
sua interpretazione simbolica in chiave di sepoltura e rinascita (cfr. Romani 6,4-6; Colossesi 2,12).
Il battesimo era dunque amministrato comunemente per immersione (cfr. Atti 8,36-40). Dove però
la situazione concreta non lo permetteva, si ricorse all’infusione, secondo la testimonianza della
Didachè (7,1-3).
1. Riguardo al battesimo, battezzate così: dopo aver detto tutte queste cose, battezzate in acqua viva, nel nome del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 2. Se non hai a disposizione acqua viva, battezza in un’altra acqua; se non puoi
farlo in acqua fredda, fallo in acqua calda. 3. Se non hai né l’una né l’altra, versa l’acqua sulla testa per tre volte, nel
nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Tale pratica è quella oggi comune a tutte le chiese di Rito latino.
Nei primi scrittori cristiani il tentativo di sostituire il termine greco con tinguere è frequente.
Tertulliano: inguentes (citazione di Mt. 28, 19).
   La fortuna di baptizare è dovuta:
- al contenuto fortemente tecnico del verbo, che designa un’azione e un concetto che non esistono al
  di fuori del Cristianesimo;
- al contenuto negativo che aveva già assunto nel latino pagano tingere, che andava sviluppando in
  senso sempre più netto il valore di ‘alterare’ (ad esempio nell’espressione tingere nummos
  ‘falsificare la moneta’).

Un’interessante specializzazione terminologica: con baptizare si indica il battesimo conferito dalla
Chiesa, con tingere il battestimo degli eretici.


Perfidus --> vedi allegato.
Perfidus, perfidi
sost. s. m. II decl. o agg. I cl.
Significato:


Il linguaggio trinitario --> vedi allegato.

								
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