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TESI REGIONALI GD LAZIO

31 dicembre 2011



TESI 1 – NOI, I DEMOCRATICI





Ci avviamo verso il primo congresso nazionale dei Giovani Democratici. Questi primi tre anni di vita

hanno visto l‟organizzazione giovanile impegnata a radicarsi nei territori, nei luoghi di studio e di lavoro,

definendo parallelamente il proprio profilo politico rispetto ai temi all‟ordine del giorno della discussione

nazionale, regionale e locale. Questi primi anni di lavoro hanno consentito ai Giovani Democratici di

prendere progressivamente consapevolezza di quale debba essere la funzione di un soggetto

generazionale. La stessa esistenza di un‟organizzazione giovanile nel PD non era un esito scontato:

organizzarsi in un soggetto autonomo è stata la ferma volontà di tantissimi ragazzi accumunati da una

specifica visione di fondo della politica e del partito, convinti, in questo modo, di riuscire ad essere

l‟avanguardia del riformismo italiano ed europeo, non solo rispetto ai temi più propriamente

generazionali, ma rispetto ad una visione più complessiva della società. Sul modello del partito “liquido”

ci fu imposto di eleggere gli organismi dirigenti dell‟organizzazione giovanile tramite “primarie”, cosa

che ha creato, come parallelamente accadeva nel partito, non poche storture e disfunzioni. Tuttavia ci

siamo rivelati una generazione ben più “solida” di quanto si potesse pensare. Ed è così che

l‟organizzazione giovanile è stata in questi anni il presidio di una militanza politica che invece al livello

dei partiti si andava tendenzialmente perdendo. Si tratta ora di mettere questo progetto su basi politiche

ed organizzative più solide. In questo senso il congresso, il nostro primo congresso, è un momento

veramente fondativo.





Siamo i Giovani Democratici, l‟organizzazione giovanile del Partito Democratico. Non è una semplice

constatazione: dirsi Democratici assume oggi un significato storico ed esprime una scelta di campo ben

precisa.



Il 6 e 7 ottobre 2006, a Orvieto, i gruppi dirigenti di DS e Margherita decidono la nascita del Partito

Democratico. L‟accordo di Orvieto è il risultato di un‟aspirazione antica, di una riflessione profonda e di

un lavoro comune tra i due principali partiti concretizzatosi già precedentemente nell‟Ulivo. L‟esigenza

di garantire la presenza di un soggetto politico che potesse essere da guida della nuova farraginosa

maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni del 9 e 10 aprile 2006 ha accelerato il compimento di

questo processo storico.



Il compromesso storico negli anni ‟70 aveva rappresentato il primo tentativo di avvicinamento sul piano

del governo del paese tra due forze, culturalmente diversissime, ma entrambe costituenti, entrambe di

massa e di matrice popolare. L‟uccisione di Aldo Moro bloccò questo dialogo e PCI e DC si sono poi

arroccati su posizioni difensive per il resto della “prima repubblica”. Ma l‟aspirazione comune all‟azione

riformatrice, ancorché solo sul piano del governo, che non poteva realizzarsi nella stagione della guerra

fredda e del conflitto tra sistemi ideologici e politici, diventa una necessità storica ineludibile nell‟Italia

della “seconda repubblica”. Diventava allora necessario, infatti, un soggetto politico che, per la sua

forza e le sue radici, fosse in grado di dare una guida politica e morale all‟Italia, di ricostruire l‟identità

distrutta di una nazione moderna e partecipe della costruzione dell‟Europa come attore mondiale, una

grande forza progressista di rango europeo, che unisse tutte le culture e le forze del riformismo, quelle

che s‟ispiravano al socialismo europeo, quelle liberaldemocratiche, quelle laiche, quelle cattoliche

democratiche, quelle ecologiste, andando oltre la parzialità delle loro singole esperienze per dare una

rappresentanza politica unitaria al riformismo italiano. Questo il progetto del Partito Democratico.



L‟Ulivo è stato il luogo dell‟incontro di queste forze, permettendo loro di riconoscersi reciprocamente e

di elaborare una comune lettura della società italiana e un comune progetto politico per l‟Italia, fondato

in primo luogo sull'aspirazione europeista. E l‟Ulivo è stato anche il luogo di incontro dei riformismi laici

con il riformismo di matrice cattolica, con la consapevolezza di quanto decisivo e strategico sia nella

storia d‟Italia il mondo cattolico e di come un'alternativa democratica e di progresso sia assai più difficile

se quel mondo volge il suo sguardo a destra.

Da queste fondamenta il 15 ottobre 2007 nasce il Partito Democratico attraverso l‟elezione diretta degli

organi costituenti nazionali e regionali da parte degli elettori. Questo momento si ripeterà il 14 febbraio

2008 per i gruppi dirigenti locali. È una scelta che vede una larga partecipazione di popolo, ma che in

breve mostrerà le sue contraddizioni nella fragilità dei gruppi dirigenti figli delle primarie. Ciò,

unitamente alla logica del “partito liquido”, che vede un indebolimento del valore della militanza, ha

condotto anche il PD verso un modello di partito fondato su una delega plebiscitaria e

deresponsabilizzante ad una leadership demiurgica al livello nazionale e su un ampio margine

discrezionale lasciato agli amministratori al livello locale. Proprio al livello locale, inoltre, si stanno

sentendo gli effetti dell‟assenza di un momento di incontro tra le due anime del partito, come al livello

nazionale era stato invece l‟Ulivo. La segreteria di Bersani ha segnato un cambio di rotta rispetto a

questo modello, ribadendo la centralità del partito e recuperando il ruolo della membership, tracciando

inoltre un percorso per la definizione di un profilo politico e programmatico di partito progressista e

popolare.



L‟idea del Partito Democratico si è rivelata più che corretta. Nel contesto europeo, l‟unità dei riformismi

in una nuova prospettiva democratica è una scelta vincente, perché è del tutto evidente la parzialità

delle tradizioni cattoliche sociali e socialdemocratiche, legate indissolubilmente alle esperienze politiche

del Novecento e dell‟Europa, in un mondo in cui lo stesso peso relativo del continente europeo è

destinato a ridimensionarsi irreversibilmente a fronte di uno spostamento del baricentro politico verso

l‟Asia e il Sudamerica. Inoltre, dopo la stagione dei governi progressisti negli anni ‟90, si è entrati in una

fase politica particolarmente sfavorevole alle forze del socialismo europeo, in cui la destra ha

dimostrato un primato culturale e politico. Alla prova dei fatti, però, la destra europea non si è rivelata

altrettanto in grado di dare risposte; anzi, si dimostra ogni giorno particolarmente fragile sul piano del

governo della crisi. E, tuttavia, in nessun paese europeo è emersa finora con forza un‟alternativa

socialdemocratica. Al contrario, alle elezioni europee del 2009 si è assistito ad un arretramento storico

dei partiti del socialismo europeo, che ha consegnato al PD il primo posto in termini di rappresentanti

tra i partiti progressisti in seno al parlamento europeo, in un contesto internazionale che aveva visto,

invece, l‟affermarsi di forze progressiste alla guida delle due più popolose democrazie del mondo,

l‟India e gli Stati Uniti. Nei paesi emergenti, poi, nessuno dei partiti progressisti al governo è un partito

socialista o socialdemocratico, a dimostrazione della limitatezza delle nostre categorie politiche,

europee e novecentesche. La stessa decisione di creare, in seno al parlamento europeo, l‟Alleanza

Progressista dei Socialisti e dei Democratici è in questo senso emblematica.



Tutto ciò non deve assolutamente essere letto come una conferma della tesi, che le forze di sinistre si

sono ripetute per anni come un mantra, secondo cui con il crollo del muro di Berlino le ideologie erano

morte e si inaugurava una società post-identitaria, per cui anche i partiti, pena l‟anacronismo, dovevano

essere post-identitari. Ma cosa vuol dire post-identitari? Il berlusconismo, il leghismo, chi

ragionevolmente li definirebbe post-identitari? O forse non spargono a piene mani ideologia, cioè senso

comune, un sistema di concetti che viene prima della proposta politica e dell‟azione di governo,

costruendo narrazioni a cui le forze democratiche e progressiste non hanno saputo contrapporre nulla?

Chi definirebbe post-identitario il pensiero unico liberista che sottende all‟attuale assurda gestione

europea della crisi? Si tratta al contrario di capire come le ideologie e le identità del „900, che sono

tutt‟altro che vecchi arnesi di cui disfarsi, possano essere messe al servizio della costruzione di

un‟identità progressista, decisa e riconoscibile. Le forze democratiche devono affrontare una nuova

battaglia per la giustizia sociale, che risponda alle forme inedite in cui questa è messa in pericolo nel

XXI secolo al livello planetario.









TESI 2 - CARATTERI DI UN CICLO: ALCUNE RIFLESSIONI SUL QUARANTENNIO PASSATO







Siamo consapevoli di partecipare ad una fase storica di svolta. La crisi iniziata nel 2008 segna la

chiusura di un ciclo iniziato negli anni Settanta: il crack finanziario prima, la recessione economica poi

ed infine le attuali crisi del debito, con il parallelo acuirsi della questione sociale, sono avvertiti da buona

parte della popolazione come punti di rottura dell‟assetto economico e sociale che è prevalso nel corso

di questo ultimo quarantennio.



Ci sono state alcune caratteristiche distintive del pensiero politico-culturale di questo periodo,

riconducibili ad una visione neoliberista: prime fra tutte una visione semplicistica del mercato come

quell‟istituzione “naturale” che, lasciata a sé stessa, in assenza di ingerenze dei pubblici poteri, è in

grado di assicurare il massimo benessere individuale e sociale. Si è proceduto, nel nome di questa

visione, largamente egemone in questi anni, lungo la strada della moderazione salariale e della

flessibilizzazione del mercato del lavoro, si è esaltato il ruolo del risparmio nel favorire la crescita, si è

stigmatizzato l‟intervento pubblico, considerato al tempo stesso inefficiente e controproducente, si è

teorizzato lo Stato minimo con la demonizzazione del sistema d'imposizione fiscale e la

destrutturazione dello Stato Sociale.



E la stessa crisi scoppiata nel 2008 può essere ricondotta in buona parte all‟applicazione dei dogmi

neo-liberisti: la sua origine viene proprio da salari sensibilmente inferiori al tasso di crescita della

produttività, compensati, in particolare negli USA, con una politica del prestito facile, in un contesto

finanziario ormai senza vincoli nazionali dominato da diffuse opacità, da estrema volatilità e dal feticcio

della liquidità degli strumenti finanziari. Anche Obama, nel suo recente discorso in Kansas, ha

evidenziato questi aspetti negativi nello sviluppo economico dei recenti anni. Tutto questo ha generato

crescenti disuguaglianze, divari eccessivi fra i redditi da capitale e da lavoro, e squilibri internazionali

difficilmente sostenibili nel lungo periodo.







Le caratteristiche di questo quarantennio però non sono riducibili esclusivamente ai processi di

globalizzazione e finanziarizzazione dell‟economia, o a una rivoluzione politica conservatrice, ma sono

il frutto di un mutamento in buona parte “endogeno”, nel senso che è conseguenza del procedere della

divisione del lavoro (nazionale e internazionale) e del progresso tecnologico e, in buona parte, figlio

della degenerazione degli assetti sorti nel dopoguerra. Insomma, hanno giocato un ruolo decisivo

l'evoluzione nei consumi, nelle classi sociali, nelle produzioni, l'emergere delle economie del terzo

mondo, Cina e India in testa, gli enormi sviluppi nella tecnologia dei processi produttivi e nel sistema

delle comunicazioni.



Un peso decisivo ha avuto l‟evoluzione della struttura sociale dei paesi occidentali. Già all‟inizio degli

anni ‟70 era chiaro che il benessere generato durante il boom del secondo dopoguerra e l‟avanzare

spedito del processo di divisione del lavoro avevano prodotto, come risultato, l‟estensione di un ceto

medio enormemente differenziato al livello di reddito, al livello culturale, di stili di vita, ecc. E' proprio

l‟espansione del ceto-medio, con la connessa crescente domanda di remunerazione selettiva, che

costituisce la pulsione disgregatrice principale degli assetti emersi dalla II guerra mondiale. Un altro

aspetto dell‟evoluzione della struttura sociale è stato l‟aumento del peso della rendita finanziaria nella

distribuzione del reddito (e quindi anche del peso politico), per cui il modello principe dell'impresa

capitalistica è diventato la società per azioni e l‟attenzione dei risparmiatori si è spostata dalla

valutazione della redditività dell‟investimento alla previsione di come i mercati avrebbero valutato il

prezzo di un‟attività, rendendo estremamente volatili i prezzi (e specularmente il rendimento degli

investimenti) e richiedendo un elevata liquidità degli strumenti finanziari. Con il soddisfacimento

generalizzato dei bisogni primari connesso al crescente benessere, sono emersi poi prepotentemente

nuovi bisogni eterogenei: si è passati dalla società di massa alla società dominata dagli status symbol,

dove i “creatori di simboli” (calciatori, pop-star, uomini dello spettacolo, grandi pubblicitari, top manager,

ecc.) sono diventati la nuova classe di super ricchi.







Se leggiamo i “Trent‟anni” puramente con la chiave interpretativa del liberismo, senza indagare sulle

mutazioni sociali, non riusciamo a collocarvi il fenomeno Berlusconi. Egli vuole il laissez faire, laissez

passer solo per quanto riguarda la sua attività di imprenditore, ma non è contrario ad interventi pubblici

di sostegno a specifiche attività, come il sostegno finanziario alla diffusione dei decoder per la

televisione digitale terrestre o come addossare allo stato le passività Alitalia; non si pone certo problemi

d‟identità politica quando le politiche del suo governo si muovono in direzione contraria a quei principi

tipicamente liberali di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e di eguaglianza nei punti di partenza;

non si può certo dire che sia stato attivo nel realizzare concretamente quella teorica “concorrenza

perfetta”. E' stato piuttosto il garante di una serie di interessi del capitalismo italiano, dei ceti piccolo-

imprenditoriali del nord e della vecchia classe dirigente del sud, al crocevia fra istanze modernizzanti,

reazioni difensive alla globalizzazione, vecchio clientelismo all'ombra del potere pubblico e degli enti

locali.







In questo scenario, la crisi della sinistra nasce in quella che è stata chiamata “crisi fiscale dello Stato

Sociale”. Si è cioè diffusa nell‟opinione pubblica la convinzione che il crescente prelievo fiscale era solo

in parte il corrispettivo di prestazioni sociali utili, ma in parte significativa derivasse dagli sprechi

connessi ad una degenerazione burocratica dello Stato Sociale, al servizio non del cittadino ma del

pubblico impiego: una burocrazia pubblica volta unicamente a auto-perpetuare se stessa nei suoi

privilegi, a spese dei lavoratori. Piuttosto che per il carattere convincente delle sue ricette iperliberiste,

la “rivoluzione conservatrice” ha avuto buon gioco perché ha denunciato mali evidenti a tutti, davanti ai

quali le forze progressiste, soprattutto quelle di matrice socialdemocratica, non riuscivano, per limiti

culturali e assetti sociali e organizzativi consolidati (in primis il rapporto con i sindacati), ad elaborare

una risposta. La sinistra occidentale, infatti, aveva creduto, fin dalla I guerra mondiale, di bilanciare la

scelta di campo dell'economia di mercato con l‟idea che in un sistema capitalistico il progresso civile e

lo sviluppo della democrazia derivassero da un‟espansione della sfera pubblica. Da questa incapacità

della sinistra è derivato anche un fondamentale spostamento a destra dei ceti popolari e produttivi.







Un altro grande problema che ci lascia aperto questo ciclo quarantennale è quello dell‟assetto

democratico delle società occidentali, e in primo luogo di quella italiana, in cui questo problema fa

tutt‟uno col dibattito sulla c.d. “Seconda Repubblica”, cioè questo periodo di incertezza culturale e

istituzionale sui caratteri della nostra democrazia che perdura ormai da diciassette anni. E' innegabile

che abbiamo assistito su scala europea ad una trasformazione del sistema democratico che investe sia

il modo di concepirne il funzionamento, sia il suo concreto funzionamento e che riguarda tutti gli

elementi costitutivi del sistema: le istituzioni e i poteri che rappresentano, i partiti, la società. Quali sono

i contenuti di questa trasformazione?



1. La verticalizzazione della leadership, il mito del decisionismo e la conseguente personalizzazione

della politica nati come risposta alla richiesta di maggior efficienza, velocità e capacità di decisione nei

processi decisionali. Ne è derivato un modello di partito incentrato sulla figura del leader che, sciolto

dalla logica complessa dell‟organizzazione, si rapporta direttamente con i media per attirare il

gradimento di un‟opinione pubblica ritenuta ondivaga. Parallelamente all‟indebolimento della

membership e al processo di accentramento verticistico, i partiti hanno dovuto lasciare ampio margine

di manovra ai leader locali, che sono venuti naturalmente a coincidere con gli amministratori; un duplice

processo che ha portato ad un partito del leader al livello nazionale e ad un partito degli eletti al livello

locale.



2. Una scarto tra la costituzione materiale e quella formale, prodotto soprattutto tramite le leggi

elettorali e il comportamento dei partiti, che è consistito nello svilimento della democrazia parlamentare

e nello scivolamento in una forma di presidenzialismo di facciata non regolato, in cui la distinzione tra

potere legislativo e potere esecutivo si è fatta labile.



3. L‟emergere, il diffondersi e il radicarsi nel senso comune di una retorica antipolitica basata su una

contrapposizione artificiosa tra società partitica, descritta come casta impegnata esclusivamente a

perpetuare se stessa nei suoi privilegi, e società civile. Alla democrazia “partitocratica” (cioè la

democrazia rappresentativa di rilievo costituzionale) si oppone una fumosa democrazia “reale” o

“partecipativa”, emblematizzata da internet, ma che alla prova dei fatti si riduce spesso a manifestazioni

di gradimento, di sapore plebiscitario, verso il capopopolo di turno.

TESI 3 – IL CROLLO DI BERLUSCONI E IL RISVEGLIO DELLA SOCIETA’







L‟anno che abbiamo appena concluso ha visto il crollo della maggioranza berlusconiana. Dopo un

lungo processo di logoramento, all‟apice di un‟emergenza economica che rischiava di affossare

definitivamente il paese e ridurlo a catalizzatore di una crisi di dimensioni globali, si sono create anche

in Parlamento le condizioni per togliere la maggioranza ad un governo che già da 10 mesi navigava a

vista, sorretto da un‟improbabile puntello, l‟improvvisato gruppo dei Responsabili. Lo spread del debito

pubblico, indicatore di dubbia rilevanza economica, è diventato il simbolo della crisi di governo,

irrompendo violentemente nel dibattito italiano a testimone del fallimento di Berlusconi nella sua azione

di governo. Quasi a ricordarci ogni giorno che il mascheramento della crisi economica non ha

funzionato. Ma le ragioni della caduta di Berlusconi sono molto più profonde, la narrazione è più ricca e

non deve essere rimossa dal dibattito pubblico, perché rischiamo di assegnare un carattere contingente

a elementi strutturali e diamo modo alle destre di riorganizzare un terreno di confronto politico a loro

congeniale.







Ha avuto sicuramente un ruolo significativo la doppia sconfitta del centrodestra alle amministrative e ai

referendum, ma anche una stagione di risveglio di settori dormienti della società italiana. La

manifestazione “Se non ora, quando?” è stata il segno di un‟insofferenza profonda dei ceti medi

intellettuali nei confronti di uno stile istituzionale di gestione del potere, rivelando nella stesso tempo

una nuova consapevolezza rispetto a conquiste civili sul ruolo della donna che forse si davano troppo

prematuramente per vinte da quarant‟anni a questa parte. I movimenti referendari per l‟acqua e per i

beni comuni, che hanno tenuto assieme una vasta pluralità di forze sociali, dall‟ambientalismo al mondo

cattolico e alla sinistra, hanno ridisegnato un‟agenda politica caratterizzata fino a quel momento, nel

rapporto fra Stato e società, dall‟ossessione dello Stato minimo e dalla libertà personale intesa come

istinto all‟individualismo irresponsabile, rimettendo al centro la questione del pubblico in Italia e della

sostenibilità civile, economica ed ambientale di un modello di sviluppo incentrato sull‟uso illimitato delle

risorse. Le mobilitazioni giovanili sulla precarietà, a partire dal comitato “Il nostro tempo è adesso” e

dalla manifestazione del 9 aprile, hanno acceso i riflettori sulla questione del lavoro, interpretato in

questi anni come pura variabile dipendente della crescita economica, e hanno trasformato la precarietà

da questione sindacale, come era stata negli anni del centrosinistra al governo dal 2006 al 2008, a

questione politica generale. Le battaglie contro la riforma Gelmini, che sono vissute negli atenei italiani

nell‟autunno scorso, sono state il collettore di istanze diverse: si sono uniti il grido disperato dei giovani

ricercatori preoccupati del loro futuro e del decadimento delle istituzioni universitarie e l‟esigenza degli

studenti di affermare una soggettività non riconosciuta dalla società. A queste mobilitazioni, possiamo

aggiungere gli scioperi sindacali e le proteste rispetto agli accordi di Pomigliano e di Mirafiori, che, a

prescindere dalle questioni strettamente sindacali, ponevano il problema degli effetti di una

globalizzazione affidata esclusivamente alla competizione sul costo del lavoro e di una politica

industriale completamente assente dall‟azione governativa. Il mondo della cultura, nel contestare i tagli

alla produzione culturale, ha dimostrato di voler affrontare una riflessione più generale sulla crisi di un

paradigma politico-culturale, sul sapere nella società moderna e sul ruolo dell‟intellettuale, condendo

l‟occupazione del Teatro Valle in primis, ma poi tutti i vari momenti di protesta, con espressioni creative

di impegno civile.



C‟è stato, insomma, un risveglio nella società. Ha viaggiato in maniera molecolare, su istanze

particolari che affermavano, però, questioni generali. Sono stati diversi i canali attraverso i quali si sono

organizzate le mobilitazioni: sindacati, quotidiani d‟opinione, associazioni, centri sociali, salotti,

parrocchie, social network, in un intreccio variegato di soggetti e strumenti. Tutti questi movimenti

hanno visto la presenza dei Giovani Democratici, così come il partito, a servizio di questo risveglio e

mai con l‟intento di strumentalizzarlo per operazioni mediatiche di protagonismo, tipiche di una stagione

da chiudere definitivamente. È stata una presenza dialettica, che, nel sostenere i movimenti, ha evitato

coscienziosamente di esaurire la propria soggettività politica in una somma delle differenti particolarità,

ma, anzi, non ha rinunciato a segnalarne i limiti di maturità e le carenze negli sbocchi politici.

Molte di queste proteste hanno poi avuto un momento di convergenza nella manifestazione del 15

ottobre. Perché ci è rimasta tanto impressa quella manifestazione? Sicuramente perché la violenza di

quel giorno ha segnato una pagina brutta di questa stagione di risveglio politico e perché abbiamo visto

in pericolo, sulla nostra pelle, la stessa libertà di manifestare democraticamente. Ma non è solo quello.

È anche la consapevolezza che in quella manifestazione, momento più alto di elaborazione e di sintesi

di un pezzo del movimento, e segnatamente quello nato nell‟incontro fra FIOM, centri sociali, movimenti

per i beni comuni, si sono mostrati contemporaneamente tutte le potenzialità e tutti i limiti di una

determinata costruzione dell‟alternativa al neoliberismo. Ad una lettura approssimativa, ma

tendenzialmente corretta, della crisi globale, si è accompagnata, negli spazi di discussione online e

nell‟assemblea all‟ex-cinema Palazzo, una piattaforma con venature antipolitiche e giustizialiste e con

un sostanziale rifiuto della democrazia rappresentativa nel nome della riappropriazione e

dell‟autorganizzazione dei beni comuni. Se l‟Europa come discorso politico e il mondo come luogo della

protesta, che stavolta più di altre hanno visto il supporto dei nuovi strumenti di comunicazione, sono

stati un punto di forza di una critica radicale al pensiero dominante degli anni scorsi e il sale di una

inedita partecipazione democratica, la teorizzazione del conflitto come unica prassi politica e dell‟unità

inviolabile del movimento hanno portato alla sua autoreferenzialità e a farlo rimanere fermo rispetto alla

ricerca di un‟interlocuzione con i partiti e con gli altri soggetti sociali che non fosse fondata sulla loro

subalternità rispetto al movimento stesso. L‟esaltazione della destatalizzazione e della delega diretta e

deregolamentata ai corpi sociali è stata uno dei caratteri di questa mobilitazione, che non a caso

comunica su Twitter sotto l‟ashtag “Occupy”. Alla ricerca di una nuova dimensione del vivere collettivo

si è data una risposta limitativa, perché si è preferito espellere il problema della cittadinanza e della

rappresentanza.



La violenza di quel giorno, espressione più preoccupante dei limiti intrinseci in quella manifestazione,

ha segnato definitivamente un solco nella costruzione di un movimento che potesse maturare e dotarsi

di una piattaforma politica più robusta e condivisa. I Giovani Democratici ci sono stati, e la nostra

partecipazione insieme al comitato “Il nostro tempo è adesso” ha segnato un punto di presenza politica

che ci ha reso interlocutori credibili delle esperienze di movimento, ma adesso dobbiamo avere la

consapevolezza che il nostro obbiettivo per i prossimi mesi non è né fiancheggiare dall‟esterno, né

voltare lo sguardo dall‟altra parte. Il nostro obbiettivo è portare sempre più una nostra narrazione e

un‟autonoma lettura dei problemi nell‟interlocuzione con le altre realtà organizzate del movimento,

soprattutto quelle a noi culturalmente più vicine, e con la nostra generazione in generale, a partire dai

suoi luoghi di socialità. Possiamo imparare molto dalle esperienze sociali che si sono rese protagoniste

di questo risveglio, dalla loro elaborazione e dalle loro pratiche; nello stesso tempo, possiamo dare

anche noi un contributo alla costruzione di sintesi più avanzate e candidarci, in ultima battuta, a

rappresentarle a livello politico, sempre immersi nella sfida di ricostruire quel legame più saldo fra

politica e società che è elemento imprescindibile della democrazia.





Le cause dello sfaldamento della maggioranza berlusconiana, la più grande nella storia della seconda

repubblica, non si possono ricercare solo nello spread o nell‟opposizione politica di partiti e movimenti

sociali. Ragionare sui motivi che hanno portato all‟indebolimento di Berlusconi dentro un PDL

balcanizzato, alla fuoriuscita di Fini e adesso alla rottura dell‟alleanza con la Lega Nord, non è

argomento futile o da storici, e sarà una delle questioni su cui dovremo interrogarci più a fondo. Infatti,

parlare della crisi di Berlusconi consente di identificare più facilmente i caratteri del berlusconismo, del

perché intorno a questa ideologia si sia cementato un blocco sociale egemonico in questo paese.

Significa cioè lavorare per uscire definitivamente e in maniera progressista da questo decennio.



Le questioni sono molte: l‟isolamento europeo e internazionale, particolarmente evidente nella vicenda

libica, i contrasti con la Chiesa sul caso Boffo, l‟impatto della crisi economica sul tessuto produttivo

italiano, gli scandali privati di Berlusconi, le grane giudiziare del primo ministro e le inchieste sulle lobby

illecite che lavoravano all‟ombra del governo, i contrasti fra Lega e PDL e quelli fra Tremonti e gli altri

ministri. Non può essere considerato un caso il fatto che la fronda interna alla maggioranza, che ha

portato poi alla costituzione di Futuro e Libertà, nasca all‟apice del trionfo della destra, cioè dopo quelle

amministrative del 2010 che avevano visto un deciso avanzamento delle forze governative e

soprattutto della Lega Nord, con la conquista delle presidenze regionali in Veneto e in Piemonte.



Queste riflessioni le dovremo fare noi in primo luogo, per un motivo semplice. Noi siamo nati nel

berlusconismo. La politica che abbiamo visto, che abbiamo sentito, che abbiamo vissuto intorno a noi

era impregnata di questa ideologia. Abbiamo assorbito le sue categorie e i suoi punti di vista. Il brodo

culturale nel quale siamo stati immersi e i ragionamenti sui quali siamo stati coinvolti e chiamati ad

esprimerci, soprattutto una organizzazione giovane come la nostra, sono stati il frutto di questo sistema

politico, di cui il centrosinistra ha fatto parte a pieno titolo. Chiuderci per mesi in discussioni sulle

primarie come forma identitaria del Partito Democratico, logica conseguenza della decisione di fondare

il partito con quello strumento e con quell‟impostazione politica, oppure pensare che le riforme

istituzionali fossero l‟unico terreno di confronto con il centrodestra, come per un periodo subito dopo le

elezioni del 2008 abbiamo fatto, sono stati esempi di come il PD per primo sia stato parte attiva di una

distorsione tecnocratica e populista del dibattito politico italiano. Non bisogna banalizzare e mitizzare il

peso simbolico di Berlusconi, ma riconoscere che ad un certo punto ha rappresentato qualcosa di più in

questo paese che non il leader della coalizione di centrodestra. Ecco, il primo passo sarà proprio

questo: riportarlo con i piedi per terra e ricondurlo ad emanazione, seppure peculiare, della forma

populistica che la destra ha avuto in questo ciclo quarantennale in Europa. Se siamo nati nel

berlusconismo, dovremo essere i primi ad uscirne, perché altrimenti perderemo il contatto con una

generazione che la crisi economica e i problemi quotidiani hanno già portato oltre.









TESI 4 – IL GOVERNO MONTI E IL RUOLO DEI GD







La via d‟uscita dalla crisi politica del governo è stata la formazione del governo Monti. Un governo

politico, nato per un‟emergenza tutta politica, grazie alla lungimiranza del Presidente della Repubblica e

al senso di responsabilità del Partito Democratico. Nasce in Parlamento e ne ha il sostegno, ma la sua

legittimazione è debole non perché sia formato da tecnici o perché non abbia il sostegno dalla

maggioranza così come è uscita dalle ultime elezioni. La debolezza del governo Monti risiede

nell‟ambiguità con cui il PDL lo sostiene, un misto di timido silenzio e sparate populiste, e nei limiti

profondi di questa legislatura parlamentare, frutto del meccanismo incrociato di una legge elettorale

pericolosa e di partiti deboli, che ha creato una sorta di “palude” che vive di trasformismo.



È un governo necessario. Ci deve riportare in Europa. E deve riportare un po‟ l‟Europa verso l‟Italia,

perché se c‟è una nazione che soffre il basso tasso di europeismo delle politiche europee e il richiamo

esclusivo all‟austerità in questo momento siamo proprio noi. Questa è la sua prima missione ed è

quello che deve giustificare il sostegno dei Giovani Democratici a questo governo. Dobbiamo essere

coscienti della portata del momento storico, e capire che è necessario che l‟Europa faccia

urgentemente un salto di qualità per salvare se stessa. Non ci sono margini su questo per ambiguità,

anche se non è semplice spiegare alla nostra generazione, già disillusa dalla politica, che tagli e misure

di scarsa equità sociale sono bocconi da ingoiare per riportare il nostro paese ad un tavolo di trattative

europeo.



Non è un governo di centrosinistra. La maggioranza parlamentare che lo sostiene non ha un

programma di governo condiviso ed è composta anche da coloro che ci hanno portato a questo

disastro. Questo è il motivo per cui non possiamo e non potremo essere d‟accordo con tutte le misure

che esso prenderà, e per cui molti interventi, che noi avremmo fatto, questo governo non potrà metterli

in piedi. Se gli orizzonti dell‟azione governativa sono rigore, equità e crescita, il modo in cui questi sono

declinati va di volta in volta valutato alla luce della nostra idea di sviluppo del paese e di riforma delle

istituzioni. Nella manovra approvata a dicembre, sul piano dell‟equità si poteva fare di più; se la

direzione di marcia è quella giusta, con una forma di tassazione patrimoniale e un contributo di

solidarietà a carico dei super-ricchi, con qualche incentivo per l‟innovazione, ecc., la quantità è

insufficiente, e si accompagna ad alcune misure sinceramente odiose, come la deindicizzazione delle

pensioni. L‟atteggiamento del PD e dei GD dovrà essere costruttivo nell‟incidere sulle decisioni del

governo, ma capace di dare segnali chiari rispetto alla nostra idea per lo sviluppo del paese, in un

confronto costante con le forze sociali. Se alcune manifestazioni popolari, contrarie ad alcuni

provvedimenti del governo, avranno un atteggiamento costruttivo e si porranno in una logica congeniale

al disegno politico, così come uscirà dal congresso, di cui siamo portatori, allora dovremo dialogare con

quella piazza. Diverso è il caso ad esempio delle manifestazioni studentesche che hanno seguito la

formazione del governo Monti, invero piuttosto minoritarie, convocate su una piattaforma che

riconosceva in questo nuovo governo solamente l‟espressione tecnocratica della politica del ciclo

passato.



Il governo della ricostruzione, che ci consenta di mettere in pratica il nostro programma per uscire dalla

crisi economica e dalla crisi delle istituzioni, non è necessariamente questo, ma si costruisce a partire

da questo e da questa fase politica in Parlamento e nel dialogo fra le forze politiche e con la società.

Non dobbiamo correre il rischio di pensare che questo governo sia una sospensione o un

commissariamento della politica, limitandoci magari esclusivamente a sottolineare dei distinguo rispetto

all‟azione governativa per conservare un nostro blocco sociale di riferimento. Non dobbiamo nemmeno

pensare che il governo, libero dal vincolo della presenza dei politici, potrà fare i sacrifici necessari a

rimettere in sesto i conti pubblici e attuare riforme impopolari, lasciando la politica libera di riprendere

un suo corso naturale nel momento successivo: sarebbe l‟atteggiamento migliore per tenere in vita il

berlusconismo e rinunciare a ridare dignità alla politica e ai partiti. Al contrario, questa è la fase in cui la

politica, e per primo il PD, deve marciare sempre più velocemente, in cui deve riannodare i fili di un

rapporto con la società e le giovani generazioni sulle scelte di fondo che il paese dovrà prendere nei

prossimi anni, in cui deve sviluppare narrazioni che contribuiscano a dare senso alla vita collettiva, in

cui deve completare la costruzione del partito a partire da nuove prassi, ridando dignità alla

rappresentanza politica. Europa, modello di sviluppo, istituzioni, sono orizzonti sui quali bisognerà, in

una direzione o in un‟altra, imboccare nei prossimi anni cammini che decideranno il futuro della

democrazia italiana. Ogni movimento, istanza della società, partito politico, che vada nella direzione

della ricostruzione del paese su una strada compatibile con la nostra, deve essere oggetto in questo

senso della nostra attenzione e coinvolto nella costruzione di una vasta alleanza politica e sociale. In

questa fase e su questo progetto ogni soggetto politico e sociale con cui interloquiremo non potrà

rimanere uguale a se stesso, ma nel nome della costruzione complessiva di un progetto di governo di

portata costituente dovrà mettere in gioco la sua stessa identità. I GD dovranno essere i primi, assieme

al nostro partito, a mettersi alla guida di questo processo, sicuri che solo sul successo di questa sfida si

misureranno le capacità di una nuova classe dirigente. È adesso che va combattuta la battaglia più

dura per uscire dal berlusconismo, quella che ci consente di ribaltare non solo una maggioranza, ma di

chiudere un ciclo e abbattere definitivamente un sistema politico. Questa sfida spetta soprattutto a noi.

È a noi che spetta, nel coinvolgimento continuo e nel confronto con le nuove generazioni, andare alla

ricerca di categorie politiche all‟altezza dei problemi che vogliamo affrontare. È a noi che spetta

affermarle nella nostra generazione e nella società.









TESI 5 - LA CITTADINANZA DEL XXI SECOLO: IL RUOLO DI UNA GENERAZIONE POLITICA







“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto

la libertà e l‟eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l‟effettiva

partecipazione di tutti i lavoratori all‟organizzazione politica, economica e sociale del Paese” Art.3

Costituzione della Repubblica Italiana







• All‟Italia ed all‟Europa spetta oggi fare scelte di fondo che chiudano questo ciclo quarantennale e ne

aprano un altro. Queste scelte determineranno verso quale modello di società il nostro paese vuole

tendere. Non bisognerà fare lo stesso errore del 2008, quando si pensava, di fronte alla catastrofe della

crisi economica, che fosse sufficiente l‟evoluzione naturale degli eventi per sconfessare un pensiero

trentennale: un nuovo corso non sorgerà automaticamente dal fallimento del vecchio, ma c‟è bisogno di

una visione politica di fondo che guidi coscientemente i processi politici ed economici. Ma, per questo,

è necessario in primo luogo recuperare una concezione di politica come il compito storico che abbiamo

davanti, rigettando quella visione che riduce la politica ad ordinaria amministrazione.

Noi siamo dentro la storia e rifiutiamo il massimalismo e l‟antagonismo: siamo figli dello storicismo e del

materialismo storico, dell'idealismo crociano, del pensiero cattolico democratico, dell'etica kantiana

della responsabilità, dell'illuminismo repubblicano. I nostri punti di riferimento sono l'antifascismo e la

Costituzione repubblicana. Solo così, con il recupero della responsabilità morale e delle radici storiche

della politica, è possibile chiudere questo ciclo quarantennale e porre le basi per un mondo più giusto,

più equilibrato. Riscopriamo quindi i motivi per una rinnovata militanza in un‟organizzazione giovanile: il

ruolo generazionale come ruolo storico, perché noi vogliamo cambiare il mondo. E proprio per poter

svolgere questo ruolo, nella società odierna, abbiamo bisogno dei Giovani Democratici come

organizzazione giovanile di massa, capace di penetrare in ogni piega della società e di esercitare una

direzione politica dei processi.



• Al comunitarismo e all'individualismo contrapponiamo la società plurale e solidale e l'emancipazione

della persona nelle sue relazioni sociali. Società plurale e solidale vuol dire riconoscere il valore delle

differenze religiose, culturali, di genere, proprie dell'individuo, nel nome di principi etici condivisi e del

metodo democratico, propri di una società. E si deve accompagnare allo sforzo collettivo della società e

delle istituzioni per mettere ognuno nelle condizioni di esprimere la sua libertà senza soggezioni: la

dignità dell‟uomo conosce continuamente nuove sfide e continuamente è messa in pericolo in forme

inedite. Oggi si rischia, ad esempio, una nuova profonda frattura sociale tra chi è padrone di un sapere

e chi ne è succube, tra chi è incluso in un processo di apprendimento e chi ne è escluso, con un

ampliamento delle disuguaglianze di reddito, giacché la quantità del lavoro è sempre meno misura della

sua remunerazione, che viene maggiormente a dipendere dalla qualità, dalla qualificazione e dalla

responsabilità nel processo produttivo. Libertà ed emancipazione sono l'unico modo per permettere

all'uomo di sviluppare la propria soggettività in costante relazione con gli altri.



• Noi siamo la polis, e siamo cittadini di questo mondo, anche se cittadini “incompiuti” a causa di una

rappresentanza politica privata di mediazioni e ridotta al populismo, di un patto sociale rotto dalla

precarietà e dalla disoccupazione senza opportunità e diritti, dell'istruzione statale indebolita dai

continui tagli, non adeguata al suo ruolo nella società. Il ruolo di supplenza, spesso svolto, in Italia, da

famiglie, partiti, comunità locali, Chiesa, non è più sufficiente, perché anche quelle istituzioni sono

parzialmente in crisi, indebolite da questo ciclo storico-politico. Affermare la cittadinanza del XXI secolo

è quindi il compito di una generazione politica, perché è passaggio necessario per ricreare quel

rapporto fra individuo e società che consenta al più debole di uscire da una condizione di subalternità,

per affermare le possibilità di sviluppo della persona umana e l‟effettività e la pienezza della

partecipazione democratica. Servono istituzioni nuove e modelli di sviluppo adeguati alle sfide della

globalizzazione e della società odierna, e per affermarli non basta un programma, ma serve la capacità

collettiva di aprire un terreno di riflessione e di azione politica che coinvolga direttamente la mappa dei

poteri italiana, stimolando processi di cambiamento in tutti gli spazi democratici del vivere civile.

Significa disegnare il perimetro di una battaglia politica che tenga assieme una costante tensione alla

democrazia con la sfida per uno sviluppo economico-sociale equo e sostenibile, in cui società della

conoscenza, welfare universalistico, riforma dell‟istruzione siano aspetti strettamente intrecciati che non

possono camminare disgiuntamente. Su queste basi possiamo essere in grado di mobilitare un paese

intero verso una riscossa civile e offrire una piattaforma credibile per una generazione che deve

pensare e mettere in moto una politica diversa da quella egemonizzata dal berlusconismo.



• La prima questione per ripensare la cittadinanza del XXI secolo è interrogarci su dove risieda la

sovranità oggi e sulla legittimità democratica delle decisioni politiche. Il processo di declino degli Stati-

nazione, privi della possibilità di fare guerre e di conquistare colonie, non ha parallelamente lasciato

spazio ad altri luoghi sovrani per risolvere i conflitti e pianificare il futuro. La sovranità europea è

l'obiettivo, che deve essere raggiunto favorendo opportunità d'accesso indiscriminate alla dimensione

europea e integrando i sistemi politici, economici, sociali e culturali. L‟Europa non deve più essere,

com‟è stato nella logica neoliberista che l‟ha guidata negli anni ‟90-„00, solo il luogo delle elites

economiche e politiche, il luogo della negoziazione intergovernativa, ma deve essere sempre più uno

spazio comune, dove far sviluppare nell‟opinione pubblica un‟agenda politica condivisa sul futuro dei

paesi UE e sul ruolo che essi devono svolgere nel mondo, dove si devono intrecciare sempre di più

sensibilità culturali, processi economici, esperienze di vita. E‟ l‟unico modo per evitare il risorgere di

nazionalismi o pericolose derive xenofobe, come sta invece accadendo in Ungheria o come lasciano

presupporre le inquietanti reti di complicità dietro l‟attentato in Norvegia. Sul terreno strettamente

politico, la questione è superare la dimensione intergovernativa del governo dell'Unione Europea e

rafforzare i partiti europei e il loro luogo di confronto, il parlamento.

• Il dibattito ad oggi in Europa è tutto incentrato sull'agenda imposta dai conservatori, sul falso

dilemma fra stabilità e crescita, sull‟austerità fiscale come panacea a tutti i mali. La spinta verso riforme

internazionali incisive della regolamentazione finanziaria, che era forte al sorgere della crisi, va via via

indebolendosi man mano che il comparto finanziario sembra riacquistare profili di maggiore stabilità, e i

risultati del G20 rimangono deludenti. Infine, di fronte alle prime difficoltà di bilancio derivanti

dall‟aumento dei deficit pubblici e dall‟arresto della crescita, l‟Europa si è arroccata nuovamente in una

visione monetarista: stabilità monetaria e tagli. Visione che non fa che alimentare la spirale recessiva. Il

punto dovrebbe essere, invece, la costruzione del modello sociale europeo, nell'ottica non solo

dell‟apertura dei mercati, ma della convergenza dei sistemi economici e dell'armonizzazione delle

politiche economiche e sociali attraverso una governance economica europea, a partire dalla gestione

comune del debito e da investimenti comuni (eurobond, riforma della BCE), per una cittadinanza

veramente europea. Deve essere fondato su politiche pubbliche per uno spazio europeo della ricerca e

dell'innovazione, e portare ad uno sviluppo incentrato sulla domanda e sulla riduzione degli attuali

squilibri fra paesi e dentro i paesi.









TESI 6 - CRISI DELLE ISTITUZIONI E CRISI ECONOMICA: SOCIETA‟ DELLA CONOSCENZA E

WELFARE UNIVERSALE







• Riforma delle istituzioni, elemento necessario per affermare una rinnovata cittadinanza, significa

ripensare lo spazio democratico, e definire ruolo, regole e confini dello Stato, degli enti locali, del

mercato, dei partiti, della società intesa nei suoi mille rivoli diversi. Non possiamo disgiungere l'obiettivo

di una nuova legge elettorale, che faccia ritrovare una capacità di rappresentanza dei partiti in

Parlamento e assicuri la governabilità, o il diritto di voto da attribuire ai residenti stranieri in Italia, da

liberalizzazioni che amplino gli spazi del mercato in settori non caratterizzati da monopoli naturali o da

un sistema fiscale che sposti il peso della tassazione sulle rendite finanziarie e immobiliari, o altri

esempi similari, perché la questione è come orientare sempre più in chiave democratica la mappa dei

poteri italiana nell'ottica della capacità del sistema di assumere un ruolo nel contesto europeo e

mondiale. Efficienza, equità e democrazia vanno di pari passo per creare una società più giusta e

ridare all'Italia una spinta propulsiva di cui le giovani generazioni hanno bisogno.



• Negli anni '90 e 2000 la forbice delle disuguaglianze è cresciuta enormemente, e la crisi ha

impattato su una situazione già socialmente difficile, costringendo alla chiusura migliaia di imprese e

aumentando vertiginosamente le ore di cassa integrazione e i licenziamenti. I risparmi delle famiglie, in

Italia consistenti, si stanno assottigliando e rischiano nei prossimi anni di non riuscire più a svolgere

quella funzione di ancora di salvataggio rispetto a un welfare strutturalmente inadeguato. I più

penalizzati, da questo punto di vista, sono i giovani e le donne. Questa è l'emergenza: misure di

protezione sociale, lavoro e piccole opere, sostegno ai consumi per le fasce deboli, per far ripartire la

domanda interna, senza la quale non vi è una crescita endogena.



• Davanti ai cambiamenti nel sistema economico mondiale degli ultimi decenni, i paesi europei

possono scegliere tra due vie: lo sfruttamento del lavoro, in un processo di ricambio sempre più

frequente della forza lavoro occupata, mirando ad una competizione di prezzo sui mercati

internazionali, oppure l‟arricchimento e la riqualificazione continua del lavoro, interpretando la flessibilità

come mobilità sostenuta da un elevato patrimonio professionale e mirando ad una competizione

internazionale basata sull‟innovazione. Puntare sull'innovazione di prodotto e di processo, che poi vuol

dire creare la società della conoscenza. Non basta investire su scuola, università e ricerca (che pure è

indispensabile), ma attrezzare un contesto complessivo favorevole a questa trasformazione del sistema

produttivo italiano, compresa la valorizzazione del lavoro, la formazione, le infrastrutture,

amministrazioni trasparenti ed efficienti, un sistema finanziario efficiente. Il corollario è favorire una

nuova imprenditorialità e l‟apertura di una pagina più avanzata del capitalismo italiano, che coniughi

territorio, vocazione sociale, apertura internazionale, capacità di fare rete, rapporti con gli enti di ricerca,

e consideri il lavoro come snodo fra queste relazioni. Quindi, per fare due esempi di cui si discute

molto, a cambiare deve essere non solo il diritto del lavoro o il sistema d‟istruzione, perché la scelta

rispetto a quale modello di sviluppo tendere non è una questione tecnica o economicista e che

consegna alla politica solo una parzialità di problemi separati da affrontare e risolvere rispetto a

interessi contrapposti. La scelta sul modello di sviluppo è, invece, il crinale sul quale passa la differenza

fra reazione e democrazia, fra chi vuole mantenere il potere concentrato in una mappa predefinita ed

esclusiva di relazioni e chi pensa, nell‟incessante movimento della storia, ad un‟evoluzione democratica

delle relazioni politiche all‟insegna dell‟inclusione sociale. In questo senso la società della conoscenza

può essere, prima di tutto, la forma di un nuovo compromesso fra capitale e lavoro, in cui il rapporto

non sia più quello di dipendenza del lavoro dal capitale in cambio di una serie di diritti.



• Esiste quindi una tendenza potenziale, consistente nella possibilità di superare il lavoro “astratto”, il

lavoro meramente esecutivo, con il lavoro come espressione della creatività e delle qualità della

persona. Questa tendenza si scontra da un lato con le contraddizioni presenti nella gestione d‟impresa,

in molti casi ancora legata ad un‟organizzazione del lavoro di tipo tayloristico, e dall‟altro con una

ideologia della flessibilità che ha portato alla moltiplicazione delle forme contrattuali e ai tentativi di

competere esclusivamente sul costo del lavoro. Il lavoro oggi, invece, non può più essere inteso solo

come fonte di reddito per consumi, ma come realizzazione della personalità e contributo alla società. Il

paradigma della società dei consumi sta crollando con il lento assottigliarsi in questi anni della classe

media, che sta perdendo la funzione di classe generale e vede messa in crisi la sua stessa identità, ma

ancora permangono le contraddizioni esplicitate sopra. Il riconoscimento di questo valore sociale del

lavoro deve essere fondamento del patto sociale di diritti e doveri della cittadinanza moderna. Vuol dire

abbandonare il dualismo del mondo del lavoro, a cui si aggiunge la posizione peculiare dei lavoratori

stranieri, confermare il contratto unico nazionale, riportare il lavoro flessibile ad una dimensione interna

alle imprese, affrontare la questione di un nuovo welfare che accompagni i percorsi lavorativi

individuali, ripensare l‟impresa e le forme di distribuzione del profitto.



• Il PD e i GD hanno cominciato da tempo a dare risposte chiare su alcuni dei problemi legati alla

società della conoscenza: l‟urgenza sociale di un forte investimento in istruzione che garantisca

l‟effettività del diritto allo studio, la necessità che un‟ora di lavoro flessibile costi più di un‟ora di lavoro

stabile, ecc. Si tratta di capire che tutto ciò ha un senso solo se l‟uniamo ad una riflessione sulla

rinascita del sistema di welfare, abbandonando l‟assetto laburistico-corporativistico per una

complessiva evoluzione in senso universalistico.



In particolare, a causa delle mutazione del mondo del lavoro, all‟interno del sistema di welfare è

assolutamente prioritario riorganizzare il sistema degli ammortizzatori sociali. L‟affermazione di schemi

di ammortizzatori sociali universalistici significa, nel concreto: scollegare la titolarità dei diritti delle

prestazioni del sistema di welfare sia dalle appartenenze lavorative, che oggi rischiano di rivelarsi

sempre più instabili, sia dalle diverse posizione contributive, che divengono prive di senso ove si

consideri l‟estensione del lavoro parasubordinato; in un‟ottica di solidarietà, significa finanziare le

prestazioni tramite la fiscalità generale; significa strutturare un sistema di politiche attive del lavoro, da

affiancare alla tradizionali prestazioni monetarie a titolo di sostegno al reddito o a copertura del rischio

di disoccupazione, di modo da consentire una continua riqualificazione della forza lavoro e da

incrementarne la possibilità di essere nuovamente occupati (quest‟ultimo aspetto fa tutt‟uno con la

costruzione di un sistema di formazione continua).









TESI 7 - L’ISTRUZIONE NEL DOPO QUARANTENNIO







• Per costruire la cittadinanza del XXI secolo non si può prescindere da un ripensamento del sistema

d‟istruzione italiano. In particolare, la scuola italiana è ancora una scuola profondamente classista, sia

perché l‟impianto fondamentale gentiliano ha resistito ai successivi interventi sulla scuola, sia perché

risulta profondamente inadeguata a rispondere ai mutamenti negli assetti economici e sociali intervenuti

nell‟ultimo quarantennio. Il riferimento fondamentale è allora ancora all‟Art. 3, co. II, Cost. Se con

questo articolo si riconosce l‟esistenza di situazioni di diseguaglianza di fatto e se si assegna alle

istituzioni il compito di rimuovere tali situazioni, allora il sistema d‟istruzione diviene una delle principali

forme concrete con cui le istituzioni provvedono allo sviluppo della persona e alla creazione del legame

di cittadinanza che è al centro del rapporto fra individuo e società.



In particolare vanno assolutamente innalzati a 10 gli anni d‟istruzione uguali per tutti. Non si può

pensare, infatti, ad un‟istruzione limitata alla formazione professionale, sia pure intesa in senso ampio

come preparazione del lavoratore ad un certo ruolo lavorativo. L‟istruzione deve andare oltre, e questo

è il primo motivo per cui deve essere pubblica, poiché il mercato favorirebbe soprattutto la formazione

professionale. L‟istruzione ha poi la funzione perequativa di limitare il rischio che la differenziazione

delle qualifiche lavorative, e la stratificazione sociale che ne deriva, tendano a cristallizzarsi. È dunque

fondamentale un periodo iniziale il più lungo possibile (al limite coincidente con la scuola dell‟obbligo) di

istruzione generale, prima che le strade formative si separino a seconda degli indirizzi professionali

prescelti. Non si possono disgiungere questi necessari provvedimenti da una urgente riforma dei

contenuti dell‟insegnamento volta ad un integrazione (e non ad una separazione) dei saperi,

all‟interdisciplinarità, a far maturare competenze più che a trasmettere conoscenze. Ma non si può

prescindere neanche da un serio sistema di valutazione del sistema d‟istruzione, degli istituti e della

classe docente.



• Bisogna, inoltre, rimettere al centro la ricerca e l‟università italiana mediante il recupero della sua

funzione pubblica ed istituzionale, intesa come principale fonte di sviluppo sociale, culturale ed

economico del paese e di costruzione delle opportunità per la realizzazione del principio di equità e di

mobilità sociale. Non siamo ancora arrivati cioè a costruire l‟università di massa, al tempo stesso guida

e servizio del proprio territorio e laboratorio funzionale ad un modello di sviluppo incentrato

sull‟innovazione.



Le risposte date negli ultimi anni si collocano in totale controtendenza rispetto alla necessità di un

aumento delle opportunità; infatti le risorse per il diritto allo studio sono diminuite in modo drammatico: il

governo uscente ha previsto un taglio del 95% al fondo integrativo per il diritto allo studio, le cui risorse

dal 2010 al 2013 passeranno da 150 milioni di euro a poco più di 10 milioni. Oggi l‟Italia continua a

gestire il sistema universitario seguendo logiche burocratiche che lo hanno svuotato di gran parte della

propria autonomia e funzione. Il potere centrale, negli ultimi anni, ha avviato un processo di

centralizzazione che ha ottenuto come unico risultato un conflitto perenne con il mondo accademico,

senza peraltro riuscire a riformarlo ed a limitarne i vizi; l‟università è stata governata male e le esigenze

della formazione sono passate in secondo piano rispetto alle necessità di controllo della spesa. Il

disegno di legge Gelmini rappresenta l‟esasperazione di queste logiche burocratiche, senza puntare,

piuttosto, a “forme evolute di autonomia”, che possano rendere effettivo un percorso di sviluppo

dell‟università e della ricerca pubblica in Italia da realizzarsi all‟insegna del principio di “autonomia e

responsabilità”. Bisognerebbe, infatti, introdurre una seria valutazione, come uno dei criteri per

l‟assegnazione delle risorse, che dovrà riguardare tanto la ricerca scientifica quanto i servizi ed il

sostegno agli studenti.



Una vera riforma dell‟università deve puntare alla valorizzazione dei saperi acquisiti e deve consentire a

ciascuno, al di là delle condizioni socio-economiche di partenza, di realizzarsi e di sprigionare le proprie

energie: una riforma fondata sulla “libertà dal bisogno”, in cui i capaci e meritevoli, anche se privi di

mezzi, possano raggiungere i massimi obiettivi e realizzarsi nel mondo del lavoro mediante

l‟opportunità di svolgere un lavoro qualificato. La politica deve farsi carico di un‟inversione di tendenza,

promuovendo delle politiche pubbliche che, a partire da un adeguato investimento finanziario e senza

intaccare l‟autonomia e strangolare l‟università italiana, riescano ad incentivare l‟università ad investire

nel welfare studentesco, sulla qualità dell‟offerta formativa e sulla valorizzazione delle menti migliori,

assicurando così un ricambio generazionale in grado di sostenere il carico di responsabilità della

costruzione di un futuro migliore per il nostro paese.









TESI 8 – BATTAGLIE DEL NOSTRO TEMPO



Il buon diritto è tale se ammette l‟accettazione delle diversità come fondamento dell‟uguaglianza.

L‟Italia, nel corso degli ultimi anni, mossa dal conservatorismo e dalla violenza ideologica delle destre,

sembra aver smarrito la strada verso una politica inclusiva e integrante. In un‟Europa che ha compiuto

enormi passi avanti rispetto alle conquiste e alle libertà dei diritti civili dei cittadini LGBT, persino negli

Stati guidati da governi popolari, risulta imbarazzante l‟anomalia dell‟Italia, l‟unico Paese tra i fondatori

della UE a non possedere misure e leggi dedicate i cittadini omosessuali e transessuali. Nello scorso

luglio, il Parlamento italiano ha nuovamente respinto una legge contro l‟omofobia, accogliendo

pregiudiziali di costituzionalità, nonostante il testo fosse pienamente in linea con le indicazioni fornite

dalla risoluzione sull‟omofobia del Parlamento Europeo del 18 Gennaio 2006.



Noi, Giovani Democratici, siamo convinti che, al fine di superare ogni discriminazione e violenza legata

all‟identità di sessuale e di genere, sia opportuno spingere il Parlamento all‟approvazione di una legge

che estenda la Legge Mancino anche all‟orientamento sessuale. Salvaguardare omosessuali e

transessuali da violenze verbali e fisiche non è necessario per costruire una società è realmente aperta

alle differenze, in grado di riconoscere uguali diritti e doveri a tutti i suoi cittadini, senza distinzione di

sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.



La sentenza 138/10 della Corte Costituzionale rappresenta un momento dirompente per il diritto del

nostro Paese: si riconosce l‟unione tra due persone dello stesso sesso come una delle formazioni

sociali garantite dall‟articolo 2 della Costituzione Italiana, dotata del diritto fondamentale di ottenere

riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri, arrivando addirittura a sostenere, in ipotesi

particolari, la necessità di un trattamento omogeneo tra coppie coniugali e coppie omosessuali,

rinviando tuttavia alle Camere il compito di rimediare alle carenze legislative.



Noi, eredi del lavoro di discussione e sintesi svolto dall‟Ulivo nel 2006 in merito a PACS e DICO, siamo

convinti che il compito dell‟organizzazione dei Giovani Democratici sia di farsi portatrice, nel Partito

Democratico e nel Paese, di una proposta che disciplini i diritti e i doveri delle coppie omosessuali, sul

modello delle Civil Partnership britanniche. Restituire dignità all‟Italia, oltre le macerie dei diciassette

anni di berlusconismo, è imprescindibile da un impegno politico e culturale volto alla concessione di

pari diritti a tutti i cittadini, indipendentemente da ogni condizione personale: non cogliere l‟importanza

della sfida vuol dire condannare l‟Italia a un‟ insensata condizione di minorità democratica.









TESI 9 - IL LAZIO ALLA PROVA DELLA CRISI







Il centrosinistra e il PD nel Lazio vengono da tre anni di sconfitte a livello amministrativo. Questo dato,

inequivocabile, non è affatto marginale per il PD di questa Regione, perché per anni abbiamo

governato il Lazio e quasi tutte le sue province. Nella Capitale abbiamo chiuso solo tre anni fa un ciclo

importante di governo che ha cambiato nel profondo Roma, governavamo la Provincia di Viterbo, di

Rieti, di Frosinone e di Roma. Insomma, il centrosinistra non ha mai svolto un ruolo di secondo piano in

questa Regione, e nella fase più accesa del berlusconismo è stata protagonista indiscussa delle

vicende politiche regionali. Sebbene l‟ultima tornata elettorale sembra essersi risolta, nel complesso, a

favore della nostra parte politica, dai risultati delle elezioni amministrative 2011 nel Lazio non emergono

evidenze tali da consentire di estrapolare per il futuro tendenze univoche in un senso piuttosto che in

un altro.



A differenza di quanto sembra emergere nel resto d‟Italia, cioè con riferimento alla situazione del Lazio

e nei limiti dell‟analisi fin qui condotta, non ci sentiamo di poter affermare che “il vento è cambiato”, che

si è esaurito il ciclo della destra sotto la spinta fenomenale di una ritrovata voglia di partecipazione

popolare. E non siamo in grado di affermare ciò non solo in forza degli aspetti contraddittori e deteriori

del risultato elettorale, cioè la perdita netta di voti subita dal PD a favore delle civiche, le divisioni e le

conflittualità del nostro partito, la bassa consistenza elettorale dei partiti minori del centrosinistra, ma

anche perché siamo persuasi che il mutamento in politica non avvenga da solo, in forza di qualche

misteriosa congiunzione astrale. Da quanto fin qui detto risulta evidente che il PD nel Lazio non può

permettersi di sedersi sugli allori di un ciclo elettorale che ha premiato, nel complesso, il centrosinistra,

ma deve lavorare, a partire dalle primarie che eleggeranno il nuovo segretario regionale, alla

costruzione e alla strutturazione di un partito radicato e popolare, così come emerso dall‟orientamento

nazionale, che possa incanalare in una logica partecipativa quel potenziale disseminato nei mille rivoli

del civismo, riacquistando quella centralità politica che gli spetta anche sul piano locale. Riaffermare la

centralità del partito è un passaggio essenziale in questa direzione: solo una situazione in cui è il partito

a dare l‟indirizzo agli amministratori e non viceversa, favorisce la partecipazione.







L‟altro grande impegno è la costruzione di una vera alternativa politica nel Lazio, in una prospettiva

integrata tra i diversi livelli, dal comunale al nazionale, dove i temi sul tavolo del governo del territorio

non sono altra cosa rispetto ai grandi temi sociali ed economici del nostro tempo: il singolo comune non

può essere concepito come una monade isolata nel vuoto, ma è parte di un contesto più ampio,

territoriale, regionale e nazionale. Il punto fermo dev'essere quello di iniziare a pensare al Lazio come

ad un sistema fortemente interconnesso, non solamente rispetto ai problemi che Roma scarica sulle

province e ad una dialettica fra centro e periferia su infrastrutture e servizi sociali, ma rispetto a come la

capitale insieme ai territori che la circondano può trovare un sistema integrato di sviluppo, a partire dai

rispettivi punti di forza e di debolezza. Il modello consolidato che vedeva il Lazio in Roma più le sue

province, più o meno bistrattate a seconda dei bacini elettorali e dei feudi politici, inizia a non

funzionare più.



Il Lazio ha una pluralità di problemi da osservare, sui quali c‟è bisogno di costruire un progetto credibile:

gli indotti industriali sono al collasso, il sistema di welfare smantellato dal centro destra ha acuito una

crisi così ancor più percepibile, i cittadini sono allo stremo, le infiltrazioni della criminalità organizzata

sono all‟ordine del giorno. In questo ragionamento si legano anche le mutazioni della Provincia di

Roma. E‟ chiaro che, nonostante alcuni sforzi, quel territorio è mutato negli ultimi anni. Non a caso la

sua densità demografica è aumentata vertiginosamente. Oramai, la periferia romana si è estesa fin a

raggiungere quei territori. Allora dal punto di vista dei servizi, delle infrastrutture, dello sviluppo noi

dobbiamo ripensare il Lazio consci che davanti ai nostri occhi vi è una realtà totalmente nuova.



La direzione di marcia deve essere quella di pensare ad un sistema-Lazio, ovvero ad un sistema che,

pure nelle diversità che intercorrono fra ogni provincia, sappia integrarsi sul piano funzionale. Integrare

Roma e le altre Provincie deve essere un obbiettivo che supera la dimensione strettamente solidaristica

del problema, ovvero la annosa questione della fuoriuscita dalla capitale di ampie fasce sociali, con tutti

i problemi annessi dovuti al pendolarismo e all'esigenza di servizi sociali, per acquisire una dimensione

più complessiva. Le altre provincie devono poter sfruttare la caratteristica di metropoli europea che

Roma ha acquisito nel corso degli anni, a partire dalla cultura e dal turismo, e Roma deve acquisire la

consapevolezza che lo sviluppo delle provincie e la delocalizzazione di settori produttivi possono

portare a un salto di qualità anche per il benessere della capitale. D'altra parte ogni grande metropoli

mondiale dei paesi sviluppati ha costruito intorno a sé un tessuto che vive in simbiosi con le dinamiche

del centro. È sufficiente considerare Londra, Parigi o Madrid. Nel Lazio questo è più difficile, perché le

grandi città europee sono capitali da molti secoli con uno sviluppo urbano di vecchia data, mentre l'Italia

ha solo 150 anni di vita, e Roma è una città che ha vissuto uno sviluppo più marcato solamente dopo la

Seconda Guerra Mondiale. Per questo il tessuto laziale conserva nelle provincie una sua originalità e

una sua autonomia rispetto a Roma, ma il rischio nel lungo periodo in assenza di processi

d'integrazione è una crescente distanza fra Roma e il resto del Lazio. Le vicende sulla composizione

della Giunta Polverini, con lo scontro di Frosinone e Latina con Roma, sono il segno di un'insofferenza

strisciante che non aiuta certo lo sviluppo della Regione. Intanto la questione è come affrontare la crisi,

cercando allo stesso modo di facilitare questi processi.



Il lavoro fatto in occasione della campagna elettorale delle Regionali 2010 è un ottimo punto di

partenza, che, tema per tema, affronta molte di queste questioni, e si tratterà di riprenderlo e di

continuare una mobilitazione contro la Polverini sulla base di quel programma. Lo stesso vale per la

campagna sui consultori familiari e sulle battaglie per il diritto allo studio.







In questo quadro i Giovani Democratici hanno un ruolo non marginale, che devono vivere nella più

completa autonomia dalla discussione delle aree politiche regionali. Abbiamo anche noi qualcosa da

imparare da questo voto, ed è in primo luogo che i problemi del territorio non si risolvono pensando

solamente al proprio orticello. La forza di una organizzazione giovanile si misura non solo dalla

partecipazione di cui vive un circolo o dalle capacità dei suoi coordinatori di circolo o membri di

esecutivo. Si misura anche e soprattutto da come sa fare squadra e sviluppare una solidarietà che si

nutre non solamente di comuni valori e di una comune appartenenza, ma anche di problemi comuni ai

territori, come delle diversità qualificanti. Si misura nella capacità di saper far sentire tutti parte di una

stessa organizzazione regionale, per cui ogni singolo iscritto deve vivere i dibattiti e le iniziative dei GD

del Lazio come le proprie.









TESI 10 – L’AZIONE POLITICA DEI GD







Se interpretiamo come ruolo storico la nostra funzione di organizzazione giovanile, e i ragionamenti

proposti in queste tesi vanno esattamente nella direzione di aprire un confronto su quale sia il ruolo di

una generazione politica, allora è chiaro che dobbiamo mettere in campo anzitutto una battaglia

culturale e politica capace di far maturare nelle giovani generazione quella “coscienza”, visione più

profonda di scopi e di fini, che non è solamente esperienza di rivendicazione di interessi contingenti o di

amministrazione del quotidiano.



Il senso di un'organizzazione giovanile, che la distingue rispetto a un semplice dipartimento giovani del

partito, in fondo è questo: non semplicemente una struttura, in cui l'iniziativa si costruisce rispetto a

un'agenda imposta dal partito o dalla politica quotidiana e che vive come somma di singole esperienze,

ma un corpo collettivo che si mobilita organicamente rispetto a un obbiettivo comune. Ogni iscritto, ogni

dirigente, si deve sentire soggetto attivo e protagonista della sfida politica dei Giovani Democratici e

deve vivere la propria militanza all‟insegna dei principi e degli obbiettivi che l‟organizzazione vuole

rappresentare; dentro una discussione collettiva contribuisce a determinarne la linea politica e deve

incarnarla poi nell‟iniziativa politica nei GD, nel PD e nella società. Ognuno di noi si deve sentire

responsabile rispetto al progetto politico dei Giovani Democratici, come spazio comune di

rappresentanza politica di una generazione e come soggetto che vogliamo investire di un ruolo centrale

nella vita politica italiana. I Giovani Democratici siamo noi.







I circoli sono il primo soggetto dei Giovani Democratici, e il luogo dove vivono le sue politiche. La

piattaforma, le battaglie politiche, i principi, devono vivere dal livello nazionale fino al territorio, in un

continuo interscambio di idee e progetti, nella consapevolezza però che i GD sono un'unica

organizzazione, dalla Valle d'Aosta alla Sicilia, e che questo carattere nazionale è il suo principale

valore. I circoli hanno il compito primario di riportare le battaglie politiche nazionali dentro le diverse

realtà territoriali, costruendo iniziative politiche che vadano nella giusta direzione, perché se non faremo

vivere la riflessione sulla cittadinanza del XXI secolo a partire da ogni territorio non riusciremo mai a

consolidarne la prospettiva politica. In questo è importante il ruolo di un livello nazionale che sia di

continuo stimolo e supporto formativo, ma anche avere dei circoli ricettivi, presenti nel territorio in cui

operano e partecipi della vita interna dei GD. Le nostre sezioni, inoltre, devono sempre più tornare ad

essere un punto di riferimento, dove, in un momento di crisi sociale, poter fare un‟aggregazione

giovanile aperta anche a stimoli diversi, culturali, sociali, di volontariato, e dove poter offrire servizi di

cui c‟è necessità, che non vengono erogati sul mercato, se non magari a prezzi per molti inaccessibili, o

ai quali il pubblico non provvede a sufficienza.







Ciò significa valorizzare l‟esperienza della militanza, impiantandola su basi politiche più profonde,

dandosi come obiettivo operativo immediato quello di aderire ad ogni piega della società. È in questo

modo che noi portiamo dal cielo alla terra il “radicamento”, attraverso la militanza cosciente e una

presenza nella società ad ogni livello.

Ciò significa in termini molto pratici anche tornare ai fondamentali della politica: i volantinaggi, i porta a

porta, le feste in piazza, il contatto diretto e costante con i cittadini, la presenza nei luoghi di studio e di

lavoro, sono, prese singolarmente, piccole cose, ma che nell‟insieme danno la misura di

un‟organizzazione che ha il cuore pulsante della sua attività in una militanza che vuole intraprendere

con la società un‟interlocuzione su questioni più ampie della miseria quotidiana, sui nostri destini

comuni, segnando il passo rispetto ad un partito ancora troppo spesso ripiegato su se stesso. Il

radicamento politico può essere quindi il criterio metodologico con il quale misuriamo la nostra

iniziativa; un‟iniziativa potrà dirsi riuscita se sarà servita ad accrescere iI nostro radicamento, aiutandoci

a penetrare in profondità nelle realtà territoriali, a diffondere un messaggio nei luoghi della nostra

generazione, ad intrecciare rapporti politici con realtà attive dei nostri comuni, a creare partecipazione.







È in questo senso che assumono un ruolo rilevante le nostre associazioni studentesche ed

universitarie.









TESI 11 - LA FEDERAZIONE DEGLI STUDENTI







Il nostro punto di partenza per definire un lavoro da fare nelle scuole deve essere la funzione della

scuola in quanto palestra di democrazia, cioè luogo dove gli studenti diventano cittadini, dove si forma

in nuce la coscienza politica di ognuno. E allora il nostro lavoro nelle scuole deve essere tarato proprio

su questa funzione politica del luogo-scuola: non solo sensibilizzare, non solo agitare, non solo

rivendicare, ma politicizzare, favorire la partecipazione degli studenti alla vita democratica del paese,

forgiare la coscienza civile, politica e generazionale.



Di fronte ad un berlusconismo strisciante, di fronte all‟identitarismo goliardico dei neofascisti, di fronte

all‟offensiva culturale leghista, di fronte all‟indifferenza e alla cultura dell‟opportunismo, il nostro compito

nelle scuole sarà quelle di creare una mobilitazione culturale permanente, che sia il terreno fertile su cui

possa crescere una generazione che sceglie la via dell‟impegno.



È su queste basi che abbiamo impostato la nostra associazione studentesca, la Federazione degli

Studenti, come associazione politica di sinistra degli studenti. Proprio per questa sua natura, essa non

rivolgersi solo agli studenti che hanno già fatto una scelta di campo, ma vuole politicizzarne di nuovi.

Allo stesso modo un partito politico come il nostro non parla solo alla platea dei suoi elettori, ma parla al

paese tutto, perché il suo obiettivo è creare consenso crescente. Ma nel parlare al paese, il Partito

Democratico non rinuncia alla sua identità. Allo stesso modo i GD, tramite FdS, possono rivolgersi a

tutti gli studenti, senza per questo rinunciare alla loro identità. Ma, anzi, facendone un punto di forza. La

Federazione degli Studenti vuole essere, quindi, lo strumento con cui lavoriamo quotidianamente nelle

scuole, con cui aderiamo ad una piega rilevante della nostra società.



Un soggetto che recupera la dimensione di associazione di istituto, senza per questo rinunciare ad un

deciso profilo politico di carattere nazionale. Un soggetto che non è un think-tank esistente solo al

livello “dirigenziale” o una struttura ipertrofica e burocratizzata, ma che, al contrario, fa della

rappresentanza studentesca uno dei momenti più importanti della sua attività, non per fare il risiko sulle

postazioni, giocando a contarsi, ma perché gli studenti devono sentirsi parte attiva del funzionamento

del sistema scuola, tanto più in quella scuola dell‟autonomia che ha sempre avuto in mente il

centrosinistra.

TESI 12 - LA RETE UNIVERSITARIA NAZIONALE







L‟ università è uno dei luoghi privilegiati dell‟aggregazione giovanile e fucina nella quale si forgia il

futuro delle generazioni più giovani ed una coscienza politica e sociale. L‟agire politico nei luoghi del

sapere è un‟opportunità di crescita collettiva che ha una funzione importante, sia dal punto di vista

interno all‟organizzazione giovanile sia dal punto di vista del rapporto tra politica e società. Affrontare le

politiche universitarie, andando oltre la logica sindacale della pur giusta difesa dei diritti degli studenti,

consente di costruire un‟idea di società e di conoscenza più generale e sistemica. Per di più, farlo in

forma organizzata consente di realizzare un‟azione condivisa, incisiva ed efficace, che permetta ai

Giovani Democratici di portare i propri contenuti in uno dei principali luoghi della nostra generazione.



La costituzione della Rete universitaria nazionale è stata una scelta significativa a livello nazionale dei

Giovani Democratici, perché mette in rete in un unico contenitore le differenti realtà studentesche che

fanno riferimento alla nostra organizzazione. È un soggetto in grado di raccogliere le istanze

studentesche attraverso il radicamento nelle singole realtà universitarie e la rappresentanza

studentesca. Da queste istanze, può fare elaborazione politica e mettere a sistema le varie esperienze.

Riportare da un piano particolare a uno più generale le politiche universitarie, in una chiave di confronto

e dialogo con le istituzioni, è un approccio completo, che contribuisce a fare dei Giovani Democratici un

soggetto attivo di cambiamento e di crescita a partire dai luoghi della formazione. Rappresenta una

sfida importante che ha contribuito a mettere in relazione sempre più stretta la nostra organizzazione

con l‟universo studentesco e con i movimenti, con cui in questi anni si è riusciti a costruire alcuni

percorsi condivisi.



La frammentazione e la disomogeneità di azione delle associazioni universitarie vicine ai GD, negli anni

passati, è stato uno degli aspetti deficitari della nostra organizzazione; la RUN, mettendo in rete i

soggetti già presenti negli atenei italiani, e creandone di nuovi, ha contribuito a generare le giuste

sinergie e a garantire coerenza e continuità all‟azione.



La conoscenza è uno dei pilastri fondamentali dell‟avanzamento sociale, culturale ed economico, e

l‟università pubblica è il luogo di costruzione delle opportunità; dotarci degli strumenti necessari per

realizzare la nostra missione nei luoghi del sapere costituisce un mezzo per realizzare una società più

giusta ed un nuovo modello di sviluppo fondato sulla conoscenza.


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