20 agosto by khwCT860

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									L’UNITÀ, 20 AGOSTO 2010
Filo rosso
Il fumo e la sostanza
di Concita De Gregorio

In questo incredibile agosto di parole in libertà, un mese dove chiunque - in maglietta bianca che stacca
sull'abbronzatura sul ciglio di un burrone nel Salento, in canotta e dito alzato dal Cadore, in doppiopetto a un
funerale - si sente in dovere di spiegare agli italiani cosa succederà all'indomani di una crisi di governo che ancora
non c'è (né sappiamo se e quando ci sarà, eventualmente comunque toccherebbe a Napolitano decidere il da farsi,
ha ricordato proprio da queste colonne il Presidente) abbiamo registrato ieri un aggiustamento della data delle
fantomatiche elezioni inizialmente fissate da Berlusconi per novembre - «ai primi di dicembre», ha corretto Bossi
- due parole sul governo tecnico da parte di Casini, un no sicuro alle elezioni anticipate del finiano Granata, varie
ed eventuali. Tutto condito dal pentimento postumo dei finiani di Farefuturo (chi l'avrebbe detto che il premier
fosse proprio quello che i giudici e i giornali comunisti dicevano di lui, incredibile) e dalla cortina fumogena dei
dossieraggi a mezzo stampa a proposito di un appartamentino a Montecarlo - aspettiamo tutti, certo, di sapere
com'è andata con il cognato, ci mancherebbe -come se i 165 milioni di tasse fatti risparmiare da Berlusconi a se
medesimo (Mondadori) gli affari privati con Gheddafi, le inchieste di mafia pendenti, l'incredibile vicenda di
corruzione e collusione degli ultimi vent’anni fosse sempre la solita solfa, che noia, lo sapete Berlusconi com'è: è
fatto così, gli italiani lo hanno eletto così. Gli italiani sono come lui, quanto meno vorrebbero esserlo.
Ecco, noi vorremmo restare ai fatti. Almeno a quelli di giornata, non esageriamo a fare ogni volta l'elenco che ci
si stanca. Fateci caso: come si toccano le questioni che scottano salta in aria Mavalà Ghedini con il consueto
repertorio di ovvietà ripetute a macchinetta all'infinito, come se la reiterazione potesse renderle sensate. Abbiamo
toccato il nervo scoperto degli affari di Berlusconi e Gheddafi (giusto ieri si sono sentiti di nuovo al telefono per
preparare le celebrazioni del terrificante accordo italo libico sui respingimenti, avete letto su questo giornale cosa
siano i lager libici e a quale destino il nostro paese consegni i rifugiati). Abbiamo raccontato degli affari tv, un
resoconto dettagliato che aggiorna ad oggi un'inchiesta del Guardian mai smentita - se avessero potuto negare
state tranquilli, lo avrebbero fatto. Neppure le minacce di Ghedini all'Unità, nostro pane quasi quotidiano,
smentiscono alcunché nel merito degli assetti societari di cui vi abbiamo parlato. Neppure la nota di Tarak Ben
Ammar, l'altro socio di B., che non fa che ripetere ciò che questo giornale ha scritto: castelli di finanziarie e
società che ne nascondono altre. La sostanza è quella descritta. Si innervosiscono moltissimo quando si toccano i
loro affari, è logico. Di fronte alle carte e ai processi, poi, reclamano il legittimo impedimento. Pd e Idv hanno
annunciato ieri interrogazioni parlamentari sui reali interessi che corrono fra il presidente del consiglio e il
dittatore libico. Non sarebbe una cattiva idea restare ai fatti, farli conoscere, non muoversi di un millimetro e non
lasciarsi intimidire. Non sarebbe male - come tecnica di opposizione - raccontare agli italiani la verità.


L’UNITÀ, 20 AGOSTO 2010

La nuova formazione di Fini: Fare passato remoto
di Francesca Fornario

Dialogo tra finiani. Ipotesi N. 1: «È così quando ha lanciato l'editto bulgaro...». «Già, era antidemocratico». «Non
ci posso credere, sembrava tanto una brava persona». «Sempre sorridente, gentile con tutti». «Quindi secondo voi
anche la Mondadori...». «Ma come potevamo sospettarlo. Tutto quello che sapevamo è che un giudice corrotto
dall'avvocato di Berlusconi con i soldi di Berlusconi ha emesso una sentenza favorevole a Berlusconi. Non siamo
mica il tenente Colombo». «Già, poteva essere stato chiunque». «Io sospettavo del maggiordomo». «Che poi ora
la Mondadori pare il ministero della propaganda. Lo avete visto l'ultimo numero di Chi? C'è un tale malloppo di
pagine dedicate a Marina Berlusconi che la rivista è in versione trolley». «Ma quindi anche quando ha pagato
Mills che ha testimoniato il falso al processo dove lui era imputato...». «Guarda, ormai non mi stupirebbe».
«Gesù! E le dichiarazioni di Spatuzza che trovano riscontri con quelle degli altri pentiti? Dite che... Ma almeno la
bomba che Mangano gli ha piazzato a casa, quella era veramente affettuosa?». «Senti, a questo punto non ci
giurerei. Capace che invece era un avvertimento». «Signora mia, ma è mai possibile?». «Non ci si può fidare più
di nessuno». «Che tempi». «Un altra tazza di te?». «Poco che sennò mi sveglio».

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Ipotesi N. 2: «Ingrato bastardo. Voglio vedere dove lo trova un altro che gli fa passare tutte le leggi ad personam.
Bossi? Caro gli costa». «Che poi secondo me tutti quei soldi manco li vale». «Ma infatti vedrai che ci ripensa,
dove va senza di noi». «Bisogna che glielo facciamo capire. Scriviamo che ci siamo sbagliati, che è un dittatore
da due soldi. Una cosa fatta quasi con affetto. Così poi a settembre facciamo un nuovo partito e scendiamo a
patti, come ai bei vecchi tempi di Forza Italia e di An, ti ricordi?». «Che nostalgia. Del resto è così che si va
avanti [in] politica: tornando indietro». «E facciamo pure una nuova fondazione. Fare Passato Remoto».


L’UNITÀ, 20 AGOSTO 2010
Voci d’autore
L’orgoglio di Corleone
di Carlo Lucarelli

Se andate a Corleone, in Cortile Colletti numero 2, ci trovate la casa di Bernardo Provenzano. O meglio,
potevate trovarcela una volta e magari ci si poteva trovare ogni tanto anche lui, a patto di non essere un membro
delle forze dell'ordine che gli davano la caccia.
Oggi quella casa non c'è più, c'è una palazzina a due piani che ospita associazioni antimafia legate a Libera, una
bottega di prodotti ottenuti sulle terre confiscate a Cosa Nostra, una mostra di quadri di Gaetano Porcasi che ha
sempre dipinto i momenti più epici della storia della mafia e dell'antimafia, una serie di immagini e fotografie che
quella storia la raccontano, laboratori, e tante altre cose importanti, pure Bernardo Provenzano e Totò Riina, ma
in sagoma di cartone.
Tutto questo è frutto dell'impegno dei corleonesi per bene, dei siciliani per bene, di un amministratore coraggioso
e concreto come Nino Iannazzo, l'attuale sindaco di Corleone, e di una tradizione di resistenza alla mafia che
passa per l'ex sindaco Pippo Cipriani, destra e sinistra unite in una continuità trasversale che sarebbe bello vedere
sempre. Ed è frutto anche del Governo, naturalmente, quando fa le cose per bene.
È chiaro che non finisce qui. Che non basta un bene confiscato alla mafia, non bastano neppure gli arresti dei
latitanti in cima alla lista dei ricercati se non si sconfigge anche la mafia dei colletti bianchi, quella della politica
e la mafiosità di certa società civile. Non finisce qui, ma da qui inizia, o meglio, continua: un laboratorio di
antimafia concreta per riuscire a cambiare il senso negativo che ancora si da alla parola corleonese. Ecco, io sono
un corleonese - ho avuto l'onore di riceverne la cittadinanza onoraria qualche anno fa - e quando vedo cose come
questa mi sento orgoglioso di esserlo.


LA REPUBBLICA, 20 AGOSTO 2010

Tangenti, truffe, poco lavoro. La formazione è una fabbrica
di precari disoccupati cronici
Una torta da 20 miliardi in mano a partiti e sindacati
di Davide Carlucci e Antonio Fraschilla

Ogni uomo che perde il lavoro per loro è una straordinaria opportunità. Ogni donna che non riesce a trovarlo per
loro è una risorsa. I precari sono il loro target, gli operai in esubero il loro pane quotidiano. Sono i professionisti
della disoccupazione. Organizzano corsi di formazione, a volte finti, spesso inutili. E mai come ora fanno affari:
con la crisi, secondo le ultime rilevazioni Istat, il numero degli italiani in cerca di lavoro è salito alla cifra record
di 2,3 milioni, e altri 230mila posti si bruceranno, secondo Confindustria entro il 2010: per loro è una manna dal
cielo. Quanti sono gli enti che utilizzano i fondi per la ricollocazione dei lavoratori solo per giustificare la loro
esistenza? Quali risultati hanno prodotto finora, quante persone hanno reinserito? Per rispondere a queste
domande bisogna prima descrivere un sistema che attira ogni anno - oltre agli investimenti privati delle famiglie
per corsi di avviamento al lavoro - finanziamenti pubblici per quasi 20 miliardi di euro.
La torta. Alla cifra si arriva sommando la metà dei «32 miliardi di euro nel biennio» che secondo il ministro del
Welfare Maurizio Sacconi sono a disposizione, tra fondi nazionali e comunitari, per gli ammortizzatori sociali e i
2,5 miliardi destinati alla formazione professionale. Di quest'ultima somma, una parte consistente viene destinata

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ai corsi per disoccupati, apprendisti, giovani alla prima esperienza o lavoratori a rischio di esclusione: a tutte
queste attività, secondo l'ultimo rapporto Isfol, hanno partecipato 360mila persone. La Lombardia, tra le regioni
più colpite dalla crisi, ha stanziato nel 2009 112 milioni di euro per le "doti formative". Sicilia e Campania,
afflitte da disoccupazione cronica, spendono 500 milioni di euro all'anno. Tutto questo fiume di denaro alimenta
gli appetiti degli speculatori?
Le inchieste. "Development enterprise tourism", "cooperazione internazionale", "business administration &
finance": leggendo l'elenco delle materie che s'insegnavano ai corsi formativi organizzati a Padova da alcune
cooperative della Compagnia delle Opere sembrava di essere ad Harvard. Ma per la procura era una gigantesca
montatura, così come erano gonfiate le ore di lezione e di lavoro svolte e il numero dei docenti impegnati: tutto
per arrivare a rendicontare 561 mila euro, la cifra intascata dal ministero, dall'Unione europea e dalla Regione
Veneto. Pensava in grande anche Tonino Tidu, un tempo assessore Dc sardo e presidente dell'Enaip, tuttora nel
consiglio nazionale delle Acli, imputato in un processo a Cagliari: avrebbe gestito, secondo l'accusa, 358mila
euro di finanziamenti regionali per corsi per "operatore su pc", "addetto alle piante aromatiche e officinali" e
"orticoltore" senza produrre un posto.
Di inchieste così se ne trovano in tutti i palazzi di giustizia italiani. A novembre si apre a Roma il processo al
deputato Pdl Giorgio Simeoni, accusato di aver ricevuto, da assessore regionale alla Scuola, nel 2005, una
tangente da 100mila euro dai titolari della Euro Consulting group per chiudere un occhio sui corsi di formazione
inesistenti, ma regolarmente finanziati con contributi comunitari, da loro organizzati. In Liguria ogni partito aveva
il suo consorzio da spingere, come sta dimostrando un'inchiesta della procura di Genova che vede coinvolti, tra gli
altri, l'assessore regionale alla Pesca Giancarlo Cassini e il consigliere Vito Vattuone, del Pd, e Nicola Abbondo,
del Pdl, teorico, nei tempi in cui era assessore, del «modello ligure dell'eccellenza formativa». E se in Campania
gli stage dei mille partecipanti al progetto "Isola" avvenivano solo sulla carta, in Puglia, ai tempi del centrodestra,
i fondi per l'inserimento dei disabili finivano in tasca ad assessori, funzionari regionali e imprenditori: così sono
spariti cinque milioni di euro, assicurano i magistrati nel processo tuttora in corso. Dopo gli scandali, le giunte di
Vendola hanno cercato di far pulizia tra i cosiddetti enti storici della formazione. Tra ottobre e dicembre del 2009
sono stati sospesi gli accreditamenti per quattro agenzie. Come il Cefop, il centro europeo per la formazione ed
orientamento professionale, che era stato ammesso a finanziamenti per 4,2 milioni di euro per corsi come
"operatore audiovisivo" e "animatore di villaggi turistici". «Ora - spiega l'assessore regionale Alba Sasso -
rivedremo tutti i criteri per l'accreditamento e cercheremo di recuperare i debiti, per decine di milioni di euro, che
gli enti hanno accumulato verso la Regione». Molto rigoroso nel valutare i risultati della formazione professionale
attraverso monitoraggi periodici è il Friuli-Venezia Giulia. La percentuale di inserimento dei cassintegrati e dei
disoccupati friulani è molto alta. Ma è così in tutt'Italia?
Il caso Sicilia. La risposta della procura della Corte dei conti siciliana è no: per ogni corso di formazione solo un
disoccupato e mezzo trova effettivamente lavoro. I costi della collettività per ogni occupato, secondo i calcoli dei
magistrati contabili, ammontano a 72mila euro. Soldi che in Sicilia vanno a 400 enti privati i quali danno lavoro a
7300 persone, ai quali andrebbero aggiunti i 1800 impiegati agli sportelli multifunzionali affidati ai privati dalla
Regione, che nel frattempo spende altri 60 milioni di euro per finanziare i centri per l'impiego pubblici. L'isola è
tra la regioni con il più alto tasso di disoccupazione, il doppio rispetto alla media italiana. E così l'Europa
attraverso il Fondo sociale dal 2003 al 2010 ha fatto piovere in Sicilia 1,5 miliardi di euro per finanziare i corsi. Il
risultato? Un boom di enti che fanno capo a politici targati Mpa, Pdl, Pd o Udc, sindacati (Cisl e Uil ricevono la
gran parte dei finanziamenti) e associazioni cattoliche (dai salesiani alle Acli). Tutti enti accreditati dalla Regione
per far diventare i disoccupati siciliani marinai, artigiani, parrucchieri, esperti informatici, colf o badanti.
La maggior parte dei formatori sono stati assunti tra il 2006 e il 2008, a ridosso delle grandi tornate elettorali che
hanno portato sul trono della Regione prima Salvatore Cuffaro e poi Raffaele Lombardo. Un ginepraio che
garantisce un sussidio che va dal 400 ai 1.000 euro al mese per oltre quarantamila corsisti che ogni anno si
siedono sui banchi d'oro pagati dalla Regione. Gli assessori che hanno guidato la Formazione, da Francesco
Scoma a Santi Formica entrambi del Pdl, sono diventati i re dei consensi. Nella formazione la politica la fa
da padrone: i nomi di Francantonio Genovese e Gaspare Vitrano del Pd, oppure quelli di Lino Leanza, numero
due dell'Mpa di Lombardo, o Nino Dina dell’Udc sono a dir poco conosciuti in decine di enti di formazione. Ma
anche i sindacati la fanno da padrone, in questo settore, dove si trovano a difendere i lavoratori ma anche i
padroni, che sono loro stessi. Lo Ial della Cisl e l'Enfa della Uil ricevono ogni anno oltre 30 milioni di euro. Poi
ci sono le associazioni cattoliche: i salesiani gestiscono ad esempio il Cnos Fap, mentre tra gli enti finanziati c'è
l'Efal, che fa capo al Movimento cristiano lavoratori finito nell'occhio del ciclone per l'arresto di uno dei suoi
dirigenti, l'architetto Giuseppe Liga, accusato dal pm di Palermo di essere l'erede dei boss Lo Piccolo.
I magistrati hanno scoperto che nel 2010 l'Efal, l'ente di formazione del movimento, ha ricevuto dalla Regione un
sostegno di sei milioni e 336 mila euro. Fino a pochi giorni fa l'architetto era un insospettabile, ma è stata
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un'anticipazione dell'inchiesta finita sui giornali che aveva indotto l'Mcl a sospendere il professionista. Anche la
Corte dei conti e la Guardia di finanza da tempo indagano sul business della formazione siciliana. I magistrati
contabili hanno contestato a diversi enti corsi fantasma e somme non rendicontate. E ci sino stati i primi arresti,
come quello di un insospettabile professore di Palermo, condannato in primo grado a 8 anni per aver intascato,
attraverso conti all'estero, 9 milioni di euro dai 20 milioni ricevuti per corsi di formazione con i fondi europei.
Il Nord “efficiente”. La montagna ha partorito un topolino anche nell'efficiente Lombardia, dove 64mila persone
hanno beneficiato, nel 2010, della «dote lavoro», per un totale di 45,8 milioni di euro impegnati. La metà dei
fondi tuttavia, sono stati gestiti da dieci operatori. Chi sono? I soliti noti, enti di area Cl - o più in generale
cattolica - come l'Enaip, lo Ial-Cisl, Obiettivo Lavoro.
La maggior parte dei servizi svolti riguarda il colloquio di accoglienza di primo livello, il bilancio di competenze,
il coaching e i corsi di formazione: le cifre dei destinatari, per queste voci, oscillano tra i 34mila e i 62mila. Ma
se poi si passa dall'orientamento all'accompagnamento concreto al lavoro i numeri si abbassano penosamente:
solo 168 allievi hanno avito un supporto per l'autoimprenditorialità, in 94 sono stati accompagnati agli stage, 22
al tirocinio e appena 5 al «training on the job».
Ma lo storico paradosso dei formatori – che non riescono a lenire la disoccupazione altrui, ma intanto trovano un
posto a sé stessi - non regge più come una volta. Gigi Rossi, della Cgil, segnala il fenomeno del «precariato nei
sistemi regionali della formazione professionale. E soprattutto al Nord, con la crisi - aggiunge - è diffuso l'uso, da
parte degli enti, di invitare caldamente i collaboratori a trasformarsi in finti imprenditori con partita Iva».
Montagne di carta. Gli enti di formazione servono davvero a qualcosa o hanno finito per creare una
«sovrastruttura» - come scrive l'Isfol nel suo ultimo rapporto - sganciata dalle esigenze reali del mercato del
lavoro? Armando Rinaldi, dell'Atdal over 40, un'associazione che cerca di tutelare i diritti di chi perde il lavoro in
età matura, assicura che «se ci fossero dati disponibili si scoprirebbe che la media dei disoccupati ha un bagaglio
di ore di formazione triplo rispetto a quello di un lavoratore. Invece di un'occupazione ha trovato sulla sua strada
decine di proposte formative». La Regione Lombardia ha commissionato un'indagine a un istituto di ricerca.
Trenta disoccupati ultraquarantenni hanno tenuto un diario nel quale raccontavano le loro esperienze. È emerso
che nelle rare occasioni in cui riuscivano a trovare lavoro i corsi di formazione non c'entravano nulla: era tutto
merito delle loro conoscenze personali. Lo studio non è stato mai pubblicato. Secondo Rinaldi per ogni corso
organizzato in Lombardia 3000 euro vanno (nell'arco di sei-nove mesi) al candidato, mentre gli altri 7000 vanno
agli organizzatori. «Si comincino a ribaltare le modalità di distribuzione dei fondi, erogando al destinatari il
60-70 per cento dei finanziamenti sotto forma di reddito di sostegno». Si potrebbe trovare un utilizzo diverso dei
capitali in modo da sostenere direttamente il reddito delle persone in difficoltà?
Per ottenere i contributi oggi basta - oltre a una buona capacità di lobby - compilare un formulario in cui, tra
l'altro, si dimostra il fabbisogno nel territorio di competenza della figura professionale che s'intende formare.
«Per esempio - scrive l'Atdal - se si propone di formare addetti al check-in aeroportuale si ricercano i dati sul
traffico aereo della regione e si dice che data la crescita del traffico aereo occorre formare nuovi operatori».
Angela, diplomata, ha 47 anni e da dodici frequenta corsi di formazione professionale in Lombardia. Non è mai
riuscita a ottenere altro che qualche lavoretto di poche settimane all'anno in fabbrica. «Nell'ultimo corso che ho
seguito, per lavorare in un asilo privato, il colloquio orientativo si è svolto tre giorni prima della fine dei corsi.
Un'altra volta mi hanno costretto ascrivere un sacco di bugie sulla relazione finale. Ad esempio che avevo trovato
lavoro in una fabbrica. In realtà era la mia vecchia azienda che mi richiamava». L'importante, insomma, è
giustificare le spese. I risultati non contano.


LA REPUBBLICA, 20 AGOSTO 2010

Tempi d’oro per gli specialisti delle crisi. Procure a caccia
di imprenditori-avvoltoi
di Davide Carlucci

Niente di meglio, per gli speculatori, di una bella crisi aziendale. Stando alle indagini, spesso avvocati e
commercialisti, oltre che gli imprenditori, costruiscono le loro fortune sulle nomine ad amministratori
straordinari delle aziende in difficoltà.
L'avvocato napoletano Salvatore Castellano avrebbe intascato 70mila euro chiudendo un occhio sulle attività di
Marcel Astolfi, già arrestato per truffa, che anziché rilanciare le aziende metalmeccaniche Lares e Metalli

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Preziosi di Paderno Dugnano, nel milanese, s'era portato via platino, rodio, argento e contanti per 3,5 milioni di
euro. Alla faccia dei 258 lavoratori senza lavoro.
Tra le amministrazioni straordinarie attivate al ministero dello Sviluppo c'è anche la Itierre holding, che produce
per Ferrè: l'Idv ha denunciato un giro di consulenze da 6 milioni di euro gestito dai tre consulenti nominati dall'ex
ministro Scajola. Tra i beneficiari figurano due berlusconiani doc come Donato Bruno e Bruno Ermolli. «Di
norma - spiega Maurizio Zipponi, alle spalle una lunga esperienza di tavoli di crisi con la Fiom - gli specialisti
cercano di affrettare le procedure e incamerare denaro. Qualche volta però tirano per il lungo: bisogna chiedersi
se facciano l'interesse di qualcuno».
A Bari è a processo il ministro Raffaele Fitto, accusato di aver favorito, da governatore della Puglia, la vendita
del gruppo Cedis (grande distribuzione) a un suo amico. Con lui sono imputati i due commissari straordinari di
allora, Antonio De Feo e Giuseppe Rochira. È finito con quattro condanne e una assoluzione, invece, il processo,
a Perugia, sulla lobby che spartiva tra avvocati, commercialisti e giudici amici le gestioni delle grandi crisi al
ministero delle Attività produttive. I designati erano sempre gli stessi, da Luciano Quadrini a Ercole Pugliese. E
fratelli, mogli, cugini. Tutti con parcelle salatissime.


CORRIERE DELLA LOMBARDIA, 20 AGOSTO 2010
Il lavoro negli ospedali
L’altra faccia della Sanità
di Giorgio Lambertenghi Deliliers1

Mi permetto di dissentire da alcune osservazioni apparse su queste colonne («Per una sanità più generosa»)
scritte dal collega Alberto Scanni, che stimo per l'impegno sempre appassionato nel cercare soluzioni adeguate
all'organizzazione del nostro sistema sanitario. Scanni ricorda con nostalgia le sue esperienze di medico in un
piccolo ospedale di provincia negli anni Settanta, e conclude con un velo di pessimismo, che oggi la sanità è
meno generosa e meno umanizzata.
Ecco invece io sono più ottimista: ho vissuto anch' io quei tempi ma non li rimpiango e non ritengo che la
medicina oggi sia meno umanizzata. Rispetto al passato è diventata «più democratizzata», e lo è diventata grazie
alle infinite nuove e stupende scoperte scientifiche che hanno cambiato volto non solo alle terapie, ma hanno
prodotto effetti benefici su tutta la filiera dell'organizzazione sanitaria. Certo, l'ospedale è una macchina
complessa e richiede un'organizzazione non rigida ma rigorosa il cui funzionamento non può essere lasciato alla
buona volontà (per quanto generosa) dei singoli ma ad un ordinamento contrattato anche con la rappresentanza
sindacale. Un tempo i medici, soprattutto i volontari, erano obbligati a lavorare senza limiti di tempo e come dice
Scanni a «fare il giro dei reparti dopo una notte di guardia», pena una scarsa valutazione professionale di fronte al
primario o al cattedratico (i cosiddetti «baroni», padroni assoluti anche della vita privata dell'assistente). Oggi per
fortuna e grazie a regolamenti sindacali più rispettosi dei diritti e della dignità del lavoratore, questo non è
ammissibile, anche perché il medico o l'infermiere dopo una giornata di fatica fisica e psichica non è più in grado
di assicurare un'assistenza adeguata ad una professione dove è in gioco comunque la vita umana.
Anche oggi gli «infermieri si impegnano duramente» ma con una professionalità che non fa rimpiangere le
competenze (che una volta venivano acquisite sul campo e spesso a spese dei malati), ma che deriva da una lunga
preparazione culturale, pratica e psicologica.
Quando si parla di «umanizzazione delle cure» si usa una bella espressione che rischia di rimanere vota di
contenuti. Prima di tutto, chiediamoci che cosa è la situazione di malattia. Per moltissimi malati è uno stato di
«relegazione» dalla vita normale e dal contesto sociale. Ora, io penso che l'ospedale abbia superato il suo antico
carattere di «rifugio», per diventare un posto dove il malato vede riconosciuta la sua identità umana, e trova non
solo professionalità, ma un'informazione di qualità. Non c'è nulla di peggio del malato che non viene informato,
che chiede ansiosamente ai parenti di parlare coi medici. Oggi c'è meno generosità? Ma se guardiamo alle
centinaia di associazioni di volontariato che operano, anche con l'aiuto di tanti giovani, negli Ospedali e alle
donazioni del 5 e dell'8 per mille possiamo concludere che l'antico concetto di Welfare State è diventato una
Welfare Community, dove tutti i componenti della società (dai medici alle famiglie, dalle associazioni ai singoli
cittadini) partecipano consapevolmente e responsabilmente al raggiungimento della salute.


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    Presidente Associazione medici cattolici.
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BRESCIAOGGI, 20 AGOSTO 2010
Il fondatore delle Br, oggi direttore della cooperativa editoriale “Sensibili alle foglie”, ieri sera alla festa
di Radio Onda d’Urto
Curcio: «Il carcere, discarica per gli “inutili”»
di Manuel Venturi

Il carcere è un concetto complesso, composto da numerose variabili invisibili all’opinione pubblica, che portano
a un annientamento dei detenuti e della loro dignità». Si è espresso così Renato Curcio, uno dei fondatori delle
Brigate rosse e oggi scrittore e direttore della cooperativa editoriale «Sensibili alle foglie», nell’incontro di cui è
stato protagonista ieri sera alla festa di Radio Onda d’urto su «Il carcere discarica e l’attuale deriva delle
istituzioni totali». Curcio ha parlato di un sistema carcerario, quello italiano, sempre più alla deriva e con
problematiche che vanno dal sovraffollamento, questione spinosa che riguarda da vicino anche le carceri
bresciane di Verziano e di Canton Mombello - in Italia i detenuti sono più di 68mila per 44mila posti - ai suicidi,
41 dall’inizio dell’anno, fino all’abuso di sostanze che annullano i detenuti. Secondo Curcio, «il carcere è una
discarica pubblica, in cui si gettano quegli individui che vivono sotto una certa soglia di consumo e sono
considerati inutili dal sistema capitalistico». La precarietà da lavorativa diviene sociale, e una parte della società -
quella più povera e in difficoltà - è «gettata» dentro questo contenitore che è il carcere per nasconderla, come si
fa con la polvere sotto al tappeto. Ma anche all’interno degli stessi istituti di pena, ricorda Curcio, ci sono delle
differenze sostanziali: per esempio, il regime di detenzione denominato «41 bis» è accettato dalla società italiana
perché punisce chi si macchia di reati gravi, come quelli legati alla mafia, «ma oltre a negare il godimento di
diritti fondamentali, è anche considerato alla stregua della tortura da parte degli Usa. E lo stesso capita per i
manicomi giudiziari, che non sono stati eliminati nemmeno dalla legge Basaglia: è un sistema di tortura
invisibile, ma sono in molti a doverlo patire».
Anche Mirko Mazzali, avvocato milanese che opera a stretto contatto con il mondo del carcere, sostiene questo
punto di vista: «La situazione italiana è di paurosa arretratezza. Alcune leggi “carcerogene”, dalla Fini-Giovanardi
alla Bossi-Fini, sono classiste, perché puniscono solo i diversi ed i più deboli. È per questo - nota Mazzali - che
gli stranieri riempiono le carceri, mentre chi ha soldi e potere ne rimane sempre fuori anche se delinque».
Curcio ha poi puntato il dito sui Centri di identificazione ed espulsione - tredici in tutta Italia, ma il governo
vuole aumentarli -, che a suo dire sono «la rivisitazione moderna dei campi di concentramento nazisti. Non si
assiste a nessuno sterminio, ma i migranti sono reclusi per sei mesi senza che abbiano commesso alcun reato, e
poi lasciati sulla strada senza documenti, soldi e diritti: è un annullamento della persona, uno “smaltimento”
senza costi di individui classificati come clandestini e sfruttati dal mercato nero».
E tutto ciò è ancor più grave nel caso dei
rom, che sono ghettizzati solo in base a
preconcetti e alla loro etnia: «Un chiaro
sintomo - ragiona Curcio - della politica
dell’annientamento di questi tempi».
Il risultato è una lotta per la
sopravvivenza nel totale disinteresse da
parte della società media italiana: «Una
società di persone mute in cui la paura è
trasformata in voti - ha concluso Curcio
-, indifferente e quindi complice
dell’autoannientamento dei più deboli».




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BRESCIAOGGI, 20 AGOSTO 2010

Colture Ogm, Brescia si spacca in due
di Pietro Gorlani

L’acceso scontro politico sugli «ogm» che vede in questi giorni contrapporsi il ministro per le Politiche Agricole
Giancarlo Galan (Pdl) al governatore del Veneto Luca Zaia (Lega Nord) in merito alla distruzione, in provincia di
Pordenone, di un campo di mais transgenico da parte dei no global si ripresenta in piccolo anche nella nostra
provincia. La Coldiretti Brescia si schiera con il presidente Zaia (la Lega Nord è da sempre contraria agli Ogm,
proprio come la Coldiretti), mentre l’Unione Agricoltori condanna fortemente quanto successo in Friuli,
appoggia il ministro e chiede a gran voce una legge che introduca la possibilità di coltivare ogm. Nella «terra di
mezzo» si pone invece l’assessore provinciale all’Agricoltura che si dice favorevole «ad una sperimentazione
molto controllata». «Quello che è successo a Pordenone è un atto vergognoso - tuona Annibale Feroldi, direttore
Upa -. Se è stato commesso un illecito seminando semi ogm non tocca ai privati cittadini fare giustizia e
distruggere i campi di mais». Parole di fuoco anche contro chi (ovvero Zaia) ha giustificato il gesto, «in modo
pernicioso, politico, anacronistico».
Le posizioni a favore del transgenico sono ben riassunte da Feroldi: «i nostri maiali e le nostre mucche da anni
mangiano soia e mais geneticamente modificati e tutti mangiamo prosciutti e insaccati e latte derivati da questi
animali. In gran parte d’Europa si possono coltivare: anche in Italia è ora di togliersi il paraocchi. Noi siamo a
fianco del ministro Galan. Proviamolo, visto che oltre il 60% degli agricoltori italiani è favorevole». Feroldi
invita a riflettere sui benefici in termini ambientali legati all’utilizzo di ogm: «si abbatte l’utilizzo dei pesticidi e
si risparmia acqua» e rigetta discorsi di etica economia sul favoreggiamento delle multinazionali sementiere:
«Già oggi il mercato dei prodotti agricoli è in mano alle multinazionali, Non cambierebbe nulla».
Non usa mezzi termini il presidente di Coldiretti Brescia, Ettore Prandini: «Ci piace l’intransigenza dimostrata da
Zaia sulla chiusura agli Ogm. Quello che è avvenuto in Friuli si poteva immaginare: i singoli agricoltori non
possono fare delle scelte illegali e quel raccolto andava distrutto, anche se non condividiamo il modo in cui è
successo». Se l’Europa ha delegato ai singoli stati la decisione in merito alla coltivazione di ogm, Prandini invoca
una legge nazionale chiara, che metta al bando il transgenico e ripristini la concia del mais: «In Lombardia e in
Italia abbiamo la maggior resa mondiale di mais per ettaro. Adottare gli ogm per produrre l’1,5% in più non
risolve per nulla i problemi della nostra agricoltura, visto che le sementi costano di più ma alla fine il mais
transgenico sul mercato è pagato meno. Il futuro è nella diversificazione delle colture e nella difesa del tipico. Va
sfatato anche il mito che l’ogm è resistente alla diabrotica: gli esempi negli Usa non mancano». Da qui l’invito al
ministero di ripristinare la concia del mais mentre Prandini fa proprio il principio di precauzione.

BRESCIAOGGI, 20 AGOSTO 2010
Il precedente
2003: Bassa contaminata. Sequestrati 150 ettari
di Pietro Gorlani

Risale all'estate del 2003, sette anni fa, il caso Ogm scoppiato nella Bassa. In ventidue paesi (da Trenzano a
Paderno Franciacorta) dei semi di mais geneticamente modificato vennero seminati (in una percentuali pari ad
uno ogni mille) in oltre 150 ettari (450 ettari in tutta Lombardia). Ben 46 le aziende agricole della Bassa alle
quali i campi vennero messi sotto sequestro. All'epoca coltivare Ogm in Italia era vietato. Vietata anche la
contaminazione accidentale. Per questo i raccolti contaminati di tutta la Regione (più di cinquemila tonnellate)
vennero stoccati nei magazzini della Cerealcom di Lograto. I coltivatori lo vendettero alle ditte sementiere che
poi utilizzarono le derrate in parte per la produzione di bioetanolo (per il mais più contaminato) ma la
maggioranza venne piazzata sul mercato. Va ricordato che diversi coltivatori avevano acquistato e seminato
inconsapevolmente quelle qualità di mais (J24 e D12 della Pioneer ed Mon810 della Monsanto) risultate poi
transgeniche allo 0,1 per cento grazie agli esami effettuati dall'Asl di Brescia.




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BRESCIAOGGI, 20 AGOSTO 2010
A settembre il Comitato per la valorizzazione della Franciacorta organizzerà un convegno sul tema
Per salvare le feste popolari parte una raccolta di firme
di Giuseppe Zani

Giù le mani dalle feste popolari». È lo slogan che ora ispira una raccolta di firme in tutta la Franciacorta e che a
settembre farà da filo conduttore a un convegno. Dietro a entrambe le iniziative c'è Luigino Manessi,
coordinatore del Comitato per la valorizzazione turistica e culturale della Franciacorta. Egli intende così
rintuzzare la pretesa di Confesercenti e Fiepet (Federazione italiana esercenti pubblici e turistici) di porre un
freno alle sagre popolari, sottoponendole a un regolamento da adottarsi a livello di regione Lombardia.
«In questi giorni è partita in riva al Sebino e in Franciacorta una raccolta di firme - racconta Luigino Manessi - a
sostegno delle feste organizzate da varie associazioni di volontariato, Pro loco, oratori, comitati di vario genere:
ricalca, anche nel testo, la raccolta di firme in corso ad opera dell'associazione «Brescia In». A settembre poi, il
24 con ogni probabilità, il Comitato da me coordinato promuoverà a Iseo un convegno sulle feste popolari,
considerate da varie angolazioni: gli scopi benefici, la loro capacità di aggregazione, le agevolazioni fiscali
previste, la promozione dei prodotti agroalimentari e dell'intero territorio. Invitato a interloquire sarà Aristide
Peli, assessore in Provincia al Volontariato, Associazionismo e Servizi sociali».
Le posizioni sono note da tempo. Fiepet e Confesercenti sostengono che molti degli stand gastronomici allestiti
d'estate e nei fine settimana sono vere e proprie attività d'impresa: la loro proliferazione è tale da costituire una
«concorrenza sleale» nei confronti di bar e ristoranti. Di lì la proposta al Pirellone di adottare «un regolamento al
fine di assicurare un corretto svolgimento di questi appuntamenti garantendo altresì sicurezza nei confronti dei
consumatori e pari opportunità per tutti gli operatori». Un giro di vite, insomma. «Brescia In» e Luigino Manessi
ribattono che la prima preoccupazione dei promotori di sagre popolari è sempre stata e resta quella di ottemperare
al 100% al codice socio-sanitario previsto dall'Asl. Quanto alla concorrenza, sempre secondo «Brescia In» e
Manessi, la clientela delle feste popolari è assolutamente diversa da quella della ristorazione tradizionale, i cui
prezzi ormai sono per lo più inavvicinabili. Le risorse raccolte da Pro loco, oratori, associazioni, sodalizi Onlus,
poi, sono sempre destinate al sostegno di iniziative umanitarie, sociali, culturali e sportive, anche a
completamento dei progetti che i vari Comuni faticano a realizzare. Infine le sagre spontanee, oltre a essere
occasioni di aggregazione, fanno conoscere e apprezzare, insieme alle tipicità enogastronomiche, la storia, la
cultura e le bellezze dei luoghi in cui sono ambientate. «Non serve un regolamento regionale - rimarca Manessi-.
La mia proposta è che sia la Provincia, nella persona dell'assessore Peli, a farsi parte attiva nel coordinare le feste
popolari, esimendosi dall'ostacolarle ma valorizzandone le migliori, attraverso anche la stesura di un apposito
calendario». La proposta sarà formalizzata al convegno di settembre.


BRESCIAOGGI, 20 AGOSTO 2010

Provaglio d’Iseo. Il paese ricorda due giovani martiri della
Resistenza
di Fausto Scolari

La data del 20 agosto 1944 è ben incisa nella mente e nel cuore di tanti cittadini di Provaglio d’Iseo: 66 anni fa
due giovani, Enrico Turla e Ugo Zabelli, furono uccisi dai nazifascisti. Provaglio d'Iseo, che festeggia San
Bernardo, patrono della località di Zurane, li ricorderà tramite l’Anpi locale e nelle celebrazioni religiose officiate
dal parroco don Gianni Bracchi. Si tratta di un fatto tragico che va incastonato in un momento particolare della
storia locale. In località Gremù, nei boschi di confine fra Provaglio e Fantecolo, fu ritrovato il corpo del
presidente della Corte dei Conti e tenente della guardia nazionale, l’ on. Osvaldo Sebastiani, 56 anni sfollato con
la famiglia in una villa di Monterotondo. L'uomo politico era stato prelevato da una dozzina di persone verso le
21 del 16 agosto. La rappresaglia non si fece attendere. I nazifascisti passarono al setaccio l'intero paese, luoghi
sacri compresi. Nella parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo il parroco, don Paolo Raffelli (che a Provaglio d'Iseo
tutti venerano come un santo) fu interrotto mentre officiava la dottrina: i fedeli furono rastrellati. Trentacinque
furono i fermati, caricati a forza sui camion, pronti ad essere trasferiti in Questura a Brescia (di questi nonostante

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le insistenze di Don Paolo Raffelli affinché venissero rimessi in libertà, 14 furono arrestati). Ma il peggio doveva
ancora venire. Sul lato ovest della chiesa Enrico Turla venne fucilato, mentre poco più lontano, al ritorno da una
giornata di pesca, il quindicenne Ugo Zabelli, ragazzo sfollato a Provaglio, forse per disattenzione o per paura
non si bloccò all'alt dei nazifascisti, che non esitarono a far fuoco. Due omicidi che ancora oggi, a tanto tempo di
distanza, rimangono assurdi e chiedono giustizia.


BRESCIAOGGI, 20 AGOSTO 2010

Lozio. Un fine settimana di festa: apre il giardino dei
bambini
di Paolo Morandini

Saranno una vernice bibliografica, una manifestazione gastronomica e soprattutto l’inaugurazione di uno spazio
attrezzato per l’infanzia nuovo di zecca a caratterizzare il fine settimana di Lozio. Un programma che offrirà
occasioni di incontro e divertimento ai residenti e ai turisti a spasso per la Valcamonica. Un cartellone che, come
ricorda a nome della Pro loco Michele Pizio, verrà aperto questa sera alle 20.30 nella cornice della sala
esposizioni «Alla Fontana» di Villa. In programma un evento culturale; ovvero la prima presentazione ai lettori
camuni del romanzo «Matrimonio impedito» scritto dal bornese Giacomo Goldaniga. La storia, come anticipato
dal sottotitolo del romanzo, ovvero «I promessi sposi camuni», è quella vera e analoga a quella manzoniana di
Renzo e Lucia che ha avuto come protagonisti due giovani innamorati bornesi di inizio '900. Un racconto
arricchito da particolari e aneddoti che permette di rivivere luoghi e personaggi reali della Valcamonica dei
decenni scorsi. In occasione della vernice, l'autore del libro sarà affiancato da Carla Boroni, docente di
Letteratura italiana dell’Università cattolica di Brescia e autrice della prefazione al romanzo di Goldaniga.
Il resto del calendario del week end? Domenica sempre nella frazione Villa tornerà sulla scena la tradizionale
«Festa del pizzocchero», un appuntamento gastronomico e musicale organizzato sempre dalla Pro loco nei locali
dell'asilo parrocchiale. La giornata prevede il pranzo alle 12,30 e la cena dalle 19,30 in poi: ci si potrà sedere a
tavola versando 15 euro e gustando ovviamente il piatto di importazione valtellinese. Dopo cena, poi, la serata
proseguirà con la musica dell'orchestra «Valle Verde» e l'estrazione della lotteria.
Nel pomeriggio, tra i due momenti gastronomici, toccherà all’evento più importante: l'inaugurazione del nuovo
parco giochi realizzato in località Crist, alla periferia dell'abitato di Villa. È stato allestito dai volontari della Pro
loco utilizzando i proventi delle manifestazioni (e ovviamente il loro stesso lavoro), e con altalene, strutture a
castello e scivolo rappresenta un piccolo Paradiso per tutti i bambini del paese e non solo.


BRESCIAOGGI, 20 AGOSTO 2010

Ambiente. Ora Bienno ha un’altra luce
di Paolo Morandini

Saranno (si spera) ancora una volta tantissime le persone che nelle prossime ore raggiungeranno Bienno per
visitare la ventesima edizione della mostra mercato che inizierà domani (ne riferiamo a fianco); tanti ospiti che,
letteralmente, vedranno il paese dei magli sotto una «nuova luce», all’insegna del risparmio e dell'ambiente. Nei
giorni scorsi è stata infatti completata l'installazione di quattrocento nuovi punti luce con tecnologia «led», e
inoltre, nel rispetto delle caratteristiche del centro storico nelle vie del borgo sono state piazzate nuove lampade a
idruri metallici. «È una modalità di illuminazione consolidata, che permette di risparmiare circa il 40% in termini
di potenza impegnata rispetto alle lampade tradizionali - spiega il sindaco Germano Pini -; inoltre il fascio di luce
punta verso il basso, riducendo l’inquinamento luminoso». Insomma: stiamo parlando di un intervento prezioso
che ridurrà sensibilmente le emissioni necessarie per produrre l’energia e che darà una mano alle casse del
Comune, che dovranno dicevamo affrontare un esborso ridotto del 40%. In sintesi, dati alla mano l'impianto
installato da «Enel Sole» si ripagherà completamente in 10 anni. Ma l'attenzione per l'ambiente
dell’amministrazione comunale biennese si manifesta anche in altri settori. Per esempio con l'apertura di una
propria isola ecologica che è stata realizzata in via Prati, nella zona industriale del paese.
L’impianto è operativo dai primi giorni di agosto, e permette ai cittadini di conferire i rifiuti differenziati e
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l'umido. La nuova piattaforma occupa un area di 2.300 metri quadri circa, duemila dei quali utilizzati per le
attività e il resto adibito a spazio verde. Per la realizzazione dell'isola, che è costata 317 mila euro, si è dovuto
provvedere allo sbancamento dell'area e alla costruzione di muri perimetrali in cemento armato e dell'ingresso.
Le modalità di funzionamento? È già stato programmato l’orario invernale di accesso: il lunedì e il venerdì dalle
15 alle 18 e il mercoledì e il sabato dalle 7 alle 12. Gestito da Valcamonica servizi, l'impianto, che serve un
bacino di quasi quattromila utenti, permetterà di potenziare la raccolta differenziata, che a Bienno è già assestata
al 43% (nel 2001 era ferma a uno scarsissimo 17%), e di arrivare presto al traguardo-obiettivo del 60%.
«Diminuire la quantità di rifiuti indifferenziati porterebbe a un risparmio sullo smaltimento - aggiunge il primo
cittadino - e quindi alla potenziale rivisitazione della tassa a carico dei cittadini».

BRESCIAOGGI, 20 AGOSTO 2010
Domani inizia l’evento dell’estate
Via alla Mostra mercato, nove giorni di esposizioni e di
eventi collaterali
di Paolo Morandini

Domani alle 18, piazza Santa Maria farà da sfondo alla cerimonia inaugurale della ventesima «Mostra mercato
itinerante dell’artigianato» di Bienno: nove giornate espositive dedicate alle arti e ai mestieri che trasformeranno
nuovamente il paese in una vetrina dell’artigianato di qualità.
Una vetrina che sarà aperta dalle 18 alle 24 nei giorni feriali e dalle 10 alle 24 nei festivi, e che concluderà
l’elenco delle tre rassegne estive camune (di Pescarzo, Pisogne e, appunto, Bienno). «Siamo arrivati all’edizione
numero venti centrando un obiettivo importante - commenta il sindaco Aldo Pini -, proponendo un appuntamento
che ogni anno è cresciuto grazie a novità e riconferme, con oltre 200 espositori accuratamente selezionati tra
centinaia di domande che arrivano da tutta Italia. Solo per fare qualche citazione, passeggiando per il centro del
paese gli ospiti potranno vedere all’opera artigiani, scultori, restauratori, incisori, produttori di cesti e oggettistica
in legno, botteghe di sartoria e lavorazioni al telaio, artisti del vetro, della terracotta e della ceramica, e anche
creatori di gioielli e intagliatori di pietra». Poi ci saranno gli eventi collaterali. Anche quest’anno la Mostra
mercato proporrà ogni giorno un susseguirsi di eventi e spettacoli, appuntamenti con la musica rinascimentale e i
balli, con le esibizioni di acrobati, giocolieri e sbandieratori. E torneranno in scena i fabbri dell’associazione
biennese dei «Frear» di Bienno, i quali tutte le sere proporranno dimostrazioni di forgiatura e la realizzazione di
spade medievali partendo dalle indicazioni di un codice d’epoca. Per conoscere il programma dettagliato è
possibile mettersi in contatto con lo 0364-300307, o consultare il sito internet www.mostramercatobienno.it,
studiando il «Programma corsi», il «Programma animazione», e il «Programma eventi».


BRESCIAOGGI, 20 AGOSTO 2010
Sellero. La nuova ricchezza di Scianica
Ecco le «tre torri»: l’industria diventa occasione turistica
di Lino Febbrari

Quest’anno si è vissuta una edizione davvero molto speciale del Ferragosto sellerese: venerdì scorso, per la prima
volta, dopo l'accurato intervento di recupero finanziato dall’Unione europea, dagli enti comprensoriali camuni e
naturalmente dall’amministrazione comunale, sono state aperte alle visite del pubblico le «tre torri» che sorgono a
Scianica, a pochi passi dalla ferrovia e dalla statale del Tonale. Parliamo di uno spettacolare esempio di archeologia
industriale: in questi tre giganteschi forni, fino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso si cuoceva la roccia
scavata sulle pendici della Concarena, e nei mesi estivi, comprese le strutture sull'altro lato della 42, in questo
impianto lavoravano fino a quattrocento persone. Adesso il vecchio sito industriale è destinato a diventare un
museo, e insieme il centro di informazione di un «percorso» minerario, idroelettrico, naturalistico e archeologico (in
questo caso nel senso preistorico) che interesserà tutto il comprensorio. I lavori di riqualificazione e gli obiettivi
saranno presentati ufficialmente il prossimo mese di settembre, in occasione della cerimonia inaugurale.


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BRESCIAOGGI, 20 AGOSTO 2010

Piancamuno. Il dramma della Ifp. La salma di Eugen
tornerà in Patria
di Paolo Morandini

Morire a 25 anni da emigrante, nel Paese che doveva diventare l’occasione per trasformare la propria vita.
Mercoledì, a Eugen Claudiu Kobori, un giovane arrivato dalla Romania e residente a Bessimo di Darfo Boario, è
toccato il ruolo di quarta vittima del lavoro camuna dall’inizio di questo 2010. E ieri non c’era alcuna novità di
rilievo sul destino dei suoi resti: la salma dell’operaio deceduto mentre lavorava a Piancamuno è ancora a
disposizione della magistratura nella sala mortuaria dell'ospedale di Esine; in attesa di una probabile autopsia.
L'ennesima morte bianca, lo ricordiamo, è avvenuta all'interno della «Industria filo Patentati» di via Predalva. La
vittima, alle dipendenze di una impresa esterna, era impegnata nelle manutenzioni estive degli impianti
produttivi, e stando alla prima ricostruzione ha perso la vita cadendo da un carro ponte e facendo un volo di molti
metri. Un dramma avvenuto davanti allo sguardo impotente e terrorizzato di tre colleghi del ragazzo: gli stessi
che hanno subito chiesto soccorso. In pochi minuti a Piancamuno sono arrivate l’eliambulanza e una autolettiga
inviate dal «118», ma per il 25enne non c'era già più nulla da fare.
Eugen Claudiu Kobori viveva da qualche tempo a Bessimo con la compagna e con alcuni connazionali amici. E
adesso, una volta avuto il nulla osta alla sepoltura, la sua comunità parrebbe intenzionata a riportarne la salma in
Romania, perchè possa ricevere anche l'ultimo saluto nel rito cristiano ortodosso.

GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010

Piancamuno. Commozione per l’operaio precipitato
di Sergio Gabossi

La salma di Eugen Claudiu Cobori non è ancora a disposizione dei familiari. L'operaio romeno di 25 anni, morto
mercoledì pomeriggio a seguito della caduta da un'impalcatura allestita all'interno di un'azienda di Pian Camuno,
si trova ancora presso la camera mortuaria dell'Ospedale di Esine e finché non sarà rilasciato il nullaosta del
magistrato non potrà fare rientro a casa.
Gli inquirenti, ricostruita la dinamica dell'accaduto, starebbero infatti accertando eventuali responsabilità. Lo
sfortunato 25enne, in Italia dal 2007 e residente in via Nazionale a Bessimo di Darfo, era dipendente di una ditta
gestita da connazionali che si occupa di fare manutenzione per le grandi aziende. Da qualche giorno, una squadra
di operai stava lavorando alla I.F.P. srl in via Predalva a Pian Camuno e mercoledì, nel turno lavorativo, c'era
anche Cobori. Verso le 16.30 - mentre il giovane si trovava su un'impalcatura a circa una decina di metri d'altezza
- si è consumata la tragedia: l'operaio è improvvisamente precipitato nel vuoto schiantandosi al suolo e morendo
sul colpo. Vano ogni tentativo di soccorso da parte del personale medico del 118 di Bergamo e dei volontari di
Santa Maria Assunta di Pisogne. La salma del ragazzo, quattro ore dopo la disgrazia, è stata trasportata
all'Ospedale di Esine dove si trova tuttora, in attesa del via libera alla sepoltura da parte della magistratura. Solo
allora si saprà se verranno celebrati i funerali o se la salma farà rientro in Romania.


GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010

Piancamuno. Beata: finalmente la luce
di Sergio Gabossi

Beata... luce. Funziona a pieno regime la nuova linea dell'illuminazione pubblica nella frazione Beata del
Comune di Pian Camuno. L'intervento, voluto, realizzato e pagato dall'Amministrazione comunale del sindaco
Renato Pe con la consulenza di Vallecamonica Servizi, si è concluso nei giorni scorsi e da qualche sera, lungo la
ex via Valeriana e via Minolfa, brilla una luce nuova. I quarantadue nuovi punti luce sono stati posizionati a
margine della carreggiata che parte dal bivio che si trova ai piedi della salita di Montecampione e prosegue verso
il cimitero della Beata. Complessivamente, la luce bianca sprigionata dalle lampade a basso consumo, schiarisce
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oltre un chilometro di strada. «Era un intervento atteso e sollecitato dai cittadini della Beata che frequentano
questa zona - spiega il sindaco Pe -. Ai lati della strada, infatti, si trova un marciapiede di dimensioni importanti
che viaggia parallelo al bosco e alla zona verde del comune e, soprattutto di sera, sono moltissimi i pedoni, i
ciclisti o i podisti che transitano da qui». In fondo alla strada, che interseca con via delle Stalle e via Battaglione
Edolo, si trova anche un parco giochi molto frequentato dalle mamme coi bambini e il senso di insicurezza
avvertito dai passanti è andato crescendo negli ultimi mesi. Con l'avvento dell'estate, gli amministratori di Pian
Camuno hanno deciso di risolvere il problema una volta per tutte e con una spesa di poco più di 50mila euro
interamente a carico delle casse comunali, si è provveduto a portare l'illuminazione pubblica anche là dove
mancava. «Diciamo che questa via è l'anello di collegamento tra la strada provinciale e la statale ed era l'unica
zona buia della Beata - sottolinea Pe -. In tempi di scarsa liquidità da parte dei Comuni, questo è un impegno
economico non indifferente che abbiamo potuto sostenere grazie al finanziamento concesso dalla Banca Popolare
di Sondrio che ha creduto nel progetto». Sull'intervento esprime un giudizio complessivamente positivo anche la
minoranza di Pian Camuno 2000.
«L'intervento era necessario ed è sicuramente una cosa positiva - spiega Santino Fanchini -. La zona in questione
è molto frequentata sia da pedoni e ciclisti che dalle autovetture che transitano da qui per arrivare fino alla
frazione della Beata». Ma? «Per quanto sia stato ben fatto, credo che si potesse pensare ad un intervento
esteticamente migliore, magari pensando di posare pali di illuminazione meno alti rispetto a quelli scelti».


GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010

Lozio. A Villa c’è un parco giochi nuovo
di Giuliana Mossoni

Ci si chiede spesso dove vadano a finire i proventi delle varie feste e festine che si svolgono un po' in tutta la
provincia, in particolare in questo periodo. Tra stand gastronomici, lotterie e pesche di beneficenza, si spera
sempre che quanto esce dalle tasche per divertimento serva almeno per una buona causa. A Lozio, sull'altipiano
bornese, gran parte di quanto è stato guadagnato quest'estate (ma anche in passato) dalla Pro loco è stato
«investito» per la realizzazione di un nuovo parco giochi, venuto pronto proprio in questi giorni. E così
domenica, nell'ambito dell'ennesima festa, quella del pizzocchero, i volontari hanno convocato villeggianti e
concittadini all'inaugurazione delle nuove strutture del parco giochi della località Crist a Villa di Lozio.
Nel giardino pubblico, ampliato negli ultimi anni, sono stati posizionati i nuovi giochi, tra cui un'altalena per i più
piccoli, una struttura a castello con scivolo, funi e rete per arrampicarsi, un'altra altalena per i grandi e due tavoli
pic nic. Parlano di volontariato anche i lavori necessari per la posa delle strutture: a impegnarsi questa volta sono
stati i numerosi nonni loziesi. Il parco è situato lungo il percorso che da Villa conduce alla località «Resù», sulla
strada che porta a Ossimo Superiore, un tragitto di circa 500 metri che, durante la bella stagione, si trasforma in
una bella passeggiata. «La nuova struttura - spiegano in Pro loco - si trova in una zona azzeccatissima, per questo
abbiamo puntato qui, perché è a servizio di un'area di recente sviluppo, dove da quest'anno diverse nuove
famiglie con bambini sono venute a trascorrere le vacanze estive. È una bella soddisfazione, sia per
l'associazione, che ha investito parte dei proventi delle feste, sia per chi ha prestato manodopera e buona
volontà». Il programma dell'inaugurazione prevede, nel pomeriggio di domenica, l'esibizione della banda
musicale di Malegno, l'animazione dei truccabimbi e una merenda offerta dalla Pro loco. Per pranzare e per
cenare, invece, si potrà approfittare della già citata «Festa del pizzocchero»: all'asilo, alle 12.30 e alle 19.30,
verrà proposto un menù con pizzoccheri, bresaola o grigliata mista.


GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010

Bienno. Tempo di mostra mercato
di Giuliana Mossoni

Centocinquantamila presenze nel 2009. È il record da battere per la ventesima edizione della Mostra mercato di
Bienno. E visto che i numeri aiutano spesso a misurare la portata di una manifestazione, aggiungiamo che
quest'anno nelle viuzze e nei cortili medievali dell'unico «Borgo più bello d'Italia» della Valcamonica ci saranno

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oltre duecento espositori, una sessantina di spettacoli spalmati su nove giorni d'evento, da domani, 21, al 29
agosto, una quindicina di gruppi musicali e d'animazione, decine di visite guidate, dimostrazioni, mostre e
allestimenti. Che altro? Sette tra corsi e stage (forgiatura, doratura, intarsio e tarsia prospettica rinascimentale,
intaglio, restauro ligneo e lucidatura mobili, liuteria, manipolazione argilla al tornio) e oltre una decina di artisti,
camuni e non. Signori, signore, si apre la ventesima edizione dell'esposizione visiva di arti e mestieri
nell'ecomuseo del Vaso Ré e della Valle dei Magli, una manifestazione conosciuta ormai in tutta la Lombardia
(probabilmente anche oltre).
A passeggio fra magli, mulini, cantine. «Vent'anni di passione», li ha definiti il vicesindaco Clemente
Morandini (anima e cuore dell'iniziativa), irraggiungibile in questi giorni, indaffarato com'è a far sì che anche gli
ultimi dettagli siano perfetti, in «perfetto stile biennese». Cos'è diventata, la Mostra mercato di Bienno, oltre che
un fenomeno di massa in salsa camuna, che fa riversare ogni sera, per nove sere, migliaia di persone nel paese dei
magli e dei mulini, a curiosare in cantine, botteghe, androni e palazzi? «Si tratta della presa di coscienza generale,
di ogni cittadino biennese, della bellezza di Bienno - asserisce Morandini -. Questo è il vero senso dell'essere
comunità, che parte da una scommessa di tanti anni fa e diventa il contesto ideale per portare avanti le tradizioni,
l'arte e la storia, le ricchezze e i pregi di un borgo medievale unico».
«Espositori di qualità». E la caratteristica peculiare? «La qualità degli espositori - è la risposta del vicesindaco -.
Lo spazio è riservato agli artisti e agli artigiani, perché questa Mostra non si trasformi in una fiera sui generis, ma
rimanga il fulcro d'incontro tra la maestria delle mani e degli occhi, tra i saperi e le tradizioni. Non è facile andare
in giro un po' per tutta Italia a scovare i veri maestri artigiani, quelli che hanno una storia e un'arte da raccontare,
e convincerli a venire in Valcamonica, ma continuiamo a farcela, tutti gli anni». E quindi, che mostra Mercato
sia: si inaugura sabato alle 18 alla chiesa di Santa Maria (quella con gli affreschi del Romanino) e si parte subito
con gli intrattenimenti dell'Incanto armonico tra atmosfere rinascimentali e barocche, con le Musiche
d'atmosphera alla scoperta dei cortili, con Mister meraviglia Andrea Loreni nel cortile Simoni Fè (spettacolo di
tecniche circensi) e con le fontane danzanti. E poi via, ogni sera, con un programma che non proviamo nemmeno
a raccontare, dalle 17 alle 24 nei feriali e dalle 10 alle 24 nei festivi (è tutto su www.mostramercatobienno.it).
I musei del paese (fucine e mulino) saranno aperti con ingresso gratuito, così come le visite guidate alle chiese di
Santa Maria e dei Santi Faustino e Giovita, all'Ecomuseo e al monumento a Cristo Re. In giro per il borgo
dimostrazioni dei maestri forgiatori, degli artieri dell'alabastro di Volterra, del club Artigiani creativi di Villa
Gritti (Verona), delle tradizioni scultoree lignee e del restauro dei dipinti su tela, tavola e sculture policrome.
Ancora due dettagli: lungo il percorso possibilità di mangiare in numerosi punti ristoro e accesso con bus navetta
ogni 15 minuti. Il resto, lo farà una visita a Bienno nei prossimi giorni.


GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010

Pisogne. Filo d’argento, un telefono per gli anziani
di Alessandro Romele

È un bilancio positivo quello del Progetto di Telefonia Sociale Filo d'Argento, che l'Auser di Pisogne conduce da
diversi anni: una importante iniziativa di sostegno ed ascolto agli anziani del territorio camuno e sebino, attraverso
il centro informazioni telefonico allestito all'interno della Casa di riposo. I volontari, coordinati da Anna Visnenza,
ricevono, tra telefonate, fax, contatti mail, una media di 150 richieste d'aiuto al mese: sono anziani che hanno
bisogno di chiarimenti sui servizi erogati dai diversi enti comunali, che necessitano di informazioni riguardanti il
trasporto agli ospedali o al locale cimitero, della consegna dei pasti, delle medicine, della spesa a domicilio, di
notizie sul segretariato sociale. «Tanti anziani hanno semplicemente bisogno di compagnia - spiega la segretaria -;
noi siamo d'appoggio a tutti quelli che richiedono il nostro servizio. Un servizio molto importante, perché come
abbiamo avuto modo di constatare in questi anni, ha risolto parecchi problemi a molti». In effetti gli operatori
telefonici del Filo d'Argento, gentili e cordiali come etichetta vuole, ascoltano, consigliano, cercano contatti per
l'anziano che chiede informazioni. Tutto questo per 6 ore al giorno, da lunedì a venerdì. Il numero da chiamare è
800995988, e come recita lo slogan, è «il numero verde che ti dà una mano».
Per continuare il servizio l'Auser di Pisogne ha ricevuto un contributo statale: i giovani con età compresa fra i 18
ed i 28 anni, purché abbiano voglia di mettersi in gioco, possono partecipare al bando per accedere al posto
all'interno del gruppo del Filo d'Argento - tra le altre cose, ricompensati con una paga di 433 euro previsti dalla
legge -. Per un colloquio con i responsabili, è possibile contattare direttamente il numero verde o scrivere
all'indirizzo di posta elettronica ausercam@ausercs.191.it.

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GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010

Mezzo milione di euro per i porti sebini
di Veronica Massussi

Tre porti commerciali del lago d'Iseo, a Sale Marasino, Monteisola e Tavernola Bergamasca verranno riqualificati
con interventi di manutenzione straordinaria. La realizzazione delle opere è prevista per il biennio 2011-2012 ma
l'affido dell'incarico di progettazione, gestito dal Consorzio Laghi, scadrà nelle prossime settimane. La
progettazione riguarderà la messa in sicurezza, ottimizzazione e potenziamento delle infrastrutture per il carico e
scarico delle merci, la regolamentazione delle aree a parcheggio ed il completamento dell'arredo dei porti.
L'importo presunto dei lavori è quantificato in 490mila euro, escluse le somme a disposizione, interamente a
carico della Regione. Con la prima fase progettuale, prende dunque il via la serie di interventi pianificati dal
Consorzio di Gestione dei Laghi per il triennio 2010-2012; le opere si diversificheranno in consolidamenti delle
passeggiate a lago, dei porti, di sponde e coperture di pontili. I comuni della riva bresciana interessati saranno
Iseo, con un progetto di consolidamento e riqualificazione del lungolago e Clusane, dove si effettuerà un
consolidamento spondale. La prima opera avrà un costo di 400mila euro, di cui 196mila erogati dalla Regione e
suddivisi negli anni 2010 e 2011; il secondo intervento verrà effettuato nel 2011- 2012 al costo di 200.000 euro
(di cui 100mila sono contributi regionali). Anche a Sulzano è prevista la riqualificazione di un'area a lago per
100mila euro (metà a carico della Regione), progetto che verrà eseguito direttamente dal Comune mentre sarà lo
stesso Consorzio a redigere il progetto ed a seguire i lavori della riqualificazione dei porti di Montisola, Sale
Marasino e Tavernola Bergamasca.
Nell'anno in corso, oltre al progetto di Iseo, sono stati finanziati la riqualificazione spondale di Predore, la nuova
sede del Consorzio a Sarnico (per un importo di 625mila euro in due anni) ed il consolidamento delle rive e
dell'alveo per 100mila euro. Lovere, Sarnico, Costa Volpino e Riva di Solto hanno invece opere «spalmate» sul
biennio 2011-2012. Il Consorzio, inoltre, per tutti e tre gli anni si occuperà della manutenzione straordinaria e del
potenziamento delle infrastrutture per la navigazione, cioè pontili e relative coperture. Ad oggi infatti sono
presenti pontili coperti solo a Sale Marasino, Sulzano e Monteisola, dove il traffico dei pendolari è più sostenuto.
Verranno coperti invece anche i pontili di Iseo, Pisogne e Predore, sempre per agevolare i pendolari che
usufruiscono della navigazione ma anche perché si tratta di porti molto trafficati anche dal punto di vista turistico.
La voce inerente alla manutenzione straordinaria ed al potenziamento delle infrastrutture della navigazione è stata
quantificata in 750mila euro, interamente a carico della Regione e suddivisi nel triennio.


GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010

Iseo. Torna alla luce il gigante di pietra. È lì da ventimila
anni
di Flavio Archetti

È rimasto per tanti anni coperto dalla vegetazione il masso erratico «Balòta dè la al di Précc»: un gigante di pietra
arenaria rossa di 960 tonnellate, lasciato circa 20.000 anni fa dal ritiro del ghiacciaio della Valcamonica, alto
sette metri, largo sei e profondo otto. Ha dormito a lungo nel bosco del monte di Iseo, lontano dagli occhi di tutti,
inosservato persino dagli appassionati di montagna che percorrendo il sentiero che porta a Bocàs gli passavano
accanto, e sconosciuto alla maggior parte degli iseani.
Il lavoro di pulizia. Quest'estate però, grazie a un'idea del signor Gian Franco Tocchella e alla sensibilità del
gruppo Alpini, è stato riportato alla luce con un lavoro di pulizia da sterpaglie e arbusti, ma anche riproposto
all'attenzione del pubblico con il posizionamento di sei nuovi cartelli segnaletici acquistati dell'Ana, posti
all'imbocco dei due sentieri che dalle località «Maestra di cà» e «Santa Teresa» portano nella valle che ospita il
masso (a quota 490 metri, distante 50 metri dal cancello della cascina Fidrighì), sia lungo il percorso nel bosco.
Come raggiungerlo. Stando ai primi rilievi tecnici, effettuati dal geologo Federico Mori, la Balòta appena
riscoperta sarebbe in grado di far impallidire per dimensioni il ben più noto masso erratico di Provaglio, che nel
recente passato è stato tanto valorizzato da apparire oggi, in compagnia dell'erratico «di arenaria rossa del
Permico» di Bagolino, come uno dei due monumenti naturali inseriti nella guida sui parchi e le riserve della
nostra Provincia.
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Il masso erratico è raggiungibile a piedi in circa un'ora, partendo da via Carlo Bonardi dove la prima delle nuove
frecce invia verso la mulattiera che passa dalla località Maestra di cà, o in macchina, svoltando a destra poco
dopo Santa Teresa per la località Bocàs, e proseguendo avanti per circa tre chilometri.
«Si tratta di un reperto di Verrucano Lombardo - spiega il geologo Mori - certamente depositato dal ritiro dei
ghiacci al termine dell'ultima glaciazione. Oggi la sua posizione è molto stabile, in perfetta sicurezza, anche
perché buona parte di questo gigante si trova ancora sepolta sotto terra». Come sono potuti arrivare fino a Iseo,
ad almeno 30-40 chilometri di distanza, i massi della Valcamonica? «Inglobati e spinti dall'avanzata del
ghiacciaio durata qualcosa come circa 10mila anni - continua Mori - che nella loro avanzata raccoglievano e
trasportavano qualsiasi elemento incontrassero sul loro cammino. Quando a causa dell'innalzamento delle
temperature il ghiaccio iniziò a ritirarsi, lasciò sul campo tutto quanto aveva trasportato, compreso questo enorme
frammento di arenaria rossa (tipico della bassa valle) nella Al di Précc».
Segnaletica nuova di zecca. «L'idea di segnalarlo adeguatamente è venuta al nostro consigliere Tocchella -
precisa il capogruppo dell'Ana Giuseppe Barbieri - insospettito dal colore inusuale di una pietra che sulla nostra
montagna non ha eguali. Dopo il sopralluogo del geologo e il voto favorevole di tutto il consiglio, sono state
acquistate sei "frecce", fatte di una plastica speciale molto resistente alle intemperie. Infine a luglio abbiamo
percorso in gruppo i due sentieri principali e deciso i punti strategici dove piazzare le indicazioni».


GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010

La maestra rifugista del “Gnutti”
di Sergio Gabossi

Arriviamo al Rifugio Gnutti dopo un giro lungo una mattina di cammino, schiaffeggiati da un vento in quota che
porta un freddo di neve. Inutile cercare l'Adamello, oltre gli ultimi passaggi della mitica «Terzulli»: una pattuglia
di nubi ce lo negherà per tutta la giornata e il cielo bianco da autunno anticipato lava via i colori dell'estate.
Almeno non piove, come un anno fa all'indimenticabile salita al Rifugio «Maria e Franco» alla sella del Dernal:
allora, il diluvio fantozziano sulla via del ritorno fu meno insopportabile grazie alla storia di Giacomino
Massussi, il rifugista bresciano più alto in quota, irriverente, sincero e dal cuore grande di cui avvertiamo
nostalgia, come della ostile e magnifica Valle Dois. Per pareggiare il conto serve una donna altrettanto originale,
perché la montagna è un articolo femminile e al rifugista donna va concesso il diritto di replica.
Sposata all'Adamello. «Andiamo al Gnutti, la troviamo là», ha suggerito provvidenzialmente l'amico
Gianfranco. E infatti la troviamo, ai 2.166 metri del Rifugio Gnutti: Maria Domenica Madeo di Rino di Sonico,
in gioventù insegnante elementare alla scuola del paese e trasferita a Concesio negli anni vicini alla pensione.
Compare improvvisamente oltre una fila di magliette stese ad asciugare, avvolta in uno sgargiante pile rosso, con
le mani piccole tese verso le nostre. Ci è stato riferito che, scrutando oltre i suoi occhi nerissimi, si dovrebbe
intravedere la piramide dell'Adamello che da trentacinque anni è la prima cosa che vede quando si sveglia al
mattino nei tre mesi d'estate inchiodata al suo Rifugio. Domenica ci insegna che, prima del suo Davide, ha
sposato l'Adamello, bellissimo e terribile nel suo abito bianco, che da qui si raggiunge tramite la via più breve e
impegnativa. Ed è sempre lì, a portata di mano, ombra pesante che diventa persecuzione e ossessione anche
quando stando seduti a tavola l'occhio scappa oltre la finestra. «Non oggi però, oggi non si vede», spiega
Domenica spegnendo ogni velleità messneriana. «Dopo la nevicata di stanotte, stamattina non è salito nessuno.
Basta guardare il passo: c'è neve come un mese fa».
L'alba sul Pian di Neve. Quattro giovanotti bergamaschi vestiti di tutto punto irrompono nella sala: sono lupi
delle Orobie ma non lo danno a vedere, ascoltano consigli anche da chi farebbe meglio a tacere: conforta sapere
che c'è ancora umiltà nell'alpinismo moderno. Sono pronti a dormire in un bivacco sgangherato pur di vedere
l'alba sul Pian di Neve e poi puntare verso l'Adamello. Sicuramente ce la faranno, qualunque sia l'itinerario
scelto. Gente che va e che viene, ma Domenica confida che le basta uno sguardo per capire con chi ha a che fare.
Sostiene che chi passa dal Gnutti è «suo» perché il gestore di un rifugio non è il barista di un autogrill e se per un
morto sull'asfalto non si mette sotto accusa la rete stradale, per uno che se ne va tra le bianche vette dei monti si
scatenano le ire contro la montagna assassina. «L'elicottero è dovuto intervenire ancora, ma non ho mai avuto
tragedie o morti in trentacinque anni di attività: credo che si possa parlare anche di fortuna», assicura con un
sorriso. «Chi fa l'Adamello si sveglia alle 4 del mattino e io mi alzo con loro per mettere su il tè e consegnare la
ricetrasmittente per comunicare con noi. Coi cellulari che non prendono questo è l'unico sistema per tenersi in
contatto col Rifugio».

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Tuonano altri scarponi sul pavimento di legno ed ecco una coppia di alpinisti tedeschi. Il fratello Giovanni arriva
con un vassoio di salumi ed una caraffa di vino che rinfranca lo spirito. «I primi anni - spiega - venivo qui con un
gruppo di studenti: c'era un pastore che portava al pascolo il suo bestiame e non passava giorno senza che lui si
facesse vedere. Erano altri tempi, la montagna era roba da pionieri e la Val Malga non la conosceva quasi
nessuno a parte la gente dei nostri paesi e i tecnici dell'Enel. Poi i tempi sono cambiati, negli anni Novanta c'è
stato il boom delle escursioni e tutti si sentivano un po' alpinisti. Adesso la situazione è cambiata ma non è vero
che le montagne sono state dimenticate. La gente che passa è meno numerosa rispetto a dieci anni fa, ma il viavai
d'estate c'è sempre».
Il marito sbotta ad ogni affermazione, fa il duro e non ha paura a ringhiare contro «chi comanda» perché «dieci
anni fa sul Sentiero n. 1 (Alta Via dell'Adamello, ndr) sono passate 1.500 persone e l'anno scorso 325. E sapete
perché? Uno che arriva a Temù e ha bisogno di un mezzo pubblico per tornare a Crocedomini a prendere
l'automobile fa prima a rifarsi tutto il sentiero a piedi al contrario». Domenica lo guarda con l'occhio paziente
della maestra. Parla e incanta. «Dovreste vedere questa valle la prima settimana di luglio, quando fioriscono i
rododendri. È il momento più bello: lo vedo ogni anno ma è sempre commovente».
Il silenzio e la paura. La nostra donna della montagna insegna che il silenzio fa paura solo a chi ha paura di se
stesso e la rifugista, proprio perché donna, ha una sensibilità tutta particolare con l'ambiente che la circonda.
Riflettiamo sull'importanza e la finalità del rifugio: non un albergo ma uno spazio di condivisione per chi ha da
raccontare storie di fatica, magari gonfiate per farle ricordare... E chi sta dietro il banco deve avere la pazienza e
la gentilezza di ascoltare da buon guardiano della montagna. Assurdo parlare di business perché chi vuol fare i
soldi sceglie un altro mestiere. «Ciò che conta è la cultura dell'accoglienza e nell'accoglienza garantire un
servizio essenziale sia nel vitto che nell'alloggio», spiega prima di uscire con una considerazione spiazzante.
«Una volta chi veniva nel Rifugio si portava il cibo da casa. Mangiava un primo poi tirava fuori le scatolette e
finiva il pasto. Adesso c'è chi si mangia il primo, il secondo, il dolce e il caffè con l'amaro perché basta tirare
fuori il portafoglio per risolvere i problemi».
Le lanciamo uno sguardo interrogativo. «Nei rifugi è bello condividere quello che si ha e invece la gente che la
sera cena qui parla poco o addirittura non parla con i vicini di tavolo. Una volta si cantava come matti, si dormiva
tre ore e poi via a fare l'Adamello. Dov'è finita l'atmosfera di quelle sere?». Nei transistor degli I-Pod, forse. E
buonanotte poesia. Davide va e viene dalla sala e irrompe nella chiacchierata. «Sapete qual è il bene più prezioso
in montagna? Il pane. È oro. Quando so che vengono amici o gruppi del Cai a trovarmi lo dico sempre: portateci
il pane che è la cosa più difficile da recuperare stando quassù. Non ci sono teleferiche: o me lo portate voi dal
basso o scendo io a prenderlo perché non puoi mettere in tavola niente se non hai il pane».
È ora di rientrare. Usciamo e una sferzata di vento gelido ci risveglia da uno strano torpore, mettendoci sul
sentiero del rientro. Scendiamo a salti e in pochi minuti il Gnutti scompare dalla vista. L'Adamello è sempre là,
oltre le nubi bianche come zucchero filato.


GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010

Dall’Itc di Edolo al “Premassone”
di Sergio Gabossi

La seconda donna della giornata sta cinquecento metri più in basso, al rifugio Premassone, cinque minuti di
cammino prima di ritrovare l'automobile al «Put del Guat». Arriviamo un po' intontiti dalle terribili «Scale» del
Miller, dietro suggerimento dell'amico Francesco Gheza. Il ristoro di Gabriella Fioletti si materializza davanti
come un giardino dell'Eden: altalene, gerani ai davanzali, odore forte di resina. «Sono qui dal Duemila e quando
sono arrivata in questo posto le ortiche erano più alte di me», afferma Gabriella facendo un gesto ampio con la
mano. «Ci ho sempre creduto in questo progetto, abbiamo investito tutti i risparmi per tirare su il nostro rifugio e
oggi sono la donna più felice di questo mondo».
Gabriella era insegnante all'Itc di Edolo ed ha mollato tutto per la sua montagna. Ha le idee chiare e va come un
treno al nocciolo duro del pensiero. «Non è cambiata la gente che va in montagna, è cambiato il modo di
intendere il rifugio», spiega. «Ritengo che al primo posto ci sia la qualità del servizio e la scelta attenta di quello
che si può offrire all'escursionista. Certo che ci sono ancora i rifugi con le camerate da venticinque posti letto, ma
io punto su un servizio diverso: una stanza con letto matrimoniale. Ho solo quella e vi posso garantire che i
clienti rimangono molto soddisfatti». Ma così si svilisce il piacere di adattarsi alle alte quote, ribattiamo. «Non
credo. D'altra parte una volta chi andava in montagna aveva scarponi pesantissimi e oggi abbiamo tutti calzature

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in Gore-tex. I tempi cambiano e non bisogna avere paura di cambiare».
I suoi cinquant'anni si difendono bene dietro ai capelli raccolti in una coda. Il Rifugio Premassone ha tutto quello
che si può trovare in un ristorante del fondovalle: specialità cucinate con prodotti raccolti sul posto, formaggi e
salumi rigorosamente nostrani e una scelta di vini da far girare la testa. «Tutti prodotti della Valcamonica»,
assicura Gabriella. «Da dieci anni promuovo i prodotti della nostra terra perché credo che la nostra valle non
abbia niente da invidiare a nessuno». Si campa con un'attività come questa? «Si campa, non si fanno soldi a
palate. Questa è una missione e bisogna cercare di fare il meglio possibile con quello che c'è».
Gabriella esulta per il ritorno di fiamma per la montagna e le iniziative per valorizzarne i tesori. «Quando mi è
stata proposta l'iniziativa del Cantarifugi l'ho appoggiata subito: i canti alpini sono nati nei rifugi ed è giusto che
si riportino in quota». Quattro ragazzi del Lussemburgo le fanno i complimenti per i suoi ravioli di ortiche.
Salutiamo, promettiamo di tornare e diamo le spalle alla Val Malga di Sonico portando via il ricordo di
Domenica e Gabriella: due donne e quattro occhi che amano la montagna più di qualunque altra cosa ma la
guardano in maniera diversa. Domenica col suo Adamello punta sulla lentezza, sulla dimensione mistica e mitica
della montagna. Gabriella brucia di passione, sforna idee e sorrisi e rilegge ogni cosa in chiave moderna e un po'
imprenditoriale. In ogni caso, in montagna le donne ci stanno. Alla grande.


GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010

Studio del territorio e monitoraggi
Non solo emergenza e interventi di «soccorso ambientale». Se è vero che i funzionari dell'Arpa sono spesso
chiamati ad intervenire in caso di disastri all'ecosistema di differente entità, bisogna anche considerare che il
personale dell'Agenzia è quotidianamente impegnato in attività ordinarie connesse al controllo e allo studio
dell'ambiente.
In particolare l'Arpa, che è attiva in Lombardia dal primo dicembre 1999 come ente di diritto pubblico, svolge
molteplici attività di analisi per conto delle Istituzioni (Regione, Province, Comuni, Comunità montane e Asl) e
dei cittadini. Le attività dei funzionari si concretizzano in particolare nel raccogliere ed elaborare dati ambientali,
che vengono poi utilizzati dalle Istituzioni al momento di intraprendere azioni, progetti e politiche.
L'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente assicura inoltre il controllo dei fattori fisici, chimici e
biologici che caratterizzano l'ambiente nelle sue diverse componenti: aria, acqua e suolo. A questo proposito, ad
esempio, gestisce la rete di monitoraggio della qualità dell'aria; si occupa di valutare gli effetti delle dinamiche
globali di cambiamento meteorologico e climatico; fornisce supporto in materia di tutela dell'ambiente e di
prevenzione dei rischi; e infine assicura la diffusione delle informazioni sui temi ambientali attraverso la
redazione di rapporti tecnici e relazioni.


GIORNALE DI BRESCIA, 20 AGOSTO 2010
[Lettera al direttore]
Da Saviore. Langer, figura di uomo politico da ricordare
di Italo Bigioli

Le scrivo per esprimere, anche a nome di tutti gli amici della natura iscritti alla sezione di Saviore dell'Adamello,
la rabbia ed il dolore che stiamo provando per le affermazioni di un autorevole esponente della Giunta comunale
sulla figura di Alexander Langer. L'abbiamo incontrato a Bolzano e poi al Parlamento Europeo di Strasburgo
dove sostenne la richiesta di tutte le associazioni camune per la creazione di un grande Parco europeo nelle Alpi
centrali. Era il 1995, il 3 luglio di quell'anno si tolse la vita. Chi ha avuto il privilegio di conoscerlo
personalmente lo ricorda per la sua incredibile generosità e per il suo rigore intellettuale e morale. Fin da
giovanissimo divenne una figura centrale nel dibattito politico altoatesino fondando «Die Brueke» (Il Ponte), una
rivista che pose le basi per il dialogo interetnico in quella regione.
L'estremismo nazionalista ed il terrorismo che ha insanguinato per decenni grandi Paesi europei come la Spagna
e la Gran Bretagna è stato sconfitto da uomini come lui che le rivoluzioni le facevano innanzitutto in casa loro.
Esponente della migliore cultura sessantottina non riuscì mai ad essere un politico «normale». La politica per lui
era dedizione totale e coraggio anticonformista e controcorrente. Da co-presidente del gruppo Verde al
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Parlamento europeo sviluppò tutto il suo impegno nella tremenda guerra della ex Jugoslavia e ne fu travolto. Per
unanime riconoscimento i verdi europei, soprattutto grazie a lui, sono tra i pochi ad essere usciti con onore da una
vicenda che ha riempito di vergogna e di disonore il vecchio continente.
Siamo orgogliosi di avergli dedicato la casa-rifugio della nostra associazione a Saviore dell'Adamello ed
invitiamo la Giunta comunale di Brescia a recarsi a Gerusalemme per sostare brevemente davanti all'albero a lui
dedicato nel Giardino dei Giusti. Salutiamo i lettori del vostro giornale con il motto che ci ha lasciato: «Lentius,
Profundius, Suavius» (più lento, più profondo, più dolce).


L’ECO DI BERGAMO, 20 AGOSTO 2010

Adrara San Martino. «Riaprite quella strada». Ma i fondi
non arrivano
di Luca Cuni

La Regione ha detto no: dal Pirellone non arriveranno i 30 mila euro chiesti dal Comune di Adrara San Martino
per finanziare la bonifica urgente della strada di Collepiano, chiusa dai primi di maggio a causa di un cedimento
della carreggiata.
L'interruzione di via Bellini causa non pochi disagi ai residenti della piccola frazione – un centinaio di persone –,
soprattutto per i collegamenti con Foresto Sparso: il cedimento dell'asfalto, infatti, interessa un tratto di circa 50
metri verso il paese confinante. Il 5 maggio sulla strada era scesa una frana, causata dalle forti piogge. Maltempo
che aveva provocato pesanti danni in tutto il Basso Sebino, tra cui uno smottamento a Villongo dove una casa era
stata evacuata. Ora una quarantina degli oltre cento residenti di Collepiano hanno deciso di alzare la voce,
dandosi appuntamento nei pressi della zona franata: un «sit in» per sollecitare ancora una volta l'intervento
dell'amministrazione comunale, guidata dal primo cittadino Sergio Capoferri (lista civica «AdraraAttiva»).
«Nel corso di un incontro a inizio giugno, alla presenza del sindaco – dice Luca Falconi, 38 anni –, ci era stato
garantito l'avvio dei lavori entro la prima settimana di agosto. Ma siamo ancora qui ad aspettare. Da Collepiano
per raggiungere Foresto Sparso dobbiamo scendere e attraversare Villongo, percorrendo circa 20 chilometri». Gli
fa eco Davide Acerbis , 31 anni, residente a Foresto Sparso, ma proprietario di una seconda casa a Collepiano:
«Sono solo poche centinaia di metri che dividono le nostre due abitazioni, ma per arrivarci con l'auto devo
attraversare Foresto Sparso, Villongo e risalire ad Adrara San Martino».
Tempi duri anche per i contadini. Racconta uno di loro. «Per spostarsi di 300 metri in trattore con il fieno ho
speso una giornata su tre strade provinciali del Basso Sebino, creando problemi alla viabilità». Intanto visti i
tempi lunghi, c'è chi sulle quattro ruote non rispetta il divieto di transito e rimuove le transenne, con evidenti
rischi per la sicurezza. Sulla vicenda interviene il sindaco Sergio Capoferri: «Abbiamo dovuto aspettare perché
c'era la possibilità di ottenere un finanziamento regionale di 30 mila euro. Tuttavia lo smottamento non è stato
fatto rientrare nelle condizioni di somma urgenza e proprio in questi giorni la Regione ci ha comunicato che non
ci spetta il finanziamento. Avvieremo i lavori in settembre, compatibilmente con i tempi necessari per l'appalto. Il
progetto è già pronto. Capiamo il disagio ai cittadini, ma l'amministrazione ha anche il dovere di fare i conti con
le magre finanze».
E sui rischi per chi percorre la strada comunale eludendo il divieto, conclude il sindaco: «Ho dato il compito alla
polizia locale e al personale del Comune di procedere con le notifiche a chi non rispetta il divieto».




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IL MANIFESTO, 20 AGOSTO 2010

Un altro governo è possibile
di Alberto Asor Rosa

L’urgenza dei tempi e il rilievo delle tematiche mi inducono a riprendere e precisare il mio precedente articolo
(«Un governo di ricostruzione democratica», il manifesto, 8 agosto), quello che una volta si definiva
«esercitazione di scuola». Le «esercitazioni di scuola» venivano assegnate e discusse nelle classi medie
superiori della scuola italiana tanti anni fa per mettere alla prova le capacità logiche dei ragazzi. 1 compagni di
classe dell'individuo cui, sventuratamente per lui, era stato assegnato il compito di svolgerne una, erano invitati
dai loro professori a segnalare i passaggi logici che, in quanto tali, non funzionavano nell'elaborato; venivano
severamente rampognati quelli di loro che si limitavano a dire: non mi piace, non la penso come lui.
Naturalmente la logica formale non è il reale: per passare dall'una all'altro (e anche viceversa) bisogna fare
un'opera di trasposizione pratica decisiva, che nel caso nostro si definirebbe togliattianamente « iniziativa
politica». Però, al tempo stesso, senza logica formale si va a tentoni, non si riconoscono le cose, si prendono
fischi per fiaschi e in definitiva si finisce a catafascio.
In ogni «esercitazione di scuola» c'è una premessa. Se cade questa, cade tutto il resto. La «mia» premessa è: il
bubbone maligno, che distrugge l'Italia, diffonde la corruzione, spazza via il gioco democratico, fa vacillare le
istituzioni e le regole, distrugge l'informazione, sottomette tutti i rapporti di classe al gioco dei potenti, è
Berlusconi, è il governo in mano a Berlusconi, è il berlusconismo. Se è vero questo - se cioè la premessa regge -,
allora il compito politico e civile primario è trovare il modo di sbarazzarsene, altrimenti ogni altro discorso più
corretto, più profondo, più giusto - persino quello riguardante un corretto conflitto politico -, non sarà più
(mai più?) possibile.
Per sbarazzarcene, in Parlamento e nel paese, non ci vuole meno di un amplissimo schieramento di forze, che si
riconoscano in un programma di «ricostruzione democratica» e si aggreghino per questo; e siano per ciò stesso in
grado di mettere in moto un ancor più vasto schieramento di forze sociali e civili, che pure ci sono e aspettano
solo che qualcuno dia loro la possibilità di mettersi direttamente alla prova. Siccome è sempre più evidente che il
berlusconismo è in realtà un berlusconi-leghismo, bisognerà, per reggere il contrasto, che sarà formidabile, che
ne facciano parte senza esclusioni tutte le altre forze che in questi anni non hanno avuto a che fare con l'orrida
tabe o recentemente se ne siano liberate, dall'estrema sinistra all'Udc, a Rutelli, a Fini e ai finiani.
Questo bisogna non solo farlo, ma farlo presto, anzi prestissimo. Il contro-urto, infatti, è già cominciato.
Berlusconi ha due strade per salvarsi nell'attuale situazione di provvisoria crisi e debolezza: o andare alle urne; o
riassorbire la dissidenza. Se va alle urne con l'attuale legge elettorale, vince comunque, quale che sia la forma in
cui l'opposizione si presenterà, compresa quella bipartita (centrosinistra + centro moderato), da taluni non si sa
perché auspicata. E andrà alle urne legittimamente, nonostante le giuste proteste di Napolitano, se si dimostrerà
che in Parlamento non c'è una maggioranza alternativa. Ma non ci sarà una maggioranza alternativa se Berlusconi
riassorbirà, come sta tentando di fare, la dissidenza. Quest'ultima è la prospettiva peggiore, e attualmente non è
del tutto esclusa se non si lavora tenacemente in direzione contraria. Dunque, nelle prossime settimane, si decide
il nostro destino dei prossimi quindici-vent'anni: perché se Berlusconi finisce indenne la legislatura, rivince di
sicuro le elezioni, va alla Presidenza della Repubblica e...
Ma perché l'«opposizione»» dovrebbe presentarsi unita al voto in uno qualsiasi dei prossimi mesi, se non è in
grado di creare una maggioranza alternativa in questo Parlamento? La mia proposta di un «governo di
ricostruzione democratica» serve dunque a sanare contemporaneamente due punti deboli: quello dell'oggi e
quello del domani, perché se non ci sarà un governo sufficientemente credibile oggi non ci sarà un voto
sufficientemente forte domani. Ecco perché il governo che ci salva non può essere un governicchio, un governo
tecnico, un governo a termine, ecc. ecc. Sia perché il paese altrimenti non capirebbe il significato e l'entità della
svolta; sia perché gli esitanti, numerosi e su tutti i versanti, non sarebbero abbastanza invogliati a parteciparvi.
Invece debbono esserci sufficienti garanzie che si fa sul serio e che si andrà avanti abbastanza a lungo da poter
esibire risultati inequivoci. Se è vero, come è possibile e anzi fortemente auspicabile per allargare le risicate
alleanze in Parlamento, che esiste un'ulteriore componente del Pdl disposta a staccarsi dal bubbone, ciò potrà
avvenire solo se stimolata e garantita da queste condizioni.
Entriamo un po' più nel merito. Ho già scritto di alcuni punti di programma, che potrebbero caratterizzarlo
(niente d'indolore né di marginale, tutto sommato, a rileggerli oggi) e non ci torno sopra (forse qualche attenzione
in più meriterebbe la figura del Presidente del Consiglio, che non dovrebbe essere partitica: ci sono candidati
possibili molto autorevoli nel campo del giure e dell'economia). Ritengo invece utile precisare che un «governo

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di ricostruzione democratica» non è (oddio!) né di destra né di sinistra: è un governo che mira a ricostruire le
condizioni minimali dell'agire democratico e dell'unità nazionale, quelle per cui tornerebbero possibili e
«normali» una sinistra e una destra costituzionali ed europee; ed è perciò che sono legittimate a parteciparvi non
contraddittoriamente tutte quelle forze di sinistra e di destra, che concordano sull'urgenza e l'imprescindibilità di
raggiungere questo obiettivo, quello da cui dipende tutto (tutto, capito?).
Fin qui la logica formale. Proviamo a fare un passo in avanti nel mondo del reale e chiediamoci: un governo del
genere è fattibile? La mia risposta, molto minimale ma anche molto concreta, è: sì, è fattibile perché nessuna
delle forze che dovrebbero parteciparvi ha un futuro senza questo possibile sbocco. Vediamo.
a) L'estrema sinistra: è ridotta malissimo. Se non rientra nel gioco, e cioè, per dirla brutalmente, se non rientra in
Parlamento e nel Governo, è destinata all'estinzione. Il terreno della legge elettorale è quello su cui se ne può
trattare l'adesione, e se il sistema elettorale proporzionale è il grimaldello dell'alleanza, io, come ho già
accennato, non avrei obiezioni di principio:
b) L'Idv: dove può andare Di Pietro da solo?
c) Il Pd: è l'ago della bilancia. Bene ha fatto Bersani a dichiarare utile e preliminare l'accordo fra tutte le forze
dell'attuale centrosinistra. Ma -1'«iniziativa politica»! -, se non riesce presto, anzi subito, a promuovere lo
schieramento allargato della «ricostruzione democratica», sarà sorpassato impetuosamente dalla controiniziativa
altrui, rischiando la deflagrazione o il collasso;
d) L'Udc: Casini è probabilmente l'elemento tuttora più indietro. Non ha ancora scelto dove stare. Ma è troppo
tempo che non sceglie, e questo potrebbe logorarlo. Tramontate però rapidamente le prospettive di un governo
«che non vada contro una parte del paese» (come se ce ne fosse uno che non vada a pro di qualcuno o contro
qualcosa), dovrà in una situazione del genere scegliere. La Balena bianca non risorgerà più nel nostro paese. Il
massimo che Casini può ragionevolmente sperare è un ulteriore rafforzamento del centro moderato all'interno di
uno schieramento antiberlusconiano. E d'altra parte: fin quando la Chiesa di Roma riterrà componibile con i
propri interessi mondani la fogna a cielo aperto in cui l'Italia berlusconiana si sta trasformando? Qualche segnale
che il limite di sopportazione sia stato raggiungo c'è già stato;
e) L'Api: Rutelli è un vecchio frequentatore dei consessi di centro-sinistra; è impensabile che faccia mancare il
suo apporto in una circostanza del genere;
f) Futuro e Libertà: è il discorso più complesso e forse quello decisivo. Preliminare al resto del ragionamento, che
altrimenti potrebbe apparire davvero troppo procedurale: io credo che sia da prendere sul serio la cosiddetta
«conversione democratica» di Gianfranco Fini. Aggiungo anche (per esaurire totalmente le mie già precarie
riserve di credito) che ha giocato un ruolo positivo nelle ultime vicende il «fascismo di sinistra», cui attinge la
formazione di diversi componenti del suo gruppo (non di Fini, naturalmente), e che io giudico migliore del
berlusconismo (tanto è vero che non vi si è adattato). Ora Fini e il suo gruppo sono di fronte a un bivio dram-
matico: se accettano di farsi riassorbire -non importa in quale forma, se imperativa o contrattata, costruttiva o
parzialmente consensuale -, sono destinati ad una penosa estinzione, a cominciare da quella già selvaggiamente
iniziata nei confronti del loro capo, e i loro scalpi (ad eccezione di Briguglio, s'intende) verranno appesi ai banchi
che occupavano, e che mai più occuperanno, in Parlamento. Imboccare l'altra strada sarà periglioso e difficile, ma
non c'è scelta. È evidente, tuttavia, che il passaggio non sarà perfezionato, se non verrà accompagnato, anzi
preceduto, da parte delle altre forze politiche contraenti, da una totale garanzia di legittimità politica e
costituzionale, ossia, come dire, non mi viene la parola, ah sì, dal definitivo sdoganamento democratico-
costituzionale di tale forza.
Si tratta, come si vede, di un complesso di forze indubbiamente molto eterogeneo, con alle spalle storie e
tradizioni diverse, ma non incomponibile, se esse raggiungessero seriamente (ripeto: seriamente) l'accordo sui
primi due punti (come sbarazzarsi del bubbone berlusconiano) di questa «esercitazione di scuola». D'altra parte, a
nessuno sarebbe venuto in mente di chiedere ai naufraghi della Medusa di quali opinioni filosofiche e religiose
fosse ciascuno di loro, se ci fosse stata una possibilità di vogare insieme verso un porto sicuro, da cui ripartire.

IL MANIFESTO, 20 AGOSTO 2010

Sinistra, non una chimera né un sogno
di Riccardo Cavallo (Università di Catania)

Che 1'autocandidatura di Vendola rappresenti una scossa più che salutare all'immobilismo politico e che essa
possa far rinascere un barlume di speranza nel corpo esangue della sinistra, è un dato di fatto con il quale fare i
conti (Dominijanni, il manifesto 10/8). E non è un caso che il maggiore ostacolo alla sua discesa in campo

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provenga dallo stesso centro-sinistra e, in particolare, da alcuni esponenti del Pd, le cui astiose dichiarazioni
nascondono solo il timore che tale scelta possa far esplodere le contraddizioni, non più latenti, tra le due anime
del Pd, ancora alla ricerca di una difficile sintesi. Sempre più in balia di gruppi dirigenti autoreferenziali, il Pd
preferisce praticare il tiro al bersaglio contro Vendola, la cui unica colpa è stata quella di rivitalizzare, grazie ad
un forte sostegno popolare, il centrosinistra pugliese. Ciò nonostante, il leitmotiv dei vertici del Pd (e non solo)
continua ad essere il seguente: qualsiasi nome va bene, purché non sia quello di Vendola e non sia troppo di
sinistra. Ma vi è di più. C'è una strana coincidenza di interessi tra i due opposti schieramenti di centro-sinistra e di
centro-destra, entrambi alla spasmodica ricerca di escamotages (politici e non) per impedire l'assalto al cielo del
governatore pugliese. Lo dimostrano i tentativi di risolvere l'attuale impasse politica affidandosi, per un verso, ad
improbabili alchimie istituzionali (riforma della legge elettorale) o ricorrendo ad inopportune formule (governo
tecnico o di transizione) e, per l'altro, i continui ricatti di Tremonti sulla cruciale questione della sanità in Puglia.
In uno scenario così desolante in cui Vendola è costretto, suo malgrado, a muoversi tra l'arroganza del centro-
destra e le miserie del centrosinistra, alcuni interrogativi sorgono spontanei. La sua candidatura può essere
un'alternativa credibile al dominio incontrastato del berlusconismo e dei suoi valori portanti (individualismo,
aziendalismo, mercificazione) che già ha fatto breccia nella cultura di sinistra? La politica vendoliana che fa leva
anche sui bisogni immateriali può costituire uri alternativa seria ad una politica sempre più corrotta e succube del
Dio danaro? (vedi Enzo Mazzi, il manifesto 11 /8). La costruzione di inedite forme di aggregazione dal basso e lo
straordinario coinvolgimento emotivo dei giovani nelle fabbriche di Nichi può rappresentare una valida
alternativa alla vecchia concezione elitaria e verticistica della politica che, al contrario, con il suo istinto di
autoconservazione, soffoca già sul nascere, qualsiasi iniziativa di cambiamento? La narrazione affabulatoria
proposta da Vendola, capace di entrare in sintonia diretta con i bisogni ed i desideri reali della gente ricreando
l'antico legame tra politica e passioni, può essere un'efficace alternativa all'ormai logoro e grigio lessico dei
professionisti della politica, tutto fondato sulla relazione tra politica e interessi?
Questi sono i pressanti interrogativi a cui dovrebbero rispondere non solo gli intellettuali ma anche il variegato e
complesso arcipelago del popolo di sinistra (vedi, La rete della sinistra, il manifesto 14/8). Ed essi acquistano una
maggiore pregnanza soprattutto oggi, nel momento in cui, la vera posta in gioco sta nel costruire insieme e alla
luce del sole una sinistra che sia all'altezza delle sfide globali, cioè in grado di riproporre, in forme moderne, la
critica ab imis al liberal-capitalismo (vedi Giordano, il manifesto 29/7) e, soprattutto, di praticare forme di lotta
contro l'imperante fascismo dei consumi, per dirla con le parole di Pasolini.
Perciò urge la creazione di un rinnovato lessico e di un nuovo immaginario politico che potrebbe scaturire
dall'apertura di un cantiere di discussione, il cui scopo è di far uscire la sinistra dalla condizione di minorità in cui
si trova. Tenendo sempre ben a mente, da un lato, il vecchio insegnamento kantiano: «Non considerare subito
l'idea come una chimera e rifiutarla come un bel sogno, anche se nella sua realizzazione si incontrano degli
ostacoli» e, dall'altro, non sottovalutando affatto i rischi cui va incontro la sinistra e lo stesso Vendola) di fronte
all'eccessiva personalizzazione della politica. Se tali intendimenti resteranno lettera morta, la sinistra, come
denunciava qualche anno fa inascoltato Pietro Barcellona, non potrà che andare incontro al suo inevitabile
declino, impiccandosi all'albero della fiction e, la figura di Vendola, sarà ricordata come una meteora che ha
attraversato, illuminandoli solo per un istante, i cieli della politica.


LA REPUBBLICA, 20 AGOSTO 2010

Martina: «Si può vincere, la volata parte a settembre»
di Stefano Rossi

Maurizio Martina, segretario regionale del Pd, l'accordo con i centristi sulle elezioni comunali del 2011 si
avvicina? Dall'Udc Savino Pezzotta dice che voi due andate molto d'accordo perché "quelli di Bergamo
sono prima bergamaschi e poi tutto il resto". «Ha ragione».
Quindi dopo il patto della crostata avremo il patto della polenta taragna? «L'impostazione di Pezzotta è
preziosa, dobbiamo dialogare. Da tempo siamo interessati a un progetto largo con tutte le forze alternative al Pdl
e alla Lega e nessuno pone veti a nessuno. Chiediamo a tutti di essere generosi, serve uno sforzo comune».
Pezzotta, a dire il vero, un veto lo mette. A Giuliano Pisapia, un candidato alle primarie troppo di sinistra.
«Vedremo. Immagino che i candidati saranno più di uno, ma le primarie sono un punto di partenza, non d'arrivo.
Anche alla luce di quanto si muove nel centrodestra».


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Pensa al terzo polo? «Se dovesse esserci una esperienza simile, ovviamente figlia di dinamiche nazionali,
dovremmo considerarla con attenzione».
Rischiate che al ballottaggio poi ci vadano la Moratti e Gabriele Albertini come candidato dei centristi.
«Sono scenari che al momento non vedo. La mia certezza è che il nostro candidato saprà gestire primo e secondo
turno. Ma vorrei sottolineare un paio dicose».
Prego. «Si è dipinto ingenerosamente un Pd nell'angolo, un Pd in ritardo. Non è così. Siamo solo consapevoli di
non dover sbagliare le nostre mosse. Perciò pensiamo a lavorare bene per una grande sfida che si può vincere. Più
il tempo passa e più la Moratti attuerà iniziative di marketing elettorale come l'ordinanza in corso Lodi. È il segno
che è sempre più in difficoltà».
Bossi infatti subordina la ricandidatura del sindaco al "sentimento della gente". Le dichiarazioni di Bossi
sono agostane e probabilmente dovute a un puzzle leghista che si sta componendo su diverse partite, il governo
nazionale e quello locale in città importanti come Milano, Torino e Bologna. Però Bossi percepisce il malumore
profondo non solo della Lega ma di tutto il centrodestra verso la Moratti».
Lei prima ha chiesto generosità. È un messaggio alla sinistra perché faccia un passo indietro? «No, è un
ragionamento rivolto a qualsiasi interlocutore, per un progetto coinvolgente e innovativo. È ora di cambiare. Per i
trasporti servono investimenti forti, non briciole. L'ambiente non si migliora balbettando su qualche aiuola in più.
Ad esempio, nel nuovo Pgt, non vedo la svolta necessaria per una nuova visione di città».
Di che visione parla? «Milano, come il Paese, soffre di una crisi profondissima che allarga le disuguaglianze su
lavoro, redditi e carovita. Sono argomenti decisivi per parlare alla gente, non dimentichiamo che il centrodestra
ha vinto li prima che nei salotti. Occupiamoci di quartieri popolari, di casa, mobilità, vivibilità, del rischio
demografico di una città troppo anziana che espelle i giovani. Milano deve diventare, anzi tornare, città globale:
aperta e in grado di affrontare temi come l'immigrazione senza vecchi stereotipi».
Per questo il Pd cerca qualcuno nella società civile invece che nel partito, dal quale ieri il consigliere
provinciale Roberto Caputo ha manifestato disponibilità? «Non sono affezionato a questa divisione dei ruoli. Si
ragiona sul profilo della persona accanto una squadra che interpreti il programma in modo credibile e competente.
Su Caputo non commento, il tempo della valutazione sulle candidature arriverà».
Quando? «Da settembre emergerà. Il lavoro già fatto. Poi, lo so, dovremo pedalare. Ma abbiamo fatto bene a
non metterci troppa fretta. Non ho mai visto in una città della complessità di Milano indicare il candidato con un
anno d'anticipo, come voleva qualcuno».
Dovrete recuperare l'astensionismo. «È decisivo. Conterà la capacità del programma di guardare ili faccia i
problemi veri e la nostra di trasmettere all'elettorato una visione per il futuro. E dovremo produrre innovazione,
nelle persone e nella campagne elettorale».


L’UNITÀ, 20 AGOSTO 2010
Par condicio
Camera ardente
di Lidia Ravera

La morte «supremo avvenire e futuro di tutti i futuri» (V. Jankélévic) induce, negli esseri umani, silenzio e
rispetto. Gli "esseri politici" fanno eccezione: la morte li rende garruli. Attorno alle salme dei colleghi dichiarano
la consueta stima postuma, organizzano la cerimonia del cordoglio e, se serve, approfittano dell'occasione per
incontrarsi e sondarsi. È accaduto anche all'emerito presidente Cossiga: a ridosso della camera ardente, Letta e
Fini hanno provato a "smussare gli angoli", mentre Berlusconi, un po' più in là, apriva ufficialmente la stagione
della caccia ai dissenzienti, invitando i suoi a portargli il cuore pulsante di un finiano, anche moderato. Il defunto
aveva esentato per iscritto i colleghi dalla partecipazione alle esequie per evitare la tentazione di partecipare
all'inesauribile intrallazzo dei potenti, un gioco in cui era maestro. Non è stato esaudito.




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