Scienza Politica
Università Cattolica - Milano
Appunti delle lezioni di Ornaghi realizzati da Silvia Ceresoli
a.a. 2004-2005
lunedì 04 ottobre 2004
CORSO DI SCIENZA POLITICA – Lorenzo Ornaghi
1° parte: TEORIA POLITICA: trasformazione del sistema politico: cos‟è potere, una classe
politica, un‟ideologia.
2° parte: SCIENZA POLITICA vera e propria: applicazione degli strumenti politici alla realtà
odierna (cos‟è il governo, la democrazia, il sistema politico)
SCIENZA: nasce nell‟età moderna (XVII secolo) con Galileo e Newton come scienza applicata al
mondo naturale ripetizione dei fenomeni naturali che posso perciò prevedere.
Certe cose si ripetono però anche nei rapporti umani: la politica c‟è da quando c‟è l‟uomo in
rapporto con altri uomini (Polis prima forma di organizzazione politica)
TRUCIDIDE: storico e autore della guerra del Peloponneso, tra Sparta e Atene
PRIMA INDIVIDUAZIONE DEI RAPPORTI UMANI CHE SI RIPETONO
PRINCIPIO DELLA REVERSIBILITA‟ DELLE PARTI: Sparta fa la guerra ad
Atene per ripristinare un ordine di giustizia, ma quando vince commette le stesse
ingiustizie di Atene.
Gli AMBASCIATORI di Atene ai Medi affermano che fra gli dei vige la legge del
potere ed esiste anche fra gli uomini; tale legge esisteva già, non l‟hanno inventata
loro.
Machiavelli ne “Il Principe” si domanda: da cosa è mosso il principe?
DALLA VOLONTà DI CONQUISTARE, CONSERVARE E ACCRESCERE IL POTERE.
Anche i fenomeni politici manifestano ripetizioni, non solo i fenomeni naturali.
Il primo approccio dell‟applicazione del metodo scientifico ai rapporti umani si ha con Comte
Auguste e il positivismo.
In seguito, nella seconda metà dell‟800, vi è un dibattito su metodo: il “Methodenstreit”.
Nel 900, cosa è scienza? vedi “Lineamenti di scienza politica”.
E‟ possibile fare scienza dei rapporti umani? Fare cioè un discorso scientifico sulla politica?
mercoledì 06 ottobre 2004
SCIENZA POLITICA CONTEMPORANEA: dal finire dell‟800: studio della politica con un
metodo scientifico; in Italia si diffonde con l‟utilizzo del termine scienza politica da Mosca.
Weber, sociologo tedesco, tiene due conferenze sulla scienza politica:
1. La scienza come professione: quando si è chiamati alla politica e che è chiamato alla
politica;
2. La politica come professione: cosa è politica, cos‟è lo stato e legittimazione del potere.
LA POLITICA COME PROFESSIONE:
contesto storico: 1918 la Germania sta perdendo la guerra.
Weber descrive cosa è la politica non cosa deve fare il politico.
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POLITICA:
1. ogni sorta di attività direttiva autonoma (es. la politica scolastica, della presidenza di
un‟associazione, di una donna intelligente che si sforza di giudicare il proprio marito, della
politica di sconto della Banca centrale);
2. la direzione o l‟attività che influisce sulla direzione di un‟associazione politica, cioè, oggi,
di uno Stato (forma di sintesi politica);
Ma cos‟è un”gruppo politico”? Cos‟è uno “stato”?
ASSOCIAZIONE POLITICA: non vi è nessun compito che un gruppo politico non abbia una
volta o l‟altra intrapreso; né si può dire che ve ne siano alcuni che esso abbia sempre intrapreso
o che appartengono da sempre in modo esclusivo a quei gruppi. La politica esercita tutte le
funzioni (militare, sacerdotale e giudiziale); le associazioni politiche, così come lo stato
moderno, sono caratterizzate da uno specifico mezzo: l‟uso della FORZA FISICA rispetto
all‟appartenente all‟associazione politica nell‟atto dell‟obbedienza e della disobbedienza.
(Trockij: “Ogni stato è fondato sulla forza).
STATO: è quella comunità umana che nei limiti di un determinato TERRITORIO ESIGE per
sé (rivendica) con successo il MONOPOLIO della FORZA LEGITTIMA.
Non c‟è altra associazione che ha il potere, lo Stato diventa Stato quando azzera gli altri poteri e
ha un potere che legittima.
3. aspirazione a partecipare al potere o a esercitare una certa influenza sulla distribuzione del
potere sia fra gli Stati (politica internazionale) sia nell‟ambito di uno Stato tra gruppi di
uomini compresi entro i suoi limiti (politica interna).
ASPIRAZIONE: un gruppo comincia a immaginare di prendere il potere, di partecipare o
influire sulla ripartizione del potere.
Possiamo, quindi, affermare che legato al concetto di politica c‟è sempre il concetto di potere
ripartizione del potere.
Chi fa politica, allora, aspira al potere o come mezzo al servizio di altri fini, ideali o egoistici, o
per il potere in se stesso, per godere del prestigio che esso procura.
Lo Stato, come tutte le associazioni politiche prima, consiste in un rapporto di dominazione di
alcuni uomini su altri uomini e poggia sul mezzo della forza fisica legittima o considerata tale.
RAPPORTO DI DOMINAZIONE: di una minoranza su una maggioranza
POCHI CHE DOMINANO TANTI CHE OBBEDISCONO
FUNZIONE DI LEADERSHIP FUNZIONE DI SEGUITO
Ma quando un atto di un individuo si considera illegittimo?
Weber, per rispondere a questa domanda, si pone questo interrogativo: quali sono i motivi di
giustificazione interna e su quali mezzi poggia questa potere ?
Individua 3 tipi di legittimazione del potere (idealtipo di Weber o TIPO IDEALE: strumento
conoscitivo basato sull‟osservazione della realtà per comparare e differenziare tipi nelle diverse
realtà storiche. Esaminare varie realtà storiche, osservazione del potere nella storia (potere dei
consoli, di un dittatore, il potere del basileus greco(re), il potere dei feudatari); cosa hanno in
comune? )
1. LEGITTIMAZIONE CARISMATICA, presente anche nella legittimazione tradizionale e
legale;
2. LEGITTIMAZIONE TRADIZIONALE o DELL‟ETERNO IERI (passato mai passato
definitivamente);
3. LEGITTIMAZIONE LEGALE;
4. (LEGITTIMAZIONE BUROCRATICA)
2
lunedì 11 ottobre 2004
1. LEGITTIMAZIONE CARISMATICA: esercitata dal profeta, dal demagogo (colui che guida
un popolo), il capo di un partito politico, l‟eroe in guerra. Elemento distintivo è il carisma, ovvero
la dedizione personale, il carattere eroico, fiducia personale, il dono di grazia straordinario e
personale.
E‟ presente all‟origine del potere tradizionale che si presume derivi dal carisma, dal sangue.
(Il carisma viene proposto da Sohm, nella storia della chiesa e poi applicato da Weber nel sociale).
2. LEGITTIMAZIONE TRADIZIONALE: legittimazione in base alla tradizione; il potere viene
trasmesso; (es. figlio del re, il patriarca); in particolare nelle monarchie si evidenzia questo tipo di
potere. Definita anche “dell‟eterno ieri”, per indicare che il potere parte dallo stipite iniziale.
3. LEGITTIMAZIONE LEGALE: fede nella validità della norma di legge e competenza
fondata su regole razionalmente formulate, cioè sull‟adempimento di doveri fondati su norme.
Es.Stato
4. LEGITTIMAZIONE BUROCRATICA: potere amministrativo.
PERCHé OBBEDIRE (=conformare il nostro comportamento ad un comando)?
La docilità dei soggetti a obbedire viene individuata nelle motivazioni di
TIMORE della vendetta,
SPERANZA nella ricompensa finale
INTERESSI della più diversa natura.
Di raro troveremo tipi puri, cioè un potere totalmente legale o totalmente tradizionale.
Il più importante tra i tipi di potere è quello carismatico, su cui affonda le sue radici il concetto
della professione nella sua forma più elevata.
La dedizione al carisma del profeta o del condottiero in guerra o del grande demagogo nella ecclesia
o nel parlamento significa che egli è ritenuto personalmente da altri uomini un capo per intima
vocazione e che questi gli obbediscono non in virtù del costume di una norma, bensì perché
credono il lui. Egli stesso, a sua volta, vive per la sua causa. Ma è alla sua persona e alle sue qualità
che si rivolge la dedizione di coloro che lo sostengono. La figura del capo si è manifestata in tutti i
paesi e in tutte le epoche storiche sia esso mago o profeta oppure capo demagogico o capobanda.
Il politico è la sola figura influente nelle vicende della lotta politica per il potere. Decisivi sono gli
strumenti e il genere di mezzi di cui egli dispone.
Non bastano le qualità personali per ottenere potere, occorrono anche i MEZZI.
Ogni potere che richiede di un‟amministrazione di tipo continuativo ha bisogno di:
un gruppo di persone disposte ad assoggettarsi al potere;
disporre dei beni materiali per attuare fisicamente il potere.
L‟amministrazione del potere può essere di due tipi:
di coloro sulla cui obbedienza il sovrano si fonda che hanno il possesso diretto dei mezzi
per l‟amministrazione; gli amministratori hanno il possesso diretto dei mezzi (es. feudo,
terreno, armi, soldi) associazione politica divisa per ceti (ad es. nel feudalesimo il
vassallo provvedeva in proprio all‟equipaggiamento);
gli amministratori sono separati dai mezzi dell‟amministrazione, ovvero non hanno il
possesso diretto dei beni (Weber allude al fenomeno della formazione dello stato moderno
che prevede l‟accentramento del potere e l‟eliminazione forzata delle baronie e delle piccole
corti feudali).
Ci sono due modi per fare della politica una professione:
vivere di politica
3
vivere per la politica = politica come causa, fine della propria vita
Non si tratta di un‟alternativa: chi vive per la politica fa anche della politica un senso della propria
vita, costruisce tutta la propria esistenza intorno a essa.
Il vivere di politica rappresenta una fonte durevole di guadagno;
vivere per la politica non ha nessuna fonte di guadagno, bisogna essere economicamente
indipendenti, in condizioni normali.
Vivere di politica significa anche utilizzare la politica come un mezzo di sostentamento.
La politica ha sempre un costo e richiede delle risorse.
QUANDO NASCE UN CAPO POLITICO:
BOSS DI PARTITO: sistema americano; è l‟imprenditore capitalistico che fornisce voti al capo
politico a proprio rischio e pericolo; è indispensabile all‟organizzazione del partito e fornisce i
mezzi essenziali per tale organizzazione attraverso i contributi dei membri del partito, ma
soprattutto attraverso la tassazione di stipendi di quei funzionari che hanno ottenuto la propria
carica grazie a lui e al suo partito; infine, mance e corruzioni; egli è un uomo modesto, che ricerca
esclusivamente il potere come fonte di denaro ma anche per il potere in se stesso; lavora
nell‟ombra, e preleva direttamente denaro dai finanzieri.
martedì 12 ottobre 2004
DEMOCRAZIA AUTORITARIA (la democrazia del fuhrer): organizzazione di tipo macchina; vi
è la presenza di un leader tipo presidenzialistico;
DEMOCRAZIA SENZA CAPO: democrazia senza leader; non c‟è una leadership, ma tanti
politici senza potere carismatico dominio della cricca presente in Germania.
QUALI SONO LE QUALITA‟ PER DIVENTARE CAPO? (Machiavelli riteneva che le qualità
per diventare Principe erano quelle della volpe e del leone, quindi l‟astuzia e la forza):
3 qualità etiche:
1. PASSIONE: si vive per la politica = dedizione appassionata a una causa, al dio o al diavolo
che la dirige; essa non crea l‟uomo politico; la passione deve essere sempre accompagnata
dalla responsabilità e dalla necessità della lungimiranza;
2. SENSO DI RESPONSABILITA‟ = rispondere di, delle conseguenze delle proprie azioni;
3. LUNGIMIRANZA = attitudine psichica decisiva per l‟uomo politico, il guardare avanti
l‟interesse lontano. La capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma, ovvero
rappresenta la distanza tra l‟uomo e le cose. La mancanza di distacco è uno dei peccati
mortali dell‟uomo politico.
Ma come far coesistere la “CALDA PASSIONE” con la “FREDDA LUNGIMIRANZA”?
La politica si fa con la mente e non con altre parti del corpo o dell‟anima; e tuttavia la dedizione alla
politica può sorgere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma ci deve essere un fermo
controllo di quest‟ultima: l‟abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola; la forza di una
personalità politica significa il possesso di tali qualità.
L‟uomo politico deve dominare in se stesso un nemico: la VANITA‟, vale a dire il bisogno di porre
se stessi in primo piano nel modo più visibile possibile, che induce l‟uomo politico ad agire privo di
causa, trasformandosi così in un oggetto di autoesaltazione personale, invece di porsi al servizio
della “causa”.
RAPPORTO TRA ETICA E POLITICA:
per quanto riguarda l'agire politico, Weber distingue due etiche, che chi ha "vocazione per la
politica" deve riuscire a rendere complementari:
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ETICA DEI PRINCIPI, DELLE CONVINZIONI (volontà religiosa, valore esemplare):
le conseguenze del proprio agire vengono rovesciate sugli altri, dipendono dal mondo e
non direttamente da chi compie l‟azione (il cristiano agisce da giusto e rimette l‟esito del
suo agire nelle mani di Dio);
ETICA DELLA RESPONSABILITA‟ (conseguenze prevedibili): rispondere delle
conseguenze delle proprie azioni: i danni delle azioni dipendono da chi compie le azioni.
Per l‟agire politico non è importante l‟età, quanto piuttosto l‟occhio addestrato a percepire senza
pregiudizi le realtà della vita e la capacità di sopportarle e di essere interiormente alla loro altezza.
(Il diavolo non è nato ieri, bisogna diventare vecchi per capirlo).
In verità la politica si fa con il cervello, ma non con la testa soltanto: in ciò l‟etica della convinzione
ha pienamente ragione.
L‟etica della convinzione e della responsabilità si completano a vicenda, devono coesistere affinché
si possa creare l‟uomo autentico, quello che può avere la vocazione per la politica.
La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e
discernimento. Non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre
all‟impossibile. Colui che può farlo deve essere un capo ma anche un eroe. Colui che ha la
vocazione per la politica.
LA SCIENZA COME PROFESSIONE: esercitata in modo specialistico, al servizio dell‟auto-
riflessione e della conoscenza di connessioni oggettive e non un dono grazioso di visionari e profeti,
o un elemento della meditazione di saggi e di filosofi sul senso del mondo.
Siamo in un contesto in cui vi è il POLITEISMO DEI VALORI = presenza di tanti valori.
Quali di questi valori dobbiamo seguire? A tale domanda risponde il profeta, se c‟è.
I valori ultimi e più sublimi non esistono più., si sono ritirati dalla sfera pubblica per rifugiarsi nella
fratellanza delle relazioni immediate tra gli individui.
Una delle virtù del profeta è la proprietà intellettuale.
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mercoledì 13 ottobre 2004
MAX WEBER
VITA
Max Weber (Erfurt, 1864 - Monaco, 1920) nacque da una famiglia di ceto elevato in cui erano
molto vivi gli interessi politici e culturali, tramite il padre, deputato nella Dieta prussiana, Max
Weber ebbe occasione di entrare ben presto in contatto con storici, filosofi e giuristi eminenti
dell'epoca (Dilthey, Treitschk, Mommen (storia di Roma “Politique” tradotta da Croce); la sua casa
era il “salotto della vita politica”.
Dopo aver studiato giurisprudenza, storia ed economia nelle università di Heidelberg e di Berlino, si
laureò a Gottinga nel 1889 con una tesi in storia economica su La storia delle società commerciali
nel Medioevo.
Condusse uno studio su La storia romana nel suo significato per il diritto pubblico e privato.
Libernazionalista (lega pan-germanica).
Ammiratore della politica di Bismarck.
Aderì al “Verein fur Socialpolitik” (Associazione per la politica sociale), socialisti della cattedra
Brentano, Schmoller), propugnavano la necessità dell‟intervento dello Stato per porre rimedio alle
discrepanze sociali; abbandono del liberalismo (Welfare State diffusione in Europa con
Bismarck).
Sposa Marianne, che scrisse la sua bibliografia, un‟opera di circa 700 pagine: gestì l‟eredità
intellettuale del marito e curò l‟opera postuma “Economia e società” insieme ad un suo allievo.
Nel 1894 ottenne la cattedra di economia politica nell'università di Friburgo, passando poi
all'università di Heidelberg nel 1896: in una delle prolusioni (esposizione dell‟argomento nella
cerimonia di apertura) affronta il tema dello stato nazionale e dell‟economia politica.
La sua attività scientifica e accademica fu però interrotta nel 1897 da un grave esaurimento nervoso,
dovuto principalmente alla morte del padre; soltanto nel 1903 poté riprendere gli studi. A tale
periodo, nel quale Weber compì pure un importante viaggio in America, dove coglie gli aspetti
della democrazia statunitense, risalgono gli studi, divenuti poi molto noti, in cui Weber dava un
esempio concreto della sua tesi della possibilità e necessità di diversi modi di approccio all'indagine
dei fenomeni storici e sociali.
Agli inizi del 1900 dibattito sul metodo Methodenstreit tra la scuola storica di Berlino e la
scuola teoretica di Vienna (Menger): la prima afferma che gli economisti impiegavano
costantemente il metodo storico, cioè formulavano leggi economiche sulla base dell‟indagine
storica; la seconda invece afferma che la storia non serve per formulare delle regole economiche,
ma per fare previsioni: occorre studiare i bisogni, i gusti dell‟uomo (uomo economico).
Come il metodo storico può essere considerato scientifico?
1. Dilthey individua una distinzione tra 2 famiglie di scienze:
Scienze della NATURA
Scienze dello SPIRITO
Queste scienze hanno lo stesso metodo scientifico? No.
Le scienze dello spirito studiano l‟uomo nei rapporti con gli altri uomini, caratterizzato dalla libertà.
L‟uomo non è vincolato dalla causalità, dalla predeterminazione dei fenomeni fisici, non segue
regole ferree. La natura invece ripete fatti secondo una necessità meccanica.
2. Wildelband: sia le scienze dello spirito che le scienze della natura possono essere distinte a loro
interno in:
Scienze IDIOGRAFICHE = “Idios” , privato: studio di casi a sé.
Scienze NOMOTETICHE =“Nomos”: considerazioni di diversi fenomeni e
identificazione di regole comuni.
3. Dilthey: vi è un PROCESSO di CONOSCENZA: spiegare (Erklaren) e capire (Verstehen): le
scienze dello spirito sono radicalmente diverse da quelle naturali poiché ricercano l‟intenzione e
vogliono comprendere (Verstehen) piuttosto che spiegare (Erklaren).
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(Etniss “I problemi logici dell‟economia nella storia”)
Tra i saggi più importanti di Weber, ricordiamo “L‟oggettività della conoscenza nel campo delle
scienze sociali”, dove emerge il concetto di idealtipo e il principio della avalutità, ovvero
l‟affrancamento dei valori: lo studioso nelle sue analisi immette inizialmente i suoi valori, ma poi
deve affrancare i valori, cioè limitarne l‟inserimento nella sua indagine, diminuire l‟inquinamento
dei valori nell‟analisi.
Anni ‟20 e ‟30 Circolo di Vienna.
Un‟ altra opera di Weber è “L‟etica protestante e lo spirito del capitalismo”: analizza il rapporto
determinatosi nel corso del secolo XVI tra capitalismo nascente e calvinismo; il capitalismo si è
sviluppato nei paesi protestanti; alla radice dello “spirito capitalistico” si trova l‟atteggiamento
calvinista che concepisce il lavoro come vocazione e interpreta il profitto come segno del favore
divino. Il cattolico necessita la gerarchia mentre il protestante si rivolge direttamente a Dio, il
successo nel mondo per Grazia.
Fanfani, che fu professore di storia economica alla Cattolica, contrasta questa tesi di Weber sul
capitalismo/ cattolicesimo.
Partecipazione attiva alla politica tedesca, rivoluzione russa: Nichels, Weber Saubart (Il capitalismo
moderno), Ferdinand Tonnies, Troeltscher (Le sette protestanti e lo spirito del capitalismo), Lukacs,
seguace di Marx.
Weber auspica una riforma di tipo parlamentare.
Analisi sul sistema elettorale e sulle forme di governo.
1918 Riprende l‟insegnamento dopo la malattia presso l‟università di Vienna.
Durante la prima guerra mondiale, Weber seguì con crescente preoccupazione il crollo morale e
culturale della Germania (difesa della Germania sulla responsabilità della guerra).
In questa linea collaborò alla riorganizzazione dello Stato tedesco dopo il crollo dell'Impero,
partecipando alla redazione della costituzione della Repubblica di Weimar.
Metà del 1918 scrive le due conferenze “La scienza come professione” e “La politica come
professione”.
1920: abbandona il partito democratico.
1920: muore a Monaco.
PENSIERO
Centrale nel pensiero di Weber è l'esigenza di una approfondita riflessione sui metodi che
dovrebbero consentire non soltanto alla sociologia, ma a tutte le scienze storico-culturali di
rivendicare un autentico carattere scientifico. Egli si oppone all'oggettivismo positivistico con la
sua illusoria pretesa di possedere carattere scientifico in quanto fondato sull'analisi di fatti materiali.
Si tratta invece di elaborare robuste strutture logiche che consentano alle scienze storiche e sociali
di raggiungere risultati validi e verificabili. A tale scopo è necessario chiarire che queste scienze
sono avalutative, non possono decidere nulla circa i "valori", vale a dire circa le ragioni delle
nostre scelte politiche, morali e religiose. Una scienza empirica non può mai insegnare a nessuno
ciò che egli deve fare, ma può insegnargli soltanto ciò che egli può fare, in base ai mezzi a sua
disposizione e alle condizioni storiche in atto; quello che dobbiamo fare è chiarire se i mezzi scelti
per un certo scopo sono ad esso coerenti o meno.
La razionalità non è mai un principio assoluto o estrinseco alla situazione storica o sociale, ma è il
metodo per comprenderla e operare in essa in modo coerente.
Con l'età moderna e con l'etica calvinistica, che ha affermato il primato della coscienza su ogni
altro criterio, è infatti cominciato in Europa un processo di razionalizzazione che ha portato al
"disincanto" del mondo, vale a dire alla caduta di tutte le premesse teologiche o metafisiche sulle
quali in altri tempi si fondavano i giudizi universali di valore. L'uomo non nutre più alcuna illusione
sulla " realtà" dei suoi ideali e tanto meno l'illusione positivistica che tali ideali possano essere
fondati oggettivamente sui fatti storici o sociali e sul loro sviluppo. Il fatto, il dato, invece, è una
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sorta di realtà inesauribile di fronte alla quale la scienza storica e sociale è capace di orientarci solo
nella misura in cui compie delle scelte, seleziona certi aspetti costruendo, sulla base di essi, dei tipi
ideali che non possono essere giudicati in base a criteri assoluti, ma esclusivamente in base alla loro
efficacia nel consentirci di connettere razionalmente i processi storici e sociali. I "tipi ideali", vale a
dire i concetti generali di certe realtà storiche e sociali (cristianesimo, capitalismo, ecc.) oppure di
certe specie di realtà storiche e sociali (Stato, Chiesa, setta, ecc.) non sono affatto rappresentazioni
del reale, ma accentuazioni di certi suoi aspetti operate al fine di comprenderlo. In questo senso
anzi i "tipi ideali" hanno un carattere dichiaratamente e necessariamente utopico, poiché indicano
dei modelli razionali, dei concetti-limite a cui si deve commisurare e comparare la realtà per poterla
comprendere.
Nelle opere successive all'Etica protestante, ad esempio nella sua Storia generale dell'economia,
Weber si spinge ancora avanti nell'analizzare le condizioni necessarie al buon funzionamento del
capitalismo. Oltre alla morale, indica quali fattori essenziali deve avere lo Stato di diritto, cioè un
sistema di leggi certe e affidabili, e una burocrazia statale efficiente per applicarla.
OPERE DA RICORDARE:
- L'”oggettività" conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale (1904)
- L'etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905)
- Economia e società (1922 e 1956)
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La politica come professione
1. Che cosa si intende per politica? «L‟attività che influisce nella direzione di una associazione
politica, cioè, oggi di uno stato» . Naturalmente lo Stato «è quella comunità umana, che nei limiti di
un determinato territorio (…) esige per sé (con successo) il monopolio della forza fisica legittima »
(c.d.A). In relazione a ciò «”Politica” significherà dunque per noi aspirazione a partecipare al potere
o ad influire sulla ripartizione del potere, sia tra gli stati, sia nell‟ambito di uno stato tra i gruppi di
uomini compresi entro i suoi limiti». « Chi fa azione politica aspira l potere, o come mezo al
servizio di altri fini –ideali o egoistici –o per il potere in se stesso, per ogere del senso di prestigio
che ne deriva» .
2. Le forme di legittimazione del potere. Ritornando allo Stato: perché esso esista deve
esercitare la forza, che i dominati si sottomettano ad esso. Quando e perché essi si assoggettano?
Per tre motivi, dice Weber, che si possono trovare sia allo stato “puro” come anche frammisti ad
altre cose. Essi sono: a) “l‟eterno ieri”, cioè il fattore tradizionale, “si è fatto sempre così”, il
“costume”: è la forma del potere tradizionale e della concezione patrimoniale dello stato; b)
l‟autorità del dono di grazia (Gnadengabe) personale di natura straordinaria (carisma) di un capo: è
la forma del potere di tipo carismatico; c) la dominazione in forza della legalità accettata: è la forma
di potere .
3. Naturalmente dice Weber, la sottomissione può essere condizionata da vari motivi: paura
della punizione, speranza del premio in questo o nell‟ altro mondo e infine da interessi di ogni sorta.
4. Weber si sofferma sul capo carismatico perché qui ha infatti la sua radice il concetto di
professione (che traduce il tedesco beruf, termine luterano che vuol dire sia vocazione che
professione, mestiere). La dedizione (sottomissione) al carisma del profeta, del capo «significa che
egli personalmente è per gli altri uomini un capo per “vocazione” intima, e che costoro lo seguono
non in forza del costume o della legge, ma perché credono in lui. Dal canto suo egli vive per la sua
causa, tende con ogni sforzo alla sua opera, quando non sia un fatuo o meschino eroe del
momento». La figura del capo è apparsa in Occidente in ogni momento: mago, profeta, duce
condottiero, ma più caratteristico per il nostro discorso è il capo politico impersonato innanzitutto
dal demagogo in primo luogo (sorto nella civiltà mediterranea) e del capopartito parlamentare
cresciuto sul terreno dello stato costituzionale che solo in Occidente ha messo radici. (Per fare un
esempio dell‟oggi il capo religioso alla Komehini è una figura che si avvicina di più a quella del
mago o del profeta, essendo scarsa in Oriente la tradizione mediterranea del demagogo e del tutto
assente quella del capopartito parlamentare).
5. Il politico als beruf (di professione) dice Weber è la sola figura influente nelle vicende della
lotta politica per il potere. Decisivi sono gli strumenti e il genere di mezzi ci cui egli dispone.
6. « In che modo le forze politicamente dominanti cominciano ad affermare il dominio?»
Questa domanda si pone per ogni specie di dominazione: tradizionale, legale, carismatica.
L‟esercizio di una dominazione ha bisogno di una attività costante di controllo, vale a dire di una
amministrazione (burocrazia).
7. Per il mantenimento di qualsiasi dominio fondato sulla forza occorrono certi beni materiali
esteriori, come per un‟attività economica. Questi beni (palazzi, uffici, cavalli, materiale bellico etc)
possono essere: a) in possesso dell‟amministrazione; b) da essa separati. Nel primo caso abbiamo
un‟associazione politica divisa per ceti (ad es: nel feudalesimo il vassallo provvedeva in proprio
all‟equipaggiamento ecc). Si forma così una aristocrazia che spartisce la sovranità col detentore del
potere. Nell‟altro caso il sovrano avoca a sé la proprietà di questi beni materiali e tiene in pugno
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l‟amministrazione del potere mediante persone dipendenti direttamente da lui (schiavi, servitori,
famigli, favoriti etc). «Tutte le forme di sovranità patriarcale e patrimoniale, di dispotismo
sultanistico e di organizzazione statale burocratica appartengono a questo tipo: ma in modo
particolare l‟organizzazione burocratica dello stato, è caratteristica –nel suo sviluppo più razionale –
anche e specialmente dello stato moderno». Del resto la nascita dello stato moderno vede appunto
questo fenomeno: l‟espropriazione del potere (della sua amministrazione) da parte di un organismo
centrale nei confronti degli amministratori (Weber allude al fenomeno della formazione dello stato
moderno che prevede l‟accentramento, anche topografico del potere e l‟eliminazione forzata delle
baronie e delle piccole corti feudali).
8. Definizione di Stato moderno: “Lo stato moderno è un‟associazione di dominio in forma di
istituzione, la quale, nell‟ambito di un determinato territorio, ha conseguito il monopolio della
violenza fisica legittima come mezzo per l‟esercizio della sovranità, e a tale scopo ne ha concentrato
i mezzi materiali nelle mani del suo capo, espropriando quei funzionari dei ceti che prima ne
disponevano per un proprio diritto, e sostituendosi con la propria suprema autorità”.
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Mazzoleni (assistente di Ornaghi) lunedì 18 ottobre 2004
SISTEMA POLITICO E PROCESSO POLITICO
(CAPITOLO 3 “LINEAMENTI DI SCIENZA POLITICA)
CARATTERI E PROBLEMI DELLA SCIENZA POLITICA
E‟ nel XX secolo che la scienza politica si affranca come disciplina a sé stante:
Si diffondono CATTEDRE, si creano DIPARTIMENTI e FACOLTA‟ UNIVERSITARIE
negli Stati Uniti e in Europa;
Si sviluppa un PROPRIO CAMPO DI STUDI, ormai scisso dalla storia, dalla filosofia, dalla
teologia, dal diritto; fino a quel momento si parlava di dottrine politiche, filosofia della
politica…
Quindi la scienza politica è una disciplina recente.
Il concetto di politica può, sotto il profilo dello studio scientifico, apparire VAGO in termini
comparativi (l‟economia ad esempio si basa sul criterio del denaro) o TROPPO VASTO (ad
esempio il campo di studio della sociologia sono i gruppi, per la psicologia sono gli individui); la
scienza politica ha un campo di studio molto vasto: si ha a che fare con il COMPORTAMENTO
UMANO, non con materia, numeri o natura.
Grandi divisioni: degli studi MICRO/MACRO;
degli elementi ed approcci NORMATIVI (se si verificano o no delle ipotesi dà
interpretazioni che il metodo scientifico ha rilevato), STRUTTURALI (istituzioni
formali come i Parlamenti e i Governi), DEL COMPORTAMENTO (gli individui
che agiscono all‟interno delle strutture, anche modificandole).
La politica si occupa quindi di tante cose: il governo locale, i partiti politici, le relazioni
internazionali, il comportamento politico, il comportamento del sistema elettorale…
IL COMPORTAMENTISMO E LO STUDIO DELLA POLITICA DI MASSA
(Nato in America inizi del XX secolo)
Il comportamentismo si è concentrato su tre aspetti: FINE, METODO e OGGETTO:
FINE DELLO STUDIO, ciò che è, non ciò che dovrebbe essere;
METODO, rifiuto del formalismo, indagine empirica (basarsi su cose e fatti concreti e
rilevabili nella realtà);
OGGETTO: non concentrarsi sullo studio di costruzioni o di istituzioni formali, ma sugli
individui e sugli aggregati (insieme di individui);
SVILUPPO: gli autori principali di questo approccio sono:
Bentley: 1908 “The process of Government”
Dopoguerra: “scuola di Chicago”, tra gli autori principali ricordiamo Lasswell (1936)
“Politica che ottiene cosa, dove, quando” e “Potere e società”;
sviluppo delle tecniche di sondaggio studi di massa come studio di individui.
TEMI E PROBLEMI:
idea di una scienza politica empirica e quantificazione;
PROBLEMA CENTRALE: esplorare e trovare le motivazioni del comportamento umano (ad es.
nell‟arena elettorale); è necessario, però ,tenere conto di diversi FATTORI/PROBLEMI:
“beneficio” è concetto un po‟ vago in politica; non ho nessun beneficio per esempio ad
andare a votare: in termini razionali nessuno andrebbe a votare. La RAZIONALITà non può
essere base della scienza politica e delle scienze sociali in quanto studiano il comportamento
umano. E‟ difficile affidarsi alla razionalità.
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Conoscenza perfetta di tutti i termini del contesto in cui va presa una decisione è impossibile
(ma Simon: razionalità limitata); nel nostro esempio non so cosa votano gli altri italiani: il
mio voto non è razionale;
Fattori emotivi e affettivi.
SOLUZIONE: occorre lo STUDIO DI PROCESSI INDIVIDUALI
Tale approccio viene applicato in diversi campi tra cui quello dei mass media, della politica
comparata (studio dei comportamenti politici dei singoli cittadini nei vari paesi cultura politica
di un Paese), del comportamento elettorale…
LO STUDIO DEL COMPORTAMENTO ELETTORALE
ORIGINI: geografia elettorale (Siegfried in Francia);
scuola sociologica (Lazarsfeld) le persone votano in gruppo a seconda
delle loro “predisposizioni politiche” (religione, status socio-economico,
residenza); STUDIO DEGLI AGGREGATI.
PROBLEMI: ECOLOGICAL FALLACY (difficile riconoscere relazioni causali in analisi
aggregate); non spiegano il cambiamento elettorale che pure esiste,
enfatizzano la stabilità.
SOLUZIONE: STUDIO INDIVIDUALE, NON CLASSI COMPORTAMEN-
TISMO (USA)
martedì 19 ottobre 2004
SCUOLA DI CHICAGO (dopo gli anni ‟50, nel dopoguerra)
OPERA FONDAMENTALE: scritta da vari autori W.Miller, A.Campbell, Converse, Stokes nel
1960 “The American Voter”.
E‟ un‟analisi che combina elementi sociologici e psicologici, in particolare distinguendo FATTORI
micro di lungo/breve periodo per spiegare la scelta di voto.
FATTORI DI LONG-TERM: socializzazione politica, l‟identificazione di partito, valori.
Sono fattori che hanno a che fare con la storia di colui che vota, sono sempre presenti nella
razionalità dell‟individuo, dalla nascita al momento del voto. Sono COSTANTI;
FATTORI DI SHORT-TERM: campagna elettorale, issue (temi della campagna, ad es. la
sicurezza nazionale, il sistema sanitario…), leader, condizioni individuali (economiche o
sociali dell‟individuo).
Sono fattori che MUTANO da un‟elezione all‟altra, di breve periodo.
IDENTIFICAZIONE DI PARTITO (o Party Identification): è una predisposizione politica di
lungo periodo, che ha un ruolo di mediatore, di “filtro” interpretativo nel guidare il comportamento
dei cittadini. Essa consiste nell‟identificazione costante, affettiva, psicologica dell‟individuo con il
suo partito politico preferito.
Deriva dal PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE POLITICA, che avviene quando un individuo
inizia ad avere contatti e a ricevere informazioni sul mondo politico; è fondamentale il ruolo della
famiglia.
Tale identificazione è distinta dalla preferenza di voto, la quale può essere condizionata anche da
fattori short-term, come l‟influenza dei media o degli amici, che mi portano a spostare il mio voto
su un partito in cui l‟individuo non si identifica.
Sono stati individuati tre tipi di voto:
1. VOTO DI OPINIONE: voto che cambia a seconda delle circostanze, da elezione a elezione;
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2. VOTO DI APPARTENENZA (o NORMAL VOTE): voto di chi si identifica in un partito e
vota quel partito, anche se il leader non è di suo gradimento; in base all‟appartenenza a un
partito, voto.
3. VOTO DI SCAMBIO: scelgo un partito per avere un ritorno in termini tangibili; ad esempio
voto un partito perché mi promette un miglioramento delle condizioni economiche.
(Parisi-Pasquino 1977).
Non vi è però una spiegazione del perché un individuo scelga un partito rispetto a un altro.
Allora tale scuola si è concentrata su altre variabili.
STUDIO DELLA PERSONALITA‟ PSICOLOGICA (Greenstein) sia degli elettori che
spesso dei leader con difficoltà di misurazione;
SPIEGAZIONI RAZIONALI: issue e prossimità (Downs); impatto delle strutture (Duverger
e altri). Per esempio se ho due partiti, dovrò per forza scegliere tra uno o l‟altro; in
particolare Duverger afferma che gli individui votano in base al sistema del Paese: se siamo
in un sistema maggioritario gli individui voteranno sicuramente per uno dei due partiti che
vinceranno; mentre in un sistema proporzionale, in cui ogni voto rappresenta un seggio, le
persone votano anche i partiti più piccoli.
IL SISTEMA POLITICO
D.Easton (1953) “The political system”
La politica definita come “ALLOCAZIONE AUTORITATIVA DI VALORI è un‟attività di
carattere generale”, non riguarda solo lo Stato, non è circoscritta solo allo Stato, esiste prima e al di
fuori di esso.
La scienza politica si identifica con la dottrina dello Stato, non si concentra più esclusivamente sulle
istituzioni formali (i poteri dello Stato, le forme di governo…)
Al concetto di Stato, Easton sostituisce quello di “sistema politico”, nozione più onnicomprensiva
ed adeguata. Il sistema è un insieme di unità che lo compongono ed interazioni tra queste.
Il sistema politico ha quindi diverse unità (sistema politico, istituzionale, elettorale,…) a loro volta
composte da varie unità (partiti, Parlamento, Governo,…).
Il sistema politico è a sua volta immerso in un ambiente più grande, del quale fanno parte altri
sistemi (economico, militare, culturale…) con il quale quello politico si relaziona.
Dato fondamentale dell‟analisi di Eaton è l‟aspetto dinamico del sistema politico.
Il processo politico è così composto:
INPUT: stimoli provenienti dall‟ambiente (domande/supporto). Ad esempio il sindacato
domanda al sistema politico un aumento del 4% degli stipendi; io cittadino vado in piazza a
sostenere il governo; oppure un altro esempio di sostegno, in Spagna i cittadini possono
decidere di destinare il 4 per mille al sistema politico;
CONVERSIONE DEGLI INPUT: elaborazione degli input al fine di rispondervi e
garantire il sostegno della massima parte dell‟ambiente;
OUTPUT: risposta verso l‟ambiente, decisione finale;
FEEDBACK (RETROAZIONI): il sistema si adatta a seconda degli OUTCOME, cioè dei
risultati che gli output producono nell‟ambiente; i feedback sono quindi gli effetti degli
output sul sistema politico.
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mercoledì 20 ottobre 2004
RICOSTRUZIONE DELLE RADICI DELLA SCIENZA POLITICA CONTEMPORANEA
Perché scienza politica contemporanea:
la riflessione su cosa è politica c‟è da quando c‟è l‟uomo e l‟uomo ha rapporti con altri uomini.
Scienza politica significa che quella riflessione si avvale del metodo scientifico.
Cosa è metodo scientifico (primi capitoli del manuale di scienza politica).
Questione che si pone nel 1800 dapprima con il positivismo che ha una risposta attraverso il
metodenstreid , la contesa sul metodo a cui parteciperà verso la fine anche Max Weber sul finire
con il criterio della avalutità, l‟affrancamento dei valori, e la costruzione del tipo ideale. Weber pur
non essendo uno scienziato politico in senso stretto, lo sara‟ più Gaetano Mosca, ma essendo
economista, sociologo, giurista è una delle radici della scienza politica contemporanea.
Un‟altra radice della scienza politica contemporanea è quella che sintetizziamo con il termine di
elitisti (da elite).
Accanto a queste che sono radici europee, dell‟Europa continentale (la culla della scienza politica
contemporanea è l‟Europa continentale), inizia a diffondersi anche la radice americana:
Bentley
il comportamentismo
la scuola di Chicago.
Questo è il quadro delle radici della scienza politica contemporanea.
Non stiamo analizzando tali radici per costruire la storia della scienza politica, ma stiamo cercando
di individuare le categorie principali che sono tutt‟oggi le categorie fondamentali, prima fra tutte la
categoria di potere, perché è attraverso il potere che si definisce politica.
BINARIO PRINCIPALE è quindi POTERE E POLITICA
Gli stessi elitisti ci interesseranno per come individuano il potere, per come individuano la classe
politica e per come ci preparano la strada per definire la politica.
Dal ceppo americano arriveranno altre scuole o orientamenti (vedi Lineamenti di scienza politica)
Analisi sistemica, Robert Dahl,
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mercoledì 20 ottobre 2004
GLI ELITISTI
Gli elitisti sono sostanzialmente tre:
1. Gaetano Mosca
2. Vilfredo Pareto (1848-1923)
3. Roberto Michels
Elemento che li accomuna è l‟affermazione che l„elemento costante presente in ogni sistema
politico, compreso quello italiano, è il fatto che c‟è una minoranza che ha il potere, che governa,
cioè un gruppo ristretto rispetto alla massa più estesa che obbedisce.
Gaetano Mosca chiamerà questo gruppo ristretto CLASSE POLITICA; Pareto la chiamerà ELITE,
Michels la chiamerà OLIGARCHIA.
Tutti hanno identificato la presenza di una minoranza e le relative conseguenze, cioè hanno risposto
alla domanda che si era posto anche Weber: perché tanti obbediscono a pochi? E Weber aveva
risposto: ci sono delle motivazioni, degli interessi, c‟è soprattutto una legittimazione, i tipi di
legittimazione del potere.
VILFREDO PARETO
sociologo e economista; cattedra a Losanna
Opere principali: “Il trattato di sociologia generale”
“I sistemi socialisti”
CONTRIBUTI di Pareto:
nozione di ELITE;
teoria generale della sociologia, dei rapporti sociali;
teoria dell‟IDEOLOGIA partendo dalle azioni umani: es. comportamento collettivo in uno
stadio, somma di scambi commerciali come soggetti economici, la guerra è un‟azione
sociale…
Come possiamo distinguere le azioni sociali?
Esistono due tipi di azioni:
AZIONI LOGICHE E SPERIMENTALI
AZIONI NON LOGICHE E NON SPERIMENTALI
Queste azioni implicano delle teorie: nel primo caso le teorie logico-sperimentali, nel secondo caso
le teorie non logico e non sperimentali.
Le ideologie appartengono alle azioni non logiche e non sperimentali.
TEORIE NON LOGICO-NON SPERIMENTALI: si articolano in due strati, che corrispondono alla
PSICHE di ogni individuo: c‟è un primo strato, quello più superficiale, lo STRATO DELLE
DERIVAZIONI, poi vi è uno stato più profondo, lo STRATO DEI RESIDUI.
AZIONI NON LOGICHE E NON SPERIMENTALI
DERIVAZIONI RESIDUI
STRATI DELLA PSICHE DI OGNI INDIVIDUO
DERIVAZIONI: sono argomentazioni che sembrano logiche, quasi logiche, con cui ciascuno di
noi tende a giustificare e a dare un aspetto razionale alle proprie azioni (post-factum, dopo che
l‟evento è stato compiuto).
Le derivazioni servono a razionalizzare ciò che si è fatto, i nostri sentimenti, le passioni gli istinti.
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Nell‟azione sociale e politica non c‟è solo la razionalità dell‟uomo, ma anche tutto ciò che è
irrazionale.
Le ideologie appartengono alle derivazioni.
RESIDUI: la parte costante delle teorie non logiche, non sperimentali. Sono gli istinti, i sentimenti
di fondo che caratterizzano i comportamenti dell‟individuo.
Sono i residui o la combinazione dei residui a caratterizzare il sistema politico.
GAETANO MOSCA (Palermo 1858; Roma 1941)
Siciliano, si laurea in giurisprudenza con la tesi “I fattori della nazionalità”
Nel 1884 pubblica la sua prima opera: “Teorica dei governi e sul governo parlamentare”.
Mosca, conservatore, è uno dei primi critici del parlamentarismo.
Teoria della classe politica che verrà sviluppata nella sua opera maggiore del 1896 “Elementi di
scienza politica”; nel 1923 ci sarà una seconda edizione dove svilupperà ancora la teoria della classe
politica.
Insegna alla Bocconi storia delle dottrine politiche. Pubblica anche un opera. “Storia delle dottrine
politiche”.
E‟ nominato senatore del regno, ma la sua posizione sarà ostile rispetto al regime fascista che lo
emargina, fu collaboratore del Corriere della Sera, scrisse parecchi articoli che vennero raccolti in
un volume ”Partiti e sindacati nella crisi del regime parlamentare”.
Lettura di alcune pagine di “ELEMENTI DI SCIENZA POLITICA”
ORIGINI E SCOPI DELLA SCIENZA POLITICA (I° capitolo)
In queste pagine Mosca spiega:
perché ha ripreso il termine “scienza politica”
perché si può applicare il metodo scientifico ai fenomeni politici dal punto di vista
positivista;
delinea la classe politica.
Di fronte al verificarsi dei fenomeni sociali, pace e guerra nella loro alternanza, violenza e assenza
di violenza, ricchezza apparente o reale e povertà, sono meri accidenti, sono causalità, necessità
nelle quali ci imbattiamo, o manifestazioni della volontà imperscrutabile di Dio;
Mosca rifiuta tali interpretazioni e avanza l‟ipotesi che i fenomeni sociali sono effetto di tendenze
psicologiche costanti che determinano l‟azione delle masse umane.
Fin da Aristotele si è cercato di scoprire le leggi e le modalità che regolano l‟azione di queste
tendenze.
Lo studio delle leggi e modalità che regolano le tendenze psicologiche costanti si chiama
politica.
Anche nei secoli precedenti si è studiata la politica (Aristotele e dopo di lui tanti altri) ma non a
partire dalle tendenze costanti bensì considerando le arti in forza delle quali un uomo o una classe
ebbe a conquistare e mantenere il potere (Il principe di Machiavelli): cioè essi studiavano le arti, per
conquistare e mantenere il potere, i mezzi, le tecniche. Mosca studia invece le tendenze costanti
psicologiche dell‟azione delle masse.
A partire dal tardo 700 una delle scienze politiche o sociali è più avanti delle altre (cioè risulta
oggetto di sapere scientifico che ha regole, rigore applicativo…) questa è l‟economia politica.
Adam Smith, Riccardo, Malthus, hanno isolato fenomeni riguardanti la produzione e la
distribuzione della ricchezza dagli altri fenomeni sociali e, studiandoli, hanno rilevato tendenze
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psicologiche costanti. Non si possono studiare le tendenze che regolano gli orientamenti politici
senza tenere conto delle acquisizioni dell‟economia politica.
La Scienza Politica si configura come lo studio delle tendenze psicologiche costanti che
regolano l‟ordinamento dei poteri politici.
PERCHé UN METODO SCIENTIFICO PER STUDIARE LA SCIENZA POLITICA?
I sistemi politici sono retti da tendenze psicologiche costanti: tra queste ce n‟è una che è sempre
presente: esistono sempre in ogni sistema politica due classi: la classe dei GOVERNANTI e dei
GOVERNATI.
La classe dei governanti è sempre la meno numerosa e adempie tutte le funzioni politiche,
monopolizza il potere e gode di tutti i vantaggi che il potere dà.
La classe dei governati, più numerosa, è diretta e regolata dalla prima in un modo più o meno
legale, più o meno arbitrario o violento. Essa fornisce alla classe dei governati tutti i mezzi materiali
di sussistenza.
lunedì 25 ottobre 2004
Noi riconosciamo l‟esistenza di un gruppo che governa.
Mosca attua la sua comparazione lungo la storia (= comparazione diacronica) ed esamina diversi
sistemi politici; ma qual è la ragione che fa essere governanti rispetto a governati (cioè quella che
Weber definisce la legittimazione del potere)?
VALORE MILITARE: chi governa è perché ha dalla sua la forza armata;
GOVERNA CHI è SACERDOTE;
GOVERNA CHE è PIU‟ RICCO: i titoli per cui si entra in una certa classe;
GOVERNA CHI HA LA LEGITTIMAZIONE DAL RISULTATO DELLE URNE.
Mosca definisce FORMULA POLITICA come il complesso di dottrine e credenze generalmente
riconosciute e accettate nella società.
E‟ ideologia una verità proposta a credere, non assoluta. Così ad esempio chi è governato da una
casta militare ritiene giusto che sia quella casta militare a governare perché la protegge; oppure in
un sistema legale, come direbbe Weber, è giusto che governi chi ha avuto il consenso dei più
tramite il voto.
Scrive Spencer, evoluzionista, filosofo, sociologo inglese:
il diritto divino dei re fu la grande superstizione dei secoli passati, il diritto divino delle assemblee
elette a suffragio universale è la grande superstizione del secolo presente.
Ma una società regge senza una formula politica, senza un‟ideologia?
Mosca afferma che l‟ideologia serve a dare e a mantenere coesione in un sistema politico;
l‟ideologia è quella forza sociale che serve potentemente a cementare l‟unità e l‟organizzazione
politica di un popolo e di una intera civiltà.
VILFREDO PARETO:
la teoria di Pareto è una teoria sociale di impianto psicologico.
Quella di Mosca è una teoria politica di impianto organizzativo.
In Pareto il fatto che esiste un principio di minoranza di basa su fondamenta psicologici e riguarda
tutta la società.
Per Mosca il principio di minoranza si fonda sull‟organizzazione e riguarda solo la politica.
Quindi quando Pareto parla di elite riferisce la sua nozione a tutta la società, in tutti i suoi aspetti.
Mentre Mosca quando parla di classe politica si riferisce solo alla politica. Il termine “classe” usato
da Mosca è anche una sfida di tipo culturale nei confronti di Marx, che aveva utilizzato tale
denominazione riferendosi alla classe economico-sociale nella metà dell‟Ottocento dei capitalisti,
dei borghesi, del proletariato; Mosca vuole indicare che lui adopera la parola classe nella maniera
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più corretta. Invece Pareto utilizza il termine classe quando definisce l‟elite come una classe eletta,
una classe scelta, cioè i migliori, una minoranza superiore e dominante le varie parti della società
cioè l‟insieme di individui che dimostrano di fatto, avendo successo, di avere capacità
superiori in qualsiasi campo dell‟attività umana. Quindi l‟elite politica sarà la classe eletta di
governo.
Aron Raymond afferma che se allora esiste una elite in qualsiasi aspetto dell‟attività umana ci sarà
anche un‟elite nell‟attività criminale.
Un altro tema affrontato da Pareto è quello della CIRCOLAZIONE TRA ELITE DIVERSE
affermando che nelle nostre civiltà attuali è presente questa circolazione. Più facile è la circolazione
tra diverse elite, più il sistema è dinamico. Così ad esempio esponenti della elite militare quando
finiscono la carriera militare entrano a far parte nella elite degli imprenditori, oppure chi fa parte
dell‟elite economica entra nella elite di chi governa, nella elite politica.
(Attraverso lo studio degli elitisti arriviamo a definire cosa è potere e attraverso questo al concetto
di politica. Vediamo come gli elitisti influenzano la scuola di Chicago, importante per lo sviluppo
della scienza politica americana.)
Abbiamo detto che la teoria di Pareto è di impianto psicologico: ciò significa che le capacità
rimandano a fattori psicologici (qualcuno è più dotato).
Invece la teoria politica di Mosca è di impianto organizzativo.
Infatti Mosca afferma che il monopolio del potere poggia su due fatti:
1. gli individui della classe politica hanno qualità che danno superiorità sul resto della
società;
2. la classe politica è una minoranza organizzata, la cui azione è coordinata rispetto a una
maggioranza non organizzata (organo = dal greco strumento). Quindi ci si dà strumenti, ci
si dà una struttura che rende più facile l‟esercizio del potere.
L‟esercizio del potere risulta più facile in quanto si tratta di una minoranza. L‟essere
pochi facilita l‟organizzazione.
Di impianto organizzativo è anche l‟impostazione di un altro elitista:
ROBERT MICHELS; fu sostenitore del regime fascista, insegnò scienze politiche all‟Università
fascista di Perugia e si occupò dei fondamenti psicologici della moda, del ruolo della donna….
Michels studia la dinamica di un partito, il Partito socialdemocratico tedesco, quel partito
rivoluzionario, di sinistra estrema, quel partito egualitario in cui si afferma che siamo tutti uguali e
stiamo lottando per essere ancora più uguali.
Studiando tale partito Michels si accorge che quel partito produce una minoranza che governa sul
resto del partito. E osserva: chi dice organizzazione, dice tendenza all‟oligarchia (comando di
pochi); ogni volta che un insieme di persone si organizza, si verifica la LEGGE FERREA
DELL‟OLIGARCHIA, cioè produce una minoranza che governa. La necessità del sopravvivere e
la ricerca del successo determinano un‟oligarchia che pretende di essere stabile e irremovibile.
Per Mosca la MINORANZA GENERA L‟ORGANIZZAZIONE (la minoranza si organizza per
imporre il proprio potere);
per Michels è l‟ORGANIZZAZIONE CHE GENERA LA MINORANZA.
La classe politica (o elite, o oligarchia) è caratterizzata dalle cosiddette 3 “C”:
CONSAPEVOLEZZA, COESIONE E COSPIRAZIONE (volontà comune di intesa, muoversi
insieme).
L‟opera principale di Michels del 1911 è: “Sociologia del partito nella moderna democrazia –
Ricerche sulle tendenze oligarchiche della vita dei gruppi” .
L‟elitismo europeo, come convinzione che esiste una minoranza che governa su una maggioranza,
prosegue anche negli anni successivi.
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Tale constatazione viene ripresa anche dalla Scuola di Chicago, di cui ricordiamo Charles
Merrliam, George Katlin e Arold Lasswell.
Siamo negli anni Trenta.
MERRLIAM: direttore del dipartimento di scienza politica all‟Università di Chicago; fu
propugnatore della ricerca empirica per definire la manifestazione del potere.
Il potere è il concetto centrale della politica.
Esiste una pluralità di poteri (economico, sociale, religioso…) a cui corrispondono una pluralità
di lealtà.
In ogni forma di potere ci sono contenuti simbolici:
CREDENDA = cose da credere;
MIRANDA = cose di cui meravigliarsi.
KATLIN: controllo dell‟uomo sull‟uomo.
martedì 26 ottobre 2004
LASSWELL:si ricollega all‟elitismo italiano. Il potere è una categoria della scienza politica.
Opere: 1936 “Politica – Chi ottiene che cosa, quando e dove”
1950 “Potere e società”
Lasswell corregge Pareto su un punto: più che la capacità per entrare a far parte di un‟elite, è il
successo l‟elemento per accedere a un‟elite, il successo ripetuto.
Pareto aveva analizzato tutti i rami dell‟attività umana mentre Lasswell individua 3 valori come
cose desiderate:
1. REDDITO (ricchezza; vedi Thomas Hobbes)
2. DEFERENZA
3. SICUREZZA
L‟elite è composta da coloro che occupano posizioni di vertici in queste piramidi ovvero coloro che
dispongono della maggior parte dei valori presi come punto di riferimento, cioè reddito, deferenza o
sicurezza e che occupano il vertice delle tre piramidi.
Lasswell dà una concezione di politica intesa NON IN SENSO CONVENZIONALE, ma IN
SENSO FUNZIONALE. (convenire = l‟essere d‟accordo su una definizione; ogni epoca storica ha
una sua definizione di politica; esiste però sempre una definizione convenzionale di politica).
Per poter definire quindi politica dobbiamo andare oltre le definizioni convenzionali, e basarci su
una definizione funzionale di politica, cioè guardare alle funzioni effettive che la politica svolge,
valida per ogni epoca.
La POLITICA NON è CIRCOSCRIVIBILE alla funzione di governo; infatti sono politiche le
decisioni del governo, ma anche le decisioni di un grande operatore economico.
La POLITICA ha a che fare con la DISTRIBUZIONE DEI VALORI di reddito, di deferenza e
soprattutto di sicurezza nella società.
Chi sono coloro che distribuiscono questi valori?
Sono i pochi che possiedono tali valori, i membri di un‟elite, sono coloro che rispetto a tutti gli altri
membri di una società esercitano l‟INFLUENZA: sono gli influenti.
In “Potere e società” del 1950, Laswell cambia l‟elenco dei valori. Passa da 3 a 4, e fa una casistica
a parte successivamente. Divide i valori in:
VALORI DI BENESSERE = servono a far continuare l‟attività del soggetto, chi vuole
continuare a vivere possibilmente bene deve possedere questi quattro valori di benessere:
1. FISICO
2. RICCHEZZA
3. AVIDITA‟ (perizia, capacità d‟investire)
4. SAPERE (conoscenza e informazione)
Per ciascuno di questi valori avremo un‟elite in campo sociale.
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VALORI DI DEFERENZA = un soggetto è preso in considerazione, è stimato, è
rispettato, temuto e amato. I 4 valori di deferenza sono:
1. POTERE
2. RISPETTO
3. AFFETTO
4. RETTITUDINE che comporta la reputazione morale.
DISTINZIONE TRA INFLUENZA E POTERE (potere considerato come caso speciale di
esercizio di influenza)
INFLUENZA viene definita in termini di valori posseduti. E‟ il POSSESSO DI DETERMINATI
VALORI E VALORI CHE È PROBABILE CHE SI POSSIEDERANNO in futuro. Un
individuo o un gruppo di individui è tanto più influente, quanto più è la porzione di valori che
detiene e quanto più è la probabilità che possiederà valori. L‟influenza è qualcosa che si detiene,
che si possiede ma è ben diversa dall‟ESERCIZIO DI INFLUENZA (Per esempio avere grandi
qualità di intelligenza, è ben diverso dall‟esercitarle).
L‟INFLUENZA COMPORTA L‟ISTAURARSI DI UNA RELAZIONE SOCIALE CON LA
QUALE UN ATTORE MODIFICA LA CONDOTTA DI UN ALTRO. E‟ la stessa definizione
che Weber aveva utilizzato per potere, indicandolo come la probabilità che un comando ottenga
obbedienza, cioè che una persona modifichi il proprio comportamento di fronte al desiderio, alla
volontà, al comando di un altro; CONFORMARSI DI UN COMPORTAMENTO ALLA
VOLONTA‟ DI UN ALTRO).
Che cos‟è il potere come caso speciale di influenza?
IL POTERE è un‟INFLUENZA COSTRITTIVA, cioè coattiva o meglio LA
PARTECIPAZIONE A DECISIONI CHE MODIFICANO LE LINEE DI CONDOTTA DI
ALTRI MEDIANTE SANZIONI GRAVI, non solo negative, ma anche positive, attuali o
attese.
(attraverso il castigo o il premio ti induco, ti costringo a modificare il tuo comportamento; sanzioni
gravi: ATTUALI: per esempio passare con il semaforo rosso, vengo fermata e la sanzione avviene
in quel momento; ATTESE: se non ti comporti in un certo modo non avrai nel futuro determinate
cose, sono sanzioni che non si realizzano nell‟immediato).
La politica si riconduce direttamente a tale nozione di potere.
Al centro della politica non c‟è più il semplice possesso di valori che genera l‟influenza, ma c‟è
L‟EFFETTIVA PARTECIPAZIONE ALLA PRESA DI DECISIONI SIGNIFICATIVE PER
LA SOCIETA‟. Ciò consente di distinguere tra le elite in generale, come l‟elite dei medici, degli
avvocati… e l‟ELITE POLITICA in senso proprio, quella che ha potere politico che partecipa di
fatto alla presa di decisioni significative.
Dalla nozione convenzionale di politica si passa a una definizione funzionale di politica.
(gli studiosi successivi alla scuola di Chicago, degli anni ‟50 e ‟60, approfondiranno la definizione
di potere e preciseranno quella di politica.
Per ora abbiamo definito potere in Weber, in Lasswell come caso speciale di influenza).
DIBATTITO TRA ELITISMO E PLURALISMO sul terreno del COS‟E‟ POTERE e COS‟E‟
POLITICA
Negli USA tale dibattito ha il suo centro in un economista Joseph Schumpeter, di cui ricordiamo
l‟opera del 1942 “Capitalismo, socialismo e democrazia”. Austriaco e grande economista, frequenta
molti economisti viennesi e insegnerà in america.
Siamo nel periodo della Grande Crisi del 1929, ci si domanda quali siano le misure che lo stato
deve adottare per uscire dalla depressione (New Deal). In Europa siamo nel periodo del
totalitarismo nazista e del fascismo, in Russia vi è l‟impero sovietico…
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Le domande che gli economisti si pongono sono: il capitalismo è destinato a crollare? Cosa genera
il capitalismo? Cos‟è la democrazia rispetto ai sistemi politici autoritari? E‟ meglio un‟economia
pianificata o un‟economia di mercato?
Schumpeter definisce DEMOCRAZIA: per fare questo si domanda:
qual è il compito del cittadino ovvero della cittadinanza nella democrazia?
Non è la cittadinanza che decide i grandi problemi politici, ma è la cittadinanza che ELEGGE
COLORO CHE ESERCITERANNO IL POTERE POLITICO, CHE DOVRANNO
DECIDERE.
La DEMOCRAZIA è UN METODO, cioè E‟ LO STRUMENTO ISTITUZIONALE PER
GIUNGERE A DECISIONI POLITICHE. In base a tale metodo un‟elite ottiene il potere di
decidere attraverso una COMPETIZIONE che ha per oggetto il VOTO POPOLARE.
Così come nel mercato è la concorrenza perfetta che tendenzialmente produce prezzi migliori, nel
sistema politico è la competizione fra partiti ad assicurare il risultato migliore.
Nella democrazia esiste una PLURALITA‟ DI MINORANZE che devono competere per avere il
voto. Robert Dahl introduce il termine di POLIARCHIA, cioè pluralità di poteri che sono in
democrazia perché competono tra loro.
La democrazia va quindi cercata nella CONCORRENZA TRA I PARTITI e NON DENTRO I
SINGOLI PARTITI. E‟ la concorrenza tra i partiti che crea democrazia.
TEORIE ECONOMICHE DELLA POLITICA
Il funzionamento del sistema politico, dei sistemi democratici odierni è molto simile al
funzionamento dei sistemi economici. Le logiche per avere successo in campo politico sono le
stesse che si utilizzano in campo economico. Così se è rilevante la pubblicità, sarà rilevante anche
lo spot pubblicitario in campo politico.
CONTESTAZIONI DELLA TEORIA DELLA DEMOCRAZIA DI SCHUMPETER
1. Le società dell‟occidente sono solo apparentemente pluraliste; in realtà sono elitiste.
2. L‟uso dell‟idea di democrazia: non si può parlare solo di un metodo, ma occorre una
democrazia sostanziale.
Approfondiremo tali contestazioni attraverso lo studio di autori con diverse posizioni:
Hunter Floyd
Charles Reid Mills
Robert Dahl
mercoledì 27 ottobre 2004
Stiamo vedendo la questione “elitismo e pluralismo”.
Analizziamo la prima critica che ruota attorno alla domanda:
la società americana è davvero pluralista, cioè ha una pluralità di poteri (ciò che Robert Dahl
chiamerà poliarchia) o è una società elitista?
Il dibattito e la critica alle posizioni di Schumpeter, siamo alla metà degli anni ‟50, si avvia con le
posizioni di Hunter e Reid Mills.
Hunter esamina una comunità locale, non sta indagando teoricamente la categorie di potere, ma
ricostruisce le posizioni di potere in una comunità locale; prende una grande città, Atlanta, e dice
qual è la distribuzione del potere ad Atlanta per rispondere alla questione se la società di Atlanta è
una società pluralista democratica, poliarchica, o elitista.
Introduce una TECNICA DI RICERCA basata sull‟INTERVISTA, intervista a un numero
limitato e significativo di esponenti della comunità studiata, cioè sceglie coloro che sono dei
conoscitori della comunità. Mediante le risposte al questionario, Hunter individua una
STRUTTURA DI POTERE, cioè individua una minoranza (una quarantina di persone) che
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comandano sugli altri, che hanno più potere degli altri e, all‟interno di questa quarantina di persone,
uno strato superiore, i TOP LEADER, di 12 persone.
Ma chi sono questi top leader? Chi è questo vertice che ha il potere nella città di Atlanta?
Si tratta per la loro provenienza sociale, per la professione che svolgono, di una compatta elite
economica, formata da business men, che esercitano il potere nel loro interesse e comandano
dietro le quinte e sono appunto un‟elite.
La ricerca di Hunter rispetto alle formulazioni di Schumpeter (la democrazia è ciò che vede una
pluralità di gruppi che competono), porta ad Hunter a dire che ci sarà formalmente il meccanismo
della competizione, ma a comandare è un gruppo ristretto di persone.
Reid Mills, sociologo molto noto, che estende la constatazione della presenza di elite su tutta la
nazione, sugli Stati Uniti.
Nelle società contemporanee il potere è di necessità istituzionalizzato, cioè che si esercita attraverso
istituzioni, regole. Alcune di queste istituzioni hanno una posizione chiave e profila una
tripartizione classica:
1. ISTITUZIONI e quindi il POTERE ECONOMICO;
2. ISTITUZIONI e quindi il POTERE MILITARE;
3. ISTITUZIONI e quindi il POTERE POLITICO.
L‟elite è costituita da coloro che occupano le posizioni di vertice in queste tre piramidi, quindi i
dirigenti delle grandi aziende, gli alti gradi militari e i massimi dirigenti politici.
I tre vertici sono tra loro coesi, cioè condividono valori e i loro ruoli sono INTERCAMBIABILI;
così l‟alto dirigente dell‟industria può andare a far parte dell‟elite politica, il vertice militare può
aentrare a far parte dell‟elite economica. Accanto a questa INTERCAMBIABILITA‟ e alla
CONDIVISIONI di VALORI c‟è uno stile di vita comune e l‟estrazione sociale è molto
omogenea, cioè sono le classi economicamente più ricche.
Quindi, conclude Reid Mills, anche se l‟America è democratica, se i partiti competono fra di loro, il
potere è in mano a un‟elite, che in realtà sono tre elite, ma alla fine è come se fossero un‟unica elite
coesa.
QUESTE SONO LE DUE POSIZIONI (HUNTER E REID MILLS) CHE NEL DIBATTITO
PLURALISMO-ELITISMO TENDONO, CONTRARIAMENTE ALL‟ANTICA TESI DI
SCHUMPETER IL CAPITALISMO, SOCIALISMO E DEMOCRAZIE, A PROPORRE UNA
REALTA‟ DEGLI USA ELITISTA.
Robert Dahl: anche Dahl effettua una indagine empirica, ma muta la tecnica che era stata proposta
da Hunter. Qual è l‟inconveniente della sua tecnica? E‟ una tecnica REPUTAZIONALE; Hunter
voleva arrivare ad individuare la struttura di potere ad Atlanta; ma come ci è arrivato? Non
attraverso dei fatti, dei processi decisionali, ma interviste a persone che hanno manifestato la loro
opinione, la loro reputazione: è arrivato a dire che quella era la struttura di potere nelle opinioni
degli intervistati e quindi la reputazione delle persone intervistate rispetto ai fatti può essere
discrepante.
Dahl studia la distribuzione di potere nella città di New Haven.
Studia i PROCESSI DECISIONALI, cioè il potere si manifesta attraverso decisioni.
Una comunità e i poteri di una comunità decidono su tantissime materie; sceglie tre aree di decisioni
rilevanti soprattutto in quegli anni:
1. la POLITICA URBANA, cioè la politica rispetto alle strade, costruzioni…
2. la PUBBLICA ISTRUZIONE
3. la SCELTA DEI CANDIDATI ALLE CARICHE LOCALI, e in particolare la carica di
SINDACO.
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CHE METODO ADOTTA?
Costruisce una sede storica: per i primi due settori, politica urbana e pubblica istruzione,
considera tutte le decisioni prese dalla città dagli anni ‟50 al ‟59 mentre per la scelta dei
candidati risale fino al ‟41;
individua quali sono gli attori che intervengono nelle decisioni;
a ciascuno degli attori che intervengono attribuisce un punto, un‟unità di potere, ogni volta
che questo attore avanza una proposta che ha successo;
attribuisce anche un punto quando un attore blocca la proposta di un altro, cioè quando
esercita un veto (potere di non farti fare qualcosa che vorresti fare).
Somma le varie unità e individua quali fra i diversi attori ha ottenuto maggiori poteri.
Come si possono riassumere i risultati?
1. Le persone, i gruppi, che esercitano un potere diretto sulle decisioni sono numericamente
pochi; i veri decisori sono numericamente ridotti; quindi esiste un‟elite;
2. nelle prime due aree i leader di un settore non lo sono negli altri due;
i leader dei tre settori non provengono da uno stesso strato sociale.
Quindi non esiste una elite coesa, ma esiste una PLURALITA‟ DI ELITE: siamo in una
situazione di PLURALISMO e non di elitismo.
CRITICHE A DAHL
La tecnica decisionale di Dahl è soggetta a critiche;
il metodo da lui elaborato accerta soltanto una delle dimensioni del potere; la tecnica di Dahl
presuppone che l‟ambito entro cui il potere si manifesta sia il processo di decisione. Ma il potere
non si manifesta soltanto nel processo decisionale, ma anche nelle limitazioni che vengono poste al
processo decisionale (ha potere un movimento sociale che impedisce o ritarda l‟assunzione di certe
decisioni); quindi esercita il potere:
chi propugna con successo una certa decisione;
chi impedisce che altri propugnano con successo una certa decisione;
chi impedisce non che certe decisioni vengano prese, ma che neppure vengano
proposte, perché il processo decisionale non avviene nel vuoto, ma in un sistema di
istituzioni, un sistema di regole, un campo di gioco.
In sostanza, il potere non ha una sola faccia, ma ha sempre due facce: il potere della DECISIONE
e della NON DECISIONE (Bachrach e Baratz sono i critici più rilevanti).
Le due facce del potere come decisione e non decisione sono interpretabili come il PROCESSO
DEL POTERE e STRUTTURA DEL POTERE.
Il PROCESSO è la dinamica delle azioni e delle relazioni con cui di volta in volta vengono prese le
decisioni pubbliche. Ad esempio, se si tratta di far votare la finanziaria, il processo del potere sarà la
dinamica di tutte le azioni che porta alla promulgazione della finanziaria.
La STRUTTURA è il quadro delle azioni e delle relazioni ricorrenti e stabilizzate al cui interno si
esplica il processo politico normale, cioè il processo decisionale.
Nel nostro esempio sarà il Parlamento, i giornali che premono per una misura di finanziaria , i
sindacati…
Quali altre distinzioni possiamo fare per capire meglio cos‟è il potere?
Potere è sempre una relazione fra azioni (=potere attuale) o tra disposizioni ad agire (=potere
potenziale). In questa seconda accezione il potere è la capacità di un attore di determinare la
condotta di un altro attore facoltà
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Nel potere attuale non è soltanto la capacità ma è l‟effettiva determinazione da parte di un attore
di modificare la condotta di un altro.
Nel POTERE POTENZIALE sottolineiamo la FACOLTA‟.
Nel POTERE ATTUALE sottolineiamo l‟ESERCIZIO.
In quanto relazione il potere è sempre il potere di un essere umano su un altro essere umano, il cui
oggetto consiste in un‟azione di CONFORMITA‟: il soggetto che obbedisce conforma la sua
azione al volere e al desiderio di un altro.
La condotta può essere libera, percepita come interamente libera, quando si corrisponde, ci si
conforme al POTERE PERSUASIVO.
Accanto a questo c‟è anche un POTERE COSTRITTIVO, un potere che opera mediante minaccia
di punizioni. Però sempre c‟è un qualcuno che conforma la sua azione al comando di un altro.
Quindi ESERCITARE POTERE o AVERE POTERE significa ottenere o avere la probabilità di
ottenere la collaborazione di altri attori sociali.
Da sempre ci sono due grandi concezioni del potere e della politica: potere visto nel suo volto
demoniaco e la politica dal punto di vista conflittuale, e la visione della politica e del potere
cooperativa.
Quindi, se noi diciamo che potere è una RELAZIONE DI DETERMINAZIONE TRA AZIONI,
equivale a dire che FRA QUESTE DUE AZIONI CORRE UN RAPPORTO DI CAUSA, cioè un
comportamento causa, determina l‟altro.
Quindi, IL POTERE è UNA CAUSAZIONE SOCIALE (1° elemento);
ma non basta; gli attori implicati in questa causazione sociale si muovono con un orientamento di
senso: non è una causazione insensata, ma una causazione sociale INTENZIONALE (2° elemento),
cioè nel rapporto di potere c‟è un ORIENTAMENTO DI SENSO.
Manca ancora un terzo elemento per arrivare alla definizione di potere: ci può essere l‟elemento
dell‟interesse.
DEFINIZIONE FINALE DI POTERE:
POTERE E‟ UNA CASUAZIONE SOCIALE INTENZIONALE E/O
INTERESSATA.
Il potere è una RELAZIONE ASIMMETRICA.
Se A esercita potere su B, quest‟ultimo non esercita potere sul primo nella stessa relazione.
Questo è normalmente vero, però in una relazione affettiva ci troviamo in una relazione reciproca
che è più simile al rapporto di scambio, SCAMBIO DI POTERI.
In un rapporto di scambio, A può esercitare potere su B rispetto all‟azione Y di B (cioè A chiede a
B la sua conformità su Y) e allo stesso tempo B può esercitare potere su A rispetto all‟azione X di
A. Questo significa che molte volte ci troviamo davanti a un potere che è soltanto
UNILATERALE (B può soltanto obbedire), ma molto spesso nelle relazioni interindividuali e in
quelle politiche il potere è BILATERALE, cioè va in entrambe le direzioni (ce n‟è uno che ha più
potere di un altro, ma anche l‟altro su qualche campo un qualche potere ce l‟ha).
Bisogna però distinguere il POTERE e la DIPENDENZA; studio fatto da Emerson Richard.
Altro autore di cui ci occuperemo è Peter Blau.
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martedì 2 novembre 2004
POTERE E DIPENDENZA
Richard Emerson:
il soggetto B si trova in condizioni di dipendenza da A (A = colui che esercita la dipendenza; B =
soggetto dipendente, controllato):
1. quanto più le risorse X controllate da A sono salienti, rilevanti, importanti per B (B ricava dei
benefici, dei vantaggi dalle risorse controllate da A);
2. quanto più il controllo di A sulle risorse X è un controllo esclusivo (se non fosse esclusivo il
soggetto dipendente B va a cercare da un'altra parte tali risorse, da un terzo attore).
D‟altra parte B:
1. può avere un controllo egualmente esclusivo sulle risorse Y che sono altrettanto rilevanti
per A INTERDIPENDENZA SCAMBIO E POTERE BILATERALE;
2. oppure può mancare di risorse efficaci con cui controbilanciare il potere di A
DIPENDENZA VERA E PROPRIA POTERE UNIDIREZIONALE, cioè B è in
balia di A.
A questa prospettiva di Emerson, viene affiancata quella di Peter Blau: consideriamo lo Stato A e
lo Stato B e diciamo che lo Stato B dipende da A; ad esempio le risorse economiche di A sono
molto rilevanti per B. Il soggetto dipendente come può cercare di riequilibrare la situazione?
Può RIDEFINIRE LA PROPRIA SCALA DI VALORI, cercare cioè dei surrogati a quel bene che
ritiene essenziale, attenuando la situazione di dipendenza; oppure se non posso fare così l‟altro
strumento è la VIOLENZA e alla fine la GUERRA.
Blau elabora una SPIEGAZIONE DELLA GENESI DEL DOMINIO, cioè la spiegazione del potere
a partire dalla relazione di scambio fra attori.
Il potere è generato dal formarsi di uno SQUILIBRIO FRA RELAZIONI DI SCAMBIO: il
soggetto A, impiegando le risorse che ha in monopolio, eroga con continuità benefici e vantaggi
importanti per B.
B, se non può dare risorse importanti per A, se non può fare a meno dei benefici che riceve e se non
può ricorre alla violenza è indotto ad accettare i comandi e le direttive di A.
Le risorse di cui A ha il monopolio costituiscono la fonte di minaccia e di punizione per B (“se non
obbedisci ti tolgo le risorse”).
L‟uso costante di questa minaccia porta B ad obbedire, cioè a conformare il suo comportamento alle
disposizioni di A. E‟ dal rapporto di scambio che si determina la posizione di potere.
POTERE: IN BASE ALLE
DIMENSIONI FORMALI, cioè in base alle modalità di esercizio del potere;
DIMENSIONI SOSTANTIVE, cioè in base ai contenuti del potere, ai tipi di valori
implicati.
1. DIMENSIONI FORMALI, cioè in base alle MODALITA‟ DI ESERCIZIO DEL POTERE:
COSTRIZIONE (ti costringo, ti minaccio);
REMUNERAZIONE (se fai così ti premio);
il soggetto che obbedisce ha sempre a disposizione differenti alternative di azioni; ne sceglie
una che è quella indicata da chi esercita potere per paura o per ottenere un premio;
PERSUASIONE: il soggetto A determina la condotta di B mediante argomentazioni che non
contengono promesse di remunerazione o di minacce, ma si richiamano a fatti,
interpretazioni di fatti, valori, credenze..Il limite più raffinato della persuasione è quando chi
è persuaso dice: “le tue idee sono come le mie, tu la pensi come me”.
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MANIPOLAZIONE: c‟è da quando c‟è la politica (es. propaganda); la manipolazione è
diversa dalla persuasione in quanto si interviene in maniera occulta, sopprimendo o
distorcendo delle informazioni;
CONDIZIONAMENTO: il soggetto A determina la condotta di B intervenendo direttamente
sulla situazione sociale in cui vi è collocato (es. ti tolgo lo stipendio, ti tolgo il posto di
lavoro);
AUTORITA‟: ben diversa dal potere; dedicheremo delle lezioni successivamente a questo
punto.
2. DIMENSIONI SOSTANTIVE, cioè in base ai CONTENUTI DEL POTERE, AI TIPI DI
VALORI IMPLICATI (classificazione di Lasswell):
POTERE ECONOMICO;
POTERE MILITARE o COERCITIVO;
POTERE IDEOLOGICO.
(Finora ci siamo occupati di dare una definizione di potere, da Weber, alla scuola di Chicago,
elitisti, e siamo arrivati alla definizione ultima di potere, come casuazione sociale intenzionale e/o
interessata. Con Lasswell, la scuola di Chicago, ci siamo poi soffermati alla definizione funzionale
di politica e non più convenzionale: ora procederemo in questo modo per arrivare alla definizione di
POLITICA:
Definizione di politica sulla base della definizione di AZIONE POLITICA;
OBBLIGAZIONE POLITICA E CONTRATTO-SCAMBIO SINTESI POLITICA;
Storia del termine “POLITICA”: quando appare e che accezioni convenzionali ha avuto.)
AZIONE POLITICA: interpreta il potere come lo scopo, il valore-fine dell‟azione politica.
VALORE-FINE dell‟azione politica è il potere, ma non potere come semplice esercizio del potere,
ma come RICERCA DEL POTERE. AZIONE POLITICA si intende la ricerca del potere, azione
finalizzata al conseguimento del potere.
Allora POLITICA può essere definita secondo due facce:
1. Politica come il sistema, il contesto delle azioni e delle relazioni politiche è l‟ARENA, cioè
IL CAMPO DI GIOCO della COMPETIZIONE per il potere (definizione
convenzionale);
2. Se guardiamo agli esiti finali a cui di volta in volta dà luogo la politica, la politica risponde
alla funzione della PRODUZIONE e DISTRIBUZIONE DEL POTERE per un dato
campo sociale (definizione funzionale).
Come differenziare il potere politico da altri tipi di potere, come ad esempio quello economico?
Il potere che viene prodotto e distribuito è un POTERE GARANTITO, cioè la capacità di ottenere
conformità a certe direttive stabilizzata e generalizzata.
STABILIZZAZIONE: garanzia del potere lungo la dimensione temporale (il potere politico
è stabile nel tempo, tende ad essere permanente);
GENERALIZZAZIONE: garanzia del potere lungo la dimensione dello spazio sociale, cioè il
potere politico non chiede la conformità di uno o di alcuni attori particolari,
ma richiede la conformità di comportamento verso la generalità degli attori di
un determinato campo sociale (es. la legge che vale per tutti).
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mercoledì 3 novembre 2004
Nelle prossime lezioni:
Distinzione tra obbligazione politica e contratto-scambio e perché indicano realtà
metastoriche;
richiamo a due coppie analoghe, ma non simili: comunita‟–società (Ferdinand Tonnis) e
stato-societa‟
perchè si e‟ scelto il termine “obbligazione politica” invece di altri.
PERCHE‟ OBBLIGAZIONE POLITICA E CONTRATTO-SCAMBIO INDICANO
REALTA‟ METASTORICHE O METATEMPORALI?
Noi non abbiamo una realtà storica che si chiama “obbligazione politica”, abbiamo una realtà
storica che si chiama Stato, abbiamo una realtà storica che si chiama polis, la città greca, abbiamo
diverse realtà storiche che si chiamano impero…Il termine è metastorico in quanto è presente in
tutte le forme storiche di aggregazione umana, cioè ogni forma storica di aggregazione umana ha
presente quel qualcosa che chiamiamo obbligazione politica e quel qualcosa che chiamiamo
contratto-scambio.
Se noi prendiamo per esempio una sintesi politica storica, la città greca, una sintesi politica nella
sua realtà storica, il feudo o lo Stato, in ognuna di queste noi troveremo un po‟ di obbligazione
politica e un po‟ di contratto-scambio.
Quindi obbligazione politica e contratto-scambio sono categorie metastoriche perché non
individuano di per sé una realtà storica che viene chiamata con altri nomi nella storia, ma queste due
realtà sono comunque sempre presenti. E sono sempre presenti un po‟ e un po‟.
Il loro preciso rapporto, cioè quanta obbligazione politica rispetto al contratto-scambio o viceversa,
qualifica il funzionamento di certi sistemi politici.
Ad esempio i sistemi comunisti dell‟est avevano un‟ampia estensione dell‟area politica a svantaggio
dell‟area del contratto-scambio mentre i sistemi democratici -occidentali di solito hanno un‟area del
contratto-scambio più ampia che non l‟area politica.
Quindi il rapporto tra obbligazione politica e contratto-scambio connota e distingue i diversi sistemi
politici.
La premessa rilevante è che sono categorie metastoriche cioè ci servono a identificare che cosa è
politica; sulla base delle due definizioni di politica, le due facce della stessa realtà che abbiamo
dato ieri (campo di gioco e produzione e distribuzione del potere) dobbiamo arrivare a definire che
cosa è politica.
Abbiamo figure simili: la società civile distinta e contrapposta allo Stato.
Lo Stato è l‟obbligazione politica, la società è il contratto-scambio.
Ma si sovrappongono non perfettamente perché l‟obbligazione politica è più ampia dello Stato.
La contrapposizione Stato e la società civile ha una sua radice storica, soltanto impropriamente
possiamo parlare di Stato nella Roma Repubblicana, non c‟era il termine Stato, ma quello di res
publica e la socìetas dell‟età romana non è la società civile così come viene usata nella distinzione-
contrapposizione fra Stato e società civile. Questa è una contrapposizione che si afferma a partire
dal „700. Così come si può sovrapporre, ma non è la stessa, la distinzione tra comunità e società
formulata da Ferdinand Tonnies (di questa distinzione tratteremo chiusa la parte relativa
all‟obbligazione politica e contratto-scambio).
Attraverso queste premesse, distinguiamo fenomeni politici (area dell‟obbligazione politica) da
fenomeni non politici (area del contratto-scambio).
PERCHE‟ “OBBLIGAZIONE POLITICA”?
Miglio Gianfranco ha ripreso il termine di obbligazione dal suo maestro, Alessandro Passerin
d‟Entreves.
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Inizialmente Miglio per contrapporre l‟obbligazione politica al contratto scambio chiamava il
contratto scambio con il termine “obbligazione privata”.
Il termine “obbligazione” è stato a lungo un termine giuridico (dal latino obligatio = legare attorno,
l‟esser legati; il termine tedesco è verbinden; Verbeter è l‟associazione politica, cioè quella realtà in
cui una moltitudine di persone sono legate l‟una con l‟altra, legate perché, su che base).
Alla fine dell‟800 Green usa il termine di obbligazione politica, sapendo che stava usando una
formula che aveva una contraddizione interna, un ossimoro: l‟obbligazione che è tipica del diritto
diventa obbligazione politica.
Passerin riprende il termine utilizzato da Green.
In che senso alla base di ogni comunità politica, in ogni forma storica di sintesi politica (nella città
greca, nel feudo, nell‟impero romano, nello Stato) c‟è sempre un‟obbligazione politica? Qual è la
base dell‟obbligazione politica?
Per poter cogliere che cos‟è obbligazione politica, e quindi questa realtà politica che è presente in
ogni forma organizzata e di convivenza tra uomini, Miglio la differenziò rispetto al contratto-
scambio (cioè quella sfera fatta di scambi quotidiani, psicologici, individuali, economici): in termini
semplificati è la distinzione tra il politico e il privato. Miglio quindi contrappone la sfera
dell‟obbligazione politica alla sfera del contratto-scambio in base ad alcuni elementi:
1. SOGGETTI
2. OGGETTO
3. STRUTTURA
4. TEMPO
1. SOGGETTI: nel contratto-scambio ci sono sempre un NUMERO DETERMINATO e
INDIVIDUABILI di persone (il contratto si definisce quasi perfetto quando avviene tra due
persone);
nel rapporto di obbligazione politica invece abbiamo MULTITUDINI di persone, riguarda la
GENERALITA‟ (ricorda la definizione di generalizzazione del potere garantito!).
CONSEGUENZA: in un rapporto di scambio è immediatamente costruibile un rapporto di
responsabilità mentre nell‟obbligazione politica non è facile costruire un rapporto di responsabilità
con una moltitudine di persone.
2. OGGETTO: nel contratto-scambio l‟oggetto è DETERMINATO e PRECISO.
Invece l‟oggetto dell‟obbligazione politica è un OGGETTO GLOBALE, nel senso che gli individui
si aggregano cercando una GARANZIA circa il soddisfacimento di bisogni non ancora precisati, ma
bisogni che si presenteranno, primo fra tutti la protezione, la sicurezza (ricerca di garanzia rivolta al
futuro: ricorda la definizione di stabilizzazione del potere garantito!).
3. STRUTTURA: a fondamento dell‟obbligazione politica c‟è un PATTO DI FEDELTA‟.
Tomas Hobbes ha definito il patto di fedeltà (autore de “Il leviatano” (mostro biblico), “Il
Behemoth”); parte da alcune considerazioni: immaginiamo lo stato natura, cioè la condizione di
natura, ciascuno di noi è libero, non ci sono regole.
Qual è la regola che prevale in uno stato di natura?
Ognuno fa quello che vuole, il più forte si impone al più debole.
E‟ la condizione in cui “homo homini lupus” (ogni uomo è lupo per l‟altro uomo);
o in altra forma, lo stato di natura è il regno del “bellum omnium contra omnes”(la guerra di tutti
contro tutti). Ma come fa il più debole a resistere? E fino a quando un individuo è più forte?
cosa succede se incontro uno più forte di me? Ecco allora la necessità di una „garanzia‟.
Nel modello conflittuale nasce la necessità di essere garantiti, sia sul versante interno che è esterno;
anche i deboli debbono sopravvivere; è necessario che il forte, temendo di incontrare uno più forte
di lui, dismetta un po‟ della sua forza, della sua aggressività, si pieghi cioè ad obbedire alle leggi del
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Leviatano, cioè si sottometta ai comandi, al potere dell‟autorità. Così la comunità politica garantisce
la sopravvivenza anche del debole.
Allora, come nasce una sintesi politica, cioè lo stato, o leviatano, o commonwealth?
Nasce perché gli uomini si obbligano, si vincolano con un patto di fedeltà.
Gli uomini rinunciano a un pezzo della loro libertà perché in questo modo la comunità politica che
sorge mi assicura, mi protegge.
Il meccanismo che spinge a fare questo patto di fedeltà è quello della paura e della ricerca di gloria.
Per Hobbes la fedeltà è un legame unico, per sempre.
Per John Lock, la fedeltà è un contratto, quindi si può rescindere, si può sciogliere.
È stato detto che la forma di contratto-scambio è tanto più vicina alla sua perfezione quanto più il
numero dei soggetti è vicino a due, con un oggetto ben preciso (per esempio una compravendita
chiusa ) e in un tempo ben determinato (hic et nunc= qui e ora; non c‟è spostamento né spaziale, né
temporale nell‟adempimento del contratto stesso).
L‟obbligazione politica è un‟obbligazione ESCLUSIVA.
I rapporti di obbligazione politica sono esclusivi: si è dentro o fuori l‟obbligazione politica.
I rapporti di obbligazione politica possono essere diversi, ma l‟obbligazione politica che prevale in
uno scontro è una sola.
Ma da dove deriva l‟esclusività?
Miglio riprende le dottrine di Schmitt Karl (giurista tedesco, si occupa di politica e scrive il saggio:
“Le categorie del politico”; autore della categoria AMICO-NEMICO, di cui tratteremo la prossima
lezione. (“Noi ci sentiamo appartenere a una comunità, identificando chi è fuori la comunità”)
4. TEMPO: ogni scambio ha una sua durata temporale limitata. L‟obbligazione
politica non nasce mai a tempo, ma nasce con la pretesa di essere eterna, non patisce limitazioni
temporali.
Riassumendo:
il soggetto del contratto-scambio ha la caratteristica dalla determinatezza e della responsabilità
personale;
al contrario i soggetti della obbligazione politica hanno la caratteristica dalla indeterminatezza ed è
difficile identificare responsabilità soggettive.
L‟oggetto nella obbligazione politica è più generale che nel contratto-scambio, in verità mai
specificato fino in fondo perché l‟oggetto è una „garanzia sul futuro‟; l‟oggetto nel contratto-
scambio invece è ben determinato.
Struttura dell‟obbligazione politica: è l‟argomento più delicato.
Si constata verticizzazione: dai tanti ai pochi, dai molti che obbediscono ai pochi che comandano.
Esclusività: si è dentro una sintesi e non si è dentro un‟altra, possono esserci momenti in cui si è
chiamati a scegliere e non si può non scegliere; riprenderemo questo concetto di conflittualità con la
categoria amico/ nemico di Schmitt.
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lunedì 8 novembre 2004
Nella lezione di oggi ci occupiamo della dicotomia, opposizione tra comunità e società, comparata
a stato e società civile che è una contrapposizione di ordine storico: lo stato indica una sintesi
politica storica mentre la società civile indica una realtà storica a differenza della contrapposizione
di obbligazione e contratto-scambio che è una realtà meta storica.
Quindi ci occupiamo di:
1. Tönnies Ferdinand: comunità e società
2. Karl Schmitt e la categoria amicus/hostis
3. la concezione della guerra
Tönnies è un sociologo che elabora parecchie riflessioni di politica, vive fra l‟800 e il „900 e
insieme a Weber è uno dei più grandi contributori della sociologia e della sociologia rivolta ai
fenomeni politici; è uno studioso di Hobbes; opera principale: “Comunità e società” (“Gemeinschaft
und Gesellschaft”); sottotitolo: Categorie della sociologia pura.
Tönnies è influenzato da Henry Sumner Maine, storico ottocentesco inglese del diritto che scrive
“L‟antico diritto” (“L‟ancient Law”) introducendo la distinzione tra „status‟ e „contratto‟,„status‟
da cui deriverà „stato civile‟ e anche „Stato‟.
Stiamo assistendo a un passaggio dalle posizioni di STATUS a quelle di CONTRATTO.
Lo status, dice Sumner Maine, era la posizione, la condizione della persona all‟epoca dell‟ancien
régime. In questa lunga stagione storica la persona non contava in quanto individuo, ma perché
appartenente ad un gruppo, una corporazione, lo status precede storicamente il contratto.
E‟ molto vicino al concetto di “ceto”, cioè il gruppo di persone che godono di diritti e/o privilegi in
quanto appartenenti a quel ceto. Nel ceto conta di più l‟appartenenza al gruppo.
Per tutto l‟ancien règime la persona nasceva con un determinato status sociale e ad esso
apparteneva fino a morte.
Vi è una tendenza storicamente in atto di passaggio da società di status a quella caratterizzata dalla
presenza del contratto. Stiamo assistendo alla trasformazione da una forma rigida, società di status,
in cui è difficile passare da uno status all‟altro, a una società caratterizzata dalla presenza di
contratto, una società più mobile, in cui gli individui sono più liberi.
Attraverso il contratto l‟individuo conta in quanto individuo, cioè con la forza dei contratti pattuisce
con gli altri la propria posizione, conquista la propria posizione non più vincolato dalla struttura di
ceto, ma in base alla sua abilità nel contrattare con gli altri.
Tönnies chiama status con il termine di COMUNITÀ e contratto con il termine di SOCIETÀ.
Comunità e società sono categorie pure per descrivere il modo con cui uomini e donne si associano.
Le formule associative rientrano in uno di questi due tipi: o si tratta di forme associative di
comunità o di forme associative di società.
Dove sta la differenza tra la forma associativa di comunità e quella di società?
In maniera idealtipica, Tönnies descrive contrapponendoli gli aspetti identificanti la comunità e
quelli che per contrapposizione identificano la società.
COMUNITA‟
1. Non conta tanto la volontà dell‟individuo; egli è vincolato al gruppo in cui è inserito, conta
di più il gruppo: conta la VOLONTA‟ ESSENZIALE.
2. Prevale il senso dell‟io che appartiene a una comunità.
3. Prevale il possesso, cioè disporre di un bene.
4. L‟elemento economico più rilevante è il suolo e, quindi, il possesso fondiario.
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5. E‟ prevalente il diritto familiare, quindi decisivi sono i rapporti di parentela, di discendenza,
di consanguineità.
SOCIETA‟
1. Prevale la VOLONTA‟ ARBITRALE, cioè l‟individuo è arbitro di se stesso, si sente arbitro
di se stesso, non deve rispondere al gruppo a cui appartiene.
2. Prevale il concetto di persona.
3. Prevale il concetto di proprietà e patrimonio.
4. Il sistema economico è regolato soprattutto dal denaro.
5. E‟ prevalente il diritto delle obbligazioni, cioè il diritto costruito sulla possibilità e capacità
di contrattare con gli altri.
Tönnies fa un mezzo passo falso: replicando la tesi di Sumner Meine (stiamo assistendo
storicamente al passaggio dalla società status alla società fondata sul contratto), Tönnies dice:
stiamo passando dalla società alla comunità, introducendo il principio che la società è una forma
superiore e migliore, storicamente successiva perché più compiuta a quella di comunità.
La comunità, che viene prima, è un po‟ meno della società, la società è più razionale.
La società storicamente prevale sulla comunità.
Vedremo, invece, che anche adesso abbiamo forti elementi di comunità dentro la società.
A questa contraddizione e a questa constatazione dello sviluppo storico da comunità a società,
obietta agli inizi degli anni ‟20 Hermann Schmalenbach che dice:
Tönnies afferma che le forme associative si realizzano secondo due tipologie, il rapporto associativo
comunitario e il quello di società: ma dove classifichiamo allora le associazioni che si formano per
impeto passionale? Oppure i partiti o i movimenti politici che non sono riconducibili interamente né
alla comunità né alla società?
Schmalenbach afferma che c‟è un terzo tipo di formula associativa rappresentata dal BUND, che è
la terza forma in cui troviamo compresenti e mescolati elementi della società e della comunità: sono
presenti gli elementi „caldi‟ della appartenenza, tipici della comunità e gli elementi individuali tipici
della società.
Il termine Bund ha una difficile traduzione: alcuni studiosi lo traducono come federazione, ma in
realtà Bund è molto vicino al Verbandt, ha dentro il binden, cioè il legare, il collegare.
E‟ il termine più adatto a spiegare quel patto di fedeltà che connota l‟appartenenza ai partiti e ai
movimenti politici.
Altra distinzione è quella di STATO e SOCIETA‟, diversa dalla dicotomia obbligazione e
contratto-scambio.
Stato è un termine che comincia ad apparire più tardi ed è diverso dallo stato inteso da Macchiavelli
come lo intendiamo noi oggi;
L‟introduzione della nozione di società civile è tarda: infatti gli inglesi e gli illuministi scozzesi
iniziano a riflettere sulla società mossa dal contratto-scambio, ma il termine di società civile come
società borghese, società dei cittadini, società intesa come società civile nasce con Hegel, La società
borghese è una società fatta da individui e si diffonde dopo la Rivoluzione Francese, non è più una
società di ceti; è sempre una società regolata dal gioco economico in cui contano le classi.
L‟ obbligazione politica e il contratto-scambio sono realtà originarie: esistono sempre tutte e non è
possibile che una venga meno. Ciò che cambia è il loro rapporto di proporzionalità.
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Schmitt Karl (costituzionalista, giurista tedesco, si occupa di politica; è amico di Junger e con
questi si occupa del grande passaggio geo/storico/politico dall‟Oriente all‟Occidente e, dopo la
vittoria dell‟Occidente, ancora all‟Oriente. Schmitt viene in Italia, durante il fascismo, parla di
„impero‟, e intendeva l‟impero di Hitler; comincia ad essere studiato da Elio Cantimori; poi per tutta
la guerra rimane in silenzio e così dopo la guerra; anche perché Schmitt, per la sua vicinanza al
nazismo, viene imprigionato dagli Alleati. e durante la carcerazione, scrive un interessante operetta
dal titolo “Ex captivitate salus”.
Negli anni 30 Schmitt scrive un saggio: “Le categorie del politico” tradotta in Italia dall‟Università
Cattolica (traduzioni delle sue opere sono curate da Miglio). In esso l‟autore sostiene che, come in
altri ambiti dell‟attività umana, esistono coppie di termini oppositivi.
Ricezione delle teorie di Schmitt da parte della sinistra in Italia da autori come Trotti,
dell‟operaismo di allora, e Cacciari Massimo.
Autore della categoria AMICO-NEMICO amicus/hostis.
Secondo Schmitt la politica è perennemente in conflitto; non ha una visione armonica della
politica. Perchè la politica è sempre in conflitto?
Tutti gli ambiti del comportamento delle azioni dell‟uomo hanno una distinzione-contrapposizione.
Così nel campo dell‟etica abbiamo il giusto e l‟ingiusto, nel campo dell‟estetica abbiamo il bello e il
brutto, nel campo dell‟economia abbiamo l‟utile e il dannoso, nel campo della politica abbiamo
l‟amico e il nemico.
Tutte le forme di comunità politica che l‟uomo ha conosciuto nella storia sono realizzate sulla base
di una contrapposizione. Noi siamo amici perché fuori c‟è il nemico, è la presenza del nemico che
determina il formarsi della comunità politica.
Dice infatti Schmitt: “Se analizziamo la storia, il grande laboratorio dove il politologo ricerca le
costanti dei comportamenti politici, vediamo che, a partire dalle primissime forme di relazione
politica, fin dall‟orda, tutte le aggregazioni politiche si realizzano contro un nemico, se non c‟è un
nemico non si realizza alcuna comunità politica”.
Schmitt argomenta su basi storiche: Roma si forma perché l‟originario ceppo si auto-identifica
contro le altre tribù latine, poi man mano giunge l‟impero, i nemici si spostano, ma i nemici
rimangono; gli stati d‟Europa si formano, nel 500, contro qualche altro stato...
Come si formano le città greche? Ogni città fa crescere la propria appartenenza, fa crescere il senso
della cittadinanza perché ha un nemico esterno che è un‟altra città greca; allora, quando le città
greche si uniranno fra loro pur provvisoriamente? Quando avranno un nemico fuori, il barbaro, la
cui presenza induce a tentativi di aggregazione; Schmitt in realtà dice che la Grecia, proprio perché
composta da elementi nati tutti in contrapposizione rispetto ad altri, mai avrebbe potuto unificarsi se
non in presenza di un nemico. La radice della nascita delle città greche sta nell‟individuazione
dell‟hostis.
In politica la presenza di un nemico è così importante che se non c‟è lo si inventa (polarizzazione
all‟esterno).
La categoria fondamentale della politica, dunque è, amicus/hostis
AMICUS = amico, compagno, collega, compaesano, concittadino...
/HOSTIS = nemico di tutti, nemico esterno, nemico pubblico, il nemico della collettività...
Hostis è diverso dall‟inimicus che è il nemico privato. Infatti, mentre l‟hostis è il nemico con cui si
fa la guerra, l‟inimicus è l‟avversario privato dentro la collettività (per esempio la fazione avversa
dentro Roma).
1. Il nemico è quello ESTERNO, che dà il senso di appartenenza, di identità della comunità
politica;
2. il nemico è SEMPRE UN UOMO, ma la contrapposizione di AMICO-NEMICO è una
CATEGORIA TRASCINANTE, cioè trascina dietro di sé tutte le altre categorie, quelle
etiche, estetiche e economiche. Mentre la coppia bello/brutto dell‟estetica non influenza il
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buono/cattivo dell‟etica oppure l‟utile/dannoso della economia…; il nemico, in politica, è di
necessità brutto, cattivo dannoso ecc., non è mai bello, quando il nemico vince impone il suo
ordine di giustizia, è ingiusto...: cioè tutte le categorie degli altri ambiti della vita umana
vengono trascinati dalla politica.
La presenza continua dell‟AMICUS-HOSTIS in tutta la storia umana, le comunità politiche che
nascono, si consolidano e crescono con il nemico, fa porre la questione: la GUERRA è TIPICA
DELLA VICENDA UMANA oppure no?
La guerra fa parte della politica (“la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”).
Già in polis troviamo la radice di politica e dalla stessa radice deriva anche polemos = guerra;
quindi la guerra fa parte della natura umana, dalle prime forme elementari dell‟aggregazione
politica, l‟orda, si passa alle successive sempre attraverso la guerra.
Guerra intesa come il ricorso ai mezzi ultimi della violenza bellica.
Ma la storia pur manifestando sempre il fenomeno guerra, manifesta il tentativo di limitare il
fenomeno guerra, cioè si cerca di renderla se non impossibile, difficile.
La storia manifesta il tentativo di limitare la guerra.
Schmitt analizza quindi due fenomeni:
1. la costanza del fenomeno guerra;
2. il limitare della violenza bellica.
Nella prossima lezione analizzeremo i casi storici del limitare della violenza bellica, il perché si
cerca di limitare la guerra e quali sono le condizioni perché si arrivi a qualche utile tentativo di
regolare la guerra.
Nell‟ultima parte del corso invece analizzeremo cosa è stato il fenomeno guerra nell‟ambito delle
relazioni internazionali, se è l‟elemento decisivo per la nascita di conflitti oppure se essi derivano da
questioni di politica interna.
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mercoledì 10 novembre 2004
POLARIZZAZIONE ALL‟ESTERNO: quando non c‟è un nemico, viene inventato.
Jean Bodin, giurista francese del fino „500-inizi „600 scandisce per primo il termine di
SOVRANITA‟. Nella sua opera “Sei libri sullo Stato” definisce la sovranità e rivela l‟importanza
del nemico per rendere più coesa e compatta una comunità politica.
Per Schmitt la conflittualità, il rapporto amicus/hostis è coessenziale, connaturato al formarsi di
una qualsiasi comunità politica. E‟ impossibile una comunità universale.
Tale visione conflittuale della politica viene confermata da elementi storici: tutte le comunità hanno
raggiunto la loro identità, la loro appartenenza opponendosi e sentendosi minacciate.
La guerra, polemos in greco, è una costante della realtà umana. Accanto a questa costanza vi è un
fenomeno altrettanto costante che è il limitare della violenza bellica e stabilire delle regole per
limitarla.
Schmitt analizza alcuni di questi casi per limitare la guerra.
(la polemologia è lo studio della guerra, dal greco polemos mentre lo studio della pace e come
conseguirla è l‟irenologia, dal greco irene = pace)
REGOLAZIONE DELLA GUERRA per limitare la violenza bellica:
in Grecia abbiamo il divieto di tagliare le acque durante la guerra;
i Romani costruiscono un istituto di regole in guerra, l‟istituto dei Feciales;
nel Cristianesimo, durante la guerra i bambini e le donne andavano protetti (protezione dei
civili);
durante la stagione dei mercenari, chi viene catturato non veniva ucciso (regola della non
uccisione del prigioniero che veniva liberato dietro pagamento di una somma di denaro);
il divieto dell‟uso di alcune armi;
l‟istituto della dichiarazione della guerra…
COSA SPINGE A LIMITARE LA VIOLENZA BELLICA?
Le regole preservano l‟antagonista e noi stessi: se noi non uccidiamo i nemici, anche loro non
uccidono, se noi rispettiamo le donne e i bambini, dall‟altra parte rispettano le donne e i bambini.
La formulazione di regole presuppone la CONDIVISIONE DI VALORI.
Se il formarsi della sintesi politica significa il creare un rapporto di obbligazione politica sul patto di
fedeltà, ci si differenzia dal terzo mediante, secondo Schmitt, un rapporto di amicus/hostis, come
concretamente si viene a formare la sintesi politica e come la sintesi politica si articola all‟interno
della grande maggioranza che obbedisce e della piccola minoranza che comanda?
Schmitt sviluppa la parte dell‟hostis: in politica il rapporto di amicizia viene dopo; noi siamo amici
perché abbiamo un nemico in comune.
Altri tra cui Aristotele, invece, affermano che il primo momento della politica è l‟amicizia: essere
amici è in primis rispetto all‟hostis, non discende dal fatto che c‟è il nemico.
CONCETTO DI POLITICA (QUANDO NASCE IL TERMINE “POLITICA”-
ETIMOLOGIA E SEMANTICA)
La politica ha un suo linguaggio; il vocabolario della politica cambia, si introducono termini nuovi,
concetti identici o analoghi chiamati con nomi diversi, certi termini del passato cadono…
Uno studioso di politica, antagonista di Schmitt, Dolf Stern Berger nella sua opera “Il vocabolo
politica e il concetto del politico” afferma che le parole comportano dei significati, ma non
necessariamente dei concetti.
Nefistofele afferma nel “Faust” (opera di Goethe): “Dove i concetti mancano, compare la parola”.
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Analizzeremo il concetto di politica attraverso dei punti:
QUANDO NASCE LA POLITICA?
ETIMOLOGIA DI POLITICA, cioè la radice del termine;
SEMANTICA, cioè il significato.
Emile Benveniste, francese, nella sua opera “Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee”, dice che i
termini hanno una struttura sepolta; si tratta di disseppellirli per farli parlare di nuovo.
Questo è quello che dobbiamo fare noi con il termine politica attraverso lo studio etimo-semantico
della parola e ricorrendo all‟orientamento della “DegrifsGeschichte”, cioè la storia del concetto.
Un orientamento di storici ha prodotto l‟opera “I concetti fondamentali della storia” in cui sono
definiti il concetto di autorità, sovranità, stato, classe, nazione e tanti altri indicando quando
nascono, qual è il loro significato e il loro etimo; autori di questa imponente opera sono: Werner,
Conze, Otto Brunner, Reinert Koselleck.
POLITICA:
nasce con il titolo di un‟opera di Aristotele “Ta Politika”, che è una raccolta delle costituzioni e
commenti delle città greche.
“Politika” è un neutro plurale sostantivato che viene da politikos, che è l‟aggettivo che si riferisce a
polites, cioè colui che abita la polis, ovvero il cittadino.
All‟epoca di Aristotele abbiamo la polis (comunità in cui si abita), il polites (chi abita la polis,
politai al plurale) e il politikos (aggettivo relativo al polites).
Quando Aristotele raccoglie le sue costituzioni le chiama “le cose politiche, le cose relative alla
polis”; e allora il termine POLITICA, coniato in quella circostanza, è il complesso delle cose e delle
attività che riguardano i rapporti tra i cittadini (i politai) in quanto tali e i rapporti fra le città (le
polis). (politica interna e internazionale).
Nella prossima lezione ci occuperemo:
che cosa è la polis e perché polites è così rilevante rispetto alla polis;
il rapporto tra polemos, guerra e polis;
l‟uso di due nomi all‟incirca per lo stesso concetto: “ta politica” di Aristotele e “Politeia” di
Platone (“Repubblica”)
La struttura fondamentale dentro la polis, l‟oikos, cioè l‟abitazione (l‟economia riguarda le
cose che riguardano l‟oikos)
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mercoledì 17 novembre 2004
Stiamo vedendo la ricostruzione storico-analitica del concetto di politica.
Abbiamo un nome, politica, e due vocaboli che hanno un andamento carsico nella storia, cioè
compaiono, scompaiono e poi ricompaiono finché si afferma il termine ta politica:
TA POLITICA per Aristotele;
POLITEIA per Platone.
L‟etimo di politeia e di ta politica è polis.
Entrambe derivano da POLIS, città, che sorge sul continente ellenico attorno all‟VIII secolo a.C.
Originariamente era l‟insediamento strutturato a difesa di minacce esterne (animali o popolazioni
vicine). Vi è quindi una distinzione tra la città e ciò che sta attorno (CORAS = compagna).
Il processo di aggregazione sarà chiamato SUM POLITEIA, cioè la somma di polis, di città.
Polis è un termine pre-indoeuropeo; compare nella formula PTOLIS in alcuni documenti micenei;
compare poi POLEMOS, cioè guerra.
polis e polemòs hanno la stessa radice; questo sembrerebbe dimostrare l‟origine conflittuale di ogni
relazione politica.
Ne “Le leggi”, Platone scrive: “per tutte le città c‟è una continua guerra contro tutte le città”
(Hobbes, che scrive: “bellum omnium contra omnes”cioè “La guerra di tutti contro tutti”ha letto
“Le leggi” di Platone?).
Quindi POLIS, da cui deriva chi abita la città POLITES, da cui deriva POLITICOS e quindi TA
POLITICA e anche POLITEIA, è la radice madre.
TA POLITICA, il neutro plurale sostantivato, che indica le cose politiche, cioè le cose che
riguardano i rapporti tra i cittadini dentro la polis, quindi le relazioni pubbliche, e i rapporti tra le
polis, cioè i rapporti internazionali è POLITICA.
La polis è per il greco l‟ambito rilevante al di fuori della casa; l‟OIKOS è la casa; l‟OIKONOMIA è
il governo della casa; ciò che sta fuori dalla casa rappresenta i rapporti dei cittadini con gli altri
cittadini.
Trucidide, l‟autore della guerra del Peloponneso, definisce la politica come la forma di
costituzione basata sull‟uguaglianza.
Politeia è l‟appartenenza alla polis, la cittadinanza; è il sistema di poteri della città, la
costituzione di una città (termine integrato da Erodoto).
Quindi POLITEIA è l‟essere in una città , la qualifica di cittadino, la cittadinanza e poi la
costituzione.
Il termine aristotelico, TA POLITICA, ha poca fortuna: la sintesi politica è chiamata la “RES
PUBLICA”, cioè la cosa del popolo; mentre il termine POLITEIA continua la sua strada e viene
tradotta dai latini come RES PUBLICA, cioè lo Stato. I latini sentono più il termine res publica che
quello di politica.
Il vero successo di politica comincia quando l‟opera di Aristotele “Politica” viene riscoperta dagli
arabi; un domenicano fiammingo, Guglielmo di Moerbeke, nel 1260 traduce direttamente dal
greco in latino l‟opera. Su questa traduzione lavorano S. Alberto Magno e S. Tommaso d‟Aquino.
La traduzione diventa:
la POLIS il CIVITAS = città;
POLITES il CIVIS = cittadino;
il TA POLITICA POLITICA;
l‟aggettivo POLITICOS POLITICUS.
Aristotele afferma che la politica è naturale, c‟è da quando c‟è l‟uomo, che nasce in relazione con
altri uomini. L‟uomo è zom politicom, cioè l‟animale politico.
Guglielmo traduce questo zom politicom come l‟animale che abita la civitas e non con animale
politico.
Tommaso d‟Aquino dirà che è politico ciò che riguarda la vita civile, cioè del cittadino.
Isidoro di Siviglia nella sua opera “Etimologie” definisce il CIVILIS, come una delle tre parti
dell‟etica.
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Si comincia anche tra i vari autori a diffondere la distinzione tra POTERE POLITICO e
DISPOTICO: il primo è conforme alle regole della vita civile, l‟altro è il potere illegittimo.
Il termine POLITICA rientra nella cultura dell‟Occidente solo agli inizi del „600 quando
compare in un titolo di un‟opera di Johannes Althusius: “Politica methodice digesta” (“La
politica raccolta con metodo”).
E‟ talmente importante “POLITICA” che la definisce:
“Politica est ars homines ad vitam socialem inter sè costituendam, colendam et conservandam
consociandi. Unde sunbiotiké vocatur”.
Politica è l‟arte intesa come modalità di consociare gli uomini al fine di costituire fra loro la vita
sociale, per coltivarla, farla crescere e conservarla.
I consociandi sono i soci, cioè individui con cui si condividono finalità, con cui si opera e si lavora.
Perciò l‟ars consociandi è un convivere, una convivenza organizzata.
Il fine della politica è, dunque, una consociatio che i simbiotici (cioè coloro che vivono insieme)
stabiliscono con un patto espresso tacito, con il quale i simbiotici si obbligano alla comunicazione
di cose utili e necessarie per il consorzio, per la vita di tutti, cioè gli uomini simbioticamente si
obbligano con un patto d‟obbligazione a metter in comune le cose necessarie per il consorzio.
Dopo l‟opera di Althusius, molte altre opere si diffondono con la presenza del termine politica,
soprattutto perché siamo in quel periodo definito età dei ragionatori di stato, cioè coloro che danno
precetti ai principi, sono coloro che inventano lo Stato in termini teorici.
Il termine “ragion di stato” è stato utilizzato per la prima volta da Monsignor della Casa, autore
anche del “Galateo”; Giovanni Botero scriverà “Della ragion di Stato”; attualmente il termine
ragion di stato ha un‟accezione negativa.
Molti autori nei titoli delle loro opere inseriscono la parola politica o l‟aggettivo: Harrington scrive
“Un sistema di politica”; Bosuè scrive “La politica tratta dalle sacre scritture”; Traiano Boccalini
“Osservazioni politiche”; Fabio Albergazzi “I discorsi politici”; “Considerazioni politiche sui colpi
di Stato”.
Riepilogando, quindi, il termine POLITICA rinasce nell‟Occidente con la traduzione dell‟opera di
Aristotele da parte di Guglielmo di Moerbeke, nel „600 si diffonde con Althusius che inserisce il
termine nel titolo della sua opera, poi con i ragionatori di stato si sviluppa sempre di più fino a
raggiungere la massima esplosione con la rivoluzione francese (inflazione lamentata da Weber del
termine politica).
Invece il termine POLITEIA, cioè cittadinanza, ma anche costituzione, lo si ritrova in latino
con Marsilio da Padova che nel „Defensor pacis‟ traduce „politeia‟ con policia o politia: è in
generale qualcosa comune a tutte le forme di governo, una qualsiasi costituzione; nello specifico è
una particolare forma di governo in cui i cittadini partecipano al governo o alla funzione
deliberativa (fare le leggi) in base al rango, all‟abilità o condizione.
Politeia si diffonde in documenti ufficiali nei regni che stanno nascendo.
Da Policia deriva il tedesco polizei/polizeistaat (Stato di polizia) e dopo, molto dopo, il nostro
„polizia‟ e il„police‟ francese e il „police‟ inglese.
Il termine giunge in Germania attraverso la Cancelleria di Borgogna dal tardo XV secolo con
l‟accezione originaria di “condizione di buon ordine della comunità”; in seguito passa a significare
“le regole che dovrebbero produrre il buon ordine” e infine “cura complessiva del buon ordine e del
benessere di una collettività”.
La prima forma di Stato del benessere è la polizeistaat, cioè lo Stato di polizia, che persegue la
ricchezza del popolo e del sovrano e di conseguenza la potenza dello Stato. E‟ presente in Prussia
nel tardo „600-700.
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lunedì 22 novembre 2004
Alla fine del XV secolo si usa polizia e il suo significato è:
1 ) condizione di buon ordine di una collettività; si passa poi a
2 ) regole che dovrebbero produrre e mantenere una condizione di buon ordine; fino a
esplodere nel significato di
3 ) cura complessiva del buon ordine e del benessere: chi governa deve promuovere il buon
ordine (polizeistaat); chi governa deve promuovere il gute ordrung und polizei, dove polizei è lo
Stato del benessere perché, acutamente, il benessere del suddito è il benessere del sovrano. La
ricchezza del popolo coincide con la ricchezza dello Stato.
Anche in Francia „police‟ è il buon ordine complessivo che significa tutte le funzioni che lo Stato è
tenuto a svolgere per garantire il buon ordine.
Nel giro di pochi decenni nel XVIII secolo, police, perde il suo significato generale (cura
complessiva del buon ordine) e diventa la forma di governo, di una città, di uno Stato.
Police comincia a mostrare una contrapposizione tra police e politik: police è soltanto un settore
della politica che ha come scopo il mantenimento delle leggi che hanno come obiettivo la sicurezza
interna degli Stati.
Nicolas De La Mare scrive nel “Trattato di Police” (1705) che police è un termine ambiguo: prima
è la cura della città, l‟ordine della città, poi sicurezza di una città.
Così si arriva alla fine del termine francese police (rimane nella forma inglese e americana di
policy)
Oggi la politica si sta svuotando perché sostituita dalle policies, cioè dalle politiche pubbliche.
Si conclude così la prima parte di teoria generale della politica, quella relativa al potere
(abbiamo analizzato varie eccezioni di potere da Weber fino a potere come causazione
sociale intenzionale e/o interessata e, attraverso potere, abbiamo dato la definizione di
politica, la dicotomia obbligazione politica e contratto-scambio con escursus del termine
concetto di politica);
La seconda parte riguarda la classe politica; ultima parte riguarda l‟ideologia.
ANALISI DI CLASSE POLITICA:
Ricordiamo che classe politica era stata il grande concetto introdotto da Gaetano Mosca, proprio a
partire dalle tendenze psicologiche costanti che egli ritrovava nel grande laboratorio della storia.
Nella storia c‟è sempre una minoranza che governa e una maggioranza che è governata; e poi la
classe politica ha il monopolio del potere e quindi l‟uso legittimo della forza; infine, monopolizza il
potere e gode dei vantaggi che ad esso sono uniti.
Dopo di ciò egli passava ad esaminare le varie forme storiche di legittimazione della classe politica:
Infatti abbiamo avuto
classi politiche fondate sulla forza (i militari);
classi politiche fondate su valori religiosi (i religiosi);
classi politiche fondate sulle procedure rappresentativo-elettive;
classi politiche fondate sul potere economico (i più ricchi).
Pareto chiamerà quella minoranza che ha il potere ELITE, Michels la chiamerà OLIGARCHIA.
1. COME SI FORMA LA LEADERSHIP? (schema elementare)
Come da un insieme di individui emerge un leader? Come ogni sintesi politica ha un
leadership, cioè una classe politica?
2. La formazione di una leadership porta alla costruzione di una classe politica che non è un
blocco monolitico, coeso, ma in essa vi sono due fenomeni:
Articolazione di una classe politica (o struttura scalare);
Stratificazione di una classe politica
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Vediamo la classe politica dall‟interno.
3. RAPPORTO TRA CLASSE POLITICA E CLASSE ECONOMICO-SOCIALE (tra
minoranza che comanda e maggioranza che obbedisce)
4. RENDITE POLITICHE
5. Etimologia del termine “Autorità”
1. COME SI FORMA LA LEADERSHIP?
Il punto di partenza è l‟INSIEME DI INDIVIDUI (per molti aspetti casuale) che sono in
GRADO DI COMUNICARE fra di loro (scambio di informazioni).
1° passaggio che viene esercitato per ottenere la leadership: PERSUASIONE, cioè
qualcuno persuade gli altri attraverso mezzi diversi; il punto di forza è che la sua opinione
prevale sugli altri (quel leader la pensa come la penso io, propone una certa visione del
mondo, una certa concezione); la persuasione si esercita attraverso la propaganda e a volte
con la manipolazione.
Chi persuade non è ancora il leader, esercita una certa autorità, chiede agli altri di
conformare il loro comportamento, la loro azione.Ma non basta la persuasione.
Essenziale alla politica è l‟AZIONE CON SUCCESSO: l‟‟aspirante leader deve agire con
successo. L‟azione che consegue successo è quella che consente che a quel leader venga
riconosciuto il CARISMA, che può essere presunto, l‟importante è che venga ritenuto che ci
sia (colui non solo la pensa come noi, ma agendo ottiene alcuni risultati che riteniamo
importanti, si reputa che quel gruppo di persone abbiano carisma).
La faccia più evidente di questo fenomeno è il consenso, l‟adesione a una certa visione del
mondo, a un‟ideologia (= verità proposte a credere), sentire alla stessa maniera.
Il consenso è l‟altra faccia fondamentale della persuasione.
Cosa fa sì che gruppi di individui seguano un leader? La convinzione che quello ha un
carisma e che le sue azioni portano a dei risultati importanti.
Quindi: la leadership si forma quando c‟è un insieme di individui che comunicano e vi è:
a. la persuasione;
b. l‟azione con successo;
c. riconoscimento del carisma (quindi la percezione che quel leader è davvero un leader e
che quindi è dotato di un dono di grazia rilevante).
Una volta riconosciuto il carisma, bisogna temere la routinizzazione o burocratizzazione del
carisma: se un leader interrompe o rallenta il processo di continua persuasione dei suoi
seguaci e non continua l‟azione con successo, si ha il formarsi di altri aspiranti leader che
persuadono laddove il leader non persuade più e agiscono con successo laddove il leader
non agisce più con successo. Si forma così una contro-leadership o una contro-classe
politica.
Questo schema elementare di come si forma la leadership apre diversi questioni:
- il leader propone verità a credere apre il tema dell‟ideologia;
- la routinizzazione del carisma apre il tema della dinamica delle classi
politiche, quando una classe politica si appresta a scalzare l‟altra;
- la stratificazione della classe politica: il nuovo leader nasce da un gruppo
più ristretto attorno il leader politico.
Qual è il segno che una leadership burocratizzandosi apre lo spazio ad altri potenziali
leader? Le classi politiche tendono ad ossificarsi, non hanno il meccanismo funzionante del
ricambio generazionale e della cooptazione (cooptare = scegliere qualcuno portandolo con
sé). Dalla scelta dei cooptati che entrano in un gruppo decisionale dipende il funzionamento
della leadership.
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Il leader ha autorità soprattutto se collocato in un ruolo istituzionale.
L‟autorità è diversa dal potere.
Quali sono le qualità dell‟uomo politico per essere riconosciuto leader?
Macchiavelli afferma che Valentino aveva tutte le qualità per diventare principe, ma la
fortuna è contro di lui.
C‟è un‟impossibilità a definire le qualità per diventare leader.
martedì 23 novembre 2004
La classe politica va distinta dalla classe dirigente, che comprende i professionisti, manager,
giornalisti, direttori di giornali…La classe politica è quell‟elite politica di cui si è membri
per vocazione, per professione (come diceva Max Weber). All‟interno della classe politica
abbiamo i singoli leader dei vari partiti e vi è una competizione interna: c‟è sempre un
nucleo più ristretto che comanda più di altri.
2. ARTICOLAZIONE E STRATIFICAZIONE DELLA CLASSE POLITICA:
entrambi sono modi di collegamento tra centro e periferia, modi in cui la leadership si
collega al seguito.
L‟articolazione o struttura scalare è un collegamento per scale tra centro (=leader) e periferia
(altri leader). Collegamento avviene per gradini.
Con la stratificazione, abbiamo qualcuno che comanda più di altri nella classe politica; la
distribuzione del potere non è equa. Emergono diversi gradi di potere all‟interno della classe
politica.
L’ARTICOLAZIONE O STRUTTURA SCALARE è quel meccanismo di collegamento tra
centro e periferia. E‟ una catena di trasmissione del comando.
Articolazione interna: come esempio prendiamo i vecchi partiti di massa, la
Democrazia Cristiana e il Partito comunista; partiamo dalla periferia; la DC è
organizzata in sezioni (nel Partito comunista abbiamo le cellule); le sezioni più
rilevanti sono quelle territoriali (ogni piccolo paese aveva le sue sezioni al suo
interno; nel caso di Milano, grande città, c‟erano più sezioni territoriali divise a
seconda dei grandi quartieri).Per quanto riguarda il Partito comunista abbiamo forti
cellule di operai dentro le aziende.
Nelle sezioni, coloro che sono impegnati nell‟attività di partito costituiscono una
sintesi politica in cui vi è un leader, qualcuno che ha più potere di altri (per esempio
il segretario della sezione).C‟è la stessa struttura che noi troviamo nella sintesi
politica ma su scala ridotta.
La struttura a livello di periferia è la seguente: sezione (cellula)- leader- seguaci.
L‟articolazione scalare deriva dal fatto che il leader della sezione periferica era
seguito molto vicino di un leader collocato a un livello superiore, il leader
provinciale o regionale, che a sua volta era seguito di un leader a livello centrale.
Quindi con l‟articolazione: dal leader che conta relativamente poco, ignoto a tutti
(ma che conta tanto nel piccolo paese), si passa a un leader provinciale e a quello
centrale tramite una struttura a scala.
Articolazione a livello internazionale: come esempio analizziamo l‟impero.
In particolare ci occupiamo dell‟Unione Sovietica prima della disgregazione: il
leader della Polonia, il leader dell‟Ungheria, il leader della Bulgaria… sono tutti
leader dentro il loro Stato e sono al vertice della leadership nel proprio paese; a loro
volta sono seguaci della leadership centrale che era a Mosca. Si verifica anche qui
un‟articolazione o struttura scalare: i leader di una intera unità statale sono seguito
dell‟effettivo leader centrale.
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OBIEZIONE: non ci troviamo di fronte a un‟unica sintesi politica, ma in una
pluralità di sintesi.
Non è così: la COMUNANZA DI IDEOLOGIA fa si che ci sia un‟unica sintesi
politica. Il centro interviene sulla periferia quando questa diventa troppo autonoma e
sta per diventare una sintesi a sé.
La STRATIFICAZIONE: all‟interno della classe politica c‟è chi comanda di più e chi
comanda di meno.
Siamo in grado di quantificare il potere? La politologia americana ha compiuto molti studi
sulle dimensioni dei poteri più rilevanti (come si compara il potere del Presidente della
Repubblica italiana a quello del presidente degli USA o a quello del premier della Cina?).
C‟è difficoltà nel ponderare i poteri che non sono dimensioni quantificabili.
Così si è introdotto uno strumento provvisorio: il grado di discrezionalità: ha più potere chi
ha meno limiti alla propria discrezionalità; ha minore potere chi ha più limiti.
Quindi i passaggi sono i seguenti:
1. all‟interno della classe politica c‟è chi comanda di più e chi di meno;
2. tentativi di quantificazione del potere che non ha dato risultati soddisfacenti;
3. introduzione del grado di discrezionalità per comparare il potere.
Lo scopo è quello di individuare i diversi strati del potere.
Per avvicinarci al nostro obiettivo partiamo con l‟individuare il rapporto comando-
esecuzione: chi decide comanda, chi esegue ha meno possibilità di comando, ha più limiti
alla propria discrezionalità (eseguo in base a ciò che mi hai detto).
Tale rapporto può essere visto anche come rapporto potere politico-amministrazione, ovvero
chi ha il potere decisionale e chi amministra, il quale ha minore potere dei centri decisionali
politici, ha potere esecutivo.
Quindi iniziamo ad individuare lo strato con più potere, che esercita il potere decisionale, e
lo strato con meno potere, che detiene il potere esecutivo.
Ma è sempre vero che l‟amministrazione ha meno potere?
“amministratio” è un termine latino che comprende in sé il termine “minister” contrapposto
a “magister”; minister è minus, magister è di più (il minister è meno rispetto al magistrato).
La definizione di amministratio è stata modificata dal termine tedesco “Verwaltung”: il
prefisso “ver” indica compimento e “waltung” (deriva da “walen”, che significa contare,
valere) indica chi esegue avendo rilievo, contando qualcosa; emerge l‟aspetto del contare
comandando.
Verwaltung è quindi il compimento di quell‟atto che era impotenza nella decisione; non c‟è
separazione tra decisione e esecuzione (nell‟eseguire chi esegue ha un potere non inferiore a
quello di chi decide).
Una forma di stratificazione del potere è la divisione dei poteri in potere legislativo,
esecutivo (del Governo) e giudiziario.
Quali strati si ritrovano usualmente in una classe politica?
Primo strato della classe politica, prima cerchia di potere, è lo strato più vicino al
capo politico: l’équipe di potere, uno strato che ha molto potere, perché ha molta
discrezionalità.
I componenti di questo strato spesso sono poco visibili, meno visibili di altri, ma contano di
più, perché sono i più vicini al capo, sanno di più, influiscono di più: è la vera équipe di
potere. Sono gli aiutanti che stanno attorno al leader.
Che tipo di limiti hanno gli aiutanti , che tipo di potere hanno?
Coloro che stanno attorno al leader solitamente hanno molto potere, non hanno molti limiti
alla discrezionalità.
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Per capire qual è il grado di discrezionalità degli aiutanti ci rifacciamo alla distinzione di
Jean Bodin tra ufficiale e commissario.
(Ricordiamo che a Bodin si deve anche la nozione di sovranità e il principio di natura
polarizzante della guerra; importante opera “Sei libri della Repubblica”).
UFFICIALI: coloro che contano parecchio (alcuni sono contro la Rivoluzione francese e
altri la appoggiano); ufficiale è colui a cui è stato affidato qualcosa, ha un ufficio da
perseguire: deve raggiungere un obiettivo nel rispetto di procedure date.
COMMISSARIO: è colui a cui è stato affidato, commesso qualcosa, ma per raggiungere
l‟obiettivo può anche scavalcare le regole. Ha molto più potere dell‟ufficiale. Gli vengono
affidati incarichi più delicati che possono consentire di scavalcare alcune regole.
L‟importante è che consegua il risultato.
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martedì 30 novembre 2004
TIPI FONDAMENTALI DI STRATIFICAZIONE DEL POTERE
1. PER COMPETENZA o MATERIA: circoscrivere il potere in un ambito; per esempio il
ministro ha potere elevatissimo nell‟ambito della sua competenza;
2. PER DELIMITAZIONE TERRITORIALE: esercizio del potere su un territorio; per
esempio il Prefetto ha potere elevatissimo sull‟ambito territoriale di cui è Prefetto, non ce
l‟ha su un‟altra dimensione territoriale. In realtà la denominazione corretta sarebbe
delimitazione PER FRAZIONI DEL SEGUITO: l‟esercizio del potere è esercitato su un
certo gruppi di cittadini; per esempio il capo militare esercita il potere su un‟armata che si
sposta territorialmente: quindi il suo potere non è ancorato alla territorialità;
3. VINCOLO TEMPORALE: il potere non patisce vincoli temporali, ma tutti i sistemi politici
pongono dei limiti temporali. Per limitare il potere è necessario porre dei vincoli temporali.
Il potere illimitato è più forte nel tempo.
Per esempio il termine della Presidenza della Repubblica è di 7 anni, 9 anni per la Corte
Costituzionale; inoltre la maggior parte delle cariche pubbliche istituzionali hanno un
divieto di reiterazione (meccanismi per limitare e stratificare il potere sono il divieto di
reiterazione e di mandato).
Per quanto riguarda la Chiesa, il Papa esercita un potere a vita.
La limitazione temporale comporta l‟ampliamento delle possibilità di accesso di nuove
persone alle cariche;
4. aiutanti che aiutano il leader per un rapporto di tipo contrattuale o mercantile e non per
fedeltà. Sono aiutanti vicini all‟area del contratto-scambio.
3. RAPPORTO TRA CLASSE POLITICA E CLASSI ECONOMICO-SOCIALI (tra
minoranza che comanda e maggioranza che obbedisce)
La classe politica è legata all‟insieme dei cittadini, al seguito: c‟è quindi un rapporto tra
classe politica e seguito, cioè tra minoranza organizzata e maggioranza che obbedisce.
Analizzando il rapporto tra classe politica e classi economico-sociali, quello che ci
chiediamo è se è valida la convinzione di Marx che essendo la politica sovrastrutturale
rispetto all‟economia, le classi politiche sono espressione di una sola classe economico-
sociale. Il capitalismo ha una classe economico sociale prevalente che è la borghesia; la
classe politica è al servizio della borghesia.
Diciamo subito che questa affermazione non è più valida. Argomentiamo tale risposta.
- Difficoltà crescente a individuare le classi economico-sociali; prima della
rivoluzione francese le classi erano i ceti; con Marx abbiamo l‟introduzione della
classe economico-sociale; per Mosca è molto più rilevante la classe politica che la
classe economico-sociale. I passaggi da una classe all‟altra non erano facili e non
erano molto frequenti. Era molto facile nel passato distinguere le classi, da alta
borghesia, a piccola borghesia e proletariato.
Oggi, invece, è molto difficile distinguere le classi economico-sociali perché ci sono
gruppi molto mobili. La stratificazione viene fatta spesso in base al reddito.
- Che ruolo hanno le classi economico-sociali nella classe politica?
Uno storico inglese, Alfred Cobdan, che studiò la rivoluzione francese e scrisse
“Vocabolario della storia sociale” afferma che ci sono difficoltà nell‟usare il termine
classe, se non riducendolo o forzandolo nella dimensione di reddito.
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Ma quello che ha noi serve, è capire quali sono i rapporti tra classe politica nuova, che
nasce con e dopo una rivoluzione, e quelle classi economico-sociali che volevano la
rivoluzione e che hanno agito nella rivoluzione.
Un primo studio importante è quello di Sir Namier: egli studia la rivoluzione puritana e
considera il personale del lungo parlamento (Cromwell): c‟è la borghesia urbana, protesa
sempre più al mercato, contrapposta alla monarchia e ai nobili che si attestano attorno al re.
L‟analisi dei parlamentari in base all‟estrazione sociale, alla laurea che hanno, al ceto di
appartenenza… porta a questo risultato: i membri della classe politica rivoluzionaria contro
il re non provenivano tutti dalla borghesia urbana antimonarchica; c‟era un cocktail, la
classe politica raccoglieva elementi di ceti sociali diversi.
Una seconda indagine sulla rivoluzione francese del 1789 di Cobdan rivela come la gran
parte dei rivoluzionari francesi sono i borghesi, ma ci sono anche molti esponenti della
nobiltà e ufficiali del regno. Anche qui abbiamo un cocktail: la classe politica che sembrava
nuova, corrispondente alla borghesia rivoluzionaria che intendeva abbattere la monarchia e
tutti i privilegi dell‟anciént regime, è composta da borghesi, nobili e ufficiali.
Le REGOLARITA‟ che si ricavano sono due:
1. salvo casi eccezionali in cui una classe politica è la rappresentanza di una sola classe
economico-sociale, le classi politiche si presentano come trasversali, cioè
rappresentano classi sociali diverse. Questo è vero soprattutto nelle democrazie. Un
esempio è il partito piglia tutto, che per sua natura è un partito trasversale essendo un
partito di massa che raccoglie il consenso in tutti i ceti.
Non c‟è quindi una corrispondenza biunivoca tra classe politica e classe economico-
sociale; non è che una classe politica rappresenta una sola classe economico-sociale e
una classe economica-sociale esprime una sola classe politica;
2. le classi politiche si presentano con il carattere della vischiosità che è la spiegazione
del fenomeno del trasformismo: una nuova classe politica che sostituisce la vecchia
(questa finisce per cause diverse: eventi esterni, per una rivoluzione o in maniera
naturale); anche nei casi in cui la cesura è più netta e più violenta, alcuni esponenti
della classe politica precedente riescono a passare alla classe politica nuova: questo è
il fenomeno del trasformismo che non è altro che la vischiosità delle classi politiche.
(esempio il regime fascista incorporava esponenti liberali).
RAPPORTI TRA LEADERSHIP/CLASSE POLITICA E SEGUACI
Abbiamo la classe politica e al di sotto i seguaci che si distinguono (in ordine di importanza)
in:
- SEGUACI ATTIVI E MILITANTI: danno fedeltà attiva, aiutano e sostengono la
classe politica (per esempio partecipano alle manifestazioni) e in cambio ottengono
protezione attiva, migliori opportunità e hanno, in genere , la rendita politica;
- SEGUACI INDIFFERENZIATI: ottengono protezione generale o generica e in
cambio danno fedeltà passiva che si esprime nell‟obbedienza, cioè nella conformità
del comportamento;
- SEGUACI DOMINATI: ottengono protezione negativa dalla classe politica e in
cambio danno tributi (ti salvo la vita in cambio di tributi ovvero denaro o lavoro).
Quindi, la classe politica dà:
- PROTEZIONE ATTIVA ai seguaci attivi e militanti che danno FEDELTA‟
ATTIVA;
- PROTEZIONE PASSIVA ai seguaci indifferenziati che danno FEDELTA‟
PASSIVA;
- PROTEZIONE NEGATIVA ai seguaci dominati che danno TRIBUTI.
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lunedì 6 dicembre 2004
4. RENDITE POLITICHE:
con "rendite politiche" rendiamo esplicita una fattispecie presente in tutte le sintesi politiche, ma
che assume configurazioni storiche diverse: il rapporto tra leadership e seguaci.
Colore che danno fedeltà attiva in cambio ottengono migliori opportunità, la rendita politica.
Alcune precisazioni:
1. le rendite politiche sono presenti in tutti i sistemi politici; a partire dalla struttura politica
della polis, noi abbiamo le rendite politiche, cioè abbiamo una migliore opportunità che viene
data a chi dà una fedeltà un po‟ più attiva;
2. le rendite politiche, poiché sono presenti in tutti i sistemi, appartengono alla fisiologia di un
sistema politico, talvolta diventano degenerando elementi di patologia, cioè un sistema politico
può essere non solo sovraccarico di rendite politiche, ma anche diventare corruzione politica
(le rendite politiche richiedono di prelevare risorse per alimentarle e tendono a diventare
corruzione politica);
3. il tema delle rendite politiche aveva già interessato sia Mosca sia Pareto, e questi chiamava
rentiers (redditieri) i beneficiari delle rendite politiche in quanto hanno una posizione assicurata;
ma è Gianfranco Miglio che attribuisce a questo fenomeno il termine corrente di rendita
politica.
Mentre però per gli economisti rendita economica ha una definizione abbastanza univoca, per
rendita politica non è così perché quasi nessuno usava questo termine (Miglio mutuava da
rendita economica il termine di rendita politica in maniera un po‟ impropria; egli definisce la
rendita politica in contrapposizione alla rendita economica).
Il concetto di rendita economica venne teorizzato da Ricardo: il necessario passaggio da una
terra più fertile a una meno fertile e poi ad una ancora meno fertile determina sulle più fertili
una posizione di rendita.
DEFINIZIONE:
per capire cos‟è la rendita politica, la si distingue dal reddito economico, che è caratterizzato
dall‟aleatorietà (da alea = caso): il reddito può esserci o non esserci, dipende dalle fluttuazioni
del mercato.
Invece, la rendita politica è una rendita garantita dal potere politico a chi dà un impegno, una
fedeltà più attiva (il potere politico dà garanzia di soddisfazione).
Nel caso di un reddito aleatorio non c‟è un limite al profitto, mentre per la rendita politica,
proprio perché garantita nel tempo, tende ad essere limitata nella quantità (ad esempio chi ha un
posto pubblico ha un posto sicuro, ha la garanzia nel tempo).
Ci sono due tendenze di natura antropologica che caratterizzano la presenza fisiologica delle
rendite, cioè al fatto che le rendite politiche siano sempre presenti:
1. la tendenza ad avere più degli altri (prevale l‟area del contratto-scambio, uso il contratto per
avere di più; vedi definizione di società di Tonnies);
2. la tendenza o desiderio di non avere mai meno degli altri, voglio avere almeno quanto gli
altri (dilatazione dell‟area dell‟obbligazione politica; è il potere politico che deve fare in
modo che io non abbia meno degli altri e che determina l‟espandersi della rendita politica,
come rendita garantita dal potere politico).
TIPOLOGIE:
1. PAGA PUBBLICA: il principe che va in guerra compensa gli aiutanti che gli sono stati più
vicini donandogli una parte del bottino acquistato (migliori opportunità a chi ha dato
maggiore fedeltà). Per ottenere la paga pubblica si chiede fedeltà: è tanto importante questo
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rapporto di fedeltà che da moltissimo tempo ai fruitori della paga pubblica viene richiesto il
giuramento di fedeltà (i servitori dello Stato, gli amministratori/funzionari pubblici);
2. nei sistemi rappresentativi elettivi, nelle attuali democrazie, i grandi erogatori di rendite
politiche sono i PARTITI POLITICI: tipici detentori di rendite politiche sono i funzionari di
partito, legati da un vincolo di fedeltà attiva al partito; anche la distribuzione e occupazione
dei posti a chi dà una fedeltà più attiva, è un caso di distribuzione di rendita politica (il caso
dello spoil system americano: quando il presidente degli Stati Uniti vince, 3-4000 posti della
pubblica amministrazione vengono liberati se il presidente era di un altro partito e vengono
occupati dai più vicini al Presidente vincitore);
COME VENGONO ASSEGNATE LE RENDITE POLITICHE:
1. Attraverso dei concorsi;
2. attraverso appalti pubblici o concessioni;
3. attraverso la fissazione di priorità di politiche pubbliche che determinano possibilità di
risorse che poi trasferisco in rendite.
Tutti i sistemi politici costano: il funzionamento dei sistemi politici richiede delle risorse.
Più un sistema è forte dal punto di vista internazionale, più c‟è bisogno di risorse non solo
dall‟interno ma anche dall‟esterno
Il mantenimento di un sistema politico è quindi una necessità: il problema è quanto viene
richiesto e come viene richiesto.
Se il meccanismo delle rendite politiche degenera (la classe politica chiede troppo risorse), dà
origine a fenomeni come il clientelismo e il favoritismo (cachichismo) e la corruzione politica.
Ad un certo punto viene anche introdotto il finanziamento pubblico dei partiti.
1. CLIENTELISMO: istituzionalizzato nell‟età romana: il „cliens‟ si rapportava ad un
„patronus‟ (patrono) con il quale aveva un rapporto più servile che amicale. Il patronus dà
protezione al cliente; il cliente è colui che viene chiamato, a disposizione del patrono
quando viene chiamato. Il clientelismo, già nel tardo 800, è criticato da Mosca quando
sostiene che, a causa del clientelismo, il potente non fa più l'interesse della nazione quanto
piuttosto di coloro che lo votano, cioè della sua clientela.
2. CORRUZIONE POLITICA: negli anni ‟60-‟70.
Tesi di Heisen Stadt: l‟area della corruzione è l‟area mediterranea; costanza del fenomeno
nel mediterraneo. Il fenomeno della corruzione è meno presente nell‟area del Nord Europa.
Altri fenomeni che determinano la formazione di rendite politiche sono l‟aggiotaggio in Borsa
(chi sa prima fa grossi affari) e l‟inflazione, nel momento in cui impoverisce certi ceti
avvantaggia altri.
Un sistema diventa instabile quando coloro che chiedono rendite politiche diventano sempre più
numerosi (Miglio).
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Martedì-mercoledì 1-2 marzo 2005
IDEOLOGIA
1. RAPPORTO TRA CLASSE POLITICA E IDEOLOGIA
2. IDEOLOGIA:
come ELEMENTO DI INDENTIFICAZIONE della classe politica e di frazioni della
classe politica; (Gaetano Mosca afferma che ogni classe politica ha verità proposte a
credere, le ideologie);
come STRUMENTO DI COMPETIZIONE.
Tratteremo:
1. LE ORIGINI MODERNE DEL CONCETTO DI IDEOLOGIA
2. CLASSIFICAZIONI DELLE IDEOLOGIE DI KARL MANNHEI
3. I CONTENUTI DELL‟IDEOLOGIA: * LE ANTIREALTA‟;
* LE FINZIONI (la finzione Stato: quando nasce e le
sue istituzioni)
1. LE ORIGINI MODERNE DEL CONCETTO DI IDEOLOGIA
Le ideologie, storicamente assumono il rilievo che hanno oggi, a partire dal tardo 700 e soprattutto
dopo la Rivoluzione Francese.
In che modo, allora, si argomenta la tesi che le ideologie sono presenti in tutti sistemi politici e sono
usate come strumento di competizione, di lotta e che servono a definire le frazioni di classe
politica?
Le ideologie sono verità proposte a credere cioè sono un complesso di convincimenti, di idee, di
valori e così formulato il fenomeno, davvero, è stato sempre presente sulla scena politica.
Il termine ideologia, invece, è realmente molto moderno.
Viene introdotto da Otto Brunner, quando scrive, nel secondo dopoguerra, "L'epoca delle ideologie;
inizio e fine" (fine intesa come la fine delle ideologie che hanno attraversato 800 e buona parte del
900, non nel senso di superamento assoluto delle ideologie).
L'inizio del saggio ci dice chi per primo abbia usato il termine ideologia e che cosa significhi al suo
momento iniziale. Il termine nasce connotato da un significato negativo, per indicare qualcosa che,
sì, fa parte della realtà politica ma la deforma.
Scrive Brunner: "Nel febbraio 1798 i ceti della marca di Brandeburgo sono riuniti per rendere
omaggio al nuovo re di Prussia, Federico Guglielmo III, all'improvviso fa il suo ingresso in quella
società ben pettinata e incipriata, dalle uniformi sgargianti, un uomo in semplice abito cittadino
con una enorme fascia tricolore attorno alla vita, è l'inviato della Repubblica francese: l'abate
Emmanuel. Joseph Sieyès (filosofo e costituzionalista fu un grande ispiratore e compilatore di
alcune „Costituzioni‟ della Rivoluzione e autore di saggi, tra questi 'Che cos'è il terzo Stato' dove lo
definisce il tutto, la nazione; quest'opera fu uno degli inneschi della rivoluzione e „Saggio sui
privilegi‟) L'apparire del nuovo venuto fu accompagnato da un diffuso mormorio; e uno dei
presenti percepisce l'abate Sieyès come la personificazione di un mondo opposto al suo: un uomo
dal viso di canaglia e con capelli neri, uno dei presenti lo percepisce come un nemico, vi si oppone
e lo classifica dentro di sé come ideologo, filosofante e teorico senza patria”.
Von der Marwitz è la persona presente all'episodio e Brunner gli mette sulle labbra il termine, o
meglio l'insulto 'ideologo' usato da Napoleone Bonaparte. Infatti fu lui a coniare il termine ideologo
e ideologia nel senso corrente nel XIX sec.(in modo dispregiativo).
Come mai e in che circostanza?
Alla fine del XVIII e inizi del XIX secolo, Cabanais e De Trassy intendono dar vita a una scuola;
l‟obiettivo di questa scuola è quello di trasformare le antiche scienze morali e politiche in una
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SCIENZA IDEOLOGICA e la definiscono come psico-fisiologia, combinando aspetti fisici e
aspetti psicologici dell'uomo e imponendo unità tra individuo e società.
I rivoluzionari francesi credono molto a questa nuova disciplina che si propone l‟obiettivo
ambizioso di superare definitivamente la metafisica.
Nel 1796 il Direttorio della Repubblica francese proclama la Scienza Ideologica come „credo
politico‟ dello Stato; viene addirittura fondato l'Istituto nazionale della scienza ideologica e creato
un settore per l‟analisi dei sentimenti e delle idee.
Cabanais e l‟abate Sieyès tramano a favore del generale Bonaparte ma questi, appena giunto al
potere di ritorno dall‟Egitto, vuole disfarsi di loro, soprattutto di Sieyès: il più intelligente. Nel
corso della polemica il Bonaparte definisce l'abate Sieyès un ideologo intendendo dire una persona
che cerca, sì, le idee, ma solo le idee astratte; uno che proclama, sì, grandi concezioni ideali ma lo fa
per il suo interesse privato e che può ostacolare il potere politico.
Per Napoleone, dunque, gli ideologi mentono agli altri per salvaguardare e potenziare le proprie
posizioni. Ideologo è colui che maschera la realtà con idee, valori o meglio pseudo valori…
IDEOLOGIA, quindi, come CONCEZIONE DI IDEE, TEORIA AVULSA DELLA
REALTA‟.
Con questa stessa accezione il termine ideologia verrà usato da Marx nel suo "L'ideologia tedesca"
dove per IDEOLOGIA intende LA MISTIFICAZIONE DELLA REALTÀ operata dalle classi
dominanti (principalmente la borghesia) al fine di mantenere e aumentare il proprio potere.
Ma ideologia prima di Napoleone che la utilizzò in senso negativo, ideologia etimologicamente
significa STUDIO DELLE IDEE. Ma idea nel XVII sec. nel lessico francese ha un significato
particolare che viene da Cartesio per il quale le idee non sono più i modelli originali dell‟essere,
come nella filosofia classica, bensì il contenuto della conoscenza: tutto ciò che è stato pensato.
RIASSUMENDO:
1. ideologia come STUDIO DELLE IDEE, intese come contenuto della conoscenza;
2. ideologia come TEORIA AVULSA DELLA REALTA‟ (Napoleone) e MISTIFICAZIONE
DELLA REALTA‟ (Marx);
3. ideologia come COMPLESSO DI VALORI O VERITA‟ PROPOSTE A CREDERE
2. CLASSIFICAZIONI DELLE IDEOLOGIE DI KARL MANNHEI
Mannhein scrive 'Ideologia e utopia': definisce come UTOPICO un ORIENTAMENTO
TRASCEDENTE LA REALTA‟ che quando si trasferisce nella realtà sconvolge l‟ordine
esistenziale presente.
Mannhein classifica le tre principali ideologie dell‟800, derivate dalla Rivoluzione francese:
liberalismo;
socialismo; (che sfocerà in parte nel marxismo)
l‟ideologia conservatrice.
All‟interno di queste tre grandi categorie identifica dei valori:
l‟ideologia conservatrice nasce come contraccolpo a quella liberale, fondata sia sull‟idea di libertà,
ma anche su quella di progresso della ragione.
Per l‟ideologia conservatrice non c‟è progresso di necessità, ma il genere umano retrocede e decade.
I principali autori del conservatorismo sono Burke, Müller, De Maistre.
Il socialismo è fondato sull‟idea di progresso e che l‟abbattimento del sistema capitalistico borghese
porterà all‟uguaglianza tra gli uomini.
Dal socialismo al marxismo. Anzi Marx, che si definisce socialista, distingue accuratamente il suo
socialismo, che chiama scientifico (perché si fonda sulla individuazione delle leggi della storia: il
socialismo storico-dialettico), dal socialismo francese di Blanc, Blanqui, Fourrié, declassando
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questo come utopico (perché è il socialismo francese immaginerebbe una società nuova, ma senza
indicare come giungere a questa società!).
Le varie ideologie del 800/900 prendono spunto da queste tre utopie fondamentali: liberalismo,
socialismo, conservatorismo.
I valori (non dal punto di vista etico, ma sempre ricorrenti nei tre orientamenti di Mannhei) si
ripresentano sempre nella storia, nei sistemi politici e si trovano nelle ANTIREALTA‟.
3. I CONTENUTI DELL‟IDEOLOGIA: * LE ANTIREALTA‟;
* LE FINZIONI (la finzione Stato: quando nasce e le
sue istituzioni)
Perché “antirealtà”?
Perché negano la realtà della struttura dell‟obbligazione politica.
Le ANTIREALTA‟ sono: l‟EGUAGLIANZA, la LIBERTA‟, la PACE e il PROGRESSO.
EGUAGLIANZA: quando la varietà degli status comincia ad essere avvertita come una
'non eguaglianza': la si percepisce come una non uniformità, un qualcosa che determina
disuguaglianza; di conseguenza vi è la rivendicazione dell‟uguaglianza. La non uniformità
viene valorialmente registrata come non eguaglianza. La varietà di status viene tradotta nel
valore politico 'bisogno di uguaglianza'.
LIBERTA‟: da libertas; freiheit in tedesco, che significa con il collo libero, cioè non
schiavo (da cui poi dervia friede = pace, in quanto se sei libero, ti trovi anche in una
condizione di pace).Ogni ordine, ma anche organizzazione, qualsiasi rapporto
interindividuale, ha un insieme di regole, un insieme di riti, cioè di comportamenti che si
ripetono, che rivelano come una limitazione dell‟assoluta libertà, che quindi non c‟è.
Ogni ordine, ogni complesso di istituzioni tende a limitare la libertà assoluta, altrimenti
avremmo l‟anarchia.
L‟istituzione è un insieme di regole e quindi comporta, conferendo premi o sanzioni, delle
conformità di comportamento che in una comunità rappresentano dei vincoli che spesso
sono sentiti come minacce della libertà, come limitanti di libertà e dell‟ aspettativa di
uguaglianza.
La libertà diventa un valore politico quando il funzionamento delle istituzioni è avvertito
come un peso intollerabile limitante la libertà: durante la rivoluzione francese infatti non
solo viene richiesta la uguaglianza ma viene deliberatamente richiesto l'abbattimento di
quelle istituzioni che venivano sentite come mortificanti la libertà, non soltanto come
limitanti la libertà, ma mortificanti la libertà.
Nei sistemi liberali la libertà viene sì rivendicata ma nei piccoli spazi, non come momento
rivoluzionario-anarchico.
PROGRESSO: il progresso ha perso quella univocità di tenere insieme le varie dimensioni
(diverso è parlare di progresso culturale, o di progresso tecnologico, o di progresso
economico o sociale). Fino all‟Umanesimo, l‟età felice era considerata agli inizi (l‟Eden); lo
svolgersi della storia porta ad un allontanamento di questa età. Con l‟Umanesimo l‟idea è di
un futuro che sarò meglio, ci sarà un andare avanti, un progresso che culmina
nell‟Illuminismo, in cui vi è la chiusura delle disuguaglianze e delle non libertà e apertura di
un nuovo mondo caratterizzato dal progresso, che porterà una situazione di PACE (Kant la
defisse la “pace perpetua”).
PACE: la guerra è un elemento di coesione interna. Trattando del rapporto amicus-hostis,
(cioè trattando dalla conflittualità in politica e quindi dei due grandi orientamenti (la politica
comporta sempre conflitto / la politica è il modo di azzeramento del conflitto... la guerra è
ricorso mezzi ultimi / ci sono tanti tipi di guerra, psicologica, di propaganda) abbiamo visto
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come da sempre accanto alla presenza perenne della guerra ci sia sempre stato il tentativo di
regolamentare e di limitare la guerra.
Perché la pace è un‟antirealtà? Perché nega la differenza tra l‟obbligazione politica e il
contratto-scambio. La pace esiste laddove non ci sono nemici.
Esistono diversi modi di intendere la pace:
1. non ricorso ai mezzi ultimi;
2. in senso parziale come sottomissione del nemico;
3. pace strumentalizzata a fini bellici;
4. la pace è una sorta di intervallo tra due guerre;
5. la pace guadagnata, pace interna.
lunedì 7 marzo 2005
1. PACE COME NON RICORSO AI MEZZI ULTIMI
Se la guerra è il ricorso ai mezzi ultimi, la pace è l‟esclusione dei mezzi ultimi. Significa la
pace assenza totale di guerre; una comunità che non ha nemici.
Molti movimenti pacifisti considerando la politica come conflitto; come svuotare la politica
della sua conflittualità? Attraverso lo scambio economico.
Benjamin Constant evidenzia che il moltiplicarsi dei traffici economici progressivamente
riduce la possibilità di conflitto, portando alla cooperazione.
(Hayek: lo scambio economico significa vedere l‟altro non più come nemico, ma come
amico (economia catalattica).
2. PACE IN SENSO PARZIALE COME SOTTOMISSIONE DEL NEMICO
La guerra è fatta per rendere ancora più nemico il nemico. La pacificazione assume la forma
di adeguamento del nemico vinto. L‟ex nemico è inglobato dentro una più ampia sintesi
politica. (Pace come tranquillità dell‟ordine, come affermava S.Agostino).
3. LA PACE è STRUMENTALE PER CONDURRE LA GUERRA
Clausewitz dice che la guerra è la continuazione, con altri mezzi, della politica.
La guerra è fatta perché si vuole la pace, contro coloro che non vogliono la pace.
4. PACE COME INTERVALLO TEMPORANEO IN UNA CONDIZIONE DI
PERENNE CONFLITTO INTERMITTENTE
Pace voluta. Secondo Trucidide (e in seguito anche Karl Schmitt) ci sarebbe l‟eterna
reversibilità delle parti: il vincitore nel tentativo di ripristinare l‟ordine violato commette
ingiustizie sul vinto, diventando a sua volta, nemico (è il cado di Sparta e Atene).
5. PACE CHE è PACE INTERNA
La pace guadagnata all‟interno della comunità politica.
Diceva Marsilio da Padova "l'autorità è da considerarsi legittima perché è defensor pacis"
Perché questi valori (antirealtà) si ripropongono sempre in ogni collettività?
Perché in politica c‟è tendenza a generalizzare (a rendere il più diffuso possibile).
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Le FINZIONI: elemento costitutivo dell‟ideologia, insieme alle antirealtà.
Tratteremo:
etimologia/definizione di finzione;
processo per cui le finzioni diventano finzioni
a cosa servono le finzioni dentro l‟ideologia
tipologie
la finzione Stato e l‟organizzazione dello Stato
FINZIONE:
non si tratta tanto di cose senza realtà, o di una realtà fittizia, ma dipendono da un fatto in relazione
con un termine frequente del lessico giuridico (fictio iuris) per qualche aspetto collegato al concetto
di persona (per-sona). Infatti in diritto, una associazione ha personalità giuridica, non esiste la
persona fisica ma è come se lo fosse.
Le finzioni vengono costruite, inventate, hanno la loro realtà.
le finzioni sono all‟inizio elementi del processo cognitivo, sono astrazioni cognitive (=elementi
comuni).
Quando attribuiamo personalità , cioè iniziamo a intendere quell‟astrazione come una persona
dotata di diritti e doveri, allora abbiamo la finzione (persona = etimologicamente era la mascherea
che consentiva alla voce di risuonare in luoghi grandi).
Es. la res publica inizialmente era un‟astrazione cognitiva, indica le cose pubbliche, cioè del popolo
che contrastavano la res privata. La res publica diventa finzione quando viene personificata.
Perché l‟ideologia è costituita da finzioni? Perché nel momento in cui noi personifichiamo
l‟astrazione, spersonalizziamo coloro che detengono il potere. Cioè: „si pagano le tasse allo Stato
non al principe A o B...‟
Abbiamo diverse tipologie di finzioni; noi ci occupiamo della nazione, delle classi e dello Stato.
Nazione: originariamente il concetto di nazione è legato alla nascita e al funzionamento delle
Università. Nelle prime università, infatti, l'insieme degli studenti provenienti da una medesima
parte veniva detta 'natio' (nati in un medesimo territorio). A lungo si è conservata questa astrazione
cognitiva.
L'attribuzione di 'personalità' (quando cioè si comincia a pensare che la astrazione cognitiva è 'come
se fosse una persona') avviene nel periodo della rivoluzione francese e ad opera dell'abate Sieyès
che, nella sua opera "Saggio sui privilegi", dice che il terzo Stato, e non altri, è la nazione: “il Terzo
stato è il tutto”.
Il concetto di 'nazione', intesa come finzione, gioca un ruolo decisivo all'interno dei movimenti
nazionalisti: la nazione viene sentita come una persona.
Classe: concetto centrale nell‟ideologia marxista.
Per classe, come puro elemento conoscitivo, si intende una serie, una configurazione, un insieme di
elementi: così abbiamo l'insieme degli agricoltori (classe degli agricoltori), la classe dei medici,
cioè insieme dei medici....In questo senso è anche utilizzato dai fisiocratici.
Solo con Marx la classe è percepita come una finzione. Le si attribuisce una 'personalità': la classe è
l‟elemento costitutivo della storia, la storia è un succedersi di conflitti di classi; Lukacs le riconosce
addirittura una 'coscienza': si parla appunto di coscienza di classe (la classe è talmente una persona
che ha anche una propria coscienza).
Stato: abbiamo “stato” come condizione della persona oppure “Stato” come costruzione politica.
Originariamente come astrazione cognitiva lo stato è la condizione, l‟ordine (Cicerone).
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Nelle prossime lezioni tratteremo:
etimologia di Stato
permanere di Stato come astrazione cognitiva (vedi anche Machiavelli)
quando inizia il processo di personificazione (importanza della “ragion di stato”)
conclusione del processo di personificazione con acquisto della personalità giuridica da
parte dello Stato
martedì 8 marzo 2005
Stato è una figura sostanzialmente europea, poi imposta anche fuori Europa in culture che non
avevano la figura di Stato, ma che avevano altre forme di aggregazione politica.
Stato deriva dal latino status, condizione, da cui discende il nostro 'stato civile': coniugato, celibe,
nubile...
Una formula frequente in latino era status rei publicæ (la condizione della res-publica).
Il termine 'Stato' è un prodotto della cultura italiana, si diffonde rapidissimamente in tutta Europa e
nel resto del mondo ed è sanzionato dal trattato di Cateau Cambrésis del 1559 che vede gli spagnoli
consolidare la loro posizione nell'Europa centrale e mediterranea.
In spagnolo abbiamo estado; così in francese avremo état nel duplice significato di Stato, ma anche
di Stati Generali, in inglese avremo state, ma anche estate che traduce più precisamente stato nel
senso di condizione, in tedesco avremo stand (stato, ceto), stat/staat. Ironicamente Bentley,
all'inizio del 900, dirà nel suo "Il processo di governo" che 'Stato' è per gli europei una specie di
giocattolo, venato di ideologia.
Status è un sostantivo verbale del verbo stare che ha la bella radice indo-germanica stat da cui
derivano molti termini: istituzione, costituzione, statuto...
Stat ha due significati:
stare;
porre.
Il primo (stare) indica ciò che oggettivamente dura, non cambia; al limite ciò che si ripete senza
mutamenti alteranti.
Il secondo (porre) indica l'azione posta in essere affinché qualcosa non cambi.
Comunque sia, la parola stato non ha ancora il significato di Stato: siamo ancora nell'ambito di una
astrazione cognitiva; acquisterà l‟attuale significato di Stato soltanto alla fine del 500/600.
Però Cicerone usa la parola status con due significati: status rei publicæ e anche nel senso di
indicare la stabilità di una situazione, quindi tendenzialmente anche per indicare la stabilità di una
istituzione politica. Il termine status, però, declina molto rapidamente, come era successo con il
termine politica: abbiamo al suo posto altri termini.
Tra il 1250 e 1350 cominciano a formarsi le prime comunità particolari dopo il disfacimento
dell'universalismo medioevale, e in quel tempo status indica ancora una astrazione cognitiva, non è
ancora una finzione, non indica ancora un sistema politico.
Status, fin in pieno Rinascimento, è adoperato in molte formule anche nel senso di 'i miei aiutanti
più stretti, il mio staff...'. Questa accezione è presente ancora in Machiavelli che, quando parla di
'Stato', intende dire il gruppo ristretto e concreto di uomini che si dedicano all‟esercizio del potere.
Sono coloro che con il principe esercitano l‟imperio; il titolo che li legittima è il possesso d‟autorità.
Come dire "gli uomini del principe, gli uomini del re". In questo contesto si comprende la frase
celeberrima di Luigi XIV: "L‟État c‟est moi = lo Stato sono io", in cui il monarca intende dire "tutti
gli uomini del re (cioè quella cosa che voi astrattamente chiamate Stato) sono io!". (Io basto! Tutto
passa attraverso di me!)
Gli individui concreti che detengono l'imperio (il principe e il suo staff) hanno, chi più chi meno
interessi, vantaggi, tornaconti…..
Il passaggio dall'astrazione cognitiva (lo Stato in Machiavelli) alla finzione, cioè lo Stato come
'persona', si è avuto con il passaggio dall'interesse del principe (potremmo dire „ragion del
principe‟) all‟interesse generale tendenzialmente di tutti=> la ragion di Stato. Coloro che
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attribuiscono personalità allo Stato, che cominciano a concepirlo come una persona, sono i
'ragionatori di Stato'
Il primo ad inserire il concetto ragion di Stato in un titolo “Della ragion di Stato” è Giovanni
Botero che vive sul finire del 1500. Ragion di Stato in questo testo è, parafrasando Machiavelli,
"…notizia (conoscenza, quasi scienza) e i mezzi per conquistare, conservare e accrescere uno
Stato".
La formula ragion di Stato viene coniata da mons. Della Casa, autore del Galateo, e non ha il
significato odierno (per ragion di Stato oggi si intende il motivo per cui vengono messi degli
omissis, per ragion di Stato si liberano dei prigionieri: cioè quelle azioni che derogano o
contravvengono le leggi, c'è una forte ragione che non si vuole comunicare agli altri... per cui si "si
fa questo per ragion di Stato": un atto sostanzialmente illegale o illegittimo): allora aveva il
significato di notizia di ciò che serve per guadagnare uno Stato per conservarlo o per accrescerlo....
In questa accezione (ragion di Stato) lo Stato non è più lo Stato di Machiavelli (cioè i cinque o sei
che concretamente detengono il potere insieme al principe) è inteso come una persona è una figura
astratta dello Stato. Nel 1500 1600 si ha la attribuzione di personalità alla originaria astrazione
cognitiva. Questa concezione si lega con l'altra concezione dell'Europa moderna che è l'idea di
sovranità.
Sono i giuristi, soprattutto quelli francesi di fine 1500/1600 e soprattutto Jean Bodin che distingue
tra souverainité e sousrainité di tipo feudale (Souvrainité: sovranità nel senso moderno del termine.
Sousrainité: potere di colui che è al vertice della catena feudale).
Cos‟è la sovranità? È la summa potestas, è il potere supremo: il potere di decidere i casi eccezionali
(Schmitt); la sovranità è inalienabile, non delegabile, perpetua (la sovranità dello Stato esiste fino a
che lo Stato non è cancellato: è 'eterna'). Coevo a Bodin è Loyseau che dice: "Noi il Regno, lo
chiamiamo anche Stato”.
Cominciano ad apparire i consigli di Stato, i segretari di Stato, i ministri di Stato....
Da questo momento l'Impero è uno Stato, il Regno è uno Stato, la città può diventare una città-
Stato...
Cardin, giurista di Luigi XIV, sostiene che la sovranità è come il punto in geometria: è indivisibile!
Riassumendo: dalla astrazione cognitiva status (gli aiutanti, i servitori del principe) alla
persona Stato, non è un passaggio dottrinale soltanto, ma obbedisce a ciò che nella storia e
nella politica si va costruendo: cioè un nuovo ordinamento di potere, diverso da quello
feudale.
Ci chiediamo ora: come nasce lo Stato moderno? Ovvero quali sono gli elementi costitutivi dello
Stato moderno.
Lo Stato moderno come persona giuridica nasce nell‟Ottocento.
Per i giuristi il moderno nasce dopo la Rivoluzione francese.
Per noi, lo Stato moderno non è solo il prodotto dell‟età che nasce, ma lo Stato è anche produttore
della modernità.
Il dibattito che nasce è questo: è possibile l‟uso del termine Stato per tutte le scene politiche della
storia?
La risposta è no, solo a partire dal „200-„300.
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mercoledì 9 marzo 2005
Origini storiche dello stato
Elementi costitutivi dello stato
Forme principali di stato
Come nasce lo Stato moderno? Ovvero quali sono gli elementi costitutivi dello Stato moderno?
Lo Stato moderno nasce quando riacquista importanza il territorio e con esso i confini.
Ernst Wolfgang Böckenförte: lo Stato è la forma di ordinamento politico sorto in Europa a partire
dal XIII secolo fino al XVIII secolo sulla base di presupposti e motivi specifici della storia europea.
Forma idealtipica di Stato è lo Stato assoluto. Lo Stato è il concretarsi storico di un rapporto
politico. Dall‟Europa lo Stato verrà esportato in tutto il mondo: è un prodotto europeo.
Nello sviluppo dello Stato e delle sue origini, Max Weber e altri hanno visto la crescente
razionalizzazione dello Stato.
Hobbes definiva lo Stato una grande macchina razionale.
La razionalizzazione non solo dello Stato, che urta contro l‟irrazionalità della politica, ma anche
dell‟economia. Il capitalismo con la sua razionalità discende dallo Stato.
Quando nasce lo Stato?
Dal sistema Stato per associazione di persone (nell‟epoca feudale ciò che contava erano le
associazioni, le corporazioni…) allo Stato che comincia a occuparsi del territorio, occupandolo.
Dalla signoria terriera alla sovranità territoriale.
Dunque dalle associazioni personali allo Stato territoriale, dalla signoria terriera feudale, alla
sovranità territoriale dove lo Stato si realizza come
1 - potere è sempre più accentrato, cioè il potere si sbarazza degli altri poteri, è un potere politico
tendenzialmente esclusivo, non ci sono altri poteri di fronte allo Stato (concentrazione del potere);
2 - il potere si esercita sul territorio
3- costruzione della sovranità sul territorio che si esercita attraverso un corpo sempre più
qualificato di aiutanti:
4- sviluppo della burocrazia.
Gli elementi costitutivi dello Stato moderno sono: accentramento del potere, territorialità,
sovranità e presenza della burocrazia.
Siamo in presenza della contrattazione tra il potere dei ceti e il potere del sovrano che si sta
delineando: la società per ceti, che non è una società civile, in quanto l‟individuo conta in quanto
membro di un corpo, di un ceto (nella società civile è il civis quello che conta, l‟insieme di individui
in quanto tale).
Vi è lo sviluppo delle forme rappresentative.
Stato di polizia (Polizeistaat – Stato assoluto): si sviluppa nel „600-„700: lo Stato di polizia
ha come obiettivo il benessere del popolo, in quanto il benessere è la forza dello Stato;
Stato di diritto: si sviluppa nell‟800; lo Stato acquista personalità giuridica; lo Stato si
distingue dalla società; inizia il processo di democratizzazione; affermazione del principio di
uguaglianza;
welfare state (lo Stato del benessere, lo Stato assistenziale): uguaglianza di tutti non solo
formale, ma anche sostanziale: lo Stato si impegna a eliminare le disuguaglianze.
Idealtipo di Stato:
MODELLO INGLESE: diversità di natura storica; frattura fra normanni e sassoni; utilizzo del
termine stato in misura minore.
MODELLO EUROPEO CONTINENTALE:
modello francese: accentramento;
modello prussiano: Polizeistaat;
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La differenza tra i due modelli si riscontra soprattutto nell‟amministrazione; nel modello inglese
essa ha poca importanza, mentre nel modello francese è più accentrata e in quello prussiano ha una
struttura di tipo militare.
Rokkan colloca l‟origine degli Stati moderni alla periferia dell‟Impero Romano. La domanda che si
pone è la seguente: perché i sistemi di partito europei sono così diversi tra loro se il modello di
Stato è unitario?
A seconda delle fratture avremo sistemi di partito diversi.
Dopo lo Stato assoluto, lo Stato di diritto e il welfare State abbiamo lo Stato democratico come
esito del lungo e faticoso processo di democratizzazione.
La prima grande istituzione di rappresentanza politica è il Parlamento: com‟è nato? Che funzione ha
svolto? Perché è luogo di rappresentanza?
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lunedì 14 marzo 2005
AUTORITA‟
Dobbiamo cercare di sciogliere l'ambiguità o la sovrapposizione tra il concetto di potere
(causazione sociale intenzionale e/o interessata) e autorità.
Autorità già nel parlare ordinario ha una vasta gamma di significati diversi: c‟è una concezione
negativa, autoritario, e una concezione positiva, autorevole.
Autorità deriva dal latino auctoritas, da cui discendono l'italiano autorità, il francese autorité,
l'inglese authority, lo spagnolo autoritad, il tedesco autoritäd, anche se con la variante Obrichkeit,
che significa che viene dall‟alto (il consenso viene dal basso, l‟autorità viene dall‟alto).
Auctoritas deriva da auctor, nome d'agente del verbo latino augēre, tradotto normalmente con
aumentare, crescere...; auctoritas, derivando da augēre ha la radice indoeuropea aug-, la stessa
radice che troviamo in auxilium, auguriu, augustus…
Il significato più comune di crescere, aumentare non è però quello originario; c‟è il significato di
conferire autenticità, promuovere, far nascere, rinnovare…
Ma qual è la prima accezione di autorità?
Nelle dodici tavole della Roma antica (diritto quiritario) troviamo: “Adversus hostis
aeterna auctoritas esto” :“Nei confronti dello straniero vi sia sempre un‟autorità”, cioè
affinché il cittadino straniero possa godere dei diritti (per lo specifico il diritto di usucapione)
all‟interno della comunità occorreva che un cittadino romano desse l‟auctoritas, cioè
l‟autorizzazione.
Questo concetto di autorizzazione è diverso da come noi intendiamo oggi autorità.
Auctoritas viene contrapposta a potestas, ed è più di potestas perché... 'promuove'.
Cicerone dirà: "Potestas in Popolo, Auctoritas in Senatu" (Potere sta nel popolo,
tocca al senato disporre di autorità). La collocazione dell‟autorità al di sopra del potere.
A questo punto interviene il termine augustus.
Nella seduta senatoria del 16 gennaio 27 a. C., Ottaviano, che aveva lasciato intendere di gradire il
titolo di "Optimi Status Auctor" (Fondatore dello Stato ottimo), viene salutato dai Senatori con il
titolo "augustus".
Per lunghissimo tempo il termine Auctoritas viene considerato come superiore.
Il termine autorità ha una sua interpretazione nel pensiero cristiano fin dalle origini: auctoritas dei
vescovi, auctoritas apostolico…
Il momento più importante arriva con Papa Gelasio I (1492-1496) che in una lettera all'imperatore
romano d‟oriente Anastasio I scrive:
“Duo sumt quibus principaliter mundus regitur: auctoritas sacra
pontificum et regalis potestas.”
Due sono le grandi sfere che reggono il mondo, diceva Gelasio: la auctoritas sacra e la regalis
potestas. Già sappiamo che auctoritas è superiore a potestas (Cicerone: "Potestas in
Popolo, Auctoritas in Senatu" qui l‟auctoritas è addirittura qualificata come „sacra‟).
Per la cosiddetta teoria delle due spade l'autorità del Papa non si limita alla sola sfera spirituale. Il
Papa può, e talvolta deve, intervenire nelle questioni temporali.
La questione ruota attorno alla domanda: “Il Papa ha o non ha potere diretto?”.
La linea teocratica è rappresentata principalmente da Gregorio VII, Innocenzo III, Bonifacio VIII;
quest'ultimo con la bolla "Unam sanctam" del 1302 affermerà la unicità della titolarità della
auctoritas attribuendola al Papa: il Papa è l'unica fonte di auctoritas, ha, quindi, la "potestas directa
in temporalibus".
Nel periodo di crisi dell'universalismo medievale, quindi nel periodo che precede il passaggio alla
età moderna e quindi dello Stato moderno il tema dell'autorità è presente in colui che sarà l'autore
del grande scisma: Martin Luther King. E sarà Lutero a preferire con forza il termine tedesco
obrichkeit al termine auctoritas che gli sembrava troppo legato alla tradizione latina e quindi alla
Chiesa di Roma.
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Thomas Hobbes nella sua opera il “Leviatano” del 1651, capitolo XVI, scrive:
“L‟autorità è il DIRITTO DI FARE UN’AZIONE. Quando noi diciamo “fatto per autorità”,
intendiamo fatto compiuto per commissione o con il permesso di chi ha il diritto”.
A un certo punto poiché si vuole impedire che gli altri ci privino della vita, delle libertà, viene
trasferito questo diritto di fare qualcosa al Leviatano (soggetto superiore, titolare dell‟autorità):
“Gli uomini stipulano un patto con il Leviatano: si spogliano della loro libertà, di ogni loro potere
e li attribuiscono al Leviatano” (TRASFERIMENTO DEL DIRITTO).
Altra affermazione importante di Hobbes, nel cap. 26 del Leviatano, è la seguente: auctoritas
non veritas facit legem, e qui si ha una rottura con la tradizione precedente.
Quale dunque la base di legittimazione di una legge? La verità? La giustizia? No, è la auctoritas.
Quindi non il contenuto rende legge una legge.
Hobbes contrappone verità e autorità, sostenendo che verità appartiene ad una sfera diversa (la
morale) da quella a cui appartiene autorità. Ciò che conta è la capacità dello Stato a far rispettare la
legge, a farle produrre effetti. Sorge il concetto di effettività della legge: la legge produce effetti in
forza del fatto di essere legge, cioè sanzionata secondo i crismi storici e giuridici, a prescindere dei
contenuti (positivismo)!
Anche se Hobbes ha definito auctoritas prima come autorizzazione e poi come elemento fondativi
di una legge, in seguito il termine viene associato a SOVRANITA‟, di cui il Leviatano dispone: è
un potere molto vicino a quello dello Stato (nozione di sovranità data da Boden).
Diversa sarà invece la concezione di Locke di autorità.
Posizione più recenti su autorità.
Alla prima metà dell'800 Durkheim intende l'autorità come la caratteristica di un uomo elevato al di
sopra degli altri uomini; ma la società soltanto è al di sopra di tutti gli individui, quindi la società
soltanto può disporre di autorità. Tutte le società non possono non avere strutture di autorità.
Alla fine dell'800 all‟autorità si dedicherà anche George Simmel, dando tre diversi tipi di autorità.
Gli elitisti (soprattutto Pareto) dedicheranno pagine sull‟autorità.
Autorità è presente in Nichels e in Weber (i tipi di legittimazione del potere hanno dentro di sé il
concetto di autorità).
L‟autorità è anche oggetto di studio di intersezione di Sigmund Freud con un‟opera rilevante
sull‟autorità che è “Totem e tabù” (1913).
martedì 15 marzo 2005
George Simmel rifiuta la rigida opposizione tra autorità e libertà; l‟autorità esiste se c‟è il libero
riconoscimento da parte di chi ne è soggetto. L‟autorità è sovraordinazione. Esistono tre tipi di
autorità:
centralizzazione individuale dell'autorità: quindi sottomissione ad una singola persona;
subordinazione alla pluralità (all‟autorità di gruppi impersonali, per esempio la 'maggioranza');
subordinazione ad un principio a cui si riconosce valore astratto (l‟autorità della norma,
specialmente la norma costituzionale).
Autorità è presente anche nella speculazione di S. Freud che, studiando i rapporti autoritari e i
rapporti di subordinazione tra individui, vede questi anche come fondamento delle relazioni
politiche e sociali; così cerca di dare risposta ad una domanda gigantesca: "perché le masse, che
sembrano tanto forti, ad un certo punto sembrano un gregge governato da un leader, magari un
leader dittatoriale come Hitler o Stalin? Che cosa spinge e spingeva le masse ad obbedire, posto che
non sempre l'obbedienza è o era costretta?”
È lo spinoso argomento delle masse gregarie.
Qual'è la dinamica psicologica dei grandi fenomeni collettivi?
Gustave Le Bon studia "La psicologia delle masse" e non mancano autori anche in Italia.
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Che cosa spinge le masse ad un atteggiamento gregario?
Se lo chiede anche Freud che, in “Totem e tabù” (1913), studia la genesi della società. Applica lo
schema del parricidio originario (l‟orda primitiva uccide il padre, questi, da ucciso, diventa oggetto
di un‟obbedienza retrospettiva, interiorizzata: un tabù cioè norme non violabili. Come dire: proprio
perché abbiamo ucciso il padre, siamo tenuti ad osservarne rigidamente i comandi. Questa origine
trova corrispondenza, dice Freud, nella strutturazione psichica individuale.
L‟autorità esterna viene introiettata, come super-io, e l‟individuo torna a identificarsi nel padre.
Questi processi sia sociali che individuali di interiorizzazione spiegano come mai siano così forti i
rapporti ambivalenti di paura e di identificazione.
Per Freud questo è l'unico modo per determinare un certo equilibrio nell'individuo e nella società.
Il gregarismo di massa è un atto che riporta al ruolo fondamentale dell‟EROS per Freud (a
differenza di Le Bon secondo cui le masse cercano un‟autorità più forte).
Ma qual è il processo di immedesimazione con il capo politico? Perché ci si immedesima con il
capo politico?
I rapporti politici non sono riconducibili al piano razionale.
Ci si chiede come mai si passi dall'autorità all'autoritarismo, ci si interroga soprattutto in Germania.
È il periodo dell'incontro della psicoanalisi con il marxismo, prima fase della scuola di Francoforte.
Autori: Horkheimer Max, Eric Fromm, Herbert Marcuse, Teodor Adorno, Wilhem Reich.
Horkheimer, Marcuse e Fromm lavorano insieme su "Studi sull‟autorità e la famiglia”, mentre
Adorno scriva “La personalità autoritaria": in essa, l'autore, si chiede che cosa possa spingere una
persona, anche a livello psicologico, ad assumere atteggiamenti autoritari e perché, anche di fronte,
all'autoritarismo si continui ad obbedire.
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mercoledì 16 marzo 2005
II PARTE DEL CORSO
PARLAMENTO: preesiste allo Stato moderno, è il luogo della rappresentanza.
Parleremo del Parlamento, lo sviluppo storico, le funzioni e della rappresentanza che non è tipica
solo dei nostri sistemi: tutti i sistemi politici hanno la rappresentanza. Si specifica in forme diverse:
nei regimi democratici è ELETTIVA, cioè autorizziamo qualcuno a fare qualcosa tramite
l‟elezione. Esistono poi altre forme di rappresentanza.
Scaletta degli argomenti che tratteremo:
parlamento
5 accezioni di rappresentanza
Concetto di rappresentanza
Il Parlamento può essere chiamato Congresso oppure Assemblea Nazionale; il ruolo del Parlamento
varia in sistema democratico rispetto ad altri regimi.
Le caratteristiche fondamentali delle istituzioni parlamentari nei sistemi democratici che hanno
raggiunto il loro culmine nella seconda metà dell‟800 sono:
Natura assembleare;
Carattere permanente: le convocazioni sono fissate, regolate nel tempo perché se fossero
convocabili da chi lo desidera non avrebbero un grande potere;
Pluralismo interno: abbiamo posizioni contrapposte;
E‟ espressione della rappresentanza: è direttamente collegato al tema della rappresentanza.
Definizione minima di Parlamento: è un‟assemblea rappresentativa permanente e pluralistica.
Se manca una di queste caratteristiche non siamo davanti a un Parlamento democratico.
Che cos’è la RAPPRESENTANZA?
Hanna Pitkin, nel 1967, individua cinque varianti della rappresentanza:
1. rappresentanza come conferimento dell'autorità;
2. rappresentanza come responsabilità;
3. rappresentanza come rappresentazione, specchio della realtà, riproduzione di una certa
situazione;
4. rappresentanza come evocazione simbolica;
5. rappresentanza come agire al posto e nell‟interesse di qualcuno che non intende o non può
agire personalmente.
Queste varianti si possono combinare fra di loro in modo molto vario. Un‟accezione non esclude
l‟altra. La loro diversa presenza produce un grado di rappresentanza diversa.
1. Rappresentanza come conferimento di autorità: richiama la nozione di Hobbes di autorità
(qualcuno conferisce una autorità a qualcun altro (XII tavole: adversus hostem aeterna auctoritas
esto); autorità intesa come autorizzazione: gli individui autorizzano il Leviatano ad esercitare il
potere... ); è il rapporto tra rappresentato e rappresentante che consente che le azioni del
rappresentante valgano per il rappresentato.
5. Rappresentanza come agire al posto e nell‟interesse di qualcuno che non intende o non può agire
personalmente : riguarda il contenuto dell‟agire da rappresentante. Il rappresentante agisce
nell'interesse del rappresentato. La rappresentanza (politica) non è un mandato imperativo, è un
mandato fiduciario: ci si deve fidare... in un sistema democratico, cioè rappresentativo-elettivo,
l'agire in nome, per conto e nell'interesse del rappresentato si intreccia anche alla rappresentanza
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come responsabilità: chiunque venga eletto deve sentirsi responsabile, grado di rendere ragione del
suo operato.
2. Rappresentanza come responsabilità: chi ha responsabilità deve rispondere a qualcun altro.
4. Rappresentanza come evocazione simbolica: il capo dello Stato rappresenta l‟unità della nazione
che in quanto unica è rappresentata da un unico organo che simbolicamente rappresenta l‟unità.
2. Rappresentanza come rappresentazione, specchio della realtà, riproduzione di una certa
situazione: ad esempio le controversie tra sistema maggioritario (rappresenta la maggioranza) e
proporzionale (rispecchia più la realtà, consente di dare rappresentanza alle minoranze..).
Non è un caso se nel lessico comune usiamo dire: “Andiamo a una rappresentazione teatrale”, in
quanto nell‟origine latina rappresentare significa raffigurare.
In seguito, invece, rappresentare significherà rendere presente chi non c‟è.
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lunedì 11 aprile 2005
Nella lezione di oggi tratteremo:
1. rappresentanza: termine e concetto;
2. origini delle istituzioni di rappresentanza.
Storicamente rileviamo che i romani conoscevano solo la rappresentanza in ambito privato; la
rappresentanza politica, nella attuale accezione, si connette ad uno sviluppo delle istituzioni
politiche rappresentative e, queste, hanno una radice di tipo militare.
Rappresentanza: i termini delle lingue moderne derivano tutti dal latino re-praesentatio; almeno
all'origine, è termine lontano dal nostro 'rappresentanza', è molto più vicino al nostro
'rappresentazione', nel senso di rappresentare una scena, raffigurare...; ma in re-praesentatio sono
nascosti la radice re (reiterare) e l'aggettivo presens (presente): da cui re-praesentatio viene
significare "rendere presente per mezzo, di un disegno, di una effigie di una scena".
Molto più in là nel tempo, siamo già nell'alto medioevo, re-praesentatio significherà "rendere
presente l'assente": siamo al fondamento della rappresentanza, in senso politico: infatti in
parlamento non ci sono tutti i cittadini, ma coloro che sono in parlamento li rendono presenti tutti.
I romani hanno tre figure importanti per indicare il rapporto tra rappresentato e rappresentante
nel contratto-scambio, cioè nell‟ambito privato:
MANDATO;
DELEGA;
PROCURA;
Mandato, dal latino mandatum che risente del concetto di manu do:metto in mano, affidare;
impegnare qualcuno, il mandatario, a fare qualcosa nell'interesse del mandante o di un terzo.
Delega, dal latino ligare: incaricare qualcuno a fare qualcosa. La delega, delegatio, è un ordine dato
ad una persona di assumere un‟obbligazione nei confronti di una terza persona. Siamo nell'ambito
del diritto privato, ma con qualche trasposizione dall‟ obbligazione privata all‟obbligazione politica
i latini conoscevano i legati municipiorum (delegati del municipio) cioè delegazioni mandate a
Roma dai municipia per protestare, far valere i propri diritti ecc. (già da questo momento comincia
la rappresentanza collettiva!).
Procura, che contiene il termine cura, occuparsi di, provvedere a + pro, a vantaggio di qualcuno,
cioè fare qualcosa a vantaggio di un altro sotto il suo incarico, la sua responsabilità, con la sua
autorizzazione. Il procuratore è colui che opera a vantaggio di qualcuno che gli ha dato la procura. I
parlamentari sono spesso chiamati procuratori perché operano a vantaggio della collettività.
Il termine di rappresentanza politica si afferma nell'alto medioevo e le origini furono di tipo
militare: il caso classico delle prime forme rappresentative fu il Campo di Maggio: è un'assemblea
convocata dal capo politico in vista dall'apertura delle ostilità ed è un'assemblea composta
potenzialmente da tutti guerrieri. Le decisioni sono prese come se tutti fossero presenti: di fatto i
presenti prendono decisioni anche per gli assenti, in questo modo si comincia una rappresentanza di
tipo collettivo. Da qui si parla legittimamente di 'origine militare delle assemblee e quindi dei
parlamenti moderni'.
Le prime assemblee del medioevo, nel XIII secolo, sono dunque assemblee di eserciti; la
convocazione degli eserciti nell‟ordinamento feudale significa la convocazione dei vassalli in vista
di campagne militari; la campagna militare si chiama writ.
Abbiamo un documento del 1072 che parla di un writ a cui sono presenti 27 aiutanti (realtà sono
magnati) chiamati dal sovrano "cum equis et armis", cioè con i mezzi per combattere (che sono
anche i segni della loro autonomia); ma portano anche 'auxilium et consilium':
l‟auxilium è l‟aiuto delle armi e dei cavalli, cioè l‟aiuto militare;
il consilium è la partecipazione alla decisione, cioè se è favorevole o no alla guerra. Iniziano a
formarsi così anche i notabili.
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In seguito si passa da un auxilium come prestazione di servizio militare a un auxilium in denaro;
infatti con la formazione dei Comuni, abbiamo i borghesi che avendo a disposizione denaro pagano
i mercenari per prestare servizio militare. Allo stesso modo il consilium evolve in un diritto
politico dei cittadini.
Abbiamo tracce di tutto questo anche nella Magna Charta: abbiamo la convocazione diretta dei capi
in alcuni casi e la convocazione indiretta in altre circostanze. Nella prassi prima si viene convocati
solo in caso di guerra, poi il capo politico convoca un po' più frequentemente, non necessariamente
con una guerra pendente. Comincia a consolidarsi il principio per cui chi è presente decide anche
per chi non è presente: è come se l'assente fosse presente... i presenti rappresentano anche gli
assenti.
Inizialmente le monarchie sono monarchie itineranti, non c'è una comunità delimitata
territorialmente, non c‟è ancora una capitale... e ci si sposta.
Quando il monarca si stabilizza in una località amministra (controlla) tramite i commissari
itineranti, i missi dominici, (e dopo di loro i maîtres de réquestes che raccolgono le proteste dei
sudditi alla porta della reggia....)
Le assemblee ormai non sono più assemblee soltanto di armati, ma sono assemblee di ceto, che
tendono a diventare stabili per una questione di potere e diventano luoghi dove si parla: parlamenti;
è qui che svolge il suo ruolo essenziale quella plena potestas che diventerà poi la matrice del
mandato fiduciario (qualunque cosa tu faccia nel mio interesse mi va bene!).
La plena potenzia è la capacità di vincolare terze persone; in sostanza è la rappresentanza,
l‟incontro tra le esigenze che vengono dall‟alto e quelle che vengono dal basso.
In altre parole il principe ha bisogno di interlocutori affidabili che impegnino la comunità. La
comunità sceglie i suoi rappresentanti affinché presentino le loro lagnanze al sovrano e affida ad
essi la plena potestas, su cui il sovrano poi farà leva per garantirsi l'obbedienza alle sue decisioni da
parte delle comunità rappresentate.
La plena potestas comporta un mandato che si pone, almeno per tutto l‟ancient regime, come un
mandato imperativo. Esistono infatti due tipi di mandato:
mandato imperativo: il rappresentante deve fare quello che vuole il rappresentato, i suoi
interessi, altrimenti gli toglie la rappresentanza. I rappresentanti sono pagati dai
rappresentati. Esempio è il sistema russo.
Mandato fiduciario: si diffonde dopo la rivoluzione francese. Noi non siamo legati ai nostri
rappresentanti con un mandato imperativo. I nostri sistemi sono a mandato fiduciario.
In questo modo la rappresentanza si sposta dal terreno del contratto scambio alla obbligazione
politica: alcuni individui rappresentano una comunità, cominciano i casi di rappresentanza
collettiva. Non è più una rappresentanza interindividuale, ma collettiva.
Alberto da Gandino, giurista, illustra la rappresentanza collettiva.
In ambito canonistico abbiamo la discussione intorno alla autorità del concilio e intorno alla
prevalenza dell‟autorità del concilio su quella del Papa.
Con la costituzione del parlamento, i membri del Parlamento o procuratori, cominciano a dare il
proprio consenso su questioni importanti,come la questione delle tasse. Inizialmente si occupavano
di dare consigli al sovrano, poi inizia a prendere decisioni su alcune questioni: arriverà ad avere il
potere legislativo.
(Locke afferma: il potere è dato attraverso il trust, la fiducia, cioè tramite il rapporto fiduciario e
non più tramite un rapporto imperativo.)
Nella nostra ricostruzione storica siamo arrivati al punto in cui al mandato imperativo si sostituisce
il mandato fiduciario: siamo appena prima della rivoluzione francese. Nell'antico regime era
caratteristico il mandato imperativo: il rappresentante, il mandatario, era tenuto non solo ad agire in
nome per conto del mandante ma anche a seguire la sua volontà, a tal punto che se il rappresentante
non avesse assolto bene il suo compito gli veniva revocato il mandato. Ricordiamo che il
rappresentante era pagato dal rappresentato. Nel mandato fiduciario pur essendo presente la
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responsività, cioè la rispondenza del rappresentante al rappresentato, può capitare che il
rappresentante non abbia del tutto ottemperato alle richieste del rappresentato.
Il mandato fiduciario è tuttora la modalità della rappresentanza.
Il grande cambiamento da mandato imperativo a mandato fiduciario avviene già al tempo di
Edmund Burke, autore di un'opera di grande importanza nell'ambito del pensiero conservatore
"Riflessione sulla rivoluzione francese"; viene inoltre ricordato “Il discorso agli elettori di Bristol”
nel 1774 in cui dice:"Ricordatevi che il parlamento non è un'assemblea di interessi ostili l'uno
all'altro: il parlamento è un tutto ed ha un solo interesse, rappresenta la nazione!".
Come dire che gli eletti al parlamento non sono chiamati a tutelare gli interessi particolari dei loro
elettori ma a tutelare gli interessi del 'tutto' che è l'intera nazione: quindi non un mandato
imperativo, ma un mandato fiduciario.
Burke riconosce questo tipo di mandato e non un altro agli elettori di Bristol.
Ulteriore problema di cui ci occuperemo nella prossima lezione:
la rappresentanza è presente in tutti i sistemi politici o è solo dello Stato moderno?
La risposta è che la rappresentanza è presente in tutti i sistemi politici. Nella crescita dello Stato, la
rappresentanza più diffusa è quella elettiva, ma non è la sola.
martedì 12 aprile 2005
Tra l‟800 e il 900 si assiste alla crisi del sistema parlamentare: arrivano critiche dalla destra, in
particolare da quella francese, e critiche da sinistra perché il Parlamento per loro è solo il luogo di
rappresentanza della borghesia.
Gaetano Mosca parla di degenerazione clientelare: ciascuno dei membri eletti in Parlamento tutela
solo gli interessi di coloro che li hanno eletti.
Ruggiero Bondi afferma che il sistema parlamentare sta soffocando la rappresentanza, diventa
sempre meno rappresentativo.
Inizialmente la rappresentanza era cetuaria: contava l‟individuo in base al ceto. Con la rivoluzione
francese abbiamo il passaggio a una rappresentanza di tipo individuale; l‟abate Sieyes diceva: tra
l‟individuo e lo Stato non ci può essere nessun corpo intermedio, nessun interesse: c‟è solo
l‟interesse dell‟individuo e l‟interesse dello Stato; io cittadino voto te come mio rappresentante
perché tu faccia i miei interessi.
La rappresentanza cetuaria diventerà rappresentanza associativa, non sparisce del tutto: ci sarà la
rappresentanza degli interessi della classe operaia, la rappresentanza degli interessi del singolo in
quanto parte di un corpo.
I critici affermano: bisogna cambiare sistema di rappresentanza oppure costruire luoghi di
rappresentanza degli interessi. In Italia viene costruito il Consiglio superiore del Lavoro (diventato
oggi il CNEL).
Ma qual è il rapporto tra rappresentanza politica e rappresentanza che gli interessi? Il regime
fascista, che aveva alle spalle la crisi del parlamento, nascerà sul tema della rappresentanza degli
interessi.
La rappresentanza degli interessi esplode con Weimar e negli anni 1970:
Weimar tenta di dare forma alla rappresentanza economica;
Negli anni 1970 i Parlamenti funzionano in maniera clientelare; si passa al modello
neocorporativo.
Rappresentanza politica e rappresentanza degli interessi. Modello neo corporativo.
Per comprendere il neo corporativismo è necessario partire dal corporativismo. È generalmente
citato parlando del regime fascista, ma la nozione e il termine sono di gran lunga precedenti;
durante il ventennio si è sostenuto che le corporazioni siano da sempre esistite, ciò non è
storicamente vero.
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Per tutto il medioevo abbiamo le Universitas Personalum e le Universitas Studiorium: sono due
corporazioni; in seguito abbiamo la gilda, lo scacchiere dei Normanni, il Parlamento.
La corporazione raccoglie più persone in vista del conseguimento di un fine e della promozione di
un interesse specificato e durevole di tutte le persone.
La caratteristica di un Universitas è quella della personificazione, di costituire una persona fitta: “Si
guid universitari de betur, singulis non de betur: nec quod debet universitas singuli debent” (Se si
deve qualcosa all‟Universitas, non lo si deve ai singoli: e ciò che l‟Universitas deve, non lo devono
i singoli.”).
Ciò significa che i diritti e i doveri fanno a capo dell‟Universitas e non alla persona singola.
Le corporazioni sono presenti in molte nazioni con diversi termini: abbiamo la confraternita in
Francia, le Carità dedite all‟assistenza, la Fraternità, la Gilda, l‟Ansa, il Mestiere, il collegio..:sono
tutti termini che connotano la corporazione.
L‟anglosassone “corporation” è la persona giuridica pubblica e privata che è la società per azioni
(company in inglese).
“Corporazione” deriva dal latino dotto corporare, cioè "far corpo", "prendere forma corporea”.
Corporati dicuntur sono coloro che appartengono ad un corpo o collegio.
Plutarco e Plinio affermano che le prime associazioni si hanno con Numa Pompilio; egli divide il
popolo in base a coloro che esercitano arti rilevanti, come i suonatori, gli orefici, i tintori,…e
riunisce tutte le altre arti insieme.
Althusius in “Politica methodice digesta” nel capitolo “Nei collegi e sui corpi” dice: le corporazioni
a Roma, i sodalizi, sono ciò che i Greci chiamarono la eteria.
Nell‟Impero Romano le corporazioni crescono di importanza; sono fondamentali e non soltanto su
base professionale: ci sono anche corporazioni obbligatorie, cioè coloro che lavorano in un certo
ambito devono appartenere a una corporazione. Ci sono anche oneri o favori in base
all‟appartenenza ad una corporazione.
Sul finire del IX secolo a Bisanzio c‟è un libro che regolamenta il numero e l‟organizzazione
interna delle corporazioni.
Le corporazioni hanno un ruolo economico: fissano i prezzi dei manufatti e delle prestazioni.
All'interno delle corporazioni si impara il mestiere, un mestiere che, normalmente si tramanda di
padre in figlio.
In ogni caso la grande stagione delle corporazioni, il loro apogeo, fu dal medioevo in avanti; in
Italia, i primi comuni che sono una realtà politica si fondano sulle corporazioni; a Firenze si
chiameranno 'arti' (si divideranno in arti maggiori e arti minori), a Venezia abbiamo le „consorterie‟,
in Lombardia i „consolati‟, a Bologna le „compagnie‟…
Nel mondo germanico abbiamo la gilda = associazioni commerciali dal VI al XIV secolo.
In origine gilda è un banchetto sacro.
Etimo: antico gotico gild da cui deriva anche il termine tedesco geld = denaro: è un sacrificio in
comune perché prima di partire per un‟avventura marittima i consociati non solo formulavano un
progetto, ma rafforzavano il loro patto di mutua assistenza. E‟ una confraternita, ci si sente fratelli,
accomunati dallo stesso destino. La gilda nasce nell'ambito della lega Anseatica: si va sul mare, si
va a cercare risorse e non sempre si è certi del ritorno, si giura che, qualora qualcuno non tornasse, i
sopravvissuti si sarebbero presi cura della moglie e dei figli degli scomparsi: sorge un vincolo di
solidarietà, un vincolo di fratellanza, di mutua assistenza. Nello statuto del XII secolo si dice che
ogni fratello della gilda deve aiutare il proprio confratello.
Da gilda deriverà anche il termine Gildem = sindacato in tedesco.
Ogni gilda ha una sua struttura: c‟è un capo, di solito il più anziano, assistito da un consiglio, che
decide i requisiti minimi per entrare a far parte della corporazione, giudica le controversie interne,
stabilisce soprattutto i prezzi e deve assicurare la buona qualità di ciò che si produce.
L‟ingresso nella gilda è subordinato a precise condizioni: bisogna essere cittadini e non forestieri,
buona condotta, c‟è un periodo di tirocinio da superare (l‟apprendistato), assistenza in caso di
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bisogno,… Quando le diverse gilde si federano tra loro costituiscono l‟Ansa, da cui deriverà la Lega
Anseatica.
Per fare parte di una corporazione c‟è un giuramento di restare uniti; ogni corporazione ha un
proprio statuto che disciplina l‟attività della corporazione e l‟appartenenza alla corporazione. Chi
non è iscritto alla corporazione non può esercitare quell‟attività.
I capi delle corporazioni hanno capi con nomi diversi: c‟è il console, il capitano, il gastaldo. Il capo
viene scelto con metodo elettivo. Esso ha giurisdizione su tutte le questioni dei corporati.
Le corporazioni sono l'ossatura della società economica francese dell'antico regime: entrano in crisi
quando l'economia non è più disciplinabile attraverso le corporazioni, già dalla metà del XVII sec.
le corporazioni sembrano superate, sono ritenute strutture burocratiche che ostacolano il processo di
industrializzazione: si tenta di superarle, ma il tentativo non ha successo se non con l'avvento della
rivoluzione francese che azzera ogni forma di corporazione per mezzo dell‟editto Le Chatelier (2-
17 marzo 1991) che recita: "A partire dal 1° aprile successivo ogni persona è libera di esercitare la
professione che vuole. Tutte le corporazioni sono abolite”.
La rappresentanza per ceti è formalmente svuotata.
Però, fin dai primi decenni dell'800, in piena rivoluzione industriale, le associazioni, i sindacati
tornano (sono le 'corporazioni' anche se chiamate in altro modo): la sostanza cancellata formalmente
in realtà si ripropone, vi è la rivendicazione della rappresentanza.
Non è un caso che i più influenti tra i primi esponenti della dottrina sociale della Chiesa parlino
frequentemente di corporazioni, cioè associazioni fornite di un loro interesse che non è l'interesse
del singolo: a fianco della rappresentanza politica su base individuale vi è la rappresentanza degli
interessi.
lunedì 18 aprile 2005
Tra massimi esponenti del corporativismo cattolico ricordiamo Kettler e Giuseppe Tognolo.
E‟ nei regimi autoritari, in particolare in quello fascista, che si diffonde il corporativismo.
La dottrina corporativa confluisce nelle critiche allo stato liberale.
Albedo Roco afferma che il termine “corporazione” torna in vigore prima del regime fascista e
consiste per i gruppi di interesse nel rivendicare un sistema di rappresentanza diversa.
Nella Carta del Lavoro del 1927 viene definita la “corporazione” come rappresentanza di interessi;
inoltre le corporazioni sono riconosciute dallo Stato come organi dello Stato.
Nel 1926 vengono costituite le corporazioni con personalità giuridica in quanto riconosciute dallo
Stato.
Dal 1930 il sistema corporativo viene esteso a tutte le dimensioni del sistema economico.
Nel 1934 abbiamo la costituzione di 22 corporazioni.
Nel 1939 si ha la costituzione della Camera dei Fasci.
Il Parlamento è costituito dai rappresentanti delle corporazioni.
L‟ordinamento corporativo cerca di entrare in tutti i campi, persino nel campo universitario
(l‟economia politica diventa economia corporativa).
Le corporazioni, però, diventano vere e proprie gabbie burocratiche!
Così il regime corporativo finisce con il regime fascista.
Si ha l‟istituzione del Cnel (consiglio nazionale dell‟economia e lavoro) che non ha una precisa
forma collegata alla rappresentanza parlamentare, ma è un organismo di consulenza.
Negli anni ‟70 il tema della rappresentanza degli interessi riesplode anche nei regimi democratici, in
cui c‟è una rappresentanza elettiva su base individuale.
Schmitter scrive un articolo intitolato “Ancora il secolo del corporativismo”; infatti spesso le grandi
decisioni vengono prese tramite sistemi di rappresentanza degli interessi (forma di
neocorporativismo), come da associazioni dei datori di lavoro o dei sindacati.
Ma allora il Parlamento rispetto ai gruppi di interessi o di pressione come si rapporta?
Se le grandi decisioni vengono prese secondo un modello neocorporativo, viene minato uno dei
principi fondamentali dei regimi democratici: la centralità del Parlamento.
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MORFOLOGIA DEL PARLAMENTO
o Monocameralismo e bicameralismo: la camera può essere eletta o ereditaria; nella maggior
parte dei sistemi moderni le camere sono elettive. La composizione delle camere può essere
federale o unitaria.
o Nei parlamenti possiamo avere:
- il partito, la cui leadership ha la sua fonte di legittimazione nel gruppo parlamentare
(es. il partito conservatore inglese);
- il partito, la cui leadership trova la sua legittimazione fuori dal Parlamento.
o In base alla presenza e al ruolo delle commissioni: camere in cui il ruolo delle commissioni
è molto forte e altre in cui la collegialità della camera è più rilevante del ruolo delle
commissioni.
o In base al rapporto tra Parlamento e Governo: sistemi politici in cui il Parlamento ha il
primato e sistemi politici in cui il Governo detiene la sua autonomia.
o Parlamento policentrico (partitismo centripeto) caratterizzato da:
- bicameralismo reale: 2 camere con uguale potere;
- partiti poco coesi tra loro e di numero elevato;
- forte dualismo tra governo e maggioranza parlamentare.
Esempio di parlamento policentrico è il congresso statunitense.
o Parlamento avversariale (partitismo avversariale) caratterizzato da:
- Monocameralismo o bicameralismo formale;
- Sistema bipartitico con partiti coesi;
- identificazione tra governo e maggioranza parlamentare.
FUNZIONI DEL PARLAMENTO
Sul finire dell‟800, Bagehot classifica le funzioni delle istituzioni parlamentari in:
1. FUNZIONE ELETTIVA: il Parlamento designa l‟esecutivo;
2. FUNZIONE ESPRESSIVA: il Parlamento trasmette gli orientamenti degli elettori;
3. FUNZIONE EDUCATIVA: di elevazione delle opinioni popolari;
4. FUNZIONE INFORMATIVA: di comunicazione degli interessi delle minoranze;
5. FUNZIONE LEGISLATIVA;
6. FUNZIONE FINANZIARIA.
La funzione espressiva, educativa e informativa riguardano il campo della rappresentanza;
la funzione elettiva riguarda il campo del controllo sul governo;
la funzione legislativa e finanziaria riguardano il campo della policy making.
Oggi, le funzioni principali del Parlamento sono:
1. FUNZIONE DI RAPPORTO TRA PARLAMENTO E GOVERNO;
2. STRUTTURAZIONE DEL VOTO;
3. FUNZIONE DI POLICY MAKING, di prestazione di politiche pubbliche (gran parte
delle leggi del Parlamento sono politiche pubbliche).
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GOVERNO: da sempre è il punto centrale di ogni sistema politico.
In passato veniva chiamato “l‟esecutivo” per metterlo in una posizione di secondo piano rispetto al
Parlamento che era l‟organo che prendeva le decisioni (esecutivo = organo che esegue le decisioni
prese dal Parlamento).
Ci sono molte metafore utilizzate per definire il governo:
- il gregge: chi guida è una sorta di pastore;
- la comunità è un grande corpo;
- la comunità è una sorta di barca in cui c‟è un nocchiero; il nocchiero è il governo
(colui che guida la barca);
- il governo è usualmente collocato al centro, nella testa di un corpo politico, nella
capitale, dove si concentrano gli aspetti monumentali e architettonici più importanti;
secondo il modello di Rokkan è il centro dove vengono prese le decisioni più
importanti.
Il processo politico ha a che fare con la produzione, la distribuzione e l‟esecuzione del potere
politico; il luogo dove ciò avviene è il Governo.
FUNZIONI DEL GOVERNO
I contenuti della funzione di governo hanno subito:
- variazioni diacroniche (nel tempo: le funzioni che un tempo non erano del governo, oggi lo sono);
- variazioni sincroniche (le funzioni di governo non riguardano più la comunità politica di un
territorio, ma l‟evolversi di reti di scambi internazionali ha portato all‟estensione delle funzioni di
governo).
Le funzioni del governo si sono ampliate in maniera significativa; questo è anche dovuto al
passaggio dallo Stato di diritto al welfare State; lo Stato garante (stato di diritto) è diventato sempre
più uno Stato produttore con la difficoltà di soddisfare le esigenze sociali e le attese sociali.
Le aspettative della società sono andate sempre in crescendo.
Da qui nasce il tema della governabilità.
martedì 19 aprile 2005
MORFOLOGIA DEL GOVERNO
Forma di governo parlamentare (è il Parlamento che ha posizione di primato sul governo) e forma
di governo presidenziale e semi-presidenziale.
Il problema principale delle democrazie moderne è quello della stabilità di governo (tema della
governabilità): come porre il governo al riparo dalla sfiducia del Parlamento?
I disegni di riforma costituzionale riguardano il tema della governabilità. Anche per il governo
regionale ci si pone la questione: come il presidente della regione può non essere subordinato al
consiglio regionale (il Parlamento della regione)? E quindi, come assicurare la stabilità?
Quando c‟è la sfiducia, abbiamo due casi estremi:
o se il governo è svincolato dal parlamento, se cade il governo il Parlamento rimane;
o se il governo è vincolato al parlamento, se cade il governo, cade anche il parlamento.
In Italia, alla fine degli anni 70-inizio anni 80 al potere c‟era il governo Craxi: riforma
costituzionale. Abbiamo esponenti della cultura laica, come Calamandrei, che fanno continue
critiche contro l‟attuazione della Costituzione.
Verso la fine degli anni ‟70 Miglio coordina un lavoro di riforma della Costituzione sistematica.
Ancora oggi ci sono continui dibattiti riguardo due punti principali: la riforma costituzionale e la
riforma dei sistemi elettorali.
Ora, a noi interessa capire gli elementi del presidenziale, il prototipo statunitense; ma soprattutto del
semipresidenzialismo creato dai francesi a partire da De Gaulle.
Così come i sistemi elettorali sono maggioritari o proporzionali, le forme di sistemi di governo si
distinguono in parlamentari e presidenziali (quindi non tra presidenziali e semipresidenziali!).
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Questi due tipi di regime si definiscono per esclusione: un regime parlamentare non è presidenziale
e uno presidenziale non è parlamentare.
Per identificare un SISTEMA PRESIDENZIALE imponiamo alcuni criteri:
1. elezione diretta del capo dello stato o come se fosse diretta (caso americano dell‟elezione dei
Grandi elettori): questo criterio è necessario ma non sufficiente; infatti Austria, Islanda e Irlanda
prevedono l‟elezione diretta del capo dello Stato, ma non sono forme presidenziali perché operano
come sistemi parlamentari. Questo primo criterio è una condizione necessaria, ma non ancora
sufficiente;
2. il parlamento non può né insidiare, né abbattere il governo, cioè i governi sono una prerogativa
presidenziale: è il presidente che sceglie, nomina, sostituisce i membri dell'esecutivo. Il parlamento
potrà esprimere la sua approvazione o la sua disapprovazione del comportamento di alcuni ministri,
ma la nomina è prerogativa del capo dello Stato.
Se i due criteri sono entrambi presenti, siamo certi di avere a che fare con un sistema presidenziale?
G. Sartori dice: "nella generalità dei casi i due criteri potrebbero essere sufficienti, ma...".
Un sistema presidenziale puro (o in termini weberiani idealtipico) non consente una autorità duale
(non consente uno sdoppiamento di poteri tra presidente e governo) perché un sistema presidenziale
è di sua natura monocratico.
In realtà un sistema politico è presidenziale se, e soltanto se il presidente:
1 - è eletto per mezzo di una elezione popolare;
2 - non può essere sfiduciato durante il suo mandato nemmeno da un voto parlamentare;
3 - presiede o dirige i governi da lui nominati.
I sistemi presidenziali rispondono a queste tre condizioni.
[L'elezione 'come se fosse diretta': è il caso degli Stati Uniti d'America dove gli elettori eleggono i
componenti di comitati che 'formalmente' nominano il presidente].
Prototipo americano: il modello Washington
È un modello che funziona caratterizzato dalla distinzione tra potere del Presidente e potere
del Congresso. Non si tratta di poteri separati, ma di istituzioni separate che condividono il
potere, per la verità possono esserci anche fasi di competizione del potere.
Il nocciolo del sistema presidenziale americano sembra consistere nel fatto che la separazione
comporta una distinzione tra esecutivo (presidente/gabinetto) e 'sostegno parlamentare'; il potere
esecutivo, nel sistema americano, sussiste come un corpo autonomo rispetto al parlamento, ciò non
significa che il presidente non abbia mai bisogno dell'appoggio del congresso: significa che le due
istituzioni condividono il potere e a volte competono per il potere condiviso.
Il sistema americano è un “sistema di freni e contrappesi”: il presidente non è indifferente al
congresso. Se c‟è omogeneità tra i partiti il governo rimane unito, ma anche se non c‟è, l‟unità del
governo rimane.
Il presidenzialismo connota e produce governi forti e duraturi. Ma altri sistemi che hanno copiato o
importato il modello americano non hanno funzionato. Perché allora il modello presidenziale
funziona in alcuni Paesi e in altri no?
Le esperienze presidenziali latino americane si sono rivelate un insuccesso;
in termini di longevità abbiamo: dal 1949 sistema presidenziale in Costa Rica; dal 1958 in
Venezuela; dal 1974 in Colombia; solo negli anni ‟80 in Argentina, Brasile, Cina e Uruguay, dal
1986 nelle Filippine, oscillazioni in altre aree…
Abbiamo risposte articolate dagli studiosi:
- non abbiamo un modello astratto che va bene per tutti gli stati; bisogna vedere la storia del Paese;
- non basta considerare il rapporto tra Governo e Parlamento, ma bisogna anche considerare il
sistema partitico presente nel Paese: se il sistema partitico è poco o per niente coerente con la
forma presidenziale, allora c‟è instabilità.
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Vista l‟instabilità del sistema presidenziale in molti paesi, gli studiosi hanno preso in esame il
sistema parlamentare: perché il parlamentarismo funziona in Inghilterra?
I sistemi di premiership: essi puntano a rafforzare i poteri del Premier senza però fuoriuscire dai
sistemi parlamentari.
I tipi principali di premierato sono quello inglese e quello tedesco.
Premiership o governo di gabinetto.
La premiership (premierato) è il prototipo inglese e presuppone un governo monopartitico (non
funzionerebbe in caso di coalizione) che, a sua volta, presuppone un sistema elettorale uninominale
semplice. Il governo monopartitico incentiva una rigida disciplina di partito.
Le condizioni che caratterizzano il premierato sono:
- elezioni con maggioritario semplice;
- bipartitismo;
- partiti fortemente 'disciplinati' al loro interno.
Qualora non fosse mantenuta la prima condizione (elezione a maggioritario semplice) avremmo una
caduta a cascata.
Caso tedesco: Germania.
Seppur per un breve periodo anche la Germania ha sperimentato il governo monopartitico; mai c‟è
stato un sistema bipartitico, ma sempre un sistema tripartico; quasi sempre si sono avuti governi 'di
coalizione' a due. Inoltre non ha sistema elettore maggioritario; il Cancelliere viene eletto dal
parlamento e nel parlamento (quindi il Cancelliere non è in senso formale il leader del partito di
governo!)
La non presenza di partiti estremisti (erano fuori legge), la clausola di sbarramento (che impediva
ed impedisce un eccessivo frazionamento nei partiti) e il cosiddetto 'voto di sfiducia costruttiva'
caratterizzano il cancellierato alla tedesca. La sfiducia costruttiva, cioè la impossibilità di far cadere
un governo senza nominare il successore, ha contribuito a bloccare il potere del parlamento
rafforzando invece il potere dell'esecutivo.
SEMIPRESIDENZIALISMO
Il prototipo è quello francese che si afferma con la crisi della IV Repubblica.
Il semi presidenzialismo può in realtà essere considerato una forma mista che combina il sistema
presidenziale e il sistema parlamentare.
Analisi comparata presidenzialismo/semipresidenzialismo:
l'elemento comune tra i due sistemi è l‟elezione diretta del presidente da parte del popolo, o più
precisamente il fatto che il presidente non è eletto nel e dal parlamento.
l'elemento di differenziazione invece è, come dice il nome (semi presidenzialismo) il fatto che i
presidenzialismo viene 'dimezzato'; in effetti il semi presidenzialismo sostituisce all'autorità
monocratica una struttura sdoppiata, che nel caso francese dà luogo alla cosiddetta 'coabitazione'.
Cioè: mentre nei sistemi presidenziali la maggior attenzione viene prestata ad impedire che il
parlamento blocchi il presidente (in altre parole si vuole che il presidente abbia più poteri), nei
sistemi semipresidenziali, in quanto soluzione mista, si sottolinea l'aspetto della condivisione.
I sistemi semipresidenziali operano sulla base della condivisione dei poteri con il Primo Ministro.
Il presidente condivide il potere con il primo ministro che, a sua volta, deve contare su un sostegno
parlamentare.
In sintesi: abbiamo una struttura duale al cui interno il presidente condivide il potere con il primo
ministro, il primo ministro, a sua volta, conta sul sostegno del parlamento.
Lo specifico del semipresidenzialismo è la presenza di una diarchìa.
Nella prima stesura della costituzione della quinta Repubblica francese del 1958 avevamo due
'teste': dapprima, quella del primo ministro, era delineata con grande chiarezza e a questo organo
veniva attribuita significativamente la determinazione e la direzione della politica nazionale (N.B. al
primo ministro e non al presidente!); il primo ministro dirige l‟azione del governo; con minore
precisione, invece, era tratteggiato il ruolo del presidente.
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Questa iniziale struttura svantaggiosa per il presidente a tutto vantaggio del primo ministro fu di
fatto svuotata dalla 'costituzione materiale' (cioè dal concreto funzionamento del sistema politico)
che prevalse sulla 'costituzione formale' (... De Gaulle!). La nuova stesura della costituzione, a
seguito della modifica del 1962 porta alla elezione diretta del capo dello Stato e così discende che
l'effettiva direzione della politica passa al presidente a scapito del primo ministro.
CRITICA: la struttura diarchica o bicefala funziona se le due teste sono vicine politicamente,
altrimenti si presentano gravi rischi: capita di avere maggioranze sdoppiate, e ciò avviene quando la
maggioranza che elegge il capo dello Stato non è la stessa che controlla il parlamento: si realizza
una situazione di condominio, cioè si trovano a coabitare due personaggi di appartenenza politica
diversa. Si affaccia, ancora una volta, il tema del comportamento dell'elettore e ha grande rilevanza
la scansione temporale dell‟ elezione.
Ci si chiede come possa funzionare il semipresidenzialismo in caso di maggioranze antagoniste.
- una prima risposta viene data da coloro che sostengono non ci siano differenze sostanziali;
- una seconda risposta, fornita da Duverger, ritiene che proprio perché sono possibili maggioranze
antagoniste il semipresidenzialismo non è una sintesi tra i presidenzialismo e parlamentarismo, ma
piuttosto è un avvicendamento tra fasi presidenziali e fasi parlamentari; ci sono situazioni in cui
prevale la fase presidenziale, e altre in cui prevale la fase parlamentare:
o la fase è presidenziale quando le maggioranze sono consonanti;
o la fase è parlamentare quando le maggioranze sono dissonanti (governo francese del 1993
con il socialista Mittlerand e );
- la terza risposta, data da G. Sartori, sostiene che la struttura diarchica del sistema
semipresidenziale funziona se c‟è una struttura d'autorità flessibile (una autorità che consiste in un
esecutivo bicefalo, la cui prima testa muta al mutare delle combinazioni maggioritarie: se le
maggioranze sono consonanti il presidente prevale sul primo ministro; al contrario se le
maggioranze sono dissonanti il primo ministro, sostenuto dalla maggioranza parlamentare, prevale
sul presidente) Altrimenti, il rischio di risse rimane molto forte.
Oltre alla Francia, nella storia, si sono verificati i seguenti casi di semipresidenzialismo:
- Germania con la costituzione di Weimar (1919-1993) è una sorta di repubblica semipresidenziale;
- il Portogallo, dopo il regime autoritario, adotta il modello semipresidenziale francese;
- lo Sri Lanka;
- la Finlandia, si accosta al modello francese.
Secondo Duverger i casi di semipresidenzialismo sono molti e cita anche i casi di Austria, Irlanda e
Islanda diversamente da G. Sartori che non accetta che questi Stati siano da ritenersi
semipresidenziali e riduce a pochi i casi di semipresidenzialismo.
ELEMENTI CARATTERISTICI DEL MODELLO SEMIPRESIDENZIALE:
o il Presidente è eletto con voto popolare con periodo prestabilito;
o il capo dello Stato condivide il potere esecutivo con il Primo Ministro struttura diarchica
i cui criteri definitori sono:
1. il Presidente è indipendente dal Parlamento, ma non può governare da solo; le sue
direttive devono essere accolte e mediate dal governo;
2. il Primo Ministro e governo sono indipendenti dal Presidente nella misura in cui sono
dipendenti dal Parlamento: necessità della maggioranza parlamentare;
3. deve sussistere sempre l‟autonomia di ciascuna unità dal potere esecutivo.
FUNZIONI DEL GOVERNO
- FUNZIONE DECISIONALE (decision making): come decide il governo? Qual è la procedura
decisionale? Per esempio per quanto riguarda le decisioni sulla sicurezza della comunità;
- FUNZIONE DI POLICY MAKING: realizzazione di concrete politiche (per esempio
sull‟ambiente, sull‟istruzione); produzione di politiche pubbliche.
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martedì 26 aprile 2005
LE POLITICHE PUBBLICHE
Studiamo ora le politiche pubbliche, cioè le policies (da POLITEIA e non da TA ), le
concrete politiche (sanitarie, dell‟istruzione, economiche,…). L‟interessarsi di policies è detto
policies making (cioè il decidere riguarda fatti concreti: l'ambiente, edilizia, il traffico stradale...).
(varie traduzioni: policies studies, policies sciences, policies analysis, public policy).
Le politiche pubbliche sono una funzione di governo, ma non sono monopolio del governo e il
governo non esaurisce la sua attività nelle politiche pubbliche. Dal passaggio dallo Stato di diritto
allo Welfare state le politiche pubbliche sono aumentate.
Origine e diffusione degli studi di politiche pubbliche
Le politiche pubbliche nascono negli Stati Uniti (in Europa tarderanno a decollare), sono l'effetto
della diffusione delle scienze sociali negli anni 20 con Merrian e la scuola di Chicago e il
comportamentismo.
Fin dal 1927, all'interno della American Political Science Association (in Italia abbiamo il SISP, la
Società Italiana di Scienza Politica) viene costituito un comitato di storia delle politiche pubbliche;
subito dopo la Grande Depressione del 1929 si assistette ai molteplici interventi del governo nella
società (politiche keynesiane) con il moltiplicarsi di politiche pubbliche e la conseguente necessità
di studiarle in ordine alla loro adeguatezza nel risolvere i problemi sociali contingenti.
Dunque: nascita in America dal 1927, sviluppo dopo la grande crisi del „29 per lo studio delle
politiche contingenti e la loro adeguatezza ai bisogni della società.
In Europa e in Italia il fenomeno è molto più tardivo.
Metodo adottato per gli studi di politiche pubblica: la tecnica decisionale
Inizialmente, lo studioso di politiche pubbliche adotta un metodo di studio di impostazione
razionale, il rational problem solvine; a questo succederà il metodo chiamato incrementalismo.
Il passaggio dal primo al secondo metodo è molto importante non solo perché si ampia il campo di
studio delle politiche pubbliche, ma anche perché questi due metodi hanno a che fare con il
processo di decisione dei sistemi politici (meccanismi e fattori di decisione).
1. Metodo della soluzione razionale o rational problem solving: se si intende avviare una politica
pubblica di urbanizzazione, occorre formulare con chiarezza razionalmente il problema (dove è
meglio, dove è più vantaggioso che si costruisca?). Quindi il primo punto è la formulazione più
razionale possibile del problema.
Dato l‟obiettivo, cioè il fine della politica pubblica, quali sono i mezzi più razionali che mi
consentono di raggiungere l‟obiettivo?
Già dagli anni 50 l'approccio del rational problem solving viene aspramente criticato: in particolare
si apre un dibattito su “cos‟è davvero razionalità?” (dibattito che arriva fino ai giorni nostri) o
“quanto siamo certi dei fini e dei mezzi razionali?”; inoltre nei comportamenti individuali e
collettivi c‟è sempre un‟area a-razionale.
Quando la politica pubblica fallisce significa che lo scopo non era razionalmente impostato e che i
mezzi scelti non sono il più razionali possibili per l‟obiettivo da raggiungere.
2. Metodo dell‟incrementalismo: eredita la critica riguardo “cos‟è davvero la razionalità?”; questo
metodo sottolinea che le decisioni politiche, e in specifico le politiche pubbliche, sono il risultato di
una pluralità di decisioni perché al processo che porta alla decisione partecipano più attori con
interessi convergenti o opposti, che hanno tempi e modalità di decisioni diverse.
In realtà una decisione di politica pubblica non può essere vista in questa unilinearità (come nel
rational problem solvine), ma il processo decisionale va individuato per segmenti: è un processo che
va visto per fasi, o più esattamente PER INCREMENTI.
71
Alcuni attori di una decisione che sono presenti in un incremento (fase), non sono presenti in altri;
anche coloro che partecipano a tutti gli incrementi possono avere una linea di condotta coerente, ma
a seconda degli incrementi, possono cambiare la loro strategia, la loro preferenza… A seconda degli
incrementi può cambiare anche l‟obiettivo finale: non siamo quindi sicuri che l‟obiettivo iniziale sia
uguale all‟obiettivo finale proprio perché, incremento dopo incremento, lo stesso attore può
modificarlo.
Dunque è meglio studiare il processo di decisione di una politica pubblica "per incrementi"
successivi, ogni intervento ha un suo particolare obiettivo che, raggiunto, consente di traguardare e
conseguire un ulteriore obiettivo e così via....Il vero obiettivo dunque è pienamente compreso solo
quando la politica pubblica ha terminato il suo procedimento.
In un processo incrementale la decisione non è di una sola, o comunque di poche persone, la
decisione è frutto di un gioco continuo di contrattazione o di un aggiustamento reciproco di tipo
partigiano: se io non riesco a condizionarti del tutto, si ha la contrattazione reciproca.
Conclusione: la politica pubblica nel processo decisionale ha un suo fine e mezzi razionali, ma c‟è
un procedere incrementi per incrementi e l‟obiettivo finale può modificarsi in ordine agli attori
politici (non è un processo unilineare).
L‟incrementalismo può essere esteso anche ad altri processi decisionali.
Le politiche pubbliche sono studiate da vari autori: Linblond, Simon, Mark e Holsen, Laswekk e
Kaplan.
Il processo di produzione di politiche pubbliche:
- per Laswall e Kaplan è un “programma progettato di valori, fini e pratiche”;
- per Linblond è “un processo di approssimazioni successive a qualche obiettivo desiderato dove
anche ciò che è desiderato è continuamente sottoposto a riconsiderazione (ridefinizione)”.
Nelle prossime lezioni tratteremo:
1. gli attori delle politiche pubbliche e le loro caratteristiche, soprattutto di quelli più influenti e
ricorrenti nelle politiche pubbliche;
2. qual è lo stile dei processi decisionali delle politiche pubbliche;
3. il CICLO DI VITA di una politica pubblica: quando e come nasce, come vive e muore;
4. la STRUTTURA DEI PROBLEMI (issue) sul tappeto: che tipo di problema vuole risolvere una
politica pubblica? I problemi sono tutti uguali? Tipologia delle politiche pubbliche;
5. le regole del gioco.
La questione più rilevante è quella che riguarda le ISSUE (i problemi sul tappeto) perché la
classificazione di Lowie non riguarda solo le politiche pubbliche, ma è estesa in campo
internazionale (egli si chiede: "il meccanismo di contrattazione vale anche in campo internazionale?
Di fronte alle grandi questioni di emergenza di sicurezza come decide, chi decide?”).
72
mercoledì 27 aprile 2005
1. Gli attori più influenti e ricorrenti delle politiche pubbliche (chi decide?)
Abbiamo due tipologie di concezioni:
a. concezioni monocentriche: sottolineano come è un attore a prendere la decisione finale sulla
politica pubblica, anche in presenza di più attori; coloro che
scelgono questo orientamento sono coloro che seguono il metodo
del rational problem solving;
b. concezioni policentriche: gli attori sono tanti soprattutto nei nostri sistemi; un esempio è quello
della burocrazia che, non solo svolge compiti esecutivi, ma entra
anche in maniera influente e ricorrente nelle decisioni di politica
pubblica. E‟ il caso dell‟approccio al metodo dell‟incrementalismo.
Il passaggio dalla visione del rational problem solving a quella del incrementalismo, significa il
passaggio da una visione monocentriche ha ad una visione policentrica delle relazioni tra gli attori.
Quali sono gli attori?
Anche se momento formale della decisione compete ai partiti, questi non sono soli: infatti in ogni
relazione di policy making dobbiamo tenere conto dei gruppi di interesse, dei gruppi di pressione e
soprattutto delle lobbies. Queste si esplicano particolarmente nei confronti della formulazione delle
politiche pubbliche. In conclusione: il risultato della politica pubblica non scaturisce solo da colui
che prende le decisioni, ma deriva anche da interessi altrui.
2. Stili decisionali (come si decide? attraverso quale stile?)
Gli stili decisionali sono le strategie impiegate per realizzare i risultati.
Possono essere razionali, qualora utilizzino i mezzi più coerenti; oppure incrementalisti, dove il
concetto fondamentale è quello di aggiustamento reciproco partigiano; si ha una tendenza a
negoziare, anche nell'intento di spostare nel tempo le occasioni di conflitto (con la negoziazione si
arriva al limite senza che scatti il conflitto).
March e Olsen, economisti, elaborano una metafora: rispetto a tutto l‟orientamento razionalista
(risultato finale della politica pubblica è un involucro razionale) in realtà la politica pubblica è una
sorta di “bidone della spazzatura” che, per sua natura, viene riempito man mano, e solo alla fine
viene svuotato, ma non si sa cosa si svuoterà. E‟ quindi un accumularsi che non è programmabile
all‟inizio: l‟esito della politica pubblica non può essere individuato ex-antia, ma è individuabile solo
ex-post come susseguirsi di eventi.
3. Ciclo di vita delle politiche pubbliche
Fasi del ciclo di vita:
1) Emergere di una situazione percepita come problema (issue); il problema deve essere risolto
tramite intervento delle istituzioni;
2) Occorre che quel problema entri nell‟AGENDA POLITICA (ovvero quella serie di politiche che
i decisori politici devono prendere);
3) Formulazione di proposte (rispetto a quel problema quali sono le possibili soluzioni);
4) Adozione di scelte vincolanti (tutti dovranno rispettarle);
5) Implementazione (tradurre in concreto le scelte);
6) Valutazione dei risultati;
7) Estinzione della politica intrapresa perché ha raggiunto il risultato o perché fallisce.
In ogni passaggio gli attori possono essere differenti; inoltre, nelle diverse fasi cambiano anche gli
stili decisionali, cioè come si decide.
Oggi, il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa è importante, soprattutto nelle prime due fasi (è
meno influente per quanto riguarda i risultati). Attraverso questo attore il problema avvertito da
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pochi, viene sentito da tanti altri. Inoltre, essi esercitano influenza per fare entrare il problema
nell‟agenda politica.
4. La struttura dei “problemi (issue) sul tappeto”: che tipo di problema vuole risolvere una
politica pubblica? i problemi sono tutti uguali? tipologia delle politiche pubbliche
Queste fasi sono molto importanti perché ci portano ai “problemi sul tappeto” e alla tipologia di
Lowie. La sua tipologia è rilevante perché non identifica solo staticamente 4 politiche pubbliche,
ma considera che queste 4 politiche pubbliche hanno 4 tipi di stili decisionali.
Lasciamo per un attimo la tipologia di Lowie e vediamo le tipologie di politiche pubbliche:
1° distinzione:
* Politiche pubbliche ordinarie: nella routine;
* Politiche pubbliche straordinarie: fuori dalla routine.
Gli stili sono diversi: per esempio per quelle straordinarie la decisione è più rapida.
2ª tipologia:
* politiche pubbliche che ricorrono all‟innovazione: modificano fortemente (maggior adeguatezza
dello stile decisionale forte);
* politiche pubbliche che prendono in esame l'adattamento: in questo caso la correzione è più
facilmente realizzabile con la contrattazione.
3ª tipologia:
* politiche pubbliche materiali: politiche concrete (es. la politica fiscale); in tutte le politiche
materiali c‟è anche l‟aspetto simbolico, espressivo; nel caso della politica fiscale, questa porta
qualcuno a pagare di più e qualcuno a pagare di meno per favorire i ceti popolari (vantaggio in
ordine ad alcuni principi); altro esempio è quello della riforma universitaria che rende l‟università
più competitiva a livello europeo;
* politiche simboliche: annunciano, propongono, verificano valori, intenzioni; in Italia si
annunciano politiche pubbliche ma poi non si realizzano. Le politiche simboliche tendono a
compensare alcune deficienze che la politica materiale ha.
Tipologia di Lowie, specialista in politiche pubbliche sia del sistema statunitense che
internazionali, elabora questa tipologia articolandola in quattro categorie:
1. politiche distributive;
2. politiche redistributive;
3. politiche regolative;
4. politiche costituenti.
La tesi di Lowie è che a ciascuno di questi diversi tipi corrispondono una differente arena di potere
e differenti stili decisionali. Lowie sviluppa la tesi che sono le politiche pubbliche a determinare e a
influenzare la politica.
74
lunedì 2 maggio 2005
Le politiche distributive forniscono benefici precisi a un delimitato gruppo sociale (es. fascia
giovanile o anziani) o territoriale, non hanno collegamento diretto ed esplicito con i costi che
ricadono su tutta la collettività attraverso il prelievo delle tasse (per esempio le politiche
economiche che prevedono sgravi fiscali alle imprese del Sud o programmi per opere pubbliche in
determinate aree).
Le politiche redistributive forniscono benefici a larghe fasce sociali, comportano costi sensibili
che vengono ripartiti su ampi strati sociali ma non su tutta la collettività (per esempio i benefici nei
settori della sanità o della previdenza, il principio della progressività delle imposte sul reddito).
Le politiche regolative sono politiche che condizionano i comportamenti di determinate categorie
imponendo il rispetto di codici, di standard di prestazioni…(esempio rispetto del codice stradale, la
legislazione a difesa dei consumatori, la normativa contro l‟inquinamento atmosferico).
Le politiche costituenti (dette anche 'costituzionali') sono regole che stabiliscono le procedure per
l‟adozione di politiche pubbliche nell'ambito dei rapporti tra i vari organi dello Stato (esempio la
riforma elettorale per rendere il nostro sistema di tipo semi-presidenziale).
Lowie, nell'analisi delle politiche pubbliche interne e internazionali, si concentra sul contesto in cui
vengono prese certe politiche pubbliche. A seconda delle politiche, il contesto e gli attori sono
differenti, ma soprattutto gli stili decisionali sono diversi.
Lowie afferma che alcuni contesti facilitano l‟adozione di politiche distributive rispetto alle
redistributive e viceversa.
Questi contesti sono:
il modello della frammentazione;
il modello pluralista;
il modello elitista.
Il modello della frammentazione è tipico di un sistema decentrato, con una pluralità di livelli e
pluralità di gruppi economici e politici.
La tecnica decisionale prevalente in un sistema frammentato è il log rolling (la “caduta degli
alberi”) => si tratta di una continua micro-contrattazione (le decisioni non vengono prese su grandi
temi, ma su piccole questioni) non conflittuale: cioè non ci si vuole scontrare, si cerca l'accordo.
La politica pubblica è, dunque, il risultato di un 'gioco a somma positiva' perché tutti guadagnano
qualcosa, non si pone il caso di un contendente che vinca tutto e di uno che contemporaneamente
perda tutto (ad es. se il soggetto A perde qualcosa sulla issue x, otterrà qualcosa sulla issue y).
Il modello pluralista: anche in presenza di frammentazione, non c‟è decontrazione; modello
poliarchico e pluricentrico (Dahl).
(Per i pluralisti, il sistema USA è si frammentato ma non è decentrato (abbiamo tanti centri, ma non
un decentramento), è un sistema poliarchico, pluricentrico.)
Rilevante è la contrattazione tra i leader dei diversi gruppi che si possono scontrare ampiamente.
Qui la tecnica decisionale è bargaining, una contrattazione conflittuale. La soluzione non è mai tale
da soddisfare tutti, infatti alcuni perdono, altri vincono.
Un aspetto interessante di questa tecnica di contrattazione sarà la presenza delle coalizioni: struttura
di potere tipica del modello pluralista (ci si coalizza per cercare di vincere sugli altri).
Il modello elitista: esiste una élite coesa che prende tutte le decisioni, ci potranno essere
contrattazioni ma soltanto all'interno della élite, non ci sarà, invece, il fenomeno del log rolling (il
fenomeno in cui tutti vincono un po' e tutti perdono un po'), e nemmeno quello del bargaining (in
cui qualcuno vince e qualcuno perde) perché è soltanto l‟élite che vince: l'élite sola decide.
75
La natura dei problemi sul tappeto (delle issue) può mutare lo stile decisionale. A seconda
delle issue (distributive, redistributive e regolative) lo stile decisionale può mutare.
(es. il tema della salute sta diventando molto rilevante: la procedura decisionale dovrà tenere conto
della rilevanza che questa issue sta acquistando).
Così un sistema pluralista nelle questioni extra-ordinarie tenderà a diventare elitista: come si fa,
infatti, a risolvere le questioni di emergenza se non con una decisione rapida che non sopporta
contrattazioni, mediazioni e quindi tempi lunghi?
La natura delle politiche distributive: i processi decisionali sono più frequenti; quando è in
gioco la distribuzione di risorse, le politiche sono disaggregate o scomposte in una serie di
'sotto problemi': la tecnica decisionale più opportuna è il log-rolling (modello della
frammentazione).
Per le politiche regolative, i processi decisionali sono meno frequenti ma con tasso di
conflittualità enorme (per esempio: la legge sulle telecomunicazioni); il processo decisionale
è inevitabilmente conflittuale => modello pluralista; la tecnica è il bargaining
(contrattazione).
Per le politiche redistributive: quando c‟è una grande redistribuzione, il modello più
appropriato è quello elitista, dove la decisione è il più possibile concentrata.
Lowie estende queste tipologie nelle politiche internazionali: la natura delle politiche sul tappeto è
molto più rilevante nel sistema internazionale dove ci troviamo davanti a situazioni frequenti di crisi
(l‟analisi è più precisa e attenta): in una situazione di crisi il processo decisionale è un processo
necessariamente élitista (da parte del presidente e del suo staff); la posta in gioco, infatti, non è la
redistribuzione, è piuttosto la sicurezza, la protezione!
Applicata al sistema internazionale la tipologia di Lowie sembra lasciare scoperto uno spazio, per
questa ragione il modello di Lowie viene perfezionato da William Zimmermann, agli inizi degli
anni settanta. Questi sostiene non sia così facile distinguere (e distinguere da subito) le diverse
issues e stabilisce quale sia il sottosistema decisionale da riferire alla politica internazionale sul
tappeto; molto spesso una questione può sembrare una questione non di crisi e, invece, degenerare
rapidissimamente in crisi e magari in crisi grave...
Zimmermann dice che occorrono dei criteri per valutare le questioni sul tappeto e propone i
seguenti due:
a) simmetria/asimmetria;
b) del carattere tangibile/immateriale delle risorse in gioco (vedi pag. 85).
5. Le regole del gioco
Procedure formali seguite nell‟attuazione delle politiche pubbliche. Esistono regole rilevanti,
accanto a quelle formali del diritto (per esempio il procedimento legislativo) che attengono al:
grado di formalità o di informalità delle norme giuridiche;
grado di uniformità ovvero di eterogeneità tra i diversi settori della policy (coerenza o meno tra i
diversi settori);
grado di legittimazione o di contestazione delle prescrizioni della politica pubblica (quanto la
politica pubblica è sentita legittima).
Punti di debolezza delle politiche pubbliche:
le politiche generali sono sempre più complesse e di difficile sostenibilità nella realizzazione
(costi elevati crisi del welfare state);
Poiché i sistemi sono frammentati è difficile formulare una politica generale che dia benefici
a tutti; si attuano politiche parziali che danno benefici solo ad alcuni e penalizza altri settori.
In una società poliarchica (modello elitista) come la nostra il corpo sociale è frammentato.
I prossimi argomenti saranno:
76
BUROCRAZIA:
(1) le accezioni di burocrazia
(2) richiami storici (formazione dell‟amministrazione come fondamento dello stato)
(3) tipologie.
RELAZIONI INTERNAZIONALI
martedì 3 maggio 2005
Organizzazioni pubbliche e private
In base all'antico equivoco, pubblico equivale a statale: cioè il privato è distinto e contrapposto al
pubblico/statale, ma da qualche tempo il termine pubblico è riportato alla propria accezione.
Dobbiamo analizzare:
1. le differenze radicali tra organizzazioni pubbliche e private (ci sono differenze?);
2. le somiglianze tra organizzazioni pubbliche e private (esistono somiglianze fra i due
ambiti?)
3. grado di convergenza tra organizzazioni pubbliche e private (il privato e il pubblico
tendono a convergere?)
1. Le posizioni radicali affermano che le diversità tra organizzazioni pubbliche e private; essi
tendono ad indicare con burocrazia solo le organizzazioni pubbliche. Ciò che distingue
radicalmente i due ambiti è il sistema in cui le organizzazioni sono inserite.
Per quanto riguarda l‟organizzazione privata agisce nell‟ambiente del mercato; mentre le
organizzazioni pubbliche agiscono nell‟ordinamento statale. Questa radicale antitesi tra ambienti,
mercato/stato, determina ulteriori differenze:
gli scopi delle organizzazioni, nell'ambito privato, sono tesi a massimizzare profitto;
nell'ambito pubblico hanno finalità più generali e non di profitto, dipendenti dal potere
politico. Inoltre la valutazione della prestazione è più difficile per l‟organizzazione pubblica
(valutazione dell‟efficienza e della produttività);
il reperimento delle risorse: le organizzazioni private estraggono le risorse dal mercato
mentre quelle pubbliche le estraggono dal sistema politico;
in base ai rapporti di autorità: le organizzazioni private (l‟impresa) rispondono all‟autorità
del capo delle imprese mentre le organizzazioni pubbliche sono vincolate, almeno
formalmente, ad un‟autorità esterna. Questo significa che mentre le organizzazioni private
sono autonome, le organizzazioni pubbliche sono eterodirette, cioè obbediscono ad
un‟autorità esterna.
2. Somiglianze: sono determinate dal processo storico. La radicale antitesi è il frutto di una cattiva
valutazione di ciò che è stato e mercato. Il principale errore è quello di definire il mercato come
modello del sistema economico e come ambiente in cui operano le organizzazioni private. In
particolare, l‟impresa non deve tenere conto solo delle regole del mercato, ma anche del sistema
politico. Inoltre, anche l‟organizzazione pubblica non è più mossa solo da fini generali, ma spesso
si muove su parametri di efficienza. Le somiglianze di funzionamento tra pubblico e privato
tendono ad essere più importanti delle divergenze.
3. Convergenza: Weber afferma che le organizzazioni pubbliche e private, pur partendo da
posizioni storiche diverse, tendono a operare in maniera sempre più analoga e uguale.
La figura del capo nelle organizzazioni privare tende ad essere sempre più simile al leader politico.
Le organizzazioni pubbliche non sono vincolate sempre da centri esterni, ma sono autonome.
Il termine burocrazia (letteralmente “potere dell‟ ufficio”), a seconda del contesto, può indicare:
a) solo la pubblica amministrazione;
77
b) Organizzazione (dove c‟è organizzazione, c‟è burocrazia);
c) cattiva amministrazione (amministrazione non funzionale);
d) sistema organizzativo che massimizza l'efficienza;
e) governo dei funzionari;
f) amministrazione da parte di funzionari stipendiati.
Possiamo individuare le prime forme di burocrazia con Bodin nella distinzione tra ufficiale e
commissario.
Si passa dai pochi aiutanti del principe ad un numero sempre più grande (funzionari); quando lo
Stato inizia a prelevare risorse ai sudditi, ha bisogno di coloro che amministrano tale risorse.
La burocrazia è sempre esistita, in tutti i sistemi politici: infatti nel sistema faraonico, e poi nel
sistema ellenistico, era presente la figura dello 'scriba' (retto interprete della volontà del sovrano);
una cosa analoga si ebbe nell'impero romano con prefetti/procuratori/governatori.
Nello Stato moderno la burocrazia, però, assume un ruolo ancor più rilevante perché, se l'anima
dell'età moderna e dello Stato nell'età moderna è la razionalità, la burocrazia è espressione di questa
razionalità dello Stato perché è in grado di escogitare di strumenti più adatti, più razionali, per
raggiungere gli scopi che lo Stato moderno si prefigge. Lo Stato diventerà lo Stato amministrativo
di cui parla Santi Romano (l‟amministrazione come elemento fondamentale dello Stato).
Weber nel considerare la burocrazia parte dalla intima connessione tra potere politico e
amministrazione e vede il suo sviluppo direttamente legato allo svolgersi dei tipi di legittimazione
del potere:
* se il potere è carismatico, non ha bisogno di burocrazia espansa;
* se il potere è tradizionale, la burocrazia comincia ad espandersi perché le funzioni del sovrano
aumentano;
* se il potere è legale, si assiste ad una espansione, anzi ad una esplosione, della burocrazia.
Egli parla di burocrazia razional-legale:
razional perché è legata al processo di razionalizzazione dello Stato;
legale perché avviene dentro delle norme precise.
Queste le condizioni storiche che, secondo Weber, hanno determinato la crescita della burocrazia:
consolidamento dell‟ economia monetaria: il funzionario viene pagato;
sviluppo quantitativo e qualitativo dei compiti amministrativi;
processo di democratizzazione;
In questo sviluppo dell‟amministrazione, una caratteristica è che nell‟amministrazione si entra per
concorso: l‟accesso è di tipo concorsuale, in base alle qualità e all‟efficienza.
Sistemi burocratici europei
Francia.
La monarchia amministrativa francese si sviluppa con Luigi XIV (1660-1715); in essa vi è la
distinzione tra commissari e ufficiali (Bodin);presenza della nobiltà di toga rispetto a quella di
spada che si forma mediante la compravendita degli uffici. Con la fine della vendita degli uffici si
ha la burocrazia professionale, in costante espansione e per sua natura stabile.
Questa struttura amministrativa resisterà alla Révolution!
Tocqueville (“La democrazia in America” e “L'ancien règime et la révolution”) si pone questa
domanda: la rivoluzione francese ha distrutto un mondo per crearne uno nuovo o c‟è qualche
continuità? L‟amministrazione della cosa pubblica rappresenta l'elemento di maggiore continuità tra
la monarchia e la révolution.
78
La burocrazia dell‟ancien regime assume un ruolo ancora più importante con Napoleone che
fonderà le Grandi Scuole di burocrazia che assumono il monopolio della preparazione dei grandi
burocrati. In seguito vi è la fondazione della “Scuola politecnica” e dell‟ENA (Ecole Nazionale de
l‟Administration) da cui provengono tutti i vertici amministrativi.
Caratteristiche dell'amministrazione francese sono:
centralismo gerarchico (il comando viene dall‟alto);
distinzione tra corpi amministrativi e corpi tecnici;
distinzione tra alta burocrazia e burocrazia esecutiva;
forte solidarietà di corpo della élite amministrativa: la burocrazia francese costituisce un corpo
rilevante con una identità.
Prussia.
La burocrazia si costituisce ad opera dei fondatori dello Stato prussiano: il Grande Elettore
Federico Guglielmo (1648-1688), i re Federico Guglielmo I e Federico II (1740-1786).
Tre gli aspetti per cui il sistema prussiano si differenziano da un modello francese:
I - stretta relazione tra amministrazione civile e militare; anche in Francia molti militari entrano
nell'amministrazione civile, ma in misura minore e con compiti meno importanti che in Prussia; e
ciò a causa di un costume sociale e come conseguenza della secolare politica espansionistica della
Prussia. Inoltre l‟apparato amministrativo prussiano è in funzione della guerra;
II - reclutamento dei funzionari: La Francia recluta il personale burocratico nella borghesia;. In
Prussia, con Federico II, il personale burocratico è reclutato tra i cadetti (nobili);
III - forma organizzativa: il sistema francese è un sistema amministrativo monocratico (decide uno
solo); in Prussia si afferma, invece, il principio collegiale, cioè il sistema delle 'camere', i cui
componenti sono più facilmente dominabili da parte del sovrano, perché facenti parte di un collegio
e quindi dotati un potere decisionale condiviso e non esclusivo.
Questo sistema va in crisi dopo la sconfitta ad opera di Napoleone a Jena nel 1806: la macchina
militare crolla e trascina con sé l‟ amministrazione civile e la stretta relazione reciproca.
Vengono apportate riforme e questo nuovo sistema burocratico continua anche dopo costituzione
dell'Impero Germanico nel 1871 ad opera di Bismark e di Guglielmo I (burocrazia centralizzata).
Ma dopo la sconfitta della prima guerra mondiale, la Germania assume una forma federale che vede
la divisione del lavoro tra i ministeri centrali e i ministeri dei Länder: la burocrazia non è più
centralizzata.
79
mercoledì 4 maggio 2005
Gran Bretagna.
La Gran Bretagna non conosce la forma dello Stato assoluto centralizzato (con la conquista
normanna si forma un'élite al centro, ma il governo locale è lasciato alle popolazioni sassoni vinte
=> fenomeno del self gouvernment);
Reclutamento dei funzionari: sono i laureati di facoltà umanistiche che non hanno una specifica
preparazione sull‟amministrazione a differenza della Francia dove i burocrati sono preparati dalle
scuole.
La Gran Bretagna si trova a gestire un impero: abbiamo un sistema di autogoverno locale senza
necessità di amministrazione centralizzata; il personale è soprattutto preparato per
l‟amministrazione delle colonie.
Stati Uniti d'America.
Il sistema americano riflette, almeno in parte, quello britannico: non conosce le fasi dell'assolutismo
statale e quindi nemmeno la centralizzazione dell'amministrazione.
Gli Stati Uniti sono uno Stato federato in cui vi è collegamento tra amministrazione centrale e
quella dei singoli Stati.
Inizialmente gli USA presentano un sistema burocratico fondato sullo spoil system, poi si passa ad
un sistema meritocratico (si entra nella burocrazia per merito) e infine si fa ritorno allo spoil system.
È assente, o viene ritardato, il fenomeno di una burocrazia civile stabile.
La presidenza Jackson, nel 1829, introduce effettivamente lo spoil system che era ed è ancora oggi
congruente con il sistema politico: il presidente che vince nomina le persone di sua fiducia per i
ruoli burocratici.
Nel 1883 con un atto si tenta di sostituire lo spoil system introducendo un criterio meritocratico.
Oggi abbiamo una combinazione di professionismo e di spoil system.
Con lo spoil system viene meno il principio dell‟imparzialità dell‟amministrazione.
Talvolta le burocrazie sono sembrate svolgere una azione politica: dunque è bene chiedersi quale
sia il ruolo politico della amministrazione.
La burocrazia non ha soltanto il ruolo dell‟esecuzione, ma entra anche nei processi decisionali (fa
valere la sua competenza tecnica). La burocrazia è portatrice di interessi specifici, autonomi.
Lo Stato di diritto presuppone la netta separazione tra amministrazione e politica; ma nel
funzionamento quotidiano non si rileva una distinzione così netta per cui la rigorosa separazione tra
burocrazia e politica appare più una fictio che una realtà. Si hanno, infatti, continue interferenze,
interazioni, sovrapposizioni tra sistema politico e sistema burocratico: il fenomeno è in relazione al
ruolo dei partiti.
Il tema dei rapporti tra politica amministrazione è stato studiato secondo due prospettive:
- prospettiva dualista: considera le due élites come due gruppi nettamente distinti; le decisioni
politiche prevedono l‟istanza politica che spinge da una parte, e la burocrazia dall‟altra; c‟è una
certa concorrenzialità;
- prospettiva monistica: vengono meno i contrasti tra burocrazia e decisore politico.
Risorse di cui gode la burocrazia:
competenza professionale: la burocrazia ha il monopolio di certe decisioni;
ideologia burocratica: l‟etica, che senso di appartenenza hanno i burocrati ad un corpo;
tesi del vuoto di potere secondo cui quando il potere politico è più debole (si ha il vuoto
politico) l‟influenza della burocrazia cresce. La continuità delle decisioni è assicurata dal
ruolo crescente della burocrazia;
burocrazia militare: il ruolo della burocrazia assume una particolare rilevanza con l‟aggiunta
di un grado maggiore di fluidità nei vari canali burocratici (es. realtà latino-americane dove
si è verificato il golpe).
80
DIMENSIONE INTERNAZIONALE DEI PROCESSI POLITICI
La globalizzazione: crescente internalizzazione, la crescente rilevanza dei processi internazionali,
serie di processi internazionali che caratterizzano i processi interni.
Al formarsi di una sintesi politica si pone il problema delle relazioni con le altre sintesi politiche
(per esempio la polis e il rapporto tra le polis).
Il sorgere dello Stato moderno porta nell‟esperienza europea alla nascita di un sistema politico degli
Stati europei.
Dalla pace di Westfalia del 1648 si afferma la distinzione tra politica estera e politica interna.
Ma cos‟è questo Stato? I ragionatori di Stato affermano il primato della politica estera sulla
politica interna.
Abbiamo poi il filone del realismo politico che ha esponenti significativi in Leopold von Ranke e
Friederich Meineke: tre sono le idee fondamentali della teoria del primato della politica
internazionale:
1 - carattere irrimediabilmente anarchico delle relazioni internazionali;
2 - carattere gerarchico del sistema particolare;
3 – valore della sopravvivenza.
1) Il carattere irrimediabilmente anarchico delle relazioni internazionali : se osserviamo il sistema
degli Stati europei notiamo che è un sistema irrimediabilmente anarchico perché non sa costruire un
potere superiore alla sovranità degli Stati. E‟ un sistema che vive come stato di natura: il diritto
naturale rispecchia il diritto divino. Si costruisce un diritto internazionale che si fonda sul principio
dell'equilibrio fra le potenze su cui puntava anche Lorenzo il Magnifico nelle relazioni tra i
principati e le signorie italiane;
2) carattere gerarchico del sistema particolare: dentro gli Stati c‟è gerarchia; gli Stati fra loro si
fanno la guerra, ma internamente non è consentita. Lo Stato è il monopolio della forza fisica;
3) valore della sopravvivenza: ogni Stato deve essere in grado di difendersi: deve cioè sentirsi
sicuro (sicurezza).
Questo sistema internazionale è composto da nazioni in forma di Stato. Gli Stati sono tutti uguali
perché sono tutti sovrani, ma nella realtà non è così: abbiamo Stati più potenti e meno.
Dall‟800 accanto agli Stati si affiancano altri soggetti: il quadro del sistema internazionale muta.
Non più solo il sistema degli Stati, ma soggetti transnazionali (per esempio le imprese
multinazionali, le ONG). Gli studiosi non parlano più solo di rapporti internazionali, ma
transnazionali, cioè oltre le nazioni.
martedì 10 maggio 2005
Teoria delle tre immagini.
Kenneth Waltz elabora la teoria detta delle tre immagini: sono rappresentazioni, strumenti analitici.
Waltz sostiene che la politica internazionale sia sempre stata studiata secondo 3 prospettive che si
sono succedute:
* la prima immagine è propria di quelle dottrine e riflessioni di carattere diverso che spiegano la
politica internazionale a partire dai caratteri individuali (es. l‟antica polis assaliva l‟altra polis). La
situazione prevalente è la guerra, elemento fondamentale di un sistema internazionale.
* la seconda immagine si afferma con l‟affermarsi degli Stati. Gli Stati sono protagonisti esclusivi
della politica internazionale attraverso la politica estera.
* la terza immagine è quella sistemica: la politica internazionale è un sistema di Stati, non una
semplice somma di Stati come nella 2° immagine, ma una realtà a sé (infatti un sistema è un
insieme di elementi che sono legati tra loro da interdipendenze).
81
Il sistema di Stati è lo strumento per scoprire la natura dei rapporti tra gli Stati e l‟ordine degli Stati.
Proprio perché è un sistema di Stati, il sistema internazionale ha un suo ordine. Altrimenti ci
troveremmo nell‟anarchia come nella 1° e 2° immagine.
Lo strumento più applicato nello studio della politica internazionale è quello sistemico.
Il passaggio dalla seconda alla terza immagine è caratterizzato dal passaggio dalla prospettiva che
considera lo Stato/potenza come il cardine della politica internazionale ad una prospettiva che fa del
sistema di Stati lo specifico oggetto di studio; perciò passando dalla seconda alla terza immagine gli
studi internazionali assumono come oggetto non lo Stato, ma il sistema degli Stati.
Inoltre, si passa dall'idea di anarchia internazionale al riconoscimento che il sistema degli Stati ha in
sé elementi di ordine.
La disciplina delle relazioni internazionali prende le mosse negli anni trenta con Morgenthau e
Rymond Aron. Nel 1945 gli Stati Uniti diventano il sistema di potere più importante. In Europa
abbiamo studiosi come Gissinger che lavorerà nel governo statunitense.
Le relazioni internazionali come disciplina accademica si sviluppano attraverso grappoli di teorie
che possono essere così classificati:
* Teorie dell’insicurezza: elemento comune è il ruolo giocato dalle aspettative di violenza nelle
relazioni tra le diverse comunità politiche.
Fu oggetto di attenzione da parte di Lasswell per il quale la politica riguardava la distribuzione dei
valori (ricchezza, prestigio, sicurezza personale), questi valori sono sempre scarsi, per cui gli Stati
competono fra loro per avere più prestigio, più ricchezza e più sicurezza. Quest‟ultima ha un ruolo
centrale nel sistema degli Stati: la collettività teme l‟insicurezza.
Il bisogno di sicurezza come risposta alla paura di insicurezza spiega una serie di studi che si
possono collocare in queste teorie dell‟insicurezza.
Tra gli studiosi di queste teorie ricordiamo Trucidide che si rende conto dell‟importanza delle polis:
esse sono spinte dalla ricerca della gloria, dal perseguimento del proprio interesse, ha il potere
egemone chi ha il potere sul mare.
Se i comportamenti nella rete internazionale sono guidati dal bisogno di sicurezza , come si
rapportano fra loro la politica interna e quella estera? E‟ la politica interna che influenza la politica
estera o viceversa? Da sempre ci si è chiesti quale ruolo giochi il tema della guerra nella politica
interna e quale influenza abbia la politica interna di uno Stato nel determinare la sua propensione
alla guerra. Allora, che rapporti ci sono tra le turbolenze interne e la guerra? Qual è il grado di
connessione tra processi politici interni e guerra?
Nel 1937 Pitrin Sorokin, che lavora sui dati delle guerre europee dal XII secolo fino al primo
quarto del XX, cerca di accertare se c‟è connessione tra la guerra all‟esterno e le cause interne e
afferma che non esiste una correlazione tra guerre e turbolenze interne: per lui i due processi si
sviluppano in modo indipendente e non vi è la prova di correlazione.
Alcuni studiosi più recenti sono giunti a conclusioni simili a quelle di Sorokin (analizzando
indicatori delle turbolenze interne come il numero di scioperi, l‟instabilità governativa,
manifestazioni, criminalità) ed altri a conclusioni opposte sostenendo l‟interdipendenza tra guerra e
turbolenze interne. Altri studiosi hanno distinto tra i vari tipi di regime (democrazie occidentali
(poliarchìe), regimi centralisti comunisti e regimi personali).
Sulla stessa linea abbiamo Arthur Stein che esamina la coesione sociale interna degli Stati Uniti
d'America rispetto alle quattro guerre combattute dagli USA nel 900: prima guerra mondiale,
seconda guerra mondiale, guerra di Corea, Vietnam.
Dalla ricerca di Stein si evince che:
1. la tesi secondo cui la guerra accresce la coesione sociale richiede alcune precisioni:
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a. occorre che la minaccia bellica pesi prima del conflitto sulla integrità e
sopravvivenza della comunità politica coinvolta
b. occorre che la minaccia sia sentita come tale non solo da qualche segmento della
comunità politica, ma dalla schiacciante maggioranza.
2. la coesione sociale aumenta con l'ingresso in guerra ma, man mano che la guerra prosegue la
coesione diminuisce: la guerra logora!
Stein afferma che soprattutto nel caso della seconda guerra mondiale si ha una percezione reale
della minaccia della comunità nazionale (Pearl Harbour). La percezione della minaccia della
sopravvivenza dell‟intera nazione non è così forte nelle altre tre guerre.
Conlusioni: In 3 casi su 4 vi fu inizialmente un aumento di coesione sociale (decrescono la violenza
politica, i crimini, dimostrazioni e scioperi).
In 3 casi su 4 dopo un iniziale aumento di coesione, essa tende a calare con il prolungarsi del
conflitto (ciò non si verifica durante la seconda guerra mondiale).
In tutte e 4 i dati del comportamento del Congresso vedono un crollo dei partigiani al momento
dell‟entrata in guerra rispetto ai momenti successivi.
* Teorie dell'imperialismo: nel 1916 Lenin scrive l‟”Imperialismo come fase suprema del
capitalismo" e si domanda: perché non si è avuta mai la rivoluzione proletaria contro il capitalismo?
La risposta è: perché si è verificato l‟imperialismo; si manifesta con la concentrazione industriale, la
formazione di cartelli, il predominio del capitale finanziario. Tutto ciò pone fine al capitalismo
come lo vedeva Marx. Gli Stati da esportatori di merci diventano esportatori di capitali; nuove zone
di espansione politica: abbiamo così l‟imperialismo.
Questa tesi profilata da Lenin verrà ripresa negli anni 60 dagli studiosi del neo-imperialismo (o neo-
marxismo): alcuni attribuiscono all'impero effetti di impoverimento assoluto dei paesi sottoposti
alla potenza imperiale; altri sosterranno anche la distruzione delle culture dei paesi sfruttati: in
generale tutti sottolineano la dipendenza dei paesi 'in via di sviluppo ' dalla potenza imperiale.
Tra i molti critici della tesi di Lenin citiamo Schumpeter: l‟imperialismo non è la fase suprema del
capitalismo, ma è un fenomeno atavistico, cioè è un fenomeno di sopravvivenza di forme
organizzative e mentalità feudali (che hanno resistito al capitalismo).
Mentre il capitalismo per Lenin è di sua natura conflittuale, per Schumpeter il capitalismo è pacifico
e quando si manifesta è perché ritornano le strutture del potere feudale. (Benjamin Constant: il
moltiplicarsi dei rapporti commerciali instaura relazioni pacifiche).
* Teorie della modernizzazione:
Modernizzazione: crescita economica, culturale e sociale di un Paese. Quando la modernizzazione
avanza si ha un innalzamento del livello di istruzione, la facilità nei trasporti..
Una serie di autori, tra cui David Singere e Melvin Smal, si pongono la domanda se il processo di
modernizzazione (a cui si accompagna anche il processo di democratizzazione) ha modificato il
processo delle relazioni internazionali oppure no.
Così i due studiosi, fanno una ricerca sui conflitti internazionali dal 1972 al 1979 e analizzano le
guerre avvenute dal Congresso di Vienna del 1815 agli anni 1960 (ben 150 di guerre).
Studiando queste guerre ritrovano una cesura tra il 19° e il 20° secolo.
Coloro che hanno studiato la distribuzione del potere internazionale e la frequenza dei conflitti
armati hanno verificato due ipotesi opposte riguardanti la distribuzione del potere
le guerre sono meno frequenti, e quindi il sistema internazionale è più stabile, quando si ha
una parità di potenza tra le principali nazioni e quanto più è fluida la gerarchia internazionale
(presenza di un certo equilibrio tra le grandi potenze): interpretazione della parità/fluidità;
le guerre sono meno frequenti quando si verifichi una netta preponderanza di alcune potenze
e una gerarchia internazionale stabile e non fluida: ipotesi della preponderanza/stabilità.
(Tra i due momenti è possibile rilevare un intervallo, a cavallo tra i XIX il XX secolo, in cui è
possibile verificare un radicale cambiamento).
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lunedì 16 maggio 2005
Quindi potremmo dire che mutamenti interni hanno prodotto mutamenti internazionali.
Per i 2 autori la “grande trasformazione” è dovuta a processi di modernizzazione e
democratizzazione. La modernizzazione ha radicalmente modificato il sistema internazionale allora
vigente: quel complesso sistema di equilibri disegnato dal congresso di Vienna del 1815 e avente la
sua radice addirittura nei trattati della pace di Westfalia del 1648 (ha reso incerti i rapporti
esistenti).
* Teorie del regime politico: se le prime tre teorie spiegavano la politica internazionale muovendo
da dinamiche interne, queste muovono da altri aspetti;
1- le caratteristiche istituzionali di un regime politico sono rilevanti; occorre considerare il regime
politico di uno Stato;
2 – profonde sono le differenze all‟interno dello stesso tipo di regime;
3 – le democrazie sono ormai poliarchie con strutture di autorità diverse (classe politica-
burocrazia, classe politica-burocrazia militare, classe politica- lobbies..) e tutte possono avere
influenza nel campo delle relazioni internazionali.
I sostenitori delle teorie del regime politico si pongono questa questione, già proposta da
Tocqueville: i regimi democratici sono meno efficienti nell‟esercitare la politica estera di quelli
autoritari, che attraverso l‟esercizio del consenso, risultano più forti.
Questa osservazione viene per alcuni aspetti rovesciata da Waltz che compie un‟indagine
comparata sulla politica estera degli Stati Uniti d'America e del Regno Unito.
Waltz afferma che nella politica estera esistono discontinuità riportabili a contrapposizioni interne;
La conclusione di Waltz è che le democrazie sono più attrezzate in politica estera di un regime
autoritario perché è falso sostenere che i cittadini, in una democrazia, si disinteressino della politica
internazionale e poi non vi è discontinuità nella conduzione della politica estera causata dai
mutamenti di governo; nel caso di Inghilterra e Usa vi è una continuità nella politica estera
nonostante il cambio della maggioranza.
Questa tesi proposta con forza da Waltz è contestata e mitigata da altri autori che, in sostanza,
ritornano alla tesi per cui le democrazie hanno notevoli rischi in ambito internazionale.
La constatazione che le democrazie non si sono fatte la guerra non esclude che ciò possa
accadere, soprattutto se la competizione tra democrazie aumenta. Occorrono meccanismi
internazionali che disinneschino le possibilità che le competizioni degenerino in conflitto. Mancano
dei riscontri empirici; se le democrazie non si sono fatte la guerra, allora se tutti i Paesi fossero
democrazie non ci sarebbero più guerre? E quindi, più democrazie corrisponde a meno guerre?
Vi è anche la tesi dell‟esportazione della democrazia: se si esporta il modello democratico in un
Paese, in quel Paese ci sarà meno possibilità di conflitto.
* Teorie dei processi decisionali: nascono da un‟articolo di Gram Allison del 1971; il saggio fu
elaborato sulla minaccia nucleare tra USA e URSS (crisi missilistica di Cuba del 1963).
Allison formula il paradigma della politica burocratica; Allison afferma che come in politica
interna il modello del tutto razionale è inadeguato, così anche nell'ambito delle relazioni
internazionali il modello delle decisioni razionali è inadeguato perché assume che i
comportamenti di politica estera siano il prodotto di una volontà unica.
Allison e i suoi sostenitori affermano che non esiste una volontà unica perché nei processi
decisionali non c‟è un solo attore, né un gruppo di attori che agisce come se avesse una volontà
unica, ma abbiamo molti attori con interessi e visioni diversi.
La decisione è il risultato di contrattazione multipla: ciascun attore è tendenzialmente razionale nel
suo contribuire alla decisione, ma cerca di far valere interessi a loro volta riconducibili ad altri
interessi. L'immagine proposta è quella del "tiro alla fune".
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* Teorie delle issues: nascono da applicazioni delle politiche pubbliche di Lowie (modello
frammentario, elitista, pluralista); quando egli cominciò ad applicare questa classificazione in
politica estera, distinse tra:
* situazioni di crisi (minacce militari);
* situazioni di routine.
Esiste spesso in politica estera e interna un meccanismo di over selling, cioè il meccanismo della
drammatizzazione: si rende più drammatica una situazione di quanto non sia.
Nel 1973 William Zimmermann fa un‟integrazione alla tipologia di Lowie: applicata al sistema
internazionale la tipologia di Lowie sembra lasciare scoperto uno spazio; questi sostiene non sia
così facile distinguere (e distinguere da subito) le diverse issues; Zimmermann dice che occorrono
dei criteri più univoci per valutare le questioni sul tappeto e propone i seguenti due:
1. criterio dell‟asimmetria/asimmetria: la percezione di una questione di politica internazionale
può essere tale da mettere in crisi tutti valori, le risorse di tutti i cittadini e ciò abbia un impatto
simmetrico (nel caso di guerra si può essere in disaccordo con la guerra, con le motivazioni che
hanno portato alla guerra e quant'altro, ma la guerra coinvolge tutti...); oppure la percezione può
essere asimmetrica, cioè si ritiene che la questione riguarda i valori, gli interessi di alcuni, pochi o
tanti che siano, ma non che riguardi proprio tutti;
2. criterio del carattere tangibile/immateriale delle risorse in gioco: le risorse coinvolte in una
questione di politica estera possono essere esclusivamente materiali (livello di reddito), oppure
possono riguardare anche beni immateriali (status, prestigio, sicurezza personale...).
Per valutare davvero il contenuto della politica estera, dobbiamo combinare i due criteri
(simmetrico/ asimmetrico; tangibile/non tangibile).
Abbiamo quattro combinazioni a seconda delle diverse risposte date alle due domande seguenti:
1) L'impatto della questione è percepito come simmetrico? sì o no.
2) Sono coinvolti solo valori materiali? sì o no.
* Se le risposte alle domande sono entrambe positive, abbiamo una issue di tipo distributivo,
avremo uno stile di contrattazione di tipo log rolling, tipico del modello di frammentazione.
* Se la prima risposta è negativa mentre la seconda è positiva: la issue è di tipo regolativo, la
contrattazione sarà di tipo bargaining, il modello pluralista.
* Se la prima risposta è positiva e la seconda è negativa, siamo in presenza di una situazione di crisi
internazionale, perché non è in gioco la distribuzione o la regolazione ma è in gioco la stessa
sicurezza della comunità; il modello sarà elitista consensuale, perché per poter decidere, in caso di
guerra, occorre la coesione all'interno della élite chiamata a decidere, se la élite non è coesa la
decisione sarà ritardata, oppure avremo una decisione debole.
* Nel caso in cui le risposte siano entrambe negative (asimmetria; le risorse in gioco sono anche
non-materiali) Zimmermann parla di un modello „élitista conflittuale‟ perché ciò che c‟è in gioco è
la redistribuzione delle risorse che comporta profondi conflitti, profonde lacerazioni, profonde
fratture dentro la società... al limite si può giungere alla guerra civile. Certi casi di guerra limitata,
senza una percezione generalizzata che quel conflitto riguardi la sicurezza di tutta la comunità, si
approssimano al tipo di élitismo conflittuale.
Zimmermann sostiene, altresì, che una situazione di élitismo conflittuale si ebbe al tempo della
guerra del Vietnam che provocò una forte frattura all'interno della società e dell'opinione pubblica
statunitense con altissimi, impensabili livelli di tensione e di conflitto...
Il problema della guerra è considerato da tutte le teorie (guerra come ricorso ai mezzi ultimi); la
questione è la seguente: è pensabile un sistema internazionale senza conflitti?
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International Political Economy (IPE)
Il grande tema in discussione è quello che riguarda l‟intreccio crescente tra fattori economici e
politici. Questo intreccio cresce man mano che gli Stati vedono defluire di fatto la loro sovranità.
Le continue interferenze tra fattori economici e politici portano a considerare il sistema
internazionale non più come un sistema di Stati, ma un composto di regimi internazionali
(Krasner). Così il WTO (World Trade Organization) e il Fondo monetario internazionale sono
regimi internazionali. Il regime internazionale è più di una semplice alleanza e cooperazione tra
Stati, non è solo una semplice assemblea, ma un insieme di principi, norme, regole, procedure
formali o informali attorno a cui convergono le aspettative degli attori in una data area: vi è un
interesse condiviso; gli Stati rinunciano a quote di sovranità in cambio di un vantaggio immediato o
sperato.
Inoltre emerge anche il ruolo delle istituzioni (neo-istituzionalismo), come insieme di regole che
riduce il grado di incertezza: meglio un bipolarismo o un sistema di Stati che porti ad una
democrazia internazionale?
Accanto alle istituzioni c‟è la presenza dei regimi internazionali.
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