Non italofono
a cura di Elisabetta Turcato
2009
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Un caloroso e commosso grazie a tutte le genti del mondo che ho incontrato sinora.
Indice
Indice 3
Premessa 4
1. Il primo approccio: le 3 “S” 5
2. Chi sono gli immigrati? 5
3. L’italiano degli immigrati 6
4. L'italiano come lingua seconda 7
5. Intervista a Katerin Katerinov 10
6. Spunti per una riflessione 12
7. Indicazioni per una raccolta sull'interculturalità 19
Premessa
Il cardine attorno a cui ruota l'intera stesura è la questione dell'alunno non italofono. Negli
ultimi anni la presenza di bambini e di ragazzi non italofoni nei servizi educativi per l’infanzia e
nella scuola dell’obbligo è sempre più consistente e anche, sempre più evidente, è la
trasformazione della società nella quale la complessità, l'interculturalità e la diversità sono
diventate parole chiave.
Ci si auspica che a scuola, e non solo, si affrontino, si gestiscano e si trasformino le
complessità e le differenze linguistiche e culturali in sostanziali risorse.
Sovente l’accoglienza di un alunno non italofono costituisce un “problema” ed un'incognita e
questo è già, di per sé, un avvertimento di un panorama impreparato. Si nota spesso che
l'inserimento degli alunni migranti presenta dei grossi limiti come la mancanza di organicità negli
interventi poiché ogni scuola decide secondo le contingenze, ovvero richiede di solito l’intervento
nella prima fase di un mediatore culturale e successivamente si organizza come meglio crede, vi è
una superficialità nella definizione dei ruoli e la mancanza di un momento di raccordo, di
confronto e di valutazione tra gli operatori delle varie scuole.
Questo elaborato non vuole essere un manuale, ma piuttosto uno spunto di riflessione, di
stimolo, di condivisione e di confronto.
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1. Il primo approccio: le 3 “S”
Ancor prima di avere il privilegio d'insegnare la lingua italiana, anche all'allievo non italofono,
ho scoperto, viaggiando, quanto fosse divertente e, per certi versi, facile comunicare pur non
sapendo la lingua del luogo in cui in quel momento mi trovavo.
Notavo che l’essenzialità veniva compresa. Scoprivo che spesso per comunicare usavo il
sorriso, il suono ed il silenzio. Comprendevo come queste espressioni fossero universali.
Ho così elaborato una mia teoria, quella delle 3 “S” : sorriso, suono, silenzio. O anche smile,
sound e silence. O anche sonreído, sonido, silencio, o souri, son, silence.
E' indubbio che per insegnare servono anche degli altri strumenti e delle altre conoscenze ma
non scordo mai le 3 “S”, questo sì! Quando la comunicazione verbale è scarsa, la comunicazione
non verbale acquisisce un'importanza considerevole.
Le 3 “S”, ma pensandoci bene vi è anche la quarta “S”, lo sguardo, sono sempre alla base
dell’approccio e dell'insegnamento. Chiaro non sono sufficienti ma sono importanti.
Così anche è indispensabile amare, sottolineo amare, le differenze culturali e linguistiche.
Sentirle come parte integrante del tutto, percepirle come ricchezza e non come un disagio.
2. Chi sono gli immigrati?
Gli immigrati abbandonando il paese natio, lasciano la casa, gli affetti, la cucina, gli odori, i
paesaggi, i suoni, i riti, le abitudini, i linguaggi, si pongono in una condizione di insicurezza ed in
un'inevitabile perdita di punti di riferimento.
L'equilibrio emotivo diventa naturalmente delicatissimo anche perchè le risorse intellettuali e
professionali acquisite e conquistate nella terra d'origine vengono messe fortemente in
discussione nel "viaggio del migrante", intrapreso per scelta o per necessità e sia esso da un
adulto o da un bambino.
Gli alunni non italofoni si possono classificare in:
minori che migrano per ricongiungersi dopo una lunga separazione ad uno o a
entrambi i genitori;
bambini arrivati attraverso un'adozione internazionale;
adolescenti non accompagnati vittime del traffico internazionale di minori;
figli degli immigrati nati in Italia;
profughi, fuggiti alle guerre e obbligati all’esilio;
bambini delle comunità nomadi italiane e straniere.
Tutti, quindi, sono accomunati dall'esperienza della migrazione che non è solo un mero
spostamento da una terra ad un'altra ma anche un notevole e profondo cambiamento. E'
necessario conoscere l'alunno ed interrogarsi sui suoi bisogni ed essere consapevoli del fatto che
la scuola è il primo luogo di contatto, di scambio e di confronto fra le famiglie immigrate e la
società italiana, questa prima fase di incontro e di accoglienza segna profondamente le successive
tappe dell’integrazione scolastica e sociale.
Va ricordato che la presenza di alunni non italofoni diventa un'importantissima opportunità
per riflettere e far riflettere sui valori, per ripensare e rivedere le modalità educative arricchendo
così le proposte didattiche.
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Gli aspetti da considerare sono molteplici e li si elenca sinteticamente come segue:
Iscrizione
1. raccogliere i dati biografici e la storia scolastica: età, classe frequentata, informazioni sul
sistema scolastico di provenienza;
2. raccogliere informazioni sulla situazione sanitaria e giuridica, sulle cause della migrazione
e sul progetto di permanenza in Italia.
Inserimento
1. rilevare le competenze già acquisite e i bisogni specifici di apprendimento, osservare i
comportamenti, individuare le abilità e gli interessi;
2. focalizzare la classe e la sezione in cui inserire l’alunno;
3. elaborare un percorso didattico individuale;
4. rielaborare la programmazione della classe;
5. scovare le risorse, interne ed esterne, per attuare la programmazione individualizzata o di
piccolo gruppo.
Dialogo
1. facilitare la comunicazione fra l'istituto scolastico e la famiglia con informazioni
sull’organizzazione e le aspettative della scuola;
2. tradurre in lingua madre la modulistica, gli avvisi, le richieste, gli orari, il calendario;
3. contattare i mediatori culturali per facilitare la comunicazione;
4. prestare attenzione all' “atmosfera” che si crea e cercare di ridurre l’ansia e la diffidenza;
5. eliminare gli equivoci e le chiusure e creare una situazione favorevole all’incontro e alla
partecipazione;
6. contattare enti ed associazioni del territorio per collaborazioni;
7. acquisire materiali, risorse e testi.
3. L’italiano degli immigrati
La produzione linguistica degli immigrati in Italia rende problematico qualsiasi tentativo di
descrizione generalizzante perchè dipende da un elevato numero di variabili culturali,
sociolinguistiche e psicologiche. Da un'analisi compiuta finora risulta comunque che la capacità di
esprimersi delle persone non italofone, che apprendono spontaneamente la lingua italiana
attraverso l'incontro con i parlanti nativi, segue un determinato percorso.
Nella fase iniziale, i primi tentativi per farsi capire consistono prevalentemente nell'uso di
elementi lessicali privi di connessione sintattica; i nomi ed i verbi sono adoperati con lo stesso
criterio, senza alcuna forma di flessione: il verbo compare all’infinito, oppure spesso nella forma
della terza persona singolare dell’indicativo, per esempio: "io no mangia maiale".
In una seconda fase, naturalmente il lessico si arricchisce e diviene meno primitivo pur
mantenendo la tendenza all'imprecisione semantica. Vengono acquisiti alcuni avverbi, mentre
manca ancora la concordanza di genere e numero; in campo verbale compare il participio
passato.
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In una terza fase si osserva un graduale impadronirsi delle strutture della lingua, la sintassi
si fortifica e compaiono le subordinate con la capacità di riconoscere le classi di parole insieme
alle proprietà che le caratterizzano.
L'immigrato incontra delle difficoltà nella riproduzione anche dei suoni della lingua italiana,
in particolare in quei fonemi che non hanno corrispondenti nella loro lingua madre.
Chiaramente le problematiche sono diverse a seconda della provenienza. Gli arabofoni, per
esempio, incontrano degli ostacoli nel pronunciare le consonanti p e g. Sorgono complicanze
anche nella distinzione delle coppie di vocali e i e o u e nei digrammi e i dittonghi: chi, che, sci,
sce, ghi, ghe, gn, uo. Per esempio, la parola scuola da un arabo solitamente viene pronunciata
scola.
Invece, la difficoltà più evidente, per quanto riguarda la produzione e la comprensione di
suoni da parte, di un alunno cinese, è quella di riuscire a scorgere la differenza tra l e r . Questa
complicanza ha generato il famoso detto: "ai cinesi manca la r”. Il problema per il bambino cinese
non è solo quello di riprodurre il suono di questa consonante, ma piuttosto di apprendere, quando
in una parola serve la l o la r. Questa incapacità di comprensione si trasferisce poi nella forma
scritta e dà luogo ad inversioni del tipo: male invece di mare, fale invece di fare, ecc...
4. L'italiano come lingua seconda
L’insegnamento dell’italiano come lingua seconda non è affatto semplice in quanto esistono
delle sostanziali differenze nell’insegnamento di una lingua materna a discenti della stessa lingua
o appartenenti ad altre lingue, comunemente definite L1 o L2. Esiste una convinzione abbastanza
diffusa che gli insegnanti, in quanto madrelingua italiani, siano meccanicamente insegnanti di
italiano per gli immigrati; ne è la prova l'improvvisazione che esiste. E', invece, necessaria
un'adeguata formazione sull’insegnamento di italiano L2 per approcciarsi nel modo migliore.
Gli alunni stranieri, al momento del loro arrivo, si devono confrontare con due diverse
utilizzazioni linguistiche:
I. la lingua italiana del contesto concreto, indispensabile per comunicare nella vita
quotidiana: la lingua per comunicare;
II. la lingua italiana specifica, necessaria per comprendere ed esprimere nozioni, per
sviluppare l’apprendimento delle diverse discipline e una riflessione sulla lingua
stessa: la lingua dello studio.
La lingua per comunicare può essere appresa in un arco di tempo che può oscillare da un
mese ad un anno, in relazione all’età, alla lingua d’origine, all’uso o meno in ambiente
extrascolastico.
Per apprendere la lingua dello studio, invece, possono essere necessari alcuni anni. Lo
studio della lingua italiana deve essere inserito nella quotidianità dell’apprendimento e della vita
scolastica degli alunni non italofoni, con attività di laboratorio linguistico e con percorsi per
l’insegnamento intensivo dell’italiano.
L’apprendimento e lo sviluppo della lingua italiana come seconda lingua devono essere,
pertanto, al centro dell’attività didattica ed è, quindi, necessario che tutti gli insegnanti, di
qualsivoglia disciplina, siano coinvolti. Occorre, altresì, una programmazione mirata ai bisogni
reali ed un monitoraggio dei progressi di apprendimento nella lingua italiana acquisiti nel tempo
dall’alunno.
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Ci si può avvalere, nella prima fase, di strumenti e figure di facilitazione linguistica come:
alfabetieri, carte geografiche, cartelloni, testi facilitati, strumenti audiovisivi o multimediali.
Quando questa fase è stata superata va prestata peculiare attenzione all’apprendimento
della lingua per lo studio perché rappresenta il maggiore ostacolo per l’apprendimento delle varie
materie scolastiche.
Per organizzare le attività di insegnamento della seconda lingua, è importante
predisporre uno spazio o un laboratorio che possa funzionare come luogo di accoglienza e di
apprendimento, un ambiente nel quale gli alunni non italofoni possano sentirsi bene, confortati,
accolti e valorizzati.
Si potrebbe allestire il laboratorio con carte geografiche, cartelloni e scritte plurilingue, foto
e immagini dei paesi di provenienza, vocabolari di base, glossari, testi didattici e schede
linguistiche, giochi, alfabetieri, video e materiali multimediali, registratori, oggetti di uso
quotidiano per creare situazioni e contesti comunicativi divertenti.
Nel laboratorio linguistico si cercherà l’apprendimento guidato della lingua e si
svolgeranno attività che sottolineano la ricchezza e la varietà delle culture. L'insegnante valuterà, a
seconda dei bisogni e delle risorse, l’opportunità di creare momenti individuali o piccoli gruppi per
la prima alfabetizzazione. Queste attività devono legarsi al lavoro di classe perché il ruolo dei
compagni si unisce all’azione dei docenti sviluppando la comunicazione e l’apprendimento.
Si suggerisce di tenere a mente il seguente Decalogo :
1. fornire agli alunni continui stimoli e situazioni comunicative
2. porre attenzione agli atteggiamenti non verbali
3. rispettare la fase del silenzio
4. non forzare la comunicazione
5. focalizzare l’attenzione sui contenuti e non sulla forma
6. non correggere, ma riformulare correttamente
7. semplificare, facilitare la comunicazione
8. soffermarsi sull’abilità di ascolto che è un’attività ricettiva e non passiva
9. unire all’uso del linguaggio verbale altri linguaggi come il canto, la musica, l'immagine
10. fornire punti di riferimento: degli agganci, una correlazione per comprendere.
Come valutare il livello di conoscenza?
Dovrebbe risultare più semplice per il docente, una volta valutato il livello di competenza
dell’alunno, predisporre un adeguato intervento scolastico di supporto e potenziamento delle
abilità linguistiche.
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COMPRENSIONE DELL' ORALE
Livello
principiante Non comprende alcuna parola italiana
assoluto
0
Rispondere ai saluti
1 Comprende espressioni familiari e frasi molto semplici
Comprende alcuni vocaboli ad alta frequenza delle discipline scolastiche
Comprende frasi ed espressioni usate frequentemente
Comprende quanto gli viene detto in semplici conversazioni quotidiane
Comprende ed esegue comandi che richiedono una risposta fisica
2
Intuisce l'argomento di conversazioni se si parla in modo lento e chiaro
Comprende l’essenziale di una spiegazione semplice, breve e chiara
Ricava le informazioni principali da semplici messaggi audiovisivi
Comprende le fasi principali di un discorso su argomenti legati alla vita quotidiana e
3 scolastica, a condizione che si parli in modo lento e chiaro
Ricava l’informazione principale da testi radiofonici o televisivi
Comprende un discorso anche complesso purché riferito ad argomenti noti.
4
Comprende la maggior parte delle trasmissioni televisive e dei film
COMPRENSIONE DELLO SCRITTO
Livello
Non sa decodificare il sistema alfabetico
principiante
Sa leggere e comprendere qualche parola scritta
assoluto
Legge senza comprenderne il significato
0
Comprende semplici domande, indicazioni e frasi con semplice struttura e con
1 vocaboli di uso quotidiano
Su argomenti di studio comprende testi molto semplificati con frasi elementari
Comprende il senso generale di un testo elementare su argomenti noti
2
Comprende un testo di studio semplificato con frasi strutturate in modo semplice
3 Adeguatamente supportato, comprende i libri di testo
4 Riesce a comprendere un testo di narrativa o su un argomento di attualità
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5. Intervista a Katerin Katerinov
Il Professor Katerinov è noto a tutti La prima lezione, se ricordo bene, fu
coloro che operano nell'ambito dell'italiano nell'anno accademico 1969-70 e da allora
per stranieri. Egli si presenta così: sono 39 anni che sono qui e insegno. Mi ci
sono trovato bene, quasi sempre bene con
“Sono nato in Bulgaria, paese dal quale numerosissimi studenti; penso che i miei
manco da circa trentanove anni, interamente studenti abbiano superato il numero di 32
passati in Italia. Ho avuto la straordinaria mila e la mia attenzione è stata rivolta anche
fortuna di vivere la mia infanzia in condizioni alla formazione e all'aggiornamento
di autentico multilinguismo e metodologico e didattico degli insegnanti di
multiculturalismo (l'italiano con mio padre, italiano. Finora hanno fatto dei corsi con me
laureatosi all'Università di Torino, il bulgaro circa 25 mila insegnanti sia in Italia che
con mia madre, il russo con il precettore, il all'estero. Quindi, attraverso lezioni dirette,
francese a scuola, un po' di turco osmanli, e attraverso conferenze, attraverso corsi di
di rumeno moderno…). Grazie a questa aggiornamento ho toccato quasi tutti i paesi
esperienza ho sviluppato una particolare con cui l'Italia ha rapporti diplomatici.
sensibilità per lo studio delle lingue che poi è
divenuto il mio interesse scientifico e Considerata la sua lungua esperienza
professionale. Pensi: nel corso della mia volevo un suo parere sugli attuali metodi
carriera ho avuto più di trentamila studenti e di insegnamento della lingua italiana agli
ho partecipato a corsi di formazione per più stranieri. Lei li ritiene efficaci, così come
di ventimila insegnanti in tutti i continenti.” sono?
Questo è un grave problema. Fino alla metà
Nella seguente intervista, del 30 Marzo 2008, degli anni '80 abbiamo vissuto più
Katerin Katerinov tratterà dei problemi pacificamente. Eravamo nell'epoca delle
dell'insegnamento della lingua italiana. certezze; poi, accanto a proposte
metodologiche molto scientifiche, sono
Come e quando ha iniziato ad interessarsi apparse anche delle proposte sulle quali io
delle lingue? ho molte riserve e potrei elencarne alcune.
Praticamente da sempre, perché sin da Negli anni '80 soprattutto, si è imposta una
piccolo sono cresciuto in un ambiente metodologia che potremmo definire
plurilinguistico e multiculturale e quindi globalmente come approccio comunicativo.
l'interesse per le lingue mi ha accompagnato Tutto è nato nell'ambito dell'insegnamento
per tutta la vita. Ho cominciato ad occuparmi dell'inglese, ma si dimenticano alcune cose:
dei problemi dell'insegnamento dell'italiano che l'inglese è la lingua del mondo e l'italiano
come lingua seconda (L2) verso la fine degli è una lingua che si sceglie e che si impara
anni '60 e soprattutto negli anni '70 quando per amore e non per sopravvivenza. Un
sono arrivato all'Università per stranieri di qualsiasi discorso o anche una
Perugia. Ho trovato una situazione molto, comunicazione scientifica, in un cattivo ed
direi anche troppo," tranquilla"; i problemi anzi pessimo inglese sono accettati e non
della didattica linguistica non erano ancora fanno nessun effetto negativo. Ma fatti in un
arrivati in questa Università. Per me si poneva cattivo italiano, non so perché, non vengono
l'obiettivo di affrontare sul piano scientifico accettati. E poi questa omologazione dei
questi problemi e adattare la didattica contenuti per tutte le lingue, nel progetto
dell'italiano come lingua seconda alla lingue moderne, nell'approccio comunicativo
didattica di tutte le altre lingue moderne. e nel progetto europeo che riunisce le varie
Cosa che ho fatto attraverso numerose tendenze, ha portato secondo me
ricerche pubblicate in quegli anni e attraverso erroneamente ad una omologazione
manuali rivolti ad un pubblico straniero metodologica.
generico, ma anche specifico, come per L'italiano è molto diverso dall'inglese e dalle
esempio ispanofoni, perché alla Stranieri altre lingue sia strutturalmente che per i
tenevo la sezione spagnola e slava, destinata, valori culturali che le sono propri. Un
cioè, a studenti di lingua spagnola e studenti secondo errore didattico è di trascurare, a
di lingue slave che frequentavano i nostri differenza di quanto avveniva nel passato, la
corsi. provenienza degli studenti. È molto comodo,
sul piano burocratico-amministrativo, parlare
Da quanti anni insegna all'università per di studenti stranieri. Che significa stranieri?
stranieri di Perugia e come si è trovato Stranieri sono i cinesi, gli iraniani, i turchi o i
fino ad oggi? latino-americani? Per ciascuno è necessario
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un approccio specifico. Perché ciascuno si lingua nell'era digitale" che si riferisce
porta sin dall'infanzia abitudini contratte proprio alla domanda precedente ed è stata
nella propria lingua, nella lingua materna, nel pubblicata a Roma da Bulzoni. Poi per la
mondo in cui è nato e cresciuto e, a non Bocconi di Milano ho pubblicato l'anno scorso
tenerne conto, dopo si pagano le un articolo sui problemi relativi
conseguenze sul piano dell'apprendimento all'insegnamento dell'italiano come lingua
dell'italiano. Quindi penso che fra poco sarà seconda. Nell'ambito del progetto europeo
superato anche questo ostacolo e soprattutto Socrates/Lingua alcuni anni fa ho pubblicato
la scuola italiana imparerà dalla presenza di una serie di sussidi su carta su supporto
molti studenti, di piccoli, di ragazzini cartaceo e ottico, su cd-rom, destinati alle
stranieri che sono regolarmente iscritti ormai scuole dei Paesi comunitari in cui si insegna
in quasi tutte le classi di tutte le scuole l'italiano. E poi, con le Edizioni Scolastiche
italiane all'estero. E gli stessi studenti italiani Bruno Mondadori, è uscito "Bravissimo".
in Italia, in un certo senso affrontano lo Attualmente sto lavorando a un progetto
studio dell'italiano come seconda lingua, multimediale per il mondo anglofono, a
perché nascono e crescono nella lingua che si cominciare dagli Stati Uniti. Il mio sogno
parla nel loro paese, nella loro città, mentre sarebbe di poter coprire le principali aree
l'italiano viene presentato come una seconda linguistiche e culturali; cioè un bel manuale
lingua sempre meno perché cresce sempre di italiano per i russi, uno per gli iraniani,
più il numero degli italofoni puri. Però uno per i turchi, un bel libro per gli
insegnare l'italiano ad un bambino ispanofoni, un altro per i francofoni eccetera.
napoletano è molto diverso, mi creda, che Si tratta di mondi diversi e vanno trattati in
insegnare l'italiano ad un bambino maniera diversa.
piemontese o veneto. Lo stesso problema, a
maggior ragione, dobbiamo porcelo quando
affrontiamo un pubblico di studenti che
proviene addirittura da altri paesi.
Viviamo in un mondo in cui tutto cambia
rapidamente. Lei cosa ne pensa dell'uso
delle nuove tecnologie nell'educazione
linguistica?
Io sono pioniere in questo senso. Tutto
quello che è innovazione tecnologica io l'ho
applicato, penso per primo, in Italia e
all'estero, alla disciplina che insegno:
l'insegnamento delle lingue. E finora mi ha
dato delle grandi soddisfazioni. Ho
cominciato dalla lavagna luminosa,
l'overhead projector, fino al cd-rom ed alla
realtà virtuale. Quindi la tecnologia, se usata
bene, porta enormi vantaggi sia per
l'insegnante ma soprattutto per lo studente.
Finalmente lo studente può lavorare da solo
perché la lingua non è qualcosa che si può
insegnare, ognuno la impara a modo suo e
per proprio conto. Un uso intelligente nella
programmazione e nello sfruttamento del
mezzo tecnologico è di grande aiuto e penso
che fra qualche anno sarà addirittura
insostituibile. Al posto dello zainetto pieno di
libri, noi avremo degli studenti che vanno a
scuola con il computer portatile.
Sinceramente non si può parlare di lingua
italiana senza citare i suoi libri. Ci
potrebbe parlare delle sue ultime
pubblicazioni?
Alcune delle ultime pubblicazioni sono
teoriche; posso citare due pubblicazioni degli
ultimi due anni: una è "L'acquisizione di una
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6. Spunti per una riflessione
Ciò che si propone in questo capitolo lo si può utilizzare per far riflettere, nei più svariati
modi, a seconda dell'età del destinatario ed a seconda delle preferenze e modalità didattiche
dell'insegnante.
Lance Henson
Lance Henson, nato a Washington D.C. nel 1944 e cresciuto nell'Oklahoma occidentale con la sua
tribù, è un poeta cheyenne tra i più rappresentativi della cultura dei Nativi d'America. Laureato in
scrittura creativa all'Università di Tulsa, ha pubblicato 23 libri di poesie e la sua opera compare
nelle principali antologie di letteratura dei Nativi americani. La sua opera, tradotta in più di 23
lingue, è stata pubblicata anche in Italia. Una delle sue poesie:
Sono qui
sono qui
da dove il vento freddo arriva
dove il vento freddo va
dove il sole sorge
dove il sole tramonta
poteri dello spirito ascoltatemi
io sono un essere umano
io sono un essere umano
Barbara Serdakowski
Barbara Serdakowski è polacca di nascita, cresciuta in Marocco, canadese di cittadinanza, risiede a
Firenze dal 1996. Scrittrice e poetessa, dal 1999 oltre che in francese scrive in italiano, ma la sua
poesia è spesso caratterizzata dall'uso simultaneo delle lingue che caratterizzano il suo percorso
umano e culturale. In Italia ha conseguito numerosi riconoscimenti in diversi concorsi letterari, tra
cui il primo premio della giuria di Eks&Tra per un suo racconto. Sue opere sono state pubblicate in
riviste francesi. In Italia suoi testi sono presenti su due antologie: Anime in viaggio, Adnkronos,
2001, e Kaboon, Edizioni Clandestine, 2001. Una poesia:
Le voci
Sento le voci del richiamo
Appena appena nel caos del buio
Embrioniche come feti nel guscio
Umidi modulati stanchi
Voci, echi, rimbombanze
Sulle mie corde tenui
Sale, meconio, catrame
Tin! Adesso ti mordo, dolore
Non chiamarmi più per nome
Sono di altri.
Sei vita andata, paese, come cani randagi
Alieni colori spenti
Piaghe spellate
Ronzii di mosche erranti.
Taci adesso sussurro gelato
Ibrido di sensi sospesi e ridotti
Inalveata sono, giù in altri mondi
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Come venti lontani che trasudano quel morbido sottile strato di sabbia rossa.
Terra utero nel cuore stellato
Spoglia campana di chiesa,
Sei orma ormai
delle nostre vite sterrate
delle nostre calosce sporche.
Christiana de Caldas Brito
Christiana de Caldas Brito è nata nel 1939 a Rio de Janeiro, Brasile. Suo nonno era un poeta e sua
madre una scrittrice. Fin da piccola, stimolata dall'ambiente familiare, Christiana si dilettava a
scrivere. Si è laureata in Filosofia a Rio de Janeiro e in Psicologia a Roma, dove lavora come
psicologa. E' sposata con un italiano e ha due figli. A San Paolo del Brasile, ha ottenuto il diploma
della Scuola d'Arte drammatica. In Italia ha vinto alcuni importanti premi letterari e ha pubblicato il
libro di racconti Amanda, Olinda, Azzurra e le altre in cui focalizza la solitudine delle donne
immigrate. Scrive anche storie per ragazzi (La storia di Adelaide e Marco) e atti unici teatrali. Un
suo racconto:
Io, polpastrello 5.423
Davanti a me c'erano cinquemila quattrocento ventidue polpastrelli, tutti imbrattati di
inchiostro.
"Polpastrello 5.423!"
Dopo una fila di più di un giorno (notte compresa), una fila che era durata quasi trenta ore,
toccava a me. Radunai le mie forze: "Eccomi!"
La questura era un subbuglio di polpastrelli neri, bianchi, polpastrelli sudamericani,
africani, asiatici e quelli dell'Europa dell'est. I poliziotti ci stringevano e ci macchiavano con quel
liquido nerastro.
In quel dannato mattino dell'estate romana, non c'era polpastrello che si reggesse più in
piedi. E guardate che per un polpastrello già non è facile stare in piedi…
Alcuni polpastrelli rischiavano la disidratazione. Altri erano mosci come fiori dopo il
funerale. Un caldo da record. I giornali continuavano a ripetere che erano almeno dieci anni che i
romani non sentivano tanto caldo. Confesso che anche a noi, polpastrelli, quel caldo dava fastidio.
L'idea di staccarci dai corpi dei nostri padroni per andare in questura, in seimila, era il nostro
battesimo non di acqua ma di fuoco. A trentasette gradi all'ombra, possiamo proprio parlare di
fuoco, no?
Il giorno prima, quando ci era stato aperto il cancello della questura, avevamo sentito il
portiere esclamare: "Mio Dio!" Ci aveva guardato dall'alto in basso e tremava: "Cosa sono questi
bastoncini?" Senza sentirci offesi per l'appellativo, noi, seimila polpastrelli, siamo entrati in
questura in modo assolutamente pacifico e in ordinata fila, come si usa dalle nostre parti. Se
proprio devo dire la verità, erano loro, i poliziotti, ad essere nervosi. Forse ne avevano ragione.
Non tutti i giorni un poliziotto trova davanti a sé seimila polpastrelli separati dalle mani, seimila
polpastrelli allontanati dai corpi a cui appartenevano. Veri e propri pollicini, ci sentivamo un po'
deboli e indifesi, ma uniti dalla coraggiosa decisione presa al cantinone. Eravamo venuti in
questura disposti a portare fino in fondo il nostro piano.
I poliziotti continuavano ad imbrattarci di inchiostro, ci pestavano e gridavano:
"Un'invasione di polpastrelli! Una calamità!"
Una notte, prima di venire in questura, mentre i corpi dei nostri padroni dormivano, noi,
polpastrelli immigrati, ci staccammo dalle mani che ci avevano sempre sostenuto e, di comune
accordo, ci radunammo in un cantinone vuoto. Lì, ci siamo contati: eravamo, in tutto, seimila. Nel
conteggio, a me era toccato il numero 5.423. Per salvaguardare l'identità delle persone che noi
rappresentavamo (le chiamiamo "padroni" perché in fondo sono stati sempre loro a comandarci),
abbiamo deciso di identificarci con i numeri che ci erano toccati durante il conteggio. Io,
polpastrello 5.423, feci subito amicizia con il polpastrello 3.986 che era anche lui del mio paese di
origine. Insieme, abbiamo osservato gli altri polpastrelli. Alcuni avevano delle righe così profonde
che sembravano pieni di cicatrici; altri esponevano i loro calli conquistati con duri lavori; ne erano
orgogliosi come se quei calli fossero delle raffinate incisioni. C'erano polpastrelli sporchi di
pomodoro, venuti al cantinone subito dopo una raccolta in campagna. Altri, macchiati di sangue,
venivano dagli ospedali dove accudivano i malati, come infermieri. Polpastrelli immigrati, stanchi
nell'eseguire quelle funzioni disdegnate dagli italiani. Lo so che esistono polpastrelli pigri o
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disonesti anche tra di noi, e non solo tra i governanti e i ricchi, ma se debbo dire la verità, al
nostro raduno nel cantinone erano venuti dei polpastrelli di tutto rispetto. Il numero 1600, per
esempio, un polpastrello femminile, era addirittura sporco di cacca. Apparteneva ad una giovane
immigrata che passava le notti con una signora anziana. Il polpastrello 702, che lavava i piatti in
un ristorante, aveva un'allergia a detersivi ed era completamente rovinato. Nonostante tutto, era lì
nel cantinone, pronto a prendere una decisione comune.
In mezzo alle discussioni, cominciammo a capire che l'unione era la forza dei polpastrelli.
Sapevamo bene che, grazie a noi, ogni persona è diversa e che grazie a noi una persona può
essere riconosciuta, ma eravamo amareggiati dalla legge che ci chiamava in questura. Avevamo
capito che quella legge ci manipolava. Le impronte digitali, espressioni visibili della individualità di
ogni persona, sarebbero state usate a scopi polizieschi e a noi quello non sembrava giusto. Perché
solo le impronte digitali degli immigrati ai quali appartenevamo? Non avevano polpastrelli pure gli
onorevoli? Perché non venivano in questura pure loro?
La legge diceva che dovevano essere prese le impronte digitali degli immigrati? Ebbene, nel
rispetto della legge, in questura saremmo andati tutti insieme. Dal cantinone direttamente alla
questura. In seimila. Un vero esercito di polpastrelli.
Ci dispiaceva lasciare le mani dei nostri padroni, ma si trattava di un'urgente decisione
strategica.
I poliziotti si erano rivolti al questore: "Cosa dobbiamo fare?" Il questore prese il telefono
per chiamare il sottosegretario del Ministro dell'Interno: "Volevo avvertire che nella questura ci
sono… ci sono… beh, non so come dire… ci sono polpastrelli!" "Bene" rispose il sottosegretario del
Ministro che parlava così forte che potevamo sentire la sua voce. "Come bene?" domandò il
questore, "è una vera e propria invasione! Non sappiamo cosa fare." Il sottosegretario del Ministro
gridò: "Lavorate!" e chiuse il telefono in faccia al questore.
"Cosa dobbiamo fare?" chiesero un'altra volta i poliziotti al questore. "Lavorate!" gridò il
questore.
Il polpastrello 79 riuscì a salire sul tavolo del questore. "Via, animale, via!" urlò il questore.
"Guardi che non sono un animale" disse con calma il polpastrello 79, "rappresento l'identità di un
essere umano. Esigo rispetto!" Il questore gli mandò una sberla così forte che il polpastrello 79
volò per aria. Seguirono delle manganellate a destra e a manca. I poliziotti si abbassavano per
raggiungerci. Sembravano impazziti.
Io, polpastrello 5423, balzai in avanti: "Caro questore e cari poliziotti, siamo un gruppo
pacifico. Non potete trattarci così!" "Sta' zitto!" mi gridò il questore, "perché siete venuti?, cosa
volete?" Come facevo a fornirgli delle spiegazioni se dovevo stare zitto? Aspettai un nuovo ordine
che arrivò subito: "Parla, imbecille!" Dal basso della mia piccolezza, io, polpastrello 5.423, dissi:
"Caro signor questore, sono l'umile polpastrello di un immigrato, non un imbecille. Cosa
vogliamo? Vogliamo rispettare la legge. Non avete ordinato che ci presentassimo in questura per
lasciarvi le nostre impronte digitali? Eccoci!"
Avrei potuto continuare il mio discorso. Avrei potuto parlare dell'ingiustizia di una legge
che voleva schedare gli immigrati. Avrei potuto parlare di come era assurdo usare noi, polpastrelli
che rappresentavamo l'unicità di ogni essere umano, proprio per accomunarci in un'indifferenziata
discriminazione. Avrei potuto parlare di cose sublimi come il misterioso segreto di ogni identità,
racchiuso nelle nostre linee, ma dissi soltanto: "Siamo polpastrelli venuti da paesi più o meno
lontani. Viviamo e lavoriamo qui, in Italia. Non siamo dei criminali. Siamo venuti in questura per
rispetto della legge." "Legge del cazzo!" urlò il questore. "Ha ragione, signor questore, anch'io la
penso come lei!" dissi io.
Il nostro piano lillipuziano andava esattamente nella direzione che avevamo previsto al
cantinone.
Uno dei poliziotti aveva cominciato a piangere: "Sono stufo di prendere impronte digitali."
Un altro si tolse la giacca, la camicia, la canottiera e, a torso nudo, reclamava la calura di quella
giornata infernale piena di polpastrelli.
Il questore chiese ad un poliziotto dalla barba scura di andare a prendere tutte le impronte
digitali rilevate da quando avevamo invaso la questura. Erano migliaia di impronte in fogli bianchi.
Uno ad uno, il questore strappò i fogli. "Ma che fa?" indagò il poliziotto dalla barba scura. "Sta'
zitto, imbecille!" A questo punto, noi polpastrelli, ci siamo guardati in faccia (si fa per dire), e ci
era venuta una gran voglia di ridere.
Dopo aver strappato tutti i fogli che contenevano l'individualità dei nostri padroni, il
questore si alzò. In un gesto, un tantino drammatico per il gusto di un polpastrello, disse: "Chiedo
le dimissioni." "E noi, signor questore, che dobbiamo fare?" mi azzardai a domandargli. "Sparite!
Sparite da qui!" gridò il questore.
Non abbiamo aspettato un secondo ordine. Eravamo davvero preoccupati con i nostri
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padroni senza polpastrelli. Cosa poteva essere successo all'Italia senza di loro nelle fonderie e
nelle fabbriche, negli ospedali, nelle case di famiglia, negli uffici, nei benzinai, nei ristoranti, nella
pulizia delle strade, nei mercati e negli alberghi?
Il polpastrello 3986, il mio connazionale, mi affrettò: "Dai, corriamo, senza di noi, l'Italia si
ferma!"
E' da ricordare la poesia dello scrittore albanese Gezim Hajdari:
Invito al viaggio
Ogni giorno creo una nuova patria
in cui muoio e rinasco quando voglio
una patria senza mappe né bandiere
celebrata dai tuoi occhi profondi
che mi accompagnano per tutto il tempo
del viaggio verso cieli fragili
in tutte le terre io dormo innamorato
in tutte le dimore mi sveglio bambino
la mia chiave può aprire ogni confine
e le porte di ogni prigione nera
ritorni e partenze eterne il mio essere
da fuoco a fuoco e da acqua a acqua
l'inno delle mie patrie è il canto del merlo
ed io lo canto in ogni stagione di luna calante
che sorge dalla tua fronte di buio e di stelle
con la volontà eterna del sole
E di Derek Walcott , (1930) poeta e scrittore santaluciano, noto principalmente per le sue opere
poetiche e teatrali in lingua inglese. Premio Nobel per la letteratura nel '92.
Migranti
L'onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno nel fango, mentre il fumo di un
cipresso segnala Sachsenhausen,
e quelli che non stanno sopra il treno, che non hanno
muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina
per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie
hanno lasciato i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia
del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica
e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca
le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda
del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio
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che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre,
e per le quali
c'è un solo cielo e una sola stagione
nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c'è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell'albero di pomi e le forze
schierate dell'esercito sono gli striscioni di orzo
all'interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda e grigia come le nuvole
che, quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sotto i pioppi e sopra le palme, nell'ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.
E la poesia In memoria di Giuseppe Ungaretti racconta di Moamed Sceab che si toglie la vita
perché si sente senza radici (deracinè). Esule in Francia e nel proprio paese, subisce una crisi di
identità. Rimane come sospeso tra la tradizione, che ha lasciato alle spalle, e il nuovo orizzonte
culturale, non sufficientemente interiorizzato. La condizione di deracinè di Moammed rispecchia
molto da vicino quella del poeta che, pur di origine italiana, era nato in Egitto, da dove era
successivamente emigrato in Francia. Anche il poeta si era sentito “senza patria” in rue des
Carmes.
In memoria
Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffé
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
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insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse
Si vuol ricordare la struggente storia di Zaher Rezai, il ragazzino morto schiacciato, a
dicembre 2008 nel mestrino, dal tir sotto al quale si era agganciato... come altre decine di
migranti morti durante il viaggio che, iniziato nel loro Paese, li doveva portare nell'«Europa dei
diritti».
Un esodo silenzioso... Molti ce l'hanno fatta, altri sono stati respinti. E tanti altri sono
morti come il piccolo Zaher.
Zaher, figlio di Mahmud, era un Hazara di Mazar-i Sharif, città che nel 1998 fu teatro di una
delle tante stragi di civili hazara che l’Afghanistan ricorda. Zaher aveva allora pochi anni ed era
uno dei fortunati sopravvissuti. Qualche anno dopo, ancora bambino, Zaher era in Iran. Lavorava
come saldatore, appuntando diligentemente schizzi e misure sul suo taccuino.
Il profilo che emerge dalla lettura e traduzione del taccuino di un “clandestino” è il
seguente: un ragazzo in fuga dalla persecuzione, costretto a lavorare in giovane età come
saldatore, che a malincuore si getta in un viaggio di speranza che sa bene essere pieno di insidie.
La storia di Zaher può essere eletta ad icona del migrante afghano, molto spesso
minorenne, se non all’arrivo, di sicuro alla partenza. Comunque potenziale richiedente asilo.
A questa diaspora silenziosa Zaher dà finalmente una voce; una voce dolcissima. Tra i versi
delle sue poesie egli cerca il coraggio per andare avanti, al di là del mare, dove crede sia garantito
il suo diritto all’esistenza.
Il taccuino trovato in tasca al ragazzo conteneva in poche pagine il riassunto di una vita:
alcuni talentosi schizzi corredati da misure dettagliate per il lavoro di saldatore che svolgeva in
Iran; una nota sui risparmi racimolati e alcune poesie, appuntate o imparate forse lungo il tragitto.
La calligrafia del ragazzo rivela un grado di istruzione molto basso e ci conferma che, come
tanti altri suoi connazionali, Zaher non ha avuto la possibilità di frequentare la scuola. Eppure,
difficile a credersi per noi Italiani, conosceva a memoria e recitava tra sé un certo numero di versi
in rima.
Poesie classiche, molto spesso poesie antiche di alcuni secoli, che parlano di amore e
nostalgia; in cui l’amato è Dio e l’amore mistico il desiderio di ricongiungersi a lui nello splendore
e purezza della pre-eternità. Una poesia ritrovata nel suo taccuino:
Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore
che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato.
Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori,
io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi
Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendesi il mio corpo
Chi si occuperà della mia sepoltura, chi cucirà il mio sudario?
In un luogo alto sia deposta la mia bara
Così che il vento restituisca alla mia Patria il mio profumo
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Ed infine la relazione dell'Ispettorato per l’immigrazione:
«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano
perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed
alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si
presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano
quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini
vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e
uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che
faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché
poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in
strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli
ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel
nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività
criminali.»
Da una relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso americano sugli immigrati
italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.
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7. Indicazioni per una raccolta sull'interculturalità
Diventa strategico da parte delle scuole potenziare sempre più le biblioteche scolastiche,
infatti, da qualche anno si adottano libri di testo e libri di narrativa per bambini e ragazzi
incentrati sull'interculturalità.
Ecco cosa dovrebbero contenere una biblioteca e una videoteca interculturale:
LETTERATURA SULL'IMMIGRAZIONE
Sandro Veronesi - Gli sfiorati
Marco Lodoli - I fannulloni
Emilio Tadini - La tempesta
Sandro Onofri - Colpa di nessuno
Edoardo Albinati - Il polacco lavatore di vetri
Giulio Angioni - Una ignota compagnia
Carmine Abate - Il ballo tondo - La moto di Scandeberg - Il muro dei muri - Tra due mari
Bruno Ventavoli - Pornokiller - Amaro colf
Joseph Zoderer - L'italiana
Santino Spinelli - Romanipè Ziganità
Alberto Masala - Taliban
Aine Cavallini - Diario di una giovane palestinese
Matteo Galiazzo - Il mondo è posteggiato in discesa
Giosuè Calaciura - Sgobbo
Valerio Aiolli - Luce profuga
Armando Gnisci - Una storia diversa - Creoli meticci migranti clandestini e ribelli - Poetiche dei
mondi
Francesco Tripodi - Il mite migrante
Claudio Camarca - Migranti. Verso una terra chiamata Italia
Francesco De Filippo - L'affondatore di gommoni
Gian Antonio Stella - L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi
Corrado Giustiniani - Fratellastri d'Italia
Massimiliano Melilli - Mi chiamo Alì...
Andrea Camilleri - Il giro di boa
Melania Mazzucco - Vita
Lori Nocandi - Duemila e una luna
DIDATTICA
B.Masini, Bambini di tutti i colori, Milano, RCS Libri, 1998
E. Beaumont. M.-R. Pimont, Il tuo primo libro dei bambini di tutto il mondo, Bergamo, Ed. Laurus,
1995 (I ed. Parigi, ed. Fleurus, 1992)
M. Argilli, I colori della pelle e altre storie, Roma, Editori Riuniti, 1992
J. P. Orwel, L’atlante per i più piccoli, Milano, Dami, 1998
La collana I colori del mondo. Non il mondo delle favole ma le favole del mondo , Roma, Città
Nuova
Katerin Katerinov e M. Clotilde Boriosi Katerinov, La lingua italiana per stranieri. Corso elementare
ed intermedio. Esercizi di vocabolario,, Guerra, Perugia, 1990
A.VV., Diverso come me. Schede didattiche per l'educazione multiculturale nella scuola. Ed.
Gruppo Abele, 1991
AA.VV., La casa del Sole e della Luna, Fatatrac, Firenze
AA.VV., Le mille e una parola. Dialogo con il mondo arabo, Fatatrac- Regione Toscana 1996
CESVI, In viaggio con gli altri, Bergamo 1992
Chiaramonte Z., Noi veniamo dall'Albania, Ed. Sinnos, Roma 1993
Crudo M., La conoscenza dell'altro tra paura e desiderio, Ed. CRES Lavoro, 1996
Daviddi G. e De Lorenzi D., Prodotti del Sud, consumi del Nord, Ed. Consumatori, 1994
Falcone S., Fiabe, favole e miti a confronto, Strumenti didattici per educare alla mondialità, Ed.
Elledici, Torino, 1997
Favaro G e Colombo T., I bambini della nostalgia, Mondadori 1992
Favaro G, Il mondo in classe, Nicola Milano, 1993
Favaro G., Amici venuti da lontano, Nicola Milano, 1996
Favaro G., Rabelo Gomes A. e Pallotti G., A scuola con …..vademecum per l'accoglienza delle
bambine e dei bambini stranieri nei servizi educativi per l'infanzia, Giunti, Firenze 1996
Nanni A., Didattica interculturale della storia, EMI, Bologna 1997
Ongini V., La biblioteca multietnica. Libri, percorsi, proposte per un incontro di culture diverse,
Bibliografica, Milano 1996
GIOCHI
Collins A., Giochi di società, Vallardi, 1992
Ferracin L., Gioda P. e Loos S., Giochi di simulazione per l'educazione allo sviluppo e alla
mondialità, CISV 1991
Gunfeld F.V., Giochi del mondo, Unicef, 1975
Loos S., Novantanove giochi cooperativi, EGA, Torino 1994
Loos S., Il Giro del Mondo in 101 giochi. I giochi attraverso i cinque continenti, EGA, Torino 1998
Marcato, Grouto, Musumeci, Benvenuto con 32 giochi di accoglienza, La Meridiana, Molfetta- Bari,
1997
Maniotti , Il mondo in gioco- Percorsi ludici e repertorio di giochi per un'educazione interculturale,
Gruppo Abele, Torino 1997
Novara D., Scegliere la pace- Educazione ai rapporti, EGA, Torino
FIABE E LEGGENDE
Bolognese M., Il mito e l'archetipo nella fiaba, Ed. Meridiana, Molfetta 1987
Campbell J., Le figure del mito- un grande itinerario illustrato nelle immagini mitologiche di ogni
tempo e paese, Red edizioni, Como 1992
AA.VV., Fiabe africane: donne serpente, struzzi e grandi stregoni- Le tribù dell'Africa raccontano le
loro fantastiche storie, Savelli, Roma 1982
AA.VV., La strada delle stelle. Viaggio con il popolo Arabo, Fatatrac- Regione Toscana, Firenze
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Ballarini L., Favole dall'Africa 2, EMI, Bologna 1991
Caporali R., Fiabe arabe, Giunti, Firenze 1995
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Fasolini E., Favole dall'Asia 2, EMI, Bologna 1990
Lazzarato F. e Ongini V., L'uomo che amava i draghi, Mondadori, Milano 1992
Riccò M., Favole dall'Asia, EMI, Bologna 1989
Thurlow C. (a cura di), Fiabe tibetane, Ed. Arcana 1995
Varma N., Il lago della Luna e altre favole dall'India, EMI, Bologna 1994
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Come, 1996
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Valentini A., L'italiano dei cinesi- Questioni di sintassi, Ed. Guerini, Milano, 1992
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Magrinit, Uomini e suoni. Prospettive antropologiche della ricerca musicale, Ed. CLUEB, Bologna
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Ventre B., Nato in Marocco immigrato in Italia, Ambiente Ed., 1995
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Macchietti S. S. e Ianni G. (a cura di), Educazione interculturale. Questioni e proposte, IRRSAE
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PREGIUDIZIO- RAZZISMO
Baldassarre L. e Lodi D. ( a cura di), I nuovi razzismi, Unicef Anicia, 1993
Cavalli L. Cavalli F, Sforza A. e Piazza, Razza o pregiudizio? L'evoluzione dell'uomo fra natura e
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Jacquard A. , Così simili e così diversi, Ed. Piccoli, Torino, 1994
Mazzara B.M., Appartenenza e pregiudizio, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1996
Mezzini A., Tistigrosso T., Zanini A., La fabbrica del pregiudizio, Edizioni Cultura della Pace
Nanni A. e Weldemariam N., Stranieri come noi. Dal pregiudizio all'interculturalità, EMI, Bologna
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RELIGIONI
AA.VV., Dharma e Vangelo ,Ed. Cittadella, Assisi
Allievi S. e Dassetto F., Il ritorno dell'Islam - I musulmani in Italia, Ed. Lavoro, Roma 1993
Balducci E. , L'Uomo Planetario. Il Corano, Ed. Cultura della pace, Firenze
Bonante V., Il Dio degli altri, Ed. Bollati Boringhieri
Odone A., Le religioni del mondo, Ed. Piemme junior
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FILMOGRAFIA
L’albero dei destini sospesi (Algeria-Italia 1997), di Rachid Benhadij
L’assedio (Italia, 1998), di Bernardo Bertolucci
Central do Brasil (Brasile 1998), di Walter Salles
Yaaba (Burkina Faso 1989), di Idrissa Ouedraogo
Arrivederci ragazzi (Au revoir les enfants, Francia-Germania, 1987), di Louis Malle
Occidente (Italia 2000), di Corso Salani
Le cri du coeur (Francia-Burkina Faso 1994), di Idrissa Ouedraogo
Kundun (USA 1997) di Martin Scorsese
L’infanzia di Ivan (Ivanovo Detstvo, URSS 1962) di Andrei Tarkovskij
Salaam Bombay! (India 1988), di Mira Nair
Il piccolo Buddha (Francia-Gran Bretagna 1993), di Bernardo Bertolucci
La battaglia di Algeri (Italia-Algeria 1966), di Gillo Pontecorvo
Benvenuti a Sarajevo (Welcome to Sarajevo, UK 1996), di Michael Winterbottom
Campo Thiaroye (Camp de Thiaroye, Senegal 1987), di Sembene Ousmane e Sow Thierno Faty
Paisà (Italia 1946), di Roberto Rossellini
Train de vie-Un treno per vivere (Train de vie, Romania-Francia 1998), di Radu Mihaileanu
Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes, USA 2001), di Tim Burton
Dancer in the dark (Danimarca-Francia, 1999), di Lars Von Trier
Il destino (Al Massir, Egitto 1997), di Youssef Chahine
Gatto nero, gatto bianco (Crna mack, beli macor, Jugoslavia-Francia 1998), di Emir Kusturica
Vengo (Spagna 2000), di Tony Gatlif
Il vento ci porterà via (Iran 1999), di Abbas Kiarostami
La terra trema (Italia 1948), di Luchino Visconti
Le onde del destino (Braking the Waves, Danimarca-Svezia-Olanda-Francia-Norvegia, 1996), di
Lars Von Trier, Lucky Red
Prima della pioggia (Bifore the Rain, Macedonia-Gran Bretagna-Francia 1994), di Milcho
Manchevski, San Paolo
Balla coi lupi (Dances with Wolves, USA 1990) di Kevin Costner
Storie (Code inconnu, Austria-Francia 2000) di Micheal Haneke
Tilai-la legge (Tilai, Burkina Faso 1990), di Idrissa Ouedraogo
Il tempo dei gitani (Dom za vešanje, Jugoslavia 1989), di Emir Kusturica
Samia (Francia 2000), di Philippe Faucon
La ballata di Stroszeck (Stroszeck, 1977) di Werner Herzog
Lo sguardo di Ulisse (To vlemma tou Odissea, Grecia, Italia, Francia, Germania 1995) di Theo
Angelopulos
The man who cried (Gb 2000), di Sally Potter
Mirka (Italia, Francia, Gb 1999), di Rachid Benhadij
Boys don’t cry (USA, 1999), di Kimberly Pierce
Tutta colpa di Voltaire (La faute à Voltaire, Francia 2000), di Abdel Kechiche
Terra di mezzo (Italia, 1996), di Matteo Garrone
La vie sur terre (Francia, 1999), di Abderrahmane Sissako
Tornando a casa (Italia 2001), di Vincenzo Marra
SITOGRAFIA
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www.bibliotecainterculturale.it
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www.scudit.net/mdindice.htm
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