IL LAVORO IN MINIERA
STORIA DI ALFREDO BUGATTI, UN NONNO DI 91 ANNI
Il signor
Alfredo emigrò
nel gennaio del
1948 in Belgio
per motivi
economici,
andando a
lavorare nella
miniera di
Winterslack
(Tempesta di
vento), a
sessanta
chilometri circa da Liegi, una città della Vallonia, per ben undici anni.
In questo periodo nelle miniere, lavoravano persone soprattutto straniere
di cui alcune erano state fatte prigioniere dai Tedeschi durante la Seconda
Guerra Mondiale; per ogni Italiano che lavorava nelle miniere in Belgio, lo
Stato italiano riceveva otto chilogrammi di carbone.
Perché l’emigrazione
In Italia, dopo la guerra, vi era una situazione molto grave: il lavoro era
poco e il salario misero, tanto è vero che il signor Bugatti, tornato dalla
prigionia, durata sei anni e non trovando impiego, si trasferì nel Nord
Europa dove la paga era maggiore e le condizioni degli operai sicuramente
migliori.
Gli operai e i padroni
All’ interno della miniera i rapporti fra operai e padroni (chef) non erano
aperti, per di più tra ogni lavoratore regnava, la maggior parte delle volte,
un senso di invidia, verso chi, facendo più ore straordinarie e lavorando
perfino la domenica, giorno di festa, raggiungeva una paga più alta.
La struttura della miniera
L’ ingresso dell’intera costruzione era formato da
due entrate principali: una serviva per il carbone
e per gli operai, l’altra per l’uscita dell’aria
consumata, che circolava attraverso dei
ventilatori.
Le condizioni di lavoro non erano ottimali in
quanto non vi erano leggi per la tutela dei
lavoratori e della loro salute.
Come si lavorava all’interno della miniera
Ogni giorno, vi erano tre diverse fasce orarie
lunghe circa otto ore ciascuna, che venivano
alternate fra i dipendenti; i turni erano segnati in una agenda. Nella prima
e nella seconda fascia si faceva il carbone, mentre nell’ultima si disarmava
la galleria e si cambiavano le cinte trasportatrici.
Le profondità a cui potevano lavorare gli operai erano diverse: dai cento ai
novecento metri; lo spostamento avveniva tramite ascensori o
montacarichi che erano agganciati a grandi cavi d’acciaio.
Gli attrezzi impiegati nel lavoro erano pochi e tutti catalogati, i più comuni
erano: i picconi manuali o ad aria compressa (motopiq) usati per
sgretolare la roccia, ma non si faceva uso né di guanti né di maschere di
protezione, anche se fondamentale era il cappello.
Questo ultimo era realizzato solamente con uno strato di cuoio, materiale
assai economico, che però non garantiva un’adeguata protezione.
C’erano degli operai addetti a lavorare la vena di carbone stando sempre
in piedi, mentre altri, come il signor Alfredo, dovevano picconare la parete
stando curvi o quasi sdraiati per terra, in quanto avevano sopra di loro
poche decine di centimetri, ma più la galleria era bassa e minore era il
rischio.
All’ora di pranzo non si risaliva in superficie, perché i minatori si dovevano
portare il pasto da casa che
solitamente consisteva in due tartine,
in un frutto e in un bidone di caffé da
due litri, tutto ciò veniva mangiato
mentre si lavorava senza un’ora di
pausa.
Alle prime ore del turno, l’illuminazione
era abbastanza forte, dato che le
lampade ad olio, portate legate alla cintura oppure appoggiate ad un
chiodo su una trave, erano ancora cariche, mentre ovviamente dopo otto
ore erano consumate.
Spesso avvenivano delle ispezione da parte degli chef, degli ingegneri o
dei geometri della miniera, che dovevano controllare l’andamento del
lavoro segnando con un gesso sulle travi il punto dove era stata terminata
la giornata.
Gli aspetti negativi del lavoro in miniera
Il lavoro in miniera, come del resto un qualsiasi altro lavoro, presenta
aspetti pericolosi.
Prendiamo in esame quelli più importanti:
- Il rischio che nel tunnel ci sia un crollo, per cedimento della roccia
sovrastante, esponendo i minatori a situazioni pericolose,
soprattutto in caso di pioggia.
- Il “grisou”, gas che sprigiona il carbone, venendo a contatto con
materiale infiammabile, come: olio, benzina, ecc..., può provocare
un incendio.
- Il continuo contatto con la polvere di carbone, per molti anni, intasa
i polmoni degli operai provocando la silicosi.
- La scorretta posizione di lavoro andava con il tempo ad aggravare la
struttura fisica dell’operaio.
- La mancanza di strumenti di protezione e di una “forte” luce
causavano problemi agli occhi o ferite al corpo.
La tragedia di Marcinelle
Era l'otto agosto del 1956. In una miniera di carbone, Le Bois du
Cazier, a Marcinelle nei pressi di Charleroi e a un centinaio di chilometri
da Winterslack, due carrelli, risalendo in superficie, urtarono una trave
che tranciò di netto cavi elettrici, tubi dell'olio e dell'aria compresa. In
pochi attimi la miniera fu invasa da fumo e fiamme e il destino di 262
minatori, provenienti da dodici nazioni diverse di cui 136 italiani, fu
segnato per sempre. Le ricerche dei sopravvissuti andarono avanti per
quindici giorni fino a quando uno dei soccorritori, in italiano, annunciò
che sotto erano tutti cadaveri.
Ai funerali, dove fu presente anche Alfredo, non poterono assistere né
donne e né bambini, ma solamente i minatori.
Il perchè non si è mai saputo e a
ciascuno venne consegnato un mazzo
di fiori con un bigliettino indicante il
nome di ogni defunto e quando i fiori
non bastarono più, si tagliarono i rami
delle querce.
Le bare non erano tante, ma la
tristezza era molta.
Marcinelle fece emergere le disumane condizioni di lavoro e la generale
mancanza di sicurezza in cui i lavoratori, nella quasi totalità emigranti,
si trovavano a convivere giorno per giorno. Dal 1946 al 1956 nelle
miniere belghe erano morte oltre seicento persone in incidenti di
lavoro, ma solo dopo Marcinelle venne finalmente introdotta una
regolamentazione più severa in materia di sicurezza sul lavoro e
nonostante quella disgrazia i minatori ebbero la forza d’animo, dettata
dalla necessità, di continuare a lavorare a tutti quei metri di profondità.
Le persone che lavorano nelle miniere hanno un grande coraggio,
perchè oltre a tutti i rischi e a tutti gli aspetti negativi di cui essi sono
a conoscenza,
continuano a
lavorare giorno
dopo giorno,
affinché possano
offrire alle loro
famiglie una
certa agiatezza
economica.
Elisa Bugatti