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fedro autore latino

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fedro autore latino
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FEDRO

L’AUTORE CHE HA CONFERITO ALLA FAVOLA LA DIGNITA’ DEL VERSO

DI LANFRANCO BAFFIONI E DAVIDE LOMMA





LA VITA



FEDRO fu un favolista latino nato secondo alcune fonti in Tracia nel 20 a.C, perciò durante il

regno d’Augusto. Era uno schiavo e fu affrancato proprio dallo stesso Augusto (libertus

Augusti) da cui avrebbe ereditato il prenome Gaio e il nome Giulio, le circostanze della

liberazione sono ignote. Conferma delle sue origini trace, è la repressione romana della

rivolta avvenuta in Tracia tra il 13 e l’11 a.C: in quell’occasione parte della popolazione fu

fatta schiava. Proprio allora Fedro potrebbe essere stato condotto a Roma, finendo nella

famiglia di Augusto. Il poeta latino, invece, rivendica la sua appartenenza al popolo

Macedone: nel libro III dice che la madre lo generò “sulle balze del monte Pierio” e quindi

in Macedonia; probabilmente si tratta di una civetteria letteraria, poiché quel monte è reso

noto secondo la leggenda come luogo di nascita delle Muse. Incerto è anche il suo nome

latino, giacché la tradizione manoscritta ci dà il genitivo Phaedri nell’ Inscriptio del I libro,

per cui si potrebbero ricavare i nominativi Phaedrus o Phaeder. Per via di alcune sue

allusioni politiche nei suoi manoscritti Fedro fu perseguitato da Seiano, braccio destro di

Tiberio, e per questo dopo la condanna,subì numerose umiliazioni e la povertà. Visse fino

al 50 d.C. perciò fu attivo sotto Tiberio, Caligola, e Claudio.



LE OPERE



Scrisse cinque libri di favole in senari giambici che lui stesso chiamò “esopiche”, perché

sono, per lo più, traduzioni o rifacimenti di favole greche attribuite ad Esopo (vedi

allegato1), anche se, talvolta, rispetto al suo modello, Fedro introduce nelle sue favole

aneddoti storici, scenette sentimentali ed un archetipo di satira. Fedro pratica un genere

letterario ritenuto minore e marginale rispetto alle grandi correnti dell'età imperiale. Le sue

favole sono poco originali, indebitate con la tradizione esopica e con una raccolta di favole

di età ellenistica (questo, soprattutto nel I libro); quanto alla rielaborazione letteraria,

nessuna delle favole di Fedro può superare le opere dei grandi poeti. Tuttavia Fedro è il

primo autore che ci presenta una raccolta di temi favolistici, concepita come autonoma

opera di poesia, destinata alla lettura. Il merito del poeta sta, infatti, nel dare alla favola

una misura, una regola, una voce ben definita e riconoscibile: egli, insomma, pur

definendosi come il continuatore di un genere già a suo modo "stabilizzato" da Esopo,

tuttavia lo innova e lo porta a perfezione, adattandolo alla tradizione culturale latina. Lo

stesso Fedro è orgogliosamente consapevole di questo "traguardo", è partito da una più

vincolata aderenza al modello ed è giunto ad una più spiccata e propria originalità. Alla

fine Fedro può affermare che le sue composizioni sono "Aesopias, non Aesopi",

"esopiane, ma non di Esopo", ovvero composte secondo lo stile e i caratteri della favola

esopica, ma non semplici traslitterazioni di quella.

Oltre alle 93 Favole, divise nei 5 libri, sono sicuramente sue anche le circa 30 favole

raccolte nella cosiddetta "Appendix Perottina", che prende nome dall'umanista Niccolò

Perotti, curatore della raccolta. Di altre ci resta la parafrasi in prosa. Il I libro (31 favole) fu

scritto subito dopo la morte di Augusto; il II (8) durante il ritiro di Tiberio a Capri; il III (19) il

IV (25) e il V (10) sotto Caligola e sotto Claudio. La scarsa estensione del II e del V libro è



- Fedro -

Lanfranco Baffioni e Davide Lomma

forse un indizio che la raccolta, così come ci è giunta, è in verità un estratto di una più

ampia. Di tutta la sua opera rimangono solo estratti; lo dimostra l’ineguaglianza dei singoli

libri giunti a noi, che constano rispettivamente di 31, 8, 19, 25 e 10 favole.



Fedro non ebbe molta fama, solo Marziale lo nomina tra gli autori latini; poi di lui se ne

perdono le tracce fino al 4° secolo, cioè fino alla raccolta di Aviano. In seguito, si venne

formando un corpus di favole latine in prosa, in cui molte delle favole latine in prosa di

Fedro, furono inserite come anonime e tradizionali, sì che nel Medioevo, quando Fedro

era ignoto, si ebbero tre redazioni principali di favole. Di questa la più nota è quella

intitolata Romulus oppure Aesopus latinus , dove Fedro, non viene nominato, ma dove ne

sono riprodotte cadenze tipiche e dove la derivazione da lui è dimostrata dal fatto che

spesso le favole in prosa si possono ridurre in senari. Solo nel 1596 Pierre Pithou

(Pithoeus) pubblicò a Troyes la prima edizione di Fedro da un manoscritto del 9° secolo; in

seguito furono ritrovati altri manoscritti e nel secolo 19° fu edita una trentina di “favole

nuove” di Fedro su una raccolta fatta alla fine del secolo 15° da Niccolò Perotti, che non si

sa però da quale fonte le avesse attinte.



LA FAVOLA



La favola ha origini antichissime e si è sviluppata in ogni angolo del pianeta. Nella sua

forma orale veniva tramandata di padre in figlio con scopo moralistico e pedagogico è

presente in gran parte delle culture del mondo, talvolta con forti correlazioni con la

mitologia. La favola è anche un genere letterario a partire dalle produzioni di Esopo dal 6°

sec. a.C, quest’ultimo raccoglie per primo il materiale favolistico Greco e Orientale

riealaborandolo in racconti.

La favola è composta da un breve apologo, ovvero un racconto essenziale in prosa senza

dettagli descrittivi, dove i protagonisti sono animali antropomorfizzati (dal greco anthropos,

uomo, e morfè, forma) , più raramente piante, oggetti inanimati o personaggi fantastici,

che simboleggiano vizi e delle virtù degli uomini. Oltre al vero e proprio racconto, la favola

presenta una morale che può precedere (promitio) o seguire (epimitio) la narrazione.



LA FUNZIONE DELLA FAVOLA



Le favole di Esopo come quelle di Fedro, hanno principalmente uno scopo didascalico

ed educativo. Nelle narrazioni, assistiamo a continui insegnamenti pratici, soprattutto con

uno sfondo di deterrente morale che si riflette sulla fisicità dei personaggi. Gli "exempla" di

Fedro sono magistrali nella loro piccolezza, riflettono, infatti, in situazioni elementari tutte

le caratteristiche della vita reale. L'inganno, la verità, l'apparenza, la stoltezza e l'astuzia:

queste caratteristiche astratte sono esposte di frequente in Esopo e Fedro, ma tutte in

correlazione con la morale finale, con un fine educativo. Ogni animale antropomorfe

ricopre una ben determinata maschera: ad alcuni viene assegnata la parte dei virtuosi

(agnello, colomba) ad altri quella dei cattivi,dei prepotenti o degli egoisti (lupo, volpe,

falco), in modo da fornire caratterizzazioni tra loro contrapposte di virtù e di vizi propri degli

uomini.

Conoscendo le favole si apprendono le molteplici nature degli uomini: è questa la

cosiddetta morale della favola, “fabula docet”.

Le favole erano diffuse soprattutto tra gli strati più bassi della società ed insegnavano

come far fronte ai soprusi dei potenti, grazie alla forza dell’astuzia e dell’accortezza.

Dobbiamo ricordarci, infatti, le origini umili del “liberto Fedro”, egli sicuramente non fu





- Fedro -

Lanfranco Baffioni e Davide Lomma

indifferente alle condizioni sociali degli emarginati, degli schiavi, dei diseredati, dei meno

abbienti.

Fedro attraverso le sue favole intraprese una vera e propria campagna contro i soprusi dei

potenti e dei tiranni, sebbene a volte celate, non risparmiava aspre critiche contro queste

classi di persone. Queste polemiche sociali nei confronti dei potenti non passarono

inosservate: Fedro rischiò la condanna a morte da parte di Elio Seiano, che al processo

rappresentava testis, accusator e iudex. L’ inimicizia di Seiano nacque a causa delle

critiche espresse attraverso la favola del leone vecchio e del lupo feroce, in cui si

scorgono Tiberio e Seiano stessi, e Claudio. Nelle favole di Fedro si delinea sempre più la

coscienza che nel mondo sempre ha regnato, regna e regnerà incontrastata la legge del

più forte e del più prepotente: agli umili, ai poveri, ai sottomessi non resta altro che provare

ad eludere questa forza, per quanto possibile, con l'astuzia e con l'arguzia.



LA STRUTTURA DELLA FAVOLA



La favola è generalmente suddivisa in 3 parti:



 prologo: anche di un solo verso, mira a fissare il principio-base con cui deve essere

letta la favola;

 corpo centrale: la vera e propria favola

 epilogo: tira le somme e a volte contiene la morale.



Sia il prologo(promitio) che l’ epilogo(epimitio) hanno un fine moralistico.



Nonostante la varietà di situazioni e personaggi presenti nelle favole, la struttura di queste

segue, generalmente, strutture ordinate da "passaggi" quasi obbligati;



1 - Accenno di situazione iniziale

2 - Contrasto di carattere tra i personaggi

3 - Azione dei personaggi

4 - Ruolo indistinto tra protagonista e antagonista

5 - Confronto dialogico

6 - Scoperta della verità attraverso il dialogo;

7 - Morale.



Nelle favole, è quasi del tutto assente un realismo descrittivo e linguistico, anzi il loro

mondo è piuttosto generico, il linguaggio asciutto e poco caratterizzato (“BREVITAS”).



Fedro non si limita sempre ai canoni della favola imposti da Esopo, bensì spesso inventa

di suo, ricava anche aneddoti dalla storia, seguendo anche una scelta oculata che

rispettasse il criterio della "VARIATIO". Così, non troviamo soltanto quegli animali-

personaggi già assodati dalla tradizione (i più frequenti, e con un ruolo da dominatori, sono

il lupo, la volpe, il cane, il leone, l'aquila, il serpente…), né le solite anonime figure umane

(il ladro, i viandanti, il brigante, il buffone, il contadino…), ma anche personaggi storici

(Simonide, il poeta Menandro, il tiranno Demetrio, Cesare, Socrate) o mitologici

(Prometeo, Giove, Giunone), nonché lo stesso Esopo, assurto a simbolo dell'arguzia

popolare. Il "padre fondatore" del genere lascia - qui - quasi la sua palma a Fedro,

divenendo poco più che un semplice personaggio fra gli altri, anche se di rilievo. La lingua

usata da Fedro è semplice e corretta, comprensibile a tutti, anche alle persone meno

colte.



- Fedro -

Lanfranco Baffioni e Davide Lomma

CONFRONTI



Più volte abbiamo ripetuto nel corso di questo nostro intervento che Fedro attinge a piene

mani dall’opera di Esopo, ma andiamo a delineare più nello specifico il quadro

dell’inventore della fiaba:



ESOPO visse in Grecia nel VI secolo a.C., nell'epoca di Creso e Pisistrato. La sua opera

ebbe una grandissima influenza sulla cultura occidentale: le sue favole sono tutt'oggi

estremamente popolari e note. Della sua vita si conosce pochissimo, e alcuni studiosi

hanno persino messo in dubbio che il corpus di favole che gli viene attribuito sia opera di

un unico autore. Raccoglie per primo il materiale favolistico greco e orientale, dando forma

letteraria ad un genere che prima era sviluppato a livello sociale, presso le classi basse.

Della sua vita si ha una conoscenza soltanto episodica, basata su pochi riferimenti

presenti nell'opera di scrittori di epoca successiva come Platone, Erodoto, Aristotele e

Plutarco. Una fonte decisamente successiva è una “Vita di Esopo” che raccoglie gran

parte dei racconti popolari su Esopo. La Vita circolò nel Medioevo almeno dal XIII secolo;

la mancanza di fonti certe e riferimenti coevi ha portato alcuni studiosi a mettere in dubbio

gran parte della tradizione sulla vita di Esopo (e persino la sua stessa esistenza).



Secondo la tradizione, Esopo giunse in Grecia come schiavo. Sulle sue origini sono state

formulate numerose ipotesi: Tracia, Frigia, Egitto, Etiopia, Samo, Atene, Sardi e Amorium.

L'ipotesi di una sua origine africana è oggi piuttosto accreditata: lo stesso nome "Esopo"

potrebbe essere una contrazione della parola greca per "etiope", termine con cui i Greci si

riferivano a tutti gli africani subsahariani. Inoltre, molti degli animali che compaiono nelle

favole di Esopo erano comuni in Africa, ma non in Europa. Si deve anche osservare che la

tradizione orale di moltissimi popoli africani include favole con animali personificati, il cui

stile spesso ricorda molto da vicino quello di Esopo. Secondo Erodoto, Esopo morì di

morte violenta, ucciso dalla popolazione di Delfi. Si dice che fosse di aspetto orribile, ma

non tutte le fonti sono concordi in merito.



PRINCIPALI SIMILITUDINI E DIFFERENZE FRA I DUE AUTORI



Fedro dice di recuperare Esopo, mettendo in versi e rendendo più bella la materia

recuperata. Quando Fedro riprende le favole di Esopo, non recupera l’esametro, ma usa il

trimetro giambico greco, considerato uno dei versi con il ritmo più vicino alla lingua parlata:

voleva creare un’opera raffinata, che però fosse comprensibile a tutti, con l’intendimento di

rivolgersi anche a classi sociali poco elevate.



Trimetro giambico greco = senario giambico latino  usato nella commedia, che ha

parecchi punti in comune con la favola:

 vogliono far divertire il pubblico

 hanno carattere realistico, presentano ambienti della vita quotidiana, i personaggi

sono donne ed uomini comuni

 la favola spesso assume la forma del dialogo, per questo il senario giambico è il

metro più appropriato, secondo la visione di Fedro.



Fedro muove dal tentativo di superare gli schemi ripetitivi e i limiti della favola animalesca

(nel primo libro i protagonisti sono animali; poi diventano personaggi storici, divinità, ma

comunque uomini) allontanandosi così in maniera netta dalla tradizione di Esopo. Fedro



- Fedro -

Lanfranco Baffioni e Davide Lomma

non solo si esercita con nuovi schemi e contenuti, ma anche con nuove scelte formali;

mette in poesia storie che i predecessori avevano trattato solo in prosa. Lo stile è

semplice, ma non rinuncia all’elaborazione stilistica, quindi le opere risultano essere più

raffinate di quelle di Esopo.



Sia Fedro che Esopo si attengono ai canoni di brevitas:

 mole limitata dei libri

 estensione limitata delle opere

 concisione  recuperano l’alessandrinismo, con cui in un solo verso

esprimono con chiarezza un gran numero di concetti, condensando in poche

battute molti pensieri.



Nelle favole di Fedro emerge una visione della vita che coincide con il punto di vista degli

umili, dei ceti poveri, come era per Esopo. Nell’opera ci molti spunti di politica, polemica

sociale. Fedro però non propone alternative, la morale è statica e rinunciataria: si

denuncia il male ma lo si considera inevitabile, manca la proposta per contrastare i potenti

e i prepotenti: questi si propongono con la violenza e contro questa non si può nulla.

Tuttavia, contro la violenza e le ingiustizie si può agire d’astuzia. La libertà è il valore

fondamentale, e va anteposta a tutto e a tutti. Nonostante tutte queste considerazioni,

Fedro è pervaso da un pessimismo disincantato; carattere che è molto meno marcato in

Esopo, il quale lascia aperto uno spiraglio alla speranza di un cambiamento.



IL TERZO FAVOLISTA CHE HA FATTO LA STORIA



Guardando un pochino più avanti nei secoli, scorgiamo nella storia un terzo scrittore che per forza di cose

deve essere inserito accanto ai due fondatori della favola.



JEAN DE LA FONTAINE visse a metà del XVII secolo in Francia. Scrittore e poeta di grande

livello, egli compose con raffinata semplicità diverse raccolte di favole che sono

considerate capolavori della letteratura francese. Merito di ciò fu sicuramente il suo grande

coraggio nel far parlare animali e piante come mai nessuno aveva osato fare prima di

allora. Spesso riscrisse favole di Esopo e di Fedro ampliando i dialoghi fra gli animali

oppure aggiungendo alla storia nuovi particolari (vedi allegato2).









- Fedro -

Lanfranco Baffioni e Davide Lomma

allegato1

PHABULARUM PHAEDRI - LIBRO 1 - Prologo





1 Aesopus auctor quam materiam repperit,

2 hanc ego polivi versibus senariis.

3 Duplex libelli dos est: quod risum movet,

4 et quod prudenti vitam consilio monet.

5 Calumniari si quis autem voluerit,

6 quod arbores loquantur, non tantum ferae,

7 fictis iocari nos meminerit fabulis.







Traduzione letterale:



Io ripulii con (=in) versi senarii questa materia, che Esopo ritrovò (come) autore (inventò).

Il pregio del libretto è doppio: che eccita il riso e che ammonisce la vita con un consiglio

prudente. (=dà saggi consigli per governarsi nella vita). Se alcuno poi avrà voluto

(=volesse) trovar a ridere, perché (anche) gli alberi parlano, (e) non soltanto le bestie, si

ricorderà (=si ricordi) che noi scherziamo con racconti inventati.



Traduzione adattata:



L'autore Esopo partorì questa materia che io ho riportato in versi senarii. Duplice è il

pregio del libello, in quanto porta al riso e mena la vita con prudente consiglio. Se poi

qualcuno avrà voluto trovar da calunniare poichè gli alberi parlano, non solo le bestie, si

sarà avveduto che noi allietiamo con divertenti storielle inventate.





In Fedro tutti i prologhi, ed in maniera particolare questo, acquistano un valore molto

importante per i tempi in cui sono stati scritti. Facendo particolare attenzione infatti nelle

parole di Fedro è possibile rintracciare caratteri piuttosto rari per l’epoca, che rimandano

ad una spazialità ed una temporalità mai sondate in uno scritto fin ora. Parliamo di

caratteri “metaletterari” che fanno riferimento ai versi in cui Fedro stesso scrivendo prende

in considerazione il suo stile e lo mette a confronto con la tradizione, e valuta la propria

originalità. Fattori insoliti per l’epoca che contribuiscono a fare di Fedro, il poeta che ha

consegnato la favola “al tempio” della letteratura.









- Fedro -

Lanfranco Baffioni e Davide Lomma

Allegato2

COMPARAZIONE TESTI DI ESOPO, FEDRO e DE LA FONTAINE



LA VIPERA E LA LIMA - FABULAE AESOPICAE – ESOPO



“Una vipera, essendosi introdotta nell’officina di un fabbro chiedeva ai vari attrezzi di farle

l’elemosina. Dopo averla ricevuta dagli altri, arrivò alla lima e le chiese di darle qualcosa.

“Sei davvero un’ingenua - rispose la lima - se credi di poter ottenere qualcosa da me che

sono avvezza a togliere a tutti, altro che dare!”

IL SERPENTE DA UN FABBRO FERRAIO - PHABULARUM PHAEDRI – FEDRO

Mordaciorem qui improbo dente appetit

Hoc argumento se describi sentiat.

In officinam fabri venit vipera.

Haec cum temptaret si qua res esset cibi,

Limam momordit. Illa contra contumax:

"Quid me" inquit "stulta, dente captas laedere,

Omne assuevi ferrum quae corrodere?"

Colui che assale con dente avido uno più mordace,

capisca sè stesso esser descritto da questa favola.

Una vipera capitò nell'officina d'un fabbro.

Questa, tastando se qualche cosa vi fosse da mangiare, morse una lima.

Essa alla sua volta resistendo: 'O stolta,' disse, 'perché tenti di offendere col dente me,

che son solita di logorare ogni sorta di ferro?'



IL SERPENTE E LA LIMA – LIBRO QUINTO – JEAN DE LA FONTAINE



Vicino a un oriolaio

abitava, raccontano, un serpente

(incomodo vicino certamente),

che in bottega un bel dì dalla finestra

per desinare entrò.

Ma non trovando nulla,

né cacio né minestra,

a rodere una lima cominciò.

- Che cosa credi, o bestia, ora di fare? –

disse la Lima a lui tranquillamente,

- una lima di ferro rosicchiare?

O piccolo animal senza cervello,

prima che tu di me mangi un granello,

dovrai sul ferro consumare il dente.

Il tempo sol potrammi consumare -.



Questa è scritta per voi, spiriti gretti,

che, buoni a nulla, a mordere vi date

l'opere belle e gli uomini più eletti.

Mordete, poco è il danno

che i vostri denti fanno.

La virtù per l'invidia rosicchiante

è ferro duro, è bronzo, è diamante.



- Fedro -

Lanfranco Baffioni e Davide Lomma


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