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LINGUA, MENTE, SOCIETA'

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LINGUA, MENTE, SOCIETA'

9-IV-2003-04-12







G.Bini





LA PSICOLINGUISTICA

La psicolinguistica riguarda argomenti relativi al rapporto fra la mente (o: il cervello, secondo certi

punti di vista) e la lingua: l'uso della lingua (nella parole secondo la terminologia saussuriana, cioè

l'uso individuale), l'acquisizione del linguaggio (che è un argomento di psicologia dell'età evolutiva),

il rapporto fra l'attività linguistica e le sue basi cerebrali, argomento tipicamente psicologico, le

patologie del linguaggio (neurologia etc .).

Un tipico problema psicolinguistico è quello del rapporto fra pensiero e linguaggio. E' nota la

cosiddetta ipotesi Sapir-Whorf (anni 30) secondo la quale, per così dire, come parliamo così

percepiamo il mondo; il linguaggio modella il pensiero. Qualcuno osservò nell'800 che se Aristotele

avesse parlato cinese le categorie della sua logica, che derivavano dalle categorie grammaticali del

greco, sarebbero state diverse. Per Chomsky, come s'è detto, esiste una grammatica universale

sopecie-specifica alla quale corrispondono strutture superficiali tipiche delle varie lingue; gli esseri

umani sono provvisti in modo innato della capacità, collegata con l'uso della lingua, di formare i

concetti, cioè di organizzare il pensiero.

Per Émile Benveniste (Problemi di linguistica generale [1966], Milano, Il Saggiatore, 1994)

non potrebbe esistere pensiero senza linguaggio; la conoscenza del mondo è determinata

dall'espressione che essa riceve. Il linguaggio riproduce il mondo sottomettendolo alla propria

organizzazione. Pensare e parlare, scriveva nel 1958, paiono due attività distinte, ma quello che

vogliamo dire o quello che abbiamo in mente, insomma il nostro pensiero è un contenuto molto

difficile da definire in sé. Questo contenuto riceve forma quando viene enunciato, e solo allora. Riceve

forma dalla e nella lingua, che è la matrice d'ogni espressione possibile; non può separarsene, non può

prescinderne. La lingua dà forma al contenuto del pensiero, che per essere comunicato deve passare

per la lingua e assumerne gli schemi. La forma linguistica è perciò non solo condizione di

trasmissibilità ma in primo luogo condizione di realizzazione del pensiero. Le categorie di Aristotele

(Categorie, IV) hanno base nella lingua, sono la trasposizione di categorie di lingua. La lingua

fornisce la configurazione fondamentale delle proprietà che la nostra mente riconosce nelle cose

(Chomsky chiama universali linguistici i princìpi universali che determinano la struttura d'ogni

linguaggio).

Per Vygotskij pensiero e linguaggio hanno radici genetiche completamente diverse; il bambino

nel suo sviluppo attraversa una fase di pensiero preverbale, ma ben presto il linguaggio diventa

intellettivo e il pensiero diventa verbale, le due linee di sviluppo s'intersecano.

La priorità (logica) del linguaggio sul pensiero è affermata con forza da Saussure (Corso di

linguistica generale [1906-1911], Roma, Bari, Laterza, 1978, pag. 136):





Psicologicamente, fatta astrazione dalla sua espressione in parole, il nostro pensiero non è che una massa amorfa e

indistinta. Filosofi e linguisti sono stati sempre concordi nel riconoscere che, senza il soccorso dei segni, noi saremmo

incapaci di distinguere due idee in modo chiaro e costante. Preso in se stesso, il pensiero è come una nebulosa in cui niente

è necessariamente delimitato. Non vi sono idee prestabilite, e niente è distinto prima dell'apparizione della lingua .







Abbiamo una mente, dice Cimatti, perché parliamo e pensiamo col linguaggio. La nostra

mente ha natura linguistica, e l'animale uomo si distingue dagli altri perché sa parlare. Inoltre abbiamo

un'autocoscienza ed essa è sempre mediata dal linguaggio. Senza l'"io" come posso sapere che ciò che

accade riguarda me?

Il legame fra pensiero e linguaggio, e la priorità di questo su quello, era sostenuta dagli

psicologi sovietici (un'ampia antologia in S. Tagliagambe (a cura di), Materialismo e dialettica nella

filosofia sovietica, Torino, Loescher, 1979).





Pensiamo in una lingua naturale, si chiede Pinker, o usiamo la lingua solo per comunicare?

Secondo il determinismo linguistico di Sapir-Whorf i pensieri sono determinati dalle categorie rese

disponibili dalla loro lingua, e le differenze di pensiero sono determinate dalle differenze linguistiche.

Tutta questa credenza, secondo Pinker, deriva da una sospensione collettiva dell'incredulità, che non

consente di comprendere che il pensiero è diverso dal linguaggio, e che il determinismo linguistico è

un'assurdità. Come si spiegherebbe, se pensiero e linguaggio coincidessero, la capacità di pensare in

persone afasiche per danno cerebrale, in bambini sordi che inventano un linguaggio col quale

comunicare, in bambini non ancora parlanti, in scimmie delle quali si può dire che pensano, in adulti i

quali ritengono che il meglio dei loro pensieri sia prodotto senza ricorrere a parole? Ci sono infatti dei

fisici i quali sostengono che il loro pensiero è di tipo geometrico, non verbale, come Einstein. Watson

e Crick concepirono la doppia elica del DNA per via d'immagini.

William James rammenta l'esperienza del dimenticare un nome, oppure quella dell'

"intenzione" di dire una cosa. In questi casi si tratterebbe di pensieri non linguistici..





Altri chiedono: come farebbero, se pensiero e linguaggio coincidessero, quelli che parlano

lingue diverse a sapere che percepiscono gli stessi oggetti? Come faceva l'Uomo a pensare prima che

comparisse il linguaggio? Come poteva svilupparsi una struttura complessa come il linguaggio senza

che esistesse una capacità di pensiero? Secondo Job e Rumiati vi sono prove che il linguaggio è

sottoposto a vincoli propri del sistema cognitivo o perché il linguaggio è determinato dal pensiero

(oppure anche, in un'altra ipotesi, perché il linguaggio, pur condividendo col pensiero una serie di

vincoli, è caratterizzato anche da aspetti peculiari non riconducibili al pensiero).





LA SOCIOLINGUISTICA

Secondo Berruto, la sociolinguistica studia la diversità e la varietà delle. lingue attraverso il

tempo, lo spazio, le classi sociali, le situazioni sociali. Come dicono altri, studia chi parla quale varietà

di quale lingua quando, a proposito di che cosa e con quali interlocutori; come, perché e dove,

aggiunge Berruto. Insomma, la sociolinguistica studia i vari aspetti dell'uso sociale della lingua. Ha

rapporti stretti con la sociologia, com'è ovvio, ma anche con la semiologia, la semantica (il significato

ha in un certo senso un carattere sociale) e la pragmatica (il linguaggio ha carattere sociale nei suoi

effetti). Si potrebbe collegare la sociolinguistica a certi studi della scuola di Cavalli-Sforza

(L.L.Cavalli-Sforza, P.Menozzi, A.Piazza, Storia e geografia dei geni umani, Milano, Adelphi, 1997)

che tengono conto anche del fattore linguistico per un esame della ripartizione genetica delle

popolazioni: la lingua apparirebbe come un fattore culturale che segue una trasmissione parallela a

quella dei geni. La correlazione fra "albero genetico" e "albero linguistico" apparirebbe statisticamente

significativa.

Appartiene alla sociolinguistica, per certi aspetti dello studio sull'uso sociale della lingua (e

dei linguaggi) il riferimento a codice (regole d'interpretazione dei segni linguistici), registro e

sottocodice (varietà funzionali-contestuali; si pensi quanto differisce la stessa frase detta da un partner

all'altro, da un genitore al figlio, da un figlio a un genitore, da persone che hanno rapporti

confidenziali, da insegnante ad alunno/a, da alunno/a a insegnante, anche se - questo pure, del resto, è

un argomento sociolinguistico - molte di queste differenze linguistiche e semiologiche sono

cambiate), ai linguaggi settoriali, ai linguaggi tecnici, al carattere più o meno formale e più o meno

informale dei registri, all'italiano regionale, ai dialetti. Gli studiosi di questi problemi (si vedano ad

es. Berruto e Berretta, Lezioni di sociolinguistica e di linguistica applicata, Napoli, Liguori, 1977; L.

Coveri, in L.Coveri, A.Giacalone Ramat, L'educazione linguistica nella scuola media, Firenze, La

Nuova Italia, 1979) sottolineano l'importanza di far apprendere la lingua nazionale (come veicolo di

comunicazione normale e generale, come mezzo di riscatto sociale e progresso culturale, ma con un

atteggiamento relativistico, non pensando all'italiano come strumento di lotta alle forme "minori" di

comunicazione).

Un argomento di sociologia dell'educazione sempre attuale riguarda il rapporto fra classe

sociale e insuccesso scolastico. Alla teoria "liberale" dell'istruzione secondo cui questa è una nobile

gara nella quale vincono i "capaci e meritevoli" l'esperienza contrappone i risultati di un processo

selettivo in atto nella scuola che ha come risultato più l'emarginazione dei meno favoriti che la

promozione culturale e sociale dei "più adatti".

Sono state indicate molte cause della selezione scolastica (e sociale), come il ruolo della

famiglia, la presenza o assenza di motivazione allo studio, il possesso o meno di doti "naturali".

L'inizio dello studio di questi aspetti dell'uso sociale della scuola risale almeno agli anni 30-40 ma essi

ebbero uno sviluppo molto ampio dagli anni 60 in poi. Un legame molto stretto fra situazione sociale

(linguistica) e successo scolastico fu indicato dal sociologo britannico Basil Bernstein, per il quale la

padronanza della lingua è alla base del successo scolastico. Chi usa il linguaggio formale (gli

appartenenti ai livelli sociali medi e medio-superiori) può esprimersi con un più alto grado di

selezione e variazione dei contenuti linguistici. L'uso del linguaggio pubblico (appartenenti alla

working class) si orienta verso l'uso di concetti "descrittivi" piuttosto che "analitici" e abitua a

rispondere ad un limitato tipo di stimoli. La scuola privilegia il primo tipo di linguaggio, per il quale

gli appartenenti alle classi medie e superiori sono già abituate e' perciò si trovano favoriti. In seguito

Bernstein ha fatto uso di termini diversi: codice ristretto e codice elaborato ed ha poi precisato che i

"codici" ai quali si riferiva erano più sociolinguistici che linguistici. Il "codice sociolinguistico"

riguarda la strutturazione sociale dei significati e le loro diverse ma connesse realizzazioni linguistiche

e concettuali. La competenza linguistica ha origine biologica, cioè tutti hanno accesso all'atto creativo

rappresentato dal linguaggio; l'esecuzione, la performance ha un carattere sociale. Il processo di

socializzazione è un processo di controllo attraverso cui una particolare coscienzsa morale, cognitiva,

affettiva è evocata nel bambino e fornita di forma e contenuto specifici; solo una parte della

popolazione storicamente è stata socializzata nella conoscenza fino al livello dei metalinguaggi di

controllo e innovazione; il resto è stato socializzato a livello delle operazioni legate al contesto, dei

significati particoloaristici, non universalistici, comuni a tutti. Le forme di socializzazione orientano

verso codici sociolinguistici che controllano l'accesso a significati relativamente dipendenti o

indipendenti dal contesto. I codici elaborati orientano verso significati universalistici, i codici ristretti

verso significati particolaristici.

Una lunga bibliografia ed anche il ricordo di chi non è giovanissimo richiamano molti concetti

legati alla concezione non solo della scuola come agente di selezione, come si diceva negli anni 70,

"di classe", ma anche della selezione come dovuta in particolare a difficoltà nell'acquisto d'un

linguaggio sufficientemente "ricco" e perciò adatto alle esigenze dell'apprendimento e del successo

scolastico. Una discussione più tecnica riguardò il concetto, da molti contestato, di "deprivazione

linguistica", che qui possiamo trascurare (parlare di linguaggio "ricco" e "povero", invece,

probabilmente è utile. Esempi: è povero il linguaggio che fa molto uso del discorso diretto e trascura

il discorso indiretto, della paratassi, che è diffuso e manca di condurre il contenuto a sintesi, che viene

usato quasi esclusivamente in forma parlata e si ha difficoltà a rendere in forma scritta etc. Esempi di

linguaggio ricco: presenza diffusa di discorso indiretto, ipotassi; è sintetico e complesso, sorretto da

adesione consapevole a regole sintattiche, usato senza eccessivo timore della forma scritta etc.

Linguaggio "ricco" e "povero" è detto in relazione all'esperienza dell'apprendimento scolastico; di per

sé, un linguaggio "povero" può non essere povero).

Un problema da tener presente in queste riflessioni sociolinguistiche riguarda l'esperienza del

tirocinio. Nella riunione d'una commissione del team di tirocinio, l'11 febbraio 2003 la dr. Pieri ha

sottolineato che nel tirocinio (indiretto) si dovrebbero prendere in considerazione nella loro realtà

effettiva le situazioni diverse (per contenuto culturale e per linguaggi) affrontate da insegnanti e

corsisti di diverse materie in scuole dove, occupandosi di argomenti diversi, si parla la stessa lingua.

Il problema sarebbe: nell'organizzare il (e riflettere sul) tirocinio curare di più l'attenzione da rivolgere

al tipo di linguaggio ("scolastico"-"colto", di registro relativamente elevato) con cui si comunica a

scuola, alle specificità e agli aspetti comuni etc.





La Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana può essere letto anche come un lavoro

sociolinguistico oltre che come un manifesto politico.





Per concludere: a parte la discussione sullo "svantaggio linguistico" (su questo tema si possono

vedere gl'interventi di Berruto e De Mauro in "E’ la lingua che ci fa uguali”):





non è compito nostro risolvere la questione del rapporto fra pensiero e linguaggio.

C'interessa però sapere che le possibilità di sviluppo del pensare e del ragionare si appoggiano sul

possesso della competenza linguistica (in tutti i linguaggi)





queste possibilità relative all'acquisto di un'ampia competenza linguistica sono vaste in

tutti i bambini e le bambine "normali" in modo relativamente indipendente dalla collocazione sociale,

ma tendono a perdersi se non vengono curate e incrementate





lo sviluppo della lingua (e dei linguaggi) è in molta parte conseguenza di un'attenzione

alla loro comprensione, cioè d'una piena adesione ad esigenze semantiche e semiologiche, che è a sua

volta premessa dell'acquisto di competenza linguistica produttiva

questo sviluppo dipende anche, molto, da una ricchezza d'esperienza cognitiva

(e pratico-cognitiva) e, all'interno di questa, della presenza continua dell'attenzione allo sviluppo di

capacità di sintesi





il possesso della capacità di comprendere e "organizzare" conoscitivamente e

linguisticamente il mondo e di produrre ragionamenti complessi è condizione per l'elaborazione d'un

pensiero adeguato alla complessità del mondo. In questo senso davvero pensiero e linguaggio sono

uniti





queste ovvie consapevolezze sono complicate dalla presenza di proposte e pratiche di

uso di linguaggi sintatticamente, semanticamente, pragmaticamente, semiologticamente potenti che, al

limite, si pongono come modelli di funzionamento della mente in alternativa al modello tradizionale

del libro, della pagina a stampa, che risponde ad un millenario modello e a sua volta modella la mente.

Detto in breve, e male: ragionare "multimedialmente" è lo stesso che ragionare sequenzialmente

secondo lo schema parlato-scritto tradizionale, o è diverso? Se è diverso, sono due schermi di

ragionamento e di espressione-comunicazione compatibili fra loro? Se non lo sono, che succede?





Mah!





APPUN TI BIBLIOGRAFICI



MP.L.Altieri Biagi, Linguistica essenziale , Milano, Garzanti, 1985; E.Benveniste, Problemi di linguistica

generale, Milano, Il Saggiatore, 1994; B.Bernstein, Classi sociali e sviluppo linguistico: una teoria

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B.Bernstein, Struttura sociale, linguaggio e apprendimento, in A.H.Passow, M. Goldberg, A.J.Tannenbaum (a

cura di), L'educazione degli svantaggiati, Milano, Angeli, 1976; B.Bertnstein, Classe sociale, linguaggio e

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Il Mulino, 2000; B.Bernstein, Classe e pedagogia; visibili e invisibil, in E.Becchi (a cura di), Il bambino

sociale, Milano, Feltrinelli, 1979; B.Bernstein, I codici pedagogici e la loro modalità di pratica, in "Scuola

democratica", n° 1, 1997; B.Bernstein, Codici, modalità e il processo di riproduzione culturale, in AA. VV.,

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sviluppo del linguaggio, Bologna, Il Mulino, 23001; R.Cardona, Sociolinguistica, Torino, Loescher, L987;

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Bologna, Il Mulino, 1978; D.I.Slobin, Psicoloinguistica, Firenze, La Nuova Italia, 1975.


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