11273 tesina

Document Sample
11273 tesina Powered By Docstoc
					      LA FOLLIA




QUEL MISTERO OLTRE LA RAGIONE


                       di Di Tuoro Gaetano

              1
                                       INDICE


Argomento                                                              Pagina



INTRODUZIONE ……………………………………………………. 6
FILOSOFIA ………………………………………………………......... 9
La nevrosi vs Genialità-Follia: Freud e Schopenhauer ………………... 9

Sigmund Freud …………………………………………………………… 9

I fondamenti della Psicoanalisi ………………………………………… 11

La rimozione ……...…………………………………………...………… 12

L’inconscio ……………….……………………………...…………….… 12

La scoperta della sessualità infantile ……………………...…………… 13

L’interpretazione dei sogni ………………………………………..…… 15

Svariate opere e fase ultima del suo pensiero …………………………. 17

Schopenhauer, genio e follia ………………………………………..….. 20

Arthur Schopenhauer: breve riassunto sul suo pensiero ...................... 21

La via di accesso alla cosa in sé ……………………………………….... 21

Caratteri della volontà di vivere ……………………………………….. 22

Il pessimismo ……………………………………………………………. 23

Le vie di liberazione del dolore ……………………………………….... 23

Genialità-Follia ………………………………………………………….. 25

STORIA DELL’ARTE …………………………………………….. 31
Genialità-Follia: Van gogh …………………………………………...… 31

Van gogh: Breve biografia …………………………………………...… 32

In giro per l'Europa …………………………………………………..… 32

Predicatore fra i minatori …………………………………………….... 32

Autolesionista per amore …………………………………………….…. 33

Ritorno a casa ………………………………………………………...…. 34

I colori di Arles ………………………………………………………….. 35


                                       2
Colpo di rivoltella fatale …………………………………………….….. 36

Campo di grano con corvi ……………………………………………….. 37

GEOGRAFIA ASTRONOMICA …………………………….…. 41
“Lo scienziato pazzo”:Fred hoyle ……………………………………… 41

La teoria dell’universo stazionario …………………………………..… 41

Altre teorie sull’universo ……………………………………………..… 42

INGLESE …………………………………………………………...…. 43
Beyond the reason ………………………………………………………. 43

S. T. Coleridge’s life …………………………………………………….. 43

Imagination and fancy ………………………………………………….. 44

The ideal in the real …………………………………………………….. 45

The Rime of the Ancient Mariner: Content ………………………..…. 45

Atmosphere and characters ………………………………………….… 46

The Rime and the traditional ballads …………………………….…… 46

ITALIANO ……………………………………………………………. 48
Pirandello: Follia e Alienazione ……………………………………..…. 48

Pirandello: Breve biografia …………………………………………..… 50

Uno, nessuno e centomila ……………………………………………….. 51

Titolo e significato dell'opera ………………………………………..…. 54

La follia in Uno, nessuno e centomila ………………………………..… 55

Umorismo pirandelliano ……………………………………………...… 57

Enrico IV ………………………………………………………………… 58

Enrico e la sua follia: unica via di fuga dalla realtà ………………..… 61

STORIA ………………………………………………………...……… 63
Quando la “Follia” si impossessa dello stato: I regimi totalitari …….. 63

Hitler e il Nazismo …………………………………………………….… 66

L’ascesa del nazismo ……………………………………………………. 66

Hitler a capo della Germania ……………………………………...…… 68

La revisione del trattato di Versailles …………………………………. 69


                                    3
La fine di Hitler e del Nazismo ………………………………………... 70

La lucida follia di Hitler ………………………………………………... 71

Mussolini e il Fascismo ………………………………………………..... 75

Mussolini: Breve biografia ……………………………………...……… 75

I Fasci di combattimento ……………………………………………….. 76

La sconfitta elettorale …………………………………………...……… 77

Il fascismo agrario ………………………………………………….…… 77

La tattica di mussolini ……………………………………………….…. 78

Segnali di guerra civile ……………………………………………….… 78

Il PNF …………………………………………………………………….. 79

I rapporti con il blocco dominante …………………………………….. 79

La marcia su Roma ……………………………………………………... 80

Tentativi di normalizzazione ………………………………………….... 80

Le elezioni del 1924 ……………………………………………….…….. 81

Matteotti e l’Aventino ………………………………………...………… 81

Il discorso del 3 gennaio 1925 ………………………………..………… 82

Il ruolo istituzionale di Mussolini …………………………………….... 82

L’apparato repressivo ………………………………………..………… 83

I sindacati e la politica economica ……………………………………... 83

I patti lateranensi ed il nuovo Plebiscito ………………………………. 84

Lo Stato corporativo ……………………………………………….…… 84

Le strutture repressive ………………………………………...……….. 85

Il progetto di Mussolini ……………………………………………….... 85

La politica Economica ……………………………………………….…. 87

L’autarchia …………………………………………………………….... 88

La politica estera fascista ………………………………………………. 88

La guerra d’Etiopia (o Abissinia) …………………………………….... 89

LATINO …………………………………………………..…………… 91
Il Furor di Seneca ……………………………………………………..… 91


                             4
Dati biografici …………………………………………………………… 91

Il furor ………………………………………………………………...… 92

Fedra …………………………………………………………………..… 93

Tieste …………………………………………………………………….. 94

Caratteristiche ……………………………………………………...…… 94

L’ira è una breve follia? ……………………………………………..…. 95

Le megalomanie e le follie dell'imperatore Nerone dagli Annales

di Tacito …………………………………………………………………. 97

Tacito: Breve biografia ……………………………………………...….. 97

Gli Annales ………………………………………………………………. 97

L’incendio di Roma (Annales, XV, 38-39) …………………………….. 99

La persecuzioni contro i cristiani (Annales, XV, 44-45) …………….. 101

SCIENZE DELLA TERRA ………………………………..……. 103
La Follia della natura ………………………………………….……… 103

Definizione ed elementi di un terremoto ……………………………... 103

I vari tipi di onde ………………………………………………………. 105

I sismografi e la misurazione dei terremoti ………………………..… 107

L’intensità e la magnitudo dei terremoti ………………………..…… 108

Gli effetti disastrosi dei terremoti …………………………..………… 111

Cause dei terremoti ……………………………………………………. 111

Principali zone sismiche ………………………………………………. 113

Previsione e difesa dai terremoti ……………………………………... 114

CONCLUSIONE ……………………………………………...…… 117




                                   5
                                INTRODUZIONE




            ".......Gli uomini mi hanno definito pazzo, ma non è ancora
              ben chiaro se la pazzia sia o non sia la più alta forma di
                intelligenza e se le manifestazioni più meravigliose e
                   profonde dell'ingegno umano non nascano da una
               deformazione morbosa del pensiero, da aspetti mentali
                          esaltati a spese dell'intelletto normale.....
                    ........È vero! Sono sempre stato nervoso, molto,
            spaventosamente nervoso; ma perchè dite che sono pazzo?
            La malattia ha acuito i miei sensi, non li ha distrutti, non li
             ha soffocati. Molto affinato era in me il senso dell'udito...
            udivo tutte le cose del Cielo e della Terra. .....e udivo anche
                                molte cose dell‘inferno........"
                                       (Edgar Allan Poe)


I pazzi sono davvero tali o è il resto del mondo che li fa sentire folli?



        Dire che cosa sia realmente la follia è un'impresa abbastanza ardua,

eppure in tanti hanno provato a dare un valido significato e questo termine.

Nel passato come nel presente, la follia si è manifestata in tanti suoi piccoli

aspetti: attraverso il genio degli scienziati, i versi dei poeti, le melodie dei

musicisti, i colori vivaci sulle tele degli artisti, le gesta inconsulte dei

potenti. La prima difficoltà è già tutta racchiusa nell‘etimo del termine follia,

dal latino follis: mantice, sacco vuoto, pallone gonfio d‘aria. Per traslazione, il

folle è colui che ha la testa vuota, piena d‘aria.

      Numerose ,invece, sono le difficoltà che cospirano alle spalle di chi

intenda, oggi, riflettere filosoficamente sulla follia. Un autorevole dizionario

filosofico come quello di André Lalande, dopo aver sottolineato la genericità,

la vaghezza del termine, il suo ricorrere pressoché unicamente nel linguaggio

comune e ordinario, rinvia il suo lettore alle pagine dedicate all‘aliénation
                                         6
mentale. Non diversamente Abbagnano, alla voce ―pazzia‖ del suo Dizionario

di Filosofia conclude con un rinvio alla voce psicosi. All‘interno del

vocabolario scientifico il termine follia sostanzialmente fatica a trovare posto,

espulso, soppiantato e specificato nella precisione dei quadri nosografici.

      Le ricerche più attendibili sulla nascita della follia e sulla sua evoluzione

nel corso della storia sono quelle di Michael Foucault nella sua opera Storia

della follia nell’Età classica pubblicata nel 1963.

      Foucault pone l‘inizio della storia della follia nel Medioevo; periodo

storico in cui l‘uomo perde le proprie certezze e cerca in ogni modo di

raggiungere il bene. In questo periodo la follia è legata all‘antitesi tra il bene e

il male, il folle è considerato sotto due punti di vista: da una parte come

l‘effige dell‘insensatezza e della dissolutezza umana, collocato ai margini

della società ma mai escluso da essa; dall‘altra come il detentore di un sapere

oscuro e impenetrabile, che può accedere a realtà impercettibili all‘uomo

comune:

     ―il folle, nella sua innocente grullaggine, possiede
     questo sapere così inaccessibile e così temibile… lo
     porta in una sfera intatta, piena ai suoi occhi di un
     sapere invisibile‖
                                (Storia della follia nell’Età)


      Dal Rinascimento in poi, in particolare con filosofi come Descartes e

Montaigne,     l‘orizzonte    della   follia   si   restringe    facendo    prevale

l‘interpretazione allegorica di questa; prende vita così quel meccanismo che

renderà il folle nella visuale comune come una minaccia, prendendo il posto

dei lebbrosi nei reietti della società. Nascono, inoltre, in questo periodo le

prime strutture, che si diffonderanno a macchia d‘olio nel XVII secolo, in cui

venivano rinchiusi i malati psichici, offensivi verso la morale, condannati

come complici del male. In questi secoli si sviluppano anche gli studi

filosofici e medici sulla follia; importanti, infatti, sono gli studi di Descartes

sulla fisionomia del cervello umano, poi proseguiti nell‘800 e nel 900. I

                                        7
filosofi giungono anche ad ipotizzarne le cause: in prossime, dovute ad

alterazioni del sistema nervoso e del cervello; e in lontane, dovute ad

avvenimenti dell‘anima, violenti o intensi, o a rapporti col mondo esterno (le

famose ―passioni dell‘anima‖ di Descartes). Sembra così che il filosofo sia

chiamato a prendere atto di questa trasformazione-traduzione della follia nella

malattia mentale.

     È nel nostro tempo che accade la semplificazione della follia nei quadri

della malattia mentale ed è sempre nel nostro tempo che possiamo porre

l‘interrogazione sul perché di questo accadimento.

     Nel campo medico e scientifico ci fu una vera e propria rivoluzione con

l‘avvento del metodo freudiano e con la Psicoanalisi.

     Utilizzando invece le parole di Antonello Sciacchitano, il quale

osservava come sia un luogo comune dell‘immaginario collettivo l‘intendere

la follia quale minus ontologico, possiamo esercitare una riflessione sul

pensiero di Schopenhauer in modo da evidenziare come il meno della follia

può essere inteso come un più:


     ―Il filosofo parla di sragione, lo storico di assenza d‘opera,
     lo psichiatra di perdita del rapporto con la realtà, lo
     psicoanalista di sottrazione del fantasma da parte della
     madre. Non è molto sbagliato esprimersi così. Nella follia
     c‘è del meno. Non sarà per caso un più? si chiede per
     automatismo mentale l‘analista‖




                                      8
                                FILOSOFIA

                        La nevrosi vs Genialità-Follia
                           Freud e Schopenhauer




     La follia in psicoanalisi potrebbe essere definita come una

sovrapposizione della parte istintuale su quella razionale.

Secondo Sigmund Freud il comportamento ordinario non è altro che il

risultato di un continuo processo dialettico tra la parte più selvaggia e

disorganizzata del cervello, l'Es, e quella più pesata e razionale, il Super-io.

Nel momento in cui una delle due parti prevale in maniera eccessiva sull'altra
il comportamento può apparire irrazionale e privo di logica.



                               Sigmund Freud




     Freud si laureò a Vienna nel 1881 e si specializzò in neurologia. Nel

1885 si recò a Parigi per studiare le malattie nervose, in particolare l‘isteria,

malattia dalle cause sconosciute e dai sintomi molto gravi come la volontà di

non mangiare e di non parlare. La scienza dell‘epoca, sotto l‘influsso del

positivismo, riteneva che a ogni malattia mentale corrispondesse una lesione

organica. Freud, ritornato a Vienna, studiò con il suo collega Breuer le cause

                                        9
della malattia e giunse ad affermare che essa non era collegata a nessuna

lesione fisica. Utilizzò l‘ipnosi per giungere ad una spiegazione dei sintomi

della malattia stessa. Nel 1895 pubblicò con Breuer gli studi sull‘isteria, dove

tramite l‘ipnosi dimostrò di aver acquisito due elementi fondamentali relativi

alla malattia: i sintomi dell‘isteria sono collegati a precisi episodi della vita del

soggetto, i quali si possono eliminare attraverso al loro riproduzione sotto

ipnosi: tale metodo fu definito ―catartico‖. Il caso di Anna O.,studiato nel

libro, è la storia di una ragazza che mentre cura il padre ammalato è colpita da

tratti isterici.
              Una notte ella vegliava nella più grande ansia il
       malato che era in preda a una febbre altissima, tutta in
       tensione perché da Vienna doveva arrivare un chirurgo per
       operarlo. La madre era uscita, e Anna sedeva accanto al
       letto, col braccio destro penzolante lungo la spalliera della
       sedia. Cadde cosi in una reverie, e vide un serpente nero
       come sbucare dalla parete e avvicinarsi al malato per
       morderlo. (E‘ molto probabile che la ragazza avesse visto
       realmente parecchi serpenti nel prato dietro casa e ne fosse
       rimasta spaventata). Cercò di scacciare la bestia, ma
       sembrava paralizzata. Il braccio destro, che penzolava
       dietro la sedia, si era addormentato diventando insensibile e
       paretico, e quando ella lo guardò, le dita si trasformarono in
       tanti serpentelli con teschi. E‘ probabile che ella abbia
       cercato di allontanare il serpente con la mano destra
       paralizzata, così che l‘anestesia e la paralisi dell‘arto
       vennero ad associarsi con l‘allucinazione del serpente.
              Quando questa svanì, ella, in preda all‘angoscia,
       cercò di parlare, ma non ci riuscì. Non poteva esprimersi in
       nessuna lingua, finché non le vennero in mente le parole di
       una filastrocca inglese e da quel momento poté pensare e
       parlare solo in quella lingua.‖
                                                  (Studi sull’isteria)


      Attraverso l‘ipnosi risultò che i sintomi isterici si presentavano perché

certi episodi vissuti dalla ragazza nell‘infanzia le erano riaffiorati alla mente

ed essa li aveva rimossi, in quanto in contrasto con le cure umorali per il

padre. Sotto ipnosi tali episodi venivano rivissuti e permisero quindi la

guarigione della ragazza.

           ―Si era d‘estate, in un periodo di afa intensa, e la
      paziente aveva sofferto moltissimo la sete; ché, senza ragioni
      plausibili, all‘improvviso ella non era riuscita più a bere.

                                        10
     Così, prendeva un bicchier d‘acqua, ma non appena lo
     portava alle labbra lo respingeva bruscamente come se fosse
     affetta da idrofobia. Naturalmente, in quei brevi attimi, era in
     stato di assenza. Per alleviare in qualche modo la sete che la
     torturava, la paziente mangiava solo frutta. Dopo circa sei
     settimane di un tale stato di cose, un giorno, mentre in ipnosi
     stava parlando della sua antipatica governante inglese, le uscì
     finalmente detto, con evidenti segni di ribrezzo, che una volta
     era entrata nella sua stanza e aveva visto il suo odioso
     cagnolino che beveva in un bicchiere. Per una forma di
     cortesia, la paziente non aveva detto nulla. Ora, dopo esser
     riuscita ad esprimere violentemente tutta la sua collera
     repressa, ella chiese di bere e trangugiò una grande quantità
     di acqua senza il minimo disturbo; si svegliò dall‘ipnosi col
     bicchiere alle labbra. Da allora il sintomo scomparve
     definitivamente‖
                                                 (Studi sull’isteria)


     Da quel momento però Breuer non volle più collaborare con Freud.



     I fondamenti della Psicoanalisi



     Freud cercava di studiare le cause dell‘isteria, poi le trovava definendole

genericamente irritazioni oggettive nella convinzione che la loro origine era

sessuale. Freud abbandonò l‘ipnosi perché non era applicabile a tutti i pazienti

e perché le verità scoperte sotto ipnosi non venivano ricordate al risveglio.
Cosi egli puntò sul metodo che egli chiamò ―metodo delle libere

associazioni‖, secondo cui il paziente poteva dire al medico tutto ciò che gli

passava per la mente senza vincoli di sorta. In tal modo il paziente diventava

parte della sua terapia e si legava maggiormente al medico in base ad una

relazione affettiva chiamata ―Transfert‖, nel senso che ciò che si era provato

per i genitori veniva trasferito su medico stesso. Per questo Breuer non voleva

più lavorare con Freud: aveva scambiato le manifestazioni di Anna O. rivolti a

lui come persona e non rivolte a lui come sostituzione del padre.




                                      11
     La rimozione



     Freud si chiede per quale motivo i suoi pazienti hanno dimenticato molte

esperienze di vita, che soltanto sotto terapia venivano richiamate alla

memoria. La risposta è che queste esperienze sono vissute come vergognose e

dolorose ed è per questo che vengono allontanate dalla coscienza. In ciò

consiste la rimozione che è un meccanismo di difesa, tramite il quale l‘Io si

ripara da un impulso minaccioso. Nella nevrosi l‘Io si ritira da quest‘impulso

minaccioso, che però resta comunque presente con tutta la sua carica

energetica e quindi pur rimanendo lontano cerca delle vie indirette per venire

allo scoperto e scaricare così la sua energia: queste vie indirette sono

meccanismi della nevrosi. Freud, con ―la teoria della rimozione‖, cercò di

capire i meccanismi delle nevrosi e ne indicò anche la possibile cura. Infatti si

rese conto che doveva scoprire le rimozioni ed eliminarle attraverso un lavoro

di interpretazione e valutazione di ciò che la rimozione aveva escluso dalla

coscienza. Questa cura venne chiamata psicoanalisi.



     L’inconscio




     L‘inconscio è la struttura della psiche. Dalla rimozione emerge il

concetto di inconscio. Secondo Freud ogni atto della nostra vita psichica nasce

dall‘inconscio e riaffiora nella coscienza solo in minime parti: infatti la


                                      12
maggior parte della vita psichica rimane inconscia a causa della rimozione.

L‘inconscio ha diversi caratteri dalla coscienza: non esiste in esso il principio

di contraddizione, per cui possono coesistere due tendenze opposte come

l‘amore e l‘odio, inoltre non esiste negazione, perché ogni desiderio per

l‘inconscio è sempre attuabile e per finire nell‘inconscio non esiste né lo

spazio né il tempo. Inoltre Freud intese poi spiegare in che modo funziona

l‘apparato psichico e giunse così a distinguere tre diverse istanze l‘Io, L‘ES e

il Superio. L‘Io corrisponde alla coscienza grazie alla quale l‘uomo             è

razionalmente consapevole di se stesso . L‘ES (pronome neutro in terza

persona nella lingua tedesca paragonabile all‘ ‖Id‖ latino) è un inconscio in

cui sono presenti le pulsioni psichiche sia innate, sia acquistate con la

rimozione. Nell‘inconscio tutto funziona in base al principio del piacere che

ignora la realtà esterna per realizzare i suoi desideri. Il Superio è

prevalentemente inconscio ed è paragonabile alla coscienza morale: esso è

come un giudice o un censore dell‘Io, in quanto si forma sia dall‘infanzia

interiorizzando le regole e i divieti dei genitori. In età adulta la società con le

sue leggi prende il posto dei genitori. L‘Io deve stare dunque in equilibrio tra

l‘ES ,che non conosce regole, e il Superio ,che impone regole, senza

dimenticare che bisogna fare i conti anche con la realtà esterna. Le difficoltà

dell‘Io sono comuni a tutti, ma quando i conflitti ciclici fanno sì che l‘Io

venga prevaricato dall‘ES o dal Superio allora nascono le nevrosi.



     La scoperta della sessualità infantile



     Ricordando le cause delle nevrosi, Freud scoprì i conflitti fra gli impulsi

sessuali e la resistenza del soggetto contro di essi. La scoperta più importante

di Freud in questo ambito è il conflitto avvenuto nella prima fase della vita.

Da ciò Freud discerne che esiste una vita sessuale prima dell‘età adulta. Nei

racconti dei pazienti di Freud ricorrevano episodi infantili che si riferivano a


                                       13
seduzioni subite da parte di un genitore o di un fratello maggiore. Ciò

convinceva Freud che l‘origine delle nevrosi fosse da attribuire a questi

rapporti incestuosi dell‘infanzia e pensava che il problema fosse risolto. In

questo periodo Freud utilizza anche il materiale fornito dai sogni dei suoi

pazienti.

      Nel 1896 morì il padre di Freud. Il dolore di quel lutto portò Freud a

scavare profondamente in se stesso iniziando un‘autoanalisi che durerà dal

1897 al 1901 e che sarà molto importante per lo sviluppo della psicoanalisi.

Analizzando i suoi sogni in relazione alla morte del padre, trovò in essi il

bisogno di liberarsi da una colpa verso suo padre: trovò in tutto ciò le tracce

della seduzione infantile che già aveva riscontrato e si rese conto che esse

coprivano sentimenti molto più complessi provenienti                  da desideri

contraddittori nei confronti dei genitori. Freud capì che le scene di seduzione

non erano mai avvenute nella realtà, ma esprimevano fantasie collegate a

desideri. In tal modo viene elaborata la teoria della sessualità infantile, il cui

nucleo essenziale è costituito dal complesso di Edipo. Alla base di questo

complesso vi è una vera passione d‘amore: il desiderio di possesso nei

confronti del genitore di sesso opposto porta il bambino a vivere in termini

conflittuali la relazione con il genitore delle stesso sesso. La gelosia e l‘invidia

che spingono fino all‘odio e al desiderio di morte, si scontrano con l‘amore e

il bisogno di confermare la propria identità sessuale. L‘esistenza di fratelli e

sorelle complicano le cose. La rinuncia di questa passione avviene per la

paura della punizione per la perdita dell‘amore del genitore rivale. La rinuncia

della pretesa edificata avviene attraverso il meccanismo della rimozione e si

manifesta nel bambino come una nevrosi con atteggiamenti repressivi e fobie.

Il superamento di questa fase conduce il bambino ad investire la pulsione

sessuale verso altre mete di carattere sociale in quanto i suoi interessi si

spostano al di fuori della famiglia. Questo processo è chiamato sublimazione.

Intorno al quinto anno di vita, segue un periodo di latenza della vita


                                        14
sessuale,che dura fino alla pubertà, da cui prende avvio la sessualità adulta.

Per sessualità, Freud, non intende più soltanto ciò che si riferisce alla

―genialità‖, egli interpreta la sessualità come una funzione somatica tesa verso

il piacere e che soltanto in parte riguarda la riproduzione. All‘energia degli

istinti sessuali Freud dà il nome di libido. Normalmente la libido segue una

sua evoluzione dalla sessualità infantile alla sessualità adulta. Può avvenire,

tuttavia, che esperienze negative durante lo sviluppo causino una sua

fissazione in uno stadio precedente ed una regressione a tale stadio. È cosi

possibile che una nevrosi insorga nella persona adulta. Tale estensione del

concetto di sessualità abbatte le frontiere tra normalità e perversione,

intendendo con perversione ogni attività sessuale che abbia come meta il

conseguimento del solo piacere senza finalità riproduttive. Il bambino è un

essere perverso per eccellenza perché la sua libido si sposta nelle sue fasi

evolutive verso mete diverse corrispondenti a diverse zone erogene. Le fasi

evolutive sono tre:1) la fase orale, di cui la zona erogena è la bocca; 2)la fase

anale, in cui l‘oggetto erotico sono le feci; 3) la fase fallica di cui la zona

erogena è il pene o il clitoride. Una perversione diventa patologica quando

invece di manifestarsi puramente a lato di uno scopo e dell‘oggetto sessuale e

normale, tende a sostituirli completamente e prende il loro posto in tutte le

circostanze: il caso di voyeurismo, del sadomatismo, feticismo.



     L’interpretazione dei sogni



     Freud dopo la morte del padre nel 1896, giunse a capire che i sogni

hanno un significato e una loro logica, simile a quella dei sintomi nevrotici. Il

sogno per Freud è un prodotto psichico completo,che, pur essendo

interpretato, deve essere scomposto nei suoi diversi elementi la cui analisi fa

affiorare una logica nascosta. Secondo Freud, nel sogno, si distinguono due

livelli: 1) un contenuto manifesto, cioè quell‘insieme di immagini, parole,


                                      15
sensazioni, che il sognatore ricorda e racconta al risveglio e che ricostituisce

una trasposizione deformata del vero significato del sogno; 2) un contenuto

latente, cioè l‘insieme dei desideri inconsci del sognatore che non sono più

riconoscibili nel contenuto manifesto in quanto sono mascherati. Il sogno, una

volta interpretato è l‘espressione più diretta del mondo dell‘inconscio e infatti

il sonno è una condizione psichica durante la quale, l‘Io si riposa,

abbandonando in parte e temporaneamente le sue difese di fronte all‘emergere

degli impulsi dell‘ES. Tuttavia una parte dell‘azione dell‘Io riamane attiva e

funziona come censura onirica, proibendo ai desideri inconsci di manifestarsi

nella loro sincera natura. Per tanto i contenuti onirici vengono mascherati per

rendere irriconoscibile il significato proibito del sogno. I desideri rappresentati

possono essere recenti o di origine remota. Un sogno esprime allo stesso

tempo più desideri e sono quelli infantili (i desideri) che causano

maggiormente l‘attività onirica. Per lavoro onirico Freud intende quel

procedimento che trasforma il significato latente del sogno nel suo significato

manifesto. L‘interpretazione psicanalitica deve ripercorrere in senso inverso il

lavoro onirico. Ecco i meccanismi che permettono al significato profondo del

sogno di manifestarsi in modo chiaro: 1) lo spostamento fa sì che un impulso

profondo, diretto verso una persona, nel contenuto manifesto del sogno, può

apparire rivolto verso una altra; 2) la condensazione fa sì che impulsi diversi

possano fondersi tra loro nel sogno manifesto in modo da essere inconoscibili:

per esempio nel sogno una persona può apparirci con alcune caratteristiche

appartenenti ad una persona diversa; 3) il simbolo, che è un sogno che

accoglie in sé una forte carica emotiva e attraverso di esso si esprimono uno o

più impulsi diversi o profondi della psiche. L‘interprete del sogno deve

riuscire a percorrere in senso inverso il lavoro onirico, sciogliendo gli enigmi

prodotti dal lavoro di spostamento, di condensazione e di simbolizzazione.




                                       16
     Svariate opere e fase ultima del suo pensiero



     Nel 1904 Freud pubblicò un libro dal titolo Psicologia della vita

quotidiana. In questo libro vengono interpretati gli atti mancati, cioè le

dimenticanze, i lapsus verbali, smarrimenti di oggetti e alcuni gesti

automatici, in cui facilmente ogni individuo può incorrere nella sua vita

quotidiana. Freud dimostro che questi errori di comportamento e questi gesti,

sono il prodotto di un‘intenzione inconscia che si rende manifesta attraverso

l‘analisi. È importante che Freud abbia messo in risolto l‘analogia tra i

processi psichici che producono nevrosi e quelli che producono interruzioni

lievi e temporanee del controllo della coscienza. Nel 1905 Freud pubblicò un

altro volume dal titolo Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio.

Esso serve a liberare dai desideri proibiti che non riescono ad essere espressi

per motivi di ordine morale. Nel motto di spirito esiste sia un significato

nascosto sia un significato manifesto come nei sogni e quindi si presta ad

un‘interpretazione. Il motto può essere prodotto attraverso la sintesi del

discorso in una parola chiave, attraverso un gioco di parole (esempio: gli

ordinari non furono nella di straordinario, e gli straordinari non furono nulla

che sia soltanto ordinario). Con il motto di spirito siamo in presenza di un

appagamento di desideri altrimenti censurati. Essi procurano un effetto

piacevole che si manifesta con il riso e che riporta al mondo infantile del

gioco. Il motto inoltre ha un carattere sociale, nel senso che è un modo di

comunicare tra gli uomini. Partendo dal motto di spirito, si fa strada per Freud

la possibilità di interpretare con la psicoanalisi le elaborazioni culturali degli

uomini, letterarie e artistiche. Per esempio Freud pubblica a questo riguardo i

seguenti saggi: Un ricordo di infanzia di Leonardo Da Vinci, Il Mosè di

Michelangelo e Gradiva. Secondo Freud, l‘artista si ritira nel mondo della

fantasia sfuggendo da una realtà non appagante: in tal modo le opere d‘arte

soddisfano diversi desideri inconsci; ma esse si rivolgono ad un pubblico


                                       17
riescono, comunicando, a suscitare gli stessi desideri istintivi che ne sono alle

origini. Nell‘ultima fase del suo pensiero Freud si convinse dell‘esistenza di

due pulsioni contrapposte, quella vitale libidica e la pulsione della morte.

Quest‘ipotesi fu elaborata nel libro Al di là del principio del piacere del 1920.

In quest‘opera Freud distinse: 1) un istinto di conservazione dell‘individuo e

della specie che si chiama ―Eros‖ (il dio greco dell‘amore); 2) un opposto

istinto di distruzione e di morte che si chiama ―Thanatos‖(il dio greco della

morte), che è una tendenza al ripristino di uno stato anteriore, disgregante, che

agisce come distruzione del vivente nella psiche e in ogni cellula umana, una

sorta di forza chimica e biologica che tende al ritorno dello stato inorganico.

Questa forza diventa manifesta quando si rivolge all‘esterno e si palesa nella

forma dell‘aggressività e nell‘autodistruzione. L‘Eros invece ha come fine

quello di complicare la vita allo scopo di conservarla, aggregando in unità

sempre più vaste, le particelle disperse della sostanza vivente. La pulsione di

amore e di morte agiscono in modo conservativo, poiché mirano al ripristino

di uno stato turbato dell‘apparire della vita. L‘apparire della vita sarebbe

dunque la causa della continuazione della vita e al tempo stesso

dell‘aspirazione alla morte e , dunque, la vita sarebbe una lotta e un

compromesso fra queste due tendenze. Freud ha dato un contributo alla

psicologia della religione da un punto di vista antropologico. Nell‘opera

Totem e tabù del 1913, costatando l‘esistenza del tabù dell‘incesto, anche

nelle società primitive organizzate secondo il sistema del totemismo, Freud,

sottolinea la coincidenza tra i due principali tabù del totemismo: non uccidere

il totem e non congiungersi con donne dello stesso clan totemico.

Riprendendo l‘ipotesi Darwiniana, secondo la quale ciascun clan è capeggiato

da un unico maschio dominatore, padre di tutti i figli e marito di tutte le donne

dell‘orda; Freud, ipotizza che un giorno i figli, esclusi dal potere, in comune

accordo, uccisero il padre e ne mangiarono il cadavere. Ma nessuno dei figli

riuscì a sostituirsi al padre perché ogni fratello lo impedì all‘altro. Pentiti della


                                        18
loro azione, i patricidi, si organizzarono in clan secondo i principi del

totemismo che avevano la funzione di scongiurare la ripetizione del delitto.

L‘isogamia (cioè il divieto di sposare le donne dello stesso clan di

appartenenza) e l‘adorazione di un animale totem, simulacro oggetto di culto e

sostitutivo del padre, derivano da questa vicenda primordiale commemorata

ogni anno con un rito solenne, il così detto banchetto totemico, durante il

quale viene mangiato l‘animale totem-sacro e poi pianto. Il rito serve ad

esprimere il senso di colpa per il delitto commesso (il peccato originario) ed è

l‘origine dell‘organizzazione sociale, della religione e delle regole morali. Il

padre ucciso, sostituito con l‘animale sacro divinizzato, diventerà l‘evoluzione

della società, il prototipo della divinità. La comunione cristiana, secondo

Freud, conserva una traccia del primitivo banchetto totemico. Con tutto ciò,

Freud voleva sottolineare che alla base delle religioni c‘è il desiderio edipico

di ribellarsi al padre. Nell‘opera dal titolo L’avvenire di un’illusione, Freud

dice che la religione si fonda sulle più intime angosce degli uomini e ribadisce

che essa. È un‘illusione da cui l‘umanità deve liberarsi grazie al progresso

delle scienze. Nell‘ opera Il disagio della civiltà, Freud studia il rapporto tra le

pulsioni individuali e la costituzione della società con le sue esigenze. Il

principio del piacere non tiene conto dell‘esigenze della realtà (o società): l‘Io

deve strutturarsi facendo interagire le pulsioni interne con il mondo esterno,

ma qui si creano problemi oggettivi che non sono immediatamente compatibili

con le pulsioni dell‘Io e poi bisogna tener presente la presenza di altri uomini,

con cui l‘Io deve fare i conti. Nessuno può fare a meno dei propri simili ma il

principio del piacere riduce gli altri a strumenti per soddisfare le proprie

esigenze. A queste condizioni la società nasce come guerra di tutti contro tutti

(―…Omnium bellum contra omnes…‖, Thomas Hobbes ). Una società può

strutturarsi in modo efficace solo in una relativa situazione di equilibrio,

basandosi sull‘accordo. I conflitti vanno regolati con le leggi. Ciò significa

che il principio del piacere viene tenuto a freno. Freud usa l‘espressione


                                        19
―disagio della società‖ per indicare la necessità sociale che al principio del

piacere non venga data piena soddisfazione. Per questa ragione la società

sottopone a regole e a controlli l‘intera sfera della vita sessuale e ne limita in

modo rigoroso l‘aggressività umana perché non sfoci nella guerra, ma se poi

la guerra diventa una realtà, anch‘essa deve essere sottoposta a regole (per

esempio la convenzione di Ginevra e il divieto di usare i gas e l‘arma

atomica), alla fine però bisogna riconoscere con Freud che la società limita

fortemente la libera realizzazione della vita psichica. Tuttavia senza questa

limitazione la società non avrebbe mai potuto evolversi. Quindi la società

deve permettere il massimo delle soddisfazioni per il principio del piacere che

sia però compatibile con il massimo rispetto per il principio della realtà.



                         Schopenhauer, genio e follia




     Le meccaniche che muovono e strutturano la follia sembrano definire

nel contempo il sottosuolo dell‘esperienza artistica e filosofica.

     Gli stretti legami tra follia, esperienza estetica, estasi, entusiasmo,

provar-stupore, aver vertigini, riemergono e vengono attentamente considerati

nelle osservazioni che si dipanano nei capitoli centrali del terzo libro del

Mondo come volontà e rappresentazione.


                                       20
             Arthur Schopenhauer: breve riassunto sul suo pensiero



      “Il Velo di Maya”

     Schopenhauer distingue tra il fenomeno e la cosa in sé come fa Kant.

Mentre per Kant il fenomeno è la realtà e la cosa in sé è un concetto limite,

per Schopenhauer il fenomeno è una semplice illusione, mentre la cosa in sé è

la realtà che si nasconde dietro l‘illusione del fenomeno. Il fenomeno è detto

quindi ―Velo di Maya‖. Il fenomeno è una rappresentazione che esiste soltanto

dietro la coscienza. La rappresentazione ha due aspetti: il soggetto

rappresentante e il soggetto rappresentato. Il soggetto e l‘oggetto esistono

soltanto dentro la rappresentazione.

     Anche Schopenhauer, come Kant, ritiene che nella nostra mente ci siano

tre forme a priori e che sono soltanto tre: spazio, tempo e casualità. La

casualità assume forme diverse manifestandosi in quattro modi:

 1) come principio del divenire (che regola i rapporti tra gli oggetti
    naturali);
 2) come principio della conoscenza (che regola i rapporti tra premesse e
    conseguenze);
 3) come principio dell‘essere (che regola i rapporti spaziotemporali e quelli
    aritmetico geometrici;
 4) come principio dell‘agire (che regola i rapporti fra un‘azione e i suoi
    motivi).

     Essendo la rappresentazione un‘illusione ingannevole se ne deduce che

la vita è sogno cioè una rete di inganni. Ma al di là del sogno esiste la vera

realtà su cui l‘uomo deve interrogarsi.



     La via di accesso alla cosa in sé



     Se noi fossimo soltanto conoscenza e rappresentazione, non potremmo

mai uscire dalla rappresentazione puramente esteriore di noi stessi e delle

cose. Ma, poiché noi siamo anche corpo, allora, noi viviamo con noi stessi

                                       21
anche dal nostro interno cioè godendo e soffrendo.E‘ questa esperienza

interna che permette all‘uomo di afferrare la cosa in sé. Infatti ripiegandoci su

noi stessi, ci rendiamo conto che la cosa in sé del nostro essere è la volontà di

vivere. Infatti noi siamo vita e volontà di vivere e il nostro corpo manifesta

all‘esterno questo nostro desiderio interiore. Pertanto il mondo fenomenico è

il modo attraverso cui si rende visibile la volontà di vivere. Da quanto detto si

capisce il significato del titolo del capolavoro di Schopenhauer ―Il mondo

come volontà e rappresentazione‖. La volontà di vivere non è soltanto la cosa

in sé dell‘uomo ma è la cosa in sé di tutte le cose, è la cosa in sé dell‘intero

universo.



     Caratteri della volontà di vivere



     La parola ―volontà‖ per Schopenhauer non significa volontà cosciente,

ma energia o impulso senza alcun comportamento razionale. La volontà è

oltre lo spazio e il tempo quindi è unica, perché non è soggetta al principio di

individuazione che invece è presente in tutti gli altri enti, che perciò sono

molteplici. La volontà è anche eterna, appunto perché è fuori dal tempo.

Infine, essendo fuori dal mondo, non ha causa e non ha scopo ed è un impulso

inconsapevole. Essa è l‘unico assoluto e Dio non esiste. Dapprima la volontà

si oggettiva in un sistema di forme immutabili, senza spazio e senza tempo,

che Schopenhauer chiama idee, considerati gli archetipi del mondo. In una

seconda fase la volontà si oggettiva nei vari individui del mondo naturale. In

questo mondo e nell‘uomo la volontà si presenta in gradi diversi e nell‘uomo

si manifesta nei suoi gradi massimi: la maggiore consapevolezza però implica

un maggiore dolore.




                                      22
      Il pessimismo



      Se l‘essere è la manifestazione di una volontà infinita allora la vita è

dolore. Infatti volere significa desiderare e il desiderare significa stare in una

tensione dovuta la fatto che non si ha qualche cosa che si vorrebbe avere.

Ottenendo quello che si vuole, si ha un piacere parziale, perché poi si desidera

un'altra cosa e cosi all‘infinito. Inoltre anche quel minimo appagamento che si

ottiene, conduce presto alla saturazione e quindi alla noia. Per tanto la vita è

un continuo oscillare tra il dolore e la noia. Tutto quello che si ottiene , anche

un minimo piacere, quando si raggiunge una tale cosa non è altro che la

cessazione momentanea del dolore. Tutto nel mondo soffre, perché in tutto c‘è

la volontà di vivere. Il male non è soltanto nel mondo, ma nel principio stesso

da cui il mondo dipende, cioè la volontà. E questa volontà, unica nella sua

essenza si auto lacera nel mondo in una guerra continua del tutto contro tutto e

di tutti contro tutti. Per tanto in questa vicenda cosmica l‘individuo è soltanto

uno strumento per la continuazione della specie e non ha in sé alcun valore.

Attraverso l‘amore, la volontà pensa solo alla continuazione della specie e per

questo che l‘atto sessuale è accompagnato da un particolare piacere. È dovuto

solo a questo che la donna prima è piena di attrattive e poi da anziana le perde.

L‘amore procreativo è una vergogna perché mette al mondo individui destinati

a soffrire



      Le vie di liberazione del dolore



      La vera risposta al dolore del mondo consiste nella liberazione della

volontà di vivere. Schopenhauer elenca così le varie tappe della liberazione ,

che sono: l‘arte, la morale e l‘ascesi.

      L’arte per Schopenhauer è la conoscenza libera e disinteressata che si

rivolge alle idee, cioè ai modelli eterni delle cose. Nell‘arte infatti questo ―mio


                                          23
amore personale‖, come quello tra Renzo e Lucia ne I promessi sposi o tra

Petrarca e Laura, diventa con l‘arte l‘amore a livello universale in quanto

l‘arte ne evidenzia l‘essenza immutabile valida per tutti. Quindi il soggetto

che contempla le idee, cioè gli aspetti universali della realtà, non è più

l‘individuo soggetto alla volontà, ma il puro soggetto del conoscere cioè il

puro occhio del mondo. In tal modo l‘individuo risulta sottratto alla catena dei

bisogni e dai desideri quotidiani con un appagamento perfetto. In tal modo si

supera sia la volontà, sia il dolore sia il tempo. Tuttavia la funzione liberatrice

dell‘arte e solo temporanea e quindi non è una via per uscire dalla vita ma è

soltanto un conforto per la vita.

     La morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. Quindi

la morale nasce da un sentimento di pietà attraverso cui avvertiamo come

nostre le sofferenze degli altri. Quindi tramite questa pietà noi sperimentiamo

l‘unità metafisica di tutti gli esseri. La morale si compone di due virtù

cardinali: la giustizia e la carità (Agape). La giustizia consiste nel non fare il

male e nel riconoscere agli altri ciò che noi riconosciamo a noi stessi. La

carità si identifica con la volontà positiva e attiva di fare del bene al prossimo.

Al suo massimo livello, la pietà consiste nel fare propria la sofferenza di tutti

gli esseri e deve assumere su di sé il dolore cosmico. La morale tuttavia

rimane pur sempre all‘interno della vita e quindi presuppone un qualche

attaccamento ad essa. Pertanto Schopenhauer non ha raggiunto il suo

traguardo di liberazione totale della volontà di vivere perché l‘amore per il

prossimo tipico della morale presuppone questa volontà.

     L’ascesi è l‘esperienza per la quale l‘individuo cessando di volere la vita

e dunque la volontà stessa, vuole annullare il proprio desiderio di esistere e di

volere. Il primo passo dell‘ascesi è la castità perfetta che libera dall‘impulso

alla generazione. Le altre manifestazioni dell‘ascesi (la rinuncia dei piaceri,

l‘umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio, la penitenza corporale) tendono a

sciogliere la volontà di vivere dalle proprie catene. Anche se la volontà fosse


                                       24
interamente vinta in un solo individuo essa morirebbe tutta, perché è una e una

soltanto. La soppressione della volontà di vivere è l‘unico atto di libertà che

sia possibile all‘uomo. Quando egli riconosce la volontà come cosa in sé, si

sottrae nello stesso tempo alla sua tirannia. La coscienza del dolore come

essenza del mondo è un quietivo del volere, nel senso che lo annulla e fa in

modo che l‘uomo diventi libero. Quando l‘uomo diventa libero entra in quello

stato che i cristiani chiamano di grazia. Mentre nei mistici cristiani l‘ascesi si

conclude con l‘unione con Dio, invece in Schopenhauer si conclude con

l‘accesso al Nirvana buddista. Il nirvana è l‘esperienza del nulla, che non è il

niente ma è un nulla relativo al mondo, cioè la negazione del mondo stesso

pur rimanendo qualche cosa da parte nostra.



     Genialità-Follia



     Nell‘approfondire i caratteri del genio, del suo distanziarsi dall‘uomo

volgare (der gewöhnliche Mench),si renderà pressoché necessario il

riferimento ai fenomeni propri della follia.

     Anzitutto la contemplazione del genio si costruisce facendo astrazione

dal principio di ragione, in tutte le sue forme: la genialità è appunto

l‘attitudine a mantenersi nel luogo dell’intuizione pura, luogo in cui avviene la

perdita, la rinuncia del Sé. Risulta pertanto inseparabile da un oblio completo

della propria personalità e di tutte le relazioni che sostiene (e la sostengono)

nel mondo. Nell‘intuizione estetica non siamo più consapevoli di noi stessi,

ma solo degli oggetti intuiti. Essa è anche esperienza di un annullamento (sia

pure temporaneo) della propria volontà, e quindi del dolore. Nella

contemplazione dell‘idea il genio infrange la sua servitù (der Dienst) alla

volontà, non è più lo strumento che le procura i mezzi per soddisfarla. La voce

della volontà individuale tace, il genio non è altro che il più alto grado




                                       25
dell‘oggettità, ossia la direzione oggettiva dello spirito, in opposizione alla

direzione soggettiva, che fa capo alla propria persona, alla propria volontà.

            Di particolare interesse sono per noi le ricadute della posizione im-

personale del genio nella vita pratica, nella vita di tutti i giorni. Non più servo

della volontà individuale, teso interamente alla conquista dell‘idea, egli

guarda alla vita con occhi del tutto diversi da quelli dell‘uomo comune, non

interessandosi tanto di considerare e organizzare la sua via nella vita, quanto

piuttosto di contemplare la vita stessa, in ciò che vi è di permanente, di

essenziale, di incausato. La conoscenza, mentre per l‘uomo volgare è la

lanterna che illumina la via (la sua via individuale nella vita), per l‘uomo di

genio è invece il sole che illumina il mondo. La considerazione delle

molteplici relazioni che la sua individualità intrattiene con gli oggetti del

mondo non trova posto nell‘attività contemplativa del genio; ponendosi

altrove rispetto al campo d‘applicazione del principio di ragione, la genialità

non potrà che risultare deficitaria per quanto riguarda la prudenza (die

Klügheit) e la saggezza pratica, con tutti i correlati che tale deficienza

immancabilmente produce nello svolgersi della vita quotidiana. Già qui

Schopenhauer sta costruendo la strada che porterà all‘analogia conclusiva tra

la genialità e la follia.

      Da questo punto in poi Schopenhauer procede a grandi passi sino al

parallelo finale genialità-follia, conclusivo del trentaseiesimo capitolo: tutto

ciò che viene detto del genio è già nutrito dall‘intenzione finale di chiarire la

genialità nella follia.

      A questo riguardo è interessante che venga ‗ricordata‘ la ripugnanza del

genio nei confronti della logica e la sua scarsa attitudine alla discussione. È

proprio la conversazione che separa la genialità dal modo comune di vivere, di

conoscere, di dialogare: il genio ha tendenza al monologo. Ad orecchie

educate al principio di ragione il dis-correre del genio, che sembra non vedere

il suo interlocutore (assorto com‘è nella contemplazione dell‘idea) e si mostra


                                       26
del tutto incurante di ogni rispetto nei confronti della coerenza logica, non può

che assumere i caratteri del delirio, di un discorso non solo e non tanto

incomprensibile, quanto piuttosto non-comunicante.

              Infine il genio può mostrare tante di quelle debolezze che rasentano

veramente la follia (der Wahnsinn). Che genio e follia abbiano un lato in cui si

toccano, anzi si confondono, è un‘osservazione che venne fatta più d‘una

volta.

         Il grande muro di citazioni letterarie, posto in limine dell‘esplorazione

della follia, raccoglie affermazioni dal Platone del Fedro, da Cicerone, da

Pope, affermazioni che concordano tutte nel ritenere che senza un briciolo di

follia non vi può essere autentica genialità (le citazioni letterarie, per quanto

moltiplicate all‘infinito, non possono certo costituire prova esaustiva della

continuità genio-follia; e questo è presente agli occhi dello stesso

Schopenhauer, che poco oltre si sforzerà d‘indagare sulla natura della follia in

ben altri termini).

         La conclusione a cui si arriva è quasi obbligata: sembrerebbe che ogni

superiorità intellettuale oltrepassante la media comune debba venir

considerata come un‘anormalità predisponente alla follia.

         La riflessione viene bruscamente interrotta per far spazio ad un breve

esame preliminare sulla follia in se stessa. Preliminarmente si osserva come la

razionalità scientifica non sia di fatto ancora giunta ad un‘autentica e sicura

comprensione della natura della follia e non è quindi in grado di produrre il

concetto della differenza tra follia e salute mentale.

         È una realtà incontestabile che i folli (die Wahnsinningen) siano anche in

grado di ragionare e che dunque in loro l‘attività dell‘intelletto e della ragione

non è del tutto spenta. Sono in grado di capire e di farsi capire. Non sono

nemmeno del tutto estranei all‘ordine impartito dal principio di ragione, se è

vero che hanno generalmente una percezione abbastanza esatta di quanto

avviene intorno a loro, e afferrano la connessione delle cause e degli effetti. In


                                         27
breve: la follia sembra far capo a una mancanza della memoria. Non si può

comunque parlare di una paralisi dell‘intera facoltà mnemonica, in quanto i

folli riescono spesso a ricordare scene del proprio passato e talora anche a

rappresentarsele con estrema vivezza.

     Ciò che accade in loro è che il filo della memoria viene spezzato, la

continuità della sua concatenazione soppressa, e ogni richiamo regolare

coerente del passato è reso impossibile.

     Lo spazio della memoria è dunque costellato di vuoti e la follia giunge a

realizzarsi proprio nel riempire questi vuoti, nel colmarli con finzioni.

     Non è un caso infatti che l‘incespicante e frammentata memoria del folle

inneschi un processo al termine del quale vi è una profonda trasformazione

dell‘identità personale:


           il vero e il falso si confondono (vermischen) in modo
     costantemente crescente nella sua (del folle) memoria. Il
     presente immediato viene certo percepito con esattezza, ma
     è falsato da relazioni fittizie con un passato chimerico; i
     pazzi confondono se stessi e gli altri per persone che non
     esistono se non nel loro passato fantastico


     La follia è dunque, attraverso la memoria, disturbo della personalità.

Ecco il processo: in primo luogo si pensi al‘come‘ di questi vuoti all‘interno

del tessuto mnemonico. La meccanica che li produce viene ripercorsa per

sommi capi e risiede tutta nel tentativo di porre in parentesi un dolore,

un‘afflizione insopportabile, che non ci concede tregua. È una sorta di

meccanismo di rimozione quello che segna il passaggio dal dolore alla follia.

Riguardo    le modalità     di   costruzione di     queste finzioni, il     testo

schopenhaueriano, pare taccia. Forse la meccanica che regola la produzione

dei ‗riempimenti‘ è la stessa che guida la vita inconscia.

     Se il proprio passato viene controllato, costruito, da una memoria

assolutamente obbediente al principio di ragione, il risultato sarà la percezione

presente di un ‗io‘ stabile, che si prolunga con coerenza dal passato e che

                                       28
altrettanto coerentemente si affaccia verso il futuro. Qualora invece il tessuto

mnemonico sia colmo di buchi, e la continuità interrotta interamente colmata

da finzioni prodotte al di fuori dell‘io, allora non vi è più possibilità di

rinvenire alcuna continuità, alcuna coerenza. La percezione che avviene ora,

nel presente, viene a trovarsi in un luogo disancorato dal principio di ragione,

un luogo nel quale la nozione stessa di ‘io‘ risulta assente. Non sorprende così

che la percezione dell‘individualità sfumi. E non solo la percezione della

propria, ma anche di quella altrui: i pazzi confondono se stessi e gli altri per

persone che non esistono.

      La questione della follia non sembra risolversi esclusivamente in una

questione di connessioni e relazioni mancate tra un‘esatta percezione del

presente e di alcuni elementi frammentari del passato. Nell‘momento in cui il

folle, percependo qualcosa, si richiama al tessuto mnemonico che abita in lui,

in quel momento la natura estatica, impersonale, di questo tessuto lo avvolge,

lo fa suo, parla attraverso di lui, lo ispira. Da qui, ogni relazione spaziale,

temporale e causale proiettata sullo sfondo di un tessuto mnemonico lacerato,

non più controllato dall‘io, si annulla e la figura assume il senso che la

struttura gli conferisce, non quello che io, in forza del principio di ragione, gli

potrei conferire. Insomma, è il delirare della percezione.

      Il parallelismo tra genialità e follia non dev‘essere per altro inteso in

senso assoluto, quasi si trattasse di una totale coincidenza.

      Ad ogni modo è innegabile che vi sia per Schopenhauer un punto di

contatto tra genialità e follia.

      La considerazione del fatto che gli uomini non sono soltanto capaci di

produrre le opere d‘arte, ma sono anche in grado di fruirle, porta

inevitabilmente al riconoscimento che l‘attitudine propria del genio, attitudine

a svincolarsi dal principio di ragione, sia pure in una misura diversa

dev‘essere propria di tutti gli uomini, senza di che sarebbero incapaci di

gustare le opere d‘arte, né più né meno di quello che non siano a produrle


                                       29
     Come in ognuno di noi alberga la dis-posizione alla genialità, allo stesso

modo nessuno di noi può ritenersi del tutto al riparo dalla follia. Per quanto

messa a tacere dall‘attività della conoscenza razionale, essa è elemento

costitutivo dell‘essere dell‘uomo. Al pari della genialità, si presenta come la

dis-posizione che apre all‘uomo la possibilità di una conoscenza vera,

svincolata dal principio di ragione, tesa all‘intuizione dell‘idea

     In tal senso l‘arte è tutt‘uno con la filosofia, è già ricerca filosofica.


             la filosofia si distingue da essa unicamente per il
     modo d‘espressione. All‘artista come al filosofo occorrono
     due qualità: a) genialità, cioè conoscenza capace di
     trascendere il principio di ragione o conoscenza delle idee;
     b) la capacità di ripetere attraverso una tecnica
     trasmissibile, che può essere acquistata mediante esercizio,
     le idee intuite in una certa sostanza (questa sostanza per il
     filosofo sono i concetti, come per lo scultore il marmo, per
     il pittore i colori, ecc.)


     La genialità risulta così il fondamento, la condicio sine qua la

produzione e la fruizione estetica, così come la stessa ricerca filosofica, non

potrebbero nemmeno essere.

     Se la genialità e la follia avvengono nel medesimo luogo (o quanto meno

individuano nel loro confondersi un territorio comune), allora è inevitabile

riconoscere anche alla fatica filosofica un fondamento nella follia. Il

linguaggio filosofico insomma, che prende vita nella sostanza dei concetti,

attinge la propria origine nella concezione intuitiva del mondo, nella genialità-

follia, che costituisce dunque il suo autentico fondamento, il suo Grund.




                                        30
                            STORIA DELL’ARTE

                          Il genio folle della pittura
                                  Van Gogh




     Quando si parla di Van Gogh, si parla anche della dicotomia genio-

follia; indicando in quest'ultima il motore della pittura originale, unica

dell'artista. Sono mille le ipotesi di malattia, tutte basate su ipotesi fatte a

posteriori: chi prende spunto dalla biografia, parla di un incrudelirsi della

malattia venerea, o addirittura di una possibile ereditarietà dal padre di

sifilide, oppure di schizofrenia, depressione, etc. Chi prende spunto dalla sua

arte, vede nei suoi quadri spiraleggianti delle caratteristiche comuni a mille

altri pazienti affetti da malattie degenerative del cervello. Con i mezzi attuali,

ogni supposizione è possibile, perciò nessuna è unica e veritiera. Ciò che è

permesso dire, è che l'arte di Van Gogh è illuminante, e la sua figura, magra

piccola e solitaria nella carne, si staglia in realtà gigantesca e poderosa nella

storia dell'arte e dei sentimenti umani.

     Tanto geniale quanto incompreso, dipinse una grande quantità di quadri

divenuti famosi solo dopo la sua morte suicida. Celebri i suoi paesaggi, i fiori

(in special modo i girasoli, la cui serie di dipinti lo ha fatto conoscere in tutto

il mondo) e gli autoritratti. Un museo a lui dedicato, il Van Gogh Museum, si

trova ad Amsterdam.



                                       31
      Biografia



      Van Gogh nasce a Groot-Zundert, un villaggio olandese, il 30 marzo

1853 da Theodorus van Gogh, pastore protestante, e da Anna Cornelia: primo

di sei fratelli, dopo la morte del primogenito della famiglia, che portava il suo

stesso nome, e che morì alla nascita esattamente un anno prima di lui; Van

Gogh ricorderà sempre la tomba dietro casa, su cui trovava iscritto il suo

stesso nome. Vincent ha un' infanzia turbata, anche a causa dell'apprensione

dei genitori, e la sua vita è un cammino di insuccessi esistenziali e sociali. Nel

1857 nasce il fratello Theodorus, chiamato Theo, che avrà una grande

importanza nella sua vita.



      In giro per l'Europa



      Dal 1861 al 1868 frequenta la scuola del paese; poi un collegio di

Zevenvergen dove impara il francese, l'inglese e il tedesco e apprende l'arte

del disegno. Nel 1869 inizia a lavorare in una bottega d'arte all'Aja fondata da

suo zio Vincent; passa il tempo libero leggendo molto e visitando musei,

inizia una corrispondenza con il fratello Theo (lettere che serviranno a una

ricostruzione della sua vicenda umana) e trascorre le vacanze dai genitori nel

paese natale. Gli anni che seguono segnano per Van Gogh un continuo

viaggio da una filiale all'altra della bottega d'arte dello zio, trasferimenti che lo

porteranno a Bruxelles, Londra e Parigi.



      Predicatore fra i minatori



      Nel 1876 si licenzia definitivamente e parte per un paese vicino a

Londra, Ramsgate: qui lavora come insegnante supplente ricevendo in cambio

solo vitto e alloggio. Diviene anche aiuto predicatore e tiene un primo


                                        32
sermone: vorrebbe dedicare la sua vita alla religione, ma durante una visita ai

genitori, questi restano colpiti dalle condizioni precarie del figlio e non

vogliono che riparta per Londra.

      Lo zio Vincent gli trova così un altro lavoro come commesso in una

libreria di Dordrecht. Vive da solo e frequenta la chiesa locale traducendo

passi della Bibbia; convince il padre a lasciarlo frequentare una scuola per

predicatore ma, non essendo ritenuto idoneo all'insegnamento, deve

interrompere gli studi diventati per lui troppo pesanti.

      Nonostante tutto, nel 1879 lavora come predicatore laico nelle miniere di

carbone a Wasmes, nel Borinage, dove realizza i primi schizzi raffiguranti

minatori all'opera. Vive in estrema povertà ed è turbato dalle condizioni in cui

si trovano i minatori, che aiuta per come può; questo però infastidisce i suoi

superiori che lo licenziano, ritenendolo ancora una volta inadatto e privo di

talento.

      Van Gogh prosegue la sua vocazione senza ricevere compenso: vive in

grandi ristrettezze ma continua a leggere molto e a disegnare; in questo

periodo avranno inizio i suoi improvvisi ed incontrollabili scoppi di collera,

sia aggressiva che autodistruttiva, destinati a peggiorare gradatamente con il

corso degli anni.

      Il fratello Theo lo critica per come conduce la sua vita e Vincent

interrompe i rapporti con lui per poi riprenderli solo un anno dopo.



      Autolesionista per amore



      Theo lo aiuta tuttavia finanziariamente e lo incita a proseguire nella

pittura: Vincent va quindi a Bruxelles e frequenta la scuola d'arte, dove fa

conoscenza con diversi pittori diventando nel (1880) amico del pittore Anton

van Rappard. In questo periodo realizza copie di opere di Jean-François

Millet.


                                       33
     Nel 1881 si innamora della cugina Cornelia, detta Kee, vedova da poco

tempo e con un figlio, senza però esserne corrisposto. Ad una sua richiesta di

matrimonio lei lo rifiuta non ricevendolo in casa. Disperato, Van Gogh si

brucia la mano sinistra con la fiamma di una lampada, cercando di dimostrare

l'intensità del suo amore. Rifiutando ancora una volta un aiuto economico dai

genitori, Van Gogh riparte per l'Aja dove prende lezioni dal pittore Anton

Mauve, cognato della madre; anche con lui però i rapporti si deteriorano,

perché Vincent non vuole come modelli calchi di gesso.



     Ritorno a casa



     In questo periodo, Vincent conosce una prostituta e lavandaia

alcolizzata, Sien Hoornik (che sarà anche sua modella) e va a vivere con lei e

col figlio, cercando di redimerne le sorti. La sua salute inizia a creargli

qualche problema, e infatti in questo periodo si ammala di gonorrea. Il loro

rapporto è segnato, come sempre sarà, dalle intemperanze emotive del giovane

Vincent, il cui furore nei confronti della vita, rimarrà sempre in bilico tra la

follia e l'amore più puro. Suo zio gli fa una ordinazione per venti disegni di

paesaggi: questo sarà il suo unico lavoro su ordinazione. Inizia a dipingere

con i colori ad olio paesaggi e ritratti di popolani e il fratello Theo, che era a

Parigi, gli paga il materiale. Vorrebbe sposare Sien ma la famiglia lo dissuade

e Vincent prende la dolorosa decisione di lasciarla dopo un anno di

convivenza.

     Dal 1883 al 1885 vive con i genitori nel paese di Nuenen e nell'arco di

questi anni dipinge duecento quadri; cura amorevolmente la madre che si

rompe una gamba e prende lezioni di musica e canto perché pensa che ci sia

un legame fra colore e musica; allestisce un atelier in uno stabile accanto alla

casa parrocchiale del padre che muore per un colpo apoplettico il 26 marzo

1885. Dipinge I mangiatori di patate.


                                        34
      I colori di Arles



      L'anno successivo lascia Parigi trasferendosi ad Arles; qui trova una

casa, e decide di dipingerne la facciata di giallo, per celebrare una ritrovata

solarità, e dove sarà raggiunto da Gauguin. Nella città francese dipinge, fra gli

altri, alcuni dei suoi principali capolavori, caratterizzati da luminosi colori

carichi di vitalità, fra cui il Vaso con dodici girasoli (o i Girasoli, il

celeberrimo Sunflowers), il Ponte di Langlois ad Arles con lavandaie, Esterno

di caffè in place du Forum ad Arles, e la Casa gialla.

      È durante la permanenza ad Arles che avviene uno degli episodi più

controversi e drammatici della vita di Van Gogh. La notte del 23 dicembre il

pittore, dopo un'aggressione ai danni di Gauguin (che fugge spaventato), si

punisce tagliandosi la parte inferiore dell'orecchio destro, la incarta e la porta

in un bordello per farne regalo ad una prostituta alla quale si era affezionato.

      In seguito a questo episodio di autolesionismo, Vincent viene ricoverato

in un istituto per malattie mentali con la diagnosi di schizofrenia. Tuttavia, ad

oggi non siamo certi di quale fosse la reale patologia di cui Van Gogh

soffriva.   La   psichiatria   dell'epoca   etichettava   con   la   diagnosi      di

"schizofrenico" pressoché qualunque paziente psichiatrico. E' durante questa

fase che Vincent dipinge il celebre Autoritratto con orecchio bendato.

      Da quel momento, Van Gogh soffrirà sempre più frequentemente di

allucinazioni e deliri. Sarà a più riprese ricoverato, sia coattivamente che

dietro sua spontanea iniziativa, in una clinica per malattie mentali nei pressi di

Saint-Rémy-de-Provence. A questo periodo risalgono i dipinti Iris e Alberi di

cipresso. Dopo ulteriori, acuti episodi psicotici, si stabilisce nel maggio 1890

ad Auvers-sur-Olse. Qui conosce il medico-pittore che lo ha in cura, Paul

Gachet e che ritrarrà in un quadro famosissimo.

      I quadri di questo periodo risentono di una profonda e lucida

depressione. La sua sensibilità enorme, lo porta a rimanere ferito per ogni


                                       35
sguardo e commento, che le persone sanno da sempre tributare agli eccentrici.

Addirittura in una delle lettere parla della derisione e del dileggio dei bambini

quando passavano davanti alla sua casa.

     Nell'ultimo periodo i quadri si susseguono ad un ritmo impressionante e,

quanto mai prima, domina il giallo, il colore acceso della vita.



     Colpo di rivoltella fatale



     Il 27 luglio del 1890 si presenta alla coppia proprietaria della locanda in

cui vive. Sta molto male e confessa di essersi sparato un colpo di rivoltella in

un campo accanto al cimitero nei pressi di Auvers-sur-Oise mentre dipingeva

la sua ultima opera. Morirà il 29 luglio e verrà sepolto il giorno dopo in quello

stesso cimitero. Al funerale parteciperanno il fratello Theo, il dottor Gachet e

molti amici artisti; la bara è ricoperta di girasoli. Pochi mesi dopo, il 25

gennaio 1891, muore, ricoverato in clinica psichiatrica, anche il fratello Théo.

Solo molti anni dopo la sua morte la famiglia si decise ad ammettere che Théo

era affetto da sifilide, al cui decorso sono da ricollegarsi i deliri e le

allucinazioni che perseguitarono gli ultimi anni di vita di Théo.




                                      36
                                       Campo di grano con corvi




È un dipinto ad olio su tela di cm 50,5 x 103 realizzato nel 1890 dal pittore Vincent Van Gogh,
conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam.




                Una delle ultime e più belle opere di van Gogh è il Campo di grano con

          corvi, del luglio 1890, realizzata poco tempo prima del suicidio e giudicata

          dalla critica il suo ―testamento spirituale‖. Scriverà al fratello Theo, anche a
          proposito di questo capolavoro:

                      "Qui il mio pennello scorre fra le mie dita come se
                fosse un archetto di violino... I colpi di pennello vanno
                come una macchina, vengono e si succedono concatenati‖
                ( Van Gogh)

                Spesso si sostiene che il campo di grano ha dei toni drammaticamente

          cupi, accentuati dal funereo volteggiare dello stormo di corvi neri e dalle

          pennellate rabbiose e scomposte. Cupo in realtà è solo il cielo, che da un blu

          rassicurante passa a tonalità cromatiche sempre più scure, non il campo di


                                                37
grano. Cupa, se vogliamo, è l'atmosfera. L'artista infatti non vede futuro per la

sua esistenza immediata, anche se la sua anima continua ad ardere di un fuoco

divoratore.

Il campo di grano è così mosso che sembra una foresta in fiamme, in cui

strade vuote, che portano verso l'ignoto, cercano di farsi largo e su cui

volteggiano tristi presagi: i corvi neri appunto, che sembrano arrivare come

avvoltoi.

La tela è un grido di dolore, accentuato dal ritmo a strappi, vorticoso, delle

pennellate.

La strada è senza via d'uscita perché i campi, che esprimono i valori rurali del

passato,la fertilità, e quindi la vita, nulla possono contro i nuovi valori

borghesi, rappresentati da un cielo che pare un oceano in tempesta, in cui il

chiaro si mescola allo scuro confondendo ogni cosa. In mezzo a questo cielo

tenebroso macchie bianche indistinte, misticheggianti, sembrano voler

indicare gli astri o nuvole minacciose, ma in realtà raffigurano la solitudine

dell'artista, ripiegato su se stesso. Nell'ansia di cercare qualcosa che colleghi il

campo di grano al cielo (e il collegamento è dato appunto dalla strada),

l'artista non trova altro che se stesso, svuotato, e i corvi neri sembrano essere

la conseguenza ineluttabile della devastazione: stanno per arrivare come una

minaccia incombente,una tempesta della natura.

La strada infatti è una mediazione, un'ansia, un desiderio oscuro, nervoso, che

in questo tentativo, vano, di trasformare la realtà, si rende conto di non avere

forze sufficienti. Gli orli verdi dei due viottoli forse indicano l'onestà di fondo

di una ricerca personale.

Il campo di grano è insomma l'elegia di uno sconfitto.

La strada infatti non porta da nessuna parte ed è virtualmente percorsa da una

persona, l'artista, che non sa dove andare, né cosa cercare.

Da notare che prima di realizzare il quadro, van Gogh era andato a far visita al

fratello Theo che viveva a Parigi ed era rimasto scosso per le difficoltà


                                        38
professionali di lui e per la salute cagionevole del nipotino Vincent.

Qualche giorno dopo aver finito l'opera, van Gogh scriverà l'ultima lettera a

Theo, in cui dirà espressamente che la sua morte avrebbe posto fine al

travaglio della famiglia del fratello: le sue opere sarebbero aumentate di

valore e Theo - insieme alla moglie e al figlioletto Vincent - avrebbero potuto

condurre una vita migliore.

Insomma van Gogh - se guardassimo l'aspetto contingente della sua esistenza

- si sarebbe ucciso prendendo questa nota familiare come occasione per

realizzare l'ultima missione della sua vita: lui che non era riuscito, in vita, a

realizzare alcunché di socialmente utile, pensava di farlo da morto. Il cielo

blu-nero, gli astri (se tali sono) sono troppo indeterminati e oscuri perché si

possa pensare a un vero obiettivo da raggiungere. Qualche critico ha

addirittura intravisto in quelle sagome bianche né astri né nuvole bombate, ma

addirittura immagini nascoste, subliminali, come p.es. l'orecchio sinistro

(quello che lui si tagliò dopo il litigio furente con Gauguin), un uccello

gigante che riempie il cielo, una "presenza incombente" e un trombettiere

simile all'arcangelo Gabriele entro le nubi, a testimonianza del lato mistico-

irrazionale dell'artista olandese.
Forse è meglio limitarsi a quanto scritto nelle lettere a Theo:

             "Sono campi estesi di grano sotto cieli agitati, e non
      avevo bisogno di uscire dalla mia condizione per esprimere
      tristezza e solitudine estrema"

      Le molte interpretazioni di quest'opera particolare sono state le più varie

e complesse rispetto a quelle che si sono date di qualsiasi altra sua opera.

L'aspetto stilisticamente meno riuscito del quadro (relativamente parlando

s'intende: non dimentichiamo che l'opera è stata fatta di getto) è proprio quello

che avrebbe dovuto indicare il metodo per conseguire un fine: la strada, che, a

ben guardare, non è una, ma una sorta di triplice diramazione da un crocevia

invisibile, il quale simboleggia, a sua volta, i vari percorsi esistenziali e


                                        39
professionali dell'artista, spesso condotti su direzioni diametralmente opposte

e che non hanno portato da nessuna parte, se si esclude ovviamente quella

artistica, che è servita come valvola di sfogo di una pentola a pressione.

Le strade, soprattutto quella centrale, sembrano indicare una prospettiva, e

anche le distese dei campi; in realtà il quadro è bidimensionale, anzi

monodimensionale, in quanto le strade viste dall'alto, i campi di fronte e il

cielo di lontano sono tutti elementi di un unico aspetto dominante: lo scontro,

senza soluzione di continuità, tra il furore del giallo (la passione interiore per

l'assoluto) e l'oppressione del blu-nero, i cui toni cupi (le ambiguità o le

ipocrisie del vivere sociale) impallidiscono irrimediabilmente la luce che

naturalmente dovrebbe provenire dal cielo (l'esigenza del vero).

Non è ovviamente un quadro realistico, ma esprime molto realisticamente una

situazione emotiva ai limiti del collasso.

Qui siamo in presenza a una sorta di icona della disperazione.

La strada è dunque il limite maggiore non tanto del quadro, ma dell'esistenza

stessa di van Gogh, lacerata da percorsi travagliati, errabondi, diametralmente

opposti, che l'hanno sì arricchito di molteplici esperienze, ma anche portato

alla sregolatezza e infine alla follia e a una morte prematura.




                                        40
                   GEOGRAFIA ASTRONOMICA

                          “Lo scienziato pazzo”
                               Fred hoyle




     La teoria dell’universo stazionario



     Fred Hoyle è il teorizzatore della teoria della stato stazionario

dell‘universo. Secondo tale teoria l‘universo risulta essere in espansione ma

la sua densità resta constante. Per rendere però accettabile tale teoria,

bisogna accettare il presupposto che nell‘universo, ogni anno, si crei (faccio

notare: voce del verbo creare) un atomo di idrogeno per ogni km³ di volume
dell‘universo (quantità industriali, dato il volume complessivo

dell‘universo). Dopo alcuni decenni di dibattito acceso, nei primi anni '70 la

teoria dello stato stazionario fu abbandonata praticamente da tutti con

l'eccezione di Hoyle e pochi seguaci, che nel 1993 tornarono a proporre il

cosiddetto ―Stato Quasi Stazionario‖ in seguito alla scoperta della

Radiazione cosmica di fondo. Viene soprannominato "Lo Scienziato Pazzo"

per come si presenta, sempre scontroso e di poche parole, per il suo aspetto

fisico, e per le sue teorie alquanto azzardate.


                                        41
      Altre teorie sull’universo



      Universo ciclico. Modello elaborato recentemente dai cosmologi Paul

Steinhardt, della Princeton University, e Neil Turok, dell‘Università di

Cambridge. Secondo tale teoria il cosmo attraversa una serie infinita di Big

Bang, seguiti da periodi di espansione e di stagnazione, il tutto regolato da

un‘ energia oscura ancora non spiegata. Per i due cosmologi il Big Bang non

fu in realtà un inizio, ma solo l‘ultimo di una serie infinita di cicli.


      Universo inflazionario. In cosmologia il termine Inflazione si

riferisce all'idea (proposta inizialmente da Alan Guth nel 1981) che

l'Universo, poco dopo essere "nato", abbia attraversato una fase di

espansione esponenziale (con diminuzione di densità poiché la materia resta

constante). Una conseguenza diretta di questa rapidissima espansione è che

tutto l'universo osservabile si sarebbe sviluppato da una regione inizialmente

piccolissima. L'ipotesi dell'inflazione risolve diversi rilevanti problemi

concettuali che affliggevano la teoria standard del Big Bang. Fra questi, il
problema della "piattezza" dell'Universo (cioè il fatto che l'Universo sembra

essere ottimamente descritto da una geometria con curvatura esattamente

pari a 0). Il nome della teoria è un riferimento semi-umoristico all'inflazione

economica che aveva colpito gli Stati Uniti ed il mondo Occidentale negli
anni a cavallo del 1980.




                                         42
                                     INGLESE

                                 Beyond the reason


      May be Coleridge succeeded in composing his beautiful compositions

thanks to the drug assumption.

      The opium assumption makes the poet travel through the cosmos and

makes him the pioneer of the paranormal and especially the visionary

characterized by the madness polish. The most intense and fascinating

emotions and the irresistible sensory suggestions are born during these

eager agitations



      S. T. Coleridge’s life




      Coleridge was born in Devonshire in 1772. At the age of 10 was sent

first to

Christ‘s Hospital School and then to Cambridge but he never graduated. He

was influenced by French revolutionary ideals, and he became a republican.

Southey and he established a utopian community in Pennsylvania called

Pantisocracy, where there were common economic activity and didn‘t exist

private ownership. But this project failed and since he started to suffer


                                       43
from chronic rheumatism the doctors prescribed him opium .

In 1797 he met Wordsworth and went to live in Somerset, where they started

their collaboration. In this period Coleridge wrote:

o The Rime oh the Ancient Mariner, his masterpiece, that became the

Manifesto of the English Romanticism with the Wordsworth‘s Preface

o Christabel, an unfinished poem about a young girl under a witch‘s spell

o Kubla Khan, also unfinished, wrote under the influence of opium, and

described this dream-like poem as a psychological curiosity.

Then he spent a period of solitude in Malta. When he returned in England he

started a career lecturing in journalism. He settled in London where he

produced Biographia Literaria, a text of literary criticism and

autobiography, where he explained the motives set in the Lyrical Ballads. In

contrast with Wordsworth who wrote about ordinary life, Coleridge wanted to

talk about extraordinary events.



Imagination and fancy



     Both Coleridge and Wordsworth gave importance to the idea of

imagination.

Coleridge distinguished between ―primary‖ and ―secondary‖ imagination. The

primary imagination is a fusion of perception and the human individual power

(the power that gives a certain order to the chaos or a form to a

perception). The secondary imagination is the poetic faculty, which not only

gives form to a given world, but builts a new one.

According to Coleridge imagination is more important than fancy, that bases

its power on the association of material provided and subject to the

rational law of judgement. A simple example is in The Rime of the Ancient

Mariner, when Coleridge used several details, so that he gives form to

something else; this fancy is improved by beautiful images.


                                      44
The ideal in the real



      According to Coleridge, the nature wasn‘t a moral guide. He

contemplated the

nature with the consciousness of the presence of the ideal in the real. He

didn‘t accept the Christian faith, where nature is seen as ―divine‖, but he

saw the nature in a sort of Platonic interpretation, when it is the

reflection of the perfect world of ideas. So the world is the projection of

the perfect, real world of Ideas; in fact he used natural images in his most

visionary poems.



The Rime of the Ancient Mariner: Content



      The ballad is divided in seven parts; it is set in the sea, either during

the day (with the sun) and during the night (with the moon). It starts with

an ―Argument‖ ,with a short summary divided into two parts: in the first he

showed the framework and introduced the protagonist; the other is the poem

itself.



In the first part, the ancient Mariner stops a wedding guest to tell him his

terrible story. He talks about his adventures when he reached the equator

and the south pole. After several days the Albatross appeared through the

fog; but the ancient Mariner kills him, even if Coleridge don‘t explain why.

This actions is represent an action against the nature.

So, in the second part, the ancient Mariner starts to suffer psychologically

for what he has done, and here Coleridge introduce into his character the

corruption and the helplessness, due to guilt that he feel. The world after

the crime is terrible: the mariners are tortured, and the only moving things

are sea snakes.


                                        45
In the third part the Mariner became conscious of what he has done, and he

go in isolation. A skeleton ship appear, where Death and Life-in-Death cast

dice ; Death win the Mariner‘s comrades, who all die, and Life-in-Death win

the Mariner‘s soul.

In the forth part his sense of guilt increases; the Mariner blesses the sea

snakes, and starts to re-establish a relationship with the nature.

In the fifth part the Mariner try to obtain his soul; the ship begin to move

and the spirits return in the mariner‘s corpses.

In the sixth part his healing seem impeded.

In the seventh part, in the last stanza, the Mariner obtain the wedding

guest‘s sympathy. Coleridge doesn‘t tell how the story finish, but we can

think that the ancient Mariner will remain with his guilt until his death.



Atmosphere and characters



     The atmosphere of the poem is full of mystery by the combination of the

supernatural, commonplace and dream-like elements. It isn‘t easy to explain

the role of the Mariner and of his comrades; they could represent human

beings and their agonies; the Mariner doesn‘t represent a moral agent, but

he is passive, because his actions aren‘t conscious. His paralysis of

conscience brought the Mariner in gaining the authority, and he pays for it

to remain in a condition of outcast. He is like an actor in the Drama, where

he recounts his story with retrospection.



The Rime and the traditional ballads



     The poem contains a lot of features in common with ballad: the

succession of dialogue and narration, the four-line stanza, the archaic

language, alliterations, repetitions and onomatopoeias, the theme of travel and


                                       46
supernatural elements.

But the presence of a moral at the end of the poem makes it a ―romantic‖

ballad.




                                     47
                                     ITALIANO


                                       Pirandello

                                Follia e Alienazione




     Pirandello è sicuramente uno degli interpreti più acuti della "crisi

dell'io", poiché la considera come una serie di stati incoerenti, che suscita

nei suoi personaggi angoscia ed orrore nel vedersi vivere, nell'esaminarsi

dall'esterno come sdoppiati. Questa tendenza risulta essere un insieme di

ossessioni, angosce, impulsi inconfessabili perché violenti o crudeli, che

giacciono nel profondo della psiche, nell'inconscio. L'unica via di fuga da

tale realtà risulta essere la pazzia, ovvero la condizione di colui che si

esclude e guarda gli altri vivere.

La follia è il grande tema che percorre tutta l'opera pirandelliana. La sua

fonte fu lo psichiatra Alfred Binet.

     La follia, o alienazione mentale, è la condizione nella quale i fatti

commessi sono caratterizzati dalla a-normalità, dall‘uscire dalle norme che

regolano i comportamenti della massa. Solo la follia o la a-normalità

assoluta, incomprensibile per la massa, permette al personaggio il contatto

vero con la natura, (quel mondo esterno alle vicende umane nel quale si può


                                        48
trovare la pace dello spirito) e la possibilità di scoprire che rifiutando il

mondo si può scoprire se stessi. Ma questi contatti sono solo momenti

passeggeri, spesso irripetibili perché troppo forte è il legame con le norme

della società.

      Ogni uomo nasce dotato di una personalità che la Natura gli ha dato:



-è normale quando questa personalità si sviluppa secondo le norme della

Natura stessa;

-è a-normale, invece, quando, attraverso le norme sociali, l‘uomo non

sviluppa più la sua originaria personalità, ma ne acquista un‘altra, secondo

le norme che la società si è imposta per sopravvivere.



      L‘alienazione, quindi, è composta da una personalità espressa non

secondo natura, ma secondo le regole della società, e può essere identificata

con la maschera-forma, l‘esistenza nelle centomila forme che si creano nel

corso dell‘esistenza; l‘accidente, distruggendo la maschera-forma, distrugge

l‘alienazione, riportando il personaggio alla sua condizione originaria, ma

impedisce alla massa di capire il personaggio e le fa pensare che questi è

uscito di senno. D‘altra parte, proprio nell‘alienazione, il personaggio riesce

a risolvere la condizione esistenziale. Invece la riflessione serve per mettere

a nudo le contraddizioni del mondo nel quale si trova a vivere, a mettere in

risalto quel senso di solitudine che un mondo fatto di finzioni, e ormai anche

di macchine, porta con sé. Alienazione, quindi, non tanto come elemento

negativo, ma come elemento fondamentale della condizione umana, nella

quale, appunto stemperare la propria angoscia e il proprio dramma.

      E' il punto di partenza per esplorare quella crisi d'identità che qualsiasi

evento può scatenare. La riflessione di Pirandello sul tema della follia

appare memorabilmente in molte opere, come l'Enrico IV o come

Uno,nessuno e centomila.


                                       49
      Breve biografia


      Luigi Pirandello è stato uno dei più importanti scrittori e drammaturghi

italiani. Fu insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934.

Egli nacque a Agrigento da Stefano e Caterina Ricci Gramitto, in una

famiglia di agiata condizione borghese. La famiglia commerciava e

produceva zolfo.Dopo un'istruzione elementare impartitagli da maestri

privati, andò a studiare in un istituto tecnico e poi al ginnasio. Qui si

appassionò subito della letteratura. A soli undici anni scrisse la sua prima

opera Barbaro, andata persa. Per un breve periodo aiutò il padre nel

commercio di zolfo, facendo anche esperienza diretta con il mondo degli
operai nelle miniere e sulle banchine del porto mercantile.

Lo scrittore iniziò i suoi studi universitari a Palermo nel 1886, per recarsi in

seguito a Roma, dove continuò i suoi studi di filologia romanza che poi

dovette completare a Bonn su consiglio del suo maestro Ernesto Monaci e a

causa di un insanabile conflitto con il rettore dell'ateneo capitolino. A Bonn,

capitale culturale di allora, si laureò nel 1891 con una tesi sulla parlata

agrigentina Voci e sviluppi di suoni nel dialetto di Girgenti. Il tipo di studi,
però, gli fu probabilmente di fondamentale ausilio nella stesura delle sue

opere, dato il raro grado di purezza della lingua italiana utilizzata.

Nel 1903, poco dopo le nozze, un allagamento in una miniera di zolfo, in cui

Pirandello e la sua famiglia avevano investito il loro capitale, li ridusse sul

lastrico. Questa notizia accrebbe il disagio mentale, già manifestatosi, della

moglie di Pirandello, Maria Antonietta Portulano. Nonostante la moglie

andasse sempre più spesso soggetta a crisi isteriche, di cui Pirandello stesso

era il bersaglio, egli acconsentì che fosse ricoverata in un ospedale

psichiatrico solo diversi anni dopo, nel 1919. La malattia della moglie portò

lo scrittore ad approfondire lo studio dei meccanismi della mente e della

reazione sociale dinnanzi alla menomazione intellettuale, portandolo ad

avvicinarsi alle nuove teorie sulla psicanalisi di Sigmund Freud.

                                        50
Spinto dalle ristrettezze economiche e dallo scarso successo economico

delle sue prime opere letterarie, Pirandello insegnò per qualche tempo come

professore di stilistica all'Istituto superiore di Magistero. Il suo primo grande

successo fu merito del romanzo Il fu Mattia Pascal, pubblicato nel 1904 e

subito tradotto in diverse lingue. In questo periodo collaborò con alcune

riviste letterarie e anche con il Corriere della Sera.

Pirandello aderì al fascismo ma fu criticato più volte dalla stampa del

regime per non aver scritto opere conformi allo spirito e agli ideali fascisti,

pessimiste e prive di amor di Patria. Nel 1926 pubblica Uno,nessuno e

centomila. Grande appassionato di cinematografia, mentre assisteva a

Cinecittà alle riprese di un film tratto dal suo Il fu Mattia Pascal, si ammalò

di polmonite. Il suo corpo ormai segnato dal tempo e dagli avvenimenti

della sua vita non sopportò oltre, e Pirandello morì lasciando incompiuto un

nuovo lavoro teatrale, I giganti della montagna.

Egli scrisse nel testamento le sue ultime volontà sul suo funerale. È stato

avvolto in un lenzuolo bianco e portato sul carro dei poveri. Il suo corpo è
stato bruciato, e le sue ceneri sparse per la sua tenuta.




      Uno, nessuno e centomila




      Uno, nessuno e centomila è una delle opere

più famose di Luigi Pirandello. Iniziata già nel

1909, esce solo nel 1926, prima sotto forma di

rivista e poi di volume. Quest'opera riesce a

sintetizzare il pensiero dell'autore nel modo più

completo. L'autore stesso, in una lettera

autobiografica, definisce quest'opera come il


                                        51
romanzo "più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione

della vita". Il protagonista, infatti, può essere considerato come uno dei

personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente il più

pieno di autoconsapevolezza di questo mondo. Dal punto di vista formale,

stilistico, si può vedere la forte inclinazione al monologo del protagonista,

che molto spesso si rivolge al lettore direttamente, ponendogli interrogativi e

problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, che è senza

dubbio di portata universale.

Il protagonista di questa vicenda, Vitangelo Moscarda, è una persona

ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita

affidando a due fidi collaboratori la gestione dell'impresa. Un giorno,

tuttavia, in seguito alla rivelazione da parte della moglie di un suo difetto

fisico (il naso leggermente storto, di cui non si era mai accorto), inizia a

scoprire che le persone intorno a lui hanno un'immagine della sua persona

completamente diversa da quella che lui ha di sé. È la consapevolezza di

essere vivo nelle persone intorno a lui in centomila forme differenti che

accende il desiderio di distruggere queste forme a lui estranee, con

l'obiettivo di scoprire il vero sé. Inizia, quindi, ad agire con il fine di

strappare queste immagini sbagliate di sé che sono nelle persone, iniziando

con la moglie e il suo Gengè (il nomignolo con cui lo chiamava e cui ella

affidava l'immagine del marito). La sua prima consapevolezza, dunque, ha

come oggetto ciò che non è, e nel tentativo di distruggere queste errate

convinzioni, apre la strada per la scoperta di ciò che è. La difficoltà, però,

sta nel conoscere sé stesso, la vera essenza di sé.

Il dramma della pazzia è già presente nel primo capitolo dei libro;

naturalmente al termine pazzia non sì dà il significato corrente di patologia

grave della psiche ma quello pirandelliano più congruo di spazio vuoto,

squarcio improvviso nella coscienza, istantaneo ed insperato coincidere di

essere ed esistere. Pazzo è infatti chi, allo specchio, scopre di esistere in


                                         52
maniera diversa da quella in cui credeva

Il dramma a questo punto si complica: Vitangelo impara per sua esperienza

come il giudizio altrui risulti influenzato dalla condizione familiare, dal

nome di una persona. Così era capitato a lui, figlio di un banchiere,

considerato da conoscenti un usuraio. E' un'idea inaccettabile e per

cancellarla fa di tutto: decide infatti di donare a un tale, Marco dì Dio la sua

casa. Poi decide di sfrattarlo, e poco dopo, tra gli insulti della folla, decide di

donargli una casa più accogliente ed una cospicua somma dì denaro. Però la

folla, invece di cambiare idea sul suo conto gli dà del pazzo. Venuto a

conoscenza dell'inganno che stavano progettando i suoi due soci (Firbo e

Quantorzo volevano infatti denunciarlo come malato di mente) decide

quindi di recarsi da un vescovo di Richieri e finge di voler cedere la banca

per motivi di coscienza: ne riceve invece il consiglio di rivolgersi a don

Antonio Sclepis, direttore del collegio degli abati. Alla fine Moscarda si

ritira nell'ospizio che lui stesso aveva fatto costruire. Tutto sommato non

mostra rimpianti: ha raggiunto il suo obiettivo, ha saputo annullare la realtà

che gli altri gli avevano dato e vivere una nuova vita. Ma il prezzo della

battaglia che ha combattuto contro gli altri è altissimo: la totale

decostruzione della propria immagine viene pagata con una totale solitudine

interiore con l'interdizione e l'emarginazione. Spogliato di tutto, dei beni, del

nome, dello statuto anagrafico, di un ruolo sociale. Vitangelo resta solo, solo

con la pazzia, che è il marchio con cui gli altri continuano a difendersi da

chi li minaccia nelle loro certezze,nella loro ottusa ostinazione a credersi

"veri".

L'opera finisce con la presentazione della "vera vita", finalmente libera dalle

costrizioni, capace di rinascere ogni attimo. Al contrario di un altro

personaggio della narrativa pirandelliana, Mattia Pascal de Il fu Mattia

Pascal, Vitangelo Moscarda capisce che l'unico modo per liberarsi dalla

prigione in cui la vita ci rinchiude, non basta cambiare nome, ma bisogna


                                        53
rifiutare completamente ogni nome, visto come la rappresentazione della

forma di una cosa, la sua parte statica. Ma, proprio perché la vita non è

statica, il nome rappresenta proprio la morte. Dunque l'unico modo per

vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo ogni
attimo in modo diverso.


      Titolo e significato dell'opera


      Il titolo di questo romanzo pirandelliano è un'ottima chiave di lettura

per comprenderlo fino in fondo. Quella di Vitangelo Moscarda è la storia di

una consapevolezza che si va man mano formando. La consapevolezza che

l'uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal

considerarsi unico per tutti (Uno) a concepire che egli è un nulla,(Nessuno),

passando alla consapevolezza di se stesso che l'individuo assume nel suo

rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo, la realtà perde la sua

oggettività e si sgretola nell'infinito vortice del relativismo. Nel suo

tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le

centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo dalla

gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo

immagina.

Vitangelo Moscarda è il "forestiere della vita", colui che ha capito che le

persone sono "schiavi" degli altri e di se stesse. Egli vede gli altri vivere in

questa trappola, ma neanche lui ne è completamente libero: il fatto che la

gente l'abbia preso per pazzo è la dimostrazione che non è possibile

distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. È

possibile solo farle impazzire.

La fine del romanzo è molto profonda, conclusione degna per un'opera di

questa portata. Il rifiuto totale della persona comporta la completa

frantumazione dell'io perché esso si dissolve completamente nella natura.

Pieno di significati è il rifiuto del nome, che falsifica ed imprigiona la realtà


                                        54
in forme immutabili, quasi come un'epigrafe funeraria. Al contrario della

vita, che è un divenire perenne, secondo la concezione vitalistica di
Pirandello.


     La follia in Uno, nessuno e centomila


     Alla base del pensiero pirandelliano c‘è una concezione vitalistica

della realtà: la realtà tutta è vita, perpetuo movimento vitale, inteso come

eterno divenire, incessante trasformazione           da uno stato       all'altro.

Tutto ciò che si stacca da questo flusso e assume forma distinta e

individuale, si rapprende, si irrigidisce, comincia, secondo Pirandello, a

morire. Così avviene per l'uomo: si distacca dall'universale assumendo una

forma individuale entro cui si costringe, una maschera ("persona") con la

quale si presenta a sé stesso. Non esiste però la sola forma che l'io dà a sé

stesso, nella società esistono anche le forme che ogni io dà a tutti gli altri. E

in questa moltiplicazione l'io perde la sua individualità, da «uno» diviene

«centomila» quindi «nessuno». Dalla disgregazione dell'io individuale

partono in quest‘opera le vicende del protagonista, Vitangelo Moscarda:

quando la moglie, per un semplice gioco, gli farà notare alcuni suoi difetti

fisici che lui non aveva mai notato, prima fra tutte una leggera pendenza del

naso, questi si renderà conto come l'immagine che aveva sempre avuto di sé

non corrispondesse in realtà alla figura che gli altri avevano di lui e cercherà

in ogni modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io. Da questo
sforzo verso un obiettivo irraggiungibile nascerà la sua follia:

           «Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi
     insolitamente indugiare davanti allo specchio.
          «Niente,» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso, in
     questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.»
          Mia moglie sorrise e disse:
          «Credevo ti guardassi da che parte ti pende.»
          Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato
     la coda:
          «Mi pende? A me? Il naso?»
          E mia moglie, placidamente:

                                       55
           «Ma si, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra.
                                     (Uno,nessuno e centomila)



            Chi era colui? Nessuno. Un povero corpo, senza
     nome, in attesa che qualcuno se lo prendesse.
            Ma, all'improvviso, mentre così pensavo, avvenne tal
     cosa che mi riempì di spavento più che di stupore.
            Vidi davanti a me, non per mia volontà, l'apatica
     attonita faccia di quel povero corpo mortificato scomporsi
     pietosamente, arricciare il naso, arrovesciare gli occhi
     all'indietro, contrarre le labbra in su e provarsi ad aggrottar
     le ciglia, come per piangere; restare così un attimo sospeso
     e poi crollar due volte a scatto per lo scoppio d'una coppia
     di starnuti.
            S‘era commosso da sé, per conto suo, ad un filo d'aria
     entrato chi sa donde, quel povero corpo mortificato, senza
     dirmene nulla e fuori della mia volontà.
            «Salute!» gli dissi.
            E guardai nello specchio il mio primo riso da matto.
                                        (Uno,nessuno e centomila)

     La follia è infatti in Pirandello lo strumento di contestazione per

eccellenza delle forme fasulle della vita sociale,l'arma che fa esplodere

convenzioni e rituali, riducendoli all'assurdo e rivelandone l'incoscienza.

Inizia così la serie delle pazzie del Moscarda. Nel tentativo di sfuggire alle

tante forme impostegli dalla società finirà per dover accettare una nuova,
ennesima, maschera: quella dell'adultero, e scontare per essa una pesante e

immeritata pena. Ma in questa sconfitta trova una sorta di vittoria, una cura

alle angosce che lo perseguitavano. Se prima la consapevolezza di non

essere «nessuno» gli dava un senso di orrore e di tremenda solitudine, ora

accetta di buon grado l'alienazione completa da sé stesso, rifiuta ogni

identità personale, arriva a rifiutare infatti il suo stesso nome, e si abbandona

allo scorrere mutevole della vita, al divenire del mondo, «morendo» e

«rinascendo» subito dopo, in ogni attimo, sempre nuovo e senza ricordi,

senza la costrizione di alcuna maschera autoimposta, ma identificandosi in

ogni cosa, in una totale estraniazione dalla società e dalle forme coatte che
essa impone.



                                       56
     Umorismo pirandelliano


     Uno,nessuno e centomila rappresenta anche un testo ricco di

―umorismo‖. L'umorismo viene meglio definito come "il sentimento del

contrario". Per Pirandello l'umorismo nasce dalla riflessione. Le più

importanti riflessioni di Luigi Pirandello sul tema sono esposte nel saggio
L'umorismo:

           Vediamo dunque, qual è il processo da cui risulta
     quella particolar rappresentazione che si suol chiamare
     umoristica; se questa ha peculiari caratteri che la
     distinguono, e da che derivano; se vi è un particolar modo
     di considerare il mondo, che costituisce appunto la materia
     e la ragione dell'umorismo. [...]Ho già detto altrove, e qui
     m'è forza ripetere- l'opera d'arte è creata dal libero
     movimento della vita interiore che organa le idee e le
     immagini in una forma armoniosa, di cui tutti gli elementi
     han corrispondenza tra loro e con l'idea madre che le
     coordina. [...]Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti,
     tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta
     goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto
     a ridere. "Avverto" che quella vecchia signora è il contrario
     di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso
     così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa
     espressione comica. Il comico è appunto un "avvertimento
     del contrario". Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi
     suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere
     a pararsi così come un pappagallo,ma che forse ne soffre e lo
     fa soltanto perché pietosamente, s'inganna che, parata così,
     nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé
     l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non
     posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione,
     lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo
     avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo
     avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo
     sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il
     comico e l'umoristico.
                                                      (L’umorismo)


     Luigi Pirandello nelle sue riflessioni spiega che un comico fa ridere

proprio perché all'apparenza mostra al pubblico il contrario di quello che

dovrebbe essere mentre l'umorista invece spinge a riflettere sul motivo del

contrario, passando così da un sentimento di avversione, che faceva ridere il

pubblico, ad un sentimento quasi di compassione e non più una risata

                                      57
divertita, ma un sorriso di comprensione.

Pirandello fa l'esempio della "Signora Poponica", una donna ormai di una

certa età che si veste come un ventenne. Questa scena vista per strada ci

porta a ridere perchè è l'avvertimento del contrario, cioè il comico. Ma se si

analizza la Signora Poponica si scopre che si deve vestire così perchè è

sposata con un marito più giovane di lei, e quindi deve riuscire ad attrarlo.

Questo ci porta ad avere compassione per la signora Poponica, che si deve

ridicolizzare in giro per il piacere del marito. Se sapessimo questo, non
rideremmo più ma avremmo un sorriso amaro.




     Enrico IV


               …Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che
         significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle
       fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a
      voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni! -Eh!
      Che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi!
       Ma voi dite che non è vero. E perché? – Perché non par
       vero a te, a centomila altri. Eh, cari miei! Bisognerebbe
     vedere poi che cosa invece par vero a questi centomila altri
     che non sono detti pazzi! …Se siete accanto a un altro, e gli
         guardate gli occhi, potete figurarvi come un mendico
        davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi
     entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo
      vedete e lo toccate; ma uno ignoto a voi, come quell‘altro
           nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca...
                      (Tratto dal 2° atto di Enrico IV)



                           Scritta nel 1921, la commedia fu rappresentata

                     per la prima volta il 24 febbraio 1922 al teatro Manzoni

                     di Milano Essa costituisce (insieme a Sei personaggi in

                     cerca d’autore) una delle opere più apprezzate dal

                     pubblico. L‘Enrico IV è la recita di una recita. Finzione

                     di una finzione, forse per questo appare così autentica.

                     Enrico, il personaggio della tragedia, mette in scena sul


                                       58
palco il perpetuarsi di una situazione storica imbarazzante: l‘umiliazione del

ventiseienne imperatore di Baviera, costretto a un‘estenuante attesa,

nell‘inverno del 1077, fuori dalle mura di Canossa, mentre Matilde di

Toscana, nel ruolo inevitabilmente ambiguo del negoziatore, si adopera

presso il Papa Gregorio VII, per ricucire lo strappo fra Chiesa e Impero.

Questo dramma, che nella realtà storica si consumò in due giorni, nella
tragedia pirandelliana dura vent‘anni.

           «Circa vent‘anni addietro, alcuni giovani signori e
     signore dell‘aristocrazia pensarono di fare per loro diletto,
     in tempo di carnevale, una ―cavalcata in costume‖ in una
     villa patrizia: ciascuno di quei signori s‘era scelto un
     personaggio storico, re o principe, da figurare con la sua
     dama accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato
     secondo i costumi dell‘epoca. Uno di questi signori s‘era
     scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il
     meglio possibile, s‘era dato la pena e il tormento d‘un
     studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva per
     circa un mese ossessionato».

                                                 (Lettera del 1921)




     Con queste parole Luigi Pirandello, in una lettera del 1921, presentava

l‘antefatto della nuova tragedia che stava scrivendo al grande Ruggero

Ruggeri, l‘interprete che desiderava, e che ottenne, il ruolo principale.     Nel

corso della cavalcata Enrico, che monta accanto alla bella ma frivola

Matilde, di cui è innamorato, cade da cavallo, rimanendo intrappolato nel

personaggio che sta impersonando. Rinchiuso in un esilio dorato dalla

sorella, insieme a quattro servitori che si prestano al giuoco nel ruolo di

consiglieri segreti, l‘uomo porta avanti la bizzarra rappresentazione che, con

il tempo, assume i tratti di una normale quotidianità. Passano vent‘anni e la

sorella di Enrico, che non si è mai capacitata della pazzia del fratello, sul

letto di morte richiede che gli amici rappresentino ancora una volta la scena,

per mettere il malato, con uno stratagemma, di fronte al tempo trascorso e

strapparlo alla follia. Questo è il piano che i cinque personaggi hanno in

                                         59
mente quando si portano alla villa dove è rinchiuso Enrico: Matilde, ormai

donna matura; sua figlia Frida, immagine vivente della Matilde di un tempo,

Carlo Di Nolli, figlio della sorella di Enrico e fidanzato di Frida; Tito

Belcredi, allora rivale di Enrico e oggi amante di Matilde e il medico che ha

ordito il piano.

Nel primo atto, al cospetto di Enrico, Matilde, Belcredi e il medico,

travestiti in abiti storici, subiscono la conversazione di Enrico che, pur

confabulando di vicende riguardanti un ambito di 850 anni addietro, li

confonde con l‘attualità vaga delle sue affermazioni. Una parte del secondo

atto è passata così dal gruppo a interpretare e cercare contraddizioni e

conferme nelle tranquille parole del malato. Egli ha chiarito che

erroneamente solo la sua vita è considerata quella di un essere bloccato e
mummificato nella storia: perché tutta la vita è così, schiacciata dalle parole:

             "Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a
      farla i morti la vita ? - Sì, qua è una burla: ma uscite di qua,
      nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi.
      Un'alba. Questo giorno che ci sta davanti - voi dite - lo
      faremo noi! Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni.
      Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripeterete
      tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere?
      Rimasticate la vita dei morti."

                                                         (Enrico IV)

      Nel III atto Enrico IV rivela di non esser pazzo, di esserlo stato
davvero e aver poi finto, per molto tempo.

           Perché? Perché un giorno, riacquistato il senno,
      "m'accorsi che sarei arrivato con una fame da lupo a un
      banchetto già bell'e sparecchiato."

                                                         (Enrico IV)

      Perciò egli può capovolgere il rapporto normalità/follia:

            "Sono guarito signori: perché so perfettamente di fare
      il pazzo, qua;... Il guaio è per voi che la vivete
      agitatamente, senza saperla e senza vederla, la vostra
      pazzia."                                           (Enrico IV)

                                        60
      Enrico e la sua follia: unica via di fuga dalla realtà


      In questo dramma il protagonista utilizza tutte le difese possibili contro

la realtà, considera gli altri soltanto come strumenti per dare un senso alla

sua illusione. Ma questo schermo si rompe quando si innamora: il

personaggio non accetta più la solitudine, è costretto a mischiarsi con gli

altri e diventa un ―pover‘uomo‖. La dialettica tra realtà e finzione qui si

complica: la finzione è pazzia, e la realtà è finzione della pazzia.

Ciò che si intuisce dal racconto è che l‘Enrico IV ha continuato a fingersi

folle perché, dopo aver perso così tanti anni della sua vita (ventidue), ha

capito che non si sarebbe mai potuto rimpossessare del suo posto nella
società che nel frattempo era progredita, lasciandolo indietro. Il tema

dominante è infatti uno solo: la scoperta dell‘invecchiamento delle cose e di

se stessi. È questa scoperta che convince Enrico, nel momento in cui

rinsavisce, a non ritornare più alla sua vita autentica. Il dramma ―storico‖

diventa il dramma della storia, del tempo che non si può recuperare, neppure

con la fantasia. Non è un caso infatti che il tema dominante sia la pazzia,

malattia    senza    collocazione      temporale.     L‘individuo       è    isolato
completamente: se non può vivere nel presente, non riesce a ricostruire il

passato né a proiettarsi nel futuro. Nel rifiuto di Enrico IV a tornare alla

normalità, c‘è il rifiuto della vita con le sue assurdità, le sue ipocrisie, le sue

buffonate, le sue passioni, le sue vanità, le sue menzogne.                 Egli ha

compreso l‘esistenza della maschera di folle che la società gli aveva

attribuito, e ha capito che quella era l‘unica maschera che avrebbe mai
potuto indossare:

            «Conviene a tutti far credere pazzi certuni, per avere
      la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non si resiste a
      sentirli parlare».

                                                          (Enrico IV)




                                        61
     Ecco il privilegio dei pazzi: esser liberi di far essere ciò che non può

essere (comunemente, nel così detto mondo normale), di creder vero ciò che

non è vero e bearsi della loro libertà; dal momento che una verità non esiste

e che noi, per poter pur vivere in una trama di rapporti sociali, dobbiamo

fingerci che la verità sia una (la convenzione, il pregiudizio) i pazzi sono

felici, perché schiavi di nessuna verità che non sia tutta loro. Sono liberi di

inventare se stessi ogni giorno e privi del bisogno del certo, che assilla noi

―non pazzi‖, costringendoci a fissarci in un ruolo e a sperimentare la

tragedia del dover essere uno, mentre si vorrebbe essere tanti ovvero si

vorrebbe essere uno in misura appagante. Il personaggio di Enrico è stato

visto per lo più come un personaggio positivo, che sceglie di
autoemarginarsi, piuttosto che integrarsi in una società conformista.




                                      62
                                   STORIA

                Quando la “Follia” si impossessa dello stato:
                            I regimi totalitari




   La storia recente ci presenta vari esempi di totalitarismo, che possono per

certi versi essere spiegati in chiave di mera follia e di demonismo.

      Che cos'è un totalitarismo? E'un'ideologia, o ancor meglio un regime,

che vuole accentrate la direzione di ogni aspetto della vita civile e politica

nello stato. Inoltre è totalitario un regime dittatoriale basato sulla fede assoluta

in un'ideologia che favorisce la mobilitazione e l'attivazione permanente delle

masse.

Secondo alcuni autori,la nascita dei totalitarismi viene ricondotta al fallimento

dei sistemi liberal-borghesi e alla crisi di valori tipica del periodo

immediatamente successivo alla Prima Guerra Mondiale,caratterizzato dalla

fine del regime parlamentare in diversi stati europei e dall‘avvento dei regimi

autoritari.

      Il regime totalitario non si distingue dalle altre forme di governo solo

perché riduce al minimo o abolisce determinate libertà, ma perché distrugge



                                        63
ogni presupposto di libertà , personale o di gruppo, e perché reprime

forzatamente ogni tipo di conflitto.

      Secondo il filosofo Erich Fromm, la caratteristica della condizione

dell‘individuo nella moderna società capitalistica sarebbe rappresentata dal

venir meno di quei legami primari con il mondo esterno, che precedentemente

avevano fatto sì che egli sentisse di appartenere ad una comunità e, quindi, si

sentisse una persona con un proprio ruolo nella società, una sicurezza e una

libertà di esprimere la propria personalità nel lavoro e nella vita emotiva. Il

capitalismo avrebbe liberato l‘uomo dai vincoli tradizionali e avrebbe

contribuito ad accrescere la libertà positiva e a sviluppare la personalità attiva,

critica e responsabile. Tuttavia, il capitalismo nello stesso tempo ha reso

l‘individuo più solo e isolato e lo ha pervaso di un sentimento di irrilevanza e

impotenza. L‘isolamento, l‘insicurezza e l‘impotenza dell‘uomo moderno

metterebbero in moto dei ―meccanismi di fuga‖ o di difesa, attraverso i quali il

singolo e interi gruppi di individui cercherebbero di reagire alla loro

condizione. L‘individuo può scegliere se superare l‘intollerabile stato di

impotenza e solitudine, tra due vie. Può progredire alla ―libertà positiva‖,

mettendosi in rapporto con il mondo spontaneamente con l‘amore e il lavoro;

può così ritrovare di nuovo l‘unità con la natura e se stesso, senza rinunciare

all‘indipendenza e all‘integrità della propria personalità. L‘altra via è quella di

ritirarsi, di rinunciare alla sua libertà, e di cercare di superare la sua solitudine

eliminando il vuoto che si è formato tra il suo essere e il mondo.

      Alcuni ―meccanismi di fuga‖ avrebbero una scarsa rilevanza sociale,

altri ne avrebbero una notevole, necessaria per capire le motivazioni

psicologiche dei moderni fenomeni politico-sociali. Fromm non si limita a

descrivere i ―meccanismi di fuga‖ma affronta il problema negando che per

spiegarlo bastino i fattori politici ed economici. Questi sono importanti tanto

quanto quelli psicologici.




                                         64
     Per Fromm, il fascismo e il nazismo sono sistemi che costituiscono il

massimo dell‘alienazione. All‘individuo si insegna a proiettare tutte le sue

energie umane nella figura del capo, dello stato, della patria,a cui deve

sottomettersi e che deve venerare. Mussolini, un millantatore codardo, diventò

un simbolo di virilità e di coraggio. Hitler, un maniaco della distruzione, fu

esaltato come il costruttore di una nuova Germania.

      Gli uomini, secondo Erich Fromm, si distinguono in due categorie: le

pecore e i lupi. Le prime rappresentano quella parte della popolazione

facilmente influenzabile, desiderosa di cedere la propria volontà a qualcuno

che sappia usare la parola e proprio su questa accusa i grandi dittatori hanno

edificato i loro sistemi. Il bisogno di un leader ha convinto i potenti di essere

autorizzati, chiamati ad un dovere morale. Hitler fu un uomo lupo, capace di

attuare la propria follia grazie all‘aiuto di milioni di uomini pecore pronti ad

uccidere pur di far parte del meccanismo della ―nobile causa‖.

     ―Il popolo lo segue ma non perché è di indole
     reggicoda, ma perché il germanico ammira e segue un
     capo che dimostra quel coraggio perfino insolente
     nell‘interpretare i sentimenti nazionalisti…ha
     ammirazione solo per l‘uomo dominante, il
     condottiero, il capo branco…davanti a una personalità
     forte invece di piegare la testa e ubbidire, la testa la
     alza e lo segue‖ (Germania, Tacito)


     Hanna Arendt disse: ‖I seguiti popolari non solo accettano la follia dei

demagoghi ma la ritengono magica proprio perché ne sono trascinati senza

capirla‖.




                                       65
                               Hitler e il Nazismo




     Adolf Hitler (Braunau am Inn, 20 aprile 1889 – Berlino, 30 aprile 1945)
è stato un politico tedesco.


     Fu Reichskanzler (Cancelliere) dal 1933 e Führer (Guida, Condottiero)

della Germania dal 1934 al 1945 (Terzo Reich). Fu il fondatore e leader del

Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi (Nationalsozialistische
Deutsche ArbeiterPartei), noto con il nome abbreviato di Partito Nazista.


     L’ascesa del nazismo



     Dopo la guerra la Germania subisce un‘inflazione così spaventosa da

tornare all‘economia di baratto. La crisi sociale che ne derivò fu enorme. Le

forze in campo erano: la destra aristocratica, burocratica e militare, e la

sinistra, costituita dai socialisti indipendenti e dalla comunista Lega di

Spartaco; queste due formazioni erano in collisione con i sindacati e con il

partito social-democratico, che volevano soltanto caute riforme democratiche.

Vi furono tentativi insurrezionali a Berlino e in Baviera nel 1919, che furono

repressi come l‘uccisione dei leader della Lega di Spartaco.




                                      66
      Nel frattempo la tensione fra comunisti e socialdemocratici era al

massimo, mentre la destra organizzava i ―corpi franchi‖, che erano formazioni

paramilitari con lo scopo di uccidere gli avversari politici (freikorps).

      In questi disordini nacque la Repubblica di Weimar nel 1919. La

maggioranza parlamentare andò ai socialdemocratici, per cui il governo fu

guidato dal social-democratico Scheidemann, mentre la presidenza della

Repubblica andava a Ebert. La costituzione era molto democratica, in quanto

prevedeva il suffragio universale, il sistema elettorale proporzionale e la tutela

delle minoranze politiche. Tuttavia non si raggiunse un governo stabile; si

ebbero invece deboli governi di coalizione.

      Quindi il governo non fu in grado di mantenere l‘ordine pubblico, messo

in crisi da ripetute violenze e uccisioni. Tra queste violenze bisogna inserire il

Colpo di Stato mancato di Hitler a Monaco nel 1923. Hitler era il leader del

partito   nazional-socialista   operaio      tedesco,   che   era   affiancato   da

un‘organizzazione paramilitare, chiamata SA.

      Hitler fu messo in prigione dove rimase quasi un anno e scrisse la sua

unica opera dal titolo ―La mia lotta‖ (Mein kampf): in quest‘opera Hitler

chiedeva l‘eliminazione della razza ebraica e la conquista della Russia, come

sbocco obbligatorio del popolo tedesco, in quanto egli riteneva che il territorio

germanico fosse troppo angusto per i tedeschi: questa è la teoria dello ―Spazio

vitale‖ (Lebensraum). Nel 1925 viene eletto presidente della Repubblica il

maresciallo Hidenburg, mentre diventò cancelliere Stresemann. Questo fu il

periodo migliore degli anni ‘20, che si sintetizzò nel trattato di Locarno

(Svizzera), attraverso il quale si consolidò l‘amicizia tra Francia e Germania e

quest‘ultima poté entrare nella società delle nazioni.

      Nel settore economico la crisi fu superata grazie ai massicci investimenti

statunitensi. In questo periodo il nazismo non ebbe molti aderenti. Tuttavia la

crisi mondiale del 1929 costrinse gli Stati Uniti a ritirare i capitali investiti in

Germania, la quale precipitò in una crisi ancora più tremenda. In questi anni


                                        67
drammatici, Hitler si presentò come un‘ancora di salvezza per i tedeschi, i

quali lo votarono in massa nelle elezioni del 1930. Ciò permise a Hitler di

giungere al cancellierato il 30 gennaio 1933.



     Hitler a capo della Germania



     Il successo di Hitler ha qualcosa di analogo a quello di Mussolini. Anche

in questo caso tale successo è dovuto alla frustrazione dei ceti medi:

schiacciati tra l‘affarismo dei ricchi e l‘avanzata sociale della classe operaia.

Un‘altra analogia è stata quella di mescolare la pratica violenta con la prassi

legalitaria, nel senso che i nazisti attaccarono la sinistra in nome del

ristabilimento dell‘ordine pubblico conculcato. Anche il nazismo, ai suoi inizi,

aveva assunto, come il fascismo, un atteggiamento anticapitalistico, che poi si

trasformò nel suo contrario, quando si pose il problema dell‘ascesa al potere.

     Hitler, una volta giunto al potere nel 1033, aveva sotto di sé due gruppi

parlamentari: l‘SA (Sturmabteilungen, sezione di attacco) e le SS

(Schutzstaffein, squadre di difesa), una specie di selvaggia guardia del corpo.

Hitler sciolse subito il Parlamento e indisse nuove elezioni. Pochi giorni prima

del voto, previsto per il 5marzo 1933, il palazzo del Parlamento (Reichstag)

bruciò, e l‘incendio era stato provocato dai nazisti per incolpare i comunisti e

varare una legge speciale che sospendesse i diritti politici. I nazisti ebbero

quasi il 44% dei voti, e Hitler ottenne pieni poteri. Il 14 luglio furono messi

fuori legge tutti i partiti ed il 1 dicembre il partito nazista fu considerato

tutt‘uno con lo Stato.

     Furono licenziati dalla pubblica amministrazione i funzionari non –

ariani, furono soppresse le autonomie locali, la polizia fu affidata a Himmler,

che creò la polizia segreta o gestapo, e furono istituiti i primi campi di

concentramento (Lager) per i dissidenti. Goebbels divenne ministro della




                                      68
propaganda e dell‘educazione culturale per diffondere l‘ideologia nazista e

organizzare il consenso.

      Hitler stabilì anche un concordato nel 1933 con la Chiesa cattolica;

riuscì a riscuotere un forte consenso tra i protestanti. Tuttavia il grande

teologo luterano Karl Barth denunciò l‘inconciliabilità tra nazismo e

cristianesimo; inoltre abbandonò la Germania e con lui un‘intera generazione

di intellettuali, di scienziati (Einstein) e di artisti. Intanto Hitler decise di

eliminare le SA, perché volevano condurre una politica autonoma che era

sgradita agli industriali. Pertanto il 30 giugno 1934, nella notte detta dei

―lunghi coltelli‖, le SS massacrarono i capi delle SA. In tal modo furono

eliminate quelle tendenze socialiste che tanto preoccupavano gli industriali.

      Nel 1934, alla morte di Hindenburg, Hitler si proclamò presidente del

Reich. I problemi economici furono risolti con la realizzazione di un grande

programma di lavori pubblici, tra cui la costruzione di una rete autostradale,

anche per bilanciare l‘industria automobilistica. A partire dal 1936 l‘economia

tedesca puntò con decisione nella preparazione bellica, avviando un deciso

programma di riarmo. Ciò incrementò in modo vertiginoso i profitti di grandi

gruppi industriali privati, a cui si affiancarono le aziende di Stato e quelle

promosse dai dirigenti nazisti. In tal modo l‘economia tedesca divenne florida

con l‘assenza di disoccupati. Tuttavia i lavoratori non ebbero alcuna libertà

sindacale e fu abolito il diritto di sciopero.



      La revisione del trattato di Versailles



      Nel 1936 la Renaria (al confine fra Francia e Germania) venne

rimilitarizzata da Hitler contro il dettato del trattato di Versailles: di fronte a

questa aperta violazione, l‘Europa non reagì e Hitler seppe come dosare i suoi

comportamenti futuri.




                                        69
      Nel 1938 Hitler occupò l‘Austria, nonostante il divieto opposto a

Versailles e l‘Europa non reagì. Mussolini nel 1934 si era opposto a tale

annessione, ma nel 1938 non vi si oppose più, perché dal 1936 era ormai

alleato di Hitler, in quanto questi fu l‘unico a stargli vicino dopo la conquista

dell‘Etiopia nel 1936.

      Nel 1938 Hitler volle annettere alla Germania la zona dei Sudati, che si

trovava nella Cecoslovacchia, con il pretesto che la zona era popolata da una

maggioranza di tedeschi. Di fronte alle proteste della Cecoslovacchia, venne

indetta a Monaco una conferenza, cui partecipano Germania, Italia, Francia e

Inghilterra. Le potenze partecipanti cedettero alle pretese tedesche per evitare

la guerra e sacrificarono la Cecoslovacchia. Mussolini si era illuso di essere

l‘arbitro della situazione.

      Dopo che Hitler si impossessò dei Sudati, prese in modo arbitrario anche

la restante parte della Cecoslovacchia e anche questa volta le democrazie

occidentali non reagirono. Di fronte a tale impotenza, Hitler chiese nel 1939

un corridoio che attraversasse la Polonia e allegasse la Germania alla città di

Danzica. Di fronte a questa nuova richiesta, Francia e Inghilterra

minacciarono la guerra poiché avevano già dichiarato ufficialmente di

proteggere la Polonia in caso di aggressione.

      Hitler, per coprirsi le spalle, il 23 agosto 1939 diede vita al patto

RIBBENTROP – MOLOTOV, grazie al quale Germania e Unione Sovietica

si alleavano, con la clausola segreta di spartirsi tra loro la Polonia. Dopo

questa assicurazione, il primo settembre 1939 Hitler invale la Polonia, la vinse

nel giro di un mese e la metà orientale, come convenuto, andò all‘Unione

Sovietica.



      La fine di Hitler e del Nazismo


      Hitler fu fautore e responsabile sin dal 1933 di una politica di

discriminazione e segregazione degli Ebrei dalla vita sociale ed economica del

                                      70
Paese; politica che dal 1941 si tramutò in un piano d'internamento e sterminio

totale (noto con l'agghiaciante nome di "Soluzione finale") al quale ci si è

riferiti sin dall'immediato dopoguerra con il termine di Shoah o Olocausto.

Oltre al genocidio degli Ebrei, la "Soluzione finale" prevedeva l'eliminazione

di altri gruppi etnici, politici e sociali (Rom, popolazioni slave, omosessuali,

comunisti, disabili mentali, minoranze religiose, prigionieri di guerra e

oppositori).

Sconfitto dagli Eserciti alleati, e con le truppe sovietiche ormai penetrate in

città, si suicidò nel suo bunker di Berlino il 30 aprile 1945, insieme alla
compagna Eva Braun, che aveva sposato poche ore prima.




     La lucida follia di Hitler


              ―In luogo dell‘odio contro altri ariani, dai quali tutto
       può separarci, ma ai quali tuttavia ci unisce comunanza di
        sangue e di civiltà, dobbiamo votare al furore generale il
      perfido nemico dell‘umanità, l‘ebreo, il vero autore di tutte
      le sofferenze. Il nazionalsocialismo deve fare in modo che,
            almeno nel nostro paese, il mortale avversario sia
       riconosciuto e che la lotta contro di esso mostri anche agli
       altri popoli la via della salvezza dell‘umanità ariana… Se
        all‘inizio e durante la Guerra si fossero tenuti sotto i gas
        velenosi quei 15.000 ebrei marxisti corruttori del popolo,
      come dovettero restare sotto i gas, centinaia di migliaia dei
          migliori tedeschi di tutti i ceti e di tutti i mestieri, non
           invano sarebbero periti al fronte milioni di vittime‖
                               (Mein Kampf).




                                        71
        La politica antisemita, l‘orrore dell‘olocausto, la persecuzione

anticomunista, facevano parte di un programma accuratamente organizzato il

cui tentativo era quello di disumanizzare questi uomini, spogliarli della loro

libertà e dignità, renderli schiavi della superiorità tedesca, ed infine privarli

della vita stessa. Il compito, che risuonava come un martello,nella testa di

Hitler era quello di distrugge senza pietà i popoli non ariani, al primo posto

della lista gli ebrei, che si erano amalgamati alla società tedesca occupandone

posti di rilievo; il suo obiettivo era quello di creare un Reich millenario libero

dalle etnie impure. È proprio in questo ―progetto di annientamento‖ che

consiste la lucida follia di Hitler. Questo programma era già stato delineato in

gran parte nel ―Mein Kampf‖ (―la mia battaglia‖), scritto e pubblicato intorno

al 1925. Le teorie esposte si articolavano in cinque punti fondamentali:

              Il concetto di razza: i Tedeschi avevano il diritto di affermare la

superiorità della razza tedesca, discendente di quella ariana e per questo la più

pura.

              ―Esistono razze elette e superiori, destinate a
        comandare, e razze spregevoli e inferiori, destinate a
        servire. Non si può parlare né di uguaglianza né di
        fraternità tra gli uomini; tali idee sono inaccettabili perché
        contro natura. E' giusto invece che certi individui e certe
        razze - quelli superiori - si impongano sugli altri e li
        costringano a obbedire. E poiché i tedeschi eccellono su
        tutte le razze, essi hanno il dovere e il diritto di guidare il
        mondo".(Mein Kampf)
            La difesa della razza: essendo la ―razza padrona‖, i Tedeschi

dovevano dominare il mondo e le ―razze schiave‖. Inoltre dovevano

perseverare la purezza della razza, venne quindi istaurato l‘obbligo ai

Tedeschi di sposarsi solo tra loro; ed in più furono sterminati i malati di

mente, le persone deboli, gli infermi e chiunque fosse un portatore di

handicap.

                  ―A dominare sarà una razza superiore, una razza
        di padroni, che disporrà dei mezzi e delle possibilità di tutto
        il globo." (Mein Kampf)

                                         72
          La comunità razziale: lo Stato nazista doveva espandersi sino a

creare una comunità che abbracciasse tutti i tedeschi puri nel mondo.

          Il culto della personalità: era un principio già presente nella

dittatura fascista e in quella comunista. Il Capo era l‘incarnazione di tutte le

virtù e del principio di autorità, per cui bisognava sottostare ai suoi ordini.

          Lo spazio vitale: i Tedeschi avevano il diritto di espandersi e di

conquistare l‘egemonia in Europa, fino ad estendersi verso est in Polonia,

Cecoslovacchia e Russia. Questi territori dovevano essere occupati e i

―sottouomini‖ slavi dovevano servire il ―poplo dominatore‖.

           "Il gioco della guerra consiste nella distruzione fisica
     dell'avversario. Per questo vi ho ordinato di massacrare
     senza pietà qualsiasi uomo, donna o bambino che non
     appartenga alla vostra        razza. Così soltanto potremo
     ottenere lo spazio fisico che ci abbisogna".(Mein Kampf)




     L‘antisemitismo era già presente in Germania prima dell‘avvento di

Hitler, ma con lui subì una fortissima accelerazione. L‘ebreo fu considerato il


                                        73
male in persona, il nemico assoluto, la cui eliminazione era necessaria per non

essere eliminati a propria volta. L‘antisemitismo diventò per Hitler uno

strumento per salire al potere e un‘idea-forza su cui organizzare lo Stato, una

volta giunto al potere. Gli ebrei furono visti come i fautori della sconfitta

militare tedesca, come i provocatori della crisi economica, come i distruttori

dello Stato, come gli esponenti di una razza il cui scopo era quello di

distruggere o asservire tutte le altre razze: per loro non rimaneva che la

distruzione prima politica e civile e poi fisica.

      Le leggi contro gli ebrei subirono una escalation impressionante:

             Legge del 7 aprile 1933 per epurare dalla pubblica

              amministrazione tutti gli ebrei

             Venne poi l‘esclusione degli ebrei dal giornalismo e

              dall‘insegnamento

             Con le leggi di Norimberga del 16 settembre 1935 furono vietati

              i matrimoni tra ebrei e tedeschi; inoltre gli ebrei furono dichiarati

              decaduti dalla nazionalità tedesca

             Con la notte dei cristalli del 10 novembre

              1938 furono distrutte le sinagoghe e 7000

              negozi ebrei, a cui fecero seguito arresti e

              deportazioni

             Da questo momento gli ebrei furono esclusi da tutti gli aspetti

              della vita civile

             L‘ultimo atto fu quello della ghettizzazione, della deportazione e

              dell‘eliminazione fisica degli ebrei.




                                        74
                               MUSSOLINI E IL FASCISMO




      Breve biografia


      Benito Amilcare Andrea Mussolini (Dovia di Predappio, 29 luglio 1883

– Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945) è stato un politico e giornalista

italiano. Fondatore e Duce del fascismo, fu Primo Ministro del Regno d'Italia

con poteri dittatoriali dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943, Primo Maresciallo

dell'Impero dal 30 marzo 1938 al 25 luglio1943 e Presidente della Repubblica

Sociale Italiana dal settembre 1943 all'aprile 1945. Figlio del fabbro

Alessandro e della maestra elementare Rosa Maltoni, nasce il 29 luglio 1883
in un casolare a Varano dei Costa, frazione del comune Dovia di Predappio.

La decisione di chiamare il futuro duce "Benito Amilcare Andrea" è stata
             [1]
attribuita         alla volontà del padre, socialista dell'estrema ala anarchica, di

omaggiare la memoria del campione dell'indipendenza repubblicana del

Messico, Benito Juarez, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e convinto

socialista, e di Andrea Costa, primo deputato di idee socialiste eletto nel

parlamento italiano . Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano e

direttore del quotidiano socialista l'"Avanti!" dal 1912. Convinto anti-

interventista negli anni precedenti la Prima guerra mondiale, nel 1914 cambiò

radicalmente opinione, dichiarandosi a favore dell'intervento in guerra.

Espulso per questo dal PSI, fondò un proprio giornale, Il Popolo d'Italia, su


                                           75
posizioni nazionaliste vicine alla piccola borghesia. Dopo il 1935, si avvicinò

al nazionalsocialismo tedesco di Hitler, con il quale stabilì un legame che

culminò con la stipula del Patto d'Acciaio nel 1939. Certo di una veloce

soluzione del conflitto, entrò quindi nella Seconda guerra mondiale al fianco

della Germania Nazista. In seguito alla disfatta italiana e alla messa in

minoranza durante il Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio del 1943, fu

arrestato per ordine del Re (25 luglio) e successivamente portato a Campo

Imperatore. Liberato dai tedeschi, e ormai in balia delle decisioni di Hitler,

instaurò nell'Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. Il 28 aprile del

1945, durante il tentativo di fuga in Svizzera travestito da militare tedesco, fu

scoperto e arrestato dai Partigiani, che lo fucilarono insieme alla sua
compagna Claretta Petacci.


     I Fasci di combattimento



     Il movimento Fascista nascerà e si svilupperà tra il 1919 e il 1922.

Esordì a Milano il 23 marzo 1919 con la fondazione dei Fasci italiani di

combattimento; in quell‘occasione il movimento si definì antisocialista (No
sinistra), antiborghese (No destra), antimonarchico (No re) e anticlericale (No

Chiesa). Era pertanto un movimento confuso e contorto. Vi aderirono

principalmente gli ex combattenti, interventisti ed ex rivoluzionari; tali

aderenti volevano un programma ―riformista‖, ovvero la riduzione dell‘orario

lavorativo a otto ore, un minimo salariale, l‘estensione del voto alle donne ed

il sequestro dei profitti di guerra. Tra i più importanti membri si ricordano i

Futuristi (tra cui Marinetti) e gli Arditi (ex militari come i Marines) che

andarono a costituire la forza armata del movimento.




                                        76
     La sconfitta elettorale



     La forza del Fascismo consisteva nella grande figura del Duce Benito

Mussolini e nell‘agire con violenza, per violenza e con fine la violenza. Il 15

aprile 1919 gruppi fascisti attaccarono un corteo operaio, distruggendo anche

la sede dell‘‖Avanti!‖ (giornale del PSI, partito che aveva cacciato

precedentemente Mussolini). Nella battaglia di Fiume funsero soltanto da

appoggio a D‘Annunzio (non volevano esporsi perchè Mussolini aveva

giustamente capito che non era il caso). Ma nonostante ciò nelle elezioni del

16 novembre 1919 ottennero meno di 5 000 voti su 270 000 votanti. Inoltre il

18 novembre Mussolini fu arrestato per aver provocato tumulti, ma fu presto

scarcerato per opera di Nitti.



     Il fascismo agrario



     Dopo questa prima fase di incertezza il Fascismo si riprende nel 1920,

con il mutamento di alcuni presupposti, fatta eccezione della violenza. In un

solo anno (novembre 1920 – settembre 1921) distrussero 726 sedi socialiste,

uccisero 166 militanti e colpirono, ferendoli, più di 500 socialisti. Nel

frattempo, lontano dalle città, si stava sviluppando un movimento chiamato

Fascismo Agrario. Infatti in questo periodo i contadini erano tutti iscritti al

PPI, che dava loro forza nei confronti del padrone. Con l‘avvento del

Fascismo i proprietari terrieri sovvenzionarono il movimento e presto squadre

fasciste arrivarono nelle campagne su veloci camion e colpirono duramente i

contadini e distrussero numerose strutture di lavoro. I Fascisti si ispiravano ai

modelli arcaici dei condottieri, organizzandosi addirittura in squadre provviste

di forti armi che si mobilitavano attraverso veloci mezzi di trasporto, venendo

quindi a formare un corpo ben preparato e pronto ad agire con grande rapidità,




                                      77
concentrando le forze sulle organizzazioni contadine, operaie e socialiste,

praticamente impreparate ad un combattimento su tale campo.



     La tattica di mussolini



     La crescente forza Fascista era alimentata inizialmente dai ceti medio-

basso borghese che erano spaventati dalla forza operaia dopo il biennio rosso,

e successivamente anche dai ceti più importanti, come la grande borghesia

terriera nello scontro con i contadini. Pertanto il Fascismo era sia Forza

d’ordine, in quanto aiutava le forze dell‘ordine, quali la polizia, contro le

ribellioni operaie, sia Forza rivoluzionaria, che accettava la posizione di

D‘Annunzio e dei nazionalisti che volevano l‘abbattimento dello Stato

liberale. Così Mussolini elaborò una potenziale tattica che avrebbe usato con il

ritorno al Governo di Giolitti che, dopo Nitti, lasciò entrare in Parlamento

rappresentanti fascisti, poiché si era reso conto della forza di tale movimento

contro le masse operaie in rivolta; con la vittoria finale Giolitti li avrebbe

cacciati o perlomeno assorbiti nel proprio partito riducendone la forza politica.

Fu così grazie a Giolitti che nelle elezioni del 15 maggio 1921 comparvero nel

Parlamento ben 25 deputati fascisti, entrando a far parte dei ―blocchi

nazionali‖, ovvero alleanze contro l‘insorgere dei socialisti e dei popolari.

Dall‘8 aprile al 14 maggio 1921 (il giorno prima delle elezioni) c‘erano stati

ben 150 morti, ed i fascisti ottennero 35 seggi dei 265 totali dei blocchi; in

pratica, rappresentavano solo il 6–7 %.



     Segnali di guerra civile



     Nel 1921 l‘Italia sembrava nel pieno di una guerra civile, a causa delle

azioni violente dei fascisti appoggiati da potenti gruppi industriali (f.lli

Perrone, proprietari dell‘Ansaldo) e dallo Stato stesso. Quando infatti non


                                      78
bastavano più le forze dell‘ordine intervenivano queste squadre, talvolta

provenienti direttamente dai depositi dell‘esercito, con autocarri pieni di armi.

I Fascisti erano quindi i più forti in questo campo, e vinsero su tutta la fitta

rete di organizzazioni sindacali, socialiste e cattoliche d‘Italia.



      IL PNF



      Mussolini fu abile non solo per gli accordi presi con la classe dirigente

                               liberale, ma anche per i cosiddetti ―compromessi

                               mussoliniani‖. Il più famoso è quello del 2 agosto

                               1921, in cui socialisti e fascisti interrompevano le

                               violenze gli uni verso gli altri; nella pratica tale

                               progetto non fu mai rispettato, ed il 15 novembre

                               il patto fu definitivamente sciolto. Atti come

                               questo crearono dissidenze interne con figure

quali Italo Balbo e Roberto Farinacci. Soltanto il 7 novembre 1921 a Roma si

avrà la fondazione del Partito Nazionale Fascista (PNF), in quanto Mussolini

sapeva di aver bisogno non più di un semplice movimento, ma di un vero e

proprio partito con controllabili strutture organizzative.



      I rapporti con il blocco dominante



      Il PNF andava rafforzando la propria potenza attraverso la violenza; ciò

avveniva: sia a Nord attraverso spedizioni punitive a Trento e Bolzano con

l‘occupazione di terre molto estese, sia per legittimare le ambizioni politiche,

creando un programma antitedesco, liberale, attenendo l‘alleanza dei

nazionalisti ed allargando la già presente con i popolari. A questo punto tutti

indirizzarono il proprio volere verso il fascismo (prima gli industriali, poi il

Vaticano con papa Pio XI ed alla fine il re. Il 20 settembre 1922 Mussolini in


                                        79
un discorso pubblico rassicurò il re Vittorio Emanuele III sulla continuità

della dinastia. A questo punto non gli rimaneva che distruggere le resistenze

comuniste e socialiste e neutralizzare quelle popolari.



     La marcia su Roma



     La conclusione di questo movimento di ascesa si ebbe con l‘ormai

                       famosa ―marcia su Roma‖ il 28 ottobre 1922. Infatti

                       tutti gli eserciti erano stati battuti. Il 26 ottobre a Napoli

                       il segretario Michele Bianchi parlò di una prima

                       mobilitazione durante il Congresso del PNF. Il 27

                       ottobre ci fu la dimissione del governo Facta, mentre il

                       quadrumvirato Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi,

Emilio De Bono e Michele Bianchi si dirigeva verso Roma. Il 28 ottobre circa

25.000 uomini si accamparono a Roma. Il re non firmò lo stato d‘assedio (che

avrebbe portato il proprio esercito ad affrontare le squadre fasciste), il 29

ottobre convocò Mussolini per affidargli le redini del governo ed il 30 ottobre

il governo era ormai suo. Con Mussolini c‘erano tre fascisti, due popolari, due

democratici, un nazionalista, un demosociale, un liberale, un indipendente,

due militari, ed anche due socialisti (Baldesi e D‘Aragona).



     Tentativi di normalizzazione



     A questo punto Mussolini voleva allontanarsi dallo squadrismo violento

(che finora lo aveva aiutato) ed avvicinare consensi, anche dall‘opposizione. Il

21 febbraio 1923 fu conclusa l‘alleanza con i nazionalisti (che aveva molti

caratteri in comune col fascismo); poi il 10 luglio toccò al partito popolare

(sotto l‘influenza dello squadrismo, che nel frattempo non si era ancora

fermato, e del Vaticano dopo le dimissioni di Luigi Sturzo). Gli squadristi,


                                       80
infatti, nonostante i tentativi di Mussolini di placare le loro violenze, avevano

continuato ad esistere, provocando anche una ventina di morti nella sola metà

del dicembre 1922. Ciò poteva anche rappresentare un ostacolo al progetto di

Mussolini che tentava invece una normalizzazione. Per questo motivo nel

1923 le squadre vennero considerate milizie volontarie per la difesa della

nazione. In questo modo aveva maggiori possibilità di controllo e poteva

combattere l‘esercito in caso di ripensamento da parte del re.



     Le elezioni del 1924



     Il 21 luglio 1923 fu approvata la legge Acerbo, che riservava due terzi

dei seggi parlamentari a chi avesse ottenuto almeno il 25% dei voti. In realtà

era una legge punitiva verso le minoranze, ma fu approvata comunque dai

popolari e dal blocco liberale. Infatti nel Parlamento erano presenti troppi

socialisti e comunisti. Nelle elezioni del 6 aprile 1924 fu presentato il listone

(tra i cui nomi apparivano Salandra, Orlando, De Nicola, Olivetti, etc.), con la

vittoria clamorosa dei fascisti per il 64,9 % dei voti; i voti avversari erano

invece ripartiti tra comunisti, socialisti, popolari e democratico-sociali.



     Matteotti e l’Aventino



     Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti (socialista di Rovigo) denunciò le

violenze e le illegalità della campagna elettorale, causando una dura reazione

da parte dei fascisti. Il 10 giugno fu rapito e assassinato dalla squadra di

Dunini (sembra che Mussolini abbia detto ―non deve più parlare‖, ma non per

questo doveva essere ucciso; Mussolini era fuori dalla faccenda; gli sgherri lo

portarono in macchina, e si dice che mentre lo stavano portando al luogo del

sequestro Matteotti abbia iniziato a calciare e venne ucciso direttamente in

macchina). Il fascismo attraversò così una grave crisi, e il 27 giugno 1924


                                       81
l‘opposizione decise di non collaborare al Parlamento rifugiandosi dal re

(come la vicenda romana in cui i plebei si ritirarono sull‘Aventino) per

ottenere il ripristino della legalità. Vennero così fuori due ale del partito:

quella eversiva, che aveva appoggiato il delitto del 27 giugno, e quella

legalitaria, che lo aveva invece rimproverato. Nel dicembre fu pubblicato il

memoriale dello squadrista Cesare Rossi, che lasciava ogni responsabilità a

Mussolini; ma l‘opposizione non seppe approfittare della situazione. Rimasero

infatti ancora a chiedere al re di isolare il fascismo (cosa che non avrebbe mai

fatto per evitarne le conseguenze), mentre Mussolini esercitava giustamente il

potere da lui meritato in questi anni. Non si accorgevano così che stava per

nascere una sorta di guerra civile, che fu prontamente scongiurata dal grande

leader fascista Mussolini.



     Il discorso del 3 gennaio 1925



     Poiché Mussolini aveva ormai capito che i Parlamentari fuggiti non

avevano alcun potere verso di lui, il 3 gennaio 1925 si pronunciò in Camera:

<<Se il fascismo è stata un‘associazione a delinquere io sono stato il capo di

quell‘associazione a delinquere>>. Si era preso così la responsabilità di ogni

atto. Dalla crisi il fascismo si era ripreso ancora più forte di prima, divenendo

dittatura. Vennero chiusi 95 circoli politici, 25 organizzazioni sovversive e

vennero fatte 655 perquisizioni con 111 arresti. Per l‘opposizione non c‘era

più nulla da fare: dal 24 novembre 1925 fu varata la legge sul controllo delle

società politiche segrete, provocando la scomparsa di molti partiti.



     Il ruolo istituzionale di Mussolini



     Le istituzioni furono fondate su:il potere in mano a Mussolini e la

cancellazione delle libertà (politiche e di stampa) dell‘opposizione. Il 24


                                      82
dicembre 1925 venne accettata la legge per decidere i compiti del capo del

governo, che poteva emanare leggi senza l‘approvazione delle Camere;

pertanto non dipendeva più dal Parlamento, e dipendeva soltanto formalmente

dal re. Con l‘accentramento del potere scomparvero anche quelle sorte di

autogoverno di autonomia locale. Furono eliminati i consigli comunali ed i

sindaci elettivi, sostituiti da podestà nominati dal re, e si rafforzava l‘autorità

dei prefetti nelle province. Nell‘ottobre 1928 il PNF abolì tutte le cariche

elettive, e nel dicembre dello stesso anno fu ―costituzionalizzato‖ il Gran

Consiglio (che poteva avanzare proposte di legge per la successione al trono

ed i poteri del re).



      L’apparato repressivo



      La legge per la difesa dello Stato completò la prima costituzione dello

Stato totalitario: fu repressa la libertà di stampa, furono sciolti i partiti e le

associazioni, stabiliti i periodi di prigionia da parte della polizia. Si creava

quindi un partito unico, accentrato nel PNF. Al vertice fu messo il Tribunale

speciale per la difesa dello Stato, che introdusse anche la pena di morte; era

costituito da ufficiali dell‘esercito, della marina e dall‘aeronautica.



      I sindacati e la politica economica



      Dopo la formazione di un partito unico e dell‘organizzazione delle forze

di polizia, fu la volta della soppressione dei sindacati. Il 3 aprile 1926

rimasero legali solo due confederazioni sindacali (imprenditori e lavoratori),

affidate entrambe ai fascisti. Erano vietati gli scioperi (da parte di lavoratori) e

la chiusura delle fabbriche (da parte di imprenditori). Tutto ciò fu poi scritto

nella Carta del lavoro, per cui le corporazioni avevano il compito di

disciplinare e coordinare le attività produttive (la legge proponeva come fine il


                                        83
benessere dei produttori e lo sviluppo della nazione). Alfredo Rocco completò

il tutto con la riforma del Codice di diritto penale.

     Inoltre Mussolini decise di rivalutare la lira a ―quota 90‖, cioè una

sterlina valeva 90 lire (rispetto alle 150 a cui era arrivata) per ristabilizzare

l‘economia nazionale.



     I patti lateranensi ed il nuovo Plebiscito



     Dopo la crisi di Wall Street del ‘29, i fascisti italiani conseguirono ben

due obiettivi: l‘11 febbraio la Santa Sede ed il Parlamento firmarono i Patti

Lateranensi (il papa governava la Città del Vaticano, il cattolicesimo era

religione di Stato, ed in cambio la chiesa riconosceva il Regno d‘Italia con

Roma per capitale). In un secondo concordato tra Stato e Chiesa, quest‘ultima

ebbe la concessione della libertà di culto, l‘insegnamento religioso nelle

scuole, la sopravvivenza e l‘autonomia dell‘Azione Cattolica. In questo modo

Mussolini riuscì a consolidare il suo prestigio.

     Il 24 marzo 1929 furono indette le elezioni per la nuova Camera fascista:

erano presenti 400 nomi di cui gli italiani dovevano scrivere ―sì‖ o ―no‖. I sì

ed i no utilizzavano schede di colore diverso, per cui il voto non si rivelò

segreto; vinse la maggioranza di sì (a cui si unì anche la Chiesa). Una seconda

elezione del plebiscito fu indetta nel 1934, e dal 1939 anche queste elezioni

furono abolite, poiché i membri venivano eletti direttamente dall‘alto.



     Lo Stato corporativo



     Il fascismo stava quindi costruendo una sorta di Stato corporativo; le

corporazioni raggruppavano in un‘unica organizzazione tutti gli imprenditori e

i dipendenti, sostituendosi ai sindacati. In questo modo si evitavano i conflitti

tra le classi attraverso la cooperazione delle varie parti. Nacquero il Ministero


                                        84
delle corporazioni, organo esecutivo destinato alla politica corporativa, ed il

Consiglio nazionale delle corporazioni, che era solo un organo consultivo.

Quest‘ultimo fu poi considerato organo costituzionale nel 1930. Esistevano sei

sezioni: Industria, Commercio, Agricoltura, Trasporti terrestri e navigazione,

Trasporti marittimi e aerei, Banche).

     Il 5 febbraio 1934 erano pronte ben 22 corporazioni, raggruppate per

complementarietà del ciclo produttivo (vitivinicola, olearia, zucchero, pesca,

etc.) o per similarità (arti, comunicazioni, ospitalità, credito, etc.) Quando poi

nel 1939 fu abolita la camera dei deputati, essa fu pienamente rimpiazzata

dalla Camera dei Fasci (vi facevano parte i membri del PNF, quelli del

Consiglio nazionale delle corporazioni e quelli del Gran Consiglio del

fascismo, oltre che il capo del governo).



     Le strutture repressive



     Dal Primo luglio 1931 entrarono in vigore leggi sul nuovo Codice

penale, che estendeva la categoria dei reati, inaspriva le pene e colpiva la

libertà politica e civile; inoltre la polizia ebbe poteri incontrollati per far

rispettare la legge. Fu poi approvato il Codice civile. Intanto già dal 1927 era

stata creata l‘OVRA (Organizzazione sulla Vigilanza e Repressione

dell‘Antifascismo), ovvero una società segreta che mandava spie in tutto il

territorio nazionale.



     Il progetto di Mussolini



     Mussolini voleva fascistizzare tutta Italia, nel senso che non voleva

porre uno spartiacque tra vita politica e vita privata: quindi anche il tempo

libero era monopolizzato dal fascismo.




                                        85
      Tuttavia questa costruzione aveva un punto molto debole: il Partito

(PNF), infatti, non elaborava idee e progetti fascisti, ma privilegiava compiti

burocratico – amm-inistrativi. Infatti non c‘era la libertà e tutta le direttive

venivano dall‘alto, cioè da Mussolini. La tessera del Partito era obbligatoria

per tutti gli statali e anche per chi voleva fare carriera in altre attività. Quando

nel   1931 divenne segretario         del    partito   Achille Storace, persona

eminentemente burocratica, grigia, il partito dimostrò di essere soltanto un

apparato privo di idee rinnovatrici e teso soltanto a manifestare in modo

plateale l‘adesione al mito di Mussolini.

      Pertanto ebbero luogo dopo il 1930 manifestazioni come le adunate

oceaniche, in cui Mussolini si presentava alla folla ricevendo entusiastiche

ovazioni. Inoltre erano richieste le manifestazioni di ―virilità‖ da parte dei

gerarchi, che dovevano per esempio saltare attraverso un cerchio di fuoco,

nonostante l‘appesantimento dell‘età.

      Alcune delle associazioni fasciste erano: L‘Opera Nazionale per la

Maternità e l‘Infanzia (ONMI), i Gruppi

Universitari Fascisti (GUF), l‘Opera Nazionale

Balilla (ONB). Queste associazioni erano isolate

tra loro, per cui non ci poteva essere quella

dialettica che è sintomo di democrazia. Quindi

gli studenti stavano con gli studenti, gli operai

con gli operai, le donne con le donne, etc.,

evitando così ogni rapporto tra questi gruppi.

Anche la cultura fu controllata dall‘alto, attraverso l‘Istituto fascista di cultura,

l‘Accademia d‘Italia ed il Ministero della Cultura Popolare (MIN.CUL.POP.).

      Anche la scuola venne fascistizzata ed era molto selettiva, in quanto

venne affermata la cultura umanistica, mentre venivano declassati gli istituti

tecnici e quelli professionali. Nel 1939 fu varata la Carta della scuola, che era

il risultato della riforma voluta dal ministro Giuseppe Bottai. In tal modo si


                                        86
voleva unire più strettamente la scuola al regime cooperativo, puntando su

discipline come la cultura militare, l‘educazione sportiva, la religione ed il

lavoro manuale. I livelli scolastici erano tre: la scuola artigiana, la scuola

professionale e la scuola media: questa divisione rispecchiava la concezione

elitaria voluta da Gentile con la riforma scolastica del 1923. Molto importante

fu l‘Opera Nazionale del Dopolavoro , che era preposta all‘organizzazione del

tempo libero per i lavoratori.



     La politica economica



                            La crisi mondiale del 1929 si fece sentire anche in

                      Italia, ma in misura minore rispetto ai paesi più

                      industrializzati. Infatti il nostro inserimento sul mercato

                      internazionale era ancora limitato e le nostre industrie

                      non avevano ancora raggiunto lo sviluppo dei Paesi più

                      avanzati. Da noi era ancora molto diffusa l‘agricoltura.

                            Il fatto che i lavoratori in Italia fossero in gran

parte contadini, impedì al Paese di subire più duramente la crisi economica

mondiale, che tuttavia non ebbe su di noi un impatto leggero, infatti le

produzioni industriale e agricola diminuirono pesantemente, aumentarono di

molto i disoccupati, i salari diminuirono, il commercio estero si ridusse a 1/3.

La chiusura delle frontiere economiche bloccò l‘emigrazione italiana, che

aveva sempre costituito un‘importante valvola di sfogo.

     Lo Stato fascista non rimase inattivo, e creò degli istituti per aiutare e

anche per controllare l‘economia privata. Nel 1931 fu creato l‘Istituto

Mobiliare Italiano (IMI), che era la banca statale che doveva assicurare il

credito alle industrie che ne avevano bisogno, mentre le banche private erano

in crisi; nel 1933 nacque l‘Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), che

doveva finanziare le industrie e accollarsi le industrie fallite. Nacque così il


                                      87
capitalismo di Stato con funzione di sostegno alle industrie private. Nel

secondo dopoguerra l‘IMI, l‘IRI e altre industrie di Stato (tra cui l‘ENI, l‘Ente

Nazionale Idrocarburi fondata dal Enrico Mattei) furono accorpate in un

ministero chiamato ―Ministero delle Partecipazioni Statali‖. A lungo andare

questo ministero diventò una sede importante di corruzione e di denaro speso

a vuoto per mantenere in vita aziende fallimentari. Ora questo ministero non

esiste più, e la tendenza è non tanto di stabilizzare quanto di privatizzare,

come nel caso delle poste. Anche il credito per gli investimenti industriali fu

concentrato dal 1936 nelle banche pubbliche, eliminando il sistema della

banca mista (metà di deposito, metà d‘investimento).



      L’autarchia



      Lo Stato fascista, per dare lavoro ai disoccupati, intraprese imponenti

lavori pubblici, tra i quali risalta la bonifica delle paludi Pontine. Il fascismo,

inoltre, di fronte alla chiusura delle frontiere commerciali e dopo le sanzioni

combinate dalla Società delle Nazioni a causa del suo intervento in Abissinia

(o Etiopia), decise di essere autonomo dal punto di vista economico: in questo

consiste l‘autarchia. Con l‘autarchia le corporazioni fasciste assumevano il

controllo diretto dei consumi e gestivano anche la distribuzione dei prodotti;

l‘IRI a sua volta assunse la gestione diretta delle industrie di interesse bellico.



      La politica estera fascista



      Inizialmente Mussolini si comportò con molta prudenza. Il primo scopo

fu quello di coltivare l‘amicizia con l‘Inghilterra e la Francia; furono poi

riconosciute ufficialmente la Jugoslavia e l‘URSS (1924). Nel 1925 Mussolini

aderì al patto di Locarno, che garantiva l‘inviolabilità della frontiera franco-

tedesca. La svolta in politica estera si ebbe nel 1932 quando, anche a causa


                                        88
della crisi del 1929, si preparava a una politica bellica. Anche l‘Italia accettò

questo tipo di politica, che voleva modificare i trattati di Versailles ritenuti

ingiusti: questo modo di procedere si chiamò revisionismo. Erano contrari a

quest‘ultimo    la   Francia   e   l‘Inghilterra,   unitamente    a   Jugoslavia,

Cecoslovacchia e Polonia, che erano nate proprio da quei trattati. Mussolini

cercò di fare da arbitro tra i due schieramenti. A ciò si deve la nascita del

―Patto a quattro‖, sancito nel 1933 tra Italia, Inghilterra, Francia e Germania.

In questo patto Mussolini ambiva a essere l‘ago della bilancia tra le potenze

partecipanti.



     La guerra d’Etiopia (o Abissinia)



                                              Nella conferenza di Stresa del

                                        1935, l‘Italia si incontrò con Inghilterra

                                        e Francia per discutere il riarmo

                                        tedesco e delle mire aggressive di

                                        Hitler verso l‘Austria. Ma sempre in

                                        quella sede l‘Italia ebbe via libera per

                                        aggredire l‘Etiopia. Questo ebbe inizio

                                        da un falso incidente di frontiera

                                        avvenuto nel dicembre 1934. In base a

                                        quell‘incidente,   Mussolini     dichiarò

guerra all‘Etiopia nel 1935. Il 5 maggio 1936 l‘Italia entrava vittoriosa nella

capitale etiopica, dopo uno sterminio indiscriminato perpetrato anche con

l‘uso dei gas. La Società delle Nazioni condannò l‘Italia come Paese

aggressore e combinò nei suoi confronti delle sanzioni economiche, che però

non furono mai veramente applicate. Nonostante l‘isolamento internazionale,

l‘Italia rimase entusiasta per la vittoria. L‘Etiopia fu unita alla Somalia in

modo da formare l‘Africa Orientale Italiana (AOI). Contemporaneamente si


                                      89
verificò un forte riavvicinamento alla Germania, grazie anche al sostegno

offerto da Hitler all‘impresa etiopica. Il 24 ottobre 1936 nacque l‘asse Roma-

Berlino, grazie al quale i due Stati si impegnavano a collaborare nella lotta

contro il comunismo e a intervenire a sostegno dei militari spagnoli che si

erano ribellati al governo democratico. Nel novembre 1937 l‘Italia aderì al

patto ―Anticominter‖ contro il comunismo, già sottoscritto da Germania e

Giappone.

     Nel 1938-39 l‘Italia preparò tutto un programma imperialistico, che

riguardava l‘Africa del Nord, le coste Jugoslave, il Mare Egeo e la Corsica. La

guerra manderà in frantumi questo sogno sproporzionato di Mussolini.




                                     90
                                     LATINO




                                Il Furor di Seneca


     Il furor, cioè l'impulso irrazionale, la passione (amore, odio, gelosia,

ambizione e sete di potere, ira, rancore), è presentato, in accordo con la

dottrina morale stoica, come manifestazione di pazzia in quanto sconvolge

l'animo umano e lo travolge irrimediabilmente




     Dati biografici



     Lucio Anneo Seneca,apparteneva ad una ricca famiglia di rango

equestre. Nacque a Cordova nel 4 a.C., ma fu condotto a Roma per studiare

retorica e filosofia. I suoi maestri lo indirizzarono ad una vita contemplativa,

che rifiutò di seguire per intraprendere il cursus honorum, che lo avrebbe

portato a rivestire la carica di questore. Fu però molto ostile agli imperatori, e

rimase in vita al tempo di Caligola solo grazie ad una donna che lo presentava

come un uomo gravemente malato, e che sarebbe comunque morto presto.

Con Claudio i suoi rapporti si inasprirono, e fu esiliato in Corsica. Qui rimase

dal 41 al 49, quando fu poi chiamato dalla moglie di Claudio, Agrippina.


                                       91
Intenzionato a lasciar perdere la politica, accettò comunque l‘incarico di

precettore di Nerone, che era al potere, consigliato dalla madre (54 d.C.).

L‘intento di fare di Nerone un imperatore esemplare fallì; nel 59 Nerone fece

uccidere la madre Agrippina. Seneca probabilmente era a conoscenza del suo

piano, altrimenti non ci spiegheremmo perchè sia rimasto con Nerone. Con la

morte del prefetto del pretorio Afranio Burro nel 62, Seneca decise di lasciare

l‘attività pubblica, e si ritirò a vita privata. Nella primavera del 65 fu accusato

di aver partecipato alla congiura pisoniana contro l‘imperatore, e fu ucciso.



      Il furor




      Al centro dì tutte le tragedie di Seneca troviamo la rappresentazione

dello scatenarsi rovinoso di sfrenate passioni, non dominate dalla ragione, e

delle conseguenze catastrofiche che ne derivano. Il significato pedagogico e

morale s'individua dunque nell'intenzione di proporre esempi paradigmatici

dello scontro nell'animo umano di impulsi contrastanti, positivi e negativi. Da

un lato vi è la ragione, di cui si fanno spesso portavoce personaggi secondari

che cercano di dissuadere i protagonisti dai loro insani propositi; dall‘altra vi è

il furor. In questa lotta tra furor e razionalità, lo spazio dato al furor, al

versante oscuro,alla malvagità e alla colpa,è senza dubbio preponderante e va

ben oltre i condizionamene e le esigenze imposti dal genere tragico.

L'interesse per la psicologia delle passioni, che può apparire quasi morboso,

sembra talora far dimenticare al poeta le esigenze filosofico-morali. Inoltre è

caratteristica delle tragedie senecane l'accentuazìone delle tinte più fosche e

cupe,degli aspetti più sinistri, dei particolari più atroci, macabri,

raccapriccianti. In poche parole Seneca enfatizza il pathos e dimostra la forza

devastante della passione indice di disintegrazione della personalità interiore. I

personaggi vengono analizzati in profondità:di essi vengono messi in risalto i


                                         92
contrasti interiori,le esasperazioni, il furor regni,la morte della ragione, la

bestialità umana. In realtà la visione pessimistica, l'accentuazione degli

elementi cupi e la forte intensificazione patetica, appaiono funzionali a quel

valore di esemplarità negativa che i personaggi tragici rivestono agli occhi dei

filosofo;sono mezzi di cui l'autore si serve per raggiungere più efficacemente

il suo principale obiettivo, consistente nell'ammaestramento morale. Del resto

il pathos caricato, l'enfasi e il gusto per i particolari orridi e raccapriccianti

eran già presentì nel tragici latini arcaici, e trovavano piena corrispondenza

nel gusto dei tempi di Seneca.

Particolarmente esemplari, nel gusto tragico e macabro che meglio esprime la
follia senecana, sono ―Fedra"e"Tieste‖.


      Fedra


      La vicenda narrata è quella dell'Ippolito di Euripide, ma con differenze

rilevanti, che fanno supporre una derivazione da un'altra tragedia dello stesso

Euripide, per noi perduta. Fedra,moglie di Teseo, re d'Atene, soccombe ad una

folle passione per il figliastro lppolito e gli dichiara il suo amore. Respinta, si

vendica accusando ìl giovane di aver cercato dì usarle violenza; ma quando,in

seguito alla maledizione di Teseo,un mostro marino suscitato dal dio del mare

causa ad lppolito un'orribile morte, Fedra, disperata, confessa la sua colpa e si

uccide.

Importante è sottolineare, in Fedra, il momento della "dichiarazione" di Fedra

a lppolito. Si tratta sicuramente di una scena culminante, dove la regina,

disperatamente e colpevolmente innamorata del figliastro, si decide a

rivelargli la sua passione: l'amore incestuoso ha travolto ogni limite; è il

conflitto inconciliabile tra ragione e passione, l'insanabile lacerazione interiore
di chi è preda del furor e ha perso il controllo di sé e delle proprie azioni.




                                         93
      Tieste


      Atreo,il tiranno follemente adirato contro il fratello Tieste che gli ha

sedotto la moglie e insidiato il regno, finge una riconciliazione e fa tornare

nella reggia Tieste e i suoi figli per potersi vendicare: uccide di sua mano i

nipoti, ne cuoce le carni e le imbandisce al fratello durante un banchetto,

svelandogli subito dopo l‘atroce verità. Mentre Tieste è inorridito e

sgomentato di fronte a una così mostruosa empietà, Atreo assapora fino in
fondo la gioia crudele della vendetta


      Caratteristiche



      Incerta e discussa è la cronologia dei testi tragici senecani. L‘ipotesi più

probabile è che siano stati scritti, almeno in gran parte,nel periodo in cui il

filosofo era accanto a Nerone come precettore e poi come consigliere. Il

problema cronologico è strettamente legato a quello degli intenti che il

filosofo perseguiva e del significato ideologico che egli attribuiva a queste

opere.

      Un illustre studioso di Seneca ,Alfonso Traina, partendo dalla

constatazione che in quasi tutte le tragedie è presente la figura del tiranno,

tratteggiata in termini violentemente negativi, ne ha dedotto che le ipotesi

possibili sono soltanto due:

      -    Teatro di opposizione

      -    Teatro di esortazione

      Ma Seneca non è mai stato un contestatore politico, neppure durante

l‘esilio e al tempo del ritiro lui stesso ci dice il suo scrupolo di evitare ogni

frizione col potere. Le tirate antitiranniche delle tragedie potevano passare

solo se rivolte non contro ma al potere, come paradigmi negativi di un

discorso parenetico.




                                        94
      Del resto l‘unico modo di giustificare la composizione di opere in versi,

dal punto di vista di Seneca, era quello di attribuire alla poesia uno scopo

pedagogico. Dunque le tragedie furono composte con ogni probabilità per

mettere in evidenza agli occhi del giovane principe gli effetti deleteri del

potere dispotico e delle passioni sregolate.

      Un altro problema molto dibattuto è se le tragedie siano state scritte per

essere rappresentate in teatro o per essere lette nelle sale di recitazione.

      Si deve presumere, sulla base di alcune caratteristiche tecniche che

contrastano con le norme e con le consuetudini del teatro antico(specialmente

il fatto che orribili delitti, invece di essere soltanto raccontati si fingono

compiuti direttamente sulla scena), che le tragedie di Seneca siano state scritte

non per il teatro,ma per la lettura in ambienti ristretti e davanti a un pubblico

selezionato.

      Inoltre non è assolutamente credibile che gli imperatori consentissero la

rappresentazione, dinanzi a un pubblico vasto e indiscriminato, di drammi,

come questi, in cui i sovrani sono raffigurati come biechi, scellerati e odiosi

tiranni.

      Infine, ultima ma non meno importante, è l‘interesse prevalentemente

concentrato sulla parola a scapito dell‘azione.



      L’ira è una breve follia?



      Una definizione della follia viene data da Seneca anche in uno dei

dialoghi-trattati e in particolare nell‘ De ira.

      Scritto probabilmente dopo la morte di Caligola, è un opera in 3 libri in

cui il filosofo si propone di combattere l‘ira, passione tra le più odiose,

pericolose e funeste. In polemica con la dottrina peripatetica, che giustificava

l‘ira in determinate circostanze, Seneca afferma (in coerenza con le posizioni

stoiche) che l‘ira non è mai accettabile né utile, in quanto è prodotta da un

                                         95
impulso che offusca la ragione, e infatti ha manifestazioni molto simili a

quelle della follia. Indica poi i rimedi a essa, cioè i mezzi per prevenirla e per

placarla. Tra i numerosi esempi tratti dalla storia greca e romana, spicca

quello di Caligola, l‘imperatore (evidentemente defunto) su cui l‘autore sfoga

il suo odio portando numerose prove della sua ira furiosa e descrivendolo

come una belva assetata di sangue

Ecco di seguito un breve passo:

            Alcuni sapienti definirono l‘ira una breve follia; infatti
     come la follia essa è incapace di controllarsi, dimentica del
     decoro, immemore delle relazioni sociali, tesa e pertinace in
     ciò che intraprende, sorda ai consigli della ragione, pronta ad
     esagitarsi per futili motivi, incapace di comprendere il giusto
     ed il vero, assai simile alle macerie che si infrangono su ciò
     che hanno schiacciato. Perché poi ti convinca che le persone
     che l‘ira ha posseduto non sono sane, osserva il loro aspetto;
     infatti come sono indizi certi del folle il volto irato e
     minaccioso, la fronte corrugata, l‘espressione torva,
     l‘andatura concitata le mani irrequiete, il colorito mutato, i
     sospiri frequenti e ancor più profondi, così sono, e identici, i
     segni dell‘iracondo. Gli occhi diventano pieni di fuoco e
     scintillanti, un violento rossore si diffonde per tutto il volto
     irato e minaccioso, la fronte corrugata,l‘espressione torva,
     l‘andatura concitata, le mani irrequiete, il colorito mutato, i
     sospiri frequenti ancor più profondi, così sono, identici, i
     segni dell‘iracondo. Gli occhi diventano pieni di fuoco e
     scintillanti, un violento rossore si diffonde per tutto il volto,
     poiché il sangue affluisce dai profondi precordi, le labbra
     tremano, i denti si serrano, i capelli si rizzano, il respiro
     (diviene) faticoso e sibilante, (si sente) lo scrocchio delle
     articolazioni nel torcersi, e poi gemiti, muggiti, un parlare
     smozzicato con sillabe poco distinte, le mani (vengono)
     battute senza sosta, i piedi pestati contro il terreno e tutto il
     corpo esagitato e orribilmente minaccioso. Turpe a vedersi ed
     orrido (è) l‘aspetto delle persone che si stravolgono e si gon-
     fiano d‘ira — e non sapresti dire se questo vizio sia più
     detestabile o più deforme.(De ira Seneca libro I )




                                        96
           Le megalomanie e le follie dell'imperatore Nerone
                          dagli Annales di Tacito




     Breve biografia


     Tacito nacque nel 56 o nel 57 da una famiglia equestre; come molti altri

autori latini proveniva dalle province, dall'Italia probabilmente del Nord,

Gallia Narbonensis, o Hispania. Il luogo e la data esatti della sua nascita non

sono conosciuti. Il suo praenomen è un mistero: in alcune lettere di Sidonio

Apollinare ed in alcuni scritti poco importanti il suo nome è Gaius, ma nel

manoscritto principale della tradizione il suo nome è Publius. L'ipotesi di
Sextus non ha trovato seguito.




     Gli Annales


     Gli Annales furono l'ultima opera storiografica di Tacito, che copre il

periodo che va dalla morte di Augusto (il funerale dell'imperatore è il brano di

apertura degli Annales e chiarisce subito il ruolo dell'autore nell'opera)

avvenuta nel 14 d.C. fino al 68 d.C.Scrisse almeno sedici libri, ma mancano

tutti i libri dal settimo al decimo e parti del quinto, sesto, undicesimo e

                                        97
sedicesimo libro. Il sesto libro termina con la morte di Tiberio e si presume

che i libri dal settimo al dodicesimo parlassero dei regni di Caligola e Claudio.

I restanti libri dovrebbero trattare del regno di Nerone, forse fino alla sua

morte nel giugno del 68 d.C., in modo da ricollegarsi con le Historiae. La

seconda parte del sedicesimo libro, che avrebbe dovuto terminare con il

resoconto degli eventi dell'anno 66 d.C., è andata perduta. Non è noto se

Tacito abbia completato l'opera o se si sia dedicato alle opere che aveva

pianificato di fare: è morto prima che potesse finire le biografie di Nerva e

Traiano e non esistono prove che il lavoro su Augusto e sui primi anni

dell'Impero (con cui Tacito intendeva concludere il suo lavoro da storiografo)

sia stato effettivamente espletato.Dalle pagine dei libri XIII-XVI degli

"Annales" di Tacito emerge chiaramente il progressivo svelarsi della natura

malvagia di Nerone, principe dai 54 al 66 d.C.

Tale degenerazione procede di pari passo con l'emancipazione dal controllo

della madre Agrippina e con il venir meno della positiva influenza di Afranio

Burro, prefetto dei pretorio, e di Seneca, il filosofo suo precettore.

La morte della madre toglie ogni freno alla degenerazione dei costumi privati

dell'imperatore che si abbandona a ogni sorta di dissolutezze e sempre più

deliberatamente manifesta la sua sconveniente passione per le gare ippiche, la

musica e il canto.
L'emancipazione avviene attraverso uno serie terribile di delitti:


     -     L‘uccisione di Britannico (Annales, XIII, 15-16)

     -     Morte di Agrippine (Annales, XIV, 7)

     -     Morte di Burro e Fine dell‘influenza di Seneca (Annales, XIV, 52)

     -     Incendio di Roma (Annales, XV, 38-39)

     -     Persecuzione dei cristiani (Annales, XV, 44-45)

     -     La fine di Seneca (Annales, XV, 45)

     -     Uccisione di Peppea (Annales, XVI, 6-7)

     -     Eliminazione di Trasea Peto (Annales, XVI, 21-22)

                                       98
     L’incendio di Roma (Annales, XV, 38-39)




     Nel 64 d.C. Nerone è sospettato di aver provocato deliberatamente

l'incendio di Roma per ricostruire gli antichi edifici con nuove e moderne

costruzioni, in primo luogo con la grandiosa residenza imperiale detta "domus

aurea". Si era infatti sparso la voce che, mentre la città bruciava, Nerone fosse

salito sul palcoscenico del suo palazzo e avesse cantato la rovina di Troia,

raffigurando nell'antico disastro le presenti sciagure.



           ―Sequitur clades, forte an dolo principis incertum ( nam
     utrumque auctores prodidere ), sed omnibus quae huic urbi
     per uiolentiam ignium acciderunt grauior atque atrocior.
     Initium in ea parte circi ortum quae Palatino Caelioque
     montibus contigua est, ubi per tabernas, quibus id
     mercimonium inerat quo flamma alitur, simul coeptus ignis et
     statim ualidus ac uento citus longitudinem circi corripuit.
     Neque enim domus munimentis saeptae uel templa muris
     cincta aut quid aliud morae interiacebat. Impetu peruagatum
     incendium plana primum, deinde in edita adsurgens et rursus
     inferiora, populando, antiit remedia uelocitate mali et
     obnoxia urbe artis itineribus hucque et illuc flexis atque
     enormibus uicis, qualis uetus Roma fuit. Ad hoc lamenta
     pauentium feminarum, fessa aetate aut rudis pueritiae [ aetas
     ], quique sibi quique aliis consulebant, dum trahunt inualidos
     aut opperiuntur, pars mora, pars festinans, cuncta
     impediebant. Et saepe dum in tergum respectant lateribus aut
     fronte circumueniebantur, uel si in proxima euaserant, illis
     quoque igni correptis, etiam quae longinqua crediderant in
     eodem casu reperiebant. Postremo, quid uitarent quid
     peterent ambigui, complere uias, sterni per agros; quidam
     amissis omnibus fortunis, diumi quoque uictus, alii caritate
     suorum, quos eripere nequiuerant, quamuis patente effugio
     interiere. Nec quisquam defendere audebat, crebris multorum
     minis restinguere prohibentium, et quia alii palam faces
     iaciebant atque esse sibi auctorem uociferabantur, siue ut
     raptus licentius exercerent seu iussu.‖

     Traduzione:

           Si verificò poi un disastro, non si sa se accidentale o per
     dolo dell'imperatore - gli storici infatti tramandano le due
     versioni - comunque il più grave ed atroce toccato alla città a
     causa di un incendio. Iniziò nella parte del circo contigua ai
     colli Palatino e Celio, dove il fuoco, scoppiato nelle botteghe

                                       99
piene di merci infiammabili, subito divampò, alimentato dal
vento, e avvolse il circo in tutta la sua lunghezza. Non
c'erano palazzi con recinti e protezioni o templi circondati da
muri o altro che facesse da ostacolo. L'incendio invase, nella
sua furia, dapprima il piano, poi risalì sulle alture per
scendere ancora verso il basso, superando, nella
devastazione, qualsiasi soccorso, per la fulmineità del
flagello e perché vi si prestavano la città e i vicoli stretti e
tortuosi e l'esistenza di enormi isolati, di cui era fatta la
vecchia Roma. Si aggiungano le grida di donne atterrite, i
vecchi smarriti e i bambini, e chi badava a sé e chi pensava
agli altri e trascinava gli invalidi o li aspettava; e chi si
precipita e chi indugia, in un intralcio generale. Spesso,
mentre si guardavano alle spalle, erano investiti dal fuoco sui
fianchi e di fronte, o, se alcuno riusciva a scampare in luoghi
vicini, li trovava anch'essi in preda alle fiamme, e anche i
posti che credevano lontani risultavano immersi nella stessa
rovina. Nell'impossibilità, infine, di sapere da cosa fuggire e
dove muovere, si riversano per le vie e si buttano sfiniti nei
campi. Alcuni, per aver perso tutti i beni, senza più nulla per
campare neanche un giorno, altri, per amore dei loro cari
rimasti intrappolati nel fuoco, pur potendo salvarsi,
preferirono morire. Nessuno osava lottare contro le fiamme
per le ripetute minacce di molti che impedivano di spegnerle,
e perché altri appiccavano apertamente il fuoco, gridando che
questo era l'ordine ricevuto, sia per potere rapinare con
maggiore libertà, sia che quell'ordine fosse reale.

      ―Eo in tempore Nero Antii agens non ante in urbem
regressus est quam domui eius, qua Palatium et Maecenatis
hortos continuauerat, ignis propinquaret. Neque tamen sisti
potuit quin et Palatium et domus et cuncta circum
haurirentur. Sed solacium populo exturbato ac profugo
campum Martis ac monumenta Agrippae, "hortos quin
etiam suos patefecit et subitaria aedificia extruxit quae
multitudinem inopem acciperent; subuectaque utensilia ab
Ostia et propinquis municipiis pretiumque frunienti
minutum usque ad ternos nummos. Quae quamquam
popularia in inritum cadebant, quia peruaserat rumor ipso
tempore flagrantis urbis inisse eum domesticam scaenam et
cecinisse Troianum excidium, praesentia mala uetustis
cladibus adsimulantem.‖

Traduzione:

      Nerone, allora ad Anzio, rientrò a Roma solo quando
il fuoco si stava avvicinando alla residenza, che aveva
edificato per congiungere il Palazzo coi giardini di
Mecenate. Non si poté peraltro impedire che fossero
inghiottiti dal fuoco il Palazzo, la residenza e quanto la
circondava. Per prestare soccorso al popolo, che vagava
senza più una dimora, aprì il Campo di Marte, i monumenti
di Agrippa e i suoi giardini, e fece sorgere baracche
provvisorie, per dare ricetto a questa massa di gente

                                100
     bisognosa di tutto. Da Ostia e dai comuni vicini vennero
     beni di prima necessità e il prezzo del frumento fu
     abbassato fino a tre sesterzi per moggio. Provvedimenti
     che, per quanto intesi a conquistare il popolo, non ebbero
     l'effetto voluto, perché era circolata la voce che, nel
     momento in cui Roma era in preda alle fiamme, Nerone
     fosse salito sul palcoscenico del Palazzo a cantare la caduta
     di Troia, raffigurando in quell'antica sciagura il disastro
     attuale.




     La persecuzioni contro i cristiani (Annales, XV, 44-45)




     Nerone decide di addossare la colpa del rovinoso incendio ai Cristiani,

dando inizio alla prima persecuzione per troncare la diceria. Arrestò dapprima

tutti quelli che professavano la dottrina apertamente, e poi altri in grandissimo

numero furono arrestati. Egli li fece dilaniare dai cani o inchiodare sulle croci
o si dava loro fuoco.

           ―Et haec quidem humanis consiliis providebantur. mox
     petita [a] dis piacula aditique Sibyllae libri, ex quibus
     supplicatum Volcano et Cereri Proserpinaeque, ac propitiata
     Iuno per matronas, primum in Capitolio, deinde apud
     proximum mare, unde hausta aqua templum et simulacrum
     deae perspersum est; et sellisternia ac pervigilia celebravere
     feminae, quibus mariti erant.
        Sed non ope humana, non largitionibus principis aut deum
     placamentis decedebat infamia, quin iussum incendium
     crederetur. ergo abolendo rumori Nero subdidit reos et
     quaesitissimis poenis adfecit, quos per flagitia invisos vulgus
     Chrestianos appellabat. auctor nominis eius Christus Tibero
     imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio
     adfectus erat; repressaque in praesens exitiablilis superstitio
     rursum erumpebat, non modo per Iudaeam, originem eius
     mali, sed per urbem etiam, quo cuncta undique atrocia aut
     pudenda confluunt celebranturque. igitur primum correpti qui
     fatebantur, deinde indicio eorum multitudo ingens haud
     proinde in crimine incendii quam odio humani generis
     convicti sunt. et pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis
     contecti laniatu canum interirent aut crucibus adfixi [aut
     flammandi atque], ubi defecisset dies, in usu[m] nocturni
     luminis urerentur. hortos suos ei spectaculo Nero obtulerat, et
     circense ludicrum edebat, habitu aurigae permixtus plebi vel
     curriculo insistens. unde quamquam adversus sontes et


                                      101
novissima exempla meritos miseratio oriebatur, tamquam non
utilitate publica, sed in saevitiam unius absumerentur.‖

Traduzione:

      Tali furono le misure adottate dalla provvidenza degli
uomini. Subito dopo si ricorse a riti espiatori rivolti agli dèi e
vennero consultati i libri sibillini, su indicazioni dei quali si
tennero pubbliche preghiere a Vulcano, a Cerere e a
Proserpina, e cerimonie propiziatorie a Giunone, affidate alle
matrone, dapprima in Campidoglio, poi sulla più vicina
spiaggia di mare, da dove si attinse l'acqua per aspergere il
tempio e la statua della dea, mentre banchetti rituali in onore
delle dee e veglie sacre furono celebrati dalle donne che
avessero marito.
Ma non le risorse umane, non i contributi del principe, non le
pratiche religiose di propiziazione potevano far tacere le voci
sui tremendi sospetti che qualcuno avesse voluto l'incendio.
Allora, per soffocare ogni diceria, Nerone spacciò per
colpevoli e condannò a pene di crudeltà particolarmente
ricercata quelli che il volgo, detestandoli per le loro infamie,
chiamava cristiani. Derivavano il loro nome da Cristo,
condannato al supplizio, sotto l'imperatore Tiberio, dal
procuratore Ponzio Pilato. Momentaneamente soffocata,
questa rovinosa superstizione proruppe di nuovo, non solo in
Giudea, terra d'origine del flagello, ma anche a Roma, in cui
convergono da ogni dove e trovano adepti le pratiche e le
brutture più tremende. Furono dunque dapprima arrestati
quanti si professavano cristiani; poi, su loro denuncia, venne
condannata una quantità enorme di altri, non tanto per
l'incendio, quanto per il loro odio contro il genere umano.
Quanti andavano a morire subivano anche oltraggi, come
venire coperti di pelli di animali selvatici ed essere sbranati
dai cani, oppure crocefissi ed arsi vivi come torce, per
servire, al calar della sera, da illuminazione notturna. Per tali
spettacoli Nerone aveva aperto i suoi giardini e offriva giochi
nel circo, mescolandosi alla plebe in veste d'auriga o
mostrandosi ritto su un cocchio. Per cui, benché si trattasse di
colpevoli, che avevano meritato punizioni così particolari,
nasceva nei loro confronti anche la pietà, perché vittime
sacrificate non al pubblico bene bensì alla crudeltà di uno
solo.




                                 102
                      SCIENZE DELLA TERRA
                          La Follia della natura

             ―Osservate con quanta previdenza la natura, madre
         del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un
                          pizzico di follia‖

                  (Erasmo da Rotterdam Elogio alla Follia)




     Ritengo che nel concetto di follia possa esistere un filo conduttore

molto sottile che collega la pazzia stessa alla natura. Si può parlare in un

certo senso di ciò riferendosi ad alcune calamità, come ad esempio i

terremoti. Infatti i terremoti non sono comandati da nessun impulso

razionale e modificano tutto il paesaggio portandolo al di fuori di quello

stato di ―quiete e normalità‖ che c‘era in precedenza.




     Definizione ed elementi di un terremoto



     Il TERREMOTO o SISMA (dal

greco seismós = “scuotimento”) è un

brusco movimento della crosta

terrestre dovuto ad un‘improvvisa

liberazione di energia e caratterizzato

da una serie di vibrazioni, dette scosse,

che si succedono con diversa intensità

per alcuni secondi.



                                      103
      Si dicono microsismi i terremoti di debole intensità, che sono avvertiti

solo dai sismografi; macrosismi quelli molto forti, che possono provocare

alterazioni nella struttura della superficie terrestre e gravi distruzioni.

      Le cause che stanno alla base dell‘insorgenza di un terremoto possono

essere diverse: eruzioni vulcaniche, collassi di caverne, movimenti tettonici,

ecc., fra tutte, però, la più comune e frequente causa è data dalle tensioni che

si generano all'interno della crosta terrestre.

      La maggior parte di tali tensioni si genera quando le placche

litosferiche, inizialmente a riposo , vengono sottoposte a sforzo e costrette a

muoversi in direzioni opposte. Le rocce si comportano in maniera elastica e

si deformano progressivamente fino a che non viene raggiunto il limite di

rottura: si forma così una faglia lungo la quale i due blocchi scivolano ,

liberando rapidamente, sotto forma di onde sismiche, l‘energia accumulata e

«rimbalzando» in tal modo verso una nuova posizione di riposo . Questa

spiegazione della causa che determina i terremoti va sotto il nome di teoria

del rimbalzo elastico e costituisce un modello fondamentale per

comprendere i fenomeni sismici.

      Il punto in cui l‘energia si libera, all‘interno della Terra, è detto

ipocentro o fuoco del terremoto; da qui le onde si propagano, sotto forma di

onde sferiche, fino ad arrivare in superficie. Il punto della superficie esterna

situato sulla verticale dell‘ipocentro, dove le vibrazioni risultano più intense,

è detto epicentro.

      A seconda della profondità dell‘ipocentro i terremoti sono classificati

in: poco profondi se l‘ipocentro è situato tra 0 e 70 km; intermedi, se esso si

trova tra 70 e 300 km; profondi, se, invece, si trova oltre i 300 km. In linea

di massima si può dire che i terremoti interessano un‘area tanto più vasta

quanto più sono profondi; al contrario, però, risultano tanto più violenti

quanto più sono superficiali.




                                        104
     Dall‘ipocentro, infatti, si sprigiona una grande quantità di energia che

si propaga, sia all‘interno della Terra che in superficie, sotto forma di onde

sferiche sempre più grandi. La loro velocità di propagazione dipende dai

materiali attraversati: è più elevata nelle rocce rigide e più bassa in quelle

meno dure.



     I vari tipi di onde



     La vibrazione prodotta dall‘ipocentro produce due tipi di onde, le

primarie o longitudinali e le secondarie o trasversali, cui corrispondono

differenti tipi di deformazioni.

     Le ONDE PRIMARIE, dette anche onde P o longitudinali, si propagano

mediante l‘oscillazione avanti e indietro delle particelle materiali, nella

direzione di propagazione dell‘onda stessa: in pratica la roccia subisce

rapide variazioni di

volume, comprimendosi e

dilatandosi

alternativamente. Le onde P

sono le onde più veloci e

possono propagarsi in ogni

mezzo, nelle rocce più

compatte come nel magma

fuso, nell‘acqua e anche

nell‘aria. Il rombo cupo che

accompagna l‘inizio del

terremoto è dovuto a queste

onde che arrivano in

superficie e provocano

spostamenti d‘aria.


                                       105
     Le ONDE SECONDARIE, dette anche onde S o trasversali, producono

invece oscillazioni delle particelle di roccia in direzione perpendicolare a

quella di propagazione; la roccia subisce, dunque, variazioni di forma ma

non di volume. Le onde S sono più lente delle onde P, ed hanno una

caratteristica importante: non possono propagarsi attraverso i fluidi, perciò,

se nel loro movimento, incontrano una massa di magma fuso, si smorzano

rapidamente e non si propagano oltre quella direzione.

     Le onde P e S si generano nell‘ipocentro e sono chiamate

complessivamente onde di volume o interne, ma non sono le sole onde che

compaiono in un terremoto. Quando le onde interne raggiungono la

superficie si trasformano in parte in ONDE SUPERFICIALI, che si propagano

dall‘epicentro lungo la superficie terrestre, diminuendo gradatamente

d‘intensità. Esse, data la loro bassa velocità, sono avvertite per ultime dai

sismografi.

     Le onde longitudinali e trasversali determinano sulla superficie ter-

restre movimenti verticali, dette scosse sussultorie, che prevalgono nella

zona epicentrale; invece le onde superficiali producono oscillazioni

orizzontali, chiamate scosse ondulatorie (onde love o onde L), che

prevalgono nelle zone esterne dell'epicentro; le scosse ondulatorie a loro

volta, quando cambiano continuamente direzione per fenomeni di rifrazione

e riflessione dovuti alla diversa natura delle rocce attraversate, danno luogo

a scosse rotatorie (onde di Rayleigh o onde R), le quali sono caratterizzate

da movimenti vorticosi e risultano le più catastrofiche.




                                      106
     I sismografi e la misurazione dei terremoti




     Le componenti di un terremoto vengono rilevate dai SISMOGRAFI.

     Schematicamente, un sismografo consiste in un‘armatura ancorata al

suolo, di cui segue le oscillazioni, dotata di una pesante massa appesa a

sospensioni molleggiate, che la rendono immune alle vibrazioni della crosta

terrestre; un pennino scrivente, solidale con la massa, lascia una traccia su

una striscia di carta che ruota a mezzo di un rullo solidale con il suolo: si

registrano così le vibrazioni del suolo rispetto alla massa, teoricamente

ferma nello spazio. Il blocco inerte può essere sospeso verticalmente o

essere sostenuto da un‘asta orizzontale, in modo da registrare le traslazioni

orizzontali e verticali di una vibrazione.

     Il sismografo verticale registra le scosse ondulatorie, cioè le onde

sismiche orizzontali; il sismografo orizzontale, registra i terremoti

sussultori, cioè le onde sismiche verticali.

     I grafici forniti dai sismografi sono detti   SISMOGRAMMI.   Da essi si

possono dedurre l‘intensità, la durata, normalmente di pochi secondi, e la

sequenza con la quale giungono le onde sismiche.




                                       107
     Non sempre il terremoto costituisce un evento improvviso ed isolato.

Nella maggioranza dei casi, esso presenta diverse fasi: scosse premonitorie

di piccola intensità, che annunziano il processo di rottura dell'equilibrio in

un tratto della litosfera; scosse principali di forte entità, che indicano la

rottura totale dell'equilibrio; scosse susseguenti e repliche di intensità

decrescente, che si ripetono a distanza di ore, di giorni o di settimane e si

accompagnano al progressivo assestamento del sottosuolo, con la creazione

di un nuovo stato di equilibrio. Spesso le fasi principali di un terremoto sono

accompagnate, specialmente nelle aree vicine all'epicentro, da forti rumori

simili al brontolio cupo dei tuoni.

     Ad ogni modo, quasi sempre, l‘arrivo di un evento sismico è preceduto

da segni premonitori. Essi consistono in una improvvisa riduzione

dell'attività microsismica; in sollevamenti anomali del terreno; in variazioni

nel livello e nella torbidità delle acque superficiali e sotterranee; in

cambiamenti nella velocità delle onde P e S; in modifiche nella resistività

elettrica del terreno e nel campo magnetico; nell‘insolita irrequietezza degli

animali. Alcune di queste manifestazioni talvolta, anziché precedere,

accompagnano il terremoto.




     L’intensità e la magnitudo dei terremoti



     L‘INTENSITÀ di un terremoto viene stabilita esclusivamente in base alla

valutazione degli effetti prodotti su persone, su manufatti e sul terreno. Per

poter confrontare gli effetti prodotti da uno stesso terremoto in località

diverse, o quelli dovuti a terremoti differenti, sono state elaborate delle scale

di riferimento o scale d‘intensità. Ricordiamo tra tutte quella elaborata da

Mercalli, che è oggi la scala più usata in Europa ed in America. Essa

contempla 12 gradi d‘intensità crescente, partendo dai terremoti che


                                       108
avvertono solo i sismografi per arrivare a quelli che causano la completa

distruzione degli edifici, con forti oscillazioni del terreno in alto e in basso.

      È facile osservare, però, come la stessa quantità di energia sprigionata

da due terremoti possa provocare effetti diversi a seconda delle

caratteristiche fisiche ed umane dell'area colpita. I danni alle abitazioni ed

alle persone, per esempio, sono più gravi in regioni costituite da terreni poco

compatti (materiali alluvionali, argille, scisti, ecc.) rispetto a quelle formate

da rocce rigide, in zone densamente popolate rispetto a quelle scarsamente

abitate, nelle città con edifici alti o fatti con materiale ciottoloso rispetto a

quelle in cui gli edifici sono bassi o costruiti con cemento armato. Per

valutare l'entità di un terremoto in maniera meno soggettiva ed empirica si

fa riferimento non all‘intensità, la quale ne indica la violenza apparente

identificabile con le distruzioni e le vittime provocate, ma alla    MAGNITUDO,

la quale invece ne esprime la violenza reale: cioè la quantità di energia

effettivamente sprigionatasi dall'ipocentro.

      La magnitudo si misura con la scala proposta da Richter, che è di tipo

logaritmico e contempla dieci gradi. In essa il passaggio da un grado di

magnitudo all‘altro comporta un aumento di energia pari a 25-30 volte

superiore rispetto al grado precedente.

      I valori rilevati dalle scale sismiche servono per costruire carte speciali

con linee isosismiche (o isoiste), che uniscono tutti i punti della superficie

terrestre in cui il terremoto ha raggiunto la stessa intensità, e con linee

isocroniche (o omoiste), che invece collegano tutti i punti in cui esso è stato

avvertito nello stesso istante.

      Le isoiste non si dispongono concentricamente attorno all'epicentro,

ma assumono andamento complicato in relazione alla struttura della litosfera

(natura delle rocce, direzione degli strati, fratture, ecc.).

      L'area interna alla prima isoista è detta area pleistosismica ed in essa,

in genere, gli effetti del terremoto si manifestano con la massima gravità.


                                        109
110
     Gli effetti disastrosi dei terremoti



     La conseguenza fondamentale dell‘arrivo delle onde sismiche in

superficie è l‘oscillazione del suolo, che si trasmette agli oggetti sovrastanti.

Case, ponti ed altre costruzioni vengono fatti vibrare e subiscono numerosi

danni, che possono arrivare fino al crollo totale degli edifici e causare la

morte di migliaia di persone.

     Oltre a produrre danni alle costruzioni e alle persone, i terremoti

possono      apportare   modificazioni    anche    alla   superficie    terrestre

determinando frane, che spesso sbarrano le valli o deviano i fiumi; alterando

la circolazione idrica sotterranea, con la scomparsa di alcune sorgenti e la

nascita di altre; aprendo larghi e profondi crepacci.

     Se il terremoto si verifica sotto il fondo del mare, le scosse sismiche

possono dar luogo a maremoti o tsumani, come sono detti in Giappone. Essi

si manifestano con un repentino ritiro delle acque dalla riva, per una

distanza che può raggiungere qualche chilometro, e con la successiva

formazione di onde isolate, alte tra 10 e 30 m, che come una muraglia

d‘acqua si abbattono violentemente sulla costa e avanzano nell‘entroterra,

travolgendo e spazzando via quanto incontrano.




     Cause dei terremoti



     In base alle probabili cause, si sogliono distinguere tre tipi di

terremoto:



     1)I terremoti di sprofondamento, che si verificano in seguito al crollo

di cavità sotterranee formatesi, per l'azione chimica e meccanica delle
                                       111
acque, nei terreni calcarei e gessosi e nei giacimenti di salgemma. Essi

hanno ipocentro poco profondo ed interessano un'area assai limitata. Ma le

scosse che ne derivano, di durata brevissima, possono produrre gravi

conseguenze.



     2)I terremoti vulcanici, che precedono, accompagnano e seguono le

eruzioni. Essi sono dovuti o alla forza d‘urto dei gas magmatici in risalita

entro la crosta e il camino vulcanico, o all‘assestamento delle masse

rocciose interne, restate senza sostegno in seguito all‘emissione di ingenti

quantità di magma. Anche in questo caso l‘ipocentro è superficiale e l‘area

colpita è piuttosto ristretta. Tuttavia, nelle aree colpite gli effetti possono

essere catastrofici. Il terremoto che nel 1883 scosse l‘Isola di Ischia risultò

catastrofico solo a Casamicciola, dove l‘ipocentro ebbe luogo ad una

profondità di un centinaio di metri.



     3)I terremoti tettonici, che sono i più frequenti e i più disastrosi, tanto

per la loro violenza quanto per la loro estensione. Essi sono generati

dall‘improvviso scorrimento di grosse porzioni di litosfera lungo un

determinato piano, detto «piano di faglia», ed hanno, in genere, ipocentri

profondi e le loro scosse raramente restano isolate.




                                       112
     Principali zone sismiche




     Affinché in una determinata area si verifichino dei terremoti devono

essere soddisfatte due condizioni: la prima è che in tale area si accumuli

gradualmente una tensione, la seconda è che le rocce presenti siano formate

da materiali sufficientemente rigidi da non rompersi finché il valore della

tensione non raggiunga un grado tale da provocare il terremoto. Se manca

una qualunque di queste due condizioni, i terremoti non possono verificarsi.

     I terremoti perciò non sono distribuiti uniformemente sulla superficie

terrestre, ma si manifestano quasi esclusivamente entro certe fasce che per

questo motivo vengono dette sismicamente attive o, più semplicemente,

sismiche, mentre mancano in altre aree, definite perciò asismiche. È bene

chiarire che un‘area è detta asismica perché al suo interno non si generano

terremoti, ma ciò non significa che in essa non si risentano gli effetti dovuti

al propagarsi delle vibrazioni provenienti dalle contigue zone sismiche.

     Le principali zone sismiche sono chiaramente limitate da un punto di

vista geografico.




                                      113
      Una sismicità significativa, anche se non intensa e con ipocentri

superficiali, segue il percorso dell‘intero sistema di dorsali oceaniche,

caratterizzate da un‘intensa attività vulcanica. Lungo queste dorsali la

tensione, che tende a far allontanare i due fianchi della rift valley, e la

risalita del magma attraverso numerose fratture, provocano continuamente

l'attivazione, o la riattivazione, di numerose faglie, e tutto questo si traduce

in sismi di modesta entità o in una miriade di microsismi.

      Una sismicità molto più intensa si osserva in prossimità delle grandi

fosse oceaniche che bordano l‘Oceano Pacifico, sia dove queste sono

prossime ad un continente, sia dove sono affiancate ad un arco insulare. La

forte sismicità associata alle fosse oceaniche è legata alla subduzione di una

placca sotto l'altra.

      Un‘ultima fascia d‘intensa sismicità segue il percorso delle catene

montuose di orogenesi recente, dal Mediterraneo occidentale all‘Himalaia,

con un ramo che prosegue verso la Cina, e comprende anche alcuni archi

insulari, come l‘Egeo e le Eolie, dove generalmente i terremoti sono di tipo

superficiale.

      Nelle catene montuose di orogenesi recente, nate da collisioni

continentali, non si sono ancora esaurite le gigantesche spinte che hanno

deformato e fatto saldare fra loro i margini venuti a contatto.




      Previsione e difesa dai terremoti



      Il pesante bilancio in termini di vittime e di danni causati dai terremoti

ogni anno ha spinto gli studiosi ad affiancare alle ricerche sulle cause e sui

meccanismi dei movimenti sismici anche ricerche sulle possibili vie da

seguire per una difesa dai terremoti.

      Una di queste vie è la   PREVISIONE     attraverso lo studio dei fenomeni

premonitori che annunziano l'imminenza di un terremoto. La loro utilità

                                        114
pratica, però, risulta limitata perché alcuni fenomeni hanno scarsa

attendibilità e possono verificarsi anche per motivi non collegabili ai

terremoti, mentre altri precedono di poco l'evento sismico e non consentono

alla popolazione di sottrarsi ai suoi effetti distruttivi. Allo stato attuale,

quindi, è impossibile prevedere con sufficiente esattezza il momento,

l'intensità e l'epicentro di un terremoto. È possibile, tuttavia, avanzare

previsioni probabilistiche fondate non solo sulla statistica dei terremoti

avvenuti nel passato in una determinata area, ma anche sull‘osservazione di

particolari fenomeni fisici, come:



     a) la dilatazione delle rocce, o dilatanza, che in genere avviene per un

processo di innumerevoli piccole fratture, che precedono la rottura del

blocco roccioso;

     b)   il     comportamento    di   molte   rocce   che    hanno   proprietà

piezomagnetiche, in greco piezo = ―premo‖, cioè che si magnetizzano

quando vengono sottoposte a pressione e si avvicinano al punto di rottura;

     c) le modificazioni nelle proprietà geoelettriche dei vari tipi di rocce,

cioè nella resistenza che ciascuna di esse offre al passaggio della corrente

elettrica (resistività) e che cambia con il mutare della pressione;

     d) le variazioni del gas radon contenuto nelle acque superficiali, le cui

tracce sembrano aumentare quando le rocce subiscono sforzi prima della

fratturazione.



     A questo tipo di osservazioni si uniscono strumenti assai sofisticati,

come i laser, in grado di individuare gli spostamenti di masse rocciose,

anche di pochi chilometri, lungo le faglie.

     Tuttavia, la previsione non è ancora in grado di fornire indicazioni a

breve termine con la precisione necessaria per organizzare interventi

tempestivi ed efficaci.


                                       115
     Importanza maggiore della previsione avrebbe, infine, la PREVENZIONE

dei terremoti. Ma in questo settore l‘uomo appare del tutto inerme di fronte

alla natura. Solo negli Stati Uniti sono stati avviati studi tendenti a

controllare o modificare l'attività sismica. Essi hanno ottenuto un certo

successo perforando lungo le linee di frattura della crosta terrestre, alla

distanza media di 1 km, una serie di pozzi molto profondi ed iniettandovi

dell'acqua in modo da provocare piccoli sismi ed impedire l‘accumulo di

troppa energia nel sottosuolo. I costi enormi di tali operazioni, la conoscenza

approssimata delle strutture geologiche profonde e varie altre difficoltà

tecniche, tuttavia, non consentono di estendere l'esperimento su vaste aree.

     Il rimedio più facile per evitare i danni dei terremoti, allo stato attuale,

consiste nell‘adozione di sistemi costruttivi capaci di resistere alle

sollecitazioni delle scosse e facilitare lo sgombero della città. Innanzitutto è

necessario che gli edifici abbiano solide fondamenta, siano costruiti in

cemento armato e ferro, anziché in mattoni o con ciottoli, non superino i tre

piani e non presentino elementi sporgenti molto pesanti (balconi, cornicioni,

ecc.), i quali sono i primi a staccarsi. In secondo luogo è opportuno che le

strade siano larghe, in modo da agevolare l‘evacuazione della popolazione

in caso di pericolo.




                                      116
                                 CONCLUSIONE


      Come abbiamo visto, la relazione tra originalità, a-normalità nel modo di

presentarsi e di pensare, e la follia intesa come malattia mentale e disagio

psichico, è un rapporto che ha trovato risposte diverse nei diversi periodi

storici e nelle diverse culture: è stato dibattuto a livello filosofico (assimilato

al concetto di psicosi, o nell'inscindibile binomio creatività-follia) , sociale (
alienazione di Pirandello) e etico (Mein kampf di Hitler).

      E‘ giusto parlare della follia,dei metodi di cura e della concezione del

fenomeno,ma…

Non vi sembra che oggi chiunque esca minimamente dai canoni prestabiliti
viene considerato tale?

      La società moderna apparentemente incoraggia l‘ originalità e la

diversità, ma poi si autocontraddice proponendoci modelli ed espressioni da
adottare per risultare ―conformi‖, ‖adeguati‖ a ciò che ci si deve aspettare.



      Siamo realmente cambiati in tanti anni di storia?




                                        117

				
DOCUMENT INFO
Shared By:
Categories:
Tags:
Stats:
views:319
posted:2/11/2012
language:Latin
pages:117