SPAZIO PUBBLICO :
nozione corrente e sua permanenza attraverso le modificazioni
simboliche e di uso nella città contemporanea
Michele Sernini
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1. Alcune formule correnti.
Si esaminano qui criticamente due facili formulette che partono da
modificazioni e trasformazioni anche di lunga data della società e della città,
ma non danno conto della città del novecento ancora esistente, e suppongono
un meccanico e immediato riflesso spaziale di alcune modificazioni sociali, o
un urgente compito degli architetti di sovradeterminare quelle modificazioni
interpretando "lo spirito del tempo". Esse non rappresentano per intero la
situazione attuale - che contiene molti consistenti e vitali residui moderni -
come invece potrebbe credere chi si occupa solo delle tendenze e delle
innovazioni e le usa per definire tutto il sociale e tutta la realtà.
Le formulette sono: 1) non pensiamo più alla piazza, la piazza e la città sono
cose superate; 2) lo spazio pubblico "degli anni 90" è cambiato (quindi deve
cambiare se ancora non l'ha fatto), sia requie per lui1, e dunque il "nuovo modo"
di fruire e progettare gli spazi pubblici, come del "nuovo modo" di abitare o di
insediarsi sul territorio negli anni 90, è tout court, a partire da qualche miste-
riosa data recente, totalmente immediatamente e definitivamente la "città-
territorio" contemporanea. Alcuni oracoli la acclamano come la "città
emergente", e la elevano a modello ignorando i rilievi che a quella ipotesi
vengono mossi. Un documento francese di vent'anni fa2, già criticato - e
resistibile se si pensa che dalla teoria urbanistica non discendomo
necessariamente le modalità della pratica del fare o non fare il piano e dare al
piano certi o altri contenuti3 - aveva delineato l'abitare peri-urbano ma aveva
anche mostrato l'intenzionalità politica antiurbana che lo nutriva:
disurbanamento intenzionale della vecchia urbanistica e controurbanizzazione
spontanea degli ultimi vent'anni finiscono per convergere. Troviamo anche un
tramite storico: la dispersione agevolata dalla tecnologia è sogno urbanistico
già in Giovannoni negli anni '30. Troviamo anche una convenienza: per gli
urbanisti ad assecondare i fatti dell'insediamento disperso: 1) poichè i fatti
avvengono da sè, non occorre il controllo dei suoli; 2) se qualcosa di
sgradevole ne risulta, se ne potrà incolpare la tecnologia e non l'urbanistica. E
troviamo in fondo anche una disattenzione perversa: i nemici dell'urbano - che
si annidano in città - anelano forse a realizzare la "previsione" di Mumford
secondo la quale se tutti hanno l'auto e vogliono arrivare in auto a casa propria
ciò equivale al diritto di distruggere la città.
Chi prende a modello la "città emergente" vuole trasformare subito in realtà
una tendenza, come se non vi fossero tempi intermedi per riconoscere, accanto
all'emergente, anche l'esistente e ben reale e abitata città moderna4, solo perchè
non quadra con le conseguenze delle analisi sul "postfordismo" proprio del
capitale flessibile contemporaneo. Gli studiosi o gli artisti che si occupano
delle tendenze ma che non cambiano il proprio modo di vivere forse hanno
fretta di affossare l'esistente e di costringere gli altri a cambiar vita.
.
1
2. Quattro modi.
A proposito della piazza, sono invecchiate le 3 proposte più correnti degli
ultimi decenni:
a) non parliamo più di piazza, perchè è superata, al pari della città. Superata
dall'organizzazione della città o post-città contemporanea. L'unico senso
accettabile della proposta è che oggi non occorre fare piazze nuove, non c'è più
una ragione per le piazze con i loro grandi spazi celebrativi o di mostra, di
assemblea o di mercato. Lo spazio pubblico per l'interazione sociale può invece
essere benissimo la ben più invincibile strada5. Ciò non toglie che le piazze
esistenti siano un patrimonio prezioso, quasi sempre usato ancor oggi. Parlare
di piazza ha ancora senso, con un'avvertenza: se la piazza non c'è, non occorre
farla, certe piazze recentissime sono quanto mai desolate, e penosi sono i
tentativi di riempirle o di costringervi usi sociali; se la piazza c'è, va tenuta
bene, curata, lasciata vivere per il pubblico che ne fa un uso attuale corrente.
Solo se abbandonata dagli usi si porrà il problema di cosa farne o di
"rivitalizzarla".
b) ricostituiamo la piazza com'era, rifugiandosi dunque in un mitico prima che
non si sa mai a quando risalga (epoca classica? medioevo? rinascimento?
settecento?). Si rinnegano le modificazioni architettoniche delle piazze operate
nell'ottocento, che ha avuto la sua storia e i suoi motivi funzionali o celebrativi
per farle. Analogamente, si afferma che la città è già invivibile dopo la fine
settecento e l'abbattimento delle mura, e recuperando o reinventando un passato
secentesco o medievale si interrompe - con un falso storicismo - il flusso
continuo delle presenze costruite lungo tutta la storia.
c) riempiamo le piazze di spesso brutti e inutili oggetti e leziosi arredi,
inventiamo salottini urbani pre e insieme post qualchecosa, immaginando che
le aspirazioni degli abitanti siano di vedere modificato un paesaggio urbano
caro comodo e consueto che viene spacciato come desueto e di rinchiudersi
fuori dal mondo, e che queste operazioni realizzino una valorizzazione del
vecchio contesto urbano tale da attirare - al pari dell' arte urbana -
investimenti, turismo sbadato, e qualche rientro di residenti ad alto reddito,
senza venire interpretate, come giustamente accade6, per delle forme di
dominante e non richiesta (ri)concettualizzazione, o risemantizzazione o
risignificazione della città, la maschera estetica di uno sviluppo urbano
socialmente divisivo, spesso un vero assalto degli architetti allo spazio
pubblico7. Tutto ciò ha anche a che fare con l'angoscia dell'amministrazione per
il vuoto. Ora, non si tratta di mitizzare i vuoti urbani, nè di accettare
un'urbanistica fatta di interminabili intervalli creati apposta tra edifici, nè di
esaltare l'area vuota come occasione per costruire. Nè i vuoti urbani di cui si
parla coincidono sempre con le zone abbandonate della città e della metropoli.
Queste diventano sovente il luogo d'elezione del fertile conflitto urbano
contemporaneo creando un nuovo sistema di vitale disordine e una evidenza
complessiva pubblica di tipo nuovo del fatto urbano. La coscienza del disagio
della civiltà e della presenza delle diversità può innescare nuove pratiche
sociali in edifici dismessi, per i quali peraltro l'inerzia amministrativa, la
2
venerazione per l'archeologia industriale, e i ritardi nel recupero hanno
vanificato il suggerimento8 di destinarli già dieci anni fa ai nuovi immigrati.
Si tratta solo di dire che alcuni vuoti urbani possono essere un gradevole
elemento di respiro nel tessuto urbano. Il governo degli spazi e dei tempi non
dev'essere ossessivo, rivolto a riempire ogni vuoto esistente nello spazio o a
regolare i tempi eventualmente vuoti del quotidiano per evitare in modo
paranoico che si incontrino i flussi umani, vitalità dell'urbano.
d) Una quarta via. E' preferibile considerare una piazza esistente, quando si
tratta di una piazza molto usata e che non ha mai visto abbandoni, come un
luogo dove si possano fare solo ben misurati interventi e solo se necessari, e
nei quali quindi le concessioni allo "spirito del tempo"9 e ad eventuali necessità
funzionali siano attentamente intrecciate e calibrate sia con gli aspetti
morfologici della sedimentazione storica plurisecolare sia con l'uso vitale reale
degli ultimi decenni, che se cancellato imporrebbe arbitrarie cesure nella
percezione del continuo delle modificazioni storiche e capricci assessorili ( via
le insegne, tornino le insegne, via le sculture, tornino tante sculture diverse
ogni momento, avanti le fioriere, forza coi nuovi lampioni) comprensibili se
una piazza fosse uguale ad una vetrina di grandi magazzini.
3. Eccessi ansiogeni. Evitando innovazioni lessicali e burocratismo para-
sociale di molte espressioni degli anni '80, conviene stare in guardia da alcune
letture di piazze e strade apparentemente miranti ad innovare ed arricchire il
complesso degli usi da parte dei cittadini. Letture che a volte mortificano gli usi
reali in atto e le sussistenti individualità morfologiche dei siti, e che, legate ad
ansie amministrative di fare qualcosa e di guidare la vita quotidiana dei
cittadini, cercano una "messa a sistema" con altri spazi. Queste letture (a volte
ispirate a correnti degli anni '70 legate ad intenzionalità di progetto partecipato
e di ricostituzione di socialità comunitaria attraverso nodi e percorsi, che di
solito saranno invece quelli consueti) fruttano interventi non richiesti, o
richiesti solo da parti della cittadinanza, rivolti a
- creare (nuovi) percorsi, oppure a
- inventare e/o suggerire-stimolare nuovi usi.
4. Città moderna e contemporanea.
Non possono essere qui discusse le mille trappole interpretative che funzionano
quando si parla di città contemporanea e di società contemporanea, città e
società che sarebbero improvvisamente e totalmente diverse da quelle
conosciute e studiate per tutto il novecento10, e perfino dimentiche della
possibilità di inglobare dentro di sè le forme preesistenti e ancora vitali e
funzionanti, alle quali vengono preferite le "rassicuranti" preesistenze assai più
antiche, sotto forma di dubbie e tristi rigenerazioni, frutto di una diffusa cultura
della reversibilità, della replica, della ripetizione11, e/o di una concezione tutta
turistica (che peraltro comincia a mostrare i suoi limiti12).
Tra gli equivoci vi è la riduttiva convinzione che ci si debba muovere, senza
alternative, tra due soli poli: il neo-tradizionalismo urbanistico, alla ricerca
leziosa della comunità perduta e del villaggio in città mediante un new
urbanism quasi sempre rétro13; e l'esaltazione dei pregi del suburbio, sia quello
3
triste e per così dire "classico" di tutta l'urbanistica moderna, sia quello più
frammentato e recente dell'insediamento sparpagliato sul territorio.
L'equivoco dipende in parte da una lettura della città derivata dalla storia - e
dai desideri - dell'urbanistica14e dell'architettura, e mai dalla storia della città e
dagli aspetti sociali della vita urbana. Se si uscisse da questa lettura così
interna alla disciplina, ci si accorgerebbe che esiste e resiste la città del
novecento abbastanza densa e piuttosto compatta, anche se questa città è sem-
pre piaciuta poco agli architetti, in quanto "brutta", ed è sempre piaciuta poco
agli urbanisti, sia in quanto urbana, sia per le forme pianificate non secondo i
canoni dei visionari della "urbanistica moderna", ma secondo logiche
funzionali o proprietarie.
Sembra, seguendo quella riduttiva dicotomia storico-urbanistica più che
urbana, che tra Siena e Los Angeles non vi sia nulla, o se c'è qualcosa sia una
specie di "sintesi", magari Las Vegas.
Vari connotati della contemporaneità - frammentazione e disorganizzazione sul
territorio, assenza o crisi di valori nel sociale, cultura dell'automobile - sono
cose di cui si parla lungo tutto il secolo e comunque spesso dagli anni '50
quando si indagava la "folla solitaria"15. Studiando l'urbanistica moderna di
Hilberseimer dello stesso periodo e le sue proposte per piccoli aggregati urbani
del tutto isolati sul territorio, si può16 vedere nell'urbanistica moderna una
anticipazione profetica del contemporaneo, o far risalire almeno agli anni '50 -
quando non alle teorie o alle proposte degli anni '20 - le caratteristiche della
città contemporanea (di cui ci si accorge solo ora come postmoderna) tanto
vantate da molti come benefiche e ineludibili ancorchè paurose, e tanto
preoccupanti per altri.
Se poi guardassimo alla "nuova" frenesia degli incontri metropolitani nel mall
del centro commerciale (emozione che supplisce alla mancanza di una grande
città nei dintorni), l'epoca d'oro dell'esaltazione di questo tipo di vivacità non è
quella odierna ma quella della metropoli di tutto l'ultimo secolo, per non
parlare, di quanto i caratteri di confusione e di turbamento fossero noti già
nelle città europee e americane del '700, e condannati da Rousseau come da
Jefferson. Per gli incontri all'aperto ieri come oggi non è indispensabile la
piazza, ma neppure sempre l'odierno mall, passeggiata o piazza coperta o
centro commerciale o multisala cinematografica. Come spazio pubblico lo
street corner va benissimo, si tratta di "vita di strada" appunto.
Quanto poi alla caratteristica della città o post-città contemporanea consistente
nella presenza dei "non luoghi", essi spesso coincidono con quelli che nei primi
anni '70 erano i "luoghi dello scambio", tipiche forme di intensità sociale di
effimero incontro della città moderna in trasformazione17. Le stazioni
ferroviarie già nel 1916 erano esaltate da Marinetti nell'elogio alla religione
della velocità (oggi ad Amsterdam l'aeroporto ha sostituito la stazione come
intensità di richiamo e di frequentazione).
E allora: non luoghi o invece da sempre luoghi essenziali per l'intensità sociale
- e quindi per il buon funzionamento - della città, e dunque da vedere, nel
"post-urbano" di oggi come in tutta la città del novecento, come elemento di
crisi ma al tempo stesso di indispensabile vivezza della urbanità, e dunque non
della suburbanità ma semmai dell'insieme metropolitano?
Se poi in alcune regioni ci troviamo in una rete di insediamenti e in un tessuto
"diffuso", si tratta di uno sprawl che fa perno sulla rete di vecchi centri
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esistenti. In molte zone del paese abbiamo città medio-grandi a 20-30 minuti di
distanza; e dove si sta formando con struttura policentrica qualche nuova
grande estesa e non troppo densa area metropolitana questa ha tuttavia diversi
grandi centri urbani. Un policentrismo che si organizzi oggi non ha bisogno di
riferirsi ad insediamenti "tipo" come quello di Los Angeles, ampiamente
criticato come "senza futuro"18, nè di far maturare all'estremo le condizioni che
hanno reso quella metropoli - che infligge danno a sè stessa19- un "laboratorio
della polarizzazione".
La crescente offerta da parte delle imprese e la crescente frequentazione da
parte del pubblico di multisale cinematografiche extraurbane, anche associate a
centri commerciali (o di complessi extraurbani con decine di discoteche e locali
notturni), sono un elemento extraurbano notevole, e meno episodico della
consueta apertura di discoteche in luoghi di frangia o in aree dismesse. Può
darsi che questi fatti stiano configurando nuove forme insediative (rendendo
evidente il problema di cosa farne delle città spogliate di funzioni non solo
lavorative e residenziali ma anche commerciali e di intrattenimento). Il
fenomeno è vistoso ma ancora in possibile "contrattazione" politico-
urbanistica. E' un movimento lento, insomma, verso possibili forme di
insediamento non più urbano ma nemmeno ancora decisamente non-urbano,
specie se è lenta espansione di città o riempimento di area metropolitana, un
fatto che non ha i contorni di un radicale totale e definitivo modo alternativo
alla città moderna.
5. Spazio pubblico. La città con i suoi luoghi pubblici, le sue strade e piazze, è
vista ancora oggi come l'ambiente della socializzazione per eccellenza20. Non
convince la maldestra ricusazione nei confronti della città liberal-borghese e
maschilista che proviene, in America, da chi in base ad una differenza
generazionale afferma che la socialità cui i giovani sono assuefatti è quella dei
personaggi televisivi che hanno nutrito la loro infanzia, sicchè la socialità
urbana e degli spazi aperti per loro non esiste21. E' un'ottica che si può
modificare attraverso un contatto col mondo reale, piuttosto che confermarla
smerciando ad una folla di perpetui adolescenti pacchetti di cosiddetta realtà
virtuale.
Una certa confusione e una qualche modificazione dei comportamenti e della
percezione di cosa sia e a cosa serva uno spazio pubblico può derivare da un
intenso lavorìo intellettuale mirante a sfumare la distinzione pubblico/privato
rilevando anche le modificazioni storiche della dicotomia esterno/interno.
Lavorìo degli ultimi anni, ma che ha radicatissima storia già in tutto
l'ottocento22. In questo lavorìo sono entrate anche troppo - oltre alle ambizioni
filosofiche e neolinguistiche - alcune intenzionalità di urbanisti e architetti ( o
dei pubblicitari: il supermercato diventa "la tua casa"), quando, evidenziando la
tranquilla separatezza degli interni, difendono la necessità di una serie di
separazioni negli spazi esterni altrimenti liberi. Tema di critica rilevanza oggi
che "si politicizza il senso di insicurezza"23, e si costruiscono, si esaltano, o non
si criticano, "privatopie"24 o recinti e cancelli ovunque.
A fronte della rigorosa e convinta conferma dei vantaggi dello spazio pubblico
urbano comunemente inteso, troviamo affermazioni del tipo "è pubblico ogni
spazio che noi diciamo pubblico". Espressione equivoca oggi che gli spazi di
5
solito considerati pubblici subiscono disinvolti rimaneggiamenti, e la nozione
stessa di spazio pubblico tende a scomparire.
A volte si tratta di espressioni retoriche o artistiche: la risemantizzazione di
spazi che non ne hanno bisogno, la rivitalizzazione di spazi vitalissimi, o "i
nuovi usi degli anni '90". Ma qui, e ancor più nelle ridefinizioni derivanti dalla
presa d'atto di nuovi comportamenti sociali, effimeri o alla moda o legati al
solo uso dell'automobile, è opportuno fare distinzioni, e difendere una visione
consolidata del diritto di tutti agli spazi pubblici veri e propri. Imposizioni o
suggestioni devono considerare su quale trama solida incidono
spensieratamente.
Lo spazio pubblico può essere visto sotto vari aspetti:
- il profilo estetico: cortina stradale, arredo urbano, monumenti per la
cerimonialità di un tempo; occasioni per l'arte urbana magari di regime, e per il
marketing culturale che spoglia perfino la cultura del suo godimento
spirituale25, strada come teatro, spazio della rappresentazione, dove si
rappresenta il generale e generico e perpetuo "teatro della vita";
- il profilo simbolico. Per il significato generale legato a morfologia,
cerimonia, e rappresentazione, appena detto. Per l'abusato riempimento con
oggetti che si proclamano simbolici (mentre per le architetture ormai alcuni dei
più recenti architetti moderni26 preferiscono un profilo meno ricco di
presunzioni simboliche oltre che disancorato dai tentativi, giudicati pietosi, fatti
negli ultimi decenni per mantenere nelle configurazioni territoriali un qualche
aggancio con le forme passate piuttosto che dare spazio ad una robusta
modernità per nulla incompatibile con la densità o con la grande città). Perchè
il rappresentarsi della vita ha oltre ad un aspetto estetico una forte valenza
simbolica, si tratti di un agire o un essere agito, intenzionale o casuale,
collettivo o individuale27. Perchè, quasi automaticamente, una parte di città, un
insieme di spazi pubblici, un quartiere, possono esprimere simbolicamente nel
modo più evidente uno spazio sociale, la sua composizione per ceti o per classi.
Perchè, come massimo spazio di libertà, consente appieno ad ogni persona di
vivere le proprie metafore e i propri simboli, di farne partecipi gli altri
(eventuali, casuali, o prescelti) e insomma perfezionare quell'insopprimibile
mostrarsi, indispensabile per la costruzione e la gratificazione di sè per tutta la
durata della vita, a cominciare da quella leopardiana gioventù, che lascia le
case private e pubblicamente si spande per le vie pubbliche, "e mira, ed è
mirata, e in cor s'allegra", e che è diversa cosa dalla generica rappresentazione
quotidiana della vita urbana vista nel suo complesso, o dalle voci della strada, o
dai comportamenti popolari, che percepiva il narratore d'un tempo come
registra l'antropologo di oggi..
Ma a queste due visioni deve unirsi, simultaneamente, una terza visione, quella
degli aspetti giuridici. Sono aspetti che sostanziano, col diritto ad usare gli
spazi pubblici, quel teatro della vita, quella simbolica sociale e individuale del
mostrarsi e dell'incontrare vitali per la società e caratterizzanti la città. Senza la
considerazione dei risvolti giuridici nasce la spensierata disinvoltura di chi
propone nuovi usi o sancisce l'avvenuta modificazione degli usi dello spazio
pubblico o l'avvenuta sparizione della differenze tra spazio pubblico e privato.
Il giurista, in epoca di "pensiero debole" è obbligato ancora ad un pensiero
forte28. E anche se vede che la fruizione reale dello spazio pubblico viene in
parte modificata o ne vengono subite le modificazioni, avrà difficoltà ad
6
ammettere che sia consentita qualsivoglia riduzione quantitativa o
modificazione morfologica o gestionale, che intacchi le innocue quanto
consolidate abitudini che i cittadini sono soliti considerare, anche
genericamente, come diritti.
6. Spazio pubblico e diritto. Il diritto all'uso dello spazio pubblico non è
tuttavia chiaro poichè non è certissima la nozione di spazio pubblico29. Più
convincenti sono le definizioni date dal linguaggio corrente.
Incerti da sempre sono la natura e il fondamento della proprietà privata, con le
sue basi spesso legate alla appropriazione mediante occupazione dello spazio;
dal crescere delle città nel '400 sono documentati i divieti edilizi rivolti ad
evitare l'erosione degli spazi di strade e piazze30.
Incerto, o ormai inconsistente, e inutile per sapere cosa è uno spazio pubblico,
sarebbe il riferimento al regime proprietario con la distinzione tra proprietà
pubblica e proprietà privata, poichè la legge sottopone entrambe al medesimo
regime urbanistico. Resiste la regola formale: è sicuramente pubblica la
proprietà del demanio dello stato e degli enti pubblici. E sulla proprietà privata
sussistono i diritti esclusivi del proprietario nei confronti di altri soggetti.
In assenza di definizioni normative di spazio pubblico, o nell'insufficienza delle
nozioni puramente amministrative di luogo pubblico o aperto al pubblico o di
locale pubblico, abbiamo degli enunciati (es. la normativa sul commercio) per
cui sono "aree pubbliche" una serie di luoghi (strade, piazze) ed "ogni area di
qualunque natura destinata ad uso pubblico".
La nozione più affidabile non sarà nè quella di proprietà pubblica o di suolo
pubblico, nè quella di proprietà collettiva che ha origini storiche e rinnovati
motivi di interesse, ma quella di uso pubblico. Esso, anche nelle antiche forme
di proprietà collettiva (della collettività) o di proprietà comune (di tutti, come
collettività, o come insieme indistinto di singoli, o come ente locale), si
distingue dall'uso collettivo: l'uso pubblico avviene da parte degli appartenenti
alla collettività considerati come singoli, se e quando vogliono o ne abbiano
necessità (andare a far legna nel bosco comune). Restano incerti l'ampiezza e il
valore di quel "destinate", che riserverebbe un potere di controllo e di divieto,
da parte dell'amministrazione pubblica o politica o del proprietario, circa le
aree che non sono "destinate" ad uso pubblico. Cosa che vale anche al
contrario: oltre a poter vietare l'uso pubblico in aree a ciò non destinate, il
proprietario potrebbe vedersi obbligato ad ammettere l'uso pubblico in aree
private ad esso destinate, derivi poi la destinazione da regole chiare, pubbliche
o private, o da usucapione, consuetudine, o da appropriazioni non contrastate.
Questa distinzione tra proprietà e uso, e tra uso pubblico e uso collettivo, ci
consente di fare riferimento ai diritti individuali o di gruppo sullo spazio
pubblico utilizzando la nozione più corrente e diffusa di "pubblico" nel
linguaggio ordinario, che risponde alla coscienza comune e quotidiana. In vari
dizionari - tranne quelli involuti e ideologici - il senso corrente di pubblico si
riferisce a qualcosa che riguarda tutti, Cioè riguarda "the people" (che non è
solo "il popolo", ma proprio l'uomo della strada, che un dizionario italiano
connota come termine "generico" quando spiega la voce gente). Per i dizionari
specializzati lo spazio pubblico è tendenzialmente lo spazio di tutti. Lo spazio
dove ad esempio può muoversi chi vuol andare lungo una passeggiata pubblica
che si può dare solo in città abbastanza grandi e piene di gente31; lo spazio "per
7
tutti gli usi previsti e prevedibili della generalità degli utenti", dice un recente
regolamento edilizio.
In questo essere di tutti, aperto alla libera fruizione di ognuno che fa parte di un
aggregato sociale, sta la nozione più interessante dello spazio di uso pubblico o
"che serve" (senza vedere se è o da chi è "adibito") all'uso pubblico. Il diritto
all'uso pubblico anche se non esplicitamente stabilito discende dalla natura
pubblica o collettiva del bene, o dalla natura e dalla abitudine inveterata, tante
volte ab immemorabili, dell'uso pubblico di quello spazio o tipo di spazio. Il
divieto proviene semmai dal potere politico, più per motivi politici che di
proprietà, ed è contestabile. La formazione della opinione pubblica che ha dato
vita agli stati democratici si deve alla libera discussione in pubblico32: che vuol
dire alla presenza di più persone di vari ceti con libertà di accesso. Pubblico
viene da populus, come la repubblica, res publica ossia la cosa pubblica, la
cosa di tutti, l'organizzazione sociopolitica della popolazione. Solo dopo i
secoli iniziali dello stato moderno l'opinione pubblica perderà d'importanza33 a
vantaggio del professionismo politico, delle assemblee elettive, o dei mezzi di
comunicazione di massa.
Se nella libertà degli spazi di uso pubblico nasce la democrazia, è questo il
terreno di un diritto naturale (conculcato dai governi che si pongono problemi
di ordine pubblico, vietano manifestazioni e assemblee "non autorizzate",
sciolgono assembramenti, autorizzano l'occupazione temporanea dello spazio
pubblico). Ed è un diritto tutelato, come diritto di riunione, tra le garanzie
fondamentali.
Da questa origine politica, dalle antiche norme sugli usi pubblici delle proprietà
comuni e collettive, e dal diritto garantito alla circolazione, si può sostenere
che esista un diritto di tutti all'uso degli spazi non privati. Si sa comunemente
che quel certo spazio è di uso pubblico, o che appartiene all'ente pubblico.
L'uso è pubblico in base alle consuetudini o all'assenza di ragionevoli
impedimenti o alle necessità e alle servitù imposte dalle circostanze o alla
"natura"34 propria di luoghi non privati conformati per accogliere più persone.
L' uso possibile da parte di tutti senza restrizioni rende pubblico lo spazio.
Circolarmente, lo spazio pubblico deve consentire l'uso pubblico.
Ammesso un diritto di tutti ad usare gli spazi che sono detti o indicati come
spazi di tutti fino a prova contraria e fino a che non vi siano divieti motivati da
vere necessità pubbliche e non dall'arbitrio, qualcuno dirà che si tratta, come
per tutti i diritti fondamentali, di diritti nati con lo stato liberale. E che meglio
sarebbe affidarsi alla nozione di uso collettivo, più antica e ben vista da tutte le
ideologie politiche dell'ultimo secolo. Ma il collettivismo appare a volte troppo
invasivo. Sembra preferibile continuare a difendere anche le libertà individuali.
E' liberante l'idea di una fruizione casuale e non dedicata degli spazi pubblici,
più che non la privatizzazione o l'assegnazione ad usi solamente collettivi (della
collettività nel suo insieme; nelle occasioni comunitarie; per scopi istituzionali;
per gruppi appartenenti alla collettività organizzata).
Qui si vede un inconveniente dell'urbanistica moderna. Gli americani predili-
gono l'assenza o la massima scarsità di non-assigned open space, preferiscono
che ogni spazio aperto e pubblico sia dedicato e assegnato. In sostanza la stessa
cosa compare nel decreto sugli standards urbanistici. Lo spazio pubblico per
abitante è ripartito in funzioni e attrezzature collettive che sommate insieme
esauriscono i 18 mq, nulla resta, a parte le zone e attrezzature di parco, gioco,
8
sport, all'uso casuale dello spazio pubblico, se non la cosa principale, esclusa
dal computo degli standards, cioè le sedi viarie (strade, piazze, marciapiedi,
portici, passaggi) e i bordi verdi delle strade.
Quel collettivismo risponde all' urbanistica che vedeva la vita sociale ripartita
in funzioni, organizzate attorno alle esigenze del lavoro35, oltre che guidate dal
fanatismo per "il Piano"36. Ci chiediamo se questa impostazione è ancora
valida, quando il valore centrale si dice sia non più il lavoro ma il consumo. E
nel caso di una società dei consumi e del tempo libero, per quelle parti di
società non opulenta dove tempo libero è anche disoccupazione o statuto di
anziani a basso reddito, è meglio una grottesca organizzazione "dedicata" degli
spazi pubblici, o una fruizione libera e veramente accessibile a tutti?
7. Distorsioni nell'uso e nelle destinazioni degli spazi pubblici. Si valuteranno
con molta cautela le proposte più varie circa le forme di
- privatizzazione vera e propria
- gestione privata
- occupazioni semipermanenti - anche in affitto- per usi vari privati o
semiprivati
- assegnazione ad usi collettivi vari
- occupazione senza necessità per edificazioni e "abbellimenti" o nuove
funzioni
- modificazioni forzate di abitudini e di destinazioni di tipo pubblico
- assegnazione dedicata a particolari gruppi .
Uno spazio pubblico, ad uso pubblico, è veramente tale solo nella sua parte
per così dire neutrale e residua che riguarda i diritti individuali di uso; è
veramente tale soltanto dopo una duplice riduzione da cui risulti forse una
diminuzione dell'area totale ma anche una completa disponibilità della parte
residua:
- sul piano morfologico, per tutte le sue forme porzioni e presentazioni non
occupate da attrezzature collettive o da strutture dedicate, o da stravaganze
inventate al momento e che non risultano necessarie nè congrue con l'uso
corrente degli spazi;
- sul piano degli usi sociali, per quei modi o per quelle occasioni che hanno
natura veramente e simultaneamente collettiva pubblica e generica e totale,
come il mercato o una manifestazione politica, oppure che hanno natura
individualistica perchè riguardano magari una abitudinarietà ma sempre una
fruizione da parte di una od altra persona, un non ben specificato nè
preordinato cittadino o abitante o visitatore, che può sentirsi padrone dello
spazio pubblico perchè ne fa un libero uso casuale quando desidera o quando
può.
Ritagliando da una piazza pubblica gli spazi di tutti gli usi in qualche modo
anomali, si arriverebbe a volte ad uno spazio pubblico zero, proprio come si
arriva a zero incuneando nei 18 metri quadri degli standards tutte le
attrezzature per funzioni collettive.
Privatizzando si cancella la nozione di pubblico, come avviene con la
pubblicizzazione di tutti gli aspetti della vita nella civiltà dei media, o la totale
collettivizzazione, che rendendo indistinguibile il vero pubblico a casuale e
libera fruizione di tutti, fanno morire il pubblico. Tutto diventa nè privato nè
pubblico, ma collettivo oppure vergognosamente infruibile, sempre esposto non
9
al pubblico ma all'occhio delle "tante piccole sorelle"37 - le telecamere - anche
se meno torve e forse meno occhiute del grande fratello.
Il declino del pubblico - lo si è visto - non è targato "anni 90", nè il fatto in sè -
che così poco scandalizza i "postmodernisti" - nè la sua critica, che dunque può
continuare.
A fronte di un ricco modernismo radicale, e di un postmodernismo radicale
che dà conto della condizione postmoderna e ne studia le mosse o a volte ne
consiglia chiavi di lettura unendosi al modernismo radicale che sempre ha criti-
cato i fenomeni senza inscatolarli, molti vengono sedotti da un facile
postmodernismo "strategico"38 straricco di dettami filosofici e linguistici e
presunte inevitabilità e tabù, tra i quali quello della critica, e consistente in
realtà in un aggiornamento ideologico del capitalismo globalizzante.
Le segmentazioni e gli intimismi di cui da quasi due secoli si va in cerca contro
la veste pubblica della vita sociale, e dunque contro gli spazi pubblici della
città, non devono essere accettati a scatola chiusa, come ovvii e obbligatori,
con una lettura del privato, del sociale, della proprietà, del mercato, accompa-
gnata da un sentore preoccupante di "pensiero unico".
Si pensi del resto alla contraddizione: lo spazio chiuso e controllato del centro
commerciale39 viene spesso visto come un fenomeno del sociale corrente e
quindi un fatto apprezzabile; ma è noto quanto esso sia in realtà concepito per
il ceto medio di compratori, pensando alla "sicurezza" di un sia pure esteso e
importante ceto sociale, ma mirando ad escludere la parte poco affidabile della
popolazione.
Rivediamo ora quei sette punti di innovazioni dubbie.
La privatizzazione di spazi pubblici è contrastabile.
L'affidamento a privati della gestione di alcuni spazi pubblici ha dato a volte
esiti fortunati, almeno nei casi minimi come la manutenzione di aiuole
pubbliche.
Le occupazioni per usi vari andrebbero considerate dal punto di vista della
utilità pubblica, degli ostacoli al passaggio e all'uso normale (quegli stands
pubblicitari enormi dentro l'atrio delle stazioni!), dell'ingombro visivo sia per la
massa che per l'estetica (quei gazebo!.., sempre come alle corse di Ascot, anche
per vendere caramelle).
L'occupazione per usi collettivi diversi dai mercati ha un valore sociale
importante, e per alcune cose si può ammettere anche se cambia il modo quoti-
diano di fruire la piazza e i percorsi. Ma forse sono troppi i luna park
semipermanenti o le interminabili feste di partito ovunque.
Credevamo che gli anni delle brutte fioriere e delle brutte panchine fossero
quasi finiti; ma l'arredo urbano omologo e inutile è sempre dietro l'angolo,
mentre a Berlino vediamo i soliti vecchi buoni paracarri dell'ufficio tecnico
comunale, che si consigliavano ancora a Londra senza stravaganze L'attrazione
degli assessori per catenelle antitraffico e antipedoni, o per piccola edilizia
paramonumentale (senza il coraggio, per una fontana, di fare una fontana
notevole e moderna, come a Lione o Barcellona o Birmingham, o per una scul-
tura di fare il Fulcrum di Richard Serra a Londra) è sempre in agguato.
Il bisogno delle amministrazioni di modificare l'aspetto e gli usi dei luoghi pub-
blici anche senza necessità è deludente. A volte cambiare bisogna, per abbellire
o arricchire o aggiornare l'aspetto di un luogo quando non piace o non attrae
10
più, o per dare un segno di modernità e di adeguamento ai tempi (ma il caffè
Pedrocchi di Padova già ai tempi di Savinio cinquant'anni fa era in declino
perchè la gente preferiva andare in qualche caffè "più moderno"). A volte
l'assenso delle consultazioni può non esser sufficiente, se l'amministrazione
non pensa ad aspetti che possono sfuggire ai cittadini, i quali reagiscono con
buon senso alle proposte di buon senso.
Una delle più grandi piazze del mondo, lo Zòcalo di Città del Messico, piazza
storica e celebrativa ma vastissima (la più grande di tutte le americhe, cuore
politico e commerciale per secoli, afforestata nel 1538, di nuovo piena di
edifici quarant'anni dopo, bandite le bancarelle a fine '700, trasformata in parco
a metà ottocento, deforestata un secolo dopo per consentire le assemblee di
popolo) su proposta dagli ambientalisti ( vincenti per 3 a 1 nelle consultazioni)
sarà ripiantumata. Qualcuno ha detto che "la sola cosa dalla quale gli alberi
purificheranno l'aria sarà l'espressione civica", in una piazza dove manifestano
anche trenta gruppi al giorno.
L'eventuale assegnazione di spazi permanenti di ritrovo per (o il
riconoscimento di abitudini di uso segmentario della piazza da parte di) diversi
gruppi sociali - per esempio nelle grandi città qualche raggruppamento etnico
che si divide le ore o gli angoli o i giorni di uso della piazza - è un uso di natura
pubblica e riferito a collettività, significa ospitalità, ma è anche un uso pubblico
che non è di tutti40. Certe volte, in momenti di transizione sociale intensa e
incerta, questa è una necessità. E può darsi che si debba valutare tra diverse
priorità, dando più ascolto ad una associazione di un'etnia presente da poco che
non all'associazione dei reduci, specialmente quando ai migranti non vengono
lasciate scelte di civile cittadinanza e se ne incoraggia l'uso disordinato di parti
abbandonate di città con esiti futuri fertili ma con immediate reazioni (i
nipotini di Nietzsche, che già si distinguono per contrapporre ad un
romanticismo filo-urbano l'altrettale romanticismo nomade dell'autogrill
metropolitano, sembrano ignorare che a New York come a Londra e Berlino gli
squatters vengono di fatto agiti come battistrada dei galleristi, degli atéliers e
poi dei locali alla moda, nella gentrification delle vecchie parti di città).
Ma una partizione dedicata di spazi pubblici non può essere la norma, a meno
di un consolidamento riconosciuto dalla maggioranza dei cittadini abituati per l'
innanzi ad usare lo spazio pubblico. E non è certo questo un meccanismo di
integrazione.
A volte l'idea di ricorrere a spazi "dedicati" è una povera trovata
amministrativa, come nel caso di parti di città che si ritenga di dedicare
esclusivamente ai turisti, quando si tratta di zone che gli abitanti erano soliti
frequentare. Si guardi invece l'esempio di Copenhagen, dove i residenti del
centro sono solo 6.000, gli studenti 14.000, ma gli spazi pubblici sono
attrezzati anche per loro e per tutti i frequentatori provenienti dall'area
metropolitana, non sono "dedicati" ai soli turisti stranieri, e la chiusura al
traffico in centro non è totale ma vi sono strade ad uso misto41.
La spartizione degli spazi ci riporterebbe, per via di una burocratica
"correttezza politica", alle tematiche più trite della postmodernità e a quelle più
meditate e lente della civiltà postindustriale. Anche qui si può avere un
conflitto - nel caso di decisioni affrettate circa le istanze collettive cui ci si trovi
a dover dare un giusto e politicamente necessario riconoscimento - tra una
visione esclusivamente collettivistica, dove contano solo i gruppi sociali, e una
11
visione più distesa circa l' uso quotidiano da parte di tutti. Visione quest'ultima
che sarebbe anche meno patrimoniale di quella in cui le assegnazioni fossero
considerate soltanto, al pari delle privatizzazioni o delle valorizzazioni
turistico-culturali che "fanno vendere" l'immagine della città, come uno
strumento per mettere a frutto lo spazio pubblico inteso solo come "risorsa" da
valorizzare invece che come dotazione normale degli abitanti. La visione solo
patrimoniale o politica collettiva non provocherà poi una disaffezione per i
luoghi pubblici da parte dei cittadini?
Sarebbe una rincorsa a chiudere il pubblico, una volta ancora, considerando che
il pubblico "generico" sia poco importante perchè "non paga", nè in termini di
biglietto d'ingresso nè come profitto..
12
NOTE
1
A. Betsky, "Nothing but Flowers: Against Public Space", in M. Bell, Sze Tsung Leong (edited
by), Slow Space, New York 1998.
2
G. Dubois-Taine e Y. Chalas, La ville emergente, La Tour d'Aigues 1997, si rifanno al
documento di J. Mayoux, Demain, l'espace. L'habiat individuel péri-urbain, Paris .1979 di cui
si parlava già in M. Sernini, La città disfatta, Milano 1988 (3a 1994), p. 189; ma il peri-urbano
era in crisi già 10 anni dopo: "Le péri-urbain en question", Nouvelles de l'Observatoire -
Service Technique de l'Urbanisme n. 25, 1990, suppl. a Diagonal n. 81. Perplesso sul suburbio
era M. Roncayolo, La ville et ses territoires, Paris 1990, ultimo cap., su cui M. Sernini,
Progetto urbano e società, Milano 1991 f.c. L'antiurbanesimo francese è tuttora criticato: F.
Ascher, La République contre la ville, La Tour d'Aigues 1998; J-P. Sueur, Demain, la ville ,
rapporto al ministro per l'occupazione e la solidarietà sociale, Paris 1998. Sulla previsione di
Mumford J. Holtz Kay, Asphalt Nation, Berkeley 1998. Tratta la supplenza che il virtuale
darebbe al reale P. Virilio, Intervista, archis n. 11, 1998, sottolineando che il virtuale prende
piede a causa della crisi dello spazio reale, immediato, tradizionale. Sul tema, che tratto da 15
anni, una mia intervista in C. Caramel, "La città disfatta", Modo n. 190, 1998.
3
Sulla collocazione di teoria e pratica urbanistica in campi differenti ancora di recente A.
Faludi, "Why in Planning The Myth of Framework Is Anything but That", Philosophy of the
Social Sciences, vol.28, n.3, 1998. V. anche S. Moroni, Urbanistica e regolazione, Milano
1999.
4
M. Sernini, "La svolta ragionevole", L'Indice dei libri del mese, giugno 1999
5
In parziale e ingiustificabile crisi anch'essa: N. R. Fyfe (edited by), Images of the Street.
Planning identity and control in public space, London 1998; P. Gaboriau, La Civilization du
trottoir, Paris 1995; S. G. Davis, "L'espace urbain perverti par les 'loisirs' ", Le Monde
diplomatique, gennaio 1998; B. Edelman, E. Roskis, "La rue privatisée", stessa rivista, luglio
1997
6
T. Hall, P. Hubbaard, The Entrepreneurial City, Chichester 1998; C. Boyer, "The Great
Frame-Up: Fantastic Appearances in Contemporary Spatial Politics", in H. Liggett, D. C. Perry
(edited by), Spatial Practices, Thousand Oaks 1995
7
L. H. Lofland, The Public Realm. Exploring the City's Quintessential Social Territory, New
York 1998. Anche R. Koolhaas in un'intervista critica l'impoverimento dello spazio pubblico
nell'attuale organizzazione commerciale: "Hyper Building", Dazed & Confused, settembre 1999
8
M. Sernini, "Il pennacchio etnico dell'architettura", Modo n. 124, 1990
9
Come è noto l'architetto nel progettare edifici si sente vincolato dallo zeitgeist ( P.
Tournikiotis, The Historiography of Modern Architecture, Cambridge, Mass. 1999, cap.5 che
studiando Banham esamina il passaggio tra la prima e la seconda età della macchina); ma,
quando si organizzano gli spazi pubblici e la trama urbanistica, occorre molta più cautela e
distanziamento dalle "regole", peraltro misteriose quanto ai contenuti e agli autori, dello spirito
del tempo e delle sue presunte scadenze "totali".
10
Su alcune esagerazioni V. Picon-Lefebvre (direc.), Les espaces publics modernes, Paris
1997
11
H. Schwartz, The Culture of the Copy, New York 1996; Yi-Fu Tuan, S. D. Hoelscher,
"Disneyland. Its place in world culture", in K. A. Marling (edited by), Designing Disney's
Theme Parks. The Architecture of Reassurance, Paris-New York 1998
12
D. R. Judd, S. S. Fainstein (edited by), The tourist city, New Haven 1999: le consuete
critiche populiste al consueto approccio snob sul tema mancano il bersaglio, avendo comunque
la città messa sotto vetro per i soli turisti qualcosa che alla lunga non funziona.
13
D. Harvey, " The New Urbanism and the Communitarian Trap", Harvard Design Magazine,
winter/spring 1997
14
La distinzione tra culturalisti e progressisti rispecchia l'impostazione urbanistica di chi
contrappone due soli tipi di insediamento, la piccola dimensione e il suburbio, come fanno S.
Chermayeff, Ch. Alexander, Spazio di relazione e spazio privato, Milano 1968, in polemica
con J. Jacobs, The Death and Life of Great American Cities, New York 1961, come continuerà
a fare Alexander proponendo la segmentazione degli spazi urbani.
15
Da Rieseman, La folla solitaria (1950), Bologna 1956, 4a ed. 1973
16
A. Pope, Ladders, New York 1996
13
17
S. Chermayeff, A. Tzonis, La forma dell'ambiente collettivo, Milano 1972
18
R. Fishman, "Re-Imagining Los Angeles", in M. J. Dear, H. E. Schockman, G. Hise (edited
by), Rethinking Los Angeles, Thousand Oaks, 1996
19
M. Davis, Ecology of Fear, New York 1998
20
D. Harvey, The Urban Experience, Oxford 1992; I. Joseph, La ville sans qualités, La Tour
d'Aigues 1998; R. Sennett, Flesh and Stone, London 1994; G. Lipovetsky, "Espace privé,
espace public à l'âge postmoderne", in AA.VV., Citoyenneté et urbanité, Paris 1991. Spazi
pubblici in A. Heckscher, Open Spaces, New York 1977; F. Spirito, Tra le case. La ricerca
degli spazi pubblici, Roma 1991; C. Greed, M. Roberts (edited by), Introducing Urban Design:
Interventions and Responses, Harlow 1998
21
E. Pascucci, " Intimate (Tele)visions", in S. Harris, D. Berke (edited by), Architecture of the
Everyday, New York 1997. Il tema populista-chic e generazionale torna in A. Betsky, cit. Ma i
giovani oggi si dice siano meno legati alla televisione di quelli di dieci anni fa.
22
R. Sennett, The Fall of Public Man (1972), New York 1992.
23
D. Monjardet, Ce que fait la police. Sociologie de la force publique, Paris 1996. Su vari
eccessi in tema di "sicurezza" M. Sernini, "Urbanistica della separatezza/urbanistica della
connessione", Archivio di studi urbani e regionali n. 59, 1997. V. anche A. Petrillo,
"L'insicurezza urbana in America", aut aut n. 275, 1996.
24
E. McKenzie, Privatopia, New Haven 1994
25
P. Dauzier, Le marketing de l'apocalypse, Paris 1998
26
Per es. H. Ibelings, Supermodernism. Architecture in the Age of Globalization, Rotterdam
1998; R. Sierksma, " La Terra Trauma: Architects in the Land of Postmodernity", in M. Speaks
(ed.), The critical Landscape, Rotterdam 1996. Si tratterà di architetti ben consapevoli della
condizione postmoderna ma attenti alle trappole di una sclerotica e burocratica filosofia
postmoderna. Del resto, molti zombi metropolitani, le folle invisibili ma presenti, non sempre
sono nelle condizioni di gustarsi l'estetico ed estatico banchetto a base di simboli: S. Lash, "The
Sublime and the Informational City", in J. Verwijnen, P. Lehtovuori (edited by), Managing
Urban Change, Helsinki 1996.
27
Più interessante del classico vecchio E. Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione
(1959), Bologna 1969 è oggi I. Joseph, cit.
28
S. Rodotà, Il terribile diritto, Bologna 1990
29
A. Bixio, Proprietà e appropriazione. Individuo e sovranità nella dinamica dei rapporti
sociali, Milano1988; F. Carletti ( a cura di), Demani civici e risorse ambientali, Napoli 1993;
V. Cerulli Irelli, Proprietà pubblica e diritti collettivi, Padova 1983
30
P. Boucheron, Le pouvoir de bâtir. Urbanisme et poitique édilitaire à Milan (XIVe-XVe
siècles), Rome 1998
31
K. G. Schelle, L'art de se promener (orig. tedesco 1802), Paris 1996
32
G. Busino, "Opinione", Enciclopedia Einaudi vol. 10, Torino 1980
33
J. Habermas, Storia e critica dell'opinione pubblica (1962), Bari 1971
34
Una interessante ripresa del vecchio tema della "natura delle cose" si trova in S. Moroni,
"Regole tecnonomiche e natura delle cose immobili" etc. Sociologia del diritto n. 3, 1997
35
R. Zancan, "La ville...à la Charte. Una riflessione sul lavoro come tema della Carta d'Atene",
Cà Tron n. 10, 1998
36
La biografia di Le Corbusier in J-M. Leniaud, Les bâtisseurs d'avenir, Paris 1998
37
M. Castells, The Information Age: ecoonomy, society and culture, vol. III, Oxford 1997. Ma
sorveglianza e urbanistica si accompagnano da cent'anni: F. Bucci, "Territoires of
Surveillance", Rassegna n. 70, 1997; D. M. Steiner, "The Truman Show", Domus n. 816, 1999
38
C. Lemert, Postmodernism Is Not What You Think, Oxford 1997. Analoga è la tripartizione,
più sociologica, risolta nella dicotomia tra atteggiamento critico e acritico, tra i nostalgici rétro,
i postmoderni con preferenze nostalgiche, e i riformisti che elaborano partendo dalla modernità:
F. Ascher, cit. V.anche il poscritto in R. Rorty, Philosophy and Social Hope, London 1999.
Sulle anticipazioni del pensiero postmoderno presenti in quello moderno o precedente R.
Brandt, D'Artagnan o il quarto escluso, Milano 1998. Su alcuni punti insoddisfacenti della
metodologia postmoderna nelle discipline storiche E. Hobsbawm, On History, London 1998,
cap. 15 (1990)
39
M. Sernini, "I centri commerciali 10 anni dopo", Commercio n. 63, 1998. Sul progressivo
ritrarsi delle pratiche di uso pubblico e pedonale degli spazi urbani dentro spazi protetti e
separati, essendo la città via via diventata luogo principalmente di reti di traffico non pedonale,
14
N.J.Habraken, The Structure of the Ordinary, Cambridge, Mass. 1998: la tendenza ha
cinquant'anni, l'abitudine "non è stata ancora digerita dalla nostra comprensione collettiva", ma
non si escludono possibili fertili sviluppi di nuova vitalità urbana.
40
Sulla mescolanza di popolazioni M. Sernini, Terre sconfinate, Milano 1996;
M. Sernini, Milano.Una forma di città, Soveria Mannelli 1998; P. Guidicini, G. Pieretti (a cura
di), Città globale e città degli esclusi, Milano 1998; A. Maalouf, Les identités meurtrières,
Paris 1998; S. Sassen, Migranti, coloni, rifugiati, Milano 1999.
41
J. Gehl, L. Gemzøe, Public spaces - public life, Copenhagen 1996
15