tesina multidisciplinare teogonia eros by sEELs8Fe

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									(Preambolo)

Lo scopo dell’opera:
Raccogliere idee sparse e disseminate lungo il corso della mia
adolescenza,fare di tutta quella comune miriade di sensazioni,impulsi
sempre giovani e sconosciuti,che riguardano ogni individuo dacchè
raggiunge “la coscienza d’amare”,una richiesta che è infantile ed
adulta insieme,una domanda sola,che è una moltitudine.
COS’È AMORE?
Nasce,allora,un breve saggio,che è una summa delle considerazioni,dei
pensieri che hanno caratterizzato quegli anni,quando oscillavo tra i
dubbi.
Ho studiato,dunque,il sentimento amoroso come fenomeno,e,poichè
nell’accezione kantiana del termine,il fenomeno è il solo che siamo in
grado di conoscere,ho scorto,fin dal principio dei miei studi -e ancor
prima,quando mi arrovellavo sulla natura dell’Amore non
conoscendone ancora le rappresentazioni più evidenti su me stessa-
una grande possibilità nel poterne cogliere il senso.
Ma mi sbagliavo: erroneamente,avevo pensato di poter parlare di
“fenomenologia dell’Amore”. E qui sta il nodo della questione: la
fenomenologia è,propriamente ,“la scienza di ciò che appare alla
coscienza”,dunque di quanto l’intelletto umano,nei limiti del suo
potere,è capace di percepire. E Amore,nella sua essenza eterea e
metafisica,nel suo contenuto “noumenico”,non può essere concepito
dalla mente umana;pensarci è stato come arrovellarsi sui misteri
irrisolti della nostra storia di uomini: Dio,l’origine dei mondi,la morte.
Eppure,questo mio studio appassionato non è stato inutile: badate
bene,non ho appreso il contenuto dell’Amore,tuttavia ho potuto
conoscerne le circostanze e le rappresentazioni.
Conoscere l’amore,come Dio in Feuerbach,vale a dire conoscere e
apprezzare molte cose su gli uomini e sulla loro storia,vuol dire
comprendere e giustificare molte azioni umane.
In più,ho potuto dimostrare che ogni ambito della cultura,così come
ogni aspetto della vita,nasce da questo sentimento,al quale nessuno è
immune: dunque ogni verso scritto,ogni teoria avanzata nel corso della
storia umana,ogni scoperta scientifica o filologica,è frutto dell’amore
di uomini e donne,gente che in qualche modo ha amato la
cultura,l’ingegno,e l’idea, dall’eco Nietzschiana,dell’uomo che va oltre
se stesso,per amore di se stesso.
                                 Introduzione

                                 CAPIRE Sentendo improvvisamente l’episodio
                                 amoroso come un groviglio di motivazioni
                                 inspiegabili e di situazioni senza vie d’uscita,il
                                 soggetto esclama: “Voglio capire che cosa mi sta
                                 capitando! ”                      -Roland Barthes-

                                 "L'autunno negli occhi,l'estate nel cuore,la voglia
                                 di dare l'istinto di avere..e tu,tu lo chiami amore
                                 e non sai che cos'è..e tu,tu lo chiami amore e non
                                 ti spieghi perché..”             -Fabrizio De Andrè-




Poche pagine,votate a raccogliere l’astrazione di un sentimento universale.
Un ennesimo tentativo: rendere tangibile il demone fatuo dell’amore. Poter
comprendere,con l’unico mezzo del raziocinio,l’estasi e il dramma amoroso.
Poter conoscere,dunque controllare,quella fragile sommossa dello spirito,che
insorge ad ogni sguardo dell’amato,e al contempo non esita a
genuflettersi,privo di orgoglio,per ottenerne in premio un cenno d’affetto.
Dunque,il filo conduttore è un vero e proprio ti estì socratico: che cosa è
l’ “amore”? E quale è la sua origine?

-Che cosa penso dell’amore?In fondo non penso niente. Certo,vorrei sapere
che cos’è,ma,vivendolo dal di dentro,lo vedo in quanto esistenza,non in
quanto essenza. Ciò che voglio conoscere(l’amore)è per l’appunto la materia
che adopero. Naturalmente,la riflessione mi è consentita,ma,siccome questa
riflessione viene subito trascinata nel ribollimento delle immagini,essa non
muta mai in riflessività:escluso dalla logica,non posso pretendere di poter
pensare con lucidità. E così,se anche continuassi a discettare sull’amore per
un anno intero,potrei solamente sperare di riuscire ad afferrarne il concetto
“per la coda”.(…)Voglio analizzare,sapere,enunciare,in un linguaggio diverso
dal mio;voglio raffigurare a me stesso il mio delirio,voglio guardare in faccia
ciò che mi divide,mi taglia.-                            Roland Barthes


Non si è mai abbastanza preparati,all’amore. Atterrisce,l’animula
vagula,blandula,ospite e fedele compagna del corpo,resta
immobile,dissimulando la paura. È ingestibile,lo sconcerto dell’animula,che
spaventa e annichilisce,rende smaniosi ed irresoluti insieme.
C’è chi pare avere sempre qualcosa da dire,qualche lezione da impartire alla
moltitudine ignominiosa ed ingombrante degli inconsapevoli che infangano il
nome di Amore,con il loro solito cicaleccio adolescenziale,o,per meglio
dire,animale(impossibile tacere sull’evidente somiglianza tra un innamorato
e un animale nella stagione degli amori). C’è chi sostiene,in un delirio
d’onniscienza,d’aver già assistito a tutti i tipi d’amore,dunque di aver vissuto
ogni esperienza d’affetto con coscienza tale,da poterlo insegnare. Ma non si è
mai abbastanza lucidi,per parlarne,giacchè è necessaria una serenità
d’animo,un distacco e una freddezza che,l’amante,non può permettersi.
Parlare d’amore,come guardare da lontano,come non avere passioni,o magari
averne più di tutti,ma non riuscire a capire: per scrivere d’amore,ho dovuto
smettere d’amare,così la mia penna ha seguito la mente che,priva di un
impeto fuorviante,ha saputo dettare le parole giuste.
Dunque,mi fermo a guardare,con puro interesse antropologico,le cause e le
conseguenze di questo stato d’animo universale,di questa condizione
patologica(non è casuale il doppio significato di pathos,come “emozione” e
“sofferenza”)di irrimediabile e volontario abbandono dell’intelletto.

Marguerite Yourcenar,con calma epicurea e una placida rassegnazione agli
eventi,lascia parlare il vecchio imperatore Adriano che,a pochi passi dalla
morte,scrive all’amico Marco Aurelio,lasciandogli in dono una sorta di
preludio al decesso,un testamento involontario. Adriano parla a se stesso,si
racconta con nostalgia,discorre di letteratura,di guerra,di amore.




“Confesso che la ragione si smarrisce di fronte al prodigio dell’amore,strana
ossessione che fa sì che questa stessa carne,della quale ci curiamo tanto
poco quando costituisce il nostro corpo,preoccupandoci unicamente di
lavarla,di nutrirla,e,fin dove è possibile,d’impedirle che soffra,possa ispirarci
una così travolgente sete di carezze,sol perché è animata da una individualità
diversa dalla nostra,e perché è dotata,più o meno,di certi attributi di bellezza
su i quali,del resto,anche i giudici migliori sono discordi.(…)L’amore ci
trascina in un universo insolito,ove in altri momenti è vietato avventurarci,e
dove cessiamo di orientarci non appena l’ardore si spegne e il piacere si
placa. Avvinto al corpo amato come un crocifisso alla sua croce,ho appreso
sulla vita segreti che ormai si dileguano nei ricordi.(…)Se ogni particella di
un corpo umano si impregna per noi di tanti significati conturbanti quante
sono le fattezze del suo volto;se un essere solo,anziché ispirarci tutt’al più
irritazione,piacere o noia,ci insegue come una musica e ci tormenta come un
problema,se trascorre dagli estremi confini al centro del nostro universo ,e
infine ci diviene più indispensabile che noi stessi,ecco verificarsi un prodigio
sorprendente”.

Dunque un prodigio,un evento irripetibile,che si rinnova,sempre.
                                      2.
                                 La negazione

Incomprensibile,inconoscibile. Amore mi pare impalpabile come i fuochi fatui
dei cimiteri,come il funereo effluvio dei fumi di un bagno turco,come le
gocciole dei vapori che appannano una finestra.
Indicibile. Se ne parla a lungo e molto bene,ma non si dice nulla. Mai.
Elitario. Amore si lascia guardare da pochi,impietosamente,scansa alcuni,altri
ne colpisce con immotivato piacere. Nessuna giustizia,nessuna utopica
meritocrazia:il pungolo di Eros non conosce regole,almeno non scritte,mai
conosciute,nemmeno dai poeti.
Dunque,qual è la reazione che,per prima,ci caratterizza,di fronte ad un
concetto che non è un concetto,ad un’idea che è sempre stata,ma che non si
è mai spiegata?
Quando non si conosce,si tende,per naturale affezione,ad allontanare la
causa dell’umiliazione che l’ignoranza comporta: come l’uva per la volpe di
Esopo,così noi tendiamo a disprezzare quanto non possiamo toccare,né
guardare da vicino. Amiamo e odiamo quanto ci viene precluso: amiamo e
odiamo Amore,che si nega a noi,con sempre maggiore forza e tenacia.
Amiamo guardare l’amore che non è mai nostro,ma sempre degli altri.
Qualcosa ci sfugge,non comprendiamo abbastanza: allora neghiamo che sia
mai esistito. Amore non c’è mai stato,non è un concetto pensabile in quanto
non è stato mai elaborato,da nessuno che abbia mai potuto dichiararlo e
promulgarlo. Amore non ha nome,e non è,né spirito,né idea,né concetto. E
nessuno ha mai detto nulla che somigliasse alla parola Amore.



ODE ALLA GOLIARDIA

BALLATE!
Ballate anime goliardiche
donne dalle gonne multicolore
abbandonate le vostre tiepide vesti a giovani
con le braccia forti
e col cappello sugli occhi.
BALLATE!
Ballate giovani creature
coi capelli lavanda
e le gambe sottili come rami,
vibrate alla luce della luna
come il fogliame dei boschi
sotto il peso della rugiada mattutina.
BALLATE!
Attendete il favore della notte
sobria matrona vestita di nero,
e lasciate che la gioia terrena si insinui in voi,
penetri nella carne,sotto la pelle,
come un morbo incurabile,
e siate generose nel donare le vostre membra
perché altro non potete fare…
BALLATE!
Abbandonatevi ad una dolce danza
sotto le mura di questa depravata Babilonia
e senza paure ridete del mondo
che non trova pace
e che cerca una gioia inesistente.

Una notte come tante
ieri forse,
o anni fa,
avevate incontrato quell’uomo…
Aveva la gioia negli occhi?Aveva la tenerezza nelle mani?
O soltanto il sangue bollente nelle vene?
Di certo non aveva un cavallo bianco
nè lo scettro né il mantello…
Non ricordate…
ma non temete
perché allo stesso modo
questi non si ricorderà di voi.


BALLATE!

Ballate,dunque,e gioite
perché l’amore non esiste
l’amore è una vana parola,
l’amore è una menzogna,
è una crudeltà che gli uomini si infliggono
perché amano rotolarsi nella sofferenza
e credere di aver bisogno di qualcuno.

ASCOLTATE!
Non vomito parole sconnesse,

non aggrappatevi ad un pensiero
non reggetevi ad un filo che non può sostenervi..
non credete nell’amore
mera fantasia dei deboli,
che si insinua in voi mascherato
e col viso di porcellana
per nascondere la sua inconsistenza.
E ora ballate,ballate,ballate..
e non soffrite mai più.
                                                 Elvira Buonocore



Quando si è smesso di credere,Amore non è più causa di sofferenza:
eliminato il sentimento,resta Eros come piacere divino della pelle.
Immunizzarsi dal dolore,vuol dire spogliare Eros di qualsiasi valenza
sentimentale,sottrargli il suo pungolo cocente,strappargli a forza una parte.
Un gesto infantile,vile,ma opportuno.
                                  3.
                          La nascita di Eros
                        (la filosofia dell’Amore)



"Quando nacque Afrodite, gli dei tennero un banchetto, e fra gli altri c'era
Poros (il dio dell'Abbondanza) figlio di Metidea (Sagacia). Ora, quando
ebbero finito, arrivò Penia (Povertà) per mendicare qualcosa, siccome era
stata una gran festa, e se ne stava vicino alla porta. Poros intanto, ubriaco di
nettare (il vino non esisteva ancora), inoltrandosi nel giardino di Giove,
schiantato dal bere, si addormentò. Allora Penia, a causa della sua povertà,
pensò bene di avere un figlio da Poros, giacque con lui e concepì Eros.
Per questo, Eros divenne compagno e seguace di Afrodite, perché fu
concepito il giorno della sua nascita, ed ecco perchè di natura é amante del
bello, in quanto anche Afrodite é bella. Dunque, come figlio di Poros e Penia,
ad Amore è capitato questo destino: prima di tutto è povero sempre, ed é
tutt'altro che bello e delicato, come ritengono i più(...)perchè ha la natura
della madre coabita sempre con la povertà.
Per ciò che riceve dal padre, invece, egli é(...)coraggioso, temerario,
impetuoso(...)appassionato di saggezza, pieno di risorse, filosofo per tutta la
vita. E per sua natura non è né mortale né immortale, ma, in uno stesso
giorno, talora fiorisce e vive, se tutto va bene, talora, invece, muore, ma poi
torna in vita, a causa della natura del padre. E ciò che acquista gli scorre via
dalle mani, sicché Eros non è mai né povero né ricco."
                                                            Simposio,Platone




A descrivere il concepimento di Eros è Socrate,che riporta le parole di una
sacerdotessa,Diotima,che gli avrebbe rivelato tutti i misteri di Amore. Il
discorso è tratto da una delle opere più conosciute di Platone,il Simposio,in
cui,quasi in una sorta di limbo dantesco,grandi personaggi ed intellettuali
ateniesi,parlano a lungo dell’Amore,mettendo a confronto le loro diverse
teorie: c'è chi dice che Eros sia la divinità più giovane e più bella,chi dice che
sia la più vecchia in quanto forza generatrice di tutto,chi sostiene che sia una
forza cosmica che domina la natura,chi suggerisce che sia un tentativo da
parte di tutti gli enti finiti di eternarsi procreando,c'è chi è del parere che sia
la divinità più valorosa in quanto riesce a dominare perfino la guerra,facendo
riferimento all'episodio mitico secondo il quale Ares,il dio della
guerra,sarebbe innamorato di Afrodite.
Particolarmente affascinante è l’episodio semiserio narrato dal
commediografo Aristofane che narra di un terzo genere di uomini,l’androgino
non figlio del Sole come gli uomini, non figlio della Terra come le donne, ma
figlio della Luna. Il mito racconta che la completezza autosufficiente rese gli
umani androgini così arroganti da immaginare di dare la scalata all'Olimpo, e
Zeus (non volendo distruggerli per non privare l'Olimpo dei loro sacrifici),
separò ciascuno di loro in due metà, riducendoli a solo maschio e solo
femmina. La nostalgia di quella interezza, mai placata, è la radice e in
qualche modo la costrizione all'amore (“alla brama e all'inseguimento
dell'interezza, ebbene, tocca il nome di amore”).




Ma è a Socrate che Platone affida la sua concezione dell’Amore,è al filosofo
del “daimon”che Platone concede il compito di spiegare e giustificare la vera
natura e essenza dell’Amore.
Eros è stato concepito da due diverse,opposte divinità,e con l’inganno: ne è
venuto quindi un essere intermedio tra il divino e l'umano che, assieme alle
qualità positive, assomma in sé anche quelle negative. Socrate, come
apprende da Diotima, era caduto nello stesso equivoco nel quale cadono
quasi tutti gli uomini,che in Amore vedono solo il lato più bello. Tutto questo
deriva dal fatto che Amore viene identificato con l'amato e non con l'amante:
ma in realtà,mentre il primo appare indubbiamente bellissimo,il secondo è
decisamente diverso,incompleto.
Eros va cercato,non nel volto e nei tratti dell’amato,bensì dalla parte
dell’amante:
Amore è il sentimento che afferra l’amante e lo fa soffrire e delirare, è
tormento e dramma nella ricerca dell’amato. Proprio per questo Amore
svolge una funzione positiva: esso è desiderio di ciò che non si ha, desiderio
del Bello e del Bene.
Platone collega la tematica della bellezza a quella dell’Eros e dell’amore,che
viene inteso come forza mediatrice fra sensibile e soprasensibile;e poiché il
Bello,per la cultura greca,coincide col Bene,o è comunque un aspetto del
Bene,così Eros è la forza che eleva al Bene,è la via alogica che porta
all’Assoluto.
Amore non è né bello né buono,ma è sete di bellezza e di bontà: Amore non è
quindi un Dio(Dio è sempre bello e buono),ma nemmeno un uomo. Non è
mortale e neppure immortale: è uno di quegli esseri demoniaci “intermedi”
fra uomo e Dio(tematica,peraltro affrontata nel”De Deo Socratis” da
Apuleio). Dunque Amore è “filosofo”,poiché la filosofia è propria di chi non è
né ignorante né sapiente,non possiede il sapere ma vi aspira.
Quello che gli uomini chiamano comunemente amore,non è che una piccola
parte del vero amore: il vero amore è desiderio del bello,del bene. E varie
sono le vie che portano al vero Amore: ma il vero amante è colui che le sa
percorrere tutte,fino in fondo.
          Al più basso grado della scala dell’amore,c’è l’amore fisico,che è
             desiderio di possedere il corpo bello,al fine di generare nel bello
             un altro corpo.
          Poi v’è il grado degli amanti,che sono fecondi non nei corpi,ma
             nelle anime (la gerarchia è: amanti delle anime,delle arti,della
             giustizia,delle leggi,delle scienze).
          E,infine,al sommo della scala,c’è la folgorante visione del
             Bello,dell’Assoluto.


Nel Fedro,Platone approfondisce il concetto di Amore,che qui diviene
nostalgia dell’Assoluto,dell’Iperuranio che l’uomo ha visto;successivamente
l’anima,perdendo le ali e precipitando nei corpi,ha dimenticato tutto. Ma,pure
a fatica,l’anima ricorda quelle cose che un tempo vide:e questo è l’Amore,una
struggente reminescenza.
                                4.
                La letteratura e il discorso amoroso

                           Il testo amoroso (un testo e niente di più) è fatto di
                           piccoli narcisismi,di meschinità psicologiche;esso non
                           ha grandiosità: oppure la sua grandiosità sta appunto
                           nel non poter raggiungere nessuna grandezza,neppure
                           quella del “materialismo spicciolo”.Si tratta dunque del
                           momento impossibile in cui l’oscenità può veramente
                           coincidere con l’affermazione,con il limite estremo della
                           lingua(l’osceno dicibile come tale non può più
                           rappresentare il livello massimo di oscenità).

                                ROLAND BARTHES, Frammenti di un discorso amoroso




Incamminarsi in quel dedalo sconcertante di nozioni,definizioni,sofismi,che
riguardano l’amore,mi pare,ora che mi avvio a farlo,un’esperienza piuttosto
avventata,per il rischio perenne,tipico di tutti i concetti astratti,di seguire
una strada immaginifica,ma inconsistente. Ma il pericolo maggiore e costante
sta nella facile tendenza a scadere nella banalità e nella ridondanza di frasi
ripetute fino a perdere di significato,a ritrovarsi complice e fautore di
quell’universo di parole, di quell’immondo linguaggio universale,che si
apprende solo quando si ama.
Gli amanti -presi dalla loro infatuazione,che interpretano come uno stato di
grazia,quasi li rendesse migliori e superiori alla massa,sconvolti e sorpresi da
quel sentimento che,ai loro occhi,appare sempre nuovo e diverso,sempre
migliore- non badano alle faccende stilistiche dei poeti,né agli astrusi
pensieri dei filosofi: nulla ha più importanza,poiché gli amanti,ancor più
dell’Altro,a cui pure dedicano mille attenzioni,carezze,baci e promesse
imprudenti, amano crogiolarsi nel loro innamoramento,che coinvolge e
stravolge la loro esistenza,prima priva di senso e di passioni.
Dunque,alla base di ogni “amore”,quale solido fondamento,quale movente
inconscio eppure mai trascurabile,sta il narcisismo,quel culto di sé stessi che
tutti gli uomini hanno conosciuto,da quando il fanciullo dei boschi,narrato da
Ovidio,ha scorto il suo volto presso la fonte,innamorandosi irrimediabilmente
delle sue stesse fattezze.
Siamo naturalmente disposti a badare a noi stessi,e ad amarci,prima ancora
di amare quel prossimo che,sebbene piacevole,sarà sempre meno “bello” di
noi. Prima dell’Altro amiamo noi stessi,la nostra incolumità,la nostra felicità.
La prima delle nostre relazioni amorose,è quella che viviamo con noi
stessi,con la nostra immagine.
Allora anche il “discorso amoroso” non sarà altro che un auto
apprezzamento,prima ancora che una dichiarazione,vorrà dire innamorarsi di
sé stessi. E la necessità,impellente quanto lo è la nostra vanità,di dichiarare il
proprio stato d’animo,la propria condizione di delizia,raggiunta con
fatica,attraverso una contorta autoanalisi,spinge l’amante a dire frasi
deliranti,versi strazianti,spesso l’obbrobrio di antiche rime,scribacchiate in
una lettera,o su un quadernetto,in cui la letteratura grida vendetta!

- L’innamorato delira(“sposta il sentimento dei valori”),ma il suo è un delirio
stupido. Cosa c’è di più stupido d’un innamorato?[…]M’impunto,rifiuto
l’apprendistato,ripeto gli stessi comportamenti;non mi si può educare,e io
stesso non posso farlo;il mio discorso è continuamente irriflessivo;non so
rigirarlo,suddividerlo,limarlo,disporvi delle virgolette;parlo sempre col cuore
in mano;mi limito a un delirio prudente, conforme ,discreto ,addomesticato,
banalizzato dalla letteratura.
(La stupidità è l’essere sorpresi. L’innamorato lo è continuamente;esso non
ha il tempo di trasformare,di coprire,di proteggere. Forse è cosciente della
sua stupidità,ma non la censura. O anche: la sua stupidità agisce come una
perversione:è stupido,dice,e tuttavia..è vero.)-             Roland Barthes
Comprendere il delirio dell’amante,guardare con l’occhio del “filosofo
indifferente”questo stato di innamoramento plateale,è molto semplice: la
letteratura è piena di queste insulse manie!
Esiste,in amore,una sorta di “analfabetismo emotivo”1,per il quale
l’innamorato non riesce a dirsi tale,e,pur provando e conoscendo la propria
passione,non riesce a definirla,trovandosi così a vivere in uno stato di paralisi
emotiva,in una condizione di apatia costante,di inerzia della parola,di
incapacità espressiva;questo è il primo,immediato limite dell’innamorato,che
non potendo dirsi all’Altro,finisce col sentirsi inappagato,incompleto:affinchè
si realizzi pienamente,l’amore deve essere plateale,popolare,pubblico.
Umberto Galimberti,professore di Filosofia della storia e Psicologia dinamica
dell’Università di Venezia,ha parlato di “educazione emotiva”,scrivendo,a
proposito dell’amore:
“Conosciamo l’amore come risveglio del sistema parasimpatico”.
Dunque conosciamo l’aspetto più tecnicamente anatomico
dell’innamoramento,le reazioni e i tentativi di difesa del nostro organismo.
Ma la coscienza dell’amante si ferma qui. Chi ama non sa dirlo. Mai.
Dunque,è chiaro il limite iniziale dell’amante:la parola. A questa incapacità
l’innamorato reagisce,a seconda del carattere e del senso del decoro,in due
modi differenti: una reazione probabile consiste nel delegare il sentimento
all’intuizione,ossia nel lasciare timidamente che l’Altro capisca da sé il suo
sentimento,che apprenda da pochi gesti indecisi,uno stato d’animo che è solo
 suo,e che spesso è poco chiaro all’amante stesso;la seconda,e la peggiore
delle reazioni,oltre che la più frequente,sta nello spalancare le labbra in un
ingorgo di parole 2,dunque dirsi ad ogni costo un sentimento che,in
definitiva,non si conosce,con parole inutili,incomprensibili,ridicole,il tutto
senza alcun riguardo per i canoni della letteratura.
Dunque due possibili circostanze si profilano ai nostri occhi: “il detto”,
necessario ed inascoltabile e “il non detto”,in cui l’innamorato si crogiola in
una incapacità senza rimedio.




1“L’ospite inquietante”,Umberto Galimberti
 2 “Verranno a chiederti del nostro amore”,Fabrizio De Andrè
                               5.
                  THE “SAID” AND THE “UNSAID”
           (La necessità del detto e il languore del non detto)




IL DETTO




Roland Barthes definisce la “dichiarazione” come la propensione del soggetto
amoroso ad intrattenere a lungo,con un’emozione contenuta,l’essere amato,a
proposito del suo amore,di lui,di sé,di loro.
In genere,la dichiarazione verte sulla confessione dell’amore,ma può anche
insistere sulla forma,commentata all’infinito,della relazione amorosa.
Ed è un’esigenza che non può essere ignorata: quando l’amante scopre il
proprio sentimento,dimentico di qualsiasi convenzione,sbarazzatosi di
qualsiasi freno inibitorio che raccomandi la decenza,corre dalla persona
amata,per dire ad ogni costo,e con ogni mezzo,il proprio amore.
Allora appare chiaro che,ciò che causa il detto,e dunque tutte le conseguenze
che questo comporta,non è altro che una voce ossessiva ed insistente che
trasforma l’amore in potenza,in amore in atto.
Ma è raro che il detto sia notevole nella forma,quanto nel contenuto: per la
maggiore dei casi,il malcapitato(l’amato) è costretto a seguire il folle delirio
di un pazzo(l’amante),senza avere il diritto di poter controbattere,o
quantomeno zittire,per il bene della letteratura!
Insomma,è davvero raro che gli amanti riescano a conciliare forma e
contenuto in un unico discorso,che sia al contempo comprensibile,sincero e
bello.

Riporto qui,allora,due esempi che,sebbene in maniera diametralmente
opposta,rendono un’idea piuttosto precisa della mia teoria: Jane Austen,che
ha mostrato quanto l’incertezza dell’amante possa portare ad una
dichiarazione scialba o insignificante che,oltre a rendere poca giustizia al
sentimento,risulta esteticamente brutta; William Shakespeare,che ha reso la
bellezza del detto,la profondità dei contenuti,un’unione che è un’opera
d’arte.




JANE AUSTEN

La famosa autrice dello Hampshire,Jane Austen,ha saputo descrivere in modo
chiaro ,attraverso i dialoghi di maniera e le sue eroine senza tempo,le pazzie
dell’amore,dell’immane e sovrabbondante stupidità che si cela dietro un
discorso amoroso,nelle parole di un uomo che non riesce a dire “ti amo”,se
non con una rivoltante sequela di perifrasi dal kitsch estremo.

Jane Austen was born in 1775 in Hampshire. Her father was a reverend and
she was educated mainly at home and never lived apart from her family:
because of this,she confined her writing only to the world she knew.
She started writing when she was very young;her earliest works included
parodies of the literature of the time;in the period between 1811 and 1817
she wrote her six major novels. Success was not immediate,but when her
works where published,they were appreciated very much by critics and
audience.
In 1817 she went to Winchester for medical attention,but she died there two
months later.

In the period when Jane Austen wrote,Europe was radically changing: in the
cultural field there was the Romantic Revolution. These events are not
reflected in Jane Austen’s works,in fact her novels talks about relationship
between families and individuals in a rural setting.
Jane Austen’s major novels are Sense and Sensibility, Pride and Prejudice,
Mansfield Park, Emma, Persuasion and Northanger Abbey.
In these works,the characters belong to aristocracy and middle classes. The
themes of Jane Austen’s novels are the traditional values of the upper
classes such as property,decorum,money and,most of all,marriage,because at
that time,women of the upper classes were totally dependent on their
husbands or fathers.
Jane Austen is best remembered for the psychological analysis of the
characters,who aren’t driven by wild passions,which are controlled and
regulated by private reflections: because of this,her works are linked to the
classicism of the eighteenth century,and so they haven’t the characteristics
of the other Romantic novels.
Others important characteristics of Jane Austen’s works are irony and very
vivid dialogues.

In Jane Austen’s novels the “said” is always present. The characters,created
by her mind,live strong passions and feel upsetting emotions,but,in the
moment of declaration of love,their shyness and the rules of society,make
the declaration unfounded and dull.
For example,in “Pride and Prejudice”,one of the most famous works of Jane
Austen,she talks about a love story in which the male character,Mr
Darcy,tries to confess his love to Elizabeth,but he is unable.




The story talks about a family,the Bennets;they have five daughters and Mrs
Bennet’s greatest ambition is to see all of them married. Charles Bingley has
to come to live nearby with his friend Mr Darcy. When Darcy realizes that
Charles likes Jane Bennet,he does his best to separate them,because her
family is socially inferior. Despite this,he falls in love with Elizabeth
Bennet,but when he asks to marry him,she refuses. However,she changes
her mind when she learns that he has helped her sister Lydia,who had
married a military officer,and the story ends with a double wedding between
Charles and Jane,and Elizabeth and Darcy.
In a famous passage of this novel,Darcy tell Elizabeth that,despite her
inferior social background,he wants to marry her. She says no,because she is
too proud to marry someone who thinks that she is inferior than him. So
Darcy tells her that she should appreciated him for telling her the truth,but
Elizabeth feels herself growing more angry every moment,and tells him that
from the first moment she had met him,she felt his arrogance and started to
despise him;she also tells that he would be the last man in the world that she
would ever marry. Darcy just gives Elizabeth his wishes for her health and
happiness and then quickly leaves the house. So,Elizabeth starts to cry
because of her confusion.
WILLIAM SHAKESPEARE

William Shakespeare,forse uno degli autori più inflazionati della letteratura
inglese,considerato tra i più grandi drammaturghi di sempre,ha saputo
rendere celebri ed universalmente conosciute frasi d’amore,ha dimostrato
quanto il sentimento dichiarato possa elevarsi a grado di letteratura.

 William Shakespeare was born in Stratford-upon-Avon in 1564. His father
was a prominent local figure who held important position in the government
of the town. His mother came from a prosperous local family. Shakespeare
probably attended Stratford grammar school,but he didn’t go on to study at
university. When he was 18 he married Anne Hathaway,and six months later
his first child Susanna was born,followed 3 years later by twins Hamnet and
Judith. Shakespeare left Stratford to avoid being arrested for poaching.
He went to London where he did a series of job. Then he became an
actor,and by 1592 he was sufficiently well-known as a dramatist to be the
subject of an attack by the playwright Robert Greene,who wrote a pamphlet
in which he complained that educated dramatists were becoming more
popular than university men like himself.
In 1595 Shakespeare joined an important company of actors called The Lord
Chamberlain’s Men and performed at court. His success as a dramatist grew.
He invested in the building of the Globe Theatre and in 1597 he bought New
Place ,the finest house in Stratford.
He died on April 23rd 1616.

Shakespeare didn’t publish his plays; some of his works were put together
from notes taken in the theatres or from memory by actors.
In 1623,two actors and friends of Shakespeare’s,Heminge and
Condell,decided to publish the first collection of his plays. The so-called First
Folio (by the size of the sheets)included 35 plays that were divided into:
COMEDIES,HISTORIES and TRAGEDIES.
The plays were not dated,but then,critics approximate dates gave to
them,based on: references to contemporary events in the play; references to
the works of other writers which are dated;style,plot and metre used in the
play.
Shakespeare’s plays are usually divided into 4 periods:
•FIRST PERIOD: it was a period of learning an experimentation;in these
years Shakespeare wrote very different types of plays,such as comedies like
A Midsummer Night’s Dream ,or tragedies like Titus Andronicus and Romeo
and Juliet.
•SECOND PERIOD: Shakespeare created some important works,including The
Merchant of Venice and The Merry Wifes of Windsor ,which based their plot
on some themes,such as the pleasure of love and mistaken identity.
•THIRD PERIOD: Shakespeare wrote his great tragedies such as Hamlet,
Othello and Macbeth.
•FOURTH PERIOD: a return to a happier state of mind is reflected in the plays
of the final period;The Tempest,for example,is set in the ideal world of an
island where there is an atmosphere of magic,music,romance.

Shakespeare had the great ability of entertaining his audiences;he used a
particular technique to capture the audience’s attention: SUSPENSE. There
are two types of suspense:
•We have DRAMATIC IRONY when the audience knows something that one
or more characters on the stage don’t know;for example,in Romeo and
Juliet,at the beginning of the balcony scene,Juliet doesn’t know that Romeo
is listening to her,but the audience does.
•Another type of suspense is DRAMATIC TENSION;for example,the fact that
Romeo may be discovered by Juliet’s relatives also creates suspense and
tension.




Between Shakespeare’s works,we can remember one of the most famous:
Romeo and Juliet,an universal known love story,that have inspired many
films and songs. This story was set in Verona,a beautiful city of Italy,in which
two family fought for their honor. And so,these two unlucky young,who
belonged to the opposite families,will be forced to deal with many adversities
for their love,but,at the end of the story,they died and their parents buried
them and their hate.
I think that this is one of the most beautiful tragedy of the European
Literature,and that Shakespeare has been an inimitable writer of the history.
In Romeo and Juliet,Shakespeare created many characters without time.
Juliet is pure and kind, Romeo is brave,but,even if they are very
different,they love without reserve.
So,can a play to show the real nature and identity of love?
Yes. Shakespeare lets his characters speak, and with their words,he
reproduces some human feelings on the stage,such as hate,anger,bravery
and love.
Romeo and Juliet said their love to each other:



Juliet: What man art thou that thus bescreen'd in night.So stumblest on my
counsel?
Romeo: By a name I know not how to tell thee who I am: My name, dear
saint, is hateful to myself,Because it is an enemy to thee; Had I it written, I
would tear the word.
Juliet: My ears have not yet drunk a hundred words of that tongue's
utterance, yet I know the sound: Art thou not Romeo and a Montague?
Romeo: Neither, fair saint, if either thee dislike.
Juliet: How camest thou hither, tell me, and wherefore? The orchard walls
are high and hard to climb,and the place death, considering who thou art,
If any of my kinsmen find thee here.
Romeo: With love's light wings did I o'er-perch these walls; for stony limits
cannot hold love out,and what love can do that dares love attempt;
therefore thy kinsmen are no let to me.
Juliet: If they do see thee, they will murder thee.
Romeo: Alack, there lies more peril in thine eye than twenty of their swords:
look thou but sweet,and I am proof against their enmity.
Juliet: I would not for the world they saw thee here.
Romeo: I have night's cloak to hide me from their sight; and but thou love
me, let them find me here:my life were better ended by their hate,than death
prorogued, wanting of thy love.
                               (…)
Juliet: Good night, good night! parting is such sweet sorrow,that I shall say
good night till it be morrow.




Giulietta: Ma tu chi sei che avanzando nel buio della note inciampi così nei
miei pensieri?
Romeo: Con un nome,non so dirti chi sono. Il mio nome,cara santa,è odioso a
me stesso perché è un nemico per te. L’avessi scritto,stapperei quella parola.
Giulietta: Il mio orecchio non ha ancora bevuto cento parole di quella
voce,che già ne riconosce il suono. Non sei Romeo?Un Montecchi,tu?
Romeo: No,bella bambina,né l’uno né l’altro,sé l’uno e l’altro ti sono sgraditi.
Giulietta: Come,dimmi,e perché sei entrato qui dentro? Sono erti e ardui da
scalare i muri dell’orto:e qui per te,considerando chi sei,è luogo di morte se ti
scopre qualcuno di casa mia.
Romeo: Ho scavalcato questi muri sulle ali leggere dell’Amore. Amore non
teme ostacolo di pietra;Amore,quando una cosa intende,è ardimentoso e
pronto. E io non temo i tuoi parenti.
Giulietta: Ti uccideranno,se ti scoprono qui.
Romeo: Ahimè,c’è più pericolo nei tuoi occhi che in venti delle loro spade. Se
mi guardi con dolcezza,io sarò a tutta prova contro l’odio dei tuoi.
Giulietta: Ma io non voglio per nulla al mondo che ti trovino qui.
Romeo: Ho il mantello della notte che mi cela ai loro occhi. Ma se tu non mi
ami,lascia pure che mi trovino qui. Meglio finir la vita per l’odio di loro,che
rimandare la morte nel vano desiderio del tuo amore.
                           (…)
Giulietta: Buona notte…Buona notte. Pena sì lieve è star lontani che buona
notte dirò fino a domani.




IL NON DETTO




Al detto,segue il non detto. L’amore in potenza,ma non in atto.
Il non detto è tipico dell’amore velleitario,che crea mondi e situazioni,edifica
discorsi e progetti,senza mai acquisire il coraggio per agire,e rendere
concreti quei piani,altrimenti campati in aria.
Quella del non detto,è una sorta di inettitudine all’amore. Un’incapacità
forviante,che spinge l’amante a vivere una intensa storia d’amore,fatta di
idee,sensazioni,emozioni,esperienze,che però non hanno un correlativo nella
realtà.
Dunque,tutto si ferma alla mente di chi ama. E lì resta il suo amore. E’ solo
grazie al più conscio intervento dell’amato che,in alcuni casi,la situazione
riesce ad avere uno sbocco nella realtà:colui che è oggetto dell’amore,dovrà
capire da solo,con l’ausilio del proprio istinto e di pochi criptici segni,d’essere
amato.
Anche in questo caso,riporto due esempi del “non detto” che in letteratura ha
una resa fantastica. Infatti,tutto quello che non viene detto e non viene
fatto,riesce a trovare altre vie di fuga,riesce a trapelare tra le pagine e le
parole,trovando,in questa sorta di divieto imposto dall’autore,un modo
diverso e meraviglioso per trasgredire.
Tutti gli atti mancati(utilizzando un linguaggio freudiano)fuoriescono in altri
modi:così come Freud ci ha spiegato,a proposito dell’inconscio e degli istinti
repressi,che trovano via d’uscita creando la nevrosi,allo stesso modo in
letteratura,tutti i gesti mancati e le parole non dette,creano una tensione
emotiva e spesso erotica estremamente sensuale,che è molto più
affascinante e soprattutto eloquente di un discorso di mille parole.




BRONTË SISTER

Charlotte and Emily Brontë were born in a small isolated village of the
Yorkshire;they lived with their father,who was the local vicar,their
mother,three sister and a brother. In 1821 their mother died and all five
sister were sent to live in an orphanage,but they returned home when two
sisters feel ill.
In 1835,Charlotte left home and became a teacher,and Emily attended the
school,but soon she returned home. When Charlotte came home too,the two
sisters opened a school but the project failed.
In 1846 Charlotte,Emily and their sister Anne,published a selection of
“Poems” under the male pseudonyms,but there wasn’t a good public
response. The following years they published respectively Jane
Eyre,Wuthering Heights and Agnes Grey. All three novels were well received.
Emily and Anne died of tubercolosis in 1849. Charlotte began to travel around
England,she married but,after just a few months of married life,she died.
EMILY BRONTË: WUTHERING HEIGHTS

Wuthering Heights and Thruscross Grange are neighbouring houses. The
Grange is owned by Lintons,while the Heights is owned by Earnshows.
This love story is narrated by Nelly Dean,the housekeeper at Wuthering
Heights: Mr Earnshows,the father of Hindley and Catherine,finds Heathcliff
on the streets of Liverpool and brings him home.
Heathcliff is mistreated by Hindley,but creates an important bond with
Catherine. One day Edgar Linton asks Chaterine to marry him and she
accepts because,even if she is in love with Heatcliff,she would never marry
him because he is socially inferior. Heatcliff goes away,and he returns 3
years later,hadsome.rich and determined to take his revenge. He wins the
possession of Wuthering Heights and,marrying IsabellaLinton,he becomes
the master of Thruscross Grange,too. Catherine falls ill and dies giving birth
to a daughter,Cathy. At the end of the story,Cathy marries Hareton,Hindley’s
son,and they live in peace and happiness.

Wuthering Heights is full of elements of Romanticism,for example in the
correspondence between the violent passions of the characters and the wild
natural landscape. The hero,Heathcliff,is described as a sort of “Byronic
Hero”,a solitary man,moved by irresistible passions. Heathcliff also presents
features of Gothic characters in his inhuman treatment of his wife and
son;other Gotich elements can be found in the sinister atmosphere of
whuthering Heights and in Catherine’s ghost.
The novel is built around the contrast between the two houses:Wuthering
Heights,which reflects the nature of Heathcliff,sever and brutal in aspect and
atmosphere;Thrushcross Grange,the home of the Lintons,reflects their
conception of life,based on stability and respectability. These two houses
represent two opposite but complementary forces.
Death is an important theme of the novel:it isn’t an end,but a liberation of
the spirit.
The structure of novel uses two narrators: Mr Lockwood,the visitor from the
city,and Nelly Dean,the housekeeper at Wuthering Heights.
The narration doesn’t use a chronological order: it starts at the end of the
story and develops with the use of flashbacks.




In this novel the two lovers can’t to say their love. This difficulty is plain in
the chapter of novel,in which Catherine say “I am Heathcliff”.
Catherine tells nelly that Mr Linton has asked her to marry him and that she
accepted,and asks Nelly if she has done the right thing. Nelly asks Catherine
if she loves Mr Linton,and why she loves him. Catherine says that she loves
him because he his handsome,young,rich and because he loves her. But
Cathrine says that in her soul and her heart she’s convinced she’s
wrong,because she is in love with Heathcliff,but she doesn’t merry him
because he is socially inferior.
At this point of speech,Nelly realizes that Heatcliff was in the room,because
he runs away without listening everything Catherine is saying. But Catherine
hasn’t realized that Heathcliff was in the room,so she continues talking and
tells Nelly that her love for Lintons is like the foliage,while her love for
Heathcliff is like the rocks,because she is Heathcliff and nothing can separate
them.
CHARLOTTE BRONTË: JANE EYRE




Jane is an orphan,who lives with her cold and hostile ount,Mrs Reed,who
sends Jane to Lowood Institution,a very strict school,where she meets her
first friend,Hellen,who dies because of the terrible conditions of the school.
When she grows up,Jane accepts a job as a governess at Thornifield Hall by
Mr Rochester and falls in love with him. When Mr Rochester asks Jane to
marry him,she accepts,but the wedding day Richard Mason declares that
Rochester is already married to his sister Bertha Mason,who is mad and lives
on the upper floor of Thornfiel Hall,so Jane Goes away. One night she hears
Rochester’s voice calling her,so she returns to Thornfield Hall and she
realizes that Bertha has caused a fire and that Mr Rochester is blind: Jane
accepts to marry him.

Although it is written in the Victorian period,Jane Eyre is considered to be a
romantic novel,in fact it presents a love story,but from the point of view of a
woman. It shocked many readers,because women had traditionally been
described as victims,or totally dependent on men and marriage,like in Jane
Austen’s novels. In Jane Eyre,Charlotte Brontë created a new type of
heroine,a strong independent woman.
The story is told in the first person,so it becomes more realistic and the
reader can identify himself with the main character. Jane Eyre presents many
Gothic elements,for example the mysterious sounds and sights at Thornfield
Hall. Even Jane is described in a new way: she is a lonely,strange girl,and
she’s not beautiful or rich.
Mr Rochester can be seen as a “Byronic Hero”: the difficulty of life made him
mean and solitary.

In this novel there are many gazes,that are more important than words. And
only at the end of the story Mr Rochester can to confess his love,in fact he
says: “Jane,I love you like as my body”
                                  6.
               La letteratura: il tramite degli amanti
           (EROS E CASTIGO NEL CANTO DELLA LUSSURIA)




Quando non v’è via d’uscita,quando il sentimento è,per l’amante, tanto forte
quanto la paura e l’incapacità di dirlo,allora ecco che si ricorre alla
letteratura: ecco,allora che la poesia diviene il tramite degli amanti,una sorta
di mezzo di cui ci si serve per dire quanto,come ho già detto,non si ha la
capacità o il coraggio di dire.
Ricorrere alla poesia vuol dire parlare con le parole di un
altro,raccontare,dare a piene mani un sentimento descritto da un altro,che
non sia un altro qualsiasi,ma un poeta. E questa,credo,non è una sottigliezza.
Il poeta è altro dall’uomo comune:entrambi amano,entrambi hanno
debolezze e limiti umani,eppure il poeta sa dimenticare;il poeta sa essere
introspettivo,sa studiare se stesso ed immergersi nel proprio dolore,e poi
però,sa fare del proprio dolore la sofferenza di un altro,sa farlo diventare un
passato che ormai non gli riguarda più. Così il poeta sa scrivere di quella che
è stata la propria sofferenza, sa parlare d’amore avendolo conosciuto e
provato.
Allora l’amante,privo di tale capacità,non sapendo ergersi al di sopra del
proprio stesso dolore,ma anzi immerso fino al collo in quel mal d’amore,egli
s’affida alle parole di un altro: così l’amante si dichiara. Ed è questo l’unico
modo per dire l’amore in conformità alla letteratura: ricorrere alla
letteratura.
Ma spesso,non solo la poesia,ma anche il libro in sé,inteso come oggetto,si
rivela utile all’amante. Baricco ha scritto,una volta:”Lèggere,non è altro che
fissare un punto per non essere sedotti,e rovinati,dall’incontrollabile
strisciare via del mondo. Non si leggerebbe nulla,se non fosse per paura. O
per rimandare la tentazione di un rovinoso desiderio a cui,si sa,non si saprà
resistere.(..)Un libro aperto è sempre la certificazione della presenza di un
vile-gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal
bruciore del mondo-le parole che a una a una stringono il fragore del mondo
in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamano
libri:la più raffinata delle ritirate,questa è la verità. Una sporcheria.Però
dolcissima”

Questo è il caso di Paolo e Francesca,personaggi che,pur essendo realmente
esistiti,devono la loro fama a Dante,e al racconto che ne ha fatto: i due
amanti hanno provato una passione senza freni,e per questo sono stati
puniti. Complice del loro amore è stato proprio un libro,che raccontava di
amanti adulteri,Lancillotto e Ginevra,e di un amore nato ed edificato
sull’inganno,sulla menzogna. Così Paolo,leggendo di quelle vicende,in una
sorta di identificazione catartica,ha visto se stesso tra quelle pagine,e ha
raccolto il coraggio per cedere alla tentazione; così,come racconta Francesca
“la bocca mi baciò,tutto tremante”.
Nel cerchio dei lussuriosi Dante fa il suo primo vero incontro con il peccato e
il male. Nel Limbo e nel cerchio degli ignavi egli non aveva ancora vissuto
interiormente il problema della colpa e dell’espiazione: perciò era riuscito a
mantenere una posizione salda e netta,nel primo cosa di convinta
partecipazione,nel secondo di decisa severità. Il canto di Francesca
costituisce,invece,la prima discesa alle radici del peccato,di fronte al quale
Dante non si pone più soltanto come giudice,ma anche come uomo che si
interroga disorientato sulle passioni umane. Questa ambivalenza attraversa
tutto il canto e diventa il cuore del racconto di Francesca(è infatti solo lei a
parlare,mentre accanto Paolo piange). Esso,infatti,è tragicamente costruito
su due elementi contrapposti: da un lato,la volontà di razionalizzare dando
una giustificazione plausibile alle derive del sentimento
amoroso;dall’altro,l’abbandono accorato alla confessione delle proprie colpe
e di un destino doloroso. Il turbamento di Dante,invaso da un profondo
sentimento di pietà per la coppia di dannati,nasce dall’insanabile contrasto
fra la felicità di quell’amore peccaminoso e la durezza implacabile del castigo
eterno.
  INFERNO V

 Così discesi del cerchio primaio
 giù nel secondo, che men loco cinghia
 e tanto più dolor, che punge a guaio.

 Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
 essamina le colpe ne l’intrata;
 giudica e manda secondo ch’avvinghia.

 Dico che quando l’anima mal nata
 li vien dinanzi, tutta si confessa;
 e quel conoscitor de le peccata

 vede qual loco d’inferno è da essa;
 cignesi con la coda tante volte
 quantunque gradi vuol che giù sia messa.

 Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
 vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
 dicono e odono e poi son giù volte.

"O tu che vieni al doloroso ospizio",
 disse Minòs a me quando mi vide,
 lasciando l’atto di cotanto offizio,

"guarda com’entri e di cui tu ti fide;
 non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!".
 E ’l duca mio a lui: "Perché pur gride?

 Non impedir lo suo fatale andare:
 vuolsi così colà dove si puote
 ciò che si vuole, e più non dimandare".

 Or incomincian le dolenti note
 a farmisi sentire; or son venuto
 là dove molto pianto mi percuote.

 Io venni in loco d’ogne luce muto,
 che mugghia come fa mar per tempesta,
 se da contrari venti è combattuto.

 La bufera infernal, che mai non resta,
 mena li spirti con la sua rapina;
 voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: "Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?".

"La prima di color di cui novelle
  tu vuo’ saper", mi disse quelli allotta,
 "fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano"; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito,
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: "Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri".

Ed elli a me: "Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno".

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: "O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!".

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

"O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: "Che pense?".

Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!".

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?".

E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante".

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.
                               7.
         L’amore dell’anima: la fabula di Amore e Psiche




Quella di Paolo e Francesca non è l’unica celebre coppia della storia e della
letteratura. Procedendo a ritroso e a passo spedito,incontriamo la famosa
storia d’amore semidivino,che diede alla luce la fanciulla Volupats,tra Amore
e Psiche,narrata da Apuleio ne Le metamorfosi. Ciò che più affascina in
quest’opera è probabilmente l’umanizzazione del dio Amore,spesso
considerato al di sopra delle parti,al di là di ogni progetto umano,e che ora
riesce ad innamorarsi a sua volta. Amore,che è colpito da Amore stesso:
questa è la bellezza del mondo classico,che dà regole e vi trasgredisce a sua
volta.
Amore,figlio di Venere,si innamora della fanciulla Psiche(dal greco
“anima”),una giovane donna la cui bellezza faceva invidia alla stessa
Venere,che vedendo in lei una rivale(e qui ancora ritorna l’umanizzazione
degli Dei) vuole sbarazzarsene,conducendola su una rupe per darla in pasto
ad un drago. Tuttavia Amore corre in soccorso di Psiche,agendo così in
contrasto alla madre,e mettendo in salvo la fanciulla,la conduce nel suo
castello. Qui,senza mai poterne vedere il volto,Psiche sarebbe stata amata
ogni notte da Amore,e sarebbe stata servita da ancelle invisibili. Tuttavia,la
solitudine costante di Psiche venne colmata dalla possibilità di ospitare a
palazzo anche le sorelle di Psiche,che però spinsero la fanciulla alla
curiositas,un tema costante e pregnante in tutto il romanzo,che porta i
protagonisti,prima Lucio,poi Pscihe,alla rovina.
Psiche,spinta dalle sorelle,scorge il volto di Amore mentre sta
dormendo,innamorandosene perdutamente;tuttavia una goccia di
cera,caduta dalla lampada ridesta Amore,che scappa via. Allora,ecco che la
curiositas a ha condotto alla rovina la giovane Psiche che,da questo momento
in poi,così come è accaduto a Lucio,sarà costretta ad affrontare pericoli di
ogni genere,e prove durissime,per poi essere salvata,ancora una
volta,dall’intervento divino: Amore salva Psiche,e vengono così celebrate le
nozze.




Amore e Psiche è un gruppo scultoreo realizzato da Antonio Canova nel 1788
(e terminata nel 1793), esposta al Museo del Louvre a Parigi. Ne esiste una
seconda versione (1800-1803) conservata all'Ermitage di San Pietroburgo in
cui i due personaggi sono raffigurati in piedi e una terza (1796-1800),
sempre esposta al Louvre, in cui la coppia è stante. Delle tre versione, la
prima, cronologicamente parlando, è la più famosa e acclamata dalla critica.

L'opera rappresenta, con un erotismo sottile e raffinato, il dio Amore mentre
contempla con tenerezza il volto della fanciulla amata, ricambiato da Psiche
da una dolcezza di pari intensità.

L'opera rispetta i canoni dell'estetica winckelmanniana, infatti le figure sono
rappresentate nell'atto subito precedente al bacio, un momento carico di
tensione, ma privo dello sconvolgimento emotivo che l'atto stesso del
baciarsi provocherebbe nello spettatore. Questo è il momento di equilibrio,
dove si coglie quel momento di amoroso incanto tra la tenerezza dello
smarrirsi negli occhi dell'altro e la carnalità dell'atto. La scultura è realizzata
in marmo bianco, levigato e finemente tornito, sperimentando con successo il
senso della carne, che Canova mirava a ottenere nelle proprie opere. La
monocromia, in contrasto alla drammaticità e al pittoricismo barocco, è un
canone del neoclassicismo che Canova riprende per menomare la carica
espressiva.




L'opera Amore e Psiche del 1788 è un capolavoro nella ricerca d'equilibrio. In
questo squisito arabesco, infatti, le due figure sono disposte diagonalmente e
divergenti fra loro. Questa disposizione piramidale dei due corpi è bilanciata
da una speculare forma triangolare costituita dalle ali aperte di Amore. Le
braccia di Psiche invece incorniciano il punto focale, aprendosi a mo' di
cerchio attorno ai volti. All'interno del cerchio si sviluppa una forte tensione
emotiva in cui il desiderio senza fine di Eros è ormai vicino allo
sprigionamento.

L'elegante fluire delle forme sottolinea la freschezza dei due giovani amanti:
è qui infatti rappresentata l'idea di Canova del bello, ovvero sintesi di bello
naturale e di bello ideale.

La scena, tratta dalla leggenda di Apuleio, appartiene alle allegorie
mitologiche della produzione del Canova e per queste radici si accomuna al
gruppo di Apollo e Dafne, del Bernini, benché si differenzi dalle intenzioni di
quest'ultimo (che desiderava suscitare stupore e meraviglia), allorché in
Amore e Psiche si percepisce la tensione verso la perfezione classica ed una
protesta contro la finzione, l'artificio ed il vuoto virtuosismo barocco.
                               8.
                 L’amore come compassione:l’άγαπή




Arthur Schopenhauer,uno dei principali contestatori del sistema
hegeliano(insieme a Kierkegaard),ha guardato alla vita con un atteggiamento
nuovo,diametralmente opposto a quello che sarà poi di Nietszche; mentre
Nietszche contempla la nostra parte dionisica,spingendo gli uomini ad agire
seguendo l’esempio del Superuomo,Schopenhauer è il teorico della
noluntas,della non volontà quale unico mezzo per sfuggire al dolore del
mondo e della nostra esistenza.
Schopenhauer scorge tra le pieghe dell’animo umano,cerca una soluzione per
fermare quel dolore che è proprio di tutti noi,per fermare quel continuo
oscillare tra la noia e il dolore,che è la nostra vita. Dunque arriva a dare una
serie di soluzioni che alla fine,rivelandosi in qualche modo
erronee,porteranno all’ascesi e alla redenzione.
Ed è in questo percorso,in questo climax,che si configura l’amore,inteso come
filantropia,propriamente come compassione: questo è l’άγαπή(agape).
Il primo passo verso la soppressione della volontà,radice del male di vivere,è
la giustizia,vale a dire il riconoscimento degli altri come uguali a noi stessi.
Tuttavia la giustizia fa considerare gli altri come distinti da noi stessi,come
diversi da noi,per cui non rappresenta la strada giusta da seguire. Bisogna
oltrepassare la giustizia e avere il coraggio di eliminare ogni distinzione tra la
nostra individualità e quella degli altri,aprendo gli occhi sul fatto che tutti
siamo impastati della medesima sventura. Questo ulteriore passo è la
bontà,l’ άγαπή,l’amore disinteressato verso esseri che portano la nostra
stessa croce e vivono il nostro medesimo tragico destino. Bontà che
è,dunque,compassione,un sentire l’altrui dolore attraverso la comprensione
del nostro:”ogni amore è compassione”.
Schopenhauer pone proprio la compassione come fondamento
dell’etica,infatti scrive: “Vorrei stabilire la seguente legge:non apprezzare
obiettivamente gli uomini,con cui vieni a contatto,secondo il loro valore e la
loro dignità,e perciò sorvola sulla malvagità della loro volontà,sulla
limitazione del loro intelletto e della loro ragione: giacchè la prima potrebbe
facilmente destare il tuo odio e l’ultima il tuo disprezzo: ma che i tuoi occhi
non vedano in essi che i loro dolori,le loro miserie,le loro angosce,il loro
soffrire. Allora sentirai l’affinità che ad essi ti lega,proverai per essi simpatia
ed invece di odio e disprezzo sentirai per essi quella pietà che sola è άγαπή a
cui ci chiama l’evangelo.”
All’Agape si contrappone l’Eros,inteso come impulso sessuale finalizzato alla
riproduzione.
In ogni caso,però,anche la pietà,cioè il compatire,è pur tuttavia un patire. E
la via per sradicare in modo decisivo la volontà di vivere,e quindi il dolore,è
la via dell’ascesi,di quell’ascesi che fa sentire Schopenhauer vicino ai saggi
indiani e ai santi asceti del Cristianesimo. L’ascesi è l’orrore che si prova per
un mondo pieno di dolore. E “il primo passo nell’ascesi,o nella negazione
della volontà,è una libera e perfetta castità”. L’ascesi strappa l’uomo dalla
volontà di vita,dal legame con gli oggetti,ed è così che gli permette di
quietarsi. Quando la volutas diventa noluntas l’uomo è redento.
                             9.
                  L’amore come carità: Piccarda

L’amore costituisce uno dei temi fondamentali dell’opera poetica di
Dante:esso la attraversa interamente a partire dalle rime giovanili,passando
per la Vita Nuova,per arrivare fino alla Commedia.
E’ proprio nel poema che il tema amoroso e la rappresentazione del soggetto
femminile ad esso connessa trovano il loro significato più pieno,in una
grande varietà di modi.
Demonizzata dalla cultura altomedioevale,la donna viene riabilitata e
celebrata in primo luogo dalla letteratura cortese,che crea un vero e proprio
modello di comportamento per quel che riguarda il sentimento amoroso. Il
romanzo cavalleresco ci presenta un’immagine dell’amore come totale
dedizione alla donna,mentre la poesia provenzale esalta la dimensione del
desiderio. I trovatori cantavano per la prima volta il corpo della donna e la
componente fisica dell’amore. Lo stilnovo si interessarono alla componente
più spirituale del sentimento,concentrandosi sui suoi effetti,e si
preoccuparono di definire l’amore come un processo di elevazione
morale,innescato proprio dalla donna.
Ma diversa è concezione di Dante: egli interpreta l’amore come forma di
avvicinamento a Dio,che è a sua volta amore;è infatti definito,alla fine della
Commedia,come “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.




Nel III canto del Paradiso Dante concepisce l’amore come carità,presentato
grazie al personaggio di Piccarda Donati,che mette in luce la subalternità del
soggetto femminile nella società del suo tempo. Piccarda,così come Costanza
d’Altavilla,è resa oggetto di scambio dalle mire politiche dei fratelli,e
costretta a un matrimonio il cui valore sacrale risulta mortificato.
Piccarda è una donna piena di cortesia e umiltà,colpita dal male. Emerge
ancora una volta il quadro di una società violenta,basata sul
sopruso,esercitato anche all’interno della cerchia familiare e a danno dei
soggetti socialmente più deboli come le donne.
Piccarda Donati fu sorella di Forese,amico di Dante e poeta,e Corso,capo deo
Guelfi neri fiorentini. Si fece monaca entrando nel monastero di Santa Chiara
in Monticelli a Firenze;da qui venne tratta fuori con la forza dal fratello Corso
che la diede in moglie a Rossellino della Tosa,Guelfo nero,per sancire con lui
un’alleanza politica. Circolò a proposito una voce leggendaria,rfiutata da
Dante,secondo cui Piccarda,una volta sposata,fu colpita da una malattia
deturpante,che la preservò vergine fino alla morte.
Piccarda,che precisamente si trova nel primo cielo,quello della luna,tra gli
spiriti inadempienti ai voti, traduce il suo amore assoluto verso Dio in una
fuga dal mondo e dalle sue torture: “Dal mondo,per seguirla,giovinetta/
fuggi’mi,e nel suo abito mi chiusi/e promisi la via de la sua setta./Uomini
poi,a mal più ch’a bene usi,/fuor mi rapiron de la dolce chiostra:/Iddio si sa
qual poi mia vita fusi.”
La violenza dei rapporti sociali la raggiunge anche in convento e la costringe
a sacrificare,almeno esteriormente,il proprio amore per Dio. Dentro di
sé,infatti,il vincolo sacro persiste nella forma compiuta della carità. E’
questo,per Dante,il grado più alto del sentimento,quello che prepara al
raggiungimento della salvezza in Dio.




PARADISO III : IL CIELO DELLA LUNA
Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto,
di bella verità m'avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;        3


e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva' il capo a proferer più erto;   6


ma visïone apparve che ritenne
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.          9


Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,    12


tornan d'i nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille;     15
tali vid'io più facce a parlar pronte;
per ch'io dentro a l'error contrario corsi
a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.              18


Sùbito sì com'io di lor m'accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;       21


e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.           24


"Non ti maravigliar perch'io sorrida",
mi disse, "appresso il tuo püeril coto,
poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida,           27


ma te rivolve, come suole, a vòto:
vere sustanze son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.       30


Però parla con esse e odi e credi;
ché la verace luce che le appaga
da sé non lascia lor torcer li piedi".        33


E io a l'ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza' mi, e cominciai,
quasi com'uom cui troppa voglia smaga:                  36


"O ben creato spirito, che a' rai
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s'intende mai,           39


grazïoso mi fia se mi contenti
del nome tuo e de la vostra sorte".
Ond'ella, pronta e con occhi ridenti:         42


"La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a sé tutta sua corte.         45


I' fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l'esser più bella,      48


ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.      51


Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.    54


E questa sorte che par giù cotanto,
però n'è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto".     57


Ond'io a lei: "Ne' mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da' primi concetti:         60


però non fui a rimembrar festino;
ma or m'aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m'è più latino.      63


Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?".          66


Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch'arder parea d'amor nel primo foco:     69


"Frate, la nostra volontà quïeta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.                72


Se disïassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;        75


che vedrai non capere in questi giri,
s'essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri.    78


Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch'una fansi nostre voglie stesse;           81


sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.             84
E 'n la sua volontade è nostra pace:
ell'è quel mare al qual tutto si move
ciò ch'ella crïa o che natura face".     87


Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo è paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d'un modo non vi piove.                 90


Ma sì com'elli avvien, s'un cibo sazia
e d'un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia,         93


così fec'io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola.           96


"Perfetta vita e alto merto inciela
donna più sù", mi disse, "a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,         99


perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch'ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.         102


Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi' mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua setta.    105


Uomini poi, a mal più ch'a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.     108


E quest'altro splendor che ti si mostra
da la mia destra parte e che s'accende
di tutto il lume de la spera nostra,   111


ciò ch'io dico di me, di sé intende;
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l'ombra de le sacre bende.         114


Ma poi che pur al mondo fu rivolta
contra suo grado e contra buona usanza,
non fu dal vel del cor già mai disciolta.         117


Quest'è la luce de la gran Costanza
che del secondo vento di Soave
generò 'l terzo e l'ultima possanza".         120


Così parlommi, e poi cominciò 'Ave,
Maria' cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.         123


La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio,      126


e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgorò nel mïo sguardo
sì che da prima il viso non sofferse;     129


e ciò mi fece a dimandar più tardo.
                            10.
               La notte: complice degli amanti
            (il cielo e le sue rappresentazioni notturne)




Adriano scrive: “Sin dalle notti della mia infanzia,quando col braccio
levato,Martullino m’indicava le costellazioni,l’interesse per le cose del cielo
non mi ha mai abbandonato. Al campo,durante le veglie forzate,ho
contemplato la luna che corre tra le nubi dei cieli barbari;più tardi,nelle
limpide notti dell’Attica,ho ascoltato l’astronomo Terone di Rodi spiegarmi il
suo sistema del mondo;disteso sul ponte d’una nave,in pieno Egeo,osservavo
il lento moto oscillante dell’albero maestro spostarsi tra le stelle,andare
dall’occhio acceso del Toro al pianto delle Peladi,dal Pegaso al Cigno;e ho
risposto come meglio sapevo alle domande serie e ingenue del giovinetto che
contemplava quello stesso cielo con me.(…) Una volta,nella mia vita,ho
offerto il sacrificio d’un intera notte alle costellazioni: disteso supino,gli occhi
bene aperti,tralasciando per qualche ora ogni pensiero umano,mi sono
abbandonato dal tramonto all’aurora a quel mondo di cristallo e di fiamma. E’
stato il più bello dei miei viaggi.(…)La notte,non è mai così totale come
credono coloro che vivono e dormono nelle stanze,si fece più cupa,poi si
rischiarò.”
                                       11.

                  LA LIBIDO E L’IMPULSO SESSUALE:
                  una conquista della psicoanalisi
                  (il bambino: un perverso polimorfo)




Sigmund Freud è l’ideatore della psicoanalisi,una nuova tecnica,prima
sconosciuta,che permetteva di indagare,o meglio di sondare scientificamente
l’animo umano,i suoi complessi meccanismi e le sue difese:nasce,con Freud,il
concetto di inconscio.
Ciò che passa nella storia di un individuo,sia che egli ne sia stato
cosciente,sia che non abbia sospettato nulla,non scompare,come gli strati
successivi di una città plurisecolare,benché spesso non visibili,tuttavia
esistono;così anche la psiche è stratificata. E il dimenticare,lo sbagliare,i
sogni,le nevrosi,le amnesie,i lapsus,trovano la loro spiegazione in pulsioni
respinte e in desideri rimossi dall’inconscio,ma non cancellati.

Ma ecco un problema inevitabile:perché certe pulsioni vengono
respinte,perché certi desideri e certi ricordi sono a disposizione della
coscienza,mentre altri paiono essere,almeno in apparenza,sottratti ad essa e
rimossi nell’inconscio?
La ragione di ciò,risponde Freud,è da trovare nel fatto che si tratta di pulsioni
e di desideri in palese contrasto con i valori e le esigenze etiche proclamate e
ritenute valide dall’individuo cosciente. Per cui quando c’è incompatibilità
tra l’io cosciente e certe pulsioni e certi desideri,allora entra in azione una
sorta di repressione che strappa queste cose vergognose dalla coscienza e le
trascina nell’inconscio,da dove una continua censura cerca di non farli
riaffiorare alla vita cosciente.
E rimozione e censura entrano in azione per il fatto che devono agire su
desideri e ricordi di natura principalmente sessuale,e quindi su cose
vergognose da non dire e da cancellare. Freud,pertanto,riconduce tutta la
vita dell’uomo ad una originaria libido,cioè ad una energia connessa
principalmente al desiderio sessuale.
La sessualità repressa esplode in malattia,ma ritorna,spesso,anche nei sogni.
E proprio analizzando questi sogni,Freud scopre la sessualità infantile. Sono i
sogni degli adulti che,infatti,rimando di frequente a desideri
inesauditi,desideri inappagati della vita “sessuale infantile”.
Il bambino non è privo di istinti,e tanto meno privo di pulsioni erotiche. “La
funzione sessuale esiste(…)fin dall’inizio.” Il fanciullo,dice Freud,presenta
dall’età più tenera le manifestazioni di questo istinto,”egli ha con sé queste
tendenze venendo al mondo,ed è da questi primi germi che nasce,nel corso di
un’evoluzione piena di vicissitudini e con numerose tappe,la sessualità detta
normale dell’adulto.”
Dapprima,la sessualità infantile è indipendente dalla funzione riproduttiva,al
servizio della quale si metterà più tardi. Essa serve,piuttosto,a procurare
molti tipi di sensazioni piacevoli,pertanto il bambino,non è puro ed innocente
come aveva detto Pascoli,ma è anzi un perverso polimorfo.




“La principale fonte del piacere sessuale infantile è l’eccitazione di certe parti
del corpo particolarmente sensibili,oltre che degli organi sessuali: la
bocca,l’ano,l’uretra così come l’epidermide ed altre superfici sensibili.” La
sessualità infantile è quindi “auto-erotismo” che si manifesta come
“conquista del piacere” che trova in “zone erogene” del corpo l’oggetto
stesso del piacere. Un primo grado di organizzazione degli istinti sessuali
infantili “compare sotto il predominio delle componenti orali “,nel senso che
la suzione o poppata dei neonati è un buon esempio di soddisfazione auto-
erotica procurata da una zona erogena(è questa la fase orale e copre il primo
anno di vita);segue poi una fase anale,dominata dal piacere di soddisfare lo
stimolo delle evacuazioni(la fase anale copre il periodo del secolo e del terzo
anno di vita);solo la terza fase(fase fallica:4-5 anni)porta con sé il primato
dei genitali,nel senso che il bambino cerca godimento nel toccarsi i genitali,e
prova un nuovo e particolare interesse per i genitori. Il bambino scopre il
pene e a questa scoperta si accompagna la paura di perderlo(complesso di
castrazione). E le bambine provano quella che Freud chiama “invidia del
pene”.

Questi “complessi” possono riaffacciarsi nell’età adulta,ed essere causa di
nevrosi. Spesso,infatti,il bambino concentra sulla persona della madre i suoi
desideri sessuali e concepisce impulsi ostili contro il padre,considerato come
un rivale: si forma un complesso che è destinato ad una rapida rimozione,il
complesso di Edipo,che ha il suo correlativo inverso nel complesso di Elettra.
Nell’impossibilità di soddisfare il suo desiderio,il bimbo si assoggetta a quel
competitore,il genitore di cui è geloso e costui diviene il suo padrone
interiore.
Allo stadio fallico segue un periodo di latenza “durante la quale sorgono le
formazioni reattive della morale,del pudore e della ripugnanza”. Tale periodo
di latenza dura fino alla pubertà,quando entrano in funzione le ghiandole
sessuali e l’attrazione verso l’altro sesso porta all’unione sessuale. Siamo
così nel periodo propriamente genitale.
                                12.
       Pascoli e il fanciullino: la poetica della meraviglia
                (Il bambino come pura creatura)




La poetica di Pascoli è strettamente connessa all’immagine del bambino. Lui
stesso è stato,molte volte,accusato di infantilismo(Croce ha detto di Pascoli:
“ E’ sempre in bilico tra il pasticcio e il capolavoro”). Infatti,come hanno
anche ritenuto Sanguineti e Salinari,Pascoli è rimasto ai suoi 12 anni,e con
tenacia ha continuato a voler vivere un’epoca passata della sua
vita:l’infanzia.
Tale atteggiamento era stato anche di Leopardi,eppure,mente in Leopardi
c’era stato un culto per l’infanzia,dovuto alla consapevolezza che solo in
quell’epoca della nostra vita possiamo illuderci e dunque essere felici,Pascoli,
con morbosa ostinazione,resta legato alle sue origini,al “nido” tanto spesso
agognato,come i rondini di “X Agosto”. Pascoli vorrebbe rivivere un passato
ormai andato,una fase brutalmente conclusa della sua vita,finita
quando,ancora bambino,aveva visto il corpo del padre,morto,riverso sulla
famosa “cavallina storna”. In quel momento la sua vita s’era fermata,Pascoli
bambino è rimasto tale,con gli stessi atteggiamenti e le stesse paure,con la
stessa meraviglia negli occhi. Allora,nel tentativo di far rivivere il focolare
domestico,ormai spentosi sotto i colpi di gravi e continui lutti,Pascoli crea un
legame estremamente forte,quasi al limite dell’incesto,con la sorella
Mariù,che diviene l’immagine di una madre,della donna a cui tutti i bambini
fanno riferimento e di cui si innamorano per la prima volta. E quasi in un
complesso edipico,Pascoli vede nella sorella la forma suprema della
donna,l’unica,l’unica,in definitiva,che lui potrebbe amare. Così,l’amore è
inteso in senso familiare,e anche il sesso viene vissuto in modo infantile;
Pascoli,come un bambino,che per la prima volta scopre il sesso,da un lato ne
è attratto,dall’altro però,lo vive come un peccato,quasi fosse un tradimento
alla famiglia,alla sorella.
L’immagine stessa del bambino cambia: se per Freud sarà perverso polimorfo
in Pascoli il fanciullino è un essere puro,che guarda al mondo per la prima
volta,dunque con interesse e meraviglia,poiché per lui tutto è nuovo e
diverso,tutto è interessante ed eccitante.
E quel fanciullino altri non è che lo stesso Pascoli,rimasto bambino per
sempre;così si spiegano,come ricorda Salinari,molti infantilismi della sua
poesia,come le continue e ridondanti onomatopee,tanto odiate da Croce.
                               13.
                “Ho scritto lettere piene d’amore”
              (quando l’amore sopravvive alla tragedia)




Ungaretti,iniziatore e maestro riconosciuto dell’ermetismo,procede da
un’iniziale rivolta contro le forme poetiche tradizionali,a una lenta e faticosa
realizzazione di volontà di canto che lo porta a riconquistare,rinnovandolo,il
tradizionale endecasillabo. Sul piano umano la strada percorsa va da
un’iniziale constatazione della solitudine e del dolore dell’uomo,alla
drammatica riconquista delle certezze offerte dalla fede tradizionale,alla
coscienza di ripercorrere,nell’esperienza dolorosa della propria esistenza,una
strada che è comune a tutti gli uomini.

Nei versi della sua prima raccolta,Il porto sepolto,è visibile già un aspetto
fondamentale nella poesia di Ungaretti: lo stretto legame tra poesia ed
esperienza biografica,il reciproco condizionarsi tra impegno umano e
sperimentazione formale. Tale tendenza,è molto evidente riguardo
all’esperienza della guerra,che viene affrontata diversamente dai poeti
precedenti,non con la magniloquenza d’annunziana,né con i dimessi moduli
crepuscolari. La scoperta della precarietà della condizione umana in tale
situazione (si sta/come d’autunno/su gli alberi/le foglie)e della fraternità
che quella comune esperienza riporta alla luce (di che reggimento
siete,fratelli?)comporta il ripudio di ogni esperienza metrica precedente: è
una scelta etica prima che poetica.

Tra le più famose e struggenti poesie,realizzate sul tema del conflitto,ricordo
Veglia,scritta al fronte l’antivigilia di Natale.
                                            Un’intera nottata
                                            buttato vicino
                                            a un compagno
                                            massacrato
                                            con la sua bocca
                                            digrignata
                                            volta al plenilunio
                                           con la congestione
                                           delle sue mani
                                            penetrata
                                            nel mio silenzio
                                            ho scritto
                                            lettere piene d’amore

                                           Non sono mai stato
                                           tanto
                                           attaccato alla vita

La poesia è costituita da due strofe di diversa lunghezza. La prima,di 13
versi,è costituita da un unico e ininterrotto fluire del discorso poetico,che
insiste sulla crudezza della situazione: la vicinanza con il cadavere sfigurato
e deformato di un compagno caduto,nella notte sconvolta e allucinata.
Spoglia di ogni retorica e di ogni eroismo,la guerra appare ridotta a questo
macabro confronto,rivelandosi in tutto l’orrore della sua crudeltà. Tuttavia,il
componimento si conclude in maniera inattesa,ossia con la riscoperta
dell’amore. Ungaretti ribadisce,con gli ultimi tre versi,il suo attaccamento
alla vita,che nasce proprio da quel contatto diretto,e quasi eccessivo,con la
morte.




                    LA PRIMA GRANDE GUERRA
                       (un conflitto di trincea)
                                  14.
                      IL MAGNETISMO DEI CORPI
                      (Quando si ama uno sguardo)




Prima ancora di amare una persona,per diversi motivi più o meno
comprensibili,per le parole,i gesti,la natura del suo carattere,ci si innamora
delle sue fattezze,del corpo,dei contorni del suo viso e delle sue membra.
Amare vuol dire potersi guardare in un altro,e sentire quello strano
magnetismo,per cui si capisce di potersi fidare e di appartenere ad un'altra
persona. E’ alienazione,entrare in un altro,essere altro da sé. E’ perdere se
stessi negli occhi di un altro. Questo è amare. Ma non solo.
L’attrazione tra i corpi,il magnetismo degli sguardi,riguarda un amore che è
ancora giovane ed indeciso: quando,inavvertitamente,si comprende
l’importanza del proprio sentimento,il magnetismo resta,certo,ma ad esso si
aggiunge una complicità che va oltre i corpi,e che diventa dell’anima.
CONCLUSIONE:
Così,ho scoperto di amare naturalmente,e ho abbandonato ogni possibile
progetto di studi. L’amore non è una scienza. Non esistono manuali,né teorie
che reggano,agli eventi del mondo.
Così,ho compreso che in principio,ancora prima della luce e dei mari,c’era
l’amore. La volontà di creare e perseverare:nulla di diabolico, questo è
l’amore.




                                          ELVIRA BUONOCORE VD




     Elvira Buonocore
     Viale Trieste ,Palazzo Russo n°191
     Pagani (SA)

								
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