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Lavoro+in+miniera

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12/18/2011
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IL LAVORO IN MINIERA



STORIA DI ALFREDO BUGATTI, UN NONNO DI 91 ANNI



Il signor

Alfredo emigrò

nel gennaio del

1948 in Belgio

per motivi

economici,

andando a

lavorare nella

miniera di

Winterslack

(Tempesta di

vento), a

sessanta

chilometri circa da Liegi, una città della Vallonia, per ben undici anni.

In questo periodo nelle miniere, lavoravano persone soprattutto straniere

di cui alcune erano state fatte prigioniere dai Tedeschi durante la Seconda

Guerra Mondiale; per ogni Italiano che lavorava nelle miniere in Belgio, lo

Stato italiano riceveva otto chilogrammi di carbone.

Perché l’emigrazione

In Italia, dopo la guerra, vi era una situazione molto grave: il lavoro era

poco e il salario misero, tanto è vero che il signor Bugatti, tornato dalla

prigionia, durata sei anni e non trovando impiego, si trasferì nel Nord

Europa dove la paga era maggiore e le condizioni degli operai sicuramente

migliori.

Gli operai e i padroni

All’ interno della miniera i rapporti fra operai e padroni (chef) non erano

aperti, per di più tra ogni lavoratore regnava, la maggior parte delle volte,

un senso di invidia, verso chi, facendo più ore straordinarie e lavorando

perfino la domenica, giorno di festa, raggiungeva una paga più alta.

La struttura della miniera

L’ ingresso dell’intera costruzione era formato da

due entrate principali: una serviva per il carbone

e per gli operai, l’altra per l’uscita dell’aria

consumata, che circolava attraverso dei

ventilatori.

Le condizioni di lavoro non erano ottimali in

quanto non vi erano leggi per la tutela dei

lavoratori e della loro salute.

Come si lavorava all’interno della miniera

Ogni giorno, vi erano tre diverse fasce orarie

lunghe circa otto ore ciascuna, che venivano

alternate fra i dipendenti; i turni erano segnati in una agenda. Nella prima

e nella seconda fascia si faceva il carbone, mentre nell’ultima si disarmava

la galleria e si cambiavano le cinte trasportatrici.

Le profondità a cui potevano lavorare gli operai erano diverse: dai cento ai

novecento metri; lo spostamento avveniva tramite ascensori o

montacarichi che erano agganciati a grandi cavi d’acciaio.

Gli attrezzi impiegati nel lavoro erano pochi e tutti catalogati, i più comuni

erano: i picconi manuali o ad aria compressa (motopiq) usati per

sgretolare la roccia, ma non si faceva uso né di guanti né di maschere di

protezione, anche se fondamentale era il cappello.

Questo ultimo era realizzato solamente con uno strato di cuoio, materiale

assai economico, che però non garantiva un’adeguata protezione.

C’erano degli operai addetti a lavorare la vena di carbone stando sempre

in piedi, mentre altri, come il signor Alfredo, dovevano picconare la parete

stando curvi o quasi sdraiati per terra, in quanto avevano sopra di loro

poche decine di centimetri, ma più la galleria era bassa e minore era il

rischio.

All’ora di pranzo non si risaliva in superficie, perché i minatori si dovevano

portare il pasto da casa che

solitamente consisteva in due tartine,

in un frutto e in un bidone di caffé da

due litri, tutto ciò veniva mangiato

mentre si lavorava senza un’ora di

pausa.

Alle prime ore del turno, l’illuminazione

era abbastanza forte, dato che le

lampade ad olio, portate legate alla cintura oppure appoggiate ad un

chiodo su una trave, erano ancora cariche, mentre ovviamente dopo otto

ore erano consumate.

Spesso avvenivano delle ispezione da parte degli chef, degli ingegneri o

dei geometri della miniera, che dovevano controllare l’andamento del

lavoro segnando con un gesso sulle travi il punto dove era stata terminata

la giornata.

Gli aspetti negativi del lavoro in miniera

Il lavoro in miniera, come del resto un qualsiasi altro lavoro, presenta

aspetti pericolosi.

Prendiamo in esame quelli più importanti:

- Il rischio che nel tunnel ci sia un crollo, per cedimento della roccia

sovrastante, esponendo i minatori a situazioni pericolose,

soprattutto in caso di pioggia.

- Il “grisou”, gas che sprigiona il carbone, venendo a contatto con

materiale infiammabile, come: olio, benzina, ecc..., può provocare

un incendio.

- Il continuo contatto con la polvere di carbone, per molti anni, intasa

i polmoni degli operai provocando la silicosi.

- La scorretta posizione di lavoro andava con il tempo ad aggravare la

struttura fisica dell’operaio.

- La mancanza di strumenti di protezione e di una “forte” luce

causavano problemi agli occhi o ferite al corpo.

La tragedia di Marcinelle

Era l'otto agosto del 1956. In una miniera di carbone, Le Bois du

Cazier, a Marcinelle nei pressi di Charleroi e a un centinaio di chilometri

da Winterslack, due carrelli, risalendo in superficie, urtarono una trave

che tranciò di netto cavi elettrici, tubi dell'olio e dell'aria compresa. In

pochi attimi la miniera fu invasa da fumo e fiamme e il destino di 262

minatori, provenienti da dodici nazioni diverse di cui 136 italiani, fu

segnato per sempre. Le ricerche dei sopravvissuti andarono avanti per

quindici giorni fino a quando uno dei soccorritori, in italiano, annunciò

che sotto erano tutti cadaveri.

Ai funerali, dove fu presente anche Alfredo, non poterono assistere né

donne e né bambini, ma solamente i minatori.

Il perchè non si è mai saputo e a

ciascuno venne consegnato un mazzo

di fiori con un bigliettino indicante il

nome di ogni defunto e quando i fiori

non bastarono più, si tagliarono i rami

delle querce.

Le bare non erano tante, ma la

tristezza era molta.

Marcinelle fece emergere le disumane condizioni di lavoro e la generale

mancanza di sicurezza in cui i lavoratori, nella quasi totalità emigranti,

si trovavano a convivere giorno per giorno. Dal 1946 al 1956 nelle

miniere belghe erano morte oltre seicento persone in incidenti di

lavoro, ma solo dopo Marcinelle venne finalmente introdotta una

regolamentazione più severa in materia di sicurezza sul lavoro e

nonostante quella disgrazia i minatori ebbero la forza d’animo, dettata

dalla necessità, di continuare a lavorare a tutti quei metri di profondità.

Le persone che lavorano nelle miniere hanno un grande coraggio,

perchè oltre a tutti i rischi e a tutti gli aspetti negativi di cui essi sono

a conoscenza,

continuano a

lavorare giorno

dopo giorno,

affinché possano

offrire alle loro

famiglie una

certa agiatezza

economica.









Elisa Bugatti



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