"Metamorfosi del «Modello Emiliano». C’è ancora un futuro per i
distretti industriali?".
Parma 2011
I “nuovi” distretti agroalimentari tra i “nuovi” distretti industriali
di
Cristina Brasili and Roberto Fanfani*
Keyword: Sviluppo economico, Distretti Agroalimentari, Distretti industriali, Efficienza delle
imprese.
JEL Codes: A1, C23, O1, Q10, Q17
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1. Introduzione: sviluppo economico e distretti industriali in Italia
L’Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale si è trasformata da un Paese prevalentemente
agricolo a industrializzato, e più recentemente, in un’economia post-industriale. L’economia
italiana può essere considerata un caso di successo nella storia dei paesi più avanzati anche se
in essa permangono alcuni importanti “dualismi” strutturali: a livello territoriale, industriale e
nel mercato del lavoro. I distretti industriali sono considerati (DI) uno dei principali fattori di
successo dell’Italia dagli anni Settanta. Tra il 1990 e i 2006 (fonte Istat dai dati dei
Censimenti) i distretti industriali si sono ridotti da 199 a 156, pur continuando a rivestire un
ruolo rilevante nell’economia italiana e in particolare nell’ambito dell’industria manifatturiera.
Negli ultimi anni le analisi sullo sviluppo locale si sono focalizzate sugli effetti della
globalizzazione sui Distretti Industriali e sulle imprese che operano nelle aree distrettuali
(Università di Modena, 2003, Banca d’Italia 2005, Guelpa, Micelli 2007). I cambiamenti
strutturali che hanno avuto luogo nel nuovo Millennio non sono esclusivamente connessi
all’agglomerazione geografica dei DI ma anche alla stessa struttura delle piccole e medie
imprese e alle strategie di internazionalizzazione adottate. L’emergere di imprese leader e le
relazioni di rete forniscono prospettive diverse per le possibilità delle piccole e medie
imprese di sopravvivere e svilupparsi rispetto ai fondamentali cambiamenti dei mercati e
delle economie globali.
Il presente lavoro vuole evidenziare i principali cambiamenti strutturali che stanno
intervenendo nei distretti industriali nell’affrontare il processo di globalizzazione del nuovo
millennio. L’analisi quantitativa fa riferimento ai distretti agroalimentari e al loro sviluppo a
“mosaico” per sottolinearne le analogie e le differenze con gli altri distretti manifatturieri. La
rilevanza economica e la distribuzione geografica dei distretti agroalimentari va oltre le
definizioni prodotte recentemente da altri istituti di ricerca.
Partendo quindi dalle peculiarità che caratterizzano i distretti industriali e il settore
agroalimentare ci poniamo due quesiti ai quali vorremmo tentare di dare una risposta.
Le “esternalità positive” cioè quei fattori distintivi dello sviluppo distrettuale, esterni
all’impresa ma interni all’area del distretto, si stanno riducendo? Quello che in tanti studi
(Signorini L.F., 1994, 2000; Fabiani S., Pellegrini G. 1998) era stato evidenziato come
“l’effetto distretto” sta scomparendo?
Fin dall’inizio del nuovo millennio sono intervenuti importanti cambiamenti nello scenario
nazionale e internazionale che hanno notevolmente influenzato la realtà dei distretti industriali
e i diversi settori dell’industria manifatturiera in Italia. Un ampio processo di
internazionalizzazione, che implica nuovi mercati e maggiore competitività, e un’ampia
apertura delle filiere produttive, sia in termini di commercio che di investimenti diretti esteri
sono le sfide che caratterizzano le realtà produttive e tra esse anche quelle distrettuali.
Per sopravvivere al duplice shock della globalizzazione e della crisi economica i distretti
industriali devono ripartire dal territorio, rivalutare e rifinalizzare il capitale sociale ed
economico che li caratterizza alimentando, così, le economie esterne (Garofoli, 2003). I
distretti industriali caratterizzati da produzioni standardizzate perdono le quote di mercato in
favore di quelli con organizzazione flessibile e complessa con produzioni tipiche e di nicchia.
*Questo articolo è frutto di una riflessione comune degli autori. Comunque Cristina Brasili ha scritto i paragrafi
2, 2.1, 4 e 4.1; Roberto Fanfani ha scritto i paragrafi 3.1 e 3.2. L’introduzione e le conclusioni sono state scritte
congiuntamente. Gli autori ringraziano Elisa Ricci Maccarini per l’aiuto nell’elaborazione dei dati.
3
Alcuni distretti industriali, infatti, hanno dimostrato un’elevata capacità di reagire e non hanno
subito particolari riduzioni in termini di occupazionali e, piuttosto, hanno modificato la
specializzazione geografica delle esportazioni.
I distretti agroalimentari, per il forte legame alla cultura enogastronomia italiana e per la
varietà delle tradizioni alimentari a carattere regionale, hanno generalmente le caratteristiche
sopra citate, di “tipicità” e “qualità” che rendono i prodotti non facilmente imitabili e
riproducibili. La sostanziale anticiclicità del settore agroalimentare, nonostante la situazione
economica e congiunturale certamente non favorevole, vede i distretti del settore capaci di
incrementare le quote di export e la rilevanza in termini occupazionali. Non è, quindi,
possibile dare una risposta univoca al primo quesito relativo alla “reazione” dei distretti
industriali rispetto alla globalizzazione in questa prima decade del nuovo millennio. Si rende,
inoltre, necessario un approfondimento sulla specializzazione produttiva dei distretti
industriali che li rende più o meno vulnerabili alla competizione globale.
Anche il secondo quesito, non può essere affrontato in termini generali. Certamente, le
peculiarità del settore, e più specificatamente dei distretti agroalimentari, preservano in parte
dalla riduzione di quello che positivamente viene definito “effetto distretto” e che, invece,
emerge chiaramente in alcuni importanti e consolidati distretti industriali manifatturieri sta
riducendo considerevolmente quel vantaggio competitivo per un’impresa appartenente ad un
distretto industriale rispetto ad un’impresa definita “isolata”. Uno degli obiettivi sarà, quindi,
verificare se “l’effetto distretto” è ancora presente nelle realtà distrettuali del nuovo millennio
con particolare riguardo ai risultati economici e finanziari delle imprese agroindustriali dei
distretti della produzione del prosciutto di Parma e di quello di San Daniele (par. 4). A tal fine
si analizzeranno I dati di bilancio delle imprese dal 1999 al 2008 (fonte AIDA), per mostrare
come si stia verificando una sorta di convergenza nei principali indicatori che caratterizzano le
realtà distrettuali della produzione di prosciutto e le imprese di trasformazione della carne di
Parma e Reggio Emilia, che comunque mantengono buone performance economiche e
finanziarie.
Questo lavoro approfondirà, prima, l’effetto dei cambiamenti strutturali sui DI in generale, poi
più approfonditamente sui distretti agroalimentari, evidenziandone le peculiarità e le
caratteristiche specifiche. Nell’ultima parte analizzeremo l’industria di trasformazione della
carne (in particolare i distretti della produzione del prosciutto di Parma e di quello di San
Daniele) per rispondere ai due quesiti che tanti ricercatori si sono posti e cioè se la realtà
distrettuale sta perdendo vigore e importanza nel nuovo Millennio.
2. Lo sviluppo dei distretti industriali nel Nuovo Millennio
I distretti industriali italiani, come d’altra parte una consistente quota dell’imprenditoria
italiana, sono entrati in sofferenza per gli effetti della globalizzazione e del nuovo scenario
competitivo mondiale. Dagli anni Novanta diversi autori hanno studiato le performances
economiche e finanziarie di due gruppi di imprese, il primo appartenente ai distretti
industriali, e il secondo gruppo costituito dalle imprese “isolate”, non inserite nel DI ma
specializzate nella stessa produzione di quelle distrettuali. Le analisi per l’esistenza
dell’”effetto distretto” hanno sottolineato come i percorsi di sviluppo delle piccole e medie
imprese (PMI) distrettuali differisca profondamente da quello delle grandi imprese, da un lato,
e da quello delle PMI isolate dall’altro. L’aumento del numero di studi empirici e quantitativi
ha fornito nuovi approfondimenti di alcuni rilevanti aspetti dei DI e delle caratteristiche dello
sviluppo locale. Per essere più precisi, gli studi citati supportano le tesi che le economie locali
e le PMI sopravvivano e competano in una economia aperta, inseriti nelle dinamiche
4
competitive mondiali. Ci riferiamo al lavoro pionieristico di Signorini F. (1994) sul distretto
laniero di Prato e quello di Biella, numerosi studi della Banca D’Italia (che vede coinvolto e
in particolare il lavoro di uno specifico gruppo sullo Sviluppo Locale), Fabiani S. and
Pellegrini G. (1998) e Pellegrini G. (2000) che analizzano i settori dell’industria
manifatturiera.
Alcuni lavori di approfondimento settoriale si trovano nei diversi contributi presenti nel
contributo “Distretti industriali e agroalimentari. Esperienze a confronto” a cura di Cafferata
R. e Cerreti C. (2005). Inoltre, i precedenti lavori specifici per il settore agroalimentare
(Brasili, Ricci-Maccarini 2001, 2002) ripropongono l’analisi economico e finanziaria delle
imprese nell’ottica di verificare la presenza di “un effetto distretto”, e sottolineano i migliori
risultati delle imprese interne ai distretti della “trasformazione della carne” e del settore
“ortofrutticolo” fino alla fine degli anni Novanta. La discussione sull’affievolirsi della
presenza dell’”effetto distretto” nel contesto del tradizionale modo di intendere e definire i DI
sarà approfondito nel paragrafo 4.
Occuparsi del futuro dei DI italiani in termini di una loro crescita e sviluppo significa anche
porsi le domande: le esternalità positive dei DI hanno smesso di operare? Perché l’”effetto
distretto” il cui ruolo e la cui rilevanza è stata verificata in tanti lavori sta diluendo e
l’appartenenza di una PMI ad un distretto non rappresenta più in modo evidente un vantaggio?
Le questioni poste sono complesse e richiedono una risposta complessa che cercheremo di
fornire con riferimento ai distretti della trasformazione della carne nel paragrafo 4. Le
caratteristiche organizzative dei DI non sono attualmente la questione all’ordine del giorno .La
questione preponderante e dirompente è la specializzazione dell’industria italiana.
Gli importanti cambiamenti intervenuti nei distretti industriali sotto l’ultima importante ondata
della globalizzazione sono affrontati e discussi nei diversi contributi del testo di Guelpa F.
Micelli S. (2007). In particolare Foresti G. Trentini S. nel primo capitolo (del testo appena
citato) analizzano l’impatto dei cambiamenti intervenuti nei diversi settori in cui operano i
distretti industriali nel nuovo scenario competitivo e nell’ambito degli ampi processi di
internazionalizzazione che si vanno configurando. Gli importanti cambiamenti intervenuti
sollevano la questione della “rigidità” dei distretti industriali italiani ma il contributo (Foresti
G. e Trentini S.) evidenzia la capacità di reagire e di non subire un forte impatto in termini
occupazionali. I distretti industriali riusciranno a resistere e sopravvivere alla doppia ondata
della globalizzazione e della crisi economica se sapranno rinunciare alla produzione
standardizzata in favore di un’organizzazione flessibile con produzioni di qualità, tipiche e di
nicchia. Questo tipo di prodotti sono particolarmente importanti nell’industria di
trasformazione alimentare e specificatamente nei distretti agroalimentari, che come vedremo
nel paragrafo successivo, si stanno dedicando un crescente interesse nei confronti dei prodotti
tipici legati al territorio, da non confondere con un riduttivo “localismo” produttivo.
2.1 Nuovi distretti agroalimentari fra i nuovi distretti industriali
Nei primi anni del nuovo millennio l’industria alimentare italiana ha migliorato la
competitività sui mercati esteri e mostrato una maggiore resistenza nel mercato del lavoro1. I
1 In questo paragrafo presentiamo alcuni risultati che sui distretti agroalimentari e e sull’industria
alimentare presentati ne Capitolo 1 “I distretti in trasformazione: nuovi mercati, internazionalizzazione e
l’emergere di leadership”, di Giovanni Foresti e Stefano Micelli in I distretti industriali del terzo
millennio, a cura di Guelpa F. Micelli S., 2007.
5
distretti agroalimentari hanno infatti aumentato la quota delle esportazioni rispetto al loro
fatturato totale da poco più del 14% nel 1991 a oltre il 17,5% nel 2004, passando dallo 0,6% a
0,9% delle esportazioni totali italiane nello stesso periodo. Anche l’occupazione totale è
leggermente aumentata nei distretti agroalimentari, passando dal 5,1% a 5,3% nel decennio
1991-2001.
I confronti fra le aree interessate ai DI e le altre no-DI aree interessate dalle stesse produzioni
hanno mostrato negli anni novanta una maggiore tenuta dell’occupazione in molti settori
manifatturieri interessati ai distretti. Nell’industria alimentare l’andamento è stato diverso, con
una riduzione dell’occupazione di oltre l’11% nel periodo 1991-1996 per poi aumentare del
3,4% dal 1997 al 2001. Nei distretti agroalimentari invece la riduzione dell’occupazione è
stata la metà di quella complessiva dell’industria alimentare dal 1991-al 1996, mentre
successivamente è cresciuta in modo più marcato, oltre il 9% dal 1997 al 2001.
Importanti sono stati anche i cambiamenti nelle esportazioni dei DI italiani. L’Europa a 15
paesi rimane la principale aree verso cui sono dirette le esportazioni anche se la sua rilevanza
è andata diminuendo. Infatti, sono andate aumentando le esportazioni verso i paesi non
appartenenti all’Unione europea che sono passate dal 16% al 24% del totale nel decennio
1995-2004. Questo importante cambiamento è stato determinato secondo Guelpa e Miceli
(2007) dalla riduzione dei consumi della Germania e dalla ricerca di nuovi mercati fuori
dell’Unione.
I distretti agroalimentari hanno mostrato dei trends molto marcati per aumentare le
esportazioni al di fuori dell’Unione europea, con un forte incremento delle esportazioni verso
gli Stati Uniti e Canada, passate dal 12% al 17% sempre dal 1995 al 2005. I risultati positivi
per quanto riguarda le esportazioni sono legati a molte delle produzioni tipiche e di qualità
dell’agroalimentare che possono contare su produzioni come il Prosciutti di Parma e San
Daniele, il Parmigiano reggiano, l’Aceto balsamico tradizionale di Modena e Reggio Emilia, i
salumi e gli insaccati di Modena, i formaggi di fossa e le mozzarelle, i diversi tipi pasta, e
molte altre specialità particolarmente apprezzate del sistema agroalimentare italiano. Queste
produzioni, anche se sottoposte a numerosi tentativi di contraffazione, mantengono le loro
caratteristiche di produzioni non-standardizzate che si avvalgono di un forte legame con i
modi di produrre e le “conoscenze” dei territori di produzione. Da questo punto di vista
risultano i distretti agroalimentari possono risultare meno vulnerabili o più resistenti nei
confronti della competizione delle economie emergenti sui mercati internazionali, rispetto a
quello che succede per altri importanti settori dell’economia italiana come il tessile,
abbigliamento e prodotti per la casa.
Il processo di maggiore apertura verso i mercati internazionali che si è verificato a partire dai
prima anni novanta ha assunto altre importanti caratteristiche che hanno influenzato le
trasformazioni dei distretti industriali italiani. Infatti, i processi di delocalizzazione e di
outsourcing, con il ricorso a forniture o sub-forniture nei paesi emergenti, hanno modificato la
struttura stesse degli scambi commerciali. Una misura di questi fenomeni può essere effettuata
utilizzando come variabile proxy i dati di importazioni e esportazioni a livello provinciale, che
riescono a quantificare almeno in parte sia la localizzazione che i livelli di sub-fornitura. Un
apposito indice è stato utilizzato per mettere in evidenza il flusso delle importazioni dai paesi
emergenti e come queste sono influenzate dalle esportazioni verso questi paesi, con un
processo di importazioni di prodotti da sottoporre alla trasformazione finale 2. Anche se
2For the explanation of the estimates of the index see pp. 73-74, in the above mentioned Guelpa F. Micelli S.,
2007
6
questo indicatore non risulta essere una misura completa dei processi di outsourcing esso
mette in evidenza valori più elevati, rispetto all’industria manifatturiera, dei distretti del
pellame, calzature, tessile, occhiali, ceramica, mobili e anche alimentare (vedi tabella 2.1).
Valori molto più bassi si hanno invece per apparecchi elettrici e apparecchi meccanici.
Occorre osservare che per quanto riguarda il settore alimentare nel decennio 1995-2004 esso è
stato meno interessato dalle importazioni di prodotti alimentari, con un indice che si è
fortemente ridimensionato nel periodo considerato.
Tabella 2.1 Capacità dell’industria manifatturiera di intercettare il flusso di
importazioni (Industria manifatturiera =100)
Sector| Anni 1995 2004
Alimentari e bevande 133.2 114.6
Tessile 135.6 183.3
Abbigliamento 86.7 109.2
Cuoio e calcature 246.5 218.3
Legno 101.9 100.1
Carta 116.2 114.7
Stampa 33.9 34.0
Carburanti 270.3 248.2
Chimica 39.4 47.8
Gomma 54.7 63.6
Prodotti non metalli 188.9 118.0
Tiles 181.0 111.9
Metalli 92.2 124.1
Prodotti di metallo 62.4 63.4
Meccanica 69.9 71.9
-Strumenti meccanici 59.5 70.0
- strumenti eletrtici 96.4 88.1
Ingegneria elettrica 45.3 48.2
ICT 38.0 12.8
Elettronica 24.0 54.4
Strumenti di precisione 67.1 214.4
Occhiali 144.2 645.9
Veicoli 57.6 65.4
Altri mezzi di comunicazione 134.5 94.6
Altri settori 186.8 133.7
- Mobilio 295.4 176.9
-Gioielleria 50.7 77.8
Settore Manifatturiero 100 100
Nota: sottolineati in grigio sono le produzioni tipiche dei
distretti italiani. Intesa San Paolo elaborazioni di dati Istat
I distretti industriali sono stati interessati anche da importanti cambiamenti nelle dimensioni
delle imprese. Nei primi anni novanta le imprese dei DI avevano una dimensione mediamente
inferiore a quelle delle imprese non appartenenti ai distretti. Nel 1990 nei distretti della moda
e dell’agroalimentare oltre il 65% delle imprese aveva meno di 50 occupati, mentre fuori dei
distretti un’importanza maggiore delle piccole imprese si aveva nelle costruzioni, prodotti per
la casa, apparecchi meccanici. Nel decennio 1991-2001 si è assistito ad un aumento delle
imprese di maggiori dimensioni nei distretti, superiori a 250 occupati, e la contemporanea
riduzione delle imprese di dimensioni minori. Questo cambiamento strutturale non ha
interessato le imprese al di fuori dei distretti e ciò è risultato particolarmente evidente nei
distretti agroalimentari, costruzioni, mobilio e apparecchi elettrici.
7
Quindi i processi di ristrutturazione in atto nei distretti vedono crescere le dimensioni delle
imprese, aumentare il grado di apertura delle filiere produttive, incrementare le relazioni fra
la fase produttiva e quelle della logistica e marketing, e instaurare nuove relazioni e processi
di outsourcing con paesi esteri. Le possibilità di superare e reagire a tutti questi cambiamenti
sembrano alla portata dei distretti italiani, anche se con forti differenze fra i diversi settori
manifatturieri. La posizione dei di distretti agroalimentari presenta delle particolarità positive
che però richiedono strategie coerenti e la valorizzazione delle specificità delle produzioni
agroalimentari italiane.
Negli ultimi anni le conseguenze della più grave crisi dell’economia reale dal secondo
dopoguerra, manifestatasi in tutta la sua gravità a partire dal 2008, vede conseguenze rilevanti
anche sulle realtà distrettuali italiane. Nuove sfide e necessità di cambiamento si renderanno
necessarie e le trasformazioni dell’ultimo decennio potranno subire un’ulteriore accelerazione.
3. Il ruolo dei distretti agroalimentari in Italia
3.1. Definizione, identificazione e dati utilizzati
La definizione dei distretti agroalimentari e i dati utilizzati per la loro identificazione
rappresentano elementi importanti per comprendere il processo di agglomerazione territoriale
delle imprese dell’industria della trasformazione alimentare. Le caratteristiche e la
specializzazione dei distretti agroalimentari risultano importanti per impostare specifiche
politiche economiche volte a favorire i processi di internazionalizzazione necessari per
affrontare le sfide della globalizzazione.
Una delle fonti più importanti per l’identificazione dei Distretti Industriali (DI) in Italia
è stato l’ISTAT che ha fornito una prima localizzazione utilizzando i dati dei Censimenti del
1991 dell’industria e servizi e di quello della popolazione, e più recentemente utilizzando i
censimenti del 2001 ha effettuato una nuova individuazione (Sforzi, 2006). La metodologia
utilizzata per l’identificazione dei distretti si è basata sulla concentrazione dell’occupazione
dell’industria manifatturiera e dei servizi di base (superiore alla media nazionale), sulla
presenza e rilevanza delle PMI (con meno di 250 occupati) e sulla specializzazione produttiva
dell’industria manifatturiera (classificazione ATECO). La base territoriale utilizzata per
identificare i distretti sono stati i “Sistemi locali del lavoro” (SLL) che raggruppano oltre
duemila comuni in 868 SSL in base all’importanza dell’occupazione, delle PMI e
dell’industria manifatturiera.
La più recente identificazione dei distretti fatta dall’ISTAT ha individuato 156 DI, con
un leggero calo rispetto ai 199 del 1991. I distretti individuati dall’ISTAT occupano poco
meno di 2 milioni di lavoratori che rappresentano quasi il 70% dell’occupazione
manifatturiera presente nei SLL interessati. La localizzazione dei DI si concentra nelle regioni
del Nord-Est, del Nord Ovest e del Centro (con oltre il 30% del totale in ciascuna
circoscrizione). Questi distretti sono caratterizzati da una forte specializzazione in settori
dell’industria manifatturiera e spesso sono collegati alle produzioni del così detto Made in
Italy. Dei 156 distretti individuati dall’ISTAT però solo 7 hanno una specializzazione
nell’industria alimentare. I distretti agroalimentari sono quindi meno del 5% del totale, con un
numero di imprese e di occupazione inferiore al 2% dei distretti considerati. Si tratta quindi di
una netta sottovalutazione della realtà e importanza dell’industria alimentare italiana, come
già era avvenuto con le stime precedenti. I sette distretti agroalimentari che emergono
dall’analisi dell’ISTAT sono localizzati esclusivamente nelle regioni del Nord (Piemonte 3,
Lombardia 1, Trentino A.A. 1, Emilia-Romagna 2), con una specializzazione nei settori del
8
vino (3), trasformazione della carne (Prosciutto di Parma e bresaola) e frutta e vegetali (succhi
e trasformati a Lugo).
Tabella 3.1.1 Distretti industriali secondo l’industria principale
Fonte: Istat (2006)
Tabella 3.1.2. Distretti agroalimentari (ISTAT 2006)
Distretti Regioni Comuni Pop. Unità locali Occupati in UL Occupati in UL
residente (UL) UL in imprese manifatt.
manif.
Cortemilia Piemonte 18 9.098 857 2.272 123 697
Saluzzo Piemonte 29 67.429 6.568 22.457 1.000 6.955
Santo Stefano Belbo Piemonte 5 6.414 623 1.845 89 573
Morbegno Lombardia 27 51.147 4.430 18.871 637 7.033
Ala Trentino-A.A. 3 12.567 1.035 4.976 138 1.701
Langhirano Emilia-R. 7 22.986 2.505 7.868 575 3.427
Lugo Emilia-R. 9 95.072 8.782 34.036 1.219 12.918
Totale distretti 2.215 12.591.475 1.180.042 4.929.721 212.410 1.928.602
Italia totale 8.101 56.995.744 4.755.636 19.410.556 590.773 4.906.315
Source: Istat (2006) I distretti industriali, Roma 2006
Le ragioni della sottovalutazione della presenza dei distretti agroalimentari sono da
individuare nella metodologia adottata dall’ISTAT che, come noto, utilizza i criteri della
“prevalenza” dei settori di specializzazione dell’industria manifatturiera (Ateco) e la presenza
e importanza delle PMI in termini di numero e occupazione. Questa metodologia di fatto
esclude la possibilità che in un SLL possano coesistere più distretti o che un distretto possa
appartenere a più SLL. In particolare non si considera la diversità che esiste fra e all’interno di
ciascun settore dell’industria manifatturiera, che vede l’industria alimentare assumere
caratteristiche strutturali e di localizzazione molto diverse nei sub-settori che la compongono.
L’identificazione dei distretti agroalimentari risulta più aderente alla realtà se si
considera la localizzazione, concentrazione e specializzazione a livello comunale
dell’industria alimentare italiana (codice 1.5 Ateco) con i suoi 8 sub-settori. Questa
metodologia attribuisce maggiore rilievo alla presenza di clusters di imprese e distretti
nell’industria alimentare anche se non prende in considerazione esplicitamente la presenza di
PMI, che nel caso dell’industria alimentare sono largamente prevalenti. La metodologia
adottata si basa su sei indici specifici considerando sia il numero delle imprese che
l’occupazione dell’industria alimentare (e non di quella manifatturiera) a livello comunale (e
non per i SLL) che si riferiscono alla localizzazione territoriale, alla concentrazione
dell’industria alimentare, e alla specializzazione settoriale (8 sub-settori fra cui quelli della
trasformazione della carne, lattiero caseari, frutta e vegetali, …). Per una descrizione
dettagliata della metodologia e dei risultati raggiunti utilizzando i dati dei censimenti del 2001
9
si veda Brasili (2006). In questo lavoro ci soffermeremo sui risultati ottenuti per l’industria
della trasformazione della carne che evidenziano la presenza di numerosi distretti come quelli
dei prosciutti di Parma e San Daniele, ma anche di realtà minori ma interessanti come l’area
della produzione di speck in Trentino Alto Adige e dei salumi nella zona di Norcia. Inoltre,
interessanti sono la produzione di bresaola in Valtellina o i distretti della trasformazione della
carne di pollame a Forlì-Cesena e Verona3.
Le analisi sui distretti agroalimentari si sono avvalse recentemente di nuovi studi e
strumenti che permettono una comprensione maggiore della loro rilevanza. L’Unioncamere
con la collaborazione dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne (Unioncamere 2004) utilizzando la
metodologia prima descritta ha pubblicato un volume in cui sono stati individuati i “distretti
locali alimentari e distretti agricoli di qualità” che soddisfano alle richieste del Ministero
dell’Agricoltura del 2002 per l’attuazione di specifiche politiche a favore di questi distretti.
Per l’attuazione di queste politiche è stata demandata alle regioni l’individuazione dei distretti
agricoli e agricoli di qualità. Il recepimento di queste politiche è stato però effettuato con
tempi e modalità diverse da regione a regione. La regione Emilia-Romagna non ha posto
particolare enfasi all’individuazione di questi distretti e solo recentemente ha iniziato a
prendere in considerazione le problematiche di alcuni distretti agroalimentari4.
Una nuova e importante fonte di informazione sulla realtà distrettuale in Italia è fornita
dalla Federazione italiana sui distretti fondata nel 1994 dall’Unioncamere e dall’Associazione
industriali per mettere in rete (network) le diverse filiere che compongono i distretti italiani.
La Federazione utilizza un concetto molto ampio nella definizione dei distretti stessi e prende
in considerazione quelli che caratterizzano il Made in Italy, ma anche distretti turistici, cluster
di trasferimento tecnologico, imprese leader nel marketing e Istituzioni. La Federazione nella
“Guida italiana ai distretti nel 2007-8” individua e descrive 239 distretti. Nella Guida sono
inclusi circa 30 distretti agroalimentari in base alla loro localizzazione geografica, al numero
delle imprese e al fatturato. Alcuni esempi riguardano i distretti della pasta a Gragnano e Fara-
San Martino, il distretto dei vegetali invernali nel Fucino, quello del pomodoro “pachino” e
del pecorino romano in Sardegna e quello della meccanica agricola di Cento. La descrizione
dei distretti agroalimentari della Guida amplia ulteriormente le realtà dell’industria alimentare
italiana che assumono la forma di distretti o cluster di imprese, i cui rapporti con la
produzione agricola locale sono di diversa natura e intensità.
3.2 L’internazionalizzazione dei distretti agroalimentari: esportazioni, investimenti esteri e
delocalizzazione
La partecipazione dell’industria alimentare al processo di internazionalizzazione
dell’economia italiana è stata importante soprattutto nell’ambito dell’affermazione del Made
in Italy sui mercati mondiali. La conoscenza dei processi di partecipazione agli scambi
internazionali, agli investimenti diretti verso l’estero e ai processi di delocalizzazione
rappresentano elementi importanti per comprendere il contesto in cui operano i distretti
agroalimentari e le sfide che dovranno affrontare nei prossimi anni. Le trasformazioni e la
3
In precedenti lavori abbiamo analizzato i cluster di imprese e distretti dei settori della trasformazione della
frutta e vegetali e dei prodotti lattiero caseari che hanno una distribuzione territoriale e caratteristiche strutturali
delle imprese in molti casi diverse da quelle della trasformazione della carne.
4
Le regioni che hanno predisposto una legge per l’attuazione dei “Distretti rurali ed agroalimentari di qualità”
sono state in ordine di tempo la Liguria, la Basilicata, il Veneto, la Calabria, la Toscana, l’Abruzzo e più
recentemente la Lombardia. La individuazione dei distretti è formulata in modo diverso e demandata o organi
diversi (Province, Giunta o altri organismi). L’attuazione e il finanziamento è stato diverso e discontinuo.
10
stessa sopravvivenza dei distretti agroalimentari, e delle PMI che li caratterizzano, dipenderà
dalle strategie che verranno messe in atto, considerando anche la grave crisi internazionale che
nel 2008-2010 si è trasferita sull’economia reale e in particolare sull’industria manifatturiera,
con un’intensità che non ha precedenti negli ultimi decenni.
Nel processo di internazionalizzazione dell’economia italiana il ruolo dell’industria
alimentare e delle PMI non è stato trascurabile. Prendendo in considerazioni le esportazioni
italiane complessive (oltre 356 miliardi di euro nel 2008) è bene ricordare che la principale
area di destinazione rimane l’Europa, con circa il 73% delle esportazioni totali, seguita a lunga
distanza dai paesi del Nord America (8,6%), dell’Asia (6,6%) e quindi dal Medio oriente e
dell’America latina. Sempre con riferimento alle esportazioni complessive il ruolo delle PMI
rimane rilevante con quasi il 56% del totale (28% per le imprese con meno di 50 addetti e
quasi il 28% del totale per quelle fra 50-250 addetti), anche se la loro importanza è andata
diminuendo dal 2000 al 2008.
Nell’industria alimentare il ruolo delle PMI nelle esportazioni è notevolmente
superiore a quello medio dell’industria manifatturiera e raggiunge quasi il 65% del totale nel
2007, di cui il 30% dovuto alle piccole imprese sotto i 50 occupati e ben il 35% delle imprese
fra 50-250 occupati. Mentre nel periodo 2000-2004 l’importanza delle PMI alimentari sulle
esportazioni totali si stava riducendo, nel periodo 2004-2007 invece il loro apporto è
leggermente aumentato.
Tabella 3.2.1 Export delle imprese italiane per dimensione (% di piccole, medie, grandi) e per area
geografica (anni 2000-2008)
Anni 2000 2004 2008
Addetti Totale Addetti Totale Addetti Totale
export export export
250 (mio €) 250 (mio €) 250 (mio €)
Europa 31,8 27,4 40,8 177.096 28,9 28 43,2 202.288 27,7 29,0 43,3 254.586
Africa
Settentrionale 35,3 25,1 39,6 5.828 30,1 25,2 44,6 6.923 28,3 21,1 50,6 12.735
Altri Paesi
Africani 38,1 20,8 41,1 2.914 40,2 20,7 39,1 3.194 36,6 26,1 37,3 4.456
Nord America 28,7 26,8 44,5 26.965 27,1 28,5 44,5 24.098 23,1 27,9 49,0 24.570
America
Latina 27,7 22,7 49,6 9.712 25,2 23,2 51,6 7.591 21,9 24,4 53,7 11.804
Medio
Oriente 35,0 25,3 39,6 8.146 29,7 26 44,3 10.175 27,4 30,5 42,1 17.456
Asia Centrale 30,0 25,7 44,3 1.652 30,6 29,7 39,7 2.337 25,7 30,5 43,8 4.654
Asia
Orientale 30,2 28,6 41,2 15.689 28,8 26,9 44,3 18.521 28,7 27,8 43,5 21.452
Oceania e
altri Paesi 31,0 27,4 41,7 2.636 31,0 24,2 44,9 3.502 25,5 24,1 50,4 4.675
Mondo 31,4 27,0 41,5 250.638 28,8 27,5 43,6 278.625 27,3 28,4 44,3 356.388
Fonte: elaborazioni Ice su dati Istat
Tabella 3.2.2 Export delle imprese italiane per dimensione e settore (anni 2000-2007)
2000 2004 2007
occupati %/ 250 Totale 250 Totale 250 Totale
Settori / (mio €) (mio €) (mio €)
Ind. 24,2 29,4 46,4 212.356 22,1 30,1 47,9 237.277 20,4 30,5 49,1 301,109
Manifatturiera
Ind. Alimentare 33,6 34,5 31,9 10.885 28,9 34,6 36,5 12.916 29,8 35,8 34,4 15,392
e bevande
Totale 31,4 27,0 41,5 250.639 28,8 27,5 43,6 278.625 27,6 28,0 44,3
Fonte: elaborazioni Ice su dati Istat
11
L’andamento generale del commercio estero del settore agroalimentare complessivo
(agricoltura e industria alimentare) è caratterizzato da un deficit strutturale che a livello
nazionale nell’ultimo decennio si aggira attorno ai 7 miliardi all’anno. In particolare, le
esportazioni sono aumentate da circa 16 miliardi di euro nel 1999 a oltre 26 miliardi nel 2008
con un leggero aumento della loro importanza sulle esportazioni totali dell’Italia. I più recenti
dati dell’ISTAT (2010) mostrano nel 2009 una contrazione delle esportazioni dell’industria
manifatturiera di quasi il 24% rispetto al 2008, mentre per l’industria alimentare la riduzione è
stata di circa il 6%, mostrando una maggiore capacità di mantenimento delle posizioni sui
mercati mondiali. In conseguenza di ciò, le esportazioni dell’industria alimentare nel 2009
hanno raggiunto quasi l’8,5% del totale nazionale. Anche per quanto riguarda le importazioni
l’industria alimentare ha fatto registrare un progressivo aumento da 23 miliardi nel 1999 a
oltre 33 miliardi nel 2008, ma il calo nel 2009 è stato di quasi il 10% per attestarsi a poco
meno di 30 miliardi, pari al 10% delle importazioni totali italiane.
Tavola 3.2.3 Italia: Import-Export dell'agroalimentare (milioni di euro) e % sul totale
Import Export Import % Export %
1999 23.034 15.692 11,1% 7,1%
2000 25.068 16.886 9,7% 6,5%
2001 25.922 18.219 9,8% 6,7%
2002 26.054 19.138 10,0% 7,1%
2003 26.620 18.999 10,1% 7,2%
2004 27.282 19.449 9,6% 6,8%
2005 28.043 20.571 9,1% 6,9%
2006 30.187 22.198 8,6% 6,7%
2007 31.856 24.141 8,5% 6,6%
2008 33.145 26.241 8,7% 7,1%
2009 29.969 24.542 10,1% 8,4%
Variazione % 2009/2008 -9,58% -6,47%
Fonte: elaborazioni su dati Istat
Grafico 3.2.1 Italia: Andamento % dell'export agroalimentare sul totale export nazionale
Fonte: elaborazioni su dati Istat
12
Alcune caratteristiche delle importazioni e esportazioni agroalimentari regionali
Nell’industria alimentare gli scambi con l’estero differiscono notevolmente a livello
regionale e in particolare nelle due regioni (Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia) che sono
maggiormente interessate all’analisi dei distretti svolta nel presente lavoro. L’Emilia-
Romagna si caratterizza come una regione che più delle altre, anche del Nord-est, ha
mantenuto un importante industria manifatturiera, in cui primeggia il settore della meccanica,
e una grande apertura verso gli scambi internazionali. L’industria alimentare rappresenta un
rilevante settore dell’industria manifatturiera regionale, in termini di specializzazione, e gioca
un ruolo non trascurabile nelle importazioni e esportazioni a livello nazionale e regionale. Le
importazioni agroalimentari regionali sono circa il 20% di quelle totali regionali, mentre le
esportazioni superano il 10% del totale.
Le importazioni agroalimentari dell’Emilia-Romagna sono aumentate da 3 miliardi nel
1999 a oltre 4,7 miliardi nel 2008 per poi ridursi a 4,3 miliardi nel 2009 (con una riduzione di
oltre il 7% rispetto al 2008, leggermente inferiore a quella nazionale), ma con un significativo
aumento della quota sulle importazioni totali regionali che ha superato il 20%.
L’incremento delle esportazioni nello stesso periodo è stato maggiore, passando da 2,5
a oltre 4 miliardi nel 2008 per poi ridursi a oltre 3,8 miliardi nel 2009 con una riduzione
inferiore al 5% rispetto all’anno precedente.
Tabella 3.2.4 Emilia Romagna: Import-Export di prodotti agroalimentari (milioni di euro e % sul totale)
Import Export % import totale % export totale
1999 3.024 2.524 20,4% 9,7%
2000 3.265 2.679 18,8% 8,9%
2001 3.532 2.820 19,7% 9,0%
2002 3.562 2.898 18,5% 9,1%
2003 3.690 2.870 19,0% 9,0%
2004 3.819 2.996 18,9% 8,7%
2005 3.679 3.152 16,4% 8,4%
2006 3.936 3.462 15,5% 8,4%
2007 4.378 3.730 15,1% 8,0%
2008 4.712 4.049 16,4% 8,5%
2009 4.349 3.863 20,1% 10,6%
Variazione % 2009/2008 -7,69% -4,61%
Fonte: elaborazioni su dati Istat
Tabella 3.2.5 Provincia di Parma: Import-Export di prodotti agroalimentari (milioni di euro e % sul
totale)
Import Export % import totale % export totale
1999 414 586 20,41% 23,48%
2000 478 618 19,34% 22,32%
2001 477 694 20,19% 23,89%
2002 484 733 16,17% 24,21%
2003 525 758 18,56% 23,71%
2004 513 789 18,70% 22,97%
2005 517 795 12,24% 22,71%
2006 550 795 12,28% 20,22%
2007 617 870 11,34% 19,86%
2008 674 999 14,43% 22,14%
2009 622 1,030 19,13% 25,95%
13
Variazione % 2009/2008 -7,73% 3,13%
Fonte: elaborazioni su dati Istat
Il deficit della bilancia agroalimentare della regione è determinato in particolare dalle
importazioni e esportazioni di prodotti agricoli, mentre molto minore è il deficit relativo ai
prodotti dell’industria di trasformazione. La regione Emilia-Romagna si caratterizza quindi
per forti importazioni di prodotti agricoli che poi in parte trasforma e esporta di nuovo sui
mercati internazionali. Le attività di trasformazione e di esportazioni sono legate alla presenza
in regione delle più importanti produzioni di qualità dell’agroalimentare italiano (DOP e
IGP)5. Questo è particolarmente vero per la Provincia di Parma che ha un saldo attivo nella
bilancia commerciale agroalimentare, con le importazioni che superano di poco i 622 milioni
di euro nel 2009 mentre le esportazioni hanno valori maggiori di 1 miliardo e da sole
rappresentano oltre un quarto delle esportazioni totali della provincia.
Grafico 3.2.2 Percentuale dell’export agroalimentare sul totale: la regione Emilia Romagna e la provincia
di Parma a confronto
Fonte: elaborazioni su dati Istat
La Regione Friuli Venezia Giulia presenta un’importanza molto inferiore a quella
dell’Emilia-Romagna negli scambi commerciali di prodotti agroalimentari, con le
importazioni che nel 2009 si sono attestate a quasi 540 milioni di euro (13% delle
importazioni regionali) in sostanziale pareggio rispetto alle esportazioni, che sempre nel 2009
hanno raggiunto 520 milioni e rappresentano meno del 5% delle esportazioni regionali. Nel
2009 la riduzione sia delle importazioni che delle esportazioni agroalimentari della regione
FVG è stata superiore a quella della media nazionale. La provincia di Udine, dove trova la
localizzazione il distretto del prosciutto di S. Daniele, ha scambi con l’estero nel settore
5
In Emilia-Romagna nel 2010 sono accreditate 30 DOP e IGP che la rendono la principale realtà alimentare di
qualità a livello nazionale. L’Italia a livello comunitario conta il maggior numero di queste produzioni di qualità
certificata. La stima del valore di queste produzioni a livello nazionale si aggira attorno ai 5,3 miliardi di euro
alla produzione, e quasi 10 miliardi al consumo. L’Emilia-Romagna è accreditata di circa il 40% del valore delle
produzioni DOP e IGP nazionali, proprio per la presenza di alcune importanti realtà come quelle del Parmigiano-
Reggiano, del Prosciutto di Parma, dei salumi di Modena e altre produzioni frutticole (pere e pesche) bene note
sui mercati nazionali e internazionali. Per una descrizione dettagliata dell’importanza di queste produzioni e delle
politiche di sviluppo a livello regionale si veda Fanfani, Pieri “ Il sistema agroalimentare dell’Emilia-Romagna,
Rapporto 2009”, Cap 13, Maggioli ed. 2010.
14
agroalimentare molto modesti con meno di 180 milioni di euro di esportazioni nel 2009, poco
più del 4% dell’esportazione totali della provincia.
Tabella 3.2.6 Friuli Venezia Giulia: Import-Export di prodotti agroalimentari (milioni di euro e % sul
totale)
Import Export % import totale % export totale
1999 534 410 14,4% 5,4%
2000 566 466 11,8% 5,2%
2001 562 516 11,4% 5,5%
2002 562 509 12,3% 5,6%
2003 500 464 11,1% 5,6%
2004 486 457 9,7% 4,6%
2005 548 506 10,5% 5,2%
2006 592 564 10,5% 5,1%
2007 618 608 9,3% 4,9%
2008 621 570 8,3% 4,3%
2009 539 520 10,3% 4,8%
Var% 2009/2008 -13,26% -8,76%
Fonte: elaborazioni su dati Istat
Tabella 3.2.7 Udine: Import-Export di prodotti agroalimentari (milioni di euro e % sul totale)
Import Export % import totale % export totale
1999 201 108 14,5% 3,6%
2000 192 126 11,6% 3,9%
2001 178 127 10,8% 3,6%
2002 167 131 10,1% 3,8%
2003 175 125 10,2% 3,9%
2004 178 147 9,1% 4,0%
2005 191 165 9,3% 4,0%
2006 225 180 9,5% 3,6%
2007 237 185 8,3% 3,3%
2008 225 190 6,7% 3,2%
2009 210 179 10,5% 4,1%
Var% 2009/2008 -6,66% -5,96%
Fonte: elaborazioni su dati Istat
La delocalizzazione e investimenti diretti all’estero nell’industria alimentare
Le informazioni disponibili sugli investimenti esteri (provenienti e diretti verso
l’estero) disponibili a livello nazionale mettono in evidenza come, nel settore agroalimentare,
non sono molto rilevanti gli investimenti diretti all’estero, mentre sono significativi gli
investimenti provenienti dall’estero che interessano sia l’agricoltura che l’industria alimentare
italiana.
L’indagine effettuata dall’ISMEA ha messo in evidenza che gli investimenti diretti
verso l’estero nel settore agroalimentare sono stati di poco inferiori a 490 milioni di euro nel
2005 e 720 milioni nel 2006; si tratta di valori molto modesti che rappresentano meno
dell’1,5% del totale degli investimenti diretti all’estero dell’economia italiana. Questi
investimenti si concentrano quasi esclusivamente nell’industria alimentare, mentre sono
trascurabili quelli effettuati in agricoltura.
15
Gli investimenti provenienti dall’estero (FDI) nel settore agroalimentare sono invece
molto più consistenti e hanno superato i 9,3 e 8,6 miliardi di euro nel 2005 e 2006
rispettivamente. La loro importanza si aggira fra il 5% e il 7% dei FDI totali. Gli investimenti
provenienti dall’estero anche se si concentrano nell’industria alimentare, hanno un peso non
trascurabile anche in agricoltura, con valori che oscillano fra un terzo e un quarto del totale.
Tabella 3.2.8 Flussi di investimenti diretti lordi dall’estero in Italia
nel settore agroalimentare (2005-2006)
IDE IDE IDE IDE
Settore milioni di % totale milioni di % totale
euro economia euro economia
2005 2005 2006 2006
Agroalimentare 9,352 6.8 8,605 5.3
Agricoltura 3,433 2.5 2,284 1.4
Industria 5,919 4.3 6,321 3.9
alimentare
Totale economia 137,894 100 162,662 100
Fonte: Ismea su dati Ice e Uic
Nel nuovo millennio il processo di internazionalizzazione delle imprese ha assunto
nuove forme interessanti nel settore agroalimentare e in particolare per le PMI e molto limitati
sono stati i processi di vera e propria delocalizzazione. Le strategie delle imprese si sono
rivolte alla creazione di diverse forme di partecipazione con le imprese straniere che hanno
riguardato sia i processi produttivi che relazioni di marketing. La creazione di relazioni
(networking) e joint-venture con imprese estere consente alla PMI di partecipare ai processi di
internazionalizzazione anche in presenza di minori investimenti.
Tabella 3.2.9 Imprese estere con partecipazione italiana nel settore agroalimentare (2001, 2006)
Imprese Occupati Fatturato Imprese Occupati Fatturato
000 Milioni € 000 Milioni €
Anni/ Settori 2001 2006
Industria Alimentare 510 112 19.293 415 61 12.752
Industria manifatturiera 3.716 658 111.442 4250 673 124.261
Totale economia 13.151 839 216.190 14.500 873 255.784
Fonte: Ismea su dati Ice e Uic
Anche se il numero delle imprese italiane che hanno partecipazioni in imprese estere è
leggermente aumentato nel periodo 2001-2006 la loro presenza rimane consistente. Nel settore
manifatturiero erano oltre 4.200 le imprese con partecipazioni estere, la cui occupazione
superava i 673.000 occupati e il fatturato raggiungeva quasi i 125 miliardi di euro. Le imprese
dell’industria alimentare con partecipazioni all’estero erano 415 con un fatturato di quasi 13
miliardi di euro, pari a circa il 10% di quelle del settore manifatturiero nel suo complesso.
In Emilia-Romagna la partecipazione da parte delle imprese dell’industria alimentare
a progetti internazionali di cooperazione, partecipazione e collaborazione con imprese estere è
consistente secondo le indagini dell’Unioncamere (2006). In particolare nel 2006 erano
presenti 271 imprese alimentari con collaborazioni in imprese estere, e queste rappresentano
circa un terzo del totale delle imprese manifatturiere della regione che hanno partecipazione
16
estera. La partecipazione estera delle imprese alimentari della regione si rivolge verso i paesi
dell’Unione europea (119 imprese), verso i paesi dell’Est Europa (45), dell’America latina
(40) e del Nord America (33 imprese). Le analisi dell’Unioncamere hanno inoltre evidenziato
le principali caratteristiche della partecipazione a imprese estere delle imprese regionale. In
generale i processi di internazionalizzazione riguardano imprese di capitali o cooperative, che
hanno già avuto esperienze di collaborazione all’interno della regione o con imprese di altre
regioni per progetti di internazionalizzazione.
Le principali forme di networking con le imprese straniere si caratterizzano con la
creazione di Consorzi, Associazioni, o partecipazioni di capitale. La partecipazione consiste
spesso anche nella creazione di networking con più imprese estere perseguendo obiettivi
differenziati (produzione o marketing) come già sottolineato da Brasili, Fanfani (2007) e
anche in altre analisi che recentemente hanno posto l’accento sul ruolo delle “medie” imprese
nella leadership dei processi di internazionalizzazione, giungendo a definire un loro ruolo da
“mini multinazionali”. Queste nuove analisi consentono di comprendere meglio i processi di
trasformazione dell’industria alimentare dell’Emilia-Romagna e anche dello sviluppo futuro
dei distretti agroalimentari, che come abbiamo sottolineato sono spesso collegati a produzioni
tipiche e di qualità, la cui distintività è spesso riconosciuta all’interno dei prodotti DOP e IGP.
In questo ambito il ruolo delle Istituzione e delle Organizzazioni professionali ha giocato un
ruolo rilevante e ancora potrà trovarlo nel favorire i processi di internazionalizzazione del
sistema produttivo regionale. In questa direzione non vanno dimenticate le iniziative come il
ruolo di programmi specifici come SPRINT-TER, già avviato in Emilia-Romagna dal 2000,
proprio per favorire il processo di internazionalizzazione delle piccole e medie imprese
(vedere Maccani e al. 2007).
4. I distretti del “prosciutto” di Parma & Reggio Emilia e di S. Daniele
In questo paragrafo cercheremo di approfondire e verificare, nel caso specifico e particolare
dei distretti della trasformazione e produzione di prosciutto, se vi sia stata una riduzione in
quello che in letteratura viene detto “effetto distretto” (vedi paragrafo 2) e se, più in generale,
vadano modificate le classiche “categorie” con cui viene definito il distretto industriale in una
situazione economica e sociale sottoposta a forti shock e cambiamenti. In particolare verranno
quindi analizzati i Distretti di Parma e San Daniele. Per tale approfondimento prenderemo le
mosse dal lavoro ”A Mosaic Type of Development: Food Districts and SMEs in the Italian
experience” presentato al terzo International European Forum tenuto nel 2009, che
evidenziava una rilevante riduzione nell’effetto distretto nel settore della carne nel periodo dal
1998 al 2002. I risultati ottenuti per gli anni dal 1998 al 2002 risultavano quindi contraddire
quelli precedentemente illustrati nei precedenti lavori di Brasili C. e Ricci Maccarini E. (2001
e 2004): da cui emergeva per l’industria di trasformazione della carne un rilevante “effetto
distretto” tra il 1996 e il 1999 ma decrescente dal 2000. I vantaggi economici e l’efficienza
delle imprese appartenenti ai distretti del prosciutto di Parma e San Daniele si stavano
riducendo rispetto alle imprese isolate e non appartenenti ad aree distrettuali.
4.1 Le performance economiche delle imprese di trasformazione del prosciutto di
Parma & Reggio Emilia e di S. Daniele e delle altre imprese della
trasformazione della carne nelle provincie di Parma e Reggio Emilia
Per aggiornare l’analisi abbiamo fatto ricorso ai bilanci di imprese di trasformazione
alimentare del decennio dal 1999 al 2008: 110 per le industrie di trasformazione del prosciutto
17
di Parma & Reggio Emilia, 14 di altre imprese di trasformazione della carne sempre nelle
province di Parma e Reggio Emilia, e 30 di imprese di produzione di prosciutto a San Daniele.
Inoltre le imprese selezionate sono state raggruppate in tre cluster principali che rispecchiano
la realtà produttiva locale: il distretto del prosciutto di Parma & Reggio Emilia, il distretto del
prosciutto di San Daniele e altre imprese altre imprese di trasformazione della carne nelle
province di Parma e Reggio Emilia (che non appartengono al distretto del prosciutto)6.
I distretti del prosciutto di Parma e San Daniele sono una realtà importante per l’industria
alimentare italiana e rappresentano ed esemplificano il significato del “Made in Italy”. Le due
aree distrettuali seppur caratterizzate entrambe dalla produzione del prosciutto hanno
caratteristiche economiche e strutturali profondamente diverse. L’area di Parma e Reggio
Emilia è considerata una delle zone a più alta specializzazione nella trasformazione della
carne (Brasili C., 1999, Brasili C., Ricci Maccarini E. 2001) e il prosciutto è sicuramente il
prodotto qualitativamente più apprezzabile. Bastano pochi dati (riferiti al 2008) per inquadrare
la portata economica e la rilevanza della produzione del Prosciutto di Parma: quasi 9,8 milioni
di cosce di prosciutto prodotte (2,9% in più rispetto al 2007), 164 imprese, 4.987 allevamenti
suinicoli, un fatturato intorno ai 1700 milioni di euro, di cui 1300 in Italia e 400 milioni di
euro esportati (-2,7% di prosciutti venduti all’estero rispetto al 2007) un incremento di 6,5%
nelle vendite di prosciutto affettato, sempre rispetto al 2007, con un incremento,
rispettivamente, del 8,4% e del 5,7% all’estero. Una caratteristica che contraddistingue il
prosciutto di Parma è che deriva dalla trasformazione di quello che viene definito il “maiale
pesante”, un maiale di oltre 180 chilogrammi, allevato principalmente nell’area di produzione
del prosciutto e trasformato in loco.
Il sistema locale e la produzione del prosciutto San Daniele, invece, è concentrata quasi
esclusivamente nel comune di San Daniele stesso. Il distretto di Dan Daniele è specializzato
esclusivamente nella stagionatura, nella conservazione e nella promozione del prosciutto. Le
cosce da trasformare provengono principalmente da aree di allevamenti suinicoli italiani ma
fuori dalla regione Friuli.
Alcuni dati, relativi al 2008, per delineare la realtà produttiva di San Daniele: 2,8 milioni di
cosce di prosciutto prodotte (2,9% rispetto al 2007) 30 aziende di trasformazione del
prosciutto; 4.818 aziende di allevamento suinicolo; un fatturato di oltre 330 milioni di euro e
un incremento nelle vendite rispetto al 2008 del 2%, la produzione di prosciutto ha un lungo
trend crescente e positivo dal 1995.
Allo scopo di verificare se l’effetto distretto ha ancora consistenza nel nuovo millennio,
analizziamo i principali risultati economici e finanziari delle imprese di trasformazione
appartenenti ai tre gruppi di imprese individuati e il cui comportamento riteniamo esplicativo
di quello del segmento appartenente alle imprese di trasformazione della carne.
L’analisi condotta evidenzia un trend di progressiva convergenza dei risultati degli indicatori
economici e finanziari delle imprese verso un livello simile a quello delle imprese non
distrettuali7.
6 Il panel di dati utilizzati derivano dalla banca dati AIDA che contiene i bilanci di Società di Capitale
con oltre un milione di euro di fatturato. Noi abbiamo considerato le imprese attive nel settore delle
carni nel 2008, che presenta quindi il numero maggiore. I bilanci vengono considerati negli anni a
ritroso e nel 1999 il numero di imprese attive è minore rispetto al 2008. I risultati di questo lavoro non
sono completamente confrontabili con quelli dei lavori precedenti poiché le imprese sono cambiate nel
tempo e l’insieme considerato non è lo stesso.
7
Come valore di sintesi degli indicatori è stata scelta la mediana poiché la media è maggiormente
influenzata da dati estremi, piuttosto frequenti nei dati di bilancio.
18
I risultati annunciati vengono bene evidenziati in termini di trend, che conferma un
indebolimento dell’effetto distretto (grafici dal 4.1 al 4.6). Questi risultati sembrano indicare
in modo abbastanza netto un processo di omologazione delle caratteristiche economiche e
finanziarie nei due distretti che partivano da posizioni piuttosto differenziate e le mantenevano
fino alla fine degli anni Novanta mentre successivamente si verifica un progressivo
avvicinamento delle posizioni con le imprese di trasformazione della carne non appartenenti
alle due aree distrettuali. Nel comparto della trasformazione della carne sembra si siano
indebolite fino a sparire quelle caratteristiche legate alla “tradizionale” o classica definizione
di distretto industriale nei pionieristici lavori di Bagnasco A. (1977) e Becattini (1987, 1989).
Vi è quindi una tendenza delle imprese di trasformazione della carne ad avere risultati
economici e finanziari più simili, indipendentemente dalla collocazione all’interno o
all’esterno di un’area distrettuale ma pur sempre collocate in territori tradizionalmente
specializzati nella produzione e trasformazione della carne stessa8. I risultati dell’analisi per
gli anni dal 1999 al 2008 mettono in evidenza diverse tendenze nei risultati economici e
finanziari.
Fino al 2007 le imprese appartenenti ai distretti di Parma e San Daniele sono generalmente
caratterizzati da una redditività maggiore delle vendite (ROS), rispetto alle altre imprese delle
province di Parma e Reggio Emilia. Dal 2007 il valore per il ROS nel distretto di San Daniele
(2,6%) scende al di sotto del livello degli altri due cluster (3,6%, 4,8%) (graf. 4.1). I distretti
di Parma e San Daniele evidenziano un ROE più elevato dal 1999 al 2002 di quelle delle altre
imprese di trasformazione della carne nelle province di Parma e Reggio Emilia, situazione
che si inverte tra il 2002 e il 2005 (Graf. 4.2)9.
L’indicatore relativo all’integrazione verticale mostra un trend comune per le imprese del
distretto di Parma e le altre imprese di trasformazione della carne nelle province di Parma e
Reggio Emilia con valori intorno al 16-17% tra il 1999 e il 2008 mentre nel distretto di San
Daniele, il valore decresce dal 26% del 1999 al 21% del 2008 (graf. 4.3). Ancora una volta si
evidenzia un processo di convergenza, sebbene persistano delle differenze dovute al fatto che
il distretto di San Daniele è specializzato nell’unica produzione del prosciutto, che presenta un
valore aggiunto più elevato delle altre fasi di trasformazione della carne presenti nella più
vasta area delle province di Parma e Reggio Emilia.
Dal 1999 al 2008 l’indice di disponibilità fa rilevare valori convergenti ad 1 per i tre cluster
analizzati, evidenziando una situazione di crescente difficoltà per le imprese con un rapporto
attivo circolante e debiti sempre più sfavorevole (graf. 4.4)
L’indice di liquidità evidenzia una situazione diversa: i distretti di Parma e San Daniele hanno
un trend analogo dal 1999 al 2008 e una buona situazione finanziaria con valori intorno allo
0,6-0,7%, mentre le imprese di trasformazione della carne delle province di Parma e Reggio
Emilia non distrettuali presentano un trend di valori crescenti e dal 2006 superiori allo 0,8%
evidenziando un peggioramento della loro situazione finanziaria (graf. 4.5).
La produttività del lavoro è più alta nei distretti di Parma e San Daniele rispetto alle altre
imprese di trasformazione della carne delle province di Parma e Reggio Emilia, in tutti gli
anni considerati e la forbice aumenta leggermente negli ultimi due anni. Nel 2008 la
8 Una descrizione degli indicatori si può trovare nei lavori citati e nei manuali di analisi del
bilancio.
9
Altri studi evidenziano indicatori di redditività superiori per le imprese collocate nei distretti
industriali italiani (Signorini 1994; Fabiani S., Pellegrini G. 1998, Brasili C., Ricci Maccarini E., 2001;
Brasili C. and Ricci Maccarini E., 2003) ma negli ultimi anni tale fenomeno sembra avere portata
minore.
19
produttività del lavoro era all’incirca 82 mila euro nei due distretti e 65 mila euro nelle altre
imprese (graf. 4.7). Questi risultati sono in linea con le tradizionali “aspettative” rispetto alle
consolidate caratteristiche dei distretti industriali. Invece, i risultati relativi al costo del lavoro
evidenziano valori crescenti nei tre cluster e solo negli ultimi due anni (2007-2008) il valore
del costo del lavoro si riduce nelle altre imprese non distrettuali così da venir meno la
completa concordanza con la teoria sui distretti industriali (Grafici 4.7 e 4.8).
4 Conclusioni
Si sono ridotte fino a sparire le “esternalità positive”, e in particolare i fattori
economici che sono considerati esterni alle imprese ma interni ai distretti? O ancora, è
sparito il positivo effetto distretto, evidenziato in molti lavori precedenti, che determinava
migliori risultati alla Piccole e medie imprese distrettuali rispetto a quelle isolate?
Per rispondere a queste domande occorre considerare i cambiamenti strutturali degli
ultimi dieci anni. Infatti, dall’inizio del nuovo millennio si sono verificati importanti
cambiamenti dello scenario economico nazionale e internazionale che hanno avuto un grande
impatto sull’industria manifatturiera e sui distretti in particolare. Il più ampio processo di
internazionalizzazione con la maggiore apertura dei mercati e la più spinta competizione fra le
diverse filiere produttive, sia a livello commerciale che di investimenti diretti all’estero, hanno
visto cambiare il ruolo delle imprese e l’emergere di il imprese “leader” in questo processo di
internazionalizzazione.
La sopravvivenza alla “tempesta” della “globalizzazione” più la “crisi economica”
richiede ai distretti di ricominciare a partire dal territorio o regione dove solo localizzati per ri-
considerare e ri-utilizzare la ricchezza e le caratteristiche socio-economiche dell’area come
elementi in grado di ri-creare quelle economie esterne che provengono dai fattori locali
(Garofali 2003). I Distretti industriali con produzioni standardizzate troveranno difficoltà
maggiori sui mercati internazionali rispetto a quelli con una più complessa e flessibile
produzione “tipica” o di “nicchia”. Infatti alcuni distretti hanno mostrato capacità di reagire
riposizionando la specializzazione geografica delle loro esportazioni senza subire forti
ripercussioni occupazionali. Molti dei distretti agroalimentari, almeno nell’esperienza italiana,
spesso presentano una specializzazione produttiva basata sulla tipicità e qualità che incontra
maggiori difficoltà a essere imitata o riprodotta, e quindi meno interessate dalla concorrenza
estera.
Nel nuovo scenario internazionale l’industria alimentare italiana ha aumentato le
capacità di esportare e la sua importanza in termini occupazionali. Anche i distretti
agroalimentari hanno visto aumentare dal 1991 al 2004 le loro esportazioni dal 14% al 17%
delle esportazioni agroalimentari totali, e anche dal 0,6% al 0,9% delle esportazioni
manifatturiere totali.
Anche le Piccole e medie imprese dell’industria alimentare hanno mantenuto
un’importanza molto elevata nelle esportazioni del settore con oltre il 65% del totale dovuto
alle imprese con meno di 250 occupati. Questi risultati sono collegati alle strategie di
internazionalizzazione delle imprese alimentari e in particolare delle PMI, che hanno visto un
minore livello di investimenti diretti verso l’estero rispetto agli altri settori caratterizzanti il
Made in Italy e dell’industria manifatturiera. La delocalizzazione delle imprese di
trasformazione alimentare è stata meno rilevante e non ha riguardato in particolare i processi
produttivi. Le strategie di internazionalizzazione delle imprese alimentari hanno privilegiato la
creazione di partecipazioni e relazioni (networking) con imprese estere, attraverso al creazione
20
di consorzi, associazioni o partecipazione di capitali con obiettivi rivolti non solo allo
sviluppo di attività produttive ma anche allo sviluppo di strategie di mercato.
L’analisi della presenza e del cambiamento del ”effetto distretto” nel nuovo millennio
è stato effettuata focalizzando l’attenzione sui risultati economici e finanziari delle imprese
appartenenti ai più importanti distretti della trasformazione della carne suina (Prosciutto di
Parma e del San Daniele). L’analisi dei principali indicatori economici e finanziari delle
imprese basate sui bilanci dal 1999 al 2008 mostrano una tendenza alla convergenza dei
risultati fra le imprese del distretto del prosciutto di Parma e le altre imprese della
trasformazione della carne delle province di Parma e Reggio Emilia, anche se gli indicatori
economici e finanziari delle imprese distrettuali rimangono elevati, e quindi permangono
elementi di differenziazione.
21
Grafici 4.1-4.6 Dinamica dei principali indicatori economici e finanziari distretto del
prosciutto di Parma & Reggio Emilia, il distretto del prosciutto di San Daniele e altre
imprese altre imprese di trasformazione della carne nelle province di Parma e Reggio
Emilia
Grafico 1 ROS
Fonte: nostre elaborazioni su dati AIDA - Bureau Van Dijk
Grafico 4.2 ROE
Fonte: nostre elaborazioni su dati AIDA - Bureau Van Dijk
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Grafico 4.3 Integrazione verticale
Fonte: nostre elaborazioni su dati AIDA - Bureau Van Dijk
Grafico 4.4 Indice di disponibilità
Fonte: nostre elaborazioni su dati AIDA - Bureau Van Dijk
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Grafico 4.5 Indice di liquidità
Fonte: nostre elaborazioni su dati AIDA - Bureau Van Dijk
Grafico 4.6 Leverage
Fonte: nostre elaborazioni su dati AIDA - Bureau Van Dijk
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Grafico 4.7 Produttività del lavoro (.000 euro per occupato)
Fonte: nostre elaborazioni su dati AIDA - Bureau Van Dijk
Grafico 4.8 Costo del lavoro per addetto (.000 di euro per occupato)
Fonte: nostre elaborazioni su dati AIDA - Bureau Van Dijk
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Il Consorzio del prosciutto di Parma http://www.prosciuttodiparma.com/consorzio/numeri/
- Il Consorzio del prosciutto di San Daniele
http://www.prosciuttosandaniele.it/it/approfondimenti_cifre.html