2 luglio

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					L’UNITÀ, 2 LUGLIO 2010

Il bavaglio delle libertà
di Luigi Ciotti

«Non vi è cultura senza libertà, ma non vi è neppure cultura senza spirito di verità». Sono parole di Norberto
Bobbio, quanto mai attuali. Perché vittime del disegno di legge sulle intercettazioni, che si vuole approvare in
gran fretta mentre il paese è distratto dalle vacanze, sarebbero proprio queste: cultura, libertà, spirito di verità.
Nessuno nega che la privacy delle persone debba essere tutelata, e lo stesso codice deontologico
dell'informazione invita, all'articolo 6, a rispettarla. Ma in questo caso la difesa della privacy c'entra ben poco. II
disegno ha altre mire, e cioè quelle di allargare la sfera d'impunità e immunità di pochi, colpendo la capacità
d'indagine della magistratura e il potere di controllo dell'opinione pubblica. Si vuole avvolgere il potere politico
di segretezza, si vogliono abbattere le istituzioni di controllo che impediscono a una democrazia di degenerare in
dispotismo, si vuole sottrarre ai cittadini il diritto di informare e essere informati, trasformando li in una folla di
sudditi ignari, compiacenti, manipolabili.
Soprattutto si vuole formalizzare e sancire come legge dello Stato una deriva in atto già da molto tempo.
Siamo un paese in cui l'informazione è fortemente condizionata. Per tanti bravi giornalisti che non si sono piegati
al ricatto dei monopoli e del mercato, che hanno tenuto duro per difendere la propria e altrui dignità, altri sono
venuti meno al dovere d'informare prestando il fianco alle strumentalizzazioni, alle omissioni, ai silenzi. La noti-
zia di una condanna per concorso in associazione mafiosa montata ad arte e spacciata come una vittoria è solo
l'ultimo capitolo di questa storia.
Penso allora ai Giancarlo Siani, ai Pippo Fava, ai Mauro Rostagno, ai Mauro De Mauro. Penso a Cosimo
Cristina, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Beppe Alfano e a tutti i giornalisti uccisi dalle mafie. Ma penso
anche ad Alfredo Frassati, fondatore del quotidiano della mia città, la Stampa. Ostile al fascismo, che lo costrinse
a lasciare il giornale, scriveva sull'istituto della "diffida", potente mezzo dato dal regime ai prefetti per censurare
notizie "danneggianti il credito nazionale": «non è davvero scandalismo quello che compie, in questi giorni, la
stampa libera e onesta; ma opera necessaria di purificazione e di liberazione». E concludeva: «sono queste cose
cosi ovvie che si è veramente mortificati - come italiani - a doverle scrivere». È la stessa mortificazione che si
prova oggi a vedere intimiditi il pluralismo dell'informazione, l'indipendenza della magistratura, il diritto dei
cittadini a conoscere, capire, scegliere consapevolmente. Cioè i capisaldi di una democrazia che ha alle spalle la
lotta, l'impegno e il sacrificio di chi si è battuto per la nostra libertà.
È una buona notizia allora che tanti si stiano mobilitando per fermare una legge che tutela l'illegalità e che le
stesse mafie festeggerebbero come un regalo.
Perché non a tutto si può mettere il bavaglio e il silenziatore. Non certo alla vita e a ciò che la rende degna di
essere vissuta. Come ci ricordava Bobbio: la libertà, la consapevolezza, lo spirito di verità.

L’UNITÀ, 2 LUGLIO 2010
Fronte del video
Per un piatto di lenticchie
di Maria Novella Oppo

Ecco il film che ci mostra la tv: Berlusconi ride e scherza a Panama. Cambio di inquadratura: i berluscloni
procedono su tre fronti la campagna militare contro la Costituzione e le condizioni di vita del popolo italiano. Il
primo fronte è la totale impunità del premier da tutti i processi che ha accumulato nella disinvolta gestione dei
suoi interessi. Il secondo fronte prevede il bavaglio per la stampa e le mani legate per i magistrati e le forze
dell'ordine. Il terzo fronte è quello della demolizione della scuola, dei servizi pubblici e dell'autonomia regionale
attraverso i tagli. Con tanti saluti a Bossi, che infatti va in tv a spiegare a bocca stona: «A Berlusconi qualcosa
bisognerà pur dare...». E infatti gli sta dando tutto, compreso il finto federalismo, servito su un piatto d'argento in
cambio di qualche portafoglio ministeriale o addirittura provinciale. I leghisti hanno la voce gutturale (si sa, sono
celtici), ma poi si accontentano del classico piatto di lenticchie democristiano.




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LA REPUBBLICA, 2 LUGLIO 2010

Migliaia in piazza contro il bavaglio: «La libertà di stampa
è diritto di tutti»
di Andrea Montanari

Anche i milanesi hanno partecipato in massa alla manifestazione organizzata in piazza Cordusio dal comitato
"Milano contro il bavaglio". In difesa della giustizia, dell'informazione e contro il disegno di legge Alfano. Oltre
duemila persone, nonostante il caldo e l'afa, hanno applaudito gli interventi, tra gli altri, dello scrittore Vincenzo
Consolo e del presidente dell'Anpi Carlo Smuraglia. Tra tante bandiere di Pd, Prc, Idv e Cgil anche qualche
tricolore. «Se all'epoca del caso Dreyfus la legge bavaglio fosse già stata i vigore in Francia - ha ricordato dal
palco lo scrittore Consolo - Èmile Zola non avrebbe potuto dimostrare 1a sua innocenza. O Pasolini fare le sue
denunce. Vogliono metterci il boccaglio di ferro in bocca». Poi ha ricordato una delle frasi finali del Cristo di è
fermato a Eboli di Carlo Levi: «Avremo un'altra bandiera, un altro nome, ma ci sarà sempre l'eterno fascismo
italiano». E scattano gli applausi.
In piazza, tanti giovani, ma anche pensionati, intellettuali, signore e soprattutto giornalisti. Il popolo viola, l'Arci,
Libertà e Giustizia, 11 metri officina politica,agende rosse, l'associazione Saveria Antiochia, Le girandole,
Libera, Meet 1 Grilli, il movimento sogno 03, Nobavaglio.it, Qui Milano libera, Società Pannunzio, Sos Racket e
Usura e Sottolapalanca. «Dovremo batterci fino infondo per impedire che questa legge passi – ha incalzato
Smuraglia -. È una legge infima. Ci sarebbero stati altri mille modi per proteggere la privacy dei cittadini senza
dover approvare uria legge come questa».
Anche l'editore Stefano Mauri è indignato: «Mi preoccupa che si voglia introdurre il diritto di replica senza
commenti. Anche perché, nonostante quello che vogliono farci credere, oltre il novanta per cento di quelli che si
lamentano di ciò che viene scritto quando poi si va in tribunale si dimostra che avevano torto». Dal palco
parlano anche i giornalisti Peter Gomez, Gianni Barbacetto e Pietro Ricca: «P una legge sostanziale che incide
su diritti fondamentali». Ci sono anche la Camera del Lavoro e la Cgil Lombardia. «C'è una manifesta volontà
di far tacere l'informazione libera - spiega un volantino - sia quella dei giornali che quella della televisione; la
legge bavaglio non è un affare per addetti ai lavori, ma è una questione vitale per la democrazia. ci sentiamo
soffocare di fronte al disegno di legge sulle intercettazioni appena approvato dal Senato». Tra i manifestanti
anche il vicepresidente del consiglio regionale Filippo Penati e tutto lo stato maggiore del Pd: da Gabriele
Messina a Francesco Laforgia a Pierfrancesco Majorino. Molti i cartelli e gli striscioni con scritte e slogan
contro la legge Alfano. Da «Magistrati non mollate, stiamo con voi» a «Noi vogliamo essere intercettati perché
non abbiamo nulla da nascondere». Fino a «La casta degli impuniti ringrazia».

LA REPUBBLICA, 2 LUGLIO 2010

La protesta dei poliziotti: «Così si aiutano i delinquenti»
Contro i tagli alla sicurezza e contro «la legge sulle intercettazioni, una legge bavaglio che impedisce di fare
le indagini» hanno protestato ieri mattina con un presidio in piazza Cadorna i poliziotti aderenti a SilpCgil,
Siulp, Sap, Siap, Ugl, Coisp e Anfp. «Bisogna decidere da che parte stiamo, noi stiamo dalla parte della Stato
di cui siamo servitori - ha affermato Carmelo Zapparata della Silp-Cgil - . Questa legge blocca le indagini a
vantaggio di chi delinque».

CORRIERE DELLA SERA, 2 LUGLIO 2010

La piazza protesta contro la legge anti-stampa
di Alessandra Arachi

Fa quel caldo che i bar sulla piazza hanno dovuto mettere in moto gli spruzzatori d'acqua per non far fuggire i
turisti. Ma i manifestanti non si sono spaventati. E sono arrivati davvero in tanti ieri pomeriggio a piazza Navona
contro il disegno di legge sulle intercettazioni che qui in mezzo ha un nome soltanto: legge-bavaglio. Difficile


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muoversi liberamente, soprattutto nel retro palco. In teoria la Frisi ha creato degli accrediti per filtrare gli accessi
del back stage. In pratica il bailamme esplode quando lì dietro arriva, flemmatica e sorniona, Patrizia D'Addario.
Nemmeno Pier Luigi Bersani potrà vantare i capannelli di giornalisti accanto alla escort più famosa d'Italia. Il
segretario del Pd arriva che sul palco si stanno alternando la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, e la mamma di
Federico Aldrovandi, Patrizia: raccontano che con la legge bavaglio nulla avrebbero potuto sapere della morte dei
loro figli, uccisi a percosse. E nel retro-palco Bersani rincara la dose chiedendo il ritiro di quel ddl. Chiedendo
che su questo venga ascoltato il presidente Napolitano, ma anche pezzi della maggioranza fortemente critici con
la legge. Insieme a lui è arrivato lo stato maggior del Pd, in blocco.
C'è Enrico Franceschini, con Rosy Bindi, Walter Veltroni, Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Luigi Zanda,
Giovanna Melandri, Vincenzo Vita, Paola Concia, Paolo Gentiloni, Massimo Brutti, Ignazio Marino. Ci sono
talmente tanti politici che ad un certo punto sembra di stare in Transatlantico.
Antonio Di Pietro è arrivato insieme a Francesco Barbato. Gennaro Migliore, di Sinistra e libertà, è invece
insieme ad Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, mentre l'Udc Enzo Carra sarà tra i primi a dare il là alle
polemiche contro la D'Addario: «Ho visto uno show davvero squalificante». Ne seguiranno tante altre, anche con
fischi e urla dalla folla contro la donna che raccontò la sua avventura amorosa con il nostro premier durante la
notte delle elezioni americane. Eppure è stata lei che ha monopolizzato l'attenzione come nessuno, sia Carla
Fracci o Fiorella Mannoia, Ottavia Piccolo, Mimmo Calopresti, Citto Maselli. «Abbiamo inaugurato la giornata
di resistenza civile del ventunesimo secolo», aveva detto aprendo la manifestazione Franco Siddi, segretario della
Fnsi. E sebbene i partigiani dell'Anpi avrebbero voluto che la piazza intonasse «Bella ciao», a battezzare la
manifestazione è stato un istituzionalissimo Inno di Mameli.
Non hanno messo nemmeno mezzo piede sul palco, i politici. Ma le bandiere della politica hanno invaso la piazza:
dal Pd ai Verdi, all'Italia dei Valori, a Sinistra e libertà, alla Cgil. Lo striscione più grande, però, è quello del popolo
delle agende rosse, con le foto di Falcone e Borsellino e una frase, «Gli uomini passano, le idee restano», bella e
toccante come le parole di Roberto Saviano, che chiuderà la manifestazione tra applausi scroscianti.

CORRIERE DELLA SERA, 2 LUGLIO 2010
Il costituzionalista
Ainis: dal capo dello Stato parole legittime e opportune
di (Al. T.)

«La moral suasion del capo dello Stato è essenziale per prevenire i conflitti». Il costituzionalista Michele Ainis
ha accolto favorevolmente l'intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a proposito del
disegno di legge sulle intercettazioni. Nessun dubbio sull'utilità delle sue parole: «L'abito che gli cuce addosso
la Costituzione è quello di rappresentare l'unità nazionale. Questo significa, per un verso, che non è il
maggiordomo della maggioranza di governo, quale che sia: perché deve farsi carico di un fronte d'opinione più
largo. Per un altro verso, che deve cercare occasioni per prevenire i conflitti, anziché lasciarli accadere». Il capo
dello Stato ha spiegato anche che non spetta a lui indicare le soluzioni da adottare: «Certo, non si può ritagliare
addosso al presidente un ruolo di colegislatore, che sarebbe improprio. Però il presidente si può fare megafono
di dubbi diffusi nell'opinione pubblica». Quanto al merito, Ainis non è particolarmente ottimista: «Un disegno
di legge si può migliorare in corso d'opera, ma si può anche peggiorare». 1 punti critici, per Ainis, sono questi:
« Ci sono due valori costituzionali eccessivamente compressi in nome del diritto alla privacy, che a sua volta ha
una dignità costituzionale: la libertà d'informazione e la sicurezza. Per la prima si abusa del diritto penale. Per la
seconda c'è un procedimento farraginoso che rende improbabili, se non impossibili, le intercettazioni oltre 175
giorni. Insomma, c'è un vizio di irragionevolezza, una sproporzione tra legge e fini. Quando si interviene ci sarà
sempre un diritto antagonista: per questo occorre osare un bilancino da farmacista e ottenere un ragionevole
bilanciamento dei diritti».




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CORRIERE DELLA SERA, 2 LUGLIO 2010

Pensioni, dal 2016 si cambia. Revisione ogni tre anni
Stretta sui lavoratori con 40 anni di servizio. Poi interviene Sacconi: era un refuso...
di Enrico Marro

Governo e maggioranza inaspriscono la riforma delle pensioni. Sindacati e opposizione protestano. Il ministro del
Lavoro, Maurizio Sacconi, fa quindi marcia indietro sulla misura che aveva fatto più scalpore: l'aumento dell'età
pensionabile per chi ha 4o anni di contributi. Resta però l'adeguamento, ogni 3 anni (anziché 5), dell'età di
pensionamento all'aumento della speranza di vita, che farà sì che nel 2050 si andrà in pensione 3,5 anni più tardi
rispetto a ora: per la vecchiaia a 68 anni e mezzo. Questa la cronaca della giornata di ieri sugli emendamenti alla
manovra in discussione al Senato presentati dal relatore di maggioranza, Antonio Azzollini. La manovra lascia
ancora insoddisfatti, oltre ai sindacati sulle pensioni, i governatori e i sindaci (per i tagli a trasferimenti), anche le
forze armate e di sicurezza (per i sacrifici sulle retribuzioni, contro i quali la polizia ieri è scesa in piazza) e le
associazioni imprenditoriali, con Confindustria e Rete Imprese Italia (la sigla che tiene insieme le associazioni di
commercianti e artigiani) che per la prima volta hanno diffuso una nota congiunta per chiedere modifiche al
contenzioso fiscale.
Gli emendamenti Azzollini prevedono numerose novità per le pensioni. Si tratta, in particolare, di modifiche al
meccanismo dell'adeguamento automatico dell'età di pensionamento all'aumento della speranza di vita Da un lato
si stabilisce che questo scatterà non più dal primo gennaio 2015, ma un anno dopo, dal primo gennaio 2016.
Dall'altro si prevede che l'adeguamento avvenga non più ogni 5 anni, ma ogni tre. In pratica, 1'Istat misurerà la
durata media della vita dopo i 65 anni e di quanto si allunga nel triennio e, nella stessa misura verrà ritardato
l'accesso al pensionamento. Se per esempio nei tre anni la speranza di vita sarà aumentata di 5 mesi, di altrettanto
si andrà più tardi in pensione. Solo alla prima applicazione del nuovo sistema, cioè nel 2016, il ritardo potrà
essere al massimo di tre mesi. La misura si applica a tutte le età di pensionamento: per vecchiaia e per anzianità e
colpisce anche le pensioni sociali. Nel testo Azzollini riguarda anche coloro che vanno in pensione a prescindere
dall'età perché hanno raggiunto 4o anni di contributi, una categoria piccola, ma di solito salvaguardata dagli
inasprimenti delle regole. Ieri sera, il colpo di scena: Sacconi ha spiegato che della norma a carico dei lavoratori
con 4o anni di servizio non era l'autore, che neppure il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e lo stesso
Azzollini erano favorevoli e che quindi verrà tolta. Un «refuso», l'ha definita Sacconi.
Probabilmente l'autore è la Ragioneria generale, per aumentare ancora di più i risparmi che, misurati sull'insieme
delle norme che toccano la previdenza, sono considerevoli: quasi 8 miliardi fino al 2020. La relazione tecnica sti-
ma inoltre che i lavoratori colpiti (privati e pubblici) sono circa 4oo mila l'anno. Un altro emendamento introduce
l'aumento, dal 2012, dell'età della pensione di vecchiaia a 65 anni per le dipendenti pubbliche, come chiesto dalla
Commissione europea. Riguarderà 20-25 mila donne, per risparmi di circa 1,4 miliardi fino al 201g. Nella
manovra c'è infine la cosiddetta «finestra mobile» secondo la quale si va in pensione 12 mesi dopo aver maturato
i requisiti. Le misure previdenziali faranno scendere la spesa in rapporto al Pil: -0,7 punti nel 2030. I sindacati
protestano anche per il taglio di 90 milioni ai patronati.


CORRIERE DELLA SERA, 2 LUGLIO 2010
I conti della pensione
Il vademecum età per età e la guida alle nuove «quote» per
lasciare il lavoro
di Domenico Comegna

Dal primo gennaio 2016, sempre che passi l'emendamento proposto al provvedimento sulla manovra economica, i
requisiti di pensionamento verranno aggiornati ogni tre anni sulla base dell'incremento della speranza di vita
indicata dall'Istat. Se l'età media si allungherà di tre mesi, l'accesso alla pensione si sposterà in avanti per altrettanti
mesi. L'adeguamento riguarderà solo l'età anagrafica, e non il requisito alternativo dei 40 anni di contribuzione che
consente di lasciare il lavoro a prescindere dall'età. A partire dal mese di giugno 2014, l'Istat comincerà a rendere
note le variazioni triennali della speranza di vita che un italiano possiede all'età di 65 anni, distinguendo tra maschi

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e femmine, e che serviranno a fissare il maggior periodo di attività. Con una prima novità che è lo spostamento in
avanti di un anno dell'entrata in vigore dell'adeguamento: dal 1° gennaio 2016, anziché dal 1° gennaio 2015 come
prevedeva originariamente una legge del 2009. In sede di primo aggiornamento (gennaio 2016), la maggiorazione
dei requisiti non potrà superare i tre mesi; e se dovesse risultare una diminuzione della speranza di vita, non verrà
fatto alcun aggiornamento.
Un esempio: se l'aggiornamento dei requisiti di pensione dovesse essere operato con riferimento alla speranza di
vita relativa al triennio 2007/2009, gli uomini dovrebbero andare in pensione con un'età maggiorata di due mesi e
le donne con un'età maggiorata di un mese.
L'adeguamento dei requisiti di pensione verrà effettuato con cadenza triennale (2016, 2019 e così via) in
relazione alla speranza di vita ed interesserà tutti i requisiti di età per la pensione: vecchiaia, anzianità, settore
privato e pubblico impiego. Riguarderà inoltre anche le cosiddette «quote» (somma di età e anzianità
contributiva), che dal 2018 sono fissate a 97 (con età minima a 61 anni) per i lavoratori dipendenti e a 98 (con
età minima a 62 anni) per gli autonomi.
Finestra scorrevole. All'aumento dei requisiti pensionistici adeguati alla speranza di vita, va aggiunta la
cosiddetta finestra scorrevole che prenderà il via l'anno prossimo. Non va dimenticato infatti che per tutti coloro
che raggiungono i requisiti per il pensionamento a partire dal 2011 potranno percepire materialmente l'assegno
dall'Inps 12 mesi dopo, se dipendenti e ben 18 mesi dopo, se lavoratori autonomi. Pertanto, la lavoratrice che
compirà la nuova età < adeguata» (6o anni e 3 mesi), ritarderà la riscossione della pensione, rispetto alla collega
che ha compiuto i 6o anni nel 2010, di 15 mesi.
Sempre a proposito di finestra scorrevole, occorre sottolineare che il nuovo sistema delle decorrenze penalizza
chi va in pensione di anzianità con 4o anni. In effetti sarà possibile lasciare il lavoro dopo 41 anni (4o anni più i
12 mesi di attesa per l'apertura della finestra). A questo punto, in occasione del varo definitivo del provvedimento
sulla manovra, sarebbe opportuno rivedere la regola che vuole la misura del trattamento calcolato su un massimo
di 4o anni. In caso contrario, sarebbe una vera e propria ingiustizia.

LE MODIFICHE

1. Adeguamento dell’età dal 2016. La modifica rispetto alla riforma introdotta con la legge 102 del 2009
riguarda la data di partenza del sistema di adeguamento automatico dell'età di pensionamento alla speranza di
vita. Non sarà più il primo gennaio 2015, ma un anno dopo: il primo gennaio 2016. II sistema si applica alle
pensioni di vecchia e di anzianità private e pubbliche e alle pensioni sociali.

2. Nel 2050 in pensione 3,5 anni più tardi. L'adeguamento funziona così. L'Istat, ogni 3 anni, calcola di quanto si è
allungata la vita media dopo i 65 anni. La prima misurazione avverrà sul triennio 2013-2015. Dal 2016 scatterà
l'aumento dell'età pensionabile, che però la prima volta non potrà superare i 3 mesi. Secondo le stime del governo,
nel 2050 gli adeguamenti cumulati avranno prodotto un aumento dell'età pensionabile di tre anni e mezzo.

3. Il giallo dei lavoratori con 40 anni di contributi. L'emendamento della maggioranza dice che il sistema
dell'adeguamento . automatico si applica anche ai lavoratori con 40 anni di contributi, quelli cioè che possono
andare in pensione indipendentemente dall'età. Dopo le proteste dei sindacati e dell'opposizione, il ministro del
Lavoro, Maurizio Sacconi, ha assicurato che per chi ha 40 anni di servizio la norma non si applicherà.


CORRIERE DELLA SERA, 2 LUGLIO 2010
I conti del federalismo
Viaggio nelle Regioni. Ecco come si spendono e quanto ci
costano
Dalla burocrazia alle invalidità, chi spreca di più
di Mario Sensini

Nelle cronache di allora non c'è traccia, ma alla metà degli anni Ottanta, nella riviera ligure di Ponente, deve
essere accaduto qualcosa di veramente terribile. La gente ha cominciato a cadere improvvisamente dalle scale, a
diventare cieca di colpo e, da un momento all'altro, a non sentire più neanche le campane delle chiese.
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Un'epidemia di invalidità. Oggi, a Ventimiglia alta e nei piccoli paesini dell'entroterra, come Calvo, Trucco,
Bevera, un abitante su quattro riceve una pensione o un'indennità dallo Stato. Proiettando la Liguria ad un
certamente poco invidiabile primato tra le Regioni del Nord.
Il 3,7% dei liguri, per l'esattezza 79.158 cittadini, risultano assistiti dall'Inps come invalidi. Ben oltre la media
nazionale, che è del 3,3% e di per sé è già altissima, essendo il doppio della Germania e della Francia. Lo stesso
fenomeno, l'esplosione delle invalidità, si era abbattuto, qualche anno prima, sulla ricca Umbria La ragione può
essere diversa. Quella è terra di santi e di miracoli, ma il risultato non cambia: il 4,6% della popolazione riceve
l'assegno. In Toscana, a due passi, la percentuale non arriva al 3,3%o, nel Lazio è pari a quasi la metà, il 2,8%. In
Trentino alto Adige, l'anno scorso., è stata concessa solo una, dicasi una, nuova pensione di invalidità. Possibile?
Ed è sicuro che non esistano le Regioni virtuose, come sostengono i governatori che rifiutano, compatti, i tagli
proposti dal governo? Che gli sprechi esistano solo nei ministeri?
I bilanci delle Regioni raccontano altro. Parlano di un'Italia divisa in due, di un paese dove il peso della burocrazia
può essere in un posto dieci volte più pesante che in un altro, di amministrazioni che funzionano bene e costano
poco ai cittadini, e di apparati elefantiaci con dipendenti pagati a peso d'oro. Una divisione, come dicono i dati
sulle invalidità, non poi così netta tra il Nord e il Sud. Anche se è soprattutto dai bilanci delle Regioni del Sud che
emergono i dati più clamorosi. Quelli sul costo del personale, per esempio.
Colletti bianchi a peso d'oro. A ogni cittadino della Lombardia i dipendenti della Regione costano appena 21
euro a testa l'anno. Quasi metà della media nazionale, che è di 44 euro per ogni italiano. Incredibile, ma vero, i
siciliani sopportano un costo pari a quasi venti volte quello dei lombardi: 349 euro pro capite! Palazzo dei
Normanni, del resto è generoso: per i 20 mila dipendenti della Regione, l'Assemblea stanzia la bellezza di 1,7
miliardi di euro l'anno. Una somma che non è poi tanto più bassa della spesa per il personale di tutte le Regioni
italiane messe insieme, che è di quasi 2,4 miliardi di euro l'anno.
Con una media di 42.500 euro di stipendio lordo, i dipendenti della Sicilia, aumentati di cinquemila unità tra il
2003 ed il 2oo8, guadagnano quasi il 4o% in più dei ministeriali. Ma vanno in pensione molto prima e con
assegni ben più consistenti, che la Corte dei Conti ha calcolato in 2.472 euro a testa. Il fatto che sia una Regione a
statuto speciale c'entra poco: l'autonomia fa sì che la Sicilia abbia la titolarità delle funzioni, ma nei fatti non la
esercita. A norma di Statuto sarebbe anche proprietaria dei beni demaniali, come lo stesso Palazzo dei Normanni,
ma preferisce lasciarli alla gestione dello Stato, forse perché la manutenzione costa. Nelle Regioni a statuto
speciale che esercitano davvero le funzioni attribuite, come la scuola, la situazione è del resto ben diversa: in Val
d'Aosta l'amministrazione regionale costa 2.207 euro a ogni valligiano, in Trentino Alto Adige 1.775.
I veri numeri del federalismo. La classifica elaborata partendo dai bilanci regionali riclassificati con fatica dalla
Commissione tecnica sul federalismo fiscale e consegnati al Parlamento, « i veri numeri del federalismo» come li
definisce il presidente Luca Antonini, vede al secondo posto in Italia tra le Regioni a statuto ordinario il Molise,
dove l'amministrazione pubblica costa 187 euro ad ogni cittadino. I molisani sono pochi, appena 321 mila, e
questo può in parte giustificare il dato. Una scusa che non vale per il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna, altre
due Regioni autonome, ma quasi solo sulla carta, dove il costo pro-capite dei dipendenti è pari, rispettivamente, a
161 e 148 euro a testa.
Sotto la media nazionale, in questo rapporto, ci sono solo la Lombardia, il Veneto (32 euro per abitante), la
Liguria (34), l'Emilia-Romagna (36) e la Toscana (di un pelo, 43 euro contro 44). In tutte le altre il costo
dell'amministrazione vola: 93 euro pro-capite per i lucani, 84 per gli umbri, 83 per i calabresi, 76 per gli
abruzzesi, 71 per i campani, 64 per i marchigiani, 56 per i pugliesi, 53 per i laziali, 50 per i piemontesi.
Ci sono Regioni dove il costo del personale pesa quasi quindici volte più che in altre. Il rapporto tra gli stipendi
pagati ai dipendenti e la spesa corrente complessiva, che è poi il criterio che il governo ha proposto in Parlamento
per definire la virtuosità delle Regioni e stabilire così chi tra loro dovrà sobbarcarsi il maggior contributo alla
manovra antidehcit (4,5 miliardi l'anno), della quale i governatori non vogliono neanche sentir parlare, è pari in
Lombardia allo o,85%o. In Sicilia, manco a dirlo, arriva al lo,4%: un euro su dieci se ne va per pagare i
dipendenti. La media delle Regioni a statuto ordinario è 1'1,99%o e solo sei sono sotto: la Liguria, il Lazio,
l'Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto. Tutte le altre sfondano allegramente la soglia. Dal 5,45°% del Molise,
al 4,25% della Basilicata, al 3,8°io della Calabria. Anche il Piemonte con un rapporto del 2,09%, è sopra la media.
Campobasso come Parigi. Naturalmente anche il peso del palazzo sulle tasche dei contribuenti è
straordinariamente variabile nell'Italia che nega gli sprechi. Il record appartiene al Molise, ma stavolta il fatto
che la Regione sia piccola c'entra solo fino a un certo punto. 156 euro a testa (record battuto solo dal Trentino e
dalla Val d'Aosta) dipendono forse anche dagli stipendi d'oro. Con 10.25o euro lordi al mese un semplice
consigliere regionale del Molise guadagna più del presidente francese Nicolas Sarkozy, che non arriva a 6.8oo
euro, anche se è ancora lontano dai 144 mila euro annui dei presidenti della Regione e della Giunta regionale.

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Pure in Sardegna non si scherza. Lì, dove le Province si moltiplicano a vista d'occhio, il costo medio per abitante
degli organi istituzionali arriva a 53 euro, contro una media nazionale di appena 11 euro, sotto la quale ci sono
solo Lombardia, Veneto, Piemonte e Toscana (g euro a cittadino). Diciassettemila sardi, nel 2005, avevano
firmato una legge di iniziativa popolare per ridurre gli stipendi dei loro onorevoli rappresentanti. Che quest'anno
l'hanno bollata come «non urgente», rinviandone l'esame a data da destinarsi. Ben oltre la media nazionale ci
sono la Liguria, con 18 euro a testa, l'Abruzzo (22), la Basilicata (24), la Calabria (38), la Campania (16). E non
potevano mancare la Sicilia (31 euro pro-capite) ed il Friuli Venezia Giulia (25). Peccato che non ci siano dati
validi per la Puglia, l'Umbria e soprattutto per il Lazio, dove i 73 membri del Consiglio Regionale hanno un
appannaggio di 1o mila euro, mentre i 13 assessori ed il Presidente arrivano a 12 mila.
L'albero della cuccagna. II federalismo fiscale, con i trasferimenti dello Stato a piè di lista sostituiti da tasse che
sindaci e governatori dovranno manovrare per far quadrare i loro conti, promette una rivoluzione. Ma per
qualcuno sarà un vero e proprio incubo. I costi della sanità non saranno più calcolati sulla spesa storica, sulla
quale negli anni si sono incrostati gli sprechi e il malaffare, ma sulla base dei costi standard, facendo riferimento
alla spesa sostenuta dai più bravi. Andrà bene alla Lombardia, alla Toscana, alle Marche, all'Emilia-Romagna,
all'Umbria, ma molto peggio da Roma in giù. Calcolare il costo della sanità per ciascun abitante è poco
indicativo, perché non tiene conto della migrazione dei malati, che magari partono dalle regioni meridionali per
curarsi in Lombardia (dove la sanità finanziata in modo completamente autonomo costerebbe quasi 2.700 euro a
ogni cittadino) o nel Lazio (oggi la spesa sarebbe di 3.349 a testa per ogni abitante della Regione).
La realtà di oggi è meglio fotografarla su altri numeri, quelli che parlano di quattro Regioni (Calabria, Campania,
Lazio e Molise) commissariate dal governo ed altre quattro (Abruzzo, Liguria, Sicilia e Sardegna) obbligate ai
piani di rientro del disavanzo, con uno sforamento complessivo che arriva a 4 miliardi di euro. Piani che fanno
acqua da tutte le parti, tanto che il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, l'altro giorno in conferenza stampa si
è detto preoccupatissimo.
Per avere i conti a posto forse bisognerà aspettare il federalismo, che obbligherà i governatori che sforano i tetti
ad aumentare le tasse ai propri elettori molto più di quanto non possano o vogliano farlo oggi. O a chiudere
veramente gli ospedali che non servono. Non come succede a Posillipo, la collina più ospedalizzata del mondo,
dove ci sono quattro nosocomi e due cliniche universitarie per quattromila posti letto. Che vengono ridotti, un po'
qua e un po' là, tirando via lenzuola, materassi e cuscini, lasciando però in piedi reparti di radiografia e sale
operatorie con relativi medici e specialisti. Forse bisognerà aspettare il federalismo per capire, per dirla con il
presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, che «la sanità non è l'albero della Cuccagna».


CORRIERE DELLA SERA, 2 LUGLIO 2010

E il fabbisogno migliora. A giugno è sceso a quota 45
miliardi
di Antonella Baccaro

Il fronte delle Regioni si ricompatta. Contro la manovra Sia pure con toni diversi, tutti i «governatori» ieri,
riunitisi in seduta straordinaria nella Conferenza delle Regioni, guidata da Vasco Errani, hanno approvato un
ordine del giorno in cui «si chiede con forza che si apra un confronto vero e nel merito sulla dimensione dei tagli
che la manovra scarica sulle Regioni, azzerando i trasferimenti che dovrebbero essere la base del federalismo
fiscale per le Regioni». Dunque viene respinto anche il metodo contenuto negli emendamenti della maggioranza,
presentati in Senato, in cui si apre al dialogo, tenendo però fermo l'ammontare dei risparmi. Sempre ottimista il
ministro delle Riforme, Umberto Bossi che, a proposito delle proteste del «governatore» lombardo commenta:
«Formigoni è un poeta, comunque adesso vediamo: la Finanziaria verrà aggiustata, mi sembra che - molte
richieste siano state acquisite da Tremonti». Ma così non deve essere, se il presidente della Regione Lazio, Renata
Polverini, finora assai prudente, insieme con il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ieri ha rotto gli indugi,
appellandosi ai parlamentari di tutti gli schieramenti perché s'impegnino, attraverso gli emendamenti, contro una
manovra economica che «mette in ginocchio la Regione». E le critiche questa volta vengono anche dal Carroccio:
«Per quanto ci riguarda -ha affermato il «governatore» del Veneto, Luca Zaia - vogliamo continuare a tenere
aperto il dialogo con il governo, ma proprio il governo spesso e volentieri ci mette in difficoltà».
La Conferenza dei presidenti delle Regioni, si legge nell'ordine del giorno, «ritiene che i tentativi di soluzione del
problema individuati in sede parlamentare risultano assolutamente inefficaci, tecnicamente sbagliati e

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sostanzialmente peggiorativi». E un giudizio viene espresso anche sulla relazione sul federalismo fiscale,
presentata mercoledì dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, in Consiglio dei ministri. Secondo i
«governatori», tale relazione «esprime alcuni giudizi sui governi territoriali che le Regioni non condividono e
contiene incongruenze rispetto alla Legge 42/2009 (legge delega sul federalismo fiscale, ndr), pertanto urge un
confronto finalmente di merito». Più preciso l'assessore al Bilancio della Lombardia, Romano Colozzi: «La parte
introduttiva l'ho trovata semplicistica, inesatta e offensiva». Ieri Tremonti ha potuto però consolarsi con il lieve
miglioramento del fabbisogno del settore statale nel primo semestre: 45,8 miliardi contro i 5o,i5 miliardi dello
stesso periodo del 2009.
Sul fronte aperto con le regioni il vero colpo di scena della giornata si è avuto con l'iniziativa bipartisan promossa
dalla Polverini e da Alemanno, tenutasi in Campidoglio, dove sono intervenuti parlamentari di Roma e del Lazio
come Walter Veltroni (Pd), Pier Ferdinando Casini (Udc) e il presidente della Provincia di Roma, Nicola
Zingaretti. Qualcuno l'ha già battezzata «lobby romana». Il sindaco chiede 50 milioni in più all'anno per il piano
di rientro e una deroga per il «patto di stabilità». Quanto al pedaggio sul Grande raccordo anulare, Alemanno
propone a Tremonti di chiedere più soldi alla società Autostrade.
Per Polverini le richieste sono altre: «Più tempo per il piano sanitario, allentare le rate del mutuo, rivedere gli
impegni presi dalla giunta precedente». Il «governatore» del Lazio ha ipotizzato grossi problemi sul trasporto
pubblico locale, colpito dai tagli. Ci sarà l'incontro con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi? «Lo
valuteremo» taglia corto il ministro dei Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto. A sfoderare il sorriso resta solo il
presidente del Piemonte, Roberto Cota, sicuro «che si riuscirà a trovare una buona soluzione».


CORRIERE DELLA SERA, 2 LUGLIO 2010

Lavoro, il ritorno del posto fisso
Più di un’azienda su due prevede assunzioni a tempo indeterminato
di Enzo Riboni

«Le aziende credono nella ripresa e i direttori del personale sono pronti ad assumere». L'ottimismo di Paolo
Citterio, presidente dell'associazione dei responsabili delle risorse umane Gidp, non è frutto di una sensazione ma
si basa sui programmi di un campione di 102 suoi colleghi. «Il 76,5% dei direttori del personale interpellati,
infatti, ci ha assicurato che prevede di assumere nuovo personale nel secondo semestre di quest'anno». Certo
l'indagine Gidp è molto connotata sulle grandi aziende settentrionali, poiché il 58,8 % delle imprese del campione
ha più di 5oo dipendenti, nel 49% dei casi si tratta di multinazionali e, per l'89,2%o, la sede è nel Nord Italia.
«Mala tendenza non esclude le aziende più piccole - chiarisce Citterio - anche se in effetti dai nostri dati emerge
che le imprese minori, quelle che ancora non sono riuscite ad acquisire nuovi ordini, non vedono profilarsi una
ripresa che possa rilanciare le assunzioni». Sono comunque gli impiegati e i quadri i lavoratori che trarranno più
beneficio dalla ripresa occupazionale annunciata dall'indagine, visto che saranno assunti, rispettivamente, dal
59,8 % e dal 40,2% delle aziende. Molto più blando, invece, il fabbisogno di operai (solo il 22,6% delle aziende
che assumono andrà a pescare in questa categoria) e di dirigenti (13,7%). «Ma c'è un'altra novità in
controtendenza che emerge dalla nostra ricerca - spiega Citterio - la piena maggioranza degli interpellati, il
53,9%o, prevede di inserire il nuovo personale con contratti a tempo indeterminato. Penso che questa inaspettata
propensione, dopo un lungo periodo in cui nessuno proponeva posti fissi, sia anch'essa frutto di un "sentimene
positivo: chi crede nella ripresa vuol accaparrarsi i talenti migliori anche con un'offerta di stabilità».
Resta comunque significativa la percentuale di imprese che, in alternativa o accanto al tempo indeterminato,
proporrà forme varie di lavoro temporaneo. Soprattutto contratti a tempo determinato (46,1%), interinali (23,5%),
stage (21,6%), a progetto (15,7%), apprendistato professionalizzante (12,7%) e contratti di inserimento (10,8%).
Si prevede anche un 2% di rapporti con partita Iva e solo l'1% di consulenze.
Le tracce della crisi, pur se - secondo il campione Gidp - in via di risoluzione, restano comunque anche dentro le
grandi aziende. Secondo l'indagine, infatti, il 19,6% delle 'imprese ha ancora in corso provvedimenti di cassa
integrazione straordinaria e il 10,8% di cassa ordinaria. Il 12,8%, invece, ha lavoratori in mobilità, il 15,7%
prevede prepensionamenti e il 24,5% punta sulla «mobilità volontaria incentivata», con un minimo di 5 e un
massimo di 12 mensilità di incentivazione. Segno della pesantezza della difficoltà vissute dalle aziende è anche
un altro indicatore che mostra i ridimensionamenti di personale già avvenuti: il 43,1% delle imprese ha effettuato
licenziamenti per «giustificato motivo oggettivo» e, nel 29,4% dei casi, non ha rimpiazzato i lavoratori colpiti.

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LA REPUBBLICA, 2 LUGLIO 2010

Crisi del lavoro, già bruciato un miliardo
di Gabriele Cereda e Teresa Monestiroli

La crisi del lavoro non accenna a finire. E mentre la Regione ammette un aumento del tasso di disoccupazione in
Lombardia passato dal 3,7 per cento nel 2008 al 5,4 per cento ne12009 - dati dell'Osservatorio del mercato del
Lavoro - la Cgil denuncia il boom di richieste di cassa integrazione in deroga in Lombardia. «L'utilizzo di questo
ammortizzatore sociale nel primo semestre del 2010 ha già eguagliato i dati di tutto l'armo scorso - spiega Fulvia
Colombini,della segreteria regionale-. Il rischio è che non ci siano i fondi sufficienti per coprire tutto il 2010».
Non solo. Sulle spalle dei lavoratori pesa anche «l'incognita del 2011, perché sembra oramai prevedibile che gli
effetti negativi della crisi continueranno anche nel prossimo anno, ma a oggi non ci sono notizie di nuovi
finanziamenti da parte del governo».
I numeri snocciolati dal sindacato sono chiari. Sul miliardo e mezzo di euro messo a disposizione della Regione
per la cassa integrazione in deroga dal 1 marzo 2009 al 31 dicembre 2010, il Pirellone ha già autorizzato 1
miliardo di euro: soldi chiesti da 29 mila aziende per un totale di 200 mila lavoratori coinvolti. Resta dunque a
disposizione solo un terzo del totale (500 milioni di euro). «Non ci saranno problemi di risorse - rassicura Gianni
Rossoni, assessore regionale alla Formazione e Lavoro - . È vero chela cassaintegrazione in deroga è aumentata,
male risorse ottenute dall'accordo Stato-Regione basteranno per tutto il 2010 anche perché 1 miliardo è quello
autorizzato, ma per ora ne è stato erogato solo la metà». Parole che non bastano ai sindacati. «In attesa di una
riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, la Regione si deve dare da fare per chiedere al governo che
l'accordo sui fondi per la cassa in deroga venga rifinanziato l'anno venturo altrimenti sarà un disastro. I segnali di
ripresa purtroppo sono ancora troppo pochi» aggiunge Colombini.
Il dubbio, in un momento di ristrettezze economiche come questo, è che anche la Regione non sia in grado di
garantire la sua parte per l'anno venturo. E non solo perla cassa in deroga, ma per il sostegno al lavoro in generale.
Per Gigi Petteni, segretario regionale della Cisl, il "Tavolo interventi sociali" istituito mercoledì in Regione «è
partito con il piede sbagliato, evidenziando una carenza di progettualità attorno ai temi dello sviluppo che non può
essere accettata. E indispensabile che si mettano in campo politiche in grado di attrarre occupazione perché non si
può più parlare solo di chi se ne va ma bisogna pensare anche a chi deve entrare».
La situazione preoccupa anche Onorio Rosati, segretario della Camera del lavoro, che ricorda: «L'aumento della
cassaintegrazione è l'ennesima dimostrazione che la crisi non è finita. E invece di garantire che i soldi per coprire
le richiesteci sono, bisognerebbe iniziare a ragionare su come risolvere il problema».
Notizie positive invece arrivano sul fronte della Carlo Colombo, dove si apre uno spiraglio per gli otto operai
accampati sul tetto dell'azienda di Agrate Brianza da quindici giorni. Il vertice di ieri al ministero del Lavoro ha
fatto segnare un punto a favore delle 38 tute blu che chiedono il rispetto degli accordi e attendono di essere
ricollocate da un anno e mezzo. I rappresentanti di Fiom Cgil Brianza, di ritorno da Roma, oggi saliranno in vetta
per illustrare le proposte ricevute dai vertici della fonderia leader in Europa nella lavorazione del rame.
Per ora i dettagli della trattativa restano segreti, «ma ci sono margini per risolvere la situazione - dice Claudio
Cerri di Fiom Cgil-. La proprietà non si è presentata con la logica del prendere o lasciare. Un buon segno».
L'assemblea a 20 metri d'altezza comincia alle 9, intanto si resta in cima allo stabilimento e si prosegue con lo
sciopero della fame, arrivato al quarto giorno. La discesa potrebbe avvenire già domani, ma dalle parole degli
otto asserragliati sul tetto - «vogliamo certezze» -sembra che si dovrà aspettare fino a martedì, giorno del nuovo
incontro tra le parti al ministero.

LA REPUBBLICA, 2 LUGLIO 2010

Il non profit assume per riciclare i computer usati
Sommario
di Zita Dazzi

Migliaia di computer vengono sostituiti e buttati ogni anno. Uno spreco e un danno ambientale, che qualcuno ha
pensato di evitare creando nuove opportunità di lavoro per categorie di persone "svantaggiate", come gli ex
detenuti, gli stranieri, gli zingari. Ma anche per i disoccupati di mezz'età. È il tema del progetto "Re Turn",
presentato ieri alla Casa della carità, da don Virginio Colmegna e dai manager di Re Tech Life Onlus,

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cooperativa sociale che dal 2006 ha favorito il reinserimento di 57 persone "svantaggiate" - soprattutto ex
carcerati - attraverso il recupero di 4mila computer usati. Per allargare il giro di lavoratori da reinserire
socialmente anche ai disoccupati vittime della crisi, nasce in questi giorni un nuovo cali center (numero verde
800.985374) che aziende e privati potranno chiamare per smaltirei propri pc usati. A fronte di una piccola
remunerazione, gli operatori di "Re Turn" ritireranno a domicilio i computer e li porteranno in due magazzini
della società. Qui il materiale passerà attraverso una filiera che permetterà di recuperare al 95 per cento
hardware e software, rigenerando pc che saranno donati a scuole, enti nonprofit o ong in Paesi poveri. A
realizzare tutto ciò saranno una quindicina di addetti della cooperativa "Lavoriamo" promossa dalla Casa della
Carità proprio per dare occupazione a persone in difficoltà. Fra questi potrebbero esserci anche alcuni rom del
campo di via Triboniano. «II problema del lavoro è oggi trasversale nella società, è un problema che non
riguarda solo le categorie "deboli" e gli immigrati, ma una fascia di popolazione molto vasta, che finora veniva
considerata "normale"», dice don Colmegna.


CORRIERE DELLA LOMBARDIA, 2 LUGLIO 2010
Da precari a cassintegrati
Call center. La grande fuga
di Alessandra Coppola

Problema: contatti l'assistenza clienti della tua compagnia telefonica e da Milano componi un numero di tre cifre.
Dove finisce la tua chiamata? Soluzione: se ti hanno classificato con più di quattro stelle, sei in linea con
L'Aquila o Battipaglia, Salerno; se sei un cliente di serie B, il tuo squillo arriva a un terminale di Bucarest,
Romania, o addirittura più lontano: Cordoba, Argentina. Lo fa una grande azienda di telefonia mobile. L'estate
scorsa ha lanciato una gara d'appalto per i call center. È uscita di scena Omnia Network con i suoi 200 operatori
milanesi. Non è stato rinnovato il contratto alla Abramo di Crotone. Sono rimasti in pista i tunisini, sono entrati
in scena gli argentini. Ha preso una fetta delle commesse una sigla che ha sede a L'Aquila e a Bucarest. È
rientrata in gara una società con base a Battipaglia.
Così fanno tutte. Da tempo le aziende di comunicazioni, e non solo quelle, per i cali center si affidano a società
esterne, che per tagliare al massimo i costi (e vincere gare poco generose) risparmiano sugli stipendi e sempre più
vanno a cercare lavoratori al sud. Finché nella corsa al ribasso neanche la disoccupazione meridionale è disposta
ad accettare salari che si aggirano intorno agli 8-io euro l'ora. La delocalizzazione - ed è storia di questi mesi -
raggiunge allora il Sud del Mediterraneo, si sposta a Est verso l'Albania, la Turchia, la Romania, perfino la
Moldova, dove le paghe sono scarse e i diritti dei lavoratori pure. Attraversa infine l'Oceano, rotta in Sudamerica.
Ovunque si pratichi un po' di italiano perle origini della famiglia, per averlo ascoltato alla televisione o per essere
riusciti a impararlo durante soggiorni di lavoro.
Comunque non in Lombardia. I rappresentanti sindacali sono sconfortati. Alla Slc-Cgil circola un bollettino di
guerra: in questa metà di 2oio si contano solo nelle province di Milano e Monza 1.150 lavoratori che
sopravvivono con la cassa in deroga, più 350 contratti a tempo determinato scaduti e senza speranza di rinnovo. I
segnali di instabilità dei cali center nell'area Milano, Monza, Brescia e Bergamo indicano che sono i.g5o i posti
per il sindacato < a forte rischio». E si tratta di «crisi strutturali», niente di passeggero e rimediabile.
< Se cercassi dipendenti in questo momento non avrei problemi - dice il responsabile delle risorse umane di
Call&Call Milano, Giampaolo Gualla il numero dei curricula sulla mia scrivania è in continuo aumento». Le cifre
della sua società sono in controtendenza: 120 lavoratori nel 2007, 260 oggi. Ma rispondono a una scelta di
minoranza. «Abbiamo avuto per fortuna clienti intelligenti con i quali è stato possibile ragionare - spiega Gualla
-,che tengono in considerazione la qualità del servizio e sanno che comporta costi più alte>. Ambiente della
finanza, credito al consumo. Una nicchia
Fuori c'è la smobilitazione e il caos. Clamorosa la parabola di Omnia che solo in Lombardia contava mille
dipendenti e ora resta aperta con io operatori a stento, sull'orlo del fallimento. Un crollo che è anche un caso di
cattiva e opaca gestione, ma che si inserisce in una situazione disastrata. Silvia Ventavoli ancora lavora in un call
center, veterana del settore: dieci anni a rispondere al telefono. «Faccio parte del gruppo di 275 ex dipendenti
Wind trasferiti in Omnia nel 2007 con 1'esternalizzazione e da allora in causa per il reintegro. In cambio della
rinuncia al contenzioso, Wind ci ha proposto l'assunzione a tempo determinato nella nuova società a cui si affida
per i cali center, Almaviva», ancora con una presenza in Lombardia. Degli altri mille ex Omnia però almeno 60o
sono i cassa in deroga, 80o euro al mese. II resto ha preferito dimettersi e cercare altro. Non in un call center.
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Se pure la Regione Lombardia ha spostato i centralini che rispondono alle prenotazioni delle visite mediche a
Paternò, Sicilia, è evidente che non è un settore in espansione da queste parti. «Con la liberalizzazione il prezzo
per i consumatori è calato - spiega Paolo Puglisi, segretario della Slc-Cgil Milano -, ma il margine per le imprese
si è ridotto». Ci vorrebbero dei limiti alla picchiata del costo del lavoro, secondo il sindacato, o comunque un
intervento politico che affronti il problema pensando ad esempio a degli sgravi sull'Irap. «Il rischio non è solo per
i lavoratori - mette in guardia Puglisi -. Ci preoccupano la perdita di qualità e la violazione della privacy, con
migliaia di dati sensibili che viaggiano in giro per il mondo».

CORRIERE DELLA LOMBARDIA, 2 LUGLIO 2010

Microcredito per aiutare chi è rimasto disoccupato
di Rita Querzé

Non saranno vacanze spensierate quelle dei milanesi. Anche se i segnali di ripresa ci sono. Le imprese hanno
cominciato a chiedere lavoratori in affitto per qualche giornata o qualche mese. Prima che si torni ad
assumere, però, nella migliore delle ipotesi ci vorrà qualche mese. Per ora, l'unica realtà con cui confrontarsi
resta quella sinterizzata, nei giorni scorsi, dal rapporto Milano Produttiva della Camera di Commercio: nel
primo trimestre dell'anno in provincia il ricorso alla cassa integrazione è aumentato del 447,8%o rispetto allo
stesso periodo del 2009 mentre la disoccupazione è passata in un anno dal 3,9 al 55%. Un dato, quest'ultimo,
che non rappresenta fino in fondo il disagio dei giovani. Per gli under 30 la percentuale dei disoccupati è a
due cifre: 13,6%. Il bollettino della crisi potrebbe continuare. Ma aggiunge poco a quello che i milanesi
conoscono già Ben altro vorrebbe sentirsi dire chi parte per vacanze spesso più brevi di quelle dell'anno
scorso. Una buona notizia, per esempio, sarebbe la partenza della fondazione Welfare sociale. E per
«partenza» si può intendere una cosa soltanto: la consegna dei primi assegni alle famiglie in difficoltà. Il
fondo per ora è finanziato da Comune, Camera di Commercio, Cgil, Cisl e Uil per un totale di sei milioni di
euro (due ciascuno, altri due dovrebbero arrivare dalla Provincia). L'obiettivo è garantire microcredito e fondi
mutualistici per integrare il sistema sanitario. Più volte la nascita del fondo è stata annunciata dal 2007 a oggi.
La speranza è che da settembre si faccia sul serio.


CORRIERE DELLA LOMBARDIA, 2 LUGLIO 2010

Aziende, si torna ad assumere. Il web aita chi cerca lavoro
di Enzo Riboni

Cercare lavoro. In Lombardia è il momento giusto. Secondo una delle maggiori società di ricerca e selezione del
personale, la Intermedia Selection che si occupa soprattutto di impiegati e quadri sul territorio regionale, rispetto
al primo semestre del 2009 la domanda aziendale di personale è aumentata del 15-20% a seconda delle zone. E
nei prossimi sei mesi la crescita dovrebbe assestarsi su un +22%. «Per la prima volta dopo 18 mesi - spiega il
direttore generale Francesco Tamagni - ha ripreso ad assumere anche il settore industriale». La conferma viene da
un osservatorio più ampio, quello di Assores che raggruppa 160 società di ricerca e selezione, l'80 io delle quali
in Lombardia e Veneto. «A Milano e in regione riprende ad assumere il settore manifatturiera e le chance
maggiori le ha chi lavora in ruoli commerciali», sostiene il presidente Gilberto Marchi.
È quindi tempo di muoversi per chi vuole cambiare lavoro e di intensificare la ricerca per chi ha perso il posto.
Ma quali sono i passi consigliati per il non facile (di questi tempi) cammino che porta a un impiego? Oggi il
mezzo principale attraverso il quale si cerca lavoro è Internet. Ma occorre sfruttarne tutti i canali. Il primo è
quello dei siti aziendali. Tutte le imprese medio-grandi ne hanno uno, ma vanno selezionate solo quelle che
prevedono una sezione «lavora con noi» (o altre dizioni equivalenti) che, normalmente, offre posizioni lavorative
specifiche. Non bisogna però proporsi se si ha un profilo non coerente con la richiesta, si irriterebbe soltanto i
selezionatori e ci si precluderebbero occasioni future.
Se il sito non prevede la sezione, non conviene inviare il curriculum via email perché non verrebbe preso in
considerazione. Tanto meno bisogna spedirlo in forma cartacea. Oltre ai siti aziendali si può andare su quelli
delle società di ricerca e selezione del personale (si trovano su www.assores.it) e sugli altri specializzati (si
possono selezionare cercando «portali lavoro» su Google). Attenzione però a non lasciare il curriculum a quelli

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poco seri: se in un annuncio non è indicato chiaramente il nome dell'azienda che cerca o della società di selezione
delegata può trattarsi di un imbroglio: inserzioni fittizie fatte solo per realizzare una banca dati. «Chi invece già
lavora e vorrebbe cambiare attività, deve partire dal proprio network: per esempio gli ex colleghi o i compagni di
corso che si sono già sistemati», spiega Vito Gioia, amministratore delegato Amrop-Asa - società che ricerca i
profili professionali più elevati - autore di «Come farsi cacciare dai cacciatori di teste» (ed. Il sole 24 ore).

CORRIERE DELLA LOMBARDIA, 2 LUGLIO 2010

Di questi siti ci si può fidare
di Enzo Riboni

La ricerca del lavoro via Internet può essere insidiosa Assores, che raggruppa le società di ricerca e selezione del
personale (R&S), valuta che il 6o% degli annunci online siano inattendibili. Di seguito una lista di portali, ma ne
esistono altri di qualificati. Due hanno la qualifica di agenzie per il lavoro autorizzate dal ministero (oltre
naturalmente a tutte le società che fanno R&S): www.trovolavoro.it (Corriere della Sera); www.monster.it
(sezione italiana di una multinazionale Usa). Molto cliccati sono anche: www.jobrapido.it; www.cliccalavoro.it;
www.stepstone.it; www.jobdirect.it; www.jobonline.it; www.lavoroeweb.com; lavoro.secondamano.it;
www.almalaurea.it (per i giovani); www.talentmanager.it


CORRIERE DELLA LOMBARDIA, 2 LUGLIO 2010
Lorenzo Garassino gestisce lo spazio Media 36
«Ci siamo messi in rete. E abbiamo vinto la crisi»
Sommario
di Cesare Giuzzi

Regola numero uno: «Niente improvvisazioni. Milano richiede credenziali e professionalità». Regola numero
due: «La crisi può essere un'opportunità per investire». Lorenzo Garassino, 33 anni, una passione fin dalla nascita
per computer e videogames («Ho iniziato con il Commodore 64»), parla quasi da economista. La sua giovane età
nasconde, dieci anni di «carriera» nel mondo delle agenzie di comunicazione. Prima creando siti internet (2000),
poi arricchendo il tutto con servizi per stampa e marketing.
Oggi, insieme al socio (e coetaneo) Mauro Bonecchi, guida un «prototipo» ambizioso: lo spazio Meda 36
(www.meda36.it). Una sorta di realtà collettiva che si occupa di comunicazione per le aziende a 360 gradi: dai
servizi multimediali, alla programmazione software, fino alla fotografia o all'assistenza legale. Un unicum, nel
panorama milanese, uno spazio dove professionisti si uniscono per mettere a disposizione le loro conoscenze:
«Non è un semplice co-working, ossia la condivisione di uno spazio di lavoro. Ma ciascuno partecipa al progetto
da realizzare mettendo a disposizione le proprie conoscenze», spiega.
Un'idea nata proprio da questi tempi di crisi: «Grazie a un leasing abbiamo acquistato un immobile (in via Meda,
36) e lo abbiamo ristrutturato per ricavarne una sorta di ufficio collettivo, dove un professionista può «affittare» il
proprio spazio di lavoro: scrivania, ufficio, e utilizzo degli spazi condivisi». Ma con qualcosa in più: «Ciascuno
deve condividere il medesimo obiettivo, per questo c'è una sorta di selezione: ci occupiamo perlopiù di servizi alle
aziende per campagne di comunicazione, ma non solo», L'investimento è arrivato sei mesi fa, mentre lo spazio è
stato aperto ufficialmente da un paio di mesi. «La crisi ha spazzato via molti improvvisati, dieci anni fa c'era spazio
anche piccole realtà che sfruttavano il boom di internet e la fame di siti e servizi web». Oggi per sopravvivere serve
sempre più specializzazione. Così l'idea di creare una sorta di agenzia di comunicazione a pacchetto completo e
compartecipata: «Serviva un po' di pulizia nel settore, e abbiamo sfruttato la nostra credibilità». Da qui l'idea del
Meda 36 e della condivisione di progetti e utili. «Abbiamo cercato di crescere semplificandoci, ossia - racconta
Lorenzo Garassino -dando alle imprese che si rivolgono a noi (da Eni a Samsung, passando per Q8 e Ubi banca) la
possibilità di avere molte professionalità in un unico luogo: così se c'è da sviluppare una proposta di comunicazione
tutte le risorse sono già al nostro interno. E non ci sono lungaggini, uffici commerciali, o direzioni marketing». Per
il momento il sistema funziona e nonostante i tempi di magra, le commesse arrivano: «Sia chiaro, investire è sempre
un salto nel vuoto. Il nostro è stato particolarmente oneroso, ma abbiamo sfruttato la credibilità accumulata nei dieci
anni precedenti. Iniziare da zero è possibile ma serve tanta attenzione alla qualità».
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L’ECO DI BERGAMO, 2 LUGLIO 2010

Il progetto Valseriana. Mazzoleni: non è fallito e include la
Val Brembana
di Pierluigi Saurgnani

Dieci milioni di euro. È sì questa considerevole somma che si gioca lo sviluppo di quello che viene definito, ormai
un impropriamente, il «progetto Val Seriana» (dato che, in realtà, ingloba anche la Val Brembana). Se arriveranno,
allora il progetto potrà veramente decollare, masi attende la firma del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Se il
governo italiano metterà a disposizione i suoi 3,5 milioni di euro – ma la coperta degli stanziamenti è corta, mentre
la lista delle situazioni di crisi industriale lungo lo Stivale è lunga - automaticamente scatteranno anche i 6,5 milioni
di euro che elargirà la Comunità europea. E se questo accadrà, lo sviluppo delle nostre valli potrà ricevere un
notevole impulso. Ma finché il finanziamento non si sbloccherà - ha detto, in un incontro con la stampa ieri nella
sede di via Camozzi degli industriali, il presidente di Confindustria Bergamo Carlo Mazzoleni (affiancato dal vi-
cepresidente Gianluigi Viscardi, presidente della Piccola Industria, da Gianmarco Gabrieli, presidente del gruppo
Giovani imprenditori, e dal direttore Guido Venturini) - le polemiche lasciano il tempo che trovano. Come quella
avviata dal segretario della Cgil, Luigi Bresciani: «Il progetto Val Seriana - ha replicato Mazzoleni - è tutt'altro che
fallito. A parte il fatto che una riconversione di questa portata richiede necessariamente tempi lunghi, ma intanto
alcuni passaggi sono stati realizzati, come i corsi di riqualificazione finanziati dalla Regione con 367 mila euro o i
servizi alle imprese curati da Imprese & Territorio che hanno portato all'apertura dello sportello di Leffe o i 15
progetti industriali presentati al fondo Futurimpresa oppure ancora il Patto dei sindaci sui temi del risparmio
energetico che ha visto il coinvolgimento di 104 Comuni bergamaschi su un totale di 233 italiani». Mazzoleni si è
fermato qui e ha rinviato tutto all'incontro di lunedì prossimo 5 luglio, quando si riunirà la cabina di regìa del
progetto Val Seriana: Provincia, sindacati, Confindustria Bergamo, Imprese & Territorio con un allargamento al
gruppo Percassi e al sindaco di Foppolo.
Nell'articolato rapporto di un anno di attività di Confindustria Bergamo, Mazzoleni ha spaziato da un tema
all'altro (impossibile riportarli tutti), senza far mancare qualche punzecchiatura. Come quella indirizzata a certi
nostri Comuni che non esitano a protestare e a lamentarsi per la perdita dei posti di lavoro provocati dalle crisi
aziendali, ma che poi «boicottano» (questa la parola usata da Mazzoleni) le imprese quando queste chiedono
insediamenti e ampliamenti produttivi. «Certi Comuni - ha detto il presidente - non vedono di buon occhio
l'insediamento dell'industria sul loro territorio. Eppure nei prossimi dieci anni l'industria manifatturiera sarà
ancora centrale nell'economia bergamasca. Questi sindaci dovrebbero dedicare ai piani di insediamento
produttivo almeno la stessa considerazione che dedicano all'edilizia residenziale». Una burocrazia lenta e una
elevata tassazione, poi, non favoriscono lo sviluppo industriale sul territorio.
Un'altra stoccata Mazzoleni l'ha riservata a chi, come la Fiom, continua a considerare Confindustria come
l'associazione della grande industria: «Il 95% dei nostri associati è costituito da micro, piccole e medie imprese e
i nostri servizi sono rivolti a queste aziende. La grande industria non ne ha certo bisogno».
Poi l'elogio del «modello Bergamo» assurto ad esempio nazionale di concertazione tra le parti sociali («Tutte le
situazioni di crisi sono state trattate passando attraverso il confronto con le rappresentanze sindacali»); il
commento sui dati produttivi e occupazionali del 2009 («Il tessuto industriale ha tenuto, il tasso di disoccupazione
è salito dal 2,5 al 3,7% ma, rispetto ad altre aree del Paese, è per fortuna ancora basso. Oggi siamo a metà della
ripresa: dopo una perdita produttiva del 25-30% abbiamo recuperato un 15%, ma i nodi occupazionali verranno al
pettine tra il 2010 e il 2011 »); l'invito a non lasciarsi condizionare dalle notizie negative («Fa più rumore un
albero che cade di una foresta che cresce: accanto alle situazioni critiche come quelle dell'Indesit che lascia
Bergamo per Caserta, non mancano comunque segnali positivi come il caso della N&W Global Vending che
intende trasferire parte della propria produzione dalla Danimarca a Grassobbio o della Playtex che da Pomezia
delocalizzerà alla Lovable di Grassobbio»); l'allarme sulla chiusura, entro la primavera 2011, dello scalo merci di
Bergamo («Se non si troveranno presto alternative - la collocazione del nuovo scalo è prevista a Terno d'Isola - 5
mila addetti, tra dipendenti diretti e lavoratori dell'indotto, perderanno il posto»); l'appello perché il federalismo
non venga «finanziato» dalle sole imprese («La prima cosa da fare è ridurre gli sprechi, accorpando i Comuni che
sono troppi, troppo piccoli e troppo costosi»). È questa la ricetta di Confindustria.




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L’ECO DI BERGAMO, 2 LUGLIO 2010

La polemica
L’accusa Cgil. Sul progetto Val Seriana si è assistito nelle scorse settimane ad un botta e risposta anche
all'interno del sindacati confederali. A lanciare il sasso era stato il segretario provinciale della Cgil, Luigi
Bresciani: «II progetto Valle Seriana è fallito perché alcuni imprenditori sono stati miopi e non hanno voluto
rischiare, ma anche perché questi, a loro volta, non sono stati sostenuti dallo Stato che non ha voluto dare un
euro». Rincarando poi la dose: «A fronte di un finanziamento del 75 per cento dell'Europa, il restante 25 per
cento doveva essere messo dal nostro Paese: ma così non è stato. È fallito un progetto innovativo che poteva
dare lavoro a 300-400 persone».
La replica Cisl. A questo attacco aveva replicato il segretario provinciale della Cisl Ferdinando Piccinini: «Non
è possibile che ogni due o tre mesi la Cgil ci venga a dire che il progetto è fallito perché questo non è affatto il
modo migliore per rendere il progetto Val Seriana concreto e operativo. Le migliaia di lavoratori coinvolti dalla
crisi chiedono al sindacato non solo denunce ma soprattutto proposte e azioni concrete per il loro futuro. E
sarebbe opportuno che tutti, Cgil compresa, si occupassero maggiormente di dare risposte concrete e non di
buttarla strumentalmente in politica».


L’ECO DI BERGAMO, 2 LUGLIO 2010
Più attenzione ai lavoratori
«Enti formativi, cambiare l’impostazione»
«Tra il 2010 e il 2011 vogliamo arrivare a formare e a riqualificare tra le 2 mila e le 2.500 persone». È un
obiettivo certamente ambizioso quello che si è posto ieri il presidente di Confindustria Bergamo Carlo
Mazzoleni, ma, a suo parere, è assolutamente indispensabile per la ripresa della nostra economia e lo sviluppo
occupazionale. Di operai generici, l'industria bergamasca non ha più bisogno e dunque la ricollocazione dei
lavoratori espulsi dai processi produttivi e l'assunzione dei giovani passano necessariamente attraverso la
qualificazione professionale, le competenze tecniche, il bagaglio di conoscenze.
«D'intesa con i sindacati attraverso uno screening - ha spiegato Mazzoleni alla conferenza-stampa tenutasi ieri
mattina nella sede di via Camozzi di Confindustria Bergamo - abbiamo individuato 800 persone che si trovano in
mobilità che abbiamo invitato a partecipare ai corsi di formazione e riqualificazione che prenderanno il via in
ottobre e dureranno tra i 4 e i 7 mesi. Le risposte pervenute per ora sono poche ma c'è tempo fino a settembre e
del resto sappiamo bene che in questi casi bisogna agire con un'opera di convincimento personale». Certamente
un incentivo in più arriverà con i corsi Feg (Fondi europei globalizzazione) previsti dal progetto Val Seriana per i
quali sarà prevista un'integrazione di 250 euro al mese in caso di partecipazione alle lezioni. Ma a proposito del
tema della formazione, Mazzoleni non ha risparmiato critiche a certi enti formativi che «sono sembrati più attenti
alle proprie esigenze che a quelle dei lavoratori. Anche per questo la Regione Lombardia ha avviato una nuova
procedura di riaccreditamento degli enti formativi».


L’ECO DI BERGAMO, 2 LUGLIO 2010

Cabina di regia sul lavoro. Petteni (Cisl): «Partita male»
«La cabina di regia sul lavoro e lo sviluppo della Lombardia è partita con il piede sbagliato». La denuncia viene
dal segretario generale della Cisl regionale, il bergamasco Gigi Petteni deluso per l'esito inconcludente della
prima riunione dell'organismo avvenuta l'altro giorno. Ecco come spiega l'attuale problematica il sindacalista
cislino: «Lunedì scorso nell'ambito degli Stati generali abbiamo sottoscritto un importante documento sul
programma regionale di sviluppo, ora abbiamo bisogno di tavoli operativi che rendano concrete le linee di
indirizzo. Il confronto avvenuto nell'ambito della cabina di regia - ha sottolineato ancora il segretario regionale
della Cisl - ha evidenziato una carenza di progettualità attorno ai temi dello sviluppo che non può essere accettata.
È indispensabile che si lavori da subito per mettere in campo politiche in grado di attrarre occupazione».

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Ma il segretario regionale della Cisa non si è fermato qui, anzi ha rincarato la dose aggiungendo: «Non possiamo
più parlare solo di chi se ne va, ma anche di chi deve entrare. Nella crisi bisogna scegliere, compresa la presa in
carico di alcune vertenze importanti, facendo ricorso a strumenti innovativi nei salvataggi industriali e nelle
reindustrializzazioni. Per ogni impresa chiusa, in ogni area dove si è persa occupazione, devono essere adottati
strumenti affinché queste non possano essere utilizzate diversamente». «Per l'occupazione servono corsie
privilegiate. La criticità maggiore riguarda i giovani sotto i 34 anni - ha concluso Petteni - occorrono politiche
mirate adeguate e un aggiornamento degli strumenti a nostra disposizione».


L’ECO DI BERGAMO, 2 LUGLIO 2010

Tenaris, ripresa lenta e niente Cig a Costa Volpino
di Giuseppe Arrighetti

Dopo la crisi dell'inverno scorso, quando l'azienda aveva ipotizzato 119 esuberi su 246 dipendenti, per lo
stabilimento Tenaris Dalmine di Costa Volpino i primi sei mesi del 2010 sono stati all'insegna di una lenta e
costante ripresa produttiva. L'andamento finora positivo permette all'azienda di ipotizzare che per tutto il 2010
non si farà ricorso alla cassa integrazione.
Questa valutazione è stata presentata mercoledì alle organizzazioni sindacali metalmeccaniche nel corso di un
incontro che era stato programmato per verificare l'attuazione del piano industriale per il biennio 2010-2011
firmato lo scorso 29 dicembre. Quell'accordo prevedeva che nei dodici mesi del 2010 all'interno dello
stabilimento dell'Alto Sebino venissero lavorate 56 mila tonnellate di acciaio: i volumi del primo semestre
hanno confermato questa stima. A dicembre inoltre il numero degli esuberi previsto dall'azienda era sceso dai
119 iniziali a 73. Finora, grazie al prepensionamento, sono già usciti dalla fabbrica 25 operai e nove impiegati:
«La situazione è ancora moto instabile - afferma Angelo Nozza della Uilm di Bergamo - ma ci sono alcuni
segnali che ci fanno ben sperare: alla fine, il numero degli esuberi potrebbe diminuire ulteriormente».
Se sul versante del numero degli occupati le organizzazioni sindacali di categoria si dichiarano dunque
soddisfatte, Fim, Fiom e Uilm sospendono il giudizio per quanto riguarda gli investimenti che si devono
effettuare per garantire un futuro allo storico sito produttivo di Costa Volpino: «Entro fine anno - spiega Franco
Ballerini, della Fiom di Vallecamonica Sebino - dovrebbe arrivare nello stabilimento una nuova nastratrice
(impianto di finitura per migliorare la superficie dei tubi che dovrebbe essere installato entro il 1° semestre 2011,
NdR) ma l'impianto che più ci sta a cuore è la nuova trafila. L'azienda si è presa ancora qualche mese di tempo
per decidere se comprarne una nuova o adeguare quella attualmente in uso. Su questo, continueremo a vigilare e
siamo d'accordo di rivederci con l'azienda in autunno».
Uno dei punti chiave del piano industriale sottoscritto dalla Tenaris Dalmine e dai sindacati alla fine dello scorso
anno riguardava proprio la tipologia di prodotti sui quali si deve orientare l'impianto di Costa Volpino:
l'orientamento è per una differenziazione verso l'alta gamma. Alla Tenaris Dalmine di Costa Volpino lavorano
attualmente 167 operai e 42 impiegati: «Il fatto che l’azienda escluda il ricorso per il 2010 alla cassa integrazione
- riflette Giacomo Meloni, segretario della Fim camuno sebina - lascia pensare che gli attuali livelli occupazionali
possano essere mantenuti. Noi evidenziamo ancora una volta il fatto che l'impianto di Costa Volpino ha tutte le
carte in regola per essere competitivo, a partire dal capitale umano dato dalla professionalità di tutti i lavoratori,
ma l'azienda deve metterlo nelle condizioni di lavorare».




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BRESCIAOGGI, 2 LUGLIO 2010
Bilanci 2009. Il gruppo siderurgico di Esine...
Lucefin vede già la ripresa e conferma gli investimenti
di Giovanni Armanini

Dopo la frenata del 2009 il gruppo Lucefin vede già la ripresa, e i dati dei primi mesi del nuovo anno lasciano ben
sperare. Il presidente, Luigi Buzzi, che ieri alla consueta presentazione del bilancio consolidato tenuta a Iseo a
palazzo Oldofredi ha regalato un'ottimistica previsione: «Stiamo tornando sui livelli del 2007, dopo un 2008
anomalo ed un 2009 orribile, con una ripresa che ci lascia ben sperare». Un approccio positivo, quello di Buzzi,
che ha rivolto il proprio pensiero alla necessità di un rapporto rinnovato di fiducia con gli istituti bancari. Da parte
sua il gruppo, guidato dall'amministratore delegato Giorgio Buzzi, ha previsto un piano di investimenti ambizioso
pari a 11,2 milioni di euro, che conferma la voglia di crescere e di innovare per guardare al futuro. Nel dettaglio si
tratta di 5 milioni di euro in investimenti produttivi, 4,4 milioni di euro in nuove strutture commerciali (in
particolare riguardanti la filiale Tramet di Torino) e per il resto acquisizione di partecipazioni da soci terzi.
Il 2010 è iniziato in un contesto positivo: nei primi sei mesi la variazione delle tonnellate vendute rispetto allo
stesso periodo 2009 è stata pari al +44%. Anche l'andamento del fatturato ha registrato un +39%. La Trafilczech
nei primi cinque mesi dell'anno sta incrementando le vendite sia in quantità (+156%) sia in valore (+138%) a
livelli record anche in seguito all'acquisizione di quote di mercato di concorrenti che nel 2009 non sono riusciti a
superare la crisi. Infine l'avvio dell'attività industriale di Trafitec avvenuta nel maggio 2010 - acquisendo da un
concordato giudiziale preventivo i progetti Matter e Prae - significa per il Gruppo l'ingresso nel settore della
produzione di trafilati e rettificati in acciaio inox, ampliando la gamma produttiva ed il valore aggiunto del
portafoglio prodotti. Il gruppo Lucefin nel 2009 è riuscito a limitare i danni economici chiudendo i conti
positivamente con un utile di circa 4,9 milioni di euro (15,1 nel 2008) dopo imposte per 1,8 milioni di euro e
ammortamenti per 4,6 milioni di euro. Il dato è tratto dal bilancio consolidato gestionale, che raggruppa tutte le
società comprese quelle che non rientrano nell'area di consolidamento della capogruppo ma controllate dalla
compagine sociale. Il margine operativo lordo è stato pari a 12,5 milioni con un fatturato consolidato pari a 121,8
milioni di euro (224,8 milioni di euro nel 2008).1140°/o del fatturato è costituito da vendite all'estero in circa 40
Paesi. Il capitale investito netto è paria circa 241,3 milioni di euro, costituito per 156,9 milioni di euro da inve-
stimenti in immobilizzazioni (fabbricati industriali e impianti produttivi) e per 89,1 milioni di euro da capitale
circolante netto. Dal punto di vista delle fonti di finanziamento la struttura finanziaria si presenta equilibrata con
mezzi propri, costituiti dal patrimonio netto (99,2 milioni di euro) e dalle obbligazioni sottoscritte dai soci (17,4
milioni di euro) pari complessivamente a 116,6 milioni di euro e posizione finanziaria netta pari a 124,7 mln di
cui 65,1 di debiti bancaria breve e 59,6 a medio lungo termine.
La Trafilix spa, principale società del settore lavorazione a freddo acciaio ha conseguito nel 2009 un reddito netto di
1,8 milioni di euro, dopo tasse per 0,127 mln, ammortamenti per 1,3 mln e un fatturato di 43,8 mln.
La Trevalli acciai di Berzo Inferiore ha raggiunto un fatturato di 26,9 mln con una redditività netta di 0,284 mln.
Dal punto di vista del raggiungimento degli obiettivi di budget della controllata Trafilczech (che ha uno
stabilimento produttivo in Repubblica Ceka a Kladno), il 2009 ha registrato in seguito alla crisi del settore un
rallentamento significativo dei volumi produttivi e di vendite. 1 principali progetti industriali incorso riguardano
la logistica a Crescentino (Vercelli) e Orbassano(Torino).

BRESCIAOGGI, 2 LUGLIO 2010

Per Selca un futuro nelle energie rinnovabili
Un primo passo per valutare l'ipotesi di investimenti più ampi nel settore dell'energia fotovoltaica. Con una
visione di lungo periodo che si sta valutando: Selca, la società attiva nel mondo dell'energia idroelettrica,
potrebbe diventare presto il contenitore di diverse attività del gruppo orientate alle rinnovabili. Nel fotovoltaico,
ad esempio, ci sarebbero circa 200 mila mq di tetti da sfruttare. Un primo esperimento potrà essere condotto alla
Comet acciai (il magazzino di Brescia) su una superficie di 10.000 mq con un nuovo impianto integrato sulla
copertura del capannone dalla potenza di 546,04 Kwp per una produzione annua attesa di 650 mila Kwh. Un
impianto che sarà garantito 25 anni con rendimento non inferiore all'80%.


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BRESCIAOGGI, 2 LUGLIO 2010

Energia. Lgh, capitale a 231 mln: «Cogeme è più forte»
di Wilma Petenzi

Aumento del capitale sociale di 103 milioni di euro che porta il patrimonio netto consolidato da 128 a 231 milioni
di euro. è quanto deliberato ieri dall'assemblea straordinaria di Lgh srl. L'operazione è stata integralmente
sottoscritta dai soci Aem Cremona, Astem Lodi e Cogeme Rovato attraverso il conferimento in natura di rami
d'azienda strategici oltre a partecipazioni e ad altri asset minori. L'alleanza strategica in Linea Group Holding,
siglata formalmente il 31 Ottobre 2006, ha comportato il conferimento dei servizi a valenza industriale delle
Società patrimoniali nella Holding. Secondo gli obiettivi iniziali Lgh continua il suo naturale percorso di sviluppo
che ha visto successive integrazioni operative, di efficienza organizzativa, di servizio, di acquisti.
A fronte di valutazioni strategiche, industriali e di servizio per una crescita complessiva del sistema della
Franciacorta e dell'Ovest bresciano e dell'approvazione dell'operazione da parte dei Consigli dei Comuni soci
negli scorsi giorni, il 30 giugno 2010 Cogeme ha conferito formalmente in LGH alcuni asset infrastrutturali e
societari. Si tratta della rete di distribuzione del gas che serve quindici Comuni bresciani, con popolazione
complessiva di oltre 50 mila abitanti, e della discarica di Augusta (Siracusa) attraverso il trasferimento della
partecipazione del 80% detenuta in GreenAmbiente.
«Abbiamo realizzato - ha commentato il presidente di Cogeme Gianluca Delbarba - tre passaggi importanti: lo
strategico consolidamento della presenza di Cogeme nel capitale sociale e nel governo della Holding che aumenta di
valore di circa il 45%. Si consolida il ruolo strategico di Cogeme e del suo territorio, rafforzando significativamente
la valenza di Linea Ambiente e Linea Energia, che continueranno ad avere sede a Rovato. Cogeme ora potrà
focalizzare le proprie attività sui core business di servizio alla comunità locali: una logica win-win che porta
vantaggi a tutti i soggetti che l'hanno finalizzata». Per l'amministratore delegato di Lgh, il bresciano Fabrizio Scuri:
« La riorganizzazione rende il Gruppo confrontabile con i principali operatori nazionali ed in grado di giocare un
ruolo di rilievo nei mercati dei servizi pubblici locali. I risultati raggiunti sono già un grande successo. Guardiamo
al futuro con grande fiducia e forti anche di questa nuova dimensione patrimoniale e finanziaria»

BRESCIAOGGI, 2 LUGLIO 2010

Il progetto culturale. Musil, parlano gli imprenditori:
«Questo museo s’ha da fare»
di Wilma Petenzi

Riunioni di giunta dedicate all'argomento. Vertici tecnici. Sedute del consiglio di gestione. Sono giornate decisive
queste per le sorti del « Musil», il Museo dell'industria e del lavoro promosso da Comune, Provincia e Regione
(più le fondazioni culturali bresciane e i ministeri romani) nell'area ex Tempini.
Il direttore Pier Paolo Poggio ha chiarito in un'intervista a Bresciaoggi che i 19 milioni messi a disposizione dagli
enti sono sufficienti per realizzare il museo, che i 4 milioni per gli allestimenti sono reperibili in corso d'opera, che
l'equilibrio di gestione è a portata di mano. Un incoraggiamento a non lasciar cadere il progetto viene ora dagli
imprenditori. « Il Musil - spiega il presidente dell'Aib Giancarlo Dallera -è un'opera assolutamente interessante, di
grandissima utilità per aiutare i giovani a capire la storia, la vocazione industriale del nostro territorio».
Dallera non entra nel business plan relativo ai costi di realizzazione del museo: «Sono dati che non conosciamo, e
peraltro 1'Aib è già impegnata su altri fronti». La sua riflessione si sofferma invece sui costi di gestione che si
delineano. « È chiaro - spiega il presidente dell'Aib- che il modello di funzionamento non deve essere in perdita, è
corretto mirare a un equilibrio di bilancio. Detto questo, l'Aib e gli industriali bresciani sicuramente non si tireranno
indietro sul tema della gestione se i numeri sono quelli presentati nelle scorse settimane. Non potrebbero essere
poche decine di migliaia di euro nella gestione a fermare un'opera come questa». Per un impegno circoscritto,
insomma, il sistema-imprese è pronto a fare la sua parte.
Fra i più convinti sostenitori del Musil c'è un altro imprenditore: Marco Bonometti, che nel Cda del Musil siede su
indicazione della Regione. Le titubanze emerse in questi giorni non lo raffreddano. Anzi. «Il problema di Brescia -
sbotta- è che non si ha mai il coraggio di decidere una cosa e portarla fino in fondo. Questo è un progetto di portata
europea, un centro culturale che dimostrerà ai giovani come i padri hanno fatto diventare grande Brescia». I costi,

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per Bonometti, non devono spaventare: «Abbiamo dimostrato che con 19 milioni, coperti dai soci fondatori, il
museo si fa. Forse bisognava essere più attenti all'inizio, ma il progetto è stato rivisto e i costi validati».
Resta un pizzico d'apprensione su una gestione da 1,6 milioni all'anno. Per Bonometti anche questo, però, non
deve fare paura: «Bisogna considerare il successo che il Musil può avere, e dunque gli introiti. C'è anche
l'impegno dell'Aib a sensibilizzare le imprese a contribuire ai costi di gestione. Una città come Brescia non può
avere problemi o farsi spaventare da questo aspetto: basta un a manciata di aziende a farserie carico».
Bonometti è anche sicuro che A2A non potrà sottrarsi agli impegni (2,5 milioni di euro) sottoscritti da Asm. La
sua certezza sulle sorti del Musil è comunque incrollabile: «Sono certo che alla fine il Musil si farà. Non ho
ombra di dubbio. Bisognerebbe essere ottusi a non farlo. È giusto fare i conti con il bilancio, ma non si può
mettere in discussione un progetto come questo per poche migliaia di euro».

I NUMERI
La sede. In base all'ultima versione del progetto la realizzazione della sede del Musil nel comparto Milano costerà
19,2 milioni. Sono disponibili 20,1 milioni formati da 1 milione dell'Università, 2,1 milioni della Regione, 1,1
milioni dalla Provincia. 15,1 dal Comune (di cui 12,6 milioni dai compartisti), 700mila da privati. In forse i 2,5
milioni promessi da Asm ora diventata A2A
La gestione. Il business pian del Musil dice che la gestione costerà 1565.000 euro all'anno (comprese le sedi di
Rodengo Saiano, S. Bartolomeo e Cedegolo). Sono previsti ricavi per 865mila euro (biglietti, progetti, affitto
spazi, sponsorizzazioni), 365mila euro dai ministeri della Ricerca e dei Beni culturali, 115 mila euro da enti e soci
fondatori, 40mila euro da privati, imprese e singoli cittadini

BRESCIAOGGI, 2 LUGLIO 2010

Piancamuno. Il dramma di Sellero: un paese ammutolito
di Paolo Morandini

L’autopsia sulla salma è stata effettuata ieri, e bisognerà attendere stamane perchè la magistratura conceda il
nulla osta alla sepoltura, e permetta il rientro a casa del corpo di Francesco Luigi Brina, l'autotrasportatore di 40
anni residente a Piancamuno che mercoledì, a Sellero, è stato ucciso da un carico che stava movimentando. Con
Brina sono salite a 28 le morti bianche registrate in Lombardia nei primi sei mesi dell'anno. Una realtà che
ovviamente non lascia indifferenti i sindacati: oggi alle 14, le delegazioni camune incontreranno la proprietà
dell'azienda teatro del dramma; la sellerese « Riva Acciai». Stando alla prima ricostruzione dei carabinieri di
Cedegolo, mercoledì attorno alle 14,30 Francesco Brina, contitolare della società di trasporti «Site» di Ceto, stava
caricando fasci di putrelle nel reparto spedizioni del laminatoio della Riva Acciai. E forse a causa di un guasto
del carro ponte utilizzato, un gruppo di pezzi d'acciaio del peso di circa 30 quintali si è staccato e ha centrato
l'autotrasportatore, che si trovava tra il carico e il pianale dell'autotreno. La vittima (probabilmente il funerale
verrà celebrato domani pomeriggio) lascia nel dolore la moglie Paola Federici e due bimbi di 6 e 4 anni.


BRESCIAOGGI, 2 LUGLIO 2010

Ambiente. Operazione montagna pulita: nei rifugi si torna
al riciclaggio
di Luciano Ranzanici

La prima edizione dell'operazione era stata attuata nel 2006 grazie ai finanziamenti europei sull'«Obiettivo 2», e
da allora non ci si è più fermati, realizzando una campagna civica e ambientale fondamentale. Così, anche in
questa estate le 25 strutture ricettive in quota presenti nel territorio del Parco dell'Adamello saranno coinvolte nel
progetto «Rifugi differenti»: il piano di smaltimento (a valle) e raccolta differenziata dei rifiuti che si accumulano
in montagna anche con l'uso dell'elicottero.
La nuova campagna ecologica è stata presentata ieri nella sede della Comunità montana della Valcamonica
dall'assessore al Parco dell'Adamello Elena Broggi, dal presidente di Assorifugi Lombardia Gino Baccanelli (che
gestisce pure il rifugio Tita Secchi) e da Francesco Garatti, presidente di Vallecamonica servizi: la multiutility

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territoriale curerà la raccolta differenziata e lo smaltimento con i propri veicoli, mentre nella dozzina di rifugi non
raggiungibili dai mezzi motorizzati, i rifiuti saranno rimossi dall'elicottero a chiusura della stagione.
«Questo progetto, anche grazie alla collaborazione dei nostri comuni, ha fatto fin qui segnare crescenti consensi -
ha ricordato l'assessore Broggi -, pari al grado di educazione e di civiltà che stanno dimostrando le persone che
salgono ai rifugi. E in futuro non potrà che continuare».
Garatti si è riferito a «Rifugi differenti» partendo dal basso, dalle scuole, nelle quali è stata svolta una campagna
informativa propedeutica, per poi ...salire, avendo Vallecamonica servizi provveduto a formare i rifugisti sul
tema della differenziazione e sugli strumenti per ridurre la produzione di scarti. Il presidente della spa ha anche
descritto le altre azioni avviate a livello divulgativo, dalla posa di cartelli informativi alla sensibilizzazione dei
turisti, sempre nel campo della promozione di comportamenti virtuosi in montagna é non solo. Infine, Garatti si è
soffermato su un altro aspetto dell'attività in questo campo: «Ci sarà un incremento del servizio e dei punti per il
riciclaggio nelle principali vallate laterali del parco, e partirà uno smaltimento straordinario degli scarti che nei
decenni sono stati accumulati in alcuni siti». Infine Gino Baccanelli: «Crediamo nel progetto, perchè questo è un
problema serio per l'ecosistema montano. Stiamo gradualmente riducendo la quantità prodotta e riciclando. Certo,
per ora è difficile solo pensare di educare i turisti a riportare a valle i residui. Noi intanto ci siamo impegnati
anche a ripulire i sentieri che conducono alle nostre strutture


BRESCIAOGGI, 2 LUGLIO 2010

Cividate. Mercanti e pellegrini: un viaggio nel viaggio
di Paolo Morandini

Si intitola «Viaggiatori mercanti e pellegrini» (originale convegno che terrà banco domani e domenica a Cividate
Camuno, nella cornice di casa Malaguzzi. Patrocinato da Comune e Pro loco, Bim, Comunità montana e Distretto
culturale, aprirà una finestra su un mondo affascinante appartenente solo in parte a un'epoca lontana. Ospitato nel
cinquecentesco palazzo del centro storico, in via Laffranchini 37, il seminario fa seguito ad altre giornate di
studio, tra le quali ricordiamo quella del luglio scorso dedicato alla statua romana rinvenuta in paese, e al 27esimo
convegno sulla «ricerche Templari» dell'autunno scorso. «È il viaggio con i suoi protagonisti, viaggiatori,
mercanti e pellegrini - spiegano Silvia Malaguzzi e Anna Giacomini, organizzatrici dell'appuntamento - il tema
alla base della terza edizione delle giornate di studio in casa Malaguzzi. Nell'ambito di questa iniziativa, dodici
relatori presenteranno i loro studi sulla storia del viaggio come fattore di conoscenza e di progresso, legato a un
specifica vocazione della Valcamonica. Se ne parlerà tra gli altri con la scrittrice Paola Giovetti, con il docente e
antropologi Massimo Centini e con Luciano Arcella,docente di Storia delle religioni. Tutti impegnati ad
analizzare il viaggio nella letteratura e nella storia, come momento di cambiamento, di crescita e di passaggio».
L’inizio dei lavori è fissato alle 10 di domani.


BRESCIAOGGI, 2 LUGLIO 2010

Laghi di Valcamonica, il libro-bibbia fa il bis
di Lino Febbrari

A dodici anni dall'uscita della prima e ormai introvabile edizione, da fine giugno, in tutte le edicole e le librerie
(il prezzo è di 30 euro ) si può trovare il volume di grande formato «Laghi alpini di Vallecamonica». Lo edita la
Momaeditrice di Bergamo, e si tratta di una bella pubblicazione di 232 pagine patinate, arricchite da 228
fotografie, dalla minuziosa descrizione di 50 itinerari e da 16 cartine esplicative.
A convincere Diego Comensoli, edolese, docente di Chimica analitica e di biotecnologie negli istituti superiori,
della necessità di rimettere mano alla sua opera originaria sono state soprattutto le nuove sorprendenti scoperte
fatte negli ultimi tre-quattro anni in seguito al ritiro dei ghiacciai. Un fenomeno che ha portato alla luce nuovi
splendidi e finora sconosciuti bacini lacustri d'alta quota.
Per estensione e posizione il più interessante tra quelli emersi da sotto i ghiacci è quello ai piedi del Pisgana
(Pontedilegno), che con i suoi quasi 400 metri di lunghezza è balzato ai primi posti nella classifica dei più grandi


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della Valcamonica. C'è poi da registrare la nascita di un bacino a oltre 3.100 metri: battezzato Monticello, è stato
scoperto l'anno scorso da Comensoli sulle pendici meridionali del gruppo Ortles-Cevedale.
«Non si tratta di un semplice "riveduto e corretto" o di una rinfrescata grafica - premette l'autore illustrando la sua
fatica letteraria-. È invece un consistente aggiornamento e arricchimento, specialmente nella parte riguardante le
illustrazioni. Con in più le aggiunte dovute agli stupefacenti ritrovamenti di nuovi laghi, che portano a 163 il
numero totale. Nuovo è anche il capitoletto, curato da Gianbattista Nardi,sulle sue recenti pionieristiche ricerche
sui poco noti molluschi bivalvi che vivono i bacini d'alta quota».
Nel volume lo scrittore edolese ha introdotto molte informazioni completamente inedite e documentazioni
fotografiche mai pubblicate prima. Gli stessi itinerari, grazie alla tecnologia satellitare, hanno subito aggiunte e
aggiornamenti, così come le mappe, i rifugi, le tabelle e i grafici. E il caso di uno specchio d'acqua tra i più facili
da raggiungere. «Il lago del Mortirolo, nel territorio di Monno, è uno dei più belli della Valcamonica - conclude
-. Anche questo è di origine glaciale, e con tutti gli altri rappresenta un patrimonio da tutelare e valorizzare».
Gli invasi alpini, grandi o piccoli che siano, nascono e scompaiono frequentemente per gli eventi naturali dovuti
soprattutto alle variazioni climatiche. E per seguirne l'evoluzione Comensoli ha realizzato un sito internet al quale
si può accedere digitando www.montagnedivalcamonica.it.


BRESCIAOGGI, 2 LUGLIO 2010

Il processo. Strage, rammarico di Milani per la scelta di
Delfino di tacere
di Wilma Petenzi

Lex generale dei carabinieri Francesco Delfino, imputato nel processo per la strage di piazza della Loggia, ha
scelto di non sottoporsi all'esame davanti alla corte d'assise, preferendo tacere.
La scelta è stata ufficializzata nell'udienza di martedì dal legale difensore, l'avvocato Stefano Forzavi, quando è
terminato il lunghissimo esame di Maurizio Tramonte, imputato insieme a Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e
Pino Rauti. Proprio tramonte ha ritrattato (ma l'aveva già fatto nel 2002) tutte le accuse che aveva in precedenza
lanciato contro l'ex generale dei carabinieri.
La scelta di non rispondere alle domande dei pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni e degli avvocati
diparte lascia molta amarezza in Manlio Milani, presidente della Casa della Memoria e parte civile al processo.
Milani affida la sua amarezza a una nota: « Lex generale dei carabinieri Francesco Delfino ha scelto di evitare il
confronto pubblico sull'intera vicenda di piazza Loggia e per la quale, nel 1974, condusse le indagini in prima
persona - scrive -. Scelta legittima e incontestabile sul piano giuridico; ma era troppo chiedere a un rappresentante
delle istituzioni di così alto livello di dare spiegazione pubblica e convincente dei suoi comportamenti in ordine a
una vicenda, ancora totalmente impunita, che ha messo in discussione le istituzioni democratiche del Paese anche,
ripeto, da lui rappresentate?». Per Milani resta solo un'amara considerazione: «C'è chi piange (fa riferimento a
Maurizio Tramonte quando ha ricordato il dolore causato alle persone a lui vicine e a quelle coinvolte dalle sue
accuse, senza accennare ai familiari delle vittime, ndr) e chi si rifiuta di dare spiegazioni pubbliche. Il resto - le
vittime della strage, la città colpita, la trasparenza delle istituzioni - sembra semplicemente non esistere».


GIORNALE DI BRESCIA, 2 LUGLIO 2010

Esistono solo lacrime e silenzi. E le vittime?
di Pierpaolo Prati

Da un lato le lacrime di Maurizio Tramonte, l'imputato cui si deve l'apertura della pista veneta. Dall'altro l'assenza
di Francesco Delfino, il capitano dei carabinieri che diresse le prime indagini.
Manlio Milani, presidente dell'associazione Familiari delle vittime di piazza Loggia, sottolinea attraverso un
comunicato come il diverso atteggiamento dei due imputati non faccia altro che mettere in luce, una volta di più,
come «il resto - le vittime, la città ferita, la trasparenza delle Istituzioni - sembri non esistere». Milani parte dalle
lacrime versate dal primo nel corso dell'udienza del 17 giugno scorso. Dalla commozione scivolata nel pianto di
quando Tramonte ha ricordato il male che ha fatto alle persone a lui vicine e a quelle coinvolte dalle sue false
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accuse. «Dolore - scrive il presidente dell'associazione dei Famigliari - che, a suo dire, starebbe alla base delle sue
ritrattazioni. Non voglio giudicare la sincerità o meno di questo suo percorso di ravvedimento - prosegue - ma
solo sottolineare la sua risposta alla domanda dell'avvocato di parte civile Alessandro Magoni. Quando questi gli
ha chiesto se alle vittime, ai loro famigliari, al peso delle sue dichiarazioni ci avesse mai pensato lui ha risposto di
averlo fatto, di aver letto che non avere una memoria condivisa sulla strage è come permettere ai loro autori di
ballare sulle tombe delle vittime. Era la prima volta che lo diceva o per dirla con le parole dell'avv. Magoni
"Stranamente non l'aveva mai detto prima"». Quanto alla scelta dell'ex capitano dei carabinieri Francesco Delfino
di rinunciare all'esame, Milani si pone una domanda. «Così facendo ha evitato il confronto pubblico sull'intera
vicenda di piazza Loggia per la quale nel 1974, condusse le indagini in prima persona. Scelta legittima e
incontestabile sul piano giuridico - dice il presidente dell'associazione Famigliari delle vittime di piazza Loggia,
che poi si chiede - ma era, è, troppo chiedere ad un rappresentante delle Istituzioni di così alto livello di dare
spiegazione pubblica e convincente dei suoi comportamenti in ordine ad una vicenda, tuttora totalmente impunita,
che ha messo in discussione le Istituzioni democratiche del Paese anche, ripeto, da lui rappresen-tate? Amara
constatazione: c'è chi piange e chi si rifiuta di dare spiegazioni pubbliche».


GIORNALE DI BRESCIA, 2 LUGLIO 2010

Piancamuno, quella casa senza papà
di Francesco Ferrati

Incredulità e cordoglio alla Beata, frazione di Piancamuno, per il dramma che ha colpito la famiglia Brina e
l'intera comunità, dove Francesco viveva con la moglie Paola Federici ed i due figli di 6 e 4 anni. Una famiglia
molto conosciuta e stimata quella dei Federici, da due generazioni imprenditori nella logistica dei trasporti,
titolari della ditta «Site Srl» con sede a Ceto. L'appartamento nella casa dei suoceri in via 25 Aprile, sulla
provinciale, presto sarebbe tornato libero poiché nel terreno accanto Francesco Brina stava costruendo la nuova
abitazione. La morte accidentale di mercoledì pomeriggio alla «Riva Acciaio» di Sellero del 40enne camionista
non trova spiegazione e sono in tanti a piangerlo in queste ore.
Per tutta la giornata il luogo di residenza è stato meta incessante di parenti ed amici per dare conforto alla
famiglia, mala salma non ha ancora fatto ritorno a casa, in quanto sottoposta ieri ad autopsia per disposizione
dell'autorità giudiziaria. Anche don Vittorio Brunello, guida della parrocchia di Santa Maria e della comunità di
Gratacasolo (Pisogne), in mattinata si è recato all'abitazione ed attende di sapere quando sarà possibile fissare la
data del rito funebre. Quelle barre pesanti di ferro cadute durante una normale operazione di carico nel magazzino
del reparto laminatura, appaiono come maledette e non c'è ancora una versione attendibile e certa su come sia
potuta succedere la tragedia. Intanto è confermato per oggi pomeriggio alle 141'incontro dei sindacati e delle
rappresentanze aziendali con i dirigenti della «Riva Acciaio», per confrontarsi sull'efficacia delle misure di
sicurezza adottate all'interno dello stabilimento siderurgico. Per Franco Ballerini, segretario generale dei
metalmeccanici della Cgil camuno-sebina, «è necessario chiarire che cosa sia andato storto e se era in qualche
modo possibile evitare il dramma. Il sindacato è fortemente impegnato per la sicurezza sul lavoro».


GIORNALE DI BRESCIA, 2 LUGLIO 2010

Esine. Lucefin, coesione per crescere
di Alessandro Cheula

Il gruppo Lucefin di Esine applica in azienda, facendone un imperativo, lo slogan «Coesione per crescere»,
proposto per l'economia italiana da Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. Col risultato di aver
investito 11,2 milioni nel 2009, l'anno peggiore della crisi, di cui 5 milioni nella produzione dei trafilati a freddo
dell'acciaio e 4,4 milioni nelle strutture commerciali e logistiche.
Investimenti come terapia. Investimenti come terapia e antidoto contro la crisi, nonostante il fatturato calato da
224 a 121 milioni, di cui il 40% all'estero in 40 Paesi, e l'utile netto passato da 15 a 4,9 milioni, dopo tasse per 1,8
milioni e ammortamenti pieni per 4,6 milioni. Tutto con il coinvolgimento degli istituti di credito, che nel caso di
specie non sono solo finanziatori ma partner finanziari. Investimenti non solo nella siderurgia dei trafilati a

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freddo, compreso quelli inox con l'acquisizione della Trafitec di Milano che si affianca a Trafilix e Tre Valli
Acciai di Esine e Trafilczech di Kladno in Repubblica Ceca (un esempio di internazionalizzazione).
Ma investimenti (28 milioni nell'esercizio precedente, il 2008) anche nella logistica lungo il Corridoio 5 dell'Alta
Velocità (Crescentino nell'ex area Fiat da 500mila metri quadrati dove sorgerà il primo impianto italiano per la
produzione di bioetanolo, e Orbassano su 24mila metri quadrati), nell'automazione industriale (Matters e Prae),
nelle fonti rinnovabili dell'energia elettrica (Selca) e del fotovoltaico (Comet) di ultima generazione (films di
silicio amorfo). Infine nella comunicazione sistemica, ma sarebbe il caso di dire «scientifica» per la metodica di
cui si avvale, con la società Parlotriplo.
Comunicazione sistemica. Un esempio di riuscita comunicazione il gruppo Lucefin di Esine l'ha dato ieri mattina
presentando al Castello Oldofredi di Iseo il bilancio consolidato 2009. Il fondatore e presidente, Luigi Buzzi, in sala
tra gli invitati; al tavolo dei relatori il figlio Giorgio con quattro manager: Alberto Berlinghieri per la finanza,
Massimo Sperto per la comunicazione, Germano Fedriga per l'amministrazione, Paolo Rossini per il commerciale.
Ne è uscita un'illustrazione vivace insieme puntuale non solo delle cifre ma anche della «cifra», ovvero la filosofia
aziendale. Tra le prime quasi 100 milioni di patrimonio netto, più 17 milioni di obbligazioni dei soci, che coprono
106 milioni di immobilizzi tecnici; 54 milioni le partecipazioni finanziarie e 241 milioni il capitale investito (mezzi
propri per 117 milioni e mezzi altrui, le banche ossia la posizione finanziaria netta, per 124 milioni).
Prospettive 2010? «L'esercizio è partito bene - ha detto Luigi Buzzi, dopo aver ringraziato Adele Bonfadini,
responsabile dei rapporti con le banche - con un incremento dei volumi del 44%; stiamo tornando ai livelli del
2007, non del 2008 perchè quello è stato un esercizio anomalo per la sua eccezionalità». Mala parte più efficace
del discorso di Buzzi è stato l'omaggio alla nuova figura dell'imprenditore. «Il grande industriale di una volta,
figura benemerita, è finito, da solo non ce la fa più, ciò che serve è il gruppo manageriale». E la sua difesa nei
confronti delle banche. «Devono passare da meri finanziatori a partner finanziari, saper valutare non solo i
numeri ma l'imprenditore, le cui capacità e complessità non sono riducibili alle sole cifre, per quanto importanti:
noi imprenditori, quando veniamo equiparati ai numeri o incapsulati nelle cifre, credetemi, ci sentiamo umiliati».
Ma, sopratutto, «le banche devono credere nell'impresa e aiutare l'imprenditore meritevole». Il passaggio del
testimone al figlio Giorgio e ai suoi manager, non ancora formalizzato, può dirsi ormai un fatto compiuto. A
conferma del fatto che la struttura familiare può interagire con la cultura manageriale. Coesione per crescere.


GIORNALE DI BRESCIA, 2 LUGLIO 2010

Cantieri Riva, cigs in frenata. Ma gli esuberi sono
confermati
Frena il ricorso alla cassa integrazione straordinaria ai cantieri nautici Riva di Sarnico (gruppo Ferretti), dove
sono occupati 174 addetti. Secondo quanto comunicato dall'azienda ai sindacati, nei prossimi giorni rientrerà al
lavoro il personale attualmente coinvolto dalla cigs e torneranno a Sarnico circa 20 addetti che si erano
volontariamente trasferiti a La Spezia e Forlì. La cassa straordinaria è comunque attiva fino a gennaio e, in
autunno, potrebbe essere utilizzata per il 30% degli addetti. Restano comunque confermati gli esuberi dichiarati
dall'azienda: saranno 50 a Sarnico e 50 a La Spezia ed è già aperta la procedura di mobilità su base volontaria con
incentivi all'esodo. Inoltre, prosegue il programma di ristrutturazione che prevede l'accentramento degli uffici
tecnici e amministrativi a Forlì, con conseguenze anche per il sito di Sarnico. Il futuro occupazionale dei cantieri
resta quindi incerto e i sindacati esprimono preoccupazione.


GIORNALE DI BRESCIA, 2 LUGLIO 2010

Sellero. Lavoro offresi per i ragazzi
Il Municipio di Sellero, come da qualche anno a questa parte, offre la possibilità ad alcuni studenti di effettuare
un breve periodo lavorativo e guadagnarsi qualche soldo durante le vacanze estive. Per mettere al bando ozio e
noia, l'Amministrazione ha indetto una selezione per alcuni stage rivolta a ragazzi e ragazze d'età compresa tra i
16 e i 18 anni. I giovani saranno affiancati dal personale del Comune e svolgeranno lavori di manutenzione del
patrimonio municipale, tra impieghi d’ufficio e sul territorio. L'esperienza permetterà agli studenti di conoscere

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la realtà sellerese e le attività portate avanti dalla Pubblica amministrazione. Come detto, per evitare
complicazioni, ai ragazzi è garantita l'assicurazione contro terzi e contro gli infortuni. Gli interessati a
partecipare allo stage estivo sono invitati a presentare domanda in carta semplice entro le 12 del 10 luglio (il
modello è ritirabile presso gli uffici comunali).


GIORNALE DI BRESCIA, 2 LUGLIO 2010

Società pubbliche, rinnovi in attesa
di Giuliana Mossoni

Il 30 giugno 2010 doveva essere per la politica camuna un po' come il 2012 del mondo: non si sa bene cosa, ma
qualcosa di sconvolgente doveva accadere. Cambiamenti, stravolgimenti, novità. Invece a oggi, 2 luglio 2010, nulla
è successo. Le cose non sono comunque statiche. La strada era stata segnata lo scorso autunno, al momento della
nomina dei due presidenti degli enti sovraccomunali: il percorso di rinnovo dei vertici delle società pubbliche
doveva concludersi entro il 30 giugno, con l'azzeramento delle cariche per ripartire con uomini nuovi (non tutti) e
nuove ripartizioni. «Lavori in corso», verrebbe da dire, sulle strade della politica camuna d'inizio luglio. Molte
davvero le questioni aperte. Partiamo da un dato: il nuovo assetto dovrebbe assegnare al centrosinistra (Pd) le
presidenze del gruppo Valcamonica Servizi (Vcs, il posto più ambito), di Secas, Integra e Vcs Vendite; al
centrodestra (Pdl) andrebbero Valcamonica Servizi, la new co che si creerà con A2A, la conferenza dei sindaci e,
soprattutto, la presidenza della riunificata azienda sociale. Tante le complicazioni: nell'assemblea di lunedì del
gruppo Vcs il presidente della Comunità montana avrebbe chiesto al suo omologo della holding, Piero Morandini,
di dimettersi, ma ciò non è accaduto.
La soluzione potrebbe essere quella di far rimettere le deleghe al cda, ma sono più d'uno i consiglieri che prima
vogliono «rassicurazioni» sul loro futuro. Nel frattempo, il nuovo presidente Pd in pectore (si fa il nome di
Sandro Bonomelli) procede nel suo lavoro. Per Secas, che oggi ha il cda per il rinnovo delle cariche, pare
scontata la conferma di Walter Sala, che annuncia «stravolgimenti» nella struttura. Più problematica l'azienda
unica dei servizi sociali: l'assessore di partita della Comunità Elena Broggi sostiene che «si stanno creando le
condizioni per la riunificazione», ma nel frattempo le attività proseguono separate. Il Comune di Cividate è uscito
da Dimensione sociale per rientrare nell'Azienda territoriale (perché farlo, visto che a breve dovrebbe esserci una
sola realtà?) e la società di Breno sta inviando in molti Comuni la sua offerta di servizi per i prossimi cinque anni.
Nel gioco rientra anche 1'incubatore di Cividate, la «creatura» del presidente Bim Franco Gelfi, pronto da due
anni ma non ancora aperto. La scelta per la gestione parrebbe quella di creare una nuova società (formata al
50% dal Bim e il resto in parti uguali da Provincia e Comunità, senza il Comune), ma non tutti la condividono,
soprattutto in casa Pd. Si va comunque avanti: a metà mese in Consiglio provinciale potrebbe essere portata la
delibera di costituzione della società «Impresa e territorio» e lo stesso potrebbe avvenire a fine luglio
nell'assemblea del Bim.
Le difficoltà più grosse sono interne al Pdl, che non riesce ad accordarsi su nomi e spartizioni. Molto dipenderà
dalla posizione del Comune di Darfo, indisponibile su varie questioni, a partire dall'azienda sociale (a lui
spetterebbe il nome del nuovo presidente) e dagli equilibri tra i sindaci, che non sono sereni (si vocifera di
incontri di fuoco). Terzo incomodo 1'Udc, che rivendica una presidenza (o un assessore al Bim) per ragioni di
numeri: non essendo il centrodestra compatto, le mani dell'Udc sono più pesanti nel determinare gli equilibri
(senza dimenticare che il partito perde la poltrona di Pietro Bertelli, oggi alla guida dell'Azienda sociale).
Insomma, i tempi non sono maturi: il Pdl chiede di aspettare, il Pd vuole andare avanti. In più, ci mette lo
zampino la manovra finanziaria, che azzera i compensi agli amministratori (quindi alcune poltrone potrebbero
diventare meno appetibili) e costringe i Comuni a dismettere le partecipazioni.

GIORNALE DI BRESCIA, 2 LUGLIO 2010

Piancogno. Un Pgt in tre mosse
di Sergio Gabossi

Missione: ampliare la zona industriale, riproporre i vecchi piani nel residenziale, tutelare e incentivare le attività
vitivinicole. Ma soprattutto, risolvere il nodo-viabilità di via Donizetti nella frazione di Cogno. Il «misterioso»

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Piano di governo del territorio di Piancogno prende forma. Ma solo a metà. «Il prossimo lunedì verrà convocata
la commissione urbanistica e comunque entro fine anno arriveremo all'approvazione», taglia corto il sindaco Elio
Tomasi. Una risposta che non convince la minoranza «Uniti per Piancogno» che ironizza: «Nell'ultimo Consiglio
comunale avevano garantito che la commissione si sarebbe riunita entro il 31 maggio: peccato che sia passato
anche il 30 giugno...»; è il commento di Virginia Bruna. Che prosegue: «L'unica cosa certa è che il Pgt non
l'abbiamo ancora visto e nessuno ci ha mai coinvolto nella discussione».
Nell'ultimo Consiglio comunale il divorzio si è consumato in maniera plateale: da qui fino alle prossime elezioni
(aprile 2011) i cinque esponenti dell'opposizione hanno promesso che lasceranno il banco vuoto e siederanno in
mezzo al pubblico in segno di protesta anche per il mancato coinvolgimento nella discussione del Piano. «Non
c'era ragione di sollevare un polverone così - spiega un Tomasi versione-pompiere -. Mi auguro che, per il bene
della vita ammini-strativa, i colleghi possano rientrare». Disgelo (?) da Bruna: «Se c'è da discutere siamo pronti a
farlo. Se la maggioranza tende la mano l'importante è che non la ritiri più».
Ma a che punto siamo col Pgt? «Stiamo lavorando sulla Vas - spiega Silverio Antonini, vicesindaco e responsabile
dell'Ufficio tecnico -. Sui contenuti dobbiamo ancora discutere, ma una delle priorità è sicuramente l'intervento per
migliorare la viabilità lungo via Donizetti a Cogno». Prende quota la convinzione che «il problema si potrà risolvere
solo creando un nuovo collegamento verso Cividate Camuno». I primi incontri col neo sindaco Damiola avrebbero
dato esito positivo: la nuova strada partirà sulla curva appena oltre il passaggio a livello e dovrà necessariamente
transitare tra il Fiume Oglio e la ferrovia. «Il problema è che c'è un punto in cui il fiume disegna un'insenatura e
sfiora la ferrovia - spiega Antonini -. Qui si dovrà intervenire sull'argine per restringere il letto del fiume e
consentire il passaggio della strada». A tal proposito, l'Aipo avrebbe già messo a bilancio 150mila euro come primo
impegno alla realizzazione dell'opera.
Viabilità a parte, tra le questioni legate al Pgt c'è anche la ricerca di una nuova zona industriale alternativa e
complementare a quella del Vanzolino. L'amministrazione Tomasi avrebbe già messo gli occhi su una fascia
verde che si trova alle spalle del cimitero di Piamborno e che corre parallela al Fiume Oglio collegandosi con la
frazione di Angone. I circa 70.000 metri quadrati su cui far nascere la nuova area artigianale potrebbero essere
ricavati qui. In ambito residenziale, il sindaco spiega che «ripresenteremo le aree bocciate in Regione Lombardia
e stralciate dall'ultimo Pgt». Dal cemento al verde dei vigneti che, visto il grande sviluppo degli ultimi anni, va
tutelato. Insieme ai numerosi imprenditori agricoli. Anche il vino ha il suo perché.


GIORNALE DI BRESCIA, 2 LUGLIO 2010

Alpeggi, un aiuto dalla Regione
di Giuliana Mossoni e Carlos Passerini

Un assegno sostanzioso: circa due milioni e mezzo di euro che finiranno nelle casse dei comuni montani. A quale
fine? Lo dice il nome stesso della «causale»: «Programma di Sviluppo Rurale 2007-2013». Nome in codice: Psr
(è la sigla, tutto qua). Si tratta di uno strumento ispirato dall'Unione Europea rivolto ai cosiddetti «territori non
urbanizzati». Alla base del Psr c'è in sostanza l'incremento della competitività del sistema produttivo agricolo-
montano, che passa attraverso la promozione, la tutela e la valorizzazione dell'ambiente. In tutto, come detto, in
provincia di Brescia arriveranno due milioni e mezzo di euro, «ufficializzati» nei giorni scorsi dal bollettino della
Regione Lombardia. Quattrini che verranno destinati alla cosiddetta misura «323 C» del Piano di sviluppo rurale,
misura che riguarda la «Salvaguardia e valorizzazione degli alpeggi». La maggior parte di questi contributi
andranno in Valcamonica, quasi un milione e 400mila euro. In Valtrompia arriveranno 677mila euro, in Valsab-
bia 237mila, sul Sebino 140mila, sull'Alto Garda «solo» 54.400.
Il periodo giusto... Riflettori puntati sulla Valcamonica, quindi, che dimostra una volta di più una certa «abilità»
a livello progettuale. Dopo i tanti milioni arrivati in Valcamonica dal 2001 a oggi per sistemare le malghe (lo
scorso anno una pioggia dl quasi 2,8 milioni di euro è scesa su 21 alpeggi), anche quest'anno, grazie all'istruttoria
delle domande messa in atto in primavera dalla Comunità montana, per altre baite camune ci sono buone nuove.
Una notizia che sembra giungere «a fagiolo», visto il periodo. Periodo in cui non è insolito incontrare greggi di
pecore o mandrie di mucche che «vanno in vacanza» in alpeggio: è la transumanza. Ieri come oggi, al momento
giusto gli animali raggiungono gli alpeggi per la stagione estiva, dove l'erba è più buona e quindi il latte munto
più saporito (e, di conseguenza, i formaggi più gustosi).
È il periodo giusto, dicevamo, per ricevere notizie come questa: la Regione ha assegnato nuovi finanziamenti
proprio per gli alpeggi. In cinque Comuni della Valcamonica (Niardo, Monno, Ceto, Berzo Inferiore e Darfo)

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voleranno come detto quasi 1,4 milioni per la sistemazione di una decina di alpeggi (a fronte di 'una domanda per
interventi di 1,7 milioni). Ma non è tutto qui: per le altre domande istruite positivamente ma non finanziate
(Edolo, Corteno, Borno, Breno, Malonno, Vione, Cimbergo e Incudine), c'è un'elevata possibilità che entro fine
anno ci sia un nuovo riparto di fondi. Mentre i lavori per sistemare gli alpeggi con i soldi ricevuti lo scorso anni
sono tuttora in corso, per i nuovi finanziati è il tempo della progettazione definitiva e degli appalti: le opere,
presumibilmente, partiranno nella primavera del 2011 (in quota non si può lavorare durante l'inverno). La novità
rispetto al passato è che la Regione ha finanziato «più volentieri» le ristrutturazioni che prevedevano anche
«recuperi e valorizzazioni multifunzionali», vale a dire che - oltre all'alpeggio in senso stretto - si interviene
anche su strutture per 1'accoglienza turistica, per la didattica e la sentieristica.
Non solo mucche: c'è il turismo. Vediamo nel dettaglio come saranno spesi i soldi in Valcamonica. A Niardo
sono due le baite interessate: Ferone E Stabio, dove sarà costruita una nuova area d'accoglienza (una sorta di
bivacco notturno per ospitare i turisti) e uni attrezzata all'esterno per i picnic. Due le malghe anche a Monno,
Andrina e Varradega, dove saranno realizzate diverse opere, tra cui la costruzione d uno spaccio aziendale e di
una struttura d'accoglienza. A Ceto arriveranno soldi per le malghe Monoccola, Dois e Listino; qui sarà costruito
un sentiero escursionistico che collega gli alpeggi.
Finanziamenti a Berzo sulla malga Piazzalunga e sulla Stabicò. Infine la Guccione di Darfo potrà finalmente
interrare l'elettrodotto e formare un'area attrezzata per i turisti. Si delinea una nuova vita per gli alpeggi: non più
solo luoghi per il ricovero estivo degli animali o per l'acquisto di prodotti genuini, ma anche località dove
trascorrere qualche giorno a contatto con la natura. quella un po' più selvaggia.


GIORNALE DI BRESCIA, 2 LUGLIO 2010

Un buon rifugio è tale con buoni rifugisti
di Giuliana Mossoni

Crederci al punto d'andare avanti anche se i finanziamenti sono finiti. Dovrebbe essere la regola, purtroppo è
l'eccezione. Non per il progetto «Rifugi differenti» di Valcamonica Servizi (Vcs) e del Parco Adamello che,
attivo dal 2006, ha scelto di continuare anche per quest'anno, nonostante i fondi Obiettivo2 (che aveva permesso
d'avviare l'iniziativa) siano esauriti. Per la prossima estate, quindi, si prosegue con la differenziata in quota e con
l'elicottero messo a disposizione dalla Comunità montana pronto a portare a Valle i rifiuti a fine stagione. In una
sorta di linea educativa dal basso verso l'alto, che impone a molte famiglie di separare in casa gli scarti e di fare
lo stesso in 25 strutture alpine del Parco, il progetto prevede formazione e informazione e anche smaltimenti in
quota e a valle.
Formazione sui rifugisti, dicevamo, soprattutto su come diminuire la produzione di scarti nelle loro strutture, e
sugli escursionisti, ai quali viene chiesto di riportare a casa «la merce» a fine giornata. Per favorire questa «buona
prassi», Vcs e i Comuni garantiscono la presenza di cassonetti alla partenza degli itinerari. In quota, invece, oltre
alla differenziata, si punta a incrementare i punti di raccolta nelle vallette laterali e alla «bonifica» di alcuni siti,
dove nei decenni è stato abbandonato «di tutto». Quanto a fine stagione «resta su» da smaltire, viene prelevato
dall'elicottero, depositato al centro di smistamento di Cevo e quindi inviato alle isole ecologiche.
Se per Elena Broggi, assessore al Parco, il progetto è «interessante perché consente di difendere la montagna nei
suoi vari aspetti e va portato avanti», per Francesco Garatti, presidente di Vcs, si tratta di un servizio «di cui la
società si è fatta carico per tenere pulito il territorio e, quindi, favorire anche il turismo. Trovare sporcizia in
quota fa inorridire ancora di più che per strada». Per Gino Baccanelli, che da vent'anni gestisce il rifugio Tita
Secchi, è tutta una questione d'educazione, perché «la gente non capisce che comunque non si devono lasciare i
rifiuti in montagna, perché portarli a valle costa e perché in quota i tempi di smaltimento triplicano». Grazie al
progetto, la situazione è migliorata così come (impegno dei gestori, che raccolgono l'immondizia nei dintorni
delle strutture e sui sentieri. Per un ambiente un po' più pulito, serve davvero lo sforzo di tutti.




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IL MANIFESTO, 2 LUGLIO 2010

Pomigliano. Una sola voce solidale: «Non saremo schiavi»
di Francesca Pilla

Melfi noi siamo già stati vittima di un accordo separato, solo la Fiom non ha firmato, Uilm e Fim invece ci hanno
venduto; siamo diventati una nemico, poi sono state licenziate 82 persone su 173, naturalmente tutta la Fiom è
stata messa fuori, ma tra noi c'erano anche tanti padri di famiglia». Laura viene dalla Lasme, quell'indotto della
fabbrica Fiat modello della Lucania e del Sud, che nel nome della crisi viene smantellato pezzo pezzo e
delocalizzato. Si emoziona quando parla della perdita del bene più prezioso, il lavoro, perde il filo, tira il fiato e
ricomincia: «Noi siamo decisi a non arrenderci e sosteniamo Pomigliano, perché la loro battaglia è la nostra».
Nel cinema Gloria è uno scroscio di applausi, il caldo avvinghia la sala, ma non si arrenderanno certo davanti a
un po' di sudore. In più di 800 sono arrivati da tutta Italia, per portare solidarietà a questi operai, che se non
vengono definiti eroi, sono comunque motivo di orgoglio della categoria. «Noi a Termini Imerese dovremmo
avere un minimo di questo coraggio, quei 1.800 no mi hanno fatto sentire orgoglioso di appartenere a questa
organizzazione sindacale, l'unica che ancora difende i diritti degli operai». Azzaro, il giorno dopo il risultato del
referendum, è andato in fabbrica con la maglietta della Fiom, in quello stabilimento che secondo i piani Fiat
dovrebbe chiudere.
Le mura della sala sono tappezzate di striscioni solidali, «Siamo tutti di Pomigliano», «A occhio e croce con il
39% la Fiom ... tiene le palle»; alcuni anche ironici: «Senza cuore saremmo solo Marchionne». In platea si
ascolta e si commenta. Michele è seduto sulla scalinata perché le poltrone sono tutte occupate; arriva da Taranto
lavora all'Uva, l'acciaieria che dopo tante crisi ora è passata da 6 mila a mille cassaintegrati su 12 mila
dipendenti: «La Fiat ha sempre fatto storia per le condizioni di lavoro in tutto il paese, noi siamo con questi
operai che non hanno avuto scelta, tra pistola o cianuro, ma hanno dimostrato spalle larghe».
Dalle fabbriche più piccole alle multinazionali, i lavoratori hanno gli occhi puntati su Pomigliano. Per Davide della
Caterpillar di lesi (Ancona) «quello dei padroni è un atteggiamento illegittimo e inaccettabile, un'arroganza che si
vuole portare anche nei luoghi più stretti». Mauro Sciascia lavora alla Logos Spa di Bari, fa manutenzione per la
meccanizzazione dei servizi postali; spiega il terrore di vivere da precario, con le commesse in subappalto a
Finmeccanica e ritiene il testo di accordo della Fiat «uno scandalo, una deroga a tutti i principi costituzionali». Tra i
delegati anche Enzo Polimoro, della Fnsi Campania, in partenza per Roma dove parteciperà alla manifestazione
contro la legge bavaglio; sale sul palco e prende parola subito dopo il segretario Maurizio Landini: «Sembra di
essere a un'assemblea di 100 anni fa, siamo tornati indietro nel tempo, perché oggi vengono messi in discussione
diritti acquisiti da un pezzo». Polimoro ha quindi paragonato i giornalisti agli operai: «con la differenza che molti di
noi sono costretti a chinare il capo pur lavorando gratis, ma quello dell'editoria è e resta un mondo finanziato con
fondi pubblici. E allora dico giù le mani dai lavoratori dipendenti». Il microfono passa a una delegazione di migranti
ormai famosi, quelli di Rosarno; Abdullah Suleiman e Abdullaj Takiari, originari del Mali. Non parlano bene
italiano, così a fargli da portavoce ci pensa Kebe Amadou, che racconta la storia di chi pensava di avere in Italia un
futuro migliore e invece si ritrova schiavo. «Lavorano 14 ore per 25 euro - dice Amadou - ma a volte i soldi
nemmeno li hanno. Il governo gli aveva promesso un lavoro. 1 rifugiati nel Lazio stanno ancora aspettando e intanto
sono tornati nei campi di Puglia e Campania. Loro hanno avuto il coraggio di dire no in Calabria, per questo sono
vicini ai lavoratori di Pomigliano che hanno detto no all'accordo senza tutele». Molti operai sono in piedi, gli
applausi, le strette di mano, gli abbracci sono scambiati sotto quello striscione con le catene che i braccianti di
Rosarno guardano alzando la testa: «A lavoro, a scuola, a casa, senza diritti si è solo schiavi».

IL MANIFESTO, 2 LUGLIO 2010

Il documento Fiom: «Fiat rinunci alle pretese illegittime»
L'Assemblea delle delegate e dei delegati della FiomCgil del Gruppo Fiat, dei Grandi gruppi industriali e delle
aziende metalmeccaniche del Mezzogiorno ringrazia le lavoratrici e i lavoratori di Pomigliano per non essersi
piegati al ricatto della Fiat... condivide e sostiene la scelta della Fiom-Cgil di non sottoscrivere il testo imposto
dalla Fiat... perché contiene inaccettabili deroghe al Contratto nazionale, alle leggi in materia di tutela e salute e
sicurezza nei luoghi di lavoro, violazione del diritto di sciopero sancito dalla Costituzione e la volontà di mettere
in crisi i fondamenti della rappresentanza e della contrattazione collettiva. Le lavoratrici e i lavoratori di
Pomigliano vogliono continuare a produrre auto e chiedono alla Fiat di confermare gli investimenti per la nuova
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Panda, coniugando un più elevato livello di utilizzo degli impianti, di produttività e di qualità del prodotto con
una rigorosa applicazione del Contratto nazionale senza mettere in discussione i diritti, la dignità delle persone e
la nostra Costituzione. Se la Fiat vuole davvero ricercare il consenso delle lavoratrici e dei lavoratori di
Pomigliano e di tutte le organizzazioni sindacali, riapra su tali basi un vero tavolo negoziale che fino ad ora non
c'è stato. Vanno messe in campo tutte le iniziative utili a realizzare la difesa, l'innovazione e lo sviluppo delle
produzioni automobilistiche comprensive della componentistica e dell'occupazione senza chiusure traumatiche di
stabilimenti, come Imola e Termini Imerese [...] La Fiom è impegnata a sviluppare una iniziativa di livello
europeo [...] per evitare che i processi di riorganizzazione delle multinazionali siano costruiti sulla base della
contrapposizione tra stabilimenti e lavoratori... L'Assemblea assegna al Cc della Fiom il compito di definire un
piano di azione [...], fino alla necessaria iniziativa per la riconquista di un vero Contratto nazionale.

IL MANIFESTO, 2 LUGLIO 2010

La nuova classe operaia
di Loris Campetti

Una nuova classe operaia è entrata in gioco. Un paio di generazioni di giovani sta portando nelle lotte sindacali dei
metalmeccanici passione e determinazione, rafforzate da un prezioso senso di appartenenza nell'organizzazione di
cui si fidano. E si sono date una rappresentanza diretta nelle fabbriche con le stesse caratteristiche. 1 delegati e le
delegate della Fiom giunti da tutt'Italia nel luogo simbolico del conflitto, Pomigliano d'Arco, hanno una certezza:
tocca a noi giovani difendere le conquiste sindacali, civili e politiche che i nostri padri e i nostri nonni hanno
strappato con le lotte. La stagione è cambiata, quella delle grandi conquiste è alle loro spalle, oggi bisogna
difendersi da usa la crisi per far piazza pulita dei diritti e riportare tutto il potere nelle mani dei padroni, avendo a
mezzo servizio una politica subalterna. Si chiede il segretario Landini: «Ma in Parlamento, chi è in maggioranza e
chi all'opposizione?». Queste ragazze e ragazzi orgogliosi e combattivi di Pomigliano, degli altri stabilimenti Fiat,
dei grandi gruppi e delle aziende del sud sanno di vivere questa stagione, vedono che gli attacchi alla Costituzione
arrivano da tutte le parti, pensano che bisogna unificare le lotte e hanno in comune con i padri e i nonni la dignità.
Un concetto si traduce nel rifiuto di barattare il valore del lavoro con il valore dei diritti perché «il lavoro senza
diritti non ha valore».
«In fabbrica, in ufficio, a scuola, a casa senza diritti siamo solo schiavi», sta scritto nello striscione che fascia il
palco del cinema-teatro Gloria. Accanto un altro striscione: «La Panda per fare quello che gli pare», a sinistra
Marchionne e a destra la Panda, vettura «schiavi in mano». Mario, delegato di Pomigliano, apre i lavori
ringraziando le centinaia di operai e delegati che rappresentano la geografia metalmeccanica italiana e viene
subito interrotto da standing ovation. Ringrazia la solidarietà «attiva» fatta non di e-mail ma di scioperi, messi in
campo da chi sa che se Marchionne passasse a Pomigliano si aprirebbe una breccia pericolosissima e l'onda
anomala travolgerebbe contratti, leggi, Costituzione e l'intero sistema di relazioni sindacali. La Fiat battipista,
un'altra volta. Per questo «Pomigliano non si piega» è diventata la parola d'ordine dell'intero movimento. In sala e
sul loggione si riconoscono volti e storie note nella crisi, scalatori di tetti e occupanti di strade, autostrade,
ferrovie, comuni. Tutti coniugano insieme lavoro e diritti. Come i raccoglitori di pomodori di Rosarno o gli
operai Indesit. Mario rende onore ai 1.800 eroi che hanno votato no, rifiutando il ricatto Fiat, resistendo a
pressioni e minacce dei capi, fottendosene dell'occhio degli spioni. Hanno votato no allo scambio lavorodiritti,
vogliono il lavoro, sono pronti ad aprire una vera trattativa con la Fiat perché finora c'è stato solo un diktat. Una
trattativa sulla produttività, sui turni anche, ma nel rispetto della dignità di chi butta il sangue alla catena di
montaggio: «Sul diritto à scioperare, ammalarsi, mangiare nella pausa dal lavoro e non al termine del turno e solo
se non ci sono straordinari, non apriremo brecce». E giù applausi. Ricorda il gioco sporco di Fim e Uilm che
hanno «tradito la delega ricevuta dai lavoratori» per entrare nel coro. «Cari compagni della Cgil, state attenti ai
rapporti unitari futuri con Cisl e Uil». E conclude, dall'alto dei suoi 35-40 anni: «Questa vicenda mi ha fatto
invecchiare in fretta. Ma voi che siete qui mi date la forza di andare avanti. Vi bacerei uno a uno».
Chi - lontani e vicini - sperava che il passaggio del testimone Fiom da Rinaldini a Landini potesse «ammorbidire» la
linea dei meccanici Cgil, in questi giorni è rimasto deluso. Con l'assemblea di ieri, poi, ogni residua illusione finisce
nel cestino. Landini, più giovane di Rinaldini, parla come i suoi operai, viene dalla fabbrica e raggiunge il loro
cuore. dice con parole dirette quel che tutti provano: fierezza, razionalità, autonomia (dai padroni, dal governo, dai
partiti), democrazia verso l'alto e verso il basso. Ricostruisce la vertenza sbugiardando i luoghi comuni -
l'assenteismo, l'idea fessa secondo cui Pomigliano è un caso speciale, non un messaggio generale - e ripete la
disponibilità Fiom a trattare davvero, sul lavoro, sulla produzione, non sui diritti. «La Fiom non chiederà mai ai

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lavoratori di votare contro la Costituzione». Applausi. Landini convince, è un vero sindacalista e ha dalla sua la rete
di delegati e dirigenti costruiti sapientemente nella stagione di Rinaldini. Tutti e due vengono, forse non a caso, da
Reggio Emilia. Tutti e due hanno lavorato con Sabattini, conoscono il valore dell'autonomia, anzi dell'indipendenza.
Persino dentro la Cgil che fatica a far sua fino in fondo la lotta di Pomigliano, come faticò a far sua quella di Melfi
che riuscì a liberarsi da un giogo stretto da Romiti non dissimile da quello che vorrebbe stringere Marchionne, che
pensa che quel che si può fare in America, compresa la messa in mora dello sciopero, si possa fare ovunque.
All'assemblea non c'era Epifani, impegnato in Canada. Non c'era chi dovrebbe prendere il suo posto, Camus-
so,impegnata altrove. C'era Scudiere, promosso dalla segreteria piemontese a quella nazionale. Ha difeso diritti e
Costituzione, ha chiesto «realismo», «disponibilità», «modernità», «confronto». Qualche applausino educato per
l'ospite. Dal palco interventi a decine, chiude Mimmo di Pomigliano, «fiero di far parte della Fiom». Ha un'idea:
«Al centro le persone che lavorano, non il mercato. La nostra forza sta nel 40% degli operai che hanno avuto
coraggio e dignità facendo fallire il piano ordito dalla Fiat», e invita la Cgil a prender nota. Il documento finale
letto da Landini passa all'unanimità: chiama alla lotta la Cgil, fissa appuntamenti, una marcia su Palazzo Chigi da
Termini Imerese che coinvolga tutte le regioni, già a luglio. Appuntamento a lunedì, quando la Fiom consegnerà
nelle mani di Fini 100mila firme per una legge su democrazia e rappresentanza e terrà davanti a Montecitorio un
Comitato centrale aperto a chiunque abbia a cuore diritti, democrazia, Costituzione.

L’UNITÀ, 2 LUGLIO 2010

Solo colleghi
di Lidia Ravera

Anche le parole obsolete hanno i loro diritti. Vanno usate con parsimonia e riguardo. Quando qualcuno, a ragion
veduta, le tira giù dalla soffitta, soffia via la polvere e le ripropone nel gran teatro della Politica Parlata certe volte
riprendono forza. Ha ripreso forza per bocca di Fabrizio Gifuni, che aveva due anni nel `68, la parola "compagno",
definita dallo Zingarelli anche «appellativo con cui si chiamano gli aderenti a un partito di ispirazione marxista. In
disuso». I "giovani" di professione, quelli che hanno paura di avere una storia e i fissati del lifting verbale
(cancellazione chirurgica delle parole che ti invecchiano) non hanno gradito. Che sinonimi propongono per definire
chi «si trova insieme con altri in una determinata condizione» (cfr. Zingarélli) e condivide il rifiuto della medesima
per analoghi motivi? Collega? Si può essere “colleghi di sventura”?

L’UNITÀ, 2 LUGLIO 2010

Silenzio di morte
di Giovanni Maria Bellu

Fino a due anni fa all'inizio dell'estate i titoli sulla «emergenza Lampedusa» riempivano le prime pagine. Quest'anno
l'«emergenza» è finita. E il ministro Maroni se ne gloria. Ma tace, come quasi tutti i media, sul costo di questo
meschino trionfo in termini di vite umane. Il costo è la condanna a morte di centinaia di uomini e di donne. 1 conti
sono semplici: dal 2008 al 2009 le domande d'asilo - che per la metà venivano accolte - si sono dimezzate (da
15.000 a 8000). E il calo continua nel 2010. C'è la sicurezza statistica che alcune migliaia di perseguitati non hanno
potuto raggiungere le coste italiane e salvarsi. Alcune migliaia di persone. Una briciola rispetto agli ingressi illegali
che infatti, via terra, continuano massicci. I respingimenti hanno bloccato solo i disperati che fuggivano da dittature
feroci e dalle guerre. Per assecondare la propaganda della Lega Nord il governo si è fatto complice di un crimine
contro l'umanità. E i media - che in passato avevano dato un contributo determinante nella creazione della falsa
"emergenza Lampedusa" - ora quasi coralmente tacciono. Ci sono dei bavagli che il sistema dell'informazione si è
messa da tempo, senza bisogno di alcuna legge.




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L’UNITÀ, 2 LUGLIO 2010
Colloquio con Milli Virgilio e Nadia Urbinati
«Lo scempio delle regole comincia dalla scuola. Peggio delle
leggi vergogna»
di Chiara Affronte

Il 24 giugno il Tar del Lazio accoglie il ricorso di 755 persone tra insegnanti e genitori contro la riforma Gelmini
alle scuole superiori: i ricorrenti si appellano al tribunale amministrativo considerando illegittimi i tagli e le
iscrizioni perché la riforma non ha ancora valore di legge. Il Tar sospende ogni provvedimento fino al 19 luglio,
data dell'udienza in cui verrà confermata o meno l'ordinanza. «Un segnale importante», il commento a caldo di
Milli Virgilio, legale insieme a Corrado Mauceri dei ricorrenti.
Virgilio, ex assessore alla Scuola della giunta Cofferati, incontra Nadia Urbinati, docente di Scienze Politiche alla
Columbia University di New York. E insieme ragionano sulle motivazioni del ricorso e, ancor prima, sullo
scenario politico che lo ha determinato. Entrambe partono da un assunto: «Non ci sono solo la legge-bavaglio e le
leggi ad personam: con questo governo assistiamo ad una sistematica violazione delle regole democratiche di cui,
ciò che si sta facendo nella scuola, è un esempio eclatante».
La riforma Gelmini insomma è «un caso emblematico», per Urbinati: «Dimostra un modo di governo arbitrario»,
i cui «obiettivi - aggiunge Virgilio - sono esclusivamente finanziari e di bilancio». Vengono scardinati e
capovolti i principi fondamentali: «La scuola viene vista come un servizio, come fosse la sanità, scavalcando
completamente la sua finzione istituzionale che assicura il principio di uguaglianza tra le persone», spiega
l'avvocato. Si capovolgono le regole della democrazia. e si procede per decreti, «per emergenze». II caso
Bertolaso insegna: «Ma là scuola non è un fatto straordinario», chiarisce la politologa.
Cosa è successo, dal 2008, quando è stata fatta la Finanziaria d'estate? Ricorda Virgilio: «Di quella legge di
agosto, l'articolo 64 è un piccolo tassello dedicato alla scuola. Si annuncia: "Entro un anno (il 25 giugno 2009,
ndr) faremo i piani dell'offerta formativa e i regolamenti", di fatto delegando se stessi, autorizzandosi a
modificare le leggi». Della serie: il Governo fa e disfa: del Parlamento chissenefrega. In questo caso, però, la
cosiddetta emergenza che permette al governo di fare il decreto legge è «il risparmio», Virgilio lo ribadisce e
ironizza: «Emergenza tale, che dal 2008 ancora l'operazione non è finita ....».
Insomma, «le circolari e i regolamenti assumono forza di legge e un sito internet dove vengono date di volta in
volta le informazioni parificato al livello della Gazzetta ufficiale», sbotta l'ex assessore. Immediato il commento
della politologa: «Una evidente violazione della divisione dei poteri: il governo diventa autonomo nel legiferare».
I motivi del ricorso al Tar, intoccabili per l’avvocato, sono sintetizzabili in 5 punti:
1) Il governo dichiara di voler eliminare gli "sprechi" della scuola tagliando 8 miliardi di euro in 3 anni, senza
preoccuparsi delle conseguenze che questo taglio ha su un'istituzione che la Costituzione individua (articolo
3-33-34) come lo strumento attraverso cui garantire il principio di uguaglianza; 2) L'uso del decreto legge è
previsto dalla Costituzione solo nei casi di urgenza, ma questa operazione non è ancora conclusa, in ben due anni;
3) Il governo delega se stesso a emanare regolamenti che modificano le leggi; 4) Inoltre ha legiferato in materia
di competenza regionale; 5) È stato superato il limite di scadenza del 25 giugno 2009: lo schema di decreto
interministeriale firmato solo dalla Gelmini non è pubblicato in Gazzetta; 6) si sono violati i principi dell'autono-
mia scolastica (le iscrizioni sono state fatte su piani formativi irreali, che non si sa quali siano concretamente, non
condivisi dai soggetti democraticamente previsti, ndr).
In sostanza, l'obiettivo è chiaro e deve mettere tutti in guardia: «È quello dello smantellamento della scuola
pubblica», concordano l'avvocato e la politologa. Un fatto che deve far tremare l'opposizione tanto quanto la
legge-bavaglio, parere delle due donne: «Qui emergono tutti gli ingredienti dello stato arbitrario: colpire la scuola
pubblica è colpire il diritto di cittadinanza», riflette Urbinati. Che lancia un appello all'opposizione: «Il Pd dovrebbe
indire una conferenza stampa e fare di questo tema una questione nazionale. La scuola non può continuare ad essere
considerata un fatto secondario nel nostro Paese dove peraltro si riscontrano nuove forme di analfabetismo.
L'opposizione lanci una campagna». perché, prosegue Virgilio, «quello che il governo fa nella scuola colpisca
l'opinione pubblica tanto quanto la legge-bavaglio». Questo governo, per la politologa, «non è schizofrenico, ma ha
un'idea e la persegue». Il «nemico» numero uno, osserva Urbinati, «è il sociale perché loro sono figli
dell'individualismo puro: i poveri fanno gli schiavi a zero diritti e vanno a Pomigliano». L'«anima liberista è una
delle due anime del governo Berlusconi: la prima è quella patrimonialista che si occupa degli interessi del premier,
l'altra, perseguita da Brunetta, Sacconi e Tremonti, è quella di attacco al sociale», in tutte le sue declinazioni.

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L’UNITÀ, 2 LUGLIO 2010

Dell’Utri e delle pene
di Carlo Lucarelli

Dalle mie parti, in Romagna, si dice che le patacche stanno in poco posto. Le patacche, in questo caso, sarebbero le balle, ma
anche le ciance, la fuffa, gli arzigogoli. Insomma, tutte quelle cose che, tolto il "sodo", hanno il peso dell'aria fritta. Nel
processo a carico del senatore Marcello Dell'Utri, il "sodo" è che il senatore è stato condannato a sette anni per concorso esterno
in associazione mafiosa. Ancora in secondo grado, naturalmente, per carità, però il "sodo" è questo. E siccome un secondo
grado di giudizio è qualcosa di più pesante di un primo, il "sodo" si fa molto grave. Io, se venissi condannato a sette anni per
associazione mafiosa, non festeggerei. Non offrirei cannoli, come ha fatto un altro condannato in attesa di sentenza definitiva
come Totò Cuffaro. Se fossi innocente continuerei ad urlarlo fino alla morte ma non tirerei un sospiro di sollievo per non aver
ricevuto una condanna peggiore. Soprattutto, se fossi qualcuno che in qualche modo sta accanto a un condannato a sette anni
per associazione eccetera eccetera, e ci avessi a che fare in qualche modo, dovrei fare i conti con questo "sodo" e trame
conseguenze politiche. Perché un processo fa anche questo, stabilisce chi deve andare in galera, ma anche ricostruisce i fatti. La
sentenza sulle responsabilità appartiene alla giurisprudenza. Ma l'interpretazione storica dei fatti appartiene a noi e al nostro
buon senso. Parte di quella sentenza riguardava l'ipotesi della famosa "trattativa" e di quello che è successo attorno alle stragi
del '92. Su quella ci sarà molto da riflettere e capire. E anche dire, come ha fatto il presidente della Commissione Antimafia
Pisanu. Il sodo, intanto, resta questo: sette anni in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.


CORRIERE DELLA SERA, 2 LUGLIO 2010

L’Italia pulita di Ambrosoli
di Sergio Bocconi

Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore dell'impero di Michele Sindona, ucciso da un sicario del bancarottiere nella notte
fra l'11 e il 12 luglio 1979, sono stati dedicati libri e vie cittadine. È oggi riconosciuto un simbolo, un mito, un eroe. Eppure è
difficile parlarne e scriverne senza provare un certo disagio. È il disagio che, si capisce, ha convinto Sandro Gerbi a curare il
volume Giorgio Ambrosoli, nel nome di un'Italia pulita (Nino Aragno editore, pagine 2181 € 12). E che nasce da una semplice
consapevolezza: « La battaglia contro il malaffare non è stata vinta, anzi: c'è un'Italia che forse non la vuole vincere e gira
consapevolmente la testa dall'altra parte». La questione morale è rimasta irrisolta. L'esempio di Ambrosoli non è stato raccolto
in riconoscibili comportamenti collettivi. Ciò vuol dire che le celebrazioni del simbolo, del mito, dell'eroe, immancabili
soprattutto quando il calendario si avvicina alla commemorazione, hanno spesso non più del significato di un rito. Coltivando
queste considerazioni amare, Gerbi ha raccolto nel libro alcuni saggi inediti (del figlio di Ambrosoli, Umberto, di Gianfranco
Modolo, Giuliano Turone e Salvatore Bragantini) e altri per così dire di archivio, ma che conservano la piena attualità: a
cominciare dalla lettera di Ambrosoli alla moglie Annalori, che diventa un testamento morale dell'avvocato. Lavori e documenti
che la prefazione del curatore lega nel significato comune: rinnovare l'attualità ma soprattutto la concretezza di una figura di un
servitore dello Stato che è diventato eroe «semplicemente» perché ha fatto il suo dovere. Fino al sacrificio, che poteva essere
evitato se solo anche lo Stato avesse fatto «semplicemente» il proprio dovere: se l'avesse cioè appoggiato e difeso. Figura che
ora è oggetto di un «culto che, proprio in quanto indistinto, induce a qualche riflessione».
Un culto, peraltro, che si è fatto strada a fatica. Perché in realtà Ambrosoli da vivo, con rarissime eccezioni, e subito dopo
l'assassinio, è stato lasciato solo. «Noi in Italia, nel procedere alla ricostruzione delle malefatte di Sindona, eravamo isolati»,
scrive nel '95 ne La fatica della legalità Silvio Novembre, il maresciallo della guardia di finanza per anni il braccio destro di
Ambrosoli. E la solitudine proseguirà dopo i colpi del sicario venuto dall'America, William Joseph Arico: ai suoi funerali le
istituzioni sono rappresentate dal solo Governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi. È il «secondo abbandono», lo definisce
Gerbi, che subisce l'avvocato, «troppo ingombrante per una classe politica tanto compromessa nello scandalo Sindona».
Classe politica che vede in prima fila Giulio Andreotti, che definì fra l'altro Sindona il «salvatore della lira». E che,
sottolinea Turone (con Gherardo Colombo autore dell'inchiesta che ha portato alla scoperta degli elenchi della P2), nel suo
libro Diari 1976-1979 ignora Ambrosoli e «sotto la data del 12 luglio 1979 si limita a registrare un incontro con il presidente
della Tanzania». E nel giorno successivo «annota di aver ricevuto il primo ministro dell'Alto Volta».
Qualcosa cambia solo nel 1991 con il «classico» libro di Corrado Stajano Un eroe borghese. Ricorda Gerbi che il 9 maggio
di quell'anno alla presentazione accorre «una folla traboccante». Così come quasi vent'anni dopo un pubblico numeroso e
attento accoglie il figlio di Ambrosoli, Umberto, alla presentazione del suo libro Qualunque cosa succeda. Un libro che
nasce da anni di riflessioni che lo aiutano a capire una cosa: «Sarebbe bastato un piccolo sì, qualche piccola omissione, non
prendere posizione; papà avrebbe avuta salva la vita». Ecco l'eroismo quotidiano di Ambrosoli: fare il proprio dovere. Punto.
Un eroismo così vicino perché teoricamente semplice, possibile, ordinario. Ma anche così distante dall'abitudine al
compromesso e alla sottomissione. Così il culto resta con poche eccezioni rito. Nell'Italia a cui viene proposto invece
1'«eroismo» del mafioso Vittorio Mangano.
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