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					Saint-Vincent – Il 2° convegno della Fondazione Donat-Cattin

Nostalgia? Non della Dc, ma della Politica sì
Declino o rilancio del Sistema Italia e limiti del bipolarismo. Di questo hanno discusso Pezzotta,
Parisi, Letta, Marini, Fontana, D’Alema, De Rita. E tanti ex dc che si sentono «fuori squadra» e
«apolidi»: come Forlani e Martinazzoli. Ma alle giornate di studio in Val d’Aosta (26-28
settembre) si è respirata tanta voglia di far politica come «arte del possibile». Anche perché i nostri
sono tempi che mettono in discussione codici e regole della democrazia

   Declino o rilancio del Sistema Italia e limiti del bipolarismo. Su questi due temi s’è giocato il
convegno di Saint-Vincent che intende riproporre le giornate di studio che Carlo Donat-Cattin e
Forze Nuove (la sinistra sociale della Dc) hanno organizzato per tanti anni durante la Prima
Repubblica. Un’osservazione sull’assise, promossa in stile bipartisan dall’Associazione «Carlo
Donat-Cattin» di Bergamo e Brescia e dalla Fondazione di Torino e alla quale hanno partecipato
circa trecento bergamaschi, in prevalenza ex dc sparsi nei due poli. È stato un tentativo riuscito,
quello allestito da Giancarlo Borra e Gianpietro Benigni, in questa Italia un po’ vacua, di
anestetizzare il conflitto politico e di porsi come laboratorio del sociale, dove cattolici e laici
esplorano e analizzano gli scenari, dunque oltre le beghe quotidiane.
   Più declino che rilancio in questa fase, o comunque – citiamo il leader Cisl, Savino Pezzotta –
siamo al punto di svolta. Perché la politica economica del governo non è incoraggiante: non si
capisce quale sia la «mission» di un paese che deve recuperare competitività e che nel frattempo ha
perso quote nel commercio mondiale e da 30 mesi è in recessione industriale, il periodo più lungo
degli ultimi 20 anni. Certo, ce la possiamo prendere con la Cina o, sbagliando, anche con l’euro, ma
resta inevasa la domanda che si pone il cittadino consumatore: perché mai siamo il paese europeo
con la più bassa crescita e con il più alto tasso d’inflazione.
   Un paese smarrito, prigioniero di umori depressi, che sottovaluta – come ha spiegato il direttore
di Confindustria, Parisi – due deficit: quello demografico e quello degli occupati (c’è troppa poca
gente che lavora: solo il 55% della forza lavoro, dieci punti in meno della media europea). È un
Grande Pasticcio: dopo il lungo contenzioso sull’articolo 18, la frittata è stata fatta anche sulla
Finanziaria e sulle pensioni. Non c’è la tonalità giusta verso il sindacato. Dall’ottimismo
miracolistico si è scesi tardivamente alla necessità di sacrifici: dall’«arricchitevi» al «non
impoveritivi».
   Aver posto la questione previdenza – commenta Pezzotta – a problema numero uno del paese è
stato un errore. Nel momento in cui si chiedono sacrifici a una categoria, ecco che si elargisce il
condono. Far cassa e una tantum, appunto quel che l’Europa continua a rimproverarci. Ma buone
nuove (è l’analisi di Enrico Letta della Margherita) non giungono neppure da Bruxelles: il
continente non cresce, non decide, la presidenza italiana rischia di galleggiare in un semplice
arbitraggio.
   Galleggia e vive alla giornata questa Italia «centrifugata», per usare le geometrie intellettuali del
sociologo Giuseppe De Rita, dove si consolida il «soggettivismo amorale dei tanti piccoli “noi”»,
che non hanno il senso della collettività e che si radicalizzano bombardati da una politica che parla
alla pancia e non alla testa.
   De Rita – e qui veniamo al secondo punto della convention – è un proporzionalista e ha tessuto
l’elogio di una leadership capace di vivere sulla mediazione. C’è da correggere anche il lessico
perché – avverte il bresciano Sandro Fontana, dell’Udc – il moderato non è quello che parla piano,
bensì colui che cerca di «contemperare le compatibilità». Don Sturzo – occorre ricordarlo – non
parlava di moderati, piuttosto di «temperati».
   Nostalgia della Dc? Indubbiamente, anche se l’Amarcord non è una categoria della politica e
nessuno dei partecipanti intende resuscitare lo scudocrociato o il proporzionale. Disagio sì, però, e
nostalgia di uno stile abbandonato o interpretato oggi come un fastidioso laccio accademico. Piaccia
o meno, c’è un pezzo d’Italia che non si ritrova negli schemi attuali. Arnaldo Forlani, che vive
appartato, si definisce uno «fuori squadra» e Mino Martinazzoli, non da oggi, si ritiene un
«apolide».
    Da questo punto di vista non sono voci isolate: esprimono sentimenti diffusi. C’è voglia di
politica, quella che inevitabilmente, e aldilà di un marketing di successo, è fatta di tanti «se» e di
tanti «ma». Antitetica al percorso di guerra nel quale ci siamo infilati. Addio – vorrebbero dire gli
uomini di Saint-Vincent – all’artificiale conflitto fra società civile e società politica, dove la prima
sarebbe buona per definizione e la seconda il terminale di ogni nefandezza pubblica.
    Lo stesso ministro Giuliano Urbani, politologo di Forza Italia e classico conservatore all’inglese,
dice che l’esperienza che stiamo facendo non è delle più esaltanti: un bipolarismo imboccato per
mancanza d’altro, una soluzione adottata senza avere un tessuto forte nella società. La
contrapposizione fra società e politica ha portato a esiti negativi: servono regole – chiosa il
presidente dei ds, Massimo D’Alema – mentre la politica, un po’ in tutti i paesi democratici, soffre
di un eccesso d’impotenza. Nessuno, insomma, è in grado di fare da solo. Neppure l’iperpotenza di
Bush costretta a rivolgersi all’Onu, dopo averla delegittimata, per risolvere l’infinito dopoguerra
iracheno: anche la grande America non è autosufficiente. Il liberismo, che oggi è una parola
declinante, non ha «fatto società» e l’illusione del mercato, della crescita continua s’è infranta
sull’uscio di una brusca realtà, di una bassa congiuntura, come devono constatare Berlusconi,
Tremonti e Bossi.
    Sono cambiate le parole chiave del governo, che pure aveva vinto sull’onda di un thatcherismo
all’italiana. Oggi sentiamo parlare di interventismo statale, di grandi opere pubbliche, di dazi e di
protezionismo. Ma anche, sul versante politico, di populismo, la malattia sociale che ci trasciniamo
dalla seconda metà degli Anni Novanta e che ha sfregiato l’immagine di forza tranquilla del
centrodestra che fin qui avevamo conosciuto. Una permanente campagna elettorale, un paese diviso
in due «o di qua o di là», un bipolarismo che peraltro non ha chiarito quale debba essere il ruolo
delle parti sociali.
    Abbandonata la concertazione per un imprecisato dialogo sociale, il risultato è il venire meno
degli spazi di manovra del sindacato: mettere nell’angolo e marginalizzare le organizzazioni dei
lavoratori significa creare le condizioni di una conflittualità. Vuol dire scherzare con il fuoco ed è
da dimostrare, nei fatti, che il preoccupato realismo di Pezzotta sia percepito da chi maneggia la
cosa pubblica, dalle azioni di una politica che va ad incidere nel «cuore e nel sangue della gente».
   Il convegno di Saint-Vincent ha processato il bipolarismo con l’intenzione però di ripensarlo
(prospettando piuttosto di correggere la legge elettorale) e non di gettarlo a mare. Indietro non si
torna, anche perché c’è la consapevolezza ormai riconosciuta che il meccanismo del maggioritario è
entrato nel modo di ragionare della gente. Un corpo elettorale che, come è avvenuto recentemente
in Friuli confermando una tendenza, vota sempre più il candidato e le coalizioni e sempre meno i
partiti. Già, la crisi dei partiti in una fase storica in cui non si sceglie più in base alle visioni del
mondo, ma toccandosi il portafogli o guardando all’orticello di casa.
    Non è certo il migliore dei mondi possibili, specie per l’elettorato cattolico. Prendete il malessere
degli ex popolari (ne ha parlato Franco Marini) che hanno vissuto sulla loro pelle l’esaurirsi, anche
a livello europeo, del centrismo interclassista e che ora sono in una Margherita alla difficile ricerca
di una riconoscibile identità. Prendete il disagio dei centristi dell’Udc, persone che interpretano e
praticano il galateo istituzionale, ma pesci fuor d’acqua in una coalizione dove la Lega fa il bello e
il brutto tempo. C’è indubbiamente una domanda di semplificazione che sale dal basso che va
incanalata e guidata, stando magari un passo avanti agli umori volatili dell’opinione pubblica
perché, gratta gratta, ci si imbatte in spezzoni di qualunquismo e di populismo.
    Sono tempi, i nostri, di una politica che rimette in discussione i canoni e i codici che hanno
costruito la democrazia e il benessere del paese. Un revisionismo non solo storiografico. Non a caso
viene rivalutato il ruolo svolto dalla Dc dopo la «felice follia» del decennio scorso. Ricette di sicuro
effetto, intendiamoci, non ce ne sono. Per quanto disillusi, possiamo ricominciare parlandone con
equilibrio, fuori dall’arena del Bar Sport. Ripartendo dal comune buon senso e dal riconoscimento
della politica come «arte del possibile».
    Franco Cattaneo, vicedirettore de L’Eco di Bergamo (La nostra Domenica n. 35, 5 ottobre
2003)

				
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