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12/10/2011
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Liceo Scientifico Statale “A. Genoino”

Cava de‟ Tirreni (Sa)

Progetto di Educazione alla Legalità









a cura di Giovanna Cosimato e Angela Di Gennaro









Patrocinio Regione Campania

Anno scolastico 2005/2006









1

Le metafore del nostro tempo si moltiplicano e sollecitano

riflessione e dibattiti: lo “straniero”, “l‟uomo nomade”, il

“muro”, per citarne solo alcune, alludono a categorie

dell‟esistenza dalle molteplici valenze interpretative, che

affondano nello spessore dell‟evoluzione storica e nelle quali

ciascuno di noi può trovare una collocazione per definire di

volta in volta la modalità di percepire il proprio essere nel

mondo e nella vita.

Il presente lavoro ,scaturito dallo studio, dall‟osservazione,

dalla riflessione, dalla sensibilità non pianificati degli studenti

rinvia al cangiante simbolismo che una parola del lessico

contemporaneo può assumere nella coscienza e, nello stesso

tempo, a questa nostra epoca, che i sociologi hanno detto

oscillare tra indifferenza e intolleranza, costruisce uno

sfondo di positiva inquietudine di giovani che si interrogano

perché vogliono vivere in profondità,cercando di contrastare

il comprensibile timore della minaccia che, a personalità

faticosamente intente a costruirsi tra mille contraddizioni,

deriva da un mondo dai contorni evanescenti, nel quale la

serietà dei problemi da affrontare sembra vanificarsi in un

dibattito infinito che non approda a conclusioni e le parole

non corrispondono ai fatti.

Muri dentro di noi, muri fuori di noi, muri tra di noi,

ostacoli e barriere che possono produrre rinuncia,

ripiegamento, silenzio o essere avvertiti come sfide positive al

balzo in avanti, che mettono in gioco fantasia e creatività –

individuale e sociale- e fanno intravedere l‟approdo

all‟utopia, in cui le esperienze della storia e della vita, per

quanto negative, lasciano aperto il varco all‟azione e alla

fiducia concreta nel superamento. Muri seducenti come

sirene, contro cui si infrangono sere annoiate di giovani in

folle gara contro la dimensione del vuoto di cui sono vittime,

2

ma anche muri che provocano immediata la reazione a

smantellarli, muri che alludono a volontà di potenza, ma

anche muri che suscitano solidarietà collettiva contro

l‟emarginazione e l‟esclusione, muri che alimentano violenza

o difendono dall‟odio, ma anche muri che infondono

energia per contrastarne l‟angustia con un lavoro tenace e

silenzioso, che rifugge dai clamori della ribalta: dialettica

destinata a perpetuarsi nel tempo, che ad alcuni farà “sentire

con triste meraviglia/ com‟è tutta la vita e il suo travaglio/ in

questo seguitare una muraglia/ che ha in cima cocci aguzzi di

bottiglia”(Montale) o che ad altri susciterà l‟ingegno di

Dedalo per costruirsi ali atte a superare i muri del labirinto.

Quello che conta è averne consapevolezza, sapere che è in

noi la reale libertà di scegliere scientemente una reazione

piuttosto che un‟altra, imparare la differenza che esiste tra il

concetto di muro e il concetto di limite, che l‟uomo

moderno sembra aver smarrito, ma che andrebbe

recuperato nel suo significato autentico per ricostruire la

possibilità, oggi sfuggente, di una vita in armonia con se stessi

e con la natura.

Potrebbe questo argomento costituire l‟oggetto di una nuova

ricerca dagli esiti imprevedibili condotta dagli studenti.



Emilia Persiano

D.S. Liceo Scientifico “A. Genoino”









3

Presentazione

Il presente lavoro è nato per caso, sfogliando le pagine di un

settimanale…

Un articolo interessante e immagini coinvolgenti hanno fatto

scattare la molla della curiosità, la voglia di approfondire

insieme ai nostri ragazzi una tematica attuale, con forti

riferimenti a numerose discipline di studio.

Abbiamo cominciato a discutere dei “muri della vergogna”,

pian piano la discussione ci ha preso la mano e abbiamo

capito che eravamo di fronte ad un lavoro infinito che poteva

svelarci scenari imprevedibili.

Individuare tematiche coinvolgenti nell‟ambito dei Progetti

di Ed. alla legalità è diventato ormai difficile, sia perché quasi

tutto è stato detto e/o scritto, sia perché pare che un velo di

preoccupante apatia e disinteresse sia ricaduto su questo tipo

di attività. Con il presente lavoro ovviamente non ci

illudiamo di aver rivoluzionato o rigenerato il “settore”, in

quanto ormai cinismo e indifferenza regnano sovrani nella

nostra vita. Nel campo del diritto è stato detto ormai tutto,

ma la realtà non ci conforta, i segnali positivi sono pochi e

poco significativi. Come abbiamo evidenziato in una nostra

precedente pubblicazione, l‟illegalità regna sovrana nella

nostra quotidianità, non facciamo più caso ad essa, nulla ci

scandalizza e ci indigna, siamo rassegnati di fronte a un

oceano di non valori.

Nonostante tutto, ci siamo messe al lavoro con entusiasmo

(siamo delle inguaribili sognatrici!), sperando che sia ancora

possibile recuperare il senso della vita, dell‟educazione, dei

diritti e della solidarietà.

4

Come al solito, abbiamo lasciato ampio spazio alla creatività

dei ragazzi ed essi ,come sempre, non ci hanno deluso!

In questo volume troverete riferimenti storici, letterari,

filosofici, artistici, ma soprattutto riflessioni originali, a volte

sorprendenti. Il tutto arricchito da immagini relative agli

argomenti trattati e da disegni realizzati dai ragazzi.

In conclusione, ci sentiamo di affermare senza timore di

smentita, che il primo muro da scalare, anzi da buttare giù, è

quello dell‟indifferenza. Come si abbatte questo muro?

Indignandoci, indignandoci, indignandoci…..per creare i

nuovi valori del domani, per i nostri giovani, per i nostri figli!

E non è retorica a buon mercato………..







Angela Di Gennaro

Giovanna Cosimato









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Una riflessione……per iniziare!

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero."

(Oscar Wilde)

Nel mondo in cui vivo i muri hanno altri nomi, io li chiamo

“maschere”.

Sì, sì, proprio maschere, quelle che nascondono la tua vera

essenza, che ti difendono dalle paure che ti attanagliano ogni

giorno e che non hai la forza di affrontare, che ti danno il

coraggio di dire o fare cose che avevi sempre ritenuto

impensabili.

Come diceva Pirandello, ognuno ha la sua maschera,

imposta dalla società, un muro-maschera che lo isola dagli

altri, che lo costringe a vegetare nella forma, una forma che

gli impedisce di vivere la corrispondenza tra passioni e

ragione, desideri e realizzazioni.

Solo i pazzi possono affrontare questa vita con “serenità”,

nessuna maschera, nessuna inibizione sociale: nessun

“Muro”, solo tanta libertà…



“…le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i

pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del

tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono

mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi

fuochi d‟artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le

stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti

fanno «Oooooh!»…

(On the road, Jack Kerouac)



Paolo Arena









6

Vincenzo Cavaliere









7

Dal muro di pietra per difendersi al muro di fuoco della

prima linea del fronte di guerra.

Le mura di Gerico, il vallo di Adriano costruito dai Romani

per difendersi dai "barbari" del nord, la "muraglia" costruita

dai cinesi per difendersi dalle invasioni mongole, le mura del

castello per difendere il feudo, la linea "Maginot" costruita

dalla Francia per difendersi dalla Germania, il muro di

"Berlino" per dividere l'est dall' ovest………

I muri di pietra costruiti dall‟ uomo per difendersi non sono

serviti a nulla.

Esistono anche dei "muri" naturali che hanno diviso i popoli,

ad esempio il fiume Reno in Germania.

Un altro tipo di "muro" sessant‟ anni fa era presente nel

nostro territorio, il muro di "fuoco" del fronte. Un muro non

costruito ma dichiarato che ha segnato il nostro territorio e

diviso gli italiani, un muro che, a sessant'anni dalla fine della

guerra, divide ancora.

Questa è la riflessione da cui potremmo partire per

analizzare il comportamento dell'uomo di fronte al muro e le

possibili strategie da adottare per superare questa barriera.

Eccoli i muri della vergogna!









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I MURI DELLA VERGOGNA





Sin dai tempi dell‟Impero Romano gli uomini di ogni paese

hanno costruito degli impedimenti, dei muri, per scopi

difensivi o

strategici.

Uno dei più

antichi,

importanti e

imponenti è

la Muraglia

Cinese, una

delle sette

meraviglie

del mondo,

che risale addirittura al III secolo a.C. Si tratta di una

lunghissima cinta di mura che si trova in Cina e che fu

costruita dall‟imperatore cinese Chin Shi Huang Ti, lo stesso

a cui si deve il famoso Esercito di terracotta. Lunga ben

6.350 chilometri e con altezze variabili, doveva servire a

contenere le incursioni dei popoli confinanti, in particolare

dei Mongoli. Non fu però molto efficace, perché gli invasori

riuscivano spesso a sfruttarne i punti deboli rappresentati

dalle porte. Per molto tempo si è pensato che fosse l‟unica

costruzione realizzata dall'uomo visibile dallo spazio o

addirittura dalla luna, anche se questa affermazione è

assolutamente falsa perchè, anche se lunga più di 6.000

chilometri, la Grande Muraglia è larga meno di 10 metri,

quindi sembra logico che a migliaia di chilometri di altezza

sia impossibile distinguere uno spessore così sottile.



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Molto antico è anche il Vallo Di Adriano, edificato nel 117

d.C. dall‟imperatore romano Adriano. L' impero romano

aveva raggiunto, grazie al suo predecessore Traiano, il

massimo dell'estensione e toccava ben tre continenti:

Europa, Asia e Africa.









Adriano, meno incline alla guerra del suo predecessore e più

portato per gli studi, decise di frenare l'espansione

dell'impero. Si era reso conto delle difficoltà di controllare

confini così vasti, specialmente in Asia Minore dove le

guerre contro i Parti avevano impegnato a lungo i Romani.

Stipulò quindi con essi un trattato di pace e abbandonò i

territori conquistati in Mesopotamia.

Nel 122 d.C. Adriano andò a visitare la Britannia, spinto sì

da motivi di curiosità e conoscenza, ma anche e soprattutto

dal fatto che i Britanni delle regioni settentrionali si erano



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sollevati contro i Romani e avevano annientato un‟intera

legione, la IX ISPANA. Così egli ordinò la costruzione di un

muro lungo 117 km che andava da costa a costa. Lungo il

muro, largo 3 metri e alto 6, vennero costruite ad intervalli

regolari di un miglio romano delle porte custodite da fortini

con piccole guarnigioni. Tra due fortini vennero costruite

due torrette di circa 6 mq poste a mezzo chilometro l‟una

dall‟ altra, con funzione di avvistamento.

Questo ingegnoso sistema consentiva, tra l'altro, di

trasmettere con la massima velocità qualunque messaggio o

segnale da una costa all'altra. A maggiore protezione del

muro fu costruito un fossato esterno, profondo 3 metri e

largo 10.

Contrariamente a quanto si è per tanto tempo ritenuto, il

muro non venne costruito con intenti difensivi ma piuttosto

come frontiera ideale tra il mondo romano e quello

“barbaro”, occupato da tribù bellicose.

Successivamente, lungo il lato meridionale del muro venne

costruito un vallo formato da un fossato fiancheggiato da due

collinette. Esso era attraversato da strade che conducevano

alle porte, in modo tale che chiunque volesse entrare o

uscire doveva sottostare ai dovuti controlli.

Attualmente il Muro di Adriano, anche se ridotto nelle sue

dimensioni a causa del tempo e dei saccheggi subiti per

cavarne pietre per la costruzione, rimane una delle più

grandi opere del mondo romano. Esso sta ancora lì in piedi

a testimoniare la storia di quasi 1900 anni fa.







11

Un altro sbarramento molto importante fu effettuato molti

anni più tardi, verso la fine della Prima Guerra Mondiale in

Francia. La

Linea Maginot

era una linea di

fortificazioni in

cemento,

ostacoli anti-

carro e anti-

uomo,

postazioni di

mitragliatrici e altre difese, che la Francia costruì lungo i

confini con la Germania e l'Italia.

La Linea Maginot si riferisce solamente alle difese sul

confine Franco-Tedesco, mentre il termine Linea Alpina

indica le difese sul confine Franco-Italiano. Le difese

vennero proposte per la prima volta dal maresciallo Joffre;

ma i lavori furono avviati grazie al ministro della guerra

Painlevè e grazie ad Andrè Maginot che convinse il governo

ad investire in questo progetto. Maginot era un veterano

della Prima Guerra Mondiale che divenne in seguito

Ministro per gli Affari dei Veterani e Ministro alla Guerra.

La Linea venne costruita in diverse fasi a partire dal 13

gennaio 1928 e fu ultimata nel 1935 con un costo di circa tre

miliardi di franchi. C‟erano numerosi bunker con migliaia di

uomini, 108 forti principali a 15 chilometri di distanza l'uno

dall'altro, inframezzati da forti minori e gallerie. In tutto

l'opera costò 5 miliardi di franchi.

Le fortificazioni non si estendevano attraverso la Foresta

delle Ardenne, perché impenetrabile, e lungo il confine con

12

il Belgio, perché le due nazioni avevano firmato un'alleanza

nel 1920, secondo la quale l'esercito francese avrebbe aiutato

il Belgio in caso di invasione tedesca.

Quando il Belgio non rispettò il trattato nel 1936 e dichiarò

la neutralità, la Linea Maginot venne rapidamente estesa

lungo il confine Franco-Belga e successivamente tutta la linea

fu migliorata e resa molto più robusta.

Nel 1940, però, la Germania attaccò la Francia aggirando la

Linea Maginot proprio attraverso la foresta delle Ardenne e

nel giro di cinque giorni i tedeschi furono in Francia. Ai

primi di giugno la Germania aveva tagliato la linea dal resto

della Francia e quest‟ultima incominciò a trattare l‟armistizio.

La Linea era ancora intatta e gestita da comandanti che non

volevano mollare, così l'avanzata italiana fu contenuta dai

francesi.

Dopo la guerra la linea venne riaffidata ai francesi, che se ne

disinteressarono nel 1969, vendendone parti all‟asta e il resto

lasciandolo alla rovina.

Il termine "Linea Maginot" viene usato oggi come metafora

per indicare qualcosa su cui si fa affidamento, pur essendo

inefficace. In realtà la Linea fece ciò per cui era stata

costruita proteggendo la Francia e costringendo l‟invasore ad

aggirare la fortificazione.



Il nostro percorso è appena iniziato…..Quindi, andiamo

avanti e guardiamo la prossima immagine!









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Prima della fine del conflitto nel Pacifico, Stati Uniti e

Unione Sovietica, potenze uscite vincitrici dalla guerra,

divisero la penisola coreana lungo il XXXVIII parallelo, per

definire le rispettive zone d‟azione nelle quali si cercò di

promuovere la ripresa dell‟amministrazione locale.

Si giunse alla creazione di due regimi separati:

1) la Repubblica di Corea (Corea del Sud), con capitale

Seoul;

2) la Repubblica democratica popolare di Corea (Corea del

Nord), con capitale Pyongyang.

Nel 1950 le forze nordcoreane oltrepassarono il confine del

XXXVIII parallelo, al fine di riunificare il paese, dando

inizio alla guerra di Corea, conflitto che ebbe termine nel





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1953 e coinvolse gli Stati Uniti, la Cina e altre quindici

nazioni.

L 'attacco nordcoreano è ascrivibile proprio all'innaturale

divisione imposta al paese al termine della seconda guerra

mondiale.

Le tensioni e la forte instabilità interne in Corea del Sud,

dovute alla crescente opposizione popolare al governo

reazionario del presidente Syngman Rhee, convinsero il

leader nordcoreano Kim II Sung dell'opportunità di

riunificare il paese.

Il 27 giugno le forze nordcoreane attraversarono il 38°

parallelo, provocando l'immediata reazione del Consiglio di

sicurezza delle Nazioni Unite che, pur se boicottato dal

rappresentante dell'Unione Sovietica, approvò le sanzioni

militari proposte dagli USA contro la Corea del Nord.

Tre giorni dopo il presidente degli Stati Uniti Harry

Truman inviò in Corea contingenti precedentemente

dislocati nel Pacifico, cui si unirono truppe australiane,

belghe, lussemburghesi, canadesi, colombiane, etiopi,

francesi, britanniche, greche, olandesi, neozelandesi,

filippine, sudafricane, thailandesi e turche, supportate da

unità mediche danesi, indiane e svedesi.

Il conflitto si rivelò molto più difficile del previsto. Prima di

essere bloccati in agosto, i nordcoreani si assicurarono il

controllo della capitale sudcoreana Seoul, costringendo le

forze dell'ONU in un territorio ristretto attorno alla città

costiera di Pusan; il 15 settembre 1950, tuttavia, le truppe del

generale MacArthur riuscirono a sferrare il contrattacco,

raggiungendo in pochi giorni il 38° parallelo.

Ignorando gli avvertimenti della Cina, che aveva minacciato

di entrare nel conflitto se quel limite fosse stato attraversato,

le forze dell'ONU penetrarono nella Corea del Nord, ne

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occuparono la capitale Pyongyang (7 ottobre), quindi

proseguirono sino a toccare le rive del fiume Yalu Jiang, che

segnava il confine cinese (25 ottobre). Il regime di Pechino a

quel punto intervenne, sostenendo una nuova offensiva che

portò alla liberazione di Pyongyang, all'occupazione di Seoul

(4 gennaio 1951) e, di nuovo, allo spostamento del fronte sul

38° parallelo. Il corso degli avvenimenti convinse Truman ad

abbandonare l'obiettivo di riunificare la Corea abbattendo il

regime comunista del Nord, per limitarsi a una riconferma

della situazione prebellica; su questo punto il presidente

ebbe una violenta divergenza di opinioni con il generale

MacArthur, che venne destituito.

Nel giugno del 1951 anche l'Unione Sovietica partecipò alle

riunioni del Consiglio di sicurezza per promuovere l'avvio di

negoziati per il cessate il fuoco; le trattative, iniziate il 10

luglio 1951, proseguirono per due anni e portarono alla

firma di un armistizio a Panmunjon il 27 luglio del 1953.

Il bilancio del conflitto (nel quale giocò un ruolo rilevante

l'aviazione) risultò pesantissimo: oltre agli immensi danni

economici, la Corea del Sud soffrì perdite, tra morti e feriti,

per 1.300.000 unità; quelle della Corea del Nord

ammontarono a oltre due milioni, a fronte di 160.000

americani e 900.000 cinesi.









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Tocca ora al muro di Berlino, uno dei più recenti. La

Germania, dopo la guerra fredda e la Seconda Guerra

Mondiale, nel 1949 fu divisa e sul piano economico la

Germania

occidentale

visse negli

anni „50 un

fortissimo

sviluppo. La

parte

Orientale,

invece, faceva

molta fatica a

riprendersi.

In quegli anni

il confine tra

est ed ovest non era insuperabile e per tutti gli anni „50

centinaia di migliaia di persone fuggirono dall'est all'ovest ;

per la maggior parte erano giovani e questo causava difficoltà

economiche alla Germania dell‟est, che si vedeva svuotare

degli elementi più validi.

Nelle prime ore del 13 agosto 1961 le unità armate della

Germania dell'est interruppero tutti i collegamenti tra

Berlino est e ovest e iniziarono a costruire un muro

insuperabile che attraversava tutta la città, che divideva le

famiglie in due e tagliava la strada tra casa e lavoro, tra casa e

scuola. Non solo a Berlino ma in tutta la Germania il confine

tra est ed ovest diventò una trappola mortale. I soldati

ricevettero l'ordine di sparare su tutti quelli che cercavano di

attraversare la zona di confine che con gli anni fu attrezzata

con mine anti-uomo, filo spinato elettrico, addirittura con



17

impianti che sparavano automaticamente su tutto quello che

si muoveva nella cosiddetta "striscia della morte".

Negli anni „60 e „70 la Germania dell‟est visse anch'essa un

boom economico e diventò la nazione economicamente più

forte fra gli stati dell‟est. Ogni tentativo di lasciare la DDR

per passare nella parte ovest era ancora un suicidio, ma

nell'estate del 1989 la gente trovò un'altra via di fuga: le

ambasciate della Germania Federale a Praga, Varsavia e

Budapest, erano il territorio occidentale dove si poteva

arrivare facilmente. Cominciò l‟ assalto in massa a queste tre

ambasciate che arrivarono ad ospitare migliaia di persone

stanche di vivere nella DDR.

Il colpo decisivo arrivò quando l'Ungheria, il 10 settembre,

aprì i suoi confini con l'Austria. Ora, la strada dalla

Germania dell'est all'ovest (attraverso l'Ungheria e l'Austria)

era libera! La valanga di fuga era inarrestabile e la sera del 9

novembre migliaia di persone si riunirono all'est davanti al

muro, ancora sorvegliato dai soldati, mentre migliaia di

persone stavano aspettando anche dall'altra parte del muro,

all'ovest.

Nella confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi

non si sa esattamente chi sia stato, ordinò ai soldati di ritirarsi

e, tra lacrime e abbracci, migliaia di persone dall'est e

dall'ovest, scavalcando il muro, si incontrarono per la prima

volta dopo 29 anni.

Sabetta Mario



Siani Niccolò









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I Muri di cui non si parla

Ogni “muro” è una vergogna per l‟umanità. Sia i muri del

silenzio, che i muri reali. Un muro è separazione,

limitazione, aggressione, lacerazione, razzismo. E‟ strazio per

chi vede la sua vita “divisa”, per chi non ha la possibilità di

lavorare, di incontrare i propri cari, di comunicare fra le “sue

strade”, di coltivare i “suoi campi”.

Il muro… Questa parola può avere un‟accezione anche

positiva (es. le mura della propria dimora), dipende dalle

situazioni in cui viene usata. La sua funzione è sempre stata

comunque quella di arginare, limitare, circoscrivere

qualcosa. Il muro è sempre stato visto come una barriera

spesso…insuperabile.

Molti altri muri sono stati costruiti nel corso dei secoli.

Il muro cristiano, che dagli anni ‟60 devasta, sconvolge,

avvilisce e degrada Belfast, Londonderry e tutto il Nord

Irlanda, però impedisce che le molotov colpiscano i bambini

che vanno a scuola bruciandoli vivi per strada.

Il Muro di Berlino è stato per anni la notizia di ogni giorno.

Dal mattino alla sera leggevamo, vedevamo, ascoltavamo: il

Muro della Vergogna, il Muro dell'Infamia, la Cortina di

Ferro...

Alla fine quel muro, che meritava di cadere, è caduto.

Ma altri muri sono sorti e continuano a sorgere nel mondo,

ed anche se sono più grandi di quello di Berlino, se ne parla

poco o nulla.







19

Si parla poco del muro che gli Stati Uniti stanno innalzando

lungo la frontiera messicana e si parla poco dei fili spinati di

Ceuta e Melilla.

Non si parla quasi per niente del Muro in Cisgiordania, che

perpetua l'occupazione israeliana delle terre palestinesi e che

sarà quindici volte più lungo del Muro di Berlino.

E niente, niente di niente, si dice del Muro del Marocco, che

da quasi vent'anni perpetua l'occupazione marocchina del

Sahara occidentale. Questo muro, minato dall'inizio alla fine

e dall'inizio alla fine controllato da migliaia di soldati, misura

sessanta volte il Muro di Berlino.

Perché ci sono muri altisonanti e muri muti?

Forse a causa dei muri dell'incomunicabilità che i mass-

media costruiscono ogni giorno?

Nel luglio del 2004 la Corte Internazionale di Giustizia

dell'Aja ha sentenziato che il Muro in Cisgiordania stava

violando il diritto internazionale e ne ha ordinato la

demolizione. Fino ad oggi Israele ha ignorato l‟ordine. Nel

1975 la stessa Corte aveva decretato: «Non si stabilisce

l'esistenza di alcun vincolo di appartenenza tra il Sahara

Occidentale ed il Marocco». Il Marocco rimase sordo a

queste parole. Anzi, il giorno dopo questa risoluzione, diede

il via all'invasione, la cosiddetta Marcia Verde, s'impadronì

di terre altrui e allontanò la maggior parte della popolazione.

Oggi è ancora lì.

Mille risoluzioni delle Nazioni Unite hanno confermato il

diritto all'autodeterminazione del popolo saharawi. A cosa

sono servite queste risoluzioni?

Continueremo ad accettare tutto ciò come se niente fosse?

Accetteremo che nella democrazia universale possiamo

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esercitare solo il diritto all'obbedienza? A cosa sono servite

le mille risoluzioni delle Nazioni Unite contro l'occupazione

israeliana dei territori palestinesi? E le mille risoluzioni

contro l'embargo a Cuba?

Il Muro di Berlino ebbe il “merito” di dividere due barbarie,

quella nazista e quella comunista.

Il Muro del Vaticano fu costruito per impedire ad altri

barbari di invadere il piccolo stato.

Un muro invalicabile divide il Marocco dal Marocco

spagnolo per impedire ai fuggiaschi di raggiungere la Spagna,

fuggiaschi sui quali Zapatero ha fatto sparare senza pietà.

La frontiera fra USA e Messico: una barriera di acciaio

voluta dall‟ex Presidente Clinton, apprezzata da Bush, per

bloccare l‟immigrazione clandestina.

Tutti noi che viviamo fuori da queste Mura, non ci

rendiamo conto della nostra grande fortuna, rispetto a quelle

persone che, come noi, hanno il diritto di volare…, ma che

da anni, sono chiuse dentro una gabbia, costruita, come

ipocritamente i Grandi sostengono, “ per sicurezza”; non ci

rendiamo conto della grande fortuna di essere nati in un

paese libero e di essere, di conseguenza, uomini liberi di

poter “volare”. E‟ una vergogna per l‟umanità intera tenere

un paese in gabbia…

Eccoli i muri di cui non si parla…..









21

Belfast









Il muro USA-Messico









22

I muri dividono anche le storie personali: separano famiglie,

dividono amori. Ricordo mio nonno che racconta un po‟ di

sé, delle sua storia: il suo volto, segnato dal tempo, dalle

esperienze, sembra già spiegare tutto, il suo parlare sembra

cullarmi: “Un tempo, le coppie di amanti, prima di separarsi

cercavano una stella, sulla quale gli sguardi la sera potessero

incontrarsi”. Il cielo è sempre il primo ad essere diviso.

“Il cielo diviso” è la prima opera di successo di Christa

Wolf. Scritto nel periodo immediatamente successivo alla

costruzione del muro di Berlino, divenne simbolo della città

divisa e fu una delle opere d‟arte che diedero voce al

problema della questione nazionale. Esso riuscì a conciliare

le esigenze dei cittadini, amareggiati dagli eventi, e

l‟aspettativa del regime che auspicava la creazione di opere

d‟arte che giustificassero la costruzione del muro. La storia di

Rita, giovane e ingenua, che nel corso del romanzo tra

conflitti e contraddizioni maturava una personalità adulta e

consapevole, poteva essere considerata esemplare per i

cittadini della DDR: la giovane si trovava di fronte alla scelta

estrema tra l‟uomo che amava, Manfred, che aveva deciso di

trasferirsi all‟Ovest, e la repubblica democratica Tedesca.

L‟autrice non rappresentava il sacrificio della ragazza che

rinuncia all‟amore per non tradire la D.D.R. come una

scelta facile: il conflitto interiore che portava Rita sull‟orlo

del suicidio, riusciva a mettere in evidenza sia la tragicità che

l‟inevitabilità della situazione. “Il cielo diviso”esprimeva,

così, da una parte l‟amore di Christa Wolf per la DDR e

quindi anche l‟accettazione delle scelte del regime, dall‟altra

la consapevolezza che la costruzione del socialismo portava

con sé conflitti irrisolvibili e dolorosi.





23

La Germania metaforicamente veniva raffigurata come un

corpo gemellare geneticamente saldato, così che “l‟uno sente

ogni movimento dell‟altro” e “non c‟è pena dell‟uno che il

secondo non provi”.



“I muri devono... cadere... i PERCHE‟ “



Perché i muri non portano la pace

Perché i muri dividono la terra

Perché i muri sono il simbolo della vergogna

Storicamente, da sempre.

Perché abbiamo visto Berlino

Perché conosciamo la Road Map e non passa di lì, non

passa per

l‟edificazione di un muro

Perché 650 chilometri di filo spinato, barriere anticarro,

trincee, cemento

armato, torrette di guardia e telecamere puntate come armi

letali e

sensori ad onde magnetiche non servono a difendere gli

aggrediti né a

scoraggiare gli aggressori.

Perché è la disperazione che arma assassini/suicidi, poco più

che bambini, e i muri non la curano la disperazione



I muri la disperazione la esasperano

I muri costano (due milioni di Dollari), strappano gli alberi

(ottantamila

antichi ulivi), occupano il suolo fertile della Cisgiordania

come hanno

ferito a morte per 28 anni la città di Berlino, tolgono l‟acqua,

24

fanno

chiudere le botteghe.

I muri ratificano l‟esclusione e portano altra povertà.

Altro odio.

Altra morte.

Perché i muri che ratificano l‟esclusione verranno scavalcati,

e qualcuno

cadrà, qualcuno sparerà per difendere i confini.

Perché i muri devono cadere.

E ciascuno deve avere la sua terra, per viverci in pace.





(Uri Avnery, Sari Nusseibe, padre Giulio Albanese, Mario

Delgado Aparaìn, Margherita Hack, Lidia Ravera, Luis

Sepulveda, Moni Ovadia, Antonio Skármeta, Antonio Tabucchi.)









25

“La Terra Santa ha bisogno di ponti, non di muri”

(Giovanni Paolo II)





Era aprile 2002 quando il Primo Ministro israeliano Ariel

Sharon diede l‟avvio alla progettazione di una barriera di

separazione che doveva essere costruita nella zona di

Gerusalemme.









26

Eccoci qui, davanti al Muro, Si è parato davanti

all‟improvviso sulla via che da Gerusalemme conduce a

Betlemme. Otto metri di calcestruzzo costruito a tempo di

record, fatto di reticolati ad alta tensione, rotoli di filo

spinato, barriere anti-carro, profonde trincee, lastroni di

cemento armato alti tre metri, sensori ad onde magnetiche,

telecamere mobili e torrette di guardia. Il Muro tra Israele e

Palestina: incombe sulle case, sulle strade, sulla vita dei

palestinesi. Avanza imperterrito notte e giorno, incurante

dell‟opposizione delle popolazioni locali, delle proteste della

comunità internazionale, della presa di posizione del Papa,

(“La Terra Santa ha bisogno di ponti, non di muri”), della

condanna della Corte di Giustizia dell‟Aia, delle risoluzioni

contrarie dell‟ONU. Attraversa le campagne, si arrampica

sulle colline, serpeggia tra le vallate, divora il terreno fertile e

sequestra le sorgenti d‟acqua. Taglia in due le città, isola tra

di loro i villaggi. Separa i contadini dalle campagne, gli

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scolari dalle scuole, i malati dagli ospedali, i fedeli dai luoghi

di culto, le famiglie dai parenti, con effetti devastanti sulla

vita delle comunità e sul morale delle persone.

Il muro costituisce un‟ulteriore violazione del governo di

Israele ai diritti umani come definiti nella Dichiarazione

Universale dei Diritti Umani. La violazione del diritto alla

proprietà ed al lavoro, alla libertà di movimento, all‟acqua,

all‟abitazione in posti dignitosi e sicuri, all‟accesso ai servizi

pubblici, al godimento delle risorse naturali, al diritto di

espressione ed alla sicurezza fisica. Israele ha sottoscritto e

disatteso una lunga serie di Convenzioni e trattati. Più di

centomila palestinesi hanno perso il lavoro perché sono loro

negati i permessi per varcare il confine. Una “barriera di

sicurezza” che, dicono gli israeliani, avrebbe già ridotto

drasticamente il rischio di infiltrazioni di terroristi. Il muro

dell‟”apartheid e della vergogna“, replicano i palestinesi.

I bambini dei coloni corrono in bicicletta vicino al filo

spinato. Quanti fili spinati ci sono nella storia di questo

popolo. Un‟anormalità che sconfina nella follia, perché non

è che i palestinesi sono sempre da una parte e gli israeliani

sempre dall‟altra. Così hanno dovuto fare un muro che gira

e poi rigira e poi gira e rigira impazzito, da una parte e

dall‟altra, in una corsa frenetica, disperata attorno a questi

mondi in modo da chiuderli dentro un pugno di terra, senza

che entrino in contatto tra loro, creando un artificio che

consenta agli uni di fingere l‟inesistenza degli altri. Una

pazzia che è il prezzo della vita.

Rosa Langella









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Il muro dei giornalisti caduti

C‟è un muro trasparente ad Arlington, Virginia. Sta in cima a

Freedom Park e domina Washington.E‟ alto sette metri. E

non finisce mai: ogni anno, ai primi di maggio, aggiungono

un pezzo. Ogni pannello ha un nome, un luogo, una data. E‟

nel giardino del Newseum, il museo della stampa. E‟ il muro

del Journalists Memorial, il monumento ai giornalisti caduti.

Il primo della lista: James M. Lingan, 62 anni, americano,

ucciso a Baltimora nel 1812. Lavorava al Federalist , dava

fastidio ai politici. Non è una lista completa, quella di

Arlington, ma è "democratica". Nel senso che ci sono nomi

sconosciuti e storici come Robert Capa, 1954, il fotoreporter

forse più famoso del ‟900, cinque guerre in 18 anni: sue le

uniche, vere immagini dello sbarco in Normandia. A 41 anni

andò in Giappone per una mostra, Life lo chiamò: "Già che

ci sei, coprici il fronte in Indocina". Saltò su una mina vicino

ad Hanoi.

Giornalisti massacrati in guerra. Fatti sparire perché davano

fastidio. Per l‟associazione "Reporter senza frontiere", negli

ultimi 15 anni ne sono stati uccisi quasi 1500. Il reportage di

guerra nasce nel 1854, quando il “Times” invia un proprio

corrispondente, l‟irlandese William Russell, in Crimea. Fino

ad allora le notizie erano pervenute dal fronte solo grazie ai

servizi di alcuni ufficiali incaricati dall‟autorità militare.

Resoconti pieni di retorica e di verità di comodo.

Ma e‟ il Vietnam lo spartiacque nella storia del giornalismo

di guerra. Gli inviati raccontano al mondo la "sporca guerra"

senza censure. Una guerra che finisce dalle trincee

direttamente nelle case degli americani. Solo in Vietnam i

morti fra i reporter sono stati 68. Una svolta ulteriore nel

reportage di guerra, che ci porta alla realta‟ di oggi, è

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avvenuta sicuramente durante la guerra del Golfo numero

uno. Per la prima volta la guerra in diretta televisiva, anche

se sicuramente filtrata dal comando militare americano da

una parte e condizionata dal regime di Saddam dall‟altra.

Lampi di guerra, solo lampi. La testimonianza e‟ sempre piu‟

complicata e sempre piu‟ rischiosa. Soprattutto nei tanti

conflitti cosiddetti invisibili. Dagli anni Novanta ad oggi sono

cinquecento i reporter uccisi durante l‟esercizio della

professione: giornalisti, operatori, fotografi. Di tutte le

nazionalità. E in tutto il mondo: nei Balcani, in Somalia, in

Afghanistan, in Cisgiordania, in Algeria, in Cecenia. Solo nei

Balcani le vittime fra i reporter sono state 61. Il triste

primato assoluto spetta pero‟ all‟Argentina dei colonnelli

negli anni „70: 110 reporter uccisi. Terribili anche gli anni

novanta con la disgregazione dell‟ex Jugoslavia. Quante

vittime, a Sarajevo e a Zagabria! Soprattutto per colpa dei

cecchini. I giornalisti erano fra i bersagli preferiti dell‟esercito

serbo. Sempre vivo il ricordo in Croazia dei funerali di Livko

Kristevic, trent‟anni appena, ucciso da un colpo a tradimento

a Karlovac. Faceva l‟operatore per l‟agenzia Wtn. Ci ha

lasciato le sue ultime immagini. Diceva: “Io sono croato,

faccio l‟operatore come facessi il soldato. E‟ la mia guerra. E

so che l‟occhio della telecamera puo‟ essere piu‟ importante

di un cannone. Il cannone puo‟ uccidere dieci nemici, la

telecamera puo‟ far vincere la guerra”.

Anche questo, come i precedenti, è un muro orribile, un

muro bagnato dal sangue di tanti innocenti. Guardiamo

alcuni dei loro volti e cerchiamo di serbare il loro ricordo

affinché la loro morte non sia stata inutile!







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“Prendi un sorriso e regalalo a chi non l‟ha mai avuto.

Prendi un raggio di sole e lancialo là dove regna la notte.

Scopri una sorgente e immergi in essa chi vive nel fango.

Prendi il coraggio e infondilo nell‟animo di chi non sa

lottare. Scopri la vita e raccontala a chi non sa capirla.“

(Gandhi)







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Il nostro viaggio non è ancora terminato. Guardate la

prossima foto.









Questo è l‟ultimo muro in ordine di tempo ( a quanto ci

risulta!). E‟ di lamiera, lungo circa 100 metri ed è stato eretto

per evitare lo spaccio di droga tra gli extracomunitari e gli

italiani che vanno ad acquistare sostanze stupefacenti.

Sì, abbiamo proprio detto italiani. Questo muro, infatti, è

stato eretto in Italia, per la precisione a Padova, in via De

Besi, a pochi metri da un importante centro commerciale,

per isolare un ghetto di immigrati.

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Questa è la zona in cui sorge il muro.









Queste sono le forze dell‟ordine addette alla sorveglianza

della zona.









Purtroppo quest‟iniziativa non è servita a mettere fine allo

spaccio di sostanze stupefacenti!

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I muri nelle relazioni economiche.



Dal consumismo ad uno stile di vita equo ed etico.

Nell'attuale sistema economico il 20% della popolazione

mondiale consuma la maggior parte delle risorse. Un muro

ci divide in due: da una parte il benessere economico,

dall'altra la carenza di cibo, di acqua potabile, lo sfruttamento

del lavoro, soprattutto femminile e minorile, la devastazione

dell'ambiente. Come può ciascuno di noi contrastare

l'ingiustizia e l'impoverimento del pianeta? Come

consumatori, come risparmiatori, possiamo contribuire con

un diverso stile di vita a costruire una società degna per tutti?

Fra i "mattoni" che costruiscono il muro economico che

divide il mondo in un Nord benestante ed in un Sud

sfruttato troviamo il trattamento iniquo dei lavoratori, il

pagamento della materie prime a prezzi che mantengono i

produttori nella miseria, l'appropriazione di terre o di foreste

a scapito dei contadini, delle popolazioni tribali, o in

generale delle popolazioni locali, l'uso di pesticidi

particolarmente dannosi per i lavoratori o per l'ambiente,

l'invio nel Sud del mondo di rifiuti tossici, attività produttive

altamente inquinanti. Quali strumenti d'intervento abbiamo a

disposizione dare il nostro contributo personale ad abbattere

il muro? Raccogliendo l'idea gandhiana di non

collaborazione, potremmo pacificamente lottare per una

trasformazione della società. Tutti noi, siamo responsabili in

prima persona: quando acquistiamo un prodotto, quando

scegliamo come investire i nostri risparmi, quando paghiamo

le tasse, decidendo magari a chi destinare l'otto per mille.



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E i diritti umani?

I diritti sono diritti se spettano a tutti, altrimenti sono privilegi





Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea generale delle Nazioni

unite proclamò la "Dichiarazione Universale dei Diritti

Umani", per sancire il riconoscimento della dignità di tutti i

membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e

inalienabili.

Tutti gli esseri umani,dunque, nascono liberi ed eguali in

dignità e diritti.

Ancora oggi, però, si costruiscono muri che impediscono di

esercitare diritti fondamentali. Ci sono situazioni note, altre

meno conosciute, ma altrettanto drammatiche.

Messico - Usa, Ceuta - Marocco, Corea del Nord - Corea del

Sud, Costarica - Nicaragua, Palestina - Israele, quanti muri si

frappongono tra gli uomini?

Come vivono le popolazioni che li subiscono?

Ci sono alternative alla costruzione dei muri?

A cosa servono i muri?

A chi servono?

Si potrebbe rispondere con le parole di Bob Dylan: “ La

risposta è nel vento! “









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La tematica del limite, del “muro” che impedisce di vedere

oltre è presente in una famosissima lirica di Giacomo

Leopardi:

L‟INFINITO”







«Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete

io nel pensier mi fingo, ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s'annega il pensier mio:

e il naufragar m'è dolce in questo mare»

Nell‟idillio è una siepe ad assumere le sembianze di un

“muro” e a generare nel poeta un processo immaginativo e

fantastico assai piacevole, causato dalla sensazione di

limitatezza che egli percepisce.

Ma il poeta riesce ad andare al di là del muro. La sua

immaginazione lo fa “naufragare” nel mare dell‟infinito dove

“s‟annega” ogni ansia ed ogni dolore.





Passiamo ora ai Quaderni di Serafino Gubbio Operatore ,

uno dei romanzi più originali di Luigi Pirandello.

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"Mi domando se veramente tutto questo fragoroso e

vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in giorno

sempre più si complica e si accelera, non abbia ridotto

l‟umanità in tale stato di follia, che presto proromperà

frenetica a corrompere e a distruggere tutto."



Serafino non è che un cineoperatore, un uomo-macchina

che quotidianamente annota la sua “vita” su un diario,

testimonianza del suo disagio esistenziale.

Sin dall‟inizio egli è presentato nell‟atteggiamento di chi,

estraniato dalla vita, la studia per cercarvi, invano, un

significato: gli uomini, tutti assorbiti nel meccanismo della

forma, non riescono a percepire che esiste un “oltre”, non

riescono ad andare al di là del muro per assaporare la vita,

quella vera, che scorre impetuosa sotto le incrostazioni della

civiltà.

Ed è per questo che quando lo apprendono sono presi da

un improvviso turbamento.



“STUDIO LA GENTE…”



“Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi

riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni

cosa ch'io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.

In prima, sì, mi sembra che molti l'abbiano, dal modo come

tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là,

dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi

fermo a guardarli un po' addentro negli occhi con questi miei

occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s'aombrano. Taluni

anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se

per poco io seguitassi a scrutarli, m'ingiurierebbero o

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m'aggredirebbero.

No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non

è chiaro né certo neanche a voi neppur quel poco che vi

viene a mano a mano determinato dalle consuetissime

condizioni in cui vivete. C'è un oltre in tutto. Voi non volete

o non sapete vederlo. Ma appena appena quest'oltre baleni

negli occhi d'un ozioso come me, che si metta a osservarvi,

ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.

Conosco anch'io il congegno esterno, vorrei dir meccanico

della vita che fragorosamente e vertiginosamente ci

affaccenda senza requie. Oggi, così e così; questo e

quest'altro da fare; correre qua, con l'orologio alla mano, per

essere in tempo là. - No, caro, grazie: non posso! - Ah sì,

davvero? Beato te! Debbo scappare... - Alle undici, la

colazione. - Il giornale, la borsa, l'ufficio, la scuola... - Bel

tempo, peccato! Ma gli affari... - Chi passa? Ah, un carro

funebre... Un saluto, di corsa, a chi se n'è andato. - La

bottega, la fabbrica, il tribunale...

Nessuno ha tempo o modo d'arrestarsi un momento a

considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui

stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò

che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente

potrebbe trovar riposo. Il riposo che ci è dato dopo tanto

fragore e tanta vertigine è gravato da tale stanchezza,

intronato da tanto stordimento, che non ci è più possibile

raccoglierci un minuto a pensare. Con una mano ci teniamo

la testa, con l'altra facciamo un gesto da ubriachi.

-Svaghiamoci!

Sì. Più faticosi e complicati del lavoro troviamo gli svaghi che

ci si offrono; sicché dal riposo non otteniamo altro che un

accrescimento di stanchezza.”



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L‟opera è un bilancio della vita di Serafino, un bilancio che

si conclude con la caduta di qualsiasi illusione, resa

allegoricamente dal suo mutismo.

Cos‟è il mutismo di Serafino se non un muro?

Un muro di protezione, un muro che lo difende dal mondo

che lo circonda e che lo fa soffrire.



“IL MUTISMO”



“Girare, ho girato. Ho mantenuto la parola: fino all'ultimo.

Ma la vendetta che ho voluto compiere dell'obbligo che m'è

fatto, come servitore d'una macchina, di dare in pasto a

questa macchina la vita, sul più bello la vita ha voluto

ritorcerla contro me. Sta bene. Nessuno intanto potrà negare

ch'io non abbia ora raggiunto la mia perfezione.

Come operatore, io sono ora, veramente, perfetto.

Dopo circa un mese dal fatto atrocissimo, di cui ancora si

parla da per tutto, conchiudo queste mie note.

Una penna e un pezzo di carta: non mi resta più altro mezzo

per comunicare con gli uomini. Ho perduto la voce; sono

rimasto muto per sempre. In una parte di queste mie note

sta scritto: "Soffro di questo mio silenzio, in cui tutti entrano

come in un luogo di sicura ospitalità. Vorrei ora che il mio

silenzio si chiudesse del tutto intorno a me". Ecco, s'è chiuso.

Non potrei meglio di così impostarmi servitore d'una

macchina.”

I "Quaderni" sono non soltanto un‟analisi critica della realtà

moderna, ma anche la testimonianza della possibile

riduzione dell‟uomo a oggetto, a contatto con il progresso

tecnico.





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Serafino Gubbio è l‟intellettuale che rinuncia a svolgere un

ruolo ideologico propositivo; è il nuovo intellettuale “senza

qualità”: degradato dalla sua mansione, alla fine si trova

ridotto a “un silenzio di cosa”.

“Il fu Mattia Pascal” è l‟opera più conosciuta di Pirandello .

Il protagonista del romanzo, Mattia Pascal, è il degno

testimone dell‟assurda condizione dell'uomo, un uomo

prigioniero delle maschere sociali contro cui lotta

ininterrottamente, ma invano; è un uomo in cerca della

propria identità, identità che non riuscirà mai a trovare e che

nemmeno uno stato civile potrà mai garantirgli.

All‟uomo non resta altro che porsi in una condizione di

isolamento da ogni meccanismo sociale, dalla vita.

Pascal non può che vivere da maschera nuda.



“LO STRAPPO NEL CIELO DI CARTA”



“- La tragedia d'Oreste in un teatrino di marionette! - venne

ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. - Marionette

automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e

mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe

da andarci, signor Meis.

- La tragedia d'Oreste?

- Già! D'après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l'Elettra.

Ora senta un po‟, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel

momento culminante, proprio quando la marionetta che

rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra

Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del

teatrino, che avverrebbe? Dica lei.

- Non saprei, - risposi, stringendomi ne le spalle.



41

- Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe

terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.

- E perché?

- Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl'impulsi della

vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli

occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde

ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si

sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe

Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia

antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco

nel cielo di carta.

E se ne andò, ciabattando.

Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor Anselmo

lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi

pensieri. La ragione, il nesso, l'opportunità di essi

rimanevano lassù, tra le nuvole, dimodoché difficilmente a

chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa.

L'immagine della marionetta d'Oreste sconcertata dal buco

nel cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo

punto: « Beate le marionette, » sospirai, « su le cui teste di

legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità

angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla!

E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro

commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in

pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la

loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto

proporzionato.”



In queste pagine Anselmo Paleari, portavoce dell‟autore,

mette in scena, in un teatrino, la tragedia di Oreste.

Casualmente durante lo spettacolo si strappa “il cielo di

carta”, simbolo del “muro” che divide la forma dalla vita. E‟

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a questo punto che Oreste, il protagonista, esempio di

coerenza e sicurezza, si distrae di fronte all‟imprevisto,

all‟”oltre” che gli si spalanca davanti, e vede cadere ogni

spontaneità del proprio agire: cessa di vivere e comincia a

guardarsi vivere trasformandosi in una maschera nuda, in un

moderno Amleto, antieroe inetto ed incapace di ogni azione.



L‟unico personaggio “positivo” di Pirandello è Vitangelo

Moscarda.

Protagonista del romanzo “Uno nessuno e centomila”

Moscarda è l‟emblema dell‟uomo che fa a pezzi tutte le

convenzioni che lo circondano, che abbatte tutti i muri

imposti dalla società per scoprire la “vita”, rifiutando la

forma e aderendo all‟indistinto naturale.

Nel passo finale del romanzo Vitangelo si presenta al

processo contro AnnaRosa che lo aveva ferito, scagionandola

completamente. Si presenta come “un povero svampito,

barbuto e sorridente…”.

Oramai Vitangelo ha rinunciato anche al proprio nome ed è

diventato cosa nelle cose, come un sasso, una pianta, senza

storia, senza progetti, capace di rinascere ad ogni attimo.

“LA VITA NON CONCLUDE”

“Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del

nome d'oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in

noi il concetto d'ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome

non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non

distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli

uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di

quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace non ne

parli piú. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un

nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e

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non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la

vita. Quest'albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono

quest'albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro

che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.

L'ospizio sorge in campagna, in un luogo amenissimo. Io

esco ogni mattina, all'alba, perché ora voglio serbare lo

spirito cosí, fresco d'alba, con tutte le cose come appena si

scoprono che sanno ancora del crudo della notte, prima che

il sole ne secchi il respiro umido e le abbagli. Quelle nubi

d'acqua là pese plumbee ammassate sui monti lividi, che

fanno parere piú larga e chiara nella grana d'ombra ancora

notturna, quella verde piaga di cielo. E qua questi fili d'erba,

teneri d'acqua anch‟essi, freschezza viva delle prode. E

quell'asinello rimasto al sereno tutta la notte, che ora guarda

con occhi appannati e sbruffa in questo silenzio che gli è

tanto vicino e a mano a mano pare gli s‟allontani

cominciando, ma senza stupore a schiarirglisi attorno, con la

luce che dilaga appena sulle campagne deserte e attonite. E

queste carraie qua, tra siepi nere e muricce screpolate, che

su lo strazio dei loro solchi ancora stanno e non vanno. E

l'aria è nuova. E tutto, attimo per attimo, è com'è, che savviva

per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere piú nulla

fermarsi nella sua apparenza e morire. Cosí soltanto io posso

vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il

pensiero sí metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi

rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.

La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del

vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le

odo non piú dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse

ne fremono di gioja nella loro cavità ronzante, in un bel cielo

azzurro pieno di sole caldo tra lo stridío delle rondini o nel

vento nuvoloso, pesanti e cosí alte sui campanili aerei. Pensa

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alla morte, a pregare. C'è pure chi ha ancora questo bisogno,

e se ne fanno voce le campane. Io non l'ho piú questo

bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e

senza ricordi: vivo e intero, non piú in me, ma in ogni cosa

fuori.”



Il muro invalicabile che ha sempre diviso forma e vita è stato

definitivamente abbattuto, via dalla società per immergersi

nella natura, una natura benigna che diventa “vita” allo stato

puro, simbolo di una positività che era da sempre sembrata

irraggiungibile.

E‟ questa la soluzione prospettata da Pirandello. Tutta

l‟umanità è prigioniera delle maschere, dei muri interiori.



Il tema del muro, dell‟isolamento umano, impregna anche i

romanzi di Italo Svevo.

Il protagonista dell‟opera di Svevo è l‟inetto, l‟intellettuale

medio-borghese, un uomo che non riesce mai nei propri

intenti, a volte a causa della debolezza, a volte perché fa

scelte sbagliate: inetto è colui che non sa fare della vita

un‟opera propria.

La complicata interiorità dei personaggi è determinata da

quegli schemi mentali, da quelle convenzioni sociali, da quei

muri che non riescono ad abbattere…

Emblematico questo passo tratto da “ Senilità”:



„INETTITUDINE E SENILITA‟

“Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla

che non intendeva compromettersi in una relazione troppo

seria. Parlò cioè a un dipresso così: - T'amo molto e per il

tuo bene desidero ci si metta d'accordo di andare molto

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cauti. - La parola era tanto prudente ch'era difficile di

crederla detta per amore altrui, e un po' più franca avrebbe

dovuto suonare così: - Mi piaci molto, ma nella mia vita non

potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho

altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.

La sua famiglia? Una sola sorella non ingombrante né

fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche

anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse

per destino. Dei due, era lui l'egoista, il giovane; ella viveva

per lui come una madre dimentica di se stessa, ma ciò non

impediva a lui di parlarne come di un altro destino

importante legato al suo e che pesava sul suo, e così,

sentendosi le spalle gravate di tanta responsabilità, egli

traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma

anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si

ritrovava nell'anima la brama insoddisfatta di piaceri e di

amore, e già l'amarezza di non averne goduto, e nel cervello

una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio

carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per

esperienza.

La carriera di Emilio Brentani era più complicata perché

intanto si componeva di due occupazioni e due scopi ben

distinti. Da un impieguccio di poca importanza presso una

società di assicurazioni, egli traeva giusto il denaro di cui la

famigliuola abbisognava. L'altra carriera era letteraria e,

all'infuori di una riputazioncella, - soddisfazione di vanità più

che d'ambizione - non gli rendeva nulla, ma lo affaticava

ancor meno. Da molti anni, dopo di aver pubblicato un

romanzo lodatissimo dalla stampa cittadina, egli non aveva

fatto nulla, per inerzia non per sfiducia. Il romanzo,

stampato su carta cattiva, era ingiallito nei magazzini del

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libraio, ma mentre alla sua pubblicazione Emilio era stato

detto soltanto una grande speranza per l'avvenire, ora veniva

considerato come una specie di rispettabilità letteraria che

contava nel piccolo bilancio artistico della città. La prima

sentenza non era stata riformata, s'era evoluta.

Per la chiarissima coscienza ch'egli aveva della nullità della

propria opera, egli non si gloriava del passato, però, come

nella vita così anche nell'arte, egli credeva di trovarsi ancora

sempre nel periodo di preparazione, riguardandosi nel suo

più segreto interno come una potente macchina geniale in

costruzione, non ancora in attività. Viveva sempre in

un'aspettativa non paziente, di qualche cosa che doveva

venirgli dal cervello, l'arte, di qualche cosa che doveva

venirgli di fuori, la fortuna, il successo, come se l'età delle

belle energie per lui non fosse tramontata.

Angiolina, una bionda dagli occhi azzurri grandi, alta e forte,

ma snella e flessuosa, il volto illuminato dalla vita, un color

giallo di ambra soffuso di rosa da una bella salute,

camminava accanto a lui, la testa china da un lato come

piegata dal peso del tanto oro che la fasciava, guardando il

suolo ch'ella ad ogni passo toccava con l'elegante ombrellino

come se avesse voluto farne scaturire un commento alle

parole che udiva. Quando credette di aver compreso disse: -

Strano - timidamente guardandolo sottecchi. - Nessuno mi

ha mai parlato così. - Non aveva compreso e si sentiva

lusingata al vederlo assumere un ufficio che a lui non

spettava, di allontanare da lei il pericolo. L'affetto ch'egli le

offriva ne ebbe l'aspetto di fraternamente dolce.

Fatte quelle premesse, l'altro si sentì tranquillo e ripigliò un

tono più adatto alla circostanza. Fece piovere sulla bionda

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testa le dichiarazioni liriche che nei lunghi anni il suo

desiderio aveva maturate e affinate, ma, facendole, egli stesso

le sentiva rinnovellare e ringiovanire come se fossero nate in

quell'istante, al calore dell'occhio azzurro di Angiolina. Ebbe

il sentimento che da tanti anni non aveva provato, di

comporre, di trarre dal proprio intimo idee e parole: un

sollievo che dava a quel momento della sua vita non lieta, un

aspetto strano, indimenticabile, di pausa, di pace. La donna

vi entrava! Raggiante di gioventù e bellezza ella doveva

illuminarla tutta facendogli dimenticare il triste passato di

desiderio e di solitudine e promettendogli la gioia per

l'avvenire ch'ella, certo, non avrebbe compromesso.

Egli s'era avvicinato a lei con l'idea di trovare un'avventura

facile e breve, di quelle che egli aveva sentito descrivere tanto

spesso e che a lui non erano toccate mai o mai degne di

essere ricordate. Questa s'era annunziata proprio facile e

breve. L'ombrellino era caduto in tempo per fornirgli un

pretesto di avvicinarsi ed anzi - sembrava malizia! -

impigliatosi nella vita trinata della fanciulla, non se n'era

voluto staccare che dopo spinte visibilissime. Ma poi, dinanzi

a quel profilo sorprendentemente puro, a quella bella salute

- ai rétori corruzione e salute sembrano inconciliabili - aveva

allentato il suo slancio, timoroso di sbagliare e infine

s'incantò ad ammirare una faccia misteriosa dalle linee

precise e dolci, già soddisfatto, già felice.

Ella gli aveva raccontato poco di sé e per quella volta, tutto

compreso del proprio sentimento, egli non udì neppure quel

poco. Doveva essere povera, molto povera, ma per il

momento - lo aveva dichiarato con una certa quale superbia -

non aveva bisogno di lavorare per vivere. Ciò rendeva

l'avventura anche più gradevole, perché la vicinanza della

48

fame turba là dove ci si vuol divertire. Le indagini di Emilio

non furono dunque molto profonde ma egli credette che le

sue conclusioni logiche, anche poggiate su tali basi,

dovessero bastare a rassicurarlo. Se la fanciulla, come si

sarebbe dovuto credere dal suo occhio limpido, era onesta,

certo non sarebbe stato lui che si sarebbe esposto al pericolo

di depravarla; se invece il profilo e l'occhio mentivano, tanto

meglio. C'era da divertirsi in ambedue i casi, da pericolare in

nessuno dei due.”

E‟ la pagina iniziale del romanzo, vengono portati sulla scena

i due protagonisti, Emilio Brentani e Angiolina.

Emerge lampante in queste pagine la “senilità” di Emilio,

l‟“incapacità-inettitudine” di un uomo di uscire dalle

convenzioni borghesi, di abbattere questo “muro” che

sembra dare un senso alla propria vita.



Facciamo ora un piccolo passo indietro, ad “Una vita”,

prima opera di Svevo.

Il protagonista del romanzo è Alfonso Nitti, anch‟egli

emblema dell‟inettitudine umana.

Si muore nella situazione in cui si nasce: se si nasce

“oppressi” non si può di certo diventare “oppressori”, è

questo il problema di Alfonso, quello che blocca la sua

affermazione individuale. Egli è nato senza ali, quelle della

forza e dell‟abilità, quelle che ha Macario, ed è per questo

che non può competere con lui.



“LE ALI DEL GABBIANO”

La sua compagnia doveva piacere a Macario. La cercava

di spesso; qualche sera gli usò anche la gentilezza di

andarlo a prendere all'ufficio.

49

Ad Alfonso non sfuggì la causa di quest'affetto

improvviso. Lo doveva alla sua docilità e, pensò, anche

alla sua piccolezza. Era tanto piccolo e insignificante, che

accanto a lui Macario si trovava bene. Non si compiacque

meno di tale amicizia. Le cortesie, anche se comperate a

caro prezzo, piacciono. Non disistimava Macario. Per

certe qualità ammirava quel giovine tanto elegante, artista

inconscio, intelligente anche quando parlava di cose che

non sapeva.

Macario possedeva un piccolo cutter e frequentemente

invitò Alfonso a gite mattutine nel golfo. Nella sua vita

triste, quelle gite furono per Alfonso vere feste. In barca

gli era anche più facile di dare il suo assenso alle

asserzioni di Macario e in gran parte non le udiva. Si

trovava ancora sempre alla conquista della solida salute

che gli occorreva, riteneva, per sopportare la dura vita di

lavoro a cui faceva proponimento di sottoporsi, e gli

effluvi marini dovevano aiutarlo a trovarla.

Una mattina soffiava un vento impetuoso e alla punta del

molo, ove si trovavano per attendere la barca che doveva

venirli a prendere, Alfonso propose a Macario di

tralasciare per quella mattina la gita che gli sembrava

pericolosa. Macario si mise a deriderlo e non ne volle

sapere.

Il cutter si avvicinava. Piegato dalle vele bianche gonfiate

dal vento, sembrava ad ogni istante di dover capovolgersi

e di raddrizzarsi all'ultimo estremo sfuggendo al pericolo

imminente. Alfonso da terra era colto da quei tremiti

nervosi che si hanno al vedere delle persone in pericolo

di cadere e fu solo per la paura delle ironie di Macario

che non seppe lasciarlo partir solo.

Ferdinando, un facchino ch'era stato marinaio, dirigeva la

50

barca. Lasciò il posto al timone a Macario il quale sedette

dopo toltasi la giubba quasi per prepararsi a grandi

fatiche:

- Ora fuoco alla macchina, - gridò a Ferdinando.

Ferdinando scese a terra e trascinò il cutter per l'albero di

prora da un angolo del molo all'altro; poi, un piede

puntellato a terra, l'altro sul cutter, lo spinse al largo.

Alfonso lo guardò tremando; temeva di vederlo

piombare in acqua e, per quanto piccolo, l'imminenza di

un pericolo lo faceva sussultare.

- Che agile! - disse a Ferdinando.

Gli pareva d'essere in mano sua e aveva il desiderio quasi

inconscio d'amicarselo. Ferdinando alzò il capo, giovanile

ad onta del grigio nella barba e della calvizie abbastanza

inoltrata, e ringraziò. Non essendo suo il mestiere, ci

teneva molto ad apparire abile. Comprese però male lo

scopo della raccomandazione. Trasse con forza a sé la

vela e la fissò, aiutando poscia a tenderla con tutto il peso

del suo corpo. Immediatamente il vento che pareva

sorgesse allora la gonfiò e la barca si piegò con veemenza

proprio dalla parte ove sedeva Alfonso.

S'era proposto di far mostra di grande sangue freddo, ma

i propositi non bastarono all'improvviso spavento. Poté

trattenersi dal gridare ma balzò in piedi e si gettò dall'altra

parte sperando di raddrizzare la barca con il suo peso. Si

tranquillò alquanto sentendosi più lontano dall'acqua e

sedette afferrandosi con le mani alla banchina.

Macario lo guardò con un leggero sorriso. Si sentiva bene

nella sua calma accanto ad Alfonso e per rendere più

evidente il distacco tenne il cutter sotto la piena azione

del vento. Alfonso vide il sorriso e volle prendere

l'aspetto di persona calma. Segnalò a Macario

51

all'orizzonte delle punte bianche di montagne di cui non

si vedevano le basi.

Passando accanto al faro poté misurare la rapidità con la

quale tagliavano l'acqua; diede un balzo sembrandogli che

la barca andasse a sfracellarsi sui sassi che la

contornavano.

- Sa nuotare? - gli chiese Macario con tranquillità. - Alla

peggio ritorneremo a casa a nuoto. Ma - e finse grande

preoccupazione - anche se si sentisse andare a fondo non

si aggrappi a me perché saremmo perduti in due.

Penseremo a lei io e Nando. Nevvero, Nando?

Ridendo sgangheratamente, costui lo promise.

Coi suoi modi da pensatore, Macario si dilungò in

considerazioni sugli effetti della paura. Ogni dieci parole

alzava la mano aristocratica, l'arrotondava e tutti i

sottintesi che quel gesto segnava, cui nel vuoto della

mano creava il posto, Alfonso lo sapeva, dovevano

andare a colpire lui e la sua paura.

- Muore maggior numero di persone per paura che per

coraggio. Per esempio in acqua, se vi cadono, muoiono

tutti coloro che hanno l'abitudine di afferrarsi a tutto

quello che loro è vicino, - e fece una strizzatina d'occhio

verso le mani di Alfonso che si chiudevano nervosamente

sulla banchina.

E passarono accanto al verde Sant'Andrea senza che

Alfonso potesse padroneggiarsi. Guardava, ma non

godeva.

La città, quando al ritorno la rivide, gli parve triste.

Sentiva un grande malessere, una stanchezza come se

molto tempo prima avesse fatto tanta via e che poi non lo

si fosse lasciato riposare mai più. Doveva essere mal di

mare e provocò l'ilarità di Macario dicendoglielo.

52

- Con questo mare!

Infatti il mare sferzato dal vento di terra non aveva onde.

Vi erano larghe strisce increspate, altre incavate, liscie

liscie precisamente perché battute dal vento che

sembrava averci tolto via la superficie. Nella diga c'era un

romoreggiare allegro come quello prodotto da

innumerevoli lavandaie che avessero mosso i loro panni

in acqua corrente.

Alfonso era tanto pallido che Macario se ne impietosì e

ordinò a Ferdinando di accorciare le vele.

Si era in porto, ma per giungere al punto di partenza si

dovette passarci dinanzi due volte.

Si udivano i piccoli gridi dei gabbiani. Macario per

distrarlo volle che Alfonso osservasse il volo di quegli

uccelli, così calmo e regolare come la salita su una via

costruita, e quelle cadute rapide come di oggetti di

piombo. Si vedevano solitarii, ognuno volando per

proprio conto, le grandi ali bianche tese, il corpicciuolo

sproporzionatamente piccolo coperto da piume leggiere.

- Fatti proprio per pescare e per mangiare, - filosofeggiò

Macario. - Quanto poco cervello occorre per pigliare

pesce! Il corpo è piccolo. Che cosa sarà la testa e che

cosa sarà poi il cervello? Quantità da negligersi! Quello

ch'è la sventura del pesce che finisce in bocca del

gabbiano sono quelle ali, quegli occhi, e lo stomaco,

l'appetito formidabile per soddisfare il quale non è nulla

quella caduta così dall'alto. Ma il cervello! Che cosa ci ha

da fare il cervello col pigliar pesci? E lei che studia, che

passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi

non ha le ali necessarie quando nasce non gli crescono

mai più. Chi non sa per natura piombare a tempo debito

sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà a

53

guardare come fanno gli altri, non li saprà imitare. Si

muore precisamente nello stato in cui si nasce, le mani

organi per afferrare o anche inabili a tenere.

Alfonso fu impressionato da questo discorso. Si sentiva

molto misero nell'agitazione che lo aveva colto per cosa

di sì piccola importanza.

- Ed io ho le ali? - chiese abbozzando un sorriso.

- Per fare dei voli poetici sì! - rispose Macario, e

arrotondò la mano quantunque nella sua frase non ci

fosse alcun sottinteso che abbisognasse di quel cenno per

venir compreso.”

La figura dell‟intellettuale risulta fortemente ridimensionata

in questo passo. Le “ali” si trasformano in una metafora, chi

non le ha dalla nascita non può sperare che gli crescano in

seguito ed è per questo condannato alla sconfitta, una

sconfitta inevitabile.

L‟ultimo romanzo di Svevo, “La coscienza di Zeno”,

rappresenta la conclusione del percorso intrapreso

dall‟autore, una conclusione che, a differenza dell‟apparente

evoluzione positiva del personaggio-protagonista, Zeno

Cosini, mette in luce una situazione ancor più degenerata ed

agghiacciante.

Il romanzo si presenta come un memoriale inviato da Zeno,

protagonista dell‟opera, al suo psicanalista, il dottor S.

Costui, uomo privo di capacità e ingegno, non trova di

meglio che indurre il suo paziente a scrivere una storia della

sua malattia, sperando che questa attività sia un buon

preludio alla psicoanalisi.

Zeno però lo delude abbandonando il trattamento. Per

vendicarsi di ciò il dottor S. pubblica il diario.





54

Il finale del romanzo è la parte più significativa dell‟opera.

Zeno, liberatosi di tutti quei muri, frutto delle convenzioni

borghesi, delle inibizioni sociali, della sua nevrosi, si crede

guarito.

Non è così, egli ha solo rinunciato a capire e a controllare

ciò che si è trovato di fronte, la vita. Con essa Zeno ha

raggiunto un compromesso che la renda accettabile, senza

però capire che si è fatto carico di un altro ostacolo alla sua

felicità.



“LA VITA E‟ UNA MALATTIA”



“Dal Maggio dell'anno scorso non avevo piú toccato questo

libercolo. Ecco che dalla Svizzera il dr. S. mi scrive

pregandomi di mandargli quanto avessi ancora annotato.

È una domanda curiosa, ma non ho nulla in contrario di

mandargli anche questo libercolo dal quale chiaramente

vedrà come io la pensi di lui e della sua cura. Giacché

possiede tutte le mie confessioni, si tenga anche queste

poche pagine e ancora qualcuna che volentieri aggiungo a

sua edificazione. Ma al signor dottor S. voglio pur dire il fatto

suo. Ci pensai tanto che oramai ho le idee ben chiare.

Intanto egli crede di ricevere altre confessioni di malattia e

debolezza e invece riceverà la descrizione di una salute

solida, perfetta quanto la mia età abbastanza inoltrata può

permettere. Io sono guarito! Non solo non voglio fare la

psico-analisi, ma non ne ho neppur di bisogno. E la mia

salute non proviene solo dal fatto che mi sento un

privilegiato in mezzo a tanti martiri.

Non è per il confronto ch'io mi senta sano. Io sono sano,

assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute

non poteva essere altro che la mia convinzione e ch'era una

55

sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla

curare anziché persuadere. Io soffro bensí di certi dolori, ma

mancano d'importanza nella mia grande salute. Posso

mettere un impiastro qui o là, ma il resto ha da moversi e

battersi e mai indugiarsi nell'immobilità come gl'incancreniti.

Dolore e amore, poi, la vita insomma, non può essere

considerata quale una malattia perché duole.

Ammetto che per avere la persuasione della salute il mio

destino dovette mutare e scaldare il mio organismo con la

lotta e sopratutto col trionfo. Fu il mio commercio che mi

guarí e voglio che il dottor S. lo sappia.

Attonito e inerte, stetti a guardare il mondo sconvolto, fino al

principio dell'Agosto dell'anno scorso. Allora io cominciai a

comperare. Sottolineo questo verbo perché ha un significato

piú alto di prima della guerra. In bocca di un commerciante,

allora, significava ch'egli era disposto a comperare un dato

articolo. Ma quando io lo dissi, volli significare ch'io ero

compratore di qualunque merce che mi sarebbe stata offerta.

Come tutte le persone forti, io ebbi nella mia testa una sola

idea e di quella vissi e fu la mia fortuna. L'Olivi non era a

Trieste, ma è certo ch'egli non avrebbe permesso un rischio

simile e lo avrebbe riservato agli altri. Invece per me non era

un rischio. Io ne sapevo il risultato felice con piena certezza.

Dapprima m'ero messo, secondo l'antico costume in epoca

di guerra, a convertire tutto il patrimonio in oro, ma v'era

una certa difficoltà di comperare e vendere dell'oro. L'oro

per cosí dire liquido, perché piú mobile, era la merce e ne

feci incetta. Io effettuo di tempo in tempo anche delle

vendite ma sempre in misura inferiore agli acquisti. Perché

cominciai nel giusto momento i miei acquisti e le mie

vendite furono tanto felici che queste mi davano i grandi

mezzi di cui abbisognavo per quelli.

56

Con grande orgoglio ricordo che il mio primo acquisto fu

addirittura apparentemente una sciocchezza e inteso

unicamente a realizzare subito la mia nuova idea: una partita

non grande d'incenso. Il venditore mi vantava la possibilità

d'impiegare l'incenso quale un surrogato della resina che già

cominciava a mancare, ma io quale chimico sapevo con

piena certezza che l'incenso mai piú avrebbe potuto

sostituire la resina di cui era differente toto genere. Secondo

la mia idea il mondo sarebbe arrivato ad una miseria tale da

dover accettare l'incenso quale un surrogato della resina. E

comperai! Pochi giorni or sono ne vendetti una piccola parte

e ne ricavai l'importo che m'era occorso per appropriarmi

della partita intera. Nel momento in cui incassai quei denari

mi si allargò il petto al sentimento della mia forza e della mia

salute.

Il dottore, quando avrà ricevuta quest'ultima parte del mio

manoscritto, dovrebbe restituirmelo tutto. Lo rifarei con

chiarezza vera perché come potevo intendere la mia vita

quando non ne conoscevo quest'ultimo periodo? Forse io

vissi tanti anni solo per prepararmi ad esso!

Naturalmente io non sono un ingenuo e scuso il dottore di

vedere nella vita stessa una manifestazione di malattia. La

vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e

lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A

differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non

sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che

abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo

strangolati non appena curati.

La vita attuale è inquinata alle radici. L'uomo s'è messo al

posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l'aria, ha

impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e

attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio

57

servizio delle altre forze. V'è una minaccia di questo genere

in aria. Ne seguirà una grande ricchezza... nel numero degli

uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo.

Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente

al pensarci soffoco!

Ma non è questo, non è questo soltanto.

Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può

appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso,

quello del proprio organismo. Allorché la rondinella

comprese che per essa non c'era altra possibile vita fuori

dell'emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue

ali e che divenne la parte piú considerevole del suo

organismo. La talpa s'interrò e tutto il suo corpo si conformò

al suo bisogno. Il cavallo s'ingrandí e trasformò il suo piede.

Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato

e non avrà mai leso la loro salute.

Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del

suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi

sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si

vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre piú furbo e

piú debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in

proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni

parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano

essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai,

l'ordigno non ha piú alcuna relazione con l'arto. Ed è

l'ordigno che crea la malattia con l'abbandono della legge che

fu su tutta la terra la creatrice. La legge del piú forte sparí e

perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci

vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero

di ordigni prospereranno malattie e ammalati.

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni

ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non

58

basteranno piú, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto

di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo

incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente

esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un

altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri

un po' piú ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà

al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto

potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che

nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa

errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.”



La “vittoria” di Zeno sugli altri è rappresentativa di una

società che ha perso inevitabilmente la propria autenticità,

autenticità che appare irreparabilmente compromessa,

irraggiungibile.

I muri dell‟ideologia borghese sono il freno più forte

all‟affermazione individuale.

Un segreto è concentrarsi sulla “VITA”, su quella e basta,

porla al centro della nostra ricerca, di una ricerca burrascosa

ed ininterrotta, di una ricerca consapevole, tutto il resto ha

poca importanza, può, anzi deve essere messo da parte…



Il tema del muro è ricorrente anche nell‟opera di Eugenio

Montale, soprattutto nella raccolta “Ossi di seppia” nella

quale svolge un ruolo fondamentale: questo correlativo

oggettivo rappresenta il limite invalicabile, il confine tra due

condizioni contrapposte.

“MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO”



“Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d‟orto

59

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch‟ora si rompono ed ora s‟intrecciano

a sommo di minuscole biche

Osservare fra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale daí calvi picchi

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com‟è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.”



La poesia è una metafora della condizione umana che

esprime gli invalicabili limiti, vale a dire i MURI, che

l‟esistenza impone ai sogni e alle speranze degli uomini.

Il poeta avverte una condizione di estraneità e di solitudine

nel rapportarsi alla natura, come lui pervasa da

un‟inquietudine esistenziale.

Queste speranze vengono tradite dalla scoperta di una realtà

tanto diversa da quella che ci si aspettava al di là del muro.

L‟uomo non può “percepire” l‟essenza delle cose, essenza

che resta dietro un muro di apparenze da cui trapela solo il

cieco “travaglio”umano.

Il paesaggio contiene una forte potenza simbolica,

l‟espressione chiave della poesia è senza dubbio il correlativo

oggettivo “rovente muro d‟orto”, correlativo che esprime sia

60

l‟invalicabilità del limite, ontologicamente posto tra la

coscienza soggettiva e l‟essenza delle cose, sia la barriera che

separa la dimensione privata del singolo dalla pienezza

comunicativa di un rapporto autentico con gli altri: questo

muro è quindi l‟emblema dell‟impossibilità di uscire dai

confini della propria solitudine.

La poesia si chiude con il correlativo oggettivo “muraglia/che

ha in cima i cocci aguzzi di bottiglia”: è ripreso alla fine il

tema del muro e con l‟uso del verbo “seguitare” viene

espressa la monotona continuità del vivere, in un‟invariabile

condizione di angoscia resa insostenibile dall‟avvilente

presenza dell‟ostacolo invalicabile.

Un altro testo importante in cui Montale mette in evidenza il

tema del muro è ”Gloria del disteso mezzogiorno”. Anche

questa poesia è dedicata al rapporto del poeta con la natura



”GLORIA DEL DISTESO MEZZOGIORNO



“Gloria del disteso mezzogiorno

quand'ombra non rendono gli alberi,

e più e più si mostrano d'attorno

per troppa luce, le parvenze, falbe.

Il sole, in alto, - e un secco greto.

Il núo giorno non è dunque passato:

l'ora piú bella è di là dal muretto

che rinchiude in un occaso scialbato.

L'arsura, in giro; un martin pescatore

volteggia s'una reliquia di vita.

La buona pioggia è di là dallo squallore,

ma in attendere è gioia più compita.”



61

Da questi versi si può leggere la speranza di giungere a una

felicità che è al di là nel muro (“l'ora piú bella è di là dal

muretto”), con la convinzione che da questa parte del muro

c‟è solo squallore e noia, al di là invece c‟è la gioia resa più

bella dall‟attesa(“La buona pioggia è di là dallo squallore, ma

in attendere è gioia più compita”).

Il motivo subisce un‟evoluzione nella poesia “Non rifugiarti

nell‟ombra”. In questo testo il muro è proposto come limite,

da questa parte del muro il poeta osserva la vita che si

frantuma, ad di là di esso c‟è la sicurezza, la serenità.



“NON RIFUGIARTI NELL‟OMBRA”



“Non rifugiarti nell‟ombra

di quel folto di verzura

come il falchetto che strapiomba

fulmineo nella caldura.

E‟ ora di lasciare il canneto

stento che pare s‟addorma

e di guardare le forme

della vita che si sgretola.

Ci muoviamo in un pulviscolo

madreperlaceo che vibra,

in un barbaglio che invischia

gli occhi e un poco ci sfibra.

Pure, lo senti, nel gioco d‟aride onde

che impigra in quest‟ora di disagio

non buttiamo già in un gorgo senza fondo

le nostre vite randage.

Come quella chiostra di rupi

che sembra sfilacciarsi

62

in ragnatele di nubi;

tali i nostri animi arsi

in cui l‟illusione brucia

un fuoco pieno di cenere

si perdono nel sereno

di una certezza: la luce.”



Risulta invece permeata di una convinta rassegnazione la

poesia “Sul muro grafito”, una rassegnazione che è stata

persino letta da alcuni come sintomo di una speranza

irrequieta, in riferimento ai versi 9-10 .



“ SUL MURO GRAFITO”



“Sul muro grafito

che adombra i sedili rari

l'arco del cielo appare

finito.

Chi si ricorda più del fuoco ch'arse

impetuoso

nelle vene del mondo; in un riposo

freddo le forme, opache, sono sparse.

Rivedrò domani le banchine

se la muraglia e l'usata strada

nel futuro che s'apre le mattine

sono ancorate come barche in rada.”



Il muro diventa l‟emblema della prigionia del poeta, una

prigionia che non gli permette di rivelare verità assolute, in





63

quanto la propria esperienza vitale è confinata in uno spazio

abitato soltanto dalla sofferenza.



ALDA MERINI, IL MANICOMIO E L‟ESPERIENZA

DELLA SCHIZOFRENIA



“Il livellamento psichiatrico mette sullo stesso piano i geni e i

folli. È un atto innaturale. I medici non sono in grado di

capire che cos‟è l‟uomo, che cos‟è l‟uomo–Dio che è in noi,

l‟uomo creatore.

Il male fisico lo capiscono tutti, il male mentale, invece, è lo

scacco per l‟uomo e la sua scienza che non riesce mai a

penetrare appieno i segreti dell‟anima.

L‟uomo non è nato per soffrire, ma è nato per la felicità. Io

sono passata attraverso il tunnel del dolore che in realtà è

stata per me una considerazione di ciò che può essere la vita,

di ciò che può farti la vita ma anche di quello che noi

possiamo fare alla vita. Perché possiamo essere anche noi

stessi a mortificarla e a renderla brutta. Quei dieci anni

trascorsi in manicomio hanno aperto uno squarcio in me che

ho voluto raccontare perché nessuno conosce ciò che accade

al di là del muro…

Quanto vuoto fanno i medici per avere in mano il cuore del

paziente, ma non è preservandolo dal dolore che lo si

guarisce. A volte questo è solo un pretesto per ucciderlo.

Perché se l‟uomo non sente il dolore non sente né la musica,

né la poesia, né la vita e neanche la morte. Non

dimentichiamo che moriremo tutti, però prima la vita va

vissuta con gioia ed occorre capire che la poesia fa parte

della vita e anche della morte e che è un grande rischio. Il

64

poeta rischia molto è sempre al limite, è sempre sul filo del

rasoio ma lo fa per insegnarci la felicità , la felicità per la vita

che è in ognuno di noi.

La sopportazione mia del manicomio è stata dovuta alla mia

religiosità, all‟obbedienza, all‟accettazione dei fatti divini

della vita.

Io depreco quelli che vogliono soffrire più degli altri perché

questo lo considero una colpa e un reato.”



Non c‟è bisogno di interpretazioni, di chiarimenti, le parole

della Merini sono chiare, fulminanti, trasmettono tutta la

disillusione di una persona che, pur lottando tanto nella vita,

ha ottenuto davvero poco dagli altri. Nella vita quando si ha

bisogno di aiuto gli altri non ci sono, sono impegnati, e,

fingendo di non poterci capire, ci pongono al di là di un

muro di cui loro sono gli unici artefici, artefici detestabili

che, senza compiere alcuno sforzo si nascondono dietro

l‟ipocrisia della nostra follia, della sterilità del nostro passato.





Terra santa (1984)



Ho conosciuto Gerico,

ho avuto anch'io la mia

Palestina,

le mura del manicomio

erano le mura di Gerico

e una pozza di acqua

infettata

ci ha battezzati tutti.

Lì dentro eravamo ebrei

65

e i Farisei erano in alto

e c'era anche il Messia

confuso dentro la folla:

un pazzo che urlava al

Cielo

tutto il suo amore in

Dio.



Noi tutti, branco di asceti

eravamo come gli uccelli

e ogni tanto una rete

oscura ci imprigionava

ma andavamo verso la

messe,

la messe di nostro Signore

e Cristo il Salvatore.



Fummo lavati e sepolti,

odoravamo di incenso.

E dopo, quando

amavamo

ci facevano gli elettrochoc

perché, dicevano, un

pazzo

non può amare nessuno.



Ma un giorno da dentro

l'avello

anch'io mi sono ridestata

66

e anch'io come Gesù

ho avuto la mia

resurrezione,

ma non sono salita ai cieli

sono discesa all'inferno

da dove riguardo stupita

le mura di Gerico antica.



Le dune del canto si sono

chiuse,

o dannata magia

dell'universo,

che tutto può sopra una

molle sfera.

Non venire tu quindi al

mio passato,

non aprirai dei delta

vorticosi,

delle piaghe latenti, degli

accessi

alle scale che mobili si

dànno

sopra la balaustra del

declino;

resta, potresti anche

essere Orfeo

che mi viene a ritogliere

dal nulla,

resta o mio ardito e

sommo cavaliere,

io patisco la luce, nelle

67

ombre

sono regina ma fuori nel

mondo

potrei essere morta e tu lo

sai

lo smarrimento che mi

prende pieno

quando io vedo un albero

sicuro.



Un testo bellissimo, denso di significato!

Paolo Arena









68

(Enrico Palazzo)









69

Pensieri in libertà……

No, io non sono così.

Non voglio fare il buonista o perdermi tra luoghi comuni,

frasi riciclate e facili morali, non voglio essere uno di quelli

che pensano che ciò che è vero sia REALMENTE vero.

Non mi interessa parlare dei significati storici e sociologici

che il muro ha assunto nei “secoli dei secoli”: voglio

solamente fare un piccolo excursus sulle persone, sulla

massa di sconosciuti che continuamente ci passa a pochi

centimetri di distanza, ma che allo stesso tempo sentiamo

tanto distante.

Ho sempre pensato che ci sia una sorta di contatto tra tutti

gli esseri umani, una specie di metafisica energia che scorre

attraverso tutti noi facendoci, ad esempio, voltare quando ci

sentiamo osservati o, magari, innamorare a prima vista.

Perché, allora, le stesse persone con le quali abbiamo questo

legame ci sembrano tanto lontane?

Perché a volte ci sentiamo così soli, incompresi ed

“incomprensibili”?

Vi chiederete cosa c‟entrano i muri con tutto questo…

Si tratta ,invece,proprio di un muro…quello che ognuno ha

dentro, intendo.

Siamo continuamente bombardati da ritmi frenetici, da

profonde superficialità (scusate l‟ossimoro), da spot che ci



70

dicono come comportarci e da persone che si comportano

come vogliono gli spot.

Ci costruiamo attorno straordinarie impalcature solo per

avere l‟illusione di essere in qualche modo protetti, quando

poi alla fine gli unici di cui dobbiamo avere davvero paura

siamo noi stessi; scriviamo su questi muri come ci dobbiamo

comportare, cosa dobbiamo dire, perché dobbiamo

svegliarci la mattina; li usiamo per ricordarci perché il cielo è

più bello in estate, perché vogliamo bene alle nostre madri,

perché ci piace la bionda piuttosto che la mora.

Queste strutture fanno talmente parte di noi che ormai non

ce ne accorgiamo neanche più: disegniamo su di esse con i

nostri pennarelli mentali ciò che per noi è il mare, ciò che

sono per noi il sesso, l‟amore, l‟odio, la fragilità; continuiamo

ad abbellirle, a credere che un po‟ di luce artificiale al loro

interno possa sostituire il sole che fuori brucia nei nostri

occhi, che un “lume” possa sostituire un sentimento.

Così, mentre tutti continuano a camminare, a portare avanti

le proprie vite, dentro di sè ognuno sa che se solo un singolo

mattone di quel maledetto muro, per un singolo

stramaledetto secondo cedesse, egli rimarrebbe

completamente nudo davanti all‟incredibile splendore del

mondo.

Ci rintaniamo nella nostra stabilità emotiva credendo che la

staticità sia più importante del divenire, credendo di bastare

a noi stessi e che il mondo sia solo qualcosa di materiale.

Ragione…è così che molti potrebbero definire queste

barriere. In effetti è la ragione che in qualche modo ci limita,



71

che ci separa dalla bellezza autentica, da quell‟ineffabile

sensazione che si scatena dentro di noi quando meno ce lo

aspettiamo, ma che in realtà ci dà la spinta per andare avanti.

Vi siete mai svegliati, in una qualunque mattina d'estate, con i

primi raggi del sole che vi accarezzano gli occhi con il loro

tocco dolce, tiepido, rosa?

E‟ una strana sensazione, ti senti in quel momento

sopraffatto da una forza nuova, che brucia dentro e che fa

lacrimare, di quelle lacrime che sgorgano direttamente

dall‟anima.

Beh, secondo me quello è uno dei rari momenti in cui, colti

alla sprovvista, dimentichiamo di alzare il muro; in cui

vediamo il sole non come DEVE essere, ma come in realtà

E‟.

Si tratta solo di un attimo, ma quei pochi decimi di secondo

ci lasciano emotivamente accecati per ore.

Forse queste barriere ci separano dalla vera perfezione.

Se riuscissimo ad ignorarle, anche solo in parte, il mondo

diventerebbe una continua scoperta, non dolore, né

tristezza, solo sorpresa.

Sorpresa nell‟ osservare coloro che ci stanno intorno, senza

distogliere lo sguardo che incrocia gli occhi di qualcuno che

non conosci, oppure guardando qualcuno che conosci da

una vita e scoprendo nel suo volto qualcosa di nuovo.

Alla fine la vita si riduce a questo…





72

Abbattere questa barriera mattone dopo mattone, far entrare

il mondo dentro di te in modo da sentirti tu stesso il mondo,

senza aver più bisogno di disegnare sul muro della ragione

ciò che tu stesso sei.

Forse allora sarai arrivato alla fine di questo splendido

viaggio.

Massimo Buongiorno









73

I muri dell‟ uomo



Costruire un muro

vuol dire andare contro noi stessi

perché ci divide anche se siamo tutti uguali,

perché le pietre di un muro,in realtà,

non poggiano per terra,ma

sul cuore di un uomo,

soprattutto di chi ha lottato per la libertà.

Costruire un muro è una violenza.

Eppure ci fu quello di Berlino,

così grande, così brutto,

sconforto e disperazione per tante famiglie divise.

Ci furono i muri dei ghetti,

tirati su in pochi giorni.

C‟erano più ebrei tra quelle mura

che tedeschi nell‟ intera città.

In Israele non bastano fame, guerra e distruzione,

ora stanno costruendo un muro di divisione

che sale e oscura sempre più la luce,

la luce della speranza.

Poi ci sono i muri dell‟ incomprensione,

muri che non si vedono,

eppure difficili da distruggere.

Costruiamo muri per case,ospedali e chiese;

i muri della vergogna servono solo a toglierci

un mondo dove ci sia per tutti la libertà.



Andrea Barbuto









74

Omosessuali, ebrei, extracomunitari….altri muri!



Oggi gli omosessuali sono condannati in quanto trasgressivi

quando poi , più di sei secoli fa , Dante nel suo capolavoro ,

la “Divina Commedia” , li condannava nel secondo girone

del settimo cerchio dell‟Inferno a causa del sopruso morale

che esercitavano sui ragazzi: non la trasgressione

omosessuale Dante dannò in eterno , ma l‟intimidazione.

Nel Medioevo gli omosessuali come altri “diversi” (ebrei ,

streghe , zingari , eretici) furono oggetto di persecuzione .

Nell‟Ottocento l‟omosessualità fu definita una malattia .

Proprio alla fine di questo secolo Oscar Wilde fu arrestato

per aver dichiarato apertamente di essere omosessuale .

Durante la seconda guerra mondiale si scatenò la

persecuzione nazista e in Italia in epoca fascista gli

omosessuali furono oggetto di disprezzo , di discriminazione

e di linciaggio .

Gli ebrei , da sempre discriminati e malvisti , subirono , sotto

il regime nazista una violenta persecuzione . Furono isolati

dal mondo e chiusi prima in ghetti e poi nei campi di

sterminio : ne furono sterminati circa sei milioni .

Pensando a questi tragici eventi, saremmo tentati di dire che

l‟uomo oggi non è più intollerante.

Purtroppo non è così . Tra i casi più recenti di

discriminazione possiamo ricordare gli extracomunitari e i

cosiddetti “non standardizzati” . Gli extracomunitari sono

visti in malo modo e spesso sono costretti a svolgere lavori

illegali per conto della malavita organizzata . Per non parlare

dei fenomeni di intolleranza razziale che si verificano negli



75

stadi , dove i giocatori di colore sono vittime di fischi e sfottò

e sono paragonati alle scimmie.

Per “non standardizzati”, invece , intendo quei ragazzi che

non si adeguano alle abitudini di un gruppo , non si vestono

come gli altri , non fumano , non prendono in giro i coetanei

più indifesi. Questi sono spesso oggetto di scherno e si

ritrovano isolati .

Io penso che l‟uomo crei barriere fra sé e gli altri per invidia,

egoismo o razzismo .

Io sono contro ogni tipo di discriminazione perché non si

può odiare chi ha il colore della pelle più scuro , chi ha idee

diverse rispetto alle nostre e chi non vuole adeguarsi a quello

che fanno gli altri .

Pasquale Lamberti









76

Rapporti „murati‟



Le persone più sensibili li avvertono, ne avvertono la

staticità, stanno lì da sempre, il loro numero aumenta

sempre più creando labirinti senza uscita; sono i muri; li ha

creati l‟ uomo per barricarsi, per sopravvivere, per credere in

qualcosa… sono impossibili da abbattere. Anche i nostri

rapporti sono “murati”, ognuno sin da piccolo viene educato

a costruirsi muri attorno, muri di credenze e di “valori”

cementati dal tempo. Chi non riesce a vedere i propri muri

esistenziali e quelli degli altri “vive bene”, senza problemi,

convive pacificamente con la società, passeggia

tranquillamente nel labirinto ignorando paradossalmente il

suo percorso obbligato; ma chi per sua “(S)fortuna” si

accorge di questi muri, non si accontenta più, comincia ad

affannarsi, cerca un nuovo punto di vista ma vede attorno a

sé solo mattoni…

Abbatterli tutti è impossibile. Come fare ?

E‟ qui che l‟animo del consapevole prigioniero di se stesso si

ingegna a scavalcare questa muraglia o quantomeno a salirvi

per poter finalmente guardare gli altri negli occhi, per potersi

guardare dentro. Salire sul muro significa osservare dall‟alto

tutti quei mattoncini di finti valori cementati dalla

quotidianità di un‟ apparente vita libera…

A volte basta osservare le cose da un‟altra angolazione per

rendersi conto della loro diversa e ingannevole natura, tutto

comincia a relativizzarsi. I muri ci mostrano solo una faccia

del mattone nascondendo le altre! E l‟uomo innalza muri

mostrando la facciata migliore, la più nuova, quella con gli

angoli perfetti, nascondendo le altre. Questi mattoni

tradiscono l‟uomo, lo spingono a sentirsi protetto, lo

illudono offrendogli una libertà “artificiale”. Dobbiamo salire

77

sul muro per vederci e per veder vivere; ma non è da tutti…..

La cosa più brutta che possa capitare è diventare consapevoli

di vivere in un labirinto senza uscita e non potervi nemmeno

salire sopra per cambiare prospettiva.

Chi riesce a salirvi è un artista o un folle, animi incontenibili,

leggeri, briosi, che non possono essere limitati da pesanti e

statici muri…

Le barriere architettoniche non fermano queste anime che

cambiano continuamente punti di vista, che vedono il

mondo senza filtri, brutto o bello che sia. Solo l‟artista e il

folle colgono il mondo nella sua dinamicità, avvertono una

brezza impossibile da sentire quaggiù.



Pasquale Milite









78

La libertà delle parole



Sapete, fra la nostra anima ed il nostro corpo ci sono tante

piccole finestre, da lì, se sono aperte, passano le emozioni, se

sono socchiuse, filtrano appena. Solo l‟amore le può

spalancare tutte assieme e ... di colpo, come una raffica di

vento. Esistono fili invisibili che uniscono anime, cuori ... per

sempre; esistono angeli che ci guidano, ci accompagnano

lungo il corso della vita; purtroppo esistono anche dei muri

invisibili fra l‟anima ed il corpo, fra i cuori…

Tutto ciò, spesso, è dovuto ad un irrefrenabile cinismo, a

diffidenza nei confronti della vita… dell‟amore. Sono muri

invalicabili, indelebili, capaci anche di dividere l‟indivisibile.

Le parole sono finestre oppure muri, ci imprigionano o ci

danno la libertà La nostra esperienza ci mostra che il modo

in cui scegliamo di comunicare può cambiare la relazione

con noi stessi e con gli altri, in famiglia, nella scuola, nella

professione, ma anche il nostro modo di partecipare ed

influenzare la vita politica, istituzionale, sociale in senso lato.

Possiamo scegliere comportamenti e parole capaci di aprire

finestre tra noi e gli altri, capaci di manifestare chiaramente i

nostri bisogni e valori formulando delle richieste precise. A

volte,però, non sappiamo fare tutto questo perché abbiamo

appreso parole capaci di innalzare muri, barriere non solo

tra noi e gli altri, ma anche in noi stessi. Conosciamo più

parole per pretendere, etichettare, giudicare, dire che cosa

funziona o non funziona in noi e negli altri piuttosto che per

esprimere ciò che è vivo in noi, i nostri bisogni, i nostri

sentimenti.





79

Ogni essere umano naturalmente prova piacere a donare

con il cuore, cioè nel contribuire a rendere la vita

reciprocamente meravigliosa. Questo piacere naturale viene

distrutto quando scendono in campo i giudizi moralistici, le

pretese, il senso di colpa e di vergogna, le punizioni e i

premi, il senso del dovere. Non c'è niente di sbagliato

nell'usare queste strategie, ma purtroppo esse ci rendono le

relazioni e l'esistenza complicata, a volte dolorosa. Quando

non sappiamo ,ad esempio, di avere dei bisogni e dei valori,

diventa improbabile saperli esprimere e formulare richieste

concrete per poterli soddisfare. Dovremmo, pertanto,

ritrovare e rendere abituale la comunicazione naturale tra

noi esseri umani, per rendere la vita più utile alla crescita

individuale e collettiva.

Rosa Langella









80

Solitudine: una scelta o una necessità?



E‟ stato dimostrato che un essere umano, abbandonato a se

stesso e costretto a vivere in condizioni di isolamento, è

raramente in grado di sopravvivere e non è in grado di

sviluppare caratteristiche tipiche della specie umana, come

parlare e camminare in posizione eretta. La vita sociale è

dunque necessaria agli esseri umani, i quali, per poter

sopravvivere, si organizzano in gruppi e stabiliscono tra loro

dei legami di vario genere. L‟uomo è un essere sociale, nato

per vivere insieme ai suoi simili. Non si spiegherebbe

altrimenti lo sforzo continuo che facciamo per aggregarci a

gruppi sempre diversi: la famiglia, la scuola, gli amici. Anche

io non saprei immaginare la vita fuori della cerchia della mia

famiglia, dei miei amici, dei conoscenti, lontano dalla mia

città, dalla mia nazione. E‟ vero, ognuno di noi non può fare

a meno degli altri . Eppure ci sono momenti in cui si avverte

l‟esigenza di starsene da soli, lontano dagli altri. Senza una

ragione precisa, avvertiamo un desiderio profondo di isolarci

per pensare a noi stessi. Ci sono momenti nei quali lasciamo

affiorare i sentimenti più nascosti, tentiamo un bilancio della

nostra giornata, o facciamo programmi per il futuro. Questi

momenti, per me, sono importantissimi perché è come se

mi ricaricassi per poi avere migliori rapporti con gli altri. E‟

nei momenti di solitudine che acquistiamo una conoscenza

migliore di noi stessi, delle nostre capacità, dei nostri

sentimenti, delle nostre forze e delle nostre possibilità. La

solitudine, dunque, perché non diventi scontrosa e aspra, e

non si trasformi in odio verso gli altri, è una necessità di

tanto in tanto benefica.

81

Però ci sono persone che per timidezza o insicurezza

tendono a chiudersi in una corazza protettiva, lontano da

tutto e da tutti. Sembrano perennemente scontrose e

aggressive; in realtà assumono tale comportamento per

mascherare i loro veri sentimenti, che probabilmente hanno

vergogna di manifestare. In questi casi nasce l‟isolamento,

che può sfociare in disadattamento. In questi casi credo che

la solitudine sia la conseguenza dell‟innalzamento di barriere

tra l‟individuo e la società; una società in cui forse non ci si

riconosce, in cui non si ritrovano i propri ideali, una società

alla quale ci si vorrebbe ribellare senza avere la forza

interiore e morale di farlo. Concludendo, penso che

difficilmente alcune attività umane potrebbero svolgersi al

meglio senza la solitudine. Non esiste creatività artistica

senza concentrazione e isolamento. Lo scrittore, il pittore, il

pensatore, il compositore hanno bisogno di grande

raccoglimento.

Magliano Ilaria









82

Milite Pasquale









83

GORGIA E HEIDEGGER: L‟INCOMUNICABILITÀ – MURO





Nulla c‟è. Se anche qualcosa ci fosse non sarebbe pensabile.

Se anche qualcosa potesse essere pensato non sarebbe

comunicabile.

Così GORGIA secoli or sono sparava a zero sulla filosofia

ontologica, senza sapere che queste tre frasi sarebbero

rimaste immortali.

E davvero immortali sono rimaste se ancora oggi sento il

bisogno di prendere l‟ultima delle tre proposizioni come

scintilla per far scaturire questa piccola riflessione.

Se anche qualcosa fosse pensabile non sarebbe

comunicabile.

Gorgia intendeva levare ogni spessore e peso alla nuda

parola, e così facendo ne metteva a nudo l‟intrinseca

incapacità di comunicare. Da qui è consequenziale

l‟impossibilità dell‟uomo di comunicare con gli altri, egli è

solito costruire MURI soggettivi che ostacolano la parola in

quanto essa è solo convenzione di un‟idea o di un concetto

che prescinde da uno standard comprensibile a tutti, essa

viene recepita o accolta a seconda dell‟interpretazione

personale che le si assegna.

Secondo Gorgia, tra il mittente e il destinatario il messaggio

viene irrimediabilmente distorto, giacché quello che io credo

di comunicarti non è quello che effettivamente tu ricevi.

Il problema della comunicabilità si è proiettato nel tempo,

assumendo i caratteri di una vera e propria “filosofia del

linguaggio”, che ancora oggi rappresenta uno dei grandi

problemi che la filosofia è chiamata ad analizzare, basti

pensare al filosofo tedesco HEIDEGGER.



84

Egli afferma che le interpretazioni sono numerose, infinite

tanti quanti sono i lettori; tutte le interpretazioni sono

legittime e di pari valore; nessuno può segnare uno statuto di

verità. Nessuno dice meglio o più adeguatamente.

Così la filosofia rinuncia al compito di essere guida,

“permettendo” alle incomprensioni di farsi largo tra gli

ESSERCI! Nella sua opera più importante “Essere e

Tempo” egli si pone l‟ interrogativo: Cos‟è l‟essere?,

nell‟interrogarsi però egli giunge alla conclusione che per

trovare la risposta corretta alla sua domanda è necessario che

prima interroghi chi da sempre si pone la sua stessa

domanda quindi l‟Uomo. In questo modo comincia la

seconda delle tre sezioni del suo scritto con l‟analisi

sull‟Uomo che chiama ESSERCI, nell‟analisi sull‟uomo egli

perde la finalità del suo discorso e finisce per non rispondere

alla domanda di partenza e nella terza ed ultima parte

dell‟opera egli dice: “Mi sono accorto che ad un certo punto

mi è mancata la parola”, questa affermazione viene poi

meglio spiegata in una delle sue ultime opere “Sentieri

Interrotti” in cui Heidegger pone chiaramente il problema

dell‟incomunicabilità in quanto la parola non può essere

capace di esprimere ciò che realmente l‟individuo vorrebbe

comunicare, essa non coglie la profondità delle cose.

Individuiamo così l‟analogia del linguaggio con il MURO

che si frappone tra i due interlocutori, che sono vittime di

equivoci e fraintendimenti.

C'è, di contro, una faccia opposta e gratificante del

linguaggio: il linguaggio inteso come illuminazione, offerta,

proposta, non come rischiosità, sfida, pericolo; da qui la

possibilità di intendersi da parte di persone nutrite di culture

diverse e lontane, la possibilità della parola di legare,

congiungere. Non possiamo che concludere,quindi, che

85

anche nel nostro caso le interpretazioni sono diverse, tutte

valide e soggettive per cui non vi è linguaggio comune a tutti.

Le persone non posseggono uguali sensibilità e i risultati

sono le incomprensioni…i famosi nonché temibili Muri!



Angela D’Orso







SCHOPENHAUER



Schopenhauer incomincia il suo capolavoro Il mondo come

volontà e rappresentazione (1819), con la celebre

affermazione: "Il mondo è mia rappresentazione" . Che cosa

significa questa espressione? Leggiamolo dalle parole stesse

di Schopenhauer: "Egli sa con chiara certezza di non

conoscere né la terra, ma soltanto un occhio che vede un

sole, e una mano che sente il contatto d‟una terra; egli sa che

il mondo circostante non esiste se non come

rappresentazione, cioè sempre e soltanto in relazione con un

altro essere, con il percipiente, con lui medesimo". Che il

mondo sia una nostra rappresentazione, che nessuno di noi

possa uscire da se stesso e vedere le cose per quello che

sono, che tutto ciò di cui si ha conoscenza certa si trovi

dentro la nostra coscienza, è la verità della filosofia moderna

da Cartesio in poi, ed è una verità antica perché già detta nei

Veda induisti.

Il mondo è dunque mia rappresentazione.

Il mondo, che è considerato mia rappresentazione, è

pertanto fenomeno, ma non nel senso kantiano del termine.

Per Kant il fenomeno è la realtà, l‟unica realtà conoscibile e

accessibile dalla mente umana.

Per Schopenhauer invece il fenomeno è illusione, sogno e

86

parvenza, è quello che nella filosofia indiana viene chiamato

“Velo di Maya” ossia l‟illusione che vela la realtà delle cose

nella loro essenza autentica.

“E‟ Maya, il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali

e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che

esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno,

rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino

da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda

gettata a terra, che agli prende per un serpente.”

Da ciò si capisce che per il filosofo la realtà visibile è

apparenza, e per l'appunto illusione. Nulla, a ben guardare,

ci garantisce che quanto esiste o accade non sia solo un

sogno.

E‟ questo un altro „muro‟ che l‟uomo crea intorno a sé:

l‟illusione che la vita sia solo un sogno, sia solo „un‟ombra

che cammina‟, un correre fra sassi aguzzi, dirupi, sterpi e poi

precipitare in un baratro senza fondo. E il muro

dell‟illusione forse è quello più subdolo e difficile da far

crollare: l‟uomo si chiude nella torre della sua solitudine,

rifiutando o negando la realtà esterna a sé.



Federica Armenante









87

“IL MURO” DI SARTRE: LO SCACCO MATTO ALLA

MORTE





Nel suo racconto “Il muro” Sartre fa sfoggio di un umorismo

tragico, che era totalmente assente nel suo primo

capolavoro. Qui il protagonista è un anarchico spagnolo,

condannato a morte per le sue idee. Viene messo in una

cella con altri due condannati e deve passare la notte più

lunga della sua vita: all‟alba lo fucileranno. La luce entra da

alcuni spiragli e da una piccola apertura sul soffitto, da cui si

può intuire uno squarcio di cielo. Ha la morte nell‟anima,

ma non ha paura di soffrire. Gli altri sono sempre l‟inferno e

la compassione lo disgusta. Oramai è preparato a morire,

perché passare tutta la notte ad aspettare la morte significa

“vivere venti volte l‟esecuzione”. Nonostante questo il

protagonista ritiene che morire sia la cosa meno naturale del

mondo. Non ha nemmeno più ideali. Dell‟anarchia e della

liberazione della Spagna non gli interessa più niente. Al

mattino però gli danno un‟opportunità: deve scegliere se

essere fucilato o dire dov‟è il suo amico Gris. Il protagonista

sa che Gris si è nascosto in casa dei suoi cugini, ma

nonostante questo preferisce morire. E prima di morire ha

una trovata comica. Vuole gabbare i soldati, dicendo che

Gris si trova al cimitero. Vuole immaginarsi la scena di

quegli uomini in uniforme che corrono tra le tombe. Ma

Gris ha abbandonato la casa dei cugini e si è rifugiato

davvero al cimitero. Il protagonista ha salva la vita.

E‟ questa la chiave di volta per capire il rovesciamento di

prospettiva che Sartre attua in questo breve racconto. Ne “Il

muro” il protagonista si trova di fronte al paradosso dei

paradossi della vita: la morte che nullifica ogni scelta ed ogni

88

malessere interiore. Il filosofo Adorno a proposito

dell‟esistenzialismo scrisse che la scelta alla fin fine era tra

crepare o crepare. E se per K. Jaspers l‟uomo di fronte alla

morte si può aggrappare alla fede, molto più difficoltoso è il

rapporto con la finitezza e la precarietà dell‟esistenza per un

esistenzialista ateo come Sartre. Ma viene in soccorso la

trovata comica ed il protagonista si salva e ride dell‟assurdità

dell‟esistenza e della morte. Sartre dà scacco matto alla

morte. Il Muro è presente nel racconto nel momento in cui

l‟Uomo condannato ormai a morte descrive i suoi ultimi

istanti di vita. Egli ora si trova dinanzi ad un muro che

rappresenta l‟utopia di un ultima speranza. Il personaggio

immagina e spera che questo muro gli offra protezione e lo

accolga dentro di se nascondendolo dalla minaccia della

morte. Purtroppo però è impossibile che ciò si verifichi ed il

muro resta ciò che è sempre stato, l‟uomo così si rassegna al

suo crudele destino!

Angela D’Orso





Le Mur (1939)

Ecoute , on va nous amener dans la cour. Les types vont se

ranger devant nous. Combien seront-ils ?

Je ne sais pas. Cinq ou huit. Pas plus.

Ça va. Ils seront huit. On leur criera « en joue », et je verrai

les huit fusils braquès sur moi. Je pense que je voudrai

rentrer dans le mur, je pousserai le mur avec le dos de toutes

mes forces, et le mur résistera, comme dans les cauchemars.

Tout ça je peux me l‟imaginer. Ah ! si tu savais comme je

peux me l‟imaginer. (Sartre)







89

All in all it was just a brick

in the wall

All on all it was all just in

the wall.







90

RIFACCIAMO IL MURO DI BERLINO – FRANCESCO BACCINI-





Cade il Muro di Berlino

Cade il Muro di Berlino

“another brick in the wall”



Stanotte inizierò da solo

fa freddo qui a Berlino est

è dura fare il carpentiere

e sopravvivere agli skin-heads

Ho già parlato coi compagni

polacchi, italiani ed ebrei

faremo i turni di lavoro

fino alla mattina alle sei



Facciamo il Muro di Berlino

Adolfo non ritornerà,

facciamogli scoppiare un casino

e tutto il mondo canterà...



“another brick in the wall,

another brick in the wall,

another brick in the wall”



La Grande Germania credeva

che ci fossimo dimenticati

di dieci milioni di amici

allegramente carbonizzati,

ad Auschwitz c‟era la neve

e c‟era pure mio padre

gli han dato un biglietto di andata



91

ma il ritorno l‟ha dovuto inventare.



Facciamo il Muro di Berlino

il Terzo Reich non tornerà

facciamogli ingoiare il casino

e tutto il mondo canterà...



“another brick in the wall,

another brick in the wall,

another brick in the wall,

another brick in the wall”



Indiana Jones certo ha ragione

certe cose sono tabù,

tu le rompi e la maledizione

ti prende e non ti molla più

ma forse siamo ancora in tempo

anche se a qualcuno non piacerà

ragazzi prepariamo il cemento

e muriamo la stupidità



Facciamo il Muro di Berlino

non siamo reazionari però

i crucchi ci faranno un festino

che finiremo K.O.



Vogliamo il Muro di Berlino

facciamolo per carità

di scemi ce n‟è al mondo un casino

li porteremo tutti là



“another brick in the wall,

92

another brick in the wall,

another brick in the wall,

another brick in the wall,

another brick in the wall”



La canzone di Baccini appare quasi un grido disperato al

ritorno del muro, non per ricreare tutto ciò che cadde

insieme al muro, ma per sottolineare tutta la stupidità e

crudeltà che questo muro ha significato, tanto da poter

rappresentare lo spartiacque tra brava gente e “scemi”, come

dice lo stesso Baccini. La canzone è molto semplice: parla di

un giovane, che aiutato da altri, partecipa alla ricostruzione

del muro di Berlino.Il loro lavoro è incoraggiato dal mondo

intero che canta “un altro mattone nel muro” e che non vede

l‟ora di mettere al di là del muro tutti gli scemi che popolano

i nostri Paesi.







Nicola Pellegrino









93

IL MURATORE – Jovanotti-



La gente si muove la musica cresce e ancora un altro muro

viene giù!

Muratore muratore costruisce muri il muratore (4v)

muri da dipingere e da colorare muri da fare crollare da fare

crollare (2v)

Babylon Jerico Porta Pia il Colosseo il muro di Berlino

Machu Picchu

le torri gemelle le piramidi d'Egitto il muro di cinta il muro

del pianto

le case popolari di ferro e cemento mura che delimitano il

territorio

mura che sorreggono torri d'avorio mura di parole mura di

potere

mura da fare crollare fare crollare mura per nascondere e

per dividere

fragili da fare ridere

butta la palla di là ! (4v)

non c'è muro che mi tenga non c'è buio che mi spenga (4v)

muratore muratore costruisce muri il muratore (2v)

muri da dipingere e da colorare muri da fare crollare da fare

crollare (2v)

butta la palla di là ! (4v)

armato di cemento armato costruisce un nuovo muro con i

pezzi di quello crollato da poco il muratore va e non si

fermerà a creare nuovi muri di disparità e mura la natura e

mura la cultura e mura tutto ciò che fa paura ma il pensiero

non lo puoi murare perché il pensiero è duro è cielo puro e

sta di qua e di là dal muro La gente si muove la musica

cresce e ancora un altro muro viene giù !



94

Questa canzone è, a mio giudizio, molto significativa.

Già la prima strofa è eclatante: il mondo segue il suo corso

normale e come se niente fosse nascono nuovi muri: muri

da dipingere e da colorare, muri di potere. Come sono brutti

i muri del potere! Come quelli della mafia che creano un

muro tra brava gente e delinquenti. Poi ci sono i muri per

nascondere e per dividere: sono tutti da far crollare, con la

buona volontà e un po‟ di coraggio potrebbero diventare

fragili ed essere abbattuti. E‟ nell‟ultima parte della canzone

che Jovanotti descrive come meglio non poteva la figura del

muro e del muratore. Quest‟ultimo non si scoraggia e con

nuove forze ricostruisce un muro con i pezzi di quello

crollato da poco, non si fermerà e continuerà a creare muri

di disparità, mura tutto ciò che è murabile, addirittura la

cultura e la natura e tutto ciò che fa paura. L‟unica cosa che

non si può murare è il pensiero perché sta nella nostra

mente, si può murare una persona, non il suo pensiero.

Tutto si conclude così come era cominciato: il mondo va

avanti, e con esso va avanti la costruzione di nuovi muri.

Il muratore è qualcuno o qualcosa che crea difficoltà ed

ostacoli (muro) difficilmente superabili e, anche se ciò

avviene, il muratore non si scoraggia e continua a porre le

basi per nuove asperità; questa tarantella non finirà mai

perché nel mondo ci saranno sempre i buoni e i cattivi. I

mattoni non vengono giù con una scossa di terremoto, le

fondamenta sono ben più salde nel terreno e sradicarle è

davvero un‟impresa. “Non c‟è muro che ci tenga, non c‟è

buio che ci spenga”,quindi di muri ne abbatteremo tanti.



Nicola Pellegrino







95

Parliamo ora di un gran successo di una band inglese degli

anni 60‟-70‟, i “PINK FLOYD”, composta da quattro artisti

fantastici: David Gilmur (voce e chitarra), Richard Wright

(voce e tastiere), Nick Mason (percussioni, batteria), Roger

Waters(voce, basso e chitarra).

Il bassista nel capolavoro “Another brick in the wall”(un

altro mattone nel muro) arrivò a domandarsi quali

circostanze conducano un individuo a cercare rifugio dietro

una fredda costruzione di mattoni. La risposta a questa

domanda divenne la storia di Pink Floyd, una rockstar ad un

passo dalla follia, che costituisce il personaggio centrale

dell‟opera. Il bassista disegnò Pink molto simile a lui e

all‟unico altro artista rovinato dal music- business che avesse

mai conosciuto, Syd Barret. Il protagonista di “The Wall” ha

perso il padre nella seconda guerra mondiale, è stato allevato

da una madre in costante apprensione, ha dovuto fare i conti

con una moglie infedele ed è arrivato ad un passo dal

desiderare lo sterminio del suo pubblico. Il tutto passando

ore ed ore davanti al televisore. La composizione della

musica e dei testi iniziò nell‟ ottobre del 1978 e fu portata in

studio nell‟ aprile del 1979.

Il brano che seguirà, può essere diviso in 3 parti:



“ANOTHING BRICK IN THE WALL” parte 1

Daddy‟s flown across the ocean

Leaving just a memory

A snapshot in the family album

Daddy what else did you leave for me?

Daddy what „d‟ ya leave behind for me?

All in all it was just a brick in the wall

All on all it was all just in the wall.

Papà è volato oltreoceano

96

Lasciando solo un ricordo

Un‟ istantanea nell‟ album di famiglia

Papà, che altro mi hai lasciato?

Papà che altro hai lasciato per me?

Dopotutto era solo un mattone nel muro

Dopotutto erano solo mattoni nel muro.



Tra i tanti mattoni che compongono il muro dietro al quale

Pink cercherà rifugio, il primo è la morte del padre. Del suo

papà gli erano rimaste solo alcune fotografie e i racconti

della madre. La sensazione di isolamento della rockstar in

difficoltà lascia ben presto spazio alla rabbia ed egli decide

che è giunta l‟ora di costruire il muro.

Parte 2

We don‟t need no education

We don‟t need no thought control

No dark sarcasm in the classroom

Teacher leave them kids alone

Hey! Teacher! Leave us kids alone!

All in all it was just a brick in the wall

All on all it was all just in the wall.

Non abbiamo bisogno di istruzione

Non abbiamo bisogno del controllo cerebrale

Niente sarcasmo sinistro in classe

Professore lascia in pace i ragazzi

Hei! professore! Lasciaci in pace

Dopotutto era solo un mattone nel muro

Dopotutto erano solo mattoni nel muro.



Le giovani voci degli alunni della Isinglton Green School

fungono da spina dorsale di questo brano, simbolo di un

avanzamento della barriera che il protagonista dell‟ opera è

97

intento ad erigere. Il significato del coro fu frainteso più

volte. L‟ intenzione dell‟ autore non era di scagliarsi contro il

Regno Unito; infatti per “controllo cerebrale” il bassista

intendeva l‟ abitudine di incentivare gli studenti ad

apprendere a memoria le nozioni riportate sui libri. Sotto

quest‟ aspetto il brano va inteso come una denuncia contro

determinati metodi didattici. La strofa si conclude

ribadendo che la scuola non è che un altro mattone sul muro

di Pink.

Wrong, do it again!

If you don‟t eat year meat

You can‟t have any pudding

How can you have pudding

If you don‟t eat yer meat ?

You! Yes you behind the bikescheds

Stand still laddy!

Sbagliato rifallo!

Se non mangi la tua carne

Non puoi avere del pudding

Come puoi avere del pudding

Se non mangi la tua carne?

Tu! Si tu dietro le rastrelliere delle biciclette

Alzati in piedi ragazzino!



Gli alunni della classe di Pink, vittime di un inesorabile

processo di cancellazione della propria identità, vengono

rappresentati tutti allo stesso modo. Tra i banchi di scuola

scivola a voce del temibile professore che è dedito al suo

passatempo preferito spaventare i ragazzi.







98

Parte 4



The bulls are already out there

Aaaaaaaaaaaaaarrrrrrrgh!

This Roman meal bakery thought you‟d like to know

I tori sono già là fuori

Aaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrrrrgh!

Questo forno di pasti romani pensava che ti interessasse

saperlo

Nelle prime battute si sentono alcuni televisori che si

accendono. Essi vengono sintonizzati su vari canali e creano

un assordante sottofondo. La situazione viene destabilizzata

da uno scatto di rabbia di Pink che urlando fracassa ogni

televisore. I rumori della distruzione conducono

direttamente alla parte musicale del brano.



I don‟t need no arms around me

And I don‟t need no drugs to calm me

I have seen the writings on the wall

Don‟t think I need anything at wall

No! don‟t think I‟ ll need anything at all

All in all it was just a brick in the wall

All on all it was all just in the wall.

Non ho bisogno di braccia che mi stringano

E non ho bisogno di droghe per calmarmi

Ho visto le scritte sul muro

Non pensare che io abbia bisogno di qualcosa

Non pensare che avrò mai bisogno di qualcosa

Dopotutto era solo un mattone nel muro

Dopotutto erano solo mattoni nel muro.





99

Dal giorno in cui è venuto al mondo Pink ha ricevuto dolore

da ognuna delle figure che dovrebbero infondere tranquillità,

sicurezza affetto in un essere umano. Non solo non ha mai

conosciuto suo padre, ma sua madre lo ha soffocato e sua

moglie non ha aspettato altro che la sua assenza per andare a

letto con un altro. Per non parlare poi della malvagità dei

professori. Alla fine il muro è stato eretto. Quindi lui si sente

di tagliare i rapporti con tutti e con tutto. Basta con le braccia

che stringono, basta le droghe, basta con tutto. Mentre il

muro viene eretto Pink ci avvisa che lui non avrà mai

bisogno di qualcosa.

“The Wall” rappresenta la pietra miliare della musica,

infatti, solo quattro città al mondo hanno potuto ospitare

questo concerto(Londra, Los Angeles, New York e

Dortmund) che per la sua maestosità ebbe un grandissimo

successo. Insomma i Pink Floyd hanno scritto musica

guardando dentro di loro e non, com‟ è avvenuto per altre

band, attorno a loro.

L‟album the “The Wall”, diviso in due parti, si conclude con

la canzone “OUTSIDE THE WALL” in cui vi è il processo

inverso. Infatti il muro mattone per mattone inizia a

sgretolarsi.

All alone, or in two‟s

The ones who really love you

Walk up and down outside the wall

Some hand in hand

And some gathered together in bands

The bleeding hearts and the artists

Make their stands

And when they‟ve given you their all

Some stagger and fall, after all it‟s not easy

Banging your heart against some mad bugger‟s wall.

100

Da soli,o a coppie

Quelli che davvero ti amano

Cammina su e giù al di là del muro

Alcuni mano nella mano

Alcuni in gruppo

I cuori teneri e gli artisti

Resistono

E quando ti hanno dato tutto di loro stessi

Qualcuno barcollerà e cadrà, non è facile dopotutto

Sbattere il cuore contro il muro di un pazzo bastardo.

Ormai la vicenda di Pink è al culmine. La sua storia ci vuole

insegnare che non serve erigere barriere tra noi e le persone

che ci circondano in quanto ci sarà sempre qualcuno che ci

ama e che ci vuole bene. Rifacendoci all‟ ultima frase del

brano capiamo che le barriere rovinano non soltanto noi ma

anche chi ci vuole bene obbligandolo a:

„ sbattere il cuore contro il muro di un pazzo bastardo‟.









Ermanno Ferrara









101

Il muro può anche essere considerato qualcosa che,

limitandoci,ci salva. E‟proprio questo il significato che si

attribuisce al muro nella canzone “Wonderwall”, un muro

meraviglioso…meraviglioso perché rappresenta un punto e a

capo a giorni vissuti con fatica…giorni che rispecchiano un

male di vivere…



Today is gonna be the day

That they're gonna throw it back to you

By now you should've somehow

Realized what you gotta do

I don't believe that anybody

Feels the way I do about you now



Backbeat the word was on the street

That the fire in your heart is out

I'm sure you've heard it all before

But you never really had a doubt

I don't believe that anybody feels

The way I do about you now



And all the roads we have to walk along are winding

And all the lights that lead us there are blinding

There are many things that I would

Like to say to you

I don't know how



Because maybe

You're gonna be the one who saves me ?

And after all

You're my wonderwall

102

Today was gonna be the day?

But they'll never throw it back to you

By now you should've somehow

Realized what you're not to do

I don't believe that anybody

Feels the way I do

About you now



And all the roads that lead to you were winding

And all the lights that light the way are blinding

There are many things that I would like to say to you

I don't know how



I said maybe

You're gonna be the one who saves me ?

And after all

You're my wonderwall



I said maybe

You're gonna be the one who saves me ?

And after an

You're my wonderwall



Said maybe

You're gonna be the one that saves me

You're gonna be the one that saves me

You're gonna be the one that saves me









103

Oggi è il giorno

nel quale loro te lo rinfacciano

ora dovresti aver capito in qualche modo

cosa devi fare

non credo che qualcuno

si senta come me nei tuoi confronti ora



Si è sparsa la voce per le strade

che il fuoco nel tuo cuore si è spento

sono certo che hai già sentito ciò prima

ma non hai mai avuto un dubbio

non credo che qualcuno

si senta come me nei tuoi confronti ora



E tutte le strade che dobbiamo percorrere sono tortuose

e tutte le luci che ci guidano là sono accecanti

ci sono molte che cose che vorrei dirti

non so in che modo



Forse perché

stai per essere l'unica che mi salverà?

e dopo tutto

tu sei il mio muro meraviglioso



Oggi doveva essere il giorno?

ma non te lo rinfacceranno mai

ora dovresti aver capito in qualche modo

cosa devi fare

non credo che qualcuno

si senta come me nei tuoi confronti ora



E tutte le strade che portano a te erano tortuose

104

e tutte le luci che illuminavano la via sono accecanti

ci sono molte che cose che vorrei dirti

non so in che modo



Ho detto forse che

stai per essere l'unica che mi salverà?

e dopo tutto

tu sei il mio muro meraviglioso



Ho detto forse che

stai per essere l'unica che mi salverà?

e dopo tutto

tu sei il mio muro meraviglioso



Ho detto forse che

stai per essere l'unica che mi salverà?

stai per essere l'unica che mi salverà?

stai per essere l'unica che mi salverà?





Federica Armenante









105

Massimo Buongiorno









106

107


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