LATINO CRISTIANO
1.. La nozione e l'esistenza di un latino cristiano non sono accettate da tutti gli studiosi.
In genere si è d’accordo che esso esprima i contenuti della religione cristiana in una
forma e in una lingua contrassegnata da peculiari novità e diversità rispetto al latino
usato dagli autori classici pagani. In effetti analizzandone le testimonianze fin dalle sue
prime espressioni è facile rilevare che esistono due generi di documenti della letteratura
cristiana, profondamente diversi tra loro: il primo gruppo di documenti è abbastanza
vicino alle origini e riflette meglio la situazione del ministero pastorale, con le sue
esigenze di stare vicino al popolo e farsi capire dal popolo, usando magari il sermo
vulgaris e quotidiano; il secondo gruppo riflette invece più da vicino l'insegnamento
retorico delle scuole pagane, con un linguaggio più colto, anzi persino aulico, retorico e
ritmico, fatto successivamente proprio dal magistero della Chiesa e dalla curia pontificia,
erede anche in questo della Cancelleria imperiale. Si potrebbe quindi parlare di diversi
latini cristiani: liturgico, patristico, ecclesiastico, canonico e scolastico, con peculiarità e
forme proprie a ciascuno. Il latino cristiano appare infatti una categoria universale che
abbraccia tutte le manifestazioni linguistiche della nuova religione cristiana, coi generi
letterari comuni alla letteratura latina o suoi propri, dalla poesia degli elogia e dei
carmina, alla prosa dell'apologia, dell'omiletica, della storia, dell'apocalittica,
dell’epistolografia,
In realtà la Religione nuova indusse non solo nozioni nuove e parole nuove o
rinnovate di significato nel lessico latino, ma anche un nuovo modo di concepire la
stessa capacità di esprimersi e di comunicare tra le persone e i popoli.
Gli inizi del latino cristiano sono avvolti pressoché nel mistero, ma
ragionevolmente si possono porre già nel secolo II, dal momento che lo sviluppo della
coscienza cristiana delle comunità latine è testimoniata dalla pietà popolare espressa in
forma adulta nelle arti plastiche, pittoriche e architettoniche, soprattutto delle catacombe,
nei secoli III-IV. Certamente all’inizio l’annunzio del Vangelo fu fatto in lingua greca, e
greca fu la lingua della liturgia delle prime comunità cristiane in Occidente (e questo
spiega il permanere delle formule liturgiche greche, anche dopo il suo abbandono come
lingua liturgica in occidente, formule peraltro rimaste immutate si può dire fino ai nostri
giorni), sebbene siano documentabili anche i tentativi di traduzione dei testi sacri
dall’ebraico in latino, in continuità con gli sforzi di traduzione delle comunità ebraiche
della Diaspora (e questo spiega i numerosi ebraismi rimasti nella liturgia e nelle versioni
successive dei testi sacri). C’erano soprattutto in Africa (e forse anche nella Gallia) già
nel III secolo comunità cristiane abbastanza vivaci e preparate culturalmente, al punto da
fare del latino cristiano una lingua vulgata, resa familiare dalla liturgia e dalla
predicazione, acquistando la capacità di esprimere compiutamente il sentimento
religioso e affettivo degli aderenti alla nuova religione, e tale latino, sebbene non appaia
molto diverso dal latino usato dagli autori pagani coevi, tuttavia si presenta con talune
caratteristiche proprie, mutuate tanto dall’uso liturgico, quanto dalla formazione retorica
impressa dalle scuole da cui provenivano gli autori cristiani.
2. I caratteri del latino cristiano maturo, dipendono quindi dal notevole contributo linguistico dato
dagli autori cristiani, a partire da quello fondamentale dato da Tertulliano, ritenuto a ragione o a
torto, il fondatore del latino cristiano, avendo creato oltre 900 neologismi, alcuni dei quali hanno
avuto larga e duratura fortuna. Tali caratteri propri al latino delle comunità cristiane d'Occidente nei
secoli II-V, riguardano aspetti e fenomeni lessicografici, semasiologici e sintattici.
A. Tra i fenomeni lessicografici particolare rilievo hanno gli ebraismi, i grecismi e i neologismi
cioè le parole mutuate dalla lingua ebraica e greca o formate ex novo con normali processi di
suffissazione latina. Essi sono la prova vitale di una comunità, che si è distinta dalla società pagana
anche linguisticamente per effetto della propria disciplina, del proprio culto e della propria dottrina
e pertanto rispose ai particolari bisogni e alle particolari situazioni della sua religiosità creando un
suo proprio modo di esprimersi, che si affiancò e convisse col sermo cottidianus, rusticus, militaris,
di altri analoghi ambienti. Il processo di distinzione e di segregazione della lingua dall’uso comune
contemporaneo, portò in breve addirittura all’affermazione di fatto e di diritto che anche il latino era
una lingua sacra, al pari dell’ebraica e della greca, per il pregiudizio maiestatico che la lingua
liturgica doveva essere degna della divinità e doveva essere adatta ad esprimere verità sublimi,
come sono appunto le verità teologiche e le preghiere che dalla terra salgono al cielo attraverso il
ministero di un sacerdote. In effetti l'ebraico era ritenuta lingua sacra in quanto era stata la lingua
del Popolo di Dio, l'antico Israele, e in essa erano consegnate le Scritture, la Parola divina data a
Mosè e ai profeti; il greco era anch’essa lingua sacra in quanto era stato il veicolo
dell'evangelizazione dei popoli del Mediterraneo e in greco era stato scritto tutto il Nuovo
testamento e tradotto autorevolmente quasi tutto l'Antico, diffuso e denominato come la Settanta
(LXX); il latino infine venne riconosciuto come la terza lingua sacra, pari in dignità all’ebraico e al
greco, perché lingua del successore di Pietro e della Chiesa Romana, Caput Urbis et Orbis, nonché
della sua Liturgia o rito detto appunto Latino e Romano.
Per quanto riguarda il lessico, nel latino cristiano si è cercato di distinguere, ma con
beneficio di inventario, quattro categorie di innovazioni lessicali e semantiche, denominate
cristianismi diretti e indiretti, integrali e parziali.
a. I cristianismi diretti integrali sono parole proprie e integralmente cristiane, come ad
esempio i nomi dei giorni della settimana - feria secunda, tertia, quarta, quinta, sexta, sabbatum,
dies dominica - per evitare i nomi della settimana legati alle divinità pagane della Luna, Marte,
Mercurio, Giove, Venere, Saturno, Sole; tali denominazioni perdurano ancora oggi nell’uso
liturgico. Talune acclamazioni e formule ebraiche rispecchiano l’attaccamento alla tradizione e
l’impegno di tradurre il più fedelmente possibile il messaggio divino; sono rimaste vive nella
liturgia ancora oggi amen, alleluia, hosanna, sabaoth assieme ai nomi comuni e propri come
cherubim, gehenna [infernus], iubilaeus annus, manna, messias, seraphim, Iacob, Iesus, Ioseph,
Maria. Parimenti furono coniati o conservati i nomi di matrice greca o composti sugli esemplari
greci, come acolythus, anastasis e resurrectio, anathema e anathematizare, angelus, apologia
(apologeticum), apostata, apostasia e apostatare, apostolatus e apostolus, archangelus,
archidiaconus, archipresbyter, baptismus o baptismum, baptista, baptisterium baptizare;
catechumenus, chrisma, Christus, Christianismus, Christianitas, christianizare, Christianus, clerus,
coemeterium, coenobium; diaconus e minister, ecclesia, eleemosyna, epiphania, episcopatus e
episcopus, ethnicus, eucaristia, evangelium e evangelizare, haeresis, idòlum (idoleum, idolium),
laicus, latria, liturgia, martyr e martyrium, monacha, monachium, monachus, monasterium,
patriarcha (-es) e patriarchatus, presbyter e presbyteratus, presbyterium, propheta, prophetia e
prophetizare, salmista, psalmodia e psalmus, pseudoapostolus, pseudopropheta, schisma e
schismaticus, synaxis, synodus.
Alcuni di questi grecismi non avevano attinenza né con la dottrina né con la liturgia
cristiana, ma sopravvissero come relitti dell'epoca in cui il greco era la lingua delle Scritture e
della liturgia, come ad esempio le parole abyssus, arrabon, brabium, exstasis, scandalum e
scandalizzare. Calchi lessicografici coniati in perfetta equivalenza dei termini greci dei testi
sacri sono benedictio da eulogia, .primogenitus da prototokos, resurrectio da anastasis,
revelatio da apokalypsis, unigenitus da monogenes.
b. I cristianismi diretti parziali sono parole proprie ma solo in parte cristiane, in quanto usate dai
cristiani per indicare realtà nuove, sconosciute ai pagani; tra esse si distinguono i termini e i verbi
suffissati con -fico, -mentum, -tela, -tia, -tura, di impronta volgare, come benefico, corruptela e
incorruptela, creatura, documentum, firmamentum, incorruptela, metatura, potentia, suf-
ferentia, supplementum, sustinentia (exspectatio); le parole adinventio, aedificare e aedificatio,
benedicere, caritas, communio, confessio, confessor, confiteor, coetus congregatus, consilium,
contribulare, conversio, cornu, devotio, devotus, dominicum, dormire (in Domino), eructare,
factum, fidelis e infidelis, fides, fortitudo, gentilis, gentilitas, gratia, humilis, humilitas, incarnari,
incarnatio, incarnatus, inventum, iustificare, lapsus, libertas, mediatio, mediator, mediatrix, missa,
orare, oratio, paganitas e paganus, peccatum, reconciliatio, regenerare, regeneratio, regeneratus,
reparatio, resurrectio, robur, salus, salvare, salvatio, salvator e servator, salvum facere,
sactificatrix, sanctificatus, sanctificus, stips collata, susceptor (adiutor), templum, tribulatio,
viaticum, virtus, vigor, vivificatus.
Si possono aggiungere anche gli aggettivi composti come immarcescibilis, incommutabilis,
indeficiens, indeflexibilis, indesinens. Seguendo i regolari procedimenti di neologia latina, da ter-
mini particolarmente significativi della ideologia o della disciplina cristiana si passò a un
arricchimento e a una dilatazione semantica notevole. Ad esempio, dall'equivalenza del greco
sarx con caro si creò carnalis e carnaliter; da hagios con sanctus si ebbe sanctificator,
sanctificatio, sanctificare; da zoopoiein con vivificare si coniò vivificatio, vivificator. I
calchi semantici sono spesso giustificati da una parziale coincidenza di significato dei termini
greci cogli equivalenti latini, come diatheke con testamentum (foedus), doxazein con
honorificare, lytron con redemptio, mysterion con sacramentum. Per rendere il messaggio
biblico accessibile ai membri culturalmente più umili della comunità i predicatori cristiani non
rifuggirono da termini e costrutti del latino volgare, che i propugnatori del purismo classicista
ricusavano nell’ usus scribendi e loquendi.
Le più antiche interpretazioni dei testi sacri risentono delle diverse esperienze linguistiche
delle prime generazioni cristiane che furono accolte, trasmesse e sviluppate sistematicamente
in famiglie di vocaboli, come incarnari, incarnatio, concarnari, concarnatio riguardo
all'incarnazione del Figlio di Dio; figuraliter, praefigurare, praefiguratio dal termine figura con
l'accezione del greco typos equivalente a «prefigurazione», «significato simbolico» riguardo a
personaggi ed eventi dell’Antico Testamento. Ugualmente furono accolti nessi lessicografici
come ecclesia catholica, vita aeterna, e nessi sintattici come terra promissionis «terra
promessa», plebs fidelium «comunità cristiana», operari iustitiam «far opere di bene», operari
virtutes «compiere miracoli», e perfino metafore e immagini bibliche, consacrate dall'uso
liturgico e rese familiari dalla predicazione e dalla catechesi o dalla stessa meditazione
personale sui testi sacri. I cristianismi diretti divengono di uso comune tra i cristiani ed espressioni
popolari entrano nella liturgia. S.Agostino cita almeno dieci volte, soprattutto nei discorsi, ‘Sursum
cor habeamus', 'Erimus et nos gloria in excelsis Deo'.
c. I cristianismi indiretti integrali sono le parole integralmente ma impropriamente cristiane, che
non riguardano strettamente realtà cristiane ma che si trovano solo presso gli autori cristiani, come
quelle suffissate con -ntia, -tas, -tio (destructio, dormitio, tribulatio), -tudo, -tus; si pensi ai
sostantivi usati come aggettivi, agli aggettivi usati al posto di un genitivo o di un avverbio, a termini
come apostolicus, caelestis (-ia), catholicus-catholici, fideles, gentilis -es, haereticus, hibernum,
incensum, increduli, indeficienter, ineffabiliter, laicus, matutinus, peccator, praepositi, relicta,
salutare, superlevare, superexltare, superextendere, superglorificare, supersperare, terrena.
d.. I cristianismi indiretti parziali sono parole pagane ma usate spesso dai cristiani. si pensi alla pre-
ferenza accordata ad ambulare rispetto ad ire, ad honorificare rispetto ad honorare, a manducare
rispetto ad edere, a salvator rispetto a conservator o servator.
B. Tra i fenomeni semasiologici occorre includere le nozioni connesse intimamente con la dottrina
cristiana, la vita e i suoi sentimenti, si pensi a tutto il vocabolario relativo al tema della salvezza e al
mistero della redenzione come mediatio, mediator, mediatrix, salus, salvare, salvatio, salvator,
sanctificare, sanctificatio, sanctificator, e all’adattamento in senso cristiano di parole come
clarificare, corruptibilis, destructor, imperfectio, incorruptio, indeficienter, ineffabiliter,
infatigabiliter, miserator, mortaliter, mortificare, operator, transgressor, tribulatio, trucidator.
C. Per quanto riguarda i fenomeni sintattici, si nota l’influsso del volgare particolarmente nella
preferenza accordata a sintagmi propri della lingua del popolo, quali la netta preferenza accordata
alle costruzioni analitiche con qualiter, quia, quod, quoniam e un modo finito del verbo, rispetto
all'accusativo con l’infinito più frequentato nel latino degli autori; si pensi a l favore dato ai
futuri perifrastici o all’estensione dell'uso del de e dell'in con ablativo strumentale: delectari
in, laetari in, percutere in virga, in nomine Domini, gladium in manu sumere. Accanto all’uso
accentuato delle preposizioni infinitive con quod e causali dopo i verba dicendi e sentiendi; occorre
ricordare la frequenza di costrutti del tipo dicere ad, loqui ad; pleonasmi del tipo clamaverunt
dicentes (Mat. 8,29); locutus est eis dicens (Io. 8,12); l’uso transitivo di verbi intransitivi, come
benedicere aliquem; alcuni sintagmi peculiari, del tipo credere in aliquem, maior ab angelis, dico
enim vobis quod, iurare ut, facilius est ut. Merita pure ricordare l’uso collettivo di aggettivi: Negat
Manichaeus... sed Arrianus confitetur (Aug, ser. 183,1,1); di participi presenti e passati divenuti
sostantivi: credentes, diffidentes, dormientes (mortui), collecta, relicta, incensum, praepositi; di
sostantivi usati come aggettivi: populus peccator (Hier., in Eccl. c.1140 B); dell’aggettivo come
complemento di specificazione: apostolica praecepta, divina misericordia; dominica indignatio,
dominica mandata, dominicus dies, dell’aggettivo al posto dell’avverbio: domum matutinus
ascendit; dell’ uso accentuato delle parole astratte: obsecro te ignoscas tarditati meae (Hier. Ep.,
99,2); te universa fraternitas salutat (Hier., Ep. 99,2); sanctitas vestra (Aug., Psal., 25, 2, 1.5).
3. Pertanto, proprio nelle traduzioni bibliche si può ritrovare la matrice di gran parte dei fenomeni
lessicografici, semantici e sintattici peculiari della latinità cristiana a partire da Tertulliano, il quale
fu largamente tributario di una tradizione linguistica, la quale, attraverso la predicazione
missionaria, la predicazione liturgica e catechetica, le traduzioni di pericopi bibliche in funzione
liturgica, si era costituita nelle chiese d'Occidente fin dalle fasi più antiche della latinizzazione
delle comunità cristiane. Certamente questa creatività è stata largamente potenziata dall’attività
linguistico-letteraria di Ilario, ponte culturale con l’Oriente, di Girolamo, traduttore della Bibbia,
di Agostino pensatore, predicatore e scrittore. All'autorità di queste personalità si deve l'af-
fermarsi del linguaggio di tradizione biblica nella letteratura latina di ispirazione cristiana e alla
loro genialità si deve anche la creazione di numerosi neologismi affermatisi nella tradizione
linguistica cristiana.
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