Io, la mia ragazza e la schiava (STORIA VERA)

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Io, la mia ragazza e la schiava (STORIA VERA) Powered By Docstoc
					                      Io, la mia ragazza e la schiava (STORIA VERA)
di Tom Tom2075@hotmail.it

Ed ora finalmente basta con queste futili storielline di feroci dominatrici che seviziano schiave
lascive e schiavi frustrati. Qui ci vuole una bella Storia Autentica.

Carla l’ho conosciuta grazie ai miei racconti, quelli di PadronVale e le sue tante schiave. Per lungo
tempo ci siamo corrisposti solo tramite e-mail. Carla (questo non è il suo vero nome) mostrò di
apprezzare il calarsi nei panni delle schiave delle mie storie ma, precisò fin dalle prime battute,
avrebbe messo la sua servitù preferibilmente al servizio di una donna. Niente uomini o travestiti,
quindi. E sulle coppie? Glielo domandai per scrupolo, certo di attenere una risposta negativa.
“Potremo vedere in seguito” rispose lei, inaspettatamente.
Colsi la palla al balzo e coinvolsi Michela nella storia. Michela, per la cronaca, altri non è che la
mia ragazza; è alta un metro e settanta, ha ventisei anni, capelli castani che le arrivano fin sulle
spalle ed occhi nocciola. Legge le mie storie ed è una critica attenta. Alcune le trova “divertenti”,
altre “standard”, alcune altre “inverosimili”. Le raccontai di Carla e le spiegai la situazione.
“Ah! Hai un’amichetta?”
“Ma no! Quale amichetta? Ci scriviamo di tanto in tanto, vorrebbe provare il brivido di essere una
schiava”
“Sul serio?”
“Così dice lei”
“Di chi? Di te?” e ride.
“Perché, ci sarebbe qualcosa di strano? E comunque no, non di me. Ha precisato di trovarsi più a
suo agio al cospetto di una padrona”
Michela non risponde.
“Una padrona, intendi?” ripeto “Una ragazza”
“Dove vuoi arrivare?”
“Lo sai già” rispondo “Ti va di farlo?”
“Non lo so”
“Ci ritroviamo alla stazione di Santa Maria Novella, a Firenze, sabato pomeriggio, poi veniamo qui.
Si tratterrà da noi solo un giorno ed una notte. Domenica mattina ripartirà”
“Mi hai procurato una schiava part-time, eh?”
“Si”
“Ed io dovrei comportarmi come quella tizia di cui scrivi sempre?”
“Già. Si ti va”
“Altrimenti?”
“La schiava è tua, le puoi ordinare ciò che vuoi, suppongo, sempre che lei stia al gioco”
Michela ci pensa un attimo. Assume l’espressione tipica di quando sa già cosa vuol fare ma fa finta
di pensarci ancora su.
“Va bene, chiamala. Tu sarai presente?”
“Si, certo. Il contatto è mio. Anzi, quando sarà il momento, ricordati che sono il tuo ragazzo”
“Che vuoi dire?”
“Che lei è la tua schiava ed obbedirà a te. E’ nei patti. Però potrebbe obbedire anche a me, per
bocca tua”
“Mmm…vedremo” annuisce.
La situazione inizia ad intrigarci.

Il sabato fatidico giunge presto, ci accordiamo per l’ultimo fine settimana di maggio. Essendo
pomeriggio, è un caldo torrido, io sono in jeans e maglietta, Michela ha una gonna corta al
ginocchio ed un topo che le lascia quasi scoperto l’ombelico. Ai piedi indossa dei sabot bianchi con
un poco di tacco.
Carla si presenta invece con una camicetta senza maniche e dei pantaloni bianchi di tela. Calza dei
sandali infradito.
Non si era mai descritta nelle lettere, se non molto sommariamente, e quindi si può dire che la vedo
oggi per la prima volta. E’ alta un metro e sessanta o poco più, quindi è la più piccolina del gruppo,
ed ha qualche anno più di Michela, sicuramente, e forse anche di me. Ha i capelli nerissimi
abbastanza corti, la carnagione abbronzata ed un fisico che sulle prime non so definire se allenato e
tonico o semplicemente gracile. Una delle idee che anelavo è già scartata: la mia ragazza che
cavalca la schiava, la pony girl Carla che galoppa con la sua nobile amazzone sulla schiena. Non
resisterebbe al peso della padrona. Pazienza.
Saliamo sul treno dopo aver appena scambiato due parole. Qui, di fronte ad altra gente, non
conviene far nulla d’insensato. Grazie al fatto che di sabato gli studenti universitari stanno a casa,
così come molti impiegati ed operai, i vagoni sono quasi deserti. Ci sistemiamo in uno degli
scompartimenti piccoli in testa ad un vagone. Accanto alle porte vi sono quei gruppi di sedili da tre
posti e ci sistemiamo lì. Io sono sul sedile di fianco alla porta scorrevole, quello, per intendersi,
riservato agli invalidi, e Michela si siede sul sedile più vicino al corridoio, quello che di fronte ha
uno spazio vuoto. Carla fa per sedersi sull’ultimo sedile rimasto ma noi la fermiamo (anzi, ad essere
precisi sono solo io a darle l’alt).
“Visto che nello scompartimento non c’è nessuno, qui puoi salutare la padrona come si conviene”
dico. Carla è imbarazzata, non si sente tranquilla a farlo in un luogo pubblico benché vuoto. La mia
ragazza, d’altra parte, accavalla le gambe ed ammicca con lo sguardo maliziosamente divertito al
piede sollevato da terra.
“Su, Carla” la invito prendendola senza eccessiva forza per i capelli della nuca e spingendola in
ginocchio.
Michela porge il piede senza avvicinarlo troppo al viso di Carla. La schiava china di più la testa e,
senza aggiungere una parola, le bacia la punta della scarpa. Ma la padrona non allontana la gamba,
così Carla si fa ancora un poco più avanti e le bacia il dorso del piede.
Michela ritira la gamba e si toglie il sabot con un movimento della caviglia, muove le dita dei piedi
come a volersele sgranchire, poi riavvicina nuovamente l’estremità birichina al volto di Carla.
La schiava fa per allontanarsi ma io le tengo ferma la nuca con una mano e dopo un secondo di
indecisione prende a distribuire baci sul piede di Michela.
“Brava” sussurra la mia ragazza.
“Grazie, padrona” risponde Carla.
Michela non può far a meno di emettere un risolino.
“Ha già imparato a chiamarmi padrona” dice, rivolgendosi a me.
“E’ ovvio” rispondo.
“Perché?”
“E’ da me che ha imparato. Le schiave si rivolgono sempre alle loro proprietarie chiamandole col
titolo adatto”
“Ah, beh, se è così…”
“E così”
Nel frattempo Carla non ha mai smesso di omaggiare le delicate estremità di Michela. I suoi baci
sono simili a piccoli schiocchi, adesso. Passa dalla punta dell’alluce allo spazio fra le dita, poi al
dorso. Un paio di volte Michela solleva il piede e mostra agli occhi della serva la pianta del tallone,
che subito Carla s’affretta a raggiungere con le sue labbra.
“Sarà meglio dire basta, per ora” dice Michela ad un certo punto.
“Ne convengo. Se il controllore passasse in questo momento sai le scene…!”
“Falla alzare”
“Fallo tu. Io non posso”
Michela toglie il piede da sotto la faccia di Carla.
“Mi rimetti la scarpina?”
“Si, padrona” risponde Carla, chinandosi e raccogliendo il sabot.
Proprio come nei miei racconti migliori.
Siamo soli nello scompartimento per gran parte del viaggio. Parliamo quasi sempre solo io e
Michela, Carla apre bocca solo quando viene interpellata riguardo a qualche argomento. Alla
stazione di destinazione scendiamo come tre normalissimi fruitori del mezzo pubblico e saliamo
sulla mia automobile. Io sono alla guida, Michela si mette di fianco a me e Carla si siede sul
tappetino del sedile posteriore. Per migliorare la permanenza in auto della serva la mia ragazza
spinge il proprio sedile indietro fino alla fine della corsa, schiacciando letteralmente la faccia ed il
busto di Carla fra l’orlo del sedile posteriore ed il retro di quello anteriore. In questa maniera può
anche distendere meglio le gambe e star più comoda.
L’idea, a dire il vero, è venuta a me la sera precedente, guardando “Resident evil” su Italia uno.
Ho ideato un sacco di piccole torture da far provare alla serva. Alcune vengono dai vecchi racconti,
altri sono new entry che forse riciclerò da qui in avanti. Purtroppo molte proposte sono state
bocciate da Michela. Ad esempio, la sovrana si rifiuta di calpestare Carla con i tacchi, a maggior
ragione da quando ha constatato che la ragazza è più mingherlina di lei, e trova repellente l’idea di
impiegare la serva per procurarsi piacere sessuale.
Arriviamo a casa mia, siamo soli. Qui si da il via al bello della giornata.
Casa mia è una villa in collina circondata da boschi e campagna. E’ situata sull’Appennino
lucchese. Ha un bel giardinetto ed il tutto è circondato da un muretto nemmeno tanto basso, il che ci
permette, con le dovute attenzioni, di fare quello che ci pare senza timore d’essere spiati dalla strada
(strada che, per inciso, viene percorsa da ben poche persone).
Scendiamo di macchina e Michela assicura Carla con un guinzaglio ed un collare, ricordandole di
camminare sempre a quattro zampe. Vedere una ragazza che cammina come un cane a fianco di
un’altra donna mi fa uno strano effetto (e non solo a livello ormonale). Ho scritto decine di volte di
serve che si umiliano volentieri ai piedi delle loro dee, ma non avevo mai veduto la cosa in realtà.
E’ coinvolgente. Michela trascina la schiava per il giardino e poi in casa, Carla la segue docilmente
come una vera cagnolina ammaestrata.
La padrona non può fare a meno di sorridere ed ogni tanto mi lancia uno sguardo d’intesa.
“Che si fa?” domando “Pedicure? Continui il trattamento iniziato in treno?”
“No, guarda…visto che è mia la schiava glielo dico io cosa fare” risponde lei Si siede sulla poltrona
in salotto e Carla le si inginocchia davanti.
“Dunque, dunque…cosa potrei farti fare?” mugugna fra se e se.
Carla rimane muta.
“A te cosa piacerebbe fare?”
“Quello che vuole lei, padrona”
“Ah, quello che voglio, eh? Allora vorrei…vorrei…vorrei innanzitutto che il mio motorino fosse
ben lucido e pulito. Hai visto com’è polveroso? Io detesto queste piccole faccende domestiche.
Vorresti farlo per me?”
“Si, padrona”
“Bene”
Michela si alza, porta Carla in giardino e la libera dal guinzaglio (il collare però è sempre al suo
collo). Le mostra qual è il suo motorino (non posso fare nomi di marche sennò poi dicono che
faccio pubblicità occulta, però è uno di quei trabiccoli somiglianti a grossi coleotteri di metallo
cromato che vanno di moda ora) e le porge il tubo dell’acqua, la spugna ed il sapone liquido. Vuole
anche che Carla passi la cera sulla carrozzeria.
“Quando hai terminato torna su, in salotto” ordina.
“Si, padrona”
“A quattro zampe”
“Si, padrona”
Michela se ne và e lascia la schiava a lavorare.
Io sono rimasto per tutto il tempo in salotto ad attenderla. Trascorre una ventina di minuti.
Finalmente per le scale sentiamo uno scalpiccio di passi ed intuiamo che Carla ha finito.
“Schiavetta” chiama la mia ragazza “Vieni qui”
Carla accorre e le si inginocchia davanti. Michela è comodamente sdraiata sul divano, quando la
schiava le si ferma davanti sporge la gamba destra dal morbido sedile e con il piede accarezza
languidamente il volto della ragazza. Carla socchiude gli occhi e si lascia accarezzare a quella
maniera. Michela intanto, con la punta dell’alluce, forza un poco le labbra della schiava e vi
intrufola dentro le dita.
E’ una visone sublime e mi sento infiammare, ma prima che realizzi per bene quel che sta
succedendo sotto i miei occhi Michela ritira il piede e si alza.
“Vieni, adesso c’è la nostra camera da sistemare” e la conduce nella camera da letto. Io evito di
seguirle, in parte perché ho lasciato che fosse Michela a condurre il gioco ed in parte perché sento
che anche Carla preferisce così. Più tardi vengo a sapere che la padrona ha ordinato a Carla di
rassettare camera, bagno e cucina…spazzare pavimenti, passare il cencio e svolgere altre faccende
domestiche.
Per una oretta restiamo quindi da soli io e lei, in salotto.
“Prima sei stata eccezionale” le confesso.
“Quando?”
“Dopo che ti ha lavato il motorino. Sai quando è tornata di sopra, che le hai strofinato il piede in
faccia e lei ci stava?”
“Eh, c’è chi se lo può permettere…” solleva una gamba verso il soffitto e scoppia a ridere.
“Perché ti sei fermata quando le stavi infilando il piede in bocca?”
“Così, mi andava di fermarmi…”
“Proprio sul più bello!”
“Non sarai un po’ fissato?”
“Forse. E tu?”
“Beh, è la prima volta che una ragazza mi lecca i piedi”
“In fondo la capisco”
“Si?”
“Sei una bella padroncina”
“Davvero?” sorride.
“Hai intenzione di usarla come domestica fino a domani?”
“Non aver fretta”
“Si, ma vorrei sapere che intenzioni hai”
“Dopo si fa qualcosa sul genere di quel che piace alle tue padrone”
“OK” rispondo “Non è che la calpesteresti un pochino?”
“No, lo sai che non mi piace quello…casomai preferisco montarle in groppa, ma hai visto com’è
sottile?”
“Già. E quindi?”
“Aspetta e vedrai”
Non insito oltre e mi rimetto a leggere “Il guardiano dei sogni” di Maurensig. Gran libro.
Quando Carla finisce di svolgere i suoi noiosi compiti da sguattera e ci raggiunge in salotto e,
naturalmente, si dispone ai piedi di Michela.
La mia ragazza, finalmente, si toglie entrambe i sabot e pone i piedi sulle mani di Carla.
“Ora tu ti accucci e mi lecchi i piedi finché non ti do l’ordine di smettere”
Carla annuisce con forza, evidentemente è entrata nel ruolo. Si china fino a sfiorare il pavimento
con la fronte e bacia i piedi di Michela.
“No, niente bacini. Ho detto lecca” dice la padrona.
Io sono lì in disparte che mi sento in procinto di scoppiare.
Lei se e accorge e mi fa sedere accanto a lei.
“Vieni” mormora.
Non me lo faccio ripetere.
“Guarda…mmmm….oh, cielo, non credevo che fosse proprio così…” dice Michela senza terminare
la frase.
“Bello?” chiedo.
“Bellissimo. Strano, ma però,si, piacevole”
“Lo immagino” dico, pensando “Vorrei averla io una schiava”
Caspita, in fondo può godersi la serva solo grazie a quel che io ho scritto!
“Puoi appoggiarci i piedi” mi consente.
“Sulla sua schiena?”
“Si, perché no?”
“Ve bene” e mi accontento di questo, per il momento.
“Carletta, adesso fa un po’ da poggiapiedi per il mio ragazzo. Non ti dispiace, vero?” dice la
padrona.
Carla fa cenno di no con la testa ma non risponde e continua a stare con la bocca incollata sulle
estremità di Michela.
Si tratterà di un no “non mi dispiace” o di un no “no, non lo voglio fare”?
Boh? Comunque non domando ulteriori chiarimenti. Mi sfilo le scarpe e appoggio i talloni sulla
spina dorsale della serva. Ha le spalle piccole ma regge senza problemi il peso delle mie gambe.
Ah, se adesso ne avessi una anche per scaricarmi nella sua bocca!
Nel frattempo Michela sta lavorando la dignità della schiava.
“Lecca anche fra le dita” dice.
“Ora scendi sulla pianta”
“Prendi in bocca le dita…così, succhiale una per una” e via dicendo.
Ce la spassiamo (o è il caso di dire che se la spassa?) per una mezz’oretta. Trenta minuti che
sembrano trascorrere in un lampo, poi Michela riaggancia il guinzaglio al collare della serva e la fa
alzare. Si fa mettere i sabot e la porta in bagno. Torna in salotto.
“Mi daresti una mano?” chiede.
“Certo. A far cosa?”
“Non ti preoccupare” risponde e mi porta nello stanzino in cui teniamo, fra le altre cose, le nostre
scarpe. Mi dice di prendere le sue. Michela prende dal cassetto anche il lucido da scarpe e le
spazzole.
“L’ho legata in bagno, sai? Al calorifero”
“Vuoi fargli lucidare tutte le tue scarpe dopo il motorino?”
“Si”
“Quante paia di scarpe hai?” chiedo, ben conoscendo in realtà la risposta.
“Qui una ventina sole. Le altre sono dai miei”
“Impiegherà non meno di un’ora”
“Nel frattempo noi andremo fuori a cena”
“Credevo avremmo cenato qui”
“No, no…pizza e cinema”
Portiamo la massa delle scarpe in bagno e vedo che Carla è effettivamente legata al calorifero
tramite un lucchetto che unisce una delle estremità del guinzaglio al termosifone. La chiave ce l’ha
la mia ragazza. Il guinzaglio comunque è lungo a sufficienza perché Carla possa alzarsi in piedi. Il
gabinetto è proprio lì accanto. Non dovrà tenersela mentre saremo via. Purtroppo non possiamo
garantire quanto tempo staremo fuori. Inoltre Carla non mangerà.
“Noi andiamo fuori, al ristorante. Tu fai la guardia e mi lucidi le scarpe. Vuoi?”
“Si, padrona” risponde Carla, ma non è molto convinta.
Michela, forse mossa a compassione, si china un poco e le scompiglia i capelli con una mano.
“Non ti preoccupare. Prima di andarcene ti porto qualcosa da mangiare. Non ti faccio arrivare a
domani mattina a stomaco vuoto”
Carla annuisce. Sembra davvero una cagnetta contenta per aver ricevuto una carezza dalla
padroncina. Le “mie” padrone, certo, non risarebbero impietosite. Magari le avrebbero portato per
dispetto i loro avanzi in una ciotola dopo avervi urinato abbondantemente dentro ed avrebbero
costretto la serva di turno a pulire ogni traccia del nauseabondo pastone.
Così, mentre io depongo le sue scarpe sul pavimento, Michela torna con un pacco di biscotti ed una
confezione di aranciata per la nostra ospite. Guarda un attimo la collezione delle sue calzature e poi
ne sceglie un paio. Le indossa e pone un piede così elegantemente calzato sopra il bordo del water.
“Esco con queste” dice “Lucidale, così possiamo andare”
Carla inizia immediatamente a darsi da fare. Raccoglie spazzole e lucido e fa brillare la prima
decolleté bianca con il tacco scelta dalla mia ragazza. Poi passa all’altra, ma Michela non sposta il
secondo piede cosicché Carla deve prostrarsi in modo molto umiliante per svolgere il suo lavoro.
Infine, soddisfatta Michela, mi preparo anch’io per uscire. Mi rado la barba, mi rimetto le scarpe e
andiamo dopo aver salutato Carla.
Ceniamo in una piccola pizzeria sul Brennero ed andiamo in un cinema vicino Lucca. Facciamo più
tardi del previsto e quando torniamo saranno passate abbondantemente quattro ore.
Carla è sempre legata.
“Avremo esagerato?” chiede Michela.
“No”
“No? Sei sicuro?”
“Fa parte del gioco”
Arriviamo alla villetta, la porta del bagno è aperta e la serva è ancora al suo posto, al centro di un
semicerchio di scarpe tutte perfettamente lucidate.
“Caspita, ha obbedito sul serio!” penso, e sono sicuro che la mia ragazza sia sorpresa quanto me. Le
va vicino e fa per liberarla.
“Brava, hai finito di fare quello che ti ho detto. Hai mangiato?”
“Si, padrona?”
“Ti siamo mancati?”
“Si”
“Sei stanca?”
“Un po’, padrona”
“Andiamo a letto” dice la mia ragazza.
“C’è la camera degli ospiti o, se preferisci, dormi in camera con noi”
Carla solleva la testa “Con voi?”
“Si” m’intrometto “Sullo scendiletto dalla parte del letto dove dorme la padrona. Come le vere
schiave, hai presente? Tu hai mai dormito sul pavimento?”
“No”
“Ti piacerebbe?”
“Beh…”
“No, lasciamola dormire tranquilla, per stanotte” interviene Michela “Ha già fatto tanto, per oggi”
Credo non si sia del tutto abituata alla servitù da parte di un’altra ragazza.
“Come vuoi” rispondo. Non mi va d’insistere perché Carla darebbe comunque più peso alle sue
parole che non alle mie. La conduco alla stanza degli ospiti che si trova al pianterreno mentre
Michela resta su.
“Questa è la tua camera” le dico.
“Grazie” risponde Carla.
“Di nulla. Grazie a te per aver sopportato la mia presenza, piuttosto. So che nel gioco io sono solo
un intruso. Forse se non ci fossi stato vi sareste trovate molto meglio”
“Ma no…”
“Vorrà dire che la prossima volta piazzerò delle telecamere a circuito chiuso e me ne starò a
distanza”
Carla sorride.
“Come ti sei trovata?” le domando.
“Bene”
“Preferisci essere la sguattera o la schiava…se capisci cosa intendo”
La ragazza ci pensa un attimo.
“La seconda, sicuramente”
Sorrido. “Potremmo far cambiare idea alla padrona, col tempo”
“Si…col tempo” risponde.
La lascio sola.
In camera (che vedo per la prima volta dopo che la serva l’ha rassettata e che trovo perfettamente
ordinata) ci corichiamo, io e Michela, l’uno accanto all’altra.
Al mattino la riaccompagniamo alla stazione ma la storia prosegue senza le vette del giorno prima e
senza i vari leccaggi di piedi.
Ho preparato otto regole d’oro per Carla e gliele ho già mandate via e-mail. Le studierà per essere
una schiava migliore la prossima volta che verrà a trovarci (si, siamo tutti d’accordo con il
ritrovarci).
     1) La Padrona, al mattino, va svegliata leccandole i piedi.
     2) Alla Padrona, la sera, va augurata la buona notte con un bacio sul sedere o sulle piante dei
        piedi.
     3) In presenza della Padrona si sta sempre in ginocchio o a quattro zampe anche senza suo
        specifico ordine.
     4) In presenza della Padrona gli occhi della schiava debbono sempre essere rivolti ai piedi della
        dominatrice.
     5) La schiava non può toccare il corpo della Padrona se non con le labbra o la lingua, salvo
        ordini diversi da parte della Padrona stessa.
     6) La schiava dorme ai piedi del letto della Padrona cosicché essa possa usufruirne in qualsiasi
        momento della notte, salvo diverse disposizioni da parte della Padrona.
     7) Quando la Padrona è seduta, per un maggiore comfort, la schiava è tenuta ad essere il suo
        poggiapiedi o il suo tappeto.
     8) Se non vi è sedile sul quale la Padrona possa sedersi, è compito della schiava fornirne uno,
        diventando una comoda sedia su cui Ella possa riposare.
Sto attendendo con impazienza che un simile fine settimana si ripeta…

				
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posted:2/8/2012
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